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Archivio dell'autore: Lucius Etruscus

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[Pulp] Frank Rattray di E.W. Hornung

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo Ernest William Hornung (1866-1921): il cognato di Sir Arthur Conan Doyle!

Già ho parlato del suo Raffles, fenomenale antenato britannico del francese Arsène Lupin, ma l’autore ha scritto molto… sebbene l’Italia l’abbia totalmente dimenticato.

Quello che presento è il primo capitolo del romanzo Frank Rattray, versione italiana – tradotta molto probabilmente dall’edizione francese – di Dead Men Tell no Tales (risalente forse al 1899 ma pubblicato in volume nel 1908), ed apparso in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 10 marzo al 29 aprile 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


I
L’amore sull’oceano

Niente di più facile che innamorarsi durante un lungo viaggio per mare; a meno che non si odii. Questo appariva anche più vero all’epoca in cui ci si credeva fortunati di poter fare la traversata da Sydney o da Melbourne a Londra in meno di quattro mesi, contrariamente alle abitudini.
I passeggeri vivevano in una comunione continua: ma quando tutti i mezzi della seduzione mondana erano esauriti non si tardava a scoprire nei proprii vicini una certa meschinità di idee. Si perdeva allora la pazienza ed il coraggio.
Ne ho fatto l’esperienza una volta, quando sono andato in Australia a bordo del Lady Jermyn nel 1853. Non fu una avventura banale. Aggiungerò che non avevo punto l’intenzione di innamorarmi in viaggio: mi credevo anzi al sicuro da una tale debolezza. C’era con noi sul battello una giovinetta che tornava in Inghilterra e Dio sa se essa poteva fare la conquista di molti uomini migliori di me.
Si chiamava Eva Dennison e non aveva certamente più di diciannove anni. La prima volta che le offrii il braccio per aiutarla a passeggiare sul ponte, mi spiegò che quello era il giorno della sua prima uscita dalla cabina.
Il mio nome le era sconosciuto, ma ricordo che fui subito sedotto dalle sue franche maniere e dal suo aspetto calmo. Era deliziosamente giovane, ma molto seria per la sua età. Allevata all’estero in modo ammirevole, possedeva delle attitudini speciali per vivere in società, tanto da renderla interessantissima anche se fosse stata brutta e insignificante. Invece! Aveva una bellezza florida e sana: capelli superbi, d’un castagno derato, gli occhi chiari e gravi nei quali si leggeva che l’anima era anche più grande del suo spirito e il cuore d’una delicatezza squisita.
Restammo tante settimane insieme sul mare. Non so di che cosa fossi fatto a quell’epoca! Era nel vecchio buon tempo di Ballarat e di Rendigo, quando i battelli si succedevano senza tregua, partendo neri di passeggieri e ingombri di carico e tornando con uno o due colli di lana e un equipaggio appena sufficiente per le manovre. Il peggio si è che spesso non solo i marinai disertavano, ma il capitano e gli ufficiali si lasciavano anch’essi tentare dalla prospettiva di far fortuna come cercatori d’oro, tanto che la baia di Hobson era ingombra di navigli in completo abbandono. Ricordo ancora l’indignazione del nostro comandante quando, arrivando, seppe queste cose dal pilota. Ciò non m’impedì però di ritrovare quel brav’uomo fra i cercatori d’oro. Per esseregiusto devo aggiungere che anche gli altri ufficiali avevano imitato il suo esempio e che non un uomo era rimasto a bordo del Lady Jermyn. Di tutti i viaggiatori ero il solo che avrei dovuto tornare con lo stesso battello. Ero andato a Ballarat. Avevo tentato come gli altri. Per dieci spaventose settimane avevo lavorato in qualità di minatore patentato sugli altipiani della Collina Nera e, cosa inaudita, non avevo guadagnato tanto da supplire alle spese! Non ne sarete sorpresi apprendendo che ho pagato in quel tempo fino a quattro scellini un pezzo di pane esecrabile e che, con un mio compagno, non sono mai riuscito in un giorno a raccogliere più d un grammo e mezzo d’oro. I famosi «giacimenti giganteschi» di cui si era molto parlato alla nostra partenza, erano una fola pura e semplice. Avevamo tenuto conto di tutte le canaglie e di tutti i parassiti, coi quali dovevamo trattare. Così non tardai a guarire di quella «febbre dell’oro» che m’aveva preso a simiglianza di tanti altri. Il desiderio di rivedere Londra divenne ossessione. Non dimenticherò mai la dolcezza del primo bagno caldo che ho preso tornando a Melbourne: mi costò cinque scellini, ma valeva bene dieci lire! E’ tutto quanto di gradito ho serbato fra i miei ricordi d’Australia. Avevo, ad ogni modo, una piccola buona fortuna di riserva: quella di apprendere che il battello Lady Jermyn doveva partire proprio l’indomani con un nuovo capitano, un pugno d’uomini d’equipaggio, pochi passeggeri e – in apparenza almeno – senza carico.
Ero felice di ritrovarmi a bordo: mi sentivo già più a mio agio.
Non eravamo che cinque passeggieri di prima classe, ma le più opposte che immaginar si possa. C’era anzitutto un giovane a nome Ready, che aveva fatto il viaggio in Australia per curarsi d’una grave malattia e che s’affrettava ora a tornare in Inghilterra per morire fra i suoi. C’era un cercatore d’oro, dotato d’una fortuna insensata, altro malato anch’esso poichè non beveva che champagne dalla mattina alla sera e si divertiva a gettare in mare dei pezzetti d’oro greggio. La signorina Dennison era la sola donna del gran mondo elegante ed il suo padrigno, col quale viaggiava, il solo personaggio notevole. Era un portoghese di sessant’anni, il signor Gioachino Santos. Rimasi a tutta prima stupito nel constatare che non aveva alcun titolo nobiliare, mentre i suoi modi erano quelli di persona aristocratica. Aveva per la signorina Dennison dei riguardi che nessun padre ha per i suoi figli: la trattava con una galanteria ed una deferenza ammirevoli e commoventi, date le circostanze in cui essi si trovavano. La fanciulla, uscita di collegio, era andata presso il suo padrigno, il quale abitava allora una proprietà in prossimità dello Zambese e qualche mese dopo la madre di miss Dennison aveva dovuto soccombere alla malaria. Preso da un invincibile orrore per quel paese dove era morta sua moglie, il signor Santos si era imbarcato per Victoria e là aveva cercato di rifarsi una fortuna, ma senza un successo maggiore del mio. Adesso accompagnava la fanciulla presso alcuni parenti in Inghilterra per poi tornarsene solo in Africa a morire – egli diceva – presso la moglie.
Non saprei dire quale dei due personaggi rivedo più nettamente scrivendo queste linee: se la fanciulla dagli occhi chiari e dolci e dai capelli pieni di sole o il vecchio alto e diritto, un po’ magro, dalla fronte spaziosa e nobile, dall’occhio fisso, dal colorito un poco giallognolo e dalla eterna sigaretta fra le labbra. E’ inutile dire che stavo più spesso e volentieri con la fanciulla. Essa aveva dei difetti irritanti, ma ciò non faceva che renderla più affascinante.

L.

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Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Pulp

 

Celebri per scherzo: come l’editoria italiana sceglie i suoi miti

Non sempre l’editoria italiana segue le vie “classiche” per aprire le sue porte ad autori stranieri, a volte li accoglie “per scherzo” e poi se ne lascia conquistare. Ripesco una mia “indagine” di qualche tempo fa con il caso di due autori – purtroppo oggi dimenticati – che hanno conquistato l’Italia grazie… ad un pesce d’aprile!

Celebri per scherzo

(da ThrillerMagazine del 31 marzo 2014)

Il 1° aprile è la data degli scherzi, e può capitare che siano proprio degli scherzi (più o meno innocenti) a lanciare un autore. ThrillerMagazine, per festeggiare questa data, racconta la storia di due autori arrivati in Italia… grazie a uno scherzo.

Partiamo dalla Parigi del 1950, precisamente nel 9° arrondissement la sera del 29 marzo. Siamo davanti ad uno dei più celebri e chiacchierati teatri della città: il Théâtre du Grand Guignol, che da più di cinquant’anni sta scandalizzando (e intrattenendo) l’opinione pubblica.

Si è conclusa la rappresentazione serale e la giovane bionda 23enne attrice protagonista Nicole Riche esce dalla porta sul retro: ad attenderla c’è un ammiratore sconosciuto che prontamente la rapisce. Passano tre giorni e finalmente la donna riappare, presentandosi esattamente il 1° aprile alla stazione di polizia di Pigalle, succintamente vestita. Denuncia un rapimento da parte di alcuni “puritani” che l’hanno tenuta segregata in una stanza rimproverandole la sua vita scandalosa e la sua arte scabrosa. Dopo essere riuscita ad evadere da quella prigionia ed aver vagato in una foresta vicino Parigi, eccola lì a raccontare tutto.

Il commissario di polizia Marcel Cambon non si lascia incantare dalla recitazione della donna e la torchia per bene: se ha vagato per la foresta, come mai le suole delle sue scarpe e i suoi vestiti sono pulitissimi? Non ci vuole molto perché la Riche crolli e confessi: è stata tutta una trovata pubblicitaria di Alexandre Dundas, il manager del Grand Guignol, un publicity stunt, come lo definisce il “The Sunday Times” ricostruendo gli eventi il 2 aprile 1950.

Di queste “operazioni di marketing” ne esistono un’infinità, ma questa in particolare ha un curioso effetto collaterale. Nel riportare la notizia – quando ancora non si sapeva che era una truffa – i giornali italiani non hanno potuto fare a meno di sottolineare la partecipazione dell’attrice ad una messinscena scabrosa e di cattivo gusto. «È una storia orripilante, un ammasso di crimini e di delitti che si susseguono puntualmente ad ognuno degli undici quadri che compongono i tre atti», così scrive in prima pagina “la Stampa” (31 marzo 1950), proseguendo in descrizioni colorite e disgustate di uno spettacolo teatrale che lascia sottintendere che la Riche, partecipandovi, un po’ se l’è andata a cercare.

Mentre la povera Riche finisce condannata per oltraggio a pubblico ufficiale (come ci informa il “The Advertiser” del successivo 4 aprile), la vera domanda che nasce spontanea è: ma quale sarà l’orripilante soggetto di questa sanguinolenta messinscena? Quale sarà il testo che sta scandalizzando l’opinione pubblica parigina tanto da rendere plausibile la reazione violenta di fantomatici “puritani”? Si tratta dell’adattamento teatrale di un romanzo già utilizzato dal cinema due anni prima: mentre la versione filmica spopola in sala, quale miglior trovata che sfruttare quel successo anche a teatro?

Ma allora quale sarà mai questo romanzo dalla trama così esecrabile? Si tratta dell’opera prima che nel 1939 un librario londinese appena trentenne – un certo René Brabazon Raymond  – riesce a far pubblicare, dando vita ad una lunga e sterminata bibliografia firmata con il nome più pulp di James Hadley Chase.

Niente orchidee per miss Blandish” racconta le sventurate vicissitudini della figlia di un miliardario che viene rapita e diventa frutto della discordia di una famigliola di spietati criminali, i Grissom. Il citato numero del “The Sunday Times” usa proprio il titolo del romanzo per creare lo strillo perfetto per l’accaduto: «No Orchids When Miss Bladish Goes Too Far», niente orchidee quando miss Blandish si spinge troppo in là.

Sarà un caso, sarà una coincidenza, ma lo stesso 1950 dello “scherzo” della Riche, quando cioè la stampa italiana scopre James Hadley Chase, l’Istituto Editoriale Italiano pubblica il romanzo che ha generato tanto scalpore – con la traduzione di Bianca Avancini Tedeschi – aprendo così all’autore britannico le porte dell’editoria italiana.

La critica ovviamente non sembra apprezzare molto il testo. Uno dei primi ad emettere un giudizio è Mario Praz, che chiama l’autore Raymond ed è convinto sia francese. Per scrittori come lui «l’America è una specie di Abbazia di Thélème dove tutto è lecito, dove uomini e donne sono in continua fregola, si ubriacano; uccidono, più o meno coll’inestinguibile energia degli eroi del marchese di Sade». Secondo Praz, comunque, Chase modernizza classici della narrativa americana: No orchids, per esempio, è in realtà «un calco deformato di Sanctuary del Faulkner» (“La Stampa”, 28 novembre 1950).

Nel 1962 il romanzo viene fatto conoscere ad un più ampio pubblico dalla collana “I Capolavori del Giallo” della Mondadori, che lo pubblica nel numero 206, iniziando una lunga serie di ristampe: l’ultima, con la traduzione dell’ottimo Bruno Just Lazzari, è del 2014, nel numero 6 de “I Gialli del Corriere della Sera”, che in realtà è la ristampa dell’edizione “I Bassotti” (Polillo) n. 20 del 2004.

Mediante una truffa, quindi, arriva in Italia un autore votato al crimine più pulp: quale modo migliore?

P.S.
I romanzi di James Hadley Chase li trovate schedati nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.

~

Il secondo autore giunto in Italia per via di una burla è Paul Kenny, pseudonimo collettivo degli autori belgi Gaston Van den Panhuyse (1913-1995) e Jean Libert (1913-1981).

Stavolta il pubblico italiano già ha familiarità con i libri firmati Kenny, perché il protagonista – l’agente segreto Francis Coplan – ha già calcato i cinema nostrani sin dal 1958 con i film a lui dedicati. Quando il 4 marzo 1965 le agenzie battono la notizia che a Milano l’editore Ripalta ha firmato un accordo con «i rappresentanti degli editori francese, inglese e americano per la pubblicazione anche in lingua italiana della più importante collana di libri di spionaggio del mondo, la “Serie Verde Spionaggio”», qualcosa si mette in moto.
Per lanciare il personaggio, il quotidiano “La Stampa” si presta ad uno scherzo davvero particolare.

Mentre il 4 marzo viene annunciato l’arrivo in edicola del primo volume italiano della serie di Paul Kenny, “Agente Coplan, missione spionaggio” («Si alza così il velo sul misterioso e terribile e mondo delle ombre»), il successivo sabato 6 marzo il quotidiano racconta la “riunione segreta” internazionale – a Ginevra, in un grande albergo del Quai Mont Blanc – che ha stabilito i termini della pubblicazione delle avventure scritte da Kenny.

«Poiché nella collana vengono descritti i metodi usati dagli agenti segreti della DECA (e specialmente dal loro “numero uno” Francis Coplan) che risultano di una violenza inaudita, con particolari agghiaccianti sulla soppressione di testimoni a volte inconsapevoli e sui metodi di tortura fra i più efferati, [gli] editori si sono impegnati a limitare nei rispettivi paesi il numero del volumi messi in vendita nelle edicole perché essi non vadano nelle mani di tutti (e quindi anche di persone facilmente impressionabili) ma solo di quei lettori che sono appassionati ed esperti di spionaggio.»

Quale miglior lancio per una spy story?

Arriviamo al 31 marzo e ci sentiamo raccontare che addirittura Francis Coplan in persona è appena atterrato a Linate!

«Coplan ha incontrato a Milano in serata, nella sede di via Morosini 18, il suo editore Ribalta che gli ha consegnato personalmente le prime dieci copie in lingua italiana del volume Coplan gioca la sua carta di Paul Kenny (da questa vicenda è stato tratto il film Uccidete agente segreto 777 – Stop con Ken Clark) e che da oggi stesso è già in vendita in tutte le edicole della penisola. Francia Coplan è ripartito durante la notte con il Simplon-Express diretto a Parigi.»

Che un quotidiano a tiratura nazionale si presti a questi giochi letterari è davvero stupefacente…

Arriva il 2 aprile e bisogna sferrare il colpo finale. «Misteriosa scomparsa di libri compromettenti» è lo strillo de “La Stampa”.

Il giornale racconta che il giorno precedente, il fatidico 1° aprile, alcuni non meglio identificati “individui” «hanno fatto incetta, presso le edicole, di tutte le copie dei volumi “Coplan gioca la sua carta” di Paul Kenny della Serie Verde Spionaggio (Edizioni Ripalta), acquistandole in blocco». Lanciandosi in mille supposizioni di complotti provenienti dal “mondo delle ombre” dello spionaggio, il quotidiano conclude che il gesto è stato eseguito perché il romanzo in questione rivela troppi particolari compromettenti.

Ancora il 30 maggio il gioco continua, con l’editore Ripalta che approfitta dello spazio sul giornale per sconsigliare l’acquisto del romanzo Coplan gioca la sua carta ai lettori impressionabili, ma ormai la mascherata è troppo palese perché possa continuare: la burla Coplan si conclude, ma l’effetto desiderato è raggiunto.

Negli anni Sessanta Colpan sarà un grande eroe della letteratura da edicola, e dal 1971 con il romanzo La lunga notte dell’agente Coplan inizia il suo viaggio nella collana Segretissimo Mondadori, prima della scomparsa con gli anni Ottanta.

Chi lo sa che un altro pesce d’aprile non lo riporti in vita…

L.

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Pubblicato da su aprile 26, 2017 in Archeo Edicola

 

[Pulp] Zigomar di Léon Sazie

Zigomar nel 1909:
illustrazione di Leonetto Cappiello

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un Signore del Male, un personaggio negativo molto noto all’epoca e che anticipa di dieci anni la Z di Zorro: come lui, infatti, lascia una lettera a firma delle malefatte.
Già ho parlato di come Léon Sazie abbia creato il personaggio nella guerra dei giornali al successo di Arsène Lupin, ma ecco come il quotidiano “La Stampa” il 6 gennaio 1911 presenta il personaggio:

Zigomar? Chi è costui? Sarebbe assai difficile dirlo con esattezza. E’ il capo sempre invisibile ma pur presente sempre di una banda perfettamente organizzata, che geetta il terrore a Parigi: è l’uomo misterioso che uccide, che assassina per la vendetta ed il furto e lascia immancabilmente dietro di sè un segno tracciato col sangue: una Z che è la sua sigla terribile.
Nessuno, neppure fra i suoi accoliti, sa chi sia veramente.

Zigomar getta il terrore ove passa: il terrore e la morte e invano la Polizia gli dà una caccia spietata.
Invero un uomo solo ha osato affrontare l’aspra lotta con l’audacissimo bandito, un uomo dall’intelligenza viva, scintillante e dai muscoli d’acciaio temprato: Paolino Broquet.
E’ questi il principe dei poliziotti: la sua indagine acuta è il frutto della logica e della ponderazione e genera arditissimi colpi.

Zigomar tuttavia sa opporre resistenza ad un rivale pur tanto terribile ed il tremendo duello si svolge attraverso una serie di drammatiche vicende che suscitano talvolta una commozione indicibile. Allorquando pare che il misterioso e sanguinario bandito già trionfi, Paolino Broquet che può gridare invece la sua vittoria; ma – ahimè! – vittoria effimera, pagata subito dopo col rischio della propria vita e con le più atroci torture.
Ma il principe dei poliziotti moderni – in cospetto del quale Sherlock Holmes e Nik Carter sono dei novellini – non conosce la sfiducia. Una sconfitta lo agguerrisce meglio; le ferite gli rinnovano il vigore dei muscoli.

Zigomar sa tutto ciò e tenta, in un agguato sapientemente preparato, il colpo supremo contro Paolino Broquet: il poliziotto deve morire, deve saltare in aria col petto squarciato da una cartuccia di dinamite.
E’ a questo punto che una nuova figura si delinea nel quadro: la donna dai capelli rossi, misteriosa anch’essa come Zigomar e più di lui forse potente.

Zigomar dunque, il romanzo suggestivo di Lèon Sazie, è destinato ad avere il più largo successo presso i nostri lettori. Ne inizieremo la pubblicazione domenica prossima, certi di fare ad essi cosa grata.
Pochi romanzi d’appendice, scritti con intenti di modernità, hanno come questo un’azione serrata, rapida, incalzante e tale da suscitare la curiosità più viva e la commozione più intensa.

Malgrado questa entusiastica presentazione, Zigomar è sempre stato totalmente ignorato dall’editoria italiana, che non ha mai pubblicato in volume una sola riga delle sue molte avventure.

Quelli che presento sono i primi due capitoli del romanzo, uscito originariamente su “Le Matin” dal 7 dicembre 1909 al 30 gennaio 1910 e tradotto in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 7 gennaio al 25 febbraio 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


Libro primo
Il padrone invisibile

I.
La firma rossa

In tutta Parigi, quella mattina, rintronò un grido di indignazione generale, di terrore, di collera.
Tutti, sui boulevards, nelle vie, sul tramvai, negli omnibus, leggevano febbrilmente i giornali, pieni di grossi titoli neri e di incisioni sensazionali.
Gli strilloni correvano, urlando:
– Ultimi e diffusi particolari sulla tragedia di via Le Peletier!… Il delitto misterioso!… L’assassinio del banchiere Montreil!…
La sera innanzi, il fattorino dell’ufficio, Michele, aveva trovato il suo padrone steso a terra, in un lago di sangue, con lo stomaco squarciato da una pugnalata formidabile.
Spaventato, Michele aveva dato l’allarme…
Si corse a chiamare il commissario di Polizia, che non tardò a giungere sul luogo, con un medico… Per telefono erano già stati avvisati il Sindacato della Borsa e la Prefettura di Polizia.
Il signor Montreil giaceva a terra, avendo perduto molto sangue da una ferita raccapricciante; ma il medico potè constatare che la vittima respirava ancora, che il suo cuore non aveva cessato di battere…
Uno degli impiegati della Banca fu subito mandato in via Chalgrin, dove il banchiere e la sua famiglia occupavano un sontuoso appartamento.
Si voleva prevenire i due figli del banchiere: Raoul, l’avvocato, Roberto, il dottore, perchè essi apprendessero poi la sciagura alla madre e alla sorella Raimonda, con tutte le cautele possibili.
La famiglia Montreil, molto unita, viveva nella più affettuosa intimità. I giovanotti adoravano il padre e la madre, manifestando per essi una venerazione senza limiti: i due fratelli non si separavano mai, e sembrava che avessero un pensiero e una volontà sola.
Col cuore in tumulto e la gola serrata dal singulto, il dottore Roberto si precipitò nell’ufficio del padre e si gettò sul corpo di lui.
– Dio, che disgrazia!… Babbo, babbo! Rispondi, babbo!… Lui, così buono, il migliore uomo del mondo, ridurlo così, assassinarlo!… Chi è?.. chi è?…
Il giudice istruttore, signor Urbain, intervenne:
– Coraggio, signore!… Siate forte! Le prime ore sono preziose per la giustizia… Lasciate che compiamo tutto il nostro dovere.
C’era anche il capo della Polizia, signor Baumier, il quale si era portato sul luogo col più abile, col più fine ispettore della Pubblica Sicurezza, il poliziotto più celebre di tutta la Francia: Paolino Broquet.
Costui lasciò ai magistrati tutto il tempo necessario per le constatazioni di legge, attendendo, con la maggior flemma del mondo, l’ora di agire per conto suo.
Quando, infatti, il dottore e Roberto Montreil strapparono i vestiti della vittima, per denudare il povero corpo insanguinato, il Broquet si accostò ad esso e volle osservare attentamente la ferita, che si trovava a destra, un po’ al disotto della clavicola.
– Oh! oh!… – esclamò il poliziotto. – Che razza di colpo!
E aggiunse:
– L’assassino è di certo un mancino…
– Mancino? Come potete affermarlo?
– Il colpo si trova, come vedete, sul lato destro della vittima: ciò vuol dire che è stato vibrato con la mano sinistra…
– Non mi sembra una prova decisiva… – osservò il giudice istruttore. – L’assassino ha potuto benissimo colpire con la destra tenendosi alla destra o dietro la sua vittima.
– Aspettate… Vi dimostro subito che la vostra supposizione non regge… Eccone la prova…
Il poliziotto portò una mano al collo del banchiere:
– L’assassino teneva il signor Montreil al collo, con la mano destra… Guardate alla sinistra del collo all’impronta di quattro unghiate… quella del pollice è a destra della carotide… Dunque l’assassino ha colpito con la mano sinistra…
Intanto, l’impiegato del servizio antropometrico prendeva la fotografia dello studio del banchiere, del teatro del delitto…
– Non potreste – gli disse Broquet – rilevare con la fotografia le traccie di sangue che si intravedono sulla cassaforte?
Il fotografo gli rispose che ciò era impossibile perchè la cassaforte era di color marrone e le traccie erano molto scure: sulla lastra non sarebbe risultato nulla.
Paolino Brquet non insistette. Ma chiese un gran foglio di carta velina, di quelli per copiare le lettere, lo inumidì, e con gran cura lo applicò sulle tracce di sangue che appena si scorgevano sulla cassaforte. Poi vi premette sopra col rullo della carta asciugante e riuscì a riprodurre mirabilmente le impronte che lo interessavano.
Sulla sottilissima carta assorbente, appariva, agli occhi di tutti i presenti esterrefatti, una larga traccia di sangue formante una Z spaventosa…
– La sigla dell’assassino! – esclamò gravemente Paolino Broquet. – Guardatela bene, signor giudice… preziosamente… Guardate questa Z, che rivedrete più volte ancora nel corso di questo affare… Guardate… E’ un segno voluto… Una sigla tracciata là… apposta per noi…
E a voce più bassa, perchè Roberto non intendesse, con aria misteriosa:
– Per noi, questa Z… per noi, la giustizia… per gli altri, i complici… forse anche per la vittima!!…

II.
L’ultimo visitatore


Il ferito aveva riacquistato, in quel frattempo, un po’ di forze, e il medico giudicò possibile il trasporto di lui al proprio domicilio.
I magistrati proseguirono la loro inchiesta, esaminarono i locali della banca e poi tornarono nell’ufficio del direttore per procedere ai primi interrogatori. Fecero chiamare subito il capo-contabile ed il cassiere.
Paolino Broquet si scartò un poco per lasciar più liberi gli impiegati innanzi ai magistrati, e si avvicinò al camino dove scoppiettava il fuoco.
Abbassandosi, egli raccolse nelle ceneri dei pezzetti di carta stracciata, già un po’ abbruciacchiati e che esaminò attentamente.
– Oh! Oh! – esclamò riavvicinandosi al giudice e al capo di Polizia. – E’ strano questo!… Sono delle cambiali, degli chèques… E’ la prima volta che vedo bruciar questa roba… Quando sono già pagati, chi li ha sottoscritti ha cura di conservarli; se devono essere ancora esatti, ragione di più per tenerli preziosi…
– Giustissimo! – esclamò il capo-contabile.
– Dunque – concluse Broquet – bisogna spiegare questa anormalità. E’ ancora intelligibile qualche lettera dell’indirizzo: con l’aiuto della vostra contabilità potremo bene raccapezzarci…
Il poliziotto, molto accuratamente, ripose quei frammenti di carta in un gran portafoglio.
Paolino Broquet, sebbene insistentemente interrogato, non volle dir più nulla… Si andò a rincatucciare su una poltrona appartata, ma non tanto da non poter scorgere comodamente quelli che stavano per essere interrogati dal giudice.
Il capo-contabile, il cassiere, non potevano dare ai magistrati che dei particolari tecnici sul funzionamento della banca, delle bravi notizie sulle abitudini del loro principale.
La cassaforte, enorme incavata nel muro, solida come una fortezza, sembrava sfidare ogni sorta di attentati… Peraltro, la porta massiccia, rafforzata da sbarre e da serrature, era semiaperta, appena appena accostata.
Fu facile aprirla. I magistrati scorsero in una scatola di ferro qualche rotolo d’oro e un pugno di monete d’argento. Ma non videro un solo biglietto di banca.
Nei dossiers, tutti in ordine, si trovavano numerose cambiali, delle quali il capo-contabile disse di ignorare l’esistenza…
Uno di quei dossiers, al contrario degli altri, accuratamente chiusi, lasciava scorgere ciò che conteneva, e quel disordine indicava che qualcuno aveva frugato affannosamente.
Si rinchiuse la cassaforte. Vi si apposero i sigilli; poi si chiamò Michele, il fattorino della banca. Dopo avergli rivolto qualche parola incuoratrice, il giudice istruttore lo interrogò:
– Siete voi, Michele, che introducevate nello studio del signor Montreil, da lunghi anni, i visitatori che vi chiedevano di lui… Potete dirci quali persone vennero in ultimo a parlargli?
Penosamente, il vecchio dichiarò:
– Gli ultimi venuti… Sì, signor giudice…
Ma si turbò, esitò.
– Ah! Chi fu l’ultimo che venne qui?… Chi era?… Oh, signor giudice!… è curioso, imbarazzante… Ma… non posso dire chi fu quello che feci passare per ultimo… Scusatemi… La mia testa non connette più… non mi ricordo bene… So che restarono il signor Laurent… e… il conte della Guarinière…
Udendo questo nome, Paolino Broquet, sebbene sapesse di solito dominarsi, non potè reprimere un leggero sussulto.
– Sì, sono certo – disse ancora il vecchio – di avere introdotti il signor Laurent e il conte della Guarinière. Ma chi entrò per primo?… Non lo so più… non me ne ricordo…
– Vediamo, amico mio, – riprese dolcemente a dire il giudice istruttore – la cosa è per noi di capitale importanza… Voi lo capite… Cercate di ricordarvi…
Paolino Broquet uscì dal suo silenzio:
– Inutile, signor giudice, torturare questo brav’uomo…
– Ma…
– Noi sappiamo chi sono i due ultimi visitatori… e non dobbiamo far altro che interrogare il signor Laurent e il conte della Guarinière.
– Senza dubbio…
– Benissimo… Resta a sapersi – aggiunse il poliziotto rivolgendosi al capo della Polizia – resta a sapersi se essi ci diranno chi fu, dei ue, ad uscire per ultimo…
L’indomani mattina, di buon’ora, Paolino Broquet entrò nel gabinetto del signor Baumier, capo della «Suretè».
– Buongiorno, signor capo! – gli disse. – Sono riuscito, stanotte, non senza fatica, a stabilire, coi pezzetti di carta abbruciacchiata trovati ieri sera nel caminetto dal signor Montreil, un documeneto di grande importanza per noi… Ecco qui… E’ un titolo firmato dal signor Laurent… una cambiale di cinquemila franchi… pagabili a quindici giorni…
– Bene…
– Di più, ho saputo stamani che il signor Laurent è in cattive acque e non sarà certo in grado di far fronte a questo impegno…
– Questo è importante a sapersi… E sul conte della Guarinière, non sapete dirmi nulla?…
– Il conte della Guarinière ha passato ieri sera due ore in casa della signorina Lucetta Minois, una «stella» del caffè-concerto «Lutezia», la sua amante… Poi è andato come al solito al circolo, dove ha perduto una forte somma…
– Chi glie l’ha pagata?
– Come? Dubitate dunque che egli non ne abbia tanti?…
– Il signor baumier si tacque un istante. Poi domandò al poliziotto, che non cessava di fissarlo:
– Ma chi è questo conte della Guarinière?…
– Il conte della Guarinière!…
– Capisco… Ma che razza di uomo è?…
– Un gentiluomo…
– Autentico?…
– Come tanti altri…
– Cioè?…
– Che può, coi suoi atti, con delle carte… giustificare il suo nome e il suo titolo…
– Come vive?
– Come tanti altri…
– Gentiluomini!…
– O no… ma che conducono una gran vita senza rendite sicure…
La flemma di Paolino Broquet fece impazientire leggermente il signor Baumier:
– Su, parlate perbacco! Voi ne sapete certo di più su questo conte…
Senza scomporsi, il poziotto riprese a dire:
– Parlo, signor capo… parlo… E’ un elegantone, uno dei personaggi più chic e più quotati di Parigi galante… Partecipa ai Concorsi ippici, è un cacciatore meraviglioso, un boxeur terribile, uno spadaccino pericoloso… Due muscoli di acciaio! L’anno scorso lottò con Patouchny, il cosacco, e l’abbattè…
– Oh!… Non esagerate un poco, forse?
– No, signor capo… Eppoi, è un parlatore delizioso, assai colto, un ballerino di prima forza, un bell’uomo, un prodigo generoso…
– Felice lui!
Comna amante ha questa Lucetta Minois, alla quale è stata rubata ultimamente una collana di diamanti…
– Gà, me ne ricordo! Il conte venne qui per tentare qualche ricerca su quella collana… Lo conosco!
Paolino Broquet taque; poi domandò, calmo calmo, al suo superiore:
– Devo arrestarlo?…
Il signor Baumier sussultò:
– Cosa?… Voi scherzate!
– Non scherzo…
– Arrestare il conte della Guarinière!…
– Sicuro e, con lui, anche il signor Laurent… Perchè se non è l’uno è l’altro che è uscito per ultimo dal gabinetto del signor Montreil… E’ chiaro.
Il capo della Pubblica Sicurezza si mostrò molto perplesso:
– Non arrestiamo, per ora… Non commettiamo gaffes, per carità! Vado a conferire col giudice istruttore e poi riceverete i miei ordini…
– Ho capito.
– Attendo che mi portino notizie del banchiere…
– Io ne ho delle fresche… Il banchiere ha passato una notte discreta… Ha riconosciuto la moglie e i figli…
– Bene.
– Se questo miglioramento continua, domani potremo mettere i confronto con lui il signor Laurent e il conte…
– Credete?…
– Certo. Almeno, possiamo tentare…
– Ho paura che corriamo dei rischi tremendi…
– Penso, invece, che al capezzale del ferito noi potremo avere la soluzione dell’angoscioso problema…
… Quella giornata passò. I giornali della sera andarono a ruba come quelli del mattino. Il delitto appassionava l’opinione pubblica, eccitava la curiosità di tutti.
Naturalmente, la Polizia, la Questura, la Borsa, furono prese d’assalto dai cronisti in cerca di particolari sensazionali e delle prime rivelazioni. Ma non fu loro possibile raccontare al pubblico nulla di nuovo.
Peraltro, sebbene le Autorità desiderassero mantenere il segreto sulle loro ricerche, i giornali si affrettarono a stampare i nomi del signor Laurent e del conte della Guarinière.
Il signor Laurent divenne di colpo un uomo celebre. Andarono per intervistarlo; ma il negoziante, per un caso strano, aveva lasciato improvvisamente Parigi.
Allora, tutti si rivolsero al conte, che non contava che amici in Parigi.
I suoi svariati successi gli avevano procurato non poche gelosie all’intorno, e quanti non avevano mai osato dichiararglisi amici, si compiacquero di vederlo immischiato in una brutta avventura.
Ma il conte, anche questa volta, si mostrò cortesissimo e sereno e concesse collocui a tutti gli intervistatori.
Chiamato dal giudice istruttore, egli ammise senza esitanza di essersi trovato nell’ufficio del banchiere Montreil nell’ora in cui, probabilmente, si era consumato l’odioso misfatto. Ma egli ne aveva appresa la notizia soltanto dai giornali della sera.
– Foste l’ultimo o il penultimo dei visitatori? – gli domandò il giudice istruttore.
– Non saprei davvero… Quello che posso accertarvi si è che, come sempre, il signor Mantreil mi accompagnò fin sulla porta dell’ufficio e mi strinse cordialmente la mano…
Peraltro, annunciando la visita del conte al giudice istruttore, un reporter, desideroso di colpire il brillante gentiluomo, insinuò, nell’ultima riga del suo articolo, che in Parigi correva la voce del probabile arresto del conte della Guarinière. Ora, nel pubblico, questa notizia incontrò un favore tale da meravigliare lo stesso Conte, il quale credette necessario tener subito testa all’uragano provocando un mutamento a suo favore nella pubblica opinione.
Perciò, egli si dichiarò offeso diffamato, e spedì due amici intelligenti a sfidare l’incauto giornalista.
Poi, come tutte le altre mattine, andò a fare la sua passeggiata al Bois de Boulogne, a cavallo. Quando rientrò in casa, il cameriere gli annunciò che qualcuno lo attendeva nel salotto.
– Chi è?
– Il signore non ha voluto darmi il nome. Ma mi ha detto che si tratta dell’affare di stamani.
Un po’ imbarazzato, il conte si diresse verso il salotto. Non potette fare a meno di trasalire scorgendo lo strano visitatore… A fatica, egli ritenne un grido di meraviglia:
– Paolino Broquet!

L.

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Pubblicato da su aprile 21, 2017 in Pulp

 

Chiedo aiuto letterario a lettori (e scrittori)

Come già ho avuto modo di pubblicizzare, nel mio blog dedicato all’universo di Aliens ogni sabato, da dicembre 2016, presento una puntata di una fan fiction (che poi alla fine raccolgo in eBook gratuito): al di là del fatto se qualcuno poi la legge (ed almeno un paio di buoni lettori sembrano esserci!) è un bell’esercizio per me. Un esercizio di scrittura.
Recentemente ho infatti scoperto che sotto pressione sono più “proficuo”. Quando l’ispirazione arriva è un piacere scrivere, e tutto esce da solo: devo solo limitarmi a scriverlo. Ma quando l’ispirazione latita è difficile mettersi a tavolino e dire “ora invento una trama”. Lo fanno gli scrittori veri, cosa che io non sono: io mi diverto con la scrittura, e scrivere quando non si è ispirati è una tortura che esula dalle mie forze e dai miei obiettivi.

Con la fan fiction ho scoperto che avere una scadenza – ogni venerdì, quando cioè pubblico in anteprima su Alien Predator Italia Forum un nuovo capitolo – è quella “sferzata di adrenalina” che mette in circolo le idee e aiuta l’ispirazione. Senza contare il fatto che essendo tutto libero e gratuito, rinuncia agli orpelli dell’aspetto editoriale che veramente ammazzano qualsiasi voglia di scrivere uno possa avere.
Tutto questo però è solo una premessa all’appello che voglio lanciare.

Un mio assiduo lettore, Giuseppe, in calce ad uno dei miei capitoli ha commentato lanciando un’idea di possibile sviluppo: l’ha scritto per scherzo, un’idea per assurdo, ma mi è piaciuta così tanto che ho voluto elaborarla e arricchirla.
L’idea prevede una corsa automobilistica, e qui nasce un problema…

Finora ho scritto di botte e arti marziali perché mi è capitato di leggere diversi testi sull’argomento, come per esempio la saga del Professionista – di cui ho presentato qualche estratto nella rubrica “Scrivere di menare“.
Invece di scene che descrivano automobili che sfrecciano a velocità elevate non ne ho mai lette, né riesco a trovare la minima informazione sull’esistenza di romanzi sull’argomento.

Ecco dunque il mio appello: vi vengono in mente romanzi da consigliarmi in cui ci siano – o protagoniste o in una parte della trama – descrizioni di inseguimenti d’auto, di gare automobilistiche o comunque di scene d’azione con delle automobili?
Quando dico “gare automobilistiche” non intendo quelle ufficiali, tipo le biografie dei piloti o roba simile: intendo romanzi action-thriller o spy o quello che sia, in cui l’eroe scappi a bordo di un’auto, magari inseguito. Un testo cioè che si lanci nella descrizione di una scena d’azione vista mille volte in mille film ma che non mi è mai capitato di ritrovare scritta.

Per ora nella nuova fan fiction che ho iniziato sto presentando i personaggi – con capitoli che, immodestamente, mi stanno venendo benino: o almeno che mi piacciono, e non sono un critico di bocca buona! – ma presto dovrò descrivere una corsa adrenalinica, piena di pericoli e di trabocchetti.
Improvviserò, e sarà una bella sfida: dovrò infatti basarmi sull’immaginario visivo dei film sull’argomento e trasformarlo in “descrizione d’azione”, in qualcosa cioè che ricrei nella mente del lettore la corsa, l’azione e l’adrenalina. Se avessi però dei “maestri” a cui rifarmi – così come per le arti marziali mi rifaccio ad ottimi narratori, anche se poi ci metto il mio gusto personale – sarebbe ovviamente meglio: verrebbe fuori una descrizione più efficace.

Spero che le scorpacciate di Pasqua vi portino l’ispirazione e sappiate consigliarmi tanti titoli.
Con l’occasione, auguro a tutti buona Pasqua, da allargare a tutte le famiglie.

L.

 
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Pubblicato da su aprile 15, 2017 in Uncategorized

 

[Pulp] La mano rossa di Henry Cauvain

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un “giallo” ante litteram, in cui l’indagine analitica la fa da padrona: “La mano rossa” di Enrico Cauvain, resa italiana de “La main sanglante” (raccolto in volume nel 1885) del romanziere parigino Henry Cauvain (1847-1899).

Cauvain è un autore in pratica inedito in Italia: l’unica sua pubblicazione nota è “Massimiliano Heller“, romanzo d’esordio del 1871 edito a Milano dall’Osservatore Cattolico nel 1880 (trad. di Paolo De Angelis) e ristampato dalla milanese Pro Familia nel 1927: da allora non si hanno altre notizie di sue opere.
Il personaggio di Maximilien Heller è comunque considerato fra gli ispiratori dello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle. Invece ne La main sanglante il detective protagonista – monsieur Bidache – è di tutt’altro genere, proprio perché l’autore cercava nuove caratterizzazioni per i suoi personaggi.

Quelli che presento sono i primi tre capitoli del romanzo, uscito a puntate sul quotidiano “La Stampa” dal 30 luglio al 15 settembre 1910. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


La mano rossa

I.

Il 26 novembre 1880, alle sei di sera, davanti ad una piccola casa situata in cima alla via del Chemin-Vert, a Clamart, era radunata una gran folla. La notte era cupa, cadeva la neve ed il vento faceva oscillare la fiamma delle lanterne portate da qualche curioso. Alla porta della casa un carabiniere ritto sulla soglia, avvolto nel suo gran mantello, stava di guardia e non lasciava entrar nessuno.
Tutta quella gente parlava a bassa voce, come fosse stata davanti a un morto, sussurrando risposte brevi alle interrogazioni dei nuovi arrivati.
Ad un tratto la porta si aprì e qualcuno domandò:
– E’ giunto il dottore?
In quello stesso momento s’intese il rumore d’una carrozza che veniva su per la salita, al passo. La carrozza si fermò davanti alla casa e ne scese un uomo.
– Signor dottore, signor dottore, hanno bisgno di voi, là dentro – dissero parecchie voci nella folla.
– Lo so, amici miei – rispose il dottore Guyon. – Sono venuti a cercarmi proprio nel punto in cui giungevo a casa.
E affidando le redini del cavallo a un contadino, il vecchio dottore entrò con passo pesante. Attraversò un corridoio angusto e si trovò in una camera quadrata, arredata con molta semplicità. Nel mezzo di quella camera eravi un gran tavolo e sul tavolo giaceva disteso un cadavere.
Tre persone stavano tutte attorno al morto, gravi e pensierose. Erano il commissario di polizia del Comune, il giudice di pace ed il sindaco, signor Simonin.
– Ah! dottore, vi aspettavamo – disse il sindaco andando incontro al signor Guyon, al quale strinse la mano.
– E’ tutto finito?
– Sì, quel disgraziato è morto forse da due o tre giorni: ora si tratta di procedere alle constatazioni legali.
– Un suicidio?
– Probabilmente – disse il commissario di polizia, al quale rincresceva ammettere che fosse stato commesso un delitto nel Comune posto sotto la sua sorveglianza.
– Vediamo.
I quattro uomini si avvicinarono al tavolo. Sul corpo rigido steso davanti ad essi cadeva la luce di sei candele sopportate da un alto candelabro che avevano trovato sul caminetto.
Il commissario mostrò col dito al dottore una larga ferita, che appariva al collo del cadavere, all’apertura della camicia, fatta tutta nera dal sangue rappreso. Quella ferita profondissima aveva dovuto procurare la morte immediata. Spogliarono il morto, e sulla persona non trovarono alcuna traccia di violenza.
– Avete scoperto qualche arma, un coltello? – domandò il dottore.
Gli presentarono un rasoio dal manico di corno nero, tenuto aperto per mezzo di una cordicella strettamente legata e annodata. La lama era rossa di sangue.
Il dottore cominciò a prendere qualche nota per la sua relazione.
«Corporatura sana e robusta. Età approssimativa: sessant’anni. Incisione al collo profonda cinque centimetri, larga otto. La morte pare sia avvenuta da due o tre giorni. Causa probabile del decesso…»
A questo punto il dottore passò con aria imbarazzata e a più riprese il lapis, che adoperava per scrivere, nelle lunghe ciocche dei suoi capelli bianchi.
Erasi di fronte ad un suicidio o ad un delitto?
Tutte e due le ipotesi potevano essere ammesse. La ferita era a sinistra del collo e siccome il defunto doveva essere forte e vigoroso, si poteva benissimo supporre che egli si fosse tagliato la gola.
Ma era necessario, prima di tutto, sapere chi fosse e conoscere qualche particolare della sua vita.
Il signor Guyon si voltò verso il sindaco e il commissario per interrogarli a quel riguardo.
In quel punto il carabiniere ch’era di guardia alla porta entrò ad avvisare quei signori che un uomo insisteva per entrare in casa.
E nello stesso tempo porse al commissario un foglietto di visita sul quale era scritto in bellissima calligrafia rotonda il seguente nome: M. Bidache.

II.

Il commissario fece un gesto d’impazienza e parve esitare poi, dopo aver riflettuto per un istante:
– Fate entrare! – egli disse.
Un piccolo uomo, tutto vestito di nero, calvo sebbene ancora giovane, e che portava grandi occhiali quantunque avesse occhi sani e vista eccellente, entrò timidamente salutando a parecchie riprese le persone riunite nella camera.
Il signor Bidache dimorava a Clamart da più di un anno. Ci viveva molto semplicemente assieme alla vecchia madre, coltivando il suo giardino e andando ogni giorno ad erborizzare nella foresta. Era amato da quanti lo conoscevano, perchè buono e cortese con tutti. Il suo viso, dai lineamenti delicati e regolari, aveva spesso attirato l’attenzione delle fanciulle del paese, piuttosto ardite, come sono nelle vicinanze di Parigi. Esse gli lanciavano occhiate procaci e si divertivano vedendolo arrossire fino alla radice dei rari capelli. Faceva dei versi, e s’era arrischiato a gettare qualche volta un piccolo rotolo di carta con un nastrino rosa nella cesta da lavoro di una bella ragazza che cuciva, l’estate, sulla soglia dell’uscio.
Il sindaco ed il commissario soltanto conoscevano gli antecedenti del giovane e ne conservavano il segreto. Il signor Bidache era stato per cinque anni agente di questura. Nel servizio delicatissimo che implicava il suo impiego egli aveva dato prove d’intelligenza rara e d’acutezza d’ingegno superiore. Ma la sua naturale timidezza lo aveva lasciato sopraffare da compagni più arditi e meglio protetti; i suoi servigi erano stati male apprezzati, era stato scoraggiato da parzialità evidenti, ed infine, nel 16 maggio, era stato vittima di una denunzia. Non lo trovavano abbastanza bonapartista e lo avevano messo, quasi per punizione, di servizio all’ufficio di …
Disgustato da tante ingiustizie, il signor Bidache aveva date le sue dimissioni, e siccome sua madre possedeva una piccola rendita, egli era venuto a stabilirsi con lei in campagna, doveva viveva felice e tranquillo.
Ma in fondo al cuore conservava un grande amore per la sua antica professione, e tutte le volte che una disgrazia e un delitto veniva a turbare la quiete del villaggio, lo si vedeva giungere col suo passo incerto, domandare timidamente dei particolari ed emettere, esitante, il suo parere, che era sempre il migliore.
Dopo aver salutato profondamente le persone riunite attorno al cadavere, il signor Bidache tossì e disse con voce malferma:
– Vi chiedo scusa, signori, d’aver osato… Forse sono stato troppo ardito… e indiscreto.
– Ma niente affatto, caro signor Bidache – rispose il dottore, che lo conosceva per aver curato sua madre qualche settimana prima e che aveva ammirato la devozione filiale del giovane: – non siete per niente indiscreto: rimanete pure.
Il commissario lo accolse più freddamente. Il signor Bidache aveva avuto parecchie volte occasione di far risaltare, scusandosi del resto umilmente, errori o negligenze commesse dal magistrato, il quale, si capisce, non poteva amar molto quel dilettante agente di polizia. Mentre il giovane esaminava il cadavere, la ferita e il rasoio aperto, il sindaco signor Simonin dava al dottore Guyon i ragguagli che gli aveva chiesti concernenti l’uomo che giaceva loro davanti. Tre mesi addietro un vecchio ancora florido e robusto era venuto a Clamart per affittare una casa. Diceva chiamarsi il signor Rodrigo. Aveva preso in affitto quella che trovavasi situata proprio in fondo al paese, quasi isolata e vicina ai boschi. Essa apparteneva a modesti commercianti di Parigi, che vi passavano l’estate e che erano stati ben lieti di trovare a trarne profitto durante l’inverno. Il signor Rodrigo non dormiva mai in quella casa. Ci veniva soltanto qualche volta nel dopopranzo, e se ne andava sempre verso le sei. Non riceveva visite; però qualche abitante di Clamart affermava aver visto due o tre volte uscire dalla casa persone estranee.
Il sig. Rodrigo non parlava mai con nessuno ed era soventissimo accompagnato da un cane nero.
Ecco tutto ciò che si sapeva di lui.
La mattina di quel giorno alcune persone che passavano per quella strada per andare nella foresta avevan inteso lagni e gemiti uscire da quella casa misteriosa, le cui persiane erano sempre ermeticamente chiuse. Andarono ad avvisare il commissario di polizia. Questo venne, ascoltò attentamente e intese infatti attraverso alla porta dei lamenti appena percettibili.
Chiamò a sè il giudice conciliatore e il sindaco. La porta fu aperta, e quando,spalancate le persiane la luce penetrò nella camera, un orrendo spettacolo si offrì ai loro sguardi.
Il signor Rodrigo era steso per terra in mezzo ad una pozza di sangue. Presso lui rantolava, negli ultimi momenti d’agonia, il cane, i cui gemiti erano stati uditi dai passeggieri.
E dopo aver dato dei ragguagli al dottor Guyon e al signor Bidache, che lo ascoltavano attentamente, il signor Simonin mostrò sotto al tavolo il cadavere del piccolo cane, steso per terra colle gambe rigide e gli occhi aperti.

III.

– Il nostro còmpito è finito – disse il commissario: – ora tocca ai giudici a decidere se vi fu delitto o suicidio!
Ma quantunque con quelle parole dichiarasse terminata la sua missione, pure non accennava ad andarsene, e i suoi compagni rimanevano, come lui, silenziosi, incerti e come assorti davanti a quel mistero inquietante.
– Il defunto aveva qualche carta? – domandò dolcemente il signor Bidache.
– Nessuna! – replicò il signor Simonin.
– E del denaro? Aveva del denaro?
– Su lui, nulla: ma il cassetto di questo scrittoio era aperto – disse il commissario di polizia andando verso un mobile – e abbiamo trovato questa somma: trentasette franchi e cinquanta centesimi. Non è dunque probabile che lo abbiano assassinato per derubarlo, tanto più che egli veniva soltanto in questa casa per passarci qualche ora e non doveva certo tener qui i suoi fondi.
Il signor Bidache aveva preso i panni del morto, che erano stati gettati sopra una sedia, e li esaminava mentre il commissario parlava. Un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, ma non contraddisse l’asserzione del grave magistrato.
– Ciò che potrebbe far supporre un delitto – disse il giudice – è la morte del cane. L’assassino avrà voluto ucciderlo perchè non desse l’allarme.
– si potrebbe anche ammettere che quella povera bestia fosse morta di fame – disse il commissario – poichè il decesso del padrone data da due a tre giorni.
– Bisogna sapere in qual giorno il signor Rodrigo venne qui l’ultima volta.
– Si è ritrovata la chiave di casa nelle tasche del defunto? – domandò Bidache.
– No; e pertanto la porta era chiusa e le serrature intatte.
Vi fu di nuovo qualche momento di silenzio; poi il commissario, avendo detto per la seconda volta che non c’era più nulla a fare attorno a quel cadavere, si disposero ad uscire.
Il signor Bidache portava il candelabro.
Nel momento in cui giungevano presso la porta d’entrata si fermarono tutti, facendo lo stesso movimento di stupore.
In faccia ad essi, sulla superficie bianca del muro, si vedeva distintamente l’impronta di una mano insanguinata largamente distesa.

L.

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Pubblicato da su aprile 14, 2017 in Pulp

 

 Spunti per una storia della narrativa spy in Italia

Tempo fa mi ha scritto una studentessa e mi ha chiesto aiuto riguardo all’intrigante tema scelto per la tesi di laurea: la narrativa di spionaggio in Italia. Di chiacchiere sull’argomento se ne possono trovare, in giro, ma dati precisi scarseggiano: visto che negli Archivi di Uruk presento valanghe di questi dati, mi chiese se potessi darle una mano ad avere un quadro più preciso della situazione.
La cosa ovviamente mi ha lusingato, mi ha intrigato e mi ha infiammato. Sono partito in quarta a dare fondo a tutto l’arsenale di informazioni che ho raccolto in anni di appunti; ho scansionato articoli e appendici per mandarle PDF pieni di informazioni; ho pescato chicche da paura che probabilmente ho solo io in Italia e alla fine ho stilato un abbozzo su cui poter iniziare a lavorare.

Il lavoro mi è piaciuto di per sé, quindi poco importa se poi la studentessa è sparita e non ho più avuto sue notizie – com’era facilmente immaginabile.
Siccome sono un “condivisore”, nel discorso sulla Archeologia da Edicola mi piace riutilizzare quell’abbozzo per eventuali futuri studenti o curiosi dell’argomento.

Spunti per una storia
della narrativa spy in Italia

Lo spionaggio esiste da quando esiste l’umanità, ma per un qualche curioso motivo da personaggi melliflui e sgradevoli che sono stati per millenni, d’un tratto nel Novecento nasce un morboso interesse per le spie: che c’entri qualcosa il fascino perverso per i “cattivi” che gli europei hanno sviluppato da Rocambole in poi?

La terribile grandiosità delle guerre mondiali ha amplificato un processo già iniziato a fine ’800, quando l’anglo-francese William Le Queux – considerato di solito il padre della spy story – scrive romanzi di ogni genere, dal giallo al mystery, dalla fantascienza all’horror (tutto materiale raramente giunto in Italia). Tra questi romanzi uscirono fuori trame con agenti al servizio di Sua Maestà contro perfide spie. Non sono storie esotiche di cattivi cinesi e ghirigori vari, ma storie molto concrete e in tutto e per tutto simili a ciò che oggi chiamiamo spy story.

L’Europa a cavallo tra Otto e Novecento ha il terrore profondo dei russi: cosa stanno facendo laggiù? Sono vere le voci che stanno organizzando una rivoluzione di lavoratori? Non importa cosa realmente avvenga in terra russa: le capitali europee sono piene di spie bolsceviche che rubano informazioni e raccolgono fondi per una rivoluzione che farà tremare l’Europa, o almeno questo è il sentire comune.
Bisognerebbe approfondire la reale entità del lavoro di queste spie, ma è facile che ci fosse del vero in questo sentire comune.

Lo spionaggio non è ancora narrativa popolare, è semplicemente un ingrediente che arricchisce le trame di scrittori prolifici come Le Queux ed Edgar Wallace. Ma cosa arriva in Italia?

*

Alberto Tedeschi nel 1929 ha rivoluzionato l’editoria del nostro Paese inventando il Giallo Mondadori (collana che all’epoca si chiama “I Libri Gialli”), libretti con la copertina gialla – il cui colore divenne in seguito identificativo del genere – con romanzi americani a tinte forti (per l’epoca).
Non so se sia mai stata approfondita l’editoria di genere durante il fascismo, ma durante le mie cacce al libro ho scovato sorprendenti romanzi italiani di questo periodo che parlano di spie, anche donne, ma certo con stile retorico. (Argomento che si potrebbe approfondire in seguito.)

Locandina da ReBaldoria

Negli anni ’30 è plausibile che case editrici storiche cerchino di contrastare il grande successo del Giallo Mondadori, così la Nerbini – una delle colonne dell’editoria italiana prima dell’epoca Mondadori – presenta nel 1930 un sorprendente romanzo di William Le Queux: “Rasputin: il favorito della Czarina: documenti segreti raccolti dal servizio di controspionaggio inglese“, prima traduzione italiana di Enrico Gianneri.
Rasputin è stato (ed è ancora) un potente personaggio dell’immaginario collettivo europeo, prima che figura storica, e la parola “controspionaggio” fa capire l’importanza agli occhi dei lettori di chi combatteva le perfide spie.

Non esiste ancora la “spy story” eppure in quello stesso 1930 – quasi a fare a gara con la Nerbini – il Giallo Mondadori (n. 6) presenta “Il castigo della spia” di Edgar Wallace, traduzione autorizzata di Carolina Agnetti.
Questi romanzi sono spacciati come romanzi di criminalità, il 5 febbraio 1929 il quotidiano “La Stampa” dedica a Wallace – che ha totalizzato cifre da record in Italia – un lungo servizio in cui lo ritrae con la casa piena di delinquenti che gli raccontano le nefandezze commesse perché diventino trame per romanzi.

Già almeno dagli anni ’10 è arrivato in Italia il “nero” francese, da Lupin a Fantomas – come sto raccontando nella rubrica “Pulp” – e sono questi i temi di cui l’editoria si nutre: storie di criminali che scandalizzano i benpensanti ma piacciono ai lettori medi. Sarebbe da approfondire, ma la narrativa spionistica ancora non è nata: è semplicemente un elemento che appare nei romanzi “gialli”.
Finita la Seconda guerra mondiale, inizia la Guerra Fredda e il mondo dell’editoria cambia profondamente. L’Europa già agli inizi del secolo era uno spynest, un “nido di spie”, ma in quel caso il sentire era comune: siamo noi europei contro i cattivi che ci circondano e ci spiano.

Nel 1945 tutto è crollato e i nemici sono dentro casa, la Germania è spaccata in due, ex nazisti sono nascosti ovunque (i fascisti non hanno mai contato nulla), gli americani sono ospiti invadenti che vogliono mettere bocca ovunque e sapere tutto, i Russi sono nel giardino di casa e via dicendo.
Serve qualcuno che metta a posto le decine di spie di nazionalità diverse che invadono gli Stati “buoni”, e ci pensa la narrativa popolare.

Il francese Jean Bruce nel 1949 crea per la neonata collana popolare “Fleuve Noir” un personaggio che cambierà per sempre la narrativa: l’agente segreto Hubert Bonisseur de La Bath, meglio noto con il nome in codice OSS 117. Il successo è esplosivo e le vendite vertiginose, tanto che alla morte di Bruce a continuare la saga ci penseranno i suoi familiari.
Nel 1950 la “Fleuve Noir” adotta l’etichetta “Espionnage” per le storie più legate al genere, e nel 1953 due autori del Belgio si nascondono dietro lo pseudonimo collettivo Paul Kenny e creano l’agente del controspionaggio Francis Coplan, protagonista di più di duecento romanzi e vari film.

Lo stesso 1953, nella sua villa giamaicana, il londinese Ian Fleming – forse informato del successo di questi agenti segreti europei – usa le proprie conoscenze al servizio di Sua Maestà per creare l’agente segreto James Bond, il celebre 007. Tra gli amici di Fleming c’era Robert Bruce Lockhart che aveva conosciuto Sidney Reilly, vera super spia che solo decenni dopo sarebbe stata conosciuta meglio: una serie TV negli anni ’80 ha reso celebre il suo nome e da poco è arrivata anche in italiano la sua autobiografia, in cui racconta lo spionaggio europeo di inizi Novecento.

Ma di tutto questo… cosa arriva in Italia?

Negli anni Cinquanta la Mondadori si allarga a dismisura su tutti i campi, e la concorrenza si fa feroce. La Garzanti cerca di accaparrarsi gli autori non ancora opzionati dalla Mondadori e nel 1955 presenta un romanzo appena uscito i patria: “Il grande Slam della morte” di Ian Fleming. La spy story è appena sbarcata in Italia.
Non esiste ancora il genere, è chiamato tutto genericamente “giallo”, e probabilmente nessuno nota 007. Però alla Mondadori non deve essere andata giù questa mossa, così nel 1958 la casa porta in Italia l’agente belga Francis Coplan con il romanzo “Azione immediata” di Paul Kenny.
Inutile nasconderselo, la vera esplosione del genere in Italia arriva solamente nel 1963 con la comparsa nei cinema (dal 17 gennaio) del primo film del Bond di Sean Connery, che dà il via ad un fiume di cloni, però qualcosa negli ultimi anni ’50 deve essere successo.

Nel 1958 arriva nei cinema italiani uno dei film con l’agente belga Francis Coplan e mentre le case milanesi litigano, il 15 dicembre 1959 la romana ERP-FBI di Aldo Crudo – una delle infinite case della Capitale che invadono le edicole con romanzetti gialli e horror scritti da italiani sotto copertura – crea alcune testate tra cui “Dossier segreti controspionaggio”, quindi qualcosa si sta muovendo nel campo della spy story.
Nel gennaio del 1960 la 32enne Laura Grimaldi – che da alcuni anni traduceva romanzi per Mondadori e Garzanti – inizia la sua avventura di curatrice con ben due testate dichiaratamente di genere, entrambe targate Ponzoni Editore ed entrambe con copertine di Carlo Jacono: “I Gialli del Canarino” e “Spionaggio”.
Quest’ultima è una collana talmente rara che è difficile studiarne l’esito: di sicuro ne sono usciti almeno quattro numeri (cioè quelli che ho io) ma ad ottobre nasce “Segretissimo” curata da Alberto Tedeschi.

La mia ipotesi è che Mondadori abbia intuito il grande potenziale di questo genere nascente ed abbia preso la testata “Spionaggio” della Grimaldi trasformandola in “Segretissimo”: dal 1965 la Grimaldi stessa appare come “condirettore responsabile” della collana. Nell’estate del ’66 Laura Grimaldi rimane da sola come “direttore responsabile” della collana fino al 1989, quando le subentra Gian Franco Orsi.

Dal 1970 la Grimaldi è affiancata da Marco Tropea in redazione, e i due porteranno in Italia il meglio di quella narrativa che in realtà gli italiani non sembrano voler leggere. “Segretissimo” presenta tesori inestimabili tutti completamente dimenticati, eroi d’azione che non hanno alcun seguito e personaggi intriganti che non interessano a nessuno.
Nel 1982 Tropea crea la collana “Flash”, il cui direttore è sempre la Grimaldi, per proporre gli action heroes che stanno spopolando in America: romanzi unici che falliscono l’obiettivo e lo stesso anno, dopo 20 numeri, la collana chiude. Tra quei personaggi che hanno fallito in edicola, c’è l’ispettore Callaghan, Remo Williams e Mack Bolan: tre eroi letterari che in patria conoscono uno successo senza precedenti (gli ultimi due con romanzi che hanno abbondantemente superato le trecento unità), con film e quant’altro: l’Italia li ignora completamente, decretandone la prematura scomparsa nella nostra lingua.
Laura Grimaldi e Marco Tropea portano il vero pulp in Italia… ma l’Italia non vuole il pulp, a meno che non sia quello posticcio di Tarantino.

*

Sarebbe da studiare che tipo di contratti aveva la Mondadori con la Francia all’epoca della nascita di “Segretissimo”: moltissimi romanzi di “Urania” all’epoca venivano da oltralpe, con addirittura casi di romanzi americani comprati nella loro edizione francese. Ancora oggi vecchi romanzi di John Russell Fearn vengono citati in Italia con un titolo originale francese – quello riportato da “Urania” – malgrado l’autore fosse britannico e scrivesse in inglese: semplicemente in Italia è arrivato tramite la Francia.
Il risultato della collaborazione-contaminazione italo-francese è che tutta la prima serie di 12 numeri di “Segretissimo” è dedicata all’opera di Jean Bruce e il suo agente OSS 117. Quando arriverà nei cinema italiani James Bond, nel 1963, ormai i romanzi di Fleming sono opzionati dalla Garzanti e “Segretissimo” dovrà aspettare gli anni Novanta per proporre storie di Bond, con gli apocrifi di John Gardner.

Intanto nel 1965 l’agente Francis Coplan passa alla milanese Ripalta che adotta una campagna pubblicitaria incredibile: dice che Paul Kenny è un vero agente segreto che svela i segreti delle sue missioni nei romanzi, e manda i giro notizie di libri ritirati per mano dei servizi segreti. Il marketing spregiudicato funziona sempre, e i libretti della testata “Serie Verde Spionaggio” vanno alla grande.
La Ripalta con questa collana presenta in Italia i romanzi francesi della “Fleuve Noir” mentre la concorrente mondadoriana attinge alla “Série Noire” (Gallimard), “Espionnage” (Presses de la Cité), “Crime Club”, “Flash Espionnage” e varie altre testate francesi dichiaratamente dedicate alla spy story.

Dal 1965 “Segretissimo” porta in Italia dall’America il nuovo Nick Carter: non più il poliziotto di inizio Novecento ma l’eroe d’azione fortemente contaminato con elementi bondiani. La saga Killmaster durerà fino al 1987, ma intanto nel 1972 la romana IPC trova un modo incredibile di fare concorrenza alla Mondadori: va a ripescare negli archivi della Nerbini le vecchie storie del vero Nick Carter e le ripresenta nella collana “Il Libro Nero”… con copertine nere dal cerchio rosso centrale, esattamente come “Segretissimo”. Bisogna leggere l’interno del libro per capire che non è quel Nick Carter che va di moda all’epoca bensì il poliziotto di inizio secolo, ma ormai è troppo tardi…

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Ancora nel 1964 altre case provano a cercare un proprio spazio, come la romana Edizioni Europer di Yvonne Cocco che lancia la collana “Archivio Segreto” con l’Agente Speciale 327 di G. Benson (probabile italiano sotto copertura): si ignora se sia andata oltre il numero 1, che posseggo.

Nel 1967 la Longanesi cerca di partecipare anche lei ma rimane ben poco che non si siano già spartite le concorrenti. Lo stesso riesce a portare in libreria “Arrivano le spie“, antologia americana che si prefigge di presentare veri resoconti di vere spie: molto più probabile si tratti di semplici racconti.

Nel 1968 “Segretissimo” presenta un personaggio nato in Francia qualche anno prima: Malko Linge, Sua Altezza Serenissima. Per gli amici, SAS. Inizia un successo travolgente che dura ancora oggi: i romanzi di Gérard de Villiers sono i più venduti del genere, in assoluto. L’Italia ama violentemente SAS e le infinite ristampe sono ancora oggi lì a testimoniarlo.
SAS aggiunge un pizzico di erotismo alle trame di spionaggio, ma non è l’unico a farlo.

Nel 1970 la milanese Edizioni Inteuropa lancia la collana “Erosette” per presentare in italiano le avventure erotico-spionistiche che negli USA Michael Avallone – tra le firme eccellenti del pulp – si diverte a raccontare con lo pseudonimo Troy Conway.
Il protagonista, l’agente Rod Damon detto Coxeman – ribattezzato in Italia Slim Fack – verrà poi ripreso dalla milanese Il Momento, casa editrice che dal 1969 ha lanciato collane “colorate” per identificare i vari generi: “I Neri del Momento” è ovviamente quella dedicata allo spionaggio. Con personaggi come Lady Lust, Samantha e il citato Coxeman, la collana alterna italiani sotto copertura a veri americani per il suo curioso mix di spionaggio ed erotismo, ristampati in volumi antologici dal titolo “Supernero” con donnine svestiste in copertina. L’iniziativa attira l’attenzione, tempo dopo, di una casa specializzata in erotismo.

Nel 1981 infatti la Edifumetto di Renato Barbieri – celebre casa che dagli anni Sessanta è specializzata in fumetti erotici – si lancia anche nella narrativa: inaugura le collane “I Libri della Luce Rossa”, “I Film della Luce Rossa”, “I Gialli della Luce Rossa” e “I Neri della Luce Rossa”, le ultime tre con splendide copertine di Carlo Jacono, che continuava ancora a lavorare per Mondadori.
Malgrado la veste grafica palesemente ispirata a “Segretissimo”, la collana nera è un mix di spy story ed erotismo ed è a questo genere di contaminazioni che negli ultimi anni si è rifatto Stefano Di Marino (autore Segretissimo DOC) per la sua collana digitale “Sex Force” (ribattezzata recentemente “Dream Force”).

In contemporanea con la Edifumetto, un’altra storica casa di fumetti si lancia nel mondo della narrativa: l’Editoriale Corno. L’obiettivo è fare concorrenza al Giallo Mondadori con grafiche e contenuti simili: il 1987, quando ormai la casa si è rinnovata e si chiama Garden Editoriale, l’obiettivo è “Segretissimo”.
Diretta da Antonio Bellomi (all’epoca curatore di tutte le collane Corno) nasce “Top Secret Spionaggio”, breve collana che presenta quasi esclusivamente i romanzi tedeschi di C.H. Guenter con protagonista l’eroe spy action Mister Dynamit. Non mancano puntate nella spy story e giovani autori italiani sotto copertura.

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Dopo il guizzo degli anni Ottanta, la spy story scompare e nessuno prova più a fare concorrenza a “Segretissimo”, che rimane da sola a tentare di proporre allo schifiltoso lettore italiano le varie novità del campo spy action.
La conduzione Sergio Altieri prova a riportare in Italia eroi come Mack Bolan, l’Esecutore – più action, meno spy – ma ormai l’unico autore straniero di successo è Gérard de Villiers. Invece nel 1995 inizia la fortunata carriera di Stephen Gunn, pseudonimo del milanese Stefano Di Marino che sdogana l’Italian Legion: i romanzi firmati da italiani sotto copertura a sorpresa diventano i numeri più apprezzati della collana. Dal 2015 sono quasi gli unici autori ancora pubblicati dalla collana.

In anni recenti si è tentata anche la strada del dark thriller, romanzi d’azione e spionaggio con però forti componenti fantastiche, con risultati fallimentari oltre ogni immaginazione. Il lettore italiano vuole solo SAS e tutto ciò che sia diverso anche solo di una virgola è vittima di insulti e critiche aspre nei vari social forum.

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Dal luglio 2015 la collana “Segretissimo” vede ridursi la sua uscita ad un numero ogni due mesi: un’umiliazione mai subita nei 55 anni di onorata carriera. Chissà cosa penserebbe Laura Grimaldi, che per anni ha gestito la posta della collana firmandosi Lady Spia…

L.

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Pubblicato da su aprile 12, 2017 in Archeo Edicola

 

[Pseudobiblia] Le verità sospese (2015)

Esce in questi giorni in affitto nelle videoteche italiane – da domani in DVD e Blu-ray in vendita per Sound Mirror – il non riuscitissimo film “Le verità sospese” (The Adderall Diaries, 2015), scritto e diretto dalla giovane Pamela Romanowsky ispirandosi al libro “Troppa vita” (The Adderall Diaries: A Memoir, 2010) di Stephen Elliott (Piemme 2012, traduzione di Annalisa Carena), che dovrebbe fondere verità e fiction.

Lo scrittore Stephen Elliott si ritrova trasformato in personaggio filmico interpretato dal sempre bravo James Franco. La storia si apre proprio con Elliott che firma copie del suo romanzo d’esordio, “A Part“, che l’ha lanciato nell’Olimpo dei giovani autori osannati da critica e pubblico.
La sua agente letteraria Jen Davis (Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City) gli organizza eventi su eventi dove il giovane autore può leggere brani del suo libro, dove racconta la travagliata infanzia sua e di suo fratello, due bambini cresciuti senza alcuna educazione dopo la morte del loro padre violento, che li ha fatti vittima di infiniti soprusi.
La situazione degenera quando in una di queste letture… si alza il padre di Elliott, per nulla morto, e denuncia il figlio di aver inventato tutto.

Il film è molto confuso e manca completamente l’obiettivo, presentando tanti aspetti sfuggenti di una trama non riuscita, tanti particolari buoni di un quadro finale non buono, ma è deliziosa la micro-storia dell’autore che ha fatto ciò per cui è nata la letteratura: “migliorare” le brutture della vita.
Quanti scrittori hanno avuto un brutto rapporto con il padre che poi hanno “migliorato” tramite un romanzo? In fondo è a questo che serve la narrativa, a migliorare la realtà: perché farne una colpa al giovane Elliott?

Film non riuscito ma pseudobiblion gustoso…

Ecco l’anteprima del “vero” romanzo in versione italiana.

L.

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Pubblicato da su aprile 11, 2017 in Pseudobiblia

 

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