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[Archeo Edicola] Ecco noi per esempio (1977)

Adriano Celentano ed una ricca edicola tipica dell’epoca

Dopo Lui è peggio di me (1985) torno indietro nel tempo ad una precedente collaborazione di Renato Pozzetto ed Adriano Celentano: “Ecco noi per esempio” (1977) di Sergio Corbucci, film che – stando alle interviste del regista – ambiva a spodestare Roma da decenni di cinema italiano, presentando la “comicità milanese”. Non credo che l’impresa sia riuscitissima…

Antonmatteo Colombo detto Click (Celentano) va spesso a trovare un amico edicolante, per leggere gratis il giornale, ed è un’occasione per rifarsi gli occhi: quant’erano belle le grandi edicole dell’epoca, rimaste pressoché immutate negli anni Ottanta. Così piene di fumetti e donnine svestite da guardare di nascosto…

Sono perfettamente visibili in primo piano testate storiche come “Eureka“, “Almanacco di Topolino” e “Linus“, ma c’è un problema. Il film è stato finito di girare nel giugno del 1977 ed è arrivato in sala il dicembre successivo (anche se IMDb dice ottobre): di sicuro, quindi, è un prodotto del 1977. Ma in quell’anno “Eureka” cambiò totalmente veste grafica… eppure quella che vediamo (in basso a sinistra) è la testata storica, quella che aveva sin dal 1968.
Tutte le copertine del mensile a fumetti, dalla fine del 1976 a tutto il 1977, sono totalmente diverse da quella che si vede inquadrata, quindi c’è da immaginare che Luciano Secchi abbia fornito alla produzione degli arretrati: c’era il serio rischio che gli spettatori al cinema non riconoscessero la testata appena cambiata…

Marchetta a “L’Europeo”

Alla fine del film Palmambrogio Guanziroli (Pozzetto) sfoglia le grandi pagine del settimanale “L’Europeo“. Nel febbraio del 1977 il direttore Gianluigi Melega aveva lasciato il posto a favore di Giovanni Valentini: chissà che questo cambio di “potere” non abbia spinto a farsi fare una delle marchette cinematografiche in voga all’epoca.

L.

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Pubblicato da su settembre 20, 2017 in Archeo Edicola

 

[Archeo Edicola] Lui è peggio di me (1985)

Mi raccomando: riviste in vista…

Ah, gli anni Ottanta: un decennio di bombardamenti a tappeto di marchette!

Per caso si vede Diabolik?

Saranno pure passati trent’anni e oltre, ma la comicità dell’assurdo della coppia Renato Pozzetto / Adriano Celentano – già rodata in “Ecco noi per esempio…” (1977) – mi sembra funzioni ancora, o per lo meno a me fa ancora ridere. Il loro citato precedente film aveva ambizioni di trama e “contenuto” e onestamente non mi sembra riuscitissimo, mentre invece qui si abbandona ogni velleità e si lasciano i due personaggi liberi di fare quello che sanno fare meglio: assurdo cazzeggio. (Che detta così sembra facile, ma non lo è affatto.)

Ecco, così, che “Zombi” ancora non c’era visto…

In “Lui è peggio di me” (febbraio 1985), diretto da Enrico Oldoini e scritto da lui stesso insieme a Bernardino Zapponi, abbiamo così tante pubblicità tutt’altro che occulte che sembra di star vedendo la Mediaset dell’epoca: in pratica il film è un unico spot in cui si muovono i due attori. Automobili, indumenti, locali, alcolici: dite un prodotto, e qui ne trovate la pubblicità (non)occulta.
Poteva mancare l’editoria a fumetti, che in quegli anni era al massimo del suo fulgore?

Senti, ma… si sono visti Diabolik e Zombi?

Durante la scena dello scherzone, in cui Celentano si finge morente e Pozzetto ignaro lo va a trovare, abbiamo un gustoso assaggio dell’editoria da edicola dell’epoca. Così vediamo subito un bel “Diabolik” n. 25 (8 dicembre 1969), “Orchidea rossa” nell’edizione ristampata “Diabolik R” n. 153 (12 novembre 1984).
Poi, sempre in bella vista, abbiamo il mensile “Zombi“, nato nel marzo 1984 per Edizioni Elfo e che proprio in quel novembre presentava l’ultimo numero, cioè quello fra le mani di Pozzetto.

Ah, ma c’è pure Satanik?

Mentre i due attori disquisiscono sulla pronuncia di Tex – è Uiller o Viller? – la cinepresa inquadra il retro di una delle riviste di Pozzetto e leggiamo “Satanik“, ma poi nell’inquadratura successiva…

E Satanik? Che fine ha fatto?

… il retro della rivista è un altro! Magia del cinema.

C’è tempo anche per Totem

La fine dello sketch fa in tempo a mostrare, per giusto un fotogramma, la rivista “Totem“, nata nel febbraio 1980 per Nuova Frontiera: si vede solo uno spicchio della testata, ma solamente “Extra Totem” n. 31 (gennaio 1984) ha una testata che corrisponde a quella inquadrata, quindi sono abbastanza sicuro sia lui.

Una bella casa con tanti Topolini

Passando alla casa dove vivono i due protagonisti, la troviamo piena di tutto, e quindi anche piena di pubblicazioni da edicola. Abbiamo una bella collezione di albi di “Topolino” ma non mancano pubblicazioni più mature come “Alter” (Linus) della Milano Libri, che non sono riuscito meglio ad identificare…

A sinistra, c’è un Alter che vi guarda

Così come il mensile “Corto Maltese” sempre della Milano Libri, nata nell’ottobre 1983 come contenitore di vari fumetti. Qui vediamo il numero 6 (Anno II) del giugno 1984.

Poteva mancare Corto Maltese?

E le quote rosa? Andiamo, fin qui sono stati citati fumetti per maschietti più o meno cresciuti: e le signorine? Tranquille, seguendo le idee che avevano gli uomini negli anni Ottanta (ma non solo) riguardo l’universo femminile, abbiamo un’inquadratura che reputo perfetta…

Su… fai la Brava…

Vediamo la discinta attricetta di turno posare davanti alla testata “Brava“, mensile di lavori e arredamento del Corriere della Sera, perfetto per la brava donnina di casa.
Perché esistono solo due tipi di donna: la moglie che bada alla casa e la zoccola sul divano da tenersi come amante. Sono gli anni Ottanta, baby

L.

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Pubblicato da su settembre 1, 2017 in Archeo Edicola

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (5)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Quinta ed ultima parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

La produzione italiana di fumetti è sempre stata molto attiva, eppure sembrano essere scomparsi velocemente tutti quei personaggi nostrani che non sono entrati nella Bonelli: secondo te qual è stata la formula vincente di questa casa per sbaragliare la concorrenza?

In realtà hanno retto alla prova del tempo anche serie come Diabolik e Alan Ford. Mentre molte testate Bonelli si sono comunque arrese, sebbene dopo anni di onorata carriera: Il comandante Mark, Il piccolo Ranger, Nick raider, Mister No… Quindi non penso che sia una questione di casa editrice bensì di personaggi azzeccati. Ma perché Diabolik? Perché Tex? Perché Zagor? Perché Alan Ford? Dubito che esista un carattere comune a dei personaggi così diversi tra loro che possa essere individuato e usato per spiegare la loro apparente “immortalità”. Magari qualcuno ha provato a farlo e ci è anche riuscito, ma io sono all’oscuro di tutto ciò.

Non sembra essere più tempo d’eroi, nel fumetto. A parte il blasonato (ma ignorato) fumetto francese, portato in edicola da Aurea e Cosmo, dal Duemila in Italia sopravvivono quasi solamente eroi nati nella prima metà del Novecento: possibile non sia più tempo d’eroi per i lettori di fumetti?

Il n. 21 di “Metal Hurlant”
del settembre 1977
si presenta con un splendida copertina di HR Giger (1940-2014)

Purtroppo, come ho specificato nella prima domanda, del fumetto successivo all’anno Duemila so solo per sentito dire e posso parlare con un minimo di cognizione di causa soltanto dei periodi antecedenti. Non avevo per esempio idea che il blasonato fumetto francese fosse allo stato attuale delle cose ignorato. Per quel che mi riguarda, ne fui attirato per la prima volta solo a metà degli anni ‘70, con la nascita della Humanoïdes Associés e la pubblicazione del primo numero di Métal Hurlant.

A molti, me compreso, apparve sul momento come una rivoluzione totale, un triplo salto mortale senza rete, ma mi bastò poi crearmi una visione un po’ più ampia dello stato reale del fumetto di quegli anni per accorgermi che in realtà l’ispirazione di fondo era ancora una volta americana e chiamava in causa la produzione più sofisticata dell’underground statunitense, in particolare quella di Vaughn Bodé, Jeff Jones e Richard Corben. E in definitiva, di tutto quello che pubblicavano, a me piacevano soltanto Arzak e Il Garage ermetico, entrambi del maestro Moebius. Le conseguenze in ogni caso ci furono, anche in Italia, con la nascita della rivista Cannibale e di due dei più appariscenti cloni grafici di Moebius: Andrea Pazienza e Milo Manara.

Io lasciai in ogni caso perdere presto ogni cosa. Almeno fino a quando non conobbi di persona, ed era il 1993, alcuni membri del gruppo di disegnatori riuniti intorno alle ceneri di Aedena, la casa editrice fondata nel 1984 da Moebius, Annestay e Bouysse. Moebius se ne era già andato, proprio in rottura con lo spirito di Aedena, da lui fondata, spirito compreso, in rottura con lo spirito della Humanoïdes Associés, che lui aveva contribuito a fondare in rottura…

Fronte e retro copertina del numero 1
della rivista underground italiana “Cannibale” del giugno 1977

Quell’anno, oltre al grande guru, Jean-Paul Appel-Guery, che aveva firmato i testi del famoso Voyage Intemporel disegnato da Sergio Macedo, conobbi in particolare Marc Bati, che aveva invece disegnato, su testi di Moebius – che si firmava però con il suo nome di battesimo Jean Giraud – la bella saga de Il Cristallo Maggiore.

Persi i contatti con tutti loro in modo definitivo dopo l’estate del 2001, quando le nuove circostanze della mia vita mi costrinsero a metter da parte le mie pur occasionali visite in Francia. E persi allo stesso tempo anche ogni contatto con la nuova produzione a fumetti francese, dopo che già avevo perso i contatti con quella del resto del mondo.

Per finire, una domanda altamente ipotetica. Hai la possibilità di far “scontrare” due fra i tuoi personaggi preferiti di sempre: chi faresti protagonista di questo “versus”?

Modesty Blaise
con l’inseparabile Willie Garvin
nella versione del suo primo,
indimenticato disegnatore:
Jim Holdaway (1927-1970)

Mi piacerebbe far scontrare tra loro Modesty Blaise e Satanik, due donne sessualmente disinibite ma dai princìpi etici molto diversi. Potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.

Inoltre, se posso approfittarne per un auto-omaggio, farei scontrare, in via più che altamente ipotetica in questo caso, il mio supergruppo australiano Dreamtime Returns, attivo negli anni ’60 e ’70 del Ventesimo secolo, con i Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons. Prendo, dal mio blog, i dati relativi alla formazione originale dei Dreamtime Returns:

1) un geologo australiano di nome Thomas Timberman;

2 e 3) due ragazzini italiani di nome Miriam e Emiliano (età 7-8 anni);

4) un vecchio sciamano aborigeno;

5) un meticcio australiano dall’età di circa venticinque anni;

6) un dingo magico che si muove al di qua e al di là del confine del Tempo del Sogno.

Ringrazio di cuore Ivano per questo viaggio nel fumetto in Italia.

L.

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Pubblicato da su agosto 25, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (4)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Quarta parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

Con la fine della guerra esplode la Mondadori: secondo te la “guerra” con la Nerbini è stato un bene o un male per i lettori?

Nel 1967 Hugo Pratt (1927-1995) realizza,
con Una ballata del mare salato,
il primo romanzo a fumetti (la futura graphic novel)

La Mondadori è stata, che io sappia, la prima casa editrice in Italia a proporsi con una mentalità da studio di produzione, con i personaggi che passano in modo naturale da sceneggiatore a sceneggiatore e da disegnatore a disegnatore. È grazie a questo nuovo modello imprenditoriale se dei personaggi – nel caso specifico quelli degli studi Disney – nati altrove e trapiantati in Italia, raggiungono per la prima volta dei livelli produttivi paragonabili, per quantità e qualità, a quelli del paese di origine. E in questo caso il nostro Paese, a livello europeo, ha davvero primeggiato.

Per il resto, hai senza dubbio ragione a dire che nell’Italia del dopoguerra la storia del fumetto made in Italy sembra fatta quasi solo di personaggi caduti in fretta nel dimenticatoio. Alcuni hanno goduto di vita relativamente lunga, altri breve o brevissima, ma tutti hanno avuto uno stesso identico destino: sopravvivere solo nell’immaginario nostalgico di chi se li è goduti nella propria infanzia.

A parte l’eccezione Tex, per il resto la storia del fumetto italiano extra-disneyano inizia, nella memoria collettiva, all’inizio degli anni ’60, con l’esplosione delle testate Bonelli nel loro nuovo formato (non più a striscia come all’inizio), e la nascita del fumetto nero. Fioriscono in parallelo la produzione più dichiaratamente per bambini della Bianconi e il filone dei fumetti per adulti, ma solo perché erotici e non certo perché la loro lettura richiedesse chissà quale impegno intellettuale.

Il famoso mensile “Eureka”
nel 1978 dedica una copertina ad Alfonso Pichierri,
direttore della nuova casa editrice Nerbini di Firenze

C’è inoltre la scuola autoriale, sia umoristica che avventurosa – con i vari Battaglia, Crepax, Pratt, Bonvi, ecc. – che si impone lentamente a partire dalla metà degli anni ’60, in contemporanea con gli inizi della presa di coscienza, anche in Italia, del fumetto come di una forma d’arte. È a questo punto che si comincia anche a scavare nel passato, alla ricerca di qualunque cosa, nel fumetto italiano antecedente agli anni ’60, possa esser considerata “arte” e nasce l’èra delle ristampe, fatta soprattutto di tirature limitate vendute a circuito chiuso, sebbene qualcosa faccia capolino anche nelle librerie, con i volumi strenna, e nelle edicole, con la risuscitata Nerbini di Alfonso Pichierri e gli immarcescibili Fratelli Spada.

Ma furono le stesse strisce storiche sindacate americane ad andare incontro, nel primo dopoguerra, a un totale sconvolgimento e riassestamento. Scomparse testate come L’Avventuroso, Jumbo, L’Audace, i personaggi anteguerra furono costretti a migrare verso altri lidi: Gordon, L’uomo mascherato, Mandrake, Cino e Franco su L’Avventura; Agente Segreto X-9 su Robinson. Fino al completo trionfo dei formati libretto e rivista rispetto a quello del quotidiano, che comunque non fu un terreno completamente perduto per il fumetto, perché poco dopo i nostri stessi quotidiani d’informazione, Il Giorno e Paese Sera per primi, cominciarono seguire l’esempio degli equivalenti americani e a pubblicare strisce importate dall’Inghilterra e dall’America.

La sconfinata attività editoriale di Luciano Secchi è sin troppo dimenticata, eppure ha cambiato per sempre la nostra percezione del fumetto, dalle strisce di Eureka ai supereroi Marvel. Quali sue testate preferivi?

Un tipico reperto da “busta”:
uno dei primi “Eureka Pocket”,
con l’inchiostro blu
colato fin sulla copertina

Rispondere a questa domanda è per me fin troppo facile. Mi basta solo parlare di dati oggettivi e ricordare che per lunghi anni (pochissimi in realtà, ma nella mia percezione dell’epoca sono stati quasi un’eternità) ho comprato con regolarità molte testate di supereroi Marvel, curate appunto, nella loro edizione italiana, da Luciano Secchi, e in più le sue tre creazioni principali: Kriminal, Satanik e Alan Ford, tutte pubblicazioni che uscivano allora per i tipi della Editoriale Corno, di cui Secchi era direttore editoriale.

Come hai giustamente ricordato, negli stessi anni la Corno pubblicava anche Eureka, la più diretta concorrente di Linus, di cui comunque non è mai riuscita a insidiare il primato nel cuore dei lettori e nell’occhio dei critici. Vorrei poter dire che la compravo ma non era così, perché il mio interesse per il fumetto umoristico non era altrettanto viscerale di quello per il fumetto d’avventura, sebbene non lo abbia mai ignorato del tutto. Guarda caso, la sola rivista della Corno che io abbia acquistato in quegli anni, anche se a pubblicazioni già interrotte, è stata Okay, che pubblicava storie recenti dei soliti classici eroi dell’avventura americani nati negli anni Trenta… insomma non si scappa. Un vero peccato che di Okay ne siano usciti solo quattro numeri…

L’ultimo numero di “Okay”,
sfortunata serie della Editoriale Corno
dedicata ai grandi eroi dell’avventura,
durata lo spazio di soli quattro albi

E sempre con abbondante ritardo mi ero procurato i primi sette Eureka Pocket dedicati nell’ordine a: L’uomo Mascherato, Mandrake, Gordon, Agente segreto X-9, Cino e Franco, Radio Pattuglia, Brick Bradford. Si trattava di scadenti riedizioni in bianco e nero delle vecchie produzioni Nerbini o Mondadori, ma ai miei occhi di bambino erano delle vere meraviglie che sembravano uscite direttamente da un mondo magico. Ma vale la pena spendere due parole anche su questo particolare del “ritardo”.

Esistevano, allora, delle cose che noi chiamavamo “buste”, cioè involucri di carta o di cellophane con riproposte di uscite di alcuni anni prima, in genere secondo la formula di più albi insieme rivenduti a un prezzo più basso di quello di copertina. Era grazie a queste “buste” che avevo ripopolato di numeri arretrati le mie collezioni di classici americani, soprattutto nelle edizioni dei Fratelli Spada. Non è però che te la facevano passare del tutto liscia; in qualche modo si doveva capire che quegli albi li avevi pagati meno del prezzo di vendita e i metodi utilizzati erano due: o una strisciata di inchiostro blu sul bordo superiore, che spesso colava fin sulla copertina – ed era il metodo che utilizzava la Corno –, oppure – ed era il metodo dei Fratelli Spada – una netta sforbiciata a uno degli angoli dell’albo, che per fortuna non andava a intaccare le vignette.

Tornando al nostro Luciano Secchi, forse meglio noto come Max Bunker, penso che il meglio di sé, in quegli anni, lo abbia dato con Alan Ford, ma io sono affettivamente più legato a Kriminal e Satanik. Amavo il fumetto nero in generale e leggevo, oltre a Diabolik, anche testate oggi dimenticate come Sadik o Zakimort. Per la verità, di italiano leggevo anche i fumetti western (tradotto: i fumetti Bonelli), ma curiosamente non hanno mai attecchito in profondità in me, e oggi come oggi il loro ricordo non mi smuove un bel nulla.

Satanik in un disegno di Magnus (Roberto Raviola, 1939-1996)

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 24, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (3)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Terza parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

La Nerbini è sicuramente la casa italiana più famosa fino al secondo dopoguerra: nella tua esperienza di collezionista, come trattava i suoi fumetti? Erano prodotti di qualità o in serie?

Il n. 62 di “Gordon”
delle edizioni Fratelli Spada
con la copertina di Mario Caria

Comincerei in realtà a rispondere a questa domanda sulla Nerbini citando una diversa casa editrice, la Fratelli Spada. Per motivi anagrafici, è attraverso una pubblicazione di questa seconda casa editrice che io, all’età di sei anni, sono giunto in contatto per la prima volta con uno degli storici “personaggi Nerbini”: Gordon. Della mia “collezione” di allora faceva infatti parte, arrivato nelle mie mani attraverso percorsi che non sono assolutamente in grado di ricostruire, il numero 62, del 3 dicembre 1966, della testata Gordon dei Fratelli Spada, primo classico in assoluto a fare ingresso nella mia vita.

Apro, già che ci siamo, una parentesi e mi ricollego per un momento a una risposta precedente, dove ho detto che negli anni ’60 e all’inizio dei ’70 non sembrava esservi nessun vero interesse popolare per i personaggi nati negli ’30, che apparivano piuttosto confinati nel loro passato. Eppure, per quel che ne so, la casa editrice dei Fratelli Spada – che dal 1962 aveva ripreso a pubblicare le storie dei personaggi de L’Avventuroso dal punto in cui si era fermata la Nerbini – in quello stesso periodo prosperava… doveva quindi esistere, insieme ai vecchi nostalgici (categoria alla quale ormai appartengo di diritto), un numero adeguato di nuovi lettori interessati a qualcosa che si differenziasse dal fumetto “di massa”. Ho anche spiegato di aver conosciuto io stesso, in anni successivi, alcuni di questi lettori “diversi”, ma devo dire che faccio lo stesso molta fatica, ancora oggi, a immaginarli nell’ordine di quelle decine di migliaia che pure dovevano essere. Chiusa parentesi.

Continuando con la mia cronistoria, le pubblicazioni Nerbini le scoprii invece solo negli anni ’70, quando potei acquistare alcuni numeri della serie di trenta albi di Gordon uscita, nel formato gigante quadrato, tra il 1946 e il 1947. Ma furono soprattutto le ristampe della nuova Nerbini, in particolare di Jim della Giungla e Cino e Franco, a farmi scoprire, dal 1973, le vecchie serie anni ’30. L’antica casa editrice era stata infatti resuscitata nel 1971 da Alfonso Pichierri, un appassionato di fumetti del Sud Italia che si era trasferito a Firenze, e dalla moglie Giuliana Ghignoni, figlia di quel Gino Ghignoni che dopo aver collaborato con Mario Nerbini aveva a sua volta rilevato e diretto la casa editrice fino alla sua morte, avvenuta, credo, negli anni cinquanta.

Ristampa anastatica degli anni Settanta del primo numero di “Cino e Franco” anteguerra
a cura della rinata Nerbini di Alfonso Pichierri e Giuliana Ghignoni

Mi chiedi quale fosse il livello di qualità di tali pubblicazioni? Se parliamo in termini puramente estetici, di bellezza degli albi, mi viene da risponderti, del tutto soggettivamente, buono; se invece affrontiamo la questione dal punto di vista filologico, allora il discorso cambia.

Prima di tutto, come ho già detto, in America le strisce a fumetti avevano una destinazione di pubblico adulta, e sebbene non vi apparisse nessun vero nudo, si cercava comunque di mostrare quanta più pelle scoperta fosse lecito. E questo in Italia, dove i fumetti avevano un’altra destinazione, rappresentava un problema che gli addetti ai lavori erano chiamati a risolvere, in genere impiegando parte del loro tempo a rivestire da capo a piedi eroine seminude. Inutile dire che questa risoluzione del problema ne creava altri ben più gravi, almeno agli occhi dei futuri filologi del fumetto se non degli ignari lettori, e facilmente immaginabili, con il disegno originale che finiva per essere ricoperto o alterato da aggiunte spesso maldestre o intere vignette che sparivano nel nulla.

Censure italiche 1
La stessa vignetta della tavola domenicale di “Gordon” del 31 maggio 1936
nella versione apparsa in origine sui quotidiani americani (a sinistra)
e nella versione modificata della Nerbini (a destra)

Censure italiche 2
Un’altra vignetta tratta da una tavola domenicale di “Gordon” di Alex Raymond,
nella recente riedizione a cura delle editrice Comic Art (in alto)
e nella versione in cui appare nella collana “Gordon” dei Fratelli Spada (in basso),
che riprende la versione Nerbini

Censure italiche 3
Un altro esempio di modifica dei disegni di Alex Raymond
in un altro albo della stessa collana dei fratelli Spada

Censure italiche 4
Alcune vignette tratte da una storia di Mandrake del 1934
nella versione originale (in alto) e censurata (in basso)

Censure italiche 5
Tarzan di Burne Hogarth sottoposto al trattamento delle leggi vigenti nel 1938 in Italia.
La vignetta in bianco e nero, qui reintegrata
in un fascicolo della “Enciclopedia dei fumetti Sansoni” (1970),
era stata eliminata nel giornale a fumetti “L’audace”.
Il nome di Tarzan è inoltre mutato in Sigfrido e la storia anziché a Hogarth
è attribuita a dei non meglio precisati Amedeo Martini (testi) e Ulterius (disegni)


Se a questo poi si aggiunge il passaggio, in fase di stampa, dalla quadricromia alla tricromia (che aveva in ogni caso un suo fascino inequivocabile, tanto da diventare una sorta di marchio di fabbrica della Nerbini); il libero rimontaggio delle tavole e delle strisce, che in alcuni casi dovevano essere riadattate al formato degli albi; le traduzioni sommarie a opera di persone che avevano talvolta una conoscenza solo approssimativa dell’inglese e che si aiutavano con le immagini per ricostruire i testi di nuvolette e didascalie… credo sia chiaro come, a livello oggettivo, lo stato delle cose fosse ben lontano dalla situazione ottimale.

Un classico esempio della tricromia Nerbini, dove il blu compensa il mancato utilizzo del nero,
da una pagina del primo albo de “L’uomo mascherato” anteguerra (1937)

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 23, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (2)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Seconda parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

Malgrado ciò che si pensi, e malgrado la burrascosa vita politica, l’Italia sin dagli anni Trenta è sempre stata molto ricettiva dal punto di vista del fumetto: come ti spieghi il nazismo da una parte e il contemporaneo fiorire di traduzioni di fumetti americani?

All’interno dell’”Illustrazione del popolo” n. 13 (30 marzo 1930)
compare, a pochissimo tempo di distanza dall’apparizione sui quotidiani americani, la prima striscia sindacata di “Topolino”

Credo che la chiara, netta supremazia del fumetto americano negli anni ’30, cioè nella cosiddetta Golden Age of comics, fosse talmente evidente che semplicemente non esistevano alternative alla loro pubblicazione. E quanto sia stata corretta questa percezione lo dimostrò ampiamente la sorte del fumetto in generale sul suolo italico in quel decennio e nel successivo.

Cominciando dall’inizio, credo che il primo giornale a fumetti comparso in Italia in quel particolare decennio sia stato, a metà dicembre del 1932, Jumbo, dell’editore milanese Lotario Vecchi, che però mi risulta pubblicasse solo materiale inglese. Poi, appena due settimane dopo, fu la volta di Topolino, che credo fu il terzo periodico in Europa in ordine di tempo a pubblicare le strisce Disney, dopo L’illustrazione del popolo e il francese Le petit parisien. L’editore era Giuseppe Nerbini, affiancato dal figlio Mario, e il direttore editoriale Paolo Lorenzini, che essendo nipote dell’autore di Pinocchio si era creato il comodo nome d’arte di Collodi Nipote. E qui le cose si fanno subito interessanti.

Sembra infatti che alla Nerbini fossero all’oscuro dell’esistenza delle strisce a fumetti di Mickey Mouse che apparivano sui quotidiani americani e che per questo, nei suoi primi numeri, il giornale si limitò a pubblicare materiale apocrifo, realizzato in Italia sulla base dei primi cartoni animati con protagonista il celebre topo. I testi erano, se non sbaglio, dello stesso Collodi Nipote, e i disegni di Giove Toppi, astro nascente italico della Nerbini, e di Buriko (Antonio Burattini), futuro autore delle storie di Pisellino. Pare inoltre, ma qui ci muoviamo nei meandri della filologia più oscura, che la “traduzione” di Mickey Mouse in Topolino, non sia da attribuirsi a Giuseppe Nerbini o al figlio Mario, e neanche a Paolo Lorenzini, bensì alla Società cinematografica Pittaluga. Di certo il nome Topolino come traduzione di Mickey Mouse compare in Italia già nel 1930, sull’Illustrazione del popolo, supplemento domenicale del quotidiano torinese La gazzetta del popolo. Ma neanche il primato delle strisce apocrife apparterrebbe alla Nerbini, bensì all’editore de Il popolo di Roma, sul cui supplemento illustrato già nel 1931 apparvero delle strisce disegnate da Guasta (Guglielmo Guastaveglia).

Fu però il giornale Topolino, per i motivi sopra accennati, a dover fare i  conti con la Disney e essere costretto a un rapido cambio di nome: da Topolino a Topo Lino. Le cose si aggiustarono tuttavia altrettanto rapidamente e già dal settimo numero il giornale, acquisiti i diritti di pubblicazione degli originali americani, tornò a chiamarsi Topolino e cominciò a pubblicare le strisce sindacate: Mickey Mouse di Floyd Gottfredson, le Silly Symphonies, Donald Duck di Al Taliaferro.

Dopo Topolino, l’altra svolta fondamentale per la sorte del fumetto del decennio la si deve senza dubbio a L’Avventuroso, altro giornale a fumetti della Nerbini, il cui primo numero uscì nel 1934, con esiti davvero rivoluzionari. A differenza infatti dei vari giornali a fumetti pubblicati fino ad allora in Italia, L’Avventuroso non solo conservò le strisce con i balloon come apparivano nelle strisce originali, ma si preoccupò anche di introdurre in Italia il fumetto d’avventura realistico, lo stesso che in America usciva sui quotidiani letti dagli adulti ed era quindi destinato al loro svago e non, come si potrebbe credere, a quello dei bambini. Su L’Avventuroso apparvero quasi tutti le strisce americane che sarebbero poi assurte al rango dei “classici dell’avventura”: fin dall’inizio, Gordon e Agente segreto X-9, disegnate entrambe dal grande Alex Raymond, e Radio Pattuglia; a cui si aggiunsero presto Mandrake e L’uomo mascherato, con il bravo Lee Falk ai testi e, rispettivamente, Phil Davis e Ray Moore, ai disegni; e poi ancora, con il tempo: Bob Star (Red Barry) di Will Gould, Terry e i pirati di Milton Caniff, Il principe Valentino di Hal Foster, Guido (o Giorgio) Ventura (Brick Bradford) di Ritt e Gray.

La pagina di apertura del n. 1 de “L’avventuroso” Nerbini (1934)
con la prima tavola domenicale di “Gordon” di Alex Raymond (1909-1956)

Tutto questo fino al 1938, quando il MinCulPop impose all’editore Nerbini di sostituire ai personaggi americani dei personaggi autoctoni, con l’immancabile conseguenza del calo dei lettori e l’inizio di una crisi che si sarebbe poi rivelata irreversibile e fatale. Un primo tentativo, abbastanza goffo, di correre ai ripari fu in realtà presto adottato e consistette nel rendere autoctoni personaggi e autori americani attraverso opportune modifiche ai nomi, ai testi e ai disegni. Per fare l’esempio forse più noto: L’uomo mascherato di Lee Falk e Ray Moore divenne Il giustiziere mascherato di Roberto Lemmi.

“Il giustiziere mascherato” di Roberto Lemmi (1901-1971),
rimaneggiamento di “The Phantom” di Lee Falk e Ray Moore

Il passaggio dalla fiorentina Nerbini alla milanese Mondadori (che allora si chiamava in realtà API, acronimo di Azienda Periodici Italiani), nel maggio 1943, portò infine L’Avventuroso alla fusione con Topolino, ma si trattò anche in questo caso di un’esperienza brevissima; lo stesso giornale mondadoriano fu infatti costretto, con la crisi bellica internazionale al suo culmine, a sospendere le pubblicazioni il 21 dicembre dello stesso anno. Fu la parola fine per L’Avventuroso, ma non per Topolino, a cui il futuro avrebbe presto nuovamente arriso.

La API/Mondadori aveva in effetti attraversato lo stesso periodo burrascoso con conseguenze meno serie rispetto alla Nerbini. Subentrata alla casa editrice fiorentina nel 1935 come nuovo editore di Topolino, aveva avuto con il MinCulPop vita relativamente facile, almeno per quel che riguardava i personaggi disneyani, sembra grazie anche all’amicizia dell’editore con Benito Mussolini. Solo il completo deteriorarsi della situazione internazionale costrinse infine anche Topolino a sottostare a traversie simili a quelle descritte sopra per L’Avventuroso. Nel 1943, al Mickey Mouse made in USA subentrò il Tuffolino di Federico Pedrocchi e Pier Lorenzo De Vita, le cui storie continuavano tuttavia a ricalcare, fin dove era possibile, quelle delle strisce americane. Ma si trattò di nuovo di un’esperienza di brevissima durata, a causa della sospensione obbligata delle pubblicazioni alla fine del ’43 di cui ho già detto.

Tuffolino e Pippo in una avventura di “Tuffolino” del 1938

Quando poi, al termine della guerra, il giornale ritornò nelle edicole, ricomparve con i personaggi e le storie originali disneyane. E sarebbe stata finalmente la volta buona. Grazie soprattutto alla novità della pubblicazione, sulle sue pagine, delle storie dei comic-books americani realizzate, tra gli altri, da Carl Barks (Donald Duck e Uncle Scrooge) e da Paul Murry (Brer Rabbit), per citare i due nomi più famosi. Si erano così create le basi per quell’avventura editoriale che avrebbe presto portato alla svolta fondamentale del cambio di formato del 1949, da giornale a libretto. In altre parole, il vecchio Topolino lasciava il posto al Topolino che troviamo ancora oggi nelle edicole.

Ma è anche necessario aggiungere che non si era trattato di un semplice cambio nell’aspetto grafico, bensì di una vera e propria rivoluzione di linea editoriale. Il vecchio Topolino formato giornale infatti, a differenza del nuovo Topolino nel formato libretto, non si limitato a pubblicare soltanto materiale disneyano, ma aveva ospitato nelle sue pagine, nell’anteguerra, le strisce di Cino e Franco e Audax, a cui si erano poi aggiunte, nel dopoguerra, Il cavaliere solitario (Lone Ranger), Gordon di Austin Briggs, Agente Segreto X-9 di Mel Graff, Zenobaldo e Domitilla (i futuri Alcibaldo e Petronilla) e altri ancora, perfino il britannico Garth. Per non parlare degli autori nostrali non disneyani… i vari Raffaele Paparella, Rino Albertarelli o Walter Molino, per citare alcuni dei più famosi.

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 22, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (1)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Trovate più volte citato in questo blog Ivano Landi e il suo “Cronache del Tempo e del Sogno“, perché ho trovato con lui un’affinità di interessi ma soprattutto una grande fonte di ispirazione.
Vista la sua grande passione per i fumetti ed una competenza non indifferente, mi è venuta l’idea di farci una chiacchierata sull’argomento: il mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola” in fondo si occupa sia di libri che di fumetti.

Ne è venuta fuori un’intervista corposa ed approfondita, che per comodità divido a puntate durante questa settimana.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

Domanda di presentazione: chi è Ivano Landi? Più che dati biografici mi interessano le tue passioni: cos’è che ti fa scorrere il sangue e ti spinge a dedicare tempo e passione anche quando non potresti?

La mia attività di autore di testi in rete comincia ufficialmente tra il 1999 e il 2000, con la creazione del sito Highnoon, dedicato alla pittura realista americana e la direzione editoriale di una rivista on-line chiamata “Il monte analogo”. Nel primo caso mi occupavo di tutto: della costruzione in HTML, dei testi e della grafica; nel secondo caso il webmaster era invece un’altra persona e io mi occupavo della grafica e di parte dei testi e delle traduzioni. Entrambe queste avventure si sono concluse nel 2004 e dopo di allora mi sono preso una lunga pausa dal web.

La mia intenzione era in realtà di rimanerne fuori a vita, sennonché, alla fine del 2010, ho cominciato a desiderare di veder pubblicata almeno una parte dei miei scritti “segreti”. Lavoravo infatti da tempo, dal 1987 per l’esattezza, a una mia personale “Ricerca del tempo perduto”, una gran mole di scritti che avrei poi finito per riunire sotto il titolo complessivo di Come aria che si cambia (titolo ispirato a una poesia di Rilke). Ancora adesso, a sei anni e mezzo di distanza, sono al lavoro su questo progetto di autopubblicazione e ancora adesso non so dire esattamente quando arriverò a porvi la parola “fine”. So solo che presto o tardi accadrà.

Ma torniamo al dicembre 2010 e alla mia prima decisione di rendere pubblici i miei scritti. All’epoca lavoravo in una piccola casa editrice e mi ero ormai impadronito di quasi ogni fase del meccanismo di produzione di un libro, sebbene i miei compiti principali consistessero nell’impaginazione e nella correzione di bozze. Decisi così che avrei impaginato e messo in rete un primo estratto dei miei scritti, ma che, prima ancora, avrei dovuto crearmi, dopo più di sei anni, un nuovo sito. Il risultato fu la nascita di Terza sintassi, nome derivato dall’opera dello scrittore-sciamano Carlos Castaneda, di cui avevo esplorato in profondità, nel corso degli anni, l’insegnamento e gli scritti. Ma si trattò un’esperienza di pochi mesi, perché poi, di lì a poco, un’amica che aveva invece scelto di pubblicizzare il proprio libro d’esordio creandosi un blog, mi convinse a imitarla.

Detti così vita, sulla piattaforma di WordPress, al mio primo blog, Power Spot, un nome di nuovo ispirato a Castaneda. Produssi in tutto, nell’arco di un anno e mezzo, una ventina di post, in cui alternavo estratti dai miei scritti a brevi articoli sui rapporti tra scrittura e percezione. Poi arrivò il giorno in cui mi resi finalmente conto di un dato di fatto: i miei scritti andavano bene per mio uso e consumo ma perché divenissero degni di essere dati in pasto al pubblico avrei dovuto sottoporli a un lavoro di revisione ben più lungo di quello che avevo preventivato. In altre parole, il blog era prematuro e di conseguenza, nella mia ottica dell’epoca, del tutto inutile. Lasciai quindi libero il dominio powerspot.it (che è adesso in effetti in altre mani) e cancellai ogni cosa.

Anche la mia amica e ispiratrice aveva nel frattempo chiuso a sua volta baracca e burattini, ma io continuavo comunque a seguire qualche altro blog conosciuto strada facendo e in particolare il blog di Romina Tamerici. Potei così assistere in diretta, nell’agosto 2013, all’apertura, da parte di lei, di un nuovo blog: Il dedalo delle storie, una palestra di scrittura in cui una stessa storia avrebbe dovuto essere portata avanti a più mani, un pezzetto alla volta e senza nessuna traccia preliminare, con post della lunghezza massima di 500 parole.

Perché decisi di aderire all’invito? La risposta è senza dubbio che la mia fu una reazione al lungo lavoro di revisione in cui ero, e ancora sono, immerso: volevo dimostrare a me stesso di essere in grado di scrivere cose sufficientemente buone anche in prima battuta, oltre che essere finalmente letto da qualcuno. Era appena nata, sebbene non avevo ancora modo di saperlo, la mia blog novel Solve et Coagula, il cui successo sarebbe poi andato oltre ogni mia aspettativa, con un incremento costante di visite nel tempo e un mare di apprezzamenti. Scrissi i primi 68 post di 500 parole con vera passione e a un ritmo frenetico, a volte anche di due al giorno.

Furono poi le prime avvisaglie dell’imminente chiusura de Il dedalo delle storie (già a novembre era chiaro che l’esperimento di scrittura collettiva era fallito) a convincermi ad aprire un nuovo blog personale in cui avrei “ristampato” dall’inizio, in attesa di ospitarvi i futuri inediti, i post già apparsi da Romina. Avrei quindi dovuto chiamarlo Solve et Coagula, ma poiché non mi sentivo di escludere di utilizzarlo in futuro per altri miei scritti decisi infine di seguire l’esempio di Romina e intitolarlo semplicemente con il mio nome e cognome. Mi trovai tuttavia presto a dover rivedere, per l’ennesima volta, le mie intenzioni iniziali, perché già dopo due settimane di sole puntate di blog novel decisi di pubblicare un primo articolo di commento alla storia che inaugurò, di soppiatto, la nuova formula del mio blogging, che avrei poi meglio esplicitato con l’aggiunta, al titolo del blog, della frase “Cronache del Tempo del Sogno”.

E qui mi fermo, sperando che questa cronistoria completa della mia vita da webnauta abbia tutte le caratteristiche per rispondere in modo esauriente, sebbene in termini indiretti, alla tua domanda.

Leggendo il tuo blog mi sembra che esca fuori un messaggio forte e chiaro: il fumetto è una cosa seria. È un’arte e come tale va trattato: sia nell’amarlo che nello studiarlo. Quanto è importante il medium “fumetto” nella tua vita?

Un numero di Uncanny X-Men del lungo ciclo di storie sceneggiate da Chris Claremont.
Copertina di Paul Smith

Alla prima parte della domanda rispondo dicendo che il fumetto è una realtà espressiva con oltre un secolo di storia ormai, al pari delle altre due arti industriali sue sorelle: il cinema e la fotografia. Ed è, questo, un dato oggettivo che nessun tentativo di sminuire o di accentuare l’importanza del medium potrà mai cambiare. Detto in altri termini, se il fumetto sia o non sia un’arte è una questione del tutto oziosa dal mio punto di vista, come ozioso si è dimostrato finora qualsiasi tentativo di stabilire una divisione netta tra arte e non arte. L’ambito è, in entrambi i casi, quello delle tipiche domande sbagliate che possono ottenere solo risposte sbagliate o comunque opinabili (un altro esempio di tipica domanda sbagliata, sebbene di tutt’altro genere, è: Come è nato l’universo?).

La mia risposta alla successiva parte della tua domanda potrà invece sembrare paradossale e sotto molti aspetti lo è. Il punto è che se consideriamo solo le nuove uscite, allora si può dire che io abbia smesso di leggere fumetti da molti anni. Già negli anni ’80, come ho spiegato in un mio recente post, avevo rallentato di molto e seguivo ormai quasi esclusivamente il fumetto americano, in particolare le graphic novel e la linea Epic della Marvel, oltre a qualcosa della Dark Horse. Dei mensili, l’unico che seguivo ancora con regolarità era, sempre della Marvel, Uncanny X-Men (con in più le varie storie dell’X-Universe collegate) scritto a quel tempo dal miglior sceneggiatore seriale che la Marvel abbia mai avuto: Chris Claremont.

Fu proprio in occasione dell’abbandono, da parte di quest’ultimo, della “casa delle idee”, con il conseguente immediato brusco calo di qualità delle storie del mondo mutante, che decisi che era tempo anche per me di salutare una volta per tutte, dopo due decadi, la Marvel. Ma è una questione che va precisata meglio: l’abbandono di Claremont fu in realtà una sua reazione alla decisione della Marvel di puntare tutto su una nuova scuderia di disegnatori la cui concezione stilistica sembrava rispondere meglio ai gusti di una generazione cresciuta con i film di Schwarzenegger e Van Damme, ma che certo non collimava con la visione di Claremont. Si trattava, per capirci, degli stessi disegnatori che poco dopo, nel 1992, avrebbero dato vita alla Image Comics: Todd McFarlane, Jim Lee, Whilce Portaclo e compagnia bella.

Anche Alan Moore disse la sua, e forse la sua reazione a caldo fu la più appropriata di tutte: se la Marvel era la cocaina in forma di fumetti, commentò, allora la Image era il crack. E poco importa se proprio Moore sarebbe divenuto di lì a poco uno dei collaboratori di punta della Image, o se la stessa casa editrice avrebbe pubblicato, sempre di lì a poco, la prima stupenda serie di Astro City… Sul momento la mia repulsione fu totale e il mio rapporto con il fumetto divenne sempre più occasionale fino a spegnersi del tutto intorno all’anno 2000 (e sono almeno felice che sia avvenuto più o meno in concomitanza con la fine della mia striscia preferita di sempre, Modesty Blaise).

Con la striscia numero 10183 Modesty Blaise, l’11 aprile 2001, si congeda dai suoi lettori.
Testi di Peter O’Donnell (1930-2010) e disegni di Enrique Badia Romero.

Apparizione italiana dell’ultima striscia di Modesty Blaise,
sul bimestrale “I Giganti dell’Avventura” (Eura Editoriale) n. 58 (luglio 2006)

Il paradosso è quindi questo: il fumetto è stato un medium importantissimo nella mia vita (al punto che ho forte il sospetto che non avrei mai potuto nascere in una data diversa da quella in cui sono nato) e lo è ancora oggi, ma solamente nel senso di quella riattualizzazione – o cristallizzazione – del mio passato che è la vera ragion d’essere del mio blog e si trova espressa nella frase “Cronache del tempo del Sogno”. È per questo motivo che nel mio blog non appaiono mai citati storie o personaggi successivi al Ventesimo secolo e lo spazio maggiore è dedicato ai personaggi e alle storie che mi hanno accompagnato nel mio periodo d’oro di lettore (e collezionista) di fumetti: i due decenni 1960 e 1970.

Oggi è difficile da immaginare, ma quando ero bambino e adolescente io, il fumetto era quasi altrettanto pervasivo nella società della musica leggera. La differenza era che mentre per le canzoni bastava accendere la TV, per il fumetto, che a certi livelli era ancora tabù, bisognava vivere la strada per rendersene conto.

So che sei appassionato degli eroi pulp nati nel primo Novecento: quando ti sei accorto di amarli? E secondo te come mai quel periodo è così ricco di personaggi mitici?

Il primo romanzo di Tarzan
del ciclo integrale
della casa editrice Giunti (1971)

Questo non è del tutto vero e sinceramente neanche immaginavo di aver dato l’impressione di essere un appassionato del genere. Forse tutto nasce da quel che ho scritto in più occasioni, che sono stato, da bambino e da adolescente, un grande fan di Edgar Rice Burroughs e in particolare del personaggio di Tarzan? In effetti, dopo averlo amato a lungo nei film e nei fumetti, ho concluso la mia infanzia di lettore proprio con i romanzi con protagonista il re della giungla.

Ricordo molto bene la meraviglia che provai nel maggio 1971, quando la casa editrice Giunti mi fece la bella sorpresa di farmi trovare in edicola Tarzan delle scimmie, il primo degli oltre venti romanzi del ciclo originale di Burroughs. Era un’edizione formato tascabile, con le copertine abbellite da splendidi disegni ritagliati dalle vecchie tavole domenicali di Burne Hogarth, e non mancai di farla subito mia nonostante il prezzo elevato: 850 lire. Per dare un’idea, un Oscar Mondadori costava allora 600 lire, e le 250 lire di differenza bastavano e avanzavano per l’acquisto di un albo dei supereroi Marvel Corno o degli eroi Bonelli. La prefazione di quel primo volume era di Dino Buzzati e apparve pubblicata anche nei successivi quattro volumi della serie, forse tutti quelli che il noto scrittore italiano fece in tempo a leggere prima della sua morte, avvenuta all’inizio del 1972.

Altri personaggi pulp nati nella prima metà del Novecento non ricordo però di averne letti. Potrei al limite citare Conan il barbaro, eroe a cui mi appassionai da adolescente, ma solo nella versione a fumetti. Mi è poi accaduto, da adulto, di provarmi a leggere direttamente le storie scritte da Robert E. Howard, ma ammetto di averle trovate poco interessanti.

Una vignetta da Red Nails,
ultima storia di Conan the Barbarian disegnata da Barry Smith

E invece degli storici eroi a fumetti che ne pensi? Mandrake, Phantom, Gordon e gli altri “classici”.

L’Uomo Mascherato in una tempera di Mario Caria (1934-2001), copertinista di punta delle collane a fumetti della casa editrice Fratelli Spada tra il 1963 e il 1980

Penso che abbiano fatto la differenza. Voglio dire: all’epoca di cui parlavo prima, il 95% dei giovani e giovanissimi che conoscevo o frequentavo leggevano ogni fumetto che capitasse loro a tiro (quel 5% mancante era forse rappresentato da qualche ragazza che leggeva solo Topolino). Ed esistevano grosso modo tre categorie diverse in cui si potevano suddividere i fumetti più letti: le storie con disegni non realistici del genere di Topolino, Braccio di Ferro, Tiramolla ecc.; il fumetto realistico per ragazzi del genere dei supereroi o degli eroi Bonelli; il cosiddetto fumetto per adulti: Lando, Jacula, Maghella, ecc. (In teoria sarebbero dovuti rientrare in questa terza categoria anche Diabolik e gli altri fumetti neri, ma all’atto pratico non era così). Ebbene, di tutti questi lettori di allora non ne conoscevo quasi uno che fosse interessato ai personaggi classici del fumetto, della cui esistenza erano a conoscenza visto che a quei tempi gli albi con le loro storie uscivano ancora in edicola ma che ai loro occhi avevano un’aria muffita.

Io li vedevo invece già allora come qualcosa di vagamente artistico, che si collocava un gradino al di sopra del fumetto “normale”. Perché io, a differenza dei miei amici, disponessi di questa diversa percezione, non saperi dirlo, ma le cose stavano così e non altrimenti. L’altra eccezione, nella mia compagnia “ufficiale” di amici, era rappresentata da un ragazzo di nome Alessio, che pur ignorando completamente gli altri classici leggeva comunque L’uomo Mascherato (Phantom). L’ho perso di vista da molti anni e non ho nessuna idea di quale sia stato il suo destino di lettore di fumetti, ma so per certo che tutte le persone della mia età che frequento oggi e che hanno mantenuto negli anni un interesse per il fumetto analogo al mio hanno avuto, proprio come me, un trascorso di lettori di classici da edicola, prima di approdare al fumetto amatoriale (che comprende sia le ristampe anastatiche di vecchi albi sia le nuove riproposizioni, più accurate dal punto di vista filologico, delle medesime storie) e al collezionismo.

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 21, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 
 
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