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Principi in amore (romantici titoli)

Le lettrici di romanzi d’amore non sono repubblicane: la monarchia e il mondo dei titoli nobiliari sembra nutrire per loro un fascino irresistibile, e soprattutto immutato nei decenni.

Una fetta sostanziosa dei romanzi a sfondo romantico è di ambientazione storica quindi non stupisce trovare un fiume di titoli incentrati su un qualche (scusate il gioco di parole) titolo nobiliare: per esempio… il principe.

Parto da Il principe cerca moglie, raccolta di tre romanzi le cui trame sembrano illustrare perfettamente lo spettro narrativo di questo titolo nobiliare:

Forse il principe azzurro esiste davvero… e sta aspettando proprio te!

Nobile sogno (Innocent Mistress, Royal Wife, 2008) di Robyn Donald
Una vacanza in una meravigliosa isola dell’Oceano Indiano, un elegante castello e un ammiratore di sangue blu: quale donna non desidererebbe vivere un simile sogno? E infatti Leslie Sinclair non ha intenzione di respingere le attenzioni di Rafiq de Couteveille anche se per loro sembra non esserci un lieto fine…

Il principe degli scandali (Prince of Scandal, 2011) di Annie West
Raul, Principe di Maritz, non può credere che un’antica legge del suo paese gli imponga il matrimonio. Ma la sua vita è stata caratterizzata da un susseguirsi di scandali, e un’unione con Luisa Hardwicke porterebbe un po’ di stabilità alla corona. Peccato che Luisa non ne voglia sapere di diventare una principessa!

I doveri di un principe (Weight of the Crown, 2011) di Christina Hollis
Per il Principe Lysander Kahani, famoso playboy, sono finiti i tempi del divertimento. Ora deve occuparsi giorno e notte di suo nipote, oltre che delle sorti del suo paese. Ma gli basta uno sguardo ad Alyssa Dene, la compassata tata del suo nipotino, perché il suo lato oscuro riemerga di prepotenza.

«Quale donna non desidererebbe vivere un simile sogno?» Di sicuro lo desiderano le tante lettrici che hanno premiato l’uso del principe come “romantico titolo”.

Come sempre, tutti i titoli citati di seguito sono veri e pubblicati di recente.

Una lettrice di romanzi rosa è dunque Affascinata dal principe (di Kristi Gold), Stregata da un principe (di Kathryn Jensen), e sogna non solo di essere Alla corte del principe (di Christine Rimmer) ma proprio All’altare col principe (di Maisey Yates): insomma, sogna di essere La sposa del principe (di Jennie Lucas).

Altre magari invece sognano di essere Rapita dal principe (di Kat Cantrell) e Prigioniera del principe (di Maisey Yates), o ancora Agli ordini del principe (di Robyn Donald) sottostando a I desideri del principe (di Penny Jordan): tutto, pur di passare Una notte col principe (di Chantelle Shaw), fosse anche Capodanno con il principe (di Scarlet Wilson).

Ma com’è questo principe? Può essere Un amore di principe (di Susan Meier) o Il principe di ghiaccio (di Sandra Marton), può essere Un principe ribelle (di Ally Blake) o Il principe playboy (di Maisey Yates), Un principe senza trono (di Michelle Willingham) o Il principe milionario (di Caitlin Crews), può essere Il principe dell’inganno (di Jules Bennett) o Il principe delle favole (di Kate Hardy), Il principe degli scandali (di Annie West) o Il principe dei sogni (di Raye Morgan): l’importante, però, è che sia Il principe innamorato (di Rebecca Winters).

Non importa se sia Un principe in corsia (di Kate Hardy), Un principe in cucina (di Kandy Shepherd) o Il principe in incognito (di Alison Roberts): che sia Un principe al bivio (di Barbara Wallace) o Il principe chirurgo (di Amy Ruttan), è sempre Un principe da amare (di Annie West) e soprattutto Un principe da sposare (di Lynn Raye Harris).

Nessuno sembra informarsi su I sentimenti del principe (di Lucy Monroe), magari mediante un’Intervista con il principe (di Penny Jordan), a nessuno sembra interessare La volontà del principe (di Olivia Gates), né in cosa consista La scelta del principe (di Rebecca Winters) o Il segreto del principe (di Olivia Gates). Insomma, nessuno vuole sapere cosa ci sia Nel cuore del principe (di Linda Goodnight).

A qualche lettrice può bastare il sogno d’essere L’assistente del principe (di Barbara Wallace), ma le più preferirebbero essere La favorita del principe (di Betina Krahn), o La candidata del principe (di Lucy Monroe), o meglio Desiderata dal principe (di Michelle Celmer) e poi – dopo avergli detto Baciami, principe (di Teresa Carpenter) – diventare prima La fidanzata del principe (di Jules Bennett) e poi – dopo avergli detto Sposami, principe! (di Victoria Chancellor) – diventare La moglie del principe (di Lynn Raye Harris).

Al di là di quale sia Il piano del principe (di Michelle Conder) è necessario stipulare un Patto con il principe (di Catherine Mann): La promessa del principe (di Jennifer Faye) che diventi La proposta del principe (di Kate Hewitt), e magari sfornare L’erede del principe (di Sharon Kendrick).

Ogni lettrice insomma vorrebbe rivolgersi al proprio Principe di cuori (di Sarah Morgan) e chiamarlo: Il mio principe (di Karen Van Der Zee).

L.

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Pubblicato da su febbraio 26, 2020 in Indagini

 

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I divin Marchesi (romantici titoli)

Le lettrici di romanzi d’amore non sono repubblicane: la monarchia e il mondo dei titoli nobiliari sembra nutrire per loro un fascino irresistibile, e soprattutto immutato nei decenni.

Una fetta sostanziosa dei romanzi a sfondo romantico è di ambientazione storica quindi non stupisce trovare un fiume di titoli incentrati su un qualche (scusate il gioco di parole) titolo nobiliare: per esempio… il marchese.

Parto da Il ricatto del marchese (A Ring From a Marquess, 2015) di Christine Merrill. Ecco la trama:

Bath, XIX secolo – Margot de Bryun è una donna forte e indipendente, che non ha la minima intenzione di concedere a un uomo il controllo della propria vita. Men che meno a un arrogante libertino come Stephen Standish, Marchese di Fanworth, anche se lui è l’unico che riesce a solleticare il suo interesse e ad accendere in lei il desiderio. Quando però una preziosa collana di rubini rubata alla famiglia del gentiluomo viene rinvenuta nella gioielleria di Margot e i sospetti ricadono su di lei, per non finire in prigione la giovane si ritrova costretta a cedere al ricatto dell’affascinante marchese e a diventare prima la sua amante e poi la sua sposa riluttante. Ma una cosa è certa: non si lascerà domare tanto facilmente, e se mai lui vorrà farsi perdonare per aver dubitato della sua onestà… ebbene, gli darà del filo da torcere!

Ah, queste donne “forti e indipendenti” concupite dai marchesi…

Come sempre, tutti i titoli citati di seguito sono veri e pubblicati di recente. Stavolta di romanzi coi marchesi ce ne sono pochini, quindi allungherò con anche la versione femminile.


Il divin marchese

Come detto, il marchese è un titolo nobiliare che non ha generato molti titoli: è davvero scarsina L’eredità del marchese (di Carla Kelly).

A quanto pare questo titolo nobiliare non è così “nobile”, perché le lettrici potrebbero trovarsi davanti Il marchese libertino (di Sarah Elliott), Il marchese ladro (di Deborah Simmons) o Un marchese sotto accusa (di Alyssa Everett); può subire Il ricatto del marchese (di Christine Merill) o addirittura Lo scandaloso corteggiamento del marchese (di Lorraine Heath), che potrebbe portare a Il finto fidanzamento del marchese (di Annie Burrows): ad opporsi, si rischia La vendetta del marchese (di Louise Allen).

Tutta questa negatività nascondono dunque I silenzi del marchese (di Alyssa Everett)? È questo L’azzardo del marchese (di Annie Burrows)? Si può finire solo come L’amica speciale del marchese (di Diane Gaston) o Dominata dal marchese (di Lavinia Kent)?

Per fortuna una lettrice può sognare anche Un irreprensibile marchese (di Lorraine Heath), che sebbene sia Un marchese indipendente (di Bronwyn Scott) non disdegna la ricerca dell’amore: Il marchese cerca moglie (di Annie Burrows), chi accetterà La scommessa del marchese (di Laura Martin)?

Questo è dunque Il misterioso dono del marchese (di Liz Carlyle): un personaggio spesso negativo per pochi romanzi.


Madama la marchesa

Il genere romance si basa su donne protagoniste forti e indipendenti, quindi se c’è una marchesa è ovviamente Una marchesa indipendente (di Bronwyn Scott).

Come detto, questo titolo nobiliare è molto poco utilizzato, quindi abbiamo poche possibilità: si va da La marchesa degli scandali (di Anne O’Brien) a La marchesa sotto il vischio (di Georgie Lee), finendo con Il chirurgo e la marchesa (di Sarah Mallory).

Chissà come mai questo titolo non abbia generato titoli…

L.

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Pubblicato da su febbraio 19, 2020 in Indagini

 

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I Conti tornano (romantici titoli)

Le lettrici di romanzi d’amore non sono repubblicane: la monarchia e il mondo dei titoli nobiliari sembra nutrire per loro un fascino irresistibile, e soprattutto immutato nei decenni.

Una fetta sostanziosa dei romanzi a sfondo romantico è di ambientazione storica quindi non stupisce trovare un fiume di titoli incentrati su un qualche (scusate il gioco di parole) titolo nobiliare: per esempio… il conte.

Parto da I segreti del conte (The Earl’s Forbidden Ward, 2009) di Bronwyn Scott. Ecco la trama:

Tessa Branscombe non avrebbe mai immaginato che la sua tranquilla vita londinese potesse riservarle tante sorprese. Invece, nel giro di poche ore, riceve la visita di un vecchio amico russo e di Peyton Ramsden, Conte di Dursley, che dichiara di essere stato nominato suo tutore. Nei giorni seguenti, la giovane si trova coinvolta in una serie di episodi allarmanti. Di chi deve fidarsi? Del biondo e galante Sergei, assiduo frequentatore di casa Branscombe, oppure del bruno Peyton, dai modi più arroganti ma dotato di grande fascino?

Ah, quante scelte da fare, fra il biondo galante e il bruno arrogante..

Come sempre, tutti i titoli citati di seguito sono veri e pubblicati di recente.

Diciamocelo, alle lettrici piace l’idea di andare Alla conquista del conte (di Barbara Cartland), partendo magari da un obiettivo più semplice: A cena con il conte (di Marion Lennox) e poi finire Tra le braccia di un conte (di Sara Wood).

La meta finale può cambiare, la lettrice Innamorata del conte (di Lorraine Heath) può sognare di essere La donna del conte (di Catherine Spencer), L’amante del conte (di Sara Wood) – o magari, in modo più esotico, La misteriosa amante del conte (di Ella Quinn) – Una sposa per il conte (di Janice Preston) o La sposa del conte (di Terri Brisbin), sperando di non finire come L’istitutrice e il conte (di Annie Burrows) o peggio ancora Una governante per il conte (di Helen Dickson).

Chi non sogna Il bacio del conte (di Amanda McCabe)? O di essere In fuga con il conte (di Elizabeth Beacon)? Ci si può accontentare Ballando con il conte (di Catherine Tinley) o anche solo A casa del conte (di Sarah Elliott): tutto, Per sposare un conte (di Kathryn Jensen).

Si può essere La prescelta del conte (di Christina Hollis) ma anche Prigioniera del conte (di Sara Craven), all’interno di Un castello per il conte (di Louise Allen); si può essere Il piano matrimoniale del conte (di Anne Gracie) o La rivincita del conte (di Catherine George); si può essere Un azzardo per il conte (di Caroline Linden) oppure Il matrimonio inaspettato del conte (di Louise Allen).

Ma com’è questo conte? Ce ne sono di diversi tipi: può essere Un irreprensibile conte (di Candace Camp) o Il conte bandito (di Carol Townend); può essere Il conte di ghiaccio (di Anne Gracie), Il conte di Cornovaglia (di Margaret McPhee) ma in ogni caso è un Un conte da sedurre (di Christine Merrill) e poi Un conte da amare (di Elizabeth Beacon).

Qual è La ricetta del conte (di Christina Hollis)? Cos’è che assicura La fortuna del conte (di Karen Hawkins)? Il conte e la modella (di Caitlin Crews), Il conte e la vedova (di Julia Justiss), Il conte e la rosa (di Helen Dickson), Il conte e la gatta (di Bronwyn Scott): tante le situazioni, ma alla fine Il conte si annoia (di Louise Allen).

Se si crea una situazione da Scacco al conte (di Sylvia Andrew) e troviamo Un conte in trappola (di Kasey Michaels), magari per colpa de L’eredità del conte (di Bronwyn Scott), diventa una Sciarada per il conte (di Michelle Willingham): serve La vendetta del conte (di Louise Allen).

Se c’è Il conte in cerca di moglie (di Laura Martin), possiamo essere sicuri che Il conte trova moglie (di Marion Lennox), foss’anche Un’ereditiera per il conte (di Deb Marlowe) che passa sopra I peccati del conte (di Barbara Cartland) e accetta La proposta del conte (di Anna Depalo), pur di incassare Il testamento del conte (di Elizabeth Beacon).

Il dilemma del conte (di Emily May) è chi sarà L’erede del conte (di Nina Milne): questa è Un’indagine per il conte (di Sophia James), ovviamente Un conte in incognito (di Jessica Gilmore), per garantire Giustizia per il conte (di Liz Carlyle) ed essere Una ricompensa per il conte (di Mary Brendan).

Insomma, tutte le lettrici sognano un San Valentino col conte (di Andie Brock), per essere La scelta del conte (di Susan Stephens), avanzare Una proposta per il conte (di Annie Burrows) e diventare La moglie del conte (di Kate Hewitt).

Ma prima di tutto… Il conte italiano (di Lucy Gordon)!

L.

P.S.
Come giustamente mi fa notare Claudio, ho dimenticato l’unico vero Conte caro a questo blog: Il Conte Gracula e la sua cupa voliera!!!

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Pubblicato da su febbraio 12, 2020 in Indagini

 

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Dica, Duca! (romantici titoli)

Le lettrici di romanzi d’amore non sono repubblicane: la monarchia e il mondo dei titoli nobiliari sembra nutrire per loro un fascino irresistibile, e soprattutto immutato nei decenni.

Una fetta sostanziosa dei romanzi a sfondo romantico è di ambientazione storica quindi non stupisce trovare un fiume di titoli incentrati su un qualche (scusate il gioco di parole) titolo nobiliare: per esempio… il duca.

Prendo ad esempio il romanzo “Un duca indimenticabile” (How to Forget a Duke, 2018) di Vivienne Lorret (“Grandi Romanzi Storici” n. 1151, marzo 2019). Ecco la trama:

Jacinda Bourne ha fatto della sua professione una vera e propria missione: impegnata nell’agenzia matrimoniale dello zio, ha come principale obiettivo trovare la compagna perfetta per ogni cliente, soddisfacendo al contempo la propria innata curiosità. Quando viene assunta dal Duca di Rydstrom, è convinta che il suo sarà un compito facile, ma anche più interessante del solito. Lui infatti è nobile, affascinante… e nasconde di sicuro un segreto!

Ah, questi duchi, affascinanti e pieni di segreti! Ma che ci fanno alle donne?

Il duca piace, lo dimostra la quantità di titoli irresistibili che lo vedono protagonista: tutti quelli citati di seguito sono veri, tutti romanzi editi di recente da Harmony (HarperCollins).

Le donne dunque sono sensibili a Le tentazioni del duca (di Sara Bennett), sognano di essere Agli ordini del duca (di Caitlin Crews) ma anche Nel letto del duca (di Annie Burrows).

Credono a Le promesse del duca (di Louise Allen), a La missione del duca (di Carole Mortimer) e a Il ritorno del duca (di Rebecca Winters), ma seguendo Il galateo del duca (di Megan Frampton) potrebbero finire Nella trappola del duca (di Anne Barton).

Sanno che Il duca cerca moglie (di Annie Burrows) e a loro non importa de Il duca senza cuore (di Sophai James) o de L’errore del duca (di Karen Ranney): il loro ideale è Un duca irresistibile (di Madeline Hunter) e poca importa de I capricci del duca (di Helen Dickson).

Vorrebbero essere L’amante del duca (di Margaret McPhee) senza dimenticare Il fratello del duca (di Cathy Maxwell) e stando attente a La vendetta del duca (di Lenora Bell).

Cercano un Incontro con il duca (di Melissa James) per essere Salvata dal duca (di barbara Cartland) e ricevere La proposta del duca (di Helen Dickson)

Bisogna però stare attente a L’odioso duca (di Barbara Cartland), Il duca dissoluto (di Lorraine Heath) e Il duca infedele (di Amanda Weaver): meglio Il duca innamorato (di Jackie Manning) che La rinascita del duca (Lorraine Heath).

Quale sarà Il segreto del duca (di Terri Brisbin), l’Inganno del duca (di Eva Shepherd) e La scommessa del duca (di Miranda Jarrett)? Riceveremo in dono I rubini del duca (di Ann Lethbridge)?

È meglio essere La nipote del duca (di Margaret Moore), La fidanzata del duca (di Kat Martin) o La sposa del duca (di Carole Mortimer)?

Mentre si sogna Una notte col duca (di Annie Claydon) o magari di essere Emily e il duca (di Gayle Wilson) o Amanda e il duca (di Madeline Hunter) o di avere Un duca per Gillie (di Lorraine Heath), e mentre si sogna Il duca dei desideri (di Carole Mortimer) che non dimentichi I doveri di un duca (di Megan Frampton) e I desideri di un duca (di Anna Campbell), occhio a L’erede segreto del duca (di Sarah Mallory).

L’ambiguo duca (di Christine Merrill) può dimenticare La responsabilità del duca (di Maya Rodale) e pensare a Gli affari privati del duca (di Michelle Celmer) e magari a La scandalosa signora del duca (di Megan Frampton).

Ci sono donne che vorrebbero essere Un’istitutrice per il duca (di Lara Temple) o Una debuttante per il duca (di Ann Lethbridge), ma sognano anche Il duca e la cameriera (di Sharon Kendrick) e Il duca e l’avventuriera (di Miranda Jarrett).

Insomma, si può desiderare di avere Un duca ai miei piedi (di Fiona Harper) o di essere Tra le braccia di un duca (di Lorraine Heath), ma rimangono solo affari privati fra Il duca e la sua sposa (di Margaret Moore).

Non si può non chiudere con Totò:

— Allora io dico “duca”?
— E io dico “dica”.
— Duca?
— Dica.

L.

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Pubblicato da su febbraio 5, 2020 in Indagini

 

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Il dolore di essere Masoch 3

Nel gennaio del 2018 sono stato contattato da TOM (The Obsidian Mirror) per partecipare insieme ad altri blogger ad una versione “corale” del suo classico specialone di aprile (che poi è slittato a maggio). Il tema era il masochismo, gli argomenti erano a piacere. Finii per scrivere uno speciale in tre parti su un autore molto più frainteso che amato.
Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte terza ed ultima)


4.
Venere in celluloide

Probabilmente l’Italia è stato l’ultimo Paese in Europa a tradurre il romanzo Venere in pelliccia, malgrado le altre opere del suo autore siano state tranquillamente pubblicate da noi sin dall’Ottocento: la colpa è delle varie società moralistiche e censorie che si sono alternate nel nostro Paese? Mi permetto di dubitarne. Il problema è che in Italia probabilmente era impossibile portare quel racconto prima di un autore che l’ha studiato dopo: Sigmund Freud.

Freud si occupa di masochismo già agli inizi del Novecento per poi riprendere più volte il tema, intendendolo però sempre come un sadismo rivolto verso se stesso. «Spesso si può riconoscere che il masochismo non è nient’altro che una prosecuzione del sadismo rivolto contro la propria persona, la quale fin dall’inizio tiene il luogo dell’oggetto sessuale» (da “Le aberrazioni sessuali”, primo dei “Tre saggi sulla teoria sessuale”, 1905).

Nel 1924 cambia idea in occasione del saggio “Il problema economico del masochismo” (Das ökonomische Problem des Masochismus), e il perché lo spiega il curatore Cesare Musatti:

«La svolta avvenuta nel pensiero di Freud con Al di là del principio di piacere del 1920, e la determinazione di una pulsione di morte accanto alle pulsioni libidiche, gli imponevano la considerazione di pulsioni aggressive rivolte verso lo stesso soggetto, in una corsa all’annientamento, o alla riduzione degli squilibri energetici, prodotti dall’apparire stesso della vita […]. Questa concezione implicava una ristrutturazione profonda della dinamica pulsionale, che viene svolta nella presente opera, nella quale Freud afferma l’esistenza di un masochismo primario.»

A parte qualche pubblicazione specialistica che presentava le sue conferenze, Freud arriva in Italia sul finire degli anni Venti ma in realtà il successo editoriale parte dal secondo dopoguerra, quando Laterza pubblica Totem e tabù. La Astrolabio di Roma comincia a sfornare testi freudiani a pioggia, poi arrivano la milanese Dall’Oglio (1950), le torinesi Boringhieri (1951) ed Einaudi (1951): curiosamente il centro-nord depreda un autore che prima della guerra era edito solo da case specialistiche del sud Italia.

Edizione Vallecchi 1964

È il 1962 quando la Mondadori pubblica Tre saggi sulla teoria della sessualità, proprio mentre i “bollenti” anni Sessanta sono pronti ad esplodere con la loro rivoluzione sessuale. Ci sarà tempo negli anni Settanta perché la romana Newton Compton in pratica “inventi” i libri di saggistica in edizione economica – i “pocket” fino a quel momento prediligevano la narrativa – e renda Freud accessibile ad ogni classe di lettori e ad ogni tipo di portafoglio: nell’estate del 1964 la curiosità di una larga fetta di pubblico per la sessualità – argomento non più limitato all’ambito specialistico – finalmente consente alla Vallecchi di portare Venere in pelliccia nelle librerie italiane al prezzo di 1.800 lire, un prezzo corposo visto che gli Oscar Mondadori costavano circa 350 lire. È facile abbia avuto molta più diffusione la ristampa del 1966 targata Editoriale Corno, casa dalla distribuzione capillare e nota per i fumetti. (È la casa che ha portato i supereroi Marvel in Italia.)

Il ’68 e la rivoluzione sessuale arrivano in perfetto orario perché Sacher-Masoch sia disponibile a testimoniare uno degli infiniti ed eterei aspetti della sessualità – sebbene non fosse intenzione dell’autore – ma anche pronto ad essere trasfigurato per esigenze pruriginose.

Nel settembre del 1975 esce nelle sale italiane un film dichiaratamente pruriginoso, Le malizie di Venere, con in locandina un avviso chiarificatore:

«Questo film non è una riedizione: non è mai stato presentato in Italia con il presente o altri titoli: la censura ha concesso il visto per l’edizione integrale solo da poche settimane».

Di scritte del genere abbondano le locandine italiane dell’epoca, sempre pronte al “marketing selvaggio” e a sventolare orgogliosamente veri (o presunti) problemi censori perché è chiaro che questo attira spettatori. Proprio nell’aprile del 1975 le locandine del violento L’ultimo treno della notte (scopiazzamento di Wes Craven a sua volta scopiazzamento di Bergman) sciorinavano i problemi ricevuti con la censura. Stavolta però c’è davvero un motivo importante per presentare un tale avviso. (E non è il problema del visto censura, che addirittura risulta assente dall’Archivio del Cinema Italiano.)

Già nell’estate del 1973 girò la notizia che l’attrice Laura Antonelli fosse scontenta del fatto che arrivasse nei cinema italiani una pellicola che aveva interpretato in gioventù, quand’era ancora ignota al grande pubblico, per il mercato tedesco dalla censura più di maniche larghe. In un’intervista del 1975 sempre la Antonelli racconta che dell’originale girato i produttori hanno estratto solo quella mezz’ora in grado di passare la censura italiana e le hanno costruito intorno tutt’altro film.

Nel 1970 ricorreva il centenario della pubblicazione di Venere in pelliccia quindi è comprensibile che una co-produzione italo-austriasco-tedesca affidasse ad un regista, in questo caso Massimo Dallamano, il compito di trasformare per la prima volta la storia in un film, optando per ambientarla in tempi contemporanei invece che nell’Ottocento. Il risultato però a quanto pare era pensato esclusivamente per il mercato tedesco, e così quando anni dopo – probabilmente per sfruttare il successo ottenuto dalla Antonelli con Malizia (1973) – i distributori italiani hanno voluto riutilizzare un film già pronto con il “fenomeno sexy” del momento, hanno pensato bene di stravolgere la trama per giustificare gli ingenti tagli alla pellicola originale.

La CineKult (Cecchi Gori) ha recuperato il tutto in DVD ed ha pensato bene di utilizzare il doppio titolo: Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut). [Appena finito il mio speciale, il raro DVD CineKult viene ristampato dalla SurfVideo: mi piace pensare di aver dato l’idea al distributore!]

Alcune scene da un film dalla doppia vita

Un primo piano di un saggio di Freud apre un film che non ha molto a che vedere né con lo psicologo né con il testo di Sacher-Masoch, a parte la trama per sommi capi: è un tipico film erotico all’italiana dove la bella di turno – in questo caso una 27enne Laura Antonelli – si spoglia in continuazione e si lancia in finte copule, mentre i comprimari fanno altrettanto. Ed essendo il film girato fra il ’68 e il ’69, ben poco del giovane corpo della Antonelli viene lasciato all’immaginazione: siamo lontani dalla castissima “commedia pecoreccia” italiana censuratissima.

Al contrario del testo originale, qui viene utilizzata in modo preponderante, anche se di grana grossa, la mania del momento: cioè la psicoanalisi. Il film vorrebbe analizzare Severin, il suo passato, il suo rapporto con la madre, con la frusta e con la pelliccia. Tutti spunti che si prestano a semplici intervalli fra un nudo della Antonelli e l’altro.

Non migliora la situazione la trasformazione in Le malizie di Venere, dove l’epurazione della maggior parte dei primi piani del corpo nudo della protagonista lascia spazio ad un processo in tribunale in cui si ricostruisce una vicenda che ha portato ad un omicidio: il processo è il nuovo girato del 1975, i flashback sono il girato originale del 1968-69.

Siamo lontani dal “gioco” di Masoch, l’uso privato della religione pubblica e la costruzione della donna perfetta in grado di rispondere alle proprie esigenze sessuali. Ormai l’Italia è in preda alla passione per la psicoanalisi e quindi Masoch non è più un uomo bensì un caso clinico, da studiare ed analizzare.

Che malgrado i rimaneggiamenti dei distributori l’interesse del pubblico per questa disciplina sia alto lo testimonia chiaro e forte una pubblicazione che arriva con sette decenni di ritardo. Difficile dire quanti nel 1967 ebbero modo di leggere un memoriale edito dalla romana Le Edizioni Blu, ma è sicuro che dopo il film con la Antonelli e una distribuzione più capillare garantita dalla Adelphi, molti italiani avranno apprezzato Le mie confessioni, il testo con cui Aurora Rümelin racconta la vita con suo marito Leopold. Il testo con cui la donna inventa una realtà di finzione e suggella il gioco firmandosi Wanda von Sacher-Masoch. La venere in pelliccia esce dal libro e racconta la sua vera storia.

Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1906 e subito dopo in Francia, questo memoriale è l’esatta versione speculare della rigorosissima biografia stilata in seguito da Bernard Michel, il quale andò nei luoghi dove visse Leopold, rintracciò discendenti superstiti e studiò la corrispondenza – scoprendo che sebbene scrivesse di passioni fra nobili il nostro Leopold non disdegnava avventure con le popolane! – no, Wanda non ha bisogno di tutto questo: lei ha la forza della fiction dalla sua parte.

«Per me l’essere maltrattato da mia moglie costituisce una vera voluttà. Ebbene, maltrattami, e ti prometto su quello che c’è di più sacro, ti do la mia parola d’onore che d’ora in poi nei miei libri non compariranno più donne crudeli.»

Wanda non ha bisogno di fornire prove che quanto sta mettendo in bocca al suo Leopold sia vero, le basta narrare della vita coniugale con un uomo totalmente schiavo di un vizio che lei sopporta stoicamente.

«Gli diedi alcune leggere frustate. Ciò non gli bastava, e siccome gli assicuravo che io non potevo colpire più forte, disse che voleva assolutamente essere picchiato “il più forte possibile”, e che Marie [la serva] lo avrebbe fatto meglio di me.»

Non importa se la donna stia realmente “confessando” la vera intimità di un masochista, e non importa che non ci sia più nessuno che possa smentirla: la potenza di questo memoriale sta tutta nella potenza della fiction e nella pruriginosità degli argomenti trattati.

«Giunti alla fine delle Confessioni di Wanda ci accorgiamo di avere di fronte l’unico profilo di quella singolarissima, e troppo poco conosciuta, figura che fu Leopold von Sacher-Masoch e al tempo stesso l’autoritratto di una donna ambigua e vitale, ipocrita e sfrontata, realmente vittima e realmente carnefice, degna reincarnazione della femmina mitica del masochismo: la Venere in pelliccia.»

Con questo commento a febbraio del 1977 la Adelphi presenta il memoriale di Wanda e subito il produttore Franco Cancellieri acquista i diritti cinematografici: nell’ottobre 1978 viene annunciato il film Le confessioni di Masoch, presentato al Festival del Cinema di Venezia venerdì 29 agosto 1980 con il titolo ridotto nel semplice Masoch, dal 4 settembre successivo nelle sale italiane.

Francesca De Sapio, Venere in pelliccia per Masoch (1980)

La giornalista Lietta Tornabuoni ha seguito sin dal ’79 la lavorazione del film e su “La Stampa” del 30 agosto 1980 racconta la reazione del pubblico alla prima visione.

«Alla prima proiezione di Masoch, alla mostra del cinema, la gente comincia a ridere abbastanza presto. Ridono quando Masoch, sotto le frustate della moglie, rantola: “Come soffro! Come soffro, e come godo!”. […] Ridono nel vedere Masoch legato nudo e appeso per le mani a un gancio, con una frusta infilata nel sedere dalla parte del manico, dimenarsi ai colpi di scudiscio della moglie come un grosso cane che scodinzoli. Ridono soprattutto le donne.»

La giornalista ci racconta che il regista Franco Brogi Taviani, il minore dei celebri fratelli cineasti, prende queste risate come nervosismo per l’argomento trattato: c’è da augurarselo.

Cosa è ormai rimasto di Leopold von Sacher-Masoch? Un nome altisonante affibbiato ad un bambinone interpretato da Paolo Malco con dei baffi alla Tom Selleck. Il personaggio fa i capricci, gioca con i soldatini – altro che i molti duelli che il vero Leopold sostenne! – punta i piedi e si lamenta quando la moglie fa rumore con le pentole e non lo lascia scrivere in pace, ma soprattutto prega in ginocchio, frignante, che la sua Wanda (Francesca De Sapio) lo frusti. Ogni aspetto della complessa sessualità di Severin è scomparso, così come quello che è maggiormente preponderante: il doloroso piacere che nasce dall’umiliazione. Nel film l’unica umiliazione nasce dal ridicolo in cui il personaggio ama soggiacere.

L’unica consolazione è che probabilmente Masoch trarrebbe piacere dall’umiliante film che porta il suo nome…

*

Dall’interesse suscitato per la Venere in pelliccia nel suo centenario sono nati vari adattamenti in giro per il mondo, dove vari Paesi hanno voluto reinterpretare a proprio modo il tema stando sempre attenti a non rispettare l’originale. La passione per la psicoanalisi e il richiamo del masochismo sono elementi troppo forti per non sfruttarli nelle varie opere. La manomissione del testo di Sacher-Masoch arriva fino ad un testo teatrale di grande successo firmato dal drammaturgo statunitense David Ives: non importa cosa dica il testo originale, ciò che importa è come si ponga un autore contemporaneo nel cercare di gestirlo. Il risultato è il premiato testo teatrale Venere in pelliccia, pubblicato in italiano da Rizzoli nel 2013.

Nel 2011 Ives immagina il regista Thomas Novachek disperato perché non riesce a trovare un’attrice abbastanza “donna” da sostenere la parte di Wanda.

«Macché. Niente. Nessuno. Da diventare matti, è una congiura. Le donne così non esistono. […] Nel libro Wanda ha 24 anni, sant’Iddio. A quei tempi una donna di ventiquattro anni era sposata. Aveva cinque bambini e la tubercolosi. Era una donna. Oggi la maggior parte delle ventiquattrenni parlano come bambine di sei anni sotto elio.»

Al che nel teatro vuoto dove si sono svolti i provini per la rappresentazione della Venere in pelliccia di Sacher-Masoch piomba una donna. Di nome Wanda.

«Capisce cosa voglio dire? Mi chiamo persino come lei! Quante ragazze in questa città si chiamano Wanda con la V? Qui a New York tutti dicono “Uanda”, io invece sono sempre stata Wanda, all’europea. Comunque, sono perfetta per la parte e quel cazzo di treno rimane bloccato nel tunnel mentre quel tizio cerca di farmisi.»

Con la potenza d’un ciclone si presenta un’attrice palesemente non adatta per il ruolo di una fine nobildonna che imbastisca con Severin un sottilissimo gioco al massacro, ma ogni insistenza del regista Thomas è inutile: alla fine concede un veloce provino alla rozza donna… e l’attrice si trasforma in una perfetta Wanda. Quella Wanda. Inizia con Thomas un lento gioco che ricalca alla perfezione quello del racconto originale, in un inseguirsi di realtà e finzione che ricorda il Masoch italiano del 1980: un gioco dove era impossibile separare i personaggi dagli interpreti.

Un’attrice e il suo regista… ma siamo sicuri che siano solo questo?

Anche stavolta il punto di vista di Sacher-Masoch è ignorato, perché la contemporaneità esige la condanna a priori di ogni maschilismo – o supposto tale – e quindi il povero Leopold viene condannato… lui che non ha mai fatto male ad una donna, anzi voleva farsene fare! Un uomo che andrebbe accusato di aver trasformato una mite nobildonna in una dominatrix, è accusato di essere un porco, un maschilista e di scrivere sconcezze. Idee che Roman Polanski raccoglie e nel 2013 presenta una personalissima reinterpretazione del testo teatrale, firmata a quattro mani con lo stesso David Ives e farcita di rimandi all’universo cinematografico del regista parigino.

Una messa in scena sontuosa, un “messaggio” discutibile

Dopo l’anteprima di Venere in pelliccia di Polanski, il giornalista Marco Giusti lo definisce addirittura «uno dei pochi film non misogini visti a Cannes». Sospendiamo il giudizio su tutti questi fantomatici “film misogini” presentati al festival francese.

Il regista parigino riempie lo schermo di sé, scegliendo un suo clone per il ruolo del regista (un Mathieu Amalric in stato di grazia) e la sua storica moglie nel ruolo di Wanda (una bravissima Emmanuelle Seigner): quello che va in scena è una splendida ed ipnotica rappresentazione di un Polanski che si mette alla berlina e si sostituisce a Masoch, sebbene il regista sottolinei che il masochismo non gli sia mai interessato. Non stiamo parlando di pratiche sessuali bensì di accuse di maschilismo che in tempi contemporanei ogni regista famoso (e quindi potente) rischia di ricevere.

Attori, personaggi, autori, regista: tilt totale…

Polanski/Thomas finge di lasciarsi sottomettere dalla sua Venere ma in realtà sembra rispettare l’originale: è tutto un suo gioco, è il regista che costruisce un’attrice che lo accusi e lo umili così da dare soddisfazione a tutte le attrici che accusano di essere umiliate dai registi. Seguendo questa interpretazione – non certo ufficiale – Polanski è il primo a mettere in scena il vero Masoch, che domina per il piacere di essere dominato.


5.
Conclusione

La modernità nata nel Quattrocento ce l’ha insegnato, la realtà nasce sempre dall’immagine che abbiamo di essa, cioè dalla finzione. Per noi oggi dunque Masoch è come l’ha giudicato Krafft-Ebing, trasformandolo nel deonimo “masochismo”, è come l’ha raccontato Aurora/Wanda e come l’ha ritratto il cinema: è tutto, tranne ciò che è stato realmente.

Chi è stato realmente Masoch non lo saprà mai nessuno, visto che di lui abbiamo solo immagini fuorvianti. Di sicuro è stato un uomo che amò immaginare la sua donna perfetta, capace di soddisfarlo nelle sue richieste sessuali, e la cercò nelle tante amanti che ebbe, di ogni estrazione sociale, con cui stilava contratti per i quali le donne potevano fare ciò che volevano di lui e chiedergli di fare qualsiasi cosa, in certi limiti. Fu uno scrittore di successo, un sanguigno che sfidava facilmente a duello, un nobile del suo tempo che portava nel sangue vestigia di nobili etnie europee, scegliendo di volta in volta per quale provare più appartenenza. La beffa finale è che si sentiva tedesco… mentre i tedeschi nel primo Novecento bruciarono i suoi libri considerati viziosi.


Bibliografia

  • Anatole France, Taide (Thaïs, 1890), traduzione di Francesco Chiesa, “Biblioteca Romantica” n. 17, Mondadori 1932
  • Sigmund Freud, Opere complete, a cura di Cesare L. Musatti, Bollati Boringhieri 2013
  • Edoardo Giusti ed Elide Bianchi, Devianze e violenze. Valutazione e trattamenti della psicopatia e dell’antisocialità, Sovera Edizioni 2010
  • Marco Giusti, Vedo… l’ammazzo e torno. Diario critico semiserio del cinema e dell’Italia di oggi, ISBN Edizioni 2013
  • Elena Guicciardi, Frustami, o cara, da “la Repubblica”, 27 aprile 1989
  • James Hillman, Il mito dell’analisi (The Myth of Analysis. Three Essays in Archetypal Psychology, 1979), traduzione di Aldo Giuliani, Adelphi 1979/2014
  • Victor Hugo, Notre-Dame de Paris (id., 1831), traduzione di Sergio Panattoni, Garzanti 1996
  • David Ives, Venere in pelliccia (Venus in Fur, 2011), traduzione di Masolino d’Amico, BUR (RCS Libri) 2013
  • Douglas Robinson, Aleksis Kivi and/as World Literature, Brill 2017
  • Lietta Tornabuoni, L’ambiguo carnefice di Masoch, da “La Stampa”, 25 settembre 1979
  • Lietta Tornabuoni, Tutte quelle terribili «vamp» armate d’amore e di frusta, “La Stampa”, 30 agosto 1980
  • Bruno Ventavoli, Sacher-Masoch, idealista deluso dalle donne, da “La Stampa”, 16 aprile 1995
  • Richard von Krafft-Ebing, La psicopatia sessuale (Psychopathia sexualis, 1886), PubMe 2017
  • Leopold von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia (Venus im Pelz, 1870), traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari, “Oscar Classici” n. 678, Mondadori 2013
  • Wanda von Sacher-Masoch (Aurora von Rümelin), Le mie confessioni (Confessions de ma vie, 1907; nuova edizione 1967), traduzione di Gisèle Bartoli con la collaborazione di Claudia Beltramo Ceppi, Adelphi 1977

Filmografia

  • Martyrs (id., maggio 2008), regia e sceneggiatura di Pascal Laugier. Nelle sale italiane dal 12 giugno 2009 e in home video dal 27 ottobre 2009, sempre distribuito da CDE
  • Masoch, regia e sceneggiatura di Franco Brogi Taviani, produzione e distribuzione Difilm Lorange – Visto censura 75263 del 16 giugno 1980
  • Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut), regia di Massimo Dallamano, sceneggiatura di Fabio Massimo. In home video per DVD CineKult (Cecchi Gori).
  • Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure), regia di Roman Polanski, sceneggiatura di Roman Polanski e David Ives, da un testo teatrale di quest’ultimo ispirato al racconto omonimo di Sacher-Masoch. Nelle sale italiane dal 14 novembre 2013 e in home video dal 17 aprile 2014, sempre distribuito da 01 Distribution

L.

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Il dolore di essere Masoch 2

Nel gennaio del 2018 sono stato contattato da TOM (The Obsidian Mirror) per partecipare insieme ad altri blogger ad una versione “corale” del suo classico specialone di aprile (che poi è slittato a maggio). Il tema era il masochismo, gli argomenti erano a piacere. Finii per scrivere uno speciale in tre parti su un autore molto più frainteso che amato.
Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte seconda)


2.
Venere dal deserto

Fa caldo nel deserto egiziano del 300 dopo Cristo, dalla cui sabbia rovente fuoriesce un cenobita: che sia un delizioso rimando alla futura saga filmica di Hellraiser e ai suoi cenobiti infernali? Ovviamente no, è semplicemente il nome di un uomo che si è ritirato a vivere in una piccola comunità religiosa. Ma Pafnuzio non è più un cenobita, il suo percorso non seguirà le orme del futuro Sant’Agostino, perché Pafnuzio è impazzito della più folle delle pazzie: Pafnuzio si è innamorato, e si è innamorato di Taide. Una peccatrice. Peggio: un’attrice.

Questa storia ce la racconta nel 1890, con ancora Sacher-Masoch in vita, il grande romanziere Anatole France in uno dei suoi capolavori forse oggi più dimenticati: Taide (Thaïs). Pafnuzio non prova amore per Taide, prova passione, ossessione («Sai tu che cosa vedevo in questo manoscritto dettato dal più grave degli stoici? Precetti di virtù forse e crude massime? No. Vedevo sull’austero papiro danzare mille e mille piccole Taidi»), follia, totale perdita di qualsiasi ragionamento logico a causa di amore (od ossessione amorosa), e quando per la prima volta vede la donna a teatro recitare nel ruolo di Polissena, in una versione dell’Iliade, France non trova miglior modo di descrivere il piacere che prova Pafnuzio::

«Il dolore era bello sul viso di Taide.»

È la descrizione di un’ottima prova attoriale nel ruolo di Polissena? France ci sta raccontando che Pafnuzio giudica Taide un’ottima attrice capace di ben rappresentare il dolore di un personaggio? O forse ha trovato un modo potente per ricordarci che il desiderio può passare anche per il dolore? Siamo nel 1890, vent’anni dopo la celebre opera di Sacher-Masoch, ed è ormai chiaro quel messaggio che un altro francese, Pascal Laugier, ha dovuto ricordarci nel 2008, con il film Martyrs: l’agonia porta all’estasi tipica dei santi, a quegli occhi volti al Cielo di chi vede martirizzata la propria carne. È un rapporto inscindibile fra spiritualità ed agonia che porta a ben altre considerazioni, perché non solo nell’estasi mistico-dolorosa si roteano gli occhi. France lascia sotto traccia qualcosa che Sacher-Masoch fa intendere in modo più preponderante: al divino si arriva anche con l’orgasmo, la cui mimica facciale è indistinguibile dall’agonia.

Morjana Alaoui nel film Martyrs (2008)

Taide diventerà santa, sia per la Chiesa cattolica che ortodossa, ma per ora si limita a fingere quel dolore che Pafnuzio avverte in tutt’altro modo, cioè come orgasmo. Ed è un’altra egiziana, molto più avanti nel tempo, che farà impazzire un altro uomo religioso: Esmeralda, uno dei tantissimi personaggi del romanzo corale Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo. (Classico della narrativa mondiale che non ha nulla a che vedere con le biasimevoli riduzioni che ne sono state tratte per il cinema, o peggio per l’infanzia.)

Curatori moderni ci spiegano in nota che Esmeralda in realtà viene chiamata “egiziana” perché all’epoca si è convinti che quella sia la patria degli zingari, ma è una precisazione del tutto inutile e che soprattutto rischia di spezzare il collegamento che Hugo crea con i deserti da cui è nata la religione: quel culto che viene accantonato da Claude Frollo, arcidiacono di Notre-Dame. È lui che, anticipando la scena della Taide di France, dimentica ogni insegnamento religioso quando fissa la bruna sedicenne Esmeralda danzare, mentre altri la paragonano ad una ninfa o ad una dea. Il peccato è negli occhi di chi guarda, così come il dolore è nel cuore di chi lo brama:

«Ogni tanto un sorriso e un sospiro si incontravano sulle sue labbra, ma il sorriso era più doloroso del sospiro.»

Maureen O’Hara nel ruolo di Esmeralda ne Il gobbo di Notre Dame (1939)

Più la religione si allontana dai climi caldi in cui è nata più si trasfigura, mentre prima questo processo era proprio solo dei martiri:

«Un martire è un essere eccezionale, sopravvive alla sofferenza, sopravvive alla privazione di tutto, lo si carica dei mali della Terra e si abbandona. Trascende: capisci questa parola? Si trasfigura.»

Così spiega la torturatrice del citato film Martyrs alla protagonista, che dovrà passare per mille inferni di dolore fino a raggiungere l’estasi propria di chi è vicino al Cielo, pur rimanendo sulla terra. Come si vede ormai anche il martirio è una pratica totalmente trasfigurata, come ci continua a spiegare la torturatrice: «La gente non ha più intenzione di soffrire. Il mondo è fatto in questo modo: ci sono soltanto vittime, i martiri sono molto rari.»

Catherine Bégin, la torturatrice di Martyrs (2008)

In questo mondo senza più martiri e privo della capacità di soffrire, la religione perde forza man mano che si allontana dalla sua culla calda. E quando arriva nel cuore gelido dell’Europa… non stupisce che abbia bisogno di una pelliccia.


3.
Venere in pelliccia

Severin è un uomo fuori dal suo tempo. Tutto ciò che viene dopo Goethe gli è alieno, quindi il suo mondo, il suo tempo, il suo cuore… tutto è fermo all’età classica, quando si viveva a stretto contatto con gli dèi e si interagiva con loro. Severin vive in un clima troppo freddo per il caldo cristianesimo.

Da piccolo si reca di nascosto nello studio paterno per andare ad ammirare una Venere di gesso davanti alla biblioteca, «e mi inginocchiavo davanti a lei rivolgendole le preghiere che mi avevano insegnato, il Pater noster, l’Ave Maria e il Credo». Il giovane ha imparato i riti della religione del suo tempo ma li applica agli dèi del passato. Non si pensi ad un tenero ricordo del comportamento curioso di un bambino davanti alla statua di una dea: «Mi prostrai dinanzi a lei e le baciai i piedi freddi, come avevo visto fare ai nostri contadini con il loro Salvatore morto.» È l’inizio di una trasfigurazione del culto religioso cattolico che permea l’intera storia.

Sebbene non la citi, Severin è talmente amante dei classici che non può non conoscere Galatea, visto che sembra citarne il destino: l’amore inarrestabile dell’uomo che la scolpì – quel Pigmalione che conoscerà nuova fama nel Novecento grazie al commediografo George Bernhard Shaw e al consequenziale film My Fair Lady – rese la statua di gesso viva. In realtà in quel caso fu un intervento divino, ma il concetto è lo stesso: sin da bambino il protagonista decide di scolpire la sua donna…

Il romanzo Venere in pelliccia non parla di sesso e gli accenni alle frustate sono talmente sottili che non meritano l’ingiusta fama di cui il testo gode, così come la deonomastica non ha fatto un buon servizio a Severin/Masoch: solamente ad uno sguardo superficiale – e soprattutto maligno, se non addirittura pruriginoso – il protagonista può apparire un uomo che prova piacere sessuale dal dolore. Sia perché di dolore non ce n’è molto, visto che Severin anela l’umiliazione e la sottomissione psicologica, sia perché a guidare il gioco è sempre e solo Severin stesso. In Venere in pelliccia la vittima è proprio Venere.

Raccontando la storia di due nobili che si incontrano, si innamorano e iniziano una vita basata su dei “contratti”, secondo i quali la donna si impegna ad umiliare in ogni modo possibile l’uomo – che sempre si lamenta di quell’umiliazione ma è avvertibile il piacere nel subirla – in realtà Masoch ci parla di misoginia allo stato puro: ci parla di un uomo che impone fortemente la propria personalità ad una donna approfittando del punto debole di lei, cioè dell’amore che prova per lui. Wanda è innamorata di Severin e vuole compiacerlo in ogni modo, anche trasformandosi in qualcosa che lei non è ed anzi va contro ogni fibra del suo essere: una dominatrice, una mistress.

Severin scolpisce martellata dopo martellata la sua Venere, usando la carne di Wanda al posto del gesso, costruisce la sua donna ideale per provare piacere ad essere sottomesso da lei quando in realtà è lui che la sta sottomettendo. È lui che conduce sempre il gioco, imponendo contratti e pretendendo comportamenti del tutto alieni al carattere della compagna. E l’opera raggiunge un livello di perfezione tale che, come ogni opera perfetta, sfugge al controllo del creatore. «Così deve essere, voglio vederti tremare davanti a me, consumarti ai miei piedi. Io non sono l’eroina di un romanzo tedesco, sono il tuo ideale, Venere in pelliccia.» Questa è la crudele epifania di Wanda.

Nello stesso 1870 in cui a Parigi debutta Coppelia, una delle storie “figlie” de L’uomo di sabbia di Hoffmann e una delle varie trame in cui la donna artificiale sfugge al controllo maschile, Masoch scrive del suo Severin che una volta completata la costruzione della donna perfetta, che sappia infliggergli esattamente il tipo di sofferenza che lui brama, questa si rivolta. Wanda d’un tratto non è più una donna innamorata che si finge Venere per far piacere all’amato: l’esperienza vissuta le ha fatto scoprire la sua vera natura… e lei è davvero la donna che Masoch immaginava e ha fatto di tutto per plasmare. E questo vuol dire che non ha più bisogno di lui…

*

Il protagonista di Venere in pelliccia non è una vittima, ma un martire volontario che costruisce con le proprie mani un culto religioso che preveda il suo martirio e un ministro addetto all’esecuzione di quel rito. «Al tempo dei primi imperatori lei sarebbe stato un martire», gli dice Wanda: «oggi invece è il mio schiavo…»

Come dicevo, il dolore rimane sempre dietro il sipario, durante tutto il romanzo, ma sono le affermazioni stesse di Severin a fondare le basi per il mito del masochismo:

«[I martiri] erano uomini sovrasensuali, che trovavano un piacere nella sofferenza, che cercavano le torture più spaventose, perfino la morte, come altri cercano la gioia, e io sono uno di loro, un sovrasensuale, mia principessa. La vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture. Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza, come i fachiri dell’India, e così trionfare sulla vita e sulla morte?»

In un altro tempo e in un altro luogo, Albert Camus userà la stessa equazione. Non siamo veri padroni di qualcosa se non siamo liberi di distruggerla, così come Wanda è padrona del suo amante perché può distruggerlo in ogni istante, e così come Severin, che per essere padrone del proprio piacere ha creato una dominatrice in grado di distruggerlo.

Un racconto così tagliente, così denso e disponibile a varie interpretazioni, alla fin fine è stato sbrigativamente associato a perversioni sessuali o anche solo ad una storiella pruriginosa da bisbigliare nell’orecchio. E dopo cento anni ha avuto un “onore” del tutto unico: finire nelle mani di cineasti italiani.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 13, 2019 in Indagini

 

Il dolore di essere Masoch 1

Nel gennaio del 2018 sono stato contattato da TOM (The Obsidian Mirror) per partecipare insieme ad altri blogger ad una versione “corale” del suo classico specialone di aprile (che poi è slittato a maggio). Il tema era il masochismo, gli argomenti erano a piacere. Finii per scrivere uno speciale in tre parti su un autore molto più frainteso che amato.
Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte prima)

I torture you
Take my hand through the flames
I torture you
I’m a slave to your games
I’m just a sucker for pain
I wanna chain you up
I wanna tie you down
I’m just a sucker for pain

(Lil Wayne, Wiz Khalifa & Imagine Dragons
dalla colonna sonora del film Suicide Squad)


Prologo

C’era una volta un rettore dell’Università di Leopoli che pativa due grandi dolori. Il primo era la morte del figlio, che già di suo è una di quelle disgrazie che rovinano una vita, e nei confronti del quale il secondo dolore impallidiva. Però rimaneva lì, a logorarlo: il secondo dolore del rettore era che, morto suo figlio, il cognome di famiglia si sarebbe estinto. Gli rimaneva solo una figlia, che sposandosi ovviamente acquisiva il nome del marito, condannando all’oblio il cognome nobile del rettore.

La disperazione spinse l’uomo ad una richiesta impensabile: era qualcosa di inaudito, ma doveva provarci. Andò dal marito della figlia e lo pregò di non far perdere per sempre quel cognome, che sebbene appartenesse ad una piccola borghesia di campagna per lui era comunque importante. Il marito della figlia era anche lui nobile, discendente da una famiglia spagnola il cui cognome riscuoteva ammirazione in tutto il mondo austriaco, e forse proprio per questa nobiltà – sia di sangue che d’animo – accettò l’ardita proposta del rettore. La proposta di “unire” i cognomi delle due famiglie.

Quel rettore di Leopoli ha fatto di tutto perché il suo cognome non andasse dimenticato… e non ha mai saputo quanto il suo desiderio sia stato esaudito. Perché quell’uomo si chiamava Franz Masoch.

*

Aveva due anni il piccolo Leopold, quando quel 18 novembre 1838 finalmente arrivò la concessione imperiale perché il suo cognome di famiglia von Sacher si fondesse con il cognome della madre, von Masoch.

Per i primi due anni della sua vita il giovane portava un nome illustre. Nel 1832 Franz Sacher aveva inventato una torta al cioccolato a cui aveva dato il proprio nome e che stava riscuotendo enorme successo, oltre che grandi introiti. Lo stesso Franz poi era entrato nel ramo alberghiero allargando la notorietà e la fama del suo cognome. Il piccolo Leopold per via paterna avrebbe potuto essere un Sacher… invece per via della madre fu Leopold von Sacher-Masoch.

Aveva due anni il piccolo Leopold quando una donna si impose pesantemente nella sua vita. E probabilmente non fu affatto spiacevole…


1.
Uomini e deonimi

Professore, giornalista, romanziere, inutile stare a ricordare le tante attività in cui Leopold si è lanciato nei primi 34 anni della sua vita, ciò che rimane di lui è che a quell’età scrisse dei racconti spinti da un sentimento che dopo cercò di ritrattare o che comunque non provava più. Dei tanti romanzi e racconti che lo rendevano un giovane nobile adorato dalle lettrici non rimangono che pallidi elenchi: ciò che ha reso immortale Leopold è l’aver voluto iniziare una serie di romanzi brevi incentrati sul tema della misoginia. Perché come tutti gli uomini che adorano le donne ma si sentono sopraffatti da loro, Leopold le odiava. E più le odiava, più le amava.

La vita privata di Sacher-Masoch in quanto uomo importa poco, visto poi che è in realtà un mistero: rimasta del tutto ignota alle cronache fino almeno a dieci anni dopo la sua morte, solo nel 1906 la moglie Aurora von Rümelin pubblicò a Berlino un suo libro di memorie, Meine Lebensbeichte (“Confessione sulla mia vita”), che racconta l’intimità di Leopold firmandosi con uno pseudonimo più che eloquente: Wanda von Sacher-Masoch. Wanda, la Venere in pelliccia che lo scrittore trentenne aveva cantato con la passione del suo doloroso amore. Racconto che l’aveva reso immortale ma non nel senso che avrebbe desiderato.

Ciò che sappiamo del Leopold uomo lo sappiamo perché anni dopo la sua morte l’ha raccontato Wanda: un autore descritto dal suo personaggio. Non può che essere un racconto crudele. Al racconto di una donna la cui vita è stata funestata da un uomo bizzarro, scostante e dalle abitudini sessuali decisamente fuori dal comune, rispose prima il figlio di Leopold poi il suo segretario, scrivendo a loro volta storie diametralmente opposte e descrivendo la donna che si firmava Wanda come un’opportunista e una sfruttatrice.

Tutto ciò che sappiamo con sicurezza della vita di Sacher-Masoch è che agli inizi del Novecento l’editoria impazzisce per lui. Ma non lui in quanto uomo, letterato o studioso: in lui in quanto deonimo

*

Sul finire dell’Ottocento la psicologia è in pieno fermento creativo e in rapidissima ascesa, e soprattutto sta creando una propria mitologia e quindi un proprio vocabolario, inventando termini che entreranno in pianta stabile nel linguaggio parlato. Nel brodo primordiale di questa Sexualwissenschaft (“scienza sessuale”) l’americano J.M. Sims conia “vaginismo” (1861), il francese E.C. Lasègue conia “esibizionismo” (1877), in Germania nasce “omosessualità” (1869) e alla fine del XIX secolo Havelock Ellis conia “narcisismo” e “autoerotismo”.

In mezzo a tutti questi “-ismi” il tedesco Richard von Krafft-Ebing aggiunge un tocco di stile: aggiunge un po’ di deonomastica, cioè quel processo per cui un cognome personale diventa sostantivo. In fondo l’aveva già fatto Ellis prendendo Narciso e coniando “narcisismo”, ma siamo però nel campo della mitologia greca, innocua e lontana. Krafft-Ebing preferisce attingere a nomi molto più “vicini”. Così nel 1869 lo studioso prese il celebre nome del Marchese de Sade, vissuto a cavallo fra Sette ed Ottocento, e coniò “sadismo”, ma l’opera è solo a metà.

Nel suo celebre saggio Psychopathia sexualis (1886) per la prima volta tenta uno studio sistematico di quei comportamenti sessuali che sbrigativamente erano sempre stati definiti “anormali”, o comunque al di fuori di ciò che la morale considera “normale”. Nel suo testo – che arriva in Italia nel 1931 – identifica due comportamenti che il connazionale Albert von Schrenck-Notzing nel 1899 tenderà ad unificare sotto il nome di “algolagnìa“ (dal greco algos, “dolore”, e lagneia, “voluttà”), termine ancora attestato nella lingua italiana anche se raro.

Krafft-Ebing propone di separare l’attività di provare piacere mediante il dolore: c’è infatti chi il dolore lo infligge e chi lo riceve, ed entrambi provano piacere ma in modi diversi. Quindi lo psicologo propone “sadismo” nel primo caso e “masochismo“ (Masochismus) nel secondo.

È nato un deonimo! (In realtà la lingua italiana non attesta la parola “deonimo”: se però la toponomastica si basa sul toponimo, mi sento autorizzato a dire che la deonomastica si basi sul deonimo.)

«Intendo con masochismo una particolare perversione della vita sessuale in cui l’individuo è controllato dall’idea, nei pensieri e nelle situazioni sessuali, di essere completamente ed incondizionatamente soggetto alla volontà di un’altra persona e di essere trattato da questa come fosse il proprio padrone, di essere umiliato e abusato. Quest’idea si colora di sensazioni orgasmiche; il masochista vive con fantasie in cui crea situazioni di questo tipo e spesso cerca di realizzarle.»

Dunque è questo l’unico lascito di Leopold? Una vispa carriera letteraria spazzata via da un semplice deonimo? Purtroppo è così, ma se ci si fissa sul masochismo si rischia di non apprezzare appieno la potenza che Sacher-Masoch ha inserito in quello che all’epoca era vista come narrativa misogina leggera. Un aspetto importante da non dimenticare mai… è il clima.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 11, 2019 in Indagini

 
 
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