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Perturbante: una parola disturbante

Immagine dal film Unheimliche geschichten (1919)

La settimana scorsa abbiamo visto la problematica vita della parola “disturbante“, utilizzata da secoli ma il cui significato nel Novecento si è ampliato di un significato emotivo, forse a causa di una traduzione sbrigativa dell’inglese disturbing.
Se però “disturbante” può contare su una salda vita nella lingua italiana, una sua stretta parente non ha goduto dello stesso trattamento, malgrado in pratica voglia dire la stessa cosa..

Questa è l’incredibile storia della parola “perturbante“, che da vette elevate è caduta fino in quel sottosuolo interiore a cui dava voce…


Indice:

  1. Un mondo fatto di bambole
  2. La ricerca di Freud
  3. Das Unheimliche
  4. Un aiuto insperato
  5. La storia della parola unheimlich
  6. «Il timore è una passione perturbante dell’animo»
  7. Le alternative
  8. La ricerca di Freud

Un mondo fatto di bambole

Il mio saggio Gynoid: a forma di donna – nato proprio dalle ricerche sull’argomento di questo post – racconta duecento anni di donne artificiali nell’immaginario collettivo occidentale, e non poteva che aprirsi con la più famosa, influente e fondamentale ginoide della nostra cultura: Olympia.
Un qualsiasi paragrafo del racconto “L’uomo della sabbia” (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann basterebbe da solo ad organizzare un convegno di psicologi, tanto è denso di infiniti piani di lettura e di spunti psicoanalitici ante litteram. Quello che però a noi interessa è la storia di Olympia.

Con un padre assente e un estraneo troppo influente, Nathanael cresce non certo in perfetto equilibrio psichico, e forse “cresce” non è la parola esatta, visto che il dottor Coppelius che gli viene sempre in casa parla di “scambiargli le mani”, come se Nathanael fosse un pupazzo.
Conosciuta Olympia ed innamoratosene, Nathanael è convinto d’aver trovato la donna perfetta, ed ha ragione: è talmente perfetta… da non essere vera. Quando Coppelius gliela smonta davanti agli occhi, lo shock è devastante.

Ripresosi da lunga malattia, Nathanael trova un’altra donna e sembra rimettersi in sesto, ma un giorno per caso sale su una torre con belvedere e infila gli occhi in quei cannocchiali per turisti. Tutta la sua vita è sempre passata dalle lenti di Coppelius, e attraverso le lenti di quel cannocchiale ora Nathaniel scopre che la sua nuova donna… è anch’essa finta!
Tutto il mondo è fatto di bambole e il giovane non ce la fa più, togliendosi la vita. Hoffmann è spietato, ma non per il suicidio di Nathanael… bensì perché chiude la storia raccontandoci che la seconda donna del giovane si sposa ed ha un figlio…
Allora non era finta, allora Nathanael era pazzo… o era lui l’unico finto che quindi vedeva tutto il mondo come fatto di bambole? Rimane un mistero come quest’opera cupissima e disperata abbia dato vita a balletti spumeggianti e a testi teatrali comici. Una ragazzetta napoletana divenne così famosa nel ruolo della bambola – della dialettale pupella – da mantenere come nome d’arte il nomignolo che le diedero gli spettatori: Pupella Maggio.


La ricerca di Freud

Un racconto del genere, non poteva far impazzire i futuri psicologi e psicoanalisti: Sigmund Freud in primis.
Nel 1919 il padre della psicoanalisi pubblica sulla rivista “Imago” (n. 5) un veloce saggio in cui dà un’interpretazione del racconto di Hoffmann molto particolare:

«La paura di rimanere ciechi spesso è un sostituto della paura della castrazione. L’autoaccecamento del mitico delinquente, Edipo, è semplicemente una forma mitigata del castigo della castrazione, l’unica punizione che gli si addicesse in virtù della lex talionis

Il collegamento con Edipo è delizioso – in fondo Nathanael ha lo stesso tipo di rapporto complicato con la propria famiglia! – però mi sembra che Freud si concentri su alcuni elementi perdendo il senso generale, dedicando poche parole ad un racconto che invece meriterebbe un’enciclopedia per quanto è denso di richiami e spunti.

Perché Freud sta parlando del Sandmann di Hoffmann? Perché sta studiando una parola, e il concetto che quella parola nasconde. Un concetto talmente preciso da non avere una definizione: un concetto la cui spiegazione sembra essere proprio lo scheletro del racconto di Hoffmann, quasi fosse una “storia a tema”.

Quando il povero Nathanael scopre che l’amata Olympia è in realtà una ginoide – cioè un meccanismo a forma di donna, così come l’androide è un meccanismo a forma d’uomo – il dolore che lo dilania non è solo per la perdita dell’amore: è qualcosa di molto più profondo e terribile. Nathaniel è devastato dallo scoprire che ciò che considerava noto, familiare, rassicurante, non solo non lo era più ma in realtà… non lo era mai stato!
Esiste una parola per indicare il profondo e devastante dolore dello scoprire che tutto ciò che si credeva vero non lo è mai stato? Dopo una breve ricerca Freud l’ha idenetificata: unheimlich.


Das Unheimliche

«Ein solches ist das “Unheimliche”. Kein Zweifel, daß es zum Schreckhaften, Angst-und Grauenerregenden gehört, und ebenso sicher ist es, daß dies Wort nicht immer in einem scharf zu bestimmenden Sinne gebraucht wird, so daß ed eben meist mit dem Angsterregenden überhaupt zusammenfällt.»

Così Freud apre il suo saggio, spiegando subito questa parola che

«si riallaccia indubbiamente a ciò che è spaventoso, che suscita terrore e orrore; è anche parimenti certo che la parola non è sempre impiegata con un senso nettamente definito, per cui tende a coincidere con ciò che genericamente suscita paura.»

Freud si lancia in una ricerca lessicale per fare chiarezza su una parola tedesca molto ambigua, che ad un certo punto pare indicare un significato ed il suo contrario.
La radice heim, “casa”, rende chiaro il significato di heimlich, “casalingo”, “familiare”… ma anche “nascosto”. Come fa qualcosa che è nascosto ad essere familiare? E cosa indica il suo contrario, unheimlich? Come può voler dire allo stesso tempo “non familiare” e “non nascosto”?
Per aiutarsi, Freud va a sfogliare la Bibbia e trova:

«Faraone chiamò Giuseppe “colui cui vengono rivelati i segreti”»

Con queste parole Freud ci fa scoprire che nel 1919 la Bibbia tedesca traduceva Genesi 41,45 con:

«Und nannte ihn den heimlichen»

Dal 1951 anche la bibbia tedesca si allinea alle altre lingue europee, e uno stupendamente evocativo heimlichen diventa un incomprensibile Zaphenat-Paneach, che trovate anche nella Bibbia in italiano.
L’antica definizione tedesca per Giuseppe – che comunque si intendeva per “consigliere segreto” – rendeva perfettamente l’idea di un uomo che portava alla luce i segreti nascosti, mediante l’interpretazione dei sogni: un uomo che in pratica anticipava di millenni la professione dello psicanalista.
Perché il “segreto” fa parte integrante della parola…

Freud trova infatti l’illuminazione finale facendo riferimento ad un illustre predecessore, il filosofo tedesco Friedrich Schelling, che in una delle lezioni del 1842 raccolte nell’opera Filosofia della mitologia (Philosophie der Mythologie, Mursia 1990) afferma:

«unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto ma è venuto alla luce.»

Olympia doveva rimanere la donna perfetta di Nathanael ma poi è venuto alla luce il fatto che era una bambola: ogni segreto che ci turba lo fa solo quando viene alla luce.
In una tesi di laurea sull’argomento, Renato Barucco descrive l’unheimlich proprio come “il segreto violato”:

«l’unheimlich è stato in passato qualcosa di familiare (prima accezione di heimlich), poi la rimozione lo ha reso nascosto (heimlich, seconda accezione). La sua attualizzazione nell’hic et nunc genera l’unheimlich, il segreto violato.»

Insomma, la definizione di Schelling coglie il segno ed è talmente bella che mette i brividi… perché, come vedremo, la luce sarà il vero grande nemico dell’unheimlich.


Un aiuto insperato

Emanuela Cervini nel 2011

Risalgono ad almeno dieci anni fa le mie prime ricerche sull’heimlich, che allargandosi a macchia d’olio mi hanno portato a scrivere di tutto, da articoli a saggi, prima di redigere questo post dopo così tanto tempo. Questo perché la vita di una parola non è facile da tracciare, e quando pensi di averla capita… scopri che devi ricominciare daccapo.

Così avevo tutto bello in testa l’articolo da scrivere quando, nel 2012, ho conosciuto Emanuela Cervini, la traduttrice dal tedesco e dall’inglese che mi ha messo in contatto con i suoi colleghi che ho intervistato nella rubrica “Professione: Traduttore“.
Vista la sua familiarità (heimlich) con il tedesco, l’11 giugno di quell’anno – esattamente cinque anni fa! – le ho fatto per mail un domanda a trabocchetto: cosa mi sapeva dire della parola unheimlich?

Due anni dopo Emanuela è diventata la traduttrice Manuela Cerbiatti in un ruolo da co-protagonista nel mio romanzo Le mani di Madian, dove ad un certo punto spiega allo spaesato protagonista la storia della parola unheimlich, perché è molto attinente al momento che i due stanno vivendo.
Tutto questo come mio gesto di riconoscenza verso l’enorme cortesia di Emanuela in quell’estate 2012, quando non si limitò a dirmi la definizione del dizionario, ma mi tradusse un intero capitolo di un saggio tedesco!
Nel mondo digitale ogni amicizia tende alla massima superficialità, esattamente come nel mondo “normale”: trovare una persona così disponibile è molto raro…


La storia della parola unheimlich

Nel suo “Gestalten des Unheimlichen. Seine Struktur und Funktion bei Eichendorff und Hoffmann” (raccolto nel volume “E.T.A. Hoffmann. Jahrbuch 1998”, Erich Schmidt Verlag, Berlin 1998) Niels Werber, del dipartimento di Germanistica della Ruhr-Universität Bochum, ci spiega la splendida storia di questa parola.
(Ricordo che la traduzione e cura è della citata Emanuela Cervini.)

«Nell’Europa medievale la differenza tra heimlich e unheimlich in senso spaziale e sociale è riscontrabile soprattutto nei ceti più bassi, i cui membri, poco istruiti e sedentari, sono per lo più incapaci di spingere lo sguardo “oltre il cortile di casa”.
Al contrario gli eruditi, appartenenti a un’unica società in grado di comunicare tramite il latino, e i nobili, che mantengono contatti in tutta Europa attraverso corrispondenza, matrimoni e viaggi, hanno smesso già da tempo di considerare unheimlich tutto ciò che si trova appena al di fuori dell’ambiente domestico. Per queste persone i due termini assumono un nuovo significato.

Heimlich indica sempre ciò che si trova tra le quattro mura domestiche, ma con la nuova connotazione di “privato” o “intimo”. L’Heimliche viene a contrapporsi direttamente al concetto di “pubblico”; è ciò che rientra nella sfera privata, della casa, di conseguenza è anche ciò che si trova nascosto o che viene celato (in questo senso sinonimo di “segreto”).
Il significato di heimlich si avvicina a quello di unbekannt, sconosciuto, e quindi anche a quello di unheimlich (estraneo). I due termini che prima erano nettamente contrapposti non lo sono più, diventano quasi intercambiambili.

[…] Fino al diciannovesimo secolo l’evoluzione dell’Unheimliche è limitata in gran parte ai ceti più elevati. Contadini e boscaioli continuano a vivere lontano dalle città, ai margini dei boschi fitti e incontaminati che ricoprono ancora vaste aree d’Europa.
Per chi abita al limitare della foresta, appena oltre la porta di casa inizia una “terra incognita”, un territorio estraneo (unheimlich) popolato da creature pericolose. Ecco perché, secondo i Grimm, heimlich – in contrapposizione a unheimlich – si riferisce anche a “luogo non infestato da spettri: domus a spectris non infestatur” (Deutsches Wörterbuch). Uscire da questa zona di sicurezza è rischioso.
Nella periferia dell’Ottocento, dove il conosciuto è limitato all’ambito domestico, l’Unheimliche coincide con l’Unheimische [letteralmente: ciò che non è heimisch, dove heimisch significa appunto domestico, di casa. N.d.T.]. Al di fuori dell’Heimische c’è un mondo estraneo, ostile, inquietante, pericoloso…

La foresta non è solo un luogo sconosciuto, è anche un luogo buio. La luce è un altro elemento che contrappone l’Unheimliche all’Heim (casa) e all’Herd (focolare, fuoco domestico che rischiara), ma sotto questo aspetto non è tanto la differenza tra ceti superiori e inferiori a pesare, quanto quella tra centro e periferia.
All’inizio del diciannovesimo secolo la moderna illuminazione a gas comincia a essere largamente impiegata nelle città, ma di notte nelle zone periferiche dominano ancora le tenebre, indipendentemente dallo status e dalla ricchezza degli abitanti. Nei centri sempre meglio illuminati l’Unheimliche non si trova più in superficie, bensì nel sottosuolo, nel “regno delle ombre” costituito da catacombe e locali sotterranei. Se ai margini del bosco l’Unheimliche è a due passi da casa, manifesto ma altrove, nella moderna giungla cittadina è sotto casa, nello stesso luogo in cui si vive ma latente.

Il famoso Topologie der Psyche di Freud deriva parte della sua forza persuasiva proprio da questa idea di città moderna in cui pericoli e Unheimliche si trovano sotto la superficie. A rafforzare questo tipo di metafora psicoanalitica contribuiscono racconti come Ein Gang durch die Katakomben [“Viaggio nelle catacombe”, N.d.T.] di Adalbert Stifter, in cui i partecipanti a un tour delle catacombe sotto la cattedrale viennese di Santo Stefano mostrano tutti i sintomi dell’Unheimliche: perdita dell’orientamento, senso di soffocamento, terrore del buio, paura di rimanere soli, paura di teschi e ossa…

Perché tutte queste cose – silenzio, solitudine, oscurità, morte e risurrezione dei defunti – risultano unheimlich e paurose? Per Freud la risposta sta nei complessi presenti nell’inconscio. Ecco perché fa sua la definizione di Schelling «Unheimlich sei alles, was ein Geheimnis, im Verborgenen bleiben sollte und hervorgetreten ist» [“Unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto, occulto, ed è venuto alla luce”. N.d.T.].»

Ringrazio ancora di cuore Emanuela per avermi regalato un testo di così rara bellezza. Anzi, averCi regalato…


«Il timore è una passione perturbante dell’animo»

Negli anni Settanta la Newton Compton sta scrivendo una pagina importante dell’editoria italiana presentando per la prima volta dei saggi in formato pocket. Romanzi in formato ridotto ed economico già erano presentati da decenni da grandi case, come Mondadori e Garzanti, ma la saggistica era sempre rimasto appannaggio di portafogli imbottiti e scaffalature capienti. Ora la casa editrice romana stava presentando testi di divulgazione scientifica, spesso inediti, a prezzi per tutte le tasche e senza bisogno di rinforzare le biblioteche casalinghe: da allora inizia il suo mito.
Non a caso nel 1972 – tre anni dopo il primo numero della collana “Newton Testi” – la Garzanti presenta il primo di una lunga serie di libri di divulgazione scientifica di Piero Angela; nel 1974 il celebre etologo Danilo Mainardi pubblica contemporaneamente per Rizzoli (L’animale culturale) e Sonzogno (Storie naturali) mentre dal 1970 iniziano i saggi Rusconi sulla saggistica contemporanea.

Dunque in questo 1976 il traduttore Celso Balducci ha l’impegnativo compito di tradurre il saggio del 1919 di Freud – che non risulta mai apparso prima in lingua italiana, a meno di future smentite comprovate – all’interno del volume antologico “Un bambino viene battuto e scritti 1919-1920“, numero 19 della collana “Newton Testi”. (Oggi il testo è raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, sempre per Newton Compton, disponibile anche in eBook a prezzo imbattibile.)
Come rendere in italiano la parola unheimlich, che già in lingua originale dà molti problemi a dotti come Schelling e Freud? Come trovare un corrispettivo in una lingua che Freud stesso afferma esserne priva?

«Le lingue italiana e portoghese sembrano accontentarsi di parole che definiremo come circonlocuzioni.»

Balducci secondo me compie la scelta migliore.

La traduzione di unheimlich più ovvia – e quella riportata dai dizionari di oggi – è “inquietante”, ma è anche la più imprecisa in quanto è un termine di larghissimo uso, essendo in pratica l’unica parola italiana che descrive un turbamento emotivo. L’unheimlich è qualcosa di diverso: è una parola non di uso comune che indica emozioni forti non comuni.
Serve una parola italiana non comune che denoti emozioni forti non comuni: perturbante è la scelta perfetta.

Sin almeno dal tardo Medioevo “perturbante” è parola nota, scritta proprio così nella lingua latina modificata di quest’epoca, persistente anche nei secoli a venire. «Morbo naturam perturbante» (da De febrium differentijs, 1601), «Siccante et perturbante cerebrum» (da Athanasii Kircheri Fuldensis, 1650), «Pungente ac perturbante» (da Psalterium, 1697).
Non manca certo nelle opere scritte in quella lingua volgare che chiamiamo italiano. «All’eccesso maravigliosa e perturbante» (da Principj di una scienza nuova di Giambattista Vico, 1725), «perversa e perturbante maniera di curare» (da Del contagio del vajuolo, 1770), «Arnobbio filosofo Cristiano […] insistea sulla gran massima degli antichi sapienti essere il vino bevanda non naturale, e non omogenea all’uomo, e perciò perturbante l’animo e la mente» (da Educazione fisica della figliuolanza, 1789)
Nell’Ottocento il “perturbante” è termine usato sia per i moti dell’animo sia per quelli del corpo. «L’acqua torna ristorante, o deprimente, eccitante o perturbante» (da Trattato di farmacologia di Giovanni Semmola, 1853), «Benché la poesia novella sia stata da spirito nuovo ispirata […] pure l’elemento del sublime, popolaresco e perturbante all’eccesso forma il cardine supremo di ogni bello poetico» (da Instituzioni di arte poetica di Francesco Prudenzano, 1865).

Se ancora nell’Ottocento “perturbante” viene usato con il significato che oggi diamo a “disturbante”, con l’inizio del Novecento praticamente il termine scompare nel nulla.
Ad onor del vero riappare nel 1972 quando Laura Schwarz traduce dal francese per Feltrinelli “La conoscenza del bambino e la psicoanalisi” (La connaissance de l’enfant par la psychanalyse, 1970) di Serge Lebovici e Michel Soulé, a dimostrazione che la parola stava conoscendo una seconda vita in campo psicoanalitico.

Dopo la scelta di Celso Balducci, la parola in pratica rimane attaccata strettamente all’unheimlich raccontato da Freud, che non l’ha certo scoperto: si è limitato a raccontarlo.
Così questa parola dimenticata riappare addirittura in copertina di alcuni testi di divulgazione. Handicap: il “perturbante” nel processo educativo di G.A. Patella (Adriatica 1984), Sul perturbante di Stefano Garroni (Edizioni Kappa 1984), Il perturbante nell’illustrazione romantica di Alberto Castoldi (Lubrina 1987).
Per ritrovarlo in copertina, però, bisognerà poi saltare al Duemila. Freud il perturbante di Aldo Carotenuto (Bompiani 2002), Del perturbante: Simmel e le emozioni di Silvia Fornari (Morlacchi 2005), Il perturbante: paura e inquietudine nel quotidiano di David Borghetti (CSA 2016).
Malgrado dagli anni Novanta la parola sia tornata nella lingua italiana, temo sia ancora troppo “tecnica” per considerarla di uso comune.


Le alternative

Diciamocelo chiaro, “perturbante” ci ha provato ad entrare nel linguaggio comune ma proprio non ci è riuscito: rimane nelle citazioni da Freud e nei manuali di psicoanalisi – anche in altre lingue, come il francese e lo spagnolo, visto che fin dal latino tardomedievale “perturbante” è internazionale! – ma gli è preferito di gran lunga il molto più comune “disturbante”.
Possibile però che altri traduttori non abbiano provato ad usare qualche altra parola italiana per l’unheimlich?

Nel tradurre Taccuino e lettere di Otto Weininger, Michele Cometa offre anche l’alternativa “spaesante“: non mi sembra una parola con la giusta carica emotiva…

Chiamatelo “pauroso“, chiamatelo “inquietante“, chiamatelo “spaesante“, non importa: l’unheimlich è dentro di voi, pronto a scuotere ogni vostra certezza!


Bibliografia

Giudicio poetico d’Antonino Zancume sopra una canzone di D. Francesco Mugnos (Venezia 1659)

L’uomo della sabbia (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann, in “Notturni”, traduzione e cura di Luca Crescenzi, Biblioteca Economica Newton Classici n. 35, Newton Compton, Roma 1995

Die Unheimliche (Vollständige Ausgabe): Studien über Ängstlichkeit di Sigmund Freud, e-artnow 2015

Il perturbante di Sigmund Freud, traduzione di Celso Balducci, raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, “Grandi Tascabili Economici” n. 226, Newton Compton, Roma, agosto 1993; eBook Newton, marzo 2012

Il perturbante delle trasformazioni corporee nel cinema, di Renato Barucco, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 2003

Taccuino e lettere (Taschenbuch und Briefe an einen Freund, 1920) di Otto Weininger, a cura di Michele Cometa, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, luglio 1986


L.

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Pubblicato da su giugno 16, 2017 in Indagini

 

Disturbante: una parola inquietante

“New York City XXVI”, illustrazione di H.R. Giger

Mi è capitato di discutere con Evit di Doppiaggi Italioti riguardo la parola “disturbante”, che ho usato per descrivere l’effetto che mi fanno le illustrazioni di H.R. Giger, perché esce fuori che l’uso della parola sarebbe improprio: si tratterebbe infatti di un inglesismo, di una traduzione imprecisa del disturbing che usano gli anglofoni.

La cosa mi si è instillata nella mente e non mi ha dato tregua: dovevo assolutamente aprire una “indagine non autorizzata”!

~

Quando andavo alle elementari e leggevo “Topolino”, pieno di scritte onomatopeiche, cominciai a dire «sniffare» semplicemente perché quando uno dei personaggi a fumetti odorava qualcosa leggevo “sniff sniff” nelle vignette. Possiamo lamentarci quanto vogliamo dell’italianizzazione del verbo to sniff, ma ormai fa parte della nostra lingua, che nasce proprio come storpiatura del latino e che in ogni epoca ha avuto chi si lamentava delle “modifiche”. Modifiche che oggi comunque fanno parte integrante della nostra lingua.

Io stesso per tanto tempo mi sono lanciato contro le storture e gli “esterismi”, finché ho mollato la presa semplicemente perché anche le parole più storiche della nostra lingua alla loro origine erano storpiature, esterismi o semplici errori.

Sicuramente all’epoca qualcuno si lamentò del fatto che la “y greca” veniva letta in due modi diversi, e si lamentò: «perché dal greco iùsteros avete tirato fuori utero e isteria? Mettetevi d’accordo se si legga “i” o “u”!» D’altronde dalla radice indoeuropea ak- siamo stati capaci di tirare fuori ascia e accetta

La nostra lingua è un mare di stranezze fuse insieme, spesso a casaccio, quindi perché mi stupisce che “disturbante” possa essere un’errata traduzione del disturbing inglese?

~

Nell’Ottocento non c’erano dubbi sull’uso medico e giuridico della parola “disturbante”.

«Una tosse secca, ma non disturbante né violenta» (dal Dizionario universale delle arti e scienze di Efraimo [Ephraim] Chambers, 1772); «locale condizione disturbante» (dal Dizionario compendiato delle scienze mediche, 1831); «azione disturbante od irritativa» (dal Dizionario classico di medicina interna ed esterna, 1837). E dal punto di vista giuridico la questione è chiara: «clamori e canti disturbanti la pubblica quiete» (da Annali della giurisprudenza italiana, 1873).

Insomma, disturbante viene da disturbare e quindi vuol dire… qualcosa che disturba. Ma se disturba il fisico e, come nel caso di «clamori e canti», disturba l’udito… perché non posso usare il termine per indicare qualcosa che disturba la mia mente?

~

Il latino disturbo lo usava Cicerone con il senso di «sovverte l’umana società» (disturbat vitae societatem) ma anche come «distruggere una legge», perché il verbo ha più significati. Seneca per esempio già lo usa con il significato di «sconvolgere», anche se in senso fisico: e se io mi sento “sconvolto” in senso morale? In fondo la particella dis- è solo un rafforzativo di turbare: se io mi sento emotivamente turbato, perché non dovrei usare l’antico termine latino e chiamare disturbante la causa del mio turbamento?

Licia del blog Terminologia etc. si scaglia contro l’uso di “disturbante” nei lanci pubblicitari dei film horror, perché i distributori italiani si limitano a tradurre impropriamente l’originale disturbing.

In italiano disturbante vuol dire “che disturba” e quindi che dà noia o fastidio, che intralcia, oppure che interrompe la quiete pubblica o privata, ma non significa “angosciante” (cfr. disturbare e turbare).

Non discuto sul “falso amico”, cioè sull’errore di traduzione per cui l’italiano disturbante non è la tradizione corretta dell’inglese disturbing, perché non condivido il fatto che la parola nostrana non indichi anche angoscia: se mi sento turbato, la differenza con angosciato è davvero labile e difficilmente identificabile.

Dalla fine degli anni Novanta il termine disturbante ha un significato “ampio” che esula da questioni di traduzioni inglesi imprecise, visto che la usa l’eminente archeologo Andrea Carandini: «l’intuizione si trova sempre intrecciata alla ragione, disturbante o benefica che essa appaia» (Archeologia del mito, 2002). Un'”intuizione disturbante” non può riferirsi alla salute o alla quiete pubblica: si sta parlando di qualcosa di interiore, di un turbamento morale che è proprio il senso che do io al termine.

Visto che, come dicevo, dagli anni Novanta è usato quasi esclusivamente in questo senso provo ad andare indietro per vedere se trovo altri esempi.

~

«Il mondo è fondamentalmente un posto ordinato, con un elemento disturbante di irrazionalità», ci dice Hakim Bey nel suo Immediatismo! (1995); «Era stato lui a proporre di venire a Richmond per discutere il da farsi, e ora che erano qui la vista della casetta era davvero disturbante», risponde Antonia S. Byatt in Possessione (1990).

Dagli anni Settanta ci giungono due esempi deliziosi. «Se ai nostri occhi il contegno di una data persona appare deludente o disturbante, oppure in contrasto con le nostre aspettative, occorre tener presente che siamo al cospetto di una fase meramente transitoria» (Leo Buscaglia, Amore, 1972); «Vi è qualcosa di orribilmente disturbante nella forma umana quando è simulata da creature non di origine simile» (Frank Belknap Long, I segugi di Tindalos, 1946 ma tradotto in Italia nel 1979).

Ancora dal 1993 arrivano due esempi illuminanti. «L’adolescente tentava di disfarsi a tutti i costi di un’infanzia disturbante nel suo prolungarsi, di cui si vergognava» (Giorgio Abraham, Le età della vita, 1993); «Uno stimolo di intensità elevata e disturbante produce una reazione di trasalimento, con una persistente ed accentuata accelerazione della frequenza cardiaca» (Luigia Camaioni, Manuale di psicologia dello sviluppo, 1993).

Quest’ultimo esempio non sembra scritto apposta per il cinema horror, i cui lanci pubblicitari amano usare la parola disturbante?

~

Stuzzicato da Evit stesso, sono andato a spulciare anche sui quotidiani (in particolare “La Stampa”, da cui sono tratte le citazioni che seguono), detentori se non della grammatica italiana almeno del linguaggio popolare. E il discorso è identico: la parola è usata senza problemi, al di là della sua “nascita”.

«Fra noi, persone più vicine a quella che diciamo civiltà, […] il pensiero di morire è un pensiero noioso, disturbante, indelicato.»
16 gennaio 1909

«La congiunzione del Sole con Mercurio apporterà un elemento disturbante sulle facoltà mentali.»
7 febbraio 1942

«È già disturbante che i personaggi siano “il marchese”, “la marchesa” e “lo studente”…»
2 settembre 1970

«Non ha risposte che non siano nel suo disturbante teatro su cui i critici offrono più stima che lodi»
17 aprile 1979

Mi sento di dire che “disturbante” è una parola della lingua italiana, almeno dal Novecento…

~

In conclusione, non discuto sull’errore di traduzione, ma rivendico come “italiana” – oltre che di largo uso – l’accezione morale della parola disturbante, per indicare quella sensazione che si prova di fronte a qualcosa di non piacevole. Qualcosa che disturba.

Per questo chiudo con uno splendido passaggio di Aldo Carotenuto dal suo La chiamata del daimon (1989):

«Se riteniamo che la psiche abbia bisogno di convivere e di relazionarsi con le sue fratture, con i suoi fallimenti, con le sue parti malate, l’inorgoglirsi dell’Io che, dopo una fase prolungata di stabilità, crede di aver ucciso e seppellito il suo alter ego disturbante, fa riapparire quest’ultimo con nuova e maggiore forza.»

Forse è proprio questo che indica la parola disturbante: quella parte di noi che cerchiamo sempre di uccidere e seppellire ma che regolarmente riappare…

L.

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Pubblicato da su giugno 5, 2017 in Indagini

 

L’eBook sbagliato di Forsyth

Il mese scorso su delle bancarelle fortunate ho trovato un libro che ero indeciso se comprare: “Il negoziatore” (The Negotiator, 1989) di Frederick Forsyth. Non sapevo che è un libro rarissimo… e digitalmente sbagliato!

Guardo e riguardo questa bella prima edizione Mondadori 1989 – che trovate schedata nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk” – e decido di investire la somma richiesta: 1 euro.
Recentemente mia madre si è appassionata al genere thriller, chissà che non le piaccia anche questo che mi sembra più “spy story”? Le regalo il libro e lei inizia a leggerlo.

Visto che in famiglia leggiamo eBook da tempo immemore, e visto che portarsi sui mezzi un libro cartonato di grande formato è scomodo, mia madre ha preso una decisione pratica: a casa legge il cartaceo, quando viaggia per andare a lavoro si legge l’eBook.
Scopre però che purtroppo la Mondadori non è interessata a vendere questo libro – assente dal catalogo digitale italiano dell’autore – e quindi siamo costretti a trovare l’ebook… in altre maniere… (Visto che abbiamo il cartaceo originale, una copia digitale è consentita, no?)

Grazie ai pirati italiani, molto più solerti dei distratti editori, il libro di Forsyth può essere letto anche da chi non bazzica bancarelle o aste on line (gli unici posti dove questo romanzo può essere recuperato).
Però un giorno mia madre mi scrive uno strano messaggio: il romanzo digitale di Forsyth è quello… però è diverso dal cartaceo! Non solo è vistosamente più corto… ma le parole sono proprio diverse!

I pirati non sono dei professionisti, chissà dove sono andati a prendere quell’edizione de Il negoziatore, magari in una delle tante ristampe del romanzo… che però, scopro, è stato ristampato solamente altre tre volte (1991, 1999, 2001), e tutte le volte il numero delle pagine è lo stesso del cartaceo che abbiamo. Anche le ristampe CDE (Club Degli Editori) hanno lo stesso numero di pagine: come fa questo eBook ad averne addirittura la metà?
Che il pirata si sia perso per strada dei capitoli ci può anche stare… ma il problema è che il testo è uguale… ma diverso…

Sembrerebbe quasi un riassunto, e qui arriva l’intuizione. I più “maturi” ricorderanno che un tempo anche in Italia imperversava “Selezione”, libro-rivista che era l’edizione nostrana del “Reader’s Digest”: cioè grandi romanzi del momento riassunti per i lettori. Cambiò forma varie volte ma la trovavi davvero in ogni casa, e quindi ora è tutta sulle bancarelle.
Di corsa mi sono fiondato in un mercatino dell’usato della zona che sapevo essere pieno di queste edizioni e il Grande Sceneggiatore mi è sato propizio: in un angolo polveroso ho trovato il libro della “Reader’s Digest” che, in 500 pagine circa, riassumeva ben quattro romanzi… fra cui Il negoziatore di Forsyth!

“Selezione della Narrativa Mondiale” (anno XVIII) n. 4/5, luglio-agosto 1990

Perché mai il pirata si è messo a digitalizzare un riassunto di un romanzo di Forsyth, invece del romanzo stesso? Forse la difficoltà di reperire l’opera non basta: temo non sapesse che quello era un riassunto. Duecento pagine invece di quattrocento…
Se quindi di nascosto leggete gli eBook di Forsyth, sappiate che questo è fallato: per gli altri vi conviene rivolgervi alla fonte ufficiale, cioè agli eBook Mondadori, per evitare brutte sorprese come questa!

L.

P.S.
Comunque mia madre ha adorato questo romanzo, intrigata anche dalla rarità dell’edizione. E pensare che l’ho pagato solo 1 euro!

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Pubblicato da su maggio 3, 2017 in Indagini

 

La vendetta è un piatto che va servito freddo

Ricardo Montalban da “Star Trek II – L’ira di Khan” (1982)

Esistono espressioni e modi di dire la cui origine è nebulosa e spesso impossibile da definire. Le “prove fossili” di una frase sono i testi in cui è citata, ma se questi non ne citano a loro volta la fonte diventa più impegnativo ricostruirne il percorso evolutivo. Non mancano espressioni il cui utilizzo si perde nei vortici dei fiumi di inchiostro della letteratura, così come esistono modi di dire di cui tutti sono convinti di poter indicare l’origine (senza in realtà averne la prova). Infine, esiste almeno una frase che possiede tutti questi attributi più uno davvero curioso: quasi sempre viene attribuita ad una cultura diversa rispetto a chi la cita.L’espressione è ben nota a tutti, e tutti sono convinti di sapere da dove derivi, ma in realtà tutto ciò che ricordano è solo l’ultima volta che è stata resa celebre da un film…

 

«Revenge is a dish best served (eaten) cold». Che la vendetta sotto forma di portata sia servita (served) o sia mangiata (eaten), va comunque fatto quand’è fredda.

È una frase che definire celebre è davvero riduttivo: un numero impressionante di autori l’ha utilizzata in romanzi di ogni lingua ed età ma, curiosamente, è meglio nota al grande pubblico grazie ad opere cinematografiche. Una delle ultime celebri apparizioni è avvenuta agli inizi del Duemila quando la frase «La vendetta è un piatto che va servito freddo» campeggia come citazione d’apertura del film “Kill Bill, parte I” (2003) di Quentin Tarantino. Per la prima volta il “grande citatore” si preoccupa di riportare la fonte di ciò che sta citando, così sappiamo che quanto abbiamo letto è «Un antico proverbio Klingon».

La celebre schermata da “Kill Bill” di Tarantino

Proprio come Tarantino, chiunque fosse appassionato di cinema negli anni Ottanta ha ben stampato nella mente la scena di “Star Trek II. L’ira di Khan” (1982) in cui il personaggio interpretato da Ricardo Montalban, rivolgendosi al capitano Kirk, gli ricorda che esiste un “vecchio proverbio Klingon”. «bortaS bIr jablu’DI’reH QaQqu’ nay»: ecco l’aspra versione della frase nel linguaggio klingoniano, usata già nel 1993 da Victor Milan per il suo romanzo From the Depths.

Siamo allora d’accordo che è una frase dell’universo cinematografico di Star Trek? Ovviamente no, perché dieci anni prima la si ritrova in bocca a Marlon Brando ne “Il padrino” (The Godfather, 1972) e già nel 1971 il regista Pasquale Squitieri si maschera da William Redford e firma lo spaghetti western “La vendetta è un piatto che si serve freddo“, distribuito in Francia come La vengeance est un plat qui se mange froid e negli Stati Uniti come Vengeance is a Dish Eaten Cold. Che sia stato il nostro Squitieri a sdoganare la frase al cinema? Ovviamente no anche questa volta, perché già la si trova nel 1949 in “Sangue blu” (Kind Hearts and Coronets) di Robert Hamer.

In ogni caso, la fortuna cinematografica dell’espressione è solamente un riflesso dell’enorme successo che la stessa ha riscosso nel mondo letterario sin da… già, sin da quando?

 

Esiste una leggenda metropolitana per cui il primo a citare la frase esatta sia stato niente meno che Pierre Ambroise François Choderlos de Laclos nel suo celeberrimo “Le relazioni pericolose” (Les liasons dangereuse, 1782), in cui si troverebbe questa espressione: «La vengeance est un plat qui se mange froid». Davanti all’innegabile evidenza che non esiste niente del genere nel testo, i più irriducibili risolvono la questione dicendo che comunque il romanzo è tutto incentrato sulla vendetta, il che non risolve nulla: di vendetta si parla sin dai poemi omerici e babilonesi, ma non è che si debba far risalire a loro l’espressione.

Chiedendo aiuto ai manuali specializzati, scopriamo che il “The Facts on File Dictionary of Proverbs” di Martin H. Manser (2002) la fa risalire alla data 1885 senza spiegare bene su quali basi lo affermi, mentre l'”Everlasting Wisdom” (una raccolta di citazioni curata da Daniel Weis nel 2010) la attribuisce all’educatore tedesco Wilhelm Wander, vissuto nell’Ottocento. Addirittura pare che Napoleone III nel 1870 si sia lanciato in un «Die Rache ist ein Gericht, das man kalt verspeisen muss».

Al di là di queste supposizioni mancanti di prove certe, la più antica fonte sicura ed attestata della frase risale al 1841, quando appare in Francia “Mathilde. Mémoires d’une jeune femme“, scritto da Eugène Sue. «La vengeance se mange très-bien froid[e]». Quindi la frase l’ha inventata Sue? Ovviamente no: l’autore cita la frase in corsivo e specifica: «comme on dit vulgairement». Non l’ha inventato lui il detto, si limita a riportarlo e basta, “volgarmente parlando”.

Possiamo comunque dire che l’origine della frase è francese? Seguiamo questa pista.

 

«I francesi hanno un detto…»: ce lo conferma J.F. Freedman nel suo romanzo “Linea di difesa” (1991). Non ci credete? Ecco cosa scrivono allora Anne e Serge Golon ne “La vittoria di Angelica” (La victoire d’Angélique, 1985), uno dei celebri romanzi della loro eroina: «“La vendetta è un piatto da gustare freddo”. E ripetendosi questo proverbio, scoppiava in una risata stridula. “Molto freddo!”.» Se non siete ancora convinti, ci si può affidare al nostro Indro Montanelli, che nel suo “L’Italia giacobina e carbonara” (1969) ci spiega: «Da buon còrso, Napoleone sapeva che la vendetta è un piatto da mangiare freddo.»

Insomma, siamo d’accordo che è un detto francese, anche se… «In Libia, comunque, c’è un’espressione simile al detto francese “La vendetta è un piatto che va gustato freddo”». Nelson DeMille, nel suo “L’ora del leone” (The Lion’s Game, 2000) ci conferma che è una frase francese ma ci dice anche che in Libia ce n’è una simile: esiste dunque anche una pista africana? «Gli arabi dicono che la vendetta è un piatto che si gusta freddo»: secondo Julia Navarro e il suo “La bibbia d’argilla” (La Biblia de barro, 2006), esiste allora anche una pista araba?

Perché un’autrice spagnola non ipotizza una nascita nella propria cultura? Eppure nella raccolta di proverbi “La sapienza del popolo” (1868) è attestato un proverbio spagnolo molto simile: «Aspetta tempo e loco a far la tua vendetta, che la non si può mai far bene in fretta.» È un concetto similare: che esista davvero una pista spagnola?

Ne è sicuro Stephen King, che apre il suo racconto “La Cadillac di Nolan” (dall’antologia Incubi & Deliri, 1993) con la frase «La vendetta è un piatto da servire freddo» seguita da: «PROVERBIO SPAGNOLO». Gli dà corda Sidney Sheldon ne “La rabbia degli angeli” (Rage of Angels, 1980): «Gli spagnoli hanno ragione, pensava Michael Moretti: la vendetta è un piatto da consumare freddo.»

Esiste però una pista che sarebbe “pericoloso” ignorare, cioè quella nata nel 1969: «Don Corleone assentì. “La vendetta è un piatto che si gusta meglio freddo”, enunciò», e quando il Padrino enuncia, le discussioni finiscono!

Il romanzo di Mario Puzo ha influenzato milioni di italiani sparsi nel mondo, tanto che durante un’intervista del 1997 a Jim Harrison, in occasione dell’uscita del suo libro “Revenge“, egli racconta che l’idea del romanzo gli è venuta quando la sua agente letteraria di origini siciliane gli rivelò un “motto” italiano… ma a quell’epoca tutti gli italiani erano convinti che la frase fosse un proverbio Klingon! Qualcuno deve averglielo fatto notare, eppure Harrison non demorde, così quando usa la stessa frase due anni dopo, per il romanzo “Just Before Dark“, specifica di nuovo che la vendetta va servita fredda, «as they say in Palermo». Basta con queste teorie Klingon, sembra dire l’autore, è una frase di origine palermitana. Ma quanti a Palermo l’hanno mai usata quest’espressione?

Comunque gli danno ragione Claude Arnaud nel suo “Chamfort, a biography” (1992), «Vengeance, as the italians say, is a dish best served cold», e Jilliane Hoffman nel romanzo “L’ultimo testimone” (Last Witness, 2005): «come dicevano i genitori italiani di Dominick: “La vendetta è un piatto che va servito freddo”».

E se infine fosse di origine… fantasy? «Gli affiorò nella mente uno dei molti detti di Grysstha: la vendetta è un piatto che si gusta meglio freddo» ci racconta David Gemmell ne “L’ultima spada del potere” (Last Sword of Power, 1988).

 

Insomma, la scena è confusa ma ogni autore afferma senz’ombra di dubbio la provenienza del detto, senza peritarsi di presentare un qualche tipo di prova: sa bene infatti che ad essere più precisi si finisce per dare il fianco a possibili confutazioni. Per esempio Jon A. Jackson nel suo “Dead Folks” (1999) è convinto che la frase l’abbia creata Edgar Allan Poe, senza ovviamente essere in grado di presentare alcuna prova: molto più furbi quelli che invece invocano fumosi proverbi o antichi e vaghi detti di altre culture.

L’espressione “vendicativa” la si ritrova in un numero vasto di romanzi e saggi – addirittura in “Figure intercambiabili” di Wang Meng, testo cinese del 1934 – e per fortuna non tutti cercano di convincere il lettore dell’origine culturale: alcuni si divertono ad arricchirla.

«La vendetta è un piatto che, a differenza del brodo, va servito freddo; meglio ancora: un po’ alla volta» ci spiega Cesare Marchi in “Quando eravamo povera gente” (1988). «D’altronde si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo, magari con un po’ di limone» gli fa eco Francesco Venturi in “Polder” (1998). «La vendetta è un piatto che le persone per bene mangiano freddo. Bisogna lasciare ai cafoni e ai barbieri di reagire a sangue caldo ai torti ricevuti.» conclude Ignazio Silone ne “Il seme sotto la neve” (1950).

In attesa del prossimo film che porti in auge il detto, e in attesa di scoprire le sue fumose origini, non rimane che chiudere con il pepato Joe R. Lansdale di “Capitani oltraggiosi” (Captains Outrageous, 2001): «Il vecchio detto secondo cui la vendetta è un piatto che si gusta freddo è una stronzata. La vendetta è dolce solo nel calore del momento.»

Irresistibile vignetta da Facciabuco

L.

P.S.
Questo articolo, come tanti altri, è ospitato anche nella sezione “Inviati speciali” di Tanogabo.

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Pubblicato da su aprile 5, 2017 in Indagini

 

Nel nome di Rambo

Questo pezzo, iniziato ad assemblare settimane fa, è un omaggio a Tomas Milian, scomparso il 22 marzo scorso: il primo vero Rambo del cinema…

Chiamatemi Rambo

Un uomo solitario entra in città lasciandosi alle spalle un passato di violenza che ancora lo opprime: ha le migliori intenzioni ma il suo destino è di scatenare una guerra.
Lo accoglie un uomo di legge e lo chiama per nome: Rambo. No… non quel Rambo!

Uno dei titoli storici di Umberto Lenzi

Questo incipit non ha nulla a che vedere con il film Rambo (ottobre 1982, in Italia dal dicembre successivo), ma si tratta del soggetto di una delle celebri crime story italiane che hanno riempito le sale negli anni Settanta: “Il giustiziere sfida la città” di Umberto Lenzi, dove il protagonista Tomas Milian – agli inizi di una carriera che lo porterà a girare in Italia venti film in tre anni, prima di indossare la tuta del Monnezza – interpreta un uomo forse non onesto ma di sicuro giusto, e infatti il film in Europa è stato distribuito con il titolo anglofono One Just Man, che mi piace leggere come un gioco di parole tra “un solo uomo” e “un uomo giusto”.
Questo giustiziere solitario che scatenerà una guerra in città si chiama Rambo, in omaggio al film con Sylvester Stallone… Eh no, proprio no: perché il Rambo di Tomas Milian esce nei cinema italiani nell’agosto del 1975!

Quando un uomo di nome Rambo incontra un tutore della legge… sono sempre guai

Stupisce trovare il nome Rambo citato con tanta enfasi, ed affibbiato ad un personaggio d’azione dai capelli scuri e mossi, in un film che preceda di ben sette anni il successo cinematografico della pellicola con Stallone, e a questo punto mi chiedo: possibile che tale enfasi nasca solo dal libro?
Nel marzo 1972 (anche se i collezionisti parlano di una “vera prima edizione” del 1971) lo scrittore David Morrell pubblica un romanzo dal successo travolgente: “First Blood“. Quando nel 1973 la Feltrinelli lo porta in Italia con la traduzione di Donata Migone nasce un problema: cosa diavolo è un “first blood”?

Il giovane Jesse Harker è poco più di un ragazzino a cui è stata messa sul petto una spilla da sceriffo, una responsabilità palesemente più grande di lui: saprà farsi valere? Saprà uccidere quando sarà necessario?
Questo il soggetto di First Blood (1953), secondo romanzo di Jack Schaefer dopo il grande successo dell’esordiente Il cavaliere della valle solitaria (Shane, 1949). In omaggio al compito del suo giovane protagonista, chiamato a diventare grande tramite l’uccisione di qualcuno, l’autore sceglie un termine inglese molto usato in contesti venatori: First Blood, il cui concetto potrebbe essere tradotto in italiano come “battesimo del sangue”.

Malgrado in Italia la caccia sia stata praticata da sempre e fino a tempi recenti, non sembra esistere un suo vocabolario così che non è facile tradurre le varie espressioni con “blood” usate tutt’oggi dagli anglofoni. L’ho scoperto nella narrativa di genere dedicata ai Predator, gli alieni cinematografici specializzati nella caccia entrati nell’immaginario multimediale. La loro società tribale viene scandita in Young Blood, Blooded Warrior, Un-Blooded Warrior, Bad Blood e via dicendo, tutte espressioni che non conoscono in italiano se non termini vaghi: sarà per questo che tutto ciò che riguarda i Predator è inedito nella nostra lingua?

Quando la Feltrinelli porta nelle nostre librerie First Blood pensa bene di non azzardare traduzioni troppo interpretative, e il risultato è un letterale Primo sangue, che può solo vagamente far pensare ad uno dei tanti significati dell’espressione, cioè il “primo sangue versato” in una qualsiasi competizione, che sia sportiva o militare.
Non stupisce che quando nel 1983 la Editoriale Corno ristampa il libro di Morrell lo battezza semplicemente Rambo.
Insomma, First Blood è un concetto un po’ vago e neanche si capisce bene cosa c’entri con la storia del romanzo, ma la vera domanda forse è un’altra: che razza di nome è “Rambo”?

Quando nel 1637 lo svedese Peter Gunnarsson Rambo scese dalla nave Kalmar Nyckel e mise piede nella colonia New Sweden (negli Stati Uniti del nord), portava in una scatola dei semi che avrebbe piantato per portare nel Nuovo Mondo un po’ di frutta della sua terra. Si dice che gli alberi nati da quei semi abbiano fornito all’America del futuro uno dei suoi frutti più tipici: la mela Rambo. (Non sono riuscito a stabilire se questa varietà sia mai arrivata nel nostro Paese.)

Lapide commemorativa per l'”inventore” della mela Rambo

È invece il “caldo” 1968 quando il venticinquenne David Morrell vede alla TV due reportage: uno dal Vietnam, con soldati armati di M16 che si aggiravano tra i fuochi, e un altro dall’America, dove alcune cittadine vittime di violenza avevano chiamato la Guardia Nazionale, con soldati armati di M16 che si aggiravano tra i fuochi… E se le due cose fossero più collegate di quanto già non sembri?
«E se scrivessi un libro nel quale la guerra del Vietnam arriva in America?» racconta di essersi chiesto l’autore, in una Introduzione purtroppo assente dalle edizioni italiane. «Non c’è stata una guerra su suolo statunitense sin dalla fine della Guerra Civile nel 1865. Con l’America spaccata in due sulla questione del Vietnam, forse era tempo di scrivere un romanzo che desse risalto alla divisione filosofica nella nostra società, che mostrasse la brutalità della guerra sotto i nostri nasi.»

Reduci solitari e sceriffi zelanti: mix esplosivo

Tutto questo bel discorso di Morrell si scontra con un fatto che non sembra conoscere, o che faccia finta di non conoscere: dal 1969 – un anno dopo l’idea primigena di David – il mondo della narrativa d’azione è cambiato per sempre con la nascita di un eroe destinato a conquistare i decenni successivi… visto che è ancora in attività!
Forgiato dal Vietnam e tornato in America con il suo carico di violenza, quando la sua famiglia viene uccisa dalla Mafia un uomo capisce che non esiste legge né giustizia se non quella fatta con le proprie mani. Nel 1969 nasce Mack Bolan, l’Esecutore: ogni “giustiziere” che avete incontrato – dallo Skorpio dei fumetti sudamericani al Punisher della Marvel – è “figlio” di Mack Bolan. Lo è anche l’eroe di David Morrell, checché ne dica (o non ne dica) il romanziere.

Mack Bolan: il padre di tutti i giustizieri cine-letterari

Ma insomma com’è che si chiama questo reduce del Vietnam, “figlio” di Mack Bolan, che si fa giustizia da solo in patria?
«Il suo nome sarebbe stato… Mi scervellai sul suo nome più di ogni altra cosa», racconta Morrell nella citata Introduzione. Mentre ci pensa continua a leggere Rimbaud, quando un suo amico francese gli dice l’esatta pronuncia di quel nome. Indovinate qual è? Rambò… «Un’ora dopo, mia moglie tornò a casa dalla spesa. Disse di aver comprato delle mele di un tipo che non aveva mai sentito prima: Rambo. Il nome di uno scrittore francese e il nome di un tipo di mele si scontrarono, ed io avvertii la potenza dell’impatto».

Sylvester Stallone nei panni … di una mela che si chiama come un poeta francese!

Il 10 luglio 1973 sul quotidiano “La Stampa” un giornalista che si firma “c.m.” recensisce brevemente ma in maniera entusiastica il romanzo “Primo sangue”, che la Feltrinelli vende al prezzo di 3.000 lire. (Non un prezzo basso, visto che i tascabili Oscar Mondadori costavano 750 lire.)
«Libro sorprendente. Rambo, rientrato dal Vietnam, viene stritolato dalla civiltà “normale”, ma prima si batte come se fosse ancora in periodo di guerriglia. Tecnica eccellente, ritmo serrato. Un capolavoro del genere.»
Possibile che questo romanzo abbia avuto un successo tale che solo due anni dopo Tomas Milian si faccia chiamare Rambo senza dare spiegazioni? Possibile che un successo del genere nell’immaginario collettivo non abbia poi lasciato la benché minima traccia? Ogni citazione a Rambo è riferita unicamente ed esclusivamente al film con Stallone: il romanzo di Morrell non lo calcola mai nessuno, se non gli appassionati o gli specialisti del settore, men che meno il film di Umberto Lenzi.
Per fortuna ci sono ancora grandi appassionati del cinema di genere come Daniele Magni e Silvio Giobbio, che nel 2005 stilano un dizionario del cinema poliziesco italiano dal titolo Cinici, infami e violenti, riveduto ed ampliato nel 2010. Alla voce Il giustiziere sfida la città si legge:

«Una curiosità: il nome Rambo deriva proprio dal libro First Blood, lo stesso da cui venne tratto, sette anni più tardi, il film con Sylvester Stallone. Racconta [Umberto] Lenzi che [Tomas] Milian, che era stato affascinato dal libro, avrebbe voluto intitolare la pellicola col nome del personaggio, ma la produzione rifiutò ritenendo che nessuno sarebbe mai andato a vedere un film intitolato Rambo. La cosa si commenta da sola…»

Fa davvero impressione pensare che è esistito un tempo così vicino in cui in Italia erano i libri a forgiare l’immaginario collettivo…

In chiusura, va menzionato il nostro Terence Hill, che nel 2013 ha raccontato a “Vero” (notizia ripetuta poi da “Il Messaggero” nel 2014) che era Los Angeles quando nei primi anni Ottanta gli fu assegnato il ruolo di Rambo nel film di Ted Kotcheff, e che il suo manager dell’epoca voleva che lui accettasse assolutamente. Il nostro Terence però si trovava bene a fare film con Bud Spencer e così, invece di un rifiuto che non sarebbe stato accettato, prese moglie e figli e se ne andò dalla città senza dire niente a nessuno.
Ce lo vedete Trinità nei panni di John Rambo? Molto più credibile Tomas Milian…

Tomas Milian (1933–2017), il cubano che ha segnato nel profondo il cinema di genere italiano

L.

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Pubblicato da su marzo 29, 2017 in Indagini

 

La leggenda del bue e dell’asinello

Adamo ed Eva e l’Albero della Conoscenzarappresentato come un albero-fungo(cappella di Plaincourault a Merigny, 1291)

Adamo ed Eva e l’Albero della Conoscenza
rappresentato come un albero-fungo
(cappella di Plaincourault a Merigny, 1291)

In questi giorni l’ottimo blog “The Obsidian Mirror” ha ripreso un discorso iniziato tempo addietro sugli Orizzonti del reale. La splendida rassegna iconografica di arte sacra mostrata in questo undicesimo post sull’argomento illustra una tesi che ignoravo: l’importanza del fungo nella simbologia cristiana.
Quello che Obsidian sta portando avanti da tempo è un discorso che cerca di rispondere ad una domanda molto spinosa: il fungo è entrato nella simbologia religiosa coscientemente, oppure è un retaggio di vecchie usanze pagane – magari di stampo sciamanico – rimasto poi nell’iconografia quando ormai si era perso il significato originario? Non è una domanda facile, sia perché gli artisti cristiani non è che spiegassero e dichiarassero i motivi dell’iconografia che usavano sia perché… be’, perché i Testi Sacri sciabordano di elementi preesistenti di cui si è perso il significato originario. Oppure… di traduzioni sbagliate che hanno generato una nuova iconografia propagata poi inconsapevolmente.
Ne approfitto per parlare di uno di questi elementi: il delizioso destino dell’invenzione del bue e dell’asinello.

Com’è più che noto, la cultura popolare cristiana affonda le radici nei vangeli gnostici forse più che in quelli canonici, così molte delle storie semplificate che sentiamo raccontare in occasione delle feste religiose derivano da fonti apocrife. O addirittura sbagliate.
Per esempio il fatto che Gesù sia stato riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello…

La monaca e poetessa Roswitha, badessa del convento di Gandersheim (bassa Sassonia, al centro esatto della Germania), nel 973 in un poema cita un testo di difficile datazione, ma che grazie alla badessa possiamo dare per noto almeno nel X secolo: un testo che oggi chiamiamo Vangelo dello pseudo-Matteo, ma all’epoca si preferiva definirlo Libro sulla nascita della Beata Vergine e sull’infanzia del Salvatore.
Seguendo il grande gioco degli pseudoepigrapha – libri falsamente attribuiti – per molto tempo si è ritenuto che il testo fosse stato tradotto da San Girolamo partendo da un originale ebraico, facendo dunque risalire il testo al IV secolo, ma è una tesi ormai considerata priva di qualsiasi fondamento: molto più facile che sia un classico rimaneggiamento di fonti antecedenti per rispondere alla grande richiesta di gossip. Se infatti i Vangeli canonici sono avari di informazioni familiari sui “protagonisti”, lo pseudo-Matteo ne è particolarmente generoso.

Botticelli, Adorazione del Bambino (1476-77)Basilica di Santa Maria Novella, Firenze

Botticelli, Adorazione del Bambino (1476-77)
Basilica di Santa Maria Novella, Firenze

Come un moderno giornalista scandalistico l’autore ignoto sa bene le domande dei lettori, sulla famiglia di Gesù, sulla famiglia di Maria, sul loro passato e gossip vario, così fornisce un mare di informazione stando sempre ben attento ad avere le “pezze d’appoggio”: è infatti importante che tutto ciò che viene raccontato su Gesù corrisponda a profezie precedenti, perché tutto risulti vero.
Così nel capitolo 14 leggiamo:

«Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Isaia, con le parole: “Il bue riconobbe il suo padrone, e l’asino la mangiatoia del suo signore”. Gli stessi animali, il bue e l’asino, lo avevano in mezzo a loro e lo adoravano di continuo. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: “Ti farai conoscere in mezzo a due animali“.»

Beato Antelico, Adorazione del Bambino (particolare) 1440-1441 circa convento di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Adorazione del Bambino (particolare) 1440-1441 circa
convento di San Marco, Firenze

Anche fermandoci al X secolo come datazione dello pseudo-Matteo, possiamo dire che dall’anno Mille nella cultura cristiana sono ben presenti il bue e l’asinello. Sebbene, come avete letto, non si parla minimamente del loro fiato “riscaldante”.
Il problema è che le due fonti che lo pseudo-Matteo cita… non vanno proprio bene.

Barnardo Luini, Adorazione del bambino(1515 circa) Accademia Carrara, Bergamo

Barnardo Luini, Adorazione del Bambino
(1515 circa) Accademia Carrara, Bergamo

Il bue e l’asino a cui fa riferimento Isaia (1,3) non c’entrano nulla con l’idea degli animali della mangiatoia, e lo spiega padre Filippo Belli, docente di Teologia biblica, in un intervento del 2013 proprio sulla questione di quella “profezia” di Isaia:

«È un testo amaro, in cui il Signore si lamenta con il suo popolo che ha allevato e fatto crescere, ma che si è ribellato (cf. Is 1,2). Persino il bue e l’asino – dice il Signore attraverso il profeta – sanno riconoscere a chi appartengono, mentre il popolo non riesce per ribellione.»

Ciò che però trovo più intrigante è la seconda profezia che lo pseudo-Matteo tira in ballo per giustificare la presenza degli animali. Sta citando il Libro di Abacuc (3,2) che si apre con una Supplica così resa in italiano:

«Signore, ho ascoltato il tuo annunzio,
Signore, ho avuto timore della tua opera.
Nel corso degli anni manifestala
falla conoscere nel corso degli anni.
Nello sdegno ricordati di avere clemenza.»

Voi leggete “animali” da qualche parte? No, perché le traduzioni italiane – questa in particolare è della CEI – esattamente come quelle in altre lingue hanno capito quello che lo pseudo-Matteo non ha fatto altro che ripetere: un errore di traduzione. Uno di quelli che cambiano la storia della cultura…

La fonte dell’errore è sempre quella, la mitica Septuaginta, la Bibbia dei Settanta, quell’enorme operazione di traduzione in greco delle Sacre Scritture un cui curioso aspetto fa parte della trama del mio romanzo Le mani di Madian: e scusate la marchetta! (Originariamente volevo intitolare il romanzo La leggenda dei Settanta Traduttori, ma ho preferito il riferimento alle mani.)
Una delle “libertà” creative più celebri di questa Septuaginta è di aver fatto diventare l’ebraico alma (giovane donna) il greco parthenos (vergine), con conseguenze abbastanza importanti…

Giovanni Antonio da Lucoli, Adorazione del Bambino (1537) Cattedrale di San Massimo, L’Aquila

Giovanni Antonio da Lucoli, Adorazione del Bambino (1537)
Cattedrale di San Massimo, L’Aquila

Traducendo l’Ambakùm (cioè Abacuc), ecco come appare la terza riga della Supplica che ho riportato:

«ἐν μέσῳ δύο ζῴων γνωσθήσῃ»

Stephan Lochner, Adorazione del Bambino (1445)Alte Pinakothek, Monaco (Germania)

Stephan Lochner,
Adorazione del Bambino (1445)
Alte Pinakothek, Monaco (Germania)

En meso duo è esattamente come sembra in italiano: in mezzo a due, falla conoscere (o “manifestala”, come scrive la CEI). Ma cosa? Il termine ζῴων non lascia dubbi: animali. Tanto che quando nel IV secolo d.C. San Girolamo tradusse la Septuaginta in latino scrisse «in medio duorum animalium innotesceris». Il problema è che quei piccoli segni sulla parola greca contano, e infatti la Septuaginta per rispettare l’originale ebraico avrebbe dovuto scrivere ζωῶν (età), non ζῴων (animali).

Oggi l’errore originale è corretto, e l’opera di Dio si esorta a farla conoscere «nel corso degli anni», per essere più chiari dell’originale “tra le due età”, ma gli importanti effetti che quell’errore ha generato… come li sistemiamo?
Da almeno mille anni la cultura cristiana crede che ci siano stati due animali a scaldare il bambin Gesù, proprio quel bue ed asinello che cita Isaia per tutt’altri motivi, quindi ogni artista che li ha ritratti era convinto che fosse un elemento strettamente legato alle Sacre Scritture. La domanda finale, per ricollegarmi al discorso che sta portando avanti il blog The Obsidian Mirror, è semplice ma spinosa: pensavano la stessa cosa gli artisti che hanno inserito funghi in un gran numero di opere a sfondo cristiano?

Molti affermano che il fungo simboleggi la resurrezione… ma siamo sicuri che non sia una interpretazione a posteriori per giustificare tutti quei funghi nelle pitture? Esattamente come a posteriori si sono inventati un bue ed un asinello per giustificare un errore di traduzione.

Chiudo con il già citato padre Belli, che così scrive a chi si è lamentato dell’aver scoperto della inesistenza dei due animali tanto cari al presepe:

«Il bue e l’asino, pur non essendo presenti nel racconto evangelico, ci stanno proprio bene nel presepe. Essi indicano a tutti l’atteggiamento adeguato di fronte al mistero che viene manifestato nella grotta di Betlemme.»

L.

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Pubblicato da su gennaio 31, 2017 in Indagini

 

ROBOT: la nascita “scorrevole” di una parola

robot_64_zRipesco uno dei miei rari articoli pubblicati su cartaceo: sul numero 64 della storica rivista “Robot” nell’autunno 2011 apparve un mio saggio in cui minavo una delle più granitiche informazioni della fantascienza, cioè l’origine della parola ROBOT.
Vi invito a consultare qualsiasi tipo di dizionario, manuale, saggio o quel che volete, e tutti vi ripeteranno la stessa definizione. Possibile che solo io, che non sono nessuno, ho avuto l’idea di andare a controllare? Servirebbe molta più curiosità, al mondo, per non essere tutti… dei robot!

ROBOT
La parola che esisteva
già prima di essere inventata

«Nacqui, o fui creato, sei mesi fa,
il 3 di novembre dello scorso anno.
Sono un vero robot.»
Eando Binder, Io, Robot
(“Amazing Stories”, gennaio 1939)

La parola “robot”, così familiare per noi, è stata inventata dal drammaturgo ceco Karel Čapek per la sua pièce teatrale del 1920 dal titolo “R.U.R.”: questo dicono tutte le fonti sull’argomento, senza alcuna ombra di dubbio. È vero… ma non è corretto!
Questa affermazione non tiene infatti conto del fattore Eraclito: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto scorre… comprese le parole.

Vuole la leggenda (in realtà lo racconta Čapek stesso in una sua lettera del 24 dicembre 1933) che nel 1920 Karel si recò dal fratello Josef (pittore e scrittore) e gli sottopose un quesito: come chiamare i lavoratori di metallo che stava ideando per la sua opera? Josef se ne uscì così: «Chiamali Robot». L’idea non nasceva dal nulla, ma semplicemente prendeva il verbo ròbota (“lavorare”) e lo rendeva nome comune: Karel ne fu entusiasta e la usò per la prima volta nella sua pièce: “R.U.R. – Rossum’s Universal Robots”.

Edizione BBC 1938 di R.U.R. - Rossum’s Universal Robots

Edizione BBC 1938 di R.U.R. – Rossum’s Universal Robots

Stando a quanto ci dicono tutti, quando il 25 gennaio 1921 un teatro di Praga presentò per la prima volta detta pièce, la gente fu sicuramente frastornata dal titolo anomalo, visto che non conosceva la parola “robot”. Non c’è però niente di strano in questo: un titolo bizzarro serve anche a stuzzicare la curiosità dei lettori/spettatori.

La gente si sedette, il sipario si alzò e sul palco trovarono il personaggio di Domin, direttore dell’azienda R.U.R., che dettava alla sua segretaria Silla. «Quando la consegna è stata imbarcata, avevamo avvertito il capitano del fatto che il vascello non era adatto per il trasporto di robot»… Squilli di trombe: è nata una parola! Quale sarà stata la reazione del pubblico nel sentire per la prima volta nella storia pronunciata la parola “robot”? Non possiamo saperlo, ma è facile che non ci sia stata alcuna reazione: quella gente la parola la conosceva benissimo, e da un pezzo…

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Facciamo un piccolo salto indietro. La rivoluzione francese prima e le guerre napoleoniche poi avevano minato l’equilibrio europeo all’inizio dell’800, e soprattutto la stabilità dell’Impero Austro-Ungarico (futura patria di Čapek) che più volte avrebbe cambiato aspetto geo-politico (perdendo o cedendo terre per poi riconquistarle).
Dopo un breve periodo di pace traballante, nel 1848 una rivoluzione in Galizia fu la miccia che infiammò gli animi della popolazione che si sentiva soggiogata e, soprattutto, era molto sensibile alle notizie che giungevano da Parigi, in cui gli echi rivoluzionari non si erano ancora spenti.

Primus, da R.U.R.

Primus, da R.U.R.

«Quando ho lasciato Parigi, alcuni giorni fa, il popolo celebrava il trionfo. Sì, amici miei: è sublime sentire la gioia di un’intera nazione»: così racconta un personaggio del racconto “The Modern Vassal” di John Wilmer, apparso nel giugno del 1849 sul “Tait’s Edinburgh Magazine”. Ma di cosa gioiscono, questi francesi? «Della libertà, ovviamente. […] Libertà, amici: nessun robot, nessun titolo, nessuna tassa sul ceto o sul malto […]. La libertà è pagare una sola tassa generale e nient’altro.»

Un momento… “nessun robot”? Mezzo secolo prima che Čapek inventasse la parola, la ritroviamo in un giornale di lingua inglese, quando gli odierni dizionari di questa lingua la fanno nascere solo nel 1920? Ma cosa sarebbe poi questo robot la cui assenza è motivo di gioia?

Lo spiega con semplicità Henry Dunning MacLeod nel suo “Elements of Political Economy” (1858): «Nella zona più ad est dell’Europa ai contadini viene data una certa quantità di terra ad uso personale, a condizione di prestare servizio per un certo numero di giorni sulle terre del loro signore: questa specie di servizio viene chiamato Robot.» In poche parole, servitù della gleba!

Proprio di glebæ adscriptus parla József Eötvös nel suo “The Village Notary. A Romance of Hungarian Life” (1850). «Nel quattordicesimo secolo, il robot, o lavoro in cambio di fitto, fu incrementato e i contadini furono obbligati a dare un nono di ogni raccolto al loro signore ma, d’altra parte, erano liberi da servizio militare.»
Nel suo “Austria” del 1848 Peter Evan Turnbull si lamenta che questa usanza sia un retaggio feudale invece sconosciuto in Stiria, Austria interna, Tirolo, Carniola, Carinzia e via dicendo: tutte località dell’Impero al di sopra del Danubio. Qui «i tributi e i servizi sono stati aboliti, oppure trasformati in pagamenti monetari.» [Questi pagamenti, per inciso, erano chiamati Robot Valtsag]
Charles Loring Brace, però, nel suo “Hungary in 1851” (1852), fa notare come l’abolizione del Robot non sia stato un vantaggio: le tasse monetarie che lo sostituirono risultarono molto più gravose di quanto alcun Robot fosse stato mai!

Sappiamo che dopo i sanguinosi scontri in Galizia nel 1848, «i nobili polacchi […] se ne uscirono con la proposta di abolire il Robot – come racconta l’articolo “Revolution and Counter-Revolution” del “Westminster Review” dell’aprile 1851: – il governo austriaco si è opposto a queste generose intenzioni dicendo che “la nobiltà polacca è molto indebitata e vorrebbe, con questo gesto, diminuire il valore delle sue proprietà e quindi derubare i creditori”».
Comunque qualche settimana dopo questi eventi il Robot è stato realmente abolito da un decreto del governo: «L’ansietà paterna dell’Austria – commenta il narratore – era meno preoccupata dei creditori defraudati rispetto ai danni che avrebbe provocato il malcontento delle classi popolari.»

L’effetto, come si è accennato, fu disastroso. «I signori locali sono quasi rovinati – racconta Brace nel citato “Hungary in 1851”. – I loro contadini non sono più obbligati a lavorare per loro e quindi non lo fanno, a parte rare eccezioni.»

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Sulla, la donna robot di R.U.R.

Sulla, la donna robot di R.U.R.

Malgrado muoia il 31 agosto 1848, quando cioè muore il concetto che esprimeva, la parola “robot” esisteva eccome: era relegata, è vero, in alcuni paesi dell’est europeo, ma come si è visto viaggiatori e studiosi di lingua inglese fecero sì che il termine non rimanesse sconosciuto. Addirittura un dizionario ceco-italiano stampato a Praga nel 1831 attesta che la parola Robot in italiano significa “giorni di lavoro”; Zug-robot, “con carri”; Hand-robot, “a mano”. Eppure dal 25 gennaio 1921, quando cioè vide la luce la rappresentazione teatrale di “R.U.R.”, la tassa feudale dei contadini (che non era schiavitù, visto che – lo testimoniano molti – i contadini durante il Robot lavoravano dieci volte meno del solito!) scomparve nel nulla: ora “robot” voleva dire essere meccanico!
Quel giorno, inoltre, una parola di storia millenaria come “automa” venne relegata a sorellastra, in quanto indica una qualsiasi cosa che si muova da sola (da cui “automatismo”): il più affascinante ed esotico robot indica invece un essere meccanico che non solo si muove da solo… ma che lo fa coscientemente!

Čapek era sin dall’inizio molto apprezzato dagli anglofoni, e subito il suo lavoro venne tradotto in inglese da Paul Selver (traduttore ufficiale di Čapek in questa lingua, anche se si prendeva licenze che raramente comunicava all’autore!) e trasformato in sceneggiatura da Nigel Playfair: nell’aprile 1923 viene rappresentata per la prima volta in Gran Bretagna dalla Reandean Company al St. Martin’s Theatre di Londra. Già dall’ottobre 1922 la pièce ammalia il pubblico americano del Garrick Theatre, dove vedrà ben 184 repliche e fra gli attori ci sono esordienti del calibro di Spencer Tracy e Pat O’Brien. Da quel momento si può dire che i robot conquistarono la razza umana!

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Va però fatta notare una curiosità. Contemporaneamente alle messe in scena americane, il 16 ottobre 1922 gli statunitensi John Peter Toohey e Walter C. Percival avevano presentato a Broadway un lavoro teatrale dal titolo “Swifty”: «una commedia di e per robot», la definì la rivista “The Judge” (n. 83) lo stesso anno. (Da notare come il critico usasse già così disinvoltamente la parola “robot”, sebbene teoricamente era una parola nuova di zecca nel dizionario inglese.)
«La storia – continua la stroncatura – è un miscuglio tra il Frankenstein e una lezione di Harvard su economia e sociologia»: che strano, corrisponde molto al R.U.R. di Čapek…
Swifty”, che vide comunque solamente 24 repliche (chissà, con il successo dell’originale chapekiano magari hanno preferito farla scomparire!) vedeva nel cast anche un giovanissimo Humphrey Bogart.

Posa da R.U.R.

Posa da R.U.R.

Che sia per effetto delle rappresentazioni teatrali o perché comunque si aveva memoria dei resoconti di viaggio di autori inglesi dall’est europeo, fatto sta che almeno dal 1922 la parola è entrata in pianta stabile nella lingua inglese.

Nel 1923 la rivista medica statunitense “The Trained Nurse” parla di un robot per la stenografia: «Come tutti gli altri robot – specifica l’articolo, – lo stenografo era incapace di errori.»

Nel 1925 addirittura la rivista religiosa “Catholic World” (n. 121) dei Paolisti (Paulist Fathers) riporta la frase «era freddo e distaccato come un Robot.»

Nel numero di dicembre 1928 la rivista “Popular Science Monthly” pubblica un corposo articolo su “Mechanical Men Walk and Talk” (Uomini meccanici camminano e parlano). L’autore, Robert E. Martin, analizza gli automatismi dal 400 a.C. ai tempi moderni: non può mancare la citazione di “R.U.R.”, «che anni fa era il titolo di una fantasiosa pièce teatrale di Karel Čapek, drammaturgo cecoslovacco, in cui il suo Robot era una macchina con sembianze e pensieri umani. Čapek fu quello che diede al mondo la parola di cui esso aveva bisogno, “robot”, per indicare un automa meccanico.»

Nel volume 56 di “Popular Mechanics Magazine” del luglio 1931 si parla di Robot come di apparecchiature automatizzate. «Robot that answers phone», “un robot che risponde al telefono” è intitolato un articolo, e la parola la si ritrova spesso nello stesso numero.

Negli anni Trenta il giocatore di baseball Charlie Gehringer venne soprannominato “The Mechanical Man” o “The Robot”.

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The Robot Mystery da "Boy's Life" (marzo 1930)

The Robot Mystery
da “Boy’s Life” (marzo 1930)

Dopo essere divenuta così popolare, era solo questione di tempo prima che la parola sbarcasse anche nella letteratura popolare.

Arthur B. Reeve nel marzo 1930 sulla rivista giovanile “Boys’ Life” pubblica il racconto breve: “The Robot Mystery”, dove viene presentata la macchina chiamata Robot Detective. «È un buon nome, di gran moda», dice il protagonista.

Nell’agosto 1932 è già parte integrante della letteratura fantastica. Nel numero di quel mese di “Wonder Stories” appare il racconto “La lettera da Mohaun Los” (Flight into Super-Time, o The Letter From Mohaun Los) dove il californiano Clark Ashton Smith così scrive: «Il formidabile robot, all’apparire del nuovo venuto, aveva subito abbandonato i suoi progetti di guerra contro di noi, volgendosi a fronteggiare il poliedro con tutti i tentacoli alzati, in gesto di minaccia».

I primi robot letterari (ma anche molti successivi!) volevano sempre la distruzione del genere umano. Ambientato nel 3011, “La nemesi dei robot” (The Robot Nemesis, 1934) di E.E. “Doc” Smith presenta addirittura dei robot telepati, che possono uccidere gli uomini che risultino pericolosi per la loro brama di potere. Il protagonista e i soliti valorosi eroi inizieranno una fenomenale guerra ai robot per tutta la Galassia…

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Per l’Italia, ad eccezione del citato dizionario ceco-italiano, si dovrà aspettare un pochino. Il Devoto-Oli attesta la prima apparizione della parola nella nostra lingua solo nel 1941; il Sabatini-Coletti nel 1942. In realtà si possono trovare citazioni anche prima di queste date. Nell’America amara di Emilio Cecchi (1940) troviamo «magnifiche sentinelle, che manovrano come Robot, l’uomo di ferro e d’elettricità, ed esplodono come bombe a orologio»; “L’Illustrazione Italiana” del 1938 immagina il futuro, quando «viaggeremo in un siluro e il bigliettario sarà un robot di alluminio con un disco che ripeterà puntualmente: signori biglietti»; “Scienza e tecnica” del 1937 parla delle radio-robot.
Forse si può identificare nel 1931 l’anno spartiacque: Franco Valsecchi ne L’assolutismo illuminato in Austria e in Lombardia parlava ancora del robot come di prestazione di servizi da parte dei contadini, mentre “La lettura” (rivista mensile del “Corriere della sera”) parlava di un «Robot, fatto di fili, di quadranti e di tasti».

Sappiamo però tutti quando i robot hanno realmente invaso l’Italia: negli anni Settanta, grazie a massicce dosi di cartoni animati giapponesi e film statunitensi.

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Merita infine una citazione il fatto che la supposta invenzione della parola robot ha dato vita ad un’altra supposta invenzione: la parola robotica.

Posa da R.U.R.

Posa da R.U.R.

Il termine “supposta” non è un’aggiunta casuale: è un sospetto che viene sollevato dal suo stesso inventore, Isaac Asimov.
Nel saggio breve “La parola che ho inventato” (The Word I Invented, 1980 – apparso in appendice ad “Urania” n. 882 del 1981) Asimov racconta di aver usato per la prima volta la parola nel racconto “Girotondo” (Runaround) pubblicato originariamente nel numero di marzo del 1942 di “Astounding Science Fiction”, ma lo fece inconsciamente! «A quell’epoca non sapevo che fosse un termine inventato – racconta l’autore. – La fisica di solito usa il suffisso “ica” per le sue varie branche, così come appare dai termini meccanica, dinamica, elettrostatica, idraulica, e così via. Così mi parve logico che la scienza che studiava i robot si chiamasse “robotica”.»

Possiamo immaginare quindi lo stupore di Asimov quando, nel 1973, si ritrovò citato nel Dizionario Barnhart dei nuovi termini inglesi (Harper & Row): «In esso si trova la parola robotica, e viene citato un passo di un mio articolo, nel quale affermo di averla inventata io. Certo, direte voi, l’affermazione viene sempre da me, ma se non altro, a conferma della cosa, c’è il fatto che i lessicografi non hanno potuto rilevare usi precedenti al mio della parola in questione».

Gli stessi dubbi ci arrivano, indirettamente, da Čapek stesso: perché egli non ha mai spiegato cosa fossero i robot? Noi oggi, leggendo “R.U.R.”, lo capiamo subito ma nel 1921, quando la pièce fu rappresentata per la prima volta, il concetto non doveva essere poi così ovvio. Perché non c’è un solo passo nel testo che faccia capire che si sta parlando di una parola nuova? Gli autori inglesi che scrivevano dei loro viaggi nell’Impero Austro-Ungarico facevano seguire ad ogni parola autoctona una spiegazione, compreso robot: perché non lo ha fatto anche il suo “inventore”?

Come si diceva, nulla si crea, nulla si distrugge: tutto scorre, e non c’è niente che scorra più velocemente – e a lungo – di una parola.

L.

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Pubblicato da su gennaio 11, 2017 in Indagini

 
 
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