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Scalare montagne coi libri

Ci sono coincidenze che non si possono ignorare, così quando ho visto una recente produzione Netflix – il film “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard, noto nei Paesi anglofoni come The Climb – non ho potuto fare a meno di notare un’incredibile collegamento con un saggio letto qualche mese prima, “Sulla vetta del mondo. L’epica storia della prima scalata al K2” (Ghosts of K2, 2015) di Mick Conefrey (Newton Compton 2016). Un collegamento che oserei definire “magico”, visto che questa storia si apre con un “mago”…

1898. Aleister Crowley non è ancora l’affascinante figura oscura che stregherà l’Europa ed ispirerà a W. Somerset Maugham il romanzo “Il mago” (The Magician, 1908), non è ancora l’occultista, la “bestia”: è solo un ragazzo di 23 anni che fa amicizia con Oscar Eckenstein perché i due condividono una cocente passione: quella per l’alpinismo.
«Si trattava di un duo piuttosto mal assortito» ci racconta il citato Conefrey.

«Eckenstein era basso e muscoloso e, secondo lo scrittore britannico Geoffrey Winthrop Young, “aveva la barba e la corporatura dei nostri primi antenati”. Vestiva con sciatteria e indossava i sandali anche in città, e quando non era impegnato a esercitarsi con la cornamusa aveva invariabilmente in bocca una pipa che lo circondava di un forte sentore di Rutter’s Mitcham Shag, una delle marche di tabacco più forti e grezze tra quelle in commercio. Crowley, dal canto suo, si vestiva come un dandy e aveva l’aspetto magro ed emaciato di un esteta vittoriano, con una gran cascata di capelli che gli incorniciava il volto spiritato.»

Il sobrio Aleister Crowley

Eppure i due si compensano: Crowley era tanto loquace e amante della magia quanto Eckenstein era burbero e razionale. Riassume perfettamente Crowley stesso nelle sue “Confessions” (libro I):

«La combinazione era ideale. Eckenstein aveva tutte le qualità civili ed io quelle selvagge. […] Nella tecnica di arrampicamento Eckenstein ed io eravamo ancora più complementari. È impossibile immagniare due metodi più all’opposto. La sua arrampicata era invariabilmente pulita, ordinata ed intellegible; la mia poteva a malapena essere descritta come umana.»
(traduzione mia: gli altri passi sono invece tutti tradotti da Giovanni e Mario Zucca)

Dopo le montagne della Gran Bretagna e quelle delle Alpi, i due amici ambiscono a salire di livello, visto poi che funzionano particolarmente bene nelle loro scalate. Nel 1902 l’incredibile idea: perché non scaliamo il K2?

«Guy Knowles, all’inizio del suo diario mai pubblicato, spiega che Eckenstein e Crowley avevano scelto il K2 non perché rappresentasse una sfida così importante, ma perché non presentava “nessuna difficoltà tecnica da affrontare dal punto di vista alpinistico”. Per come la vedeva Knowles, i principali requisiti richiesti a chiunque volesse affrontare il K2 erano una grande disponibilità di tempo e denaro sufficiente per una vacanza di un anno in Oriente.»

Premesse sbagliate difficilmente portano a giusta conclusione, quindi l’impresa dei due solerti alpinisti non arriverà a buon fine: per sapere come finirà, vi consiglio lo splendido saggio di Conefrey, anche in digitale. Visto che entrambi hanno vissuto a lungo, posso già anticiparvi che non moriranno sulla montagna che non perdona.
Quello che mi interessa non è cosa sia successo sul K2, ma come Crowley si sia disposto ad affrontare una missione così impegnativa.

Cartina del K2 risalente al 1902, dal saggio Sulla vetta del mondo

Siamo ad Askole: l’ultima città in cui ci si possa fermare e fare rifornimenti, prima di affrontare il lungo viaggio per il K2 con le proprie forze. Non siamo nei super-tecnologici anni moderni, siamo in un periodo in cui l’alpinismo sta muovendo i primi passi, in cui l’esperienza di certe grandi imprese è poca e si viaggia un po’ a braccio. Crowley ed Eckenstein di solito scalavano da soli ma qui per forza devono ingaggiare dei portatori: non sono più due amici che vanno all’avventura, sono i capi di una spedizione di alpinisti e quindi c’è bisogno di tante scorte di cibo e di suppellettili.
I portatori non è che lavorino gratis e di soldi a disposizione non ce ne sono molti: è necessario che tutti si impegnino e si facciano sacrifici. Per esempio Crowley potrebbe evitare di portarsi la propria biblioteca sul K2

«Eckenstein chiese a ciascun membro della squadra di limitare il proprio bagaglio personale a non più di venti chili, provocando una discussione inaspettatamente accesa con Aleister Crowley. Il problema era la sua grossa collezione di libri. Gli altri alpinisti, disse, erano liberi di rinunciare a questo tipo di piaceri intellettuali e di comportarsi come selvaggi “quando traversavano un paese selvaggio”, ma lui non poteva vivere senza il suo Milton e il resto dei suoi volumi. Dichiarò addirittura che preferiva affamare il corpo, piuttosto che l’intelletto. Gli animi si scaldarono al punto che Crowley minacciò di abbandonare la spedizione, pur di non rinunciare alla sua biblioteca portatile.
Alla fine Eckenstein si arrese e la letteratura trionfò, ma al momento di lasciare Askole già c’erano segnali che la spedizione si stesse in qualche modo sfilacciando.»

Purtroppo questo è tutto quanto sappiamo del primo esperimento di portare una biblioteca in cima ad una montagna, visto che nessuno dei due protagonisti ha speso altre parole sulla questione: ci vorranno poco più di cento anni perché l’operazione si ripeta… anche se in piccolo.
Gli alpinisti portano libri durante le loro arrampicate? Non lo so, ma tanto il franco-algerino Nadir Dendoune non è un alpinista…

Nel 2008 il 36enne di Saint-Denis è salito agli onori della cronaca per essere stato il primo franco-algerino a raggiungere la vetta del mondo, cioè a scalare l’Everest lui che non era un alpinista. Ha raccontato la sua incredibile avventura nel memoriale “Un tocard sur le toit du monde” (2010), purtroppo inedito in Italia.

Per chi non sia di lingua francese la storia è stata raccontata dal bel film targato Netflix di cui parlavo all’inizio – “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard – in cui l’attore di colore Ahmed Sylla interpreta la versione romanzata di Dendoune, dal nome Samy Diakhaté.

Per dimostrare alla ragazza di cui è innamorato di non essere il solito ragazzo di periferia, spiantato, inaffidabile e alle cui parole non seguono mai i fatti, Samy parte per l’Everest semplicemente perché ha promesso di farlo: che si sappia che lui mantiene le proprie promesse. Come riuscirà nell’impresa lo lascio raccontare al film, quel che conta… è che si porta un libro sulla montagna più alta del mondo.

«Ti ho messo un romanzo nello zaino: mi raccomando, leggilo. Te l’ho dato perché ha un lieto fine.»

A parlare è la mamma di Samy, che come tutte le mamme si assicura che il figlio abbia ogni strumento possibile e immaginabile per affrontare la vita: e cosa più d’un romanzo può aiutare a capire il mondo?

Uno strumento indispensabile per scalare l’Everest

Sembrava quasi una frase buttata lì per caso, invece a metà film – quando il protagonista giunge all’ultimo paesino dove fare rifornimenti, in pratica nello stesso punto di Crowley anche se nei pressi di una montagna diversa – Samy tira fuori il libro, oggetto che a sorpresa diventa elemento fondamentale della trama.

«Jonathan non capiva perché Clara aveva deciso di non rivederlo più. La loro relazione durava da diversi anni e sebbene non fosse tutte rose e fiori la loro intesa…»

«Ma che razza di storia è?», sbotta il protagonista leggendo queste parole. «”L’amore impossibile“… impossibile da leggere!» E così scopriamo anche il titolo di quello che, fino a prova contraria, è uno pseudobiblion.

L’impossible amour, una lettura apparentemente impossibile

Se il libro è falso, non lo è invece l’idea di infilarlo nella storia, visto che già Dendoune nel suo memoriale ci descrive quest’opera:

«Ho tirato fuori un libro dalla mia borsa. È l’unico libro scritto in francese che ho trovato in un negozio a Namche. Dalla collezione Harlequin. Un romanzo rosa [roman à l’eau de rose]. Il suo titolo: L’Impossible Amour. La storia di una donna che era stufa della codardia del suo uomo. Ho cercato di immergermi nel testo. Mia madre non ha mai perso una puntata di Les Feux de l’amour [versione francese della soap opera americana nota in Italia come “Febbre d’amore“]. Le stavo dicendo che si trattava di finzione [fiction], ma lei ha risposto “No, figlio mio, è così che succede nella vita di tutti i giorni”.»
(traduzione mia)

Se da un lato la mamma che infila il libro nello zaino è una trovata del film, il resto è tutta farina del sacco di Dendoune. Durante il film verranno letti altri passi del romanzo, a testimonianza di come la fiction e la realtà si fondano.

Dal memoriale di Dendoune:

«Rimane ancora un lungo tratto di strada da percorrere. Tiro fuori il mio libro. La ragazza si ritrovava sola, di notte, ed era stata presa da tristezza. Florent le mancava, ma l’orgoglio le impediva di prendere il telefono e chiamarlo. Spesso, la sera, il ragazzo posava il suo portatile sul comodino e la guardava con occhi languidi, sperando che finalmente lei gli desse un segno di vita. I giorni passarono. Ancora niente. Ho riposto il romanzo.»

Dal film:

«”Forse siamo giunti al termine di questa bella storia, come una foglia in balia del vento d’autunno. Ma Clara sa che l’amore non è lontano, sente il bocciolo che nasce in fondo al suo cuore, come il fiore l’arrivo della primavera”.»

Mentre Samy procede, la donna che voleva impressionare è ora impressionata, ma soprattutto esce fuori che la guida tibetana di Samy ha un debole per i romanzi rosa: se il protagonista gli leggerà il romanzo – visto che la guida non legge il francese – allora lui lo addestrerà a migliorare il proprio stile di scalata. Anche grazie al romanzo rosa, dunque, Samy arriva in cima. Purtroppo non ho avuto modo di capire se questa trovata appartenga anche al memoriale di Dendoune, ma è facile di sì.

Un romanzo rosa abbatte ogni barriera culturale

Crowley ha dimostrato che portarsi una biblioteca sul K2 non è una buona idea: Dendoune ha dimostrato che basta un libro solo, per arrivare in cima all’Everest. L’importante è che quel libro parli della cosa più banale eppure più difficile di tutte: l’amore, che come l’Everest se ne sta là, indifferente. Sta a noi raggiungerlo.

«Il libro era spesso. La storia era banale. Ma allo stesso tempo, quella storia parlava a tutti. Dall’amore all’odio c’è solo un passo, con i ramponi o meno.»
Nadir Dendoune

L.

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Pubblicato da su febbraio 21, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] The Face of an Angel (2014)

La Sound Mirror ed Eagle Pictures hanno portato in Italia un film che se non ci arrivava non è che si offendeva qualcuno. A distribuirlo con il vero titolo – “The Face of an Angel” (2014) – non avrebbe capito nessuno l’argomento trattato, e visto che siamo la patria della grande creatività, basta aggiungere un nome e il gioco è fatto: “Meredith. The Face of an Angel“.

C’era bisogno di un film britannico ambientato in Italia che raccontasse di un brutto caso di cronaca? No, non c’era bisogno. Però Michael Winterbottom ormai s’è innamorato dell’Italia, e dopo “Genova” (2008) e “The Trip to Italy” (2014) proprio non aveva voglia di abbandonare il Bel Paese, che tanto piace agli stranieri. E te credo, c’hanno le tasche piene e vanno nei posti più in e sciccosi: venite in coda agli uffici postali delle periferie cittadine, poi voglio vedere se vi passa l’amore per l’Italia…

Sebbene abbia cambiato i nomi, il film parla dell’omicidio di Meredith Kercher senza avere assolutamente nulla da dire sull’argomento. La tarma parte quando il registino Thomas (un Daniel Brühl antipatico più del solito) si imbatte in un libro che affronta lo scottante caso di cronaca e decide di girarci un film. Non vuole fare un documentario ma una fiction con protagonista un uomo che va alla ricerca della “verità” e trova cose strane.
Cosa sono le “cose strane”? Be’, mettetevi nei panni di un anglofono: cosa c’è di affascinante in Italia? L’inferno di Dante, no? Quindi ecco visioni sconclusionate di ciò che un anglofono crede sia la Divina Commedia.

Siamo a Siena – ok, l’omicidio originale è di Perugia ma qui si cambiano proprio tutti i nomi – e si sa che a Siena tutti stravedono per Dante Aligihieri: è ben noto l’amore profondo dei senesi per tutti i fiorentini…
Ovviamente Thomas è anglofono quindi sorseggia vino mentre dalla terrazza ammira la celebre campagna toscana: tutti gli italiani possono farlo, no? Thomas passa la serata a seguire sue connazionali per localini, si impasticca, pippa la qualsiasi, si ubriaca, va a donne, e insomma compie un profondo viaggio interiore alla ricerca… boh, ma che ne so, mica s’è capito che cacchio sta cercando…

Ah, c’è pure Valerio Mastandrea che fa un ruolo scritto male che non si sa cosa voglia dire. (Non è colpa sua, è proprio lo sceneggiatore che sta fuori di brutto.)

Il “libro falso” da cui nasce tutta la storia

Questo montarozzo fumante di stereotipi a tocchettini, tipico del cattivo gusto anglofono, nasce tutto da uno libro. Anzi, da uno pseudobiblion.
Come dicevo, il protagonista Thomas prende l’idea del viaggio dopo aver letto il libro “The Face of an Angel. The True Story of Student Killer Jessica Fuller” della giornalista Simone Ford, interpretata dalla sempre bella (ma gelida) Kate Beckinsale. E in effetti la sceneggiatura (va be’, chiamiamola così) di Paul Viragh (che di mestiere fa l’attore!) si basa proprio sul saggio di una giornalista: “Angel Face: Sex, Murder, and the Inside Story of Amanda Knox” (2010) scritto da Barbie Latza Nadeau.

Quarta di copertina con tanto di foto della pseudo-giornalista

Così come il “libro falso” mostrato in video è edito dalla Beast Books, cioè la stessa casa del vero libro della Nadeau, seguendo il medesimo gioco tra falso e reale la pseudo-giornalista Simone Ford ricalca la vera giornalista Nadeau, vivendo stabilmente in Italia.

Simone Ford (Kate Beckinsale) nei panni di Barbie Latza Nadeau

Ovviamente il protagonista mica incontra la giornalista in un baretto fetente di quartiere, con le patatine appese al muro. No, i due chiacchierano amabilmente da Rosati

E mettiamoci una marchetta a Rosati…

Thomas comunque non si accontenta della Ford e lo vediamo tirar fuori dalla valigia altri saggi, che a quanto mi sembar di vedere non trattano sempre l’argomento.

Una borsa piena di libri

Purtroppo non sono riuscito a stabilire se si tratti di libri veri o di saggi inventati appositamente per il film…

La morale dunque è che in Italia di sera la gente va per le strade indossando maschere strane – mica solo a Carnevale, no: tutto l’anno! – c’è Dante dappertutto e il vizio si annida ovunque. O almeno questo è il pensiero di tutti gli anglofoni che girano film sull’Italia.

La mia domanda è: quando poi un anglofono viene in Italia, si accorge che non è vero niente? Possibile che non noti che tutti i film stranieri sull’Italia sono solo imbarazzanti buffonate razziste? A quanto pare no…

L.

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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Preacher e il Re degli Assassini

Il solerte Cassidy, del blog La Bara Volante, mi invia queste splendide chicche dall’episodio 2×06 della serie televisiva Preacher (2017).

Jesse (Dominic Cooper) e Cassidy (Joseph Gilgun) – che non è una coincidenza, visto che il nostro amichevole Cassidy di quartiere ha scelto quel nickname proprio in onore di questo personaggio! – per cercare informazioni sull’inarrestabile Santo degli assassini vanno in biblioteca, e qui parte una carrellata di pseudobiblia da leccarsi i baffi da pistolero.

Ignoro tutto sia del fumetto che della serie televisiva, quindi lascio la parola a Cassidy in persona:

«Siccome il Santo è diventato una specie di leggenda, su di lui esiste di tutto, romanzi rosa, fumetti (per altro quello che si vede è il vero speciale di Preacher dedicato al Santo degli assassini) e libri sul “Macellaio di Gettysburg”, soprannome che il Santo si è guadagnato sul campo.»

Ecco dunque altre splendide schermate, offerte da Cassidy:

L.

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Pubblicato da su novembre 22, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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Pseudobiblia, She Wrote (1)

Jessica Fletcher, interpretata da Angela Lansbury, è forse la più nota delle pseudo-autrici della TV: è il momento di studiarne la bibliografia falsa!

So che esistono molti elenchi di “libri falsi” della Fletcher in Rete, così come molte altre informazioni, ma ho scelto volutamente di non seguirle per non farmi influenzare: quello che leggete viene direttamente dalla “fonte”.


Pseudobiblia, She Wrote
I “libri falsi” di J.B. Fletcher
(prima parte)

J.B. Fletcher nasce il 30 settembre 1984, quando nelle TV americane va in onda “The Murder of Sherlock Holmes” di Corey Allen, vero e proprio film che presenta un’arzilla vedova di Cabot Cove che insegna lingua inglese alla scuola locale.
Questo giustificherebbe la presenza di un dizionario Webster’s vicino al telefono…

… ma se insegna inglese, perché i suoi allievi hanno un manuale di italiano?

The Classic Italian

Scritta e creata da Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link, l’instancabile signora Fletcher – l’attrice ha 59 anni al momento della messa in onda, quindi possiamo considerarla anche l’età del personaggio – fa la vita ruspante e tonificante della tranquilla provincia, ed è talmente instancabile che oltre alle mille attività giornaliere… ha pure trovato il tempo per scrivere “per gioco” un romanzo.
Suo nipote Grady (Michael Horton) lo legge e se lo porta nella rutilante e pericolosa Chicago, dove lo fa leggere ad un editore che subito lo vuole stampare: da comare di paese, Jessica si ritrova romanziera da bestseller!

Probabilmente l’unica libreria di Cabot Cove

Il suo romanzo “The Corpse danced at Midnight” (il cadavere ballò a mezzanotte) è all’ottavo post della classifica dei più venduti: non è chiaro se solo a Cabot Cove o in tutto lo Stato.

L’entusiasmo del librario

Inizia un tour promozionale a Chicago con relativa satira dei media, dei giornalisti e della TV in generale. Non manca una seduta di autografi con gente che in realtà compra il romanzo in attesa che l’autrice diventi famosa, così da fare una facile speculazione economica.

La sorpresa di chi scala in breve le vette dei bestseller

Non mancano certo i problemi: un’autrice che di punto in bianco si ritrovi in vetta alle classifiche può ben sopportare… un paio di baffi!

I problemi della notorietà

Il film arriva tardi in Italia – su Raiuno, in prima serata il 1° giugno 1988, con il titolo “Chi ha ucciso Sherlock Holmes?” – ma in patria spopola subito e decreta l’inizio della relativa serie TV, com’era usanza dell’epoca. Negli anni Ottanta la differenza fra TV movieTV show era sottile e un gran numero di quelli che noi chiamiamo “telefilm” nascevano o si sviluppavano in film televisivi. (Trasmessi sempre a casaccio dalle nostre emittenti.)

Sette giorni dopo questo film televisivo – quindi la cosa era stata pianificata in partenza – va in onda in patria “Deadly Lady” (7 ottobre 1984), primo episodio della serie TV “Murder, She Wrote“, la cui celebre sigla ripropone sequenze prese dal precedente film.
Annunciata come in arrivo sulla RAI già dal 13 luglio 1987, in realtà qualcosa va storto e per l’arrivo in Italia del personaggio bisogna aspettare il citato 1° giugno 1988 per l’esordio di una serie che da allora si intitola “La signora in giallo“, in onda ancora oggi su Rete4 in pratica senza interruzioni.

Il primo passaggio televisivo italiano del primo episodio è del 29 giugno 1988, sempre su Raiuno, con il titolo “Delitto a Cabot Cove“.

Un semplice ticchettio sulla macchina da scrivere ci informa velocemente che Jessica è una romanziera, ma la cosa sembra già essere data per scontata sebbene siamo al primo episodio.
Va via la luce e la signora deve accendere una lampada per continuare a scrivere, così che vediamo alcuni libri su un tavolino: in casa Fletcher non esistono biblioteche, a quanto pare…
L’unico libro di cui si può leggere il titolo è quello all’estrema destra, e lo segnalo perché… è uno degli pseudobiblia della Fletcher!

Dirge for a Dead Dachshund

L’ospite Ralph (Howard Duff) nota il libro il giorno dopo, e dopo aver affermato di averlo adorato scopre con piacere che l’autrice è proprio la donna che lo sta ospitando in casa. Il romanzo è “Dirge for a Dead Dachshund“, titolo-scioglilingua che credo si possa tradurre con “Nenia per un bassotto morto”. (Che c’entri la mucca in copertina non saprei dirlo…)

Aspetta, io questa romanziera l’ho già vista…

Il problema è che il libro esce fuori essere una “copia di lavorazione”, non è ancora uscito in libreria: come ha fatto il gentile ospite della Fletcher a leggerlo? Ovviamente non l’ha fatto: era semplice piaggeria, perché sa bene che ai romanzieri piace ricevere complimenti, soprattutto se falsi.

Quindi ad inizio serie sappiamo che la nostra eroina, che si firma sempre e solo J.B. Fletcher, ha esordito con “The Corpse danced at Midnight“, ha in casa una bozza del plausibilmente imminente nuovo romanzo “Dirge for a Dead Dachshund” e la sua attività serale di scrittura fa pensare che un terzo titolo sia in cantiere.
Splendido, ma allora… perché nel secondo episodio allora viene presentata così?

«La famosa scrittrice di gialli: è l’autrice di sei bestseller e un film da un suo libro.»

Sei? E quando li ha scritti? Purtroppo non abbiamo altri indizi dall’episodio 1×02 “Birds of a Feather” (14 ottobre 1984), trasmesso in Italia da Raiuno il 15 giugno 1988 con il titolo “Delitto al Night“.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 8, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Hanno cambiato faccia (1971)

Alberto Valle (Giuliano Esperanti) nella biblioteca di Nosferatu

Del film “Hanno cambiato faccia” (1971), scritto e diretto da Corrado Farina, e dei suoi libri “veri” ho già parlato: mi piace presentare anche lo pseudobiblion, il “libro falso” in esso presente.

Un libro trovato per caso

Già ho raccontato del perché Alberto Valle (Giuliano Esperanti) si trovi nella villa dell’ingegnere Giovanni Nosferatu (uno strepitoso Adolfo Celi): può la casa di un uomo così potente e misterioso non ospitare una ricca biblioteca piena di misteri?

Libro vero, edizione falsa

Mentre spulcia i corposi volumi della “Storia dei papi” di Ludwig von Pastor Alberto fa cadere per errore un libro, che raccolto risulta essere il “Manuale exorcistarum” del padre Candido Brognolo da Bergamo.

Il Manuale esiste eccome, lo si può consultare liberamente grazie a Google, così come esiste l’autore:

BRUGNOLI (Brognolo, Brognoli, Brognolus), Candido. – Nacque a Sarnico, nel Bergamasco, il 13 genn. 1607. Nel 1625 entrò nell’Ordine dei frati minori francescani e vi prese il nome di fra’ Candido da Samico. Laureatosi in filosofia e teologia, ne altemò l’insegnamento con la predicazione e con varie cariche (guardiano, definitore) in diversi conventi. Nel 1647 è a Roma. L’anno successivo è a Padova, dove incomincia a scrivere una delle sue opere più note, il Manuale exorcistarum, portato a termine a Bergamo nel 1650 e ivi pubblicato nel 1651. Munito dell’approvazione del consultore del S. Uffizio di Bergamo, del generale dell’Ordine e dei riformatori dello Studio di Padova, il Manuale ebbe larghissima diffusione in tre edizioni, fino alla proibizione della Congregazione dell’Indice del 2 sett. 1727.
(dal Dizionario Biografico Treccani degli Italiani, 1972)

Perché quindi parlare di questo Manuale in una rubrica dedicata ai libri falsi? Be’, perché l’edizione presentata nel film è ovviamente posticcia… e nell’originale qualsiasi riferimento alla casata dei Nosferatu!

Uno stemma un po’ semplice, per una casata così antica…

Infine, se avete 4.000 dollari da buttar via, comprate il Manuale da una libreria antiquaria di Roma…

Una settimana con Ivano

Per cinque giorni, in cinque rubriche, cinque aspetti diversi di questo film del 1971 che mi ha consigliato Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno:

  • Lunedì: “IPMP” con locandine e ritagli di giornali dell’epoca
  • Martedì: “Books in Movies” con citazioni librarie dal film
  • Mercoledì: “CitaScacchi” con una citazione scacchistica dal film
  • Giovedì: “Pseudobiblia” con il libro falso presentato nella pellicola
  • Venerdì: “Il Zinnefilo” con le grazie al vento di una delle protagoniste

L.

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Pubblicato da su luglio 27, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Books in Movies] Fantozzi (1975)

Omaggio al ragioniere, “testimonial” del Giallo Mondadori

Per una di quelle coincidenze che ti lasciano un senso di inquietudine, ho scoperto questa citazione libraria a poche ore dalla scoperta della scomparsa di Paolo Villaggio, scoperta che a sua volta è arrivata dieci minuti dopo aver inserito nel mio blog “Il Zinefilo” un post comprendente il suo film “Sogni mostruosamente proibiti” (1982).
La scomparsa dell’attore ha portato molta gente a vedere i suoi film, in alcuni casi addirittura per la prima volta: magari Villaggio finalmente verrà visto, oltre che citato…

Il cinema italiano anni Settanta (e di sfuggita anche quello Ottanta) è una marchetta a cielo aperto, così se Tomas Milian era “ragazzo immagine” della casa editrice Garzanti (1974) e la poliziotta Edwige Fenech della Mondadori (1976), quest’ultima casa ha piazzato un suo libro anche in mano al ragioniere più famoso d’Italia, nel suo primo film: “Fantozzi” (marzo 1975).

Occhio, che non si corre con un libro in mano…

Durante il tragico weekend a Courmayeur, verso la fine del film, Fantozzi incontra la mitica contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, ben nota ai lettori dei divertentissimi romanzi di Villaggio. (Da ragazzino avevo le lacrime dal ridere ogni volta che rileggevo i suoi libri!)
Essendo figlia di una delle principali azioniste della Società, a Fantozzi era toccato il compito di «riportare d’urgenza alla stazione un libro giallo dal titolo “L’albicocco al curaro“»

Un vero e proprio “giallo in corsa”

Questa frase introduce il brevissimo sketch di Fantozzi che arriva tardi in stazione per consegnare detto libro giallo alla contessa, la quale mentre il treno acquista velocità pretende di sapere almeno il finale: al ragioniere non resta che leggere le pagine finali… in corsa!

«Mi dica almeno il nome dell’assassino.»
«L’assassino? Aspetti… è Dylan Chesterton junior.»

Tranquilli, non vi ho rivelato nulla, perché il libro citato è uno pseudobiblion, un “libro falso”.

Non è facile leggere di corsa

Come si può evincere dalla copertina mostrata brevemente, è il numero 205 (3 dicembre 1974) della collana “I Classici del Giallo Mondadori” (le cui uscite mensili trovate regolarmente schedate con dovizia di particolari nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.)
Si tratta del romanzo “È scomparso un caro ometto” (The First Time He Died, 1935, traduzione di Giuseppina Taddei) della ben nota Ethel Lina White, autrice più stimata che letta e che in Italia è in pratica conosciuta esclusivamente per il suo classico La signora scompare (1936), da cui l’omonimo film di Hitchcock: non a caso il citato romanzo dei Classici ha “scomparso” nel titolo, perché i titolatori italiani sono dei gran furbacchioni…

Un libro vero che diventa… “libro falso”

Ecco la quarta di copertina (dal sito Uraniamania):

«La maggior parte degli abitanti di Starminster si mostrò addolorata alla notizia della morte del signor Charles Baxter. Il defunto era molto popolare presso le donne, mentre gli uomini lo definivano un bravo ometto, definizione assai poco accurata, visto che la sua statura era molto al di sopra della media.
Di carattere mite e senza pretese, egli sparì dalla vita silenziosamente, come avrebbe potuto uscire da una festa, quando salutava con un cenno il padrone di casa e scivolava via, senza che nessuno si accorgesse della sua partenza. Un giorno si sparse casualmente la voce che il signor Charles era malato. La notizia che seguì scoppiò come una bomba nella sala dei biliardi del caffè del Grappolo. – Il povero Baxter è passato a miglior vita.»
Nel ’41, quando uscì, il «giallo» riscosse un grande successo anche per la vena umoristica che lo pervade. Ora, a distanza di parecchi anni, ve lo riproponiamo con molto piacere.

E Dylan Chesterton junior? Be’, se non ha il dono di esistere… ha il dono di essere virale! In rete troverete molti riferimenti a questo personaggio inesistente, compresa una “guerra civile” fra chi nella pronuncia sbiascicata di Villaggio ha voluto sentire Tesserton invece di Chesterton, quest’ultimo un chiaro omaggio al maestro del giallo.
E voi… da quale parte state?

L.

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[Pseudobiblia] El Diablo (1990)

La HBO è sempre stata regina del palinsesto televisivo, offrendo prodotti di alta qualità soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura. Così anche quando il 22 luglio 1990 trasmette un piccolo film western non si preoccupa solo di infarcirlo di bravi attori, ma anche di avere ottimi sceneggiatori.
Ecco così che El Diablo si ritrova a vantare crediti da capogiro alla sceneggiatura: il Maestro John Carpenter coadiuvato dai suoi fedeli Tommy Lee Wallace e Bill Phillips.

Prima di tutto, vi segnalo che oggi anche La Bara Volante parla di questo film!

Secondo di tutto, vi ricordo il mio speciale sugli Pseudobiblia Western.

Un film di nicchia trasmesso da una rete di nicchia…

La storia è all’apparenza semplice. Il perfido criminale El Diablo (Robert Beltran) rapisce la giovane Nettie (Sarah Trigger) e l’imbranato maestro di scuola Billy Ray Smith (Anthony Edwards) vuole andare a salvarla. Non può farlo da solo, che a malapena sa reggere in mano una pistola, così inizia un viaggio per l’altro West, quello pieno di miserie e vite distrutte, raccattando chiunque possa aiutarlo nell’impresa.
Alla sua improbabile posse si uniscono il vecchio nero Van Leek (il mitico Louis Gossett jr.) ed altri uomini di varia nazionalità ed estrazione, in un gruppo multiculturale e multirazziale di “salvatori” ben poco capaci.
Quando però c’è tanto cuore, la missione si risolve da sé.

Una posse davvero sconclusionata

Impossibile non avvertire sotto la pelle della storia il cuore di John Steinbeck, l’amato narratore dell’America rurale noto per rendere protagonisti gli ultimi della terra, i disperati e quelli senza più sogni: immagino che studiandosi ancora scuola, la sua eredità faccia parte del background culturale di ogni americano.
Al di là di questo però c’è qualcos’altro: il film indaga su un tema ben noto a chi segue questo blog, cioè la precessione del simulacro. La finzione precede sempre la realtà

La finzione letteraria precede sempre la realtà…

L’elemento che spinge il giovane ed impacciato Billy Ray è la speranza di trovare Kid Durango, l’eroe del West di cui legge le roboanti imprese nei libretti che compra: un simile pistolero e avventuriero saprà sicuramente aiutarlo nell’impresa di liberare la bella.
Dopo lungo viaggiare con la sua improbabile posse, Van Leek mantiene la promessa e porta il giovane al cospetto di Kid Durango… solo per scoprire che è un grigio scrittore di romanzi – interpretato dal bravo Joe Pantoliano – che l’unico West che ha conosciuto è il suo tavolo in una cantina.

Kid Durango, eroe… ma solo letterario

Esce fuori che le avventure di Kid Durango sono tutte basate rubando le imprese raccontate da Van Leek, abbellite e trasformate in narrativa d’intrattenimento: nessuno vuole sentire le storie di un nero che spara alle spalle, ma se le stesse storie sono vissute da un eroico bianco, che guarda i nemici negli occhi, ecco che diventano libri di successo.
Come già ho avuto modo di dire, la narrativa serve a raccontare storie vere “aggiustandole”, cioè rendendole false: solo al falso possiamo credere, così come Billy Ray è assolutamente convinto che le incredibili storie lette in un libro siano l’assoluta verità.

Non è facile spiegare che la finzione è pericolosa…

Quei pochi critici che hanno parlato di questo film hanno citato L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, che parla di come nel West comandi la leggenda, non la verità. Ed in effetti quello in cui concordano i due nuovi amici, il giovane Billy Ray e il rude Van Leek, è che il modo rozzo in cui si conclude la loro vicenda non va bene, e che quando lo racconteranno dovrà essere arricchito da elementi leggendari.
Quindi non solo la finzione (la leggenda) precede la realtà – visto che Billy Ray mette in pratica un’azione concreta partendo da una base di leggende che l’hanno affascinato – ma la segue, visto che la triste (sbagliata) realtà dovrà essere aggiustata prima di essere raccontata.
Insomma, cosa rimane della realtà se non vari gradi di narrativa più o meno aggiustata?

I nostri eroi al tavolo del romanziere

Merita di essere ricordato per intero il brano di un romanzo di Kid durango che Billy Ray legge ai suoi studenti all’inizio del film. La particolarità della scena è che mentre lui legge… il racconto diventa reale e dà l’avvio al film: è come se l’intera storia “vera” stesse nascendo dalle pagine “false” del romanzo.
Non stupisce quindi che appena uscita di scuola, la giovane Nettie si ritrovi davanti alla banda di criminali e sorrida: è convinta di essere ancora tra le pagina del romanzo di Durango. A cercare di infrangere l’indivisibile rapporto tra finzione e realtà ci prova Billy Ray, che le grida «Questa è realtà, Nettie: scappa!». Senza successo…

Ecco dunque l’incipit del romanzo “Il diavolo di polvere“, che in realtà corrisponde all’incipit del film stesso:

«Lo strato di rugiada che ricopriva la prateria sparì velocemente quando il sole apparve dietro le colline. La Luna rimase ancora un po’ lì, prima di rifugiarsi dietro l’orizzonte. Il giorno cominciava come altri migliaia di giorni in Arizona: questo finché non si vide una nuvola di polvere.

Apparve all’orizzonte, ombre di polvere si muovevano rapidamente a grande velocità, con uno scalpitio di zoccoli sul duro terreno. Man mano che il turbine si avvicinava si potevano scorgere debolmente le figure dei cavalli e dei cavalieri, con pistole su tutti e due i fianchi e bandoliere sul petto. Cavalcavano con tenacia, cavalcavano con uno scopo.

Quando furono in città tirarono le redini ai cavalli. La polvere attorno a loro si abbassò e si distinsero le facce. Facce scolpite dal forte sole messicano, facce segnate dalla violenza.

Quando gli abitanti della città videro i cavalieri istintivamente si ritirarono nell’oasi protettiva delle loro case. Molti commercianti entrarono in fretta nei loro negozi e chiusero la porta a chiave. Il buio era sceso, segni evidenti mostrarono che la città era pronta ad aspettarsi il peggio.
Fu molto chiaro perché fossero lì: avevano un appuntamento con la banca. E non per fare un versamento di dollari.»

Una citazione da Aliens (1986)?

Una curiosità. Si dice che da almeno dieci anni Carpenter avesse nel cassetto questa sceneggiatura, alla ricerca del modo per poterla trasformare in film, eppure ad un certo punto c’è una scena che sembra prendere in giro Aliens di James Cameron, uscito al cinema da soli quattro anni.
In quest’ultimo film l’androide Bishop giocava on un coltello passandoselo fra gli spazi vuoti delle dita a gran velocità: in El Diablo troviamo un tizio in una cantina che fa lo stesso… ma infilzandosi poi la mano! Chissà se è davvero una strizzata d’occhio o un elemento originale che precedeva il film di Cameron.

L.

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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Pseudobiblia

 

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