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Celebri per scherzo: come l’editoria italiana sceglie i suoi miti

Non sempre l’editoria italiana segue le vie “classiche” per aprire le sue porte ad autori stranieri, a volte li accoglie “per scherzo” e poi se ne lascia conquistare. Ripesco una mia “indagine” di qualche tempo fa con il caso di due autori – purtroppo oggi dimenticati – che hanno conquistato l’Italia grazie… ad un pesce d’aprile!

Celebri per scherzo

(da ThrillerMagazine del 31 marzo 2014)

Il 1° aprile è la data degli scherzi, e può capitare che siano proprio degli scherzi (più o meno innocenti) a lanciare un autore. ThrillerMagazine, per festeggiare questa data, racconta la storia di due autori arrivati in Italia… grazie a uno scherzo.

Partiamo dalla Parigi del 1950, precisamente nel 9° arrondissement la sera del 29 marzo. Siamo davanti ad uno dei più celebri e chiacchierati teatri della città: il Théâtre du Grand Guignol, che da più di cinquant’anni sta scandalizzando (e intrattenendo) l’opinione pubblica.

Si è conclusa la rappresentazione serale e la giovane bionda 23enne attrice protagonista Nicole Riche esce dalla porta sul retro: ad attenderla c’è un ammiratore sconosciuto che prontamente la rapisce. Passano tre giorni e finalmente la donna riappare, presentandosi esattamente il 1° aprile alla stazione di polizia di Pigalle, succintamente vestita. Denuncia un rapimento da parte di alcuni “puritani” che l’hanno tenuta segregata in una stanza rimproverandole la sua vita scandalosa e la sua arte scabrosa. Dopo essere riuscita ad evadere da quella prigionia ed aver vagato in una foresta vicino Parigi, eccola lì a raccontare tutto.

Il commissario di polizia Marcel Cambon non si lascia incantare dalla recitazione della donna e la torchia per bene: se ha vagato per la foresta, come mai le suole delle sue scarpe e i suoi vestiti sono pulitissimi? Non ci vuole molto perché la Riche crolli e confessi: è stata tutta una trovata pubblicitaria di Alexandre Dundas, il manager del Grand Guignol, un publicity stunt, come lo definisce il “The Sunday Times” ricostruendo gli eventi il 2 aprile 1950.

Di queste “operazioni di marketing” ne esistono un’infinità, ma questa in particolare ha un curioso effetto collaterale. Nel riportare la notizia – quando ancora non si sapeva che era una truffa – i giornali italiani non hanno potuto fare a meno di sottolineare la partecipazione dell’attrice ad una messinscena scabrosa e di cattivo gusto. «È una storia orripilante, un ammasso di crimini e di delitti che si susseguono puntualmente ad ognuno degli undici quadri che compongono i tre atti», così scrive in prima pagina “la Stampa” (31 marzo 1950), proseguendo in descrizioni colorite e disgustate di uno spettacolo teatrale che lascia sottintendere che la Riche, partecipandovi, un po’ se l’è andata a cercare.

Mentre la povera Riche finisce condannata per oltraggio a pubblico ufficiale (come ci informa il “The Advertiser” del successivo 4 aprile), la vera domanda che nasce spontanea è: ma quale sarà l’orripilante soggetto di questa sanguinolenta messinscena? Quale sarà il testo che sta scandalizzando l’opinione pubblica parigina tanto da rendere plausibile la reazione violenta di fantomatici “puritani”? Si tratta dell’adattamento teatrale di un romanzo già utilizzato dal cinema due anni prima: mentre la versione filmica spopola in sala, quale miglior trovata che sfruttare quel successo anche a teatro?

Ma allora quale sarà mai questo romanzo dalla trama così esecrabile? Si tratta dell’opera prima che nel 1939 un librario londinese appena trentenne – un certo René Brabazon Raymond  – riesce a far pubblicare, dando vita ad una lunga e sterminata bibliografia firmata con il nome più pulp di James Hadley Chase.

Niente orchidee per miss Blandish” racconta le sventurate vicissitudini della figlia di un miliardario che viene rapita e diventa frutto della discordia di una famigliola di spietati criminali, i Grissom. Il citato numero del “The Sunday Times” usa proprio il titolo del romanzo per creare lo strillo perfetto per l’accaduto: «No Orchids When Miss Bladish Goes Too Far», niente orchidee quando miss Blandish si spinge troppo in là.

Sarà un caso, sarà una coincidenza, ma lo stesso 1950 dello “scherzo” della Riche, quando cioè la stampa italiana scopre James Hadley Chase, l’Istituto Editoriale Italiano pubblica il romanzo che ha generato tanto scalpore – con la traduzione di Bianca Avancini Tedeschi – aprendo così all’autore britannico le porte dell’editoria italiana.

La critica ovviamente non sembra apprezzare molto il testo. Uno dei primi ad emettere un giudizio è Mario Praz, che chiama l’autore Raymond ed è convinto sia francese. Per scrittori come lui «l’America è una specie di Abbazia di Thélème dove tutto è lecito, dove uomini e donne sono in continua fregola, si ubriacano; uccidono, più o meno coll’inestinguibile energia degli eroi del marchese di Sade». Secondo Praz, comunque, Chase modernizza classici della narrativa americana: No orchids, per esempio, è in realtà «un calco deformato di Sanctuary del Faulkner» (“La Stampa”, 28 novembre 1950).

Nel 1962 il romanzo viene fatto conoscere ad un più ampio pubblico dalla collana “I Capolavori del Giallo” della Mondadori, che lo pubblica nel numero 206, iniziando una lunga serie di ristampe: l’ultima, con la traduzione dell’ottimo Bruno Just Lazzari, è del 2014, nel numero 6 de “I Gialli del Corriere della Sera”, che in realtà è la ristampa dell’edizione “I Bassotti” (Polillo) n. 20 del 2004.

Mediante una truffa, quindi, arriva in Italia un autore votato al crimine più pulp: quale modo migliore?

P.S.
I romanzi di James Hadley Chase li trovate schedati nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.

~

Il secondo autore giunto in Italia per via di una burla è Paul Kenny, pseudonimo collettivo degli autori belgi Gaston Van den Panhuyse (1913-1995) e Jean Libert (1913-1981).

Stavolta il pubblico italiano già ha familiarità con i libri firmati Kenny, perché il protagonista – l’agente segreto Francis Coplan – ha già calcato i cinema nostrani sin dal 1958 con i film a lui dedicati. Quando il 4 marzo 1965 le agenzie battono la notizia che a Milano l’editore Ripalta ha firmato un accordo con «i rappresentanti degli editori francese, inglese e americano per la pubblicazione anche in lingua italiana della più importante collana di libri di spionaggio del mondo, la “Serie Verde Spionaggio”», qualcosa si mette in moto.
Per lanciare il personaggio, il quotidiano “La Stampa” si presta ad uno scherzo davvero particolare.

Mentre il 4 marzo viene annunciato l’arrivo in edicola del primo volume italiano della serie di Paul Kenny, “Agente Coplan, missione spionaggio” («Si alza così il velo sul misterioso e terribile e mondo delle ombre»), il successivo sabato 6 marzo il quotidiano racconta la “riunione segreta” internazionale – a Ginevra, in un grande albergo del Quai Mont Blanc – che ha stabilito i termini della pubblicazione delle avventure scritte da Kenny.

«Poiché nella collana vengono descritti i metodi usati dagli agenti segreti della DECA (e specialmente dal loro “numero uno” Francis Coplan) che risultano di una violenza inaudita, con particolari agghiaccianti sulla soppressione di testimoni a volte inconsapevoli e sui metodi di tortura fra i più efferati, [gli] editori si sono impegnati a limitare nei rispettivi paesi il numero del volumi messi in vendita nelle edicole perché essi non vadano nelle mani di tutti (e quindi anche di persone facilmente impressionabili) ma solo di quei lettori che sono appassionati ed esperti di spionaggio.»

Quale miglior lancio per una spy story?

Arriviamo al 31 marzo e ci sentiamo raccontare che addirittura Francis Coplan in persona è appena atterrato a Linate!

«Coplan ha incontrato a Milano in serata, nella sede di via Morosini 18, il suo editore Ribalta che gli ha consegnato personalmente le prime dieci copie in lingua italiana del volume Coplan gioca la sua carta di Paul Kenny (da questa vicenda è stato tratto il film Uccidete agente segreto 777 – Stop con Ken Clark) e che da oggi stesso è già in vendita in tutte le edicole della penisola. Francia Coplan è ripartito durante la notte con il Simplon-Express diretto a Parigi.»

Che un quotidiano a tiratura nazionale si presti a questi giochi letterari è davvero stupefacente…

Arriva il 2 aprile e bisogna sferrare il colpo finale. «Misteriosa scomparsa di libri compromettenti» è lo strillo de “La Stampa”.

Il giornale racconta che il giorno precedente, il fatidico 1° aprile, alcuni non meglio identificati “individui” «hanno fatto incetta, presso le edicole, di tutte le copie dei volumi “Coplan gioca la sua carta” di Paul Kenny della Serie Verde Spionaggio (Edizioni Ripalta), acquistandole in blocco». Lanciandosi in mille supposizioni di complotti provenienti dal “mondo delle ombre” dello spionaggio, il quotidiano conclude che il gesto è stato eseguito perché il romanzo in questione rivela troppi particolari compromettenti.

Ancora il 30 maggio il gioco continua, con l’editore Ripalta che approfitta dello spazio sul giornale per sconsigliare l’acquisto del romanzo Coplan gioca la sua carta ai lettori impressionabili, ma ormai la mascherata è troppo palese perché possa continuare: la burla Coplan si conclude, ma l’effetto desiderato è raggiunto.

Negli anni Sessanta Colpan sarà un grande eroe della letteratura da edicola, e dal 1971 con il romanzo La lunga notte dell’agente Coplan inizia il suo viaggio nella collana Segretissimo Mondadori, prima della scomparsa con gli anni Ottanta.

Chi lo sa che un altro pesce d’aprile non lo riporti in vita…

L.

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Pubblicato da su aprile 26, 2017 in Archeo Edicola

 

 Spunti per una storia della narrativa spy in Italia

Tempo fa mi ha scritto una studentessa e mi ha chiesto aiuto riguardo all’intrigante tema scelto per la tesi di laurea: la narrativa di spionaggio in Italia. Di chiacchiere sull’argomento se ne possono trovare, in giro, ma dati precisi scarseggiano: visto che negli Archivi di Uruk presento valanghe di questi dati, mi chiese se potessi darle una mano ad avere un quadro più preciso della situazione.
La cosa ovviamente mi ha lusingato, mi ha intrigato e mi ha infiammato. Sono partito in quarta a dare fondo a tutto l’arsenale di informazioni che ho raccolto in anni di appunti; ho scansionato articoli e appendici per mandarle PDF pieni di informazioni; ho pescato chicche da paura che probabilmente ho solo io in Italia e alla fine ho stilato un abbozzo su cui poter iniziare a lavorare.

Il lavoro mi è piaciuto di per sé, quindi poco importa se poi la studentessa è sparita e non ho più avuto sue notizie – com’era facilmente immaginabile.
Siccome sono un “condivisore”, nel discorso sulla Archeologia da Edicola mi piace riutilizzare quell’abbozzo per eventuali futuri studenti o curiosi dell’argomento.

Spunti per una storia
della narrativa spy in Italia

Lo spionaggio esiste da quando esiste l’umanità, ma per un qualche curioso motivo da personaggi melliflui e sgradevoli che sono stati per millenni, d’un tratto nel Novecento nasce un morboso interesse per le spie: che c’entri qualcosa il fascino perverso per i “cattivi” che gli europei hanno sviluppato da Rocambole in poi?

La terribile grandiosità delle guerre mondiali ha amplificato un processo già iniziato a fine ’800, quando l’anglo-francese William Le Queux – considerato di solito il padre della spy story – scrive romanzi di ogni genere, dal giallo al mystery, dalla fantascienza all’horror (tutto materiale raramente giunto in Italia). Tra questi romanzi uscirono fuori trame con agenti al servizio di Sua Maestà contro perfide spie. Non sono storie esotiche di cattivi cinesi e ghirigori vari, ma storie molto concrete e in tutto e per tutto simili a ciò che oggi chiamiamo spy story.

L’Europa a cavallo tra Otto e Novecento ha il terrore profondo dei russi: cosa stanno facendo laggiù? Sono vere le voci che stanno organizzando una rivoluzione di lavoratori? Non importa cosa realmente avvenga in terra russa: le capitali europee sono piene di spie bolsceviche che rubano informazioni e raccolgono fondi per una rivoluzione che farà tremare l’Europa, o almeno questo è il sentire comune.
Bisognerebbe approfondire la reale entità del lavoro di queste spie, ma è facile che ci fosse del vero in questo sentire comune.

Lo spionaggio non è ancora narrativa popolare, è semplicemente un ingrediente che arricchisce le trame di scrittori prolifici come Le Queux ed Edgar Wallace. Ma cosa arriva in Italia?

*

Alberto Tedeschi nel 1929 ha rivoluzionato l’editoria del nostro Paese inventando il Giallo Mondadori (collana che all’epoca si chiama “I Libri Gialli”), libretti con la copertina gialla – il cui colore divenne in seguito identificativo del genere – con romanzi americani a tinte forti (per l’epoca).
Non so se sia mai stata approfondita l’editoria di genere durante il fascismo, ma durante le mie cacce al libro ho scovato sorprendenti romanzi italiani di questo periodo che parlano di spie, anche donne, ma certo con stile retorico. (Argomento che si potrebbe approfondire in seguito.)

Locandina da ReBaldoria

Negli anni ’30 è plausibile che case editrici storiche cerchino di contrastare il grande successo del Giallo Mondadori, così la Nerbini – una delle colonne dell’editoria italiana prima dell’epoca Mondadori – presenta nel 1930 un sorprendente romanzo di William Le Queux: “Rasputin: il favorito della Czarina: documenti segreti raccolti dal servizio di controspionaggio inglese“, prima traduzione italiana di Enrico Gianneri.
Rasputin è stato (ed è ancora) un potente personaggio dell’immaginario collettivo europeo, prima che figura storica, e la parola “controspionaggio” fa capire l’importanza agli occhi dei lettori di chi combatteva le perfide spie.

Non esiste ancora la “spy story” eppure in quello stesso 1930 – quasi a fare a gara con la Nerbini – il Giallo Mondadori (n. 6) presenta “Il castigo della spia” di Edgar Wallace, traduzione autorizzata di Carolina Agnetti.
Questi romanzi sono spacciati come romanzi di criminalità, il 5 febbraio 1929 il quotidiano “La Stampa” dedica a Wallace – che ha totalizzato cifre da record in Italia – un lungo servizio in cui lo ritrae con la casa piena di delinquenti che gli raccontano le nefandezze commesse perché diventino trame per romanzi.

Già almeno dagli anni ’10 è arrivato in Italia il “nero” francese, da Lupin a Fantomas – come sto raccontando nella rubrica “Pulp” – e sono questi i temi di cui l’editoria si nutre: storie di criminali che scandalizzano i benpensanti ma piacciono ai lettori medi. Sarebbe da approfondire, ma la narrativa spionistica ancora non è nata: è semplicemente un elemento che appare nei romanzi “gialli”.
Finita la Seconda guerra mondiale, inizia la Guerra Fredda e il mondo dell’editoria cambia profondamente. L’Europa già agli inizi del secolo era uno spynest, un “nido di spie”, ma in quel caso il sentire era comune: siamo noi europei contro i cattivi che ci circondano e ci spiano.

Nel 1945 tutto è crollato e i nemici sono dentro casa, la Germania è spaccata in due, ex nazisti sono nascosti ovunque (i fascisti non hanno mai contato nulla), gli americani sono ospiti invadenti che vogliono mettere bocca ovunque e sapere tutto, i Russi sono nel giardino di casa e via dicendo.
Serve qualcuno che metta a posto le decine di spie di nazionalità diverse che invadono gli Stati “buoni”, e ci pensa la narrativa popolare.

Il francese Jean Bruce nel 1949 crea per la neonata collana popolare “Fleuve Noir” un personaggio che cambierà per sempre la narrativa: l’agente segreto Hubert Bonisseur de La Bath, meglio noto con il nome in codice OSS 117. Il successo è esplosivo e le vendite vertiginose, tanto che alla morte di Bruce a continuare la saga ci penseranno i suoi familiari.
Nel 1950 la “Fleuve Noir” adotta l’etichetta “Espionnage” per le storie più legate al genere, e nel 1953 due autori del Belgio si nascondono dietro lo pseudonimo collettivo Paul Kenny e creano l’agente del controspionaggio Francis Coplan, protagonista di più di duecento romanzi e vari film.

Lo stesso 1953, nella sua villa giamaicana, il londinese Ian Fleming – forse informato del successo di questi agenti segreti europei – usa le proprie conoscenze al servizio di Sua Maestà per creare l’agente segreto James Bond, il celebre 007. Tra gli amici di Fleming c’era Robert Bruce Lockhart che aveva conosciuto Sidney Reilly, vera super spia che solo decenni dopo sarebbe stata conosciuta meglio: una serie TV negli anni ’80 ha reso celebre il suo nome e da poco è arrivata anche in italiano la sua autobiografia, in cui racconta lo spionaggio europeo di inizi Novecento.

Ma di tutto questo… cosa arriva in Italia?

Negli anni Cinquanta la Mondadori si allarga a dismisura su tutti i campi, e la concorrenza si fa feroce. La Garzanti cerca di accaparrarsi gli autori non ancora opzionati dalla Mondadori e nel 1955 presenta un romanzo appena uscito i patria: “Il grande Slam della morte” di Ian Fleming. La spy story è appena sbarcata in Italia.
Non esiste ancora il genere, è chiamato tutto genericamente “giallo”, e probabilmente nessuno nota 007. Però alla Mondadori non deve essere andata giù questa mossa, così nel 1958 la casa porta in Italia l’agente belga Francis Coplan con il romanzo “Azione immediata” di Paul Kenny.
Inutile nasconderselo, la vera esplosione del genere in Italia arriva solamente nel 1963 con la comparsa nei cinema (dal 17 gennaio) del primo film del Bond di Sean Connery, che dà il via ad un fiume di cloni, però qualcosa negli ultimi anni ’50 deve essere successo.

Nel 1958 arriva nei cinema italiani uno dei film con l’agente belga Francis Coplan e mentre le case milanesi litigano, il 15 dicembre 1959 la romana ERP-FBI di Aldo Crudo – una delle infinite case della Capitale che invadono le edicole con romanzetti gialli e horror scritti da italiani sotto copertura – crea alcune testate tra cui “Dossier segreti controspionaggio”, quindi qualcosa si sta muovendo nel campo della spy story.
Nel gennaio del 1960 la 32enne Laura Grimaldi – che da alcuni anni traduceva romanzi per Mondadori e Garzanti – inizia la sua avventura di curatrice con ben due testate dichiaratamente di genere, entrambe targate Ponzoni Editore ed entrambe con copertine di Carlo Jacono: “I Gialli del Canarino” e “Spionaggio”.
Quest’ultima è una collana talmente rara che è difficile studiarne l’esito: di sicuro ne sono usciti almeno quattro numeri (cioè quelli che ho io) ma ad ottobre nasce “Segretissimo” curata da Alberto Tedeschi.

La mia ipotesi è che Mondadori abbia intuito il grande potenziale di questo genere nascente ed abbia preso la testata “Spionaggio” della Grimaldi trasformandola in “Segretissimo”: dal 1965 la Grimaldi stessa appare come “condirettore responsabile” della collana. Nell’estate del ’66 Laura Grimaldi rimane da sola come “direttore responsabile” della collana fino al 1989, quando le subentra Gian Franco Orsi.

Dal 1970 la Grimaldi è affiancata da Marco Tropea in redazione, e i due porteranno in Italia il meglio di quella narrativa che in realtà gli italiani non sembrano voler leggere. “Segretissimo” presenta tesori inestimabili tutti completamente dimenticati, eroi d’azione che non hanno alcun seguito e personaggi intriganti che non interessano a nessuno.
Nel 1982 Tropea crea la collana “Flash”, il cui direttore è sempre la Grimaldi, per proporre gli action heroes che stanno spopolando in America: romanzi unici che falliscono l’obiettivo e lo stesso anno, dopo 20 numeri, la collana chiude. Tra quei personaggi che hanno fallito in edicola, c’è l’ispettore Callaghan, Remo Williams e Mack Bolan: tre eroi letterari che in patria conoscono uno successo senza precedenti (gli ultimi due con romanzi che hanno abbondantemente superato le trecento unità), con film e quant’altro: l’Italia li ignora completamente, decretandone la prematura scomparsa nella nostra lingua.
Laura Grimaldi e Marco Tropea portano il vero pulp in Italia… ma l’Italia non vuole il pulp, a meno che non sia quello posticcio di Tarantino.

*

Sarebbe da studiare che tipo di contratti aveva la Mondadori con la Francia all’epoca della nascita di “Segretissimo”: moltissimi romanzi di “Urania” all’epoca venivano da oltralpe, con addirittura casi di romanzi americani comprati nella loro edizione francese. Ancora oggi vecchi romanzi di John Russell Fearn vengono citati in Italia con un titolo originale francese – quello riportato da “Urania” – malgrado l’autore fosse britannico e scrivesse in inglese: semplicemente in Italia è arrivato tramite la Francia.
Il risultato della collaborazione-contaminazione italo-francese è che tutta la prima serie di 12 numeri di “Segretissimo” è dedicata all’opera di Jean Bruce e il suo agente OSS 117. Quando arriverà nei cinema italiani James Bond, nel 1963, ormai i romanzi di Fleming sono opzionati dalla Garzanti e “Segretissimo” dovrà aspettare gli anni Novanta per proporre storie di Bond, con gli apocrifi di John Gardner.

Intanto nel 1965 l’agente Francis Coplan passa alla milanese Ripalta che adotta una campagna pubblicitaria incredibile: dice che Paul Kenny è un vero agente segreto che svela i segreti delle sue missioni nei romanzi, e manda i giro notizie di libri ritirati per mano dei servizi segreti. Il marketing spregiudicato funziona sempre, e i libretti della testata “Serie Verde Spionaggio” vanno alla grande.
La Ripalta con questa collana presenta in Italia i romanzi francesi della “Fleuve Noir” mentre la concorrente mondadoriana attinge alla “Série Noire” (Gallimard), “Espionnage” (Presses de la Cité), “Crime Club”, “Flash Espionnage” e varie altre testate francesi dichiaratamente dedicate alla spy story.

Dal 1965 “Segretissimo” porta in Italia dall’America il nuovo Nick Carter: non più il poliziotto di inizio Novecento ma l’eroe d’azione fortemente contaminato con elementi bondiani. La saga Killmaster durerà fino al 1987, ma intanto nel 1972 la romana IPC trova un modo incredibile di fare concorrenza alla Mondadori: va a ripescare negli archivi della Nerbini le vecchie storie del vero Nick Carter e le ripresenta nella collana “Il Libro Nero”… con copertine nere dal cerchio rosso centrale, esattamente come “Segretissimo”. Bisogna leggere l’interno del libro per capire che non è quel Nick Carter che va di moda all’epoca bensì il poliziotto di inizio secolo, ma ormai è troppo tardi…

*

Ancora nel 1964 altre case provano a cercare un proprio spazio, come la romana Edizioni Europer di Yvonne Cocco che lancia la collana “Archivio Segreto” con l’Agente Speciale 327 di G. Benson (probabile italiano sotto copertura): si ignora se sia andata oltre il numero 1, che posseggo.

Nel 1967 la Longanesi cerca di partecipare anche lei ma rimane ben poco che non si siano già spartite le concorrenti. Lo stesso riesce a portare in libreria “Arrivano le spie“, antologia americana che si prefigge di presentare veri resoconti di vere spie: molto più probabile si tratti di semplici racconti.

Nel 1968 “Segretissimo” presenta un personaggio nato in Francia qualche anno prima: Malko Linge, Sua Altezza Serenissima. Per gli amici, SAS. Inizia un successo travolgente che dura ancora oggi: i romanzi di Gérard de Villiers sono i più venduti del genere, in assoluto. L’Italia ama violentemente SAS e le infinite ristampe sono ancora oggi lì a testimoniarlo.
SAS aggiunge un pizzico di erotismo alle trame di spionaggio, ma non è l’unico a farlo.

Nel 1970 la milanese Edizioni Inteuropa lancia la collana “Erosette” per presentare in italiano le avventure erotico-spionistiche che negli USA Michael Avallone – tra le firme eccellenti del pulp – si diverte a raccontare con lo pseudonimo Troy Conway.
Il protagonista, l’agente Rod Damon detto Coxeman – ribattezzato in Italia Slim Fack – verrà poi ripreso dalla milanese Il Momento, casa editrice che dal 1969 ha lanciato collane “colorate” per identificare i vari generi: “I Neri del Momento” è ovviamente quella dedicata allo spionaggio. Con personaggi come Lady Lust, Samantha e il citato Coxeman, la collana alterna italiani sotto copertura a veri americani per il suo curioso mix di spionaggio ed erotismo, ristampati in volumi antologici dal titolo “Supernero” con donnine svestiste in copertina. L’iniziativa attira l’attenzione, tempo dopo, di una casa specializzata in erotismo.

Nel 1981 infatti la Edifumetto di Renato Barbieri – celebre casa che dagli anni Sessanta è specializzata in fumetti erotici – si lancia anche nella narrativa: inaugura le collane “I Libri della Luce Rossa”, “I Film della Luce Rossa”, “I Gialli della Luce Rossa” e “I Neri della Luce Rossa”, le ultime tre con splendide copertine di Carlo Jacono, che continuava ancora a lavorare per Mondadori.
Malgrado la veste grafica palesemente ispirata a “Segretissimo”, la collana nera è un mix di spy story ed erotismo ed è a questo genere di contaminazioni che negli ultimi anni si è rifatto Stefano Di Marino (autore Segretissimo DOC) per la sua collana digitale “Sex Force” (ribattezzata recentemente “Dream Force”).

In contemporanea con la Edifumetto, un’altra storica casa di fumetti si lancia nel mondo della narrativa: l’Editoriale Corno. L’obiettivo è fare concorrenza al Giallo Mondadori con grafiche e contenuti simili: il 1987, quando ormai la casa si è rinnovata e si chiama Garden Editoriale, l’obiettivo è “Segretissimo”.
Diretta da Antonio Bellomi (all’epoca curatore di tutte le collane Corno) nasce “Top Secret Spionaggio”, breve collana che presenta quasi esclusivamente i romanzi tedeschi di C.H. Guenter con protagonista l’eroe spy action Mister Dynamit. Non mancano puntate nella spy story e giovani autori italiani sotto copertura.

*

Dopo il guizzo degli anni Ottanta, la spy story scompare e nessuno prova più a fare concorrenza a “Segretissimo”, che rimane da sola a tentare di proporre allo schifiltoso lettore italiano le varie novità del campo spy action.
La conduzione Sergio Altieri prova a riportare in Italia eroi come Mack Bolan, l’Esecutore – più action, meno spy – ma ormai l’unico autore straniero di successo è Gérard de Villiers. Invece nel 1995 inizia la fortunata carriera di Stephen Gunn, pseudonimo del milanese Stefano Di Marino che sdogana l’Italian Legion: i romanzi firmati da italiani sotto copertura a sorpresa diventano i numeri più apprezzati della collana. Dal 2015 sono quasi gli unici autori ancora pubblicati dalla collana.

In anni recenti si è tentata anche la strada del dark thriller, romanzi d’azione e spionaggio con però forti componenti fantastiche, con risultati fallimentari oltre ogni immaginazione. Il lettore italiano vuole solo SAS e tutto ciò che sia diverso anche solo di una virgola è vittima di insulti e critiche aspre nei vari social forum.

*

Dal luglio 2015 la collana “Segretissimo” vede ridursi la sua uscita ad un numero ogni due mesi: un’umiliazione mai subita nei 55 anni di onorata carriera. Chissà cosa penserebbe Laura Grimaldi, che per anni ha gestito la posta della collana firmandosi Lady Spia…

L.

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Pubblicato da su aprile 12, 2017 in Archeo Edicola

 

Harbottle Files 6. Ancora Fearn

FearnContinua la mia intervista con l’agente letterario Philip Harbottle.

Antonio Bellomi ha pubblicato in esclusiva, nella Garden Editoriale, alcuni romanzi inediti di Fearn, sia gialli che western. Quando e dove li hai trovati questi titoli?

Nel gennaio 1982 ricevetti una triste lettera dal mio amico romanziere Norman Lazenby, che viveva a St. Annes, vicino a Blackpool dove invece viveva la vedova di Fearn. Egli mi informava della recente morte della signora Carrie Fearn avvenuta in ospedale, in seguito ad una lunga malattia. Lazenby chiudeva la sua lettera inserendo un estratto dal necrologio apparso in un quotidiano locale: «Immagino debbano esserci molte tracce della vita letteraria di Fearn, sparse e dimenticate a Princeway».
«È un peccato», scriveva Norman, «forse qualcuno ti ha già scritto?»
In realtà no, nessuno l’aveva fatto, e nel tempo utilizzato a leggere la lettera mi resi conto che era urgente un’iniziativa che impedisse ai dubbi di Norman di diventare realtà. Il quotidiano forniva il numero di telefono del responsabile dell’agenzia funebre; lo chiamai e così ottenni il numero dell’esecutore testamentale, Harry Masterman. Questi mi disse che stava proprio per uscire quando aveva risposto al telefono: un altro secondo e l’avrei perso del tutto… con conseguenze disastrose!
Mi disse che stava per presiedere alla riunione di condominio dove si sarebbe presa la decisione di rimuovere gli effetti personali della signora Fearn dalla casa, in quanto durante la di lei permanenza in ospedale era esploso lo scaldabagno provocando danni che andavano riparati immediatamente: le parole “riunione di condominio” e “rimuovere” mi provocarono un brivido lungo la schiena. Lo implorai disperato di rimandare questa decisione al pomeriggio seguente, per darmi tempo di arrivare a Blackpool «per salvare i libri di Fearn e qualsiasi altra carta e manoscritto possa esserci». Per fortuna l’esecutore conosceva il mio nome e sapeva che ero il beneficiario del testamento di Carrie, visto che la signora mi aveva rigirato i copyright di Fearn. Su mia forte insistenza egli accettò di posporre la decisione del consiglio fino al mio arrivo, comunque non oltre le undici di mattina del giorno dopo. Promisi che ci sarei stato e partii in volata.

Facile a dirsi, ma non avendo io la patente ho dovuto chiedere aiuto al mio amico Kevin Lee: affittammo un’auto e mi portò a Blackpool, prendendo entrambi un giorno di ferie dal lavoro. Essere là per le 11 significava partire almeno alle 7,30 di mattina.
Durante il viaggio pensai che se la moglie di Norman non si fosse accorta di quel ritaglio di giornale, e se suo marito non mi avesse scritto lo stesso giorno, non avrei mai saputo della morte della signora Fearn se non quando fosse stato troppo tardi. E se avessi chiamato l’esecutore testamentario anche solo pochi secondi più tardi, mi avrebbe sbattuto la porta in faccia. Predestinazione? Un aiuto dall’Aldilà? Fearn ci avrebbe potuto scrivere un ottimo romanzo fantasy.
Più tardi quella mattina venni ricevuto in casa Fearn dall’esecutore e sua moglie. Scoprii che la moglie, Ethel, era stata una cara amica della vedova Fearn, addirittura era stata sua inquilina prima di sposarsi. La signora Fearn nel suo testamento le lasciava tutto il contenuto della casa (decisione presa prima di incontrarmi). Naturalmente i Masterman erano ansiosi di dare il via libera agli operai per pulire la casa ed adempiere alle molte riparazioni necessarie: li ringraziai per avermi aspettato.
La biblioteca di Fearn, contenente copie autografate di molti dei suoi libri, era posizionata in una piccola stanza sotto le scale che fu inondata dall’acqua dello scaldabagno: malgrado gli scaffali si fossero rovinati, il loro prezioso contenuto era miracolosamente rimasto intatto.
Fui accompagnato nello studio di Fearn al primo piano, situato allo stesso livello del bagno: anche questa stanza si era salvata dall’incidente. Vi entrai con timore reverenziale… e rimasi folgorato! La stanza era una caverna di Aladino piena di manoscritti, libri, testi e lettere e contenitori pieni dei famosi film autoprodotti di Fearn.

Scoprii molte cose eccitanti, come molti romanzi inediti raccolti in cartelline. Sul pavimento c’erano molte buste di plastica nera, feci per aprirle ma fui fermato: «Le abbiamo preparate per buttarle via», mi venne detto. «Sono solo vecchie fatture e bollette del primo marito della vedova, Billy Worth»: così non le aprii e le buste vennero in seguito distrutte.
Quello che né io né l’esecutore pensammo fu che esse contenevano moltissime copie carbone dei manoscritti di Fearn: per risparmiare sulla carta, lui usava il retro di bollette e fatture. Solo il Cielo sa cosa possiamo aver perso: comunque all’epoca non ci pensai, ero troppo distratto dalla grande quantità di manoscritti che avevo salvato.

La gioia della scoperta fu mitigata dalla tristezza: la devozione al lavoro e alla memoria del marito aveva privato la signora Fearn di grandi somme di denaro, che io avrei potuto pagarle già nel 1970 per tutti quei manoscritti di fantascienza, se a quell’epoca avessi compiuto una ricerca più diligente. E molti altri manoscritti avrei potuto vendere in qualità di agente letterario nei dodici anni che l’ho rappresentata, ma i soldi non erano importanti per lei, contava solo il ricordo di un marito crudelmente strappatole via dopo solo quattro anni di matrimonio.
C’era così tanta roba che fui in grado di prenderne solo una piccola quantità da portar via con me, anche dopo aver riempito il bagagliaio e i sedili posteriori dell’auto (dove Kevin aspettava pazientemente). Una chiamata a Norman Lazenby nella vicina St. Annes salvò la situazione: accettò gentilmente di arrivare in auto per raccogliere il resto del materiale e tenerselo in casa, in attesa del mio ritorno.
Vorrei qui esprimere il mio sincero ringraziamento a Norman Lazenby e a sua moglie Kathy, così come ai comprensivi Masterman, che in seguito scoprirono altri manoscritti in camera da letto e me li fecero recapitare. Senza dimenticare il mio vecchio amico Kevin Lee, senza la cui guida non sarei mai potuto arrivare in tempo a prevenire la distruzione delle carte di Fearn: abbiamo salvato una grande eredità letteraria. Quanto è successo può essere meglio descritto dal titolo di un racconto di Fearn apparso su “Wonder Stories”: The Multillionth Chance!

Ho pubblicato tutti e otto i romanzi completi e inediti che ho trovato quel giorno, sia di fantascienza che gialli che western, così come i diversi racconti.
L’unica produzione che rimane ancora inedita è quella costituita da molte commedie in tre atti per la piccola compagnia teatrale (i Good Companions) che Fearn e sua moglie dirigevano e che lavorava in chiese locali ed organizzazioni di beneficenza. C’erano anche sceneggiature televisive tratte da un paio di romanzi di Fearn ed una originale, Bury the Hatchet, un thriller comico.
Un paio di anni fa, dopo che ho completato il romanzo di Fearn One Way Out, ho deciso di provare a creare una novelization da Bury the Hatchet e la storia è apparsa negli USA e in Gran Bretagna.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 30, 2016 in Archeo Edicola, Interviste

 

Harbottle Files 5. John Russell Fearn

John Russell Fearn

John Russell Fearn

Continua la mia intervista con l’agente letterario Philip Harbottle.

Uno dei tuoi autori più conosciuti in Italia è John Russell Fearn, anche con lo pseudonimo Vargo Statten. Cosa puoi dirci di lui come persona e come autore?

John (Francis) Russell Fearn è nato a Worsley (vicino Manchester) il 5 giugno 1908. Da bambino divorò narrativa fantastica e, ricevuta una macchina da scrivere per il compleanno, iniziò a scrivere già a dieci anni, imitanto H.G. Wells e Jules Verne.
Dopo la scuola tentò comunque di seguire le orme del padre come venditore di cotone, ma quando la famiglia si trasferì a Blackpool dovette cercarsi un altro mestiere. Fu assistente di un avvocato, pasticcere e assistente di fiera, ma non riusciva a trovare un lavoro che gli piacesse.
Nel frattempo continuava a scrivere, diventando sempre più prolifico e sottoponendo il suo lavoro agli editori, mentre nasceva in lui un cocente amore per il cinema: il suo primo lavoro pubblicato fu una serie di articoli sul “Film Weekly” del 1931 riguardanti dei popolari attori cinematografici.
Scoprì nel 1931 la rivista americana “Amazing Stories”, in un negozio di Woolworth, e d’improvviso scoprì un modo per dare sfogo alla propria fantasia.
Scrisse il romanzo The Intelligence Gigantic, che introdusse nella fantascienza il concetto di poteri latenti del cervello umano. Fu accettato da “Amazing Stories” ma non fu stampato prima del giugno 1933, e in quell’intervallo Fearn scrisse due altri romanzi che vennero comprati dalla rivista. Di nuovo, la pubblicazione di Liners of Time e il suo sequel, Zagribud, fu posticipata di alcuni anni, per motivi editoriali.

Nel 1933 tornò in vita “Astounding Stories” e il nuovo curatore Orlin Tremaine volle introdurre idee audaci nel genere. Passando a questa rivista rivale, Fearn debuttò con The Man Who Stopped the Dust nel marzo 1934. Lo storico della fantascienza Sam Moskowitz ha confermato che questo racconto, descrivendo le strane conseguenze della distruzione della polvere planetaria, era unico.
Fearn pubblicò inoltre The Blue Infinity (1935), Mathematica e Mathematica Plus (1936), Worlds Within e Metamorphosis (1937).
Nel complesso Fearn ha pubblicato 18 racconti su “Astounding” nel periodo ante-guerra, e in seguito ha scritto più di cento racconti apparsi nelle principali riviste fino al 1948.

Questi racconti hanno continuato a piacere anche molto tempo dopo il periodo della loro pubblicazione. Per questa sua grande creatività Fearn fu in grado di tornare a scrivere fantascienza quando questa tornò di moda in Inghilterra: firmò un contratto di cinque anni per scrivere fantascienza esclusivamente per la Scion Ltd sotto il nome di Vargo Statten.
Riprese in mano molti racconti scritti per le riviste, ed “Astounding Stories” è stata l’ispirazione per molti romanzi firmati Vargo Statten, come per esempio I creatori del sole (The Sun Makers, 1950, da “Metamorphosis”) [“Gemini” Solaris n. 8, maggio 1978], The Avenging Martian, 1951 (da “Red Heritage”), La stella fuggiasca (The Renegade Star, 1951, da “The Blue Infinity”) [“Saturno” Libra n. 33, maggio 1981, traduzione di Luigi Cozzi e Alfredo Pollini], Inner Cosmos, 1952 (da “Worlds Within”) e Il numero dell’infinito (To the Ultimate, 1952, da “Mathematica” e “Mathematica Plus”) [“La Contrada delle Stelle” Perseo Libri n. 1, luglio 2006, traduzione e cura di Ugo Malaguti].

Nel 1943, a causa di problemi nel farsi pagare dal proprio agente americano (che gli doveva 300 dollari, una somma considerevole all’epoca), Fearn fu costretto a concentrarsi solo sui romanzi per il mercato britannico. Scrisse thriller a partire da Black Maria, M.A. (1944). [Black Maria, “Giallissimo” Garden n. 4, 1987.] Il romanzo conobbe diversi seguiti di successo e fu tradotto in francese, apparendo con lo pseudonimo di John Slate, che i critici salutarono come «una seconda Agatha Christie».
Scrivendo con il nome di Hugo Blayn Fearn creò anche lo scienziato detective Dottor Carruthers, protagonista di molti libri a partire da Flashpoint (1950). Scrisse anche molti western di successo così come molti suoi romanzi di fantascienza uscirono in edizione cartonata, tipo The Golden Amazon (1944).

Tornato in carreggiata dal punto di vista finanziario, Fearn iniziò di nuovo a scrivere racconti per le riviste americane, per il puro piacere di farlo: verso la fine degli anni Quaranta apparve esclusivamente in “Startling” e “Thrilling Wonder Stories”.
Una volta chiuso con queste riviste, Fearn ha preso il meglio di quella produzione e l’ha utilizzato come ispirazione per una serie di romanzi sotto il nome di Vargo Statten, e dopo il 1953 anche sotto il nome di Vosted Gridban (pseudonimo opzionato dalla Scion).
Romanzi come Cataclysm, 1951 (dal racconto “The Devouring Tide”, su “Thrilling Wonder”, 1944), Scourge of the Atom, 1953 (da After the Atom, “Startling”, 1948 [racconto edito in Italia come Dopo l’atomo, raccolto nell’antologia “I mutanti” a cura di Sandro Pergameno, “Grandi Opere Nord” n. 9, novembre 1983, traduzione di Roberta Rambelli]).
Solo in alcuni casi il soggetto originale è rimasto intatto, nella maggior parte lo spunto iniziale era cambiato completamente tanto che solamente la parte centrale rimaneva simile.
Ci fu anche l’occasione di utilizzare materiale inedito, così apparvero The Micro Men (1950), e The Last Martian (1952), scritti originariamente per “Startling”.

Nel 1945 Fearn ha venduto i diritti di ristampa del suo romanzo The Golden Amazon ad una prestigiosa rivista canadese, il “Toronto Star Weekly”, e la storia ebbe un grande impatto sui 900 mila lettori della rivista, molti dei quali già amanti della fantascienza. L’editore Gwen Cowley commissionò a Fearn un’intera serie di romanzi sullo stesso tema, partendo con The Golden Amazon Returns nel numero del 3 novembre 1945: la saga andò avanti per sedici anni, finendo solamente con la morte di Fearn. I romanzi furono ristampati su molti giornali americani dando ad ogni titolo una media di mezzo milione di copie di tiratura.
Fu così tanta la fama che Fearn acquisì sullo “Star” che vi pubblicò anche un certo numero di racconti polizieschi e di fantascienza al di là del ciclo Amazon, che in seguito fu ristampata con la firma Vargo Statten, come Black Wings of Mars, 1953 (Winged Pestilence) [Le ali nere di Marte, “Saturno” Libra 11, settembre 1978, traduzione di Luigi Dancelli].

I romanzi di Statten furono fenomenali: 52 libri apparsi in un periodo di cinque anni con un totale di cinque milioni di copie vendute nella sola Inghilterra. Il successo dell’operazione portò alla nascita della “Vargo Statten SF Magazine” nel 1954, che al sesto numero però cambiò titolo in “British SF Magazine”, con Fearn al comando.
Scrisse anche dodici romanzi come Volsted Gridban: stando ad uno studio recente del libraio Derek Pickels, «i titoli di Statten e Gridban hanno stracciato qualsiasi concorrenza», e si interruppero solo per il generale collasso della piccola editoria in Inghilterra (gli “editori funghi”) nel 1956, a causa di complessi fattori economici.

Un nuovo flusso di creatività seguì alle nozze di Fearn con la vedova di Blackpool Carrie Worth, nel 1956: al normale lavoro per “Star Weekly” si unirono cinema (come scrittore/attore/produttore), televisione, radio e teatro. Con la moglie ed alcuni giovani attori di Blackpool fondò la compagnia teatrale I Buoni Compagni e organizzò molti spettacoli di beneficienza. Ma questa attività intensa stroncò Fearn: subì un attacco di cuore mentre era in chiesa con la moglie, che lo portò via a soli 52 anni di età e all’apice della creatività.
La salute della moglie non le consentì di continuare a promuovere il lavoro del marito o anche solo rispondere alle lettere degli editori, così i romanzi di Fearn finirono ben presto fuori catalogo: visto che molti di essi erano scritti sotto pseudonimo, c’era il pericolo finissero dimenticati del tutto.
La pubblicazione nel 1968 della biografia scritta da me, The Multi-Man, che rivelò dozzine di pseudonimi in una bibliografia dettagliatissima, aiutò a riabilitare la sua reputazione. Nell’introduzione, il noto agente letterario ed editore John Carnell paga il suo tributo all’autore: «Fearn fu uno dei primi grandi, e il suo nome dovrebbe essere scritto insieme a quello di Hugo Gernsback, John W. Campbell, Stanley G. Weinbaum, Murray Leinster e tutti quelli i cui pensieri ed opere hanno creato la moderna fantascienza.»

Qualche suo lavoro postumo è apparso nella mia rivista “Vision of Tomorrow”, e da quando sono diventato agente della vedova Fearn, nel 1969, il lavoro del marito è tornato ad essere preso in considerazione dalle antologie, come la celebre serie “History of the Science Fiction Magazine” di Mike Ashley.
In America, il lavoro di Fearn è tornato ad essere ristampato in riviste come “Science Fiction Yearbook” e “Science Fiction Adventure Classics”. Nel 1975 Forrest J. Ackerman inserì due volte Fearn nel suo ciclo di ristampe di Perry Rhodan, e uno dei romanzi di “Golden Amazon” (Conquest of the Amazon) apparve per la prima volta in volume l’anno successivo.
Intanto, in Francia un po’ di romanzi firmati Statten tradotti negli anni Cinquanta tornarono in vita con successo negli anni Settanta sotto forma di fumetti. Queste ristampe francesi fecero ricordare agli editori italiani il successo ottenuto dai suoi romanzi firmati Statten negli anni Cinquanta: con la pubblicazione di Cosmic Exodus nel 1977, “Vargo Statten” tornò dunque in vita anche in Italia. [Esodo cosmico, “Altair” Il Picchio n. 6, marzo 1977, traduzione di Alda Carrer.]
Il romanzo fu pubblicato originariamente con la firma “Conrad G. Holt” per la Tit-Bits (Pearson’s) quando Fearn ruppe i rapporti con la Scion nel 1953.
Seguirono velocemente altri titoli italiani, sia in cartonato che tascabile. Inclusero un certo numero di titoli firmati originariamente “Gridban” ristampati con il nome di “Statten”: questo nome era così ben affermato nell’Italia del 1979 che l’editore Ugo Malaguti presentò un bel volume di 600 pagine in edizione cartonata. [I figli del sole, “I Classici della Fantascienza” Libra n. 41, ottobre 1979, traduzione di Roberta Rambelli. L’antologia recupera quattro romanzi già usciti in “Urania” che, negli anni Cinquanta, lì prese dalla Francia: infatti i titoli originali sono in francese.]
Quest’opera conteneva sia quattro romanzi – Born of Luna, The Catalyst, Decreation e Inferno – che cento pagine di articoli di approfondimento sulla carriera di Fearn. Nell’introduzione Malaguti osserva che «Statten è come un pittore naïf: l’apparente semplicità del suo stile nasconde una tecnica ed un’abilità per nulla naïf.»

La vedova di Fearn morì nel 1982, non prima di aver passato i copyright del marito a me, così come un certo numero di manoscritti inediti. Nei successivi tre decenni sono state ripubblicate dozzine di romanzi di Fearn, sia western che gialli, così come un gran numero di titoli fantascientifici, compreso il ciclo “Golden Amazon”.
Un romanzo targato “Vargo Statten” del 1954, una novelization del film Il mostro della laguna nera, è stato ristampato negli USA nel 2011, sia in cartonato che tascabile, riccamente illustrato con foto del film.
Ed ora, nel 2014, la Orion è interessata a presentare più di cinquanta romanzi di fantascienza di Fearn, molti dei quali fuori catalogo da sessant’anni: da quando ho iniziato ad occuparmi di ristampare i suoi titoli, nel 1997, ci sono in giro 180 libri di Fearn.
Malgrado non abbia mai incontrato Fearn di persona (avevo in programma di farlo quando morì improvvisamente nel 1960) ho in seguito conosciuto molti dei suoi amici, romanzieri e non, così come ho rappresentato la sua vedova per dodici anni, dal 1970 alla di lei morte nel 1982.

Ho avuto accesso a centinaia di sue lettere personali conservate dai suoi editori ed amici dagli anni ’30 fino ai ’50. Tutti parlano bene di lui: non una singola persona, delle dozzine che ho intervistato personalmente o per lettera, ha mai avuto un parola men che buona su di lui. A quanto pare fu un uomo molto amichevole con una personalità solare.
Fu generoso e nel dopoguerra fondò la Fylde Writing and Cine Society, della quale fu presidente. Spese molto tempo nell’aiutare gli scrittori locali a raggiungere la pubblicazione, e a sviluppare le proprie carriere. Fu un professionista consumato della scrittura, con sorprendente disciplina nel passare sei ore al giorno alla macchina da scrivere, sebbene amasse la drammaturgia e la cinematografia. Era una esplosione di creatività ed incredibilmente prolifico.

Come molti dei suoi contemporanei nel periodo prima della guerra, fu obbligato ad abbandonare la scuola all’età di 14 anni per andare a lavorare, e imparò da solo le basi scientifiche sui libri, attraverso ricerche per gli argomenti che trattava – fantascienza, giallo e western.
Suo padre morì di infarto quando Fearn era ancora un ragazzo così lui decise di non sposarsi per poter mantenere la madre. Si fidanzò con un’altra vedova, Carrie Worth, nel 1955, subito dopo che la madre morì: si sposarono nel 1956 ed ebbe giusto alcuni anni di felicità e di produzione artistica prima della sua tragica e prematura morte (di infarto, come il padre) nel 1960. Se avesse vissuto altri 30 anni, credo che avrebbe prodotto un’incredibile mole di scritti.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 28, 2016 in Archeo Edicola, Interviste

 

Harbottle Files 4. Problemi con l’Italia

Romanzo Giallo Classico 12Continua la mia intervista con l’agente letterario Philip Harbottle.
Ricordo che tutte le informazioni sulle edizioni italiane dei romanzi citate sono mie: sono informazioni molto difficili da trovare, perché la Garden Editoriale è una casa dimenticata e mi ci sono voluti anni di ricerche per stilare un database minimamente accettabile, che gradualmente sto pubblicato ne “Gli Archivi di Uruk“.

I lettori non pensano a copyright e royalty, ma queste cose governano il mondo dell’editoria. È un processo automatico oppure un agente letterario deve combattere per far rispettare tutto questo?

Il ruolo dell’agente letterario è molto importante. I grandi editori hanno contratti standard pieni di ogni sorta di clausole, che spesso sono a loro vantaggio e non dell’autore. Per fare un esempio, i contratti offerti inizialmente cercano di garantire l’editore: oltre ai diritti del libro, che è tutto ciò che cercano, ci sono anche quelli cinematografici e i diritti di traduzione per l’estero, il tutto diviso genericamente a metà con l’autore. In molte circostanze l’agente deve spezzare quest’equilibrio, perché il suo lavoro è cercare di ottenere migliori condizioni nei diritti sussidiari: solo un agente pigro li lascia come sono impostati all’inizio. D’altro canto se appare chiaro che l’editore rispetterà i patti e avrà più successo dell’agente nel far fruttare i diritti, allora ci si può stare.
Le royalty possono essere molte. Un piccolo editore può offrire un’alta royalty, per esempio del 10%, ma è sempre preferibile accettare anche una royalty minore, come il 6%, però da un editore affermato: il 6% di tante vendite è più del 10% di vendite scarse.
È importante anche l’esclusiva che l’editore cerca di ottenere. L’agente deve assicurarsi che non sia eccessiva: se l’editore si comporta bene, l’esclusiva sarà automatica, altrimenti l’agente cercherà di staccarsi per trovare un editore migliore.

Con la tua Cosmos Literary Agency hai venduto romanzi e racconti in molti Paesi: in genere è dappertutto uguale o ogni Paese ha problemi differenti?

Ho trovato grandissimi differenze nei vari Paesi. Gli editori britannici ed americani tendono ad onorare i loro contratti, soprattutto per quanto riguarda le royalty, secondo quanto specificato (di solito due volte l’anno). Non tutti gli editori europei fanno lo stesso: loro pagano un acconto iniziale… e poi non li senti più!
Gli editori italiani sono noti per questo, e molti lavorano all’insegna del motto “oggi ci sono, domani non più”. Antonio Bellomi era consapevole di questa nomea e preparò per me un tipo di contratto che accettai con molto piacere: in pratica prevedeva un pagamento unico che copriva, diciamo, due anni di diritti di pubblicazione, senza alcuna royalty, e dopo questo periodo il contratto prevedeva che tutti i diritti tornavano all’autore.
Oggi uso un misto di contratto a breve e lunga scadenza, basato sul giudizio che mi sono fatto sull’affidabilità dell’editore. Quelli con cui tratto, in Gran Bretagna, America, Francia e Germania, sono molto buoni e affidabili, invece non ho rapporti con alcun editore italiano. Elara continua a pubblicare il ciclo Dumarest illegalmente: la lingua straniera e la distanza geografica rendono troppo costoso fare causa. Ma anche se fossero denunciati, andrebbero semplicemente in liquidazione e non ci sarebbero più soldi per nessuno. Tutto ciò che posso fare è smettere di proporre loro qualsiasi tipo di materiale.

Negli anni Settanta la tua Cosmos iniziò a collaborare con editori italiani: come sono stati i tuoi rapporti con loro? Ti chiedevano materiale o lo proponevi tu a loro?

A mia insaputa, al di là della Manica una grande casa francese di fumetti, la Aredit, nel 1973 lanciò una ristampa della serie degli anni Cinquanta targata Fleuve Noir e chiamata “Anticipation”, sotto forma di storie a fumetti per adulti in formato tascabile. Questo fece sì che tornò sulle scene Vargo Statten [celebre pseudonimo di John Russell Fearn].
Le edizioni Aredit erano assolutamente fedeli ai romanzi, in alcuni casi superavano le 200 pagine o addirittura pubblicate in due puntate. Erano veri e propri romanzi illustrati e raggiunsero una nuova generazione di lettori francesi ed europei: la versione anni Settanta dei lettori degli anni Cinquanta.

Gli editori italiani erano informati di quei libri, ma si limitarono ad utilizarne le illustrazioni di copertina per altri romanzi.
Poi nella seconda metà degli anni Settanta ci fu una improvvisa rinascita dell’interesse degli editori italiani nei confronti delle vecchie storie di fantascienza, nato probabilmente sull’onda del successo dei film di Guerre Stellari. Le case editrici iniziarono disperatamente a cercare notizie di chi detenesse i diritti dei romanzi di Vargo Statten, alcuni dei quali erano apparsi in Italia negli anni Cinquanta: questo li portò a contattarmi.

Il primo a contattarmi fu Antonio Bellomi da Milano, un autore di fantascienza che faceva anche l’editore. Durante un suo viaggio in Inghilterra negli anni Sessanta, dopo una visita al White Horse di Londra, aveva stretto amicizia con l’autore Arthur Lay – che scriveva fantascienza con il nome di Arthur Sellings – e sua moglie. Prima di tornare in Italia lo andò a trovare alla sua casa di Worthing, dove gli capitò di leggere un libro di Fearn, The Multi-Man.
Nel 1976 Bellomi si ricordò di tutto questo e iniziò a cercarmi, trovando il mio indirizzo probabilmente in una copia del 1956 di “Authentic Science Fiction”: quel recapito era allora dei miei genitori, che mi recapitarono la lettera a cui risposi entusiasta. Durante il suo successivo viaggio in Inghilterra, Bellomi venne a trovarmi.
Fui più che felice di diventare l’agente letterario di Fearn nel suo Paese, lasciando a lui la scelta di romanzi e racconti. Gli inviai qualche titolo che avevo disponibile, come per esempio Cosmic Exodus (Esodo cosmico, Il Picchio marzo 1977) con la firma Vargo Statten, visto che era conosciuto con quel nome in Italia. Con mia grande gioia il libro ha ottenuto una copertina di Eddie Jones (presa da un’edizione tascabile dalla Germania, Paese dove le illustrazioni di Eddie apparivano regolarmente).

Andavo a trovare regolarmente la signora Fearn, negli anni Settanta, prima con mia moglie Maureen e poi con nostra figlia Claire durante le vacanze estive. Quando Antonio Bellomi divenne consulente editoriale di altri editori italiani fu con gran piacere che potei integrare la magra pensione della signora Fearn, riuscendo a vendere alcuni libri di Vargo Statten anche in Germania.
Nei dieci anni che seguirono Guerre Stellari, apparvero in Italia circa cinquanta fra romanzi e racconti di Fearn, undici dei quali in edizione cartonata. Degno di nota fu un volume antologico di circa mille pagine edito dalla Libra Editrice di Bologna, nella loro serie dedicata ai classici, con una sorprendente analisi bibliografica e critica della carriera di Statten di un centinaio di pagine, curata da tre autori italiani: Antonio Bellomi, Luigi Cozzi e l’editore Ugo Malaguti.
I quattro romanzi ristampati in volume erano stati meticolosamente tradotti da una celebre firma italiana, Roberta Rambelli, ed erano inseriti in una serie di titoli che presentavano il meglio di autori come Van Vogt, Williamson, Simak, Clarke, Sheckley, Asimov e Wyndham.
Intervallati da alcune apparizioni in antologie britanniche ed americane, i pagamenti delle royalty europee per le ristampe di Fearn aiutarono la vedova coi suoi problemi finanziari, sebbene andassero solo ad integrare la sua magra pensione. Ha sempre insistito perché le portassi i soldi personalmente, in contanti, alla sua casa di Princeway, nel distretto Blackpool di South Shore: era un’occasione per andarla a trovare.
Ero felice di adempiere alla sua richiesta, perché le mie frequenti visite a Blackpool mi consentivano di incontrare altri amici personali di Fearn che ancora vivevano in città, o nella vicina Lytham St. Annes. In questo modo seppi molte cose della vita personale e lavorativa di Fearn e scoprii nuovi pseudonimi: tutto materiale ottimo per le mie ricerche e i miei saggi.

In particolare divenni grande amico di Norman Lazenby, nato a Tyneside ma residente a St. Annes, e sua moglie Kathy. Norman e Fearn si scrivevano durante la guerra e roseguirono fino al 1953, periodo durante il quale Lazenby ebbe grande succeso: egli è stato una miniera di informazioni sugli “editori fungo” e le loro dubbie attività.
Furono tempi felici. Antonio Bellomi continuava con successo a ristampare in Italia i romanzi di Vargo Statten e Volsted Gridban (sempre come Statten) e gli mandai molti racconti di fantascienza, che lui inserì come riempitivi nei libri della serie “Perry Rhodan”.

Quando la fantascienza passò di moda in Italia, gli editori più piccoli come Malaguti chiusero i battenti, mentre l’intraprendente Bellomi divenne direttore della Garden Editoriale, una casa editrice specializzata in un genere molto popolare come il giallo.
All’epoca in Italia Edgar Wallace divenne libero da copyright, così Bellomi ne approfittò per pubblicare dozzine di titoli, alcuni dei quali mai apparsi prima nel suo Paese, e mi ingaggiò per trovare i titoli più difficili.
Quelle edizioni ebbero successo e Bellomi ampliò il panorama includendo antologie gialle che contenessero un romanzo principale con in più racconti di diversi autori, compresi alcuni “classici” come Mark Twain e G.K. Chesterton e alcuni “dei vecchi tempi” come Gaston Leroux e William Le Queux.
Presentò anche i gialli di John Russell Fearn, alcuni dei suoi titoli con “Black Maria” e il Dottor Carruthers di Hugo Blayn, più altri racconti apparsi su “Thrilling Mystery” e le riviste di Gerald G. Swan.

Riscossero successo immediato, così colsi l’occasione per pubblicare per la prima volta qualche giallo di Fearn scritto per lo “Star Weekly” di Toronto, come per esempio Within That Room [I delitti della camera chiusa, “I Delitti della Camera Chiusa” n. 1, Garden Editoriale 1992], e magari anche qualche romanzo inedito, come l’ottimo The Man Who Was Not [Assassino invisibile, “I Grandi Detective” n. 2, Garden Editoriale 1992].
Fu tale il successo di Fearn che Bellomi lo presentò anche in una collana western, facendo tradurre il suo romanzo Skeleton Pass [La gola degli scheletri, “Romanzi del West” n. 2, Garden Editoriale 1988] e in più altri due inediti come Dynamite’s Daughter [Resa dei conti a Canyon Town, “Romanzi del West” n. 3, Garden Editoriale 1990] e Massacre Trail [La pista del massacro, “Romanzi del West” n. 5, Garden Editoriale 1992].
In quel periodo prolifico si vendettero bene anche romanzi thriller di Sydney J. Bounds (Two Times Murder) e Norman Lazenby (Yellow Cargo [Traffico illecito, “Giallissimo” n. 3, Garden Editoriale 1987] e Death in the Stars [Oroscopo fatale, “Il Romanzo Giallo Classico” n. 4, Garden Editoriale 1994]).

Fu una bella soddisfazione per me, non solo finanziariamente. Sentivo di star ripagando il debito che avevo nei confronti di Bounds e Lazenby per il loro supporto ed amicizia sin dai tempi di “Vision of Tomorrow”, dimostrando che al di là delle “edizioni fungo” erano autori che si potevano vendere a livello internazionale.
La corsa al romanzo giallo finì nel 1984 quando Bellomi entrò in contrasto con gli editori e la loro politica di ristampare in continuazione romanzi senza pagare gli autori, licenziandosi. [Probabilmente intendeva il 1994]
Da allora non ho più venduto o proposto nulla all’Italia fino al 2006 quando, sebbene non lavorassimo più insieme, Antonio mi mise in contatto con Ugo Malaguti, che stava rilanciando il genere fantascientifico con una serie di ristampe per la Perseo. Dietro sua richiesta gli vendetti un romanzo di Vargo Statten, To the Ultimate (1952) [Il numero dell’infinito, “La Contrada delle Stelle” n. 1, luglio 2006, traduzione e cura di Ugo Malaguti], e uno di Tubb, City of No Return (1954). [La città senza ritorno, “Biblioteca di Nova SF” n. 23, novembre 2006, traduzione di Armando Corridore; già apparso con lo stesso titolo su “Urania” Mondadori n. 165, 21 novembre 1957, traduzione di Andreina Negretti.]
Gli proposi poi due altri romanzi di Tubb, Dead Weight (1957) [Peso morto, “La Contrada delle Stelle” n. 3, dicembre 2007, traduzione di Annarita Guarnieri; già apparso con lo stesso titolo su “Cosmo” Ponzoni n. 14, luglio 1958, traduzione di Stanis Marvel] e De Bracy’s Drug, che vendetti. [Il popolo delle stelle, “Nova SF” n. 77, febbraio 2008, traduzione di Lella Moruzzi.]
Quest’ultimo romanzo apparve nella sua rivista “Nova”, così come un paio di racconti di Fearn e Tubb.

La collana della Perseo non durò molto, ma Malaguti riapparve con un’altra colana: “Elara”. Iniziò a ristampare la serie “Dumarest” di Tubb in volumi antologici cartonati e cercò di comprare i diritti di altri romanzi di Fearn, senza riuscirci. Andarono male anche le trattative per i successivi volumi di “Dumarest”, e visto che smisero di pagare le royalty me ne sono lavato le mani: lo stesso hanno continuato a pubblicare i titoli di “Dumarest” senza averne l’autorità legale, quindi devono alla mia agenzia e agli eredi di Tubb un bel po’ di soldi.
Antonio [condirettore responsabile di “Nova SF” dal 2003] fu molto seccato e imbarazzato dell’accaduto, così per cercare di riparare mi ha messo in contatto con un più affidabile ed affermato editore, la Mondadori, che si è dimostrata interessata ad alcuni romanzi di Tubb (ma non di Fearn): sono riuscito a vendergli due titoli, C.O.D. Mars e Footprints of Angels, e sebbene li abbiano stampati in un unico volume e li abbiano pagati molto bene (probabilmente), ho trovato le comunicazioni con la Mondadori molto difficoltose, se non addirittura impossibili, così non ho proposto altri titoli. [Non esiste traccia in italiano dei romanzi citati: forse sono stati fusi nell’unico volume Mondadori dedicato a Tubb sin dagli anni Ottanta: Paura degli stranieri, “Urania” n. 1572, 2011.]

Molto più congeniale è stato il rapporto con la piccola casa Edizioni Della Vigna, fondata dall’amico di Antonio Luigi Petruzzelli. Luigi è stato completamente onesto, regolare nei pagamenti ed è stato un piacere fare affare con lui.
Nel 2009 ha pubblicato una edizione stupendamente illustrata di un’antogia di Tubb, Posseduti, seguita da un paio di antologie con racconti sia di Tubb che di Fearn.
Luigi ha poi voluto il romanzo di Fearn-Statten Zero Hour ma io ho compiuto il grande errore di darlo ad “Elara”, che offriva di più: non l’hanno mai pubblicato e da allora non ho più avuto notizie di Luigi. Non so se la sua casa ha superato la crisi economica che ha colpito l’Italia e gran parte dell’Europa in questi anni. [La casa editrice è ancora attiva.]

Oggi come oggi non ho contatti italiani, ma mi piacerebbe avere l’opportunità di lavorare con editori italiani interessati al mio ampio spettro di autori, di fantascienza, horror, giallo e western.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 27, 2016 in Archeo Edicola, Interviste

 

Harbottle Files 3. E.C. Tubb e Syd Bounds

lunga morteContinua l’intervista all’agente letterario e romanziere Philip Harbottle.

Hai conosciuto personalmente molti autori pulp: hai degli aneddoti da raccontarci su di loro?

Due miei grandissimi amici (nonché clienti) sono stati E.C. Tubb (Edwin Charles Tubb) e Sydney J. Bounds.
Il titolo del 1954 di Ted Tubb The Resurrected Man [in Italia, La lunga morte, “Urania” n. 160, 12 settembre 1957] è stato il terzo romanzo di fantascienza che abbia mai letto, dopo due titoli di John Russell Fearn sotto pseudonimo: il loro impatto sul quattordicenne che ero è stato elettrificante. Riciclavo giornali in giro per guadagnare qualche spiccio, e spendevo tutto comprando qualsiasi libro riuscissi a trovare di questi autori.

Poi nel marzo del 1964 seppi che Tubb avrebbe partecipato alla convention BSFA Easter, a Birmingham: era l’opportunità di incontrare il mio idolo… Ma cosa poteva dirgli un timido fan neofita? Mi venne all’improvviso un’idea.
Usando i mezzi del mio ufficio dopo le ore di lavoro – col rischio di venir beccato e licenziato – scrissi al volo una tesi illustrata di diecimila parole sui romanzi di Tubb, e la stampai.
All’hotel della convention Tubb era circondato di fan, ma finalmente riuscii a raggiungerlo nella sua stanza e a parlargli. Era in compagnia fra l’altro di un giovane Mike Moorcock, appena nominato direttore di “New Worlds”. Gli passai una busta marrone contenente una copia del mio E.C. Tubb: uno studio, ma non seppi dare altra spiegazione se non un borbottio incomprensibile. Lui prese la busta con un sorriso, la mise da parte e mi invitò a bere qualcosa con il resto della compagnia.
Giorni dopo ricevetti una lettera, firmata «Come sempre, Ted», che mi ringraziava gentilmente per la sorpresa: aveva pensato che la mia busta fosse «ancora un’altra fanzine» e non l’aveva guardata finché non aveva preso il treno per tornare a Londra. Era rimasto sorpreso che fossi riuscito ad identificare tutti i suoi pseudonimi, anche quelli non dichiarati, e mi promise di tenermi regolarmente informato delle sue future uscite.

Quando divenni direttore di “Vision of Tomorrow” nel 1969, Ted stesso prenotò una stanza in hotel per il weekend e scrisse tre meravigliose storie per la mia rivista. Una di queste, Lucifer! [inedito in Italia], divenne un classico riconosciuto e vinse l’Europa Prize dopo essere stata raccolta in antologie in giro per il mondo. Nel giugno 2014 – quattro anni dopo la triste morte di Ted – sono stato in grado di trattare e chiudere un contratto con un produttore rilasciando i diritti cine-televisivi della storia.
Il talento letterario di Ted andava di pari passo con la sua natura generosa. Nel 1970 viaggiammo insieme per andare alla convention di Heidelberg, in Germania, dove lui era l’ospite d’onore. Al nostro arrivo scoprii che la compagnia aerea aveva perso il mio bagaglio e l’editore non si era messo d’accordo per pagare la mia stanza d’albergo: mi ritrovavo così con pochi soldi in tasca, senza effetti privati e con solo i vestiti che avevo indosso. Ted subito mi fece un prestito e mi offrì di dividere la sua stanza: quanti altri eminenti scrittori l’avrebbero fatto?

Ted divenne mio amico e mentore, chiendomi anche di divenire suo agente e riuscendo insieme a ripubblicare i suoi libri. Ero emozionato di lavorare con lui sui suoi nuovi romanzi, compreso il suo splendido Dumarest [edito in Italia nel 2008 da Perseo Libri senza autorizzazione, come vedremo più avanti], che scrisse per me – e per tutti i suoi fan – malgrado i problemi di salute: visse abbastanza per vederlo pubblicato ed acclamato dai suoi fan. Morì invece senza sapere che una grande major britannica, la Orion Books, aveva deciso di dare immortalità digitale alla sua intera bibliografia – più di un centinaio di romanzi – e di pubblicare il suo ultimissimo meraviglioso romanzo, Fires of Satan [inedito in Itaia], completato solo qualche settimana prima di morire.
Avrebbe poi molto apprezzato il tributo postumo della Francia con il volume Dimension E.C. Tubb, publicato dal suo traduttore (ed ammiratore) francese Richard Nolane. È poco noto che la madre di Tubb, Marie Francios, era francese; conobbe e sposò il marito inglese durante la Prima guerra mondiale e si trasferì a Londra. Ted ha sempre avuto un interesse e un orgoglio speciale per le sue molte traduzioni francesi.

Ho amato la persona e la sua opera per oltre cinquanta anni, e mi manca terribilmente. Ma ora ho il piacere di lavorare per sua nipote, Lisa John (erede dei suoi diritti letterari), per assicurarmi che la sua opera continui ad essere tradotta in giro per l’Europa, compresi alcuni racconti postumi scoperti recentemente. E soprattutto il suo capolavoro Lucifer! diverrà un grande film. [Al 2016 non ne esistono notizie!]

Un altro buon amico e grande talento fu Sydney J. Bounds. Occuparsi di riviste di fantascienza e fantasy è qualcosa che hai nel sangue, e una volta che furono guarite le ferite della breve vita di “Vision of Tomorrow” nel 1969-70, negli anni ho continuano a pubblicare diverse riviste del fantastico.
Chiunque abbia mai avuto il privilegio – o la sfortuna, la giuria non si è ancora espressa! – di curare una rivista di questo genere saprà che trovare del buon materiale è un’impresa. La Legge di Sturgeon, che il 90% di tutto è spazzatura, può essere discutibile ma di certo si applica alle proposte non richieste che giungono in redazione: ecco perché ogni volta che sono stato io il curatore ho fatto sempre affidamento sui vecchi scrittori professionisti su cui sapevo di poter contare.
Syd Bounds rispondeva sempre alle mie richieste, non facendomi mai mancare storie indipendentemente dalla rivista che curavo, dai modesti inizi di “Fantasy Booklet”, che poi divenne “Fantasy Annual” (curata insieme a Sean Wallace), e poi “Fantasy Quarterly” e ancora “Fantasy Adventures”: durò tredici numeri e fu pubblicata da Cosmos Books/Wildside Press. Bounds apparve in ogni numero, a volte con più di un racconto (usando il suo pseudonimo David Somers): più invecchiava, più le sue storie miglioravano, era davvero incredibile.

Durante la sua lunga carriera di scrittore ha pubblicato centinaia di racconti e quasi cinquanta romanzi di vario genere – fantascienza, fantasy, giallo e western. La grande diversità del suo lavoro (e l’uso di pseudonimi) non gli regalò un alto profilo o un nome riconoscibile in alcuno di questi campi, ma nell’ambito dell’editoria era ben noto e rispettato come un vero professionista.
Ignorava cosa fosse l’egomania e non si è mai dato delle arie: evitava quel tipo di sabbie mobili. Si accontentava di piccole vendite e dei soldi che gli permettevano di andare avanti. Per un periodo negli anni Settanta lavorò come portantino ospedaliero per la NHS, ma si dimise appena maturò una piccola pensione. Visse da solo dopo la morte della madre, in maniera modesta e sobria, nella stessa casa in affitto in cui era cresciuto prima della guerra. Siccome era uno stabile vecchio, privo delle comodità moderne – come il bagno in casa! – l’affitto era davvero basso: tutto questo contribuì a perseguire il suo sogno, che era semplicemente di scrivere e di essere il proprio capo.
Incredibilmente non possedé mai una televisione e per rimanere informato usava solo giornali e radio, mentre era un cliente fisso della biblioteca. Lo stesso era sempre aggiornato sugli ultimi sviluppi scientifici.
Amava davvero l’atto stesso di scrivere ed era alla costante ricerca di nuove idee e metodi di espressione. Ipercritico verso il proprio stile, lavorò per ottenere una scrittura scarna, “economica”, quasi completamente priva di aggettivi, che egli considerava semplice “imbottitura”: ugualmente riusciva a rendere la propria scrittura ricca da leggere.
Syd una volta mi raccontò, in un raro moto d’orgoglio, che un editore una volta gli disse che i suoi libri avevano un qualità che rendeva impossibile smettere di leggere: quello per lui fu il complimento più grande che potesse ricevere.
Le sue capacità narrative e le qualità critiche lo portarono a divenire insegnante di una scuola di scrittura per corrispondenza, intorno alla fine degli anni Ottanta, e continuò finché negli anni Novanta la scuola chiuse, con suo grande disappunto. Trovò quell’esperienza molto istruttiva per la propria scrittura.

Ecco un aneddoto per spiegare la professionalità ed intelligenza di Syd. “Vision of Tomorrow” fu lanciata nel 1969, periodo in cui in Gran Bretagna la fantascienza non andava più e molti autori noti avevano semplicemente smesso di scriverne. Come curatore di quella nuova rivista ero alla disperata ricerca di buoni racconti, così mi rivolsi ai vecchi professionisti del settore – come Ken Bulmer, Bill Temple, Ted Tubb e non ultimo Syd Bounds – e tutti vennero in mio soccorso, inviandomi materiale scritto appositamente per me, e Syd fu l’unico che mi inviò racconti brevissimi (sotto i tremila caratteri). Quando gli chiesi perché mai non inviasse storie più lunghe, mi rispose che sapeva che gli altri autori avrebbero scritto testi più lungi, racconti dai seimila caratteri in su, così nei testi brevi lui avrebbe avuto minore competizione!
Egli poi sapeva bene che i curatori di riviste cercano sempre racconti brevi per tappare eventuali buchi nel palinsesto. Divenne ben presto uno dei miei migliori e più importanti collaboratori, oltre che grande amico.
Quando le circostanze decretarono la chiusura della rivista dopo appena dodici numeri, mi rimase fra le mani una serie di racconti di Bounds inediti. Sentendomi in colpa per questo, chiesi a Syd se potevo provare a piazzarglieli, visto che lavoravo come agente part-time. (Nel frattempo infatti ero stato costretto a tornare alla mia precedente occupazione nell’amministrazione locale): Syd, che non ha mai usato agenti, accettò.
Il nostro rapporto divenne più stretto con l’andar del tempo: Syd continuò a vendere da solo i propri racconti, ma mi mandava i manoscritti che venivano rifiutati; poi, gradualmente, una volta che iniziai a trovare degli agganci, cominciò a mandarmi materiale nuovo.
Il punto di svolta del nostro rapporto avvenne nel 1986, quando vendetti il suo racconto horror The Circus [inedito in Italia] alla televisione americana, che l’ha usato per un episodio della serie Tales From the Darkside [3×01, 28 settembre 1986] di George Romero. Syd si ritrovò ad ottenere «più soldi da quel racconto di quanti ne ha mai ottenuti dagli altri, romanzi compresi!»

Negli ultimi anni ho avuto il raro privilegio di collaborare con Syd per un gran numero di racconti e progetti vari, e l’ho trovata un’esperienza affascinante. Le mie ambizioni personali di essere un romanziere sono state da tempo sublimate dall’essere un curatore ed un agente letterario. Poi, un giorno del 1992, allarmato da quello che avvertii come un rapido declino delle qualità dei testi di una delle mie strisce quotidiane preferite, Garth del “Daily Mirror”, scrissi al direttore criticando duramente le sue ultime scelte, e suggerendo come i testi potessero essere migliorati.
Con mia grande sorpresa il direttore, John Allard, convenne con me su tutto e mi invitò a provare a scrivere io stesso una storia di Garth: buttai giù un soggetto intitolato “Twin Souls” che fu subito accettato. Allard poi accettò di incontrarmi e mi confidò che stava cercando uno scrittore regolare per quella striscia (del quale è stato co-creatore nel 1943) prima del suo pensionamento obbligatorio, avendo raggiunto i 65 anni di età; mi invitò a fare una prova, a proporgli alcune idee e poi lui avrebbe scelto quelle che gli piacevano di più.
Il tempo però era fondamentale: se io non avessi accettato velocemente, sarebbe stato costretto a cercare altrove o a scrivere personalmente le storie. Era un’opportunità meravigliosa e i soldi mi servivano, visto che la retta universitaria di mia figlia mi stava indebitando.
Ma c’era un problema. Lavoravo ancora per il Consiglio cittadino, e il mio lavoro all’epoca era molto impegnativo; oltretutto mio padre era morto da poco e passavo molto tempo ad occuparmi di mia madre. Chiesi dunque aiuto a Syd e ad un altro autore amico, Ted Tubb: sapevo che entrambi erano stati prolifici autori di strisce di successo negli anni Sessanta, soprattutto in serie belliche. All’epoca conoscevano poco Garth, ma inviai loro alcuni esempi ed entrambi stilarono alcuni soggetti in tempi record. Inutile dire che erano stupendi e dopo un minimo di aggiustamento li sottoposi entrambi: fu quello di Syd a venir accettato.
Nei due anni successivi vendetti altre quattro strisce quotidiane al “Daily Mirror”; due, Twilight World e Devil Woman, erano interamente mie (anche se con dritte provenienti dallo stile del mio idolo John Russell Fearn!) ma le prime due, Warlord e Champions, erano inizialmente concepite e abbozzate da Syd ed io mi limitavo a revisionarle. Il guadagno (considerevole) su queste storie in collaborazione lo dividevamo a metà, con Syd più che contento di rimanere anonimo: è stato un suo grande gesto l’aiutarmi ad uscire dai debiti e permettere a mia figlia di completare l’università.

Qualche anno dopo, nel 2000, come agente vendevo all’editore londinese Robert Hale alcuni vecchi western degli anni Cinquanta di Syd, Tubb e Fearn. Stavo proponendo un western di Fearn del 1951, The Hanging 9 [inedito in Italia], quando rileggendolo (per stilarne la scheda) scoprii che la storia aveva due punti in cui perdeva di senso: mi resi conto che due interi capitoli erano semplicemente andati persi. Fearn aveva venduto alla Scion Ltd un romanzo di 128 pagine ma l’editore, per inserirlo in un formato da 96 pagine, aveva semplicemente tagliato via del testo… il tutto senza consultare l’autore!
Una delle falle l’ho tappata io – gli eventi andati persi sono raccontati in retrospettiva da uno dei personaggi – ma l’altra falla esulava dalle mie possibilità. Mandai il libro a Syd insieme ad una richiesta di soccorso: poteva risolvere quella situazione? Nel giro di qualche giorno mi inviò un nuovo capitolo brillante, che combaciava alla perfezione: proposi il libro e lo vendetti senza problemi.
Così nel tempo chiesi a Syd di attuare alcune modifiche ai racconti di Fearn e il risultato era eccellente, come nel caso di A Matter of Vibration [inedito in Italia] nell’antologia “Fantasy Annual 3”. (Il racconto era stato scritto originariamente per un’antologia di Mike Ashley che purtroppo non ha mai visto la luce.)

Altri editori britannici che hanno subito riconosciuto la qualità del lavoro di Syd sono stati Dave Sutton e Steve Jones, che inserirono molte sue storie nelle loro pubblicazioni legate alla British Fantasy Society, negli anni Settanta. Più recentemente, Syd ha contribuito con molte riedizioni di suoi racconti alle prestigiose antologie horror di Steve Jones, dall’altra parte dell’Atlantico.
Una volta vendute le ristampe dei suoi western, commissionai a Syd nuovi titoli del genere da sottoporre ad Hale, che le accettò sempre entusiasticamente: questo lo rese ben disposto ad accettare anche un certo numero di western scritti da me stesso (espandendo alcuni racconti di Fearn). Le dozzine di romanzi venduti, sia nuovi che ristampe, furono importanti per Syd perché con il tempo i diritti gli avrebbero fruttato anche più del pagamento iniziare di Hale.

In tempi recenti sono riuscito finalmente a trovare un buon editore per ristampare molti dei romanzi di Syd e di altri miei clienti – western e gialli ma anche fantascienza. Dissi a Syd che avrei ben volentieri venduto i suoi vecchi romanzi, anche quelli inediti, se però fossero stati un po’ rimodernati: l’ho fatto io stesso con molti dei romanzi di Fearn di cui avevo i diritti. Però Syd non era assolutamente interessato a rivistare i suoi testi: voleva solo fare cose nuove. Notando il mio disappunto, sorrise e mi disse «Ma se a te va puoi farlo tu!»
Io volevo, lo feci e i libri furono venduti, fruttando a Syd una bella somma. Naturalmente il mio intervento rimase sconosciuto (erano d’altronde correzioni minori) ma sentivo che almeno stavo ripagando in qualche modo l’immenso debito che avevo nei suoi confronti.
Paradossalmente Syd si è lamentato che ho venduto troppi suoi libri e gli ho fatto avere troppi soldi, costringendolo così a pagare troppe tasse! Mi chiese dunque di aspettare un nuovo anno fiscale per vendere altri suoi libri, con il risultato che purtroppo alcuni di questi sono stati pubblicati postumi e Syd non li ha mai visti. Mi conforta un po’ il pensiero che egli sapesse che comunque sarebbe stato pagato.

Un giorno, Syd mi scrisse di essere stanco e di volersi ritirare. Rispettai la sua decisione e lo ringraziai di tutto ciò che aveva fatto per me… ma lo pregai di scrivere “giusto un altro western”. Sebbene io non lo sapessi, Syd era estremamente malato e molto sofferente, ma accettò lo stesso di scrivere un ultimo romanzo. Durante la redazione finale scoprì di avere un cancro in fase terminale, ma lo stesso finì e consegnò il libro. Lo lessi e mi sembrò brillante – stupendi personaggi, buona azione, anche se il finale sembrava un po’ troppo brusco. Ma in fondo i finali sbrigativi erano il marchio di fabbrica di Syd: odiava le lungaggini, e quando il cattivo cadeva a terra… be’, era la fine della storia!
Poi mi disse che stava morendo. Mi disse che i dottori gli avevano dato “forse sei mesi o magari anche due anni” di vita. Gli chiesi se voleva che fossi io ad informare l’editore e magari i suoi fan, ma non volle: non voleva che il suo ultimo romanzo fosse venduto per pietà. Ci sarebbe stato tempo per informare i fan.
Proposi il libro ad Hale specificando che sarebbe stato l’ultimo, perché Syd andava in pensione. Fu accettato ma con una richiesta dell’editore: l’autore poteva allungare un po’ il finale? Cosa accadeva all’eroina? Si sposava? E con chi?
Inviai a Syd tanto il pagamento quanto la richiesta dell’editore, e lui mi disse che più avanti mi avrebbe inviato il nuovo finale. Gli chiesi se potevo venirlo a trovare con mia figlia nella sua casa di Telford – dove si era appena trasferito per stare più vicino ai suoi amici Maureen e Mike Shine: volevo vederlo un’ultima volta e ringraziarlo personalmente per tutto ciò che aveva fatto per noi. Disse che gli sarebbe piaciuto, ma qualche giorno dopo, mentre stavo per prenotare un albergo, ricevetti la telefonata di Mike Shine che mi informava che Syd aveva subìto una brutta caduta ed ora era in ospedale. Dovetti posporre la visita e augurai pronta guarigione a Syd, chiedendo a Mike di tenermi informato sulle sue condizioni. Qualche giorno ancora dopo Mike mi informò che temeva il peggio e mi chiese se poteva mettermi in contatto telefonicamente con Syd: organizzammo la chiamata per quella sera alle 7.15.
A quell’ora esatta Syd venne al telefono. La sua voce era chiara e stabile, la sua mente lucida come sempre. Non so per quanto parlammo, gli spiegai quanto era stato importante per me e per mia figlia, e quanto i suoi fan avessero amato il suo lavoro, arrivando a scrivermi per avere sue notizie; gli parlai dei nuovi libri in pubblicazione per l’anno successivo, con in più una specie di tributo in edizione cartonata che raccoglieva i suoi racconti gialli, gli dissi che il suo lavoro era destinato ad essere ristampato e ricordato, e che io l’avrei portato avanti come suo curatore: mi ringraziò di cuore, provocandomi un groppo in gola.
Gli parlai del finale sbrigativo del suo ultimo romanzo, chiedendogli per curiosità se l’eroina si sposava con il suo fidanzato e scusandomi se non ne ricordavo il nome. Syd rise perché non se lo ricordava neanche lui, ma sì: secondo lui si sposava con il fidanzato. Gli spiegai che avevo posposto la visita perché era in ospedale, e lui mi suggerì di andarlo a trovare una vuolta fuori, tornato a casa. «Dopo Natale: mi piacerebbe.» Gli occhi mi cominciarono a lacrimare e non potei continuare, lo salutai e gli chiesi di passarmi Mike, che era accanto a lui.
Gli comunicai la mia sorpresa per la compostezza e lucidità di Syd e sperai che sarebbe tornato presto a casa. Mike era invece più circospetto, spiegandomi che Syd «aveva fatto molta fatica», e quanto era vero lo scoprii quattro giorni dopo, quando Mike mi telefonò per avvertirmi che Syd era morto quella mattina.
Quando sarebbero arrivate le bozze di Savage Rides West [inedito in Italia] avrei avuto il privilegio di collaborare ancora con Syd all’ultima pagina, scrivendo il paragrafo finale: avrebbe apprezzato l’ironia.
Un uomo meraviglioso e un grande autore, Syd visse solo per scrivere… morendo una volta smesso.

È destinato ad essere ricordato, specialmente da quando la British Fantasy Society ha deciso di includere nelle loro premiazioni annuali un “Sydney J. Bounds Award” per autori esordienti, sponsorizzato dalla Bounds Estate. E dopo che ho venduto i diritti cinematografici del racconto The Adapters, è stato prodotto uno stupendo film nel 2013: Last Days on Mars, con Lief Schreiber.
Sono fiero di aver conosciuto e rappresentato Ted Tubb e Syd Bounds e di aver fatto pubblicare il loro lavoro, portandolo anche su grande schermo. L’unico mio rimpianto è che non siano vissuti abbastanza per vedere quanto successo hanno ottenuto.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 26, 2016 in Archeo Edicola, Interviste

 

Harbottle Files 2. Pulp Fiction

Amazing StoriesDopo aver conosciuto la biografia di Philip Harbottle, è il momento di iniziare l’intervista.

La gente parla spesso di “pulp fiction”, ma tu non ti sei limitato a parlarne: hai fatto qualcosa in proposito. Cosa ne pensi di questo tipo di narrativa?

Credo che i migliori esponenti della narrativa pulp meritino il nostro profondo rispetto. Sono entrato in quel campo spinto inizialmente dal mio entusiasmo per la fantascienza: da ragazzo mi piacevano poco gli altri generi, ed è stato solo dopo aver scoperto che John Russell Fearn aveva scritto altro, ed aver iniziato a collezionare i suoi western e gialli, che mi sono interessato a quei generi.
Poi ho saputo che altri autori di fantascienza che amavo, come E.C. Tubb e Sydney J. Bounds, diversificavano i loro romanzi, come facevano altri ancora. Quando diventai il loro agente letterario feci molte ricerche fra tutti i generi di narrativa pulp, così ho potuto riproporre i loro lavori.

Ci sono stili ed approcci differenti fra i generi, ma un elemento che li accomuna tutti: fondamentalmente gli autori devono intrattenere.
Ted Tubb ha fatto un’analisi brillante del potere del pulp nel suo celebre discorso di benvenuto alla convention mondiale di fantascienza tenutasi ad Heidelberg, in Germania. (Ho pubblicato il suo discorso come bonus all’interno dell’antologia di Tubb che ho curato: Only the Winner.)
Ecco un estratto interessante di quel discorso:

«… pensate alla narrativa in formato rivista, che ha dato vita agli scrittori che hanno dato vita alle storie che hanno dato vita alla fantascienza: se un paese non ha il medium della rivista, lì la fantascienza non ha séguito. È invece esplosa negli Stati Uniti grazie ai pulp magazines strettamente americani, così come c’è stato un fiorire di fantascienza in Inghilterra e la stessa cosa sta avvenendo qui in Germania proprio perché qui avete una rivista che non c’è in Inghilterra, e soprattutto avete nuovi autori all’opera. A conferma di questo, John Campbell stesso disse che le riviste di fantascienza sono nate sull’onda del boom tecnologico ma anche in un periodo di grande depressione: la gente legge per sfuggire la realtà. La fantascienza è al di là ogni tipo di narrativa d’evasione e non mi importa delle accuse di propagandismo sollevate da questo o quello: gli autori sono interessati prima di tutto alla narrativa d’evasione. Ci sono media dove puoi leggere un libro e ti gusti quel libro, e se qualcuno afferma che quello è più di mero intrattenimento, allora quel qualcuno sta parlando in malafede: si trova di sicuro nel campo sbagliato.»

« Oggi i pulp magazines sono pieni di spazzatura, ma un tempo erano ricchi di idee e menti aperte verso nuovi mondi e nuovi tempi, dove l’immaginazione poteva confrontarsi con strane creature e imprese fantastiche, fatte di violenza, incanto e quello che viene chiamato senso del fantastico: non stupisce che queste storie abbiano creato gruppi di appassionati. Il loro interesse non si fermava al leggere e commentare, bensì ciò che volevano fare era scrivere loro stessi: erano impazienti del domani. Fiorirono così riviste amatoriali in ogni dove, club, gruppi, sia in America che altrove; nacque una fitta rete di corrispondenze fra membri di vari gruppi, e quella rete esiste tuttora, e siete voi. Voi siete i fan, voi dovete fare un salto indietro nel tempo anche di quarant’anni, quando molti di voi non erano ancora nati, quando nacquero queste riviste, e il fatto stesso che voi siate qui significa che ciò che abbiamo è qualcosa di internazionale, che travalica i confini delle Nazioni: in una parola, qualcosa di meraviglioso.»

La Depressione ha spinto i pulp magazines a coprire ogni genere narrativo, e gli autori più versatili hanno scritto in ognuno di essi. Hanno perfezionato la formula dell’intrattenimento veloce, e i migliori esponenti hanno sviluppato uno stile che merita di essere considerato come una forma d’arte.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 25, 2016 in Archeo Edicola, Interviste

 
 
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