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Blade Runner e i Dottori Spaziali

Domani, 5 ottobre 2017, esce nei cinema italiani l’attesissimo (non da me) Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, quindi è il momento di tornare a parlare del Blade Runner originale, quello del 1982 di Ridley Scott: lo fa Cassidy nella sua Bara Volante e vi invito ad andarlo a trovare.
Per conto mio mi piace riproporre qui un testo che ho scritto intorno al 2015 come guest post per il sito di Tanogabo, che rappresenta un’indagine su un tema (ormai dimenticato, temo) della narrativa fantascientifica.


Blade Runner
e i Dottori Spaziali

Immaginiamo di essere agli inizi degli anni Sessanta e di venir ricoverati all’ospedale di North Bend, nello stato di Washington: c’è la concreta possibilità di venir curati da un dottore di nome Alan E. Nourse.

Iniziati gli studi di medicina subito dopo esser tornato dalla Seconda guerra mondiale, Nourse si rese ben presto reso conto che diventare un dottore era un affare davvero dispendioso: come fare a pagarsi gli studi non avendo una famiglia a cui appoggiarsi? Parliamo di tempi in cui la soluzione era relativamente facile: vendere racconti a riviste pulp (oggi sarebbe davvero una via impraticabile). Quando finalmente divenne dottore iscritto all’albo, Nourse era già anche un apprezzato e ben noto autore di fantascienza. Non era certo un caso strano, altri suoi amici della Marina avevano intrapreso lo stesso identico percorso, come quel suo certo amico di nome Robert Heinlein.

Quindi siamo nel 1960 in un letto d’ospedale con Alan E. Nourse che ci visita. Se potessimo sbirciare nella sua borsa scopriremmo magari bozze di romanzi e racconti di fantascienza con soggetto medico come Star Surgeon (1959). Anche qui non si trattava di un caso raro: proprio nel ’59 Murray Leinster aveva raccontato la prima avventura della sua astronave medica Esculapio 20 (o Aesclipus Venti, a seconda delle traduzioni) con il romanzo “L’arma mutante” (The Mutant Weapon) a cui faranno seguito altri tre titoli fino al 1966, così come Charles Eric Maine stava per presentare la sua storia epidemica corale, “Il grande contagio” (The Darkest of Nights, 1962).

Sono anni in cui la “fantascienza medica” riscuote consensi fra autori americani e britannici, e se ne accorge anche il nostro Paese: nel 1966 Ugo Malaguti presenta all’interno della versione italiana di “Galaxy” (n. 66) il romanzo “Ospedale da combattimento” (1962) di James White, il cui titolo originale Star Surgeon è forse un omaggio a Nourse. Il fenomeno è abbastanza breve, e paradossalmente l’unico personaggio di quest’epoca a rimanere negli anni successivi è stato il dottor McCoy della serie TV “Star Trek“, nato nel 1966 ma infinitamente più arcaico rispetto ai medici futuristici della narrativa coetanea: McCoy è semplicemente la versione “spaziale” del segaossa (sawbones) della cultura western, e infatti il suo nomignolo è Bones.

Siamo lontani dall’idea di dottore del futuro che frulla nella mente di Nourse, idea che conoscerà la pubblicazione solo nel 1974 in un libro che darà molta fama all’autore, anche se purtroppo solo indirettamente. È un romanzo in cui Nourse concepisce un mondo futuro buio e opprimente, in cui un Governo rigido obbliga i cittadini ad un massimo di tre ricoveri ospedalieri nell’arco della loro vita. Il motivo è un’ideale eugenetico di rinforzamento della razza umana, resa molle dall’uso smodato di medicinali, ma il risultato è il ricorso alla medicina clandestina, cioè a dei chirurghi che non condividono gli ideali governativi e corrono di nascosto da un paziente all’altro con il bisturi in mano… Quest’immagine dà l’idea a Nourse per il titolo del romanzo, un gioco di parole fra il correre sul filo del rasoio ma anche del bisturi: The Blade Runner.

Il romanzo non solo ha successo immediato, ma fa innamorare il celebre William S. Burroughs. Saputo che c’è in ballo l’idea di portare al cinema la storia, l’autore de “Il pasto nudo” si mette subito a scrivere una sceneggiatura, che al naufragare del progetto deciderà di pubblicare nel 1979 con il semplice sottotitolo «proposta per un film».

Arriva il 1981, un anno molto importante. Sembra rinascere l’interesse per temi sanitari nella fantascienza, in Gran Bretagna escono romanzi come “Virus Cepha” (Blakely’s Ark) di Ian Macmillan e “La fossa degli appestati” (Plague Pit) di Mark Ronson, ma soprattutto in Italia “Urania” presenta il romanzo di Nourse, non sapendo come tradurlo se non con “Medicorriere“. Ma l’81 è anche l’anno in cui Ridley Scott rimane affascinato dal titolo del romanzo in questione: ne acquista i diritti e l’anno successivo presenta il suo celebre “Blade Runner“. La storia è sempre ambientata in un futuro oscuro, ma invece di medici umanitari si parla di androidi assassini. Il film di Scott ha completamente oscurato l’ottimo romanzo di Alan E. Nourse, ed anche quando si parla di quest’ultimo si finisce sempre per parlare del film di Scott – esattamente come è successo qui!

C’è infine un risvolto curioso. L’avvento nel 1984 del genere Cyberpunk – a cui curiosamente il film Blade Runner, di due anni anteriore, viene spesso impropriamente collegato – spinge il romanziere K.W. Jeter – che anni dopo avrebbe scritto dei sequel proprio del film di Scott – a dare alle stampe un romanzo che tiene in un cassetto addirittura dal 1972, antecedente quindi a Medicorriere. Un romanzo su un futuro buio con dottori che praticano la chirurgia illegalmente: convergenza evolutiva o sentore di scopiazzamento? Nessuna delle due: è semplice “fantascienza medica”. Malgrado sia apparentemente nato due anni prima, “Dr. Adder” di Jeter è più legato alle tematiche estreme della cultura cyberpunk che non al romanzo del ’74 di Nourse, impregnato decisamente di fantascienza golden age.

Bibliografia consigliata

1959. L’arma mutante (The Mutant Weapon) di Murray Leinster – Altair n. 3 (Il Picchio 1976)
1961. Il mondo proibito (This World is Taboo) di Murray Leinster – Saturno n. 13 (Libra 1978)
1962. Ospedale da combattimento (Star Surgeon) di James White – Galassia n. 66 (La Tribuna 1966)
1962. Il grande contagio (The Darkest of Nights) di Charles Eric Maine – Urania n. 300, ristampato nel n. 632 (Mondadori 1963)
1964. Un dottore tra le stelle (Doctor to the Stars) di Murray Leinster – Cosmo n. 154 (Ponzoni 1964)
1966. S.O.S. da tre mondi (S.O.S. from Three Worlds) antologia di “racconti medici” di Murray Leinster – Slan. Il Meglio della Fantascienza n. 45 (Libra 1979)
1974. Medicorriere (The Bladerunner) di Alan E. Nourse – Urania n. 876 (Mondadori 1981)
1981. Virus Cepha (Blakely’s Ark) di Ian Macmillan – Urania n. 950 (Mondadori 1983)
1981. La fossa degli appestati (Plague Pit) di Mark Ronson – Urania n. 961 (Mondadori 1984)
1984. Dr. Adder (id.) di K.W. Jeter – Il Libro d’Oro n. 86 (Fanucci 1995)

L.

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Pubblicato da su ottobre 4, 2017 in Indagini

 

Cartaceo vs Digitale: Memoria (Fine)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

A Socrate prima e a Platone poi sarebbe piaciuto che la conoscenza si veicolasse esclusivamente attraverso il dialogo, ma per questo serve una voce e le voci svaniscono. (Almeno quelle buone: le voci stupide e fastidiose si moltiplicano all’infinito.) Quindi in mancanza della rosa originaria a noi non rimane altro che accontentarci del nome della rosa: della parola che la indica.
Non è una brutta situazione, perché tutto ciò che noi chiamiamo realtà nasce da un’immagine divulgata mediante parole…

«Cresciamo imitando, e poco alla volta la mimesi genera quello che appare come un comportamento spontaneo, una coscienza, dei significati. È in questo senso che c’è una priorità della lettera sullo spirito, o, più esattamente, che lo spirito è una modificazione della lettera, una sua derivazione: se non ci fosse lettera, non ci sarebbe quel sottoprodotto della lettera che è lo spirito, proprio come se non ci fosse memoria non ci sarebbe quell’effetto collaterale della memoria che è il pensiero.»

Non ho mai conosciuto di persona il professor Maurizio Ferraris né quindi posso dialogare socraticamente con lui: mi accontento di essere rimasto folgorato sulla strada di Damasco dal suo imprescindibile saggio “Anima e iPad” (Guanda 2011).

Come ci insegna il professor Franco Farinelli, quando Colombo partì per le Americhe la Terra era rotonda, com’era noto ad ogni uomo di cultura dall’antica Grecia in poi: quando il navigatore tornò, la Terra era diventata piatta. Era diventata una mappa, e dal Quattrocento ad oggi nella cultura occidentale è la mappa a dettare la realtà: se il territorio non corrisponde alla mappa… è un problema del territorio.

La mappa è piatta perché piatta è la tabula della nostra mente, dove scriviamo le nostre memorie e tutto ciò che ci qualifica “umani”: dove cioè scriviamo le lettere che modificano la realtà che ci circonda per cercare di capirla. Di dominarla.
Un sogno romantico è avere il controllo su questa tabula

AMLETO: […] Ricordarti? Oh sì, povero spirito, finché esisterà memoria in questo globo demente! Ricordarti? Ma io cancellerò dalla tavola della mente i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dall’esperienza; e il tuo comando solo vivrà nel libro del mio cervello, sgombro d’ogni altro intento!
(atto I, scena V, traduzione di Eugenio Montale)

“Hamlet and the Ghost” (1789) di Johann Heinrich Füssli

Così il corrucciato principe di William Shakespeare si lascia prendere da uno slancio in cui si prefigge di “resettare” la sua “tavola della mente” (table of my memory), contrapposta ad un “globo demente” (distracted globe): lascerà spazio solo per la vendetta nei confronti del padre ucciso, nel “libro del mio cervello”. Curiosamente l’autore scrive «the book and volume of my brain», quasi a sottolineare l’eterna dualità libraria troppo spesso dimenticata: esiste il bìblos e il biblìon, il libro e l’opera, il contenitore e il contenuto, la buccia e il frutto. Quando si esalta il “profumo della carta” o la bellezza di un volume, si sta parlando del contenitore superficiale: non del contenuto.

Molto antica e radicata in noi è l’immagine della mente come “tavola della memoria” (per dirla come Shakespeare) dove inseriamo tutto ciò che consideriamo importante e tralasciamo tutto ciò che non conosciamo, e questa tecnica la adottiamo da millenni… perché è la tecnica delle tavolette d’argilla degli antichi popoli, strumento utilizzato per scrivere solo il conoscibile. (Di solito conteggi amministrativi, roba noiosa.)
Il passaggio dalla tavoletta al tablet non esiste: perché semplicemente sono la stessa cosa.

Tavoletta (tablet) di Uruk, con foglio Excel dell’epoca…

Che sia un iPad, un pad, uno smartphone o qualche altro nome per indicare la tecnologia di turno non ha importanza: dopo millenni l’umanità è tornata all’origine, è tornata alla tavoletta. Ad una superficie piatta su cui proiettare esattamente la tabula mentale, con tutti i suoi ricordi e tutta la sua descrizione e modello della realtà. Compresi i libri, che oggi molti (tipo me) leggono in abbondanza su questo nuovo formato: rinunciare al contenitore ci permette di aumentare esponenzialmente il contenuto. Socrate non approverebbe, ma tanto non lo saprà mai…

Chiudo dunque il cerchio affrontando la questione sollevata dall’amico redbavon: ai miei figli posso lasciare i libri che ho amato per passare loro questa passione, mentre con gli eBook questo “passaggio” perde di senso. Il digitale è evanescente, si perde il concetto del “tramandare”.

Una risposta facile è anche la meno esplicativa: passare libri ai figli significa passare carta ingombrante, e da anni nel mio blog racconto di “libri infranti”, volumi regalati con tanto di dedica che vengono prontamente gettati via, così come ho testimoniato di intere biblioteche gettate nel secchione, perché è una regola ferrea che ogni collezionista librario è circondato da parenti che getteranno via la sua intera collezione alla prima occasione. Tutto questo è troppo facile, la questione è più sottile.

La questione è che regalare un libro è regalare carta. Nel migliore dei casi, quando cioè si tratti di libri particolarmente pregni, si regala un contagio memetico che si spera attecchirà nella mente del lettore, ma non c’è alcuna sicurezza in questo.
Tutt’altro discorso è regalare una tabula: un tablet con all’interno la propria memoria. Regalare cioè ai propri figli la “tavola della propria memoria”. È come regalare la memoria di Shakespeare, riallacciandosi a Borges, solo che è la propria memoria che si passa ai figli. Non un libro, non cento libri, ma tutti i libri che si è considerati importanti, tutti i documenti, le foto, le tabelle, le schede, gli studi, i grafici, i giochi e le stupidate che hanno formato la propria personalità.

Donare è l’istinto più alto in una persona, ma qual è uno fra i doni più importanti che la nostra cultura cristiana ci ha insegnato? Gesù che dona agli apostoli… cosa? Il suo spirito? No, quello lo dona al Padre quando si ritrova sulla Croce («Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito», Luca 23,46): agli apostoli e, per estensione, a tutti i fedeli dona il proprio corpo e il proprio sangue (Marco 14,22-24), a suggello di un patto. Noi, che valiamo molto meno di Gesù, paradossalmente possiamo andare oltre…

«Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che ognuno di noi, mostrando il proprio iPad o l’hard disk esterno su cui conserva i propri archivi, può sin da ora dire: “Questo è il mio corpus”.»

Con questa citazione di Ferraris chiudo il viaggio nella Memoria esterna che è la nostra anima, quella tavola dei ricordi in cui inseriamo tutto ciò che ci rende ciò che siamo, nel bene o nel male. Non possiamo cancellarla a piacere, come si prefiggeva il povero Amleto, non possiamo salvarla su un formato esterno, come immaginava Clarke e Rucker, ma possiamo donarla come sognò Borges: possiamo donare la nostra intera memoria, fallace come ogni memoria, incompleta e inesatta, come ogni Memoria l’uomo ha cercato di salvare, affidandola a supporti piatti, che fossero di argilla o di cristalli liquidi.

Non possiamo donare il ricordo (mnèmes) né la sapienza (sofìas), ma possiamo donare l’archivio (bibliothèke), e la memoria digitale ci consente teoricamente di donare tutto ciò che abbiamo letto nella nostra vita, o almeno tutto ciò che consideriamo importante tramandare. Che poi dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad accettarlo… be’, questo è un altro discorso.

L.

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Pubblicato da su settembre 18, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (4)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il dio Theuth

Quando si cerca di conservare la memoria con “strumenti esterni”, abbiamo visto, il risultato è sempre o deludente o dannoso: la narrativa fantastica ha scoperto nel futuro ciò che già nel passato affermava Socrate, circa duemilacinquecento anni prima di tutti gli esempi che ho riportato.

Il saggio di Atene raccontava di una leggenda egiziana che aveva sentito, in cui fra le molte invenzioni del dio Theuth – i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia, il gioco della scacchiera, i dadi e via dicendo – la più dannosa era la scrittura (gràmmata). Il dio andò dal re dell’Egitto Thamus e gli espose tutti i vantaggi di ciò che aveva inventato, e arrivato alla scrittura disse:

«Questa scoperta, o re, renderà gli Egizi più sapienti [sofotèrus] e più capaci di ricordo [mnemonicotèrus]. È stato trovato un rimedio [fàrmacon] che dà ricordo [mnèmes] e sapienza [sofìas].»
(274e, traduzione di Enrico Turolla, Rizzoli 1953)

Queste parole ovviamente scandalizzano il re Thamus tanto quanto Socrate che le sta raccontando. Ecco come risponde il re saggio al dio:

«Tu sei il padre della scrittura; e il tuo amore t’ha fatto dire il contrario di ciò ch’essa può fare. La tua scoperta infatti indurrà nell’anime l’oblio, perché non si farà più esercizio di memoria. Gli uomini, vedi, non ricorderanno più da soli nella loro interiorità; bensì per l’aiuto d’una scrittura esteriore; per mezzo di segni che provengono da fuori.»
(275a)

Socrate non usa questa leggenda egizia per criticare la scrittura, anzi, la considera un ottimo «farmaco non della memoria ma del richiamare alla memoria»: una volta che si è giunti alla conoscenza, è giusto scriverla per fissarla e per rinfrescare la memoria nel tempo. Ciò che inganna è credere che solo dalla scrittura arrivi la conoscenza.

«Ne verranno uomini che nozioni molte anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l’aria di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non saggi.»
(275b)

Socrate sembra aver descritto facebook con due millenni di anticipo!

La scrittura è come la pittura, conclude il filosofo, imita la verità ma non è la verità. Così a leggere il pensiero scritto di un saggio non si diventa sofòn, saggi, ma semplicemente doxòsofoi, letteralmente “portatori di saggezza”.

Spesso commentando questa tematica si è parlato di contrapposizione fra oralità e scrittura, in realtà è una questione molto più sottile: si tratta di interattività. Socrate spiega che se leggi un libro, se cioè leggi la conoscenza che un saggio divulga, non hai possibilità di chiedere spiegazioni, non puoi interrogare il libro se non hai capito qualcosa. E, caso decisamente peggiore, puoi convincerti di aver capito il pensiero dell’autore senza averlo mai interrogato dal vivo, e puoi andare in giro a storpiarne la conoscenza o ad usarla in qualcosa per cui non è adatta.

Insomma, scrivere serve solo all’autore per fissare la memoria, perché la conoscenza si ottiene solo tramite il dialogo. Il problema però… è che questo pensiero di Socrate lo conosciamo perché ce lo racconta Platone nel Fedro (circa 370 a.C.), cioè lo conosciamo perché qualcuno l’ha scritto, qualcuno l’ha riscritto, qualcuno l’ha ricopiato, qualcuno lo ha tramandato, qualcuno lo ha stampato, qualcuno lo ha ristampato e alla fine è arrivato fino a noi, tramite continue ristampe spesso economiche, cioè per le tasche di tutti. Da alcuni anni l’opera omnia di Platone è accessibile in formato digitale economico in modo da risultare fruibile da chiunque, esattamente quello che Platone non avrebbe mai voluto.

Non possiamo più interrogare Socrate né il suo allievo Platone, che sposò in pieno la filosofia del maestro e la tramandò, quindi dobbiamo scendere a compromessi. Non abbiamo più la rosa, abbiamo solo un lontano ricordo del nome della rosa: dobbiamo farcelo bastare.

Socrate ha ragione a dire che scrivere significa estrarre la memoria dalla nostra mente e concretizzarla così che ne rimaniamo privi. Il filosofo sicuramente avrà avuto una memoria formidabile, ma mi sento sicuro nell’affermare che nel mio hard disk ci sono “memorie” che neanche mille Socrati avrebbero potuto gestire. Il problema è se vogliamo sapere a memoria un libro… o leggerne mille senza saperli a memoria. (Non potendo più interagire con gli autori, in ogni caso otterremo solo l’apparenza della conoscenza, stando al filosofo greco.)

Ognuno è libero di fare la sua scelta, ma il genere umano nella sua storia ha sempre inconsciamente optato per la seconda azione.

«Dato che le informazioni possono essere immagazzinate e recuperate in modi assai diversi, abbiamo denominato “Sistema di Memoria Artificiale” (SMA) ogni oggetto materiale creato e utilizzato per registrare, conservare, trattare, trasmettere e leggere informazioni.

Così scrive Francesco d’Errico ne Le prime informazioni registrate, all’interno di “Dal segno alla scrittura” (Le Scienze Dossier n. 12, estate 2002).

Sin dai lontani tempi preistorici l’umanità ha usato le risorse più disparate per “masterizzare la propria memoria”: estrarla dal formato analogico della propria mente – incompleta, immanente e totalmente inaffidabile – e trasformarla nel formato in voga nei vari periodi, cioè qualcosa non solo di concreto e leggibile ad altri, ma anche qualcosa di replicabile. Sin dall’antichità dunque il genere umano ha trasformato il ricordo (mnèmes) e la sapienza (sofìas) in archivio (bibliothèkais).

(continua lunedì: mi serve una pausa per il lungo approfondimento su “Dunkirk” nel Zinefilo, questo venerdì!)

L.

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Pubblicato da su settembre 14, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (3)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

È la scelta dei ricordi che dà la misura di una vita umana, dicevo nel precedente post, e ce lo conferma Rudy Rucker nel racconto “Morte soft” (Soft Death, da “The Magazine of Fantasy and Science Fiction”, settembre 1986; Nord 1994), delizioso gioco di parole con soft-ware. Ricordo che Rucker è diventato famoso proprio con il romanzo Software che ha dato vita alla Tetralogia del Ware: Software (1982), Wetware (1988), Freeware (1997) e Realware (2000).

Il protagonista scopre con sgomento di avere solo tre settimane di vita, e l’essere ricco per una volta non può aiutarlo. Oppure sì? Viene avvicinato da un certo Yung che gli fa avere uno strano biglietto da visita: “MORTE SOFT S.p.A. Conservazione e Trasmissione Scientifica dell’Anima”.

Dietro altissimo compenso – la metà del patrimonio – questa ditta offre l’immortalità al protagonista, perché «l’immortalità è il software.»

«Parlando in astratto, lo schema di informazioni esiste anche in assenza del corpo, ma perché tale schema possa considerarsi vivo, ha bisogno di una sovrastruttura. La sovrastruttura della Morte Soft è costituita da quel computer là fuori. Se vuole, sono in grado di estrarle dal corpo l’intero schema di informazioni software e di codificarlo nella macchina.»
(traduzione di Giampiero Roversi)

Scopriamo che nei server della Morte Soft ci sono tanti altri ricconi che hanno scelto quella soluzione: costretti a rinunciare ad un corpo morente, il loro software senziente vive all’interno di computer. Il protagonista accetta ma scopre che la procedura lo vede molto più protagonista del previsto.

«Solo lei conosce il suo sistema simbolico» gli viene detto, quindi non serve a niente “prelevare” l’intera memoria e immagazzinarla in un computer, come invece faceva Clarke nel 1948: è il soggetto che deve raccontare la sua vita alla macchina in modo che a salvarsi non sia la somma dei ricordi ma solo quello che il soggetto ritiene essere fondante a ciò che egli chiama “se stesso”.

Per le successive due settimane il protagonista parlerà di sé ad una “scatola della vita” – una specie di computer portatile senziente – raccontando tutto ciò che ricorda della propria vita ma soprattutto raccontando ciò che ritiene di aver imparato dalla propria esistenza. Parla dell’infanzia e della maturità, degli amori e degli odi, scoprendo quello che già Borges aveva detto: «La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.» (Ed è curioso che Rucker pubblichi il racconto proprio l’anno della morte dell’argentino.)

Il protagonista di Morte Soft si pentirà del suo gesto, cioè di trasformare la propria coscienza – che risulta essere semplicemente ciò che ricordiamo della nostra memoria – in un freddo software ordinato, visto che è proprio la memoria disordinata a renderci ciò che siamo.
E alla stessa conclusione arriverà Martha (Hayley Atwell), la protagonista dell’episodio 2×01 – “Torna da me” (Be Right Back, 11 febbraio 2013; in Italia, 19 marzo 2013) – della fortunata (anche se ormai irrimediabilmente rovinata) serie televisiva “Black Mirror”.

Martha ha da poco perso suo marito Ash (Domhnall Gleeson) ed è in piena elaborazione del lutto quando sua sorella la avverte di averla iscritta, suo malgrado, ad un servizio molto particolare: un software che mediante l’analisi approfondita di tutte le “tracce” lasciate da Ash nei social network, e-mail e via dicendo, ricostruisce la sua personalità con cui interagire. Non solo per iscritto ma anche per voce.

Fra la notizia di aspettare un figlio che dovrà crescere da sola e il dolore per la perdita, Martha cede e si ritrova ad arricchire il software: ribaltando la situazione di Rudy Rucker la donna comincia a parlare a lungo dei ricordi e delle esperienze: non di se stessa, bensì del marito. E se i “clienti” nel racconto di Rucker vivevano all’interno di un server, nel 2013 la dematerializzazione consente allo sceneggiatore (nonché creatore della serie) Charlie Brooker una battuta azzeccata: per indicare dove si trova, l’Ash digitale risponde

«I’m remote, I’m in the cloud».

Il doppiaggio italiano, messo evidentemente alle strette, non sa come rendere il gioco di parole con cloud e si limita a tradurre

«Sono un sistema remoto: vivo tra le nuvole».

Nei trent’anni che intercorrono fra il racconto di Rudy Rucker e l’episodio di Charlie Brooker il mondo è cambiato profondamente… ma neanche tanto. Non vanno più di moda i server fisici a cui si preferisce il cloud, come se quest’ultimo non fosse il semplice collegamento “etereo” con server fisici.

Il protagonista di Rucker ha un cedimento quando arriva il momento di rinunciare al corpo fisico, mentre l’Ash digitale informa Martha che il passaggio successivo è inserire il software in un hardware: inserire la sua “coscienza digitale” in un corpo fisico. (Curiosamente l’originale parla semplicemente di «another level», un altro livello, ma il doppiaggio italiano preferisce inserire un giudizio di valore: «c’è un livello superiore», come se la fisicità fosse superiore al digitale.)

Martha compra un corpo fisico in tutto e per tutto identico a suo marito, costruito seguendo le foto, i filmati e ogni tipo di ricordo digitale esistente. Una volta inserito il software, la replica è perfetta: Ash è ritornato in vita. Ovviamente non è così, è solo un robot senza personalità che si limita a reagire agli impulsi seguendo ciò che Ash ha lasciato scritto, e che siamo lontani dalla modernità è dimostrato dal fatto che il sintetico chiede a Martha se le farebbe piacere se lui fingesse di mangiare, imitando un comportamento umano. La stessa idea usata da Isaac Asimov negli anni Quaranta per uno dei racconti di Io, Robot.

Salvare la memoria dunque non serve a salvare la personalità, anzi se ci concentriamo solo sulla conservazione dei ricordi rischiamo di perdere la chiave che ci permette di interpretarli, così che in mano non ci rimane altro che parole vuote.
Tutto questo è lontano dalla modernità: tutto questo lo diceva qualcuno già due millenni fa…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (2)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il celebre scienziato-romanziere Arthur C. Clarke ne “La città e le stelle” (The City and the Stars, 1956; Mondadori 1957; rielaborazione del racconto Against the Fall of Night apparso su “Startling Stories” nel novembre 1948) aveva immaginato la futura città di Diaspar dove tutto viene conservato. Ma proprio tutto.

«In passato gli uomini avevano costruito città, e alcune erano durate secoli, altre millenni, finché il Tempo non ne aveva cancellato perfino i nomi. Solo Diaspar aveva sfidato l’Eternità e si era difesa contro il logorio delle epoche e la decadenza.»
(traduzione di Hilja Brinis)

A Diaspar ci sono strutture che immagazzinano l’intera memoria dei propri abitanti, per preservare l’immagine dei loro ricordi, e queste strutture si chiamano Banche Memoria. Memory Banks oggi è un termine noto che ci ritroviamo ad usare per indicare le molte e varie forme di conservazione dei dati informatici che abbiamo a disposizione, ma nel 1948 Clarke è stato un pioniere nell’utilizzo del termine. Paradossalmente molto tempo prima che venisse adottato dall’informatica divenne una delle parole chiave delle “scienze alternative”.

«L’immaginazione include impressioni visive, olfattive, gustative, sonore, in breve tutte le possibili percezioni. Sono impressioni fabbricate in base a modelli giacenti nei depositi della memoria [memory banks] combinati tramite idee e costruzioni concettuali.»

Questo brano è tratto da “Dianetics. La forza del pensiero sul corpo” (Dianetics: The Modern Science of Mental Health, 1950) di L. Ron Hubbard, ottimo scrittore di fantascienza passato alla molto più remunerativa religione. Con la progressiva distribuzione delle sue idee il concetto di memory banks passa ad altre “filosofie” e “religioni” alternative: fino almeno agli anni Ottanta che si parlasse di vita oltre la morte – con la sopravvivenza della memoria oltre il corpo – o di auto-consapevolezza del potere della propria mente, le memory banks di Clarke fanno spesso capolino.

Il primo ad usare l’espressione
memory banks in “Star Trek”

L’unico ambito scientifico (per così dire) in cui l’espressione è usata risale al 1966, quando un misterioso naufrago sale a bordo dell’astronave Enterprise e racconta di essere cresciuto da solo su un pianeta, imparando a parlare ascoltando le voci registrate in memory banks (ma il doppiaggio italiano preferisce «diario di bordo»). Sto parlando dell’episodio 1×02 (o 1×08) della primissima serie televisiva “Star Trek“, risalente al 15 settembre 1966.

L’espressione la si può ritrovare in altri episodi e tredici anni dopo la usa lo scrittore Alan Dean Foster quando scrive il romanzo “Star Trek. The Motion Picture” (1979; Mondadori 1980) tratto dal proprio soggetto cinematografico, firmandosi però Gene Roddenberry.

«La grande macchina Vejur si accorse appena dell’inezia che aveva toccato la sua mente. Ma poiché il Creatore gli aveva comandato di registrare tutte le esperienze, grandi o piccole che fossero, Vejur esaminò attentamente l’insignificante presenza che era penetrata nei suoi banchi di memoria [memory banks].»
(traduzione di Mario Galli)

Il termine è ampiamente attestato nell’universo espanso di Star Trek, venendo citato in un gran numero di romanzi di ogni età.

Tutto questo può sembrare una digressione, invece se torniamo alla futura città di Diaspar immaginata da Clarke scopriamo che sono tutti frutti dello stesso albero: cioè del concetto platonico secondo cui ciò che noi chiamiamo realtà è solo una proiezione di forme custodite altrove. Magari in Banche Memoria…

A forza di chiamarlo “mondo delle idee”, abbiamo perso il concetto originale del termine idèa usato da Platone, credendo che esso indichi la verità più profonda delle cose, quand’è esattamente il contrario: idèa significa “forma esteriore”. Non stupisce dunque che Clarke immagina che le forme dei palazzi della città cambino in continuazione secondo i gusti degli abitanti, seguendo schemi già presenti nelle memory banks.

«Come tutto ciò che esisteva a Diaspar, non si sarebbero mai logorati, né avrebbero subito alcun cambiamento a meno che il loro modello-base non fosse stato cancellato da un atto cosciente di volontà.»

Oltre alle “istruzioni” per le sue strutture, in queste Banche Memoria vive anche la maggioranza degli abitanti della città, in stasi e in attesa di un ricambio che permetta alla popolazione di non ristagnare mai.

Quasi ogni abitante eterno (o supposto tale) della città passa un proprio periodo artistico e si mette a dipingere. Ognuno poi espone le proprie opere per strada in modo che i passanti le ammirino e le giudichino, lasciando un voto in un sistema che anticipa di molto facebook: un’altra delle tante invenzioni di Clarke che poi hanno visto la luce. L’opera che riceve più voti positivi (oggi diremmo like) ha l’onore di essere inserita nelle Banche Memoria della città, così da rimanere per sempre nell’immaginario collettivo degli abitanti che, se vogliono, possono in futuro ricrearla.

E le opere che non piacciono? Qui Clarke è taglientissimo:

«Le opere di minore successo seguivano il destino di tutti i quadri sfortunati. O venivano dissolte nei loro elementi originali, o finivano nelle abitazioni degli amici dell’artista.»

Come ogni ricostruzione futuristica di città perfetta, la trama prevede che il giovane protagonista faccia di tutto per fuggire e andare alla scoperta di uno stile di vita più “naturale”, che di solito corrisponde a quello del lettore della storia.

Al di là di questo, Clarke sembra fiducioso che la fedele registrazione e relativa conservazione dell’immagine dei ricordi in Banche Memoria garantisca un risultato più costruttivo di quanto pensi Borges. Immagina cioè una popolazione che ha raggiunto l’immortalità perché ogni individuo registra i propri ricordi passandoli ad un altro: i corpi sono intercambiabili ma la memoria rimane.
Forse Clarke riesce a far funzionare il sistema perché nella sua Diaspar più che una registrazione totale dei ricordi c’è una certa scelta. Ed è la scelta che dà la misura di una vita umana, come ci spiegherà un autore molto diverso.

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 12, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (1)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Una notte Jorge Luis Borges ricevette in sogno la memoria di Shakespeare.

Si trovava nel Michigan per un giro di conferenze su suolo americano e, stando a quanto racconterà nel 1979 all’intervistatore Antonio Carrizo (in Borges el memorioso, 1983), in realtà sognò semplicemente una frase: «Ti vendo la memoria di Shakespeare». Folgorato da questa idea regalatagli dall’Ispirazione, il Maestro di Buenos Aires si mise a scrivere «un racconto fantastico, nel quale un erudito riceve la memoria di Shakespeare, ma che non gli serve a nulla», come racconta all’intervistatore Costanzo Costantini nel 1981 a Roma (in Jorge Luis Borges, Sovera 2003).

Ad Harold Alvarado Tenorio, che lo intervista per un pezzo apparso sul quotidiano colombiano “El Tiempo” solo il 18 ottobre 1981 (raccolto in Io, poeta di Buenos Aires, Datanews 2006), anticipa entusiasta: «Sarà il mio miglior racconto, come lo sono tutti i miei racconti prima di essere scritti, un racconto fantastico». Il risultato non fu all’altezza delle aspettative.

L’amico Alberto Manguel, che gli fu vicino fino alla fine, in Con Borges (2004, Adelphi 2005) racconta:

«Negli ultimi anni della sua vita cercò di scrivere un racconto intitolato La memoria di Shakespeare (che finì col pubblicare, giudicandolo però sempre inferiore a ciò che aveva in mente)».

Il racconto è l’ultimo che Borges scriverà, ed appare il 15 maggio 1980 sul giornale di Buenos Aires “Clarín”: ristampato in edizione privata nel 1982, riappare solo come conclusione della raccolta postuma Obras completas (1989). Paradossalmente sarà dimenticato in Italia – malgrado parli di memoria – e vedrà la luce solo nel 2004, in appendice a Il Libro di Sabbia (Adelphi) con la traduzione di Ilide Carmignani.

Borges era il peggior detrattore di se stesso quindi anche se il racconto non soddisfa gli alti standard letterari dell’autore rimane comunque un’ulteriore prova del suo sottile genio.

Siamo in un convegno shakespeariano e il protagonista incontra il misterioso Daniel Thorpe: nel 2004 l’ottimo curatore Tommaso Scarano ci indica l’evidente richiamo a Thomas Thorpe, il primo editore dei sonetti di Shakespeare.

Dopo una discussione su quanto sia impossibile donare oggetti eccezionali – come per esempio l’anello di Salomone – Thorpe invita il protagonista nella sua stanza e gli fa un’offerta incredibile:

«Le offro la memoria di Shakespeare dai più remoti giorni dell’infanzia fino agli inizi d’aprile del 1616.»

Spiega che quando era medico militare un soldato agonizzante usò il suo ultimo fiato per donargli questa memoria. Thorpe, per non scontentare un uomo morente, accettò, convinto che a parlare fossero solo la febbre e l’agonia, ma il risultato ha ovviamente dell’incredibile.

«Ora possiedo due memorie. La mia personale e quella di Shakespeare, che in parte io sono. Ma forse è meglio dire che due memorie mi possiedono. C’è una zona in cui si confondono. C’è un volto di donna che non so a quale secolo attribuire.»

Il protagonista, che ha votato la propria vita al Grande Bardo, non ha alcuna esitazione quando Thorpe gli ribadisce l’offerta, ed esclama a gran voce:

«Accetto la memoria di Shakespeare.»

Lascio al lettore curioso andare a scoprire come il protagonista rimarrà deluso di questo dono eccezionale, scoprendo che la genialità letteraria che lui amava di Shakespeare non risiedeva certo nella sua semplice memoria. Ciò che conta è una delle disincantate constatazioni del protagonista:

«La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.»
(La memoria del hombre no es una suma; es un desorden de posibilidades indefinidas)

Eppure decenni prima qualcuno era giunto a tutt’altre conclusioni…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 11, 2017 in Indagini

 

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Dove osano le Lego

Diversi fattori mi hanno spinto a scrivere questo testo, e tutti si sono concentrati sabato scorso: questo confronto fra cinque film di guerra di Vincenzo del blog “L’Ultimo Spettacolo” e questa classifica dei migliori 5 Lego dell’infanzia di Riccardo del blog “Il Bazar di Riky“, nuova frequentazione che ho scoperto in un post similare del blog “The Reign of Ema“: e tutti noi seguiamo le Lego di MikyMoz.
La fusione di film di guerra e giocattoli anni Ottanta mi hanno spinto a dire la mia su un argomento molto personale.

Uno storico film di guerra, ma forse non il migliore dell’epoca

Superata la Pasqua del 1984 i giornali informano che il Ministero del commercio estero italiano ha concesso l’autorizzazione per l’importazione di oltre duecento film, per un valore di 50 miliardi di vecchie lire, per essere trasmessi dai tre canali RAI. Perché mai quel ministero si è occupato di cinema? E perché si parla di film “sbloccati”?
Nei giorni successivi di quell’aprile 1984 ci viene spiegato che i produttori cinematografici italiani si erano sollevati contro l’eccessivo acquisto di pellicole straniere, che “rubavano spettatori” ai prodotti nostrani, così era dovuto intervenire il ministero per sbloccare la situazione, sborsando vari miliardi di lire – c’è chi dice 50, chi 25, chi di più, chi di meno: i giornali italiani le sparano sempre di tutti i colori! – per fornire alla televisione nazionale prodotti di altissima qualità.

Clint Eastwood e Richard Burton: due attori “leggermente” famosi!
(© 1968 Warner Bros)

Sono lontani i tempi in cui gli enti pubblici investivano per venire incontro alla gente, battendo il privato. Ricordo infatti che all’epoca il cinema era in mano a produttori privati, non come oggi che ogni inutile porcata immonda, che non guadagna un solo euro, è considerata di pubblica utilità e pagata con soldi nostri. Oggi il cinema italiano è fatto prelevando soldi dalle tasche di noi pochi che paghiamo le tasse, all’epoca invece i produttori privati ci mettevano soldi loro. Poi tanto arrivava il ministero a sborsare miliardi di soldi pubblici…

Il quell’aprile 1984 la RAI strombazza in giro, giustamente entusiasta, i grandi film americani che ha appena comprato per poter trasmettere in prima serata, assicurandosi poi che scomparissero tutti nel nulla, garantendo il minor numero possibile di repliche per il futuro. (Per fortuna in molti casi detti film sono stati comprati da altre reti e resi molto più disponibili.)
Abbiamo filmoni come Il dottor Zivago (1965, trasmesso da Raiuno il 6 maggio di quell’anno), I magnifici sette (1960, trasmesso da Raidue l’8 maggio), Irma la dolce (1963, trasmesso da Raitre il 16 maggio) e La grande fuga (1963, trasmesso da Raidue il 22 e 23 maggio). Ci sono anche pellicole più recenti, come Cavalieri selvaggi di John Frankenheimer (1971, trasmesso da Raiuno il 18 maggio) e La formula di John G. Avildsen (1980, trasmesso da Raidue il 15 maggio).

In pratica da quel maggio 1984 ogni giorno un canale RAI mandava in onda un filmone, nel disperato tentativo di fare concorrenza alle reti private – come per esempio quelle di Berlusconi, Canale 5 (dal 1981) e Italia1 (dal 1983) – e nel frettoloso calderone di una programmazione schizzata viene mandato in onda uno dei filmoni di guerra forse più noti che visti: Dove osano la aquile (Where Eagles Dare, 1968) di Brian G. Hutton.
Presentato a Londra il 22 gennaio 1969, il film aveva già esordito nelle sale italiane il 31 dicembre 1968. Dopo il passaggio sulla RAI dovrà aspettare l’ottobre 1986 per apparire in VHS, targata MGM/UA: oggi lo trovate in DVD e Blu-ray Warner Bros.

Quel 13 maggio 1984 avevo nove anni e mezzo – sono dell’ottobre 1974 – quando inchiodati davanti alla TV tutti in famiglia vedemmo Raiuno trasmettere la prima delle due puntate in cui fu diviso il film. Erano anni in cui due ore e mezzo erano considerate un minutaggio esagerato e quindi la RAI preferì spezzare in due giorni la visione: stando ovviamente attenta a trasmettere la prima parte proprio in contemporanea con l’imbattibile Drive-In di Italia1. Visto che io veneravo Drive-In e ho visto ogni puntata sin dall’inizio della trasmissione, immagino che non sarà stato piacevole per me perdere le curve di Carmen Russo in favore della faccia di cuoio di Clint Eastwood…

Secondo la mia percezione di bambino, il film durò tipo centoventi ore: rivisto oggi confermo e sottoscrivo il giudizio. Dove osano le aquile seguiva fedelmente i ritmi dell’epoca – non a caso gli americani amavano copiare dai giapponesi, perché ne condividevano i ritmi lentissimi! – ma con una differenza: non siamo davanti ad un kolossal che ai ritmi dilatati all’eccesso contrappone una secchiata di grandi attori che comunque ti riempiono lo schermo. Qui per tutta la durata dell’economico film ci sono solo Richard Burton e Clint Eastwood che fanno cose lente, stando sempre attenti a impiegare il massimo della lentezza in qualsiasi cosa facciano. Non ho letto il romanzo originale del 1967 di Alistair MacLean (Bompiani 1969) ma ho fede che la storia sia più “scoppiettante”.

«Durante l’ultima guerra mondiale, in una notte d’inverno, sette uomini e una donna sono paracadutati in un inaccessibile castello dove ha sede il Quartier Generale della Gestapo. Il loro obiettivo è duplice: liberare un generale americano che conosce i piani del “Giorno D” e stabilire l’identità di un agente che fa il doppio gioco e si è infiltrato nel servizio segreto inglese. Un’impresa disperata, un pugno d’uomini che affrontano temerariamente il pericolo: ma da che parte sta il pericolo, quando in ogni personaggio si cela un incontro imprevedibile, in ogni mossa un rovesciamento di scena? Un romanzo carico di suspense che rinnova il successo de I cannoni di Navarone
(trama dell’edizione Oscar Mondadori del romanzo.)

Stando sempre bene attenti a mantenere la stessa identica espressione facciale, Eastwood e Burton partono per una missione in cui la noia è l’unica parola d’ordine. Con lentezza degna di un film asiatico i due devono raggiungere lo Schloss Adler, il Castello delle Aquile, una fortezza austriaca arroccata su alte vette e raggiungibile esclusivamente mediante funivia. (Come location è stata utilizzata la splendida Fortezza di Hohenwerfen.)

«Istintivamente, quasi, Smith si arrestò per poter meglio osservare quella lontana costellazione e i suoi uomini si fermarono con lui. Schloss Adler, il castello delle aquile, sembrava irraggiungibile quasi quanto le montagne della luna. Senza parlare, gli uomini rimasero a guardare le luci in un lungo silenzio; si guardarono quindi l’un l’altro, poi, nuovamente per muto accordo, ripresero la propria strada, mentre gli stivali scricchiolavano sulla neve gelata.»
(traduzione di Ugo Carrega)

Lo Schloss Adler: il Castello delle Aquile

La trama del film non ha importanza, perché tutto porta all’unico fattore che ha reso la pellicola immortale, l’unico momento in quelle due serate del 1984 in cui mi sono destato dal sonno profondo: la fuga sulla funivia. Che detta così sembra poca roba, 33 anni fa la visione fu particolarmente esplosiva.

L’unico momento da ricordare del film

Nel 1984 non esisteva parental control e menate similari: i bambini vedevano gli stessi programmi degli adulti, e gli adulti vedevano programmi per adulti. (Usanza ormai dimenticata.) Quindi se un bravo americano, accucciato su una cabina di funivia sospesa nel vuoto, getta un nazista di sotto picconandogli un braccio… be’, nessuno si fa particolari problemi. Qualche anno dopo, nel 1988, al momento di fare il botto di spettatori con Il nome della rosa (1986) la RAI censurò le natiche sode della giovane paesana che si spupazza Adso, ma evidentemente picconare un nazista era considerato più family friendly.

Ma non gli mozzava le dita???

La cosa assurda è che io ho il ricordo perfetto e cristallino di aver visto Richard Burton picconare le dita del nazista, quindi sono rimasto profondamente deluso rivedendo la scena a tre decenni di distanza, scoprendo che invece viene semplicemente ferito il braccio, con due gocce di sangue finto. Avrei scommesso mille miliardi che la scena fosse molto più truculenta, tanto da farmela ricordare a tutti questi anni di distanza. Possibile che abbia visto una versione diversa del film?

Meravigliosa illustrazione di Frank McCarthy per la locandina originale del film

Comunque anche le locandine dell’epoca esaltano l’elemento più forte (e fondamentale) del film Dove osano le aquile: le sequenze sulla cabina sospesa nel vuoto.

Quel maggio del 1984 ero particolarmente fomentato per la visione di quest’ultima parte del film, quindi cercavo un modo per portare nel mio mondo quello scenario: volevo “giocare” con personaggi sospesi su una funivia, ma come fare? Ovvio: basta affidarsi alle Lego.

Quando negli anni Duemila si parla di Lego si parla di modellismo, di set, di linee, di film a cui si ispirano: nel 1984 le Lego erano costruzioni, cosa che poi hanno smesso di essere. E “costruzioni” significa che erano materiale per costruire qualsiasi cosa, bastava trovare il pezzo giusto o inventarsi un modo per usarne uno similare. Era un’epoca in cui i pezzi erano neutri perché quello che contava era la fantasia dell’utente finale: non c’erano film a cui ispirarsi, non c’erano personaggi standard, era tutto materiale assolutamente plasmabile. E c’erano libri che ti davano idee.

Sin da almeno il 1982 avevo uno di quei libri che oggi chiamano “Lego Idea Book” (n. 226, stampato in Germania nel 1981), un variopinto testo di 84 pagine che forniva idee per modellini non in commercio: aerei, astronavi, automobili e via dicendo. Quel numero, da pagina 66 a pagina 71, presentava istruzioni dettagliate su come costruire una funivia… e non poteva essere un caso! Era il Dio Lego che mi stava chiamando: voleva che io costruissi una funivia!

Cliccate per ingrandire le pagine

Il brutto degli “Idea Book” è che davano per scontato che tu avessi quintali di mattoncini in casa, quindi molte di quelle idee non riuscii a metterle in pratica per cronica mancanza di pezzi: è facile consigliare “prendi cinquanta mattoncini gialli”, molto più difficile trovarli.
Quel maggio – o comunque nelle immediate vicinanze – ho dovuto dare fondo ad ogni mattoncino, facendo i salti mortali per cercare di sopperire a tutti i pezzi che mi mancavano, non potendo fare nulla per il colore: ma come si faceva a trovare così tanti pezzi di colore rosso?

Presi degli elenchi telefonici per fare le Alpi – per fortuna sono di Roma, quindi bastano due elenchi per fare il Monte Bianco! – la parte più difficile fu usare lo spago di casa per fare i cavi della cabina, e ancora mi chiedo come accidenti ci sia riuscito. Comunque dopo faticosa costruzione un pomeriggio finalmente riuscii ad allestire sul tavolo della cucina una traballante ma convincente funivia.
Ok, la cabina non si muoveva come previsto, e se provavi a farla scorrere era più facile che crollasse tutto, ma alla fine lo feci: avevo reso reale, a casa mia, Dove osano le aquile!

Facciamo un salto di 33 anni ed arriviamo ad oggi, 2017: pensavo di finire qui il pezzo, ma poi la nostalgia canaglia mi ha colpito. La funivia è fuori discussione… ma perché non costruire la cabina per “scopi pubblicitari”?

Il colore grigio mi sembra molto più attinente al film

Mi fiondo sui miei vecchi Lego, gli stessi che usai tre decenni fa, e seguendo le istruzioni riportate – ma cambiando i colori, perché non ho tutti quei pezzi rossi! – ho costruito la cabina e ci ho messo sopra due personaggi, con tanto di piccozza, a ricreare la famosa scena del film.

Ok, forse la somiglianza con Richard Burton non è proprio schiacciante…

Ma aspetta… ho ancora la carta “montagnosa” del presepe utilizzata per il mio Natale su Eternia (2010): perché non usarla per farci le Alpi?

Mi sa che le Alpi non sono così “marroni”…

La pazzia sta lentamente prendendo il sopravvento e mi chiedo: ho due schermi accanto alle “Alpi”… perché non mettere un cavo a cui appendere la cabina? Ok, non ho cavi in casa ma una vecchia cuffia rotta che mi sono dimenticato di buttar via… Perfetto!

Sospesi tra due monitor con tanto di riflettori in basso!

Il film del 1968 rimane un caposaldo del genere warmovie ma non raggiunge minimamente la levatura di capolavori come Quella sporca dozzina (1967) o La grande fuga (1963), semplicemente perché vedere due soli personaggi che fanno cose per due ore e mezza… è davvero noioso! (Per carità, è un giudizio personale, ma oggettivamente siamo lontani dalla “grandiosità” dei film di guerra del periodo.)
Mi sono comunque divertito un mondo a stilare questo omaggio ad un film che mi ha segnato l’infanzia… proprio come hanno fatto le Lego!

Dove osano le Lego!

L.

P.S.
Per sapere tutto sulle uscite Lego in edicola, vi invito sul mio blog Myniature.

P.P.S.
Per le recensioni di altri film di guerra, vi rimando al mio blog Il Zinefilo.

P.P.P.S.
Per locandine italiane d’annata di film di guerra, vi rimando al mio blog IPMP.

 
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Pubblicato da su agosto 30, 2017 in Indagini

 
 
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