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Se una notte un personaggio (5)

14 Gen

Continua la settimana dedicata al gioco letterario attraverso i media, dove Vasquez ed io ci alterneremo a raccontare cosa succede quando un personaggio interagisce con il proprio autore, e magari poi… comincia a prendere vita.
L.


Se una notte d’inverno un personaggio
(quinta ed ultima parte)


La colazione dei campioni

di Vasquez

È così strano trovarsi a guardare un film di cui non si sa niente di niente di questi tempi, e considerando che “La colazione dei campioni” (Breakfast of Champions) di Alan Rudolph è del 1999 e il romanzo originale del 1973, devo dire che per me è una fortuna arrivare così in ritardo su certi libri (tra l’altro questo ha la mia stessa età) perché mi permette di giudicare i film che ne sono stati tratti senza essere influenzata dalla pagina scritta.

A sorpresa, ho beccato il titolo italiano del film

Come faccio sempre quando finisco di vedere un film, vado a leggermi le varie recensioni che ci sono in giro, per sapere se ci sono difetti o pregi di cui avrei dovuto accorgermi e che mi sono sfuggiti, e per assimilare meglio quello che ho visto.
Qui ho letto strane critiche che non sempre ho capito, la maggior parte però legate al confronto col libro e Kurt Vonnegut ha uno stile tutto particolare che ancora non so se è nelle mie corde… Avendo però io visto il film senza sapere nulla di nulla della sua controparte cartacea, devo dire di essermelo goduto.

Dwayne Hoover (Bruce Willis) sta diventando pazzo in quella che sembra in tutto e per tutto una città di pazzi. È titolare di una concessionaria d’auto, ricco e ammirato da tutti, apparentemente non manca di nulla, eppure è sull’orlo della follia. Si convince che la sua salvezza è in Kilgore Trout, scrittore in possesso della chiave di lettura della sua vita, il suo “Santo Graal”: ha scritto un libro dove tutti sono robot, macchine. Ad esempio Francine, l’assistente personale di Hoover «non era altro che una macchina, una macchina di carne: una macchina per scrivere e archiviare». Oppure la madre di Dwayne «Era una macchina per fare bambini difettosa. Si distrusse automaticamente dando alla luce Dwayne. [Il padre] sparì. Era una macchina che spariva».
Una sola creatura è dotata di libero arbitrio, e quella creatura ovviamente è Dwayne Hoover.

La chiave di lettura della vita di Dwayne Hoover

S’intitola “Ora si può dire“: ha una copertina con un professore universitario che veniva spogliato da un gruppo di studentesse nude, ma all’interno non c’è traccia di tutto ciò. È invece strutturato come una lunga lettera del Creatore dell’Universo indirizzata all’unica creatura dell’Universo dotata di libero arbitrio.

Gli attori recitano tutti almeno un metro sopra le righe, ma la cosa non è per niente fuori luogo, visto il tono surreale del film, dove mi preme segnalare un Nick Nolte assolutamente sorprendente.

“Recitare sopra le righe? Chi? Io?!? Naaa…”

Bruce Willis ci crede tantissimo, ma chi si carica il film in spalla e lo porta a casa è Albert Finney, l’interprete di Kilgore Trout, acuto e sgradevole, sporco ma riverito da tutti, meritevole di diventare presidenti degli Stati Uniti, secondo alcuni, il più grande scrittore vivente secondo altri. Uno i cui racconti vengono pubblicati solo su rivistacce porno da cestone delle offerte…

…tipo questa…

Di lui dice il suo autore:

«Trout si era accorto anche di me, di quel poco di me che poteva scorgere. Io lo facevo sentire ancora più a disagio di Dwayne. Il fatto è che Trout era l’unico personaggio che avessi mai creato con un’immaginazione abbastanza sviluppata da poter sospettare di essere stato creato da un altro essere umano. Aveva parlato parecchie volte di questa possibilità col suo parrocchetto.»

Chissà quante ne ha sentite il parrocchetto di Kilgore Trout!

Ho notato che nel cast c’è almeno la metà degli attori di Armageddon (1998) tra comprimari e comparsate: Bruce willis, Will Patton, Michael Clarke Dunkan, Owen Wilson, Ken Hudson, chissà come mai. E tra i ringraziamenti ci sono Robert Altman, mentore del regista Alan Rudolph, e Bruce Campbell!

Alcune scene e inquadrature mi sono sembrate prese di peso da The Truman Show (1998), solo di un anno antecedente a questo. Truman era l’unico “uomo autentico” in un mondo di finzione costruito su misura per lui. Dwayne Hoover è l’unico in possesso di libero arbitrio in un mondo popolato unicamente da macchine, ognuna con la sua assegnazione. Oltretutto ne La colazione dei campioni tutti tendono a parlare per slogan pubblicitari, specie la moglie di Dwayne. E la moglie di Truman in The Truman Show rischia di far scoprire al marito tutto l’inganno quando in un momento di tensione cerca di distrarre Truman proponendogli una tazza di cioccolata calda, recitando il copione fissato per lei.

È possibile che scrivendo la sceneggiatura di The Truman Show Andrew Niccol abbia pensato al romanzo di Vonnegut? E poi magari nel mettere in scena La colazione dei campioni Alan Rudolph abbia chiuso il cerchio pescando dal film di Peter Weir? Non ho la risposta, ma l’impressione rimane, anche perché queste scene non ci sono nel libro La colazione dei campioni.

Al tutto si aggiungono alcune animazioni e dei cartelli disegnati (che poi ho scoperto essere il modo di trasporre su schermo i disegni dello stesso Vonnegut presenti nel libro) che alleggeriscono il tutto, ma in maniera un po’ inquietante.

I finali, del film e del libro, sono pressoché identici, ma nel libro si capisce meglio che Vonnegut libera il suo personaggio, rendendolo di fatto in grado di decidere per sé stesso, solo che il dono non viene apprezzato in quanto Trout avrebbe voluto solo ridiventare giovane.

Vonnegut e Trout bambini si allontanano nel tramonto di tre soli: questo nel libro non avviene

Alcune scelte visive poi mi hanno fatto pensare a Brazil (1985) di Terry Gilliam (i mondi che Kilgore intravede al di là degli specchi), e i vaniloqui acidi di Kilgore Trout somigliano a quelli di Parry (Robin Williams) de La leggenda del Re Pescatore (1991), sempre di Gilliam (a proposito di Santo Graal). Parry alla fine rinsavisce, ed è quello che succede anche a Dwayne Hoover quando finalmente capisce che non si devono conoscere le risposte, se si conoscessero le risposte non ci sarebbero più domande, e allora sì che non avrebbe più senso vivere. Mentre invece Trout fugge nello specchio come Alice (senza Aquarela do Brazil in sottofondo). In conclusione, a me il film è piaciuto, per quanto derivativo nella messa in scena.

«La Colazione dei Campioni è un marchio registrato dalla General Mills S.p.A. per un prodotto a base di cereali destinato alla prima colazione. L’uso di questa espressione come titolo del libro non significa che esista una qualche forma di associazione tra il libro e la General Mills, né che esso goda del suo patrocinio, e tantomeno che intenda screditarne gli ottimi prodotti.»

Questa è la liberatoria che si trova ad inizio libro. Ed è una frase che la cameriera di un bar ripete ad ogni cliente a cui serve un Martini, e mi dispiace dirlo, ma non ho capito in che modo giustifichi il titolo di questo libro.

Libro che ha la stessa trama (più o meno) e gli stessi personaggi (più o meno) del film, ma è… strano, non so come altro definirlo. Vonnegut l’ha scritto per eventuali esseri alieni che si trovassero all’improvviso a dover comprendere le cose terrestri, per questo l’ha infarcito di sue illustrazioni, perché come si fa a far capire com’è fatta una stretta di mano per esempio? E così ci ha messo un bel disegno. Mucche, cartelli, la piramide tronca sormontata da un occhio disegnata sui dollari, tope, dinosauri, mele, bandiere, scarafaggi, molecole…

È stato arduo “entrare” in questa storia dove sono “tutti” matti”, giuro che non ho capito se è a me che non piace questo tipo di scrittura, questo continuo saltabeccare da un argomento all’altro senza mai focalizzarsi su nulla, come un piccione che raccoglie molliche per strada, lascia la prima, va dalla seconda, poi riprende la prima, ma la seconda ce l’ha ancora nel becco, e intanto attacca la terza…

…forse è vano, come leggere questo libro…

È che nel mezzo dice anche cose interessanti. Ad esempio: «Ora le prostitute lavoravano per un pappa. Era un uomo magnifico e crudele. Per loro era un dio. Le privava del libero arbitrio, il che andava benone. Tanto non sapevano che farsene. Era come se si fossero donate, poniamo, a Gesù, così da poter vivere spensierate e fiduciose. Solo che invece si erano date a un ruffiano.», ma totalmente fuori contesto, senza capo né coda.

Mentre continuo questa faticosa lettura, capendoci poco o nulla nonostante io abbia visto il film, penso che non riesco a trovare un personaggio con cui identificarmi, o di cui m’importi il destino.

Non è pazzo, è che lo disegnano così!

E (da non credersi, lo so!) mentre penso questo, trovo scritto:

«[…] decisi di evitare di scrivere romanzi. Avrei scritto della vita. Ogni personaggio avrebbe avuto esattamente la stessa importanza di tutti gli altri. A tutti i fatti sarebbe stato dato lo stesso peso. Non si sarebbe lasciato fuori niente. Altri mettessero pure ordine nel caos. Io, invece, avrei messo caos nell’ordine, come credo di aver fatto.»

In effetti di caos ce n’è un bel po’, ma mentre in Mattatoio n.5 questo era giustificato dai continui salti temporali del protagonista, qui è semplicemente una scelta stilistica, una “scusa” per parlare di ogni cosa dando l’impressione di non approfondire nulla, e non posso dire che mi sia piaciuta. E nemmeno poi tanto in Mattatoio n.5. Meglio i film, sia di Mattatoio che di Colazione.

…e chissà che alla fine Trout non sia
uno scrittore migliore del suo creatore…

V.

P.S.
Per sapere TUTTO di Kilgore Trout – quello “veramente falso” e quello “falsamente vero”, vi ricordo la mia indagine.
L.


puntata precedente

 
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Pubblicato da su gennaio 14, 2022 in Indagini

 

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