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Ombre nella notte per Tess Gerritsen (2020)

Quando ho letto la trama del nuovo romanzo di Tess Gerritsen – autrice nota perché i suo personaggi letterari Rizzoli e Isles sono diventati protagonisti della serie “Rizzoli & Isles”, appunto – ho capito che dovevo leggerlo, perché era chiaro che si rifaceva a quel genere ignoto ma molto sfruttato che in un mio passato speciale ho chiamato ghostwriting.

Portato il 5 maggio 2020 in libreria da Rizzoli, “Ombre nella notte” (The Shape of Night, 2019) è un thriller tipico della vasta (ed evidentemente apprezzata) schiera dei romanzi rosa: anche in Italia case specializzate nel romance come HarperCollins hanno le loro sezioni “thriller”, ma in pratica è la versione edulcorata da “pomeriggio in famiglia” di ciò che di solito si definisce un romanzo che faccia trattenere il fiato.

Già durante la lettura era chiaro che il sottotitolo di questo romanzo doveva essere “Un nuovo caso per la Signora in Giallo”, eppure la Gerritsen è una professionista quindi la lettura è stata molto piacevole e scorrevole: proprio come un episodio con la Fletcher!

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Pubblicato da su giugno 1, 2020 in Recensioni

 

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Ghostwriting 12. L’arte del plagio

Siamo arrivati alla fine del nostro ciclo, non per mancanza di titoli ma perché semplicemente sono ormai chiare le regole del ghostwriting, e si completa un antico assunto.
I mediocri copiano.
I geni rubano.
Gli scrittori fantasma plagiano.


«La bella ragazza che state guardando sono io», così si presenta Lily (Ruth Wilson) quando entra nella casa abitata dall’anziana scrittrice Iris Blum (Paula Prentiss), specializzata in libri «torbidi e spaventosi». La donna si trasferisce lì per accudire la anziana signora e scoprirà che “qualcosa” si aggira nella casa, pronta ad entrarle letteralmente sottopelle per farle vivere non solo la vita della scrittrice ma anche la sua ispirazione all’opera.
Il film Netflix I Am the Pretty Thing That Lives in the House (2016) non è legato a questo ciclo, perché la trama (tutta all’insegna del “fàmolo strano”) non vede la creazione di nuovi libri, ma l’intero film è permeato dall’atmosfera raccontata finora: l’ispirazione di Iris Blum è così potente da essere diventata a sua volta ghost in cerca di nuovi writer. (O almeno così sembra di capire dalla nebulosa sceneggiatura del regista Oz Perkins.)
Cito questo titolo solo per testimoniare come le atmosfere e le ispirazioni del genere ghostwriting si possano trovare nei prodotti più disparati. Ora però, è il momento di incontrare la summa dell’intero filone.

Un ghost in piena attività con il suo writer

«Ruba sempre dai migliori», diceva Picasso, oppure «il mediocre imita, il genio ruba»: ma lo diceva? Nessuno sa citare una sola fonte in cui sia attestata la paternità di Picasso di questa frase, non esiste uno straccio di prova eppure tutti sono convinti che il celebre pittore usasse dire una delle due frasi che gli vengono imputate. Se lo diceva, ed è un bel “se”, era la frase più vera del mondo… perché nel caso stava rubando a T.S. Eliot.
«I poeti immaturi imitano, quelli maturi rubano; i cattivi poeti sfigurano quello che prendono, e i buoni poeti lo trasformano in qualcosa di migliore, o al massimo di differente.» Così scriveva cento anni fa il poeta britannico all’inizio del suo saggio su Philip Massinger (da The Sacred Wood. Essays on Poetry and Criticism, 1920): chissà cos’avrà pensato nel vedere la propria frase attribuita a Picasso. Avrà considerato il pittore un “buon poeta” che aveva dunque trasformato in qualcosa di migliore il suo testo? Di sicuro si è divertito un mondo l’artista Banksy quando ha esposto una lastra di marmo con su incisa la frase «The bad artists imitate, the great artists steal», con la firma di Pablo Picasso… cancellata e sostituita da “Banksy”.

Banksy che ruba a Picasso

L’anno prossimo, 2020, questa frase di Eliot compirà cent’anni pari pari, quindi è ora di completarla aggiungendo una terza figura: lo scrittore fantasma. Quello che cioè scrive ciò che gli dice l’ispirazione: e se l’ispirazione sta copiando? Non è un geniale furto: è un volgare plagio, anche se involontario. Anche se ciò che ne risulta… è un bestseller.

Bestseller, il capolavoro coreano dello scopiazzamento

Beak Hee-soo (Jeong-hwa Eom) è una affermata ed apprezzata scrittrice di Seoul che, dopo vent’anni di onorata carriera («È la scrittrice più prolifica della Corea», dicono di lei), subisce la più umiliante accusa che un autore possa ricevere: quella di plagio. Malgrado Hee-soo neghi fermamente, il suo ultimo romanzo è quasi identico ad un manoscritto di Sim Jung-yoon presentato qualche tempo prima ad un concorso letterario: il fatto che la donna abbia fatto parte della giuria la squalifica di fronte a qualsiasi tentativo di difesa.

Beak Hee-soo, una scrittrice pronta a ricominciare

Lo scandalo travolge la scrittrice, sia a livello personale – il marito chiede la separazione – che professionale – le diventa impossibile tornare a scrivere. Dopo due anni di silenzio, l’editore le consiglia di abbandonare la rumorosa città e rifugiarsi in una villa in riva al lago dove potrà trovare maggiore concentrazione.

La casa perfetta per nuova ispirazione

La villa ai margini di un paesino di campagna è stata usata durante la guerra come orfanotrofio da un missionario americano, John Bates, ed ora è meta frequente di scrittori in cerca di tranquillità: appena arrivata con la figlioletta Yeon-hee (Park Sa-rang), la scrittrice si rende però conto che la villa è abitata da una qualche sorta di presenza…
Quanti rimandi, citazioni e idee riciclate avete contato in queste poche righe? Ed è solo l’inizio del film!

Se aguzzate la vista, potete vedere il ghostrwiter pronto all’azione

A Villa Bates – leggerissima citazione del Norman Bates di Psycho, che abitava in una villa isolata – Beak Hee-soo si appresta a vivere la più classica e scontata storia di fantasmi, attingendo ad ogni fonte possibile. C’è l’acqua che fa da psicopompo (“trasportatore di anime”) come nel romanzo Ring (1991) di Kôji Suzuki e i suoi vari fratelli; la figlia vede una bambina sull’altalena come in Half Light (2006) e si scopre essere ovviamente un fantasma; essendo una bambina, la figlia della protagonista parla tranquillamente con la sua nuova amica fantasma com’è tradizione negli horror sin dagli anni Novanta (anche se gli italiani usavano questo schema già almeno dalla fine dei Settanta!); Beak Hee-soo cerca di capire la storia del fantasma e si entra così nello schema Io sono Helen Driscoll (A Stir of Echoes, 1958) del maestro Richard Matheson, di cui lo stesso Ring è debitore.

Alla Fiera dell’Idea Già Usata

Insomma, la prima parte del film Bestseller (Be-seu-teu-sel-leo, 2010), esordio alla regia di Lee Jeong-ho (che è anche sceneggiatore), sembra un bignamino su come scopiazzare da autori e storie di culto. Non è un film, è un minestrone; non ha una sceneggiatura, ha una ricetta.

L’altalena sarà fonte di geniali scopiazzate

Però l’abbiamo visto, i geni rubano: lo sceneggiatore qui non “copia”, bensì ruba così smaccatamente da opere ben note che non lo si può accusare di “fare il furbo”. Ma poi c’è il passo in più, la consapevolezza aggiunta al detto secolare: lo scrittore fantasma plagia.

Niente, ’sto nuovo romanzo proprio non viene

Anche se la brava attrice Eom Jeong-hwa riesce a gestire da sola il peso del suo personaggio per l’intera storia, lo spettatore non può fare a meno di star assistendo a qualcosa di talmente ovvio e scontato… finché di questo non se ne rende conto anche il personaggio!
Hee-soo è una scrittrice professionista, e non si lascia certo scappare una buona storia. L’esperienza che sta vivendo a Villa Bates – con la figlia che parla con un’amica immaginaria che sembra materializzarsi in posti umidi, come succedeva anche in Dark Water (1996) di Suzuki, figlio di Ring – è troppo simile a un romanzo per… non scriverci un romanzo. La figlia le racconta la storia della sua amica (fantasma), che sembra troppo simile a un romanzo – e infatti è tratta di peso da Io sono Helen Driscoll di Matheson – perché non possa diventarlo davvero.
Gli abitanti del villaggio che l’hanno accolta a braccia aperte? Solo degli assassini che hanno nascosto a Villa Bates il cadavere di una ragazza, la cui anima infesta il luogo in cerca di pace. Esiste una ghost story più classica? Il romanzo si scrive da solo.

Un nuovo bestseller sugli scaffali

Il regista-sceneggiatore approfitta proprio del senso di déjà vu dello spettatore – o, se vogliamo usare un termine del serbo Zoran Zivkovic, di déja lu: un qualcosa che si è già letto altrove – per fargli capire lo stimolo irresistibile di Hee-soo, che si rende conto di star vivendo una vera e propria ghost story letteraria… e quindi decide di scriverla sul serio. Il risultato è Abyss, il grande ritorno della scrittrice dopo due anni di silenzio, un thriller su una donna che a Villa Bates ascolta sua figlia raccontargli di un’amica immaginaria che in realtà è l’anima inquieta di una ragazza uccisa lì dagli abitanti del villaggio.

Le storie copiate “tirano” sempre

L’editore è entusiasta e pensa alla frase di lancio: «Un orribile segreto nascosto in una cittadina tranquilla: quanto una persona può diventare crudele?». Addirittura propone di lanciarlo come una storia vera, perché renderà tutto molto più controverso… non sapendo che in realtà è proprio il racconto di una storia vera… filmicamente vera!
Lo spettatore ritrova in forma di finzione ciò che ha appena visto, che in fondo non era altro che finzione: arrivati a metà film, un libro ci racconta la metà film appena vista, in un vero e proprio circolo vizioso. Ovviamente quella raccontata da Abyss è una trama déjà lu, già letta: non solo per i lampanti richiami ad autori noti, ma proprio perché… è copiata dalla reale esperienza vissuta dalla scrittrice.

La scrittrice protagonista di un circolo vizioso letterario

«Baek Hee-soo torna in grande stile dopo due anni di silenzio e resiste in testa alle classifiche anche questa settimana. Attraverso un omicidio consumato in una cittadina, l’autrice analizza la moralità umana e le dinamiche del gruppo. Il suo libro è il più venduto per la quarta settimana consecutiva.»
L’autrice è contenta del successo… tanto da dimenticare come le era stata presentata Villa Bates: meta prediletta di scrittori in cerca di ispirazione…

Come potete chiaramente leggere, ecco una nuova accusa di plagio

Beak Hee-soo rimane di stucco quando giornali e televisioni del suo Paese per la seconda volta la accusano pubblicamente di plagio.

«Mozart ha plagiato, e anche Einstein. Hendel è probabilmente il re dei plagiari: chi non ha mai plagiato una volta nella vita?»

Così insegna il marito della scrittrice nei suoi corsi sul plagiarismo, dimostrando la veridicità del detto di Eliot/Picasso. Tutti questi nomi, però, ci fanno dimenticare l’unico che conti: Dashiell Hammett.
Come abbiamo visto, è lui che (sicuramente senza saperlo) ha gettato le basi per il ghostwriting con il suo L’angelo del secondo piano, il racconto di una ladra che racconta la stessa storia a tutti gli scrittori che deruba, e loro poi scrivono gli stessi racconti usando quella ispirazione. Lo stesso identico comportamento del fantasma di Villa Bates: ad ogni scrittore che viene a soggiornare lì racconta la stessa storia, la storia della sua vita e della sua morte. E loro la rubano, perché questo è il loro mestiere: rubare alla realtà per farne finzione.

Scrivere libri può diventare pericoloso…

Il regista e sceneggiatore Jeong-ho Lee voleva citare anche Hammet? In realtà non sappiamo neanche se volesse citare gli altri autori da cui ruba: Bestseller è un film sulla sottile arte del plagio, è un’atto d’amore verso tutti quei ghost che da sempre raccontano storie ai writer in cerca di ispirazione. Non possono essere sempre storie originali, perché la realtà ha un numero drammaticamente ridotto di storie: per questo esiste la finzione, per viverne di più. E di migliori.

Abbiamo dunque chiuso il cerchio, con un film che racconta – non si sa quanto coscientemente – la storia che ha gettato le regole per il genere, dopo aver copiato tutto il copiabile. Esattamente come fanno i writer, che copiano sempre dai loro ghost.
Per finire, spero che abbiate fatto tesoro della lezione di questi film, e che questa estate vi ritiriate a passare del tempo in una casa isolata, possibilmente vicino ad uno specchio d’acqua. Ascoltate il fantasma che troverete e scrivete la sua storia, così che a settembre sarete pronti a pubblicare il vostro bestseller. Nel caso, spero vi andrà di citare questo ciclo, fra i ringraziamenti…

L.

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Pubblicato da su luglio 8, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 11. Twixt in a Dark Hall

Il destino di alcune giovani donne è di diventare angeli, anzi: Angel. Come la Angel di Dashiell Hammett che con la sua abitudine di raccontare la stessa lacrimevole storia e tutti gli scrittori che rapinava, questi poi ne traevano ispirazione e scrivevano tutti la stessa storia. Dando origine al fenomeno che stiamo raccontando.
«Io non sono il messaggio, io sono il messaggero» spiegava l’angelo di Così lontano così vicino (1993) di Wim Wenders: la donna che diventa ghost per ispirare il writer non è il contenuto dell’opera, ne è solo il veicolo. Non sempre per propria scelta.

Non so cosa sia successo a Francis Ford Coppola e perché abbia perso il suo “tocco”, ma sta di fatto che dopo Bram Stoker’s Dracula la sua carriera è crollata in modo così istantaneo che diventa difficile guardare un suo film successivo senza passare l’intera durata a chiedersi: ma davvero questo l’ha fatto Coppola?
Dimentichiamo dunque il suo nome, che ormai è solo una pagina del cinema di tanto tempo fa, e facciamo finta che quello di Twixt (2011) sia un giovane regista acerbo che cerchi disperatamente facili consensi adoperando trucchetti “piacioni” con l’enfasi e l’entusiasmo (immotivato) che contraddistinguono appunto un giovane esordiente.
Non ho trovato prova certa di una distribuzione italiana

Bella grafica ma di grana grossa

Un Val Kilmer in caduta verticale nella serie Z interpreta il romanziere Hall Baltimore – il cui cognome palesemente cita l’ultimo luogo di residenza di Edgar Allan Poe – in pieno tour promozionale per il suo nuovo libro: Witch Hunter (“Cacciatore di streghe”). Forse “tour promozionale” è un’espressione esagerata: Hall se ne va in giro con l’auto piena di copie del suo libro e cerca di piazzarle tramite “firma-copie” nelle librerie dei più sperduti paesini della provincia americana.
Lo troviamo a passare per Swann valley, ridente cittadina in cui non c’è proprio niente da ridere, e non esistendo qui alcuna libreria il nostro scrittore deve presentare il suo libro nella locale ferramenta.

Non proprio il vostro autore preferito

La gente non fa certo a botte per farsi firmare le copie del nuovo libro, sia perché non conosce quelli precedenti sia perché ignora chi sia Hall Baltimore. Diciamo che il nostro eroe non è in un periodo spensierato della sua carriera, o della sua vita, ma per fortuna lo sceriffo Bobby LaGrange (il sempre eccezionale Bruce Dern) è un suo lettore. Forse l’unico in città.

Segnati qualche dritta per diventare un attore di culto

«Cosa si prova a vivere nella cantina di Stephen King?» gli chiede sghignazzando lo sceriffo: diciamo che non è un campione di diplomazia, ma in fondo il suo interesse per lo scrittore è solo secondario: ciò che LaGrange vuole è sottoporgli i racconti horror che ama scrivere. Il solito scocciatore, e Hall sta già togliendoselo dai piedi quando scatta l’invito che non si può rifiutare. All’obitorio cittadino c’è una morta sconosciuta con un paletto conficcato nel cuore… può interessare?

Mmmm, sì, mi sembra un spunto buono per un romanzo di Hall Baltimore

Hall è dubbioso riguardo alla proposta dello sceriffo di “fare coppia” per scrivere un romanzo sugli strani omicidi di Swann valley, e intanto si reca ad una località turistica del posto: la casa in cui dormì Edgar Allan Poe.

Giusto Poe poteva dormire qui

Il nostro scrittore condivide un dolore con molti suoi colleghi. Ha iniziato la carriera con un romanzo “di cuore”, Fortune’ Pilgrim, incensato dal “New York Times” e dedicato alla figlia Vicky con tutto l’amore di papà: ovviamente è roba che non vende. Volete mettere una serie di romanzi incentrati su un cacciatore di streghe? È molto comune, nella fiction, la figura del romanziere che si ritrova a dover scrivere libri che disprezza e a soffrire di non poter scrivere ciò che vorrebbe: dubito che esista nella realtà, ma nella narrativa fa sempre la sua bella figura.

Il primo ed unico vero romanzo di Hall Baltimore

Mentre la sua agente (che è anche sua moglie) lo incita ad iniziare un nuovo romanzo, quindi, il nostro Hall proprio non ne vuol sapere di altre streghe: vorrebbe scrivere qualcosa di più personale, magari… sulla morte della figlia, anche per lenire il dolore con la scrittura. Ma nessuno vuole un libro del genere. Almeno non da Hall Baltimore.

È il momento che il writer incontri il suo ghost

Mentre il writer si aggira per la cittadina notturna in cerca di ispirazione, subito gli si affianca il ghost pronto a dargliela: è una ragazza di 12 anni, si chiama Virginia ma per via dei dentoni che sta cercando di curare con l’apparecchio si fa chiamare Vampira. Tutti però la chiamano semplicemente V (Elle Fanning).
Ovviamente è un sogno in cui Hall immagina la ragazza uccisa vista all’obitorio, che però gli accenna ad un antico fatto di sangue avvenuto proprio nella casa dove dormì Edgar Allan Poe: se quella storia ha ispirato il maestro dell’orrore, può andare bene anche per il nostro Baltimore.
Non sfugga il collegamento alle origini stesse del ghostwriting: la ragazza ha raccontato a Poe e a Baltimore la stessa storia, come la ladra Angel di Hammett la raccontava a tutti gli scrittori che derubava. Dubito però sia un riferimento voluto…

Penne ed alcol: può iniziare la scrittura

L’editore (una simpatica comparsata di David Paymer) è disposto a pubblicare The Vampire Executions, un romanzo di vampiri di Baltimore ma solo ad una condizione: che abbia un finale esplosivo, roba forte. E il nostro scrittore mente, promettendogliene uno. Promettendogli «a great twist ending», un finale spettacolare di cui ovviamente non ha la benché minima idea. Né lui né lo sceriffo che è più che contento di partecipare all’operazione.

Edgar… aiutami tu a scrivere!

Quello che segue è l’esposizione di una trametta abbastanza superficiale e già vista mille volte, con l’indagine “moderna” che cerca di far luce su un brutto fatto di sangue di un lontano passato tramite l’uso di flashback e una dose letale di trucchetti cinematografici che forse, nella mente di Coppola, volevano farlo tornare ai tempi di Dracula: non lo fanno. Sia perché il budget è una barzelletta, sia perché fare “il grande cinema” con una telecamerina digitale fa ridere, se non facesse piangere.
Così tra dissolvenze pretenziose, paraculate come chiamare in scena Poe in persona (l’ottimo Ben Chaplin) e giochi di immagini più ascrivibili ad un giovane esordiente acerbo che ad un maestro del cinema (ormai cotto), il film procede senza molto interesse.

Le due “vittime” dello stesso ghost

Malgrado una sceneggiatura che non avrei problemi a definire dilettantesca, se non portasse la firma di Francis Ford Coppola (ma magari è un omonimo!), l’unica particolarità del film è appunto l’andare (probabilmente senza saperlo) alle origini del ghostwriting, con una giovane donna che “appare” tanto a Poe quanto a Baltimore, due scrittori che in realtà non sono affatto interessati alla persona, in fondo se ne fregano del fatto di sangue che ha portato V alla morte (e forse al vampirismo): ciò che conta è l’ispirazione letteraria che sapranno trarne.
Baltimore alla fine scrive The Vampire Executions e sappiamo che è un capolavoro che vende 30 mila copie. Un po’ pochine, per il mercato americano…

Dunque gli scrittori amano incontrare giovani donne “fuori dal normale” che sappiano ispirare loro nuove trame e possibilmente romanzi bestseller. Ma come si diventa ghost? Come può una ragazza avocare a sé tutti questi “poteri ispiratori”? C’è una scuola per insegnarlo?
Sembra incredibile… ma c’è. Si chiama Blackwood.

Ne parla il film Down a Dark Hall di Rodrigo Cortés, che esce in anteprima italiana con il semplice (e immotivato) titolo Dark Hall. Distribuito nelle nostre sale dal 1° agosto 2018 grazie alla Eagle Pictures (fonte: ComingSoon.it), la stessa casa lo porta in DVD dal dicembre successivo.
Gli sceneggiatori Mike Goldbach e Chris Sparling portano su schermo il romanzo omonimo del 1974 di Lois Duncan, la prolifica autrice che l’anno precedente aveva scritto una storia che in seguito è diventata un grande canone, oltre che un film: I Know What You Did Last Summer (1973). Parecchie trame sono semplici rielaborazioni del classico “So cosa hai fatto”.
L’autrice è praticamente ignota in Italia, So cosa hai fatto (Sperling & Kupfer 1998) arriva in italiano solo grazie all’uscita del film omonimo, così come Dark Hall viene portato in libreria da Mondadori solo nel luglio 2018 in occasione (di nuovo) dell’uscita del film omonimo.

Katherine “Kit” Gordy (AnnaSophia Robb) è una ragazza problematica che finisce sempre nei guai, così i genitori pensano bene di mandarla in un collegio femminile che sappia raddrizzarla a dovere: cioè uno di quei lager tipici della narrativa statunitense, dove gli studenti sono imbottiti di farmaci e tenuti prigionieri. Potenza dell’educazione…
A dirigere la scuola c’è la bieca e un po’ “duretta” Madame Duret (anche se la “t” è muta) interpretata pare da Uma Thurman, anche se a guardarla non si direbbe.

Dicono che questa sia Uma Thurman: io non ci credo…

Katherine e le altre ragazze vivono una normalissima trama scolastico-adolescenziale, con tutte le noiose banalità del caso, finché non diventa chiaro che le arti in cui vengono istruite… vengono loro sempre meglio, più di quanto sia plausibile immaginare.
Come mai ragazze che non hanno mai visto un numero in vita loro ora sono provette matematiche? Come mai appena preso un pennello in mano diventano pittrici eccezionali? Ogni ragazza diventa una maestra nell’arte in cui si esercita… come se le ragazze stessero diventando novelle muse. O meglio, come se l’anima di antichi maestri stesse entrando in loro.

A scuola di ghost

«Essere posseduta solo per imparare a suonare il piano è un privilegio?» Sembra una frase pronunciata in un film di denuncia su un maestro di musica stupratore, invece le parole vanno prese alla lettera: Katherine è stata scelta dall’anima di un maestro di musica per essere il suo nuovo “corpo”, anzi le sue mani. Tramite la ragazza, un pianista defunto potrà tornare a portare la musica nel mondo.

«Stupida ragazza, tu non sai suonare alcuno strumento. Voi non capite: siete i loro strumenti. Ognuno di noi ha un dono, il mio è di comunicare con l’altro lato. Il tuo dono, il dono che avete voi, ragazze mie, è di essere dei tramiti.»

Al di là di tradurre other side con “altro lato” – Aldilà forse era più consono – la confessione di Madame Duret ci spiega che la scuola serve solo a far incontrare i ghost, maestri nelle arti senza però più un corpo, con nuovi corpi freschi da utilizzare per poter continuare la propria arte.
Malgrado il doppiaggio italiano utilizzi la parola “tramite” (nel romanzo si parla di receiver e la traduttrice Egle Costantino usa giustamente “ricevente”), nel film il termine usato è vessel, splendida immagine che evoca sia letteralmente il “vascello” ma anche l’immagine di ciò che trasporta. Ancora negli anni Settanta in italiano il “cassamortaro” o il “becchino” aveva un nome più dignitoso come “psicopompo”, cioè trasportatore di anime: ciò che trasporta non ha la dignità di ciò che è trasportato, ma la sua funzione è parimenti basilare.
E torniamo all’angelo di Wim Wenders, che non è messaggio bensì messaggero: cioè trasportatore di messaggio. Esattamente ciò che fa il ghost che ispira un writer.

«È dall’alba dei tempi che gli artisti cercano tutto questo, la massima fonte di ispirazione: la Musa.»

I poemi omerici già avevano capito il grande gioco del ghostwriting, ed infatti utilizzavano l’epiclesi (in greco) o invocatio (in latino): cioè iniziavano sempre con il writer che invoca il ghost ispiratore. «Cantami o Musa» (ἔννεπε, μοῦσα) è l’inizio dell’Odissea, citato anche ad apertura del film, mentre «Cantami o Diva» (ἄειδε θεα) è l’inizio dell’Iliade: perché le Muse sono così importanti da essere divine.
Questa è Blackwood: una fabbrica di muse, di ghost pronte ad ispirare futuri writer.

Cantami o Musa…

La storia in realtà non ha alcun interesse per il ghostwriting. Il film è null’altro che una scontatissima e noiosissima storiellina di fantasmi, mentre nel romanzo si punta molto di più su risvolti decisamente pratici dell’idea di fondo:

«Hai visto i risultati ottenuti in passato. La piccola Jeanne Bonnette ha scritto tre romanzi. Li abbiamo pubblicati con uno pseudonimo e il ricavato ci ha permesso di acquistare Blackwood. E quella ragazza nera di Marsiglia, come si chiamava? Gigi? Più di cinquanta quadri a olio, direttamente dall’epoca dell’Impressionismo francese.»

Madame Duret ha semplicemente messo su una “fabbrica del falso”, sfruttando le anime dei grandi artisti e le loro giovani reincarnazioni per ricreare celebri opere da vendere. In fondo già abbiamo visto uno stesso ghost ispirare più writer… perché non guadagnarci anche sopra?

«Nessuno si è preso il disturbo di informarci riguardo a che fine avremmo fatto. Un conto è fungere da ricevente, cosa di cui comprendo il valore, ma tutt’altro è sapere che ti distruggerà.»

Non sembra che diventare Muse sia un processo innocuo, quindi le ragazze del romanzo e del film dovranno sfuggire al loro destino.
Eppure il destino di tutti è l’oblio, mentre da almeno diecimila anni la Musa di Omero viene citata e cantata. Forse la vera immortalità… si nasconde nel ghostwriting.

L.

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Pubblicato da su luglio 1, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 10. Scrittori senza figli

Uno dei rari film con un errore di battitura nel sottotitolo…

Perdere un figlio è un’esperienza traumatica per chiunque, ma per uno scrittore vuol dire anche perdere l’ispirazione. Ci sono casi però in cui proprio il defunto figlio è il vettore di ispirazione per il genitore scrittore: è il ghost che andrà a trovare il suo writer.

Rachel Carlson (Demi Moore) è una scrittrice di successo i cui romanzi sono tutti pluri-premiati. Il suo Touched ha ottenuto l’Oxford Opus Award for Literature, mentre sia The Darkening Seas che The Scream Thef hanno vinto il prestigioso CWA Gold Dagger for Fiction (premio attribuito dall’Associazione Scrittori Gialli). Inoltre, il suo recente Dreamers Awake è al primo posto in classifica: «Thriller superbo che vi terrà col fiato sospeso fino alla fine», è il giudizio di un recensore.

Interno londinese con barca

È la protagonista di Half Light, scritto e diretto da Craig Rosenberg, presentato in patria il 17 gennaio 2006 e portato in Italia dalla UIP il 16 giugno successivo, con titolo invariato (fonte: ComingSoon.it). La Universal lo porta in DVD dall’ottobre successivo, concludendo nel 2006 la breve parabola del film.

La scrittrice di successo Rachel Carlson

«No laptop for Rachel» recita un articolo di giornale: l’autrice infatti è nota per rifiutarsi di utilizzare un computer e di preferire la cara vecchia macchina da scrivere: dispiace per gli impiegati del suo editore, che dovranno ribattere al PC ogni suo libro, ma più gli autori usano la tecnologia più fa figo dire che non lo fanno.

Alcuni libri di Rachel Carlson

Il marito di Rachel è anche lui scrittore, ma soffre della “Sindrome di Tabitha King”, secondo le sue parole, per cui si sente come la moglie scrittrice di Stephen King il cui talento è ovviamente offuscato dalla fama del marito. Per quanto si impegni, il marito di Rachel vivrà sempre all’ombra della notorietà della consorte: il suo romanzo ha collezionato molti rifiuti, l’ultimo dei quali è deliziosamente crudele:

«Not sufficiently mysterious for a mystery, nor sufficiently thrilling for a thriller»

«Non abbastanza misterioso per essere un mystery, troppo poca tensione per un thriller».

Rachel ha appena firmato un contratto di quattro milioni di sterline, quindi sembra davvero che stia vivendo un sogno… finché non arriva il risveglio: mentre giocava, il suo bambino annega in un fiume, e tutto il mondo di Rachel Carlson va in pezzi.

È il momento di raggiungere la casa isolata

Come si fa a scrivere con la morte nel cuore? Abitando poi nella casa dove è morto il proprio figlio? La scrittrice dunque segue alla lettera i dettami del ghostwriting e ad otto mesi dai tragici eventi si trasferisce da sola in una casa isolata, sperduta nel nulla: Ingonish Cove. «Fuori mano, tranquillo: non c’è nessuno nel raggio di miglia»: le parole della sensale dovrebbero evocare alla mente decine di film horror che iniziano allo stesso modo, invece convincono la Carlson, che molla tutto e va a finire il suo romanzo su una brulla scogliera sperduta del Galles del nord. «Se non scrivo qui, non scrivo da nessuna parte» è il suo commento.

C’è pure un faro, che vuoi di più?

La bellezza selvaggia del luogo incanta l’autrice e poi c’è anche un faro, di cui la Carlson sta scrivendo nel proprio romanzo: una vera e propria “signora del faro“, un classicone.

La casa isolata c’è e pure la scrittrice… dov’è ora l’ispirazione?

Non passa però molto prima che la donna cominci a vedere il fantasma di suo figlio, ma non è un’apparizione innocua: il bambino vuole trascinarla via con lui nell’oblio. Per fortuna c’è un ragazzo del posto, il guardiano del faro Angus McCulloch (Hans Matheson), che compete con la donna per quanto riguarda la vita solitaria. I due fanno amicizia, essendo “vicini di casa”, eufemismo che mal si adatta alla quantità di distanza fra i due, ma essendo una terra disabitata ci sta.

Il ghost raggiunge sempre il suo writer

«Io scrivo perché… non funziono molto bene come essere umano, se smetto di farlo». Invece la donna ha smesso qualcosa, e per la precisione di assumere le medicine prescritte per la sua depressione. Quindi le apparizioni così reali del figlio sono frutto di allucinazione indotta dall’interruzione dei farmaci? Di sicuro la Carlson non sta bene, come testimonia la scena dello specchio: mentre si sistema i capelli, vediamo che originale e riflesso… non corrispondono! Poi l’obiettivo entra nello specchio, inquadrando ossessivamente il volto della donna impietrita dall’orrore, e girando su di sé si volta ad inquadrare di nuovo lo specchio, in una scena di altissimo virtuosismo che da sola vale l’intero film. Complimenti anche a Demi Moore, che riesce a lacrimare in perfetta sincronia.

Una scena che da sola vale l’intero film

Quando ho visto la prima volta il film, nel 2012 per scriverne su ThrillerMagazine, sono stato alquanto severo nel giudizio, probabilmente seccato dallo sviluppo della trama ben poco “letterario”, invece rivedendolo ho apprezzato molto di più il tono volutamente hitchcockiano dell’opera, pieno di colpi di scena che non voglio rivelare perché consiglio caldamente la visione di Half Light. Quindi rimango sul vago e vi chiedo di fidarvi: la writer nella casa isolata troverà il suo ghost come vuole la regola… ma nulla sarà come sembra.

Come scrivere “Il mattino ha l’oro in bocca” solamente con la lettera A…

Forse il finale non è proprio all’altezza del film, ma rimane comunque un prodotto da riscoprire. Purtroppo rimane l’ultima prova da regista dello sceneggiatore del “mistero” di film successivi come The Uninvited (2009), Le origini del male (2014) e Volo 7500 (2014), ed è un gran peccato.

E quest’altalena? Lo scopriremo alla fine di questo ciclo…

Una parentesi merita assolutamente un delizioso gioco compiuto dal regista-sceneggiatore australiano Craig Rosenberg, notoriamente grande appassionato del football del suo Paese.
All’inizio del film viene mostrata la classifica dei bestseller con Dreamers Awake della Carlson in cima… ma chi sono gli altri autori citati? Per non scomodare veri scrittori – che magari non avrebbero gradito essere presentati come inferiori alla Carlson – si è pensato quindi a creare degli pseudobiblia assolutamente imperdibili.

Una fugace lista di pseudobiblia

In seconda posizione troviamo Where is Helen d’Amico di Kevin Bartlett («Una ragazza scompare nella metropolitana di Londra» è la trametta). Bartlett è un giocatore di football australiano che si conquistò una certa fama fra gli anni Sessanta e Ottanta. Proprio nel 1982 una importante finale rimase famosa per essere stata interrotta da una streaker, una donna che scese in campo nuda: il suo nome? Ovvio, Helen d’Amico.

In terza posizione c’è Roach’s Screamer di Tom Hafey («Paura e raccapriccio in un piccolo villaggio»). Anche qui siamo nel campo del football australiano: Hafey ha giocato fra il 1954 e il ’58 per poi iniziare una lunga e apprezzata carriera di allenatore. Michael Roach era uno dei suoi giocatori… a cui lui appunto “gridava”.

In quarta posizione abbiamo Ron and Pam go to Oakley di Jon Trende («La visita di alcuni amici si trasforma in un incubo»). Stavolta cambiamo sport: Trende è un motociclista australiano, mentre Oakley si trova nell’Australia occidentale.

Non è chiaro chi siano i falsi autori dei seguenti “libri falsi” – The House of Okun di Nathan Sable («La casa che prese vita»); Las Palmas Hotel di Brandon Camp («Una famigliola si ritrova in un hotel della paura») e Embrace the Fled di Rodney Brott – ma è plausibile che siano tutti connazionali del regista.


«È l’ideale per uno scrittore stressato: aria pulita, un bel camino acceso e soprattutto tanta pace e tranquillità»: con queste parole il romanziere in crisi Martin Shaw (Sean Pertwee) presenta alla moglie e agli amici la nuova “villa di campagna”, espressione molto ottimistica per descrivere la cadente catapecchia abbandonata in cui gli Shaw si stanno trasferendo. Perché stavolta lo scrittore di turno si va ad isolare in una casa sperduta nel nulla? Per fare il paio con Half Light, anche stavolta il motivo è la dolorosa perdita di un figlio.

Così inizia 7 Days to Live di Sebastian Niemann. Presentato in anteprima il 25 giugno 2000 al tedesco Munich Film Festival, dopo aver girato per rassegne varie arriva in home video americano il 14 agosto 2001.
L’unica traccia esistente in Italia è la VHS Cecchi Gori uscita a noleggio nel luglio 2002, con lo stesso titolo: non ho trovato altro in lingua italiana. IMDb riporta il fantomatico titolo 7 giorni di vita che immagino si riferisca a qualche passaggio televisivo che non sono in grado di rintracciare.

Indovinate su quanti giorni è spalmata la vicenda…

«I tuoi due ultimi libri erano orrendi, e io sto faticando per procurarti un nuovo contratto»: mica male come incoraggiamento, le parole dell’amico-agente Paul (Sean Chapman), ma a Martin importa poco. Lui e la moglie Ellen (Amanda Plummer) vogliono solo trovare un po’ di pace dopo i terribili eventi vissuti: un figlio defunto in modo terribile, per reazione allergica alla puntura di una vespa ingoiata per sbaglio.
Il problema è che la coppia non sa di aver comprato una casa costruita su una antica palude usata come fossa comune, e dal 1982 le case di questo tipo sono piene di spiriti (ovviamente sempre cattivi): è il momento di fondere due generi.

Martin Shaw in piena scrittura

La trama principale del film verte sullo sgomento di Ellen nel vedere il marito cambiare profondamente carattere, di vivere allucinazioni violente e di assistere a uno strano fenomeno: ogni giorno vede un numero che gli ricorda i giorni che le restano da vivere, partendo da sette.

È partito il conto alla rovescia

Secondaria rispetto alla trama principale, c’è quella invece molto più intrigante che vede il marito scrittore in cerca di ispirazione. È in crisi, i suoi ultimi romanzi sono stati dei fallimenti, si è trasferito in una casa isolata… quando arriverà l’ispirazione? Prontamente arriva il ghost a prendersi cura del writer, perché gli spiriti demoniaci che infestano la palude in cantina hanno uno strano modo di manifestarsi: tramite ispirazione letteraria.

Cara… ho appena trovato l’ispirazione. E farà male…

«Sento di aver ritrovato la mia ispirazione, come un fiume in piena. Scrivo senza interruzione trenta, quaranta pagine di seguito, come se niente fosse.»

Più Martin diventa cattivo, più scrive, vittima di un demone che ha assunto l’aspetto del figlio morto e gli sussurra nuove grandi idee per un romanzo che sarà sicuramente un successo: niente potrà impedirgli di scriverlo… neanche la moglie.

Il ghost e il writer

Cosa sappiamo di ciò che Martin sta scrivendo al PC di casa? Ne abbiamo un assaggio quando Ellen, disperata, prova a chiamare la polizia ed è distratta dallo schermo, dove per la prima volta riesce a leggere qualcosa di ciò che sta scrivendo il marito:

«La chiamata di Ellen alla polizia si interruppe all’improvviso. Era caduta la linea, ma ad Ellen questo non importava più: i suoi occhi fissavano il monitor, come ipnotizzati da quello che aveva visto. Il suo nome scritto sullo schermo. Ellen cominciò a leggere, incredula…»

Con un delizioso espediente scopriamo che Martin ha scritto esattamente quanto abbiamo visto finora: quando si dice “una storia che si scrive da sola”.

Il romanzo che racconta la storia vissuta finora

Affrontati i demoni in cantina e liberati della casa, Martin ed Ellen si ritrovano un romanzo pronto per le mani: perché allora non pubblicarlo con entrambe le firme, visto che sono entrambi protagonisti?

I coniugi Shaw, da posseduti a romanzieri

La messa in scena di 7 Days to Live non sarà di grande effetto ma è un onesto lavoro di Sebastian Niemann, regista tedesco che gioca a fare un film “all’americana”. Curiosamente la campagna della Repubblica Ceca assomiglia incredibilmente a quella americana, molto più di quei quattro cespugli bulgari a cui la serie Z ci ha abituati.
La sceneggiatura dell’altrettanto tedesco Dirk Ahner, esordiente, non si può dire sia da storia del cinema ma anche lì qualche risvolto ispirato arriva in soccorso e la rende non disprezzabile.

Tutto finisce in un libro, sempre…

Se avete voglia di scrivere un grande romanzo di successo, dunque, assicuratevi di comprare una casa costruita su un antico cimitero o fossa comune: l’ispirazione è garantita!

L.

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Pubblicato da su giugno 24, 2019 in Indagini, Pseudobiblia

 

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Ghostwriting 9. Scrittori svogliati

Non tutti i writer che si ritirano in una casa isolata a scrivere, una volta incontrato il ghost poi scrivono sul serio un nuovo libro: può capitare di incontrare autori particolarmente svogliati o più semplicemente storie che usano il genere ghostwriting come semplice sfondo per parlare di tutt’altro.

Quanto era a pezzi la carriera di Kevin Costner nel 2009 per accettare di lavorare in uno dei più anonimi e inutili filmetti pseudo-horror della stagione? L’unico motivo per ricordare il dimenticabilissimo The New Daughter è che alla regia c’è lo spagnolo Luiso Berdejo, meglio noto per la saga di [·REC]. Se però alla regia ci fosse stato chiunque altro, non sarebbe cambiato nulla.
Distribuito poco e male in patria americana dal dicembre 2009, in Italia la 01 Distribution lo porta direttamente in DVD nel 2011.

Una casa isolata, perfetta per un nuovo romanzo

John James (Kevin Costner) è uno scrittore in crisi d’ispirazione e con un matrimonio fallito alle spalle: come tutti i protagonisti di questo ciclo, decide di andare ad abitare in una casa isolata dove scrivere il suo nuovo romanzo. In questo caso non si trasferisce da solo, visto si ritrova a vivere con il figlioletto Sam e la problematica figlia adolescente Louisa: interpretata dalla quindicenne spagnola Ivana Baquero, lanciata qualche anno prima nel panorama americano da Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro.
Sembra una situazione diversa da quelle incontrate finora, ma va subito fatto notare che la nuova casa di James ha una brutta fama.

Il racconto originale a cui il film si ispira – The New Daughter di John Connolly, raccolto nell’antologia “Nocturnes” (2004) ed inedito in Italia – ci informa che anni prima la casa protagonista è stata abitata da una disegnatrice per l’infanzia che in seguito è deceduta, lasciando una gran quantità di disegni… davvero poco adatti all’infanzia.

«Le illustrazioni erano orripilanti, dominate da creature metà umane fuse con altri esseri, e i loro occhi erano solo fessure ovali, le narici larghe in modo innaturale e le bocche enormi, come se dovessero annusare e divorare per sopravvivere.»

Non sappiamo di cosa parli l’unico romanzo noto di John James, “Linea di fuoco” (Lines of Fire), ma non sembra essere un testo dell’orrore, quindi il protagonista non sarà pronto a gestire gli strani avvenimenti che inizieranno a verificarsi non appena messo piede in casa. Egli infatti non sa che dal 1982 vige la ferrea regola che le case costruite su antichi cimiteri di popolazioni scomparse sciabordano di fantasmi e demoni millenari, e questa non fa certo eccezione: la figlia “posseduta” inizierà a fare cose noiose e tutto il film è solo un lungo sbadiglio demoniaco.

John James in piena fase creativa

Il film è totalmente disinteressato all’aspetto “letterario” della vicenda, ma la precedente proprietaria della casa i suoi strani disegni ci fanno da aggancio con The Marsh (“Lo stagno”), fatto girare per festival nel 2006 prima di uscire in home video nel 2007, quando la Sony Pictures lo porta in DVD anche in Italia, con il titolo Il segreto di Claire.

«La vecchia civetta sbatté le ali e sbadigliò: è troppo tardi e ci sono troppi animali in giro, finirà per prendersi un bello spavento, pensò. Là dove scorrazzano gli alligatori e il topo di campagna canta per i gufi reali con una voce che somiglia tanto al cigolio di una porta, viveva una bambina dolce come il miele, che gli altri bambini chiamavano Stickyfeet. Occhi a mandorla e riccioli d’oro, lei sapeva che la palude… non era posto per una bambina.»

Questo testo così pieno di animali è l’incipit de “La palude” (The Swamp), il nuovo romanzo di Claire Holloway (interpretata dalla brava Gabrielle Anwar) pensato per l’infanzia e con protagonista il personaggio ricorrente Stickyfeet. L’autrice non si limita a scrivere i testi ma disegna anche le ricche illustrazioni che rendono unici ed apprezzati i suoi libri: ecco il collegamento con i sinistri disegni del film precedente.

«Tutti i più grandi libri per l’infanzia sono inquietanti», afferma la donna, la quale infatti cova un segreto: un terribile sogno ricorrente la sta ossessionando. Scegliendo un posto dove passare una vacanza rilassante, scopre per caso nel paesino di Marshville, nel Westmoreland, una casa nel bosco in tutto e per tutto identica a quella che vede nei suoi sogni deliranti: quale luogo migliore della casa che la ossessiona per andarci a vivere da sola?

Una casa isolata perfetta per scriverci un libro per l’infanzia

Man mano che si ambienta, Claire si rende conto che non solo la casa e il paesaggio locale le ricordano qualcosa, ma anche abitanti di Marshville le creano qualcosa che potrebbe essere definito flashback: è già stata lì in passato? O sta richiamando memorie che non le appartengono?
«Una grande scrittrice che arriva a Westmoreland è una grande notizia, da queste parti», la accoglie il direttore del giornale locale, nonché storico del posto: Noah Pitney (Louis Ferreira). Ha scritto anche un libro – A Clearing by the River. Hundred years of Westmoreland County – uscito però solamente in 200 copie. «Come il mio primo libro» è il commento dell’autrice.

Claire e lo pseudobiblion di Noah Pitney

Claire cerca di scrivere qualcosa, ma l’atmosfera è tesa e l’ispirazione non arriva… e poi fondamentalmente la donna è stufa dei propri libri, coma la Sarah Morton di Swimming Pool. «Mi hai stufato, Stykyfeet!» Inoltre continue e pressanti apparizioni ectoplasmatiche la spingono a chiedere l’aiuto di un vero e proprio acchiappafantasmi di nome Geoffrey Hunt (Forest Whitaker).
Malgrado incontri il più classico dei ghost, questa writer non coglie l’ispirazione e da questa traumatica esperienza non nascerà un libro: il film infatti diventa una banalissima storiellina di fantasmi scontatissima, del tutto disinteressata agli aspetti librari.

Avrei potuto finire qui il pezzo, con due filmetti horror dimenticabili accomunati da spunti comuni – scrittori in crisi che isolano e incontrano fantasmi (o demoni che siano) – ma poi il mio personale ghost mi viene in soccorso… e mi fa trovare un film che ignoravo di avere.
Non risultava in nessuna delle liste che nel corso di questi ultimi dieci anni ho compilato di film anche solo vagamente legati al ghostwriting, in attesa di future recensioni, non ho alcuna memoria di averlo incontrato o cercato, ma sta di fatto che mi sono ritrovato Notte di nozze (The Wedding Night, 1935) del celebre King Vidor addirittura acquisito da un piccolo canale televisivo!
L’ho registrato io? L’ho cercato io? Ne dubito: è tutta colpa del mio ghost

Uscito in patria americana il 8 marzo 1935, arriva in Italia già dal gennaio 1936. Uscito in VHS Panarecord, la Butterfly lo recupera in DVD dal giugno 2016… molto dopo che il mio ghost mi ha procurato la copia televisiva!

Uno scrittore alcolizzato e l’editore non più disposto a pubblicarlo

Tony Barrett (Gary Cooper) è… c’è davvero bisogno di dirlo? Ormai è chiaro: uno scrittore in crisi. Ha appena fatto un occhio nero ad un amico che si era permesso un commento sulla sua carriera da scrittore: i commenti che fanno più male sono quelli più veri.

«Ho solo detto che il tuo ultimo libro era bello la prima volta che l’hai scritto, ma poi l’hai riscritto altre tre volte e m’è venuto a noia.»

Da queste poche parole capiamo che Barrett è uno scrittore ormai finito, oltre che pieno dei due simboli per eccellenza della classe degli scrittori: l’alcol e i debiti. L’editore Leland Heywood (Douglas Wood), che cinque anni prima ha dato fiducia allo scrittore facendone un grande successo di vendite, ha deciso che è ora di mettere fine al rapporto, visto che la scrittura di Barrett è ormai insalvabile: quest’ultimo romanzo non glielo pubblica, e anzi gli consiglia di farsi una vacanza in campagna, anche per smaltire tutto l’alcol che ha in corpo.
Si torna così nel Connecticut (pronunciato dai doppiatori così come si scrive, con la “u”), dove l’unica attività è legata al tabacco e dove una vecchia casa isolata di famiglia ha un grande pregio: non bisogna pagare l’affitto.

Una casa nel Connecticut dove tornare a scrivere

Qui Tony scopre che il terreno vale qualcosa e accetta di venderlo per una cospicua cifra ai vicini di casa, una famiglia di immigrati polacchi con cui fa amicizia e da cui d’un tratto si sente ispirato. Quando la moglie Dora (Helen Vinson) preme per tornare nella grande città a cui è abituata, Tony la stupisce con il suo proposito: vuole rimanere lì, sperduto nel nulla, isolato dal mondo, per scrivere il suo nuovo romanzo. Un romanzo con protagonista Manya (Anna Sten), la giovane figlia dei vicini che è stata promessa in sposa ad un buzzurro in un matrimonio combinato.
Sembra un rapporto molto aperto quello dei coniugi Barrett, infatti la moglie se ne torna tranquillamente in città lasciando il marito a studiare di nascosto la giovane vicina. Ovviamente la storia si trasforma in una storiellina romantica, ma per tutta la vicenda rimane in sottofondo – come un fantasma – la spinta del protagonista a scrivere tutto ciò che sta vivendo. Tanto che ci rimane il dubbio: è innamorato di Manya… o sta semplicemente interpretando il proprio personaggio?

Carta, matita, bacco e tabacco: gli strumenti di un romanziere anni Trenta

Splendido il confronto finale tra le due donne, dove Manya è convinta di essere amata da Tony ma la di lui moglie la gela: è solo un personaggio, non una “donna vera”. Tutto il dialogo tra la moglie e l’amante si astrae e diventa lo scontro violento fra due personaggi in cerca di protagonismo nel finale del romanzo.
Apparentemente vince la moglie, perché i propositi di divorzio di Tony si arenano quando, lottando con il nuovo marito di Manya, avviene un incidente mortale di cui proprio Manya è vittima: in realtà, come si vede, la sfida per il finale strappalacrime l’ha vinta l’amante…

Se aguzzate la vista, al centro della foto vedrete il fantasma di Manya

L’errore della moglie Dora è stato quello di ambire alla vita “reale” dello scrittore, quando sappiamo tutti che la realtà è solo uno dei tanti attributi della finzione. Il finale è tutto per Manya, ghost che ha raggiunto il suo writer nell’unico luogo dove le due entità possono incontrarsi e fondersi: in una casa isolata…

L.

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Pubblicato da su giugno 17, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 7. Finestre sinistre

Quando uno scrittore ha un’ispirazione, farà meglio a sfruttarla per bene e a seguirla fino in fondo. Perché se la “rovinasse” con un brutto finale, l’ispirazione potrebbe tornare… sotto altre forme. E chiedergliene conto.
Così può capitare che un writer senza idee che si ritiri in una casa isolata nei boschi riceva la visita di un ghost, venuto lì non per ispirarlo… bensì per minacciarlo.

«Lei ha rubato la mia storia», disse l’uomo davanti alla porta. «Lei ha rubato la mia storia e bisogna fare qualcosa. Ciò che è giusto è giusto e ciò che è dovuto è dovuto e qualcosa bisogna fare.»

«Lei ha rubato la mia storia»

Non dev’essere piacevole per uno scrittore sentirsi avanzare accuse simili, soprattutto se è innocente: come può aver rubato una storia scritta in base al ricordo ispiratore di un evento personalissimo? Morton Rainey è come Carter Brigham del racconto di Hammett: viene ingiustamente accusato di plagio per un racconto nato da un’esperienza personale. Com’è possibile?
Come nel caso del testo di Hammett che ha codificato l’intero genere del ghostwriting, anche in questo caso c’è un trucco: «Pensò: quest’uomo non mi sembra molto reale. Sembra un personaggio di un romanzo di William Faulkner».
Un modo sibillino di anticipare la scoperta finale: l’accusatore non esiste, è solo un ghost tornato a rimproverare il suo writer.

E lei Sembra un personaggio di un romanzo di William Faulkner

Mi dispiace rivelare il finale di un testo decisamente minore di Stephen King, quel Finestra segreta, giardino segreto (Secret Window) raccolto nell’antologia “Quattro dopo mezzanotte” (1990), dal 2014 disponibile anche in eBook. All’epoca della sua uscita la critica non fu benigna, e la situazione non migliorò certo in occasione dell’uscita del film, quindici anni dopo: in entrambi i casi si parlò di un testo fiacco che non faceva che ripetere cose già dette ne La metà oscura (1989).
Ecco perché ho voluto rivelarne il blando colpo di scena – non certo impossibile da capire durante la lettura/visione – per dare il giusto valore ad un testo che reputo non compreso.

Ne La metà oscura King parla di uno scrittore che quando scrive romanzi a tinte forti sotto pseudonimo in realtà sta utilizzando, senza saperlo, una parte della sua mente in cui è annidato un gemello inglobato alla nascita, un “sé cattivo” che poi prende vita quando lo scrittore decide di escluderlo dalla propria vita.
In Finestra segreta il punto di vista cambia e King entra di diritto nel genere ghostwriting perché stavolta l’ispirazione non viene più dall’interno… bensì dall’esterno, come ogni altra ispirazione. È facile risolvere tutto il racconto dicendo che il John Shooter che bussa alla porta pretendendo di essere il vero autore del racconto Secret Window sia solo il parto della mente malata dello scrittore protagonista: questo significa non capire il gioco di King.
John Shooter non è un fantasma: è un ghostwriter, è l’ispirazione stessa concretizzata, lo spiritus che aveva “inspirato” Rainey a scrivere Scret Window e che ora viene a lamentarsi: ha sbagliato il finale!

Cosa succede quando un ghost è infuriato con il suo writer perché ha rovinato la storia che gli ha ispirato? Non c’è scampo, bisogna riscrivere la storia e stavolta dargli un buon finale, altrimenti la situazione può degenerare.
Se però King – come fa notare giustamente Cassidy – tende ad un certo “buonismo” nei suoi finali, al momento di trasformare il romanzo breve in film… un altro ghost decide di migliorare il finale proprio come vorrebbe John Shooter. Solo che stavolta il “fantasma” è vivo e vegeto… e fa Di Palma di cognome!

Una casa isolata nei boschi e uno scrittore senza più idee…

Balzato all’attenzione della regia di serie A grazie a quella bomba di Echi mortali (1999), lo sceneggiatore David Koepp dimostra di essere uno che sa come prendere un romanzo d’annata – in questo caso Richard Matheson, maestro di King – e trasformarlo in modi ispirati e appassionanti. Così come sa bene come si trattano i “fantasmi”, visto che con un geniale Ricky Gervais nel 2008 sforna il delizioso Ghost Town.
Mi piace però ricordare come Koepp abbia condiviso un’usanza nota agli scrittori, cioè l’uso di uno pseudonimo, e con il nome di Leonard Maas jr. abbia firmato Arma non convenzionale (1990), che se non state applaudendo vuol dire che siete troppo giovani!
Con una penna infilata in molti grandi successi del cinema anni Novanta (da Jurassic Park a Carlito’s Way, da Mission: Impossible a Omicidio in diretta), Koepp sembra l’uomo giusto per gestire Finestra segreta, giardino segreto di King e scriverlo perché renda bene in video: il risultato è Secret Window, uscito in patria americana il 7 marzo 2004 e portato dalla Columbia Tristar nei cinema italiani dal 16 aprile successivo (fonte: ComingSoon.it). La stessa casa, con la Sony, lo porta in DVD dall’ottobre successivo, e in Blu-ray dal 2007.

Un autore bloccato in un incipit fiacco

Un paio d’anni fa ho trovato su bancarella il film in DVD, un’edizione allegata a qualche giornale con la scritta “Johnny Depp Collection”, e malgrado la mia profonda antipatia per l’attore ho voluto spendere l’altissima cifra di 3 euro: ero inesorabilmente attratto dalla presenza dell’audio-commento del regista.
In questa lunga e ricchissima chiacchierata – registrata il 4 marzo 2004, cioè una settimana prima dell’uscita del film in sala! – Koepp ci regala oro e argento a profusione. Ci rivela l’infinito numero di inside joke infilati in ogni inquadratura, i giochi che lui stesso dice aver fatto per puro piacere personale – tipo il fascio di fogli di John Shooter tenuti prima da un sasso e poi dalle forbici: carta, sasso, forbici! – ci parla delle fonti a cui si è ispirato per le inquadrature (quasi sempre Hitchcock), ci racconta di come durante l’incubo in cui il protagonista si sente cadere da una scogliera vediamo in realtà scene create per Jurassica Park. Il mondo perduto (1997) concesse “a gratis”. Insomma, se amate il cinema l’audio-commento di questo film vale mille volte il film stesso!

Carta, sasso, forbici… e John Shooter

Poi il regista-sceneggiatore ci parla del finale, totalmente diverso rispetto al racconto di King. Com’è nata l’idea? Da una chiacchierata con Brian De Palma. Andiamo, chi è che non si è trovato a chiacchierare con un maestro del cinema?

«Stavo parlando con lui della sceneggiatura che stavo scrivendo, e mi disse: “E se il tipo fosse furibondo per il fatto che Mort gli avesse rovinato il finale?” Io presi l’idea, la usai e funzionò benissimo.»

In realtà non è andata così, Koepp registra l’audio-commento quando il film non è ancora uscito in sala, quindi non sa che non è “andata benissimo” e i critici non apprezzeranno né il film né il finale, ma non importa. Così come non importa che il suo “vero” finale ha dovuto tagliarlo perché era troppo “forte”, ma per fortuna potete vederlo negli inserti speciali del DVD.
Quel che importa è che il John Shooter di King vuole essere ricompensato del plagio, vuole che Morton Rainey scriva un nuovo racconto e lo pubblichi con il nome di John Shooter, come compensazione.

«Ora io torno a casa mia. Ho avuto il mio racconto, l’unico motivo per cui ero venuto. S’intitola Il corvo e la volpe ed è una bomba.»

Invece l’idea di De Palma/Koepp è un’altra, ed è molto più attinente al nostro ciclo: John Shooter è un ghost seccato perché il suo writer ha rovinato il finale, e vuole che lo riscriva. Di più… vuole che lo viva.

Gli scaffali di Rainey sono pieni di libri di Rainey

Il Morton Rainey del film è un writer che vive male perché non ha dato ascolto al proprio ghost, e può tornare a novella vita solamente seguendo i suoi ordini. Come finiva il racconto che ha pubblicato? Con la moglie del protagonista a fare da concime per le pannocchie, con il proprio corpo infilato nel “giardino segreto” e la sua linfa a fuoriuscire in forma di cibo… che il protagonista può mangiare finché non rimarrà nulla della donna.
Questa è l’ispirazione del ghost… questo è l’obiettivo che il writer deve perseguire…

Un’antologia di Rainey: copertina orribile!

Per l’angolo pseudobiblico abbiamo una veloce inquadratura con i libri di Mort, che non sembrano avere una grafica da “romanzi thriller”: sembrano piuttosto noiosi manuali, quei volumi dalla copertina rigida, le pagine di spessa carta patinata e dieci righe per pagina.
Vediamo titoli come The Delacourt Family, The Organ Grinder’s Boy ed Everybody Drops the Dime, ma prima di questi è ben visibile Villa Incognito di Tom Robbins, che è un libro ed un autore esistente: il regista e sceneggiatore ci rivela nell’audio-commento che quel libro è stato infilato nella scenografia per espressa richiesta di Johnny Depp. Infatti lo stesso libro appare anche in un’altra inquadratura, di una pendola, come a ripetere il richiamo.

I deliziosi finti titoli dei finti racconti di Mort

Koepp ci rivela anche che si è divertito un mondo davanti ai titoli falsi dei racconti presenti nell’antologia che contiene Secret Window: adora The Lady is paying ma il suo preferito è You Gonna Eat That? (“Lo mangi?”). Guardando gli altri titoli inventati non si può fare a meno di notare un Cold Blue Angel: che sia un celato e magari involontario rimando all’Angel di Hammett che ha codificato il genere? Magari c’è lo zampino di qualche fantasma…

Sai, Johnny bello, che io ero uno scrittore migliore di te, ne La metà oscura?

Una curiosità. Nel citato audio-commento, il regista e sceneggiatore Koepp ci fa notare la curiosità per cui una parte importante della storia verta sulla celebre rivista “Ellery Queen’s Mystery Magazine” – su cui Morton Rainey afferma di aver pubblicato il racconto Secret Window nel numero del giugno 1980 – e nel cast ci sia Timothy Hutton, figlio di quel Jim Hutton che interpretò proprio Ellery Queen in una sfortunata e brevissima serie TV, replicata miliardi di volte in Italia tanto che sembra chissà quanto lunga!
Aggiungo io che nella celebre EQMM (questa la sigla ufficiale della “Ellery Queen’s Mystery Magazine”) Stephen King ha pubblicato un solo racconto (The Wedding Gig): indovinate in che anno? Bravi, proprio nel 1980, anche se a dicembre e non a giugno come nella storia. (Il racconto, Marcia nuziale, è presente nell’antologia “Scheletri” del 1985.)

La vera EQMM e la falsa: trovate le differenze

Da notare come nel film abbiano aggiornato la trama e così il numero dell’EQMM in questione diventa quello del giugno 1995, e addirittura viene utilizzata la stessa copertina… ma i nomi degli autori sono diversi, visto che c’è anche Morton Rainey tra di loro.

Il “quasi vero” indice della EQMM del giugno 1995

«Non so perché la gente in preda a stress emotivo nei film vada sempre in posti remoti ed isolati, come uno chalet. Perché non una comoda stanza d’albergo?» Con questa frase – rilasciata al giornalista Ian Grey di “Fangoria” (n. 213, aprile 2004) – Koepp dimostra di conoscere molto bene i dettami del genere ghostwriting, magari anche inconsciamente, e chissà se ha fatto caso che il suo castano scrittore occhialuto in vestaglia… è tornato in una casa isolata, anni dopo.

Due scrittori famosi senza più idee, ritirati in case isolate…

Mi sono sempre chiesto se Ethan Hawke sia stato truccato in modo da far ricordare il Johnny Depp di Secret Window, ma al di là di questo una parola va sicuramente spesa per Sinister, presentato in patria americana il 12 ottobre 2012, la Koch Media lo porta nelle sale italiane dal 14 marzo 2013 (fonte: ComingSoon.it). La stessa casa lo presenta in DVD dal giugno successivo.

La nascita della storia la rivela il regista e co-sceneggiatore Scott Derrickson al giornalista Samuel Zimmerman di “Fangoria” n. 317 (ottobre 2012):

«L’idea originale venne a C. Robert Cargill, romanziere e recensore per “Ain’t It Cool News”. Siamo amici da anni ed è capitato di ritrovarci entrambi a Las Vegas nel 2011. Dopo cinque White Russian al Mandala Bay, alle due di notte, mi ha lanciato l’idea. L’originalità del concetto di base mi ha colpito immediatamente, sembrava pauroso e fresco. Lo svegliai la mattina successiva e gli dissi che volevo provare a farne un film.»

L’accoppiata Derrickson/Cargill tornerà anni dopo per Doctor Strange (2016).

Ellison Oswalt (il sempre bravo Ethan Hawke) è forse troppo noto per il suo thriller a tinte forti Kentucky Blood, libro-inchiesta su un bruttissimo fatto di cronaca nera che però a quanto pare avanza troppe critiche alle capacità delle forze dell’ordine, accusate di non aver saputo impedire un fatto di sangue. Questo fa sì che Oswalt non sia proprio ben voluto dalla polizia locale, quando trasloca con la famiglia nella sua nuova casa. Ovviamente sperduta nei boschi, e – indovinate un po’? – in cerca di ispirazione.

Il bestseller di Ellison Oswalt

A dirla tutta, il motivo principale del trasloco è che la carriera da scrittore non sta andando così bene come sperato, Oswalt è più “famigerato” che “famoso” e non può più permettersi la sua bella casa di prima. I suoi libri successivi, Cold Denver Morning e Blood Diner, hanno generato più polemiche che incassi, visto poi che i dubbi sollevati dall’ultimo titolo hanno fatto scagionare un assassino.
Insomma, quello che si ritira a vivere in una casa isolata è un writer… con davvero un gran bisogno di un ghost. E non tarderà a trovarlo.

Sento… che una nuova ispirazione sta per arrivare…

Il resto della storia è tutta dedicata al paranormale, con una classica rassegna di jump scare tipici di Jason Blum che in fondo stava creando la propria leggenda, facendo della Blumhouse la regina del cinema: pochi soldi, tanti spaventi, incassi enormi.
Malgrado però la trama abbia poco a che vedere con il genere ghostwriting, lo stesso non si può fare a meno di notare che Oswalt è in crisi di ispirazione e trovare in soffitta dei vecchi nastri Super8 che ricreano un fatto di sangue avvenuto anni prima nella casa… è una perfetta fonte d’ispirazione.
Lo spirito maligno (ghost) che fuoriesce dai nastri trovati in soffitta saprà dare ad Oswalt (writer) l’idea giusta: indagare su quel terribile evento passato per scriverci sopra un nuovo libro-inchiesta, anche se facendo questo metterà a rischio l’incolumità propria e della propria famiglia. A quanto pare, un nuovo libro vale il rischio…

Bisogna sempre assecondare i voleri dei “fantasmi scrittori”, perché non sarebbe piacevole trovare un giorno di questi uno John Shooter alla nostra porta, venuto a rimproverarci per un finale non all’altezza della sua ispirazione.

L.

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Pubblicato da su giugno 3, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 6. Non violentate gli unicorni

Il genere ghostwriting è appena agli inizi, al cinema, si sta ancora formando, sta ancora codificando i propri stili… e la violenza cieca degli anni Settanta esplode potente, aprendo una sanguinosa parentesi nel genere.

All’edizione del 1972 del Festival di Cannes (maggio) viene presentato un film onirico scritto e diretto da Robert Altman che in realtà assomiglia di più al delirio: Images.

Negli anni Settanta tutti hanno calici e candelabri in casa…

Arriverà in Italia solo nel settembre 1975, con il lancio «100 minuti di suspence in un thrilling di alta classe»: va bene che all’epoca il nostrano thrilling era di grande richiamo e in seguito avrebbe conquistato il mondo, ma temo che l’etichetta mal si adatti al film di Altman.

Tipica scrittrice del 1972

Cathryn è una scrittrice, anche se non è mai specificato: il film inizia con lei immersa nei fogli, fra le bozze di un romanzo – Alla ricerca degli unicorni, un libro per ragazzi (ln Search of Unicorns: a Book for Children) – da cui durante tutta la storia la donna leggerà dei brani.

«Tutto un tratto, una notte, venne la primavera, come se arrivasse correndo dai più lontani confini della Terra: subito cominciò a spargere su tutta la Umalia la sua pioggia di colori e di teneri gemme.»

Iniziare un film con un personaggio ignoto che legge un testo che non si sa cosa sia e per di più ambientato nella fantomatica Umberny (che il doppiaggio italiano rende Umalia), è un modo perfetto per far capire come tutto nella vicenda sia ben poco legato alla logica stringente e che le images del titolo si riferiscano più alle visioni, se non proprio alle allucinazioni.

Il modo più comodo di scrivere un romanzo

Comunque la donna pare abbia dei problemi così insieme al marito vanno a passare del tempo nella loro casa in campagna: uno chalet sperduto nella sconfinata campagna irlandese è davvero il posto più isolato dove una scrittrice possa trovare ispirazione.

Se cercate una casa isolata in cui scrivere… l’avete trovata!

Appena arrivata sulla cima di una collina, Cathryn vede in lontananza se stessa entrare in casa, non prima di girarsi a guardare quella strana figura sulla collina che la fissa…
Fra sequenze di sottile inquietudine e deliri totali, la storia procede in modo schizofrenico e la protagonista recita brani dal libro evidentemente sta scrivendo.

«Ed Ercole vide una pietra verde perfettamente ovale, non più grande di un uovo di usignolo. “Oh mio Dio, non può essere”, gridò Ercole, e invece era proprio così. Le pietre pensanti sono rarissime persino in Umalia, e quasi mai nessuno riesce a trovarle: esse sono magiche, possono aiutarti in molti modi, come ad esempio facendoti ricordare quanti pasticcini hai mangiato prendendo il tè.»

Ma che libro è, quello che sta scrivendo Cathryn tra un’allucinazione e l’altra?

Ercole, pietre pensanti… ma che c’era nel tè?

Il film di Altman punta sul grande gioco degli pseudobiblia, sul “libro falso” addirittura scritto in contemporanea alla vicenda, ma aggiunge un elemento in più che appartiene solo ad un ristrettissimo numero di autori: il libro falso che… esiste davvero!

Pubblicato da Hodder & Stoughton, In Search of Unicorns è un romanzo fantasy illustrato per l’infanzia scritto da Susannah York… cioè l’attrice che interpreta Cathryn e che vediamo intenta a scrivere In Search of Unicorns

È un delizioso gioco di specchi che vede il personaggio leggere ciò che l’attore ha scritto, rendendo falso ciò che è vero: la York – con una bravura che venne premiata a Cannes e le valse varie importanti nomination sia in patria britannica che negli Stati Uniti – veste il doppio ambiguo ruolo di autrice e lettrice, di scrittrice e scrittura. Autori migliori hanno messo in piedi giochi molto simili, come Donald E. Westlake che faceva leggere ad un suo personaggio un romanzo scritto da Westlake stesso sotto lo pseudonimo di Richard Stark. Era un doppio gioco, un romanzo vero infilato in una vicenda falsa, ma Altman va oltre: inserisce in una vicenda di finzione… un romanzo di finzione che solo dopo sarà vero!

Una casa allucinata, una storia ad incastro… con unicorno

In Search of Unicorns, illustrato da Patricia Ludlow, è diventato vero, cioè è stato stampato, solamente nel 1973, un anno dopo l’uscita del film. È normale: un film di un regista famoso può dare grande risalto ad un libro che in esso venga citato, così da giustificarne la pubblicazione – che quindi segue il film, e non lo precede, come invece riporta erroneamente IMDb.
Susannah York dunque non stava leggendo un libro esistente, bensì le proprie bozze di un libro ancora inedito… e quindi a tutti gli effetti uno pseudobiblion fino all’uscita del film!

Il sonno della ragione genera unicorni

Cathryn è una scrittrice in crisi, e di sicuro ciò che incontra nella casa isolata dove si ritira non sono sono persone “reali”: non saranno fantasmi, semmai allucinazioni, ma siamo sempre lì. L’estate del 1972 è ancora agli inizi, ma il vento gelido del cambiamento sta arrivando: il 30 agosto successivo il cinema cambierà per sempre gli anni Settanta e due giovani si impongono sulla scena culturale terrorizzando gli spettatori con qualcosa di una banalità incredibile. La crudeltà umana: cosa c’è di più banale?
Il produttore Sean S. Cunningham (che dieci anni dopo darà il via alla saga Venerdì 13) e il regista esordiente Wes Craven (che darà il via alla saga di Nightmare on Elm Street) presentano L’ultima casa a sinistra… e la violenza entra nelle menti di tutti.

La violenza cruda e lo stupro, mostrati dal film senza il minimo effetto, quasi fosse un freddo documentario, gelano il sangue e spingono un intero decennio di cinema a replicare l’effetto sugli spettatori, senza ovviamente riuscirci: nessuno ha le palle per mostrare ciò che non andrebbe mai mostrato, nessuno ha il talento per farlo senza scadere in un pessimo porno violence. Molti ci provano – da Stupro selvaggio (1975) a Un violento week-end di terrore (1976) fino a La casa sperduta nel parco (1980) – ma sono innocentissime variazioni su un tema che non hanno il coraggio neanche di accennare: sono film pieni solo di chiacchiere, per non dover mostrare una violenza scandalosa.

Proprio quando il filone della violenza sembra già bello che archiviato, a causa di assenza totale di emozioni forti, arriva l’israeliano Meir Zarchi a far ripiombare tutti nel baratro: e lo fa… contaminando la violenza con il genere ghostwriting.

La prima vera final girl, battuta per un solo mese da Laurie Strode di Halloween

Uscito il 22 novembre 1978 in patria americana, I Spit on your Grave presenta la prima vera final girl del cinema. È vero, di solito si pensa alla più famosa Laurie Strode di Halloween (1978) di John Carpenter, uscito il precedente 25 ottobre: neanche un mese di distanza, ma vorrei ricordare che Laurie fa davvero poco contro il maniaco del film: l’operato di Jennifer (Camille Keaton) è decisamente più “attivo”.

Jenny tra i boschi (la vedete?) in una scena debitrice del film di Wes Craven

Solamente nel luglio 1984 il film finisce sul tavolo della censura italiana e riceve il giusto divieto ai minori di 18 anni, con in più diversi tagli corposi. Solamente in tempi recenti, con la digitalizzazione della pellicola, si è potuto capire quanto non abbiano visto gli italiani dell’epoca: scene dure e terribili, ma che rappresentano il cuore crudele e sanguinante del film che esce in sala nell’agosto successivo con il titolo Non violentate Jennifer.

Jennifer Hills, scrittrice che vive isolata in cerca di ispirazione

Jennifer Hills, per tutti Jenny, è una ragazza di New York che scrive racconti per non meglio specificate “riviste femminili”. Decide di fare il salto di qualità e scrivere un romanzo, ma è risaputo che per farlo ci si debba per forza allontanare dalla rumorosa città: quale posto migliore per scrivere se non una casa isolata sperduta fra i boschi?

Il modo migliore di scrivere un romanzo

«Non sono proprio sola», specifica Jenny al giovane fattorino che le ha consegnato le provviste, che infatti è stupito della scelta di solitudine della ragazza newyorkese, «sto con Mary Selby». E chi sarebbe questa Mary? «È qui, vive qui», dice la donna indicandosi la tempia, «è il nome che avrà la protagonista del mio romanzo, quello che butterò giù proprio in questa casa».

Jennifer che anticipa L’angelo della vendetta (1981) di Abel Ferrara

La ragazza è dunque decisa a scrivere in solitudine, nei boschi, questo suo primo romanzo: eccone l’incipit.

«Finalmente, dopo settimane trascorse nel dubbio, in profonda meditazione, decise di prendersi una vacanza, lontana dagli affanni quotidiani. Intendeva impostare la sua vita per il futuro, dimenticare la grande città, il lavoro, gli amici, per crearsi uno scopo, un’etica. E furono giorni inquieti, notti insonni. Ma doveva venire qualcuno destinato a fare l’amore con lei.»

Perché il doppiaggio italiano aggiunge quel «per crearsi uno scopo, un’etica», assente nell’originale? Forse che il curatore della traduzione ritenesse il personaggio senza scopo, né un’etica, e volesse almeno mostrarlo in cerca di entrambi? Non si sa, quel che è certo è che questo brano del romanzo di Jennifer Hills lo conosciamo nel peggiore dei modi: è recitato, fra le risa, da uno dei suoi stupratori, che non pago della violenza fisica ci aggiunge quella morale. Interrotta la lettura, strappa le copie dattiloscritte in mille pezzi, così da distruggere anche lo spirito della donna.

Un lago, un’ascia e una vendetta… due anni prima di Venerdì 13!

La scrittrice isolata stavolta non ha incontrato il “fantasma”, lo spiritus che dà ispirazione: ha incontrato la violenza e la crudeltà che creano solo distruzione, e quindi nessun romanzo viene scritto alla fine della vicenda. A meno che non si voglia considerare un “libro di sangue” la spietata vendetta di Jennifer, che le vicende ci portano a considerare “giusta” sebbene la violenza non sia mai giusta.

Il giorno in cui Jenny inventò lo slasher al femminile

Visto che a quanto pare ogni film noto meriti di conoscere un remake, visto che nel 2009 è stato fatto il remake del citato L’ultima casa a sinistra, perché non fare anche quello di Non violentate Jennifer? Ecco che così nel 2010 abbiamo I Spit on Your Grave, in cui Steven R. Monroe (specializzato in piccoli film, spesso televisivi) si cimenta nel dare veste moderna alla storia: cioè a rendere finta la violenza così che faccia spavento, non paura.
Ignoto alle sale italiane, arriva direttamente in DVD Koch Media nell’aprile 2012, disponibile anche in Blu-ray.

La nuova Jennifer Hills

Jennifer Hills (Sarah Butler) stavolta è già una romanziera, e nella casa sperduta fra i boschi, a Mockingbird Trail, non vuole iniziare il suo primo libro bensì scriverne uno nuovo.
Arrivata con difficoltà a destinazione, come prima cosa Jennifer prepara sulla scrivania i suoi “ferri del mestiere”: carta e penna. Curiosamente, però, nella sequenza immediatamente successiva la vediamo battere sulla tastiera di un notebook: che la carta e la penna fossero semplicemente un omaggio al film originale, dove erano realmente usate dalla protagonista?

Gli strumenti delle scrittrici del 2010: carta, penna… e calamaio?

Il lavoro procede spedito, accompagnato dall’immancabile bicchierone di vino, fedele compagno di ogni donna americana di cinema e TV. La totale solitudine in un ambiente sconosciuto pare affascinare la donna, tanto da confessare ad un’amica al telefono: «Sarei dovuta venire qui già per il mio primo libro».

In panciolle e con calice di vino: ricetta per scrivere un bestseller

Quello che segue è un susseguirsi di trovate assurde che rendono il film decisamente comico, rispetto all’originale. I cattivi che, per far vedere quanto sono cattivi, prendono a bastonate un pesce; la protagonista che mette fuori uso il cellulare quando gli cade nel water; tranquille passeggiate in case abbandonate nel bosco, come se non si fosse mai visto un film horror… Tutto contribuisce a rendere questo film un classico sottoprodotto di infima qualità.

«Nessuno vuole una telefonata alle 2 del mattino. Quando hai 15 anni, è uno scherzo telefonico. Quando ne hai 21, è la chiamata di un amico ubriaco. Ma dopo i 25 di solito sono delle notizie veramente cattive. Ecco come ho scoperto che mio padre è morto»

Questo è l’unico brano che si conosce del libro che sta scrivendo la protagonista: insieme al brano del film originale, possiamo dire che il mondo letterario non ha proprio bisogno di una Jennifer Hills.

Stuart Morse, alla sua prima (e unica!) sceneggiatura, ha cominciato a fare il remake di Non violentate Jennifer, poi s’è distratto un attimo e ha continuato con il remake de L’ultima casa a sinistra. Gli è scappata qualche scena dichiaratamente ispirata a Ring, poi dopo aver scopiazzato da tutto lo scopiazzabile, è passato a Saw fuso con Hostel. La tomba su cui sputare, come recita il titolo, è quella di certo cinema americano del Duemila…

Una scrittrice trasformata in torturatrice

La cosa assurda è che quello che inizia come un remake all’acqua di rose, un film che ossessivamente evita qualsiasi ricorso alla violenza, negli ultimi venti minuti venga preso da immotivato delirio truculento e si trasformi in un porno torture! Perché questi sbalzi di stile e di gusto? Ma soprattutto, perché l’esigenza di un secondo e addirittura di un terzo episodio? E perché ancora il quarto, che recensirò più avanti? Povera Jennifer…

Povera Jennifer…

La violenza che ha infiammato gli anni Settanta ha contagiato il nostro viaggio, anche il genere degli scrittori isolati non poteva rimanere indifferente alla “nuova moda”, così invece di fantasmi ispiratori i protagonisti hanno trovato la violenza. Non crediate però che tutto questo non finirà in un libro: ogni autore isolato finisce per scriverne uno… e Jennifer Hills non fa eccezione…

Solo quarant’anni dopo uscirà il libro di Jennifer

Ma questa storia, ve la racconterò fra qualche giorno sul Zinefilo…

L.

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Pubblicato da su maggio 27, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 5. Angeli e Fantasmi

È il momento di andare alle origini, di capire come tutto è iniziato o comunque identificare la storia che meglio descrive i dettami del genere che stiamo raccontando: una storia che ci parli di un writer, uno scrittore, e del suo ghost, che può essere tanto l’ispirazione dal latino spiritus che la fantasia dal greco fantàzo: sempre di “fantasma” si tratta.

I gloriosi anni Trenta del Novecento hanno prodotto un’esplosione incontenibile di scrittura. Il fenomeno di quelle che oggi chiamiamo “pulp magazine” (ma che all’epoca erano in gran parte note come “mystery magazine“) non solo ha dato lavoro ad un esercito di scrittori, ma li ha messi anche in crisi: in un mondo editoriale in cui servono fiumi di racconti per riempire le riviste che milioni di lettori divorano, si fa pressante il problema dell’ispirazione. Agli autori sono richieste storie sempre nuove in quantità impressionante, e può capitare di essere un po’ a corto di ispirazione: quando arriva un aiuto insperato, nessuno lo rifiuta.
Così quando il celebre scrittore Carter Brigham, nome noto delle “riviste da due soldi”, viene svegliato di notte da una bella ladra che gli è appena entrata in stanza… be’, state certi che un nuovo racconto sta per vedere la luce.

“Black Mask”, 15 novembre 1923

Solo dopo aver colpito l’ombra notturna lo scrittore si rende conto che era una ragazza, la quale si presenta come Angel e costretta alla vita criminale dal destino, che come ogni destino è sempre cinico e baro.
Mentre i due parlano piomba in stanza Cassidy, che non è il nostro amichevole Cassidy di quartiere bensì un poliziotto corrotto: Carter dovrà pagarlo bei bigliettoni per liberarsene senza che Angel venga arrestata: la ragazza ha tante storie da raccontagli perché vengano trasformate in racconti per le riviste.

Il giorno dopo, com’è facile immaginare, di Angel non c’è più traccia. Poco male, ciò che gli ha raccontato la notte precedente basta a Carter per un testo più che soddisfacente: il racconto di uno scrittore di gialli che viene svegliato di notte da una ladra di nome Angel e da un poliziotto corrotto di nome Cassidy.
Inviato all’editore The Second-Story Angel, Carter riceve una telefonata che lo convoca in redazione, dove trova altri quattro scrittori del par suo. L’editore mostra a tutti i rispettivi racconti… e tutti e cinque i testi raccontano di una ladra di nome Angel che piomba in casa del protagonista inseguita da un agente corrotto di nome Cassidy, a cui vengono dati bei bigliettoni per andar via.

Mentre tutti gli scrittori si indignano, perché credevano di aver vissuto un’esperienza unica e soprattutto di aver ricevuto un’ispirazione unica, Carter è l’unico che si fa la vera domanda: chissà se Angel ha baciato anche tutti gli altri…

Leonardo, giugno 1991

Irresistibile l’idea che quanto vi ho finora raccontato sia un racconto autobiografico, fatto sta che The Second-Story Angel è una brevissima storia che è quasi distrattamente infilata nel numero del novembre 1923 di una rivista epica, “Black Mask” e, malgrado la sua firma importante, è stata a lungo dimenticata – e ancora oggi è rarissima da trovare in Italia – eppure questo minuscolo e misconosciuto racconto è figlio di uno dei più illustri padri del pulp, dell’hardboiled e di una secchiata di altri generi narrativi: l’unico e il solo Dashiell Hammett.

Nessuno sa che ha inventato un intero genere narrativo con quelle dieci paginette quasi distratte – e molto metanarrative – e sicuramente Hammett lo troverete citato per grandi romanzi come Il falcone maltese (1930) o L’uomo ombra (1934), e sicuramente il suo Piombo e sangue (1929) – molto più citato che letto – rimarrà per sempre legato alla infinita discussione se Sergio Leone abbia copiato Kurosawa (sì, ha copiato!) nell’adattare il romanzo per il cinema (in realtà nessuno dei due film ha molto a che vedere con Hammett: l’opera che più gli si avvicina è Le voci di dentro di Eduardo De Filippo!), quindi è molto difficile che si parlerà di come Hammett abbia creato i dettami per i successivi cento anni di storie di “fantasmi scrittori e scrittori fantasma”, eppure è innegabile.

Difficile dire quanto questa storia fosse nota nell’ambiente, ma la mia idea è che lo fosse, tanto che… è stata parodiata!
Nella storica “Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine” del maggio 1960 C.B. Gilford pubblica il racconto A Fair Warning to Mystery Writers, arrivato miracolosamente anche in Italia, nell’antologia hitchcockiana “La collina degli spettri” (Mondadori 1974) con il titolo “Un consiglio prezioso agli scrittori gialli”.

Oscar Mondadori, luglio 1974

Horatio Lamb è uno scrittore di racconti per le riviste che ha bisogno di pace e tranquillità per ritrovare l’ispirazione persa, così affitta un appartamento per chiudercisi dentro e dedicarsi unicamente alla scrittura.
Come vuole la regola, arriva una ragazza e poi il suo fidanzato geloso – perfetti corrispettivi di Angel e Cassidy – ma poi cominciano a piombare in stanza personaggi sempre più variopinti e coloriti, che raccontano le loro storie criminali: nel quartiere si è sparsa la notizia che c’è uno scrittore di gialli e tutti vogliono fargli da ispirazione! La speranza è che lui metta qualcuno di loro nel prossimo racconto, così com’è successo alla ladra Angel di Hammett.
Poi però il morto ci scappa sul serio e sono tutti sospettati, finché ovviamente il colpevole si scopre essere il meno preso in considerazione: il maggiordomo? No, l’agente immobiliare che ha affittato casa allo scrittore!

«C’è sempre un personaggio del genere. C’è, ma uno non se ne rende conto. Tutti gli altri sembrano sospetti, hanno moventi, e ci si dimentica di questo personaggio. Ed è sempre lui il colpevole. Ho scritto tanti libri su questo tema.»

Lo scrittore ora ha cambiato appartamento, e quando gli chiedono cosa scriva, lui risponde: «Filologia sistematica.»
Secondo me questo racconto è una parodia del testo di Hammett, che sebbene molto poco noto e poco ristampato qualcosa deve aver smosso. Anche solo nell’aria.
Sarà sicuramente un caso, ma dopo quasi mille rappresentazioni teatrali e due film di The Bat in cui la protagonista è un’anziana signora nulla facente, quando nel 1959 la Walt Disney e Universal ne fanno un remake… d’un tratto la protagonista diventa una scrittrice di gialli nella cui casa piomba un criminale, di cui lei segue le vicende per trasformare tutto in un libro. Hammett ha cambiato il corso dell’evoluzione narrativa, e se non ci credete, la prova arriva tre anni dopo, quando nel luglio 1962 sulla rivista “Fury” appare il racconto “Method for Murder” del maestro Robert Bloch: è talmente raro e introvabile che sono costretto a basarmi sul film che ne è stato tratto.

Robert Bloch in da House

Facciamo un salto in avanti al 1971 ed incontriamo uno dei celebri film ad episodi della britannica Amicus: “The House That Dripped Blood“, diretto da Peter Duffell e basato su vari racconti di Robert Bloch. Uscito in patria a febbraio, a giugno arriva in Italia con il titolo “La casa che grondava sangue”.
Ignoto all’home video, per fortuna dal 2011 è disponibile in DVD Pulp Video.

Quando entri in una nuova casa e c’è un libro intitolato “La casa della morte”…

Charles Hillier (Denholm Elliott) è uno scrittore in cerca di ispirazione. Il suo genere sono le cose «terrificati, la sua specialità sono i delitti, i più scellerati e agghiaccianti possibili», specifica sua moglie Alice (Joanna Dunham). La traduzione italiana fa un po’ perdere il genere di storie che scrive Charles: «Horror stories».
Per trovare ispirazione Hillier fa quello che ormai è la nuova regola, come abbiamo visto: andare a vivere in una casa isolata. Visitando la nuova casa lo scrittore trova una ricca biblioteca: c’è il Dracula (1897) di Bram Stoker, Complete Stories and Poems of Edgar Allan Poe, Il monaco (1796) di M.G. Lewis, Selected Writings of Hoffmann. «Qualcuno dei vecchi inquilini aveva i miei stessi gusti letterari», è il suo commento.

La biblioteca horror che tutti dovrebbero avere in casa

Con la nuova casa isolata arriva regolare l’ispirazione, esattamente come le nuove regole hammettiane impongono, ma fuse con la realtà del “fantasma scrittore”: Hillier ha una visione, dalla finestra gli sembra di vedere un uomo mostruoso. Una visione, quindi un fantasma, frutto della fantasia… ed ecco l’ispirazione: Dominick, un criminale che diventa subito protagonista del nuovo racconto che Hillier comincia a scrivere di getto.

Dominick, il fantasma che ispira lo scrittore

C’è però un problema, questo Dominick si fa sempre più reale, e dalla semplice visione diventa una presenza inquietante e costante, che arriva ad aggredire Alice e a tentare di strangolarla. Quando Hillier libera la moglie, lei lo guarda terrorizzata: non era questo fantomatico Dominick a strangolarla… era lui, suo marito.

Quando scrivere diventa pericoloso…

Lo scrittore si rivolge ad uno psichiatra (Robert Lang) che ovviamente gli parla di come possa accadere che i personaggi prendano vita, nella mente dei loro autori, e mentre parla… entra Dominick e lo strangola! La visione ha preso il sopravvento ed è diventata realtà.

Così lei è convinto che dietro di me ci sia un manico omicida, eh?

Dieci anni dopo la stessa scena, identica, sarà ripetuta nel film “La mano” (1981) del giovane Oliver Stone. È la storia di Jonathan Lansdale (Michael Caine), scrittore di fumetti in cerca di ispirazione che per trovarla – indovinate un po’? – va a vivere in una casa isolata. E, come ormai è chiaro, incontra un elemento anomalo: pare che il fantasma della mano che ha perso in un incidente stradale se ne vada in giro a “punire” chi ha fatto dei torti allo scrittore.
La psichiatra che dice a Lansdale che la mano non esiste viene uccisa dalla mano, proprio come lo psichiatra che dice ad Hillier che Dominick non esiste viene ucciso da Dominick: mai mettere in dubbio i “fantasmi scrittori”.

«Tu mi odi. È il tuo odio, è la tua volontà. Accetta la responsabilità: non c’è nessuna mano»

Il racconto di Bloch è in realtà una furbesca rielaborazione di una storia francese di culto: Steve Chibnall e Julian Petley nel loro saggio British Horror Cinema (2002) considerano infatti il testo di Bloch solo uno dei tanti plagi da Celle qui n’était plus (1952) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, più noto con il titolo del celebre film che ne è stato tratto: Les Diaboliques (1955).
Eppure è ormai chiaro che gli scrittori in cerca di ispirazione che vanno in una casa isolata incontreranno sempre un elemento anomalo che li ispirerà, un ghost che li farà tornare ad essere writer.

L.

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Pubblicato da su maggio 20, 2019 in Indagini

 

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Ghostwriting 4. L’ombra del pipistrello

Il Novecento è il secolo nero per eccellenza. Già prima esistevano eroi negativi nella narrativa popolare, ma solo con l’inizio del XX secolo il Male ha scardinato ogni vincolo morale per conquistare i cuori di milioni di lettori. Già ho raccontato – in Lupin contro Holmes – quei primi anni del Novecento in cui sono nati gli eroi neri che ci accompagnano ancora oggi, ma ne è rimasto fuori uno: quello che riesce allo stesso tempo ad essere il più grande ed il più infimo.
Infimo perché non lo conosce più nessuno, è stato dimenticato dopo due decenni di luminoso successo, e grande perché la sua scomparsa ha generato qualcosa di inaspettato: dal male… è nato il bene.

Più di dieci anni prima che in Inghilterra Agatha Christie iniziasse la sua carriera, dall’altra parte dell’oceano un’altra “signora in giallo” già aveva Broadway ai suoi piedi, con una storia di crimine e violenza a lungo dimenticata e solo in tempi recenti tornata a novello splendore.
Una storia dimenticata che ha dato vita a qualcosa che milioni di persone nel mondo leggono ancora oggi, a fumetti…

La città di notte. I grattacieli si stagliano contro la Luna e un’ombra salta di palazzo in palazzo. L’ombra di un uomo… vestito da pipistrello…

Può essere tanto New York quanto Gotham City…

Può raggiungere ogni altezza grazie alla sua abilità, alle corde e ad una cintura piena di strumenti d’ogni sorta. Colpisce ovunque, ruba, uccide e sul luogo del crimine lascia il suo segno per farsi beffe della polizia: il simbolo di un pipistrello con le ali spiegate.

Quel simbolo di pipistrello non mi è nuovo…

Le immagini che state vedendo sono un vero e proprio miracolo, perché il film muto The Bat del 1926 è stato a lungo considerato perduto – e Nick Parisi su Nocturnia ha fatto uno splendido dossier dedicato ai film perduti di inizio Novecento – finché non è stato miracolosamente ritrovato agli inizi del Duemila e oggi possiamo ammirare ciò che fece impazzire Broadway negli anni Dieci.

Un meraviglioso recupero

Il film è la versione cinematografica dello spettacolo teatrale omonimo, scritto dalla celebre romanziera Mary Roberts Rinehart con il drammaturgo Avery Hopwood, aggiungendo materiale alla trama di un libro che la Rinehart aveva scritto nel 1908, The Circular Staircase. Quest’ultimo romanzo è stato portato in Italia nel 1935 dallo storico Alberto Tedeschi per i “Gialli Economici Mondadori” (n. 48) con il titolo La scala a chiocciola, ma va precisato che non c’è alcuna attinenza con il romanzo omonimo firmato dall’altra “signora in giallo”, Ethel Lina White, da cui il celebre film di Robert Siodmak La scala a chioccola (The Spiral Staircase, 1945): è solo l’ennesima confusione italiana sui titoli di libri e film.

«Questa è la storia di quel che accadde a una zitella di mezza età quando, in un attacco di follia, abbandonò le sue abitudini cittadine, affittò una casa ammobiliata per trascorrere l’estate fuori città e si trovò coinvolta in uno di quei misteriosi crimini che fanno la fortuna dei nostri giornali e delle agenzie investigative».

Dunque nel 1908 la Rinehart scrive un romanzo su una «zitella di mezza età» che abbandona la città, va a vivere in campagna ed è protagonista di indagini su dei crimini che avvengono nella sua villa. L’autrice dieci anni dopo inizia a rimaneggiare il testo con Hopwood e crea lo spettacolo The Bat, in cui la zitella diventa parente di un ricchissimo proprietario di banca che è preso di mira dal feroce criminale noto come Il Pipistrello.
La rappresentazione teatrale – messa in scena la prima volta al Morosco Theatre il 23 agosto 1920 – è un successone e quando due anni dopo chiude i battenti ha raggiunto il numero di quasi mille repliche: 867, per la precisione. Anni dopo la rivista “Flynn’s Weekly” presenta a puntate – dal 17 luglio al 7 agosto 1926 – la versione romanzata del testo, firmata da Stephen Vincent Benét, perché il Pipistrello piace: una figura oscura che si aggira di notte con le sue abilità e i suoi “meravigliosi giocattoli”…

A vederlo così non si direbbe, ma è un cattivo che piace

Solamente nel maggio del 1939 sul numero 27 di “Detective Comics” apparirà un uomo che si aggira nella città notturna vestito da pipistrello, con un simbolo identificativo preso paro paro dal film del 1926: non si chiama The Bat… si chiama Batman.

Da un personaggio malvagio, ne è nato uno votato alla giustizia

Figlio di un’attrice teatrale ed attore teatrale lui stesso, il giovane Roland West decide che vuole provare quella nuova carriera che promette grandi cose: si chiama cinema.
Specializzatosi in storie criminali, nel 1926 riversa ogni goccia del suo incredibile talento in un film magnifico, muto perché ogni fotogramma è così potente e geniale che non c’è alcun bisogno di parole. Si chiama The Bat e Bob Kane deve averlo visto molto bene, quando deciderà di trasformare in “buono” il “cattivo” della storia.

Una delle tante splendide inquadrature di West

Al contrario del romanzo, la vicenda si svolge interamente in una notte di terrore, in cui il misterioso Pipistrello colpirà la casa dove è andata a vivere la zitella Cornelia Van Gorder e vari personaggi si alterneranno sulla scena: dalla cameriera caricaturale, vera e propria spalla comica, al poliziotto con bombetta, dal bravo giovane al maggiordomo cinese con la faccia da colpevole. È facile per noi oggi vedere nei personaggi tutti stereotipi inflazionati, ma nel 1926 era qualcosa di assolutamente innovativo: prendete un qualsiasi film del genere noto come old dark house e guardate la sua data di uscita. State tranquilli che è posteriore al 1926.

La nascita del genere old dark house

Il successo del film, assolutamente meritato, apre le porte ad un fiume di storie criminali simili, ed essendo appena nato il cinema sonoro molti di questi film possono contare su un maggiore interesse da parte del pubblico, curioso di quella nuova potenzialità del cinema.
Roland West raccoglie di nuovo il suo talento e rigira identico il film con stavolta l’impianto sonoro, chiamandolo ora The Bat Whispers e presentandolo nel 1930. Troppo tardi: in quei quattro anni il mercato si è saturato e l’uscita di una valanga di titoli quasi indistinguibili fa ombra a questo film – creduto anch’esso perduto e per fortuna anche lui recuperato – ma un’ombra sola non ha perso la sua forza. L’ombra del pipistrello.

Il remake dello stesso autore

Il criminale mascherato noto come Il Pipistrello non ha ispirato solo Bob Kane per Batman, ha ispirato anche la scrittrice di romanzi gialli Cornelia van Gorder: perché la finzione e la realtà si sono fusi, quando è arrivato il momento di girare la terza versione cinematografica del testo teatrale della Rinheart.

È il 1959 quando la blasonata Universal mette in campo addirittura il maestro Vincent Price ad arricchire il cast del film The Bat, che arriva in Italia nel dicembre del 1960 con il curioso titolo Il mostro che uccide. (Disponibile in DVD Eagle Pictures dal 2006.)
Vi ricordate la zitella che va a vivere in campagna per sfuggire alla città? Qualcosa è cambiato – e vedremo più avanti cosa – ed ora non abbiamo più una annoiata signora che passa il tempo a lavorare a maglia e ad impartire ordini alla servitù: ora è una famosa scrittrice di gialli in cerca di ispirazione. E quando arriva il Pipistrello, state sicuri che arriva anche l’ispirazione.

«Questa è Le Querce [The Oaks], una villa di campagna che ho affittato per passarci l’estate. Sono scrittrice di romanzi gialli, ma le cose che mi sono capitate in questa villa sono ben più fantastiche di ciò che io abbia mai pubblicato».

Così si presenta agli spettatori la nostra Cornelia van Gorder (interpretata da Agnes Moorehead), apprezzata autrice di romanzi come L’obitorio privato del dottor Riggs: un testo che a quanto pare mette «fifa nera».
La donna è a Le Querce per scrivere un nuovo libro durante l’estate, ma le notizie degli efferati crimini del Pipistrello rischiano di distrarla… se non addirittura di ispirarla. Quando infatti scopre che l’omicida fa scempio delle gole delle vittime, dice: «Non è un brutto sistema: devo servirmene qualche volta… In un libro!»

La celebre romanziera Cornelia van Gorder (Agnes Moorehead)

Cornelia non ha per nulla paura, ed anzi è anche armata. «I libri che ho scritto sono pieni di pistole, e non scrivo mai di cose che non conosco». Nella vicenda la van Gorder è l’unica a mantenere il controllo e a tenere il polso ben saldo, utilizzando i suoi “poteri di autrice” per risolvere gli enigmi («Se stessi scrivendo questa storia, invece di viverla…»): non solo, sta attingendo alle imprese del Pipistrello per il suo nuovo romanzo, che si chiude quando viene smascherata l’identità del feroce criminale.

«Sarebbe un’ottima scena per uno dei suoi libri, ma questo libro non lo scriverà mai!»

«Per quanto accorti voi possiate essere – recitano le ultime righe del romanzo della van Gorder, – non riuscirete a nascondere un omicidio.» Senza che gli spettatori se ne siano accorti, per tutta la storia l’autrice non ha fatto altro che raccontare in realtà la storia del suo nuovo romanzo, scrivendo semplicemente ciò che le accadeva: la caccia al Pipistrello e i relativi omicidi finiscono tutti nel nuovo libro.

L’autrice e la scrittrice, neanche stavolta la stessa persona…

La rappresentazione teatrale di Mary R. Rinehart del 1920 e il relativo film di Roland West del 1926 sono stati eventi di grandissima portata creativa. Sono state gettate le basi per il fortunato personaggio a fumetti di Batman, è nato il genere cinematografico che racconta storie oscure (ma anche venate d’umorismo) in grandi case altrettanto oscure, ma soprattutto… è nato il genere di cui sto parlando in questo speciale.
La protagonista è una scrittrice (writer) che in cerca di ispirazione si ritira in un luogo isolato, incontra un “elemento scatenante fuori dal comune” (ghost) e ne nasce un nuovo romanzo. La stessa formula che abbiamo incontrato in fieri nel 1947 per Il fantasma e la signora Muir.

Perché però questa storia è stata più volte raccontata dal 1908… e solo nel 1959 la protagonista diventa una scrittrice in cerca di ispirazione? Cos’è successo nel frattempo? Lo vedremo più avanti: per ora, guardate il cielo nelle notti di Luna piena. Potreste intravedere l’ombra del Pipistrello…

Dark Bat Rises!

L.

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Pubblicato da su maggio 13, 2019 in Uncategorized

 

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Ghostwriting 3. Il fantasma scrittore

Abbiamo visto che sia nella fiction che nella realtà i rapporti fra autori e ghostwriter possono essere problematici, ma nella maggior parte dei casi il connubio è perfetto. Possibile però che in narrativa a nessuno sia venuto in mente di giocare con il doppio significato dell’espressione ghostwriter?

Solo ad una cinquantenne irlandese sembra essere venuto in mente, nella metà del Novecento, ed ha creato il primo scrittore fantasma… che è anche un fantasma scrittore!

Non è facile per una donna pubblicare un romanzo a proprio nome, nell’Irlanda dell’immediato dopo guerra dove mezzo secolo prima anche la celebre Ethel Lilian Boole – figlia dell’autorevole matematico George – mascherò un po’ il suo nome preferendo lasciare puntate le proprie iniziali, E.L., così da non far troppo trasparire il “sesso” dell’autore. (Facendole poi seguire dal cognome del marito e firmandosi quindi E.L. Voynich, ma questa è un’altra storia.)

Josephine Aimee Campbell Leslie ha un nome troppo femminile, non bastano le lettere puntate: si rischia che le vendite rimangano basse. Bisogna “mascolinizzare”… così si firma R.A. Dick. Si può pensare ad uno pseudonimo più “maschio”?

Sembra quasi tratto dal romanzo di un uomo…

Dal 1974 la donna – classe 1898! – può finalmente vedere il proprio nome femminile in copertina, ma nel 1945 deve accontentarsi di uno pseudonimo per pubblicare il primo e in pratica unico suo romanzo, lasciando da parte opere tardive e non ricordate dalla critica. È un immediato successo l’uscita di The Ghost and Mrs. Muir per la Ziff-Davis Publishing Company, e dispiace che il romanzo sia ancora oggi inedito in Italia. Nel 2014 è stato riportato a novella vita – anche in eBook – grazie alla Vintage Books.

La signora Muir (Gene Tierney)

Scritta in un periodo postbellico di profonda mutazione, ma che non può evitare di fare i conti con la mentalità del passato, la storia è ambientata agli inizi del Novecento. La signora Muir protagonista (interpretata nel film da Gene Tierney) inizia la storia mostrando un comportamento straordinariamente indipendente e coraggioso per l’epoca: dopo un congruo periodo di lutto vedovile, decide di abbandonare la casa dell’insopportabile suocera ed andare a vivere per conto proprio, decisione che ovviamente scatenerà molte critiche. Come abitazione si sceglie una casa “infestata”, Gull Cottage, a Whitecliff-by-the-sea: nessuno vi è mai rimasto più d’una notte, la informa il sensale.

Come “casta infestata” è davvero deliziosa

Sin dall’inizio la signora Muir scopre che la casa è abitata dal fantasma del capitano Gregg (Rex Harrison), lupo di mare morto in circostanze misteriose che sogna di riuscire un giorno a rendere la casa un museo a lui dedicato.

Il più fulgido esempio di scrittore fantasma e fantasma scrittore

Dopo iniziali comprensibili attriti, inizia fra i due un rapporto di amicizia particolare, che è in pratica amore ma non lo si può dire: il ferreo codice morale permette che un uomo e una donna non sposati convivano sotto lo stesso tetto… solo perché lui è un ectoplasma incorporeo! Non potrà mai concupirla, quindi si può permettere di starle accanto e addirittura – all’apice della lascivia! – farle dei complimenti.

Il rapporto incorporeo tra autore e scrittore

Ad un certo punto la signora Muir perde la rendita di alcune miniere che rappresentava il suo unico sostentamento: come vivrà ora? A quanto ci è dato di capire una donna non può lavorare, quindi la situazione è tragica. È proprio il fantasma a trovare l’incredibile soluzione:

«Lei dovrà scrivere un libro. Io glielo detterò e lei lo metterà in scritto per me.»

Di cosa parlerà questo libro? Semplice: «Di me – dice il capitano Gregg battendosi il petto, – la storia della mia vita, e avrà per titolo… vediamo… Mare e sangue [Blood and Swash]. Sì, Mare e sangue del capitano X.» Davanti alle perplessità scatenate dal titolo, il capitano così risponde:

«Non dev’essere bello: dev’essere sensazionale, come il suo soggetto.»

L’idea balzana viene alla fine accettata e inizia la scrittura, rallentata perché il candido moralismo della donna le impedisce di trascrivere le colorite e pepate frasi del capitano Gregg, che a quanto pare sin da giovane ne ha combinate di cotte e di crude in ogni porto, come si confà al topos letterario che rappresenta.

«“I costumi di Marsiglia – dètta il lupo di mare, – sono diversi delle altre…”»
«Diversi dalle» lo corregge Lucy.
«Delle, dalle, che importa? Non è mica un’opera letteraria, questa: è la cruda storia di un marinaio.»
«Infatti è cruda abbastanza»
«Be’, cuocila un po’ tu, se vuoi: mettici la grammatica, ma non levarci il sugo dentro!»

Alla fine il libro è finito ed ecco la dedica:

«A tutti coloro che fanno la dura e onorata vita del mare, ai gabbieri di poppa e bompresso, ai capitani ufficiali e macchinisti, ai sottufficiali, graduati, marinai, ai fuochisti, agli allievi, ai mozzi, ai carpentieri, velai e cucinieri, dedico questo volume.»

Se dovessi raccontare tutto quello che mi è successo quella notte a Mogadiscio…

Gregg consiglia alla donna di sottoporre il manoscritto agli editori Tacket & Sproule: Sproule ha uno yacht ed è convinto di essere un lupo di mare, quindi apprezzerà la storia del libro. Arrivata però dagli editori, alla signora Muir viene chiesto se il suo testo sia un libro di cucina, o addirittura «spero che non sia un’altra vita di Byron, o è un libro dei sogni?». Tutte categorie di libri che evidentemente ci si aspetterebbe da una scrittrice.

Le parole dell’editore sono davvero degne di nota, perché ci aprono una finestra sulla mentalità inglese della metà del Novecento:

«Ci sono venti milioni di donne isteriche, in Inghilterra, e ognuna di loro ha un romanzo da scrivere. Non mi dica che cosa ha scritto, stampo questa robaccia per tenere a galla la barca, ma non creda che la legga: no, signora, non la leggo.»

Quindi il problema che attanaglia il Duemila, cioè più scrittori che lettori, non è una novità del millennio! Comunque appena scopre che il libro narra la “cruda storia di un marinaio”, l’editore diventa subito più tenero. «Be’, posso pure leggere qualche pagina, in fondo.» Dopo tre ore di filata, l’uomo è più che soddisfatto. «Non vorrà darmi ad intendere che l’ha scritto lei», è l’ovvia reazione. (Ovvia per l’epoca, intendo.)

La scrittrice, mero veicolo dell’ispirazione “fantasma”

Il libro è un successo ma le vicende personali della donna si fanno complicate. Entra in scena Miles Fairley (George Sanders) che dimostra interesse per la donna, la quale lo tiene a distanza perché non saprebbe come spiegargli il suo fantasmatico coinquilino. Visto che la situazione diventa problematica, l’innamorato capitano Gregg prende una dolorosa decisione per il bene della signora Muir: svanisce, per renderla libera di vivere la sua vita… cioè rimanere sola ed isolata nella sua casa per il resto della vita, come si conviene ad una vedova. E come unico sostentamento, i diritti di quel solo libro: ma quanto pagavano un romanzo all’epoca?
Tranquilli, c’è il lieto fine: dopo una vita solitaria seduta in poltrona a guardare la parete, finalmente la signora Muir stira le zampe e può riabbracciare, tornata fisicamente giovane, il suo amato capitano Clegg. Ah, quei lieti fini moralmente accettabili di una volta…

Per questo drammone moralistico e bacchettone serviva un attorone, per fare rima, qualcuno affascinante e con un accento strappa-mutande: per esempio il britannico Rex “Sexy Rexy” Harrison.
Dopo una gavetta britannica, Harrison è appena “esploso” ad Hollywood con Anna e il re del Siam (Anna and the King, 1946) ed ha conosciuto le usanze locali:

«Tutto [ad Hollywood] è collegato all’industria cinematografica ed è difficile sfuggire alla propria carriera. Il trucco con Los Angeles è non rimanerci a lungo.»

Così l’attore scrive nell’autobiografia A Damned Serious Business (1990), raccontando che in uno dei celebri party del jet set ha partecipato ad un gioco del nascondino fra celebrità. (Diciamo che quando parliamo di attori di Hollywood tutto pensiamo, riguardo ai loro svaghi, tranne che al nascondino!) Nella foga di nascondersi, Primula Rollo aprì una porta che dava su una scala a chiocciola e crollò rovinosamente: portata di corsa all’ospedale, morì di lì a poco per le ferite alla testa. Lasciando due figli e un marito disperato, il celebre attore David Niven.
Il nascondino può essere più pericoloso dei festini a base di sesso e droga, confermando in Harrison l’intenzione di tenersi sempre a distanza dalla mecca del cinema.

Un film che ha imperversato per anni nei nostri piccoli canali locali

Alla regia c’è il decano Joseph L. Mankiewicz, ancora agli esordi e pronto a diventare uno dei grandi miti hollywoodiani. La sua mano va sicura nel creare un prodotto assolutamente legato alla moda del momento, con immagini sfocate quando deve trasparire il sentimento e tutte le inquadrature che ci si aspetterebbe da un film del 1947 – giunto in Italia nell’agosto del 1948 con il titolo Il fantasma e la sig.ra Muir. (Dal 2017 in DVD Butterly.)
Non è certo la qualità artistica della pellicola ciò che colpisce, e giusto per dovere di cronaca cito la serie televisiva del 1968 che ne è stata tratta.

Una serie televisiva di cui non ho trovato tracce in Italia

Dietro la facciata da drammone sentimentale c’è la questione dell’autorialità: chi è il vero autore di un romanzo? Chi lo concepisce o chi lo scrive? Spesso sono la stessa persona, ma meno di quanto si pensi: come diceva Camus, un assassino non è la persona migliore a scrivere di un delitto. Non è cioè scontato che abbia le capacità narrative per saperlo rendere al meglio: così come il capitano Clegg ha le esperienze e il “succo” della storia, serve una signora Muir perché ingredienti rozzi e malassortiti vengano “cucinati” e diventino un buon libro.

Questo ci porta al cuore dello speciale: dov’è che gli scrittori e gli autori si incontrano? Quando queste due essenze si ritrovano separate, dove si vanno a cercare? Nel 1945 la signora Muir ci ha svelato la risposta: in una casa isolata.
Ma questo è solo un indizio: dovremo fare un passo indietro per seguire le tracce alla scoperta di un sottogenere cinematografico in pratica mai studiato.

L.

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Pubblicato da su maggio 6, 2019 in Indagini

 

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