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Archivio dell'autore: Lucius Etruscus

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Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com

TG CASA 40ENA

In questi terribili giorni ascoltare il telegiornale ti mette un peso enorme sul cuore: questo fine settimana vi invito ad ascoltare un altro tipo di TG… Il “TG CASA 40ENA” di Maccio Capatonda.

Costretto in casa anche lui, il noto comico ne ha approfittato per organizzare un telegiornale dai vari angoli del suo appartamento, per analizzare problematiche disparate e lanciare anche indagini che tutti noi prima o poi abbiamo conosciuto: che fine fanno i calzini spaiati?

Finora ci sono tre puntate, che vi metto qui di seguito, ma spero che Maccio torni a regalarci un sorriso in questi tempi bui, e nel caso aggiornerò il post.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 28, 2020 in Uncategorized

 

Dizionario italiano-giornalese!

Voi li capite i TG di questi giorni? Dall’inizio della terribile pandemia che ci ha colpiti i giornalisti hanno aumentato la dose di termini itanglesi: perché quello che per decenni si è chiamato telelavoro… ora tutti lo chiamano smart working? Il Governo parla di cluster, i social ce l’hanno coi runner, l’Italia è finita nel lockdown… boh, ci vorrebbe un dizionarietto per capire le informazioni dei TG… e ora c’è!

Questa mia premessa sarcastica serve a presentare questo post di Zoppaz, che ha pensato bene di spiegare in italiano i tanti termini itanglesi snocciolati dai giornalisti di questi giorni: fateci un salto, e nel caso proponete inglesismi mancanti all’appello. Sono sicuro che lo sviluppo del virus nei Paesi anglofoni ce ne regalerà di sempre nuovi.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 26, 2020 in Linguistica

 

[Archeo Edicola] Totò, Peppino e le fanatiche (1958)

In questi brutti tempi di depressione e paura, rispolverare titoli storici di Totò fa sempre bene. Così quando RaiMovie ha trasmesso “Totò, Peppino e le fanatiche” (1958) di Mario Mattoli me lo sono rivisto con piacere: non uno dei capolavori della coppia, ma il suo lavoro di tirarti un po’ su lo fa.

Totò e Peppino sono giusto comparse in un film che ha più ambizioni da “musicarello”, avendo nel cast la giovane star Johnny Dorelli ma soprattutto un intervento nel finale scoppiettante del decano Renato Carosone che canta nientemeno che Tu vuo’ fà l’americano (1956), canzone all’epoca freschissima.

L’intento di questi cantanti è raccogliere fondi per beneficenza ma tutto finisce a tarallucci e vino, anzi in una spaghettata finale che fa fuori quei due spicci raccolti. e gli orfanelli? Chi pensa a loro? Nel finale abbiamo appunto Totò e Peppino che cercano di racimolare qualche donazione davanti ad un’edicola, e qui nasce il problema.

Per deformazione professionale ogni volta che guardo qualsiasi film mi scattano vari campanelli: citazioni librarie, scacchistiche, edicolanti, parole “fantastiche” e via dicendo: appena vedo Totò e Peppino fare la questa sotto un’edicola in cui campeggia la testata de “l’Unità” mi prendo l’appunto per la rubrica “Archeo Edicola”.

Vado a prendere il DVD del film e scopro con orrore che questo titolo non è nella mia collezione digitale di Totò, quindi devo rimediare il video frugando in rete. Trovo una bella edizione rimasterizzata, sicuramente presa da DVD, della stessa qualità vista in TV ma… che fine ha fatto “l’Unità”?

Ottima qualità dell’immagine… ma inquadratura tagliata!

Cerco allora qualche altra versione e ne trovo una rovinata, tagliata, forse proveniente da VHS… però con “l’Unità” in bella vista!

Pessima qualità, ma almeno inquadratura ampia

Come si può vedere, la differenza di inquadrature taglia comunque la scena: nella versione di alta qualità c’è a destra una colonna assente nell’altra immagine, che però vanta più “altezza” rispetto alla prima.

Leggete qualche rivista?

Purtroppo in nessuna delle due versioni si riesce a leggere qualche nome di rivista alle spalle degli attori, troviamo giusto un “Paese sera” scritto chiaro in un’altra inquadratura.

Quando vogliono farsi leggere, le testate sono scritte belle chiare

Peccato che un’edicola degli anni Cinquanta così riccamente fornita non ci abbia regalato qualche testata dell’epoca, ma rimane il mistero sul perché l’edizione più nuova abbia perso “l’Unità”: evidentemente in TV hanno trasmesso una versione più completa, visto che l’immagine perfetta si sposa con un’inquadratura ampia, quindi al prossimo passaggio mi sa che mi registro il film.

L.

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Pubblicato da su marzo 24, 2020 in Archeo Edicola

 

Divorzio causa androide (1953)

Sul finire della sua vita Isaac Asimov, grande padre di concetti robotici sin dagli anni Quaranta, insieme a Robert Silverberg immaginò un androide che lottasse per ottere gli stessi diritti umani, ma già nel 1953 l’idea non solo era apparsa, ma già ampiamente superata, parlando dei problemi che questa eventuale legge delle “pari opportunità” creerebbe. E se un uomo chiedesse il divorzio perché la prima notte di nozze si è accorto… che la moglie è un’androide?

Il divertente ma stuzzicante spunto è alla base del racconto lungo “Made in U.S.A.” di J.T. McIntosh che apre il numero dell’aprile 1953 (volume 6, numero 1) della storica rivista americana “Galaxy“.

Il testo di una trentina di pagine arriva nel nostro Paese grazie alla collana “Nova SF” (Perseo Libri) di Ugo Malaguti, che però solo nell’aprile 2000 presenta il racconto, con la traduzione di Lella Moruzzi, nell’antologia “Storie della vecchia Terra“, anno XVI (XXXIV) n. 42 (84): è l’unica edizione nota del racconto in Italia.

«Un’androide!» eruppe lui in modo perverso.

Il grido “perverso” (viciously) del protagonista Roderick si deve al fatto che la donna che ama, Alison, è in realtà un’androide, termine usato sia come aggettivo che come sostantivo, denotando una confusione che purtroppo dura ancora oggi, nella lingua inglese. Considerandolo a torto un termine neutro, come abbiamo visto, gli anglofoni ignorano la radice andr-, “uomo”, e usato la parola tranquillamente anche per le donne. Purtroppo spesso i traduttori vanno loro dietro, limitandosi ad un apostrofo come unica concessione al femminile.

«Oggi si fa la Storia, col primo caso di divorzio fra un umano e un’androide da quando recentemente è stata riconosciuta agli androidi la totale uguaglianza dal punto di vista legale.»

Sembra una America liberale, quella del futuro, che addirittura garantisce uguaglianza a non umani, ma trattandosi di esseri in tutto e per tutto identici agli umani la cosa viene facile. Generando però confusione: proprio come l’omosessualità, gli androidi non sono costretti a dichiararla né è consentito chiedergliene conferma. Così Alison ha taciuto a Roderick di essere nata in laboratorio, crescuita poi in una famiglia adottiva, e questo ha portato l’uomo a processo: lui vuole una prole numerosa, che un’androide tecnicamente non può garantirgli.

Illustrazione di EMSH (Ed Emshwiller)

«Gli androidi non sono altro che persone. Per niente diversi dagli umani, se non per il fatto di essere creati artificialmente anziché nascere naturalmente.»

Il razzismo umano non ha confini, per cui espressioni come «sporca androide» (dirty android) si possono sentire durante il processo di divorzio, in cui si cerca di capire cosa sia l’umanità, prima di passare a capire l'”androidità”. Il fatto che l’umanità sterile si stia drammaticamente riducendo di numero, e se non fosse per gli androidi servizievoli la civiltà sarebbe già crollata, ci fa capire come già nel 1953 era chiaro ciò che oggi i politici fanno ancora finta di non aver capire: senza lo “straniero” (cioè chi è diverso da noi pur essendo uguale, proprio come gli androidi) siamo destinati all’estinzione.

«i figli degli androidi non possono essere degli androidi, o no?»

Vogliamo toccare anche il tema del ius soli? I figli degli immigrati non possono essere immigrati, no? Insomma, è chiaro che McIntosh usi lo strumento dell’androide per affrontare molti temi di scottante attualità già negli anni Cinquanta, gli stessi identici d’attualità ancora oggi, perché nessuno da allora si è preso la briga di risolverli, al massimo ha messo una toppa qua e là.

«errare è umano… e, se mi è concessa la battuta, è anche androide.»

L’autore non è interessato ad approfondire temi robotici, i suoi androidi sono semplici stranieri che devono combattere con il razzismo e la violenza degli “umani” (che di umano in realtà hanno ben poco), dimostrando allo stesso tempo come certi termini stessero uscendo dal ghetto della narrativa di genere per assumere valenze più universali. Basterà instillare il dubbio che Alison possa avere figli per risolvere il processo in un volemose bbene, ma intanto i semi sono piantati: robot e androidi sono pronti a conquistare l’immaginario collettivo ed ogni universo narrativo.

L.

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Pubblicato da su marzo 4, 2020 in Linguistica

 

Intervista su Zagor!

Torno ad intervistare Moreno Pavanello del blog Storie da birreria, di cui ho già parlato in occasione del suo romanzo horror western e che trovate spesso citato nei miei blog, condividendo molte passioni e contaminandoci a vicenda.

Due fra le tante passioni di Moreno sono quella per l’universo a fumetti di Zagor e per la scrittura di fan fiction: era destino che le due cose finissero per unirsi. Recentemente ha dovuto trasmigrare i suoi eBook gratuiti e per presentare i nuovi link delle sue opere – Tex – Zagor: La valle nascosta (2016), Supermike. Una notte a New York (2018) e Supermike contro il Tessitore (2019) – ho pensato di fare con lui una chiacchierata su un personaggio che ho conosciuto solo di sfuggita.


Ricordi quando hai conosciuto Zagor la prima volta? È stata una tua scoperta personale o ti è stato consigliato?

Diciamo entrambe… È stata una mia scoperta personale letteralmente, perché l’ho trovato come si trova un tesoro: non ricordo l’età esatta, facevo sicuramente le elementari, e mi trovavo a casa dei miei nonni materni. Da un sottoscala è saltato fuori uno scatolone contenente i vecchi fumetti di mia madre e mio padre (e così possiamo dire che mi è stato anche consigliato, visto che li ho ereditati dai miei!): principalmente Tex e Zagor, poi vari Mister No, Akim, Comandante Mark, Piccolo Ranger, qualche Alan Ford, pochi Diabolik e Kriminal.

Dopo, è stato un punto d’onore setacciare i mercatini dell’usato, che all’epoca erano ancora ridondanti di fumetti usati (ora non si trova più quasi nulla) per riempire i “buchi” completando le storie a metà. Ora le collezioni di Zagor, Tex e Mister No (e altri che si sono aggiunti dopo) sono complete, anche se non sono tutti originali: mai stato un collezionista fanatico, a me interessano le storie, non gli oggetti su cui sono scritte!

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Pubblicato da su marzo 2, 2020 in Interviste

 

La carbonara non esiste (2019)

La pasta alla carbonara è uno dei piatti più amati in Italia, non solo dai romani ma soprattutto dai romani, che ne rivendicano spesso la paternità: come tutte le convinzioni radicate, è ovviamente del tutto aleatoria e priva di qualsiasi fondamento. Anni fa, per una serie di coincidenze, scoprii che la storia della cucina è un’arte molto complessa e quel che peggio dove solo pochi professionisti sanno dire qualcosa di più della semplice chiacchiera da paese: Alessandro Trocino è uno di questi, così mette in disparte il proprio cuore e le proprie convinzioni per trattare dal punto di vista storico l’argomento più scottante per un italiano: chi ha inventato la carbonara? E quando?

Tutti i romani hanno una risposta a queste domande, ed è sempre sbagliata. Semplicemente perché non esiste uno straccio di prova che sia mai esistita la carbonara prima del secondo dopoguerra, e la sua nascita è avvolta in un dedalo di leggende e credenze popolari che intorbida il discorso e rende impossibile distinguere la panzana dalla prova storica.

22 settembre 1944, i soldati americani “liberatori” organizzano una cena di gala a Riccione per festeggiare la liberazione della città. A gestire l’importante cena, a cui parteciperanno personaggi illustri, viene chiamato un giovane cuoco bolognese, Renato Gualandi (scomparso nel 2016), scampato alla morte sul fronte jugoslavo. Le risorse sono poche e il cuoco può attingere giusto alle scorte militari: pancetta e tuorli d’uova in polvere; mescola tutto con crema di latte, crema di formaggio e alla fine una spolverata di pepe nero. Un successo. «Fu la necessità a spingermi a creare la carbonara».
Questo raccontato è solo uno dei tanti miti delle origini – anche se Gualandi non sembra aver spiegato quel nome, “carbonara”, che a tutt’oggi rimane di natura ignota, sommerso da decine di spiegazioni senza prove – raccontati dal delizioso libretto “La carbonara non esiste“, edito da Giunti nel settembre 2019.

Una lettura veloce e gustosa, che mette tanto appetito ma che fra uova e guanciale piazza un bel peso sullo stomaco: l’impossibilità di ricreare le “vere” origini di un piatto che deve il suo mistero all’abbondanza di storie, tutte apocrife, tutte senza prove e tutte “personali”. (Sono cioè racconti di chi afferma di aver inventato il piatto.)

La questione non è solo di gusto o di palato, coinvolge l’intera cultura italiana: quella che troppo spesso si riempie la bocca e la “pancia” di fantomatiche “tradizioni” che sono state inventate di sana pianta qualche anno prima e invece vengono spacciate per secolari. Ogni romano è convinto di far parte di una cultura millenaria, quando grasso che cola se la romanità nasce negli anni Cinquanta del Novecento: è allora infatti che certi miti e leggende poi sentiti come “tradizioni” sono esplose nell’immaginario collettivo.
Il problema di tutto questo è che a forza di credere che esistano quelle entità eteree chiamate “tradizioni” ci si dimentica che è tutto in costante evoluzione e mutamento, quindi si sale sul capitello di turno e si grida contro chi fa la carbonara in modo diverso, che la carbonara si fa così e così. Peccato esistano tante ricette della carbonara quanti suoi miti di fondazione, quindi con quale diritto qualcuno si arroga il diritto di indignarsi per una tradizione infranta?

Un delizioso libretto che parte dalla tavola per parlarci sia di ricerca storica – quella seria, che si basa sulle prove e non sul “sentito dire” – sia di cultura italiana, troppo spesso arroccata su tradizioni recenti e fuorvianti.

L.

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Pubblicato da su febbraio 28, 2020 in Recensioni

 

Principi in amore (romantici titoli)

Le lettrici di romanzi d’amore non sono repubblicane: la monarchia e il mondo dei titoli nobiliari sembra nutrire per loro un fascino irresistibile, e soprattutto immutato nei decenni.

Una fetta sostanziosa dei romanzi a sfondo romantico è di ambientazione storica quindi non stupisce trovare un fiume di titoli incentrati su un qualche (scusate il gioco di parole) titolo nobiliare: per esempio… il principe.

Parto da Il principe cerca moglie, raccolta di tre romanzi le cui trame sembrano illustrare perfettamente lo spettro narrativo di questo titolo nobiliare:

Forse il principe azzurro esiste davvero… e sta aspettando proprio te!

Nobile sogno (Innocent Mistress, Royal Wife, 2008) di Robyn Donald
Una vacanza in una meravigliosa isola dell’Oceano Indiano, un elegante castello e un ammiratore di sangue blu: quale donna non desidererebbe vivere un simile sogno? E infatti Leslie Sinclair non ha intenzione di respingere le attenzioni di Rafiq de Couteveille anche se per loro sembra non esserci un lieto fine…

Il principe degli scandali (Prince of Scandal, 2011) di Annie West
Raul, Principe di Maritz, non può credere che un’antica legge del suo paese gli imponga il matrimonio. Ma la sua vita è stata caratterizzata da un susseguirsi di scandali, e un’unione con Luisa Hardwicke porterebbe un po’ di stabilità alla corona. Peccato che Luisa non ne voglia sapere di diventare una principessa!

I doveri di un principe (Weight of the Crown, 2011) di Christina Hollis
Per il Principe Lysander Kahani, famoso playboy, sono finiti i tempi del divertimento. Ora deve occuparsi giorno e notte di suo nipote, oltre che delle sorti del suo paese. Ma gli basta uno sguardo ad Alyssa Dene, la compassata tata del suo nipotino, perché il suo lato oscuro riemerga di prepotenza.

«Quale donna non desidererebbe vivere un simile sogno?» Di sicuro lo desiderano le tante lettrici che hanno premiato l’uso del principe come “romantico titolo”.

Come sempre, tutti i titoli citati di seguito sono veri e pubblicati di recente.

Una lettrice di romanzi rosa è dunque Affascinata dal principe (di Kristi Gold), Stregata da un principe (di Kathryn Jensen), e sogna non solo di essere Alla corte del principe (di Christine Rimmer) ma proprio All’altare col principe (di Maisey Yates): insomma, sogna di essere La sposa del principe (di Jennie Lucas).

Altre magari invece sognano di essere Rapita dal principe (di Kat Cantrell) e Prigioniera del principe (di Maisey Yates), o ancora Agli ordini del principe (di Robyn Donald) sottostando a I desideri del principe (di Penny Jordan): tutto, pur di passare Una notte col principe (di Chantelle Shaw), fosse anche Capodanno con il principe (di Scarlet Wilson).

Ma com’è questo principe? Può essere Un amore di principe (di Susan Meier) o Il principe di ghiaccio (di Sandra Marton), può essere Un principe ribelle (di Ally Blake) o Il principe playboy (di Maisey Yates), Un principe senza trono (di Michelle Willingham) o Il principe milionario (di Caitlin Crews), può essere Il principe dell’inganno (di Jules Bennett) o Il principe delle favole (di Kate Hardy), Il principe degli scandali (di Annie West) o Il principe dei sogni (di Raye Morgan): l’importante, però, è che sia Il principe innamorato (di Rebecca Winters).

Non importa se sia Un principe in corsia (di Kate Hardy), Un principe in cucina (di Kandy Shepherd) o Il principe in incognito (di Alison Roberts): che sia Un principe al bivio (di Barbara Wallace) o Il principe chirurgo (di Amy Ruttan), è sempre Un principe da amare (di Annie West) e soprattutto Un principe da sposare (di Lynn Raye Harris).

Nessuno sembra informarsi su I sentimenti del principe (di Lucy Monroe), magari mediante un’Intervista con il principe (di Penny Jordan), a nessuno sembra interessare La volontà del principe (di Olivia Gates), né in cosa consista La scelta del principe (di Rebecca Winters) o Il segreto del principe (di Olivia Gates). Insomma, nessuno vuole sapere cosa ci sia Nel cuore del principe (di Linda Goodnight).

A qualche lettrice può bastare il sogno d’essere L’assistente del principe (di Barbara Wallace), ma le più preferirebbero essere La favorita del principe (di Betina Krahn), o La candidata del principe (di Lucy Monroe), o meglio Desiderata dal principe (di Michelle Celmer) e poi – dopo avergli detto Baciami, principe (di Teresa Carpenter) – diventare prima La fidanzata del principe (di Jules Bennett) e poi – dopo avergli detto Sposami, principe! (di Victoria Chancellor) – diventare La moglie del principe (di Lynn Raye Harris).

Al di là di quale sia Il piano del principe (di Michelle Conder) è necessario stipulare un Patto con il principe (di Catherine Mann): La promessa del principe (di Jennifer Faye) che diventi La proposta del principe (di Kate Hewitt), e magari sfornare L’erede del principe (di Sharon Kendrick).

Ogni lettrice insomma vorrebbe rivolgersi al proprio Principe di cuori (di Sarah Morgan) e chiamarlo: Il mio principe (di Karen Van Der Zee).

L.

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Pubblicato da su febbraio 26, 2020 in Indagini

 

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