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Il dolore di essere Masoch 3

Nel gennaio del 2018 sono stato contattato da TOM (The Obsidian Mirror) per partecipare insieme ad altri blogger ad una versione “corale” del suo classico specialone di aprile (che poi è slittato a maggio). Il tema era il masochismo, gli argomenti erano a piacere. Finii per scrivere uno speciale in tre parti su un autore molto più frainteso che amato.
Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte terza ed ultima)


4.
Venere in celluloide

Probabilmente l’Italia è stato l’ultimo Paese in Europa a tradurre il romanzo Venere in pelliccia, malgrado le altre opere del suo autore siano state tranquillamente pubblicate da noi sin dall’Ottocento: la colpa è delle varie società moralistiche e censorie che si sono alternate nel nostro Paese? Mi permetto di dubitarne. Il problema è che in Italia probabilmente era impossibile portare quel racconto prima di un autore che l’ha studiato dopo: Sigmund Freud.

Freud si occupa di masochismo già agli inizi del Novecento per poi riprendere più volte il tema, intendendolo però sempre come un sadismo rivolto verso se stesso. «Spesso si può riconoscere che il masochismo non è nient’altro che una prosecuzione del sadismo rivolto contro la propria persona, la quale fin dall’inizio tiene il luogo dell’oggetto sessuale» (da “Le aberrazioni sessuali”, primo dei “Tre saggi sulla teoria sessuale”, 1905).

Nel 1924 cambia idea in occasione del saggio “Il problema economico del masochismo” (Das ökonomische Problem des Masochismus), e il perché lo spiega il curatore Cesare Musatti:

«La svolta avvenuta nel pensiero di Freud con Al di là del principio di piacere del 1920, e la determinazione di una pulsione di morte accanto alle pulsioni libidiche, gli imponevano la considerazione di pulsioni aggressive rivolte verso lo stesso soggetto, in una corsa all’annientamento, o alla riduzione degli squilibri energetici, prodotti dall’apparire stesso della vita […]. Questa concezione implicava una ristrutturazione profonda della dinamica pulsionale, che viene svolta nella presente opera, nella quale Freud afferma l’esistenza di un masochismo primario.»

A parte qualche pubblicazione specialistica che presentava le sue conferenze, Freud arriva in Italia sul finire degli anni Venti ma in realtà il successo editoriale parte dal secondo dopoguerra, quando Laterza pubblica Totem e tabù. La Astrolabio di Roma comincia a sfornare testi freudiani a pioggia, poi arrivano la milanese Dall’Oglio (1950), le torinesi Boringhieri (1951) ed Einaudi (1951): curiosamente il centro-nord depreda un autore che prima della guerra era edito solo da case specialistiche del sud Italia.

Edizione Vallecchi 1964

È il 1962 quando la Mondadori pubblica Tre saggi sulla teoria della sessualità, proprio mentre i “bollenti” anni Sessanta sono pronti ad esplodere con la loro rivoluzione sessuale. Ci sarà tempo negli anni Settanta perché la romana Newton Compton in pratica “inventi” i libri di saggistica in edizione economica – i “pocket” fino a quel momento prediligevano la narrativa – e renda Freud accessibile ad ogni classe di lettori e ad ogni tipo di portafoglio: nell’estate del 1964 la curiosità di una larga fetta di pubblico per la sessualità – argomento non più limitato all’ambito specialistico – finalmente consente alla Vallecchi di portare Venere in pelliccia nelle librerie italiane al prezzo di 1.800 lire, un prezzo corposo visto che gli Oscar Mondadori costavano circa 350 lire. È facile abbia avuto molta più diffusione la ristampa del 1966 targata Editoriale Corno, casa dalla distribuzione capillare e nota per i fumetti. (È la casa che ha portato i supereroi Marvel in Italia.)

Il ’68 e la rivoluzione sessuale arrivano in perfetto orario perché Sacher-Masoch sia disponibile a testimoniare uno degli infiniti ed eterei aspetti della sessualità – sebbene non fosse intenzione dell’autore – ma anche pronto ad essere trasfigurato per esigenze pruriginose.

Nel settembre del 1975 esce nelle sale italiane un film dichiaratamente pruriginoso, Le malizie di Venere, con in locandina un avviso chiarificatore:

«Questo film non è una riedizione: non è mai stato presentato in Italia con il presente o altri titoli: la censura ha concesso il visto per l’edizione integrale solo da poche settimane».

Di scritte del genere abbondano le locandine italiane dell’epoca, sempre pronte al “marketing selvaggio” e a sventolare orgogliosamente veri (o presunti) problemi censori perché è chiaro che questo attira spettatori. Proprio nell’aprile del 1975 le locandine del violento L’ultimo treno della notte (scopiazzamento di Wes Craven a sua volta scopiazzamento di Bergman) sciorinavano i problemi ricevuti con la censura. Stavolta però c’è davvero un motivo importante per presentare un tale avviso. (E non è il problema del visto censura, che addirittura risulta assente dall’Archivio del Cinema Italiano.)

Già nell’estate del 1973 girò la notizia che l’attrice Laura Antonelli fosse scontenta del fatto che arrivasse nei cinema italiani una pellicola che aveva interpretato in gioventù, quand’era ancora ignota al grande pubblico, per il mercato tedesco dalla censura più di maniche larghe. In un’intervista del 1975 sempre la Antonelli racconta che dell’originale girato i produttori hanno estratto solo quella mezz’ora in grado di passare la censura italiana e le hanno costruito intorno tutt’altro film.

Nel 1970 ricorreva il centenario della pubblicazione di Venere in pelliccia quindi è comprensibile che una co-produzione italo-austriasco-tedesca affidasse ad un regista, in questo caso Massimo Dallamano, il compito di trasformare per la prima volta la storia in un film, optando per ambientarla in tempi contemporanei invece che nell’Ottocento. Il risultato però a quanto pare era pensato esclusivamente per il mercato tedesco, e così quando anni dopo – probabilmente per sfruttare il successo ottenuto dalla Antonelli con Malizia (1973) – i distributori italiani hanno voluto riutilizzare un film già pronto con il “fenomeno sexy” del momento, hanno pensato bene di stravolgere la trama per giustificare gli ingenti tagli alla pellicola originale.

La CineKult (Cecchi Gori) ha recuperato il tutto in DVD ed ha pensato bene di utilizzare il doppio titolo: Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut). [Appena finito il mio speciale, il raro DVD CineKult viene ristampato dalla SurfVideo: mi piace pensare di aver dato l’idea al distributore!]

Alcune scene da un film dalla doppia vita

Un primo piano di un saggio di Freud apre un film che non ha molto a che vedere né con lo psicologo né con il testo di Sacher-Masoch, a parte la trama per sommi capi: è un tipico film erotico all’italiana dove la bella di turno – in questo caso una 27enne Laura Antonelli – si spoglia in continuazione e si lancia in finte copule, mentre i comprimari fanno altrettanto. Ed essendo il film girato fra il ’68 e il ’69, ben poco del giovane corpo della Antonelli viene lasciato all’immaginazione: siamo lontani dalla castissima “commedia pecoreccia” italiana censuratissima.

Al contrario del testo originale, qui viene utilizzata in modo preponderante, anche se di grana grossa, la mania del momento: cioè la psicoanalisi. Il film vorrebbe analizzare Severin, il suo passato, il suo rapporto con la madre, con la frusta e con la pelliccia. Tutti spunti che si prestano a semplici intervalli fra un nudo della Antonelli e l’altro.

Non migliora la situazione la trasformazione in Le malizie di Venere, dove l’epurazione della maggior parte dei primi piani del corpo nudo della protagonista lascia spazio ad un processo in tribunale in cui si ricostruisce una vicenda che ha portato ad un omicidio: il processo è il nuovo girato del 1975, i flashback sono il girato originale del 1968-69.

Siamo lontani dal “gioco” di Masoch, l’uso privato della religione pubblica e la costruzione della donna perfetta in grado di rispondere alle proprie esigenze sessuali. Ormai l’Italia è in preda alla passione per la psicoanalisi e quindi Masoch non è più un uomo bensì un caso clinico, da studiare ed analizzare.

Che malgrado i rimaneggiamenti dei distributori l’interesse del pubblico per questa disciplina sia alto lo testimonia chiaro e forte una pubblicazione che arriva con sette decenni di ritardo. Difficile dire quanti nel 1967 ebbero modo di leggere un memoriale edito dalla romana Le Edizioni Blu, ma è sicuro che dopo il film con la Antonelli e una distribuzione più capillare garantita dalla Adelphi, molti italiani avranno apprezzato Le mie confessioni, il testo con cui Aurora Rümelin racconta la vita con suo marito Leopold. Il testo con cui la donna inventa una realtà di finzione e suggella il gioco firmandosi Wanda von Sacher-Masoch. La venere in pelliccia esce dal libro e racconta la sua vera storia.

Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1906 e subito dopo in Francia, questo memoriale è l’esatta versione speculare della rigorosissima biografia stilata in seguito da Bernard Michel, il quale andò nei luoghi dove visse Leopold, rintracciò discendenti superstiti e studiò la corrispondenza – scoprendo che sebbene scrivesse di passioni fra nobili il nostro Leopold non disdegnava avventure con le popolane! – no, Wanda non ha bisogno di tutto questo: lei ha la forza della fiction dalla sua parte.

«Per me l’essere maltrattato da mia moglie costituisce una vera voluttà. Ebbene, maltrattami, e ti prometto su quello che c’è di più sacro, ti do la mia parola d’onore che d’ora in poi nei miei libri non compariranno più donne crudeli.»

Wanda non ha bisogno di fornire prove che quanto sta mettendo in bocca al suo Leopold sia vero, le basta narrare della vita coniugale con un uomo totalmente schiavo di un vizio che lei sopporta stoicamente.

«Gli diedi alcune leggere frustate. Ciò non gli bastava, e siccome gli assicuravo che io non potevo colpire più forte, disse che voleva assolutamente essere picchiato “il più forte possibile”, e che Marie [la serva] lo avrebbe fatto meglio di me.»

Non importa se la donna stia realmente “confessando” la vera intimità di un masochista, e non importa che non ci sia più nessuno che possa smentirla: la potenza di questo memoriale sta tutta nella potenza della fiction e nella pruriginosità degli argomenti trattati.

«Giunti alla fine delle Confessioni di Wanda ci accorgiamo di avere di fronte l’unico profilo di quella singolarissima, e troppo poco conosciuta, figura che fu Leopold von Sacher-Masoch e al tempo stesso l’autoritratto di una donna ambigua e vitale, ipocrita e sfrontata, realmente vittima e realmente carnefice, degna reincarnazione della femmina mitica del masochismo: la Venere in pelliccia.»

Con questo commento a febbraio del 1977 la Adelphi presenta il memoriale di Wanda e subito il produttore Franco Cancellieri acquista i diritti cinematografici: nell’ottobre 1978 viene annunciato il film Le confessioni di Masoch, presentato al Festival del Cinema di Venezia venerdì 29 agosto 1980 con il titolo ridotto nel semplice Masoch, dal 4 settembre successivo nelle sale italiane.

Francesca De Sapio, Venere in pelliccia per Masoch (1980)

La giornalista Lietta Tornabuoni ha seguito sin dal ’79 la lavorazione del film e su “La Stampa” del 30 agosto 1980 racconta la reazione del pubblico alla prima visione.

«Alla prima proiezione di Masoch, alla mostra del cinema, la gente comincia a ridere abbastanza presto. Ridono quando Masoch, sotto le frustate della moglie, rantola: “Come soffro! Come soffro, e come godo!”. […] Ridono nel vedere Masoch legato nudo e appeso per le mani a un gancio, con una frusta infilata nel sedere dalla parte del manico, dimenarsi ai colpi di scudiscio della moglie come un grosso cane che scodinzoli. Ridono soprattutto le donne.»

La giornalista ci racconta che il regista Franco Brogi Taviani, il minore dei celebri fratelli cineasti, prende queste risate come nervosismo per l’argomento trattato: c’è da augurarselo.

Cosa è ormai rimasto di Leopold von Sacher-Masoch? Un nome altisonante affibbiato ad un bambinone interpretato da Paolo Malco con dei baffi alla Tom Selleck. Il personaggio fa i capricci, gioca con i soldatini – altro che i molti duelli che il vero Leopold sostenne! – punta i piedi e si lamenta quando la moglie fa rumore con le pentole e non lo lascia scrivere in pace, ma soprattutto prega in ginocchio, frignante, che la sua Wanda (Francesca De Sapio) lo frusti. Ogni aspetto della complessa sessualità di Severin è scomparso, così come quello che è maggiormente preponderante: il doloroso piacere che nasce dall’umiliazione. Nel film l’unica umiliazione nasce dal ridicolo in cui il personaggio ama soggiacere.

L’unica consolazione è che probabilmente Masoch trarrebbe piacere dall’umiliante film che porta il suo nome…

*

Dall’interesse suscitato per la Venere in pelliccia nel suo centenario sono nati vari adattamenti in giro per il mondo, dove vari Paesi hanno voluto reinterpretare a proprio modo il tema stando sempre attenti a non rispettare l’originale. La passione per la psicoanalisi e il richiamo del masochismo sono elementi troppo forti per non sfruttarli nelle varie opere. La manomissione del testo di Sacher-Masoch arriva fino ad un testo teatrale di grande successo firmato dal drammaturgo statunitense David Ives: non importa cosa dica il testo originale, ciò che importa è come si ponga un autore contemporaneo nel cercare di gestirlo. Il risultato è il premiato testo teatrale Venere in pelliccia, pubblicato in italiano da Rizzoli nel 2013.

Nel 2011 Ives immagina il regista Thomas Novachek disperato perché non riesce a trovare un’attrice abbastanza “donna” da sostenere la parte di Wanda.

«Macché. Niente. Nessuno. Da diventare matti, è una congiura. Le donne così non esistono. […] Nel libro Wanda ha 24 anni, sant’Iddio. A quei tempi una donna di ventiquattro anni era sposata. Aveva cinque bambini e la tubercolosi. Era una donna. Oggi la maggior parte delle ventiquattrenni parlano come bambine di sei anni sotto elio.»

Al che nel teatro vuoto dove si sono svolti i provini per la rappresentazione della Venere in pelliccia di Sacher-Masoch piomba una donna. Di nome Wanda.

«Capisce cosa voglio dire? Mi chiamo persino come lei! Quante ragazze in questa città si chiamano Wanda con la V? Qui a New York tutti dicono “Uanda”, io invece sono sempre stata Wanda, all’europea. Comunque, sono perfetta per la parte e quel cazzo di treno rimane bloccato nel tunnel mentre quel tizio cerca di farmisi.»

Con la potenza d’un ciclone si presenta un’attrice palesemente non adatta per il ruolo di una fine nobildonna che imbastisca con Severin un sottilissimo gioco al massacro, ma ogni insistenza del regista Thomas è inutile: alla fine concede un veloce provino alla rozza donna… e l’attrice si trasforma in una perfetta Wanda. Quella Wanda. Inizia con Thomas un lento gioco che ricalca alla perfezione quello del racconto originale, in un inseguirsi di realtà e finzione che ricorda il Masoch italiano del 1980: un gioco dove era impossibile separare i personaggi dagli interpreti.

Un’attrice e il suo regista… ma siamo sicuri che siano solo questo?

Anche stavolta il punto di vista di Sacher-Masoch è ignorato, perché la contemporaneità esige la condanna a priori di ogni maschilismo – o supposto tale – e quindi il povero Leopold viene condannato… lui che non ha mai fatto male ad una donna, anzi voleva farsene fare! Un uomo che andrebbe accusato di aver trasformato una mite nobildonna in una dominatrix, è accusato di essere un porco, un maschilista e di scrivere sconcezze. Idee che Roman Polanski raccoglie e nel 2013 presenta una personalissima reinterpretazione del testo teatrale, firmata a quattro mani con lo stesso David Ives e farcita di rimandi all’universo cinematografico del regista parigino.

Una messa in scena sontuosa, un “messaggio” discutibile

Dopo l’anteprima di Venere in pelliccia di Polanski, il giornalista Marco Giusti lo definisce addirittura «uno dei pochi film non misogini visti a Cannes». Sospendiamo il giudizio su tutti questi fantomatici “film misogini” presentati al festival francese.

Il regista parigino riempie lo schermo di sé, scegliendo un suo clone per il ruolo del regista (un Mathieu Amalric in stato di grazia) e la sua storica moglie nel ruolo di Wanda (una bravissima Emmanuelle Seigner): quello che va in scena è una splendida ed ipnotica rappresentazione di un Polanski che si mette alla berlina e si sostituisce a Masoch, sebbene il regista sottolinei che il masochismo non gli sia mai interessato. Non stiamo parlando di pratiche sessuali bensì di accuse di maschilismo che in tempi contemporanei ogni regista famoso (e quindi potente) rischia di ricevere.

Attori, personaggi, autori, regista: tilt totale…

Polanski/Thomas finge di lasciarsi sottomettere dalla sua Venere ma in realtà sembra rispettare l’originale: è tutto un suo gioco, è il regista che costruisce un’attrice che lo accusi e lo umili così da dare soddisfazione a tutte le attrici che accusano di essere umiliate dai registi. Seguendo questa interpretazione – non certo ufficiale – Polanski è il primo a mettere in scena il vero Masoch, che domina per il piacere di essere dominato.


5.
Conclusione

La modernità nata nel Quattrocento ce l’ha insegnato, la realtà nasce sempre dall’immagine che abbiamo di essa, cioè dalla finzione. Per noi oggi dunque Masoch è come l’ha giudicato Krafft-Ebing, trasformandolo nel deonimo “masochismo”, è come l’ha raccontato Aurora/Wanda e come l’ha ritratto il cinema: è tutto, tranne ciò che è stato realmente.

Chi è stato realmente Masoch non lo saprà mai nessuno, visto che di lui abbiamo solo immagini fuorvianti. Di sicuro è stato un uomo che amò immaginare la sua donna perfetta, capace di soddisfarlo nelle sue richieste sessuali, e la cercò nelle tante amanti che ebbe, di ogni estrazione sociale, con cui stilava contratti per i quali le donne potevano fare ciò che volevano di lui e chiedergli di fare qualsiasi cosa, in certi limiti. Fu uno scrittore di successo, un sanguigno che sfidava facilmente a duello, un nobile del suo tempo che portava nel sangue vestigia di nobili etnie europee, scegliendo di volta in volta per quale provare più appartenenza. La beffa finale è che si sentiva tedesco… mentre i tedeschi nel primo Novecento bruciarono i suoi libri considerati viziosi.


Bibliografia

  • Anatole France, Taide (Thaïs, 1890), traduzione di Francesco Chiesa, “Biblioteca Romantica” n. 17, Mondadori 1932
  • Sigmund Freud, Opere complete, a cura di Cesare L. Musatti, Bollati Boringhieri 2013
  • Edoardo Giusti ed Elide Bianchi, Devianze e violenze. Valutazione e trattamenti della psicopatia e dell’antisocialità, Sovera Edizioni 2010
  • Marco Giusti, Vedo… l’ammazzo e torno. Diario critico semiserio del cinema e dell’Italia di oggi, ISBN Edizioni 2013
  • Elena Guicciardi, Frustami, o cara, da “la Repubblica”, 27 aprile 1989
  • James Hillman, Il mito dell’analisi (The Myth of Analysis. Three Essays in Archetypal Psychology, 1979), traduzione di Aldo Giuliani, Adelphi 1979/2014
  • Victor Hugo, Notre-Dame de Paris (id., 1831), traduzione di Sergio Panattoni, Garzanti 1996
  • David Ives, Venere in pelliccia (Venus in Fur, 2011), traduzione di Masolino d’Amico, BUR (RCS Libri) 2013
  • Douglas Robinson, Aleksis Kivi and/as World Literature, Brill 2017
  • Lietta Tornabuoni, L’ambiguo carnefice di Masoch, da “La Stampa”, 25 settembre 1979
  • Lietta Tornabuoni, Tutte quelle terribili «vamp» armate d’amore e di frusta, “La Stampa”, 30 agosto 1980
  • Bruno Ventavoli, Sacher-Masoch, idealista deluso dalle donne, da “La Stampa”, 16 aprile 1995
  • Richard von Krafft-Ebing, La psicopatia sessuale (Psychopathia sexualis, 1886), PubMe 2017
  • Leopold von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia (Venus im Pelz, 1870), traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari, “Oscar Classici” n. 678, Mondadori 2013
  • Wanda von Sacher-Masoch (Aurora von Rümelin), Le mie confessioni (Confessions de ma vie, 1907; nuova edizione 1967), traduzione di Gisèle Bartoli con la collaborazione di Claudia Beltramo Ceppi, Adelphi 1977

Filmografia

  • Martyrs (id., maggio 2008), regia e sceneggiatura di Pascal Laugier. Nelle sale italiane dal 12 giugno 2009 e in home video dal 27 ottobre 2009, sempre distribuito da CDE
  • Masoch, regia e sceneggiatura di Franco Brogi Taviani, produzione e distribuzione Difilm Lorange – Visto censura 75263 del 16 giugno 1980
  • Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut), regia di Massimo Dallamano, sceneggiatura di Fabio Massimo. In home video per DVD CineKult (Cecchi Gori).
  • Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure), regia di Roman Polanski, sceneggiatura di Roman Polanski e David Ives, da un testo teatrale di quest’ultimo ispirato al racconto omonimo di Sacher-Masoch. Nelle sale italiane dal 14 novembre 2013 e in home video dal 17 aprile 2014, sempre distribuito da 01 Distribution

L.

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6 commenti

Pubblicato da su novembre 15, 2019 in Indagini

 

Il dolore di essere Masoch 2

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Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte seconda)


2.
Venere dal deserto

Fa caldo nel deserto egiziano del 300 dopo Cristo, dalla cui sabbia rovente fuoriesce un cenobita: che sia un delizioso rimando alla futura saga filmica di Hellraiser e ai suoi cenobiti infernali? Ovviamente no, è semplicemente il nome di un uomo che si è ritirato a vivere in una piccola comunità religiosa. Ma Pafnuzio non è più un cenobita, il suo percorso non seguirà le orme del futuro Sant’Agostino, perché Pafnuzio è impazzito della più folle delle pazzie: Pafnuzio si è innamorato, e si è innamorato di Taide. Una peccatrice. Peggio: un’attrice.

Questa storia ce la racconta nel 1890, con ancora Sacher-Masoch in vita, il grande romanziere Anatole France in uno dei suoi capolavori forse oggi più dimenticati: Taide (Thaïs). Pafnuzio non prova amore per Taide, prova passione, ossessione («Sai tu che cosa vedevo in questo manoscritto dettato dal più grave degli stoici? Precetti di virtù forse e crude massime? No. Vedevo sull’austero papiro danzare mille e mille piccole Taidi»), follia, totale perdita di qualsiasi ragionamento logico a causa di amore (od ossessione amorosa), e quando per la prima volta vede la donna a teatro recitare nel ruolo di Polissena, in una versione dell’Iliade, France non trova miglior modo di descrivere il piacere che prova Pafnuzio::

«Il dolore era bello sul viso di Taide.»

È la descrizione di un’ottima prova attoriale nel ruolo di Polissena? France ci sta raccontando che Pafnuzio giudica Taide un’ottima attrice capace di ben rappresentare il dolore di un personaggio? O forse ha trovato un modo potente per ricordarci che il desiderio può passare anche per il dolore? Siamo nel 1890, vent’anni dopo la celebre opera di Sacher-Masoch, ed è ormai chiaro quel messaggio che un altro francese, Pascal Laugier, ha dovuto ricordarci nel 2008, con il film Martyrs: l’agonia porta all’estasi tipica dei santi, a quegli occhi volti al Cielo di chi vede martirizzata la propria carne. È un rapporto inscindibile fra spiritualità ed agonia che porta a ben altre considerazioni, perché non solo nell’estasi mistico-dolorosa si roteano gli occhi. France lascia sotto traccia qualcosa che Sacher-Masoch fa intendere in modo più preponderante: al divino si arriva anche con l’orgasmo, la cui mimica facciale è indistinguibile dall’agonia.

Morjana Alaoui nel film Martyrs (2008)

Taide diventerà santa, sia per la Chiesa cattolica che ortodossa, ma per ora si limita a fingere quel dolore che Pafnuzio avverte in tutt’altro modo, cioè come orgasmo. Ed è un’altra egiziana, molto più avanti nel tempo, che farà impazzire un altro uomo religioso: Esmeralda, uno dei tantissimi personaggi del romanzo corale Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo. (Classico della narrativa mondiale che non ha nulla a che vedere con le biasimevoli riduzioni che ne sono state tratte per il cinema, o peggio per l’infanzia.)

Curatori moderni ci spiegano in nota che Esmeralda in realtà viene chiamata “egiziana” perché all’epoca si è convinti che quella sia la patria degli zingari, ma è una precisazione del tutto inutile e che soprattutto rischia di spezzare il collegamento che Hugo crea con i deserti da cui è nata la religione: quel culto che viene accantonato da Claude Frollo, arcidiacono di Notre-Dame. È lui che, anticipando la scena della Taide di France, dimentica ogni insegnamento religioso quando fissa la bruna sedicenne Esmeralda danzare, mentre altri la paragonano ad una ninfa o ad una dea. Il peccato è negli occhi di chi guarda, così come il dolore è nel cuore di chi lo brama:

«Ogni tanto un sorriso e un sospiro si incontravano sulle sue labbra, ma il sorriso era più doloroso del sospiro.»

Maureen O’Hara nel ruolo di Esmeralda ne Il gobbo di Notre Dame (1939)

Più la religione si allontana dai climi caldi in cui è nata più si trasfigura, mentre prima questo processo era proprio solo dei martiri:

«Un martire è un essere eccezionale, sopravvive alla sofferenza, sopravvive alla privazione di tutto, lo si carica dei mali della Terra e si abbandona. Trascende: capisci questa parola? Si trasfigura.»

Così spiega la torturatrice del citato film Martyrs alla protagonista, che dovrà passare per mille inferni di dolore fino a raggiungere l’estasi propria di chi è vicino al Cielo, pur rimanendo sulla terra. Come si vede ormai anche il martirio è una pratica totalmente trasfigurata, come ci continua a spiegare la torturatrice: «La gente non ha più intenzione di soffrire. Il mondo è fatto in questo modo: ci sono soltanto vittime, i martiri sono molto rari.»

Catherine Bégin, la torturatrice di Martyrs (2008)

In questo mondo senza più martiri e privo della capacità di soffrire, la religione perde forza man mano che si allontana dalla sua culla calda. E quando arriva nel cuore gelido dell’Europa… non stupisce che abbia bisogno di una pelliccia.


3.
Venere in pelliccia

Severin è un uomo fuori dal suo tempo. Tutto ciò che viene dopo Goethe gli è alieno, quindi il suo mondo, il suo tempo, il suo cuore… tutto è fermo all’età classica, quando si viveva a stretto contatto con gli dèi e si interagiva con loro. Severin vive in un clima troppo freddo per il caldo cristianesimo.

Da piccolo si reca di nascosto nello studio paterno per andare ad ammirare una Venere di gesso davanti alla biblioteca, «e mi inginocchiavo davanti a lei rivolgendole le preghiere che mi avevano insegnato, il Pater noster, l’Ave Maria e il Credo». Il giovane ha imparato i riti della religione del suo tempo ma li applica agli dèi del passato. Non si pensi ad un tenero ricordo del comportamento curioso di un bambino davanti alla statua di una dea: «Mi prostrai dinanzi a lei e le baciai i piedi freddi, come avevo visto fare ai nostri contadini con il loro Salvatore morto.» È l’inizio di una trasfigurazione del culto religioso cattolico che permea l’intera storia.

Sebbene non la citi, Severin è talmente amante dei classici che non può non conoscere Galatea, visto che sembra citarne il destino: l’amore inarrestabile dell’uomo che la scolpì – quel Pigmalione che conoscerà nuova fama nel Novecento grazie al commediografo George Bernhard Shaw e al consequenziale film My Fair Lady – rese la statua di gesso viva. In realtà in quel caso fu un intervento divino, ma il concetto è lo stesso: sin da bambino il protagonista decide di scolpire la sua donna…

Il romanzo Venere in pelliccia non parla di sesso e gli accenni alle frustate sono talmente sottili che non meritano l’ingiusta fama di cui il testo gode, così come la deonomastica non ha fatto un buon servizio a Severin/Masoch: solamente ad uno sguardo superficiale – e soprattutto maligno, se non addirittura pruriginoso – il protagonista può apparire un uomo che prova piacere sessuale dal dolore. Sia perché di dolore non ce n’è molto, visto che Severin anela l’umiliazione e la sottomissione psicologica, sia perché a guidare il gioco è sempre e solo Severin stesso. In Venere in pelliccia la vittima è proprio Venere.

Raccontando la storia di due nobili che si incontrano, si innamorano e iniziano una vita basata su dei “contratti”, secondo i quali la donna si impegna ad umiliare in ogni modo possibile l’uomo – che sempre si lamenta di quell’umiliazione ma è avvertibile il piacere nel subirla – in realtà Masoch ci parla di misoginia allo stato puro: ci parla di un uomo che impone fortemente la propria personalità ad una donna approfittando del punto debole di lei, cioè dell’amore che prova per lui. Wanda è innamorata di Severin e vuole compiacerlo in ogni modo, anche trasformandosi in qualcosa che lei non è ed anzi va contro ogni fibra del suo essere: una dominatrice, una mistress.

Severin scolpisce martellata dopo martellata la sua Venere, usando la carne di Wanda al posto del gesso, costruisce la sua donna ideale per provare piacere ad essere sottomesso da lei quando in realtà è lui che la sta sottomettendo. È lui che conduce sempre il gioco, imponendo contratti e pretendendo comportamenti del tutto alieni al carattere della compagna. E l’opera raggiunge un livello di perfezione tale che, come ogni opera perfetta, sfugge al controllo del creatore. «Così deve essere, voglio vederti tremare davanti a me, consumarti ai miei piedi. Io non sono l’eroina di un romanzo tedesco, sono il tuo ideale, Venere in pelliccia.» Questa è la crudele epifania di Wanda.

Nello stesso 1870 in cui a Parigi debutta Coppelia, una delle storie “figlie” de L’uomo di sabbia di Hoffmann e una delle varie trame in cui la donna artificiale sfugge al controllo maschile, Masoch scrive del suo Severin che una volta completata la costruzione della donna perfetta, che sappia infliggergli esattamente il tipo di sofferenza che lui brama, questa si rivolta. Wanda d’un tratto non è più una donna innamorata che si finge Venere per far piacere all’amato: l’esperienza vissuta le ha fatto scoprire la sua vera natura… e lei è davvero la donna che Masoch immaginava e ha fatto di tutto per plasmare. E questo vuol dire che non ha più bisogno di lui…

*

Il protagonista di Venere in pelliccia non è una vittima, ma un martire volontario che costruisce con le proprie mani un culto religioso che preveda il suo martirio e un ministro addetto all’esecuzione di quel rito. «Al tempo dei primi imperatori lei sarebbe stato un martire», gli dice Wanda: «oggi invece è il mio schiavo…»

Come dicevo, il dolore rimane sempre dietro il sipario, durante tutto il romanzo, ma sono le affermazioni stesse di Severin a fondare le basi per il mito del masochismo:

«[I martiri] erano uomini sovrasensuali, che trovavano un piacere nella sofferenza, che cercavano le torture più spaventose, perfino la morte, come altri cercano la gioia, e io sono uno di loro, un sovrasensuale, mia principessa. La vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture. Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza, come i fachiri dell’India, e così trionfare sulla vita e sulla morte?»

In un altro tempo e in un altro luogo, Albert Camus userà la stessa equazione. Non siamo veri padroni di qualcosa se non siamo liberi di distruggerla, così come Wanda è padrona del suo amante perché può distruggerlo in ogni istante, e così come Severin, che per essere padrone del proprio piacere ha creato una dominatrice in grado di distruggerlo.

Un racconto così tagliente, così denso e disponibile a varie interpretazioni, alla fin fine è stato sbrigativamente associato a perversioni sessuali o anche solo ad una storiella pruriginosa da bisbigliare nell’orecchio. E dopo cento anni ha avuto un “onore” del tutto unico: finire nelle mani di cineasti italiani.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 13, 2019 in Indagini

 

Il dolore di essere Masoch 1

Nel gennaio del 2018 sono stato contattato da TOM (The Obsidian Mirror) per partecipare insieme ad altri blogger ad una versione “corale” del suo classico specialone di aprile (che poi è slittato a maggio). Il tema era il masochismo, gli argomenti erano a piacere. Finii per scrivere uno speciale in tre parti su un autore molto più frainteso che amato.
Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte prima)

I torture you
Take my hand through the flames
I torture you
I’m a slave to your games
I’m just a sucker for pain
I wanna chain you up
I wanna tie you down
I’m just a sucker for pain

(Lil Wayne, Wiz Khalifa & Imagine Dragons
dalla colonna sonora del film Suicide Squad)


Prologo

C’era una volta un rettore dell’Università di Leopoli che pativa due grandi dolori. Il primo era la morte del figlio, che già di suo è una di quelle disgrazie che rovinano una vita, e nei confronti del quale il secondo dolore impallidiva. Però rimaneva lì, a logorarlo: il secondo dolore del rettore era che, morto suo figlio, il cognome di famiglia si sarebbe estinto. Gli rimaneva solo una figlia, che sposandosi ovviamente acquisiva il nome del marito, condannando all’oblio il cognome nobile del rettore.

La disperazione spinse l’uomo ad una richiesta impensabile: era qualcosa di inaudito, ma doveva provarci. Andò dal marito della figlia e lo pregò di non far perdere per sempre quel cognome, che sebbene appartenesse ad una piccola borghesia di campagna per lui era comunque importante. Il marito della figlia era anche lui nobile, discendente da una famiglia spagnola il cui cognome riscuoteva ammirazione in tutto il mondo austriaco, e forse proprio per questa nobiltà – sia di sangue che d’animo – accettò l’ardita proposta del rettore. La proposta di “unire” i cognomi delle due famiglie.

Quel rettore di Leopoli ha fatto di tutto perché il suo cognome non andasse dimenticato… e non ha mai saputo quanto il suo desiderio sia stato esaudito. Perché quell’uomo si chiamava Franz Masoch.

*

Aveva due anni il piccolo Leopold, quando quel 18 novembre 1838 finalmente arrivò la concessione imperiale perché il suo cognome di famiglia von Sacher si fondesse con il cognome della madre, von Masoch.

Per i primi due anni della sua vita il giovane portava un nome illustre. Nel 1832 Franz Sacher aveva inventato una torta al cioccolato a cui aveva dato il proprio nome e che stava riscuotendo enorme successo, oltre che grandi introiti. Lo stesso Franz poi era entrato nel ramo alberghiero allargando la notorietà e la fama del suo cognome. Il piccolo Leopold per via paterna avrebbe potuto essere un Sacher… invece per via della madre fu Leopold von Sacher-Masoch.

Aveva due anni il piccolo Leopold quando una donna si impose pesantemente nella sua vita. E probabilmente non fu affatto spiacevole…


1.
Uomini e deonimi

Professore, giornalista, romanziere, inutile stare a ricordare le tante attività in cui Leopold si è lanciato nei primi 34 anni della sua vita, ciò che rimane di lui è che a quell’età scrisse dei racconti spinti da un sentimento che dopo cercò di ritrattare o che comunque non provava più. Dei tanti romanzi e racconti che lo rendevano un giovane nobile adorato dalle lettrici non rimangono che pallidi elenchi: ciò che ha reso immortale Leopold è l’aver voluto iniziare una serie di romanzi brevi incentrati sul tema della misoginia. Perché come tutti gli uomini che adorano le donne ma si sentono sopraffatti da loro, Leopold le odiava. E più le odiava, più le amava.

La vita privata di Sacher-Masoch in quanto uomo importa poco, visto poi che è in realtà un mistero: rimasta del tutto ignota alle cronache fino almeno a dieci anni dopo la sua morte, solo nel 1906 la moglie Aurora von Rümelin pubblicò a Berlino un suo libro di memorie, Meine Lebensbeichte (“Confessione sulla mia vita”), che racconta l’intimità di Leopold firmandosi con uno pseudonimo più che eloquente: Wanda von Sacher-Masoch. Wanda, la Venere in pelliccia che lo scrittore trentenne aveva cantato con la passione del suo doloroso amore. Racconto che l’aveva reso immortale ma non nel senso che avrebbe desiderato.

Ciò che sappiamo del Leopold uomo lo sappiamo perché anni dopo la sua morte l’ha raccontato Wanda: un autore descritto dal suo personaggio. Non può che essere un racconto crudele. Al racconto di una donna la cui vita è stata funestata da un uomo bizzarro, scostante e dalle abitudini sessuali decisamente fuori dal comune, rispose prima il figlio di Leopold poi il suo segretario, scrivendo a loro volta storie diametralmente opposte e descrivendo la donna che si firmava Wanda come un’opportunista e una sfruttatrice.

Tutto ciò che sappiamo con sicurezza della vita di Sacher-Masoch è che agli inizi del Novecento l’editoria impazzisce per lui. Ma non lui in quanto uomo, letterato o studioso: in lui in quanto deonimo

*

Sul finire dell’Ottocento la psicologia è in pieno fermento creativo e in rapidissima ascesa, e soprattutto sta creando una propria mitologia e quindi un proprio vocabolario, inventando termini che entreranno in pianta stabile nel linguaggio parlato. Nel brodo primordiale di questa Sexualwissenschaft (“scienza sessuale”) l’americano J.M. Sims conia “vaginismo” (1861), il francese E.C. Lasègue conia “esibizionismo” (1877), in Germania nasce “omosessualità” (1869) e alla fine del XIX secolo Havelock Ellis conia “narcisismo” e “autoerotismo”.

In mezzo a tutti questi “-ismi” il tedesco Richard von Krafft-Ebing aggiunge un tocco di stile: aggiunge un po’ di deonomastica, cioè quel processo per cui un cognome personale diventa sostantivo. In fondo l’aveva già fatto Ellis prendendo Narciso e coniando “narcisismo”, ma siamo però nel campo della mitologia greca, innocua e lontana. Krafft-Ebing preferisce attingere a nomi molto più “vicini”. Così nel 1869 lo studioso prese il celebre nome del Marchese de Sade, vissuto a cavallo fra Sette ed Ottocento, e coniò “sadismo”, ma l’opera è solo a metà.

Nel suo celebre saggio Psychopathia sexualis (1886) per la prima volta tenta uno studio sistematico di quei comportamenti sessuali che sbrigativamente erano sempre stati definiti “anormali”, o comunque al di fuori di ciò che la morale considera “normale”. Nel suo testo – che arriva in Italia nel 1931 – identifica due comportamenti che il connazionale Albert von Schrenck-Notzing nel 1899 tenderà ad unificare sotto il nome di “algolagnìa“ (dal greco algos, “dolore”, e lagneia, “voluttà”), termine ancora attestato nella lingua italiana anche se raro.

Krafft-Ebing propone di separare l’attività di provare piacere mediante il dolore: c’è infatti chi il dolore lo infligge e chi lo riceve, ed entrambi provano piacere ma in modi diversi. Quindi lo psicologo propone “sadismo” nel primo caso e “masochismo“ (Masochismus) nel secondo.

È nato un deonimo! (In realtà la lingua italiana non attesta la parola “deonimo”: se però la toponomastica si basa sul toponimo, mi sento autorizzato a dire che la deonomastica si basi sul deonimo.)

«Intendo con masochismo una particolare perversione della vita sessuale in cui l’individuo è controllato dall’idea, nei pensieri e nelle situazioni sessuali, di essere completamente ed incondizionatamente soggetto alla volontà di un’altra persona e di essere trattato da questa come fosse il proprio padrone, di essere umiliato e abusato. Quest’idea si colora di sensazioni orgasmiche; il masochista vive con fantasie in cui crea situazioni di questo tipo e spesso cerca di realizzarle.»

Dunque è questo l’unico lascito di Leopold? Una vispa carriera letteraria spazzata via da un semplice deonimo? Purtroppo è così, ma se ci si fissa sul masochismo si rischia di non apprezzare appieno la potenza che Sacher-Masoch ha inserito in quello che all’epoca era vista come narrativa misogina leggera. Un aspetto importante da non dimenticare mai… è il clima.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 11, 2019 in Indagini

 

[Leggende nane] Il finto sbarco lunare

Nel 1999 la società di analisi Gallup, di base a Washington, ha presentato un sondaggio per cui a trent’anni dallo sbarco dell’uomo sulla Luna il 6% della popolazione statunitense era convinta che detto sbarco non fosse mai avvenuto: era un falso organizzato dal Governo. Quasi dieci anni dopo, nel 2006, la società di analisi Dittmar Associates ha ripetuto il sondaggio, stavolta limitandosi ai giovani laureati tra i 18 e i 26 anni, e stavolta il risultato è stato drammatico: il 27% della gioventù istruita americana dubitava che lo sbarco sulla Luna fosse mai avvenuto.

Questo effetto esponenziale non è certo una novità nel vasto universo delle fandonie e delle truffe, è qualcosa che lo studioso olandese di religioni Reender Kranenborg chiamava “tradizione cumulativa dell’esoterismo”: una volta inventata una bufala, questa si alimenta di autoreferenzialità a livello esponenziale. Nessuno si informa sulla veridicità della notizia, su chi l’abbia veicolata la prima volta e su quanto sia affidabile come fonte: la sua semplice esistenza è la prova della sua verità autocertificata.
Kranenborg si occupava di casi come la fandonia di Gesù in India, di cui si sapeva l’origine – l’opera di Notovitch – ma in casi come quello del finto sbarco sulla Luna possiamo risalire all’origine della bufala?

Un punto di partenza è sicuramente quello suggeritoci da Jean Baudrillard: l’immagine precede sempre il reale. Ciò che noi troppo spesso crediamo informazioni reali, in realtà le sappiamo perché le abbiamo viste in un film…

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Pubblicato da su luglio 20, 2019 in Indagini, Leggende nane

 

Ghostwriting 12. L’arte del plagio

Siamo arrivati alla fine del nostro ciclo, non per mancanza di titoli ma perché semplicemente sono ormai chiare le regole del ghostwriting, e si completa un antico assunto.
I mediocri copiano.
I geni rubano.
Gli scrittori fantasma plagiano.


«La bella ragazza che state guardando sono io», così si presenta Lily (Ruth Wilson) quando entra nella casa abitata dall’anziana scrittrice Iris Blum (Paula Prentiss), specializzata in libri «torbidi e spaventosi». La donna si trasferisce lì per accudire la anziana signora e scoprirà che “qualcosa” si aggira nella casa, pronta ad entrarle letteralmente sottopelle per farle vivere non solo la vita della scrittrice ma anche la sua ispirazione all’opera.
Il film Netflix I Am the Pretty Thing That Lives in the House (2016) non è legato a questo ciclo, perché la trama (tutta all’insegna del “fàmolo strano”) non vede la creazione di nuovi libri, ma l’intero film è permeato dall’atmosfera raccontata finora: l’ispirazione di Iris Blum è così potente da essere diventata a sua volta ghost in cerca di nuovi writer. (O almeno così sembra di capire dalla nebulosa sceneggiatura del regista Oz Perkins.)
Cito questo titolo solo per testimoniare come le atmosfere e le ispirazioni del genere ghostwriting si possano trovare nei prodotti più disparati. Ora però, è il momento di incontrare la summa dell’intero filone.

Un ghost in piena attività con il suo writer

«Ruba sempre dai migliori», diceva Picasso, oppure «il mediocre imita, il genio ruba»: ma lo diceva? Nessuno sa citare una sola fonte in cui sia attestata la paternità di Picasso di questa frase, non esiste uno straccio di prova eppure tutti sono convinti che il celebre pittore usasse dire una delle due frasi che gli vengono imputate. Se lo diceva, ed è un bel “se”, era la frase più vera del mondo… perché nel caso stava rubando a T.S. Eliot.
«I poeti immaturi imitano, quelli maturi rubano; i cattivi poeti sfigurano quello che prendono, e i buoni poeti lo trasformano in qualcosa di migliore, o al massimo di differente.» Così scriveva cento anni fa il poeta britannico all’inizio del suo saggio su Philip Massinger (da The Sacred Wood. Essays on Poetry and Criticism, 1920): chissà cos’avrà pensato nel vedere la propria frase attribuita a Picasso. Avrà considerato il pittore un “buon poeta” che aveva dunque trasformato in qualcosa di migliore il suo testo? Di sicuro si è divertito un mondo l’artista Banksy quando ha esposto una lastra di marmo con su incisa la frase «The bad artists imitate, the great artists steal», con la firma di Pablo Picasso… cancellata e sostituita da “Banksy”.

Banksy che ruba a Picasso

L’anno prossimo, 2020, questa frase di Eliot compirà cent’anni pari pari, quindi è ora di completarla aggiungendo una terza figura: lo scrittore fantasma. Quello che cioè scrive ciò che gli dice l’ispirazione: e se l’ispirazione sta copiando? Non è un geniale furto: è un volgare plagio, anche se involontario. Anche se ciò che ne risulta… è un bestseller.

Bestseller, il capolavoro coreano dello scopiazzamento

Beak Hee-soo (Jeong-hwa Eom) è una affermata ed apprezzata scrittrice di Seoul che, dopo vent’anni di onorata carriera («È la scrittrice più prolifica della Corea», dicono di lei), subisce la più umiliante accusa che un autore possa ricevere: quella di plagio. Malgrado Hee-soo neghi fermamente, il suo ultimo romanzo è quasi identico ad un manoscritto di Sim Jung-yoon presentato qualche tempo prima ad un concorso letterario: il fatto che la donna abbia fatto parte della giuria la squalifica di fronte a qualsiasi tentativo di difesa.

Beak Hee-soo, una scrittrice pronta a ricominciare

Lo scandalo travolge la scrittrice, sia a livello personale – il marito chiede la separazione – che professionale – le diventa impossibile tornare a scrivere. Dopo due anni di silenzio, l’editore le consiglia di abbandonare la rumorosa città e rifugiarsi in una villa in riva al lago dove potrà trovare maggiore concentrazione.

La casa perfetta per nuova ispirazione

La villa ai margini di un paesino di campagna è stata usata durante la guerra come orfanotrofio da un missionario americano, John Bates, ed ora è meta frequente di scrittori in cerca di tranquillità: appena arrivata con la figlioletta Yeon-hee (Park Sa-rang), la scrittrice si rende però conto che la villa è abitata da una qualche sorta di presenza…
Quanti rimandi, citazioni e idee riciclate avete contato in queste poche righe? Ed è solo l’inizio del film!

Se aguzzate la vista, potete vedere il ghostrwiter pronto all’azione

A Villa Bates – leggerissima citazione del Norman Bates di Psycho, che abitava in una villa isolata – Beak Hee-soo si appresta a vivere la più classica e scontata storia di fantasmi, attingendo ad ogni fonte possibile. C’è l’acqua che fa da psicopompo (“trasportatore di anime”) come nel romanzo Ring (1991) di Kôji Suzuki e i suoi vari fratelli; la figlia vede una bambina sull’altalena come in Half Light (2006) e si scopre essere ovviamente un fantasma; essendo una bambina, la figlia della protagonista parla tranquillamente con la sua nuova amica fantasma com’è tradizione negli horror sin dagli anni Novanta (anche se gli italiani usavano questo schema già almeno dalla fine dei Settanta!); Beak Hee-soo cerca di capire la storia del fantasma e si entra così nello schema Io sono Helen Driscoll (A Stir of Echoes, 1958) del maestro Richard Matheson, di cui lo stesso Ring è debitore.

Alla Fiera dell’Idea Già Usata

Insomma, la prima parte del film Bestseller (Be-seu-teu-sel-leo, 2010), esordio alla regia di Lee Jeong-ho (che è anche sceneggiatore), sembra un bignamino su come scopiazzare da autori e storie di culto. Non è un film, è un minestrone; non ha una sceneggiatura, ha una ricetta.

L’altalena sarà fonte di geniali scopiazzate

Però l’abbiamo visto, i geni rubano: lo sceneggiatore qui non “copia”, bensì ruba così smaccatamente da opere ben note che non lo si può accusare di “fare il furbo”. Ma poi c’è il passo in più, la consapevolezza aggiunta al detto secolare: lo scrittore fantasma plagia.

Niente, ’sto nuovo romanzo proprio non viene

Anche se la brava attrice Eom Jeong-hwa riesce a gestire da sola il peso del suo personaggio per l’intera storia, lo spettatore non può fare a meno di star assistendo a qualcosa di talmente ovvio e scontato… finché di questo non se ne rende conto anche il personaggio!
Hee-soo è una scrittrice professionista, e non si lascia certo scappare una buona storia. L’esperienza che sta vivendo a Villa Bates – con la figlia che parla con un’amica immaginaria che sembra materializzarsi in posti umidi, come succedeva anche in Dark Water (1996) di Suzuki, figlio di Ring – è troppo simile a un romanzo per… non scriverci un romanzo. La figlia le racconta la storia della sua amica (fantasma), che sembra troppo simile a un romanzo – e infatti è tratta di peso da Io sono Helen Driscoll di Matheson – perché non possa diventarlo davvero.
Gli abitanti del villaggio che l’hanno accolta a braccia aperte? Solo degli assassini che hanno nascosto a Villa Bates il cadavere di una ragazza, la cui anima infesta il luogo in cerca di pace. Esiste una ghost story più classica? Il romanzo si scrive da solo.

Un nuovo bestseller sugli scaffali

Il regista-sceneggiatore approfitta proprio del senso di déjà vu dello spettatore – o, se vogliamo usare un termine del serbo Zoran Zivkovic, di déja lu: un qualcosa che si è già letto altrove – per fargli capire lo stimolo irresistibile di Hee-soo, che si rende conto di star vivendo una vera e propria ghost story letteraria… e quindi decide di scriverla sul serio. Il risultato è Abyss, il grande ritorno della scrittrice dopo due anni di silenzio, un thriller su una donna che a Villa Bates ascolta sua figlia raccontargli di un’amica immaginaria che in realtà è l’anima inquieta di una ragazza uccisa lì dagli abitanti del villaggio.

Le storie copiate “tirano” sempre

L’editore è entusiasta e pensa alla frase di lancio: «Un orribile segreto nascosto in una cittadina tranquilla: quanto una persona può diventare crudele?». Addirittura propone di lanciarlo come una storia vera, perché renderà tutto molto più controverso… non sapendo che in realtà è proprio il racconto di una storia vera… filmicamente vera!
Lo spettatore ritrova in forma di finzione ciò che ha appena visto, che in fondo non era altro che finzione: arrivati a metà film, un libro ci racconta la metà film appena vista, in un vero e proprio circolo vizioso. Ovviamente quella raccontata da Abyss è una trama déjà lu, già letta: non solo per i lampanti richiami ad autori noti, ma proprio perché… è copiata dalla reale esperienza vissuta dalla scrittrice.

La scrittrice protagonista di un circolo vizioso letterario

«Baek Hee-soo torna in grande stile dopo due anni di silenzio e resiste in testa alle classifiche anche questa settimana. Attraverso un omicidio consumato in una cittadina, l’autrice analizza la moralità umana e le dinamiche del gruppo. Il suo libro è il più venduto per la quarta settimana consecutiva.»
L’autrice è contenta del successo… tanto da dimenticare come le era stata presentata Villa Bates: meta prediletta di scrittori in cerca di ispirazione…

Come potete chiaramente leggere, ecco una nuova accusa di plagio

Beak Hee-soo rimane di stucco quando giornali e televisioni del suo Paese per la seconda volta la accusano pubblicamente di plagio.

«Mozart ha plagiato, e anche Einstein. Hendel è probabilmente il re dei plagiari: chi non ha mai plagiato una volta nella vita?»

Così insegna il marito della scrittrice nei suoi corsi sul plagiarismo, dimostrando la veridicità del detto di Eliot/Picasso. Tutti questi nomi, però, ci fanno dimenticare l’unico che conti: Dashiell Hammett.
Come abbiamo visto, è lui che (sicuramente senza saperlo) ha gettato le basi per il ghostwriting con il suo L’angelo del secondo piano, il racconto di una ladra che racconta la stessa storia a tutti gli scrittori che deruba, e loro poi scrivono gli stessi racconti usando quella ispirazione. Lo stesso identico comportamento del fantasma di Villa Bates: ad ogni scrittore che viene a soggiornare lì racconta la stessa storia, la storia della sua vita e della sua morte. E loro la rubano, perché questo è il loro mestiere: rubare alla realtà per farne finzione.

Scrivere libri può diventare pericoloso…

Il regista e sceneggiatore Jeong-ho Lee voleva citare anche Hammet? In realtà non sappiamo neanche se volesse citare gli altri autori da cui ruba: Bestseller è un film sulla sottile arte del plagio, è un’atto d’amore verso tutti quei ghost che da sempre raccontano storie ai writer in cerca di ispirazione. Non possono essere sempre storie originali, perché la realtà ha un numero drammaticamente ridotto di storie: per questo esiste la finzione, per viverne di più. E di migliori.

Abbiamo dunque chiuso il cerchio, con un film che racconta – non si sa quanto coscientemente – la storia che ha gettato le regole per il genere, dopo aver copiato tutto il copiabile. Esattamente come fanno i writer, che copiano sempre dai loro ghost.
Per finire, spero che abbiate fatto tesoro della lezione di questi film, e che questa estate vi ritiriate a passare del tempo in una casa isolata, possibilmente vicino ad uno specchio d’acqua. Ascoltate il fantasma che troverete e scrivete la sua storia, così che a settembre sarete pronti a pubblicare il vostro bestseller. Nel caso, spero vi andrà di citare questo ciclo, fra i ringraziamenti…

L.

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Pubblicato da su luglio 8, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 11. Twixt in a Dark Hall

Il destino di alcune giovani donne è di diventare angeli, anzi: Angel. Come la Angel di Dashiell Hammett che con la sua abitudine di raccontare la stessa lacrimevole storia e tutti gli scrittori che rapinava, questi poi ne traevano ispirazione e scrivevano tutti la stessa storia. Dando origine al fenomeno che stiamo raccontando.
«Io non sono il messaggio, io sono il messaggero» spiegava l’angelo di Così lontano così vicino (1993) di Wim Wenders: la donna che diventa ghost per ispirare il writer non è il contenuto dell’opera, ne è solo il veicolo. Non sempre per propria scelta.

Non so cosa sia successo a Francis Ford Coppola e perché abbia perso il suo “tocco”, ma sta di fatto che dopo Bram Stoker’s Dracula la sua carriera è crollata in modo così istantaneo che diventa difficile guardare un suo film successivo senza passare l’intera durata a chiedersi: ma davvero questo l’ha fatto Coppola?
Dimentichiamo dunque il suo nome, che ormai è solo una pagina del cinema di tanto tempo fa, e facciamo finta che quello di Twixt (2011) sia un giovane regista acerbo che cerchi disperatamente facili consensi adoperando trucchetti “piacioni” con l’enfasi e l’entusiasmo (immotivato) che contraddistinguono appunto un giovane esordiente.
Non ho trovato prova certa di una distribuzione italiana

Bella grafica ma di grana grossa

Un Val Kilmer in caduta verticale nella serie Z interpreta il romanziere Hall Baltimore – il cui cognome palesemente cita l’ultimo luogo di residenza di Edgar Allan Poe – in pieno tour promozionale per il suo nuovo libro: Witch Hunter (“Cacciatore di streghe”). Forse “tour promozionale” è un’espressione esagerata: Hall se ne va in giro con l’auto piena di copie del suo libro e cerca di piazzarle tramite “firma-copie” nelle librerie dei più sperduti paesini della provincia americana.
Lo troviamo a passare per Swann valley, ridente cittadina in cui non c’è proprio niente da ridere, e non esistendo qui alcuna libreria il nostro scrittore deve presentare il suo libro nella locale ferramenta.

Non proprio il vostro autore preferito

La gente non fa certo a botte per farsi firmare le copie del nuovo libro, sia perché non conosce quelli precedenti sia perché ignora chi sia Hall Baltimore. Diciamo che il nostro eroe non è in un periodo spensierato della sua carriera, o della sua vita, ma per fortuna lo sceriffo Bobby LaGrange (il sempre eccezionale Bruce Dern) è un suo lettore. Forse l’unico in città.

Segnati qualche dritta per diventare un attore di culto

«Cosa si prova a vivere nella cantina di Stephen King?» gli chiede sghignazzando lo sceriffo: diciamo che non è un campione di diplomazia, ma in fondo il suo interesse per lo scrittore è solo secondario: ciò che LaGrange vuole è sottoporgli i racconti horror che ama scrivere. Il solito scocciatore, e Hall sta già togliendoselo dai piedi quando scatta l’invito che non si può rifiutare. All’obitorio cittadino c’è una morta sconosciuta con un paletto conficcato nel cuore… può interessare?

Mmmm, sì, mi sembra un spunto buono per un romanzo di Hall Baltimore

Hall è dubbioso riguardo alla proposta dello sceriffo di “fare coppia” per scrivere un romanzo sugli strani omicidi di Swann valley, e intanto si reca ad una località turistica del posto: la casa in cui dormì Edgar Allan Poe.

Giusto Poe poteva dormire qui

Il nostro scrittore condivide un dolore con molti suoi colleghi. Ha iniziato la carriera con un romanzo “di cuore”, Fortune’ Pilgrim, incensato dal “New York Times” e dedicato alla figlia Vicky con tutto l’amore di papà: ovviamente è roba che non vende. Volete mettere una serie di romanzi incentrati su un cacciatore di streghe? È molto comune, nella fiction, la figura del romanziere che si ritrova a dover scrivere libri che disprezza e a soffrire di non poter scrivere ciò che vorrebbe: dubito che esista nella realtà, ma nella narrativa fa sempre la sua bella figura.

Il primo ed unico vero romanzo di Hall Baltimore

Mentre la sua agente (che è anche sua moglie) lo incita ad iniziare un nuovo romanzo, quindi, il nostro Hall proprio non ne vuol sapere di altre streghe: vorrebbe scrivere qualcosa di più personale, magari… sulla morte della figlia, anche per lenire il dolore con la scrittura. Ma nessuno vuole un libro del genere. Almeno non da Hall Baltimore.

È il momento che il writer incontri il suo ghost

Mentre il writer si aggira per la cittadina notturna in cerca di ispirazione, subito gli si affianca il ghost pronto a dargliela: è una ragazza di 12 anni, si chiama Virginia ma per via dei dentoni che sta cercando di curare con l’apparecchio si fa chiamare Vampira. Tutti però la chiamano semplicemente V (Elle Fanning).
Ovviamente è un sogno in cui Hall immagina la ragazza uccisa vista all’obitorio, che però gli accenna ad un antico fatto di sangue avvenuto proprio nella casa dove dormì Edgar Allan Poe: se quella storia ha ispirato il maestro dell’orrore, può andare bene anche per il nostro Baltimore.
Non sfugga il collegamento alle origini stesse del ghostwriting: la ragazza ha raccontato a Poe e a Baltimore la stessa storia, come la ladra Angel di Hammett la raccontava a tutti gli scrittori che derubava. Dubito però sia un riferimento voluto…

Penne ed alcol: può iniziare la scrittura

L’editore (una simpatica comparsata di David Paymer) è disposto a pubblicare The Vampire Executions, un romanzo di vampiri di Baltimore ma solo ad una condizione: che abbia un finale esplosivo, roba forte. E il nostro scrittore mente, promettendogliene uno. Promettendogli «a great twist ending», un finale spettacolare di cui ovviamente non ha la benché minima idea. Né lui né lo sceriffo che è più che contento di partecipare all’operazione.

Edgar… aiutami tu a scrivere!

Quello che segue è l’esposizione di una trametta abbastanza superficiale e già vista mille volte, con l’indagine “moderna” che cerca di far luce su un brutto fatto di sangue di un lontano passato tramite l’uso di flashback e una dose letale di trucchetti cinematografici che forse, nella mente di Coppola, volevano farlo tornare ai tempi di Dracula: non lo fanno. Sia perché il budget è una barzelletta, sia perché fare “il grande cinema” con una telecamerina digitale fa ridere, se non facesse piangere.
Così tra dissolvenze pretenziose, paraculate come chiamare in scena Poe in persona (l’ottimo Ben Chaplin) e giochi di immagini più ascrivibili ad un giovane esordiente acerbo che ad un maestro del cinema (ormai cotto), il film procede senza molto interesse.

Le due “vittime” dello stesso ghost

Malgrado una sceneggiatura che non avrei problemi a definire dilettantesca, se non portasse la firma di Francis Ford Coppola (ma magari è un omonimo!), l’unica particolarità del film è appunto l’andare (probabilmente senza saperlo) alle origini del ghostwriting, con una giovane donna che “appare” tanto a Poe quanto a Baltimore, due scrittori che in realtà non sono affatto interessati alla persona, in fondo se ne fregano del fatto di sangue che ha portato V alla morte (e forse al vampirismo): ciò che conta è l’ispirazione letteraria che sapranno trarne.
Baltimore alla fine scrive The Vampire Executions e sappiamo che è un capolavoro che vende 30 mila copie. Un po’ pochine, per il mercato americano…

Dunque gli scrittori amano incontrare giovani donne “fuori dal normale” che sappiano ispirare loro nuove trame e possibilmente romanzi bestseller. Ma come si diventa ghost? Come può una ragazza avocare a sé tutti questi “poteri ispiratori”? C’è una scuola per insegnarlo?
Sembra incredibile… ma c’è. Si chiama Blackwood.

Ne parla il film Down a Dark Hall di Rodrigo Cortés, che esce in anteprima italiana con il semplice (e immotivato) titolo Dark Hall. Distribuito nelle nostre sale dal 1° agosto 2018 grazie alla Eagle Pictures (fonte: ComingSoon.it), la stessa casa lo porta in DVD dal dicembre successivo.
Gli sceneggiatori Mike Goldbach e Chris Sparling portano su schermo il romanzo omonimo del 1974 di Lois Duncan, la prolifica autrice che l’anno precedente aveva scritto una storia che in seguito è diventata un grande canone, oltre che un film: I Know What You Did Last Summer (1973). Parecchie trame sono semplici rielaborazioni del classico “So cosa hai fatto”.
L’autrice è praticamente ignota in Italia, So cosa hai fatto (Sperling & Kupfer 1998) arriva in italiano solo grazie all’uscita del film omonimo, così come Dark Hall viene portato in libreria da Mondadori solo nel luglio 2018 in occasione (di nuovo) dell’uscita del film omonimo.

Katherine “Kit” Gordy (AnnaSophia Robb) è una ragazza problematica che finisce sempre nei guai, così i genitori pensano bene di mandarla in un collegio femminile che sappia raddrizzarla a dovere: cioè uno di quei lager tipici della narrativa statunitense, dove gli studenti sono imbottiti di farmaci e tenuti prigionieri. Potenza dell’educazione…
A dirigere la scuola c’è la bieca e un po’ “duretta” Madame Duret (anche se la “t” è muta) interpretata pare da Uma Thurman, anche se a guardarla non si direbbe.

Dicono che questa sia Uma Thurman: io non ci credo…

Katherine e le altre ragazze vivono una normalissima trama scolastico-adolescenziale, con tutte le noiose banalità del caso, finché non diventa chiaro che le arti in cui vengono istruite… vengono loro sempre meglio, più di quanto sia plausibile immaginare.
Come mai ragazze che non hanno mai visto un numero in vita loro ora sono provette matematiche? Come mai appena preso un pennello in mano diventano pittrici eccezionali? Ogni ragazza diventa una maestra nell’arte in cui si esercita… come se le ragazze stessero diventando novelle muse. O meglio, come se l’anima di antichi maestri stesse entrando in loro.

A scuola di ghost

«Essere posseduta solo per imparare a suonare il piano è un privilegio?» Sembra una frase pronunciata in un film di denuncia su un maestro di musica stupratore, invece le parole vanno prese alla lettera: Katherine è stata scelta dall’anima di un maestro di musica per essere il suo nuovo “corpo”, anzi le sue mani. Tramite la ragazza, un pianista defunto potrà tornare a portare la musica nel mondo.

«Stupida ragazza, tu non sai suonare alcuno strumento. Voi non capite: siete i loro strumenti. Ognuno di noi ha un dono, il mio è di comunicare con l’altro lato. Il tuo dono, il dono che avete voi, ragazze mie, è di essere dei tramiti.»

Al di là di tradurre other side con “altro lato” – Aldilà forse era più consono – la confessione di Madame Duret ci spiega che la scuola serve solo a far incontrare i ghost, maestri nelle arti senza però più un corpo, con nuovi corpi freschi da utilizzare per poter continuare la propria arte.
Malgrado il doppiaggio italiano utilizzi la parola “tramite” (nel romanzo si parla di receiver e la traduttrice Egle Costantino usa giustamente “ricevente”), nel film il termine usato è vessel, splendida immagine che evoca sia letteralmente il “vascello” ma anche l’immagine di ciò che trasporta. Ancora negli anni Settanta in italiano il “cassamortaro” o il “becchino” aveva un nome più dignitoso come “psicopompo”, cioè trasportatore di anime: ciò che trasporta non ha la dignità di ciò che è trasportato, ma la sua funzione è parimenti basilare.
E torniamo all’angelo di Wim Wenders, che non è messaggio bensì messaggero: cioè trasportatore di messaggio. Esattamente ciò che fa il ghost che ispira un writer.

«È dall’alba dei tempi che gli artisti cercano tutto questo, la massima fonte di ispirazione: la Musa.»

I poemi omerici già avevano capito il grande gioco del ghostwriting, ed infatti utilizzavano l’epiclesi (in greco) o invocatio (in latino): cioè iniziavano sempre con il writer che invoca il ghost ispiratore. «Cantami o Musa» (ἔννεπε, μοῦσα) è l’inizio dell’Odissea, citato anche ad apertura del film, mentre «Cantami o Diva» (ἄειδε θεα) è l’inizio dell’Iliade: perché le Muse sono così importanti da essere divine.
Questa è Blackwood: una fabbrica di muse, di ghost pronte ad ispirare futuri writer.

Cantami o Musa…

La storia in realtà non ha alcun interesse per il ghostwriting. Il film è null’altro che una scontatissima e noiosissima storiellina di fantasmi, mentre nel romanzo si punta molto di più su risvolti decisamente pratici dell’idea di fondo:

«Hai visto i risultati ottenuti in passato. La piccola Jeanne Bonnette ha scritto tre romanzi. Li abbiamo pubblicati con uno pseudonimo e il ricavato ci ha permesso di acquistare Blackwood. E quella ragazza nera di Marsiglia, come si chiamava? Gigi? Più di cinquanta quadri a olio, direttamente dall’epoca dell’Impressionismo francese.»

Madame Duret ha semplicemente messo su una “fabbrica del falso”, sfruttando le anime dei grandi artisti e le loro giovani reincarnazioni per ricreare celebri opere da vendere. In fondo già abbiamo visto uno stesso ghost ispirare più writer… perché non guadagnarci anche sopra?

«Nessuno si è preso il disturbo di informarci riguardo a che fine avremmo fatto. Un conto è fungere da ricevente, cosa di cui comprendo il valore, ma tutt’altro è sapere che ti distruggerà.»

Non sembra che diventare Muse sia un processo innocuo, quindi le ragazze del romanzo e del film dovranno sfuggire al loro destino.
Eppure il destino di tutti è l’oblio, mentre da almeno diecimila anni la Musa di Omero viene citata e cantata. Forse la vera immortalità… si nasconde nel ghostwriting.

L.

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Pubblicato da su luglio 1, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 10. Scrittori senza figli

Uno dei rari film con un errore di battitura nel sottotitolo…

Perdere un figlio è un’esperienza traumatica per chiunque, ma per uno scrittore vuol dire anche perdere l’ispirazione. Ci sono casi però in cui proprio il defunto figlio è il vettore di ispirazione per il genitore scrittore: è il ghost che andrà a trovare il suo writer.

Rachel Carlson (Demi Moore) è una scrittrice di successo i cui romanzi sono tutti pluri-premiati. Il suo Touched ha ottenuto l’Oxford Opus Award for Literature, mentre sia The Darkening Seas che The Scream Thef hanno vinto il prestigioso CWA Gold Dagger for Fiction (premio attribuito dall’Associazione Scrittori Gialli). Inoltre, il suo recente Dreamers Awake è al primo posto in classifica: «Thriller superbo che vi terrà col fiato sospeso fino alla fine», è il giudizio di un recensore.

Interno londinese con barca

È la protagonista di Half Light, scritto e diretto da Craig Rosenberg, presentato in patria il 17 gennaio 2006 e portato in Italia dalla UIP il 16 giugno successivo, con titolo invariato (fonte: ComingSoon.it). La Universal lo porta in DVD dall’ottobre successivo, concludendo nel 2006 la breve parabola del film.

La scrittrice di successo Rachel Carlson

«No laptop for Rachel» recita un articolo di giornale: l’autrice infatti è nota per rifiutarsi di utilizzare un computer e di preferire la cara vecchia macchina da scrivere: dispiace per gli impiegati del suo editore, che dovranno ribattere al PC ogni suo libro, ma più gli autori usano la tecnologia più fa figo dire che non lo fanno.

Alcuni libri di Rachel Carlson

Il marito di Rachel è anche lui scrittore, ma soffre della “Sindrome di Tabitha King”, secondo le sue parole, per cui si sente come la moglie scrittrice di Stephen King il cui talento è ovviamente offuscato dalla fama del marito. Per quanto si impegni, il marito di Rachel vivrà sempre all’ombra della notorietà della consorte: il suo romanzo ha collezionato molti rifiuti, l’ultimo dei quali è deliziosamente crudele:

«Not sufficiently mysterious for a mystery, nor sufficiently thrilling for a thriller»

«Non abbastanza misterioso per essere un mystery, troppo poca tensione per un thriller».

Rachel ha appena firmato un contratto di quattro milioni di sterline, quindi sembra davvero che stia vivendo un sogno… finché non arriva il risveglio: mentre giocava, il suo bambino annega in un fiume, e tutto il mondo di Rachel Carlson va in pezzi.

È il momento di raggiungere la casa isolata

Come si fa a scrivere con la morte nel cuore? Abitando poi nella casa dove è morto il proprio figlio? La scrittrice dunque segue alla lettera i dettami del ghostwriting e ad otto mesi dai tragici eventi si trasferisce da sola in una casa isolata, sperduta nel nulla: Ingonish Cove. «Fuori mano, tranquillo: non c’è nessuno nel raggio di miglia»: le parole della sensale dovrebbero evocare alla mente decine di film horror che iniziano allo stesso modo, invece convincono la Carlson, che molla tutto e va a finire il suo romanzo su una brulla scogliera sperduta del Galles del nord. «Se non scrivo qui, non scrivo da nessuna parte» è il suo commento.

C’è pure un faro, che vuoi di più?

La bellezza selvaggia del luogo incanta l’autrice e poi c’è anche un faro, di cui la Carlson sta scrivendo nel proprio romanzo: una vera e propria “signora del faro“, un classicone.

La casa isolata c’è e pure la scrittrice… dov’è ora l’ispirazione?

Non passa però molto prima che la donna cominci a vedere il fantasma di suo figlio, ma non è un’apparizione innocua: il bambino vuole trascinarla via con lui nell’oblio. Per fortuna c’è un ragazzo del posto, il guardiano del faro Angus McCulloch (Hans Matheson), che compete con la donna per quanto riguarda la vita solitaria. I due fanno amicizia, essendo “vicini di casa”, eufemismo che mal si adatta alla quantità di distanza fra i due, ma essendo una terra disabitata ci sta.

Il ghost raggiunge sempre il suo writer

«Io scrivo perché… non funziono molto bene come essere umano, se smetto di farlo». Invece la donna ha smesso qualcosa, e per la precisione di assumere le medicine prescritte per la sua depressione. Quindi le apparizioni così reali del figlio sono frutto di allucinazione indotta dall’interruzione dei farmaci? Di sicuro la Carlson non sta bene, come testimonia la scena dello specchio: mentre si sistema i capelli, vediamo che originale e riflesso… non corrispondono! Poi l’obiettivo entra nello specchio, inquadrando ossessivamente il volto della donna impietrita dall’orrore, e girando su di sé si volta ad inquadrare di nuovo lo specchio, in una scena di altissimo virtuosismo che da sola vale l’intero film. Complimenti anche a Demi Moore, che riesce a lacrimare in perfetta sincronia.

Una scena che da sola vale l’intero film

Quando ho visto la prima volta il film, nel 2012 per scriverne su ThrillerMagazine, sono stato alquanto severo nel giudizio, probabilmente seccato dallo sviluppo della trama ben poco “letterario”, invece rivedendolo ho apprezzato molto di più il tono volutamente hitchcockiano dell’opera, pieno di colpi di scena che non voglio rivelare perché consiglio caldamente la visione di Half Light. Quindi rimango sul vago e vi chiedo di fidarvi: la writer nella casa isolata troverà il suo ghost come vuole la regola… ma nulla sarà come sembra.

Come scrivere “Il mattino ha l’oro in bocca” solamente con la lettera A…

Forse il finale non è proprio all’altezza del film, ma rimane comunque un prodotto da riscoprire. Purtroppo rimane l’ultima prova da regista dello sceneggiatore del “mistero” di film successivi come The Uninvited (2009), Le origini del male (2014) e Volo 7500 (2014), ed è un gran peccato.

E quest’altalena? Lo scopriremo alla fine di questo ciclo…

Una parentesi merita assolutamente un delizioso gioco compiuto dal regista-sceneggiatore australiano Craig Rosenberg, notoriamente grande appassionato del football del suo Paese.
All’inizio del film viene mostrata la classifica dei bestseller con Dreamers Awake della Carlson in cima… ma chi sono gli altri autori citati? Per non scomodare veri scrittori – che magari non avrebbero gradito essere presentati come inferiori alla Carlson – si è pensato quindi a creare degli pseudobiblia assolutamente imperdibili.

Una fugace lista di pseudobiblia

In seconda posizione troviamo Where is Helen d’Amico di Kevin Bartlett («Una ragazza scompare nella metropolitana di Londra» è la trametta). Bartlett è un giocatore di football australiano che si conquistò una certa fama fra gli anni Sessanta e Ottanta. Proprio nel 1982 una importante finale rimase famosa per essere stata interrotta da una streaker, una donna che scese in campo nuda: il suo nome? Ovvio, Helen d’Amico.

In terza posizione c’è Roach’s Screamer di Tom Hafey («Paura e raccapriccio in un piccolo villaggio»). Anche qui siamo nel campo del football australiano: Hafey ha giocato fra il 1954 e il ’58 per poi iniziare una lunga e apprezzata carriera di allenatore. Michael Roach era uno dei suoi giocatori… a cui lui appunto “gridava”.

In quarta posizione abbiamo Ron and Pam go to Oakley di Jon Trende («La visita di alcuni amici si trasforma in un incubo»). Stavolta cambiamo sport: Trende è un motociclista australiano, mentre Oakley si trova nell’Australia occidentale.

Non è chiaro chi siano i falsi autori dei seguenti “libri falsi” – The House of Okun di Nathan Sable («La casa che prese vita»); Las Palmas Hotel di Brandon Camp («Una famigliola si ritrova in un hotel della paura») e Embrace the Fled di Rodney Brott – ma è plausibile che siano tutti connazionali del regista.


«È l’ideale per uno scrittore stressato: aria pulita, un bel camino acceso e soprattutto tanta pace e tranquillità»: con queste parole il romanziere in crisi Martin Shaw (Sean Pertwee) presenta alla moglie e agli amici la nuova “villa di campagna”, espressione molto ottimistica per descrivere la cadente catapecchia abbandonata in cui gli Shaw si stanno trasferendo. Perché stavolta lo scrittore di turno si va ad isolare in una casa sperduta nel nulla? Per fare il paio con Half Light, anche stavolta il motivo è la dolorosa perdita di un figlio.

Così inizia 7 Days to Live di Sebastian Niemann. Presentato in anteprima il 25 giugno 2000 al tedesco Munich Film Festival, dopo aver girato per rassegne varie arriva in home video americano il 14 agosto 2001.
L’unica traccia esistente in Italia è la VHS Cecchi Gori uscita a noleggio nel luglio 2002, con lo stesso titolo: non ho trovato altro in lingua italiana. IMDb riporta il fantomatico titolo 7 giorni di vita che immagino si riferisca a qualche passaggio televisivo che non sono in grado di rintracciare.

Indovinate su quanti giorni è spalmata la vicenda…

«I tuoi due ultimi libri erano orrendi, e io sto faticando per procurarti un nuovo contratto»: mica male come incoraggiamento, le parole dell’amico-agente Paul (Sean Chapman), ma a Martin importa poco. Lui e la moglie Ellen (Amanda Plummer) vogliono solo trovare un po’ di pace dopo i terribili eventi vissuti: un figlio defunto in modo terribile, per reazione allergica alla puntura di una vespa ingoiata per sbaglio.
Il problema è che la coppia non sa di aver comprato una casa costruita su una antica palude usata come fossa comune, e dal 1982 le case di questo tipo sono piene di spiriti (ovviamente sempre cattivi): è il momento di fondere due generi.

Martin Shaw in piena scrittura

La trama principale del film verte sullo sgomento di Ellen nel vedere il marito cambiare profondamente carattere, di vivere allucinazioni violente e di assistere a uno strano fenomeno: ogni giorno vede un numero che gli ricorda i giorni che le restano da vivere, partendo da sette.

È partito il conto alla rovescia

Secondaria rispetto alla trama principale, c’è quella invece molto più intrigante che vede il marito scrittore in cerca di ispirazione. È in crisi, i suoi ultimi romanzi sono stati dei fallimenti, si è trasferito in una casa isolata… quando arriverà l’ispirazione? Prontamente arriva il ghost a prendersi cura del writer, perché gli spiriti demoniaci che infestano la palude in cantina hanno uno strano modo di manifestarsi: tramite ispirazione letteraria.

Cara… ho appena trovato l’ispirazione. E farà male…

«Sento di aver ritrovato la mia ispirazione, come un fiume in piena. Scrivo senza interruzione trenta, quaranta pagine di seguito, come se niente fosse.»

Più Martin diventa cattivo, più scrive, vittima di un demone che ha assunto l’aspetto del figlio morto e gli sussurra nuove grandi idee per un romanzo che sarà sicuramente un successo: niente potrà impedirgli di scriverlo… neanche la moglie.

Il ghost e il writer

Cosa sappiamo di ciò che Martin sta scrivendo al PC di casa? Ne abbiamo un assaggio quando Ellen, disperata, prova a chiamare la polizia ed è distratta dallo schermo, dove per la prima volta riesce a leggere qualcosa di ciò che sta scrivendo il marito:

«La chiamata di Ellen alla polizia si interruppe all’improvviso. Era caduta la linea, ma ad Ellen questo non importava più: i suoi occhi fissavano il monitor, come ipnotizzati da quello che aveva visto. Il suo nome scritto sullo schermo. Ellen cominciò a leggere, incredula…»

Con un delizioso espediente scopriamo che Martin ha scritto esattamente quanto abbiamo visto finora: quando si dice “una storia che si scrive da sola”.

Il romanzo che racconta la storia vissuta finora

Affrontati i demoni in cantina e liberati della casa, Martin ed Ellen si ritrovano un romanzo pronto per le mani: perché allora non pubblicarlo con entrambe le firme, visto che sono entrambi protagonisti?

I coniugi Shaw, da posseduti a romanzieri

La messa in scena di 7 Days to Live non sarà di grande effetto ma è un onesto lavoro di Sebastian Niemann, regista tedesco che gioca a fare un film “all’americana”. Curiosamente la campagna della Repubblica Ceca assomiglia incredibilmente a quella americana, molto più di quei quattro cespugli bulgari a cui la serie Z ci ha abituati.
La sceneggiatura dell’altrettanto tedesco Dirk Ahner, esordiente, non si può dire sia da storia del cinema ma anche lì qualche risvolto ispirato arriva in soccorso e la rende non disprezzabile.

Tutto finisce in un libro, sempre…

Se avete voglia di scrivere un grande romanzo di successo, dunque, assicuratevi di comprare una casa costruita su un antico cimitero o fossa comune: l’ispirazione è garantita!

L.

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Pubblicato da su giugno 24, 2019 in Indagini, Pseudobiblia

 

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