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Archivio dell'autore: Lucius Etruscus

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[Pseudobiblia] Il Santo romanziere (1968)

Bisogna essere un santo per riuscire a gestire un romanziere misterioso, anzi… un Santo con la maiuscola!

Simon Templar detto il Santo, interpretato dal compianto Roger Moore

Il grande gioco dei “libri falsi” è stato adottato anche dal più inaspettato dei personaggi: il britannicissimo Simon Templar detto il Santo, l’eroe letterario nato dalla penna di Leslie Charteris e reso famoso in televisione grazie all’eleganza e alla simpatia del compianto Roger Moore.

Grazie alla trasmissione da parte di una piccola rete locale – la sempre prolifica 7 Gold – ho conosciuto il film “L’organizzazione ringrazia. Firmato, Il Santo“, complicato titolo italiano per il decisamente più frizzante The Fiction-Makers, che nasconde un gioco di parole multiplo, come vedremo.
Arriva in Italia un po’ di nascosto il 23 marzo 1974 e conosce un lancio decisamente migliore il 3 agosto successivo. Esce in VHS per AVO Film e Polygram, mentre in DVD è disponibile per Pulp Video.

Siamo agli sgoccioli della fortunata serie televisiva dedicata al personaggio, e così questo The Fiction Makers è un doppio episodio (6×11 e 6×12) andato in onda l’8 e il 15 dicembre 1968 e poi distribuito a livello internazionale come film a sé stante. La serie TV finirà due mesi dopo e si interromperanno i film del Santo al cinema: servirà una pausa di almeno dieci anni perché il personaggio torni in auge.
Va fatto notare che Charteris aveva in pratica smesso di scrivere i suoi romanzi del Santo nel 1963: Vendetta for The Saint (1964) è il primo libro firmato con un altro autore (il più che prolifico Harry Harrison). Sembra sia arrivato il momento di una pausa per Simon Templar… o più semplicemente per un ghostwriter!

Risulta curioso come dopo quarant’anni di storie – il primo romanzo del Santo è datato 1928! – Charteris diventi d’un tratto prolifico, proprio quando il successo televisivo lo richiede: sicuri che non ci sia un qualche “scrittore fantasma” nascosto da qualche parte?
In fondo, quest’ipotesi ce la racconta lo stesso Charteris!

Il film infatti – o, se vogliamo, il doppio episodio – si apre con Simon Templar che ad una première cinematografica viene avvicinato da un amico editore: Finlay-Hugoson (Peter Ashmore) il grande “scopritore” del romanziere più amato del momento, Amos Klein.
Questo autore ha firmato una lunga sequenza di bestseller ma in realtà ciò che fa impazzire stampa e lettori è il fatto che egli si sia sempre negato agli “onori” della cronaca: nessuno l’ha neanche mai visto, quindi carpire qualsiasi informazione sul misterioso Amos Klein sarebbe uno scoop da prima pagina.
L’editore dunque chiede un grande favore a Simon Templar: dovrà proteggere l’identità, ma anche l’incolumità, del suo romanziere.

Come il Santo scopre con grande delizia, il rude autore di tanti romanzi gialli, violenti e pieni di sangue, è in realtà una frizzante ragazza, interpretata da Sylvia Syms, attrice televisiva dal curriculum sterminato e che curiosamente è apparsa spesso nella serie TV del Santo… in vari ruoli diversi!
La bionda fanciulla dobbiamo chiamarla per forza Amos Klein perché non darà mai altro nome nella storia, ma tanto non ce ne sarebbe il tempo: lei e Simon vengono rapiti e inizia l’incubo.

La misteriosa romanziera Amos Klein (Sylvia Syms) e il Santo (Roger Moore)

Il Santo e la scrittrice si ritrovano nelle mani di Warlock (Kenneth J. Warren), cattivone pazzerello molto sopra le righe che dichiaratamente ha forgiato il proprio carattere e la propria vita sul cattivo omonimo dei romanzi di Amos Klein, signore dell’organizzazione S.W.O.R.D. (Organizzazione Segreta Mondiale per la Rapina e la Distruzione, versione italiana dell’originale Secret World Organization for Retribution & Destruction).
Gli altri uomini dell’organizzazione sono Bishop (Nicholas Smith), Frug (Philip Locke), Rip Savage (Frank Maher), Nero Jones (Roy Hanlon), Simeon Monk (Tom Clegg) e, per finire, la quota rosa: Galaxy Rose (Justine Lord). Sono tutti personaggi dei romanzi di Amos Klein che Warlock ha “creato” davvero.

Mi piace far notare che se Warlock ha dato vita alla S.W.O.R.D. letteraria di Amos Klein, i Fiction Makers (“creatori di finzione”) non finiscono qui, perché nel 2001 Xavier LeNormand (pseudonimo dell’italianissimo Stefano Di Marino) sulle pagine della collana “Segretissimo” presenta il suo nuovo personaggio Vlad e lo fa misurare con una spietata organizzazione segreta: la S.W.O.R.D.

Le lusinghe di Warlock e gli altri cattivi letterari, trasformati in realtà

Subodorando il tranello, Simon si è presentato come Amos Klein e la bionda scrittrice che deve proteggere l’ha presentata come sua segretaria: Joyce Tesoro (Joyce Darling). Delizioso il gioco per cui la prima volta che i due si sono visti lui l’ha chiamata “tesoro” (darling) e poi, al momento di inventarle un nome fittizio, l’ha mantenuto: senza saperlo ho adottato la stessa tecnica nel 2010, quando nel primo racconto il mio Marlowe incontra la libraia Dolcezza…
Purtroppo quando Charteris in persona metterà mano al romanzo tratto da questa storia – di cui parlerò più avanti – rovina tutto cancellando Joyce Darling e facendo presentare la donna come Amity Little: come distruggere il fascino di una romanziera senza nome…

Credendolo il celebre scrittore, Warlock vuole da Simon Templar un piano perfetto per svaligiare un grande deposito aureo, e questa è la parte noiosa della storia.
Erano i mitici anni Sessanta, quando cioè l’esplosione della narrativa “nera” faceva tremare i benpensanti: e se poi dei veri criminali mettono in atto i piani che leggono nei romanzi?
In Italia era caldissima la questione di “Diabolik”, e iniziano allora le fantomatiche e farlocche notizie di ladri che hanno rapinato negozi usando un piano letto sulla testata della Astorina.
In America sono gli anni di Richard Stark, pseudonimo con il quale il prolifico Donald E. Westlake raccontava storie nerissime di crimini e rapine.
Insomma, in questo periodo nessuno sa ordire piani criminali come gli scrittori di genere…

Inventarsi una trama romanzesca per organizzare una vera rapina

Purtroppo la sensazione è che la trama di un episodio medio di Simon Templar sia stata stiracchiata fino a due, perché le infinite lungaggini, le scene inutili e peggio ancora ripetute mettono a dura prova lo spettatore: è un peccato, perché il soggetto è delizioso e vedere Roger Moore che se la tira da grande romanziere è divertentissimo.
Alla fine del film lo sbadiglio è il nostro unico amico e ci si congeda dalla pellicola con un forte sapore di occasione mancata.

Ma cosa sappiamo, alla fine, degli pseudobiblia di Amos Klein? Oltre al fatto di avere come protagonista Charles Lake e come nemico sempre la S.W.O.R.D. guidata dal perfido Warlock, sappiamo anche qualche titolo.

  • Vulcano 7 (Volcano Seven), da cui deriva il nome di Galaxy Rose assunto dalla donna di Warlock
  • Amante dell’odio
  • Sprazzo di sole 5 (Sunburst Five), da cui è stato tratto il film che Simon Templar sta vedendo all’inizio di questa storia
  • Terremoto 4 (Earthquake Four), in cui Charles Lake fugge da un castello mediante una mongolfiera, tenuta arrotolata nel suo ombrello e gonfiata grazie al gas contenuto nel suo accendino speciale (!)
  • Tormenta 5

I titoli italiani sono presi dal film in questione, mentre quelli originali che cito fra parentesi li ho presi dal romanzo Saint and the Fiction Makers (inedito in Italia), firmato sempre da Leslie Charteris ma in realtà si tratta della novelization del doppio episodio/film firmata da Fleming Lee basandosi sulla sceneggiatura di John Kruse.
Nell’edizione del 1988 Charteris racconta di essere stato talmente intrigato dal soggetto da averlo voluto estendere, nella sua forma romanzata, fino a diventare un romanzo del Santo a tutti gli effetti, sebbene non scritto da lui. Visto che già la trama risultava esageratamente allungata fino a diventare ripetitiva e noiosa, temo non sia stata una scelta felice…

Salutiamo dunque i “creatori di finzione”, cioè Leslie Charteris, un romanziere che ormai non scrive più, che ha dato mandato ad altri di inventare il romanziere Amos Klein – che in realtà neanche esiste, visto che è una donna senza nome a scrivere i suoi libri – che ha inventato il personaggio di Warlock che poi ha preso vita e ha ricreato altri personaggi…
Questo è il grande gioco degli pseudobiblia un circolo letterario vizioso da cui non se ne esce più.

L.

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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Books in Movies] Io tigro, tu tigri, egli tigra (1978)

Renato Pozzetto legge il primo numero della testata “Gli Eterni” (marzo 1978)

Grazie alla segnalazione di Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno, ho trovato questo delizioso product placement – modo gentile di indicare una classica “marchetta” – nel film ad episodi Io tigro, tu tigri, egli tigra (1978) di Giorgio Capitani.

Un fumetto Editoriale Corno è meglio di un’amante!

In questi anni il rapporto fra l’attore simbolo della comicità surreale Renato Pozzetto e il “rinascimentale” Luciano Secchi sembra molto stretto. Giusto per fare un esempio, nel 1976 Pozzetto aveva partecipato al film Sturmtruppen di Salvatore Samperi, nato dalla celebre striscia comica di Bonvi – che appare in un cameo – all’epoca pubblicata sulla rivista “Eureka” di Secchi. E nel 1979 il comico sarà protagonista assoluto del film Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective di Bruno Corbucci, tratto dai fortunati romanzi giallo-brillanti che Secchi scriveva e pubblicava.

I disegni di Jack Kirby fanno rimanere sempre a bocca aperta…

Per questo non stupisce quando il 21 settembre 1978 esce nei cinema un film dove Pozzetto legge a favore di camera un numero della testata “Gli Eterni” che la Editoriale Corno di Secchi ha lanciato in edicola dal marzo precedente.

Risale al luglio del 1976 la creazione per la Marvel da parte del mitico Jack Kirby dei personaggi noti come The Eternals, che Secchi porta in Italia con un mensile che inoltre contiene le storie di Nova e Omega, altri eroi della scuderia Marvel da cui l’editore sta attingendo a piene mani.

L.

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Pubblicato da su giugno 20, 2017 in Books in Movies

 

[Un libro, una storia] Capitani oltraggiosi

Come già ho avuto modo di raccontare, il 18 febbraio 2005 ho iniziato a leggere per la prima volta un romanzo dell’autore texano Joe R. Lansdale – per la precisione, l’allora ultra-rarissimo Mucho Mojo – e, totalmente rapito dal suo stile, nel giro di un anno ho letto 20 suoi romanzi, cioè tutti quelli disponibili all’epoca. In realtà solamente il 2005 è stato il mio personalissimo annus mirabilis dell’autore: avendo finito tutti i romanzi buoni, dal 2006 ho iniziato a leggere le ristampe e le furbate che cominciavano ad arrivare in Italia, rimanendo spesso deluso e disamorandomi presto di Champion Joe.

Come tutti sanno, il ciclo di romanzi di maggior successo dell’autore texano è quello con protagonisti Hap e Leonard, due tizi che in poche righe ti conquistano, ti divertono e non ti mollano più.
Quel febbraio 2005 mi ero lasciato convincere a dare una chance a questi personaggi e in brevissimo tempo ne ero schiavo. Divorai tutti i libri che li vedevano protagonisti giusto in tempo per l’uscita italiana, nel novembre 2005, di questo Capitani oltraggiosi (Captains Outrageous, 2001), edito da Einaudi.

All’epoca ancora tenevo traccia delle mie letture, così posso raccontare di aver comprato questo libro alla Stazione di Roma Termini il 29 novembre 2005 e di aver iniziato immediatamente a leggerlo, finendolo il 2 dicembre successivo, che era un venerdì.
Perché specifico che era un venerdì? Qui scatta la storia…

All’epoca ero pendolare già da un anno, e vi svelo un segreto che nessuno sa: ogni venerdì c’è uno sciopero, nel trasporto pubblico. Perché una volta sciopera una sigla, una volta un’altra, una volta gli autisti, una volta i controllori, una volta chi pulisce le vetture, e via dicendo. Chiunque si muova con i mezzi a Roma – cioè gli extracomunitari ed io – sa che ogni venerdì c’è uno sciopero e quindi un ritardo e quindi un disagio, e si mette l’anima in pace.

Quel venerdì 2 dicembre un treno fece uno “Sciopero ACDC” (Sciopero A Cazzo Di Cane) – perché se nessuno controlla che le leggi sugli scioperi vengano rispettate, chi le rispetta? – e così saltò una corsa, e quando una corsa salta sulla tratta più frequentata della Provincia di Roma significa che ci sono almeno mille persone sui binari che dovranno salire sul treno successivo, già pieno di altre mille persone.
Dopo aver aspettato un’eternità sulla banchina, mi sono dovuto fare tutto il viaggio – che ovviamente è durato il doppio rispetto al solito – su un piede solo: c’era talmente tanta gente che non c’era spazio per abbassare anche il secondo piede! (Sembra che io stia scherzando, ma vi giuro che è esattamente così che è andata.)

Malgrado tutto questo assurdo disagio, io stavo in grazia di Dio, perché avevo Hap e Leonard che mi tenevano compagnia! Quel venerdì maledetto tutti quei ritardi mi hanno permesso di bermi questo libro, letto in equilibrio su un piede e retto con una mano sola. È stata una full immersion totale e mi rimane solo una domanda: perché una tizia che viaggiava vicino a me continuava a lanciarmi occhiatacce, fissando la copertina del libro? Ok, sono due gambe nude, ma con quello che si vede in giro non credo proprio abbia potuto mal giudicare la mia lettura da questo!

L.

 
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Pubblicato da su giugno 19, 2017 in Uncategorized

 

Perturbante: una parola disturbante

Immagine dal film Unheimliche geschichten (1919)

La settimana scorsa abbiamo visto la problematica vita della parola “disturbante“, utilizzata da secoli ma il cui significato nel Novecento si è ampliato di un significato emotivo, forse a causa di una traduzione sbrigativa dell’inglese disturbing.
Se però “disturbante” può contare su una salda vita nella lingua italiana, una sua stretta parente non ha goduto dello stesso trattamento, malgrado in pratica voglia dire la stessa cosa..

Questa è l’incredibile storia della parola “perturbante“, che da vette elevate è caduta fino in quel sottosuolo interiore a cui dava voce…


Indice:

  1. Un mondo fatto di bambole
  2. La ricerca di Freud
  3. Das Unheimliche
  4. Un aiuto insperato
  5. La storia della parola unheimlich
  6. «Il timore è una passione perturbante dell’animo»
  7. Le alternative
  8. La ricerca di Freud

Un mondo fatto di bambole

Il mio saggio Gynoid: a forma di donna – nato proprio dalle ricerche sull’argomento di questo post – racconta duecento anni di donne artificiali nell’immaginario collettivo occidentale, e non poteva che aprirsi con la più famosa, influente e fondamentale ginoide della nostra cultura: Olympia.
Un qualsiasi paragrafo del racconto “L’uomo della sabbia” (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann basterebbe da solo ad organizzare un convegno di psicologi, tanto è denso di infiniti piani di lettura e di spunti psicoanalitici ante litteram. Quello che però a noi interessa è la storia di Olympia.

Con un padre assente e un estraneo troppo influente, Nathanael cresce non certo in perfetto equilibrio psichico, e forse “cresce” non è la parola esatta, visto che il dottor Coppelius che gli viene sempre in casa parla di “scambiargli le mani”, come se Nathanael fosse un pupazzo.
Conosciuta Olympia ed innamoratosene, Nathanael è convinto d’aver trovato la donna perfetta, ed ha ragione: è talmente perfetta… da non essere vera. Quando Coppelius gliela smonta davanti agli occhi, lo shock è devastante.

Ripresosi da lunga malattia, Nathanael trova un’altra donna e sembra rimettersi in sesto, ma un giorno per caso sale su una torre con belvedere e infila gli occhi in quei cannocchiali per turisti. Tutta la sua vita è sempre passata dalle lenti di Coppelius, e attraverso le lenti di quel cannocchiale ora Nathaniel scopre che la sua nuova donna… è anch’essa finta!
Tutto il mondo è fatto di bambole e il giovane non ce la fa più, togliendosi la vita. Hoffmann è spietato, ma non per il suicidio di Nathanael… bensì perché chiude la storia raccontandoci che la seconda donna del giovane si sposa ed ha un figlio…
Allora non era finta, allora Nathanael era pazzo… o era lui l’unico finto che quindi vedeva tutto il mondo come fatto di bambole? Rimane un mistero come quest’opera cupissima e disperata abbia dato vita a balletti spumeggianti e a testi teatrali comici. Una ragazzetta napoletana divenne così famosa nel ruolo della bambola – della dialettale pupella – da mantenere come nome d’arte il nomignolo che le diedero gli spettatori: Pupella Maggio.


La ricerca di Freud

Un racconto del genere, non poteva far impazzire i futuri psicologi e psicoanalisti: Sigmund Freud in primis.
Nel 1919 il padre della psicoanalisi pubblica sulla rivista “Imago” (n. 5) un veloce saggio in cui dà un’interpretazione del racconto di Hoffmann molto particolare:

«La paura di rimanere ciechi spesso è un sostituto della paura della castrazione. L’autoaccecamento del mitico delinquente, Edipo, è semplicemente una forma mitigata del castigo della castrazione, l’unica punizione che gli si addicesse in virtù della lex talionis

Il collegamento con Edipo è delizioso – in fondo Nathanael ha lo stesso tipo di rapporto complicato con la propria famiglia! – però mi sembra che Freud si concentri su alcuni elementi perdendo il senso generale, dedicando poche parole ad un racconto che invece meriterebbe un’enciclopedia per quanto è denso di richiami e spunti.

Perché Freud sta parlando del Sandmann di Hoffmann? Perché sta studiando una parola, e il concetto che quella parola nasconde. Un concetto talmente preciso da non avere una definizione: un concetto la cui spiegazione sembra essere proprio lo scheletro del racconto di Hoffmann, quasi fosse una “storia a tema”.

Quando il povero Nathanael scopre che l’amata Olympia è in realtà una ginoide – cioè un meccanismo a forma di donna, così come l’androide è un meccanismo a forma d’uomo – il dolore che lo dilania non è solo per la perdita dell’amore: è qualcosa di molto più profondo e terribile. Nathaniel è devastato dallo scoprire che ciò che considerava noto, familiare, rassicurante, non solo non lo era più ma in realtà… non lo era mai stato!
Esiste una parola per indicare il profondo e devastante dolore dello scoprire che tutto ciò che si credeva vero non lo è mai stato? Dopo una breve ricerca Freud l’ha idenetificata: unheimlich.


Das Unheimliche

«Ein solches ist das “Unheimliche”. Kein Zweifel, daß es zum Schreckhaften, Angst-und Grauenerregenden gehört, und ebenso sicher ist es, daß dies Wort nicht immer in einem scharf zu bestimmenden Sinne gebraucht wird, so daß ed eben meist mit dem Angsterregenden überhaupt zusammenfällt.»

Così Freud apre il suo saggio, spiegando subito questa parola che

«si riallaccia indubbiamente a ciò che è spaventoso, che suscita terrore e orrore; è anche parimenti certo che la parola non è sempre impiegata con un senso nettamente definito, per cui tende a coincidere con ciò che genericamente suscita paura.»

Freud si lancia in una ricerca lessicale per fare chiarezza su una parola tedesca molto ambigua, che ad un certo punto pare indicare un significato ed il suo contrario.
La radice heim, “casa”, rende chiaro il significato di heimlich, “casalingo”, “familiare”… ma anche “nascosto”. Come fa qualcosa che è nascosto ad essere familiare? E cosa indica il suo contrario, unheimlich? Come può voler dire allo stesso tempo “non familiare” e “non nascosto”?
Per aiutarsi, Freud va a sfogliare la Bibbia e trova:

«Faraone chiamò Giuseppe “colui cui vengono rivelati i segreti”»

Con queste parole Freud ci fa scoprire che nel 1919 la Bibbia tedesca traduceva Genesi 41,45 con:

«Und nannte ihn den heimlichen»

Dal 1951 anche la bibbia tedesca si allinea alle altre lingue europee, e uno stupendamente evocativo heimlichen diventa un incomprensibile Zaphenat-Paneach, che trovate anche nella Bibbia in italiano.
L’antica definizione tedesca per Giuseppe – che comunque si intendeva per “consigliere segreto” – rendeva perfettamente l’idea di un uomo che portava alla luce i segreti nascosti, mediante l’interpretazione dei sogni: un uomo che in pratica anticipava di millenni la professione dello psicanalista.
Perché il “segreto” fa parte integrante della parola…

Freud trova infatti l’illuminazione finale facendo riferimento ad un illustre predecessore, il filosofo tedesco Friedrich Schelling, che in una delle lezioni del 1842 raccolte nell’opera Filosofia della mitologia (Philosophie der Mythologie, Mursia 1990) afferma:

«unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto ma è venuto alla luce.»

Olympia doveva rimanere la donna perfetta di Nathanael ma poi è venuto alla luce il fatto che era una bambola: ogni segreto che ci turba lo fa solo quando viene alla luce.
In una tesi di laurea sull’argomento, Renato Barucco descrive l’unheimlich proprio come “il segreto violato”:

«l’unheimlich è stato in passato qualcosa di familiare (prima accezione di heimlich), poi la rimozione lo ha reso nascosto (heimlich, seconda accezione). La sua attualizzazione nell’hic et nunc genera l’unheimlich, il segreto violato.»

Insomma, la definizione di Schelling coglie il segno ed è talmente bella che mette i brividi… perché, come vedremo, la luce sarà il vero grande nemico dell’unheimlich.


Un aiuto insperato

Emanuela Cervini nel 2011

Risalgono ad almeno dieci anni fa le mie prime ricerche sull’heimlich, che allargandosi a macchia d’olio mi hanno portato a scrivere di tutto, da articoli a saggi, prima di redigere questo post dopo così tanto tempo. Questo perché la vita di una parola non è facile da tracciare, e quando pensi di averla capita… scopri che devi ricominciare daccapo.

Così avevo tutto bello in testa l’articolo da scrivere quando, nel 2012, ho conosciuto Emanuela Cervini, la traduttrice dal tedesco e dall’inglese che mi ha messo in contatto con i suoi colleghi che ho intervistato nella rubrica “Professione: Traduttore“.
Vista la sua familiarità (heimlich) con il tedesco, l’11 giugno di quell’anno – esattamente cinque anni fa! – le ho fatto per mail un domanda a trabocchetto: cosa mi sapeva dire della parola unheimlich?

Due anni dopo Emanuela è diventata la traduttrice Manuela Cerbiatti in un ruolo da co-protagonista nel mio romanzo Le mani di Madian, dove ad un certo punto spiega allo spaesato protagonista la storia della parola unheimlich, perché è molto attinente al momento che i due stanno vivendo.
Tutto questo come mio gesto di riconoscenza verso l’enorme cortesia di Emanuela in quell’estate 2012, quando non si limitò a dirmi la definizione del dizionario, ma mi tradusse un intero capitolo di un saggio tedesco!
Nel mondo digitale ogni amicizia tende alla massima superficialità, esattamente come nel mondo “normale”: trovare una persona così disponibile è molto raro…


La storia della parola unheimlich

Nel suo “Gestalten des Unheimlichen. Seine Struktur und Funktion bei Eichendorff und Hoffmann” (raccolto nel volume “E.T.A. Hoffmann. Jahrbuch 1998”, Erich Schmidt Verlag, Berlin 1998) Niels Werber, del dipartimento di Germanistica della Ruhr-Universität Bochum, ci spiega la splendida storia di questa parola.
(Ricordo che la traduzione e cura è della citata Emanuela Cervini.)

«Nell’Europa medievale la differenza tra heimlich e unheimlich in senso spaziale e sociale è riscontrabile soprattutto nei ceti più bassi, i cui membri, poco istruiti e sedentari, sono per lo più incapaci di spingere lo sguardo “oltre il cortile di casa”.
Al contrario gli eruditi, appartenenti a un’unica società in grado di comunicare tramite il latino, e i nobili, che mantengono contatti in tutta Europa attraverso corrispondenza, matrimoni e viaggi, hanno smesso già da tempo di considerare unheimlich tutto ciò che si trova appena al di fuori dell’ambiente domestico. Per queste persone i due termini assumono un nuovo significato.

Heimlich indica sempre ciò che si trova tra le quattro mura domestiche, ma con la nuova connotazione di “privato” o “intimo”. L’Heimliche viene a contrapporsi direttamente al concetto di “pubblico”; è ciò che rientra nella sfera privata, della casa, di conseguenza è anche ciò che si trova nascosto o che viene celato (in questo senso sinonimo di “segreto”).
Il significato di heimlich si avvicina a quello di unbekannt, sconosciuto, e quindi anche a quello di unheimlich (estraneo). I due termini che prima erano nettamente contrapposti non lo sono più, diventano quasi intercambiambili.

[…] Fino al diciannovesimo secolo l’evoluzione dell’Unheimliche è limitata in gran parte ai ceti più elevati. Contadini e boscaioli continuano a vivere lontano dalle città, ai margini dei boschi fitti e incontaminati che ricoprono ancora vaste aree d’Europa.
Per chi abita al limitare della foresta, appena oltre la porta di casa inizia una “terra incognita”, un territorio estraneo (unheimlich) popolato da creature pericolose. Ecco perché, secondo i Grimm, heimlich – in contrapposizione a unheimlich – si riferisce anche a “luogo non infestato da spettri: domus a spectris non infestatur” (Deutsches Wörterbuch). Uscire da questa zona di sicurezza è rischioso.
Nella periferia dell’Ottocento, dove il conosciuto è limitato all’ambito domestico, l’Unheimliche coincide con l’Unheimische [letteralmente: ciò che non è heimisch, dove heimisch significa appunto domestico, di casa. N.d.T.]. Al di fuori dell’Heimische c’è un mondo estraneo, ostile, inquietante, pericoloso…

La foresta non è solo un luogo sconosciuto, è anche un luogo buio. La luce è un altro elemento che contrappone l’Unheimliche all’Heim (casa) e all’Herd (focolare, fuoco domestico che rischiara), ma sotto questo aspetto non è tanto la differenza tra ceti superiori e inferiori a pesare, quanto quella tra centro e periferia.
All’inizio del diciannovesimo secolo la moderna illuminazione a gas comincia a essere largamente impiegata nelle città, ma di notte nelle zone periferiche dominano ancora le tenebre, indipendentemente dallo status e dalla ricchezza degli abitanti. Nei centri sempre meglio illuminati l’Unheimliche non si trova più in superficie, bensì nel sottosuolo, nel “regno delle ombre” costituito da catacombe e locali sotterranei. Se ai margini del bosco l’Unheimliche è a due passi da casa, manifesto ma altrove, nella moderna giungla cittadina è sotto casa, nello stesso luogo in cui si vive ma latente.

Il famoso Topologie der Psyche di Freud deriva parte della sua forza persuasiva proprio da questa idea di città moderna in cui pericoli e Unheimliche si trovano sotto la superficie. A rafforzare questo tipo di metafora psicoanalitica contribuiscono racconti come Ein Gang durch die Katakomben [“Viaggio nelle catacombe”, N.d.T.] di Adalbert Stifter, in cui i partecipanti a un tour delle catacombe sotto la cattedrale viennese di Santo Stefano mostrano tutti i sintomi dell’Unheimliche: perdita dell’orientamento, senso di soffocamento, terrore del buio, paura di rimanere soli, paura di teschi e ossa…

Perché tutte queste cose – silenzio, solitudine, oscurità, morte e risurrezione dei defunti – risultano unheimlich e paurose? Per Freud la risposta sta nei complessi presenti nell’inconscio. Ecco perché fa sua la definizione di Schelling «Unheimlich sei alles, was ein Geheimnis, im Verborgenen bleiben sollte und hervorgetreten ist» [“Unheimlich è tutto ciò che doveva rimanere segreto, occulto, ed è venuto alla luce”. N.d.T.].»

Ringrazio ancora di cuore Emanuela per avermi regalato un testo di così rara bellezza. Anzi, averCi regalato…


«Il timore è una passione perturbante dell’animo»

Negli anni Settanta la Newton Compton sta scrivendo una pagina importante dell’editoria italiana presentando per la prima volta dei saggi in formato pocket. Romanzi in formato ridotto ed economico già erano presentati da decenni da grandi case, come Mondadori e Garzanti, ma la saggistica era sempre rimasto appannaggio di portafogli imbottiti e scaffalature capienti. Ora la casa editrice romana stava presentando testi di divulgazione scientifica, spesso inediti, a prezzi per tutte le tasche e senza bisogno di rinforzare le biblioteche casalinghe: da allora inizia il suo mito.
Non a caso nel 1972 – tre anni dopo il primo numero della collana “Newton Testi” – la Garzanti presenta il primo di una lunga serie di libri di divulgazione scientifica di Piero Angela; nel 1974 il celebre etologo Danilo Mainardi pubblica contemporaneamente per Rizzoli (L’animale culturale) e Sonzogno (Storie naturali) mentre dal 1970 iniziano i saggi Rusconi sulla saggistica contemporanea.

Dunque in questo 1976 il traduttore Celso Balducci ha l’impegnativo compito di tradurre il saggio del 1919 di Freud – che non risulta mai apparso prima in lingua italiana, a meno di future smentite comprovate – all’interno del volume antologico “Un bambino viene battuto e scritti 1919-1920“, numero 19 della collana “Newton Testi”. (Oggi il testo è raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, sempre per Newton Compton, disponibile anche in eBook a prezzo imbattibile.)
Come rendere in italiano la parola unheimlich, che già in lingua originale dà molti problemi a dotti come Schelling e Freud? Come trovare un corrispettivo in una lingua che Freud stesso afferma esserne priva?

«Le lingue italiana e portoghese sembrano accontentarsi di parole che definiremo come circonlocuzioni.»

Balducci secondo me compie la scelta migliore.

La traduzione di unheimlich più ovvia – e quella riportata dai dizionari di oggi – è “inquietante”, ma è anche la più imprecisa in quanto è un termine di larghissimo uso, essendo in pratica l’unica parola italiana che descrive un turbamento emotivo. L’unheimlich è qualcosa di diverso: è una parola non di uso comune che indica emozioni forti non comuni.
Serve una parola italiana non comune che denoti emozioni forti non comuni: perturbante è la scelta perfetta.

Sin almeno dal tardo Medioevo “perturbante” è parola nota, scritta proprio così nella lingua latina modificata di quest’epoca, persistente anche nei secoli a venire. «Morbo naturam perturbante» (da De febrium differentijs, 1601), «Siccante et perturbante cerebrum» (da Athanasii Kircheri Fuldensis, 1650), «Pungente ac perturbante» (da Psalterium, 1697).
Non manca certo nelle opere scritte in quella lingua volgare che chiamiamo italiano. «All’eccesso maravigliosa e perturbante» (da Principj di una scienza nuova di Giambattista Vico, 1725), «perversa e perturbante maniera di curare» (da Del contagio del vajuolo, 1770), «Arnobbio filosofo Cristiano […] insistea sulla gran massima degli antichi sapienti essere il vino bevanda non naturale, e non omogenea all’uomo, e perciò perturbante l’animo e la mente» (da Educazione fisica della figliuolanza, 1789)
Nell’Ottocento il “perturbante” è termine usato sia per i moti dell’animo sia per quelli del corpo. «L’acqua torna ristorante, o deprimente, eccitante o perturbante» (da Trattato di farmacologia di Giovanni Semmola, 1853), «Benché la poesia novella sia stata da spirito nuovo ispirata […] pure l’elemento del sublime, popolaresco e perturbante all’eccesso forma il cardine supremo di ogni bello poetico» (da Instituzioni di arte poetica di Francesco Prudenzano, 1865).

Se ancora nell’Ottocento “perturbante” viene usato con il significato che oggi diamo a “disturbante”, con l’inizio del Novecento praticamente il termine scompare nel nulla.
Ad onor del vero riappare nel 1972 quando Laura Schwarz traduce dal francese per Feltrinelli “La conoscenza del bambino e la psicoanalisi” (La connaissance de l’enfant par la psychanalyse, 1970) di Serge Lebovici e Michel Soulé, a dimostrazione che la parola stava conoscendo una seconda vita in campo psicoanalitico.

Dopo la scelta di Celso Balducci, la parola in pratica rimane attaccata strettamente all’unheimlich raccontato da Freud, che non l’ha certo scoperto: si è limitato a raccontarlo.
Così questa parola dimenticata riappare addirittura in copertina di alcuni testi di divulgazione. Handicap: il “perturbante” nel processo educativo di G.A. Patella (Adriatica 1984), Sul perturbante di Stefano Garroni (Edizioni Kappa 1984), Il perturbante nell’illustrazione romantica di Alberto Castoldi (Lubrina 1987).
Per ritrovarlo in copertina, però, bisognerà poi saltare al Duemila. Freud il perturbante di Aldo Carotenuto (Bompiani 2002), Del perturbante: Simmel e le emozioni di Silvia Fornari (Morlacchi 2005), Il perturbante: paura e inquietudine nel quotidiano di David Borghetti (CSA 2016).
Malgrado dagli anni Novanta la parola sia tornata nella lingua italiana, temo sia ancora troppo “tecnica” per considerarla di uso comune.


Le alternative

Diciamocelo chiaro, “perturbante” ci ha provato ad entrare nel linguaggio comune ma proprio non ci è riuscito: rimane nelle citazioni da Freud e nei manuali di psicoanalisi – anche in altre lingue, come il francese e lo spagnolo, visto che fin dal latino tardomedievale “perturbante” è internazionale! – ma gli è preferito di gran lunga il molto più comune “disturbante”.
Possibile però che altri traduttori non abbiano provato ad usare qualche altra parola italiana per l’unheimlich?

Nel tradurre Taccuino e lettere di Otto Weininger, Michele Cometa offre anche l’alternativa “spaesante“: non mi sembra una parola con la giusta carica emotiva…

Chiamatelo “pauroso“, chiamatelo “inquietante“, chiamatelo “spaesante“, non importa: l’unheimlich è dentro di voi, pronto a scuotere ogni vostra certezza!


Bibliografia

Giudicio poetico d’Antonino Zancume sopra una canzone di D. Francesco Mugnos (Venezia 1659)

L’uomo della sabbia (Der Sandmann, 1815) di E.T.A. Hoffmann, in “Notturni”, traduzione e cura di Luca Crescenzi, Biblioteca Economica Newton Classici n. 35, Newton Compton, Roma 1995

Die Unheimliche (Vollständige Ausgabe): Studien über Ängstlichkeit di Sigmund Freud, e-artnow 2015

Il perturbante di Sigmund Freud, traduzione di Celso Balducci, raccolto in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, “Grandi Tascabili Economici” n. 226, Newton Compton, Roma, agosto 1993; eBook Newton, marzo 2012

Il perturbante delle trasformazioni corporee nel cinema, di Renato Barucco, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 2003

Taccuino e lettere (Taschenbuch und Briefe an einen Freund, 1920) di Otto Weininger, a cura di Michele Cometa, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, luglio 1986


L.

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Pubblicato da su giugno 16, 2017 in Indagini

 

[Books in Movies] Fracchia la belva umana (1981)

Anna Mazzamauro con Diabolik in mano, e alle spalle: Zora, Jacula e Lucifera

Già ho parlato sul Zinefilo del film “Fracchia la belva umana” (1981), capolavoro comico con il meglio dei comici dell’epoca, e quindi qui mi dedico solo alle “marchette fumettistiche” presenti nella pellicola.

La signorina Corvino (Anna Mazzamauro) non è proprio una grande lavoratrice, così nelle due volte che nel film la vediamo seduta alla scrivania, la vediamo immersa nei “fumetti neri” dell’epoca.
Il personaggio viene inquadrato solo tre volte nel film, e ogni volta i fumetti cambiano…

 

Anna Mazzamauro circondata da Diabolik

Non so se la Astorina di Diabolik, la Edifumetto di Zora la Vampira, la Ediperiodici di Jacula o la Elvipress di Lucifera abbiano pagato per mostrare i loro fumetti per pochi fotogrammi, o semplicemente se servivano a mostrare il carattere del personaggio – amante dell’horror – comunque è uno specchio della cultura popolare di inizio anni Ottanta.

L.

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Pubblicato da su giugno 14, 2017 in Books in Movies

 

Intervista ad Andrea Carlo Cappi

Andrea Carlo Cappi (foto di Alberto Aliverti, 2011)

Questo giugno torna in edicola un romanzo di François Torrent con protagonista Nightshade. Visto che dietro quello pseudonimo si cela un grande autore di narrativa di ogni genere, Andrea Carlo Cappi – che lavora in ogni ambito dell’editoria italiana – l’ho incontrato per parlare un po’ di questo felice ritorno del suo personaggio.

Questo mese torni in edicola all’interno di “Segretissimo“: che effetto fa vedere il proprio nome (anche se in realtà, pseudonimo) in una collana così storica?

È tuttora la realizzazione di un sogno che avevo sin da quattordici anni, quando sono diventato lettore abituale di “Segretissimo”, attingendo alla vasta collezione di famiglia! Mi fa sempre lo stesso effetto anche dopo quindici anni, tredici romanzi (contando anche Ladykill-Morte accidentale di una lady, apparso in “Segretissimo presenta“, che il 7 giugno esce in una nuova edizione da libreria), vari racconti e la partecipazione alle raccolte della Legione, di cui la terza sarà in edicola in luglio.

Decimo romanzo per Nightshade, anche se Mercy Contreras è apparsa anche in vari racconti. Qual è il tuo rapporto con il personaggio nel suo 15° anno d’età?

Non mi stanco mai di scrivere di lei, forse perché, a differenza degli eroi seriali degli anni Sessanta-Settanta, si evolve con il passare del tempo e non corre il rischio di ripetere sempre gli stessi schemi da un romanzo all’altro. Aveva ventisei anni quando apparve per la prima volta in Nightshade-Missione Cuba, ha vissuto molte esperienze drammatiche e ora che ha passato i quaranta è meno impulsiva e più razionale. E poi, come in tutte le storie che scrivo – sia con i miei personaggi sia con quelli di altri, come Martin Mystère o la coppia Diabolik & Eva Kant – quando mi metto a raccontare le sue avventure non so mai tutto di quello che capiterà e lascio che siano protagonisti e antagonisti a condurre il gioco e a sorprendermi con le loro azioni.

Dal 2002 in copertina c’era solo “Nightshade”, poi nel 2015 diventa “Agente Nightshade”: cos’è successo al personaggio?

La scelta di aggiungere “Agente” in copertina è servita a rendere più chiaro il ruolo della protagonista ai nuovi lettori: con quella parola nel titolo si capisce subito che si tratta di una storia di spionaggio. In effetti, con Nightshade-Protocollo Hunt si è chiuso un primo ciclo di sette romanzi e con il successivo Nightshade-Programma Firebird ne è cominciato uno nuovo, proseguito con Agente Nightshade-Bersaglio Isis.

Chiusi i conti con il passato, Mercy è ancora di più un’agente free-lance e si sta occupando di tensioni e terrorismo di matrice mediorientale. Programma Firebird è stato il primo romanzo al mondo a citare l’Isis quando ancora non era conosciuta; il successivo raccontava la storia segreta del cosiddetto “Stato Islamico” e anticipava il disgelo tra Iran e Occidente durato fino all’arrivo di Trump. Ora, in Agente Nightshade-Fattore Libia Mercy ha a che fare con ex-combattenti del LIFG (il gruppo libico anti-Gheddafi sostenuto a suo tempo dall’MI6 britannico, di cui avrebbe fatto parte il padre di Salman Abedi, l’attentatore della Manchester Arena) passati ad al Qaeda e infine all’Isis; il controllo dell’Isis sul traffico di esseri umani dal porto di Zuara (da cui partono i barconi i cui naufragi sono all’ordine del giorno); e i rapporti dell’Isis con i cartelli del narcotraffico, in particolare quello di Ciudad Juárez.

A livello personale, ha superato il periodo buio della lotta contro l’organizzazione di El Almirante e ha tentato per qualche tempo di stare lontana dallo spionaggio. Ora non è più sempre in trincea come all’inizio della sua carriera, ma si sente come se di tanto in tanto dovesse pagare un tributo a un suo personale dio della guerra.

Intanto Medina è stato “promosso” dai racconti ai romanzi. Tornerà nell’universo narrativo di Mercy Contreras?

Medina continua a farne parte: lo ritroviamo al principio di Fattore Libia come compagno di Mercy e lo vedremo in azione al suo fianco, spesso con un ruolo determinante. Un legame sentimentale che per Mercy è un riferimento costante, ma anche un elemento di rischio, ogni volta che ripensa alla brutta fine che hanno fatto alcuni suoi precedenti compagni di avventura.

La scottante attualità purtroppo fornisce sempre nuovi spunti alla narrativa spy-action, quindi torna l’ISIS nelle trame di Nightshade. C’è speranza, almeno nella finzione letteraria, di “sconfiggere” questo nemico?

È probabile che tra qualche tempo l’Isis venga sconfitta. Ma temo che le modalità di terrorismo inaugurate a suo tempo da al Qaeda e sviluppate successivamente dallo Stato Islamico continueranno a funzionare: in fondo chiunque può commettere un attentato rubando un camion e gettandosi sulla folla; o, se è attrezzato con esplosivi, farsi saltare in aria in mezzo a persone innocenti. Per un individuo sostanzialmente fallito, è un modo per avere quindici minuti di celebrità, ancorché postuma. Che l’ordine sia partito dal vertice o che invece si tratti di un’iniziativa individuale, l’Isis è sempre pronta ad assumersi la paternità di ogni attentato.

Per finire, a cosa stai lavorando in questo 2017?

Per prima cosa, sto promuovendo tutte le uscite di questo ultimo anno: le riedizioni dei miei romanzi di Diabolik, il mio saggio Fenomenologia di Diabolik in ebook e in volume a colori, i due romanzi Black and Blue e la novità Back to Black (con Toni Black, nuovo personaggio del Kverse, l’universo di Nightshade e Medina, apparso anche in Bersaglio Isis); sto lavorando a un nuovo romanzo di… ma questa sarà una delle sorprese di luglio; e se tutto va bene, dovrei riprendere finalmente anche la serie Danse Macabre, con il secondo romanzo dopo Le vampire di Praga, oltre a una manciata di progetti per l’autunno.

Ringrazio di cuore Andrea Carlo Cappi per la disponibilità e vi invito a visitare la sua pagina Wikipedia e soprattutto a non perdere il suo scottante “Segretissimo” in edicola a giugno.

L.

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Pubblicato da su giugno 12, 2017 in Interviste

 

Intervista shock all’Etrusco!

Volete sapere tutto su di me e sulla mia attività nel mondo digitale? Be’, Il Cumbrugliume mi ha messo alle strette e ho dovuto raccontare tutto su di me!

Se siete curiosi, non perdete la mia intervista etrusca!

L.

 
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Pubblicato da su giugno 12, 2017 in Interviste

 
 
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