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Archivio dell'autore: Lucius Etruscus

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com

Leggere: il futuro digitale (2001)

Tutti sappiamo cos’è successo l’11 settembre 2001, e come sempre quando avviene una grande disgrazia tutto ciò che l’ha preceduta, e che non ha alcun legame con essa, viene dimenticato.
Dieci giorni prima dell’evento che ha segnato l’infausto inizio del millennio è morta in un incidente aereo Aaliyah, nuova promessa dell’hip pop subito approdata in grandi produzioni cinematografiche che anche in Italia stavano riscuotendo un minimo di interesse. Nessuno si è accorto della sua morte, come il 3 luglio scorso temo non abbia ricevuto l’omaggio che meritava la scomparsa della tedesca Solvi Stubing, che ha avuto la sfortuna di morire insieme a Paolo Villaggio…

Dove voglio arrivare con questa lugubre premessa? Al fatto che davvero pochi hanno notato una previsione sull’editoria digitale, lanciata sul “The New York Review of Books” il 5 luglio 2001, e nei mesi successivi davvero a pochi è importata la questione.
Eppure quel giorno il 73enne editore Jason Epstein è riuscito a scrivere un testo tanto lungimirante quanto fuori tema, tanto illuminato quanto ingenuo: a più di quindici anni di distanza quella previsione riesce ad essere azzeccata quanto sballata…

Epstein scriveva quando i libri digitali si potevano leggere unicamente sullo schermo del PC di casa, o al massimo del PC della biblioteca locale: non certo una valida alternativa al cartaceo. Chi mai sarebbe stato così pazzo da leggere libri seduto davanti al PC? (Io, ovviamente, che li leggevo in quel modo già dal ’99, ma questa è un’altra storia.)
Eppure un addetto ai lavori come Epstein non può fare a meno di notare che è quello l’andazzo, che tutti i fattori indicano che l’editoria digitale non è un campo da ignorare o disprezzare. Così cosa pensa? Vaticina un futuro molto simile a quello che si è avverato.

«Il coincidere di Internet con la trasmissione istantanea e il recupero del testo digitale è un evento epocale, paragonabile all’impatto dei caratteri mobili di stampa sulla civiltà europea di mezzo millennio fa, ma con implicazioni che coinvolgono il mondo intero. Nel futuro digitale, gruppi di scrittori, editor, pubblicisti e manager di siti Web ovunque nel mondo si uniranno per fondare le proprie società editoriali Web-based e vendere direttamente i loro libri ai lettori.»
(da Cultura Digitale, traduzione di Delfina Vezzoli)

L’editore immagina un futuro di libri digitali da stampare on demand. Liberi dalle pastoglie degli editori e dei distributori, coi loro mille difetti e costi, gli autori pubblicano direttamente in digitale e vendono personalmente in tutto il mondo. (Chi scrive è un anglofono, e come tutti gli anglofoni è sinceramente convinto che in tutto il mondo si parli inglese!)
Chi dall’altra parte del mondo compra il libro, lo fa in digitale così risparmia un bel po’ di soldi. Poi si reca sotto casa dove si sarà aperto uno dei nuovi negozi immaginati da Epstein… e se lo fa stampare in una copia del tutto indistinguibile da un libro “classico”. Questo azzera l’ingente e annoso problema dei resi – peste nera dell’editoria di cui gli idealisti e gli autori troppo spesso ignorano l’esistenza – e spazza al suolo la mafia della distribuzione: chi vuole va a stamparsi il libro e il costo – acquisto più stampa – sarà sempre inferiore ad una tiratura cartacea a cui vanno aggiunti i costi di distribuzione, spedizione e mille altri fattori.

È innegabile che in pratica Epstein abbia anticipato ciò che oggi avviene con le case editrici digitali.
Io, che sono un autore auto-pubblicato, metto il mio libro digitale disponibile alla vendita in tutto il mondo, grazie ad un intermediario che si trattiene una percentuale a copertura dei costi, e chi compra il mio libro se vuole può farselo stampare. Non esistono i negozi immaginati da Epstein (che io sappia), ma è la casa editrice stessa a offrire il servizio: tutti i miei libri – nati e venduti in digitale – possono essere acquistati in copia cartacea: a casa vi arriverà un libro, non un eBook. (Dubito però che il libro stampato sia qualitativamente simile a quella di un libro “vero”.)
Quindi Epstein è stato un Nostradamus dell’editoria? Non proprio, perché è partito da un presupposto sbagliato: che la gente volesse leggere.

Dal 2001 ad oggi la discesa a picco dei lettori ha combaciato con l’impennata svettante degli autori: tutti scrivono, ma nessuno legge. Il digitale è comodo perché abbatte i costi di produzione, ma stampare un eBook su carta non ha senso: semplicemente perché chi compra un eBook non ha bisogno di carta.
Chi esalta “l’odore della carta” spesso non è un lettore attivo: ama l’oggetto libro, non la lettura, quindi chi esalta tanto il cartaceo di solito non compra libri, o non ne compra tanti da avvertire il problema del cartaceo. Chi compra eBook legge, e legge tanto, quindi si è abituato alla comodità dello schermo – smartphone o tablet che sia – e non sente minimamente bisogno di alcuna stampa.

Magari sono troppo integralista e siamo ancora in una fase di passaggio che dia ragione ad Epstein, ma dubito che ci sia un numero importante di persone che compra libri in digitale e poi se li fa mandare a casa in forma cartacea…

L.

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Pubblicato da su luglio 26, 2017 in Recensioni

 

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[Books in Movies] Hanno cambiato faccia (1971)

Grazie ad Ivano Landi ho conosciuto un film di graffiante critica sociale dai molti spunti: per sapere come l’ho “sfruttato”, vi rimando alla fine del post.
Il film in questione è “Hanno cambiato faccia” (1971) scritto e diretto da Corrado Farina, che ci spiega come mai pensiamo che i vampiri non esistano: esistono eccome, semplicemente… hanno cambiato faccia!

Alberto Valle (Giuliano Esperanti) è un cittadino inquadrato e felice d’esserlo. Gli viene ventilata una promozione e viene inviato a conoscere il mega direttore galattico della sua azienda: l’ingegnere Giovanni Nosferatu (uno strepitoso Adolfo Celi). Questi è capo di una vasta serie di imprese variegate che in pratica coprono l’intera società civile: mediante spregiudicate campagne pubblicitarie e scelte commerciali, Nosferatu controlla la vita di tutti i cittadini.

Un titanico Adolfo Celi nel ruolo dell’ingegner Giovanni Nosferatu

In una riunione con l’oscuro presidente, la fida segretaria Corinna (l’algida Geraldine Hooper) legge: «Settore industrie chimiche, gruppo A. Vita sociale: da oltre tre settimane non viene preso nessun provvedimento disciplinare a carico dei dipendenti»
«E sono lieto di dire che non è stato necessario», interviene il responsabile del settore. «Il nostro severo controllo ha trasformato la disciplina in costume di vita.»

Andiamo, chi è che non ha letto decine di libri in questo modo?

Malgrado la sicurezza dimostrata dal responsabile, Nosferatu ha le prove che le cose non stanno proprio così. «Lei sa che ai dipendenti è stata proibita la lettura nelle ore di pausa?»
«Certo», conferma il responsabile, «e posso garantire…» Non può finire la frase, perché Nosferatu fa partire delle diapositive.

Ecco, forse così è un pochino più scomodo…

Vediamo scorrere in rapida sequenza alcune istantanee scattate nei pagni della fabbrica, dove contravvenendo alle regole i dipendenti leggono di nascosto. E cosa leggono?

E poi, via sotto il maglione…

Come si vede chiaramente dalle immagini, l’operaio disobbediente sta leggendo di nascosto in bagno l’opera più famosa di Ray Bradbury, davvero perfetta data la situazione.
Apparso in Italia originariamente nel 1956 per la milanese Aldo Martello Editore (collana “La Piramide” n. 34) con il titolo “Gli anni della fenice” (unica traduzione autorizzata di Giorgio Monicelli), il romanzo del 1953 riappare un decennio dopo per Mondadori – con la stessa traduzione – nella celebre collana “Oscar Mondadori” n. 78 (18 ottobre 1966), con il noto titolo “Fahrenheit 451“.
Della mia esperienza personale con il libro ho già parlato.

Per finire, mentre il protagonista fruga nella biblioteca di Nosferatu troviamo anche la raccolta della Geschichte der Päpste, la corposa opera del tedesco Ludwig von Pastor nota in Italia come “Storia dei papi“.

Una settimana con Ivano

Per cinque giorni, in cinque rubriche, cinque aspetti diversi di questo film del 1971 che mi ha consigliato Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno:

  • Lunedì: “IPMP” con locandine e ritagli di giornali dell’epoca
  • Martedì: “Books in Movies” con citazioni librarie dal film
  • Mercoledì: “CitaScacchi” con una citazione scacchistica dal film
  • Giovedì: “Pseudobiblia” con il libro falso presentato nella pellicola
  • Venerdì: “Il Zinnefilo” con le grazie al vento di una delle protagoniste

L.

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Pubblicato da su luglio 25, 2017 in Books in Movies

 

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Wendigo (2015) di Ivano Satos

Quello che presento è un eBook prezioso, in quanto è tutto ciò che rimane dell’opera di ricerca e della interminabile passione di Ivano Satos.
Come sa chi lo seguiva, il blogger è scomparso nel nulla dalla fine del marzo 2016, e dopo poco anche i suoi due blog – “I beati lotofagi” e “Kentucky Mon Amour” – sono scomparsi, prima resi “privati” da non si sa chi e poi evaporati nel nulla. Come ho più volte detto, mi piace pensare – e sperare – che sia tornato nella natura selvaggia che tanto amava, lontano dalla Rete: ciao Ivano, e occhio a quel grizzly che ti cammina accanto…

Chi ha avuto il piacere di leggere i post di Beati Lotofagi sa che Ivano univa uno studio approfondito ad un gusto fuori dal comune: le sue passioni lo avviluppavano e doveva studiarle a fondo, fino a condividere testi molto densi e davvero speciali.
Nell’ottobre 2015 presentò un lunghissimo e particolareggiato post su un tema tanto vasto quanto creduto erroneamente noto: il Wendigo. Proprio perché questi temi fantastici sono trattati da molti media, molti lettori credono di saperne già abbastanza e quindi Ivano è dovuto andare più a fondo e fare una panoramica più vasta.
Subito dopo aver letto il post, gli ho scritto offrendo i miei “servizi” e proponendomi di trasformare il suo post in un eBook gratuito, come già facevo io per le mie “indagini”.

Il risultato è quello che vi propongo, visto che ormai da tempo non è più presente nel suo blog.
Di molte opere della storia dell’umanità ci rimangono solamente le citazioni in tutt’altri libri: mi piace pensare di aver salvato una minuscola parte dell’opera di Ivano Satos con questo eBook…

Scarica liberamente il saggio in formato .ePub

Scarica liberamente il saggio in formato .mobi (per Amazon Kindle)

L.

 
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Pubblicato da su luglio 21, 2017 in Uncategorized

 

La biblioteca senza libri (2012)

Il 2 agosto 2012 il periodico “The New Republic” ha pubblicato un articolo dal titolo “The Bookless Library. Don’t deny the Change. Direct it wisely” (La biblioteca senza libri. Non negate il cambiamento, gestitelo saggiamente) a firma di David A. Bell, professore di Storia alla Princeton University.
La casa editrice italiana Quodlibet nel 2013 lo porta nel nostro Paese – con la traduzione di Andrea Girolami – come primo numero della collana digitale “Note Azzurre”, curata da Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni e Paolo Maccari.

Ecco la trama dell’eBook gratuito:

Che fine faranno le biblioteche e i bibliotecari nell’era digitale? Perché dovremmo mantenere costose strutture per ospitare tonnellate di carta, quando tutti i libri saranno disponibili in formato e-book? Come stanno cambiando le abitudini dei lettori? A queste e altre domande cerca di rispondere David A. Bell, professore di Storia a Princeton, in un brillante saggio che disegna una prospettiva rivoluzionaria, prendendo spunto dalle trasformazioni in atto in una delle biblioteche più grandi e avanzate al mondo, la New York Public Library.

Per l’occasione il testo di Bell, molto legato alla realtà americana, viene integrato con un intervento di Riccardo Ridi, professore di Bibliografia, di Biblioteconomia e di Biblioteconomia digitale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che dovrebbe aggiungere al tema un punto di vista più vicino alla realtà italiana.

«Quale sarà il ruolo delle biblioteche quando i lettori non avranno più bisogno di entrarci per consultare o prendere in prestito libri?»

Quando Bell scriveva non c’era ancora stata l’esplosione degli smartphone, quindi la sua visione risulta ancora più cauta: perché i lettori non abbiano più bisogno di entrare in biblioteca per consultare i libri ci vorranno secondo l’autore vent’anni di tempo – reputati troppo pochi da Ridi in appendice – e invece c’è voluto molto meno. Oggi tutti potenzialmente hanno la possibilità di portarsi appresso intere biblioteche in tasca: il problema è che nessuno lo fa. Questo è l’elemento che entrambi i saggisti non prendono in considerazione.

Il breve saggio è interessantissimo e ne consiglio la lettura a tutti, ma come per gli altri saggi che ho letto sulla “modernità digitale” – scritti di solito da chi non la vede di buon’occhio – dimentica un elemento che considero fondamentale: gli utenti. Solo un numero estremamente ridotto di persone ha la fortuna di frequentare biblioteche serie e funzionanti: la stragrande maggioranza della popolazione ne ignora l’esistenza, quindi la “trasformazione” di queste istituzioni rischia di essere un problema un po’ fumoso.

«Ormai già un quinto di tutti i libri venduti negli Stati Uniti sono e-book, e il numero è in rapido aumento.»

Ovviamente il mercato americano è sterminato, se si guarda a quello europeo saranno sicuramente cifre molto più modeste, ma il dato rimane: il digitale ha preso piede fra quei pochi che leggono, quindi la “rivoluzione” c’è già stata, è solamente questione di tempo. Perché chi dice di amare “l’odore della carta” – attenzione: non ama leggere, solo annusare! – poi magari compra solo un libro l’anno, nei casi più fortunati, quindi non ha il minimo peso nella questione.

«Una copia digitale dell’intera collezione di libri della Biblioteca del Congresso – qualcosa come trentatré milioni di volumi – potrebbe dunque entrare con facilità in una scatola da scarpe, il che rende semplice produrre migliaia di copie di salvataggio digitali di ogni libro mai stampato.»

Ovviamente questi discorsi non piacciono ai “tecno-allergici”, costretti di solito ad usare la tecnologia per lavoro e quindi odiandola a morte. Chi dovrebbe fare quelle copie?, si chiede il nostro Ridi. E poi passa il tempo e i file non vengono riconosciuti dai software successivi.
Questo significa che Ridi ha usato software di scrittura in tempi in cui li ho usati anch’io, quando cioè la compatibilità era un nemico: ognuno si faceva un proprio sistema di videoscrittura che non era leggibile da altri.

«Avete mai provato a recuperare un file memorizzato su un floppy-disc e creato con un programma che ormai non esiste più?)», si chiede Ridi. Sì, io ci ho provato e nel ’94 per un certo periodo è stato parte del mio lavoro, la trascodifica da sistemi assurdi verso un DOS più omogeneo.
Io sono passato dall’EasyScript del Commodore64 al WordStar del DOS fino ad arrivare nel 1995 circa al Microsoft Word: da quel momento il viaggio è finito. Io oggi, più di vent’anni dopo, posso ancora aprire i testi che ho scritto nel 1995, perché da allora i programmi alternativi al Word sono scomparsi. (E gli alternativi sono apribili, se usavano comunque il DOS come base.)
Quando è arrivato OpenOffice, che per molti è l’alternativa a Word, non c’è stato alcun problema perché i due formati sono compatibili (a meno che nel vostro documento abbiate messo roba strana).

Assistendo al fenomeno del libro digitale dal 1999, ho visto nascere e morire formati molto diversi, che potevano far pensare a futuri problemi di incompatibilità, ma esistono software di trascodifica fra questi formati, quindi non si perde niente. E poi l’ebook è semplice HTML in forma di libro, quindi ad altissima compatibilità.

«Quando in primavera il ciclo di Harry Potter è finalmente uscito in versione elettronica ha totalizzato un milione e mezzo di dollari in soli tre giorni.»

Questo indica che i lettori comprano l’eBook e spendono soldi: la rivoluzione ha già vinto, è solo questione di tempo prima che sia definitiva.
Tutto il resto del discorso è nostalgia mascherata da elitarismo. Le biblioteche sono posti di conoscenza dove la gente scambia sapere… ma dove? Certo, se come Bell avete il privilegio di entrare in una prestigiosa ed esclusiva biblioteca universitaria ci posso credere, ma i milioni di altre biblioteche dove le coppiette vanno a limonare, dove i ragazzi vanno a sghignazzare o altri a ripararsi dal freddo o dal caldo, non hanno alcuno spazio per conoscenza o sapere: sono solo luoghi pieni di odio per i libri…

Che fine ha fatto la pellicola fotografica? Si è estinta perché nessuno la usava più, con l’avvento della fotografia digitale. Perché nessuno si è dispiaciuto? Perché nessuno ha esaltato l’odore della pellicola? Eppure per esperienza personale trovo nettamente migliori le foto fatte su pellicola: hanno una profondità che nessuno smartphone potrà mai avere. Ma questo è un mio pregiudizio personale: la realtà è che nessuno comprava più la pellicola e questa si è estinta.
Già i libri cartacei hanno un mercato in picchiata totale da almeno vent’anni, quindi basta fare due più due…

Però le biblioteche conservano anche le riviste, che si perderebbero col digitale. Ma dove? È esattamente vero il contrario: il titanico numero di riviste che NESSUNO compra sono rimaste in vita – a succhiare soldi allo Stato – solo ed esclusivamente grazie al digitale: quello che vedete in edicola è l’1% delle riviste esistenti.
Per fortuna nel resto del mondo non sono così corrotti come gli italiani, quindi le riviste non possono contare su soldi dati gratis dalle tasse dei cittadini onesti, eppure lo stesso cadono come mosche: prestigiosi e storici giornali hanno chiuso i battenti perché nessuno li comprava. Fine del problema.
E le riviste passate? Quelle cioè già stampate? Per fortuna esistono gli scanner per salvarle in digitale…

Tutti i saggi che finora ho letto sul problema partono dal fatto che il digitale è cattivo, perché di solito chi scrive lo odia, e che il cartaceo è buono. Siamo tutti d’accordo, ma di solito chi pensa questo NON compra cartaceo, quindi la sua opinione è totalmente inutile. Solo chi spende soldi vota, solo chi vota cambia il mercato, e il mercato dice che il cartaceo costa troppo – sia per chi compra che per chi vende – e che i vantaggi del digitale superano di mille volte quelli della controparte. Questo fatto però nessuno lo analizza, perché il digitale è cattivo e il cartaceo è buono.
Curiosamente chi pensa questo, poi lo dice… scrivendo in digitale.

La rivoluzione ha già vinto, che piaccia o meno: resta da vedere quanto ci metterà il vecchio regime a capire che è meglio guidare il cambiamento che farsi investire…

L.

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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Recensioni, TecnoLibri

 

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[Books in Movies] GLOW (2017)

Ben pubblicizzata in Italia, non posso dire di essere soddisfatto della nuova serie TV di punta della celebre Netflix: la qualità è come sempre alta ma l’allungatura di brodo supera di gran lunga la sostanza. La prima stagione di “GLOW” dura dieci puntate – tutte apparse originariamente il 23 giugno 2017 – ma la trama ne copre forse tre, il che mi ha messo a dura prova, oltre il dispiacere di vedere una serie che sulla carta è ambientata nel mondo del wrestling femminile ma in realtà solamente in due o tre puntate vediamo qualche minuto di wrestling…

Ho divorato puntata dopo puntata quindi non posso dire che la serie non mi sia piaciuta, però per quasi l’intera durata ho provato un senso di delusione e non facevo che chiedermi “Ma dove cacchio sta andando ‘sta storia?”, quindi non posso certo dirmi soddisfatto.
Comunque per un’altra opinione vi rimando al blog Il Cumbrugliume.

Netflix comunque è una casa book friendly, quindi come nel caso di “Orange is the New Black” – serie infarcita di citazioni librarie – anche in questo “GLOW” troviamo citazioni, anche se di sfuggita.

Nella prima puntata la protagonista Ruth Wilder (interpretata dalla brava Alison Brie che non vedevo da quando faceva faville in “Community“) mentre aspetta in bagno di parlare con la direttrice del casting passa il tempo… con parole crociate e una copia apparentemente tascabile de “L’incendiaria” (Firestarter, 1980) di Stephen King (Sperling & Kupfer, 1982).

Ruth (Alison Brie) con accanto “L’incendiaria” (Firestarter, 1980) di Stephen King

Poi nella quarta puntata troviamo Sheila la Donna Lupo (Gayle Rankin) che legge una corposa edizione cartonata del celebre “Ayla figlia della Terra” (The Clan of the Cave Bear, 1980) di Jean M. Auel (Mondadori 1981), primo di una serie di fortunati romanzi ambientati in tempi preistorici. Curiosamente le avventure di uomini delle caverne viene etichettata con “fantasy”…

Sheila (Gayle Rankin) legge “Ayla figlia della Terra” (The Clan of the Cave Bear, 1980) di Jean M. Auel

Il romanzo di King l’ho letto molti anni fa – circa 25! – non ricordo una sola parola ma ricordo che mi è molto piaciuto. Lo stesso per quello della Auel, letto in tempi più recenti – tipo una decina d’anni fa – e molto apprezzato: però non ce l’ho fatta ad iniziare la lunga saga. Malgrado all’epoca le conoscenze paleoantropologiche fossero molto carenti, rispetto alle scoperte successive, lo stesso l’autrice riesce a creare un ottimo romanzo molto appassionante.

Malgrado la serie sia ambientata intorno al luglio 1985 – perché è appena uscito nei cinema Ritorno al futuro con Michael J. Fox – entrambi i libri citati sono del 1980.

L.

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Pubblicato da su luglio 18, 2017 in Books in Movies

 

[Un libro, una storia] L’animale culturale

La trasmissione “SuperQuark“, che seguo sin dalla sua nascita nel lontano 1983, quest’anno saluta la scomparsa di alcuni storici collaboratori, come per esempio Dànilo Mainardi.
Ho appreso della sua morte (l’8 marzo scorso) solamente quando ho Piero Angela l’ha salutato nella prima puntata di questa stagione estiva (21 giugno) e posso capire come mai la stampa sia rimasta silente davanti alla perdita di un etologo: il professor Mainardi era uno di quelli che non fanno rumore ma si limitano a fare bene il proprio lavoro guadagnandosi la stima dell’ambiente scientifico internazionale. E questo in Italia non fa mai notizia…

Sin da quand’ero bambino Mainardi mi ha raccontato fiumi di storie di animali per la mia grande gioia: non era uno stile per bambini, non raccontava favole né infiorettava o che altro. Il professor Mainardi era appunto un professore, non cantastorie, ma al contrario di quello che si pensa essere un professore significa saper raccontare: e Mainardi sapeva raccontarti storie di ogni animale possibile e immaginabile.

“Quark”, “Il mondo di Quark”, “SuperQuark”, i nomi sono cambiati nel corso di quasi 25 anni ma io ero sempre lì ad aspettare l’intervento di Mainardi, che con poche parole sapeva unire mille puntini e regalarti uno sguardo d’insieme eccezionale.

Ecco perché quando nella Libreria Feltrinelli del centro di Roma quel 1994 trovai a sorpresa “L’animale culturale” di Mainardi lo comprai a scatola chiusa.

Questo piccolo saggio BUR (terza edizione, gennaio 1988) ha una particolarità che lo contraddistingue dai pochissimi altri libri scritti dal professore – che era un oratore nato e ha scritto raramente, a livello di divulgazione: non è solo una semplice raccolta di articoli già apparsi su riviste, come saranno i successivi libri dell’autore, ma un discorso omogeneo.
L’ho letto in sette giorni – dal 22 al 29 giugno 1994 – e mentirei se dicessi di ricordare qualcosa, ma quell’estate assolata in cui durante la pausa pranzo da lavoro mi rifugiavo all’ombra di un piccolo capannone, isolato da tutto e tutti, e leggevo a manetta è un momento che ricordo sempre con affetto. E anche in forma scritta il professor Mainardi riuscì a regalarmi grandi emozioni.

Avevo circa 9 anni la prima volta che ho visto in TV Mainardi, quel 1983: dopo tutto questo tempo la notizia della sua scomparsa l’ho presa come quella di un caro amico di famiglia.
Addio, professore, e grazie per tutti gli animali…

L.

 
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Pubblicato da su luglio 17, 2017 in Uncategorized

 

Libri infranti: Storia Universale 34 (1969)

Da tempo sto cercando di ricreare, bancarella per bancarella, la collana “Storia Universale Feltrinelli” degli anni Sessanta, in cui ogni volume è curato da un grande storico. Durante la ricerca mi sono imbattuto in questo “libro infranto”…

Si tratta del numero 34 (aprile 1969), “Il XX secolo 1. Europa, 1918-1945“, a firma di R.A.C. Parker ed è stato “marchiato” con uno stupendo ex libris.

Come si vede dalla firma del timbro, è appartenuto alla biblioteca personale di Giancarlo Sammartano: chissà se è parente dell’attore romano.

Quale che sia il motivo, la collezione dev’essersi frastagliata ed è finita sparsa per le bancarelle romane, mentre ancora molti sognano per le proprie raccolte personali un futuro custodito da qualche parte. Solo il fango delle bancarelle è il paradiso dei libri…

L.

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Pubblicato da su luglio 14, 2017 in Libri infranti

 
 
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