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[Archeo Edicola] Grazie zia, Grazie Diabolik (1968)

Alvise è un “ragazzo cattivo” del 1968, e quindi… legge Diabolik!

Il 19 luglio 1967 viene annunciato l’imminente inizio delle riprese a Padova di un film del “nuovo cinema”: quello dei registi giovani ed arrabbiati. «Tutti giovani con rabbia i registi del cinema nuovo» titola “La Stampa” del 10 gennaio 1968, e continua:

«Anche in Grazie, zia, del ventiquattrenne Salvatore Sampieri, c’è il tema del giovane che non vuole farsi integrare e viene curato con elettrochoc e terapia sessuale, ma la storia comprende inoltre un amore incestuoso con la zia giovane e belloccia […]»

Interrompo la citazione perché, nella storica tradizione dei quotidiani italiani, viene svelato per filo e per segno il finale del film. E se per caso qualcuno non ha letto quel pezzo, il 28 febbraio successivo il giornale ripete il finale del film, così che quando uscirà tutti sapranno come va a finire la storia.
Da notare poi l’attenzione maniacale dei giornalisti alla correttezza delle informazioni: il regista e sceneggiatore Salvatore Samperi diventa Sampieri il 10 gennaio ed Enzo Samperi il 28 febbraio…

Nell’aprile successivo viene presentato al Festival di Cannes ed esce nei cinema il 1° maggio 1968, con il divieto ai minori di 18 anni.
Uscito in VHS Domovideo in data imprecisata, oggi è disponibile in DVD Penta Video.

Alvise (interpretato dal colombiano Lou Castel) è un ragazzo di una famiglia borghese che sta dando mille problemi e preoccupazioni ai propri genitori: la sua malattia gli impedisce di uniformarsi alla società degli anni Sessanta, e a nulla valgono i rimedi “civili” come l’elettroshock. Alvise sta sulla sedia a rotelle ma non è chiaro se per un vero male o per protesta.
Alvise è un ragazzo cattivo, e quindi legge fumetti cattivi. Come quella testata scabrosa che da alcuni anni sta scandalizzando i benpensanti italiani: “Diabolik” della Astorina.

Alvise (Lou Castel) fa un corso d’aggiornamento di cattiveria

Durante il viaggio che apre il film vediamo inquadrato il numero 91 (Anno VI n. 15), “La maschera dell’assassino” (24 luglio 1967): ricordo che la prima notizia dell’inizio delle riprese risale al 19 luglio, cinque giorni prima dell’uscita di questo albo, che probabilmente è stato comprato al momento di girare.

Diabolik n. 91 (Anno VI n. 15), “La maschera dell’assassino” (24 luglio 1967)

Alvise è mandato a passare l’estate dagli zii Stefano (Gabriele Ferzetti) e Lea (Lisa Gastoni). Per far capire che si tratta di una famiglia “integrata”, Stefano ci viene presentato intento nella lettura de “L’Espresso“. Ma quanto era grande quel giornale?

La brava famiglia borghese legge “L’Espresso”

Gli zii non vogliono Alvise e lui non vuole loro, ma la famiglia tradizionale è proprio questo: la convivenza forzata di persone che non vogliono stare insieme.

Una biblioteca piccola ma borghese…

Appena preso possesso della stanza degli ospiti, Alvise prende tutti i libri che trova in uno scaffale e li butta a terra.

La contestazione passa anche per libri buttati in terra

Sono libri “vecchi”, di un’altra generazione, libri “integrati”, e il giovane li sostituisce con una bella collezione di Kriminal e Diabolik. Ah, e si pronuncia Diabolìk, alla francese…

Una raccolta di Kriminal e Diabolik, fumetti simbolo di cattiveria anni Sessanta

Anticipando situazioni e tematiche che sarebbero esplose con “Malizia” (1973), sempre di Samperi, e poi invaso la commedia italiana anni Settanta e Ottanta, il film non sembra avere intenti pruriginosi, sebbene il gioco che subito si instaura fra la bella zia trentenne e il nipote venticinquenne sia sottilmente intrigante.
Anticipando una scena che già abbiamo visto in “Peccato veniale” (1974), ancora di Samperi – regista che in pratica ha portato per anni lo stesso film al cinema! – vediamo Alvise spiare le cosce della zia attraverso le pagine di un Diabolik.

Con le cosce della zia, non si riesce a seguire la storia di Diabolik

Vediamo ben inquadrato il numero 60 (Anno V n. 10), “La notte dei delitti” (16 maggio 1966).

Diabolik n. 60 (Anno V n. 10), “La notte dei delitti” (16 maggio 1966)

Fra scherzi crudeli, cattiveria e lotta instancabile contro l’autorità costituita – o la moralità borghese, fate voi – si sviluppa lo strano e non del tutto spiegato amore fra la zia e il nipote. Quello di lui sembra tutto tranne che amore: è un gioco al massacro perché l’autodistruzione fa parte del DNA di Alvise. Non ho capito le motivazioni di lei.

“Il Giorno” vs “Diabolik”

Da questa inquadratura confermiamo il numero 60 di Diaboli, visto che viene tenuto aperto a pagina 54, dove curiosamente viene citato il mio nome!

Diabolik n. 60, pagina 54

Nella scena il protagonista è inquadrato in varie angolature, e questo ci permette di vedere altre pagine dallo stesso albo.

Diabolik n. 60, pagina 63

Diabolik n. 60, pagina 47

I due amanti perduti, rimasti soli nella villa che d’un tratto si trasforma in un paradiso infernale lussuria incestuosa, giocano ricreando le scene delle pagine di Diabolik: Alvise stesso chiama se stesso Diabolìk.

Le pagine che Alvise e Lea giocano a rendere vive

Queste pagine “ispiratrici” sono tratte dal numero 68 (Anno V n. 18), “Tragico inganno” (5 settembre 1966).

Diabolik n. 68 (Anno V n. 18), “Tragico inganno” (5 settembre 1966)

Diabolik n. 68, Pagine 100-101

Una curiosità.
Credo che il momento più alto/basso del film, dove cioè Samperi riesce a far capire quanto sia comprensibile l’odio che prova il protagonista per la società… è quando la soubrettina del momento (interpretata da Luisa De Santis, già separatasi dal duo canoro con Gabriella Ferri) dopo una cena si mette a cantare “Auschwitz” (1967) di Francesco Guccini: un’immonda parodia pop che in un colpo solo fa parteggiare lo spettatore per il crudele protagonista.

L.

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Pubblicato da su novembre 20, 2017 in Archeo Edicola

 

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[Archeo Edicola] Le streghe (1967)


C’è stato un tempo in cui Clint Eastwood tenne in mano Diabolik

No, non è un sogno, è successo davvero, quando la cinematografia italiana era ai primi posti nel mondo e quando le star venivano a girare a Cinecittà. Quando Dino De Laurentiis produceva film non di sicuro successo, come quello ad episodi “Le streghe“, infarcendolo di star da capogiro: com’è possibile tirar fuori un prodotto così discutibile avendo a disposizione il meglio del meglio dell’epoca?

Mi concedo solo questo piccolo spruzzo di veleno, perché non voglio parlare della qualità del film. Visto però che me lo sono dovuto sorbire con grandissimo dolore – alla ricerca di una sequenza il cui screenshot avevo adocchiato in Rete – consentitemi di dire che l’ho odiato in ogni sua parte! (Fine della lamentela.)

Apparso in anteprima nel gennaio 1967, il film esce ufficialmente il 9 marzo successivo, però è frutto di una lunga lavorazione: una notizia-lampo del 20 settembre 1965 ci informa che il film è in lavorazione a Roma con la regia di Fellini, Visconti e De Sica. In seguito i primi due abbandonano il progetto.
Lo specifico perché troveremo dei fumetti del 1965 in un film del 1967…

Quinto ed ultimo episodio, “Una sera come le altre“, diretto niente di meno che da Vittorio De Sica.

I giovani Clint Eastwood e Silvana Mangano

Giovanna (l’onnipresente Silvana Mangano, protagonista dell’intero film) è una moglie degli anni Sessanta, casalinga delusa che sogna la bella vita ma si ritrova a passare le serate in casa, ostacolata nei suoi sogni frizzanti dal marito letargico Carlo: interpretato da un giovane incredibile Clint Eastwood.

Una classica coppia sposata del 1967

Discutendo con il marito del fatto di non sentirsi appagata, di sentirsi anzi frustrata, di voler tanto «accarezzare gli scampoli d’assenza» (come il Rapput di Claudio Bisio), Giovanna fa notare anche che loro figlio sta prendendo una brutta piega e di nascosto legge le brutte pubblicazioni dell’epoca.

«Sta prendendo una brutta strada, guarda cosa legge. Anche alla televisione hanno detto che è veleno.»

Una madre preoccupata per le letture del figlio

Nel mio Macchie Nere ho raccontato delle feroci critiche dell’epoca ma anche dei processi intentati agli editori che pubblicavano fumetti dai contenuti forti, i quali in brevissimo tempo si sono tutti estinti, lasciando Diabolik e poco altro. (Il tutto fortemente “bonificato”.)

«Alla televisione? E allora non è vero.»

Carlo risponde in modo molto più intelligente della maggior parte degli italiani. E ti credo, è straniero!

Un sonnolento Clint alle prese con i fumetti neri italiani

Diabolik, Kriminal, Gordon e Mandrake (prima parte)

Diabolik, Kriminal, Gordon e Mandrake (seconda parte)

Diabolik (seconda serie) n. 3 (febbraio 1965), Vendetta mortale (Astorina)
Kriminal n. 32 (30 dicembre 1965) Suspense oltre cortina (Corno)

Gordon n. 42 (28 febbraio 1966) quattro avventure (Fratelli Spada)

Mandrake, “I Classici dell’Avventura” n. 109 (1966)
Una missione speciale (Fratelli Spada)

Ivano Landi scova un altro fumetto della scena:
Superalbo de “L’uomo mascherato” n. 167 (20 febbraio 1966)
Furto alla caverna del teschio (Fratelli Spada)

Però il problema non è il figlio e le sue letture preoccupanti, bensì il fatto che i fumetti neri raccontano di veri uomini, quelli che fanno perdere la testa a Giovanna, e non come Carlo, che è perennemente assonnato e non fa sentire desiderata la moglie.

Mandrake che incanta Silvana Mangano

Parte una scena onirica in cui la Mangano passa a sbaciucchiarsi Mandrake, Phantom, Batman, Diabolik e Flash Gordon. (C’è un tizio con la tuta d’argento che non so chi sia.)

Mandrake, Phantom, tizio che non capisco, Batman, Diabolik e Flash Gordon

Il cortometraggio è molto d’attualità e cita tutte tematiche molto “calde” all’epoca, ma rimane principalmente un’incredibile testimonianza di quando Clint Eastwood tenne in mano Diabolik…

Per chiudere, nell’episodio “La Terra vista dalla Luna” diretto da Pier Paolo Pasolini, un uomo appena rimasto vedovo (Totò) gira la città in cerca di una nuova moglie, così da dare subito una nuova madre al figlio (Ninetto Davoli).

Lo sguardo tipico di chi legge “Pecos Bill” (Mondadori)

Tra i vari “inciampi”, il vedovo finisce a fare il galante con una prostituta diversamente attraente, intenta a leggere Pecos Bill, personaggio di Guido Martina lanciato nel 1949 da Mario Angelini, appena diventato direttore de “Gli Albi d’Oro” (Mondadori).

L.

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Pubblicato da su novembre 1, 2017 in Archeo Edicola

 

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[Archeo Edicola] Peccato veniale (1974)

da “La Stampa”, 12 febbraio 1974

L’attento Ivano Landi – che, vi ricordo, ho intervistato quest’estate riguardo la sua grande passione per la storia dei fumetti – mi segnala un paio di fotogrammi dal film italiano “Peccato veniale” (1974) di Salvatore Samperi, con protagonisti Laura Antonelli ma soprattutto Alessandro Momo, morto in un tragico incidente di moto nove mesi dopo l’uscita di questo film, e sei giorni prima di compiere 18 anni.
Ivano gli ha dedicato un accorato omaggio.

Sceneggiato da Ottavio Jemma e Alessandro Parenzo e girato nella tarda estate del 1973, non so perché questo film – anticipatore di un certo tipo di commedia “estiva” all’italiana anni ’80, piena di scherzoni, di trovate pruriginose e di Lino Banfi! – sia ambientato negli anni Cinquanta pur senza specificarlo. Vediamo Sandro (Alessandro Momo) e la sua famiglia passare un’estate piena di musica e tormentoni dell’epoca – in cui è riconoscibile fra l’altro “Brivido blu” (1958) di Tony Dallara – e i protagonisti vanno al cinema a vedere “Totò lascia o raddoppia?” (1956). Curiosamente proveniente dallo stesso 1956 in cui è nato l’attore Momo.

Davantni a Lino Toffolo, Momo legge “Il Vittorioso”

Siamo dunque nella seconda metà degli anni Cinquanta – tanto che “Vitt: il rotocalco dei ragazzi” si chiama ancora “Il Vittorioso” – e mentre spia Laura (Antonelli) – temo che il film esista esclusivamente per sfruttare l’enorme eco di “Malizia“, uscito l’anno precedente con l’identico cast tecnico-artistico – il giovane e turbato Sandro fa finta di leggere un fumetto. Un fumetto dell’epoca, c’è da immaginare.

Foto ad alta definizione donata da Ivano

L’inquadratura non lascia adito a dubbi: si tratta del sesto e penultimo numero – con copertina di Antonio Canale – della collana “Il grande Blek e i predoni del mare“, terza serie della collana “Prateria”, albetti di 32 pagine che riproponevano le strisce del personaggio nato nel 1954.
Ignoro tutto del personaggio di Blek – di cui mi limito a conservare la miniatura della collana “Fumetti in 3D” – ma il sito SecretZone mi informa che questa terza serie è uscita nelle edicole dal 1° aprile al 1° luglio del 1957.

Copertina di Antonio Canale

Tutto torna… o quasi. Nell’estate del 1957 dunque Sandro sta leggendo il numero de “Il grande Blek” appena uscito in edicola, va al cinema a vedere il film di Totò ad un anno dalla sua uscita – ho controllato, e in quell’estate era ancora in palinsesto! – e ha in camera il poster “Il selvaggio” (1953) con Marlon Brando, arrivato nei cinema italiani nel 1955.
Ma c’è ancora un altro fumetto di cui parlare.

Un’altra prova che siamo negli anni Cinquanta

Come si vede in questa schermata di ottima qualità mandatami da Ivano, accanto al letto Sandro ha un’immagine – plausibilmente una copertina – della testata “Pantera Bionda“, uno degli storici fumetti italiani ispirati al mito cinematografico della Jungle Girl che sto pian piano analizzando nel mio blog Il Zinefilo.
C’è però un problema: in quella copertina Pantera Bionda è vestita!

Ivano ci regala questa “Pantera Bionda”

Apparsa in edicola il 24 aprile 1948, in piena voglia di dimenticare la censura fascista e in un clima di forte liberismo dei costumi, albo dopo albo “Pantera Bionda” dell’editore Pasquale Giurleo è costretta a rivestirsi sempre di più, per venire incontro alle fortissime critiche dei soliti “ben pensanti”: ovviamente il fumetto traviava i giovani, quindi dal minuscolo bikini dei primi numeri si passa al burka degli anni Cinquanta.

“Giungla in armi” (n. 5), nell’edizione del 19 giugno 1948 e nella ristampa del 21 agosto 1954

Dalla Guida al Fumetto Italiano scopro che nel 1954 Renato Bianconi rileva la testata ormai chiusa e ne ristampa tutti i numeri, “correggendo” i disegni e coprendo ogni centimetro di pelle. Il 21 agosto 1954 esce in edicola “Giungla in armi”, la cui copertina morigerata – ristampa di un numero uscito il 19 giugno 1948 – vediamo campeggiare sul letto di Sandro nel film.
Anche questo torna con l’assunto che la storia si svolga nell’estate del 1957.

Purtroppo non sono riuscito a capire che testata sia…

Quasi tutto torna, dicevo, perché rimane fuori il povero Tony Dallara: come fa a cantare nel 1957 una canzone del 1958? Non solo, il cantante si impone nel panorama musicale italiano solamente nel dicembre 1957 con il successo della sua canzone Come prima… il che vuol dire che nell’estate 1957 Tony Dallara neanche esisteva! Era ancora Antonio Lardera…

L.

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Pubblicato da su ottobre 25, 2017 in Archeo Edicola

 

[Archeo Edicola] Ecco noi per esempio (1977)

Adriano Celentano ed una ricca edicola tipica dell’epoca

Dopo Lui è peggio di me (1985) torno indietro nel tempo ad una precedente collaborazione di Renato Pozzetto ed Adriano Celentano: “Ecco noi per esempio” (1977) di Sergio Corbucci, film che – stando alle interviste del regista – ambiva a spodestare Roma da decenni di cinema italiano, presentando la “comicità milanese”. Non credo che l’impresa sia riuscitissima…

Antonmatteo Colombo detto Click (Celentano) va spesso a trovare un amico edicolante, per leggere gratis il giornale, ed è un’occasione per rifarsi gli occhi: quant’erano belle le grandi edicole dell’epoca, rimaste pressoché immutate negli anni Ottanta. Così piene di fumetti e donnine svestite da guardare di nascosto…

Sono perfettamente visibili in primo piano testate storiche come “Eureka“, “Almanacco di Topolino” e “Linus“, ma c’è un problema. Il film è stato finito di girare nel giugno del 1977 ed è arrivato in sala il dicembre successivo (anche se IMDb dice ottobre): di sicuro, quindi, è un prodotto del 1977. Ma in quell’anno “Eureka” cambiò totalmente veste grafica… eppure quella che vediamo (in basso a sinistra) è la testata storica, quella che aveva sin dal 1968.
Tutte le copertine del mensile a fumetti, dalla fine del 1976 a tutto il 1977, sono totalmente diverse da quella che si vede inquadrata, quindi c’è da immaginare che Luciano Secchi abbia fornito alla produzione degli arretrati: c’era il serio rischio che gli spettatori al cinema non riconoscessero la testata appena cambiata…

Marchetta a “L’Europeo”

Alla fine del film Palmambrogio Guanziroli (Pozzetto) sfoglia le grandi pagine del settimanale “L’Europeo“. Nel febbraio del 1977 il direttore Gianluigi Melega aveva lasciato il posto a favore di Giovanni Valentini: chissà che questo cambio di “potere” non abbia spinto a farsi fare una delle marchette cinematografiche in voga all’epoca.

L.

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Pubblicato da su settembre 20, 2017 in Archeo Edicola

 

[Archeo Edicola] Lui è peggio di me (1985)

Mi raccomando: riviste in vista…

Ah, gli anni Ottanta: un decennio di bombardamenti a tappeto di marchette!

Per caso si vede Diabolik?

Saranno pure passati trent’anni e oltre, ma la comicità dell’assurdo della coppia Renato Pozzetto / Adriano Celentano – già rodata in “Ecco noi per esempio…” (1977) – mi sembra funzioni ancora, o per lo meno a me fa ancora ridere. Il loro citato precedente film aveva ambizioni di trama e “contenuto” e onestamente non mi sembra riuscitissimo, mentre invece qui si abbandona ogni velleità e si lasciano i due personaggi liberi di fare quello che sanno fare meglio: assurdo cazzeggio. (Che detta così sembra facile, ma non lo è affatto.)

Ecco, così, che “Zombi” ancora non c’era visto…

In “Lui è peggio di me” (febbraio 1985), diretto da Enrico Oldoini e scritto da lui stesso insieme a Bernardino Zapponi, abbiamo così tante pubblicità tutt’altro che occulte che sembra di star vedendo la Mediaset dell’epoca: in pratica il film è un unico spot in cui si muovono i due attori. Automobili, indumenti, locali, alcolici: dite un prodotto, e qui ne trovate la pubblicità (non)occulta.
Poteva mancare l’editoria a fumetti, che in quegli anni era al massimo del suo fulgore?

Senti, ma… si sono visti Diabolik e Zombi?

Durante la scena dello scherzone, in cui Celentano si finge morente e Pozzetto ignaro lo va a trovare, abbiamo un gustoso assaggio dell’editoria da edicola dell’epoca. Così vediamo subito un bel “Diabolik” n. 25 (8 dicembre 1969), “Orchidea rossa” nell’edizione ristampata “Diabolik R” n. 153 (12 novembre 1984).
Poi, sempre in bella vista, abbiamo il mensile “Zombi“, nato nel marzo 1984 per Edizioni Elfo e che proprio in quel novembre presentava l’ultimo numero, cioè quello fra le mani di Pozzetto.

Ah, ma c’è pure Satanik?

Mentre i due attori disquisiscono sulla pronuncia di Tex – è Uiller o Viller? – la cinepresa inquadra il retro di una delle riviste di Pozzetto e leggiamo “Satanik“, ma poi nell’inquadratura successiva…

E Satanik? Che fine ha fatto?

… il retro della rivista è un altro! Magia del cinema.

C’è tempo anche per Totem

La fine dello sketch fa in tempo a mostrare, per giusto un fotogramma, la rivista “Totem“, nata nel febbraio 1980 per Nuova Frontiera: si vede solo uno spicchio della testata, ma solamente “Extra Totem” n. 31 (gennaio 1984) ha una testata che corrisponde a quella inquadrata, quindi sono abbastanza sicuro sia lui.

Una bella casa con tanti Topolini

Passando alla casa dove vivono i due protagonisti, la troviamo piena di tutto, e quindi anche piena di pubblicazioni da edicola. Abbiamo una bella collezione di albi di “Topolino” ma non mancano pubblicazioni più mature come “Alter” (Linus) della Milano Libri, che non sono riuscito meglio ad identificare…

A sinistra, c’è un Alter che vi guarda

Così come il mensile “Corto Maltese” sempre della Milano Libri, nata nell’ottobre 1983 come contenitore di vari fumetti. Qui vediamo il numero 6 (Anno II) del giugno 1984.

Poteva mancare Corto Maltese?

E le quote rosa? Andiamo, fin qui sono stati citati fumetti per maschietti più o meno cresciuti: e le signorine? Tranquille, seguendo le idee che avevano gli uomini negli anni Ottanta (ma non solo) riguardo l’universo femminile, abbiamo un’inquadratura che reputo perfetta…

Su… fai la Brava…

Vediamo la discinta attricetta di turno posare davanti alla testata “Brava“, mensile di lavori e arredamento del Corriere della Sera, perfetto per la brava donnina di casa.
Perché esistono solo due tipi di donna: la moglie che bada alla casa e la zoccola sul divano da tenersi come amante. Sono gli anni Ottanta, baby

L.

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Pubblicato da su settembre 1, 2017 in Archeo Edicola

 

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Intervista a fumetti con Ivano Landi (5)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Quinta ed ultima parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

La produzione italiana di fumetti è sempre stata molto attiva, eppure sembrano essere scomparsi velocemente tutti quei personaggi nostrani che non sono entrati nella Bonelli: secondo te qual è stata la formula vincente di questa casa per sbaragliare la concorrenza?

In realtà hanno retto alla prova del tempo anche serie come Diabolik e Alan Ford. Mentre molte testate Bonelli si sono comunque arrese, sebbene dopo anni di onorata carriera: Il comandante Mark, Il piccolo Ranger, Nick raider, Mister No… Quindi non penso che sia una questione di casa editrice bensì di personaggi azzeccati. Ma perché Diabolik? Perché Tex? Perché Zagor? Perché Alan Ford? Dubito che esista un carattere comune a dei personaggi così diversi tra loro che possa essere individuato e usato per spiegare la loro apparente “immortalità”. Magari qualcuno ha provato a farlo e ci è anche riuscito, ma io sono all’oscuro di tutto ciò.

Non sembra essere più tempo d’eroi, nel fumetto. A parte il blasonato (ma ignorato) fumetto francese, portato in edicola da Aurea e Cosmo, dal Duemila in Italia sopravvivono quasi solamente eroi nati nella prima metà del Novecento: possibile non sia più tempo d’eroi per i lettori di fumetti?

Il n. 21 di “Metal Hurlant”
del settembre 1977
si presenta con un splendida copertina di HR Giger (1940-2014)

Purtroppo, come ho specificato nella prima domanda, del fumetto successivo all’anno Duemila so solo per sentito dire e posso parlare con un minimo di cognizione di causa soltanto dei periodi antecedenti. Non avevo per esempio idea che il blasonato fumetto francese fosse allo stato attuale delle cose ignorato. Per quel che mi riguarda, ne fui attirato per la prima volta solo a metà degli anni ‘70, con la nascita della Humanoïdes Associés e la pubblicazione del primo numero di Métal Hurlant.

A molti, me compreso, apparve sul momento come una rivoluzione totale, un triplo salto mortale senza rete, ma mi bastò poi crearmi una visione un po’ più ampia dello stato reale del fumetto di quegli anni per accorgermi che in realtà l’ispirazione di fondo era ancora una volta americana e chiamava in causa la produzione più sofisticata dell’underground statunitense, in particolare quella di Vaughn Bodé, Jeff Jones e Richard Corben. E in definitiva, di tutto quello che pubblicavano, a me piacevano soltanto Arzak e Il Garage ermetico, entrambi del maestro Moebius. Le conseguenze in ogni caso ci furono, anche in Italia, con la nascita della rivista Cannibale e di due dei più appariscenti cloni grafici di Moebius: Andrea Pazienza e Milo Manara.

Io lasciai in ogni caso perdere presto ogni cosa. Almeno fino a quando non conobbi di persona, ed era il 1993, alcuni membri del gruppo di disegnatori riuniti intorno alle ceneri di Aedena, la casa editrice fondata nel 1984 da Moebius, Annestay e Bouysse. Moebius se ne era già andato, proprio in rottura con lo spirito di Aedena, da lui fondata, spirito compreso, in rottura con lo spirito della Humanoïdes Associés, che lui aveva contribuito a fondare in rottura…

Fronte e retro copertina del numero 1
della rivista underground italiana “Cannibale” del giugno 1977

Quell’anno, oltre al grande guru, Jean-Paul Appel-Guery, che aveva firmato i testi del famoso Voyage Intemporel disegnato da Sergio Macedo, conobbi in particolare Marc Bati, che aveva invece disegnato, su testi di Moebius – che si firmava però con il suo nome di battesimo Jean Giraud – la bella saga de Il Cristallo Maggiore.

Persi i contatti con tutti loro in modo definitivo dopo l’estate del 2001, quando le nuove circostanze della mia vita mi costrinsero a metter da parte le mie pur occasionali visite in Francia. E persi allo stesso tempo anche ogni contatto con la nuova produzione a fumetti francese, dopo che già avevo perso i contatti con quella del resto del mondo.

Per finire, una domanda altamente ipotetica. Hai la possibilità di far “scontrare” due fra i tuoi personaggi preferiti di sempre: chi faresti protagonista di questo “versus”?

Modesty Blaise
con l’inseparabile Willie Garvin
nella versione del suo primo,
indimenticato disegnatore:
Jim Holdaway (1927-1970)

Mi piacerebbe far scontrare tra loro Modesty Blaise e Satanik, due donne sessualmente disinibite ma dai princìpi etici molto diversi. Potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.

Inoltre, se posso approfittarne per un auto-omaggio, farei scontrare, in via più che altamente ipotetica in questo caso, il mio supergruppo australiano Dreamtime Returns, attivo negli anni ’60 e ’70 del Ventesimo secolo, con i Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons. Prendo, dal mio blog, i dati relativi alla formazione originale dei Dreamtime Returns:

1) un geologo australiano di nome Thomas Timberman;

2 e 3) due ragazzini italiani di nome Miriam e Emiliano (età 7-8 anni);

4) un vecchio sciamano aborigeno;

5) un meticcio australiano dall’età di circa venticinque anni;

6) un dingo magico che si muove al di qua e al di là del confine del Tempo del Sogno.

Ringrazio di cuore Ivano per questo viaggio nel fumetto in Italia.

L.

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Pubblicato da su agosto 25, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (4)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Quarta parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

Con la fine della guerra esplode la Mondadori: secondo te la “guerra” con la Nerbini è stato un bene o un male per i lettori?

Nel 1967 Hugo Pratt (1927-1995) realizza,
con Una ballata del mare salato,
il primo romanzo a fumetti (la futura graphic novel)

La Mondadori è stata, che io sappia, la prima casa editrice in Italia a proporsi con una mentalità da studio di produzione, con i personaggi che passano in modo naturale da sceneggiatore a sceneggiatore e da disegnatore a disegnatore. È grazie a questo nuovo modello imprenditoriale se dei personaggi – nel caso specifico quelli degli studi Disney – nati altrove e trapiantati in Italia, raggiungono per la prima volta dei livelli produttivi paragonabili, per quantità e qualità, a quelli del paese di origine. E in questo caso il nostro Paese, a livello europeo, ha davvero primeggiato.

Per il resto, hai senza dubbio ragione a dire che nell’Italia del dopoguerra la storia del fumetto made in Italy sembra fatta quasi solo di personaggi caduti in fretta nel dimenticatoio. Alcuni hanno goduto di vita relativamente lunga, altri breve o brevissima, ma tutti hanno avuto uno stesso identico destino: sopravvivere solo nell’immaginario nostalgico di chi se li è goduti nella propria infanzia.

A parte l’eccezione Tex, per il resto la storia del fumetto italiano extra-disneyano inizia, nella memoria collettiva, all’inizio degli anni ’60, con l’esplosione delle testate Bonelli nel loro nuovo formato (non più a striscia come all’inizio), e la nascita del fumetto nero. Fioriscono in parallelo la produzione più dichiaratamente per bambini della Bianconi e il filone dei fumetti per adulti, ma solo perché erotici e non certo perché la loro lettura richiedesse chissà quale impegno intellettuale.

Il famoso mensile “Eureka”
nel 1978 dedica una copertina ad Alfonso Pichierri,
direttore della nuova casa editrice Nerbini di Firenze

C’è inoltre la scuola autoriale, sia umoristica che avventurosa – con i vari Battaglia, Crepax, Pratt, Bonvi, ecc. – che si impone lentamente a partire dalla metà degli anni ’60, in contemporanea con gli inizi della presa di coscienza, anche in Italia, del fumetto come di una forma d’arte. È a questo punto che si comincia anche a scavare nel passato, alla ricerca di qualunque cosa, nel fumetto italiano antecedente agli anni ’60, possa esser considerata “arte” e nasce l’èra delle ristampe, fatta soprattutto di tirature limitate vendute a circuito chiuso, sebbene qualcosa faccia capolino anche nelle librerie, con i volumi strenna, e nelle edicole, con la risuscitata Nerbini di Alfonso Pichierri e gli immarcescibili Fratelli Spada.

Ma furono le stesse strisce storiche sindacate americane ad andare incontro, nel primo dopoguerra, a un totale sconvolgimento e riassestamento. Scomparse testate come L’Avventuroso, Jumbo, L’Audace, i personaggi anteguerra furono costretti a migrare verso altri lidi: Gordon, L’uomo mascherato, Mandrake, Cino e Franco su L’Avventura; Agente Segreto X-9 su Robinson. Fino al completo trionfo dei formati libretto e rivista rispetto a quello del quotidiano, che comunque non fu un terreno completamente perduto per il fumetto, perché poco dopo i nostri stessi quotidiani d’informazione, Il Giorno e Paese Sera per primi, cominciarono seguire l’esempio degli equivalenti americani e a pubblicare strisce importate dall’Inghilterra e dall’America.

La sconfinata attività editoriale di Luciano Secchi è sin troppo dimenticata, eppure ha cambiato per sempre la nostra percezione del fumetto, dalle strisce di Eureka ai supereroi Marvel. Quali sue testate preferivi?

Un tipico reperto da “busta”:
uno dei primi “Eureka Pocket”,
con l’inchiostro blu
colato fin sulla copertina

Rispondere a questa domanda è per me fin troppo facile. Mi basta solo parlare di dati oggettivi e ricordare che per lunghi anni (pochissimi in realtà, ma nella mia percezione dell’epoca sono stati quasi un’eternità) ho comprato con regolarità molte testate di supereroi Marvel, curate appunto, nella loro edizione italiana, da Luciano Secchi, e in più le sue tre creazioni principali: Kriminal, Satanik e Alan Ford, tutte pubblicazioni che uscivano allora per i tipi della Editoriale Corno, di cui Secchi era direttore editoriale.

Come hai giustamente ricordato, negli stessi anni la Corno pubblicava anche Eureka, la più diretta concorrente di Linus, di cui comunque non è mai riuscita a insidiare il primato nel cuore dei lettori e nell’occhio dei critici. Vorrei poter dire che la compravo ma non era così, perché il mio interesse per il fumetto umoristico non era altrettanto viscerale di quello per il fumetto d’avventura, sebbene non lo abbia mai ignorato del tutto. Guarda caso, la sola rivista della Corno che io abbia acquistato in quegli anni, anche se a pubblicazioni già interrotte, è stata Okay, che pubblicava storie recenti dei soliti classici eroi dell’avventura americani nati negli anni Trenta… insomma non si scappa. Un vero peccato che di Okay ne siano usciti solo quattro numeri…

L’ultimo numero di “Okay”,
sfortunata serie della Editoriale Corno
dedicata ai grandi eroi dell’avventura,
durata lo spazio di soli quattro albi

E sempre con abbondante ritardo mi ero procurato i primi sette Eureka Pocket dedicati nell’ordine a: L’uomo Mascherato, Mandrake, Gordon, Agente segreto X-9, Cino e Franco, Radio Pattuglia, Brick Bradford. Si trattava di scadenti riedizioni in bianco e nero delle vecchie produzioni Nerbini o Mondadori, ma ai miei occhi di bambino erano delle vere meraviglie che sembravano uscite direttamente da un mondo magico. Ma vale la pena spendere due parole anche su questo particolare del “ritardo”.

Esistevano, allora, delle cose che noi chiamavamo “buste”, cioè involucri di carta o di cellophane con riproposte di uscite di alcuni anni prima, in genere secondo la formula di più albi insieme rivenduti a un prezzo più basso di quello di copertina. Era grazie a queste “buste” che avevo ripopolato di numeri arretrati le mie collezioni di classici americani, soprattutto nelle edizioni dei Fratelli Spada. Non è però che te la facevano passare del tutto liscia; in qualche modo si doveva capire che quegli albi li avevi pagati meno del prezzo di vendita e i metodi utilizzati erano due: o una strisciata di inchiostro blu sul bordo superiore, che spesso colava fin sulla copertina – ed era il metodo che utilizzava la Corno –, oppure – ed era il metodo dei Fratelli Spada – una netta sforbiciata a uno degli angoli dell’albo, che per fortuna non andava a intaccare le vignette.

Tornando al nostro Luciano Secchi, forse meglio noto come Max Bunker, penso che il meglio di sé, in quegli anni, lo abbia dato con Alan Ford, ma io sono affettivamente più legato a Kriminal e Satanik. Amavo il fumetto nero in generale e leggevo, oltre a Diabolik, anche testate oggi dimenticate come Sadik o Zakimort. Per la verità, di italiano leggevo anche i fumetti western (tradotto: i fumetti Bonelli), ma curiosamente non hanno mai attecchito in profondità in me, e oggi come oggi il loro ricordo non mi smuove un bel nulla.

Satanik in un disegno di Magnus (Roberto Raviola, 1939-1996)

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 24, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 
 
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