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Archivio dell'autore: Lucius Etruscus

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Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com

L’Impero italiano dei sensi su TOM

Molto si è scritto sul film “L’impero dei sensi” di Nagisa Oshima, ma in pratica nulla si è scritto sulla sua travagliata, problematica e variopinta distribuzione italiana.

Quando è uscito da noi il film? E come è uscito? Ve lo racconto a puntate con un guest post sul blog “The Obsidian Mirror“, che ringrazio per l’ospitalità: tenete d’occhio anche le prossime puntate.

L.

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Pubblicato da su ottobre 19, 2018 in Uncategorized

 

Leggendo Romance

Mi riallaccio al discorso iniziato con la domanda che ho posto il mese scorso: il romance è il re delle edicole? Stando alla grande quantità di suoi titoli che vediamo esposti nei giornalai sembra di sì, e anche da parecchio tempo – sebbene ogni edicolante a cui ho posto la domanda “Ma vendete così tanti libri rosa?” ha risposto un lapidario “No” – così perché non chiedere informazioni a chi il genere più venduto al mondo (a detta di Mondadori) lo legge e lo recensisce a spron battuto?

Sono andato così a bussare alla porta di alcuni grandi blog librari specializzati in romance, con grandi seguiti di follower, e “Leggendo Romance” ha risposto all’appello: ecco un’intervista all’amministratrice Deborah, che ringrazio per la disponibilità e simpatia.


Intervista a
“Leggendo Romance”

Partiamo con le presentazioni: per chi non vi conoscesse, come è nato e di cosa si occupa il sito “Leggendo romance”, anche se il nome è più che esplicito?

Io sono Deborah e se il blog “Leggendo Romance” è nato e continua a esistere è tutta colpa mia XD.

A parte gli scherzi, ho aperto il blog a fine 2014 dopo che per un lunghissimo periodo avevo abbandonato la lettura e da allora lo gestisco interamente, anche se ho un una collaboratrice che mi aiuta con qualche lettura di autori self.

Da quando ho memoria ho sempre avuto libri in mano, poi le scuole superiori ahimè hanno sortito l’effetto opposto e il tempo e la voglia erano parecchio scemati. A un certo punto mi sono fatta tentare da un fantasy che stava spopolando in quel periodo e da lì a riaccendere la passione è stato un attimo e non mi sono più fermata.

“Leggendo Romance” è nato soprattutto dal mio bisogno di comunicare con chi aveva le mie stesse passioni. Come hai detto tu il nome svela l’argomento principale per cui era nato, infatti parlo di libri prevalentemente romance, un genere in cui mi sono sempre ritrovata perché amo ci sia una storia d’amore all’interno della trama; a onor del vero però negli anni ritrovarmi in questo “mondo virtuale” di lettori mi ha permesso di avvicinarmi sempre di più a generi diversi e ora c’è molto spazio anche per i thriller, horror e altri tipi di letture. Sono una “anomala romantica”.

Ricordi il libro in particolare che ti ha fatto capire di amare il genere romance? E ce n’è stato qualcuno invece che ha messo a dura prova la tua passione?

Come ti dicevo il romance era in me sin da piccolina, diciamo pure che Walt Disney ha fatto un’altra vittima. A parte le fiabe con annesso principe azzurro, il primo libro che mi ha approcciato al genere è stato “Piccole donne” (Little Women, 1868), un romanzo più da letteratura femminile che romance in senso stretto, ma in cui l’amore prende varie forme oltre a quello romantico. È proprio il genere di storia con cui mi sento più in sintonia: storia d’amore affiancata ad avvenimenti ed esperienze.

Non c’è un libro in particolare che ha messo in dubbio la mia passione per il romance, ce ne sono senz’altro alcuni che non ho apprezzato non tanto per il genere quanto per come sono stati impostati; se devo fare un nome ammetto che non sono una fan delle “Cinquanta sfumature di grigio” (Fifty Shades of Grey, 2011) che tanto hanno spopolato aprendo le porte a un certo genere di letteratura rosa: le ho abbandonate al secondo volume, pur avendo letto e apprezzato altri titoli del romance erotico.

Girano molti pregiudizi sul genere: qual è la definizione di “romance” che preferisci?

Per me romance è sinonimo di letture dove ci siano sentimenti e amore, e se ci pensiamo un sentimento d’amore non è solo quello che lega una coppia, in realtà può essere quello di un genitore per i figli, quello che unisce due amici, o l’amore per la vita in generale. Io penso che in ogni libro, leggendo bene, si trovi un pizzico di romance; in fondo la scrittura nasce proprio dalle emozioni e se si pensa che l’odio è l’altra faccia dell’amore e che non sempre gli amori possono avere un lieto fine, allora persino nei thriller e negli horror lo si trova, magari nascosto in qualche storia d’infanzia disturbata, o legami sbagliati, ma c’è, è da lì che nasce la trama.

La “guerra dei generi” parte dall’errato presupposto che si legga sempre e solo un unico genere narrativo: che ne pensi? A parte i libri recensiti, quali altri generi ti piacciono?

Sono molto d’accordo con questa affermazione, secondo me se ci si fermasse a pensare che prediligere un certo tipo di lettura non significa escluderne altre, allora questa inutile “guerra” non avrebbe ragione d’esistere. Un vero lettore segue le emozioni e spesso sceglie una lettura in base a ciò di cui ha bisogno in quel momento.

Si pensa spesso che il romance coincida con una lettura leggera o d’evasione, mentre mi sono ritrovata più volte davanti a storie in cui si toccavano argomenti forti, capaci di far riflettere e lasciare qualcosa di importante. Qualcuno potrebbe controbattere che le lettrici di romance cercano nei libri solo una storia d’amore e un “vissero felici e contenti” che nella realtà sarebbe difficile da trovare, ma in fondo non è la stessa cosa che cercano tutti? Se ci pensiamo bene anche quando leggiamo un giallo ci aspettiamo di trovarci suspense e sentimenti forti per arrivare a un finale dove scoprire il colpevole e vederlo punito, ma anche questo nella vita vera non sempre accade.

I lettori sono tutti uguali perché tutti cercano fondamentalmente un’unica cosa nei libri: emozioni.

Il romance ormai include parecchi sottogeneri, tra questi mi affascinano soprattutto i paranormal e i suspense e forse è per questo che mi è stato semplice avvicinarmi e imparare ad apprezzare e amare anche il thriller, in particolare psicologico e l’horror. In realtà ho letto anche qualche biografia e spesso sul mio comodino si trovano manuali self-help o che trattano qualche argomento di psicologia.

Quanto tempo mediamente dedichi alla lettura, ogni giorno? E quanto è per il sito e per il puro piacere?

Dipende molto dalle letture che mi trovo a fare. Dall’apertura del blog le letture puramente per piacere si sono drasticamente ridotte, ma in effetti molti dei libri che avrei letto rientrano comunque tra quelli che ho recensito per il blog.

Avendo un lavoro che mi occupa cinque giorni a settimana mi ritrovo a leggere la sera e nei fine settimana; diciamo che se il libro mi prende sono capace di andare avanti a oltranza, a volte arrivo alla mattina senza rendermene conto, mentre nel week-end i pomeriggi sono dedicati ai libri.

Scegli liberamente i libri da recensire o tieni anche in considerazione le proposte delle case editrici?

Un mix delle due. Dalle case editrici e dagli autori arrivano delle proposte e se queste mi incuriosiscono o erano libri di cui attendevo l’uscita, leggo questi. Essendo solo io a occuparmi del blog devo ovviamente limitarmi nel numero di letture, quindi alla fine accetto solo i romanzi che leggerei anche andando in libreria e cercando tra gli scaffali.

È innegabile che nelle edicole lo spazio dedicato al romance è decisamente maggiore di quello dedicato agli altri generi: pensi sia uno specchio fedele dei gusti dei lettori o deriva da scelte indipendenti di distribuzione?

Vetrina di edicola di fine agosto 2018

Alzo la mano e confesso, io sono una di quelle che è cresciuta a pane e Harmony!

È vero, in edicola lo spazio per queste letture è ancora molto, ma negli anni ho visto una riduzione anche in questo settore. Case editrici storiche del genere stanno sempre più puntando alle librerie variando la loro proposta editoriale con titoli di narrativa e thriller.

Penso che al momento questo spicchio di realtà resista per motivi di mercato, non tanto perché le lettrici amano solo il romance, quanto perché amano “anche” quello e come ho detto è facile trovare la parte romantica, di qualunque tipo essa sia, anche in generi diversi dal romanzo rosa, mentre è più difficile per un giallista credere di poter trovare quella componente suspense in un romance. Ovviamente gli editori e gli edicolanti cavalcano l’onda.

Hai molti follower: grazie ai loro commenti come ti sembra la lettura in Italia? È ancora viva o si sta spegnendo lentamente?

Secondo me la lettura è una passione che non si potrà mai spegnere. In molti dei commenti che ricevo si parla di mancanza di tempo e anche personalmente penso che sia proprio l’essere impegnati nella quotidianità a non permetterci di ritagliarci il tempo necessario per la lettura.

C’è poi un motivo economico che non permette sempre di potersi avvicinare alla lettura in maniera semplice e immediata, ma le biblioteche sono piene di lettori, anche se questa categoria non crea guadagno diretto alle case editrici e quindi spesso non se ne parla.

Nel web l’argomento libri è sempre presente e attuale, sui social si scambiano opinioni e si postano foto. Probabilmente è cambiato il modo di leggere e di cercare nuove storie, il mercato dell’editoria dovrà puntare molto sul digitale per abbassare i prezzi, ma credo che per la lettura lo spazio non mancherà mai.

La proposta digitale del romance è molto sviluppata: cosa ne pensi degli eBook? Potranno aiutare a dare una maggiore scelta ai lettori?

Gli ebook sono stati una grande invenzione, almeno per me. Ho la casa piena di cartacei è vero, sono nata in un tempo in cui la sensazione delle pagine sotto le dita era la cosa più bella e forse per me lo rimarrà sempre, ma è anche vero che il digitale permette di avere a disposizione a portata di click e di budget molte più storie.

Il romance sembra vivere di digitale, e ammettiamolo aiuta chi di noi vive con ansia il sentirsi additata perché sta leggendo un romanzo rosa (vedi la famosa guerra dei generi), ma l’ampia possibilità di scelta può essere un’arma a doppio taglio; a volte/spesso ci si trova davanti a storie già viste, personaggi simili tra loro e poca originalità.

Insomma, viva il digitale per comodità, ma evitando di acquistare a scatola chiusa.

Per finire, un bilancio dell’estate appena trascorsa: qual è stato il romanzo più bello che hai letto e che vuoi consigliare? Anche più d’uno, se vuoi.

Questa estate non ho letto molto, anzi ho preso proprio una pausa dopo quattro anni dall’apertura del blog. Ci sono comunque tre titoli che mi hanno catturata e che vorrei citare:

per le romantiche pure che amano leggere storie d’amore frizzanti “L’amore è sempre in ritardo” (2018) di Anna Premoli, una delle migliori penne romance italiane a mio parere;

per chi ama i thriller (e credo qui siano in molti e probabilmente molto più esperti di me) ho particolarmente apprezzato “Non svegliarti” (Don’t Wake Up, 2017) di Liz Lawler [ecco la Scheda di Uruk] e “Testimone silenziosa” (Try Not To Breath, 2016) di Holly Seddon.


Ringrazio Deborah per la gentile disponibilità e per averci dimostrato che ciò che importa per un lettore è leggere, al di là del genere che ci piace di più.

L.

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Pubblicato da su ottobre 17, 2018 in Interviste

 

[Books in Movies] Jason vive (1986)

La tremenda saga filmica di Venerdì 13 – che ho completamente recensito nell’altro mio blog, Il Zinefilo – è stata sin dall’inizio una vetrina pubblicitaria per alcuni prodotti della sua epoca. Per esempio le vittime del secondo film giocano distrattamente con un videogioco appena uscito…

Le vittime di Jason giocano con la Milton Bradley Microvision

… così come l’insopportabile ragazzino del quarto film si mette un mascherone per giocare al computer.

Una versione di Zaxxon

Non mancano le riviste, di cui il terzo film è ricco. Abbiamo riviste e fumetti (come “Shang-Chi Master of Kung Fu”)…

Una rivista e fumetti vari

… ma anche “Fangoria“, la mitica rivista specializzata che è stata molto importante per il successo della saga.

La “vittima” legge un numero non meglio identificato di “Fangoria”

Omaggio a Tom Savini, il vero “padre” di Venerdì 13 (da “Fangoria” n. 1, agosto 1979)

E mettiamoci pure Godzilla! (sempre da “Fangoria” n. 1, agosto 1979)

Un delizioso gioco in cui il film mostra la rivista che maggiormente ha parlato del film stesso.

Arriviamo al sesto film, “Venerdì 13: parte VI – Jason vive” (Jason Lives, 1986) e si scatena la potenza libraria! Le vittime cominciano ad usare i libri per cercare di capire qualcosa dell’occulto che sembra animare l’assassino protagonista, così abbiamo un vero… corso rapido di paranormale!

Fra i morti con Wickland

Carl August Wickland (1861-1945) è stato uno psichiatra svedese noto per essere assiduo frequentatore del mondo degli spiriti: la cosa preoccupante è che gli spiriti gli rispondevano! Il libro in questione, Thirty Years Among the Dead (1924), è inedito in Italia.

I morti sono vivi, parola di Jason!

Harold Morrow Sherman (1898-1987) è stato a lungo scrittore e sceneggiatore, per riviste e TV, ma nel suo cuore è sempre stato parapsicologo o altra roba varia: quale modo migliore di chiudere carriera e vita se non con il saggio The Dead Are Alive! (1981)? Questo testo è inedito, in Italia è arrivato un solo suo libro: “Vivrai dopo la morte” (You Live After Death, 1949), ristampato dal 1979 ad oggi!

E vai col manualone

Non mancano divertiti rimandi come la bambina che dorme con “A porte chiuse” (Huis clos, 1944) di Jean-Paul Sartre.

Dormire con Sartre sul petto può risultare “pesante”…

E, per finire, rilassiamoci con una rivista “disinibita”.

A quanto scopro dovrebbe essere una rivista pornografica per donne

L.

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Pubblicato da su ottobre 15, 2018 in Books in Movies

 

Diciamolo in italiano: le sigle itanglesi

Questo post lo dedico al blog Diciamolo in italiano di Zoppaz e alla sua lotta per una scrittura consapevole, con un uso più rispettoso della nostra lingua così massacrata dagli inglesismi.


Le sigle itanglesi

Guardate questo cavo: come si chiama? Ormai da diversi anni è entrato prepotentemente nelle nostre case, e dopo più di vent’anni a combattere con le “prese scart” (nome ormai relegato al mondo dei “vecchi”) siamo tutti diventati schiavi del cavo HDMI, sigla per High-Definition Multimedia Interface.
Serve a creare un collegamento di grande precisione e altissima fedeltà (non è vero, ma tanti ci credono) con la TV e un’apparecchiatura esterna. Tutto bello, ma… come si pronuncia?

Era intorno al 2007 quando ne cominciai a sentir parlare, ovviamente in ritardo. Il mio problema è che io USO la tecnologia, non passo cioè il tempo a cercare aggiornamenti o a comprare roba nuova: uso quello che ho finché funziona. Il giorno che non funziona più, mi preoccupo della cosa. Invece tutti quelli che mi circondavano, e che compravano un televisore nuovo ogni anno, erano tutti fomentati: l’alta fedeltà è ancora più alta, con… Eh, come si pronuncia?

Tutti, e ripeto tutti, dal passante al tecnico specializzato, non hanno mai avuto dubbi: si pronuncia acca-di-emme-ai

Io, che sono l’ultimo dei somari, stupidamente provavo a chiedere: “Perché una sigla di quattro lettere si pronuncia con solo l’ultima all’inglese?” Ovviamente non ricevevo risposta, nel migliore dei casi. Nel peggiore mi dicevano che si pronunciava così perché la sigla era inglese… E meno male che erio io l’ultimo dei somari…

Se andavi dal tecnico o dal negoziante specializzato e dicevi “Vorrei un cavo acca-di-emme-i“, quello ti faceva un sorrisino di sufficienza e ti correggeva: “Si dice acca-di-emme-ai“. Da tempo ho scoperto che i negozianti specializzati sono le persone che meno sanno di ciò che vendono, non valeva la pena discutere con loro.
Con altri però ho discusso e ho chiesto ragguagli: se la “i” in italiano si legge “i”, perché mai dovrei pronunciare “ai”? E se la sigla è inglese, perché allora non la pronunciamo “eic-di-em-ai”? La risposta è banale: chi usa sigle itanglesi ignora che la “h” si pronunci eic

Questa è però solo una ripercussione moderna di una moda nata nei primissimi anni Duemila, quando tutti eravamo fomentati dall’arrivo della tecnologia del futuro che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite: un formato che tutti chiamavano… “di-vi-dì“.
E io, sempre somaro al mio solito, a chiedere: ma perché lo pronunciate all’inglese, che fa schifo? Va bene, è una sigla inglese per Digital Versatile Disc, ma siamo in Italia e, tanto per fare una cosa diversa, pronunciamola in italiano. Cioè “di-vu-dì“. No, mi rispondevano, è una sigla inglese e si pronuncia all’inglese. Va bene, insistevo io sempre più ciuccio, e allora perché la sigla VHS (Video Home System) la pronunciamo “vu-acca-esse” al posto dell’inglese “vi-eic-es”? La risposta è la stessa: che “h” si pronunci “eis” nessun itanglese lo sa.

  • INPS = ai-nps
  • IVA = ai-va
  • ICI = ai-ci

Sì, è innegabile che qualsiasi sigla migliori con “ai”, ma che senso ha prendere una sigla e leggerla in due lingue diverse?

Per fortuna ora l’HDMI è diventata di uso talmente comune che non si sente più citare come prima, e la sua inutile evoluzione – lo sfortunato Blu-ray – si pronuncia facile facile. TV Ultra HD 4 k o Full HD? Viva l’italiano. “ti-vu ultra acca-di quattro cappa” o “full acca-di“. Ripeto: nessun itanglese sa come si pronunci la “h”…

Rimango in attesa del prossimo cavo dal nome itanglese da divertirmi a sentir storpiare.

L.

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Pubblicato da su ottobre 12, 2018 in Linguistica

 

Le mani di Orlac su Nocturnia

“Orlacs Hände” (1924) di Robert Wiene

Per ricordare che in edicola trovate ancora uno Speciale del Giallo Mondadori assolutamente imperdibile, in quanto finalmente ristampa un romanzo dimenticato da decenni, ho scritto un guest post per il blog “Nocturnia” di Nick Parisi.

Ecco dunque una panoramica sulle Mani di Orlac e i film che ne sono stati tratti. Ovviamente il romanzo di Maurice Renard, antenato di quel genere che noi chiamiamo fantascienza, è fra i tanti ispiratori del mio unico romanzo: Le mani di Madian (2014).

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 11, 2018 in Uncategorized

 

Seconda intervista a Valery Esperian

Dopo l’iniziativa “Estate 2018: Leggiamo italiano“, sono tornato nell’antico Egitto per incontrare un autore “misterioso”.


Intervista a Valery Esperian

Secondo appuntamento con il Romanzo dei Faraoni. Mi rivolgo ancora al “misterioso” Valery Esperian: come hai scelto di affrontare un nome così importante come Akhenaton?

V.E. Ciao Lucius, e grazie per averci ospitato su NonQuelMarlowe. Come hai ben detto, Akhenaton è un nome piuttosto importante: nato diverso, nell’aspetto e nelle idee, ha sfidato l’eredità del padre cambiando per sempre il volto dell’Egitto e della storia. Sposando la splendida Nefertiti, “la donna più bella dell’antichità”, ha dato vita a una delle storie d’amore più intense di tutti i tempi. Ma soprattutto, Akhenaton “l’eretico” ha sconvolto un impero imponendo un unico dio, Aton il sole, e guidando una rivoluzione religiosa costellata di intrighi, tradimenti e lotte per il potere. Ci siamo approcciati alla sua vicenda con dedizione e un pizzico di coraggio: abbiamo scelto di affrontare la vita dell’“eretico” con dovuta perizia storica ma anche con passione e creatività laddove le fonti non arrivavano. Abbiamo cercato di ridar vita a una grande figura storica, che ci auguriamo pulsi tra le pagine con tutto lo splendore e il potere che lo hanno reso celebre fino ai giorni nostri.

2) Ricordiamo che dietro lo pseudonimo operano due autori italiani. Cominciamo con Elisa Bertini: qual è la passione che muove una scrittrice come te?

E.B. Passione è una parola bellissima e potente, pericolosa a volte, soprattutto se, come me, si tende cedervi: per fare questo lavoro ho imparato a convogliarla in maniera costruttiva, mantenendo viva la parte creativa ma facendola lavorare di pari passo con la tecnica e la disciplina. Riguardo a quel che mi muove, beh, in poche parole è la fame di storie, di ciò che mi sposta da una vita soltanto, la mia, che adoro ma che senza la magia dei libri resterebbe sempre e solo “una”. Leggendo e scrivendo le vite si moltiplicano: posso essere una ragazza, un corsaro o, talvolta, un potente faraone…

L’ultima volta che ti abbiamo incontrato è con il tuo “Nerocuore” nello Speciale del Giallo Mondadori del dicembre 2017: cosa puoi dirci di quel romanzo breve?

E.B. Nerocuore è stata per me un’immersione in un mondo diverso dal mio solito immaginario di scrittrice, ma molto vicino alla mia “altra” vita, quella di giornalista: lavorando per un quotidiano romagnolo, negli ultimi anni mi sono occupata di varie inchieste che riguardavano la violenza sulle donne, dall’acidificazione di Gessica Notaro al femminicidio di Giulia Ballestri (caso Cagnoni). È stato importante scrivere di queste terribili tematiche in Nerocuore: mi ha permesso di trasmettere ai lettori l’angoscia e la sofferenza di una vittima che, molto spesso, tra le poche e asettiche righe di una pagina di giornale non traspaiono appieno. Angosce, queste, che ho messo sulla bocca (una vera “boccaccia”, a dirla tutta) scomoda e politically incorrect della mia protagonista, Minerva Mai: un’antieroina, una cinquantenne senza peli sulla lingua che da pubblicitaria milanese è finita a fare la chiromante in una fiera medioevale itinerante, una donna alfa che da leonessa si ritrova preda a causa delle persecuzioni dell’ex-marito, “il Mostro”.

Nerocuore è la storia di una donna istruita, forte, emblema del nostro millennio, ma che si scontra violentemente con la concezione retrograda e sessista della donna che sta alla base di questo tipo di soprusi: e il messaggio che volevo trasmettere è proprio questo, che la violenza di genere arriva dovunque, nelle stalle ma anche sulle stelle, se non combattuta, o, in questo e altri casi, se non raccontata.

Eri già “tornata indietro” nella storia, raccontandoci addirittura un’indagine di Dorian Gray nel 2015 per Delos Digital: cosa ricordi di quell’esperienza?

E.B. Scrivere “Dorian Gray e il weekend con delitto” è stata un’esperienza davvero intensa: ho sempre amato Wilde e in particolare il personaggio “col quadro in soffitta”, ma in quel periodo mi ci sono immersa fino in fondo. Ho vissuto infatti per cinque anni nel Regno Unito insieme al mio compagno, che all’epoca lavorava come astrofisico per l’università di Portsmouth, e ho potuto respirare direttamente le atmosfere e i luoghi in cui Wilde stesso si era mosso: da lì a ridare vita a Dorian Gray il passo è stato breve, e terribilmente divertente. Se ci metti poi che abitavo di fronte all’Isola di Wight, luogo evocativo e perfetto per il dissoluto weekend con delitto in cui ho spedito Dorian e Lord Henry, beh… il risultato è stato una combinazione tra vecchi classici del genere e la mia personale visione del personaggio: dieci ospiti, una lussuosa villa sull’isola e un cadavere in biblioteca; tra una sigaretta oppiata e un bicchiere di champagne, il dandy più famoso di tutti i tempi si diverte a risolvere il rebus, animato come sempre da quella folle curiosità che divora la sua anima immortale.

L’altra metà di Valery Esperian è Antonio Tenisci: cosa sai dirci della tua passione letteraria?

A.T. Caro Lucius, questa bellissima storia d’amore con i libri è nata sui banchi di scuola, quando facevo letteralmente impazzire i professori continuando a scrivere per fatti miei i racconti che leggevamo in classe. Così Ciàula continuava a vivere una vita propria dopo aver scoperto la luna e si innamorava, e il nipote del principe Prospero riusciva ad annientare addirittura la Morte Rossa. Cercavo di scopiazzare il modo di scrivere dei vari Pirandello, E A. Poe, Borges, Calvino, così come avrebbe potuto fare un ragazzino di dodici anni. Da quel momento la passione per la scrittura, e soprattutto della lettura, non mi ha mai abbandonato. Con la paghetta andavo in edicola a comprare il “Giallo Mondadori” perché a un prezzo contenuto mi permetteva di leggere grandi scrittori. La passione di sfogliare e leggere pagine piene d’inchiostro se ti prende non finisce mai, e sono ancora qui a riempire scaffali e tablet.

Anche tu eri presente nel citato Speciale del Giallo, con il romanzo “Ombre viola”: ti va di ricordarlo?

A.T. L’emozione di vedere il mio nome scritto in rosso su quel fantastico (e agognato) sfondo giallo è stata immensa, ma non è stato semplice affrontare l’argomento femminicidio dello Speciale dal punto di vista di un uomo. Nella ricerca mi sono trovato davanti a vicende difficili da accettare per la drammaticità delle situazioni, e mi sono concentrato sui vari aspetti del problema trattando i personaggi con una psicologia propria del loro ruolo. Ho scelto di ambientare il romanzo in una piccola e ipotetica città immaginaria di una qualsiasi provincia italiana, anonima e uguale a migliaia di altre realtà, dove tutti si conoscono e dove c’è una piazza su cui affacciano la chiesa, il municipio e il bar. Una scelta voluta perché le vicende che racconto in Ombre viola non possono essere racchiuse dentro il perimetro di una città definita. Esse fanno parte di una realtà la cui tragicità travalica ogni confine di spazio, allo stesso modo in cui le ritroviamo riportate nelle pagine di cronaca nera.

Il romanzo Ombre viola ha cambiato il mio modo di affrontare il problema ed è servito a condividere il malessere che, da uomo, cerco di ricacciare indietro ogni volta che sono davanti all’ennesima notizia di una donna assassinata, massacrata e picchiata, sperando di aver dato un piccolo contributo per smuovere le coscienze di ognuno.

Nel 2017 hai partecipato alla collana Delos Crime con il racconto “(H) Acca come amore“: cosa ricordi di quell’esperienza?

A.T. Un giallo che mi ha molto divertito scrivere, ambientato in un mondo che ho imparato a conoscere grazie a mia moglie. Il palcoscenico di un teatro racconta storie anche se resta muto, basta una piccola luce di lato e attendere che le idee arrivino. La cosa più bella è che il racconto è andato in scena proprio su quelle assi di legno e davanti a quello stesso palco da cui ho preso ispirazione. Il pubblico teatrale ha apprezzato allo stesso modo dei tanti che continuano a leggere.

Anche tu sei recidivo della narrazione storica, visto che per History Crime (Delos) nel 2014 hai firmato “La Madama“, ambientato nel 1582…

A.T. Sono appassionato di storia e l’arrivo della grande Margherita d’Austria “La Madama” la sera del 12 novembre del 1582 nella mia città di Ortona non poteva che solleticare la mia fantasia. Così è nato un giallo (il mio primo a essere pubblicato). La Madama ha poi vissuto una vita autonoma diventando un’opera teatrale vista da migliaia di persone in innumerevoli repliche e ha vinto il Premio dell’Editoria Abruzzese. Direi che la Delos mi ha dato grande visibilità e mi ha portato grande fortuna.

Domanda per entrambi: come vi siete trovati ad affrontare un tema come quello egizio, al tempo stesso affascinante ma anche spesso inflazionato?

V.E. Il mondo egizio resta di grande fascino, nonostante i tanti libri e romanzi che continuano a essere pubblicati. Lo dimostra l’ottimo riscontro di vendite dei primi quattro volumi del Romanzo dei Faraoni. Ci siamo basati su libri di egittologi riconosciuti come Cimmino, Zacco, Gardiner e molti altri, e il risultato è stato quello di scoprire un mondo fantastico pieno di suggestioni. Le stesse che speriamo di aver trasmesso ai tanti lettori, senza però dimenticare che si tratta pur sempre di romanzi e non di manuali di egittologia.

Chiudo con una domanda tripla per entrambi. L’autunno è alle porte, potete consigliarci un libro, un film e un luogo da visitare per affrontarlo?

A.T. Assolutamente il quarto volume del Romanzo dei Raraoni appena uscito in libreria dedicato al grande Ramses, e il film documentario Piazza Vittorio (2017) di Abel Ferrara ambientato a Roma nella città dove ho vissuto per più di otto anni. Nuovissime uscite piene di quella magia che accomuna l’arte della scrittura e del cinema.

Sono appena tornato da una settimana in Trentino per lavoro e, sebbene io adori il mare, il fascino di quei panorami mi ha rapito. Sbrigatevi ad andare, prima che nevichi…

E.B. L’autunno è per me sinonimo di vento frizzante, di foglie croccanti e di zuppe calde accompagnate da un bicchiere di vino rosso; è stagione di libri letti sotto una coperta, di passeggiate nel bosco o di un bel film che ti tiene col fiato sospeso mentre fuori diluvia. Per questo consiglio di fare una capatina alla baita sul lago di Secret Window (1990), adattamento cinematografico di un racconto di Stephen King, o di immergersi tra le pagine di una serie gialla che conduce tra le Highlands scozzesi in compagnia di Hamish Macbeth, il fulvo e allampanato poliziotto scaturito dall’irriverente penna di M.C.Beaton.

Un posto da visitare? Le Cotswolds inglesi, dalle quali sono appena tornata lasciandoci un pezzetto di cuore: la zona dà il meglio proprio in questo periodo, quando le colline si tingono di rosso e arancio nelle mille sfumature autunnali. Tra una passeggiata e l’altra consiglio d’infilarsi in un pub (magari all’Horse and Groom a Bourton on the Hill) per una pinta, da sorseggiare davanti a un camino acceso con un buon libro (o una buona compagnia) per le mani.


Chiudo ricordando i libri di Valery Esperian disponibili su Amazon.

L.

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Pubblicato da su ottobre 10, 2018 in Interviste

 

The Pleasure of Pain II: invito al dolore

Conclusasi l’esperienza The Pleasure of Pain del blog “The Obsidian Mirror” – a cui ho partecipato con la trilogia “Il dolore di essere Masoch” e un post riassuntivo sull’infernale saga di Hellraiser – è il momento di tornare a parlare di sofferenza, anche se di genere opposto.

Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo del Sogno” lancia un’iniziativa simile ma opposta (o quasi): non più incentrata sul masochismo bensì sul sadismo. The Pleasure of Pain II. Le quaranta giornate di Sade vi aspetta per farvi male. Molto male.

Dalla nota introduttiva di Ivano:

«E adesso, prima di chiudere e mantenere così fede al titolo del post, due parole sulle due ragioni della mia scelta dei quaranta giorni di durata dello Speciale al posto dei “normali” trenta. La prima è puramente fonetica, nel senso che in qualche modo Le quaranta giornate di Sade all’orecchio mi suona meglio de Le trenta giornate di Sade; la seconda, meno di superficie, ha invece a che vedere con la circostanza che Sade ha fondato l’architettura di quel prodigioso edificio letterario che è Le centoventi giornate di Sodoma tutta o quasi sulla base del numero quattro e dei suoi multipli.
Salga dunque a bordo chiunque abbia il piacere e il coraggio di imbarcarsi in quest’avventura forse non proprio per tutti, un lungo viaggio su un mare tempestoso che ci terrà compagnia fin quasi alla soglia d’inizio del sesto anno di vita di Cronache del tempo del Sogno. Vi raccomando solo di equipaggiarvi a dovere, contro le onde alte e il mal di mare!»

Saprete resistere a quaranta giorni di dolore sadico?

Si parte venerdì 12 ottobre, e anche stavolta parteciperò con due post, di cui tornerò a dare notizia.

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 8, 2018 in Uncategorized

 
 
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