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Scalare montagne coi libri

Ci sono coincidenze che non si possono ignorare, così quando ho visto una recente produzione Netflix – il film “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard, noto nei Paesi anglofoni come The Climb – non ho potuto fare a meno di notare un’incredibile collegamento con un saggio letto qualche mese prima, “Sulla vetta del mondo. L’epica storia della prima scalata al K2” (Ghosts of K2, 2015) di Mick Conefrey (Newton Compton 2016). Un collegamento che oserei definire “magico”, visto che questa storia si apre con un “mago”…

1898. Aleister Crowley non è ancora l’affascinante figura oscura che stregherà l’Europa ed ispirerà a W. Somerset Maugham il romanzo “Il mago” (The Magician, 1908), non è ancora l’occultista, la “bestia”: è solo un ragazzo di 23 anni che fa amicizia con Oscar Eckenstein perché i due condividono una cocente passione: quella per l’alpinismo.
«Si trattava di un duo piuttosto mal assortito» ci racconta il citato Conefrey.

«Eckenstein era basso e muscoloso e, secondo lo scrittore britannico Geoffrey Winthrop Young, “aveva la barba e la corporatura dei nostri primi antenati”. Vestiva con sciatteria e indossava i sandali anche in città, e quando non era impegnato a esercitarsi con la cornamusa aveva invariabilmente in bocca una pipa che lo circondava di un forte sentore di Rutter’s Mitcham Shag, una delle marche di tabacco più forti e grezze tra quelle in commercio. Crowley, dal canto suo, si vestiva come un dandy e aveva l’aspetto magro ed emaciato di un esteta vittoriano, con una gran cascata di capelli che gli incorniciava il volto spiritato.»

Il sobrio Aleister Crowley

Eppure i due si compensano: Crowley era tanto loquace e amante della magia quanto Eckenstein era burbero e razionale. Riassume perfettamente Crowley stesso nelle sue “Confessions” (libro I):

«La combinazione era ideale. Eckenstein aveva tutte le qualità civili ed io quelle selvagge. […] Nella tecnica di arrampicamento Eckenstein ed io eravamo ancora più complementari. È impossibile immagniare due metodi più all’opposto. La sua arrampicata era invariabilmente pulita, ordinata ed intellegible; la mia poteva a malapena essere descritta come umana.»
(traduzione mia: gli altri passi sono invece tutti tradotti da Giovanni e Mario Zucca)

Dopo le montagne della Gran Bretagna e quelle delle Alpi, i due amici ambiscono a salire di livello, visto poi che funzionano particolarmente bene nelle loro scalate. Nel 1902 l’incredibile idea: perché non scaliamo il K2?

«Guy Knowles, all’inizio del suo diario mai pubblicato, spiega che Eckenstein e Crowley avevano scelto il K2 non perché rappresentasse una sfida così importante, ma perché non presentava “nessuna difficoltà tecnica da affrontare dal punto di vista alpinistico”. Per come la vedeva Knowles, i principali requisiti richiesti a chiunque volesse affrontare il K2 erano una grande disponibilità di tempo e denaro sufficiente per una vacanza di un anno in Oriente.»

Premesse sbagliate difficilmente portano a giusta conclusione, quindi l’impresa dei due solerti alpinisti non arriverà a buon fine: per sapere come finirà, vi consiglio lo splendido saggio di Conefrey, anche in digitale. Visto che entrambi hanno vissuto a lungo, posso già anticiparvi che non moriranno sulla montagna che non perdona.
Quello che mi interessa non è cosa sia successo sul K2, ma come Crowley si sia disposto ad affrontare una missione così impegnativa.

Cartina del K2 risalente al 1902, dal saggio Sulla vetta del mondo

Siamo ad Askole: l’ultima città in cui ci si possa fermare e fare rifornimenti, prima di affrontare il lungo viaggio per il K2 con le proprie forze. Non siamo nei super-tecnologici anni moderni, siamo in un periodo in cui l’alpinismo sta muovendo i primi passi, in cui l’esperienza di certe grandi imprese è poca e si viaggia un po’ a braccio. Crowley ed Eckenstein di solito scalavano da soli ma qui per forza devono ingaggiare dei portatori: non sono più due amici che vanno all’avventura, sono i capi di una spedizione di alpinisti e quindi c’è bisogno di tante scorte di cibo e di suppellettili.
I portatori non è che lavorino gratis e di soldi a disposizione non ce ne sono molti: è necessario che tutti si impegnino e si facciano sacrifici. Per esempio Crowley potrebbe evitare di portarsi la propria biblioteca sul K2

«Eckenstein chiese a ciascun membro della squadra di limitare il proprio bagaglio personale a non più di venti chili, provocando una discussione inaspettatamente accesa con Aleister Crowley. Il problema era la sua grossa collezione di libri. Gli altri alpinisti, disse, erano liberi di rinunciare a questo tipo di piaceri intellettuali e di comportarsi come selvaggi “quando traversavano un paese selvaggio”, ma lui non poteva vivere senza il suo Milton e il resto dei suoi volumi. Dichiarò addirittura che preferiva affamare il corpo, piuttosto che l’intelletto. Gli animi si scaldarono al punto che Crowley minacciò di abbandonare la spedizione, pur di non rinunciare alla sua biblioteca portatile.
Alla fine Eckenstein si arrese e la letteratura trionfò, ma al momento di lasciare Askole già c’erano segnali che la spedizione si stesse in qualche modo sfilacciando.»

Purtroppo questo è tutto quanto sappiamo del primo esperimento di portare una biblioteca in cima ad una montagna, visto che nessuno dei due protagonisti ha speso altre parole sulla questione: ci vorranno poco più di cento anni perché l’operazione si ripeta… anche se in piccolo.
Gli alpinisti portano libri durante le loro arrampicate? Non lo so, ma tanto il franco-algerino Nadir Dendoune non è un alpinista…

Nel 2008 il 36enne di Saint-Denis è salito agli onori della cronaca per essere stato il primo franco-algerino a raggiungere la vetta del mondo, cioè a scalare l’Everest lui che non era un alpinista. Ha raccontato la sua incredibile avventura nel memoriale “Un tocard sur le toit du monde” (2010), purtroppo inedito in Italia.

Per chi non sia di lingua francese la storia è stata raccontata dal bel film targato Netflix di cui parlavo all’inizio – “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard – in cui l’attore di colore Ahmed Sylla interpreta la versione romanzata di Dendoune, dal nome Samy Diakhaté.

Per dimostrare alla ragazza di cui è innamorato di non essere il solito ragazzo di periferia, spiantato, inaffidabile e alle cui parole non seguono mai i fatti, Samy parte per l’Everest semplicemente perché ha promesso di farlo: che si sappia che lui mantiene le proprie promesse. Come riuscirà nell’impresa lo lascio raccontare al film, quel che conta… è che si porta un libro sulla montagna più alta del mondo.

«Ti ho messo un romanzo nello zaino: mi raccomando, leggilo. Te l’ho dato perché ha un lieto fine.»

A parlare è la mamma di Samy, che come tutte le mamme si assicura che il figlio abbia ogni strumento possibile e immaginabile per affrontare la vita: e cosa più d’un romanzo può aiutare a capire il mondo?

Uno strumento indispensabile per scalare l’Everest

Sembrava quasi una frase buttata lì per caso, invece a metà film – quando il protagonista giunge all’ultimo paesino dove fare rifornimenti, in pratica nello stesso punto di Crowley anche se nei pressi di una montagna diversa – Samy tira fuori il libro, oggetto che a sorpresa diventa elemento fondamentale della trama.

«Jonathan non capiva perché Clara aveva deciso di non rivederlo più. La loro relazione durava da diversi anni e sebbene non fosse tutte rose e fiori la loro intesa…»

«Ma che razza di storia è?», sbotta il protagonista leggendo queste parole. «”L’amore impossibile“… impossibile da leggere!» E così scopriamo anche il titolo di quello che, fino a prova contraria, è uno pseudobiblion.

L’impossible amour, una lettura apparentemente impossibile

Se il libro è falso, non lo è invece l’idea di infilarlo nella storia, visto che già Dendoune nel suo memoriale ci descrive quest’opera:

«Ho tirato fuori un libro dalla mia borsa. È l’unico libro scritto in francese che ho trovato in un negozio a Namche. Dalla collezione Harlequin. Un romanzo rosa [roman à l’eau de rose]. Il suo titolo: L’Impossible Amour. La storia di una donna che era stufa della codardia del suo uomo. Ho cercato di immergermi nel testo. Mia madre non ha mai perso una puntata di Les Feux de l’amour [versione francese della soap opera americana nota in Italia come “Febbre d’amore“]. Le stavo dicendo che si trattava di finzione [fiction], ma lei ha risposto “No, figlio mio, è così che succede nella vita di tutti i giorni”.»
(traduzione mia)

Se da un lato la mamma che infila il libro nello zaino è una trovata del film, il resto è tutta farina del sacco di Dendoune. Durante il film verranno letti altri passi del romanzo, a testimonianza di come la fiction e la realtà si fondano.

Dal memoriale di Dendoune:

«Rimane ancora un lungo tratto di strada da percorrere. Tiro fuori il mio libro. La ragazza si ritrovava sola, di notte, ed era stata presa da tristezza. Florent le mancava, ma l’orgoglio le impediva di prendere il telefono e chiamarlo. Spesso, la sera, il ragazzo posava il suo portatile sul comodino e la guardava con occhi languidi, sperando che finalmente lei gli desse un segno di vita. I giorni passarono. Ancora niente. Ho riposto il romanzo.»

Dal film:

«”Forse siamo giunti al termine di questa bella storia, come una foglia in balia del vento d’autunno. Ma Clara sa che l’amore non è lontano, sente il bocciolo che nasce in fondo al suo cuore, come il fiore l’arrivo della primavera”.»

Mentre Samy procede, la donna che voleva impressionare è ora impressionata, ma soprattutto esce fuori che la guida tibetana di Samy ha un debole per i romanzi rosa: se il protagonista gli leggerà il romanzo – visto che la guida non legge il francese – allora lui lo addestrerà a migliorare il proprio stile di scalata. Anche grazie al romanzo rosa, dunque, Samy arriva in cima. Purtroppo non ho avuto modo di capire se questa trovata appartenga anche al memoriale di Dendoune, ma è facile di sì.

Un romanzo rosa abbatte ogni barriera culturale

Crowley ha dimostrato che portarsi una biblioteca sul K2 non è una buona idea: Dendoune ha dimostrato che basta un libro solo, per arrivare in cima all’Everest. L’importante è che quel libro parli della cosa più banale eppure più difficile di tutte: l’amore, che come l’Everest se ne sta là, indifferente. Sta a noi raggiungerlo.

«Il libro era spesso. La storia era banale. Ma allo stesso tempo, quella storia parlava a tutti. Dall’amore all’odio c’è solo un passo, con i ramponi o meno.»
Nadir Dendoune

L.

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Pubblicato da su febbraio 21, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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Fembot: il primo nome della donna robot

1976: la prima apparizione di una fembot

Prima del 1984, con l’invenzione della parola gynoid (di cui parlerò in un altro post), non è noto alcun tentativo di dare un nome alle donne artificiali. Chissà se qualche antropologo ha mai studiato il disprezzo e l’odio maschile per le donne meccaniche che lui stesso costruisce, fino a giungere all’estremo insulto di negare loro un nome.
L’unico tentativo prima di quella data sembra essere stato un obbrobrio lessicale del 1976: fembot, possibile (ma non dichiarata) contrazione di female robot.

La donna bionica
contro la donna meccanica

Negli anni Settanta i palinsesti televisivi statunitensi sono dominati dalla fortunata serie “L’uomo da sei milioni di dollari” e dalla “compagna”, la serie spin offLa donna bionica“, Nel 1976 i rispettivi protagonisti (Steve Austin e Jaime Sommers) uniscono le proprie forze bioniche per una storia in tre puntate divise tra le due serie: “Uccidete Oscar” (Kill Oscar), “La donna bionica” episodi 2×05 (27 ottobre 1976) e 2×06 finale (3 novembre 1976) soggetto di Arthur Rowe e Oliver Crawford, teleplay di William T. Zacha, con un intermezzo ne “L’uomo da sei milioni di dollari” 4×06 (31 ottobre 1976).

Uno scienziato pazzo sembra rifarsi (senza ovviamente dichiararlo) al buffo Dr. Goldfoot delle commedie italo-americane degli anni Sessanta e decide di costruire delle donne avvenenti per scopi spionistico-criminali:

«Io le chiamo fembot».

Il dottor Franklin (John Houseman) con la sua invenzione: la fembot

Così nella prima puntata il dottor Franklin (interpretato da John Houseman) spiega la sua creazione al committente, il barone Constantine (Jack Colvin).

«Sono donne assolutamente perfette. Sono programmabili, belle, soprattutto obbedienti: ma anche micidiali, a seconda della mia volontà.»

In realtà a Franklin era stata commissionata una macchina per il controllo del tempo atmosferico, ma lo scienziato ha un piano infallibile: sostituirà le segretarie dei potenti del Servizio Segreto con le sue fembot e così potrà avere accesso a tutte le fenomenali risorse a loro disposizione. La donna bionica Jaime Sommers (Lindsay Wagner) rimarrà ferita dallo scontro con le due fembot segretarie, così interviene l’uomo da sei milioni di dollari in persona Steve Austin (Lee Majors), che scopre la base da cui opera il dottor Franklin ed interviene. Gabbato anche lui dallo scienziato, nella terza ed ultima puntata Jaime e Steve dovranno unire le loro forze per raggiungere l’isola di Franklin per fermare i suoi piani malefici.

Da sinistra: una fembot, l’uomo da sei milioni di dollari Steve Austin (Lee Majors)
e la donna bionica Jaime Sommers (Lindsay Wagner)

La storia ha un seguito nel doppio episodio “Una notte a Las Vegas” (Fembots in Las Vegas, 3×03-04, 24 settembre e 1° ottobre 1977). Il dottor Franklin è ormai morto in carcere eppure la fembot Peggy Callahan (sempre interpretata da Jennifer Darling) torna in funzione negli archivi dell’Agenzia dove era in deposito: a guidarla è il figlio del dottor Fraklin, Carl (interpretato da Michael Burns). Questi vuole vendicare il padre e si impadronisce di un’arma potentissima: per non usarla, vuole che si consegnino spontaneamente i responsabili della morte paterna.

Le fembot del Dottor Male

Questo curioso neologismo – lasciato intatto dal doppiaggio italiano – rimane un termine strettamente legato alla serie TV e non entra nel linguaggio comune. Solamente quel fine esteta di Austin Powers avrà il coraggio di riprendere il termine.

Nel primo film della serie (International Man of Mystery, 1997) di Jay Roach, con sceneggiatura di Mike Myers, la spietata Frau Farbissina (interpretata da Mindy Sterling) costruisce per conto del Dottor Male (Mike Myers) un gruppo di cinque robot letali di forma femminile, chiamandole fembot: sono personaggi senza nome interpretati da Cheryl Bartel, Cindy Margolis, Donna W. Scott, Barbara Ann Moore e Cynthia Lamontagne.

Austin Powers e le fembot (© 1997 New Line Cinema)

La particolarità delle fembot è che attraggono la vittima con le loro doti sensuali per poi ucciderla con delle mitragliatrici poste nel petto, le cui canne fuoriescono come capezzoli: nel film le chiamano machine gun jubblies.

Machine gun jubblies: nel doppiaggio del film, “mitragliatette”

Il doppiaggio italiano mantiene la scelta oculata degli anni Settanta e lascia intatto il termine, ma quando nel secondo film si cita velocemente il termine, viene reso con… autopa!

Il Dottor Male ha trasformato la moglie di Powers in “autopa”, resa italiana di fembot

Nel terzo Austin Powers il termine non viene citato, ma nei titoli iniziali la cantante Britney Spears si presta ad interpretare una fembot, con tanto di mitragliatrice pettorale.

L’invasione (ignota)
delle fembot letterarie

La narrativa non ha mai preso in considerazione il termine fembot e non sembrano esistere romanzi che utilizzino questo terribile neologismo. O almeno, romanzi pubblicati da un editore. Dall’avvento del digitale, però, il mondo letterario si è diviso in due: c’è la narrativa “classica” e l’autopubblicazione. Cioè quell’Armata delle Tenebre di scrittori che non trovano spazio nel mondo editoriale mediato da case editrici e decidono di fare tutto per conto proprio. In Italia è una realtà poco avvertita, perché è un Paese di non lettori, ma in lingua inglese nel giro di pochi anni si può dire che gli autori autopubblicati hanno eguagliato in numero quelli selezionati dalle case editrici.
E questo vuol dire che dal 1976… rinascono le fembot.

Nel 2009 troviamo D.B. Story (immagino uno pseudonimo, com’è usanza quasi totale in questo ambiente) che racconta a puntate le avventure delle donne robot del futuro, racconti brevi digitali accomunati dal titolo “The Fembot Chronicles“, a testimonianza che nell’inglese parlato quel termine è sempre rimasto, anche se sotto traccia.

Le storie alternano racconti e saggi immaginari provenienti da un futuro in cui si sia particolarmente sviluppata la robotica, con interazioni – anche amorose – fra umani e robot. Più precisamente, fra uomini e fembot. Nel giro di tre anni l’autore inonda il mondo digitale di racconti a 99 centesimi – o gratis, con Amazon KindleUnlimited – con volta per volta delle donne robotiche diverse, fino a creare un vero e proprio vasto universo narrativo.
Non mancano nuove scelte lessicali, visto che nel 2011 sempre D.B. Story dedica un vero e proprio romanzo (400 pagine!) ad una donna artificiale di nome Synthia, delizioso gioco fra Cynthia e Synthetic che tornerà nel dicembre 2012 con “Synthia 3000: A Fembot’s Tale” di Terra Stella.

Nel 2012 la collana di narrativa robotica dal titolo ammiccante “RILF: Robots I’d Like to Find” (Robot che mi piacerebbe trovare), che gioca con il ben più celebre MILF (Giovane mamma che mi piacerebbe “conoscere biblicamente”), presenta il racconto “The Fembot of Norway” di Doc Bot Cole (plausibilmente un nome fittizio).
Il capolavoro però arriva nell’ottobre 2012 con la serie di romanzi “Fembots versus Zombies” di Xavier Cecil. Nel futuro i pochi sopravvissuti all’apocalisse zombie dovranno studiare un’arma per neutralizzare la costante minaccia dei morti viventi: costruiscono così dei robot umanoidi per combattere gli zombie. E già che sono lì, per farci anche qualche pratica moralmente discutibile.

Il 2013 si apre con Samantha Faulkner che presenta il primo di tanti racconti autopubblicati con protagonista Fembot Sally, e il primo titolo omaggia una antica tradizione robotica: “I, Fembot“.

«Rubare diamanti e sedurre agenti segreti rientra in una tipica giornata di lavoro per una femme fatale robotica. Sally è una commessa del reparto profumi di Burlington’s, il negozio posto di fronte ad una sinistra organizzazione internazionale nota come Organization. Sally non è un essere umano bensì una replicante [android replicant], progettata per curare il lavoro del grande magazzino.
Un ladro di gioielli richiama l’attenzione del MI6 e quando l’agente segreto Steve Blunt è incaricato di investigare, Fembot Sally deve usare tutte le sue abilità robotiche per evitargli trappole mortali.»

Da notare come l’autrice nel dubbio butti sul tavolo tutti i termini possibili: fembot, android, replicant. Così acchiappiamo tutti i gusti.
Fembot Sally inizia a vivere una serie di avventure – che usano una copertina fissa modificata in modo simpatico volta per volta – per un totale di almeno sette eBook, raccolti lo stesso 2013 nel volume “The Adventures of Fembot Sally“.
Intanto però nel novembre 2013 arriva B. Cameron Lee con il romanzo “The Femmebots Revolt“, regalandoci una variante del termine.

«Le vendite di femmebot sono in crescita, il mercato è alle stelle, tutti sono felici. Non è così? Il capo delle vendite, Brad Jenson, è nel suo ufficio della Love Dolls Inc. che guarda allibito le notizie in TV che provano il contrario. Formose femmebots con volti perfettamente copiati dalle star del cinema che gridano per le strade, sventolando cartelli con su scritto “NON VOGLIAMO ESSERE USATE” e “I DROIDI CHIEDONO UGUALI DIRITTI”. Bambole sessuali con dei diritti? Femmebots in sciopero? Più alcun piacere per i loro padroni? Il futuro non sembra più roseo per Brad. Lui che ha recentemente perso l’amore della sua vita, una femmebot Marilyn 330CC. Appena attivata, se n’è andata da sola via dalla Love Dolls Inc. per non si sa dove.
Intanto c’è un nuovo caso per il detective Mike Deacon, l’unico della omicidi che possa lavorare in sicurezza ai bassi livelli. L’ultima vittima di omicidio è stata rubata dall’obitorio da femmebots che lavorano per un misterioso padrone. Seguite Mike Deacon e la sua compagna robotica [female android companion], Charmaine, nello strano mondo sotterraneo dei bassi livelli, dove intrigo, spionaggio e pericolo mortale portano alla mente che si cela dietro la Grande Rivolta delle Femmebot.»

Non pago di aver inventato l’accezione “femmebot”, l’autore si lancia in un incredibile “female android”: è come se per indicare una donna io dicessi “è un maschio femminile”…
Se non basta una rivolta, nel marzo 2014 abbiamo addirittura una “Fembot Armada“, racconto di Ava Simone.

«Nell’anno 2150 le donne umane [human female species] vivono separate dagli uomini, in colonie rigidamente controllate chiamate LUNA. Quando si ritrovano la popolazione che diminuisce e capiscono di aver bisogno degli uomini, costruiscono dei robot donna [female robots] fatti appositamente per una funzione: andare nel mondo a raccogliere il seme per la sopravvivenza della colonia femminile.»

Mi permetto di battere le mani per la genialità di questa trama!
Non tutte le fembot però vengono per amare: nello stesso momento scoppia una guerra, cioè “Fembot Wars“, una serie di racconti di Eero Tarik con uno scontro di civiltà, anzi: di umanità.

«Era inevitabile che, raggiunto un certo livello tecnologico, gli uomini avrebbero creato robot femminili [female robots] da tenere come compagnia, preferendoli poi alle donne. La società ha raggiunto un compromesso, ma non tutti sono d’accordo: ci sono uomini che vogliono liberarsi dalle loro fembot e ci sono fembot che hanno un piano, un sogno di un mondo libero da umani.
Questo è l’inizio delle Fembot Wars, un’epica serie di fantascienza.»

Fra una guerra e l’altra, nel 2014 fa in tempo ad uscire un romanzo breve di Mindi Flyth dal titolo “He Became Her Fembot“. Ma che titolo è? “Lui divenne il fembot di lei”? Come fa un uomo a diventare un robot donna?

«I QT sono ragazze artificiali [android girls] che vivono per soddisfare ogni vostro desiderio, e Jamie Tinker è famoso in tutto il mondo per essere l’uomo che le ha create. Ma Jamie ha un oscuro segreto: ha rubato le sue idee dalla brillante ex moglie Eliza, dopo aver le spezzato il cuore e rovinato la vita. Quel che è peggio è che lui ha costruito i QT sulle sembianze di lei. Ora Eliza sta pianificando la sua vendetta… e Jamie sta per scoprire cosa significa diventare una fembot, programmata per soddisfare il piacere di chiunque, uomo o donna, la compri.»

Malgrado l’assurdità dell’espressione “android girls” (ragazze a forma d’uomo), sicuramente la trama è intrigante e sottilmente perversa.
Il 2015 però preme e a febbraio Paul Zante presenta “Mistress Dyke’s Fembot Factory“, viaggio perverso nei piaceri robo-umani, e non è certo l’unico caso in cui le donne robot sono usate per narrativa estrema: ne sa qualcosa Chrissy Wild e il suo “Femdom Fembots“.

«Il futuro è qui, ed appartiene alla razza femminile.
Tim ha provato ad andare avanti come maschio inferiore in un mondo di donne dominatrici. Le sue padrone l’hanno controllato ma ad addestrarlo sono state le sue bellissime fembot.
Tim giace sulla schiena ed accetta tutto ciò che le fembot sentono che lui meriti: in una società a predominanza femminile, Tim accetta che lui meriti una punizione.
Mentre giace sulla schiena e viene soffocato dal bellissimo corpo della fembot, Tim non può far altro che provare amore per la sua sua superiore donna robot. Può esistere un amore del genere? Nel futuro, tutto può accadere…»

Perché questi autori continuano a considerare le donne una “razza”, invece che un genere? Comunque questa narrativa estrema è talmente sviluppata negli autori autopubblicati (e non solo) che la parte robotica non poteva rimanerne fuori.
E l’amore? Possibile non ci sia amore tenero per le fembot? Rispondono J.E. e M. Keep e il loro “The Fembot: A Dark Dystopian Romance” del novembre 2015.

«In un futuro non molto distante le donne non sono altro che elettrodomestici, venduti e programmati per singoli utilizzi.
Andrea è speciale: lei è tutta naturale. Prima che Mister Raynor la comprasse era anche brillante, sagace: una procedura medica si è occupata di questo, ed ora lei ha solo una cosa in mente. Il piacere.
In un mondo ultra-ricco, lei è solo un piacevole giocattolo, un’esperienza unica. Ma un uomo la vuole. Non per come era, non per come potrebbe essere, ma per come è.»

Questa non l’ho capita: l’ultima frase è un classicone del romance, tutte le donne vorrebbero sentirselo dire. (E ovviamente non capita a nessuna). Ma donne normali, non lobotomizzate come la protagonista: che vuol dire che un uomo la ama per quello che è, se è il fantasma di ciò che è stata? Boh, misteri del romance

Il 2016 è un anno di sperimentazione, di incroci di varie parole per giocare con la pseudo-desinenza “bot”, considerata erroneamente la parte che simboleggia l’essenza di un robot. Malgrado sia una convinzione sbagliata, è ormai entrata prepotentemente nel linguaggio moderno.
Se Adam Abels usa un delizioso citazionismo per la sua Clockwork Woman, che gioca con il titolo A Clockwork Orange (in Italia, “Arancia meccanica”), Valentina DiMarco nell’ottobre 2016 ci parla della sua “The Wife Bot“.

«Sono sempre stata sottomessa a mio marito, ma ora avevo finalmente il corpo perfetto: ero pronta ad assumere il ruolo della vita per lui…
La sottomessa casalinga Chelsea farebbe di tutto per compiacere suo marito Ethan, sexy e brillante. Sfortunatamente, l’ordinaria e piatta Chelsea non si sente degna del di lui desiderio. Nel desiderio disperato di compiacerlo decide di provare la sua nuova invenzione… e diventare la sua perfetta moglie robotica [wife bot].
Impiantando un piccolo chip sotto pelle, Ethan può modificare l’aspetto della moglie e trasformarla nella donna dei suoi (di lui) sogni: voluttuosa, splendida e pronta a soddisfare ogni esigenza fisica.
Cosa succederà quando Ethan metterà le mani sulla sua nuova Chelsea incrementata?»

Malgrado sia solo un raccontino di 19 pagine, mi sembra che ci siano così tanti assunti moralmente discutibli che la lettura mi sento di sconsigliarla, se non per farsi due risate.
Se Samantha Sparx si ricorda dei nomi corretti per la sua Robot Virgin e Oliver Crowley fa giri di parole come Electric Love Machine, C.J. Masters nel marzo 2017 inaugura una serie di raccontini con un neologismo nel titolo: “Being His Pleasurebot“.

«Le fembot di questa serie sono costruite per compiacere i propri signori in ogni modo possibile. Se lei fa un buon lavoro, potrà andare a vivere in una nuova casa. Riusciranno le fembot di queste storie a trovare una nuova casa?»

A maggio del 2017 si ritorna un po’ alle origini con “Fembots” di Alastair Macleod: non più il solerte ambizioso giovane scrittore ma stavolta un attempato romanziere canadese, evidentemente in cerca di nuovi mari in cui navigare.

«Una piccola azienda tessile scozzese introduce le Fembots: avanzate donne robotiche [humanoid robot women] per la linea di produzione. Attraenti e capaci, riusciranno queste Fembots ad essere accettate dalle lavoratrici donne? Cosa succederà quando le donne saranno incoraggiate a portarsele a casa, e quale effetto avranno sui loro uomini?
Sarà questa la vera sfida per il futuro?»

Nel luglio del 2017 siamo ancora ai sogni di perversioni sado-robotiche con “Turned into a Fembot” di Lisa Change, storia di una donna che diventa robot slave girl: schiava robotica.

«Nel caldo soffocante del deserto californiano lo scienziato miliardario Jacob Flex sta per completare un’incredibile invenzione. Insieme alla sua sexy assistente Jen, Jacob ha scoperto i segreti della vita: il modo di dare un’anima ai robot. Ma cosa succede quando quell’anima appartiene a Jacob Flex stesso?
Ritrovatosi nel corpo di una splendida fembot bionda, la sua forma maschile distrutta e riprogrammato per dare piacere ad ogni uomo o donna che incroci la sua strada, presto Jacob scopre di essere un incubo assurdo. Intrappolato nella formosa e bollente [busty bimbo-bot] Candie, Jacob scoprirà cosa voglia dire essere un oggetto sessuale.»

Specializzata in racconti transgender, non stupisce che l’autrice si facchia chiamare “Change”…
L’estate 2017 è lunga così Deep Damage (ma dove li pescano questi pseudonimi?) fa in tempo a scrivere racconti hardcore gothic science fiction (qualsiasi genere sia) per la serie “Patrick Bateman Experience” di Dona Diabla. I titoli delle due antogie sono più che esplicativi: “Fembot Torture” e “Fembot Destroyer“.
Bando ai racconti, a novembre KT McColl presenta un vero romanzo breve: “The Last Fembot“.

«Jude non è nessuno. Preso da bambino nella fratellanza, dopo l’Ultimate Sin, ha faticato nei campi per tutta la sua vita adulta. Il suo obiettivo era tenere insieme il proprio corpo e la propria anima, e non attrarre mai l’attenzione.
Il mondo come lui lo conosce va in frantumi quando scopre che probabilmente l’ultima fembot al modo si trova in una casa abbandonata. Ancora in vita.
Jude decide di riattivarla e vedere dove la programmazione di lei può portarli.»

Ovviamente li porta al sesso, unico tema che interessa chi si occupa di donne robotiche.

Troviamo ben due neologismi nel racconto che Valentina DiMarco presenta nel novembre 2017: “Fembot: A Bimbofication Story“.

«Heath era cresciuto con l’idea che sua moglie dovesse essere docile e sottomessa. Ora lui era il mio maestro, ed io ero la sua creazione, perfetta e sexy, una donna progettata per soddisfare ogni sua necessità sessuale.»

Nello slang sembra essere entrato questo nome, “bimbo”, che in effetti cala a pennello per le fembot: si riferisce ad una giovane bella donna, tanto formosa quanto poco intelligente. In pratica indica proprio il concetto principale delle fembot, donne costruite da uomini quindi belle non in grado di rispondere per le rime ai propri “maestri”.
La stessa Valentina DiMarco ha sfornato racconti su racconti sull’argomento, da “The Bimbo Blueprint” a “The Bimbo Game“, così come Viktoria Skye ha presentato “Bimbo Wife, Happy Life” e “Bath Bomb Bimbo“.

A dicembre Reed James inizia una serie di racconti accomunati dal titolo “Fembot Harem”, il cui primo titolo è “Testing the Nubile Fembot“.

«Scott si occupa di testare i prodotti della compagnia per cui lavora, ma si ritrova frustrato fra la sua collega sexy dai capelli rossi e la sua capa milf. Per sua fortuna la ragazza dei suoi sogni gli viene recapitata a casa. Un sexbot cattivella!
Scott deve risvegliare l’innocente e sexy fembot e farle conoscere i piaceri del suo corpo, ed è solo l’inizio di un harem crescente di donne e sexbot danneggiati.»

Mentre Reed si lancia in vari racconti su questo tema, l’anno 2017 si chiude con “Rosa 2000: Your Stepford Wife Fembot guide” di Pink Martini e Dona Diabla.

«Nel futuro le fembot saranno tutto ciò che rimane dopo che egli uomini avranno distrutto le donne. Rosa 2000 è un robot costruito originariamente per essere una moglie e madre perfetta. L’androide (!) è così abile nella mimica umana che è praticamente indistinguibile da una qualsiasi donna.»

Non è una trama chiarissima: a che serve una donna robot identica alle donne che gli uomini hanno distrutto? Va be’, è un raccontino, non si può chiedere troppo.

Il 2018 è appena iniziato e già la vita letteraria autopubblicata delle fembot sembra attiva proprio come gli anni precedenti: quanto ci vorrà prima che il termine, pencolante ed orribile, entri in pianta stabile nella lingua parlata?

L.

 
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Pubblicato da su gennaio 24, 2018 in Indagini, Leggende nane, Linguistica

 

21 grammi: il peso dell’anima

Nel giugno 2015 scrissi per il sito di Tanogabo una delle mie “indagini”, che poi subito raccolsi in eBook gratuito, liberamente scaricabile in formato .ePub.

Per festeggiare i 110 anni dell’idea alla base del saggio, ripresento qui il testo così da offrire anche questa “esperienza di lettura”.


21 grammi:
l’insostenibile (e fumosa)
leggerezza dell’anima

«Le labbra degli stolti ripetono sciocchezze, le parole dei prudenti sono pesate sulla bilancia». Questo ottimo precetto biblico (Siracide 21:25) solleva un curioso interrogativo, a volerlo interpretare alla lettera: come si possono pesare delle parole sulla bilancia? È una domanda sciocca, ovviamente, degna di finire sulle labbra degli stolti: le parole sono incorporee, come il fumo o meglio ancora come l’anima. E tutti sanno che non si può pesare né il fumo né l’anima… oppure si può?

L’11 marzo del 1907 appare sul “New York Times” una notizia destinata a rimanere impressa nell’immaginario popolare: il titolo recita «L’anima ha un peso, afferma un dottore». Chi è mai il dottore che ha rilasciato una simile dichiarazione? Si chiama Duncan MacDougall e il suo nome rimarrà legato per sempre alla sua teoria.

Duncan MacDougall

Il giornale ci racconta che sin dal 1901 il dottor MacDougall ha portato avanti, a livello personale, una serie di esperimenti davvero particolari.
In una casa di cura selezionava malati terminali di tubercolosi – patologia scelta perché la morte giunge con un numero minimo di contrazioni muscolari – e nei loro ultimi istanti faceva trasportare i loro letti su una grande bilancia.
Non sappiamo come questa idea sia nata nel dottore, ma eccolo lì ad osservare un paziente su una bilancia più di tre ore prima dell’ultimo respiro, tempo in cui «perse peso al ritmo di un’oncia all’ora» scriverà MacDougall nel suo studio 
The Soul: Hypothesis Concerning Soul Substance, pubblicato nell’aprile 1907 su “Journal of the American Society for Psychical Research” (New Series n. 2).
Esalato l’ultimo respiro, emesso l’ultimo rantolo, l’ago della bilancia si ferma… ma non prima di aver fatto un sensibile scatto: la scoperta di MacDougall è infatti che pochi istanti dopo il sopravvenire della morte c’è una perdita di peso di «tre quarti d’oncia», cifra complicata che diventerà famosa nella sua versione semplificata 21 grammi. «Abbiamo qui la prova per credere che la sostanza dell’anima non è eterea».

L’entusiasmo popolare che ha accolto questo risultato ha “nascosto” la totale casualità del dato. MacDougall infatti racconta di aver fatto in totale sei esperimenti – un numero irrilevante per essere scientificamente valido – di aver cioè pesato sei malati terminali fino alla loro dipartita… con risultati sempre diversi. Addirittura l’ultimo paziente, il sesto, è morto cinque minuti dopo essere stato posto sulla bilancia quindi i suoi dati sono, nelle parole di MacDougall stesso, «del tutto inaffidabili». Nei rapporti medici che il dottore stilava ad ogni morte di un paziente non c’è alcun riferimento a perdite di peso, perché – ci spiega lui stesso – erano troppo irrilevanti per essere registrate. Quindi ciò che abbiamo è solamente la sua parola riguardo ad un fenomeno che in realtà egli stesso, involontariamente, ci racconta come del tutto aleatorio e nebuloso.
Come sempre accade, discorsi senza alcun valore diventano verità assoluta

Per confermare i suoi dati sui pazienti umani, MacDougall è andato oltre ed ha fatto anche esperimenti similari su quindici cani: quelli però non erano malati terminali di tubercolosi… «I test ideali sui cani – ci spiega il buon dottore – sarebbero quelli su soggetti che stanno morendo per qualche malattia e quindi resi immobili ed incapaci di agitarsi. Non sono stato fortunato e non sono riuscito a trovare questo tipo di cani».
Il dottore “sfortunato” è così costretto ad ammettere che i suoi esperimenti sui cani potrebbero essere falsati, perché la morte non è stata naturale ed ha dovuto somministrare loro delle droghe per tenerli fermi sulla bilancia. Malgrado lui stesso riconosca poco valore a questi esperimenti, non resiste e rivela che durante gli esperimenti con i cani… gli animali 
non hanno perso alcun peso, una volta esalato l’ultimo respiro.

A leggere oggi di questi esperimenti sugli animali ci si gela il sangue nelle vene, ma bisogna sempre contestualizzare. Negli stessi anni in Russia il celebre Pavlov, lo scopritore e codificatore dei riflessi condizionati che noi ancora oggi chiamiamo “pavloviani”, addirittura si stupisce del fatto che i cani si lamentano quando esegue esperimenti su di loro: possibile che dei semplici animali reagiscano come delle persone vere?
È in questo clima anaffettivo nei confronti del mondo animale che va calato il “risultato scientifico” di MacDougall: il dottore trova giusto che i cani morendo non perdano peso, perché gli animali non hanno anima…

Con queste argomentazioni, non stupisce che in quel 1907 si scatenino dibattiti a non finire sulle pagine dei giornali, a cui spesso MacDougall risponde personalmente. Per esempio un certo dottor Augustus P. Clarke fa notare che alla morte di un corpo umano il brusco calo della temperatura sanguigna genera sudorazione, e questa può compensare quei grammi di perdita di peso, oltre a spiegare perché lo stesso fenomeno non è stato riscontrato sui cani, che non sudano. A queste obiezioni MacDougall risponde che dopo il decesso l’arresto della circolazione sanguigna impedisce la sudorazione di un corpo umano, quindi l’ipotesi è impossibile: non è chiaro chi dei due abbia ragione…

Per mesi il dibattito prosegue furente, e il fatto che MacDougall non abbia fatto altri esperimenti forse è indice che non ha gradito l’accoglienza popolare (o che non ha più avuto accesso a morituri da pesare!).

locandinaComunque da allora – o almeno da quando l’idea è penetrata nell’immaginario collettivo – 21 grammi è il peso dell’anima, e la cifra è destinata ad un altro mito: che cioè il film 21 grammi (2003) di Alejandro Iñárritu abbia qualcosa a che vedere con gli esperimenti pubblicati nel 1907. È un film che parla di scelte morali e “21 grammi” è un’espressione colloquiale per indicare l’anima: tutto qui. Questi discorsi hanno però distratto l’attenzione da un passaggio invece importantissimo del saggio di MacDougall: specificare che i cani non hanno perso peso alla morte… è stato il grande errore del dottore!

Se leggete in giro per Internet, troverete che la “scienza ufficiale” – non si sa chi, non si sa dove – non riconosce validità alla tesi di MacDougall sia per l’esiguità dei suoi pazienti sia per la non riproducibilità degli esperimenti. Curiosamente nessuno pare ricordare che non esiste una “tesi”, visto che su sei esperimenti si sono ottenuti sei risultati diversi! Curiosamente nessuno ricorda la fine dell’articolo del dottore, in cui afferma che questa perdita di peso del corpo dimostrerebbe la materialità dell’anima se confermata.
Se confermata?
Quindi MacDougall ammette che quanto ha appena scritto è solo uno spunto, una chiacchierata da bar, senza alcuna validità dimostrabile. Poi però pare che nel 2007 – non si sa chi, non si sa dove – l’esperimento sia stato ripetuto e confermato: alla sua morte, il corpo umano perde 21 grammi, cioè il peso dell’anima… Ma chi mai abbia ottenuto questo risultato non si sa.

La fallacità della fantomatica tesi di MacDougall sta, lo ripeto, proprio nell’esperimento con i cani, fondamentale perché dimostrerebbe che solo le persone perdono peso ergo il peso è quello dell’anima.

Ma per capire l’errore di MacDougall bisogna fare un passo indietro.

Di solito chi racconta la curiosa tesi di MacDougall dimentica di specificare che la pesatura dell’anima è tra le più antiche pratiche della storia umana, ed ha anche una parola che la indica: psicostasia (dall’originale greco ψυχοστασία, psiukostasía). Ricordo che “psiche” per i Greci era ciò che noi chiamiamo anima.

Nel quinto secolo avanti Cristo Eschilo intitola proprio Psicostasia un suo dramma che purtroppo è andato perduto: sappiamo solamente che in scena ad un certo punto appariva una grande bilancia e – duemila anni prima di MacDougall – gli attori vi salivano a simboleggiare la “pesata” delle anime dei guerrieri Memnone e Achille. Questa era sicuramente una citazione da Omero, nella cui Iliade troviamo Zeus sulla vetta del monte Gargano che pesa (con «auree bilance») le sorti di due guerrieri (in quel caso Achille ed Ettore), ma l’idea scenica di Eschilo sembra rifarsi visivamente e concettualmente ad un’immagine di pesatura dell’anima più vicina al Libro dei Morti egizio.

Alcuni millenni prima della nostra èra gli Egizi seppellivano i defunti illustri con una copia di un vero e proprio vademecum su come comportarsi durante il passaggio nell’Aldilà: noi oggi lo chiamiamo Libro dei Morti perché così lo battezzò Karl Richard Lepsius quando lo tradusse in inglese nel 1842, ma i geroglifici indicano qualcosa come Libro della venuta alla luce di giorno. Esistono molte versioni di questo testo, ritrovate in tombe molto lontane nel tempo anche di secoli, ma alcune linee base sono comuni: una di queste è proprio la psicostasia.

Celebre è il papiro ritrovato nella tomba dello scriba Hunefer, vissuto all’incirca nel 1300 a.C.

Papyrus of Hunefer

Da sinistra, vediamo Hunefer stesso guidato dal dio Anubi ad una grande bilancia, dove su un piatto c’è il cuore dello scriba e sull’altro una piuma, sotto gli occhi attenti del dio della scrittura Thot che registra la pesata. Se l’anima di Hunefer, simboleggiata dal suo cuore, peserà quanto una piuma e quindi sarà pura, lo scriba potrà accedere alla vita ultraterrena; se invece peserà più di una piuma, allora l’anima di Hunefer verrà data in pasto ad Ammit (“la divoratrice”), creatura mostruosa che fonde in sé i tre animali selvaggi dell’antico Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo. (Un recente film, The Pyramid, rielabora in chiave horror la pesata egizia e immagina la scoperta di una piramide sconosciuta in cui Anubi, un mostro a testa di cane, esegue letteralmente ciò che è mostrato nel papiro di Hunefer: estrae cioè il cuore dei malcapitati ricercatori e lo pone sul piatto di una bilancia.)

San Michele Arcangelo (1454)
Museo Diocesano di Camerino

L’idea, profondamente radicata nell’immaginario collettivo, viene trasmessa ad altre religioni, dallo zoroastrismo all’islam, e non le sfugge il cristianesimo. Nel sesto secolo avanti Cristo tra le parole del Libro di Giobbe troviamo: «mi pesi pure sulla bilancia della giustizia e Dio riconoscerà la mia integrità» (31,6). L’immagine di una divinità addetta alla pesata è troppo forte per non entrare nell’iconografia cristiana, così capita che l’Arcangelo Michele assuma le “funzioni” di Anubi, venendo ritratto con la bilancia in mano per pesare le anime. Lo si può trovare così in alcune rappresentazioni, da un affresco del Duecento (nella Chiesa medievale di Santa Maria ad Cryptas, a Fossa) a un dipinto del Cinquecento (firmato da Giulio Campi nel 1566 per il Duomo di Cremona): per almeno quattro secoli, dunque, in Europa si è a volte ritratto Michele in un atteggiamento che affonda le radici negli antichissimi culti egiziani.

L’avvento del Cristianesimo però ha inserito nell’idea della pesata un elemento in più: ha trasformato cioè l’anima in cenere…

Malgrado sia stata codificata solo nel Settecento da Lavoisier, la legge che regola la conservazione della massa è materia molto antica. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto scorre»: così recitava il celebre panta rei di Eraclito, a testimonianza che già secoli prima di Cristo era noto che la massa cambia forma senza né aumentare… né diminuire, con buona pace di MacDougall.

Nel secondo secolo dopo Cristo Luciano di Samosata, nella sua biografia del filosofo greco Demonatte, racconta un curioso aneddoto. Un giorno chiesero a Demonatte «quante mine di fumo si ottengono bruciando mille mine di legna?» e la risposta è istantanea: «pesa la cenere; quanto resta è fumo.» (Vita Demonactis, 39, 2-6.) Il filosofo greco ha semplicemente trovato il modo di pesare il fumo con una semplice operazione matematica, ma i latini contemporanei avevano tutt’altra concezione della cenere. Il poeta Giovenale, riflettendo sulla futilità della grandezza degli uomini, disse: «Expende Hannibalem, quot libras in duce summo invenies?» (Satire, X, 147-148) Se ponete sulla bilancia le ceneri di Annibale, quanto peseranno? Nulla, eppure è stato un sommo condottiero.

Checché ne dica Demonatte, dunque, la cenere non pesa nulla, e l’amara constatazione di Giovenale è testimoniata secoli prima da testi ebraici come il Libro di Isaia – «Ecco, le nazioni son come una goccia da un secchio, contano come il pulviscolo sulla bilancia; ecco, le isole pesano quanto un granello di polvere» (40,15) – o dal Libro dei Salmi: «sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini, insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio» (62,10).
Per quanto grandi siano le nazioni, non pesano più d’un granello di polvere; per quanto siano grandi gli uomini, siano essi Annibale o i figli di Adamo, la morte li rende cenere: una cenere che non pesa nulla. «
Aequat omnes cinis» dice Seneca (Epist. CII) anticipando di parecchio la Livella di Totò: la cenere pareggia tutti, perché nella morte non esistono più differenze… e si pesa tutti uguali!

Sposa in pieno questa tesi padre Giovanni Battista Manni della Compagnia di Gesù nel suo Quaresimale Primo (1681), nel capitolo intitolato “La Morte pesatrice delle grandezze terrene”: «O quanto è vero che su le bilance della morte, tu non pesi più che un vapore volante di fumo!»

San Michele Arcangelo (1450)
Rogier Van Der Weyden

Giovanni vuole dar forza alla propria tesi e si lancia in un racconto un po’ pencolante. Narra di un Filosofo greco il cui nome si fregia di non ricordare – malcelando un certo disprezzo per quella categoria di pensatori – che un giorno camminava con gli allievi ed essi gli chiesero d’un tratto quanto pesasse «una gran catasta di legna». È davvero una domanda curiosa da porre ad un uomo saggio: possibile che non avessero domande più importanti o “filosofiche”? Fatto sta che questo Filosofo senza nome ordinò che gli portassero un paio di bilance, e quando gli allievi fecero notare che servivano ben grandi bilance per tutta quella legna, il saggio uomo rispose che invece avrebbero dovuto esser piccole, perché per pesare quella gran catasta sarebbe bastata la mano di un fanciullo. Detto fatto, diede fuoco alla catasta di legna – fregandosene di eventuali proprietari – e rimase in silenzio finché l’ultima scintilla non si fu spenta: a quel punto pesò la cenere. E… non sappiamo mica che risultato ottenne!

Il buon padre Giovanni sta forse riciclando notizie di seconda o terza mano, non è escluso che stia riportando la storia del Demonatte di Luciano che ho già citato, ma di sicuro non ha ben chiaro la “morale” dell’aneddoto: anzi, Giovanni si dimostra totalmente disinteressato ai calcoli che il Filosofo dovette fare, perché interrompe la storia senza specificare il peso ottenuto dalla cenere. Il religioso ha usato questa storiella solo per rivolgersi agli «stolti ammiratori delle terrene grandezze», grandezze che se pesate per intere fanno «mostra bugiarda di peso immenso»: pesatele dopo che la morte ha ridotto tutto in cenere, e scoprirete che quelle ceneri pesano meno dell’aria. Insomma, usando un aneddoto che dimostra che le ceneri pesano, ha dimostrato che le ceneri non pesano

Malgrado venga storpiata in varie maniere, quest’idea di pesare qualcosa di intangibile sottraendolo per combustione all’oggetto originale attraversa i secoli, fino a stuzzicare la penna di Paul Auster: forse lo scrittore newyorkese è ignaro del pessimismo ebraico-latino (le ceneri non pesano) e dell’entusiasmo greco (le ceneri pesano), quando scrive la sceneggiatura per il film che l’ha lanciato (per poco) nel mondo cinematografico: Smoke (1995). Qui infatti il personaggio del romanziere Paul Benjamin (interpretato da William Hurt), appassionato di sigari, si presenta al pubblico raccontando di quando Sir Walter Raleigh scommise con la regina Elisabetta I di riuscire a pesare il fumo di un sigaro, impresa che sembrava ovviamente impossibile:

«Egli prese un sigaro intero, lo mise sulla bilancia e lo pesò. Poi lo accese e lo fumò, stando ben attento a far cadere la cenere sul piatto della bilancia. Quando finì, gettò il mozzicone sullo stesso piatto e pesò dunque ciò che rimaneva. Sottrasse così la cifra da quella del sigaro intero: la differenza era il peso del fumo.»

smoke-1995Quanto è vera questa storia? Davvero la Regina Elisabetta pagò questa scommessa a Raleigh? Curiosamente questa storiella ha avuto grande distribuzione in lingua inglese perché è raccontata in America First, antologia di aneddoti e curiosità stilate da Lawton B. Evans nel 1920: una raccolta di storielle senza alcun criterio e senza fonti, che non stupirebbe siano tutte nate dalla penna di Evans stesso. Purtroppo, essendo incerte e aleatorie, sono state tutte considerate storie verissime. (Non sfugga la data della raccolta: lo stesso anno della morte di Duncan MacDougall, quando probabilmente i necrologi avranno ricordato le sue “scoperte” intangibili mediante pesatura.)

Pesare il fumo è come pesare l’anima, ci spiega comunque Paul Auster, ma c’è chi non ha colto il sottile messaggio e ha preso sul serio l’idea, ripetendola con una sigaretta per calcolare la sua “anima”: mi riferisco a Michael J. McFadden, autore del saggio Dissecting Antismokers’ Brains (2004). Ha pesato una sigaretta intera, l’ha fumata e poi ha sottratto il peso del mozzicone e della cenere: il risultato è 7 grammi. Come mai l’anima umana pesa solo tre volte di più? Siamo molto più grandi di una sigaretta…

C’è però un particolare che sfugge sia a Luciano che a Sir Walter Raleigh, ma sono giustificati perché è un particolare ignoto ai loro tempi. (Meno giustificato è Paul Auster, che avrebbe dovuto saperlo ma in fondo stava raccontando un aneddoto “spirituale” riprendendolo da una leggenda popolare.) Se pesate le ceneri di qualsiasi cosa, quel che rimane non è solo il peso del fumo, perché il fuoco… non è gratis.
Affinché un qualsiasi materiale bruci c’è bisogno di qualcosa scoperto solo nel 1771, qualcosa che va considerato nella pesatura, e quel qualcosa è l’ossigeno.

Molte scoperte scientifiche sono state fatte “per sottrazione”: la somma o la sottrazione dei fenomeni non torna e quindi dev’esserci qualcosa. (Pianeti interi sono stati scoperti semplicemente perché “falsavano” i conti!) Nessuno aveva pensato che il peso del fumo fosse in realtà il peso dell’ossigeno che aveva alimentato il fuoco: quei 7 grammi calcolati da McFadden non sono l’“anima” della sigaretta bensì l’ossigeno che ha permesso la sua combustione.

Tutto si deve a un’intuizione che colpì il chimico inglese Joseph Priestley quando, nel 1774 (allo scuro degli esperimenti similari di altri studiosi europei), si accorse che dei topolini chiusi in una campana di vetro morivano prima di topolini che venissero rinchiusi con una piantina al loro fianco: era come se dalla piantina emanasse “qualcosa” che li faceva respirare più a lungo… Chiamò quel qualcosa dephlogisticated air, prima che per fortuna Lavoisier la ribattezzasse con un semplice oxygen.

Uccidere animali in modo crudele sembra una costante degli esperimenti, e non fece eccezione Erasistrato di Ceo, medico del terzo secolo avanti Cristo considerato uno dei fondatori della medicina scientifica ellenistica. Un papiro, cioè una sola fonte, ci racconta che Erasistrato chiuse in un recipiente un uccellino, lasciandolo morire di fame: confrontando il peso iniziale dell’animale, in vita, con quello del suo cadaverino comprensivo degli escrementi emessi in gabbia… Erasistrato si accorse che il peso non corrispondeva. L’uccellino, morendo, aveva perso peso, e la domanda consequenziale è dunque: come mai invece i cani di MacDougall sono morti mantenendo intatto il loro peso? Addirittura le sigarette perdono peso, cioè 7 grammi, perché i cani no?

Forse un corpo perde peso, subito dopo aver esalato l’ultimo respiro: in mancanza di esperimenti affidabili ognuno può dire la sua e pensare come meglio crede, sempre però tenendo conto che si tratta solo di chiacchiere senza fondamento.
Quello che è certo è che la cifra di 21 grammi è totalmente aleatoria – anzi, fumosa! – perché il suo stesso scopritore ha riportato sei cifre diverse negli unici sei esperimenti portati a termine: è solo un caso che l’immaginario collettivo abbia scelto 21 grammi e non un’altra cifra.

Perché i cani di MacDougall non hanno perso peso mentre l’uccellino di Erasistrato l’ha perso? Quest’ultimo aveva un’anima mentre i cani non ce l’hanno? Chiedetelo al padrone di un cane: non sarà per nulla d’accordo.

Anima portata in Cielo (1878)
di Adolph William Bouguereau

Che si tratti dunque della differenza tra l’ebraico Nephesh (corrispondente al greco psyche e al latino anima) che hanno anche gli animali e il Ruach (il greco pneuma e il latino spiritus) che ha solo l’uomo? Giovanni Paolo II nel 1990 citò il Salmo 104 per testimoniare la parità di tutte le creature di Dio – «[Se] togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere» – senza rendersi conto che stava ricostituendo un’equazione antica: togli il respiro (ossigeno) dalla materia, pesane la polvere che ottieni ed avrai il peso di quella materia. Che sia stata viva o meno.

Pesare fisicamente e concretamente l’anima è forse il modo sbagliato per accostarsi a quella che dovrebbe essere la più “intangibile” delle nostre qualità. Pesare l’anima è una metafora, e splendidamente la gestisce Angelo Maria Gabriele Di Stefano:

«Giunse alla fine il giorno della Redenzione: si mise il Figlio di Dio in una Croce, e questa appunto fu la vera, e fedel bilancia, che alzò la Divina Giustizia nel monte Calvario, e per mezzo di questa bilancia poté ciascuno conoscere quanto sia immenso il prezzo, ed il peso dell’Anima, che aveva perduta.» (da Guida dell’Anima cattolica, 1740)

In chiusura mi piace citare la messicana Ángeles Mastretta, che nel racconto Il peso dell’anima (“Puerto Libre”, 1993) dà tutt’altra misurazione: afferma che autorevoli maestri (non si sa chi) abbiano calcolato la riduzione di peso alla morte umana ed è di… 405 grammi!

Mezz’etto d’anima… che faccio, signora, lascio?

L.

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Pubblicato da su novembre 6, 2017 in Indagini

 

Succubo: da demone ad aggettivo

My Dream, My Bad Dream (1915) di Fritz Schwimbeck

L’avvicinarsi di Halloween mi spinge ad affrontare un tema “diabolico”: cioè a parlare di quel demone medievale che nel Novecento divenne aggettivo dispregiativo!


Indice:


Succubò, succubì, succubà, succubè

Nella notte fra il 13 e il 14 novembre 1975, in una via di Vercelli, i due fidanzati Guido Badini e Doretta Graneris uccidono i genitori e i nonni di quest’ultima a colpi di pistola: nel processo non si è riuscito a stabilire chi abbia fisicamente premuto il grilletto, perché i due amanti si sono accusati a vicenda.

Il processo ha fatto molto clamore per via di rivelazioni scabrose a sfondo sessuale, e il ritratto che Guido fa della sua fidanzata non è certo quello della brava ragazza. I giudici cercano di sorvolare sui racconti torbidi, che non hanno attinenza con il caso d’omicidio, ma ecco come l’imputato giustifica le proprie parole:

«Ho raccontato dei gusti sessuali di Doretta solo perché sia chiaro che io sono sempre stato succubo della mia ragazza, e non so spiegarmi il motivo.»

Questa dichiarazione – tratta da “Doretta e Erika, Vercelli 1975. Novi Ligure 2001. Anatomia di due stragi famigliari” di Claudio Giacchino (Marsilio 2007) – a prima vista dimostra la “strategia” di Diego, di dimostrare cioè che lui non era altro che un mero esecutore per conto della fidanzata “dominatrice”, ma ad una seconda lettura sorge spontanea ben altra domanda: ma non si dice “succube”?

Se l’era chiesto anni prima anche il mitico Totò, che in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960) di Mario Mattioli viene bacchettato dalla figlia:

Totò: «Cosa vorresti insinuare, che tuo padre in casa non comanda niente? Che forse sono succube di tua madre?»

Figlia: «Succubo, si dice.»

Totò: «Ma non mi far ridere, s’è sempre detto succube: io da bambino dicevo succube, tutti dicono succube, adesso arriva lei e cambia le carte in tavola.»

Figlia: «Se non mi credi te lo faccio vedere sul dizionario. [leggendo] Succubo, succubi, succuba, succube…»

Totò: «Fai vedere… Eh già, hai ragione, Succubò, succubì, succubà, succubè. Cosa vuoi che ti dica? In questo dopoguerra non si capisce più niente: questi americani hanno cambiato tutto, hanno cambiato!»

«Eh già, hai ragione, Succubò, succubì, succubà, succubè»

Con buona pace del giusto sfogo di Totò, gli americani non c’entravano niente: era proprio da quando Totò era bambino, cioè dagli inizi del Novecento, che le due forme della parola andavano parallele.


Il demone succubo

Dal Medioevo all’Ottocento non ci sono mai stati dubbi: l’incubus e il succubus sono due demoni, maschio il primo e femmina il secondo.

Dell’incubo (la Cavalla della Notte e le sue varianti) ho già abbondantemente parlato, mentre per saperne di più sul succubo mi affido all’antropologo Alfonso M. Di Nola, che così scrive ne “Il diavolo” (Newton Compton 1987):

«Il lilu, la sua paredra lilitu (che riappare nell’Ebraismo) e l’ardat lili, serva del lilu, esecutrice dei suoi ordini, sono forse, in origine, rappresentazioni del vento e dell’uragano, ma, in conseguenza della loro semitizzazione, esprimono il decadimento della sessualità negli stati morbidi, il piacere infecondo e lussurioso, divelto dalla sua naturale destinazione riproduttiva le allucinazioni e le immagini oniriche di incubo-succubo, ben note nella patologia psico-sessuale e nella storia di tutta la stregoneria. Questi demoni sconvolgono l’ordine fisiologico dell’amore, che è fondamento della vita familiare e comunitaria, e perciò in particolare l’ardat lili è una vergine senza latte, una femmina che si unisce senza mai poter diventare madre, e che, dopo aver acceso nell’uomo la lussuria, non lo soddisfa.»

L’incubo e il succubo sono dunque due figure di demoni molto comuni nelle stregonerie, in quanto rappresentano i due aspetti del «piacere infecondo e lussurioso»: rispettivamente l’attivo il e il passivo.
Il letterato russo di inizio Novecento Valerij J. Brjusov, ne “L’angelo di fuoco” (Ognennyj angel, 1908), arricchisce il discorso:

«I demoni non possono moltiplicarsi per via naturale, dal momento che non hanno sesso e non sono sottoposti alla concupiscenza della carne. Tuttavia, a fini malvagi, spesso sono in grado d’avere contatti carnali con uomini e donne, in qualità di succubi e incubi, per cui un demone, che ha fatto in un caso la parte del succubo, conserva il seme che ha accolto, per usarne altrove, dove farà la parte dell’incubo.»
(Traduzione di Cesare G. De Michelis, edizioni e/o 1984)

Specifica più dettagliatamente il nostrano Franco Cardini, ne “Il signore della paura” (Mondadori 2007):

«Egli [il diavolo] è signore dei sogni come di qualunque altra illusione; può assumere un seducente aspetto femminile entrare nei sogni di un uomo, provocarne per mezzo di un coito illusorio l’eiaculazione, impadronirsi suscitando un vortice d’aria dello sperma così fuoruscito e iniettarlo nel grembo fecondo di una donna anch’essa addormentata, magari in un luogo lontanissimo da quello nel quale giace l’uomo. Può divertirsi a suscitare nella mente della donna così fecondata una seducente immagine maschile simile a quella dell’ignaro donatore del seme, oppure del tutto diversa; comunque, egli procura anche alla sua vittima femminile il piacere di un finto coito. Uomo e donna si sveglieranno, al mattino, turbati: ma, col tempo, crederanno di essere stati, appunto, vittime l’uomo di un dèmone succubo, come si dice, e la donna di un dèmone incubo.»

Insomma, siamo tutti d’accordo: l’incubo e il succubo sono nomi di due demoni, e Charles Baudelaire ce li sa anche descrivere, nella sua poesia “La musa malata” (La muse malade) da “I fiori del male” (Le Fleurs du mal, 1857) nella traduzione di Clemente Fusero (Dall’Oglio 1957):

«Le succube verdâtre et le rose lutin
T’ont-ils versé la peur et l’amour de leurs urnes?
.
Le cauchemar, d’un poing despotique et mutin,
T’a-t-il noyée au fond d’un fabuleux Minturnes?»
«Il succubo verdastro ed
il roseo folletto t’han forse versato
paura e amore dalle loro urne?
L’incubo, con un pugno dispotico e
caparbio, t’ha affogata in fondo a un
favoloso Minturno?»

Tutto questo, però, finisce con l’avvicinarsi del Novecento.


Il criminale succube

Sul finire dell’Ottocento la psichiatria e la psicoanalisi stanno vampirizzando le lingue per creare una propria terminologia. Più avanti l’ha fatto dichiaratamente Sigmund Freud quando tentò di spiegare quel panico che ci colpisce quando scopriamo che tutto ciò che credevamo familiare non lo è mai stato – quell’unheimlich di cui ho già abbondantemente parlato – ma c’è un’intera nuova scienza da alimentare: servono vocaboli da piegare alle proprie esigenze.

«Si noti come l’idea del sangue si associ sempre in questi amori patologici», leggiamo in un “Archivio di psichiatria” (1892),

«l’incube, quasi per provare la devozione sconfinata del succube, lo minaccia del sacrificio supremo della vita, e il succube gode al solo pensiero di poter dimostrare col martirio la grandezza del suo amore.»

Decenni dopo ne “L’arte di amare” (The Art of Loving, 1957; Mondadori 1963) Erich Fromm scrive:

«Il sadico è legato al succubo così come quest’ultimo è subordinato al primo».
(Traduzione di Marilena Damiani)

Qualcosa sta cambiando, da molto tempo, visto che in un “Trattato di medicina legale” del dottor Secondo Laura (Torino 1874) leggiamo che

«Succubo o cinedo dicesi il pederasta passivo; incubo o pederasta attivo, colui che nell’ano immette la propria asta virile.»

Mentre per poeti e scrittori l’Incubo e il Succubo sono demoni fino alla svolta del Novecento, per la comunità medico-scientifica è chiaro che quei due nomi stanno profondamente cambiando entità.

Nel 1900 Salvatore Ottolenghi, nel suo “La suggestione“, scrive:

«Fra gli anarchici, come fra tutti i delinquenti politici, vi sono i suggestionatori (o incubi), oratori di clubs e giornalisti, i suggestionati (o succubi), tra cui vi sono alienati, squilibrati e anche normali, condotti lentamente ad accogliere l’idea dell’assassinio».

Llith (1892) di John Collier

La deriva “psico-criminale” del termine è chiara, tanto che dalla fine dell’Ottocento sembra che solamente i testi giudiziari e in generale chi studia la psico-patologia usi la parola succube.

«Vi è il delinquente-nato, che suggestiona e corrompe il delinquente d’occasione, facendoselo schiavo (incubo e succubo)» (“La folla delinquente”, 1891)

«Vi sono alcune caratteristiche psicologiche comuni a tutti quei delinquenti che nelle coppie criminali rappresentano la parte di succube» (“La coppia criminale”, 1893)

«Seguendo la sua teoria il delitto sarebbe assai più grave per il solo fatto di essere stato commesso da due persone non solo, ma la temibilità del succube per la minima forza di resistenza opposta è pari a quella dell’incube.» (“Rivista di discipline carcerarie e correttive”, 1904)

«Ho sentito parlare di coppia criminale, di incube e di succube, di minore responsabilità del succube.» (“I rostri. Rassegna di vita forense”, 1930.)

«Nel caso di “coppia criminale” si ha da una parte un individuo energetico che, appunto con la forza della sua volontà e con l’azione persistente e sottile, tanto e con tanta abilità lavora che rende l’altro (il succube) a lui ubbidiente» (“Rivista di diritto penitenziario studi teorici e pratici”, 1934)

«Non è raro che l’isterico dominante s’accompagni, nella sua strada morbosa, ad un isterico dominato: è il complesso incube-succube, frequente, specialmente nel sesso femminile. Due isteriche passano la loro vita danneggiandosi a vicenda, l’una comandando, l’altra obbedendo.» (“Endocrinologia e Scienza della costituzione”, 1938)

«Può essere anzitutto l’incube a determinare dolosamente o colposamente la volontà criminosa nel succube, servendosi di lui come di un semplice strumento.» (“La Giustizia penale”, 1938)

Dunque possiamo dire che il progredire degli studi di psicologia e criminologia prendono il succubus della tradizione latina e lo trasformano nel succubo psico-criminale. E la “e” di succube?


Da succubo a succube

Il passaggio è graduale ma in pratica il succubus del latino medievale – che è entrato invariato in tutte le lingue europee – dalla fine dell’Ottocento acquista un doppio significato: demone “sessuale” sì, ma principalmente termine psico-legislativo per indicare chi è influenzabile.
Il resto lo fa la narrativa, che mischia le carte in tavola e fonde i due significati, prendendo la versione francese del termine (succube) e italianizzandola, alternandola senza alcuna regola con l’italiano succubo.

Il termine è entrato molto tardi nei nostri dizionari – in un Garzanti del 1951 è ancora assente! – quindi per cercare di avere un’idea del suo utilizzo dobbiamo rivolgerci alla narrativa italiana e ai nostri traduttori.

1909 (Salani) : «Riducendolo alla parte sbiadita del succubo», da “I sette capelli d’oro della fata Gusmara” di Carolina Invernizio

1940 (Mondadori): «Era un uomo completamente succubo della moglie», da “È troppo facile” (Murder is Easy, 1939) di Agatha Christie (Traduzione di Giovanna Gianotti Soncelli)

1945 (Mondadori): «cervello succubo», da “I Buddenbrook” (Buddenbrooks, 1901) di Thomas Mann (Traduzione di Ervino Pocar)

1945 (Valsecchi): «La colazione lautissima, durante la quale il ragioniere era rimasto dominus e quel futuro legislatore il succube», da “Le principesse di Montecavo” di Lorenzo Ruggi

1948 (Meridiana): «Ma certo il D’Annunzio vero non era quello che si manifestava ad un suo famosissimo succubo», da “Villa Tarantola e altri scritti” di Vincenzo Cardarelli

1960 (Longanesi): «Un coraggio succubo», da “Perché non sono cristiano” (Why I Am not a Christian, 1957) di Bertrand Russell (Traduzione di Tina Buratti)

1966 (Baldini e Castoldi): «Succubo della moglie», da “Cicerone voce di Roma” (A Pillar of Iron, 1965) di Taylor Caldwell (Traduzione di Agnese Silvestri Giorgi)

1966 (Mondadori): «Mi trovo ancora al centro di un imbroglio di cui sono succubo», da “Allegoria e Derisione. Una storia italiana“ di Vasco Pratolini

1967 (Mondadori): «Docile e succubo», da “Il balordo” di Piero Chiara

1969 (Rizzoli): «Il suo debole carattere lo rendeva succubo di una Corte reazionaria e velleitaria», da “L’Italia giacobina e carbonara” di Indro Montanelli

1971 (Bompiani): «Io ero il tuo succubo», da “Io e lui” di Alberto Moravia

Inutile proseguire dopo gli anni Settanta, essendo il termine ormai di larghissimo uso in entrambe le accezioni.


I nuovi succubi

Quindi dal Novecento in poi il demone succubus rimane solamente il “tipo psicologico”, succube o succubo che sia? Assolutamente no.

«La donna sexy che hai visto sgattaiolare dalla porta di casa era un Succubo cattivo»

Questa citazione da “Twilight: Breaking Dawn” (2008) di Stephenie Meyer (Traduzione di Luca Fusari, Fazi 2008) dimostra quanto dal Duemila il genere paranormal romance di lingua inglese abbia riscoperto un interesse vasto per quel demone femminile che noi abbiamo un po’ dimenticato. Il succubus del tardo latino è ormai personaggio amato dall'”horror rosa” di lingua inglese!

Traduco alcune trame di romanzi inediti in Italia, che considero rappresentativi del fenomeno:

Succubus Blues” (2007) di Richelle Mead, primo episodio della saga dedicata al personaggio di Georgina Kincaid:

“Succubus” (n.): Un attraente demone cambia-forma che seduce e dà piacere agli uomini mortali. “Patetico” (agg.): Un succubo con splendide scarpe ma senza vita sociale. Vedi: Georgina Kincaid.
Quando si tratta di lavori all’inferno, essere una succuba è affascinante. Una ragazza può ottenere ciò che vuole, un guardaroba da paura e uomini mortali che farebbero qualsiasi cosa anche solo per un semplice tocco. Certo, spesso pagano con le loro anime, ma questo è un dettaglio…
La vita di Georgina Kincaid, succuba di Seattle, è molto meno esotica. Il suo capo è un demone di mezza tacca con una passione per i film di John Cusack. I suoi migliori amici non hanno smesso di ingannarla riguardo al periodo in cui aveva la forma di una diavolessa, con tanto di ali e coda. E non riesce ad avere un appuntamento decente senza succhiar via un po’ di vita al ragazzo. Almeno c’è il suo lavoro diurno alla locale libreria: il che vuol dire libri gratis, tutta la cioccolata calda che riesce a bere ed accesso facile allo scritture di successo, e sexy, Seth Mortensen, meglio noto come Colui per cui lei farebbe di tutto pur di poterlo anche solo toccare ma non ci riesce.
Ora però i sogni su Seth devono aspettare. Qualcosa di sta muovendo nei bassifondi demoniaci di Seattle. E per una volta, tutti i suoi incantesimi e le sue belle frasi non aiuteranno, perché Georgina sta per scoprire che ci sono alcune creature là fuori che sia il Paradiso che l’Inferno vogliono tener fuori…


Succubus in the City” (2008) di Nina Harper, primo episodio della saga “Succubus”:

Dopo tremila anni di “una botta e via”, una ragazza vuole qualcosa di più.
Lavorare per Satana è un gran bell’affare. Il diavolo veste davvero Prada, e Lily può accedere a tutte le marche di grido che desidera, mangiare ogni tipo di cibo le piaccia e passare l’eternità con le sue tre amiche-demoni. Ma servire i cattivi ragazzi all’Inferno rende un po’… solitari.
Lily dà agli infami, agli strani e ai bugiardi la loro migliore (ed ultima) notte di sempre, ma è stanca di svegliardi accanto ad un montarozzo di cenere. Ora vuole un ragazzo che le rimanga accanto. E un uomo misterioso sta scaldando la situazione.
Nathan Coleman è un investigatore privato, diabolicamente bello, che deve porre a Lily alcune domande circa la scomparsa di un uomo. Ma qualcosa, o “qualcuno”, vuole morte Lily e le sue amiche, e Nathan sembra sapere più di quanto voglia ammettere. Può un mortale e una ragazza dall’Inferno trovare l’amore vero?


Gentlemen Prefer Succubi” (2009) di Jill Myles, primo episodio della saga “Succubus Diaries”

Chi sapeva che un angelo potesse mettere una ragazza in guai così diabolici?
Jackie Brighton si è svegliata in un cassonetto, questa mattina, e la giornata può solo andare peggio. La sua seconda taglia di reggiseno è in qualche modo diventata una quarta abbondante, la sua sessualità si è fatta insaziabile e apparentemente ha appena avuto la sua prima notte da “una botta e via”… con un angelo caduto. Tutto ciò che riesce a ricordare sono gli occhi azzurri e ipnotici di Noah… e uno straniero oscuro il cui morso l’ha trasformata in una sirena immortale con un prurito sessuale. Con l’aiuto di Noah, Jackie inizia ad adattarsi al suo nuovo stile di vita, finché manda accidentalmente Noah fra gli artigli della regina dei vampiri e si ritrova in una battaglia per un’antica aureola con il braccio destro della regina. Che risulta essere proprio quel vampiro che l’ha morsa. Come può una ragazza salvare il mondo quando il nemico è così irresistibile?


Succubus Lost” (2012) di Tiffany Allee, secondo episodio della saga “Otherworlder Enforcement Agency”:

Qualcuno sta rapendo ed incenerendo gli “altramondani” [non so come tradurre otherworlders!!!] sotto copertura, e la detective Marisol Whitman, una succuba, si dà da fare per trovare l’assassino prima che metta le mani sulla prossima vittima. La situazione esplode quando la sua giovane sorella scompare. Marisol brancola nel buio e riceve un aiuto inaspettato dall’agente dell’Otherworlder Enforcement Agency Valerio Costa.
Quando la pista che porta a tutti, dai vampiri alle streghe, si blocca, l’agente Costa ammette di sapere più di quanto ha detto. Il rapitore della sorella di Marisol è più versato nella magia di quanto la donna possa immaginare, e ormai è rimasto poco tempo. Per trovare la sorella Marisol dovrà unire i puntini di diversi casi e dovrà fidarsi di Costa: una salamandra che può bruciarla prima di riuscire a risolere il caso.


Conclusione

Fate attenzione, quando vi sveglierete la notte. Se sentite un’oppressione sul petto è un incubo, ma se invece è un succubo… forse l’oppressione la sentirete da altre parti…

L.

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Pubblicato da su ottobre 30, 2017 in Indagini, Linguistica

 

Blade Runner e i Dottori Spaziali

Domani, 5 ottobre 2017, esce nei cinema italiani l’attesissimo (non da me) Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, quindi è il momento di tornare a parlare del Blade Runner originale, quello del 1982 di Ridley Scott: lo fa Cassidy nella sua Bara Volante e vi invito ad andarlo a trovare.
Per conto mio mi piace riproporre qui un testo che ho scritto intorno al 2015 come guest post per il sito di Tanogabo, che rappresenta un’indagine su un tema (ormai dimenticato, temo) della narrativa fantascientifica.


Blade Runner
e i Dottori Spaziali

Immaginiamo di essere agli inizi degli anni Sessanta e di venir ricoverati all’ospedale di North Bend, nello stato di Washington: c’è la concreta possibilità di venir curati da un dottore di nome Alan E. Nourse.

Iniziati gli studi di medicina subito dopo esser tornato dalla Seconda guerra mondiale, Nourse si rese ben presto reso conto che diventare un dottore era un affare davvero dispendioso: come fare a pagarsi gli studi non avendo una famiglia a cui appoggiarsi? Parliamo di tempi in cui la soluzione era relativamente facile: vendere racconti a riviste pulp (oggi sarebbe davvero una via impraticabile). Quando finalmente divenne dottore iscritto all’albo, Nourse era già anche un apprezzato e ben noto autore di fantascienza. Non era certo un caso strano, altri suoi amici della Marina avevano intrapreso lo stesso identico percorso, come quel suo certo amico di nome Robert Heinlein.

Quindi siamo nel 1960 in un letto d’ospedale con Alan E. Nourse che ci visita. Se potessimo sbirciare nella sua borsa scopriremmo magari bozze di romanzi e racconti di fantascienza con soggetto medico come Star Surgeon (1959). Anche qui non si trattava di un caso raro: proprio nel ’59 Murray Leinster aveva raccontato la prima avventura della sua astronave medica Esculapio 20 (o Aesclipus Venti, a seconda delle traduzioni) con il romanzo “L’arma mutante” (The Mutant Weapon) a cui faranno seguito altri tre titoli fino al 1966, così come Charles Eric Maine stava per presentare la sua storia epidemica corale, “Il grande contagio” (The Darkest of Nights, 1962).

Sono anni in cui la “fantascienza medica” riscuote consensi fra autori americani e britannici, e se ne accorge anche il nostro Paese: nel 1966 Ugo Malaguti presenta all’interno della versione italiana di “Galaxy” (n. 66) il romanzo “Ospedale da combattimento” (1962) di James White, il cui titolo originale Star Surgeon è forse un omaggio a Nourse. Il fenomeno è abbastanza breve, e paradossalmente l’unico personaggio di quest’epoca a rimanere negli anni successivi è stato il dottor McCoy della serie TV “Star Trek“, nato nel 1966 ma infinitamente più arcaico rispetto ai medici futuristici della narrativa coetanea: McCoy è semplicemente la versione “spaziale” del segaossa (sawbones) della cultura western, e infatti il suo nomignolo è Bones.

Siamo lontani dall’idea di dottore del futuro che frulla nella mente di Nourse, idea che conoscerà la pubblicazione solo nel 1974 in un libro che darà molta fama all’autore, anche se purtroppo solo indirettamente. È un romanzo in cui Nourse concepisce un mondo futuro buio e opprimente, in cui un Governo rigido obbliga i cittadini ad un massimo di tre ricoveri ospedalieri nell’arco della loro vita. Il motivo è un’ideale eugenetico di rinforzamento della razza umana, resa molle dall’uso smodato di medicinali, ma il risultato è il ricorso alla medicina clandestina, cioè a dei chirurghi che non condividono gli ideali governativi e corrono di nascosto da un paziente all’altro con il bisturi in mano… Quest’immagine dà l’idea a Nourse per il titolo del romanzo, un gioco di parole fra il correre sul filo del rasoio ma anche del bisturi: The Blade Runner.

Il romanzo non solo ha successo immediato, ma fa innamorare il celebre William S. Burroughs. Saputo che c’è in ballo l’idea di portare al cinema la storia, l’autore de “Il pasto nudo” si mette subito a scrivere una sceneggiatura, che al naufragare del progetto deciderà di pubblicare nel 1979 con il semplice sottotitolo «proposta per un film».

Arriva il 1981, un anno molto importante. Sembra rinascere l’interesse per temi sanitari nella fantascienza, in Gran Bretagna escono romanzi come “Virus Cepha” (Blakely’s Ark) di Ian Macmillan e “La fossa degli appestati” (Plague Pit) di Mark Ronson, ma soprattutto in Italia “Urania” presenta il romanzo di Nourse, non sapendo come tradurlo se non con “Medicorriere“. Ma l’81 è anche l’anno in cui Ridley Scott rimane affascinato dal titolo del romanzo in questione: ne acquista i diritti e l’anno successivo presenta il suo celebre “Blade Runner“. La storia è sempre ambientata in un futuro oscuro, ma invece di medici umanitari si parla di androidi assassini. Il film di Scott ha completamente oscurato l’ottimo romanzo di Alan E. Nourse, ed anche quando si parla di quest’ultimo si finisce sempre per parlare del film di Scott – esattamente come è successo qui!

C’è infine un risvolto curioso. L’avvento nel 1984 del genere Cyberpunk – a cui curiosamente il film Blade Runner, di due anni anteriore, viene spesso impropriamente collegato – spinge il romanziere K.W. Jeter – che anni dopo avrebbe scritto dei sequel proprio del film di Scott – a dare alle stampe un romanzo che tiene in un cassetto addirittura dal 1972, antecedente quindi a Medicorriere. Un romanzo su un futuro buio con dottori che praticano la chirurgia illegalmente: convergenza evolutiva o sentore di scopiazzamento? Nessuna delle due: è semplice “fantascienza medica”. Malgrado sia apparentemente nato due anni prima, “Dr. Adder” di Jeter è più legato alle tematiche estreme della cultura cyberpunk che non al romanzo del ’74 di Nourse, impregnato decisamente di fantascienza golden age.

Bibliografia consigliata

1959. L’arma mutante (The Mutant Weapon) di Murray Leinster – Altair n. 3 (Il Picchio 1976)
1961. Il mondo proibito (This World is Taboo) di Murray Leinster – Saturno n. 13 (Libra 1978)
1962. Ospedale da combattimento (Star Surgeon) di James White – Galassia n. 66 (La Tribuna 1966)
1962. Il grande contagio (The Darkest of Nights) di Charles Eric Maine – Urania n. 300, ristampato nel n. 632 (Mondadori 1963)
1964. Un dottore tra le stelle (Doctor to the Stars) di Murray Leinster – Cosmo n. 154 (Ponzoni 1964)
1966. S.O.S. da tre mondi (S.O.S. from Three Worlds) antologia di “racconti medici” di Murray Leinster – Slan. Il Meglio della Fantascienza n. 45 (Libra 1979)
1974. Medicorriere (The Bladerunner) di Alan E. Nourse – Urania n. 876 (Mondadori 1981)
1981. Virus Cepha (Blakely’s Ark) di Ian Macmillan – Urania n. 950 (Mondadori 1983)
1981. La fossa degli appestati (Plague Pit) di Mark Ronson – Urania n. 961 (Mondadori 1984)
1984. Dr. Adder (id.) di K.W. Jeter – Il Libro d’Oro n. 86 (Fanucci 1995)

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 4, 2017 in Indagini

 

Cartaceo vs Digitale: Memoria (Fine)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

A Socrate prima e a Platone poi sarebbe piaciuto che la conoscenza si veicolasse esclusivamente attraverso il dialogo, ma per questo serve una voce e le voci svaniscono. (Almeno quelle buone: le voci stupide e fastidiose si moltiplicano all’infinito.) Quindi in mancanza della rosa originaria a noi non rimane altro che accontentarci del nome della rosa: della parola che la indica.
Non è una brutta situazione, perché tutto ciò che noi chiamiamo realtà nasce da un’immagine divulgata mediante parole…

«Cresciamo imitando, e poco alla volta la mimesi genera quello che appare come un comportamento spontaneo, una coscienza, dei significati. È in questo senso che c’è una priorità della lettera sullo spirito, o, più esattamente, che lo spirito è una modificazione della lettera, una sua derivazione: se non ci fosse lettera, non ci sarebbe quel sottoprodotto della lettera che è lo spirito, proprio come se non ci fosse memoria non ci sarebbe quell’effetto collaterale della memoria che è il pensiero.»

Non ho mai conosciuto di persona il professor Maurizio Ferraris né quindi posso dialogare socraticamente con lui: mi accontento di essere rimasto folgorato sulla strada di Damasco dal suo imprescindibile saggio “Anima e iPad” (Guanda 2011).

Come ci insegna il professor Franco Farinelli, quando Colombo partì per le Americhe la Terra era rotonda, com’era noto ad ogni uomo di cultura dall’antica Grecia in poi: quando il navigatore tornò, la Terra era diventata piatta. Era diventata una mappa, e dal Quattrocento ad oggi nella cultura occidentale è la mappa a dettare la realtà: se il territorio non corrisponde alla mappa… è un problema del territorio.

La mappa è piatta perché piatta è la tabula della nostra mente, dove scriviamo le nostre memorie e tutto ciò che ci qualifica “umani”: dove cioè scriviamo le lettere che modificano la realtà che ci circonda per cercare di capirla. Di dominarla.
Un sogno romantico è avere il controllo su questa tabula

AMLETO: […] Ricordarti? Oh sì, povero spirito, finché esisterà memoria in questo globo demente! Ricordarti? Ma io cancellerò dalla tavola della mente i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dall’esperienza; e il tuo comando solo vivrà nel libro del mio cervello, sgombro d’ogni altro intento!
(atto I, scena V, traduzione di Eugenio Montale)

“Hamlet and the Ghost” (1789) di Johann Heinrich Füssli

Così il corrucciato principe di William Shakespeare si lascia prendere da uno slancio in cui si prefigge di “resettare” la sua “tavola della mente” (table of my memory), contrapposta ad un “globo demente” (distracted globe): lascerà spazio solo per la vendetta nei confronti del padre ucciso, nel “libro del mio cervello”. Curiosamente l’autore scrive «the book and volume of my brain», quasi a sottolineare l’eterna dualità libraria troppo spesso dimenticata: esiste il bìblos e il biblìon, il libro e l’opera, il contenitore e il contenuto, la buccia e il frutto. Quando si esalta il “profumo della carta” o la bellezza di un volume, si sta parlando del contenitore superficiale: non del contenuto.

Molto antica e radicata in noi è l’immagine della mente come “tavola della memoria” (per dirla come Shakespeare) dove inseriamo tutto ciò che consideriamo importante e tralasciamo tutto ciò che non conosciamo, e questa tecnica la adottiamo da millenni… perché è la tecnica delle tavolette d’argilla degli antichi popoli, strumento utilizzato per scrivere solo il conoscibile. (Di solito conteggi amministrativi, roba noiosa.)
Il passaggio dalla tavoletta al tablet non esiste: perché semplicemente sono la stessa cosa.

Tavoletta (tablet) di Uruk, con foglio Excel dell’epoca…

Che sia un iPad, un pad, uno smartphone o qualche altro nome per indicare la tecnologia di turno non ha importanza: dopo millenni l’umanità è tornata all’origine, è tornata alla tavoletta. Ad una superficie piatta su cui proiettare esattamente la tabula mentale, con tutti i suoi ricordi e tutta la sua descrizione e modello della realtà. Compresi i libri, che oggi molti (tipo me) leggono in abbondanza su questo nuovo formato: rinunciare al contenitore ci permette di aumentare esponenzialmente il contenuto. Socrate non approverebbe, ma tanto non lo saprà mai…

Chiudo dunque il cerchio affrontando la questione sollevata dall’amico redbavon: ai miei figli posso lasciare i libri che ho amato per passare loro questa passione, mentre con gli eBook questo “passaggio” perde di senso. Il digitale è evanescente, si perde il concetto del “tramandare”.

Una risposta facile è anche la meno esplicativa: passare libri ai figli significa passare carta ingombrante, e da anni nel mio blog racconto di “libri infranti”, volumi regalati con tanto di dedica che vengono prontamente gettati via, così come ho testimoniato di intere biblioteche gettate nel secchione, perché è una regola ferrea che ogni collezionista librario è circondato da parenti che getteranno via la sua intera collezione alla prima occasione. Tutto questo è troppo facile, la questione è più sottile.

La questione è che regalare un libro è regalare carta. Nel migliore dei casi, quando cioè si tratti di libri particolarmente pregni, si regala un contagio memetico che si spera attecchirà nella mente del lettore, ma non c’è alcuna sicurezza in questo.
Tutt’altro discorso è regalare una tabula: un tablet con all’interno la propria memoria. Regalare cioè ai propri figli la “tavola della propria memoria”. È come regalare la memoria di Shakespeare, riallacciandosi a Borges, solo che è la propria memoria che si passa ai figli. Non un libro, non cento libri, ma tutti i libri che si è considerati importanti, tutti i documenti, le foto, le tabelle, le schede, gli studi, i grafici, i giochi e le stupidate che hanno formato la propria personalità.

Donare è l’istinto più alto in una persona, ma qual è uno fra i doni più importanti che la nostra cultura cristiana ci ha insegnato? Gesù che dona agli apostoli… cosa? Il suo spirito? No, quello lo dona al Padre quando si ritrova sulla Croce («Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito», Luca 23,46): agli apostoli e, per estensione, a tutti i fedeli dona il proprio corpo e il proprio sangue (Marco 14,22-24), a suggello di un patto. Noi, che valiamo molto meno di Gesù, paradossalmente possiamo andare oltre…

«Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che ognuno di noi, mostrando il proprio iPad o l’hard disk esterno su cui conserva i propri archivi, può sin da ora dire: “Questo è il mio corpus”.»

Con questa citazione di Ferraris chiudo il viaggio nella Memoria esterna che è la nostra anima, quella tavola dei ricordi in cui inseriamo tutto ciò che ci rende ciò che siamo, nel bene o nel male. Non possiamo cancellarla a piacere, come si prefiggeva il povero Amleto, non possiamo salvarla su un formato esterno, come immaginava Clarke e Rucker, ma possiamo donarla come sognò Borges: possiamo donare la nostra intera memoria, fallace come ogni memoria, incompleta e inesatta, come ogni Memoria l’uomo ha cercato di salvare, affidandola a supporti piatti, che fossero di argilla o di cristalli liquidi.

Non possiamo donare il ricordo (mnèmes) né la sapienza (sofìas), ma possiamo donare l’archivio (bibliothèke), e la memoria digitale ci consente teoricamente di donare tutto ciò che abbiamo letto nella nostra vita, o almeno tutto ciò che consideriamo importante tramandare. Che poi dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad accettarlo… be’, questo è un altro discorso.

L.

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Pubblicato da su settembre 18, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (4)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il dio Theuth

Quando si cerca di conservare la memoria con “strumenti esterni”, abbiamo visto, il risultato è sempre o deludente o dannoso: la narrativa fantastica ha scoperto nel futuro ciò che già nel passato affermava Socrate, circa duemilacinquecento anni prima di tutti gli esempi che ho riportato.

Il saggio di Atene raccontava di una leggenda egiziana che aveva sentito, in cui fra le molte invenzioni del dio Theuth – i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia, il gioco della scacchiera, i dadi e via dicendo – la più dannosa era la scrittura (gràmmata). Il dio andò dal re dell’Egitto Thamus e gli espose tutti i vantaggi di ciò che aveva inventato, e arrivato alla scrittura disse:

«Questa scoperta, o re, renderà gli Egizi più sapienti [sofotèrus] e più capaci di ricordo [mnemonicotèrus]. È stato trovato un rimedio [fàrmacon] che dà ricordo [mnèmes] e sapienza [sofìas].»
(274e, traduzione di Enrico Turolla, Rizzoli 1953)

Queste parole ovviamente scandalizzano il re Thamus tanto quanto Socrate che le sta raccontando. Ecco come risponde il re saggio al dio:

«Tu sei il padre della scrittura; e il tuo amore t’ha fatto dire il contrario di ciò ch’essa può fare. La tua scoperta infatti indurrà nell’anime l’oblio, perché non si farà più esercizio di memoria. Gli uomini, vedi, non ricorderanno più da soli nella loro interiorità; bensì per l’aiuto d’una scrittura esteriore; per mezzo di segni che provengono da fuori.»
(275a)

Socrate non usa questa leggenda egizia per criticare la scrittura, anzi, la considera un ottimo «farmaco non della memoria ma del richiamare alla memoria»: una volta che si è giunti alla conoscenza, è giusto scriverla per fissarla e per rinfrescare la memoria nel tempo. Ciò che inganna è credere che solo dalla scrittura arrivi la conoscenza.

«Ne verranno uomini che nozioni molte anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l’aria di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non saggi.»
(275b)

Socrate sembra aver descritto facebook con due millenni di anticipo!

La scrittura è come la pittura, conclude il filosofo, imita la verità ma non è la verità. Così a leggere il pensiero scritto di un saggio non si diventa sofòn, saggi, ma semplicemente doxòsofoi, letteralmente “portatori di saggezza”.

Spesso commentando questa tematica si è parlato di contrapposizione fra oralità e scrittura, in realtà è una questione molto più sottile: si tratta di interattività. Socrate spiega che se leggi un libro, se cioè leggi la conoscenza che un saggio divulga, non hai possibilità di chiedere spiegazioni, non puoi interrogare il libro se non hai capito qualcosa. E, caso decisamente peggiore, puoi convincerti di aver capito il pensiero dell’autore senza averlo mai interrogato dal vivo, e puoi andare in giro a storpiarne la conoscenza o ad usarla in qualcosa per cui non è adatta.

Insomma, scrivere serve solo all’autore per fissare la memoria, perché la conoscenza si ottiene solo tramite il dialogo. Il problema però… è che questo pensiero di Socrate lo conosciamo perché ce lo racconta Platone nel Fedro (circa 370 a.C.), cioè lo conosciamo perché qualcuno l’ha scritto, qualcuno l’ha riscritto, qualcuno l’ha ricopiato, qualcuno lo ha tramandato, qualcuno lo ha stampato, qualcuno lo ha ristampato e alla fine è arrivato fino a noi, tramite continue ristampe spesso economiche, cioè per le tasche di tutti. Da alcuni anni l’opera omnia di Platone è accessibile in formato digitale economico in modo da risultare fruibile da chiunque, esattamente quello che Platone non avrebbe mai voluto.

Non possiamo più interrogare Socrate né il suo allievo Platone, che sposò in pieno la filosofia del maestro e la tramandò, quindi dobbiamo scendere a compromessi. Non abbiamo più la rosa, abbiamo solo un lontano ricordo del nome della rosa: dobbiamo farcelo bastare.

Socrate ha ragione a dire che scrivere significa estrarre la memoria dalla nostra mente e concretizzarla così che ne rimaniamo privi. Il filosofo sicuramente avrà avuto una memoria formidabile, ma mi sento sicuro nell’affermare che nel mio hard disk ci sono “memorie” che neanche mille Socrati avrebbero potuto gestire. Il problema è se vogliamo sapere a memoria un libro… o leggerne mille senza saperli a memoria. (Non potendo più interagire con gli autori, in ogni caso otterremo solo l’apparenza della conoscenza, stando al filosofo greco.)

Ognuno è libero di fare la sua scelta, ma il genere umano nella sua storia ha sempre inconsciamente optato per la seconda azione.

«Dato che le informazioni possono essere immagazzinate e recuperate in modi assai diversi, abbiamo denominato “Sistema di Memoria Artificiale” (SMA) ogni oggetto materiale creato e utilizzato per registrare, conservare, trattare, trasmettere e leggere informazioni.

Così scrive Francesco d’Errico ne Le prime informazioni registrate, all’interno di “Dal segno alla scrittura” (Le Scienze Dossier n. 12, estate 2002).

Sin dai lontani tempi preistorici l’umanità ha usato le risorse più disparate per “masterizzare la propria memoria”: estrarla dal formato analogico della propria mente – incompleta, immanente e totalmente inaffidabile – e trasformarla nel formato in voga nei vari periodi, cioè qualcosa non solo di concreto e leggibile ad altri, ma anche qualcosa di replicabile. Sin dall’antichità dunque il genere umano ha trasformato il ricordo (mnèmes) e la sapienza (sofìas) in archivio (bibliothèkais).

(continua lunedì: mi serve una pausa per il lungo approfondimento su “Dunkirk” nel Zinefilo, questo venerdì!)

L.

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Pubblicato da su settembre 14, 2017 in Indagini

 

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