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Viaggio nella terra dei cimmeri

Questo post di Ivano Landi mi ha spinto a ripescare una mia vecchia “indagine libraria”, che oggi ripropongo sia come post che direttamente come eBook gratuito, scaricabile qui in tre formati (.ePub, .mobi per Kindle e .PDF).

Premessa

Alcuni anni fa, dopo aver letto il thriller Codex (2004) di Lev Grossman, ero rimasto affascinato dal “libro falso” che l’autore aveva immaginato. Al centro delle vicende, infatti, c’era un antico codice medievale che narra di un viaggio nella terra dei Cimmeri: quando il protagonista chiede chi siano stati questi popolo, gli viene risposto:

«Gente che non ha nulla di particolare. Hanno un fondamento storico, se le interessa: si trattava di una tribù nomade che invase l’Asia Minore attorno al 1200 a.C. […] L’attuale Crimea deve il suo nome alla Cimmeria. Ma la verità storica è molto meno interessante di quella letteraria. Nella tradizione classica si diceva che i Cimmeri fossero una leggendaria tribù, abitante di un Paese immerso costantemente in una mezza luce.»

Stuzzicato da questo popolo, che io credevo fosse semplicemente il popolo di origine di Conan il Barbaro, ho provato a cercare qualche informazione… e ho aperto un vaso di Pandora totalmente inaspettato. I Cimmeri sono stati protagonisti sia della storia, della poesia e della letteratura fino ai primi decenni del Novecento, quando Howard li rese celebri nella letteratura di genere facendone i compaesani Conan. Da allora la loro lunga cultura è scomparsa nel nulla, ma le tracce sono ancora ben visibili.

È venuto fuori un articolo molto lungo: non ho potuto farne a meno, vista l’incredibile mole di materiale che ho trovato. L’ho diviso in tre grandi parti: nella prima c’è l’aspetto storico, nella seconda quello poetico-letterario, e nella terza… una scoperta incredibile. E se i Cimmeri in realtà fossero stati… napoletani?

Prologo.
Una parentesi grammaticale

Gli abitanti della Cimmeria, nella lingua italiana, subiscono il triste destino di quegli sfortunati nomi che finiscono in “-io” non accentato: al plurale creano il panico. Sì, perché questi nomi al plurale necessiterebbero di un segno grafico che eviti fraintendimenti. È vero, al giorno d’oggi non sembra essere così necessario come un tempo distinguere i principi (plurale di principio) dai principi (plurale di principe), così come effettivamente capita di rado di dover distinguere i vari (plurale di vario) dai vari (plurale di varo), o gli odi (plurale di odio) dalle odi (plurale di ode): agli occhi moderni, infine, sembrerà un’assurdità stare a specificare se “demoni” sia il plurale di demonio o di demone… Eppure c’è stata gente pignola, in un passato glorioso e lontano, che credeva nella precisione e nella dignità di una lingua scritta – concetti che sembrano ormai retaggio di un lontano passato – ed ha sentito la necessità di contraddistinguere i plurali dei nomi in “-io”.

Nel corso dell’evoluzione della nostra martoriata lingua, dunque, si sono sviluppati ben tre metodi per scrivere questo plurale: a seconda della fonte e a seconda dell’epoca a cui risale, avremo così i Cimmerii, i Cimmerî e i Cimmerj; ci viene in aiuto un ulteriore quarto metodo nato dall’ignoranza… pardon, dall’evoluzione più moderna della lingua, in cui si semplifica fino ai minimi termini: abbiamo così… i Cimmeri, con una semplice “i” finale.

È innegabile la comodità di scrittura di quest’ultima variante: quindi la adotto, a malincuore, ma ho voluto aprire questa parentesi per pagare almeno un piccolo tributo alla lingua italiana. Chiusa parentesi.

Parte prima.
Il tramonto cimmero

Il primo a parlarci di questo popolo è Omero (primo a parlarci di tante cose!) nell’undicesimo libro dell’Odissea, datanto fra l’800 e il 900 a.C. (Datazione comunque da prendere con le molle). L’ottocentesca traduzione di Ippolito Pindemonte così ci racconta:

«Là ’ve la gente de’ Cimmerî alberga,
Cui nebbia e buio sempiterno involve.
Monti pel cielo stelleggiato, o scenda
Lo sfavillante d’ôr sole non guarda
Quegl’infelici popoli, che trista
Circonda ognor pernizïosa notte.»

Dove sia esattamente questo «Là», dove cioè abiti la «gente de’ Cimmerî», non è chiaro, così come gli studiosi non concordano in generale su dove si svolga esattamente il viaggio di Odisseo. Ma l’importante è che il canone è creato, la leggenda nata, il topos letterario generato: i Cimmeri vivono tristi in una landa dominata da nebbia e buio costante.

Un’idea di dove questa triste gente abiti la otteniamo da Eschilo. Nella sua opera Prometeo incatenato (di controversa attribuzione e datazione, ma che comunque risale al V secolo a.C.), Prometeo dà delle indicazioni di viaggio ad Io: le dice di viaggiare

«finché incontrerai le Amazzoni armate, nemiche del maschio. Questa gente, col tempo, fisserà la sua sede a Temiscira, là al Termodonte».

La zona indicata è nell’attuale Turchia, proprio alla base del Mar Nero, e l’indicazione successiva, «Così arriverai alla lingua Cimmeria proprio alle bocche del lago», ci fa pensare che sia quella zona ad ospitare i Cimmeri.

Ce lo conferma, all’incirca nello stesso periodo, il famoso storico Erodoto che, nelle sue Storie, cita più e più volte i Cimmeri come invasori, costretti a spostarsi a causa delle pressioni degli Sciti, a loro volta mossi dalle pressioni dei Massageti. D’altronde questa è sempre stata una dinamica tipica dell’Asia: masse di popolazioni si spostavano in continuazione, premute da altre popolazioni. Erodoto, nel primo libro, dice che i Cimmeri occuparono tutta Sardi, città situata nell’attuale Turchia proprio davanti allo Stretto dei Dardanelli. Ma va ricordato che quando Erodoto scrive i Cimmeri non esistono più, quindi lo storico sta solo riportando le informazioni di seconda mano che è riuscito a recuperare.

Nel quarto libro, infatti, lo storico greco (che, lo ricordiamo, era natio di Alicarnasso, città dell’odierna Turchia non molto lontana da Sardi) racconta le varie storie di cui è venuto a conoscenza sulla fine del popolo di Cimmeria. Quella più incredibile risulta sicuramente l’ultima raccontata, dove la popolazione, davanti all’imminente invasione degli Sciti, fugge di gran carriera, mentre i nobili e reggenti preferiscono togliersi la vita in loco. Gli invasori quindi occuparono una città fantasma.

«E ancora oggi in Scizia – chiude Erodoto – ci sono le Mura Cimmerie e il varco Cimmerio, una regione si chiama Cimmeria, e c’è il cosiddetto Bosforo Cimmerio. Ed è chiaro che i Cimmeri, fuggendo in Asia davanti agli Sciti, colonizzarono la penisoletta su cui ora sorge la greca città di Sinope.»

Il tragitto pare dunque chiaro: da Sardi a Sinope, i Cimmeri non hanno fatto altro che percorrere le coste dell’odierna Turchia che si affacciano sul Mar Nero.

Ribadendo il fatto che Erodoto sta dando informazioni di seconda mano, possiamo comunque affermare che c’è buona probabilità che i nostri Cimmeri siano stati abitatori delle coste del Mar Nero. Ce lo conferma, con un incredibile salto temporale, l’Indicatore, ossia raccolta periodica di scelti articoli (1837) che, fonti latine e greche alla mano, ricostruisce la storia dei Cimmeri.

Questi erano in origine dei Galli, ma una lunga separazione valse loro un nome diverso: i Cimri. Sì, quelli che oggi chiamiamo Cimbri erano un popolo nomade che i Greci «per eufonia» chiamavano Cimerii. Le tribù estreme di questo popolo nomade

«scorrevano le rive del Tanai e della Palude Meotide [l’odierno Mar d’Azov]. Avevano però cominciato ad introdursi fra i Cimri i costumi sedentarj; le tribù del Chersoneso-Taurico [l’odierna Crimea] fabbricavano città e coltivavano terre (Strabone, XI, chiama “Kimmericum” una delle loro città. Scimno le dà nome di “Kimmeris”); ma i più conservavano con passione le abitudini d’avventure e di ladroneccio».

Ecco, l’immagine dei cimmeri “ladronecci” si adatta di più al personaggio di Conan il Cimmero piuttosto che i racconti di fuggitivi scomposti dati da Erodoto.

Nell’XI secolo a.C. le invasioni dei Cimmeri, o Cimri, si fa pressante, e nascono leggende in tuta l’Asia Minore.

«La credenza religiosa de’ Greci poneva il regno delle ombre e l’entrata degli inferni presso alla Palude Meotide [l’odierno Mar d’Azov], sul territorio appunto occupato dai Cimri: onde l’immaginazione popolare, associando queste due idee di terrore, fece della razza cimmeria una razza infernale antropofaga, irresistibile e implacabile come la morte, di cui abitava i luoghi.»

Ecco che l’immagine omerica dei Cimmeri associati al triste buio mortale si fa sentire…

Mappa riassuntiva delle “città dei Cimmeri”

Parte seconda.
La notte cimmera

Ricordiamo le parole di Ippolito Pindemonte: i Cimmeri vivono in una terra che «trista / Circonda ognor pernizïosa notte». Fonti storiche li vedevano abitare in luoghi associati agli inferi greci e leggende ioniche dell’Asia Minore li consideravano popoli antropofagi e “affini” alla morte di cui abitavano i luoghi.

Tutte queste immagini non potevano non colpire letterari e poeti di ogni èra!

Nell’8 d.C., Ovidio inserisce i Cimmeri nella sua opera Le metamorfosi, dandone una descrizione di grande effetto.

«Dove stanno i Cimmeri c’è una spelonca dai profondi recessi, una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno, nella quale con i suoi raggi, all’alba, al culmine o al tramonto, mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie. Qui non c’è uccello dal capo crestato che vegli e chiami col suo canto l’aurora».

Immagini tali non potevano non attraversare tutto il Medioevo senza diventare paradigma.

Nel 1585 troviamo Giordano Bruno che, nel quarto dialogo del suo De gli eroici furori parla di «oscuritadi Cimmerie», e che ne Il terzo cieco così si esprime:

«O sott’ il ciel de la cimmeria gente,
Onde lungi suoi rai il sol diffonde».

Poco dopo (1593) è la volta del Tito Andronico di William Shakespeare, in cui il personaggio di Bassiano così si esprime parlando del negro Aronne:

«Il tuo nero Cimmerio,
tinge l’onore tuo, imperatrice».

Saltiamo al Settecento e troviamo un’egloga delle Rime (1731) del Benedetto Menzini:

«Per me ben tosto il più sereno giorno,
Qual per Cimmeria notte, si contrista.»

Ne Il giorno (1763) di Giuseppe Parini abbiamo:

«E coll’indice destro lieve lieve
Sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua
Quel che riman de la Cimmeria nebbia».

È ufficiale: al di là delle questioni storico-geografiche, la Cimmeria diviene sostantivo ed aggettivo che indica buio profondo, nonché nebbia. La «notte cimmeria» (nelle parole di Stanislao Canovai, 1780) è una forte immagine poetica a tutti gli effetti, che non si esaurisce certo nel ’700.

Gli inizi dell’Ottocento vedono niente meno Johan Wolfgang von Goethe usare per il suo Faust (1808) il termine «notte cimmeria»; mentre nel 1813 il Riccardetto di Forteguerri (Niccolò Carteromaco) così riporta:

«Colà, dove per nebbia il Sol s’annulla,
Dico ne la Cimmeria …»

John Keats, nel quarto libro dell’Endimione (1817), si riferisce all’«abisso cimmerio»; il nostrano Massimo D’Azeglio, nel nono capitolo dei Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1857), racconta: «feci un giro a Cormayeur per il San Bernardo […] mi pareva d’esser finito come Ulisse nel paese de’ Cimmeri». Il poeta francese Arthur Rimbaud, nell’Alchimia del verbo di Una stagione all’inferno (1873), parlando della propria salute in pericolo, così si esprime:

«la mia debolezza mi conduceva ai confini del mondo e della Cimmeria, patria dell’ombra e dei vortici».

Gli inizi del Novecento non sono da meno. La novella Dopo (1910) di Edith Wharton usa ancora espressioni figlie dei secoli precedenti:

«L’assolato pomeriggio inglese lo aveva inghiottito più che se fosse uscito nella notte cimmeria».

Così come il colto e letterato Philo Vance, protagonista de La canarina assassinata (1927) di S.S. Van Dine, si esprime con espressioni dal sapore di altre epoche:

«Sto vagando fra le tenebre della mia mente, così vuote di segnalazioni come gli spazi interplanetari. La mia oscurità mentale è egizia, stigia, cimmeria…»

Ma tutto cambia, quel dicembre del 1932…

In quella data, infatti, la rivista statunitense “Weird Tales” pubblica un racconto dal titolo La fenice sulla lama, firmato da Robert E. Howard. Il personaggio della storia è un muscoloso e scontroso barbaro di nome Conan, originario della Cimmeria.

Howard è divenuto in seguito famoso come autore fantasy, ma in realtà era un fine e più che attento studioso di storia. Per il suo mondo fantastico, ambientato in una immaginaria Era Hyboriana, usò il nome Cimmeria non a caso, descrivendola infatti come i poeti e letterati suoi predecessori avevano fatto. Disegnò cartine immaginarie di questa terra, è vero, ma le caratteristiche peculiari non mutarono. Nel Colosso nero (1933) Howard parla di questa terra descrivendola così:

«si trattava di un paese montuoso, selvaggio e aspro, che si trovava lontano, nel Nord, oltre l’ultimo avamposto delle nazioni hyboriane, ed era abitato da una razza feroce e lunatica».

In realtà non molto altro viene detto della Cimmeria, visto che Conan vive le sue avventure ben lontano da questa, ma il nome divenne comunque famoso nell’ambiente letterario fantasy.

Per esempio, Avram Davidson ne La fenice e lo specchio (1969) parla di un mantello «filato, tessuto, tagliato e cucito nell’iperborea terra di Cimmeria e là tinto con il colore senza nome che era più scuro del nero»; oppure Philip José Farmer che, nel suo Il labirinto magico (1980) descrive «una colossale cimmeria dai capelli rossi».

Questo non vuol dire che altri autori non continuassero ad usare la versione “originale” del termine, ad usare cioè l’aggettivo “cimmero” e il nome “Cimmeria” per indicare il buio fitto. Seabury Quinn, in Moscacieca (1949), racconta che

«le tenebre, totali ed impenetrabili come l’oscurità perenne della Cimmeria, si chiusero su di lui come un cappuccio».

Umberto Eco, ne Il nome della rosa (1980), usa l’espressione: «come se di colpo fosse ripiombato nelle nebbie cimmerie», così come l’anno successivo, ne La diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino usa l’espressione

«Fredda, colore del peltro, era la strada, e camminarci su e giù era come confondersi ombra fra le ombre di un paese cimmerio».

Ancora Umberto Eco, ne La misteriosa fiamma della Regina Loana (2004), dice:

«Sono carcerato nel mio isolamento cimmerio, in questo feroce egotismo».

La notte cimmeria, quindi, dura da duemila anni, e sono poeti e narratori d’ogni levatura a portarla avanti.

Parte terza.
Il Mezzogiorno cimmero

I Cimmeri, abbiamo visto, abitarono le coste del Mar Nero, tanto che il nome dell’odierna Crimea deriva appunto da Cimmeria. Ce lo confermano storici come Erodoto, i quali però, come abbiamo detto, riportano storie di seconda mano… ed esistono altre storie sui Cimmeri da riportare.

Nel 1744 Giovambattista Vico, nell’undicesimo capitolo del suo Principj di scienza nuova, fa una giusta osservazione:

«non è credibile che Ulisse, mandato da Circe senz’alcun incantesimo […] in un giorno fusse andato da’ cimmeri i quali restarono così detti a vedere l’inferno, e nello stesso giorno fusse ritornato da quella in Circei, ora detto Monte Circello, che non è molto distante da Cuma».

Se la Cimmeria, che per il mondo di Odisseo/Ulisse è l’entrata agli Inferi, si trova nel Mar Nero, il viaggio affrontato dal protagonista è in effetti incredibile: ha attraversato mezzo Mediterraneo in un giorno! Vico quindi avanza un’ipotesi:

«i cimmeri ebbero le notti più lunghe sopra tutti i popoli della Grecia, perch’erano posti nel di lei più alto settentrione, e perciò, per le loro lunghe notti, furono detti abitare presso l’inferno (de’ quali poi si portò lontanissimo il nome a’ popoli abitatori della palude Meotide [l’odierno Mar d’Azov]): e quindi i cumani, perch’eran posti presso la grotta della Sibilla, che portava all’inferno, per la creduta somiglianza di sito dovettero dirsi “cimmeri”».

Che quindi i Cimmeri, oltre le coste del Mar Nero, abbiano abitato anche il Mezzogiorno italiano?

Già nel primo secolo a.C. il famoso geografo Strabone lo dava per certo: nel quinto libro della sua Geografia addirittura non cita minimamente i luoghi del Mar Nero! Anch’egli, per sua stessa ammissione, riporta storie di seconda mano, ma storie diverse da quelle di Erodoto.

Egli racconta che le storie narrate nell’undicesimo libro dell’Odissea si svolgono tutte nelle zone intorno all’Averno, che era sì uno dei nomi greci per indicare l’inferno, ma era (ed è!) anche un grande lago campano vicino Cuma, città dove si trovava la vaticinante Sibilla Cumana. Le parole di Strabone sono chiarissime:

«L’Averno è chiuso tutt’intorno da ripide alture, che dominano da ogni parte ad eccezione dell’entrata del golfo. […] un tempo erano coperte da una foresta di grandi alberi, selvaggia, impenetrabile e tale da rendere ombroso il golfo, favorendo così la superstizione. Gli abitanti del luogo favoleggiavano che anche gli uccelli che vi passano sopra in volo cadono nell’acqua, colpiti dalle esalazioni che si levano da questo luogo, come avviene alle Porte degli Inferi.»

Più chiaro di così: la zona dell’Averno campano ha tutte le qualità della Cimmeria descritta da altri storici nel Mar Nero! Come se non bastasse, la parola Averno in greco significa “privo di uccelli”, a suggellare la superstizione, e ricordate come Ovidio parlò della Cimmeria nelle sue Metamorfosi? «Qui non c’è uccello dal capo crestato che vegli e chiami col suo canto l’aurora».

Continua Strabone: gli antichi ritenevano

«che questo luogo fosse una Porta agli Inferi e vi localizzavano le leggende dei Cimmerî; entravano qui navigando quelli che avevano offerto sacrifici e fatto suppliche agli dèi infernali e c’erano sacerdoti che davano indicazioni in proposito e che avevano appunto quest’incombenza sul luogo. C’è poi lì una fonte di acqua fluviale sulla riva del mare: tutti se ne astenevano, ritenendola acqua dello Stige.»

A suffragio delle sue parole, l’autore cita altri storici precedenti a lui:

«Eforo, che localizza qui i Cimmerî, dice che essi abitavano in dimore sotterranee chiamate “argille”, che si incontravano fra loro attraverso gallerie sotterranee e conducevano gli stranieri alla sede dell’oracolo, situato sotto terra, molto in profondità. Essi vivevano dei proventi derivati dallo sfruttamento delle miniere».

Non c’è che dire: i Cimmeri campani non hanno nulla da invidiare a quelli balcanici… che siano imparentati fra di loro?

Ai tempi in cui Strabone racconta queste vicende, intorno al primo secolo avanti Cristo, l’Averno Cimmero non esiste più, così come non esistono più i Cimmeri: gli ingenti lavori di “ristrutturazione” voluti da Menenio Agrippa hanno reso quelle terre più abitabili. Ma c’è un testimone d’eccezione, su cui si basa Strabone: Lucio Cocceio Aucto, colui che eseguì gran parte dei lavori voluti da Agrippa nella zona e che, ben conscio delle leggende sui Cimmeri, volle sincerarsi di persona sulla veridicità di dette leggende. Egli riuscì a ricostruire, infatti, la galleria che collegava l’Averno a Cuma, quella galleria che probabilmente usò Odisseo per passare dalla grotta della Sibilla alla terra dei Cimmeri: sicuramente un viaggio più breve che recarsi dai Cimmeri sulle coste del Mar Nero.

Oggi dei “Cimmeri campani” ci si interessa poco. Quei pochi testi che citano il popolo, ne parlano solo come di abitanti del Mar Nero; eppure basta prendere un Dizionario universale della lingua italiana del 1828 per trovare questa definizione assolutamente esaustiva:

«Cimmèria. geog. ant. Città d’Italia, nella Campania, sul lago d’Averno, non lungi da Baja e da Pozzuolo. I suoi abitanti, detti Cimmerj, s’impiegavano a scavare le miniere. Gli antichi Greci, immaginandosi che questo paese fosse sempre coperto di tenebre (idea per avventura nata dall’esser Baja e Pozzuolo luoghi bassi ed oscuri, circondati da tutte le bande da alte montagne, che impediscono di vedere il sorgere ed il tramontare del sole), lo posero a’ confini dell’inferno; ed è perciò che i poeti pongono in questa regione lo Stige, il Flegetonte, e tutti gli altri fiumi infernali».

La “vera” terra dei Cimmeri

Conclusione

In chiusura torna l’interrogativo: i Cimmeri campani e quelli balcanici erano imparentati? Erodoto non cita minimamente i primi; Strabone ignora i secondi. Sappiamo che erano un popolo nomade: possibile che si spostò unicamente intorno alle coste del Mar Nero e non prese altre direzioni, che magari li avrebbero portati nel Mezzogiorno italiano?

Una risposta definitiva, ovviamente, non la si può trovare. Ma un trait d’union fra i due popoli, un’ipotesi accettabile, arriva da una voce solitaria: quella di Giuseppe Sanchez e del suo La Campania sotterranea (1833). Ecco il testo che può considerarsi una plausibile risposta all’interrogativo dato:

«Samuele Bochart ci dimostra non solo che i primi popoli della Campania si chiamassero Cimmerii, ma che questo loro nome fosse di origine fenicia, e significasse “intenebrito” (Sam. Bochart, Geographia sacra, lib. I, cap. 33, col. 591). Ma questi Trogloditi, conosciuti sotto l’appellazione di Cimmerii, soggiornarono anche in altre contrade. Di certo non è di mestieri allegare autorità per essere notizia volgare, che Cimmerii furono detti tutti gli abitatori delle grotte, e che quei popoli i quali stanziarono intorno al Bosforo-cimmerio anche tal nome portarono di Cimmerii e Cimbri. Essi ebbero questa denominazione, non per altra ragione se non perché aveano case sotterra, o erano discesi da quella razza che le aveano costruite e abitate.»

Non è la prima volta che popoli stranieri con abitudini simili vengono chiamati allo stesso modo: valga per tutti il nome Normanni, che non vuol dir altro che “uomini del Nord” e che venne usato per indicare popolazioni anche molto differenti fra loro.

Salutiamo dunque tutti «quegl’infelici popoli» che, nel corso della Storia, hanno vissuto in terre tristi, fra le nebbie fitte e la «pernizïosa notte», ai cui piedi «giacciono alla rinfusa le chimere dei Sogni»: salutiamo nei cimmeri più un aggettivo qualificativo che un nome proprio!

L.

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Pubblicato da su agosto 16, 2017 in Indagini

 

Anita Hill e il pelo pubico dell’Esorcista

Ogni storia vera è preceduta da un romanzo…

Più volte ho citato in questo blog l’espressione “la precessione dei simulacri”, che ho conosciuto grazie al geografo-filosofo Franco Farinelli il quale la analizzava prendendola dal filosofo Jean Baudrillard: significa che la mappa viene prima del territorio, che l’immagine del mondo viene prima del mondo… e quindi che la finzione viene prima della realtà.
Le conferme di questo arrivano dappertutto… anche da una controversa vicenda legale americana.

La questione di Anita Hill l’ho conosciuta attraverso il film televisivo che la celebre HBO ne ha tratto: “Confirmation” (trasmesso originariamente il 16 aprile 2016) di Rick Famuyiwa, con Kerry Washington nel ruolo da protagonista.

Kerry Washington nel ruolo di Anita Hill (© 2015 HBO Films)

Nel 1991 il giudice afroamericano Clarence Thomas doveva essere riconfermato alla Corte Suprema e si stavano svolgendo le audizioni in Senato: avendo l’appoggio di George W. Bush, Thomas era in una botte di ferro. Ma all’improvviso subisce l’accusa più infamante di tutte, per gli americani: molestie sessuali, anche se solo verbali. (Beati gli americani che non hanno accuse di truffa, corruzione, furto e mafia…)

Wendell Pierce nel ruolo del giudice Thomas (© 2015 HBO Films)

Ad accusarlo è la sua collaboratrice dell’epoca alla Commissione per le Pari Opportunità: Anita Hill.
Nel processo che ne nascerà, dall’enorme eco mediatica, la donna viene assistita dall’avvocatessa Catharine MacKinnon, che nel 1986 aveva ideato e fatto approvare la legge che definisce reato civile le molestie sessuali, divenendo da allora paladina del femminismo. Lo stesso non riesce a far vincere la sua cliente, e quando nell’ottobre 1991 la MacKinnon viene in Italia per tenere una conferenza all’Università di Roma “La Sapienza”, alla giornalista de “la Repubblica” Anna Maria Mori così racconta:

«La sua [di Anita] accusa è stata respinta per ragioni in qualche modo “formali”: i fatti erano avvenuti precedentemente all’approvazione della mia legge sulle molestie sessuali, che data dall’86. E il reato in questione è di quelli che, secondo la mia stessa legge, cadono in prescrizione dopo 180 giorni. Ma non è vero, è riduttivo dire oggi che Anita Hill ha perso: ha vinto, se non altro per aver avuto dalla sua, e per la prima volta in America di fronte a un fatto del genere, il trenta per cento dell’opinione pubblica. La Hill è riuscita a portare dalla sua parte la maggioranza delle donne americane, per la sua straordinaria credibilità: perché è nera, e accusava un giudice nero come lei; perché ha una forte personalità, e un’alta autorità professionale e scientifica.»
(da “la Repubblica”, 29 ottobre 1991)

L’esito negativo del processo è l’aspetto minore, quasi ignorato della vicenda: la tempesta mediatica che ne è seguita ha giocato sulla divisione del pubblico fra chi credeva in Anita e chi no. In mancanza di prove, è stato un gioco al massacro sull’onda emotiva.

Per esempio l’autorevole casa editrice Macmillan presenta nel 1993 il saggio “The Real Anita Hill. The Untold Story” del giornalista David Brock, che amplia un testo scritto nel 1992 per il giornale “American Spectator”.
Brock parteggia per il giudice a sbugiarda la Hill, ma è tutto falso. Il giornalista stesso ritratterà tutto in “Blinded by the Right. The Conscience of an Ex-Conservative” (2002), in cui affermò di aver inventato le accuse perché voleva sostenere la causa dei repubblicani, affermando che tutti sapevano che il giudice Thomas amava situazioni pruriginose. (Inoltre parla di agenti dell’FBI che l’avevano messo al corrente di fatti riguardanti la Hill che poi hanno negato.)
Cosa può esserci di “reale” in tutto questo?

Nel saggio “Strange Justice. The Selling of Clarence Thomas” (1994) le giornaliste Jane Mayer e Jill Abramson raccontano che il giudice Thomas aveva un noto interesse per il mondo pornografico sin dai tempi scolastici, e che suoi amici l’hanno udito fare apprezzamenti sessuali anche in altri casi, oltre a quelli che Anita Hill ha denunciato. Tutto questo agli occhi degli americani suona oltremodo scandaloso, perché loro non hanno la più corrotta classe politica della storia: se un pezzo grosso ha visto un porno o fa una battutina ambigua per gli americani è il massimo dell’ignominia. In Italia fa curriculum per la Presidenza del Consiglio…
Il libro comunque è un bestseller ed è nominato per un National Book Award: anche se non viene mai detto, il sottotesto è che un giudice della Corte Suprema abbia mentito sotto giuramento.

Quindi il giudice Thomas era un porco e Anita Hill aveva ragione? Quindi il Sistema ha rigettato le accuse della donna per proteggere lo status quo? Quindi la verità in tribunale non esiste, esiste solo l’interesse (cioè l’immagine)? Non sembra importare molto, perché l’unica cosa che conta è che l’opinione pubblica si sia azzuffata per anni sulla questione, basandosi esclusivamente sulle chiacchiere: cioè sull’immagine. E l’immagine viene sempre prima della realtà…
Nell’ottobre del 2010, forse per rinfrescare la questione e avere un altro po’ di attenzione dei media, Virginia Thomas – la moglie del giudice – ha informato i giornalisti di aver lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di Anita Hill chiedendo, anzi pretendendo le scuse per le infamanti accuse avanzate 19 anni prima. Un gesto ridicolo che dimostra quanto la pubblicità, positiva o negativa, venda sempre.

Cosa sta agitando in aria il senatore Hatch?

Fra i racconti di molestie sessuali, Anita Hill ha testimoniato che il giudice Thomas un giorno stava bevendo una bibita quando si avvicinò a lei e chiese «Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca?» (Who has put pubic hair on my Coke?).
Con tutto il rispetto per la donna, al di là di un certo cattivo gusto forse parlare di “avance sessuale” mi sembra un po’ esagerato, comunque dopo questa testimonianza il senatore Orrin C. Hatch, dello Utah, controbatte in modo plateale: sventolando cioè in aula una copia del romanzo “L’esorcista” (The Exorcist, 1971) di William Peter Blatty.

Dylan Baker nel ruolo del senatore Hatch

ORRIN HATCH: Ha mai letto questo libro?
CLARENCE THOMAS: No.
ORRIN HATCH: L’esorcista.
CLARENCE THOMAS: No, senatore.
ORRIN HATCH: Ha mai visto il film?
CLARENCE THOMAS: Ho visto solo la scena con il letto che fluttua.
ORRIN HATCH: […] Lei afferma di non aver mai pronunciato la frase “Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca?” […] A pagina 70 di questa particolare edizione de L’esorcista, [legge] «Oh Burke», sospirò Sharon. Sta descrivendo l’incontro fra il senatore e il regista, «Denny lo informò che – cito – c’era un pelo pubico estraneo che galleggiava nel mio gin.» Lei pensa che sia una coincidenza? [Anita Hill] vuole farci credere che lei ha detto queste cose per strapparle un appuntamento: cosa ne pensa, giudice?
CLARENCE THOMAS: Senatore, credo che l’intera faccenda sia malsana.
(da The Complete Transcripts of the Clarence Thomas – Anita Hill Hearings. October 11, 12, 13, 1991, a cura di Anita Miller, Academy Chicago Publishers 1994.)

Entra così in ballo il “simulacro”: per screditare l’accusatrice si invoca il sospetto che la donna si sia ispirata al romanzo del 1971 di William Peter Blatty per la sua accusa. La realtà (l’accusa della Hill) è preceduta dalla finzione (il romanzo di Blatty).

L’esperto di comunicazione Charles Osgood, all’epoca sotto contratto con la CIA, scoprì che associare il romanzo sulla possessione satanica ad Anita Hill colpì l’opinione pubblica molto più profondamente di qualsiasi reale prova, come racconta Douglas Rushkoff in “Media Virus! Hidden Agendas in Popular Culture” (1994).
«Se lei [Anita Hill] l’avesse paragonato ad un insetto, Hatch probabilmente avrebbe agitato in aria una copia delle Metamorfosi di Kafka», ha affermato Garry Wills nell’articolo Thomas’s Confirmation: The True Story, da “New York Review of Books”, 2 febbraio 1995.

La questione viene risolta sbrigativamente con del sarcasmo. «Come nelle tragedie di Shakespeare, anche il processo Thomas-Hill ha avuto momenti di commedia», commenta Scott Douglas Gerber nella sua biografia “First Principles: The Jurisprudence of Clarence Thomas” (1999).

La questione Thomas-Hill è spinosa e ancora nel 2016, in occasione del citato film televisivo, si è fermi al “non detto”: l’attrice protagonista si agita in video come se fosse stata stuprata dal giudice, mentre racconta di aver subìto battutacce di cattivo di gusto – sicuramente esecrabili ma molto lontane da una violenza fisica – mentre l’attore che interpreta Thomas ha lo sguardo colpevole e si guarda in giro come se avesse nel portabagagli il cadavere di qualcuno. La sceneggiatrice Susannah Grant non può dirlo apertamente, perché il processo ha dato ragione al giudice, ma il sottotesto del film è che Anita aveva ragione: il che, però, non spiega nulla.

L’umorismo di cui viene ammantata la scena del senatore Hatch che sventola la copia de L’esorcista non spiega perché l’accusa della Hill sia così simile ad una frase presente nel libro. Se la Hill ha detto la verità, come tutti ci suggeriscono, allora anche quella frase è stata pronunciata dal giudice: per caso lui stava citando il romanzo di Blatty? Nessuno ne parla.
Eppure è lì la chiave di tutto: dimostra che nel teatro mediatico che è la politica, il copione precede sempre la messa in scena: la finzione precede sempre la realtà.

«Sembra ci sia un pelo di un pube estraneo nel mio drink»
(There seems to be an alien pubic hair in my drink)
dal film L’esorcista (The Exorcist, 1973) di William Friedkin

Essendo Blatty autore sia del romanzo che della sceneggiatura del film, la “frase incriminata” è presente in entrambi:

«Burke, naturalmente» sospirò Sharon. Scegliendo le parole, le descrisse la scenetta tra il senatore e il regista. Dennings, come se niente fosse, parlando col senatore aveva detto che pareva vi fosse «pelo di pube altrui che sguazza nel mio gin». Poi con tono vagamente, accusatore, aveva soggiunto: «Io questo pelo non lo avevo mai visto prima d’ora. E lei?».
(da L’esorcista, Mondadori 1971, traduzione di Mario Basaglia)

Il giudice Thomas era un esperto di film porno, visto che nelle sue allusioni sessuali alla Hill cita anche il celebre porno-divo superdotato Long Dong Silver, quindi magari ha preso la scena summenzionata de L’esorcista e l’ha “fusa” con la celebre scena della Coca-Cola del film Gola profonda (Deep Throat, 1972) e ne è nata una punchline perfetta per la cultura pop: Who has put pubic hair on my Coke?.
Nessuno dunque ha mai indagato né risposto alla precisa domanda posta dal giudice Thomas: possibile nessuno abbia mai appurato chi abbia messo quel pelo pubico nella Coca-Cola? Possibile che nessuno abbia fatto qualcosa in proposito? Be’, non è risaputo ma… qualcuno ha fatto qualcosa

Il 14 ottobre 1991, indignato da quanto affermato nel processo Thomas-Hill, Lazlo Toth – dirigente della Coca-Cola Company – scrive che dopo ore passate a discutere su come la società dovrebbe reagire, «francamente credo che la tattica migliore sia ignorare del tutto la questione». Il 28 ottobre successivo il vice-presidente Earl T. Leonard concorda con questo piano d’azione, ma Toth ha un sassolino nella scarpa che si deve togliere.
Lo stesso 14 ottobre scrive al senatore Joseph Biden jr., esperto in questioni di accuse a sfondo sessuale, lamentandosi del fatto che durante il processo Thomas-Hill nessuno in aula si sia preoccupato di chiedere scusa alla Coca-Cola per una testimonianza così sordida.

«La testimonianza della professoressa Anita Hill, secondo la quale il giudice Clarence Thomas avrebbe detto “Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca”, è una delle cose più disgustose e repulsive che ho mai sentito sulla TV nazionale, ma lei ha permesso che i senatori degli Stati Uniti ripetessero la frase ancora ed ancora!»

Perché il nome della ditta non è stato omesso, visto che non aveva alcuna rilevanza ai fini processuali?, si chiede l’indignato Toth.
La rivista che riporta questa corrispondenza – “Mother Jones Magazine”, maggio-giugno 1992 – si premura di specificare che a quest’ultima lettere non c’è stata alcuna replica.
Questa dovrebbe essere ricordata come la parte divertente della storia, non quella relativa alla citazione da L’esorcista: non c’è niente di divertente nella precessione dei simulacri… perché è questa che comanda ciò che noi impropriamente chiamiamo realtà!

Che il famoso pelo… provenga dalla barba di Babbo Natale?

L.

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Pubblicato da su luglio 12, 2017 in Books in Movies, Indagini

 

Incubo: una parola da incubo

Kiran Shah (Guinness dei Primati come “stuntman più piccolo” del cinema) e Natasha Richardson
in un celebre fotogramma dal film Gothic (1986) di Ken Russell

Parlare di “disturbante” e “perturbante” e della loro evoluzione mi ha fatto venir voglia di tornare ad occuparmi di “parole” e di come nascono “per traduzione”.
Molti termini infatti vengono creati da altre lingue e italianizzati: se poi durano, finiscono nei vocabolari e nel linguaggio parlato. Purtroppo il Novecento si è perso per strada un gran numero di parole per sostituirle con altre più modaiole: ha cioè sostituito “esterismi” (dal latino, greco, francese, spagnolo, tedesco, ecc.) esclusivamente con inglesismi.
Ed è proprio di una parola inglese di origine lontana che voglio parlare: una parola… da incubo!


Indice:


The Nightmare and her nine folds

Già ho raccontato con dovizia di particolari la storia di come gli italiani si sono rotti la testa per tradurre una parola sconosciuta a chi la usava: nightmare. Il mio saggio Tradurre l’incubo. La cavalla della notte e le sue varianti è gratuito e potete scaricarlo liberamente: qui mi limito a ricordare le conclusioni e ad integrare con qualche chicca.

I dati precisi li trovate nel mio saggio citato, ma la morale è: nightmare è una parola di origine incerta, che nasce dal nulla ed impiega secoli per entrare nel linguaggio parlato inglese.

La cita nel Duecento Chaucer e ad inizio Seicento Shakespeare: nessuno dei due sa cosa sia quella parola ed entrambi si limitano a riportare leggende popolari il cui significato si perde nella notte dei tempi. Il nightmare deriva dalle antiche culture sassoni e sta ad indicare un demone notturno che va esorcizzato con filastrocche popolane, e infatti Shakespeare non fa che citare una di queste filastrocche, il cui significato è aperto a qualsiasi interpretazione, visto che non ne esistono di ufficiali.

Ignoto alla lingua inglese, il termine nightmare comincia nel Settecento il suo lento viaggio per diventare parola di uso comune, ma a metà dell’Ottocento – quando cioè Shakespeare diventa un autore famoso in Europa – nasce un problema molto serio: come si fa a tradurre una parole che il suo stesso autore ignorava? Come si rende in un’altra lingua una parola che, a seconda del manoscritto che si consulta, cambia di grafia ed è sempre incerta?
Qui avviene il miracolo, perché i traduttori italiani cominciano a studare la lingua italiana.


Da un Re Lear del 1787


Fantasime, larve e Versiere

Nightmare vuol dire “incubo“, non si scappa, ed è perfettamente rappresentato da questa parola italiana derivata dall’incubus del latino medievale. Ma c’è un problema: è una definizione dotta, che si trova in ogni manuale di medicina… quindi non va bene. Chaucer e Shakespeare stanno citando antiche e semi-sconosciute leggende popolane, filastrocche smozzicate che la gente canticchiava a mezza voce per tenere lontani i demoni notturni: tutto questo non ha nulla a che vedere con l’incubus, quindi i traduttori scavano e scoprono che poco prima di Shakespeare in Italia c’erano le stesse filastrocche… per tenere lontana la fantasima.

da un Decameron del 1825

Termine stupendo ma ormai defunto, la fantasima non è semplicemente il femminile del fantasma (come il nachtmarë è il femminile del demone sassone nachtmårt) ma è proprio una forma popolana per indicare l’oppressione notturna, per indicare l’incubo.
Fa il paio con larva, che ancora nell’Ottocento indicava una maschera («Ch’io pur mi mascheri, / A me una larva!», dal Rigoletto di Verdi): gli incubi sono immagini che prendono vita, sono frutto di fantasia (dal verbo greco fantàzo, da cui anche “fantasma”), sono immagini finte e quindi sono anche maschere (larve).

Ogni traduttore italiano di Shakespeare ha dovuto scegliere fra queste opzioni – come racconto con dovizia di particolari nel mio saggio – aggiungendo anche deliziose chicche come Versiera (moglie dell’Avversiere, cioè il Diavolo), scatenando un problema di traduzione di ritorno: quando gli inglesi si sono trovati a tradurre la “versiera di Agnesi”, che è un teorema settecentesco della nostra Maria Gaetana Agnesi (considerata l’Ipazia italiana e oggi dimenticata), hanno creato uno sbrigativo The Witch of Agnesi. Povera Maria Gaetana, da eccellente matematica… a strega!

Il nightmare, la “cavalla della notte” (come amavano tradurre Füssli e Borges), l’oppressione notturna, ha conosciuto in Italia davvero un fiorire di nomi: tutti purtroppo svaniti nel nulla.


Un Canterbury Tales del 1775


L’incubo dai tanti nomi

Incubo

Per i latini medievali, dicevo, non c’erano dubbi: l’oppressione notturna si chiama incubus.
La parola apparteneva ad una ricca famiglia, tutta dimenticata nel passaggio all’italiano. I latini avevano l’incubitus che era “l’atto di mettersi a giacere o coricarsi”, da quell’incubitare che ha lasciato tracce di sé nell’italiano “incubare“. Anche se la chiamiamo “cova” (che è la traduzione italiana), cosa fa una gallina per “incubare” le sue uova? Ci si siede sopra: l’incubare latino era appunto il gesto del “giacere sopra”.
Da queste varie sfumature era facile trovare il nome dell’oppressione notturna che dà la sensazione a chi la soffra di avere un demone “seduto sopra” al proprio petto: incubus.

Efialte e pesarolo

The Nightmare, with her whole ninefold
Illustrazione di Arthur Rackham per
The Legend of Sleepy Hollow (1928)

Identico percorso quello della lingua greca, per cui efiàltes significa “che monta addosso”. Si usava di solito per indicare la cavalcatura, quindi è un termine perfetto per la “cavalla della notte” (night + mare)!
Purtroppo la parola italiana “efialte” non ha avuto lunga vita, mentre quella greca ha generato una curiosa deriva. Il celebre medico greco Galeno descrisse l’incubo come il “venir colti di sorpresa”, usando una parola destinata a triste successo: epilexìa.

La parola italiana “incubo” è antica ma relegata ad alcuni ambiti particolari. L’edizione del 1758 della Vocabolario della Crusca afferma di voler mettere da parte la definizione in uso fino a quel momento, cioè di «specie di spirito, che da alcuni si crede che pigli forma d’uomo e giaccia colle donne», come si trova nei vocabolari fiorentini sin dal Seicento. Ora, dice la Crusca, è più opportuno considerare la parola nel senso di «specie di male, o incomodo, per lo più notturno».

Esiliata nell’ambito medico, la vera esplosione popolare della parola avviene solo nell’Ottocento, andando a sostituire un’altra parola, come ci testimonia Giovanni Obicini:

«L’Incubo od Efialte (come più comunemente da noi si suole chiamarlo) è un’affezione la quale assalta ordinariamente nel sonno, e più frequentemente nello stato di mezzo tra il sonno e la veglia.»

Quindi “comunemente” si usava efialte? Vista la rarità delle fonti dobbiamo fidarci di Obicini e del suo Dell’incubo: dissertazione inaugurale (Pavia 1836), anche se un Traité de pathologie interne del 1857 afferma che in italiano si dice “incubo” o “pesarolo“: quest’ultimo già nel Settecento la Crusca definiva storpiatura del francese pesanteur e dello spagnolo pesadello (pesadilla).

Oppressione notturna secondo Stephen King ne L’occhio del gatto (1985) con la piccola Drew Barrymore

Alpa e Arbghétt

A metà Ottocento l’«affannosa oppressione che talora nel sonno si sente nel petto di chi dorme supino» ha dunque vari nomi: pesarolo, incubo, fantasima, efialte ma anche alpa, ci informa un Vocabolario parmigiano-italiano di Carlo Malaspina (Parma 1856), parola palesemente derivata dall’Alp tedesco. “Ein Alp zaumet dich“, un incubo t’imbriglia, tanto per ricordare che l’immagine del cavallo è sempre fortemente vicina.
Ogni regione può aggiungere la propria parola dialettale nata per indicare l’incubo. Un Glossario modenese del 1868 per esempio attesta “Arbghétt“:

«Nei secoli dell’ignoranza, e della superstizione, in cui il gridare di un uccello, che la fama aveva celebrato di sinistro augurio, faceva fremere di spavento la credula vecchia, ed il giovine guerriero, pure intrepido all’aspetto di mille morti: nei secoli, in cui quanto v’aveva di non inteso, al meraviglioso ed al soprannaturale attribuire si soleva, stupore non recherà al certo, se l’Incubo, la cui natura anche a nostri tempi va forse ancora circondata di tenebre, opera si credesse di demonj e di spiriti, piuttosto che considerarla come morbosa affezione.»

Guillaume Sorel nel 2014 trasforma Le Horla (1886) di Maupassant in “oppressione notturna”

Definizioni

L’italiano ottocentesco aveva dunque molte parole per indicare un concetto sfaccettato: la cavalla della notte e tutti i suoi puledri, per dirla come Borges amava tradurre il passo di Shakespeare.
«Lo scrittore giudizioso saprà fare una scelta opportuna, cioè appropriata ai diversi casi», specificava il professor Ernesto Sergent nel suo Nuovo vocabolario italiano domestico (Milano 1869), passando ad elencare i più accreditati all’epoca:

  • Incubo, dal latino incubus, si lascerà ai medici nei loro parlari e nelle loro scritture. In ogni altro caso l’Incubo rammenterebbe inopportunamente l’infernal tresca di codesto e dell’altro demonio il Succubo.
  • Fantasima, viene naturalmente ad associarsi all’idea superstiziosa, e per ciò falsa, che quella passeggiera ma molestissima ambascia sia prodotta da una causa esterna, e da non so quale essere fantastico.
  • Efialte, che vuol dire Salta-addosso, potrà far comodo al poeta cui piaccia assomigliare la causa di quel morboso aggravamento al Gigante della favola, il quale col mostruoso suo corpaccio prema il delicato seno di persona dormente supina.
  • Pesaròlo resterebbe il solo e proprio vocabolo per l’uso andante; parola adoperata in contado, la quale senz’accennare a diavoleria, a spettri e a fantasticaggini, indica semplicemente l’effetto che se ne risente, il quale è come se s’avesse sul petto un gran peso che minacciasse di soffocazione.

Tutte queste parole sono ormai defunte: l’incubo non ha sinonimi. La cavalla della notte ha perso tutti i suoi puledri, come nell’Ottocento erano già scomparsi termini italiani sinonimi come silvano e soppressura, attestati dalla Fontana della Crusca del 1709. (Soppressura dopo è passato ad indicare una strega.)

John Henry Füssli, The Nightmare (Nachtmahr, 1781)

Ecco altre accezioni dialettali sparse:

  • Alpa (parmigiano)
  • Pesarolo, o pesaruolo (Toscana)
  • Ammutadore (dizionario sardo di metà Ottocento)
  • Salván (milanese)
  • Psarœul (mantovano)
  • Pesarul, o Çhalçhùtt (friulano)
  • Mazzapëdar (romagnolo)
  • Mazzapèider (bolognese)
  • Marzamareddu (siciliano)
  • Rèpegh, o Carcadèll (reggiano)
  • Quagg (bresciano)
  • Striccacuor (ferrarese)

Divertente rielaborazione dell'”oppressione notturna”


Conclusione: La Mora

Tutti abbiamo incubi e la voglia di creare nomi nuovi non si è mai sopita, quindi ogni zona d’Italia ha il suo nome per descrivere l’essere che opprime il petto del dormiente: per sapere di più su La Mora, vi segnalo questo post del blog Niente Panico di Bloody Ivy.


L.

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Pubblicato da su giugno 23, 2017 in Indagini

 

Perturbante: una parola disturbante

Immagine dal film Unheimliche geschichten (1919)

La settimana scorsa abbiamo visto la problematica vita della parola “disturbante“, utilizzata da secoli ma il cui significato nel Novecento si è ampliato di un significato emotivo, forse a causa di una traduzione sbrigativa dell’inglese disturbing.
Se però “disturbante” può contare su una salda vita nella lingua italiana, una sua stretta parente non ha goduto dello stesso trattamento, malgrado in pratica voglia dire la stessa cosa..

Questa è l’incredibile storia della parola “perturbante“, che da vette elevate è caduta fino in quel sottosuolo interiore a cui dava voce…


Indice:

  1. Un mondo fatto di bambole
  2. La ricerca di Freud
  3. Das Unheimliche
  4. Un aiuto insperato
  5. La storia della parola unheimlich
  6. «Il timore è una passione perturbante dell’animo»
  7. Le alternative
  8. La ricerca di Freud

Un mondo fatto di bambole

Il mio saggio Gynoid: a forma di donna – nato proprio dalle ricerche sull’argomento di questo post – racconta duecento anni di donne artificiali nell’immaginario collettivo occidentale, e non poteva che aprirsi con la più famosa, influente e fondamentale ginoide della nostra cultura: Olympia.
Un qualsiasi paragrafo del racconto “L’uomo della sabbia” (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann basterebbe da solo ad organizzare un convegno di psicologi, tanto è denso di infiniti piani di lettura e di spunti psicoanalitici ante litteram. Quello che però a noi interessa è la storia di Olympia.

Con un padre assente e un estraneo troppo influente, Nathanael cresce non certo in perfetto equilibrio psichico, e forse “cresce” non è la parola esatta, visto che il dottor Coppelius che gli viene sempre in casa parla di “scambiargli le mani”, come se Nathanael fosse un pupazzo.
Conosciuta Olympia ed innamoratosene, Nathanael è convinto d’aver trovato la donna perfetta, ed ha ragione: è talmente perfetta… da non essere vera. Quando Coppelius gliela smonta davanti agli occhi, lo shock è devastante.

Ripresosi da lunga malattia, Nathanael trova un’altra donna e sembra rimettersi in sesto, ma un giorno per caso sale su una torre con belvedere e infila gli occhi in quei cannocchiali per turisti. Tutta la sua vita è sempre passata dalle lenti di Coppelius, e attraverso le lenti di quel cannocchiale ora Nathaniel scopre che la sua nuova donna… è anch’essa finta!
Tutto il mondo è fatto di bambole e il giovane non ce la fa più, togliendosi la vita. Hoffmann è spietato, ma non per il suicidio di Nathanael… bensì perché chiude la storia raccontandoci che la seconda donna del giovane si sposa ed ha un figlio…
Allora non era finta, allora Nathanael era pazzo… o era lui l’unico finto che quindi vedeva tutto il mondo come fatto di bambole? Rimane un mistero come quest’opera cupissima e disperata abbia dato vita a balletti spumeggianti e a testi teatrali comici. Una ragazzetta napoletana divenne così famosa nel ruolo della bambola – della dialettale pupella – da mantenere come nome d’arte il nomignolo che le diedero gli spettatori: Pupella Maggio.


La ricerca di Freud

Un racconto del genere, non poteva far impazzire i futuri psicologi e psicoanalisti: Sigmund Freud in primis.
Nel 1919 il padre della psicoanalisi pubblica sulla rivista “Imago” (n. 5) un veloce saggio in cui dà un’interpretazione del racconto di Hoffmann molto particolare:

«La paura di rimanere ciechi spesso è un sostituto della paura della castrazione. L’autoaccecamento del mitico delinquente, Edipo, è semplicemente una forma mitigata del castigo della castrazione, l’unica punizione che gli si addicesse in virtù della lex talionis

Il collegamento con Edipo è delizioso – in fondo Nathanael ha lo stesso tipo di rapporto complicato con la propria famiglia! – però mi sembra che Freud si concentri su alcuni elementi perdendo il senso generale, dedicando poche parole ad un racconto che invece meriterebbe un’enciclopedia per quanto è denso di richiami e spunti.

Perché Freud sta parlando del Sandmann di Hoffmann? Perché sta studiando una parola, e il concetto che quella parola nasconde. Un concetto talmente preciso da non avere una definizione: un concetto la cui spiegazione sembra essere proprio lo scheletro del racconto di Hoffmann, quasi fosse una “storia a tema”.

Quando il povero Nathanael scopre che l’amata Olympia è in realtà una ginoide – cioè un meccanismo a forma di donna, così come l’androide è un meccanismo a forma d’uomo – il dolore che lo dilania non è solo per la perdita dell’amore: è qualcosa di molto più profondo e terribile. Nathaniel è devastato dallo scoprire che ciò che considerava noto, familiare, rassicurante, non solo non lo era più ma in realtà… non lo era mai stato!
Esiste una parola per indicare il profondo e devastante dolore dello scoprire che tutto ciò che si credeva vero non lo è mai stato? Dopo una breve ricerca Freud l’ha idenetificata: unheimlich.


Das Unheimliche

«Ein solches ist das “Unheimliche”. Kein Zweifel, daß es zum Schreckhaften, Angst-und Grauenerregenden gehört, und ebenso sicher ist es, daß dies Wort nicht immer in einem scharf zu bestimmenden Sinne gebraucht wird, so daß ed eben meist mit dem Angsterregenden überhaupt zusammenfällt.»

Così Freud apre il suo saggio, spiegando subito questa parola che

«si riallaccia indubbiamente a ciò che è spaventoso, che suscita terrore e orrore; è anche parimenti certo che la parola non è sempre impiegata con un senso nettamente definito, per cui tende a coincidere con ciò che genericamente suscita paura.»

Freud si lancia in una ricerca lessicale per fare chiarezza su una parola tedesca molto ambigua, che ad un certo punto pare indicare un significato ed il suo contrario.
La radice heim, “casa”, rende chiaro il significato di heimlich, “casalingo”, “familiare”… ma anche “nascosto”. Come fa qualcosa che è nascosto ad essere familiare? E cosa indica il suo contrario, unheimlich? Come può voler dire allo stesso tempo “non familiare” e “non nascosto”?
Per aiutarsi, Freud va a sfogliare la Bibbia e trova:

«Faraone chiamò Giuseppe “colui cui vengono rivelati i segreti”»

Con queste parole Freud ci fa scoprire che nel 1919 la Bibbia tedesca traduceva Genesi 41,45 con:

«Und nannte ihn den heimlichen»

Dal 1951 anche la bibbia tedesca si allinea alle altre lingue europee, e uno stupendamente evocativo heimlichen diventa un incomprensibile Zaphenat-Paneach, che trovate anche nella Bibbia in italiano.
L’antica definizione tedesca per Giuseppe – che comunque si intendeva per “consigliere segreto” – rendeva perfettamente l’idea di un uomo che portava alla luce i segreti nascosti, mediante l’interpretazione dei sogni: un uomo che in pratica anticipava di millenni la professione dello psicanalista.
Perché il “segreto” fa parte integrante della parola…

Freud trova infatti l’illuminazione finale facendo riferimento ad un illustre predecessore, il filosofo tedesco Friedrich Schelling, che in una delle lezioni del 1842 raccolte nell’opera Filosofia della mitologia (Philosophie der Mythologie, Mursia 1990) afferma:

«unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto ma è venuto alla luce.»

Olympia doveva rimanere la donna perfetta di Nathanael ma poi è venuto alla luce il fatto che era una bambola: ogni segreto che ci turba lo fa solo quando viene alla luce.
In una tesi di laurea sull’argomento, Renato Barucco descrive l’unheimlich proprio come “il segreto violato”:

«l’unheimlich è stato in passato qualcosa di familiare (prima accezione di heimlich), poi la rimozione lo ha reso nascosto (heimlich, seconda accezione). La sua attualizzazione nell’hic et nunc genera l’unheimlich, il segreto violato.»

Insomma, la definizione di Schelling coglie il segno ed è talmente bella che mette i brividi… perché, come vedremo, la luce sarà il vero grande nemico dell’unheimlich.


Un aiuto insperato

Emanuela Cervini nel 2011

Risalgono ad almeno dieci anni fa le mie prime ricerche sull’heimlich, che allargandosi a macchia d’olio mi hanno portato a scrivere di tutto, da articoli a saggi, prima di redigere questo post dopo così tanto tempo. Questo perché la vita di una parola non è facile da tracciare, e quando pensi di averla capita… scopri che devi ricominciare daccapo.

Così avevo tutto bello in testa l’articolo da scrivere quando, nel 2012, ho conosciuto Emanuela Cervini, la traduttrice dal tedesco e dall’inglese che mi ha messo in contatto con i suoi colleghi che ho intervistato nella rubrica “Professione: Traduttore“.
Vista la sua familiarità (heimlich) con il tedesco, l’11 giugno di quell’anno – esattamente cinque anni fa! – le ho fatto per mail un domanda a trabocchetto: cosa mi sapeva dire della parola unheimlich?

Due anni dopo Emanuela è diventata la traduttrice Manuela Cerbiatti in un ruolo da co-protagonista nel mio romanzo Le mani di Madian, dove ad un certo punto spiega allo spaesato protagonista la storia della parola unheimlich, perché è molto attinente al momento che i due stanno vivendo.
Tutto questo come mio gesto di riconoscenza verso l’enorme cortesia di Emanuela in quell’estate 2012, quando non si limitò a dirmi la definizione del dizionario, ma mi tradusse un intero capitolo di un saggio tedesco!
Nel mondo digitale ogni amicizia tende alla massima superficialità, esattamente come nel mondo “normale”: trovare una persona così disponibile è molto raro…


La storia della parola unheimlich

Nel suo “Gestalten des Unheimlichen. Seine Struktur und Funktion bei Eichendorff und Hoffmann” (raccolto nel volume “E.T.A. Hoffmann. Jahrbuch 1998”, Erich Schmidt Verlag, Berlin 1998) Niels Werber, del dipartimento di Germanistica della Ruhr-Universität Bochum, ci spiega la splendida storia di questa parola.
(Ricordo che la traduzione e cura è della citata Emanuela Cervini.)

«Nell’Europa medievale la differenza tra heimlich e unheimlich in senso spaziale e sociale è riscontrabile soprattutto nei ceti più bassi, i cui membri, poco istruiti e sedentari, sono per lo più incapaci di spingere lo sguardo “oltre il cortile di casa”.
Al contrario gli eruditi, appartenenti a un’unica società in grado di comunicare tramite il latino, e i nobili, che mantengono contatti in tutta Europa attraverso corrispondenza, matrimoni e viaggi, hanno smesso già da tempo di considerare unheimlich tutto ciò che si trova appena al di fuori dell’ambiente domestico. Per queste persone i due termini assumono un nuovo significato.

Heimlich indica sempre ciò che si trova tra le quattro mura domestiche, ma con la nuova connotazione di “privato” o “intimo”. L’Heimliche viene a contrapporsi direttamente al concetto di “pubblico”; è ciò che rientra nella sfera privata, della casa, di conseguenza è anche ciò che si trova nascosto o che viene celato (in questo senso sinonimo di “segreto”).
Il significato di heimlich si avvicina a quello di unbekannt, sconosciuto, e quindi anche a quello di unheimlich (estraneo). I due termini che prima erano nettamente contrapposti non lo sono più, diventano quasi intercambiambili.

[…] Fino al diciannovesimo secolo l’evoluzione dell’Unheimliche è limitata in gran parte ai ceti più elevati. Contadini e boscaioli continuano a vivere lontano dalle città, ai margini dei boschi fitti e incontaminati che ricoprono ancora vaste aree d’Europa.
Per chi abita al limitare della foresta, appena oltre la porta di casa inizia una “terra incognita”, un territorio estraneo (unheimlich) popolato da creature pericolose. Ecco perché, secondo i Grimm, heimlich – in contrapposizione a unheimlich – si riferisce anche a “luogo non infestato da spettri: domus a spectris non infestatur” (Deutsches Wörterbuch). Uscire da questa zona di sicurezza è rischioso.
Nella periferia dell’Ottocento, dove il conosciuto è limitato all’ambito domestico, l’Unheimliche coincide con l’Unheimische [letteralmente: ciò che non è heimisch, dove heimisch significa appunto domestico, di casa. N.d.T.]. Al di fuori dell’Heimische c’è un mondo estraneo, ostile, inquietante, pericoloso…

La foresta non è solo un luogo sconosciuto, è anche un luogo buio. La luce è un altro elemento che contrappone l’Unheimliche all’Heim (casa) e all’Herd (focolare, fuoco domestico che rischiara), ma sotto questo aspetto non è tanto la differenza tra ceti superiori e inferiori a pesare, quanto quella tra centro e periferia.
All’inizio del diciannovesimo secolo la moderna illuminazione a gas comincia a essere largamente impiegata nelle città, ma di notte nelle zone periferiche dominano ancora le tenebre, indipendentemente dallo status e dalla ricchezza degli abitanti. Nei centri sempre meglio illuminati l’Unheimliche non si trova più in superficie, bensì nel sottosuolo, nel “regno delle ombre” costituito da catacombe e locali sotterranei. Se ai margini del bosco l’Unheimliche è a due passi da casa, manifesto ma altrove, nella moderna giungla cittadina è sotto casa, nello stesso luogo in cui si vive ma latente.

Il famoso Topologie der Psyche di Freud deriva parte della sua forza persuasiva proprio da questa idea di città moderna in cui pericoli e Unheimliche si trovano sotto la superficie. A rafforzare questo tipo di metafora psicoanalitica contribuiscono racconti come Ein Gang durch die Katakomben [“Viaggio nelle catacombe”, N.d.T.] di Adalbert Stifter, in cui i partecipanti a un tour delle catacombe sotto la cattedrale viennese di Santo Stefano mostrano tutti i sintomi dell’Unheimliche: perdita dell’orientamento, senso di soffocamento, terrore del buio, paura di rimanere soli, paura di teschi e ossa…

Perché tutte queste cose – silenzio, solitudine, oscurità, morte e risurrezione dei defunti – risultano unheimlich e paurose? Per Freud la risposta sta nei complessi presenti nell’inconscio. Ecco perché fa sua la definizione di Schelling «Unheimlich sei alles, was ein Geheimnis, im Verborgenen bleiben sollte und hervorgetreten ist» [“Unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto, occulto, ed è venuto alla luce”. N.d.T.].»

Ringrazio ancora di cuore Emanuela per avermi regalato un testo di così rara bellezza. Anzi, averCi regalato…


«Il timore è una passione perturbante dell’animo»

Negli anni Settanta la Newton Compton sta scrivendo una pagina importante dell’editoria italiana presentando per la prima volta dei saggi in formato pocket. Romanzi in formato ridotto ed economico già erano presentati da decenni da grandi case, come Mondadori e Garzanti, ma la saggistica era sempre rimasto appannaggio di portafogli imbottiti e scaffalature capienti. Ora la casa editrice romana stava presentando testi di divulgazione scientifica, spesso inediti, a prezzi per tutte le tasche e senza bisogno di rinforzare le biblioteche casalinghe: da allora inizia il suo mito.
Non a caso nel 1972 – tre anni dopo il primo numero della collana “Newton Testi” – la Garzanti presenta il primo di una lunga serie di libri di divulgazione scientifica di Piero Angela; nel 1974 il celebre etologo Danilo Mainardi pubblica contemporaneamente per Rizzoli (L’animale culturale) e Sonzogno (Storie naturali) mentre dal 1970 iniziano i saggi Rusconi sulla saggistica contemporanea.

Dunque in questo 1976 il traduttore Celso Balducci ha l’impegnativo compito di tradurre il saggio del 1919 di Freud – che non risulta mai apparso prima in lingua italiana, a meno di future smentite comprovate – all’interno del volume antologico “Un bambino viene battuto e scritti 1919-1920“, numero 19 della collana “Newton Testi”. (Oggi il testo è raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, sempre per Newton Compton, disponibile anche in eBook a prezzo imbattibile.)
Come rendere in italiano la parola unheimlich, che già in lingua originale dà molti problemi a dotti come Schelling e Freud? Come trovare un corrispettivo in una lingua che Freud stesso afferma esserne priva?

«Le lingue italiana e portoghese sembrano accontentarsi di parole che definiremo come circonlocuzioni.»

Balducci secondo me compie la scelta migliore.

La traduzione di unheimlich più ovvia – e quella riportata dai dizionari di oggi – è “inquietante”, ma è anche la più imprecisa in quanto è un termine di larghissimo uso, essendo in pratica l’unica parola italiana che descrive un turbamento emotivo. L’unheimlich è qualcosa di diverso: è una parola non di uso comune che indica emozioni forti non comuni.
Serve una parola italiana non comune che denoti emozioni forti non comuni: perturbante è la scelta perfetta.

Sin almeno dal tardo Medioevo “perturbante” è parola nota, scritta proprio così nella lingua latina modificata di quest’epoca, persistente anche nei secoli a venire. «Morbo naturam perturbante» (da De febrium differentijs, 1601), «Siccante et perturbante cerebrum» (da Athanasii Kircheri Fuldensis, 1650), «Pungente ac perturbante» (da Psalterium, 1697).
Non manca certo nelle opere scritte in quella lingua volgare che chiamiamo italiano. «All’eccesso maravigliosa e perturbante» (da Principj di una scienza nuova di Giambattista Vico, 1725), «perversa e perturbante maniera di curare» (da Del contagio del vajuolo, 1770), «Arnobbio filosofo Cristiano […] insistea sulla gran massima degli antichi sapienti essere il vino bevanda non naturale, e non omogenea all’uomo, e perciò perturbante l’animo e la mente» (da Educazione fisica della figliuolanza, 1789)
Nell’Ottocento il “perturbante” è termine usato sia per i moti dell’animo sia per quelli del corpo. «L’acqua torna ristorante, o deprimente, eccitante o perturbante» (da Trattato di farmacologia di Giovanni Semmola, 1853), «Benché la poesia novella sia stata da spirito nuovo ispirata […] pure l’elemento del sublime, popolaresco e perturbante all’eccesso forma il cardine supremo di ogni bello poetico» (da Instituzioni di arte poetica di Francesco Prudenzano, 1865).

Se ancora nell’Ottocento “perturbante” viene usato con il significato che oggi diamo a “disturbante”, con l’inizio del Novecento praticamente il termine scompare nel nulla.
Ad onor del vero riappare nel 1972 quando Laura Schwarz traduce dal francese per Feltrinelli “La conoscenza del bambino e la psicoanalisi” (La connaissance de l’enfant par la psychanalyse, 1970) di Serge Lebovici e Michel Soulé, a dimostrazione che la parola stava conoscendo una seconda vita in campo psicoanalitico.

Dopo la scelta di Celso Balducci, la parola in pratica rimane attaccata strettamente all’unheimlich raccontato da Freud, che non l’ha certo scoperto: si è limitato a raccontarlo.
Così questa parola dimenticata riappare addirittura in copertina di alcuni testi di divulgazione. Handicap: il “perturbante” nel processo educativo di G.A. Patella (Adriatica 1984), Sul perturbante di Stefano Garroni (Edizioni Kappa 1984), Il perturbante nell’illustrazione romantica di Alberto Castoldi (Lubrina 1987).
Per ritrovarlo in copertina, però, bisognerà poi saltare al Duemila. Freud il perturbante di Aldo Carotenuto (Bompiani 2002), Del perturbante: Simmel e le emozioni di Silvia Fornari (Morlacchi 2005), Il perturbante: paura e inquietudine nel quotidiano di David Borghetti (CSA 2016).
Malgrado dagli anni Novanta la parola sia tornata nella lingua italiana, temo sia ancora troppo “tecnica” per considerarla di uso comune.


Le alternative

Diciamocelo chiaro, “perturbante” ci ha provato ad entrare nel linguaggio comune ma proprio non ci è riuscito: rimane nelle citazioni da Freud e nei manuali di psicoanalisi – anche in altre lingue, come il francese e lo spagnolo, visto che fin dal latino tardomedievale “perturbante” è internazionale! – ma gli è preferito di gran lunga il molto più comune “disturbante”.
Possibile però che altri traduttori non abbiano provato ad usare qualche altra parola italiana per l’unheimlich?

Nel tradurre Taccuino e lettere di Otto Weininger, Michele Cometa offre anche l’alternativa “spaesante“: non mi sembra una parola con la giusta carica emotiva…

Chiamatelo “pauroso“, chiamatelo “inquietante“, chiamatelo “spaesante“, non importa: l’unheimlich è dentro di voi, pronto a scuotere ogni vostra certezza!


Bibliografia

Giudicio poetico d’Antonino Zancume sopra una canzone di D. Francesco Mugnos (Venezia 1659)

L’uomo della sabbia (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann, in “Notturni”, traduzione e cura di Luca Crescenzi, Biblioteca Economica Newton Classici n. 35, Newton Compton, Roma 1995

Die Unheimliche (Vollständige Ausgabe): Studien über Ängstlichkeit di Sigmund Freud, e-artnow 2015

Il perturbante di Sigmund Freud, traduzione di Celso Balducci, raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, “Grandi Tascabili Economici” n. 226, Newton Compton, Roma, agosto 1993; eBook Newton, marzo 2012

Il perturbante delle trasformazioni corporee nel cinema, di Renato Barucco, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 2003

Taccuino e lettere (Taschenbuch und Briefe an einen Freund, 1920) di Otto Weininger, a cura di Michele Cometa, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, luglio 1986


L.

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Pubblicato da su giugno 16, 2017 in Indagini

 

Disturbante: una parola inquietante

“New York City XXVI”, illustrazione di H.R. Giger

Mi è capitato di discutere con Evit di Doppiaggi Italioti riguardo la parola “disturbante”, che ho usato per descrivere l’effetto che mi fanno le illustrazioni di H.R. Giger, perché esce fuori che l’uso della parola sarebbe improprio: si tratterebbe infatti di un inglesismo, di una traduzione imprecisa del disturbing che usano gli anglofoni.

La cosa mi si è instillata nella mente e non mi ha dato tregua: dovevo assolutamente aprire una “indagine non autorizzata”!

~

Quando andavo alle elementari e leggevo “Topolino”, pieno di scritte onomatopeiche, cominciai a dire «sniffare» semplicemente perché quando uno dei personaggi a fumetti odorava qualcosa leggevo “sniff sniff” nelle vignette. Possiamo lamentarci quanto vogliamo dell’italianizzazione del verbo to sniff, ma ormai fa parte della nostra lingua, che nasce proprio come storpiatura del latino e che in ogni epoca ha avuto chi si lamentava delle “modifiche”. Modifiche che oggi comunque fanno parte integrante della nostra lingua.

Io stesso per tanto tempo mi sono lanciato contro le storture e gli “esterismi”, finché ho mollato la presa semplicemente perché anche le parole più storiche della nostra lingua alla loro origine erano storpiature, esterismi o semplici errori.

Sicuramente all’epoca qualcuno si lamentò del fatto che la “y greca” veniva letta in due modi diversi, e si lamentò: «perché dal greco iùsteros avete tirato fuori utero e isteria? Mettetevi d’accordo se si legga “i” o “u”!» D’altronde dalla radice indoeuropea ak- siamo stati capaci di tirare fuori ascia e accetta

La nostra lingua è un mare di stranezze fuse insieme, spesso a casaccio, quindi perché mi stupisce che “disturbante” possa essere un’errata traduzione del disturbing inglese?

~

Nell’Ottocento non c’erano dubbi sull’uso medico e giuridico della parola “disturbante”.

«Una tosse secca, ma non disturbante né violenta» (dal Dizionario universale delle arti e scienze di Efraimo [Ephraim] Chambers, 1772); «locale condizione disturbante» (dal Dizionario compendiato delle scienze mediche, 1831); «azione disturbante od irritativa» (dal Dizionario classico di medicina interna ed esterna, 1837). E dal punto di vista giuridico la questione è chiara: «clamori e canti disturbanti la pubblica quiete» (da Annali della giurisprudenza italiana, 1873).

Insomma, disturbante viene da disturbare e quindi vuol dire… qualcosa che disturba. Ma se disturba il fisico e, come nel caso di «clamori e canti», disturba l’udito… perché non posso usare il termine per indicare qualcosa che disturba la mia mente?

~

Il latino disturbo lo usava Cicerone con il senso di «sovverte l’umana società» (disturbat vitae societatem) ma anche come «distruggere una legge», perché il verbo ha più significati. Seneca per esempio già lo usa con il significato di «sconvolgere», anche se in senso fisico: e se io mi sento “sconvolto” in senso morale? In fondo la particella dis- è solo un rafforzativo di turbare: se io mi sento emotivamente turbato, perché non dovrei usare l’antico termine latino e chiamare disturbante la causa del mio turbamento?

Licia del blog Terminologia etc. si scaglia contro l’uso di “disturbante” nei lanci pubblicitari dei film horror, perché i distributori italiani si limitano a tradurre impropriamente l’originale disturbing.

In italiano disturbante vuol dire “che disturba” e quindi che dà noia o fastidio, che intralcia, oppure che interrompe la quiete pubblica o privata, ma non significa “angosciante” (cfr. disturbare e turbare).

Non discuto sul “falso amico”, cioè sull’errore di traduzione per cui l’italiano disturbante non è la tradizione corretta dell’inglese disturbing, perché non condivido il fatto che la parola nostrana non indichi anche angoscia: se mi sento turbato, la differenza con angosciato è davvero labile e difficilmente identificabile.

Dalla fine degli anni Novanta il termine disturbante ha un significato “ampio” che esula da questioni di traduzioni inglesi imprecise, visto che la usa l’eminente archeologo Andrea Carandini: «l’intuizione si trova sempre intrecciata alla ragione, disturbante o benefica che essa appaia» (Archeologia del mito, 2002). Un'”intuizione disturbante” non può riferirsi alla salute o alla quiete pubblica: si sta parlando di qualcosa di interiore, di un turbamento morale che è proprio il senso che do io al termine.

Visto che, come dicevo, dagli anni Novanta è usato quasi esclusivamente in questo senso provo ad andare indietro per vedere se trovo altri esempi.

~

«Il mondo è fondamentalmente un posto ordinato, con un elemento disturbante di irrazionalità», ci dice Hakim Bey nel suo Immediatismo! (1995); «Era stato lui a proporre di venire a Richmond per discutere il da farsi, e ora che erano qui la vista della casetta era davvero disturbante», risponde Antonia S. Byatt in Possessione (1990).

Dagli anni Settanta ci giungono due esempi deliziosi. «Se ai nostri occhi il contegno di una data persona appare deludente o disturbante, oppure in contrasto con le nostre aspettative, occorre tener presente che siamo al cospetto di una fase meramente transitoria» (Leo Buscaglia, Amore, 1972); «Vi è qualcosa di orribilmente disturbante nella forma umana quando è simulata da creature non di origine simile» (Frank Belknap Long, I segugi di Tindalos, 1946 ma tradotto in Italia nel 1979).

Ancora dal 1993 arrivano due esempi illuminanti. «L’adolescente tentava di disfarsi a tutti i costi di un’infanzia disturbante nel suo prolungarsi, di cui si vergognava» (Giorgio Abraham, Le età della vita, 1993); «Uno stimolo di intensità elevata e disturbante produce una reazione di trasalimento, con una persistente ed accentuata accelerazione della frequenza cardiaca» (Luigia Camaioni, Manuale di psicologia dello sviluppo, 1993).

Quest’ultimo esempio non sembra scritto apposta per il cinema horror, i cui lanci pubblicitari amano usare la parola disturbante?

~

Stuzzicato da Evit stesso, sono andato a spulciare anche sui quotidiani (in particolare “La Stampa”, da cui sono tratte le citazioni che seguono), detentori se non della grammatica italiana almeno del linguaggio popolare. E il discorso è identico: la parola è usata senza problemi, al di là della sua “nascita”.

«Fra noi, persone più vicine a quella che diciamo civiltà, […] il pensiero di morire è un pensiero noioso, disturbante, indelicato.»
16 gennaio 1909

«La congiunzione del Sole con Mercurio apporterà un elemento disturbante sulle facoltà mentali.»
7 febbraio 1942

«È già disturbante che i personaggi siano “il marchese”, “la marchesa” e “lo studente”…»
2 settembre 1970

«Non ha risposte che non siano nel suo disturbante teatro su cui i critici offrono più stima che lodi»
17 aprile 1979

Mi sento di dire che “disturbante” è una parola della lingua italiana, almeno dal Novecento…

~

In conclusione, non discuto sull’errore di traduzione, ma rivendico come “italiana” – oltre che di largo uso – l’accezione morale della parola disturbante, per indicare quella sensazione che si prova di fronte a qualcosa di non piacevole. Qualcosa che disturba.

Per questo chiudo con uno splendido passaggio di Aldo Carotenuto dal suo La chiamata del daimon (1989):

«Se riteniamo che la psiche abbia bisogno di convivere e di relazionarsi con le sue fratture, con i suoi fallimenti, con le sue parti malate, l’inorgoglirsi dell’Io che, dopo una fase prolungata di stabilità, crede di aver ucciso e seppellito il suo alter ego disturbante, fa riapparire quest’ultimo con nuova e maggiore forza.»

Forse è proprio questo che indica la parola disturbante: quella parte di noi che cerchiamo sempre di uccidere e seppellire ma che regolarmente riappare…

L.

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Pubblicato da su giugno 5, 2017 in Indagini

 

L’eBook sbagliato di Forsyth

Il mese scorso su delle bancarelle fortunate ho trovato un libro che ero indeciso se comprare: “Il negoziatore” (The Negotiator, 1989) di Frederick Forsyth. Non sapevo che è un libro rarissimo… e digitalmente sbagliato!

Guardo e riguardo questa bella prima edizione Mondadori 1989 – che trovate schedata nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk” – e decido di investire la somma richiesta: 1 euro.
Recentemente mia madre si è appassionata al genere thriller, chissà che non le piaccia anche questo che mi sembra più “spy story”? Le regalo il libro e lei inizia a leggerlo.

Visto che in famiglia leggiamo eBook da tempo immemore, e visto che portarsi sui mezzi un libro cartonato di grande formato è scomodo, mia madre ha preso una decisione pratica: a casa legge il cartaceo, quando viaggia per andare a lavoro si legge l’eBook.
Scopre però che purtroppo la Mondadori non è interessata a vendere questo libro – assente dal catalogo digitale italiano dell’autore – e quindi siamo costretti a trovare l’ebook… in altre maniere… (Visto che abbiamo il cartaceo originale, una copia digitale è consentita, no?)

Grazie ai pirati italiani, molto più solerti dei distratti editori, il libro di Forsyth può essere letto anche da chi non bazzica bancarelle o aste on line (gli unici posti dove questo romanzo può essere recuperato).
Però un giorno mia madre mi scrive uno strano messaggio: il romanzo digitale di Forsyth è quello… però è diverso dal cartaceo! Non solo è vistosamente più corto… ma le parole sono proprio diverse!

I pirati non sono dei professionisti, chissà dove sono andati a prendere quell’edizione de Il negoziatore, magari in una delle tante ristampe del romanzo… che però, scopro, è stato ristampato solamente altre tre volte (1991, 1999, 2001), e tutte le volte il numero delle pagine è lo stesso del cartaceo che abbiamo. Anche le ristampe CDE (Club Degli Editori) hanno lo stesso numero di pagine: come fa questo eBook ad averne addirittura la metà?
Che il pirata si sia perso per strada dei capitoli ci può anche stare… ma il problema è che il testo è uguale… ma diverso…

Sembrerebbe quasi un riassunto, e qui arriva l’intuizione. I più “maturi” ricorderanno che un tempo anche in Italia imperversava “Selezione”, libro-rivista che era l’edizione nostrana del “Reader’s Digest”: cioè grandi romanzi del momento riassunti per i lettori. Cambiò forma varie volte ma la trovavi davvero in ogni casa, e quindi ora è tutta sulle bancarelle.
Di corsa mi sono fiondato in un mercatino dell’usato della zona che sapevo essere pieno di queste edizioni e il Grande Sceneggiatore mi è sato propizio: in un angolo polveroso ho trovato il libro della “Reader’s Digest” che, in 500 pagine circa, riassumeva ben quattro romanzi… fra cui Il negoziatore di Forsyth!

“Selezione della Narrativa Mondiale” (anno XVIII) n. 4/5, luglio-agosto 1990

Perché mai il pirata si è messo a digitalizzare un riassunto di un romanzo di Forsyth, invece del romanzo stesso? Forse la difficoltà di reperire l’opera non basta: temo non sapesse che quello era un riassunto. Duecento pagine invece di quattrocento…
Se quindi di nascosto leggete gli eBook di Forsyth, sappiate che questo è fallato: per gli altri vi conviene rivolgervi alla fonte ufficiale, cioè agli eBook Mondadori, per evitare brutte sorprese come questa!

L.

P.S.
Comunque mia madre ha adorato questo romanzo, intrigata anche dalla rarità dell’edizione. E pensare che l’ho pagato solo 1 euro!

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Pubblicato da su maggio 3, 2017 in Indagini

 

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La vendetta è un piatto che va servito freddo

Ricardo Montalban da “Star Trek II – L’ira di Khan” (1982)

Esistono espressioni e modi di dire la cui origine è nebulosa e spesso impossibile da definire. Le “prove fossili” di una frase sono i testi in cui è citata, ma se questi non ne citano a loro volta la fonte diventa più impegnativo ricostruirne il percorso evolutivo. Non mancano espressioni il cui utilizzo si perde nei vortici dei fiumi di inchiostro della letteratura, così come esistono modi di dire di cui tutti sono convinti di poter indicare l’origine (senza in realtà averne la prova). Infine, esiste almeno una frase che possiede tutti questi attributi più uno davvero curioso: quasi sempre viene attribuita ad una cultura diversa rispetto a chi la cita.L’espressione è ben nota a tutti, e tutti sono convinti di sapere da dove derivi, ma in realtà tutto ciò che ricordano è solo l’ultima volta che è stata resa celebre da un film…

 

«Revenge is a dish best served (eaten) cold». Che la vendetta sotto forma di portata sia servita (served) o sia mangiata (eaten), va comunque fatto quand’è fredda.

È una frase che definire celebre è davvero riduttivo: un numero impressionante di autori l’ha utilizzata in romanzi di ogni lingua ed età ma, curiosamente, è meglio nota al grande pubblico grazie ad opere cinematografiche. Una delle ultime celebri apparizioni è avvenuta agli inizi del Duemila quando la frase «La vendetta è un piatto che va servito freddo» campeggia come citazione d’apertura del film “Kill Bill, parte I” (2003) di Quentin Tarantino. Per la prima volta il “grande citatore” si preoccupa di riportare la fonte di ciò che sta citando, così sappiamo che quanto abbiamo letto è «Un antico proverbio Klingon».

La celebre schermata da “Kill Bill” di Tarantino

Proprio come Tarantino, chiunque fosse appassionato di cinema negli anni Ottanta ha ben stampato nella mente la scena di “Star Trek II. L’ira di Khan” (1982) in cui il personaggio interpretato da Ricardo Montalban, rivolgendosi al capitano Kirk, gli ricorda che esiste un “vecchio proverbio Klingon”. «bortaS bIr jablu’DI’reH QaQqu’ nay»: ecco l’aspra versione della frase nel linguaggio klingoniano, usata già nel 1993 da Victor Milan per il suo romanzo From the Depths.

Siamo allora d’accordo che è una frase dell’universo cinematografico di Star Trek? Ovviamente no, perché dieci anni prima la si ritrova in bocca a Marlon Brando ne “Il padrino” (The Godfather, 1972) e già nel 1971 il regista Pasquale Squitieri si maschera da William Redford e firma lo spaghetti western “La vendetta è un piatto che si serve freddo“, distribuito in Francia come La vengeance est un plat qui se mange froid e negli Stati Uniti come Vengeance is a Dish Eaten Cold. Che sia stato il nostro Squitieri a sdoganare la frase al cinema? Ovviamente no anche questa volta, perché già la si trova nel 1949 in “Sangue blu” (Kind Hearts and Coronets) di Robert Hamer.

In ogni caso, la fortuna cinematografica dell’espressione è solamente un riflesso dell’enorme successo che la stessa ha riscosso nel mondo letterario sin da… già, sin da quando?

 

Esiste una leggenda metropolitana per cui il primo a citare la frase esatta sia stato niente meno che Pierre Ambroise François Choderlos de Laclos nel suo celeberrimo “Le relazioni pericolose” (Les liasons dangereuse, 1782), in cui si troverebbe questa espressione: «La vengeance est un plat qui se mange froid». Davanti all’innegabile evidenza che non esiste niente del genere nel testo, i più irriducibili risolvono la questione dicendo che comunque il romanzo è tutto incentrato sulla vendetta, il che non risolve nulla: di vendetta si parla sin dai poemi omerici e babilonesi, ma non è che si debba far risalire a loro l’espressione.

Chiedendo aiuto ai manuali specializzati, scopriamo che il “The Facts on File Dictionary of Proverbs” di Martin H. Manser (2002) la fa risalire alla data 1885 senza spiegare bene su quali basi lo affermi, mentre l'”Everlasting Wisdom” (una raccolta di citazioni curata da Daniel Weis nel 2010) la attribuisce all’educatore tedesco Wilhelm Wander, vissuto nell’Ottocento. Addirittura pare che Napoleone III nel 1870 si sia lanciato in un «Die Rache ist ein Gericht, das man kalt verspeisen muss».

Al di là di queste supposizioni mancanti di prove certe, la più antica fonte sicura ed attestata della frase risale al 1841, quando appare in Francia “Mathilde. Mémoires d’une jeune femme“, scritto da Eugène Sue. «La vengeance se mange très-bien froid[e]». Quindi la frase l’ha inventata Sue? Ovviamente no: l’autore cita la frase in corsivo e specifica: «comme on dit vulgairement». Non l’ha inventato lui il detto, si limita a riportarlo e basta, “volgarmente parlando”.

Possiamo comunque dire che l’origine della frase è francese? Seguiamo questa pista.

 

«I francesi hanno un detto…»: ce lo conferma J.F. Freedman nel suo romanzo “Linea di difesa” (1991). Non ci credete? Ecco cosa scrivono allora Anne e Serge Golon ne “La vittoria di Angelica” (La victoire d’Angélique, 1985), uno dei celebri romanzi della loro eroina: «“La vendetta è un piatto da gustare freddo”. E ripetendosi questo proverbio, scoppiava in una risata stridula. “Molto freddo!”.» Se non siete ancora convinti, ci si può affidare al nostro Indro Montanelli, che nel suo “L’Italia giacobina e carbonara” (1969) ci spiega: «Da buon còrso, Napoleone sapeva che la vendetta è un piatto da mangiare freddo.»

Insomma, siamo d’accordo che è un detto francese, anche se… «In Libia, comunque, c’è un’espressione simile al detto francese “La vendetta è un piatto che va gustato freddo”». Nelson DeMille, nel suo “L’ora del leone” (The Lion’s Game, 2000) ci conferma che è una frase francese ma ci dice anche che in Libia ce n’è una simile: esiste dunque anche una pista africana? «Gli arabi dicono che la vendetta è un piatto che si gusta freddo»: secondo Julia Navarro e il suo “La bibbia d’argilla” (La Biblia de barro, 2006), esiste allora anche una pista araba?

Perché un’autrice spagnola non ipotizza una nascita nella propria cultura? Eppure nella raccolta di proverbi “La sapienza del popolo” (1868) è attestato un proverbio spagnolo molto simile: «Aspetta tempo e loco a far la tua vendetta, che la non si può mai far bene in fretta.» È un concetto similare: che esista davvero una pista spagnola?

Ne è sicuro Stephen King, che apre il suo racconto “La Cadillac di Nolan” (dall’antologia Incubi & Deliri, 1993) con la frase «La vendetta è un piatto da servire freddo» seguita da: «PROVERBIO SPAGNOLO». Gli dà corda Sidney Sheldon ne “La rabbia degli angeli” (Rage of Angels, 1980): «Gli spagnoli hanno ragione, pensava Michael Moretti: la vendetta è un piatto da consumare freddo.»

Esiste però una pista che sarebbe “pericoloso” ignorare, cioè quella nata nel 1969: «Don Corleone assentì. “La vendetta è un piatto che si gusta meglio freddo”, enunciò», e quando il Padrino enuncia, le discussioni finiscono!

Il romanzo di Mario Puzo ha influenzato milioni di italiani sparsi nel mondo, tanto che durante un’intervista del 1997 a Jim Harrison, in occasione dell’uscita del suo libro “Revenge“, egli racconta che l’idea del romanzo gli è venuta quando la sua agente letteraria di origini siciliane gli rivelò un “motto” italiano… ma a quell’epoca tutti gli italiani erano convinti che la frase fosse un proverbio Klingon! Qualcuno deve averglielo fatto notare, eppure Harrison non demorde, così quando usa la stessa frase due anni dopo, per il romanzo “Just Before Dark“, specifica di nuovo che la vendetta va servita fredda, «as they say in Palermo». Basta con queste teorie Klingon, sembra dire l’autore, è una frase di origine palermitana. Ma quanti a Palermo l’hanno mai usata quest’espressione?

Comunque gli danno ragione Claude Arnaud nel suo “Chamfort, a biography” (1992), «Vengeance, as the italians say, is a dish best served cold», e Jilliane Hoffman nel romanzo “L’ultimo testimone” (Last Witness, 2005): «come dicevano i genitori italiani di Dominick: “La vendetta è un piatto che va servito freddo”».

E se infine fosse di origine… fantasy? «Gli affiorò nella mente uno dei molti detti di Grysstha: la vendetta è un piatto che si gusta meglio freddo» ci racconta David Gemmell ne “L’ultima spada del potere” (Last Sword of Power, 1988).

 

Insomma, la scena è confusa ma ogni autore afferma senz’ombra di dubbio la provenienza del detto, senza peritarsi di presentare un qualche tipo di prova: sa bene infatti che ad essere più precisi si finisce per dare il fianco a possibili confutazioni. Per esempio Jon A. Jackson nel suo “Dead Folks” (1999) è convinto che la frase l’abbia creata Edgar Allan Poe, senza ovviamente essere in grado di presentare alcuna prova: molto più furbi quelli che invece invocano fumosi proverbi o antichi e vaghi detti di altre culture.

L’espressione “vendicativa” la si ritrova in un numero vasto di romanzi e saggi – addirittura in “Figure intercambiabili” di Wang Meng, testo cinese del 1934 – e per fortuna non tutti cercano di convincere il lettore dell’origine culturale: alcuni si divertono ad arricchirla.

«La vendetta è un piatto che, a differenza del brodo, va servito freddo; meglio ancora: un po’ alla volta» ci spiega Cesare Marchi in “Quando eravamo povera gente” (1988). «D’altronde si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo, magari con un po’ di limone» gli fa eco Francesco Venturi in “Polder” (1998). «La vendetta è un piatto che le persone per bene mangiano freddo. Bisogna lasciare ai cafoni e ai barbieri di reagire a sangue caldo ai torti ricevuti.» conclude Ignazio Silone ne “Il seme sotto la neve” (1950).

In attesa del prossimo film che porti in auge il detto, e in attesa di scoprire le sue fumose origini, non rimane che chiudere con il pepato Joe R. Lansdale di “Capitani oltraggiosi” (Captains Outrageous, 2001): «Il vecchio detto secondo cui la vendetta è un piatto che si gusta freddo è una stronzata. La vendetta è dolce solo nel calore del momento.»

Irresistibile vignetta da Facciabuco

L.

P.S.
Questo articolo, come tanti altri, è ospitato anche nella sezione “Inviati speciali” di Tanogabo.

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Pubblicato da su aprile 5, 2017 in Indagini

 
 
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