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[Pseudobiblia] Hanno cambiato faccia (1971)

Alberto Valle (Giuliano Esperanti) nella biblioteca di Nosferatu

Del film “Hanno cambiato faccia” (1971), scritto e diretto da Corrado Farina, e dei suoi libri “veri” ho già parlato: mi piace presentare anche lo pseudobiblion, il “libro falso” in esso presente.

Un libro trovato per caso

Già ho raccontato del perché Alberto Valle (Giuliano Esperanti) si trovi nella villa dell’ingegnere Giovanni Nosferatu (uno strepitoso Adolfo Celi): può la casa di un uomo così potente e misterioso non ospitare una ricca biblioteca piena di misteri?

Libro vero, edizione falsa

Mentre spulcia i corposi volumi della “Storia dei papi” di Ludwig von Pastor Alberto fa cadere per errore un libro, che raccolto risulta essere il “Manuale exorcistarum” del padre Candido Brognolo da Bergamo.

Il Manuale esiste eccome, lo si può consultare liberamente grazie a Google, così come esiste l’autore:

BRUGNOLI (Brognolo, Brognoli, Brognolus), Candido. – Nacque a Sarnico, nel Bergamasco, il 13 genn. 1607. Nel 1625 entrò nell’Ordine dei frati minori francescani e vi prese il nome di fra’ Candido da Samico. Laureatosi in filosofia e teologia, ne altemò l’insegnamento con la predicazione e con varie cariche (guardiano, definitore) in diversi conventi. Nel 1647 è a Roma. L’anno successivo è a Padova, dove incomincia a scrivere una delle sue opere più note, il Manuale exorcistarum, portato a termine a Bergamo nel 1650 e ivi pubblicato nel 1651. Munito dell’approvazione del consultore del S. Uffizio di Bergamo, del generale dell’Ordine e dei riformatori dello Studio di Padova, il Manuale ebbe larghissima diffusione in tre edizioni, fino alla proibizione della Congregazione dell’Indice del 2 sett. 1727.
(dal Dizionario Biografico Treccani degli Italiani, 1972)

Perché quindi parlare di questo Manuale in una rubrica dedicata ai libri falsi? Be’, perché l’edizione presentata nel film è ovviamente posticcia… e nell’originale qualsiasi riferimento alla casata dei Nosferatu!

Uno stemma un po’ semplice, per una casata così antica…

Infine, se avete 4.000 dollari da buttar via, comprate il Manuale da una libreria antiquaria di Roma…

Una settimana con Ivano

Per cinque giorni, in cinque rubriche, cinque aspetti diversi di questo film del 1971 che mi ha consigliato Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno:

  • Lunedì: “IPMP” con locandine e ritagli di giornali dell’epoca
  • Martedì: “Books in Movies” con citazioni librarie dal film
  • Mercoledì: “CitaScacchi” con una citazione scacchistica dal film
  • Giovedì: “Pseudobiblia” con il libro falso presentato nella pellicola
  • Venerdì: “Il Zinnefilo” con le grazie al vento di una delle protagoniste

L.

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Pubblicato da su luglio 27, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Books in Movies] Fantozzi (1975)

Omaggio al ragioniere, “testimonial” del Giallo Mondadori

Per una di quelle coincidenze che ti lasciano un senso di inquietudine, ho scoperto questa citazione libraria a poche ore dalla scoperta della scomparsa di Paolo Villaggio, scoperta che a sua volta è arrivata dieci minuti dopo aver inserito nel mio blog “Il Zinefilo” un post comprendente il suo film “Sogni mostruosamente proibiti” (1982).
La scomparsa dell’attore ha portato molta gente a vedere i suoi film, in alcuni casi addirittura per la prima volta: magari Villaggio finalmente verrà visto, oltre che citato…

Il cinema italiano anni Settanta (e di sfuggita anche quello Ottanta) è una marchetta a cielo aperto, così se Tomas Milian era “ragazzo immagine” della casa editrice Garzanti (1974) e la poliziotta Edwige Fenech della Mondadori (1976), quest’ultima casa ha piazzato un suo libro anche in mano al ragioniere più famoso d’Italia, nel suo primo film: “Fantozzi” (marzo 1975).

Occhio, che non si corre con un libro in mano…

Durante il tragico weekend a Courmayeur, verso la fine del film, Fantozzi incontra la mitica contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, ben nota ai lettori dei divertentissimi romanzi di Villaggio. (Da ragazzino avevo le lacrime dal ridere ogni volta che rileggevo i suoi libri!)
Essendo figlia di una delle principali azioniste della Società, a Fantozzi era toccato il compito di «riportare d’urgenza alla stazione un libro giallo dal titolo “L’albicocco al curaro“»

Un vero e proprio “giallo in corsa”

Questa frase introduce il brevissimo sketch di Fantozzi che arriva tardi in stazione per consegnare detto libro giallo alla contessa, la quale mentre il treno acquista velocità pretende di sapere almeno il finale: al ragioniere non resta che leggere le pagine finali… in corsa!

«Mi dica almeno il nome dell’assassino.»
«L’assassino? Aspetti… è Dylan Chesterton junior.»

Tranquilli, non vi ho rivelato nulla, perché il libro citato è uno pseudobiblion, un “libro falso”.

Non è facile leggere di corsa

Come si può evincere dalla copertina mostrata brevemente, è il numero 205 (3 dicembre 1974) della collana “I Classici del Giallo Mondadori” (le cui uscite mensili trovate regolarmente schedate con dovizia di particolari nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.)
Si tratta del romanzo “È scomparso un caro ometto” (The First Time He Died, 1935, traduzione di Giuseppina Taddei) della ben nota Ethel Lina White, autrice più stimata che letta e che in Italia è in pratica conosciuta esclusivamente per il suo classico La signora scompare (1936), da cui l’omonimo film di Hitchcock: non a caso il citato romanzo dei Classici ha “scomparso” nel titolo, perché i titolatori italiani sono dei gran furbacchioni…

Un libro vero che diventa… “libro falso”

Ecco la quarta di copertina (dal sito Uraniamania):

«La maggior parte degli abitanti di Starminster si mostrò addolorata alla notizia della morte del signor Charles Baxter. Il defunto era molto popolare presso le donne, mentre gli uomini lo definivano un bravo ometto, definizione assai poco accurata, visto che la sua statura era molto al di sopra della media.
Di carattere mite e senza pretese, egli sparì dalla vita silenziosamente, come avrebbe potuto uscire da una festa, quando salutava con un cenno il padrone di casa e scivolava via, senza che nessuno si accorgesse della sua partenza. Un giorno si sparse casualmente la voce che il signor Charles era malato. La notizia che seguì scoppiò come una bomba nella sala dei biliardi del caffè del Grappolo. – Il povero Baxter è passato a miglior vita.»
Nel ’41, quando uscì, il «giallo» riscosse un grande successo anche per la vena umoristica che lo pervade. Ora, a distanza di parecchi anni, ve lo riproponiamo con molto piacere.

E Dylan Chesterton junior? Be’, se non ha il dono di esistere… ha il dono di essere virale! In rete troverete molti riferimenti a questo personaggio inesistente, compresa una “guerra civile” fra chi nella pronuncia sbiascicata di Villaggio ha voluto sentire Tesserton invece di Chesterton, quest’ultimo un chiaro omaggio al maestro del giallo.
E voi… da quale parte state?

L.

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[Pseudobiblia] El Diablo (1990)

La HBO è sempre stata regina del palinsesto televisivo, offrendo prodotti di alta qualità soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura. Così anche quando il 22 luglio 1990 trasmette un piccolo film western non si preoccupa solo di infarcirlo di bravi attori, ma anche di avere ottimi sceneggiatori.
Ecco così che El Diablo si ritrova a vantare crediti da capogiro alla sceneggiatura: il Maestro John Carpenter coadiuvato dai suoi fedeli Tommy Lee Wallace e Bill Phillips.

Prima di tutto, vi segnalo che oggi anche La Bara Volante parla di questo film!

Secondo di tutto, vi ricordo il mio speciale sugli Pseudobiblia Western.

Un film di nicchia trasmesso da una rete di nicchia…

La storia è all’apparenza semplice. Il perfido criminale El Diablo (Robert Beltran) rapisce la giovane Nettie (Sarah Trigger) e l’imbranato maestro di scuola Billy Ray Smith (Anthony Edwards) vuole andare a salvarla. Non può farlo da solo, che a malapena sa reggere in mano una pistola, così inizia un viaggio per l’altro West, quello pieno di miserie e vite distrutte, raccattando chiunque possa aiutarlo nell’impresa.
Alla sua improbabile posse si uniscono il vecchio nero Van Leek (il mitico Louis Gossett jr.) ed altri uomini di varia nazionalità ed estrazione, in un gruppo multiculturale e multirazziale di “salvatori” ben poco capaci.
Quando però c’è tanto cuore, la missione si risolve da sé.

Una posse davvero sconclusionata

Impossibile non avvertire sotto la pelle della storia il cuore di John Steinbeck, l’amato narratore dell’America rurale noto per rendere protagonisti gli ultimi della terra, i disperati e quelli senza più sogni: immagino che studiandosi ancora scuola, la sua eredità faccia parte del background culturale di ogni americano.
Al di là di questo però c’è qualcos’altro: il film indaga su un tema ben noto a chi segue questo blog, cioè la precessione del simulacro. La finzione precede sempre la realtà

La finzione letteraria precede sempre la realtà…

L’elemento che spinge il giovane ed impacciato Billy Ray è la speranza di trovare Kid Durango, l’eroe del West di cui legge le roboanti imprese nei libretti che compra: un simile pistolero e avventuriero saprà sicuramente aiutarlo nell’impresa di liberare la bella.
Dopo lungo viaggiare con la sua improbabile posse, Van Leek mantiene la promessa e porta il giovane al cospetto di Kid Durango… solo per scoprire che è un grigio scrittore di romanzi – interpretato dal bravo Joe Pantoliano – che l’unico West che ha conosciuto è il suo tavolo in una cantina.

Kid Durango, eroe… ma solo letterario

Esce fuori che le avventure di Kid Durango sono tutte basate rubando le imprese raccontate da Van Leek, abbellite e trasformate in narrativa d’intrattenimento: nessuno vuole sentire le storie di un nero che spara alle spalle, ma se le stesse storie sono vissute da un eroico bianco, che guarda i nemici negli occhi, ecco che diventano libri di successo.
Come già ho avuto modo di dire, la narrativa serve a raccontare storie vere “aggiustandole”, cioè rendendole false: solo al falso possiamo credere, così come Billy Ray è assolutamente convinto che le incredibili storie lette in un libro siano l’assoluta verità.

Non è facile spiegare che la finzione è pericolosa…

Quei pochi critici che hanno parlato di questo film hanno citato L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, che parla di come nel West comandi la leggenda, non la verità. Ed in effetti quello in cui concordano i due nuovi amici, il giovane Billy Ray e il rude Van Leek, è che il modo rozzo in cui si conclude la loro vicenda non va bene, e che quando lo racconteranno dovrà essere arricchito da elementi leggendari.
Quindi non solo la finzione (la leggenda) precede la realtà – visto che Billy Ray mette in pratica un’azione concreta partendo da una base di leggende che l’hanno affascinato – ma la segue, visto che la triste (sbagliata) realtà dovrà essere aggiustata prima di essere raccontata.
Insomma, cosa rimane della realtà se non vari gradi di narrativa più o meno aggiustata?

I nostri eroi al tavolo del romanziere

Merita di essere ricordato per intero il brano di un romanzo di Kid durango che Billy Ray legge ai suoi studenti all’inizio del film. La particolarità della scena è che mentre lui legge… il racconto diventa reale e dà l’avvio al film: è come se l’intera storia “vera” stesse nascendo dalle pagine “false” del romanzo.
Non stupisce quindi che appena uscita di scuola, la giovane Nettie si ritrovi davanti alla banda di criminali e sorrida: è convinta di essere ancora tra le pagina del romanzo di Durango. A cercare di infrangere l’indivisibile rapporto tra finzione e realtà ci prova Billy Ray, che le grida «Questa è realtà, Nettie: scappa!». Senza successo…

Ecco dunque l’incipit del romanzo “Il diavolo di polvere“, che in realtà corrisponde all’incipit del film stesso:

«Lo strato di rugiada che ricopriva la prateria sparì velocemente quando il sole apparve dietro le colline. La Luna rimase ancora un po’ lì, prima di rifugiarsi dietro l’orizzonte. Il giorno cominciava come altri migliaia di giorni in Arizona: questo finché non si vide una nuvola di polvere.

Apparve all’orizzonte, ombre di polvere si muovevano rapidamente a grande velocità, con uno scalpitio di zoccoli sul duro terreno. Man mano che il turbine si avvicinava si potevano scorgere debolmente le figure dei cavalli e dei cavalieri, con pistole su tutti e due i fianchi e bandoliere sul petto. Cavalcavano con tenacia, cavalcavano con uno scopo.

Quando furono in città tirarono le redini ai cavalli. La polvere attorno a loro si abbassò e si distinsero le facce. Facce scolpite dal forte sole messicano, facce segnate dalla violenza.

Quando gli abitanti della città videro i cavalieri istintivamente si ritirarono nell’oasi protettiva delle loro case. Molti commercianti entrarono in fretta nei loro negozi e chiusero la porta a chiave. Il buio era sceso, segni evidenti mostrarono che la città era pronta ad aspettarsi il peggio.
Fu molto chiaro perché fossero lì: avevano un appuntamento con la banca. E non per fare un versamento di dollari.»

Una citazione da Aliens (1986)?

Una curiosità. Si dice che da almeno dieci anni Carpenter avesse nel cassetto questa sceneggiatura, alla ricerca del modo per poterla trasformare in film, eppure ad un certo punto c’è una scena che sembra prendere in giro Aliens di James Cameron, uscito al cinema da soli quattro anni.
In quest’ultimo film l’androide Bishop giocava on un coltello passandoselo fra gli spazi vuoti delle dita a gran velocità: in El Diablo troviamo un tizio in una cantina che fa lo stesso… ma infilzandosi poi la mano! Chissà se è davvero una strizzata d’occhio o un elemento originale che precedeva il film di Cameron.

L.

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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Archeo Edicola] Totò nella luna (1958)

Gli anni Cinquanta in Italia sono un periodo che definire “esplosivo” è riduttivo: il “miracolo economico” è in piena ascesa e tutti i settori fioriscono, anche quelli meno noti. Anche quelli oggi dimenticati. Per esempio l’editoria da edicola…

Urania in edicola all’uscita del film

Nel 1952 Giorgio Monicelli ha fondato “Urania” per Mondadori e ha portato nel dizionario italiano la parola “fantascienza”, e che l’iniziativa abbia successo è chiaro dal fatto che l’anno successivo la Landini presenta la similare rivista “Galassia Landini“.
Nel 1954 la Garzanti inaugura la collana “Fantascienza“; nel 1955 la G.T. Edizioni fonda “I Mondi Impossibili” e Gioggi fonda “Mondi Astrali“; nel 1956 Galassia fonda “Galassia Udine“; nel 1957 La Sorgente fonda “La Sorgente” e nel 1957 la Ponzoni fonda “Cosmo“.

Insomma, le edicole sciabordano di avventure fantascientifiche – firmate da maestri del genere ma anche da tanti italiani “sotto copertura” – quando il 28 novembre 1958 esce al cinema “Totò nella luna” di Steno (Stefano Vanzina), distribuito da Mario Cecchi Gori.

Su soggetto di Steno e Lucio Fulci, e sceneggiatura di Steno, Sandro Continenza ed Ettore Scola – insomma, non certo gli ultimi che passano! – il film racconta del cavalier Pasquale Belafronte (Totò), un editore di pubblicazioni da edicola non proprio di alto livello, che scopre d’un tratto che il suo fattorino tonto Achille Paoloni (Ugo Tognazzi) è stato “scoperto” dagli americani: il suo romanzo di fantascienza “Il razzo nello spazio” è stato opzionato per centomila dollari, quindi deve fare di tutto per tenersi stretto l’autore, anche se non lo stima come persona.

Un sicuro bestseller!

In realtà non esiste alcun editore americano, è tutto un equivoco: Achille è finito in mezzo ad una guerra fra umani ed extraterrestri, e si ritroverà impegnato non solo nei viaggi spaziali ma anche nei “carotoni”, i cloni resi famosi dal film “L’invasione degli ultracorpi” (1956).
Quello che qui interessa è la parte “editoriale”.

Pronti per la foto di copertina che lancerà la stellina di turno
da sinistra: Anna Maria Di Giulio, Totò e Giacomo Furia

L’immagine che esce fuori dell’editoria da edicola non è certo lusinghiera. Totò è fondatore ed editore – nonché unico curatore – della rivista “Soubrette“, «settimanale di varietà» il cui pezzo forte è la copertina: una donna discintamente vestita fotografata dall’editore stesso. Basta dare un’occhiata al viaggio che sto compiendo da anni nell’Italian Pulp per scoprire che non è certo un’invenzione del film: prima di essere disegnate, le donnine svestite in copertina erano fotografate, indipendentemente dal genere a cui apparteneva la rivista.

Un settimanale figlio dei suoi tempi

“Soubrette” costa 30 lire il che ne denota la scarsità di contenuto, visto che nello stesso 1958 un romanzo giallo di una piccola casa ne costava 150. Però una donnina in copertina vende sempre, e l’editore inoltre “arrotonda” non disdegnando spupazzarsi le modelle in cerca di notorietà.

Anche Sandra Milo vuole finire in copertina!

A tutto pensa il cavalier Belafronte fuorché alla “fantaschifenza”, tanto da non mancare mai di prendere in giro il suo fattorino:

«In questo giornale non devi fantascienzare!»

Un esempio di “fantaschifenza”

In effetti il nostro Achille non è proprio un lavoratore attento, visto che passa tutto il suo tempo a leggere fumetti di fantascienza dalla testata “Anno 2000“, che immagino inventata per il film.

Non è molto sicuro leggere fantascienza mentre si guida…

Grazie all’equivoco di cui parlavo, il cavaliere si sbriga a pubblicare il romanzo “Il razzo nello spazio” così che gli americani dovranno pagarli a lui i diritti di pubblicazione nel loro Paese, invece che ad Achille. Per tenersi buono il fattorino e per fare il colpaccio, Belafronte non ha alcun problema a dare in sposa la figlia (Sylva Koscina) ad Achille.

Sylva Koscina data in sposa per meri diritti editoriali!

Al di là della trama, si avverte la satira nei confronti di un genere narrativo che sta inesorabilmente conquistando lettori e spettatori, come anni dopo testimonierà il sorprendente “I marziani hanno 12 mani” (1964) di Castellano e Pipolo, commedia che anticiperà alcuni temi resi celebri da Star Trek. (Come mi ha fatto notare Michele Tetro.)

Copyright per l’America, la Norvegia e La Spezia… o è la Svezia?

Quando un genere narrativo arriva nei “giornaletti da edicola” vuol dire che è entrato in profondità nell’immaginario collettivo, ed è piacevole pensare a quell’Italia in cui si leggeva così tanto da avere le edicole sciabordanti di libri economici di autori vari, dal maestro del genere allo scrittorino sotto pseudonimo.

Possibile che nessuno abbia mai pensato a scriverlo sul serio, Il razzo nello spazio?

L.

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Pubblicato da su giugno 28, 2017 in Archeo Edicola, Pseudobiblia

 

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“L’agnello è stanco” di Mauro Smocovich

Se fate attenzione alla vignetta che riporto qui in alto, tratta dal numero speciale di “Cornelio. Delitti d’autore” (ottobre 2010), noterete che viene citato il testo “Trattato sulla comunicazione” di un certo Lucius Etruscus… che ovviamente sono io!

A sorpresa lo sceneggiatore Mauro Smocovich inserì quell’inside joke e mi fece un bel regalo di compleanno (l’albo uscì proprio intorno al 13 ottobre) quindi possiamo dire che è stato un gioco letterario: ha citato un testo che non esiste di un autore che non esiste. Però io esisto… e anche il testo che viene riportato nelle vignette!

Smocovich mi aveva appena accolto in ThrillerMagazine quando scoprii la rubrica “False Scritture”, nella quale Mauro si divertiva a recensire libri inesistenti. Visto che il gioco borgesiano mi affascinò subito, il 12 aprile 2010 pubblicai la mia vera recensione di un falso libro. Non solo uno pseudobiblion, un “libro falso”, ma anche uno pseudoepigraphon, cioè un libro falsamente attribuito. Attribuito a Smocovich, ovviamente…

A distanza di anni ripropongo quella recensione, che mi valse ben quattro vignette del bellissimo “Chiamatemi Cornelio” – la cui copertina anni dopo è servita da ispirazione a Tex Willer: vedere per credere!
Tengo a precisare che tutto quanto cito è vero e tutti i nomi sono reali: solo il libro non è vero!

“L’agnello è stanco”
di Mauro Smocovich

Recensione apparsa su ThrillerMagazine
il 12 aprile 2010

Molti libri sono andati persi, nel corso dei secoli, molti altri sono stati distrutti; altri ancora sono stati creduti distrutti o dispersi: ma mai un autore ha così fermamente negato d’aver scritto un testo tanto da arrivare a scriverne un altro per dimostrare, prove alla mano, di non aver scritto il primo.
Come il lettore avrà già capito, ci riferiamo al recente caso letterario dei due libri di Mauro Smocovich, usciti a breve distanza l’uno dall’altro e protagonisti delle principali rubriche letterarie italiane.

Tutto inizia nel 2009, quando fra le novità della casa editrice Logres appare il titolo L’agnello è stanco, a firma dello scrittore Mauro Smocovich, direttore della prestigiosa testata Thriller Magazine ed apprezzato sceneggiatore delle avventure a fumetti di Cornelio (per citare solo alcune delle sue attività). L’accoglienza dei critici è tiepida e la distrazione dei lettori fa sì che il libro non rimanga a lungo sugli scaffali delle librerie – almeno di quelle che l’hanno esposto -: l’essere poi uscito nel periodo pasquale, fa credere a tutti che si tratti della solita operazione editoriale modaiola.

L’evento mediatico nasce quando Smocovich rilascia un’intervista in cui afferma accoratamente di non aver scritto L’agnello è stanco, titolo di cui è venuto a conoscenza solo dopo l’uscita in libreria: sicuramente il nome in copertina è uno pseudonimo, o un omonimo. Nessuno gli crede, tutti pensano che sia una pubblicità “al contrario”: ma perché negare la paternità del libro? L’interesse cresce e critici e giornalisti cercano di far scucire a Smocovich la verità: lo ammetta, una buona volta, che L’agnello è stanco è una sua creatura! Non c’è mica nulla di cui vergognarsi!

Nel 2010 l’autore è disperato, e dà alle stampe un libro dal titolo esplicativo: L’agnello non è stanco. Io sì. Dalle pagine di questo breve pamphlet l’autore disconosce con forza qualsiasi partecipazione al libro che gli viene attribuito: «Se io sono l’autore – afferma Smocovich – dov’è il compenso? Dove sono i diritti d’autore?» Prove solide, certo, ma che non convincono i lettori, i quali prendono d’assalto librerie e mercatini cercando le poche copie edite de L’agnello è stanco; paradossalmente, anche il pamphlet successivo è esaurito in breve tempo, in quanto pochi resistono alla tentazione di collezionare il dittico tanto discusso.

Solo i posteri – e il suo commercialista – sapranno la verità sull’affaire Smocovich. Ma di cosa parla questo libro di autore incerto?

L’agnello è stanco è uno squisito saggio di semantica e di linguistica, e già nell’introduzione  l’autore (chiunque egli sia) spiega la scelta del titolo.

«Negli anni Sessanta alcuni scienziati sovietici cercarono di programmare un ingombrante computer perché traducesse istantaneamente in russo quanto veniva digitato sulla sua tastiera in altre lingue europee. Il motivo era fumoso: ricerca scientifica? Sì, ma anche forte sfiducia nelle capacità umane di tradurre: come si può essere sicuri che un traduttore adempia alla sua mansione spogliandosi delle proprie opinioni politiche? […] Una volta studiato un software che sembrava eccellente, fecero la prova di traduzione istantanea usando un brano molto semplice dalla Bibbia: “Lo spirito è forte, ma la carne è debole” (Matteo, 26,41). Lo digitarono sulla tastiera, e in maniera rapida e precisa il computer produsse in cirillico: “La vodka è forte, ma l’agnello è stanco”».

Secondo Smocovich, questo è un aneddoto chiave per la linguistica: «non sono le parole a creare le frasi – dirà in un altro punto – ma è la mente di chi le ascolta a crearle e a comprenderle, ogni mente in modo diverso.»

Non è facile il compito che si prefigge l’autore de L’agnello è stanco, in quanto vuole dimostrare in modo incontrovertibile che è impossibile stabilire la reale percezione delle parole, il loro valore oggettivo, e che quindi la traduzione ma anche il linguaggio stesso è una mera approssimazione, brancolante nel buio della cognizione.
Paga subito il suo tributo a Wittgenstein e Kripke, riporta il loro pensiero in merito ma vuole andare decisamente oltre: lo mette in pratica. Apre quindi il capitolo “Verità” citando il celebre poeta russo Fëdor Tjutčev:

«Pensiero espresso è già menzogna».

«Da qui – spiega l’autore – si evince che qualsiasi pensiero io esprima in questo capitolo, riguardo la verità, è solo menzogna. Lo esporrò quindi nell’unico modo possibile per renderlo vero.» Segue una serie di pagine… totalmente bianche!

Il messaggio di Smocovich è forte: è inutile discutere sul linguaggio, perché ognuno ne ha una percezione diversa, e quindi è inutile anche scriverci sopra un libro. L’esistenza di detto libro potrà sembrare un paradosso, è vero, ma la relativa smentita di paternità da parte dell’autore prova – a parere di chi scrive – esattamente quanto il libro afferma: l’impossibilità di parlare di linguaggio.

L’agnello non è stanco. Io sì” è un’operazione che rafforza il messaggio e sottolinea quanto il precedente libro affermava. «Io di linguaggio ci campo – è l’accorata esclamazione dell’autore – perché dovrei affermare che è inutile parlarne? In fondo usa il linguaggio per denigrare il linguaggio: il messaggio di “quel” libro si annulla da solo!» Come si può vedere, Smocovich è abile nel depistaggio: apparentemente nega valore al libro, ma in pratica ne sottolinea il contenuto, visto che l’autoannullamento del linguaggio era argomento del libro stesso.

«Il linguaggio può esistere senza l’uomo?» è il provocatorio quesito che chiude “L’agnello è stanco”. «Se questo libro venisse edito e nessuno lo leggesse, esisterebbe lo stesso?» Può sembrare una facezia, eppure l’interesse suscitato sulla reale identità dell’autore ha dimostrato che l’interesse dei lettori non era orientato al contenuto del libro. Si potrebbe definirla una versione “linguistica” del dito e la Luna: Smocovich ha detto «Guardate la Luna!» e i lettori, invece di guardare, hanno risposto «Chi ha parlato?»

L’agnello è stanco di Mauro Smocovich (Logres Editore, 2009) pag. 236 – euro 19,90 – ISBN 88 7983 997 6

Mauro Smocovich è scrittore e sceneggiatore, nonché curatore del DizioNoir (2006) e DizioNoir – Fumetto (2008). È direttore della rivista telematica ThrillerMagazine e tuttora nega di avere avuto mai a che fare con la stesura de “L’agnello è stanco”.

L.

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Pubblicato da su giugno 26, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Il Santo romanziere (1968)

Bisogna essere un santo per riuscire a gestire un romanziere misterioso, anzi… un Santo con la maiuscola!

Simon Templar detto il Santo, interpretato dal compianto Roger Moore

Il grande gioco dei “libri falsi” è stato adottato anche dal più inaspettato dei personaggi: il britannicissimo Simon Templar detto il Santo, l’eroe letterario nato dalla penna di Leslie Charteris e reso famoso in televisione grazie all’eleganza e alla simpatia del compianto Roger Moore.

Grazie alla trasmissione da parte di una piccola rete locale – la sempre prolifica 7 Gold – ho conosciuto il film “L’organizzazione ringrazia. Firmato, Il Santo“, complicato titolo italiano per il decisamente più frizzante The Fiction-Makers, che nasconde un gioco di parole multiplo, come vedremo.
Arriva in Italia un po’ di nascosto il 23 marzo 1974 e conosce un lancio decisamente migliore il 3 agosto successivo. Esce in VHS per AVO Film e Polygram, mentre in DVD è disponibile per Pulp Video.

Siamo agli sgoccioli della fortunata serie televisiva dedicata al personaggio, e così questo The Fiction Makers è un doppio episodio (6×11 e 6×12) andato in onda l’8 e il 15 dicembre 1968 e poi distribuito a livello internazionale come film a sé stante. La serie TV finirà due mesi dopo e si interromperanno i film del Santo al cinema: servirà una pausa di almeno dieci anni perché il personaggio torni in auge.
Va fatto notare che Charteris aveva in pratica smesso di scrivere i suoi romanzi del Santo nel 1963: Vendetta for The Saint (1964) è il primo libro firmato con un altro autore (il più che prolifico Harry Harrison). Sembra sia arrivato il momento di una pausa per Simon Templar… o più semplicemente per un ghostwriter!

Risulta curioso come dopo quarant’anni di storie – il primo romanzo del Santo è datato 1928! – Charteris diventi d’un tratto prolifico, proprio quando il successo televisivo lo richiede: sicuri che non ci sia un qualche “scrittore fantasma” nascosto da qualche parte?
In fondo, quest’ipotesi ce la racconta lo stesso Charteris!

Il film infatti – o, se vogliamo, il doppio episodio – si apre con Simon Templar che ad una première cinematografica viene avvicinato da un amico editore: Finlay-Hugoson (Peter Ashmore) il grande “scopritore” del romanziere più amato del momento, Amos Klein.
Questo autore ha firmato una lunga sequenza di bestseller ma in realtà ciò che fa impazzire stampa e lettori è il fatto che egli si sia sempre negato agli “onori” della cronaca: nessuno l’ha neanche mai visto, quindi carpire qualsiasi informazione sul misterioso Amos Klein sarebbe uno scoop da prima pagina.
L’editore dunque chiede un grande favore a Simon Templar: dovrà proteggere l’identità, ma anche l’incolumità, del suo romanziere.

Come il Santo scopre con grande delizia, il rude autore di tanti romanzi gialli, violenti e pieni di sangue, è in realtà una frizzante ragazza, interpretata da Sylvia Syms, attrice televisiva dal curriculum sterminato e che curiosamente è apparsa spesso nella serie TV del Santo… in vari ruoli diversi!
La bionda fanciulla dobbiamo chiamarla per forza Amos Klein perché non darà mai altro nome nella storia, ma tanto non ce ne sarebbe il tempo: lei e Simon vengono rapiti e inizia l’incubo.

La misteriosa romanziera Amos Klein (Sylvia Syms) e il Santo (Roger Moore)

Il Santo e la scrittrice si ritrovano nelle mani di Warlock (Kenneth J. Warren), cattivone pazzerello molto sopra le righe che dichiaratamente ha forgiato il proprio carattere e la propria vita sul cattivo omonimo dei romanzi di Amos Klein, signore dell’organizzazione S.W.O.R.D. (Organizzazione Segreta Mondiale per la Rapina e la Distruzione, versione italiana dell’originale Secret World Organization for Retribution & Destruction).
Gli altri uomini dell’organizzazione sono Bishop (Nicholas Smith), Frug (Philip Locke), Rip Savage (Frank Maher), Nero Jones (Roy Hanlon), Simeon Monk (Tom Clegg) e, per finire, la quota rosa: Galaxy Rose (Justine Lord). Sono tutti personaggi dei romanzi di Amos Klein che Warlock ha “creato” davvero.

Mi piace far notare che se Warlock ha dato vita alla S.W.O.R.D. letteraria di Amos Klein, i Fiction Makers (“creatori di finzione”) non finiscono qui, perché nel 2001 Xavier LeNormand (pseudonimo dell’italianissimo Stefano Di Marino) sulle pagine della collana “Segretissimo” presenta il suo nuovo personaggio Vlad e lo fa misurare con una spietata organizzazione segreta: la S.W.O.R.D.

Le lusinghe di Warlock e gli altri cattivi letterari, trasformati in realtà

Subodorando il tranello, Simon si è presentato come Amos Klein e la bionda scrittrice che deve proteggere l’ha presentata come sua segretaria: Joyce Tesoro (Joyce Darling). Delizioso il gioco per cui la prima volta che i due si sono visti lui l’ha chiamata “tesoro” (darling) e poi, al momento di inventarle un nome fittizio, l’ha mantenuto: senza saperlo ho adottato la stessa tecnica nel 2010, quando nel primo racconto il mio Marlowe incontra la libraia Dolcezza…
Purtroppo quando Charteris in persona metterà mano al romanzo tratto da questa storia – di cui parlerò più avanti – rovina tutto cancellando Joyce Darling e facendo presentare la donna come Amity Little: come distruggere il fascino di una romanziera senza nome…

Credendolo il celebre scrittore, Warlock vuole da Simon Templar un piano perfetto per svaligiare un grande deposito aureo, e questa è la parte noiosa della storia.
Erano i mitici anni Sessanta, quando cioè l’esplosione della narrativa “nera” faceva tremare i benpensanti: e se poi dei veri criminali mettono in atto i piani che leggono nei romanzi?
In Italia era caldissima la questione di “Diabolik”, e iniziano allora le fantomatiche e farlocche notizie di ladri che hanno rapinato negozi usando un piano letto sulla testata della Astorina.
In America sono gli anni di Richard Stark, pseudonimo con il quale il prolifico Donald E. Westlake raccontava storie nerissime di crimini e rapine.
Insomma, in questo periodo nessuno sa ordire piani criminali come gli scrittori di genere…

Inventarsi una trama romanzesca per organizzare una vera rapina

Purtroppo la sensazione è che la trama di un episodio medio di Simon Templar sia stata stiracchiata fino a due, perché le infinite lungaggini, le scene inutili e peggio ancora ripetute mettono a dura prova lo spettatore: è un peccato, perché il soggetto è delizioso e vedere Roger Moore che se la tira da grande romanziere è divertentissimo.
Alla fine del film lo sbadiglio è il nostro unico amico e ci si congeda dalla pellicola con un forte sapore di occasione mancata.

Ma cosa sappiamo, alla fine, degli pseudobiblia di Amos Klein? Oltre al fatto di avere come protagonista Charles Lake e come nemico sempre la S.W.O.R.D. guidata dal perfido Warlock, sappiamo anche qualche titolo.

  • Vulcano 7 (Volcano Seven), da cui deriva il nome di Galaxy Rose assunto dalla donna di Warlock
  • Amante dell’odio
  • Sprazzo di sole 5 (Sunburst Five), da cui è stato tratto il film che Simon Templar sta vedendo all’inizio di questa storia
  • Terremoto 4 (Earthquake Four), in cui Charles Lake fugge da un castello mediante una mongolfiera, tenuta arrotolata nel suo ombrello e gonfiata grazie al gas contenuto nel suo accendino speciale (!)
  • Tormenta 5

I titoli italiani sono presi dal film in questione, mentre quelli originali che cito fra parentesi li ho presi dal romanzo Saint and the Fiction Makers (inedito in Italia), firmato sempre da Leslie Charteris ma in realtà si tratta della novelization del doppio episodio/film firmata da Fleming Lee basandosi sulla sceneggiatura di John Kruse.
Nell’edizione del 1988 Charteris racconta di essere stato talmente intrigato dal soggetto da averlo voluto estendere, nella sua forma romanzata, fino a diventare un romanzo del Santo a tutti gli effetti, sebbene non scritto da lui. Visto che già la trama risultava esageratamente allungata fino a diventare ripetitiva e noiosa, temo non sia stata una scelta felice…

Salutiamo dunque i “creatori di finzione”, cioè Leslie Charteris, un romanziere che ormai non scrive più, che ha dato mandato ad altri di inventare il romanziere Amos Klein – che in realtà neanche esiste, visto che è una donna senza nome a scrivere i suoi libri – che ha inventato il personaggio di Warlock che poi ha preso vita e ha ricreato altri personaggi…
Questo è il grande gioco degli pseudobiblia un circolo letterario vizioso da cui non se ne esce più.

L.

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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Libri falsi da citare (3)

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, molti autori hanno amato inventare opere letterarie o di saggistica per il semplice scopo di citarne dei brani a mo’ di epigrafe. Fra questi autori ce ne sono alcuni che hanno preferito optare per qualcosa di più “poetico”: hanno cioè scelto di inventare un poeta o una poesia che facesse da apri-pista per i propri romanzi e racconti.

«Si narra che antichi esseri immondi
percorrano tuttora questo mondo,
e le Porte si schiudan certe notti,
liberando i figli dell’inferno
»

Così nel novembre 1931 la rivista Weird Tales vede la nascita dei primi versi inventati dell’altrettanto inventato autore Justin Geoffrey. Li si ritrova in epigrafe al racconto “La Pietra Nera” (The Black Stone), firmato da quel Robert E. Howard che in seguito divenne celebre per i suoi cicli di heroic fantasy, come per esempio quello di Conan il Barbaro.

Quella che abbiamo presentato è «una bizzarra e fantastica lirica» scritta dal poeta pazzo Justin Geoffrey e tratta da “Il popolo del monolito” (People of the Monolith). «Mi informai – ci racconta l’io narrante, – e appresi che Geoffrey l’aveva effettivamente scritta durante un viaggio in Ungheria. Non ebbi più dubbi: il monolito cui si riferiva nei suoi strani versi era proprio la Pietra Nera. Rileggendone le strofe, avvertii di nuovo il turbamento inspiegabile che avevo provato apprendendo per la prima volta dell’esistenza della Pietra.»

Vincent D’Onofrio
nei panni di Robert E. Howard

Raccogliendo informazioni attraverso gli “Unaussprechlichen Kulten” di Friedrich Wilhelm Von Juntz (pseudobiblion e pseudoautore che Howard inventa per l’occasione, che ripeterà altrove – lui ed altri – e di cui abbiamo parlato in un precedente numero di questa rubrica), il protagonista si reca a Stregoicavar (che pare significare più o meno “Città delle streghe”) alla ricerca di questa pietra e incontra testimoni di un precedente viaggiatore con le stesse sue intenzioni.

«Dieci anni fa è venuto un americano e si è fermato per qualche giorno – racconta un oste. – Era un giovane che si comportava in modo strano: parlava sempre tra sé. Un poeta, credo.»

Già altrove Howard aveva usato frasi pepate nei confronti dei poeti, e qui sembra affondare il pugnale fino in fondo. Quando l’oste sa che l’americano che aveva incontrato era il poeta Geoffrey, risponde: «Allora, siccome tutti i poeti parlano e agiscono in modo strano, deve aver raggiunto una fama molto grande, dato che le sue azioni e i suoi discorsi erano davvero stranissimi.»

Sappiamo, in realtà, che Geoffrey «come accade spesso agli artisti» raggiunge la notorietà dopo la morte, avvenuta cinque anni prima degli eventi raccontati, quando ormai era «pazzo furioso» per aver guardato troppo a lungo la Pietra Nera.

Lasciamo il protagonista ad affrontare da solo gli strani eventi che circondano questa Pietra Nera e andiamo al racconto “La cosa sopra il tetto” (The Thing on the Roof, febbraio 1932), che si apre con questi versi in epigrafe:

«Affollano la notte
con il loro passo di elefante;
io tremo per il terrore
rannicchiandomi dentro il mio letto.
Ali colossali si sollevano
sopra i comignoli dei tetti,
che vacillano, al posarsi
degli zoccoli mastodontici

Sono versi tratti da “Giunti da un’Antica Terra” (Out of the Old Land), sempre del nostro Justin Geoffrey. Se non bastasse la traduzione di Gianni Pilo, abbiamo anche quella di Christian Carlone (tratta da “Ombre dal tempo”]:

«Nella notte si muovono pesanti
Con i loro passi da elefanti;
Di terrore tremo tutto
Ritirato nel mio letto.
Colossali ali alzate
Sulle cupole elevate
Calpestate tutte tremanti
Dai loro zoccoli da mastodonti

Al contrario di Von Juntz, il povero poeta pazzo Geoffrey non viene citato da Howard se non in questi due racconti. Il suo libro, come si è visto, non solo viene inventato per citarne versi in epigrafe, ma viene usato anche come pseudobiblion all’interno della storia di un racconto: questo espediente è stato usato, fra gli altri, anche da Octavia Butler per il suo “La parabola del seminatore” (Parable of the Sower, 1993, “Solaria” n. 4). In questo romanzo i capitoli sono scanditi da citazioni estratte da “Il seme della terra: I libri dei vivi”, testo filosofico-religioso di Lauren Oya Olamina proveniente dal XXI secolo futuro.

Eccone uno dei primi estratti:

«Tu cambi tutto ciò che tocchi.
Tutto ciò che cambi ti cambia.
L’unica verità duratura è il cambiamento.
Dio è cambiamento

Il cambiamento è molto importante per l’autrice: lo si ritrova citato spesso, come per esempio

«L’intelligenza è adattabilità costante e individuale».

La spiegazione per la prima parte del titolo, “Il seme della terra”, è semplice:

«L’universo è il seme di Dio.
Solo noi siamo il Seme della terra.
E il destino del Seme della terra
è di mettere radici tra le stelle

La seconda parte, “I libri dei vivi”, la spiega direttamente Olamina, nel romanzo:

«Esistono il libro tibetano ed egiziano dei morti – papà ne ha delle copie – ma non ho mai sentito parlare di un libro dei vivi […]. Sto cercando di dire e scrivere la verità […]. Se altra gente là fuori sta già predicando la mia verità, mi unirò a loro, altrimenti farò qualche necessario adattamento, sfrutterò le occasioni che troverò o creerò, terrò duro, raccoglierò degli allievi e insegnerò».

Più volte abbiamo citato Clark Ashton Smith, in materia pseudobiblica, e visto che stiamo affrontando il tema delle poesie inventate a mo’ di epigrafe, non possiamo ignorare il poeta californiano.

La sua maggiore produzione di “false epigrafi” è raccolta nell’antologia di storie apparse su Weird Tales dal titolo “Zothique” (1970). Qui troviamo il “Canto degli arcieri di re Hoaraph” («L’uva ceda per noi la sua fiamma purpurea / E l’amore roseo la sua verginità: / Alla luce di lune nereggianti, in terre senza nome, / Abbiamo ucciso l’Incubo e tutta la sua schiatta.») come epigrafe al racconto “L’abate nero di Puthuum” (The Black Abbot of Puthuum, 1936); l’“Antica profezia di Zothique” («Anche il mondo, alla fine, verrà trasformato in un segno tondo») che apre “L’ultimo geroglifico” (The Last Hieroglyph, 1935).

Vengono poi presentati ben due passi dalla “Litania di Ludar in onore di Thasaidon”. Il primo è in epigrafe a “La morte di Ilalotha” (The Death of Ilalotha, 1937): «Nero Sovrano dell’orrore e della paura, signore della confusione! / Tu, come afferma il tuo profeta, / Dispensi nuovi poteri agli stregoni dopo la morte, / E nella corruzione le streghe traggono un respiro proibito, / E intessono incantesimi ed illusioni / Quali soltanto le lamie possono usare: / E per il tuo volere i cadaveri putrefatti perdono / Il loro orrore, e amori nefandi si accendono / In cripte malsane da molto tempo oscure; / E i vampiri ti dedicano i loro sacrifici… / Facendo sgorgare sangue come se grandi urne avessero versato / Il loro fulgido contenuto vermiglio / Sui sarcofagi dilavati e tumultuosi.».

Clark Ashton Smith

Il secondo apre invece “Il giardino di Adompha” (The Garden of Adompha, 1938):

«Signore delle afose, rosse aiuole
E dei frutteti soleggiati dalla fiamma implacata dell’inferno!
Nel tuo giardino fiorisce l’Albero che porta
Per frutto innumeri teste di demoni:
E come un serpente tortuoso, guizza la radice
Chiamata Baaras:
E là le forcute, pallide mandragore
Strappatesi dal suolo, si aggirano qua e là
Invocando il tuo nome:
Finché l’uomo dannato penserà che i demoni passino
Gridando con collerica frenesia e strana angoscia

È proprio con Smith, poeta prima che scrittore, che vogliamo chiudere lo speciale dedicato alle “false epigrafi”, e in particolare questo articolo dedicato ai versi poetici inventati appositamente per opere letterarie.

Nella primavera del 1944 Clark Ashton Smith iniziò una poesia che poi rimase incompiuta: eccone il brano che stuzzicò l’attenzione di Lin Carter tanto da usarlo come epigrafe (stavolta vera!) del saggio su Smith “Quando il mondo invecchia” (raccolto in Italia come presentazione della citata antologia “Zothique”).

«Io passo… ma in questa torre diroccata e solitaria, Eretta a sfidare i mari furibondi del cambiamento, Rimarranno i miei volumi ed i miei filtri…»

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 10 febbraio 2011.

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Pubblicato da su maggio 24, 2017 in Pseudobiblia

 

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