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[Pseudobiblia] Personaggi ribelli

Personaggi ribelli

da ThrillerMagazine, 10 ottobre 2011

Ci sono personaggi che tormentano i loro autori,
altri che li rendono celebri… altri che li distruggono.
Ha poca importanza che siano personaggi usciti da “libri falsi”:
possono cambiare le regole ma il gioco è lo stesso

La scrittrice
e il suo personaggio

Ecco la storia di tre personaggi ribelli e del loro rapporto con i rispettivi autori: tre modi diversi di intendere il grande gioco degli pseudobiblia.

Nel 2008 un esercito di inutili sceneggiatori porta sullo schermo un romanzo della scrittrice australiana Wendy Orr: “Alla ricerca dell’isola di Nim” (Nim’s Island). Nim è una insopportabile bambina che vive nel più falso paradiso terrestre che esista: uno stereotipo ecologico targato Disney costituito da un’isola vulcanica sperduta nell’Oceano Pacifico.

Al di là degli zuccherosi e imbarazzanti messaggi pseudonaturalistici del film, ciò che interessa a questa rubrica è che fra i generi di prima necessità che arrivano sull’isola – pagati non si sa con quali soldi – ci sono anche i libri di Alex Rover. Nim è felicissima di aprire lo scatolone di legno dei rifornimenti e di frugare fra le cose assolutamente necessarie su un’isola deserta – come un numero della rivista “National Geographic”! – alla ricerca de “La mia avventura araba” (My Arabian Adventure), il nuovo atteso romanzo dello scrittore-avventuriero: «Chissà che succede in Arabia» è lo strano commento della bambina. (Visto che Nim e suo padre hanno computer supertecnologici, perché si fanno spedire libri e riviste su carta dall’altra parte del mondo? Non sarebbero più comodi gli eBook?)

Nim Rusoe (Abigail Breslin) legge la nuova avventura di Alex Rover

«È stata la maledizione di tutta la mia vita – dice il rude protagonista del romanzo, ben impersonato da Gerald Butler. – Io non vado in giro a cercare guai, ma in qualche modo loro trovano me. La domanda non è “Sto per morire?”, la domanda è “Come morirò?”. Sarà per mano dei predoni del deserto o per colpa della sete?»

Il “duro” Alex Rover

Ufficialmente Alex Rover è uno scrittore “maschio” che narra con fiero cipiglio le avventure vissute in ogni angolo del mondo, affrontate con il coraggio che in ogni occasione sa tirar fuori da se stesso. In realtà, dietro quella firma si nasconde la nevrotica Alexandra (Jodie Foster), che vive da molto tempo segregata in casa vittima di mille fobie: novella Salgari, scrive romanzi avventurosi di pura fantasia per la Random House, parlando di luoghi mai visti se non sul web e di un coraggio che in realtà non ha mai avuto.

Mentre Nim legge l’ultimo romanzo di Rover – della cui bibliografia non conosciamo altro titolo se non “Passage to Patagonia” – Alexandra è nei guai: il suo personaggio avventuroso è sull’orlo di un vulcano e non sa come salvarlo. Scrive al padre di Nim per raccogliere informazioni sulla vita nei pressi di un vero vulcano, e così per caso diviene amica di Nim. Quando quest’ultima avrà bisogno d’aiuto, la nevrotica Alex dovrà affrontare un viaggio di mezzo mondo per andare a salvarla… lei che non riesce neanche ad andare a prendere la propria posta!

La morale della storia è che Alex vince le proprie paure e torna a vivere grazie all’aiuto del suo personaggio. «Una volta tanto metti in pratica quello che scrivi – è l’incitamento di quest’ultimo. – Esci da questo maledetto appartamento, buttiamoci nell’avventura, parti on the road con me. In fondo non si sa mai: potrebbe piacerti.»


Per una scrittrice salvata dal proprio personaggio, ce n’è un’altra che ha instaurato con lui un rapporto ben diverso. È il caso di Alice Tanner, autrice della collana di romanzi per l’infanzia con protagonista Jack Cannon, “boy detective”. (Misteriosamente il doppiaggio italiano la trasforma in Helen, ma ormai siamo abituati alle italiche “magie”!)

Attraverso romanzi come “The Castle of Stone and Light”, “The Night of Fire and Rain”, “The Girl from Columbia” e “The Map of Tomorrow”, la Tanner (interpretata da una strepitosa Amy Irving) ha reso celebre il giovane detective che ora si trova accanto a lei, sotto forma di allucinazione, perplesso perché la donna gli fa capire che quello appena finito sarà l’ultimo romanzo della serie.

La scrittrice di successo Alice Tanner (Amy Irving) alla fine del suo viaggio

«Ma scrivere è tutta la tua vita – le fa notare il ragazzo-personaggio – che farai se non scrivi?» «Quello che avrei dovuto fare anni fa», risponde lei puntandosi una pistola alla tempia. Stiamo parlando dell’incipit dell’episodio “Tra le righe” (Unwritten, 2003, 7×03) del telefilm “Dr. House. Medical Division” (House, m.d.).

Alice non riesce ad uccidersi e quindi subisce un destino peggiore della morte: le cure dello scorbutico dottor House! Questi è un fan dell’autrice e, di fronte all’ostinazione della paziente nel non collaborare, decide che conoscendo il contenuto dell’ultimo suo libro potrà capirne di più. Però non esistono copie digitali, visto che l’autrice usa una macchina da scrivere: analizzando le bobine di inchiostro House potrà accedere alla fine dell’ultimo romanzo con Jack Cannon.

Anche lo scorbutico dottor House ha un cuore da fan

«Jack Cannon non è morto – scopre House. – È peggio: dieci libri che portavano a un confronto finale e lei lascia tutto aperto. Perché fa così?» «Perché vuole vendere l’undicesimo» è l’ovvia risposta del dottor Taub. Il terribile dottore però non si dà pace: la Tanner era intenzionata ad uccidersi, quello scritto sarebbe stato l’ultimo romanzo di Cannon eppure non portava ad alcun tipo di risoluzione degli fili tessuti nella collana. «Non posso lasciare che Jack Cannon finisca così!» è il cruccio di House, il quale si premura di curare la donna perché questa dia al suo personaggio la storia che merita.

Quello che però il dottore non sa, è che i libri di Cannon sono il modo che ha l’autrice per tenere in vita il ricordo del figlio, morto in un incidente d’auto. Alla fine lo stesso House risolve la situazione, ma ciò che ottiene è una brutta sorpresa: Alice tornerà a scrivere, sì, ma si è stufata di libri per ragazzi! «Che fine fa Jack? – si informa il dottore. – Il suo ultimo libro non dà nessuna risposta.»

«Il mondo in cui io ho finito la storia di Jack è perfetto – è l’ultimo commento della donna. – Ogni lettore sarà libero di decidere quale destino gli vuole riservare.» Bella fregatura per un fan!


Come abbiamo visto, Alice è una scrittrice che vuole a tutti i costi far uscire di scena il suo personaggio, malgrado questi la preghi di non farlo. Esisto però anche casi contrari, come quello de “L’ultima avventura di Rip” (The Last Adventure of Rip DeBolt). Il racconto, apparso in Italia nel 1979 raccolto ne “Il Giallo Mondadori” n. 1603, è firmato dal giallista Andrew Wickstrom ed è apparso originariamente sul n. 425 della storica “Ellery Queen’s Mystery Magazine” (aprile 1979): in esso vi si narra l’ultima notte dello scrittore Ward Hogan.

Questi è il celebre autore dell’altrettanto celebre detective hard boiled Rip DeBolt, duro e manesco nonché protagonista di una lunga serie di romanzi di successo – fra cui conosciamo i titoli di “Sangue e guai” e “Occhio assassino”. Hogan ha già ricevuto l’anticipo dall’editore per il nuovo libro, che si è però letteralmente già bevuto senza aver scritto una sola riga. «Gli ingranaggi chiedevano d’essere lubrificati – è la scusa che dice a se stesso. – Un bello Scotch, due dita appena, tanto per mettere in funzione il meccanismo». Ma il meccanismo non parte e il romanzo non sembra volersi scrivere da solo.

In una notte fredda e tempestosa bussano alla porta dello scrittore: l’uomo che gli si pone davanti sembra uscito dai suoi romanzi, è praticamente come egli immaginava fosse Rip DeBolt. «I suoi occhi erano d’un grigio ardesia, abbastanza gelidi da indurre una serpe a sgusciare al riparo.» Hogan pensa subito ad un trucco dell’editore: mandargli un attore vestito alla DeBolt per stuzzicarlo a scrivere. («Se mai faranno un altro film su Rip, questo tizio merita la parte».) È però subito chiaro che non si tratta di un trucco: è il personaggio letterario che si è fatto carne per parlare direttamente con il proprio autore!

«Mi hai appiccicato l’etichetta dell’eroe, ma non attacca. Che c’è di eroico, in me? – rimprovera DeBolt allo scrittore. – Il mio gioco è la brutalità. Il mio metodo, quando lavoro a un caso, è di terrorizzare fino all’ultimo teste o all’ultimo informatore, fino ad arrivare a quello che è all’origine di tutti i guai. Le probabilità sono che lo faccia fuori. Non sono un eroe. Sono una perversione, il sogno di un sadico. Mi hai fatto così maledettamente duro da rendermi inumano».

Le intenzioni del manesco Rip sono chiare: vuole far desistere Hogan dallo scrivere l’ennesimo romanzaccio violento con lui protagonista: si è stufato di questa vita e vuole mettervi fine. Ma lo scrittore ha firmato un contratto, non può smettere un personaggio così, di punto in bianco: propone invece l’idea di scrivere un ultimo romanzo che metta da parte Rip e introduca un nuovo personaggio, qualcosa di diverso.

«Non servirebbe a niente – commenta rude il personaggio, che conosce i propri polli. – Appena a corto di danaro, troveresti il modo di riportarmi in vita». Altre ipotesi vengono scartate, e non rimane che una soluzione. «Hogan, bisogna che sia un suicidio. Nient’altro funzionerà. Hai sentito, Hogan?» e lo scrittore alza gli occhi giusto in tempo perché la pistola di Rip spari all’altezza degli occhi…

Magari è solo l’incubo di uno scrittore, che ha anche la coscienza sporca di bere invece di scrivere. Non la pensa così la polizia che, il mattino dopo, trova Hogan morto apparentemente suicida. Nella perquisizione della casa viene trovato un foglio che probabilmente racchiude un appunto per un romanzo: un gioco letterario che va riportato per intero!

«Il tenente si chinò sul foglio e lesse queste parole: “Sembrò che Hogan non m’avesse sentito, perché continuava a scrivere, dando le spalle al divano. ‘Hogan’, dissi, ‘bisogna che sia un suicidio. Niente altro funzionerà. Lo capisci, Hogan? Hogan? Hogan!’ Il verme si voltò e mi guardò proprio mentre sollevavo la pistola all’altezza degli occhi”.»


Ci sono personaggi che danno la vita ai propri autori, altri che la tolgono; ci sono scrittori che amano uccidere le proprie creature e altri che le fanno vivere in eterno. Questo è il glorioso processo della letteratura.

Attenti, però, scrittori: una notte, fredda e tempestosa, magari un vostro personaggio potrebbe venire a bussare alla porta…

L.

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Pubblicato da su gennaio 18, 2019 in Pseudobiblia

 

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Arriva in Italia Tim Lebbon

Il 29 novembre 2018 la casa editrice Newton Compton ha finalmente presentato in Italia Tim Lebbon, autore thriller horror che ho conosciuto nel 2014 per il suo bellissimo Alien: Out of Shadows, fra le migliori storie dell’universo alieno (film compresi)!

Subito ho contattato Tim tramite social media e l’autore è stato gentilissimo e subito disponibile ad essere intervistato, ma c’era un problema: era in dirittura d’arrivo con la scrittura del suo nuovo romanzo, Firefly: Generations, ispirato alla celebre (e troppo breve) serie televisiva. Capite che non potevo fermare il flusso di creatività, così ho aspettato la consegna del libro ed eccoci qua, a conoscere questo autore i cui romanzi spero man mano saranno tradotti regolarmente in Italia.

Per la scheda del romanzo “Silence” (2015) e relativo incipit rimando al mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.

Finalmente sei arrivato in Italia, sebbene tu sia un apprezzato autore sin dal 1997: come hai vissuto questi vent’anni da scrittore professionista?

Per la precisione sono uno scrittore a tempo pieno da dodici anni, mentre i quattro precedenti continuavo a lavorare part time, e prima ancora scrivevo nel tempo libero. Mi sembra passata una vita intera e mi sembra di essere uno scrittore da sempre, come avrei voluto.

In questi anni così “social” sembra che uno scrittore debba essere anche un “cyber-master”. Hai trovato un equilibrio tra la scrittura e i social media?

È un equilibrio molto difficile da trovare. Uso sia Twitter che Facebook, e penso siano molto utili per uno scrittore, ma so anche di autori che non usano affatto i social media eppure hanno molto successo! Questi strumenti tendono a catturarmi un po’ troppo, e sebbene io cerchi sempre di dosare il tempo che passo su Twitter o su Facebook è comunque sempre maggiore di quanto vorrei. Di tanto in tanto mi prendo una pausa dai social media ed è davvero rinfrescante: e poi, onestamente, non mi sembra che abbia chissà che effetto sulla mia scrittura o sulle mie vendite.

Sebbene mi piacerebbe abbandonare del tutto i social media, credo che per uno scrittore moderno che non sia non necessariamente un campione di vendite – come me – sia importante mantenere una certa presenza on line.

La Newton Compton ha portato in Italia il tuo romanzo “Silence“, un thriller ad alta tensione con elementi horror. Come lo descriveresti ai lettori italiani?

È un romanzo apocalittico che parla di creature volanti mortali che cacciano mediante il suono. Quindi le città rumorose e caotiche sono le prime a cadere, ed i superstiti si organizzano a vivere nelle campagne un’esistenza in totale silenzio. È una storia da fine del mondo raccontata dal punto di vista di una famiglia che lotta per la propria sopravvivenza.

Credo sia uno dei migliori romanzi che io abbia mai scritto, e sono deliziato dal vederlo pubblicato in Italia.

Sin dal 2017 questo romanzo è stato opzionato per una riduzione cinematografica, che sembra vedrà la luce nel 2019 con la regia di John R. Leonetti. Ho letto che sei molto entusiasta della sceneggiatura scritta da Carey e Shane Van Dyke: è vero?

Sì, l’adattamento è fantastico, e sono stato così fortunato da vedere il film proprio la settimana scorsa: è una versione spettacolare del libro, e mi piace tantissimo come è venuto il film.

Al contrario di quello che succede di solito in questi casi, rimane molto fedele al romanzo sotto molti aspetti, sebbene ovviamente ci siano delle differenze per rendere più cinematografica la storia. È stato davvero strano vedere i miei pensieri e le mie idee portate sullo schermo, soprattutto con i volti di attori eccezionali come Stanley Tucci, Miranda Otto, Kiernan Shipka, Kyle Breitkopf e John Corbett.

Ho letto nel tuo sito ufficiale i messaggi che i tuoi fan ti hanno scritto all’epoca dell’uscita di “A Quiet Place”: hai una parola definitiva per chi pensa che quel film abbia preso molte idee dal tuo romanzo senza dartene credito?

È un soggetto simile ma trattato in modo molto differente. Capita spesso che film simili siano prodotti nello stesso momento, ma in questo caso ogni somiglianza è semplicemente una coincidenza.

Hai scritto anche molte novelization, da “30 Days of Night” a “Kong: Skull island“: ti piace trasformare i film in romanzi? Se potessi scegliere un film da novellizzare, quale sarebbe?

Sì, mi piace, è un’esperienza di scrittura diversa rispetto ai miei libri, e trattandosi di trasformare in romanzo una storia preesistente si tratta di un processo veloce. Mi piace ampliare personaggi e situazioni già esistenti, e la mia parte preferita è entrare nella mente dei personaggi ed estenderne il panorama interno, il che è qualcosa di difficile da fare in un copione.

Se potessi scegliere un film credo che sarebbe uno dei primi film di Star Wars. Ho scritto un romanzo inedito di Star Wars [Star Wars: Dawn of the Jedi: Into the Void, 2014] ma mi sarebbe piaciuto scrivere di quei personaggi famosi e senza tempo.

Nel 2014 sei entrato nell’universo alieno, con il meraviglioso romanzo “Alien: Out of Shadows“. Eri consapevole che utilizzando un personaggio molto amato come Ripley avevi tutti i fan alieni con le armi puntate contro?

Oh sì, assolutamente! Quel romanzo – e i due successivi della trilogia ideale, scritti da Christopher Golden e James A. Moore – sono stati ideati dalla Fox, quindi ci vennero date delle idee molto vaghe. Con mia grande felicità ho preso la storia di Ripley, e mi sono divertito tantissimo a scrivere di questo personaggio.

Sono un grandissimo fan di Alien da anni, e questo per me è stato un lavoro dei sogni. Credo di averlo svolto abbastanza bene, e i fan del franchise hanno reagito bene davanti al risultato. È stato uno dei momenti d’oro nella mia carriera, in cui ho scritto un intero romanzo con il sorriso sulla faccia.

Poi hai creato la trilogia di “Rage War”, con alieni, Predator ma principalmente umani contro un’antica e misteriosa razza. Possiamo dire che con quei romanzi hai fuso fantascienza, horror e fantasy?

Sì, senza dubbio. Mi è stato chiesto di scrivere questa trilogia subito dopo aver scritto il romanzo di cui sopra. Stavolta è stata la Titan Books a fornire l’idea base (praticamente una titanica minaccia contro l’umanità che proviene dallo spazio profondo, con alieni e Predator coinvolti), ed io ho sviluppato poi tutto il resto. È davvero un lavoro duro scrivere una trilogia, perché ora che scrivi il terzo titolo possono essere passati due anni da quando hai scritto il primo!

È stato comunque un gran divertimento e di nuovo sono stato ben accolto dai fan. Ci sono stati fan di Alien/Predator a cui non sono piaciuti i libri, ma in generale sono stati popolari. Dal punto di vista creativo è divertente lavorare con personaggi preesistenti, ed anche se il copyright per questi libri rimangono ai creatori (in questo caso alla 20th Century Fox), è stato un valido aiuto per espandere il pubblico di lettori dei miei libri.

E sì, sono assolutamente una fusione di fantascienza, un po’ di fantasy e tanto horror!

Nel 2018 la Harper ha distribuito “Blood of the Four“, che hai scritto insieme a Christopher Golden (un altro “autore alieno”!): puoi parlarne ai lettori italiani?

È un romanzo fantasy su larga scala, con re e schiavi, magia e guerra, mostri e demoni. È anche un romanzo indipendente, non facente parte di trilogie o decalogie, così hai l’intera storia in un unico volume: inizio, centro e fine. Noi amiamo questo libro ed ha avuto un’ottima accoglienza da parte dei lettori.

Poi la Titan Books ha distribuito il tuo “The Folded Land“: puio parlarci anche di questo?

Al momento è il secondo libro della trilogia di Reclis. È ambientato in un mondo dove antiche vestigia di creature mitologiche sono vendute al mercato nero, ma poi i nostri protagonisti scoprono che alcune di loro sono tutt’altro che antiche… e che le creature mitologiche esistono ancora, nascondendosi dall’umanità e cercando di vivere nell’ombra. The Folded Land è il secondo della trilogia: il terzo, The Edge, è previsto per il prossimo anno.

Il 2018 si è appena concluso: quali sarebbero stati i tuoi consigli per un posto da visitare, un libro da leggere e un film da vedere?

Il posto da visitare è Sigishoira in Transylvania. Quest’anno ci sono stato per una convention sui vampiri ed è stata un’esperienza incredibile, oltre che un posto bellissimo.

Il libro dell’anno, per me, è Birdbox di Josh Malerman [in Italia edito da Piemme], che ora è anche un film targato Netflix.

Il film da vedere… è il miglior film di Natale di sempre, naturalmente: Die Hard (1988)!


Ringrazio di cuore Tim Lebbon per la sua disponibilità e spero di cuore che le case editrici italiane portino in Italia sempre più suoi romanzi.

L.

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Pubblicato da su gennaio 16, 2019 in Interviste

 

5 parole italiane da trasportare nell’inglese

Tia Taylor, un’americana in Italia

In questi giorni mi è capitato di vedere un delizioso video di Tia Taylor, americana che vive in Italia e credo insegni lingue: è stupefacente la sua padronanza di una lingua straniera, l’italiano (che non è proprio facilissimo), con soli pochi anni di residenza nel nostro Paese. Se non ho capito male è legata sentimentalmente con un italiano, e si sa che l’amore abbatte ogni barriera.

Il video di cui voglio parlare (lo trovate a fine post) è davvero particolare. Noi italiani siamo sempre più ossessionati dall’importare termini inglesi nella nostra vita di tutti i giorni, un fenomeno preoccupante e di dimensioni abnormi che mette a serio rischio la nostra lingua, quindi suona davvero strano sentire una americana che identifica cinque parole che le piacerebbe importare in inglese, non esistendo in quella lingua. O meglio, non esistendo con l’ampia gamma di significati che ha in italiano.

Vediamo subito le parole in questione.


Boh

Tia Taylor è particolarmente entusiasta della scoperta del profondo concetto del «Boh!», piccola parola monosillabica che in italiano vuol dire di tutto: ognuno può darle un significato diverso a seconda del contesto. Può voler dire “non so”, “non saprei” (che non è la stessa cosa), “non mi interessa”, “non farmi domande inutili”, “ma ti sembra possibile?” e anche “ma che ne parliamo a fare?”. Insomma, a seconda del discorso che il nostro interlocutore sta infiocchettando, possiamo spezzargli le gambe con un semplice «Boh!».

Un po’ come il «Mhe» pugliese, della cui totale efficienza ne dà perfetta dimostarzione Checco Zalone in “Quo vado?” (2016):


Menefreghismo

Curioso che uno degli aspetti meno nobili della cultura italiana abbia colpito l’attenzione di un’americana, tanto da volerla importare nella propria libgua. Tia ci racconta che i suoi connazionali sono altrettanto disinteressati alla vita politica ma non hanno un concetto per esprimere a fondo questo sentimento, e trova che definire qualcuno “menefreghista” sia molto più calzante di altri modi.

L’afro-americana non cita il fatto che l’espressione italiana ha echi nel “me ne frego” fascista. Non che ci siano legami, il menefreghismo contemporaneo non ha colori politici né inneggia a “nostalgie” lontane, ma è curioso notare come un motto nato per indicare una dedizione cieca ad un potere forte si sia trasformato in un concetto che indica un disinteresse totale verso ciò che il potere forte fa o vorrebbe fare.


Magari

Onestamente non avevo mai fatto caso alle tante sfumature del «Magari», che proprio come il «Boh!» cambai significato a seconda di come lo si pronunci, quindi può passare dallo “speriamo” al “seeee, ma che dici mai?”.

Mi piace segnalare che nel romano c’è l’accezione «Magara», che come ogni altro aspetto del romano non ha valenza lessicale ma solo “umoristica”: è una voluta storpiatura del «Magari» per accentuarne il sarcasmo. Del tipo: «Sai, vogliono fare una leggere per costringere i ricchi a pagare le tasse» «Seee, magara!»


Abbiocco

Avrei giurato che fosse un concetto tipicamente romano: la “pennichella” dopo pranzo è un culto religioso dal centro Italia in giù, ma credevo che solo a Roma si chiamasse «abbiocco». Che peraltro è un termine molto generico, che può indicare in realtà qualsiasi momento in cui venga sonno. «Abbioccarsi» anzi, almeno a Roma, è usato per indicare quando ci si addormenta in un momento in cui non si dovrebbe: andare a dormire di notte non è “abbioccarsi”, farlo sul treno o in ufficio sì.


Furbo

Questa parola mi sta molto a cuore. L’americana Tia è giustamente affascinata da un termine che in italiano ha valenza negativa eppure è altamente elogiato: vaglielo a spiegare che per gl italiani i criminali sono eroi?

Nella “Fraseologia bibblica” (1773) di Giambattista Gallicciolli il furbo è un «barattiere, vagabondo», mentre nel “Grande dizionario italiano-francese” (1828) dell’abate Francesco de Alberti di Villanova si legge:

«FURBO, s.m. Barattiere, vagabondo, impostore, manigoldo, furfante, mariuolo. Si dice anche ad un uomo della feccia della plebe.»

Marco Bognolo nel suo “Panlessico Italiano” (1839) usa “furbo, astuto, malizioso” come traduzione del latino “Versuto”, mentre Giuseppe Grassi nel suo “Saggio intorno ai sinonimi della lingua italiana” ci spiega:

«L’astuto si copre colla maschera della simulazione, il furbo con quella dell’inganno; ma quando la simulazione inganna a reo fine, allora l’astuto si chiama furbo.»

Come fa un termine così palesemente negativo… ad essere oggi un complimento? Forse bisogna essere per forza italiani per capirlo…

La donna nel video cerca di spiegare ai suoi connazionali perché un termine negativo abbia valenza positiva, e perché chiamare “furbo” qualcuno sia un complimento. È palese che lei stessa è ancora stupita del termine, quindi penso che si debba per forza essere italiani per capire la sfumatura di un termine così perfettamente descrittivo dell’italianità. Siamo un paese di evasori e corrotti, quindi prosperiamo sulle disgrazie di altri e pasteggiamo ben sapendo che il conto lo pagherà qualcun altro. Non è facile farlo, non è da tutti… bisogna essere furbi, quindi il termine è un gran complimento.

Io che pago tutte le tasse e subisco tutti i rincari di una politica criminale e corrotta, sono un coglione: il potente che vive da ricco facendo debiti, rovinando la gente e non pagando nulla, è uno furbo. Vaglielo a spiegare ad una straniera…


Ecco infine il delizioso video di Tia Taylor:

L.

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Pubblicato da su gennaio 14, 2019 in Linguistica

 

Lo scrittore secondo Wim Wenders (2015)

Trasmissione di Cielo dell’8 gennaio 2019

L’andata in onda, l’8 gennaio 2019, del film “Ritorno alla vita” (Every Thing Will Be Fine, 2015) di Wim Wenders (Cecchi Gori 2016) è stata l’occasione sia di rivederlo che di scriverne. Già alla sua uscita in Italia mi ero ripromesso di annotare qui i suoi pseudobiblia ma poi il tempo è passato e alla fine ho dovuto attendere una seconda visione… per rimanere così deluso da non saper più cosa scrivere.

Do per scontato che il nome del regista sia un caso di omonimia, perché mi è molto difficile credere che l’autore di questa mosceria noiosa sia un autore che mi ha regalato così tante emozioni, decenni fa. È vero, già dalla metà degli anni Novanta io e Wim abbiamo preso strade diverse. Non che sia mai stato un regista spumeggiante, ma almeno era uno stile denso: qui fa di tutto per non far mai sapere dove voglia andare né perché mai abbia fatto questo film.

James Franco intento a fare quello che fa per tutta la storia: niente

Tomas Eldas (un sempre bravo James Franco) è uno scrittore bloccato, che va a dormire nelle casupole dei pescatori sul ghiaccio per trovare ispirazione. Dove abbia saputo che questo metodo aiuta a scrivere non ci è dato saperlo. Tornando da una di queste casupole crede di aver investito un bambino, invece lo trova illeso davanti all’auto. Lo riaccompagna alla casetta lì vicino… scoprendo con orrore che in realtà i bambini erano due. Uno è rimasto sotto le ruote dell’auto.

Malgrado questo tragico incidente non abbia la benché minima conseguenza anzi la polizia si scusa con Tomas – quando invece credo che anche il caso più lampante di innocenza debba comunque passare per un processo – Tomas rimane sconvolto, allontana la fidanzata o moglie (non si sa) e tenta il suicidio. Ora basta, torno a casa, ma no vado con un’altra donna incontrata in giro, ah no aspetta, frequento la madre del bambino morto, però poi vado da mio padre e poi torno da lei, poi passo dall’una e finisco dall’altra. Oh, Wim, fa’ capire qualcosa pure a noi!
Ad un certo punto sono passati due anni, ma la scena dopo la prima fidanzata/moglie di Tomas dice che ci ha impiegato anni a dimenticarlo, ed ora ha marito e due figli… in due anni? Ma allora quanti anni sono passati? E perché tutti sono identici all’inizio del film? Almeno un capello bianco a Tomas potevano farlo…

Il film non ha trama, è una favola buonista senza alcun costrutto e quel che peggio senza la benché minima traccia di sceneggiatura: sono solo inquadrature fisse di circa due ore sul faccione di Franco, che non si sa che cacchio pensi o anche solo se pensi qualcosa. Nulla è spiegato, nulla è detto, tutto scorre come se questo non fosse un film. Oh, Wim, vai pure a scorrere da un’altra parte, che io non ti fermo mica. Per me dopo “Lisbon Story” (1994) hai chiuso la tua carriera, e sono contento almeno di aver visto al cinema quel gioiellino.

Uno dei romanzi di successo di Tomas Eldas

La particolarità del film è che Tomas è appunto uno scrittore e quindi è milionario. E scrive un libro ogni due anni… Visto che neanche Stephen King potrebbe arrivare a qualcosa del genere, forse questo scrittore è uno zinzinino scritto in modo esagerato. Non lavora, non fa nulla, ha una villa con giardino che farebbe invidia a un direttore di banca e negli svariati anni che passano ha scritto forse cinque libri. E i giornali lo osannano come un pezzo grosso… Va be’, come dicevo la sceneggiatura non è il forte del film. In realtà niente è il forte di questo film.

E l’unico altro di cui vediamo il titolo

Conosciamo solamente due titoli di Tomas: “Nowhere Man” e “Luck“. Che ci sia dietro una simbologia? Magari il film vorrebbe dirci che Tomas era un uomo che non stava andando da nessuna parte prima di avere la “fortuna” di stirare un ragazzino sotto l’auto? In fondo è da quel momento che il personaggio prospera…
Non si sa, come non si sa una mazza di niente da questo film. Grazie, Wim, puoi tornare ai tuoi documentari, ora…

L.

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Pubblicato da su gennaio 11, 2019 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] I mercoledì di Pippo

Forse non tutti sanno che fra i più celebri e prolifici autori di pseudobiblia può essere annoverato Pippo, il celebre personaggio nato dalla fantasia di Walt Disney proprio in quegli anni Trenta così grondanti di “libri falsi”: quando cioè le riviste pulp americane facevano a gara a presentare storie horror che ruotavano intorno a libri, grimori, manoscritti, codici e quant’altro potesse tenere in vita il grande gioco letterario degli pseudobiblia.

Per quasi dieci anni – dal marzo 1993 al settembre 2002 – nel settimanale a fumetti “Topolino” il divertente personaggio Disney è stato protagonista di un corposo ciclo di storie raccolto sotto il nome di I mercoledì di Pippo. Una firma eccellente della testata, il padovano Rudy Salvagnini, si è divertito a giocare con gli stereotipi del romanzo di genere, rendendo Pippo artefice di decine e decine di pseudobiblia.

Il nome della serie deriva dal fatto che ogni mercoledì Pippo angustia l’amico Topolino facendolo partecipe di un romanzo che ha scritto. Più che un libro di forma completa si tratta di bozze, di un vero work in progress: man mano che legge il testo all’amico, infatti, Pippo cambia gli aspetti più pencolanti della narrazione, arrivando spesso a stravolgerne il contenuto.

La particolarità di questi romanzi è che costituiscono un’occasione di riscatto per il personaggio: nato impacciato e goffo (non a caso il nome originale è Goofy), eterna spalla di Topolino, nei “libri falsi” che di volta in volta scrive Pippo riacquista dignità, figurando sempre come eroe indiscusso delle storie e relegando Topolino a spalla comica, e soprattutto destinandolo a subire ogni scherzo del destino.

Le storie sono molte e mi limito a segnalarne una, Il libro della ricchezza – disegnata da Massimo De Vita ed apparsa originariamente su “Topolino” del 7 novembre 1995, più volte ristampata in seguito.

Precettato sulla strada del cinema, Topolino è obbligato ad ascoltare la delirante storia del nuovo romanzo di Pippo. Protagonista è un esploratore senza nome (molto simile ad Indiana Pipps) che annuncia alla comunità scientifica l’intenzione di andare alla scoperta del Libro della Ricchezza, un antico testo scritto da grandi saggi. Questi, stanchi di una civiltà troppo superficiale, si trasferirono sull’Himalaya e fondarono la città di Tralla-Là, ricca di libri ma anche di grandi ricchezze («Bella forza! Quando sei saggio, non sperperi in sciocchezze!») Per paura che malintenzionati possano mettere le mani sul tesoro, questo è stato nascosto e la sua ubicazione annotata nel citato Libro della Ricchezza.

La biblioteca di Tralla-là

L’ottimo Salvagnini non solo ci guida sulla via di una Shangri-Là umoristica e di un’atmosfera da avventura classica alla R.H. Haggard, ma anche attraverso l’espediente del libro falso che contiene una mappa del tesoro.

Chissà se l’autore padovano aveva in mente Il Libro di ogni potere, lo pseudobiblion protagonista del romanzo omonimo di Edgar Wallace, perché la “consistenza” del libro protagonista è molto simile: quello di Wallace era in realtà un insieme di biglietti di banca, quello di Salvagnini è… la custidia di un libretto degli assegni della Himalaian Bank!

Citazionismo e parodia, dunque, ma anche tanta passione per gli escamotage letterari che hanno reso immortale il gioco della narrativa, di genere o meno. Chissà se un giorno torneranno I mercoledì di Pippo, con i loro pseudobiblia e giochi letterari vari: intanto la Panini li sta raccogilendo in volume.

L.

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Pubblicato da su gennaio 9, 2019 in Pseudobiblia

 

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2000 voci per un Natale con Sia

Sono passati due anni, ma continuo a considerare geniale e mozzafiato il lavoro di Mike Tompkins, musicista a cappella che nel 2016 ha chiesto a chi lo seguiva sul canale YouTube di partecipare ad un progetto incredibile: dovevano registrare una parte qualsiasi del brano Cheap Thrills di SIA eseguita a cappella, che poi lui avrebbe mixato insieme le voci. Non so in quanti gli abbiano risposto, di sicuro tanti, ma il risultato è che Tompkins ha fuso duemila voci provenienti da ogni parte del mondo che, senza alcuno strumento, formano una canzone che non sarà natalizia ma è perfetta per Natale. Perché dimostra come possiamo accantonare per un attimo i motivi di odio e di dolore, come religione e politica, e affidarci all’unica fonte di salvezza e vera fratellanza: la musica.

Dal 2016 non riesco più a sentire l’originale di Sia: per me Cheap Thrills ha duemila voci! Buon Natale.

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 24, 2018 in Uncategorized

 

Il meglio dei libri letti nel 2018

Stuzzicato dall’iniziativa del blog Nocturnia di Nick Parisi, provo anch’io a fare una panoramica sui libri che ho letto quest’anno, facendo anche un proposito per l’anno nuovo: tornare a prendere nota delle mie letture, per fare un elenco più preciso nel 2019.

Sono passati i tempi in cui, da pendolare di mezzi pubblici, potevo arrivare a quote di 100 libri letti l’anno. Ora in maggior parte leggo per studio, per indagine, per ricerca e solo in minima parte per “piacere”. Comunque ecco una selezione dei libri letti questo 2018, per i motivi più disparati.


Narrativa


Annientamento” (Annihilation, 2014) di Jeff VanderMeer è fra le migliori opere letterarie che ho letto dall’inizio del nuovo millennio, oltre che il romanzo più squisitamente cartografico in cui abbia avuto l’onore di imbattermi.

Dalla mia recensione:

Credo che VanderMeer abbia scritto la prima opera in assoluto capace di rappresentare in modo dettagliato la nuova modernità, la nuova realtà in cui noi viviamo almeno dall’inizio del Duemila. E come ogni realtà nasce da un’immagine, anche questa nuova realtà nasce da un’immagine. Nasce da una mappa. Anzi, dalla fine del dominio della mappa sulla nostra concezione del mondo.

L’Area X è il Paese delle Meraviglie e la discesa della protagonista nella Torre/tunnel è null’altro che la discesa di Alice nella tana del Bianconiglio. Ma stavolta tutto è diverso. Cosa c’era appeso alle pareti del tunnel sceso da Alice? C’erano carte geografiche, perché per quanto assurdo il Paese delle Meraviglie continuava a rispettare la modernità, a nascere da un’immagine e a dare senso alle mappe. La discesa della biologa non ha più alcun rapporto con la mappa e ciò che incontra è solo una “realtà liquida”, proprio per rifarsi ad un’espressione con cui il filosofo Zygmunt Bauman ha ribattezzato la modernità in cui noi viviamo: una “modernità liquida”.

«Camminavamo lentamente, sorreggendoci alla tabula rasa della parete destra per non perdere l’equilibrio.»

Cos’altro ci serve per capire che VanderMeer sta facendo compiere alle protagoniste una discesa che è l’esatto opposto di quella di Alice? Quest’ultima vedeva alle pareti delle mappe, le nostre scienziate invece sono costrette ad appoggiarsi ad una tabula rasa. Una tavola vuota, il nemico per eccellenza della nostra cultura.


Schiavi dell’inferno” (The Hellbound Heart, 1986) di Clive Barker, da cui il film Hellraiser.

Dalla mia recensione:

Malgrado tutto questo, romanzo e film hanno piccole differenze, particolari che denotano il buon gusto di Clive Barker, ben conscio – come purtroppo non lo sono molti altri – che i due media sono molto diversi e hanno bisogno di trattamenti diversi. Giusto per fare un esempio quello che nel film è la figlia di Larry nel romanzo è la segretaria, e la scelta funziona benissimo calata nelle due diverse narrazioni.
Un altro esempio è la scelta romanzata di far entrare subito in scena, già nei primissimi paragrafi, i “protagonisti occulti” della storia.

«Ancora pochi attimi e sarebbero stati lì, quelli che Kircher chiamava i Supplizianti, teologi dell’Ordine dello Squarcio, convocati dai loro esperimenti nelle sfere somme del piacere per portare la loro presenza senza età in un mondo di piogge e fallimenti.»

Nel film lo spiegone all’inizio avrebbe avuto un risultato molto meno efficace, così Barker prende una decisione a mio parere molto ispirata e spalma le spiegazioni lungo la storia, tanto che i Supplizianti arrivano solo molto avanti nella narrazione.


Venere in pelliccia” (Venus im Pelz, 1870) di Leopold von Sacher-Masoch, letto per il mio speciale Il dolore di essere Masoch apparso sul blog The Obsidian Mirror.

Dalla mia recensione:

Severin è un uomo fuori dal suo tempo. Tutto ciò che viene dopo Goethe gli è alieno, quindi il suo mondo, il suo tempo, il suo cuore… tutto è fermo all’età classica, quando si viveva a stretto contatto con gli dèi e si interagiva con loro. Severin vive in un clima troppo freddo per il caldo cristianesimo.

Da piccolo si reca di nascosto nello studio paterno per andare ad ammirare una Venere di gesso davanti alla biblioteca, «e mi inginocchiavo davanti a lei rivolgendole le preghiere che mi avevano insegnato, il Pater noster, l’Ave Maria e il Credo». Il giovane ha imparato i riti della religione del suo tempo ma li applica agli dèi del passato. Non si pensi ad un tenero ricordo del comportamento curioso di un bambino davanti alla statua di una dea: «Mi prostrai dinanzi a lei e le baciai i piedi freddi, come avevo visto fare ai nostri contadini con il loro Salvatore morto.» È l’inizio di una trasfigurazione del culto religioso cattolico che permea l’intera storia.

Sebbene non la citi, Severin è talmente amante dei classici che non può non conoscere Galatea, visto che sembra citarne il destino: l’amore inarrestabile dell’uomo che la scolpì – quel Pigmalione che conoscerà nuova fama nel Novecento grazie al commediografo George Bernhard Shaw e al consequenziale film My Fair Lady – rese la statua di gesso viva. In realtà in quel caso fu un intervento divino, ma il concetto è lo stesso: sin da bambino il protagonista decide di scolpire la sua donna..

Aliens: DNA War” (2006) di Diane Carey, fra le migliori storie aliene che io abbia mai letto in tutto l’universo espanso!

Dalla mia recensione:

Al di là di alcuni colpi di scena che sono parecchio “telefonati” – e misteri la cui soluzione non è impossibile da indovinare per chi, al contrario dei puristi talebani, conosce anche altre storie aliene oltre ai film – la narrazione è splendida e appassiona, tenendo il lettore inchiodato fino all’ultima parola. Si sente eccome che l’autrice è una professionista del romanzo di fantascienza, perché le scene d’azione sono arricchite da ampio spazio dedicato all’analisi della situazione.

Sono cresciuto con la fantascienza golden age, quella in cui un personaggio “normale” – cioè con lo stesso bagaglio culturale e morale del lettore – si ritrova in una situazione fuori dal normale e la analizza, magari parlando con un altro personaggio che la pensa in modo diverso e sviscerando tutte le soluzioni possibili. Diane Carey ricrea questa ricetta che io giudico perfetta per la fantascienza e la applica al mondo alieno.

I protagonisti imbastiscono un discorso che esula dalla semplice storiella aliena: si parla di responsabilità umana nell’interferire su una razza aliena, si parla di evoluzione e di biologia, e quanto si sia disposti a sacrificare per cambiare un intero pianeta.
Ripeto, nell’intero universo espanso alieno sono rarissime le storie che possano competer con questo gioiello meraviglioso.


Alien: The Cold Forge” (2018) di Alex White.

Dalla mia recensione:

Fino ad un terzo del romanzo, è una lettura appassionante e gustosissima, poi però l’autore si va ad infilare in un vespaio noiosissimo: una volta presentati i personaggi della stazione di ricerca, fa subito scoppiare i casini e già prima della metà del romanzo ci si ritrova a strisciare di qua e di là per sfuggire agli alieni, le cui gabbie sono state aperte da un misterioso sabotatore. Purtroppo la lettura a questo punto si fa davvero difficile.
Tutte le ghiotte invenzioni della prima parte risultano inutili ed ogni sviluppo di trama si perde nel nulla. L’unico aspetto che si salva è il personaggio di Blue Marsalis, la dottoressa che non deve salvare solo il proprio corpo artificiale, ma anche quello “di carne” che giace in un’ala della stazione.

L’autore cita non solo dal secondo film ma soprattutto da altri elementi dell’universo espanso, dimostrando secondo me quanto la Titan Books stia attenta a creare un prodotto accurato ed un universo narrativo con regole non dipenenti dalla follia di Ridley Scott, pronte ad essere prese in mano da più autori.
Certo, se poi a questo corrispondesse una scelta di trame un po’ più appassionante sarebbe meglio, ma è già comunque un buon risultato…


Quarry” (1976) di Max Allan Collins, da cui la serie televisiva omonima.

Intrigato dall’arrivo in Italia della serie televisiva omonima, mi sono letto il primo di una lunga e fortunata serie di romanzi (inediti in Italia) firmati da un autore più noto in Italia per le sue novelization. Adoro il pulp “maschio” degli anni Settanta e Ottanta, per intenderci quello dei giustizieri dai modi spicci e degli uomini d’azione che risolvono problemi in modo “radicale”. Quarry non sembra appartenere a questo genere, malgrado ci giochi.

Teoricamente Quarry è un assassino di professione, perché tornato dalla guerra non aveva altro che sapesse fare. E questo lo pone di diritto nel genere che citavo. Però non ha il coraggio di fare sul serio le cose che dovrebbe fare, forse perché l’editore non era così “coraggioso” come con altri eroi d’azione, comunque la narrazione è tutt’altro che appassionante e il telefilm rispecchia quasi a fotocopia il romanzo: un sacco di chiacchiere inutili e anche qualche banalità.


Sconosciuti in treno” (Strangers on a Train, 1950) di Patricia Highsmith, da cui un celebre film di Hitchcock.

Dalla mia recensione:

La Highsmith scrive benissimo ma nella foga dell’esordio ha voluto fare un romanzo psicologico senza però mai riuscire a far montare la tensione necessaria: è quasi un racconto asettico di un insieme di particolari in sequenza senza alcuna passione. Succede questo, poi succede questo, poi succede questo… il che risulta noioso, visto che non c’è alcuna tensione ad amalgamare la sequenza. Ogni pagina sembrava di leggerne dieci, e l’impressione è che l’ispirata freschezza stilistica con cui è stata creata la parte in treno – che occupa tipo l’un per cento del romanzo – non si sia riuscita ad utilizzarla per il resto della storia. Quasi come se l’ispirazione iniziale si sia risolta in semplice tecnica (non ispirata) per il resto del romanzo.

Una parola va spesa per un particolare curioso. La storia narrata non riesce mai a rimanere per un’intera pagina in un’unica località, i personaggi viaggiano continuamente per l’intero romanzo, e l’autrice ci racconta per filo e per segno tutte le centinaia di località toccate dalla storia. Guy parte da qui, sta andando qui, si ferma qui, guida fino qui dove incontra la fidanzata, che è partita da qui, viaggiando per qui fino a qui, staranno insieme due giorni e mezzo e poi lui partirà per qui passando per qui e lei andrà qui fermandosi per due ore qui, dove scrive a Guy che è qui, mentre lui manda una lettera da qui a qui, viaggiando per qui, mentre Bruno da qui è partito per qui e si ferma qui per tre ore e un quarto, telefonando qui, scrivendo qui, mandando un telegramma qui, intanto parte da qui per qui passando per qui.
Ecco, l’intero romanzo è così, e questo costante, continuo e persistente spostamento di tutti i personaggi, con relativa minuziosa specifica di ogni loro spostamento e ogni loro comunicazione, è un’orgia di dettagli totalmente inutili che uccide ogni voglia di proseguire la lettura.


Shark. Il primo squalo” (The Meg, 1997) di Steve Alten, da cui è moooolto liberamente tratto il film omonimo con Jason Statham.

Dalla mia recensione:

La storia è un “aggiornamento” de Lo Squalo: Jonas Taylor ha visto uno squalone e nessuno gli crede, poi lo squalone fa danni e ora gli credono, chiedendogli di risolvere la situazione: sarà uno scontro corpo a corpaccione. Non è certo lo spunto ciò che contraddistingue il romanzo.

Il romanzo, che è stata una mia piacevole lettura da spiaggia – e dove leggerlo, se no? – è la onestamente divertente storia del povero Jonas Taylor, fra i migliori subbaqui dell’esercito che un giorno ha un “incidente”: dicono che è stato un crollo e in effetti per colpa di superiori poco accorti ha fatto più immersioni del previsto… ma è assolutamente convinto di aver visto uno squalo gigante provocare la morte dei suoi colleghi.
Cacciato a pedate dai ranghi, usa i propri studi universitari per diventare professore esperto di biologia marina e scrive libri che raccontano lo stato delle ricerche sul megalodon, che se da una parte sono testi inattaccabili perché si limitano a riportare le prove note, dall’altra sono dileggiati perché l’autore crede che esistano ancora questi squali preistorici. Eppure la domanda che si fa Taylor è semplice: il fatto che nessuno li abbia mai visti, può essere considerata una prova sufficiente della loro inesistenza?

Il resto della storia è l’inseguimento attraverso gli oceani, con i giornalisti che vogliono fare lo scoop, l’esercito che vuole bombardare l’oceano intero e Jonas e i Tanaka che vorrebbero prendere il megalodonte vivo per metterlo nell’acquario delle balene. (Sai come sarebbero contente, le balene?)
Ripeto, una perfetta storia da spiaggia che si legge con piacere e in più punti è anche divertente, anche se non stiamo certo parlando del romanzo dell’anno.


The Predator: Hunters and Hunted” (2018) di James A. Moore, il prequel ufficiale del film di Shane Black.

Dalla mia recensione:

Leggendo il romanzo tutto sembra tranne un prequel, ma poi vedendo il film risulta chiarissimo quanto Shane Black si sia perso per strada. (O quanto l’abbiano fatto perdere per strada.)
Nel film vediamo Traeger (Sterling K. Brown, uno degli attori più neri del cinema!) che dà la caccia al Predator sapendo benissimo cosa sia e guidando un gruppo di soldati scelti. Non ci viene fornita alcuna spiegazione su chi egli sia, su chi sia la sua squadra, su chi sia il loro mandante – sono governativi? – né altro. Anzi, la sceneggiatura originale, prima degli immani tagli che Black ha dovuto operare, prevedeva anche un capo di Traeger.

Ecco, in questo romanzo ci viene raccontata e spiegata la squadra segreta dei Reapers, ci viene spiegato chi sia Traeger e come abbia fatto ad arrivare dov’è arrivato e gli sforzi fatti per conoscere la tecnologia aliena.
Avendo letto questo romanzo, ho potuto capire una parte di film che altrimenti sarebbe rimasta fumosa.


The Predator: The Official Movie Novelization” (2018) di Christopher Golden e Mark Morris, tratto dalla sceneggiatura di Shane Black e Fred Dekker per il film omonimo.

Dalla mia recensione:

Non mi ero reso conto quanto non mi fosse piaciuto il film finché non ho iniziato a leggerne il romanzo, che se da un lato è una lettura molto più ricca – grazie sia ad una buona narrativa che riempie i vari “buchi” della trama e grazie a  varie “scene tagliate” – dall’altro mette meglio in evidenza la trama “finale”, che trovo tristemente più deprimente rispetto a quella che poteva essere.

Non c’è assolutamente nulla che renda minimamente interessante i personaggi, rimanendo cartonati mossi male su un fondale digitale privo di spessore: gli autori del libro ci provano a dare un po’ di condimento a McKenna e gli altri, ma rimangono personaggi spuri – nati sotto l’ala di Shane Black ma gettati nel calderone Fox/Disney – di cui onestamente non riesce proprio a fregarmene niente.

Interessante cogliere rimandi e chicche varie, ma rimane una trama piatta che non fa nulla per farsi leggere: superata la metà perdo qualsiasi interesse nella lettura.
Una grande occasione mancata…


Le mani di Orlac” (Les Mains d’Orlac, 1920) di Maurice Renard, che dopo cinquant’anni torna in edicola raccolto nello speciale “Delitti d’oltralpe“. L’ho riletto per il mio guest post su Nocturnia.

Dalla mia recensione:

La notte fra il 16 e il 17 dicembre – plausibilmente del 1919, visto che il romanzo è del 1920 – di ritorno da un concerto tenuto a Nizza il celebre pianista Stéphen Orlac è vittima di un incidente ferroviario a Montgeron (vicino Parigi). La moglie Rosine riesce ad organizzare immediati soccorsi e porta il marito dal celebre dottor Cerral nella sua clinica di rue Galilée: è un nome tanto rinomato quanto famigerato, per via di certe sue tecniche mediche considerate troppo innovative.

Inizia l’inferno dell’uomo che in realtà ancora non è consapevole di ciò che è successo alle sue mani.

Possibile che le mani del criminale Vasseur che ora Orlac porta impiantate ricordino il male del precedente proprietario? La domanda trova la sua risposta quando una notte in una locanda Stéphen incontra uno strano figuro che, appoggiando protesi di mani sul tavolo, dice di avere un credito con lui:

«Lei mi deve qualcosa…»
«Che cosa?»
«Le mani!»


Sembrava una buona idea ingaggiare il prolifico romanziere di successo John Shirley per scrivere una storia inedita, “Aliens: Steel Egg” (2007). Non lo è stato.

Dalla mia recensione:

Posso capire che autori dalla bibliografia sterminata non possono sfornare solo libri ispirati, e sicuramente un romanzo legato all’universo di Alien – cioè fra i più sfigati – è roba per pagare le bollette, da scrivere a occhi chiusi, ma non mi aspettavo da scrittori professionisti un livello così basso di professionalità.

L’operazione con cui la Dark Horse nel 2005 ha voluto provare ad ampliare l’universo alieno, chiamando grandi firme a scrivere storie inedite – cioè il loro lavoro! – è stata un fallimento su tutta la linea, visto che questi romanzieri professionisti non sono stati in grado di fare neanche il loro lavoro minimo sindacale: cioè una semplice storia inedita che fornisse un minimo di intrattenimento. Qui John Shirley prende la sceneggiatura del film Alien, come al solito l’unico prodotto noto dell’intero universo narrativo, e ci aggiunge solo noia e stupidate varie. Non stiamo parlando di uno scrittore della domenica che butta giù una fan fiction, bensì di un romanziere professionista pluri-premiato che sforna romanzi da quarant’anni…


Saggistica


Primo libro del 2018: “L’ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi” (The Unknown Unknown. Bookshops and the delight of not getting what you wanted, 2014) di Mark Forsyth.
Il risultato è un libretto più corto del suo titolo!

Dalla mia recensione:

Forsyth parte da una frase di Donald Rumsfeld – il quasi paradosso che dà il titolo al saggio – per distinguere una terza categoria di libri. Abbiamo infatti 1) i libri che abbiamo letto, che cioè conosciamo e magari possediamo, 2) i libri che non abbiamo letto, e che non abbiamo intenzione di leggere, come appunto Guerra e pace, e poi – aggiunge l’autore – 3) I libri che non conosciamo e che non sappiamo di non conoscere.
Serve l’ingenua tracotanza tipicamente anglofona per scoprire, con fanciullesco stupore, che nel mondo esiste qualcosa anche al di là della propria percezione.

Cosa propone dunque l’autore alle librerie? Semplice: che invece di mettere quei libracci modaioli in vetrina, si organizzino per vendere solo pochissimi titoli: tutti scelti fra quelli che Forsyth non conosce. La libreria in pratica è un posto per andare a scoprire chicche, è un chicchificio dove si possono trovare libri ignoti a Mark Forsyth: ogni giorno un incaricato sottopone i titoli all’autore e se questi li conosce vengono buttati via.


Food porn. L’ossessione del cibo in TV e nei social media” (2016) di Luisa Stagi – ricercatrice presso il DISFOR (Dipartimento di Scienze della Formazione) dell’Università degli studi di Genova

Dalla mia recensione:

Ci sono meccanismi che sfuggono totalmente alla mia comprensione, e pratiche socialmente accettate ed anzi esaltate che costituiranno per sempre un mistero ai miei occhi: una di queste è l’ossessione per il food porn. Non intendo la passione per il cibo, che mangiare piace anche a me, intendo l’ossessionante esplosione multimediale che c’è stata negli ultimi anni.
Quando mi è capitato sotto gli occhi fortuitamente questo saggio credevo di aver trovato una bella “fonte di spiegazioni”. Purtroppo così non è stato, anche se è stata una bella lettura.

Metto subito in chiaro che il testo è molto interessante e ben scritto, è pieno di informazioni ben documentate quindi è sicuramente un saggio da consigliare, ma il problema è che analizza un fenomeno con dovizia di particolari lasciando molto in sottofondo la spiegazione di detto fenomeno, che è quello che cercavo io.


Prendi i soldi e scappa” (Laterza 2018) di Marco Onado, professore di Economia dell’Università Bocconi.

Dalla mia recensione:

Da “Prendi i soldi e scappa” (1969) di Woody Allen a “Il dottor Stranamore” (1964) di Kubrick, fino ad “A cena con il diavolo” (1992) di Édouard Molinaro, che credevo di conoscere solo io: un viaggio meraviglioso attraverso storie provenienti dall’immaginario collettivo di tutto il Novecento che ci aiutano a capire com’è cambiata l’economia, anzi: come è morta l’economia in favore di una finanza deregolamentata. Di come i finanziari abbiano insegnato “ad amare la bomba” (come appunto nel film di Kubrick) e di come dagli anni Ottanta abbiano premuto i Governi per togliere di mezzo ogni regola e norma: la finanza dev’essere libera… così che quando lascia dietro di sé morti e feriti, la si chiama “bolla” o “crisi” e si va avanti esattamente come prima.

Quello che Onado sottolinea è quello che non ho mai sentito dire a nessuno dei tanti “specialisti” che sono andati in TV a spiegarci la crisi: esattamente come il Governo italiano sta crollando per via di un’illegalità diffusa se non totale, la finanza e la sua illegalità – perché togliere le regole non vuol dire che ci si comporta bene – ha creato il mondo in cui siamo, in cui c’è da stupirsi che non ci siano molte più crisi mondiali.
Come dice John Kay, la finanza ha rapporti prevalentemente con se stessa, parla con se stessa e giudica se stessa in base a parametri che essa stessa ha generato.

Dagli anni Ottanta il capitalismo è scomparso, perché per definizione questo ha bisogno del “capitale”: e chi ce l’ha? Sono tutti pieni di debiti. Ottimo: facciamo i soldi coi debiti. Ecco la finanza.


Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa” (La nave di Teseo 2018) di Maurizio Molinari.

Dalla mia recensione:

Il saggio è ricco di dati ufficiali e molto documentato, il che è sempre buono, ma l’autore sa benissimo che i numeri possono essere interpretati: sa benissimo che in politica la matematica è un’opinione. Così snocciola le alte cifre di italiani che affermano di non sentirsi sicuri, di italiani che affermano questo e di italiani che affermano quello. Questo non vuol dire che quanto vadano affermando sia vero, sembrerebbe leggersi nel sottotesto, si tratta solo di gente che afferma cose: quindi dei matti, in pratica.

Dirmi che c’è gente che afferma di sentirsi insicura e basta cosa vuol dire? Sbaglia a sentirsi insicura? Fa bene a sentirsi insicura? È una falsa sensazione instillata da politici spregiudicati che sanno benissimo che la paura vende e vende bene? O una paura negata dagli altri politici, quelli che fanno gli stessi affari sporchi a braccetto con gli altri, e sulla paura ci guadagnano pure loro.
No, per questo bisognerebbe schierarsi, bisognerebbe alzare la voce, Molinari si limita a riportare una percentuale asettica, che non è neanche sua, è dell’ISTAT. Metà di questo libro è un’appendice ISTAT…

Leggendo questo saggio calmo e pacato, quasi anestetizzato, si ha l’impressione che stiamo tutti vivendo in una realtà immaginaria, dove tutto va bene ma la gente per motivi ignoti crede che vada male, e visto che i partiti tradizionali non riescono più a dialogare con i loro elettori ecco che arrivano quei brutti e cattivi dei populisti, nemici dello stato e avversari dei partiti, ad approfittarsene.
No, sono ingiusto: Molinari non prende mai certe prese di posizione, quindi non ha mai una parola cattiva per quei populisti, che in fondo… so’ ragazzi.


Balle mortali” (2018) di Roberto Burioni.

Sembra impossibile che si debba ancora raccontare certe storie, ma finché il sentito dire fa “conoscenza” avremo bisogno di scrittori come Burioni, che con semplicità ed efficacia ci racconta storie assurde di totale follia, di gente che si affida a chiunque (tranne alle persone giuste) per stare meglio, con il risultato di uccidere sé stessi e i loro cari. Sembrano storie uscite da un lontano Medioevo di ignoranza e superstizione, invece sono storie di oggi, storie terribili di persone che sono disposte a tutto pur di guarire o far guarire i propri cari… tranne al buon senso. Quello no, quello mai.

Santoni e curatori truffaldini esistono da quando esiste l’umanità, ma stupisce sempre scoprire l’abisso di nulla che riempie la mente di chi crede solo ed esclusivamente a chi spara stupidate senza senso: e più sono assurde le stupidaggini spacciate per “medicina”, più riscuotono grande consenso. Non importa se poi chi vi si affida muore, o soffre mille volte più del dovuto, perché la voglia di credere è il più grande male dell’umanità: nessuno saprà mai guarirlo.

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 21, 2018 in Recensioni

 
 
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