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Archivio dell'autore: Lucius Etruscus

Informazioni su Lucius Etruscus

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In morte di un talebano (2011)

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista cumulativa sulla morte di Bin Laden
(2011)

L’uomo giusto ucciso al momento giusto: forse “troppo” giusto,
visto che questo lavoro di intelligence assomiglia ad un escamotage letterario.
Il parere di alcuni scrittori esperti di thriller

In questi giorni siamo tutti travolti da quell’espediente letterario che Antonio D’Orrico chiama “l’Effetto Vincenzoni”: quando non sapete come portare avanti una storia, fate apparire un personaggio con la pistola in pugno. Le disgrazie che stavano travagliando il mondo in questi primi mesi del 2011 non sembravano trovare una soluzione, e la storia stava diventando stagnante: nel romanzo mondiale serviva un personaggio con la pistola in pugno a sbloccare la situazione e a distogliere l’attenzione da una trama traballante.

Da giorni ogni organo di informazione si sta consumando per trasmettere una notizia vaga, per mostrare immagini che non ha, per presentare prove che non ci sono e per intervistare esperti che non sanno in realtà nulla: perché se il personaggio ha la pistola in pugno, non è certo una smoking gun, non è cioè quella “pistola fumante” che toglie ogni dubbio nelle storie gialle.

Nel romanzo della presidenza Barack Obama – facente parte del lungo Ciclo del Romanzo planetario – serviva un colpo di scena, il momento topico che cattura l’attenzione e dona nuova luce alla storia: l’uccisione – data ormai per certa – di Bin Laden è la trovata perfetta arrivata al momento giusto: un consumato romanziere non avrebbe saputo fare di meglio, in quanto a tempismo. Però è risaputo che i “buoni” letterari hanno sempre bisogno di un “cattivo” al loro livello: i super-cattivi non muoiono mai, altrimenti come farebbero i buoni a sapere che sono buoni?

Vista l’elevata percentuale romanzesca in un’operazione di intelligence che ha piuttosto il sapore dell’escamotage letterario, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti cosa ne pensino di questo improvviso sviluppo nel Romanzo di Obama.


Ettore Maggi. «Se avessi scritto un thriller fantapolitico in cui comparivano Obama e Osama, da patito del conspiracy thriller quale sono, in realtà Osama bin Laden non è mai esistito. Il vero bin Laden era morto nel 1980 in Afghanistan, combattendo con i mujaheddin, contro l’Armata Rossa, nel Makbat al Kihdamat. Ma la sua morte era stata tenuta nascosta dagli uomini del fronte anti sovietico, per non demoralizzare i suoi combattenti (un po’ come la storia del Cid Campeador, oppure come il guerrigliero sandinista Rafael in Sotto tiro).

Il suo nome è stato utilizzato successivamente dalla CIA, creando una biografia del personaggio, dato che con la fine della Guerra Fredda veniva a mancare un “nemico”. E ora, appunto, il “nemico” non serviva più…

Ora il “nemico” Osama doveva essere eliminato dal “presidente” Obama, per ridare prestigio a un presidente in declino…»


Stefano Di Marino (alias Stephen Gunn). «Premetto che ho a disposizione solo pochi elementi. Certamente le coincidenze temporali della fine della caccia a Osama sono sospette. Di solito malgrado si annuncino minuziose cacce condotte dai servizi segreti questi personaggi cadono perché hanno perso l’appoggio della loro rete. Successe la stessa cosa con Carlos.

Da qui a preordinare esattamente la morte di Osama (ammesso che sia lui) con le nuove elezioni che comunque si svolgeranno tra diversi mesi, in cui l’effetto sarà comunque affievolito, mi pare esagerato. Non impossibile o improbabile, solo un po’ forzato. Da oggi alle nuove elezioni Obama avrà modo probabilmente di confrontarsi con situazioni che potrebbero portarlo alle stelle o seppellirlo.

Al momento sicuramente per chi ha vissuto dramamticamente l’11 settembre sicuramente l’impatto emotivo è forte ma tra qualche mese? Io credo che la lotta per la Casa Bianca sarà vinta sopratuttto da chi riuscirà a uscirsene con il cosiddetto “coniglio dal cappello” e invertire la crisi economica. Alla fine, al momento del voto, contano soprattutto i riflessi economici a breve termine.»


Giancarlo Narciso (alias Jack Morisco). «Mi sembra del tutto normale che l’ufficio stampa della Casa Bianca cavalchi il più possibile la notizia. E non dimentichiamoci che l’espediente di anticipare o ritardare – entro limiti ragionevoli – la diffusione di notizie che possono influenzare l’opinione pubblica è una pratica quotidiana di tutti i governi basati sul consenso – e quale governo non lo è? Con l’uccisione di Osama bin Laden è stata vinta una battaglia simbolica e le vittorie sono sempre enfatizzate da chi governa e trascurate dalle opposizioni.

Poi però ricordiamoci che alcuni mostri della politica sono stati molto bravi a gestire anche le sconfitte, come per esempio John Fitzgerald Kennedy che a proposito del fiasco della Baia dei Porci, dichiarò: “La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana”.

In sostanza venne apprezzato per essersi assunto la piena responsabilità. E vorrei vedere, la colpa era in gran parte sua, contro il parere della CIA aveva modificato il piano originale ereditato dalla amministrazione Eisenhower, che prevedeva lo sbarco in un’altra località, più facilmente difendibile della Baia dei Porci; inoltre all’ultimo momento aveva negato l’autorizzazione a fare entrare in campo l’aviazione, come originariamente si era impegnato a fare.

Per concludere, non ci vedo spazio per troppa dietrologia e troverei l’evento assolutamente utilizzabile in un romanzo. Dovrebbe essere però presentato come un evento normale, non come una rivelazione dell’ultima pagina.»


Andrea Carlo Cappi (alias François Torrent). «Tutto quello che riguarda Osama bin Laden è sempre stato molto misterioso, dai rapporti d’affari della sua famiglia con la famiglia Bush – che hanno introdotto una curiosa componente personale nel confronto tra integralismo islamico e Stati Uniti – ai contatti tra la CIA e lo stesso bin Laden nell’estate 2001, prima dell’attacco agli USA, fino alla sua presunta morte ipotizzata più volte in questo decennio. Non c’è mai stato niente di chiaro in questa storia, con un personaggio che compariva ogni tanto su uno schermo senza che si riuscisse a capire se i suoi annunci fossero recenti oppure registrazioni risalenti a molto prima della loro diffusione; bin Laden sembrava uno spauracchio che ogni tanto saltava fuori e che veniva usato come pretesto per operazioni come la guerra in Iraq, che in realtà non aveva niente a che vedere con al Qaeda. Sembrava quasi che facesse comodo a tutti, tanto ai terroristi quanto ai guerrafondai americani.

Se ora è morto davvero – e si presume di sì, perché dopo un annuncio così ufficiale una smentita da parte di Barack Obama sarebbe imbarazzante – non possiamo nemmeno essere sicuri se “lo scontro a fuoco” in una città non lontana da Peshawar sia avvenuto da poco, oppure qualche giorno fa e quindi se la notizia sia stata diffusa a caldo oppure in un momento che l’amministrazione USA ha ritenuto opportuno. In un momento, peraltro, in cui l’ultima avventura della fantomatica Guerra al Terrore – l’attacco alla Libia – si sta risolvendo in una missione più incompiuta delle altre. Obama – un riformatore moderato che è capitato in uno dei momenti storici peggiori, diventandone il capro espiatorio agli occhi degli americani (un po’ come Zapatero per gli spagnoli) – ha bisogno di guadagnare punti. La recessione globale non è colpa di Obama, così come la morte di bin Laden non è merito suo, ma al pubblico piace la gente che appare in TV facendo annunci trionfalistici… noi in Italia ne sappiamo qualcosa. Quindi l’idea che il presidente nero abbia fatto fuori il capo delle “teste di stracci” può renderlo meno sgradito alle folle di americani che, tra una costa e l’altra, non capiscono niente di politica internazionale o di guerre ma vogliono ascoltare notizie di vittoria.

C’è anche la polemica sul Pakistan, che da una parte raccoglie fondi dagli USA per combattere il terrorismo, dall’altra continua a essere il rifugio dei talebani come lo era negli anni ’80 per i mujaheddin in funzione antisovietica (solo che all’epoca i guerriglieri islamici per noi erano “i buoni”). Una versione dice che l’operazione contro bin Laden è stata portata a termine con l’aiuto dell’intelligence pakistano, un’altra invece che è stata realizzata a sua insaputa. Forse oggi bin Laden non contava più nulla, sempre ammesso che dieci anni fa fosse lui il “genio del male” e non il portavoce di qualcun altro. Oppure era ancora lui a muovere i fili e quindi, più che un semplice atto di giustizia o di vendetta, si è trattato di una necessaria mossa strategica.

Mi viene da pensare un’idea che non condivido, ma che fa parte della filosofia di uno dei miei personaggi: in certi momenti della storia, un singolo tiratore scelto che elimina un individuo pericoloso prima che compia prevedibili disastri commette di sicuro un omicidio, ma salva tutte le vite che andranno perdute in seguito. Come ho detto, è un’idea che non approvo e che condanno risolutamente, ma non posso fare a meno di pensare che un proiettile in testa a Gheddafi durante la sua ultima gita a Roma forse avrebbe evitato la guerra in corso sull’altra sponda del Mediterraneo. Ma la famiglia bin Laden era in affari con George Bush padre e figlio, così come Gheddafi era in affari con la Fiat, quindi si comincia a sparargli contro solo quando per nascondere le loro vittime ci vuole un tappeto troppo grosso.»


Chiudiamo con una constatazione. La morte del cattivo, nei romanzi, è il segno che il libro è finito: il buono e il cattivo, qualunque sia il loro operato, vengono seppelliti insieme dal calare della copertina. Forse il Romanzo di Obama avrebbe dovuto prendere forma seriale: mille avventure del suo protagonista garantite solo a patto che il super-cattivo non muoia mai!

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 4 maggio 2011.

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Pubblicato da su febbraio 23, 2018 in Interviste

 

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Scalare montagne coi libri

Ci sono coincidenze che non si possono ignorare, così quando ho visto una recente produzione Netflix – il film “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard, noto nei Paesi anglofoni come The Climb – non ho potuto fare a meno di notare un’incredibile collegamento con un saggio letto qualche mese prima, “Sulla vetta del mondo. L’epica storia della prima scalata al K2” (Ghosts of K2, 2015) di Mick Conefrey (Newton Compton 2016). Un collegamento che oserei definire “magico”, visto che questa storia si apre con un “mago”…

1898. Aleister Crowley non è ancora l’affascinante figura oscura che stregherà l’Europa ed ispirerà a W. Somerset Maugham il romanzo “Il mago” (The Magician, 1908), non è ancora l’occultista, la “bestia”: è solo un ragazzo di 23 anni che fa amicizia con Oscar Eckenstein perché i due condividono una cocente passione: quella per l’alpinismo.
«Si trattava di un duo piuttosto mal assortito» ci racconta il citato Conefrey.

«Eckenstein era basso e muscoloso e, secondo lo scrittore britannico Geoffrey Winthrop Young, “aveva la barba e la corporatura dei nostri primi antenati”. Vestiva con sciatteria e indossava i sandali anche in città, e quando non era impegnato a esercitarsi con la cornamusa aveva invariabilmente in bocca una pipa che lo circondava di un forte sentore di Rutter’s Mitcham Shag, una delle marche di tabacco più forti e grezze tra quelle in commercio. Crowley, dal canto suo, si vestiva come un dandy e aveva l’aspetto magro ed emaciato di un esteta vittoriano, con una gran cascata di capelli che gli incorniciava il volto spiritato.»

Il sobrio Aleister Crowley

Eppure i due si compensano: Crowley era tanto loquace e amante della magia quanto Eckenstein era burbero e razionale. Riassume perfettamente Crowley stesso nelle sue “Confessions” (libro I):

«La combinazione era ideale. Eckenstein aveva tutte le qualità civili ed io quelle selvagge. […] Nella tecnica di arrampicamento Eckenstein ed io eravamo ancora più complementari. È impossibile immagniare due metodi più all’opposto. La sua arrampicata era invariabilmente pulita, ordinata ed intellegible; la mia poteva a malapena essere descritta come umana.»
(traduzione mia: gli altri passi sono invece tutti tradotti da Giovanni e Mario Zucca)

Dopo le montagne della Gran Bretagna e quelle delle Alpi, i due amici ambiscono a salire di livello, visto poi che funzionano particolarmente bene nelle loro scalate. Nel 1902 l’incredibile idea: perché non scaliamo il K2?

«Guy Knowles, all’inizio del suo diario mai pubblicato, spiega che Eckenstein e Crowley avevano scelto il K2 non perché rappresentasse una sfida così importante, ma perché non presentava “nessuna difficoltà tecnica da affrontare dal punto di vista alpinistico”. Per come la vedeva Knowles, i principali requisiti richiesti a chiunque volesse affrontare il K2 erano una grande disponibilità di tempo e denaro sufficiente per una vacanza di un anno in Oriente.»

Premesse sbagliate difficilmente portano a giusta conclusione, quindi l’impresa dei due solerti alpinisti non arriverà a buon fine: per sapere come finirà, vi consiglio lo splendido saggio di Conefrey, anche in digitale. Visto che entrambi hanno vissuto a lungo, posso già anticiparvi che non moriranno sulla montagna che non perdona.
Quello che mi interessa non è cosa sia successo sul K2, ma come Crowley si sia disposto ad affrontare una missione così impegnativa.

Cartina del K2 risalente al 1902, dal saggio Sulla vetta del mondo

Siamo ad Askole: l’ultima città in cui ci si possa fermare e fare rifornimenti, prima di affrontare il lungo viaggio per il K2 con le proprie forze. Non siamo nei super-tecnologici anni moderni, siamo in un periodo in cui l’alpinismo sta muovendo i primi passi, in cui l’esperienza di certe grandi imprese è poca e si viaggia un po’ a braccio. Crowley ed Eckenstein di solito scalavano da soli ma qui per forza devono ingaggiare dei portatori: non sono più due amici che vanno all’avventura, sono i capi di una spedizione di alpinisti e quindi c’è bisogno di tante scorte di cibo e di suppellettili.
I portatori non è che lavorino gratis e di soldi a disposizione non ce ne sono molti: è necessario che tutti si impegnino e si facciano sacrifici. Per esempio Crowley potrebbe evitare di portarsi la propria biblioteca sul K2

«Eckenstein chiese a ciascun membro della squadra di limitare il proprio bagaglio personale a non più di venti chili, provocando una discussione inaspettatamente accesa con Aleister Crowley. Il problema era la sua grossa collezione di libri. Gli altri alpinisti, disse, erano liberi di rinunciare a questo tipo di piaceri intellettuali e di comportarsi come selvaggi “quando traversavano un paese selvaggio”, ma lui non poteva vivere senza il suo Milton e il resto dei suoi volumi. Dichiarò addirittura che preferiva affamare il corpo, piuttosto che l’intelletto. Gli animi si scaldarono al punto che Crowley minacciò di abbandonare la spedizione, pur di non rinunciare alla sua biblioteca portatile.
Alla fine Eckenstein si arrese e la letteratura trionfò, ma al momento di lasciare Askole già c’erano segnali che la spedizione si stesse in qualche modo sfilacciando.»

Purtroppo questo è tutto quanto sappiamo del primo esperimento di portare una biblioteca in cima ad una montagna, visto che nessuno dei due protagonisti ha speso altre parole sulla questione: ci vorranno poco più di cento anni perché l’operazione si ripeta… anche se in piccolo.
Gli alpinisti portano libri durante le loro arrampicate? Non lo so, ma tanto il franco-algerino Nadir Dendoune non è un alpinista…

Nel 2008 il 36enne di Saint-Denis è salito agli onori della cronaca per essere stato il primo franco-algerino a raggiungere la vetta del mondo, cioè a scalare l’Everest lui che non era un alpinista. Ha raccontato la sua incredibile avventura nel memoriale “Un tocard sur le toit du monde” (2010), purtroppo inedito in Italia.

Per chi non sia di lingua francese la storia è stata raccontata dal bel film targato Netflix di cui parlavo all’inizio – “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard – in cui l’attore di colore Ahmed Sylla interpreta la versione romanzata di Dendoune, dal nome Samy Diakhaté.

Per dimostrare alla ragazza di cui è innamorato di non essere il solito ragazzo di periferia, spiantato, inaffidabile e alle cui parole non seguono mai i fatti, Samy parte per l’Everest semplicemente perché ha promesso di farlo: che si sappia che lui mantiene le proprie promesse. Come riuscirà nell’impresa lo lascio raccontare al film, quel che conta… è che si porta un libro sulla montagna più alta del mondo.

«Ti ho messo un romanzo nello zaino: mi raccomando, leggilo. Te l’ho dato perché ha un lieto fine.»

A parlare è la mamma di Samy, che come tutte le mamme si assicura che il figlio abbia ogni strumento possibile e immaginabile per affrontare la vita: e cosa più d’un romanzo può aiutare a capire il mondo?

Uno strumento indispensabile per scalare l’Everest

Sembrava quasi una frase buttata lì per caso, invece a metà film – quando il protagonista giunge all’ultimo paesino dove fare rifornimenti, in pratica nello stesso punto di Crowley anche se nei pressi di una montagna diversa – Samy tira fuori il libro, oggetto che a sorpresa diventa elemento fondamentale della trama.

«Jonathan non capiva perché Clara aveva deciso di non rivederlo più. La loro relazione durava da diversi anni e sebbene non fosse tutte rose e fiori la loro intesa…»

«Ma che razza di storia è?», sbotta il protagonista leggendo queste parole. «”L’amore impossibile“… impossibile da leggere!» E così scopriamo anche il titolo di quello che, fino a prova contraria, è uno pseudobiblion.

L’impossible amour, una lettura apparentemente impossibile

Se il libro è falso, non lo è invece l’idea di infilarlo nella storia, visto che già Dendoune nel suo memoriale ci descrive quest’opera:

«Ho tirato fuori un libro dalla mia borsa. È l’unico libro scritto in francese che ho trovato in un negozio a Namche. Dalla collezione Harlequin. Un romanzo rosa [roman à l’eau de rose]. Il suo titolo: L’Impossible Amour. La storia di una donna che era stufa della codardia del suo uomo. Ho cercato di immergermi nel testo. Mia madre non ha mai perso una puntata di Les Feux de l’amour [versione francese della soap opera americana nota in Italia come “Febbre d’amore“]. Le stavo dicendo che si trattava di finzione [fiction], ma lei ha risposto “No, figlio mio, è così che succede nella vita di tutti i giorni”.»
(traduzione mia)

Se da un lato la mamma che infila il libro nello zaino è una trovata del film, il resto è tutta farina del sacco di Dendoune. Durante il film verranno letti altri passi del romanzo, a testimonianza di come la fiction e la realtà si fondano.

Dal memoriale di Dendoune:

«Rimane ancora un lungo tratto di strada da percorrere. Tiro fuori il mio libro. La ragazza si ritrovava sola, di notte, ed era stata presa da tristezza. Florent le mancava, ma l’orgoglio le impediva di prendere il telefono e chiamarlo. Spesso, la sera, il ragazzo posava il suo portatile sul comodino e la guardava con occhi languidi, sperando che finalmente lei gli desse un segno di vita. I giorni passarono. Ancora niente. Ho riposto il romanzo.»

Dal film:

«”Forse siamo giunti al termine di questa bella storia, come una foglia in balia del vento d’autunno. Ma Clara sa che l’amore non è lontano, sente il bocciolo che nasce in fondo al suo cuore, come il fiore l’arrivo della primavera”.»

Mentre Samy procede, la donna che voleva impressionare è ora impressionata, ma soprattutto esce fuori che la guida tibetana di Samy ha un debole per i romanzi rosa: se il protagonista gli leggerà il romanzo – visto che la guida non legge il francese – allora lui lo addestrerà a migliorare il proprio stile di scalata. Anche grazie al romanzo rosa, dunque, Samy arriva in cima. Purtroppo non ho avuto modo di capire se questa trovata appartenga anche al memoriale di Dendoune, ma è facile di sì.

Un romanzo rosa abbatte ogni barriera culturale

Crowley ha dimostrato che portarsi una biblioteca sul K2 non è una buona idea: Dendoune ha dimostrato che basta un libro solo, per arrivare in cima all’Everest. L’importante è che quel libro parli della cosa più banale eppure più difficile di tutte: l’amore, che come l’Everest se ne sta là, indifferente. Sta a noi raggiungerlo.

«Il libro era spesso. La storia era banale. Ma allo stesso tempo, quella storia parlava a tutti. Dall’amore all’odio c’è solo un passo, con i ramponi o meno.»
Nadir Dendoune

L.

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Pubblicato da su febbraio 21, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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[Books in Movies] Mamma mia, che impressione! (1951)

Una delle belle edicole anni Cinquanta

Nel cinema italiano d’un tempo c’era sempre spazio per una edicola, come per esempio in questo “Mamma mia, che impressione!” (1951) di Roberto Savarese, con protagonista un giovane Alberto Sordi impegnato nel suo personaggio comico dell’epoca.

Il protagonista ogni mattina passa in edicola per leggere a sbafo il giornale e segnarsi su un taccuino notizie che possano essergli utili, scatenando quindi le comprensibili ire dell’edicolante.

Si vede bene “Epoca”?

Il quale però non si sottrae allo spirito della scena e rimane in posa plastica tenendo bene a favore di camera un numero di “Epoca“, settimanale che la Arnoldo Mondadori Editore ha fondato il 14 ottobre 1950, pochi mesi prima dell’uscita del film.

Citata in lavorazione già a febbraio, è nell’aprile 1951 che la pellicola arriva nei cinema, ma i legami con l’ottobre 1950 non finiscono qui.

Chi segue questa rubrica sa che la Mondadori investiva molto nelle “marchette filmiche”, quindi dallo stesso mese in cui è nato “Epoca” prende un numero della sua prestigiosa collana “Il Giallo Mondadori” e lo mette bene in primo piano (in basso a destra). Il titolo non riesco a leggerlo ma l’immagine di copertina mi sembra proprio quella del numero 99 (7 ottobre 1950), dal titolo “Di bene in meglio” (Gold comes in Bricks, 1940) di A.A. Fair (pseudonimo del celebre Erle Stanley Gardner).

Per finire, un bel primo piano de “La Domenica del Corriere” diretto da Eligio Possenti: all’epoca il settimanale più venduto d’Italia.

L.

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Pubblicato da su febbraio 19, 2018 in Books in Movies

 

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[Pseudobiblia] The Face of an Angel (2014)

La Sound Mirror ed Eagle Pictures hanno portato in Italia un film che se non ci arrivava non è che si offendeva qualcuno. A distribuirlo con il vero titolo – “The Face of an Angel” (2014) – non avrebbe capito nessuno l’argomento trattato, e visto che siamo la patria della grande creatività, basta aggiungere un nome e il gioco è fatto: “Meredith. The Face of an Angel“.

C’era bisogno di un film britannico ambientato in Italia che raccontasse di un brutto caso di cronaca? No, non c’era bisogno. Però Michael Winterbottom ormai s’è innamorato dell’Italia, e dopo “Genova” (2008) e “The Trip to Italy” (2014) proprio non aveva voglia di abbandonare il Bel Paese, che tanto piace agli stranieri. E te credo, c’hanno le tasche piene e vanno nei posti più in e sciccosi: venite in coda agli uffici postali delle periferie cittadine, poi voglio vedere se vi passa l’amore per l’Italia…

Sebbene abbia cambiato i nomi, il film parla dell’omicidio di Meredith Kercher senza avere assolutamente nulla da dire sull’argomento. La tarma parte quando il registino Thomas (un Daniel Brühl antipatico più del solito) si imbatte in un libro che affronta lo scottante caso di cronaca e decide di girarci un film. Non vuole fare un documentario ma una fiction con protagonista un uomo che va alla ricerca della “verità” e trova cose strane.
Cosa sono le “cose strane”? Be’, mettetevi nei panni di un anglofono: cosa c’è di affascinante in Italia? L’inferno di Dante, no? Quindi ecco visioni sconclusionate di ciò che un anglofono crede sia la Divina Commedia.

Siamo a Siena – ok, l’omicidio originale è di Perugia ma qui si cambiano proprio tutti i nomi – e si sa che a Siena tutti stravedono per Dante Aligihieri: è ben noto l’amore profondo dei senesi per tutti i fiorentini…
Ovviamente Thomas è anglofono quindi sorseggia vino mentre dalla terrazza ammira la celebre campagna toscana: tutti gli italiani possono farlo, no? Thomas passa la serata a seguire sue connazionali per localini, si impasticca, pippa la qualsiasi, si ubriaca, va a donne, e insomma compie un profondo viaggio interiore alla ricerca… boh, ma che ne so, mica s’è capito che cacchio sta cercando…

Ah, c’è pure Valerio Mastandrea che fa un ruolo scritto male che non si sa cosa voglia dire. (Non è colpa sua, è proprio lo sceneggiatore che sta fuori di brutto.)

Il “libro falso” da cui nasce tutta la storia

Questo montarozzo fumante di stereotipi a tocchettini, tipico del cattivo gusto anglofono, nasce tutto da uno libro. Anzi, da uno pseudobiblion.
Come dicevo, il protagonista Thomas prende l’idea del viaggio dopo aver letto il libro “The Face of an Angel. The True Story of Student Killer Jessica Fuller” della giornalista Simone Ford, interpretata dalla sempre bella (ma gelida) Kate Beckinsale. E in effetti la sceneggiatura (va be’, chiamiamola così) di Paul Viragh (che di mestiere fa l’attore!) si basa proprio sul saggio di una giornalista: “Angel Face: Sex, Murder, and the Inside Story of Amanda Knox” (2010) scritto da Barbie Latza Nadeau.

Quarta di copertina con tanto di foto della pseudo-giornalista

Così come il “libro falso” mostrato in video è edito dalla Beast Books, cioè la stessa casa del vero libro della Nadeau, seguendo il medesimo gioco tra falso e reale la pseudo-giornalista Simone Ford ricalca la vera giornalista Nadeau, vivendo stabilmente in Italia.

Simone Ford (Kate Beckinsale) nei panni di Barbie Latza Nadeau

Ovviamente il protagonista mica incontra la giornalista in un baretto fetente di quartiere, con le patatine appese al muro. No, i due chiacchierano amabilmente da Rosati

E mettiamoci una marchetta a Rosati…

Thomas comunque non si accontenta della Ford e lo vediamo tirar fuori dalla valigia altri saggi, che a quanto mi sembar di vedere non trattano sempre l’argomento.

Una borsa piena di libri

Purtroppo non sono riuscito a stabilire se si tratti di libri veri o di saggi inventati appositamente per il film…

La morale dunque è che in Italia di sera la gente va per le strade indossando maschere strane – mica solo a Carnevale, no: tutto l’anno! – c’è Dante dappertutto e il vizio si annida ovunque. O almeno questo è il pensiero di tutti gli anglofoni che girano film sull’Italia.

La mia domanda è: quando poi un anglofono viene in Italia, si accorge che non è vero niente? Possibile che non noti che tutti i film stranieri sull’Italia sono solo imbarazzanti buffonate razziste? A quanto pare no…

L.

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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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L’Etrusco attraverso l’Obsidian Mirror

Il vostro Etrusco preferito partecipa all’iniziativa “The Guest Blogger“, andando ospite nel blog del mistero The Obsidian Mirror. Al momento di raccogliere questo invito ho pensato a cosa poter proporre ad un blog che si occupa di misteri intriganti, nel senso più ampio dell’espressione, io che pur subendo l’innegabile fascino del “misterioso” non tratto mai di misteri inspiegati? Perché non provare a stuzzicare i lettori con un mistero che non è un mistero ma è ammantato di mistero?

Per l’occasione presento in quattro puntate il mio saggio breve “Notovitch e la vita segreta di Gesù“, primo numero della mia collana digitale “Storie da non credere”, dedicata appunto a quei misteri librari che in realtà sono più assimilabili a truffe o comunque macchinazioni non limpide. Sembrano storie incredibili, ma sono semplicemente da non credere.

Se volete sapere dell’incredibile viaggio di Notovitch fino ad un monastero sperduto, da cui è tornato con un testo misterioso, potete acquistare a € 0,99 il saggio in tutte le librerie on line… oppure seguire lo speciale a puntate su The Obsidian Mirror, che inizia qui.

Ecco la trama:

Da esattamente 120 anni molti sono convinti che Gesù Cristo passò l’infanzia in India, o che comunque i suoi insegnamenti arrivarono subito in questa terra grazie ai mercanti che “sparsero la voce”. Chi crede questo, in buona o cattiva fede, di solito non si rende conto che l’idea circola appunto da soli 120 anni: nei secoli precedenti alla data del 1894 non si pensava affatto a questa “ipotesi indiana”. Cosa è successo in quella data? Perché da quel momento la tesi di Gesù in India è argomento di discussione, visto che è totalmente campata in aria? Semplicemente nel 1894 apparve l’opera di un fantomatico giornalista russo che raccontava una storia incredibile… nel senso che è da non credere.

La collana “Storie da non credere” si occupa di truffe librarie o comunque di vicende legate a fenomenali ritrovamenti accompagnati da storie più attinenti alla sfera della fiction che alla realtà. Da secoli libri incredibili sono accompagnati da storie incredibili… che spesso sono appunto da non credere..

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 14, 2018 in Uncategorized

 

Ti ucciderò, Happy Days

Potreste aver sentito parlare di questa serie

Lo ammetto, il titolo è un po’ un click bait, un’esca per far finire qui il distratto lettore occasionale: perché Lucius vuole uccidere Happy Days? Solo perché viene trasmesso ogni giorno ininterrottamente da quarant’anni? Che abbiamo perso migliaia di serie televisive perché c’era sempre e solo e unicamente Happy Days? Perché se adesso mi capita di sentire anche solo due note della sua sigla cado preda di convulsioni? Perché non ho mai capito cosa ci fosse di così stramaledettamente piacevole in questa serie da giustificare la sua replica eterna?
No… cioè sì… cioè no, non è di questo che voglio parlare: anche se non sembra, il titolo è puramente… librario!

La prima puntata, “All the Way” (1×01), risale al 15 gennaio 1974 ed arriva in Italia l’8 dicembre 1977 con il titolo “Fino in fondo” (fonte: Wikipedia). Fra una hit dell’epoca e un’altra, la vicenda si apre su Potsie (Anson Williams) che trascina fuori da un locale, con fare losco, l’amico Richie Cunningham (il futuro regista Ron Howard): ha qualcosa di “scottante” da mostrargli. Nel parcheggio il cospiratore Potsie mostra all’amico l’oggetto di tanta segretezza: la versione tascabile del romanzo “I, the Jury” di Mickey Spillane, pagata 25 centesimi.

Spaccio di libri nel parcheggio del locale

La serie televisiva è ambientata negli anni Cinquanta quindi è plausibile trovare la ristampa economica del celebre romanzo del 1947, prima avventura dello storico personaggio Mike Hammer dal luminoso futuro. (Anche se non so oggi, in un’Italia che non legge più da decenni, quanti ancora se lo ricordino.)

Mike Hammer interpretato da Stacy Keach in TV dal 1983 al 1998

L’edizione è quella della E.P. Dutton, storica casa editrice ancora “indipendente” all’epoca delle riprese: l’anno successivo sarà acquisita dalla tedesca Elsevier e nel 1986 entrerà a far parte dell’internazionale Penguin Group.
Purtroppo non sono riuscito a risalire all’edizione mostrata nel telefilm.

A pochissimi minuti dall’inizio del primo episodio, già il direttore del doppiaggio Marcello Duranti (fonte: AntonioGenna.it) incontra il primo problema: far pronunciare ai doppiatori il titolo del romanzo che viene inquadrato o il titolo italiano del libro, molto diverso? Sceglie la seconda opzione, e credo sia la scelta migliore: non solo perché eventuali spettatori interessati potevano così andarsi a cercare il romanzo di Spillane nell’edizione italiana, ma anche perché il titolo nostrano è molto più attinente al motivo per cui il libro è presentato.
I, the Jury, arriva in Italia già nel 1953 come secondo numero della collana “Serie Gialla” (Garzanti) con l’autorevole traduzione di Bruno Tasso e il titolo italiano “Ti ucciderò“.

Probabilmente il romanzo arriva in Italia perché nello stesso 1953 Harry Essex ne trae il film I, the Jury. Pensate che in Italia film e romanzo possano avere lo stesso titolo? Ovviamente è impossibile, così il film è stato distribuito come “La mia legge“. Ma il capolavoro arriva quando Richard T. Heffron gira nel 1982 un altro film tratto dallo stesso romanzo, chiamandolo ovviamente I, the Jury. Come viene distribuito in Italia? “Io, la giuria“..
Quindi nel nostro Paese, patria della creatività, abbiamo ben tre titoli diversi per un’unica storia…

Conquistare una ragazza con una lettura proibita

Tornando al primo episodio di Happy Days, Potsie ha organizzato un appuntamento al buio fra Richie e la bella Mary Lou Milligan (Kathy O’Dare), ragazza che ha fama d’essere “vissuta”. È uscita con gli studenti dell’ultimo anno quindi Richie, che è una matricola, parte svantaggiato: Potsie pensa che abbia bisogno di un “aiutino”, e Mickey Spillane è la soluzione perfetta.

«Le leggo il libro?»
«No, le leggi le parti più spinte. E perché capisca che per te è routine, quando leggi fai “ahahah”: ci ridi sopra. Ti prenderà per uno pratico.»

Il piano è machiavellico. All’epoca il genere hardboiled è considerato “roba da duri”, da uomini della strada, quindi secondo il ragionamento di Potsie uno che legga un romanzo di Spillane come se niente fosse sicuramente apparirà un duro agli occhi di una ragazza “navigata”.

Richie se la ride: per lui quella è acqua fresca

Richie accetta e quando nel locale si ritrovano al tavolo con la ragazza, e Potsie gli fa cenno di iniziare a “fare il duro”, il ragazzo con fare strafottente tira fuori il libro e comincia a leggere.

«Io ti ucciderò di Mickey Spillane. Copyright 1947 per la E.P. Dutton and Company. Tutti i diritti riservati. Nessun brano di quest’opera…»

Il piano non è andato come previsto, ma pare che lo stesso abbia funzionato: la ragazza sembra interessata a Richie. Quando poi la sera i due si ritrovano da soli, il ragazzo è talmente impacciato davanti ai chiari segnali che gli lancia Mary Lou, che preferisce darsi tono continuando la lettura del romanzo.

«I suoi occhi penetravano nei miei. In fondo ero un uomo. Mi buttai su di lei e portai la sua bocca sulla mia. Il suo corpo era tutto una fiamma…»

Nessuno può rimanere impacciato davanto a questo testo, soprattutto nei morigerati e bacchettoni anni Cinquanta. O comunque nell’immagine ideale che negli anni Settanta si voleva dare di quel periodo.

Galeotto fu Mickey Spillane

Richie legge solo degli estratti dalla fine del quinto capitolo del romanzo: ecco il passaggio completo, per gustare un po’ di rudezza del 1947.

I suoi occhi erano allacciati ai miei, sfavillanti. Occhi viola, di un viola acceso e selvaggio. La sua bocca era morbida, umida e provocante. Sembrava che non vedesse l’ora di sbarazzarsi del négligé. Una spallina era scivolata giù e il rosa metteva in evidenza la sua pelle abbronzata. Mi domandai come prendesse il sole. Non aveva i segni del costume da bagno. Allungò le gambe con un gesto studiato e inarcò la schiena come una gatta fuori misura, lasciando che la luce scivolasse sui muscoli guizzanti delle sue cosce nude.
Sono solo un essere umano. Mi chinai sopra di lei accogliendo la sua bocca sulla mia. Lei era protesa verso di me, le braccia strette attorno al mio collo. Il suo corpo era incandescente; la punta della sua lingua cercò la mia. Rabbrividiva sotto le mie mani dovunque la toccassi. Ora sapevo perché non era sposata. Un solo uomo non sarebbe mai stato capace di saziarla. Afferrai l’orlo del négligé e con un movimento brusco lo aprii, scoprendo il suo corpo snello e nudo. Lei rimase ad aspettare che i miei occhi avessero esaminato ogni millimetro della sua pelle abbronzata.
Presi il cappello e me lo calcai in testa. «Allora è tua sorella quella con la voglia sul fianco» le dissi alzandomi. «Ci vediamo».
Quasi mi sarei aspettato una valanga di insulti mentre mi dirigevo verso la porta, ma restai deluso. Invece udii una risatina debole e distante. Cosa avrei dato per sapere come aveva reagito Pat a quello spettacolo. D’un tratto mi ero reso conto che Mary Bellemy era come una trappola messa sulla mia strada mentre Pat proseguiva per la sua. Uh, be’, gliela avrei fatta pagare per quello scherzetto. Conoscevo un’attraente prostituta che lavorava sulla Terza Strada che amava fare scherzi di questo tipo, specialmente ai poliziotti. Più tardi magari…

L.

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Pubblicato da su febbraio 12, 2018 in Books in Movies

 

Food Porn (2016)

Ci sono meccanismi che sfuggono totalmente alla mia comprensione, e pratiche socialmente accettate ed anzi esaltate che costituiranno per sempre un mistero ai miei occhi: una di queste è l’ossessione per il food porn. Non intendo la passione per il cibo, che mangiare piace anche a me, intendo l’ossessionante esplosione multimediale che c’è stata negli ultimi anni.
Quando mi è capitato sotto gli occhi fortuitamente il saggio “Food porn. L’ossessione del cibo in TV e nei social media” (2016) di Luisa Stagi – ricercatrice presso il DISFOR (Dipartimento di Scienze della Formazione) dell’Università degli studi di Genova – credevo di aver trovato una bella “fonte di spiegazioni”. Purtroppo così non è stato, anche se è stata una bella lettura.

Metto subito in chiaro che il testo è molto interessante e ben scritto, è pieno di informazioni ben documentate quindi è sicuramente un saggio da consigliare, ma il problema è che analizza un fenomeno con dovizia di particolari lasciando molto in sottofondo la spiegazione di detto fenomeno, che è quello che cercavo io.

Per semplificare per food porn pare si intenda quell’usanza per cui si fotografa il cibo, e la mia domanda è: perché in più di cento anni dalla nascita della fotografia mai nessun privato ha avuto l’idea di fotografare il proprio piatto? Perché solamente dopo l’inizio degli anni Duemila è esplosa questa pratica?
La risposta più ovvia è che ora fare foto è semplice e gratuito, ma mi permetto di dissentire. Sia perché le prime macchinette digitali sono apparse negli anni Novanta, sia perché anche chi scattava mille foto l’anno non ha mai, MAI, pensato a fotografare il proprio cibo.

Ho partecipato a più matrimoni e compleanni di quanto mi sarebbe piaciuto, e in ognuno di essi ho portato telecamera e macchinetta fotografica. Ho inquadrato, registrato e ritratto cose che voi umani non potreste neanche immaginare, e sempre capitava che mi facessero un gesto e – contando sul fatto che ero io a pagare lo sviluppo delle foto – mi chiedessero di fotografare qualcuno o qualcosa. Una foto con la nonna, una foto allo sposo con la cravatta tagliata, al pupo che con le dita nel naso, al cane che fa la cacca, al nonno che dorme. E queste erano le richieste migliori…
Mai nessuno, in vari decenni di feste in cui ho scattato foto “a gratis”, mi ha mai chiesto di fotografare un qualsiasi cibo. Perché invece ora ristoranti e pizzerie sono pieni di gente che si fotografa i piatti? Magari la risposta è semplice, ma intanto rimano in attesa che qualcuno si ponga la domanda.

Le mode fanno fare cose strane alla gente che le segue, e il food porn è sicuramente la più simpatica delle stranezze che nascono e muoiono, ma il problema è che questa è solo la punta dell’iceberg della cucina, che ha invaso ogni singolo aspetto della multimedialità. Trasmissioni di cucina esistono da quando esiste la TV e – ci ricorda l’autrice – libri di cucina vengono stampati da quando esiste la stampa, ma allora – mi chiedo io – perché dopo il Duemila c’è stata un’impennata che dura da vent’anni e non accenna a smettere? Cos’è cambiato con il nuovo millennio?

Una vaga risposta sono comunque riuscito ad ottenerla, dal saggio, o comunque un’idea: il fatto che dopo il Duemila l’estetica sia diventata di un’importanza raramente riscontrabile in precedenza. E il food porn e ogni trasmissione di cucina e ogni libro di cucina non ha NULLA a che vedere con il cibo. Ha tutto a che vedere con l’estetica: ciò che conta è l’impiattamento e l’aspetto esteriore, non se ciò che hai messo nel piatto ti piacerà e ti sazierà. (Qualità invece principali per qualsiasi pasto.)

Se di cibo non so nulla, di cinema sono più ferrato, seguendolo appassionatamente da più di trent’anni. E sebbene ci sia un ritardo, sicuramente nella seconda decade del Duemila il cinema “alto”, quello osannato dalla critica, è basato esclusivamente, maniacalmente, ciecamente sulla vuota estetica. (Sembra un pleonasmo, visto che l’estetica è per definizione pura apparenza, quindi vuota, ma lo intendo come rafforzativo.)
Quella pura superficialità che una volta sarebbe stata criticata aspramente come esperienza vana, vaga e vacua, oggi invece è definita “arte”. Non importa la trama, non importa che sia una boffonata da far raccapriccio: se un film è girato in modo esteticamente accattivante allora è un capolavoro. Quindi vale lo stesso discorso di un cibo ben impiattato, al di là se sia buono o meno.

Dopo averli paventati per decenni, sono arrivati i tempi in cui il messaggero è il messaggio: ciò che conta è la bellezza delle lettere, non ciò che esse dicano. Cibo e cinema partono dallo stesso assunto – sono entrambi esperienze puramente superficiali che però ambiscono a “riempire” in profondità – ed arrivano allo stesso risultato: un piacere superficiale ed inappagante. Formula perfetta per qualsiasi dipendenza. Rimanere eternamente insoddisfatti dal cibo ci spinge a cercarne altro: che sia questo il segreto del successo della culinaria multimediale di questi anni?

Arrival (2016), esempio di splendida esperienza superficiale ma vuota

La mia ricerca continua, magari dovrò aspettare anni prima che qualche studioso azzardi una spiegazione di tutto questo superficiale interesse per un’esperienza già superficiale di suo – mangiare è un bisogno fisiologico, ogni tanto andrebbe ricordato – e magari sappia spiegarmelo. Per il cinema, invece, sarà finita la civiltà sulla Terra prima che qualche critico o studioso dirà qualcosa di diverso dalla vulgata comune, quindi la questione non sarà mai affrontata.

L.

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Pubblicato da su febbraio 9, 2018 in Recensioni

 
 
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