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[Pseudobiblia] Le verità sospese (2015)

Esce in questi giorni in affitto nelle videoteche italiane – da domani in DVD e Blu-ray in vendita per Sound Mirror – il non riuscitissimo film “Le verità sospese” (The Adderall Diaries, 2015), scritto e diretto dalla giovane Pamela Romanowsky ispirandosi al libro “Troppa vita” (The Adderall Diaries: A Memoir, 2010) di Stephen Elliott (Piemme 2012, traduzione di Annalisa Carena), che dovrebbe fondere verità e fiction.

Lo scrittore Stephen Elliott si ritrova trasformato in personaggio filmico interpretato dal sempre bravo James Franco. La storia si apre proprio con Elliott che firma copie del suo romanzo d’esordio, “A Part“, che l’ha lanciato nell’Olimpo dei giovani autori osannati da critica e pubblico.
La sua agente letteraria Jen Davis (Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City) gli organizza eventi su eventi dove il giovane autore può leggere brani del suo libro, dove racconta la travagliata infanzia sua e di suo fratello, due bambini cresciuti senza alcuna educazione dopo la morte del loro padre violento, che li ha fatti vittima di infiniti soprusi.
La situazione degenera quando in una di queste letture… si alza il padre di Elliott, per nulla morto, e denuncia il figlio di aver inventato tutto.

Il film è molto confuso e manca completamente l’obiettivo, presentando tanti aspetti sfuggenti di una trama non riuscita, tanti particolari buoni di un quadro finale non buono, ma è deliziosa la micro-storia dell’autore che ha fatto ciò per cui è nata la letteratura: “migliorare” le brutture della vita.
Quanti scrittori hanno avuto un brutto rapporto con il padre che poi hanno “migliorato” tramite un romanzo? In fondo è a questo che serve la narrativa, a migliorare la realtà: perché farne una colpa al giovane Elliott?

Film non riuscito ma pseudobiblion gustoso…

Ecco l’anteprima del “vero” romanzo in versione italiana.

L.

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Pubblicato da su aprile 11, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Io, libertino

74_ilibertineVale la pena ripeterlo: la realtà è solo uno degli attributi della letteratura. Un libro falso non è in nulla differente da uno vero, ma è dimostrato che esso tende sempre ad acquisire la maggior dose di realtà possibile. Fra le tante prove, è il caso di parlare di “I, Libertine”: un libro che fu finto… prima di divenire reale.

Prima una veloce digressione. Durante il Salone del Libro di Torino, svoltosi recentemente, è avvenuta un’operazione pseudobiblica non nuova ma che ha avuto comunque un certo risalto nei giornali.
Alcuni studenti di Ingegneria del Cinema del Politecnico di Torino, incontrando nomi illustri del panorama giornalistico-letterario italiano, chiedevano regolarmente cosa ne pensasse l’intervistato del successo de “L’implosione”, romanzo d’esordio di Manuele Madalon. Visto che sia il titolo di detto romanzo che il suo autore erano pura invenzione, ci si sarebbe aspettato che gli intervistati ammettessero di non aver mai sentito nessuno dei due: invece non è stato così. A quanto pare ogni intervistato ha affermato non solo di conoscere il fantomatico autore, ma di aver apprezzato il suo romanzo; alcuni addirittura si sono lanciati in lodi sperticate o consigli per sfruttare il successo letterario.

Quale dovrebbe essere la morale dell’accaduto? Che l’intellighenzia italiana ami vantare conoscenze che non ha? Che piuttosto di ammettere la propria ignoranza su un argomento si preferisce mentire? In realtà queste reazioni comuni – molto più comuni di quanto si preferisca ammettere – seguono l’istinto umano della tendenza all’aggregazione: lo testimonia “I, Libertine”, uno dei più illustri predecessori del piccolo scherzo al Salone di Torino.

Jean Shepherd

Jean Shepherd

Prima che Jean Shepherd divenisse famoso per il suo libro “Una storia di Natale” (da cui l’omonimo film del 1983), era un acclamato conduttore radiofonico specializzato in fasce notturne: negli anni Cinquanta il suo “popolo della notte” era composto dalle persone più disparate, di ogni età e di ogni ceto.
Un giorno Shepherd decise di tirare uno scherzo al “popolo del giorno” – cioè tutti quei barbosi lavoratori inquadrati che credevano di saperla tanto lunga – così invitò i propri ascoltatori ad un esperimento sociologico: nelle successive settimane avrebbero dovuto chiedere a librai e bibliotecai di poter ottenere un libro che non esisteva, parlandone anche in giro con lodi entusiaste.

Insieme con gli ascoltatori Shepherd si inventò un autore, Frederick R. Ewing, e un titolo, “I, Libertine”, e nei giorni successivi mandò in onda le testimonianze di persone che avevano preso parte al suo scherzo: all’inizio veniva loro risposto che non si conosceva quel libro, ma a forza di insistere – di fronte cioè alla sicurezza delle persone nel chiederlo – cominciarono a fiorire persone che dicevano di conoscerlo e librai che promettevano di ordinarlo alle case editrici.

Edizione britannica con illustrazione Max Hetti

Edizione britannica
con illustrazione Max Hetti

Passarono i giorni e il fenomeno sfuggì di mano: il semplice scherzo di un conduttore divenne fenomeno di costume. Case editrici di tutti gli Stati Uniti furono tartassate di richieste: possibile che non avessero neanche una copia di “I, Libertine”? E cosa aspettavano a ristamparlo? Quelli che all’inizio furono solo gli ascoltatori di Shepherd “contagiarono” altre persone, le quali – ignare dello scherzo – erano convinte che il libro esistesse davvero e volevano leggerlo, incuriosite da tutto il clamore.

Quando lo scherzo acquisì proporzioni internazionali – sono tanti, nel mondo, i paesi anglofoni – uno degli ascoltatori di Shepherd si rivelò essere un giornalista del “Wall Street Journal”: propose al conduttore di mettere fine al terremoto mediatico con un’intervista-confessione. La proposta venne accettata con gioia e così venne rivelato al mondo intero che “I, Libertine” era un libro che non era mai esistito. Mai!

Come si diceva all’inizio, la differenza tra un libro vero e uno falso è del tutto ininfluente. “I, Libertine” non esiste? Be’… scrivetelo, allora! Questa fu la reazione del pubblico. La richiesta del libro, invece di scemare, addirittura aumentò: tutti ora erano curiosi di leggere un libro che non esisteva!

Shepherd non si aspettava questa reazione, e ne parlò con il suo amico Ted… cioè Theodore Sturgeon, tra i nomi più noti della fantascienza. Fu quest’ultimo che nel 1956 accettò di buon grado di “vestire” i panni di Ewing; venne ingaggiato il leggendario illustratore Frank Kelly Freas per la copertina e in 22 giorni – questo il tempo che Sturgeon dice di aver impiegato, rivelandolo in una sua lettera del 1959 allo scrittore Damon Knight – nacque “I, Libertine”… cioè, il libro vero.

Edizione cartonata con autografo di Frank Kelly Freas

Edizione cartonata
con autografo di Frank Kelly Freas

Con una tiratura iniziale di 130 mila copie, il libro vendette abbastanza per divenire un bestseller, e ancor oggi le copie usate vengono vendute a cifre importanti (si parla di 500 dollari a copia), ma il libro vero non fu un fenomeno di costume come quando era ancora falso: se non fosse stato per la caccia che l’ha preceduto, il libro in sé probabilmente sarebbe passato inosservato.

Così come gli intervistati al Salone del Libro di Torino, anche i poveri librai degli anni Cinquanta dissero di conoscere Ewing e il suo libro, così come le case editrici non si impegnarono certo nello smentire che “I, Libertine” fosse in un qualsiasi catalogo. Ora che lo scherzo è finito e sappiamo che “L’implosione” di Madalon non esiste, ne vedremo l’apparizione “vera” in libreria? Qualcuno cederà al richiamo del grande gioco degli pseudobiblia e porterà in vita un libro finora esistito solo nella mente di chi l’ha inventato? Vedremo…

[Al 2016 del povero inesistente Madalon non c’è più notizia… L’Italia non è un paese per pseudobiblia…]

L.

P.S.
Questo articolo è apparso su ThrillerMagazine il 10 giugno 2011.

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Pubblicato da su dicembre 28, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] I segreti di Malapunta

danilo-arona-malapuntaUn’isola che è più di un’isola raccontata da un autore che travalica i confini della realtà: quando il gioco degli pseudobiblia si allarga e si finisce in quello degli pseudoepigrapha.
Come scrivevo ieri, grazie alle Segnalazioni di dicembre del blog Nocturnia di Nick Parisi scopro che le Edizioni XII liquidano il loro intero catalogo al 50% di sconto. Oltre ad invitarvi a spulciare il loro catalogo on line, ne approfitto per parlare di Malapunta (2011) di Danilo Arona. Dopo la recensione, dagli archivi di ThrillerMagazine ripesco il mio speciale della rubrica “Pseudobiblia” dedicato ad un’intervista con l’autore, pubblicata il 30 settembre 2011.

I segreti di Malapunta

G.K. Chesterton immaginò che ai confini occidentali del mondo vi fosse un albero che è più e meno di un albero, «un albero posseduto da uno spirito», e che ai confini orientali ci fosse un’«altra cosa non precisamente uguale a se stessa, una torre per esempio, dalla forma malignamente deformata»: queste figure «violente e inesplicabili» chiudono il nostro mondo.
Danilo Arona ha fuso queste due figure in un unico terribile luogo: Malapunta è più e meno di un’isola, è posseduta da uno spirito, non è precisamente uguale a se stessa e soprattutto la sua forma malignamente deformata è violenta e inesplicabile.

La lettura di Malapunta cambierà la vostra realtà… a cominciare dal nome dell’autore!
Non pago dei molti pseudobiblia creati, Arona stavolta esplora il mondo degli pseudoepigrapha: libri attribuiti ad altri autori… di solito esistenti! Per saperne di più, e per svelare i segreti di Malapunta, abbiamo incontrato l’autore.

Personalmente ritengo “Malapunta” un capolavoro: a chi li devo rivolgere questi complimenti? Chi ha scritto il libro?

Il libro lo ha scritto Danilo, uomo colpito dalla ben nota sindrome di Personalità Multipla, sulla quale penso di non dovermi dilungare (ci sono anche degli ottimi film che la spiegano, da Identity all’ultimo Carpenter, The Ward…). A differenza di qualche suo collega che ritiene di non esserne affetto, Danilo – io principale e dominante – ne è cosciente e la “esprime” nella scrittura. Di volta in volta ci sono più “io narranti” a puntualizzare il cosiddetto “focus”. Tra gli ultimi arrivati, e decisamente più pericoloso e sovvertitore, c’è Morgan Perdinka.

I complimenti vanno poi estesi a un piccolo team di amici, importanti per me a prescindere dal testo: in primis Andrea G. Colombo, che mi passò all’inizio del millennio un progetto intitolato Rune in cui erano già ben delineati elementi quali l’isola druidica, i monaci senza volto (Gutuater e soci), le rune in quanto “chiavi” per leggere il futuro. Volevamo farne un serialda proporre in giro, poi come sempre succede, non capitò nulla e allora chiesi ad Andrea se mi faceva ficcare un po’ di quel progetto, ambientato ai tempi di Nerone, dentro una storia moderna in cui volevo proporre un Robinson Crusoe dei giorni nostri, mentre il pianeta fa i conti con l’Apocalisse. Ovvio, nessun problema, anche se all’occhio non distratto non sfugge come l’antico progetto si sia poi sviluppato per Andrea ne Il Diacono.

A seguire, Giacomo Cacciatore, amico fraterno e straordinario scrittore (a tutti gli effetti un “pezzo reale” di Morgan Perdinka) che nel 2004 lavorò  da par suo sul testo. Ancora: Daniele Bonfanti e Simone Corà, per l’editing accurato a dir poco, le mappe  e la consulenza scientifica. E Chiara Bordoni, biografa ufficiale “autorizzata” di Perdinka. Ah, la straordinaria cover di Diramazioni… I complimenti vanno estesi a tutti costoro. E una postilla tecnica: i ringraziamenti a Colombo e a Cacciatore per una svista sono purtroppo saltati alla fine del libro. Mi scuso a nome dei XII. Anche loro, nonostante le apparenze, sono umani.

Se Perdinka non esistesse, bisognerebbe inventarlo: quand’è che l’hai conosciuto? (I maligni direbbero “inventato”)

Scrivendo L’estate di Montebuio. In tutta la prima parte, ambientata nell’estate del 1963, totalmente e seriamente autobiografica, mi serviva un personaggio in terza persona nel quale calarmi. Ero sempre io, ma non potevo chiamarmi con i miei veri dati anagrafici. E allora mi sono inventato un personaggio di ascendenze greche (questo per dargli poi un cognome “da scrittore”…), totalmente credibile – due persone di origine greca le conosco anche ad Alessandria e hanno cognomi ancora più “invasivi”. Superficialmente i maligni hanno ragione: appunto, l’ho inventato. Ma nei reami della psicanalisi Perdinka se ne stava al buio, accucciato nel profondo, da qualche parte.

“Malapunta” scava nel profondo e crea davvero sensazioni inquietanti durante la lettura: qual è il segreto del suo autore?

La sincerità. Non esiste altro se non mettersi in gioco al 100%. Tutta la storia d’amore tra Nico e Gabry è la mia storia con Fabiana, mia moglie da trent’anni. Ovvio, esclusa la parte dell’incidente e delle sue conseguenze. Ed esclusa quella iniziale, in cui l’infermiera Gabry prende l’iniziativa con il paziente Marcalli. Ma la parte dell’incidente esiste perennemente come fantasma quotidiano. Lo insegnano Stephen King in letteratura e Paul Virilio nella saggistica: viviamo 24 ore al giorno nel terrore dell’incidente, quale che sia. Chi lo nega, mente a sé stesso. La società di oggi è una società “panica”, dalla borsa alle catastrofi. Ma sto scantonando, scusa. Tornando al segreto (di Pulcinella), confermo: per scavare nel profondo ed entrare in connessione con chi ti legge, devi scendere nel tuo profondo e tirar fuori le “Cose” che non si vogliono vedere. Questo per me è l’orrore. O l’horror, virando in letteratura.

Un giorno i tuoi pseudobiblia saranno tema di uno speciale, ma per ora mi limito a chiederti: cosa ti attira di più del grande gioco letterario dei “libri falsi”?

Come saprai, il peccato originale si chiama H.P. Lovecraft. Da ragazzino impazzivo per i suoi continui, occulti riferimenti al Necronomicon o al De Vermis Mysteriis. In seguito scoprii che il Necronomicon riusciva ad esistere, grazie a un gioco letterario dei discepoli di HPL. Personalmente ne possiedo più copie. Il meccanismo creativo dell’inesistente è qualcosa di magico, inafferrabile, ma anche di terribile. Come non esserne attratti? Negli anni Novanta, scrivendo un libro sul satanismo moderno, ho messo il naso in questa stramba realtà sotterranea in cui la pratica del satanismo “alto” si basa su libri, appunto, occulti e/o “maledetti”, che nessuno ha mai visto e tra i quali fa, appunto, capolino il “Necronomicon”.  È certo, assodato, che esistono gruppi che utilizzano copie apocrife del tomo lovecraftiano per evocare entità, sostenendo che quel libro funziona. Ti cito un passo da L’ombra del dio alato:

«Nel mondo dell’occultismo contemporaneo, tutti gli “addetti ai lavori” sono ormai convinti che, per quanto prodotto di fantasia, il Necronomicon sia dotato di una sua sinistra e autonoma forma di esistenza e in grado di aprire quella porta e consentire agli esseri mostruosi dell’Altra Realtà di penetrare nel nostro mondo. In pratica, dicono, Lovecraft ne avrebbe intuito i contenuti in seguito a suggestioni inconsce da parte di entità ultraterrene, che avrebbero agito sulla sua mente senza che lui neppure ne fosse consapevole. All’origine di questa convinzione c’è soprattutto il famoso occultista inglese Kenneth Grant, uno degli eredi del pensiero magico di Aleister Crowley».

Da qui i gruppi magici sono partiti per concretizzare l’invisibile, al proposito del quale ti posso garantire l’esistenza di un Necronomicon custodito nelle biblioteche del Vaticano e del quale mi è transitata una copia apocrifa tra le mani. (Necronomicon. Magia nera in un manoscritto della Biblioteca Vaticana, a cura di Pietro Pizzari, Atanor, Roma 1993) Insomma, il terreno è affascinante e anche minato, manna per uno scrittore.

Se qualcuno scrivesse un romanzo e lo firmasse Morgan Perdinka, come reagiresti? Al di là delle ovvie questioni di diritti d’autore, ti farebbe piacere se qualcun altro si unisse al tuo gioco degli pseudoepigrapha? (Vonnegut odiò per sempre Farmer quando questi si firmò Kilgore Trout…)

Ne sarei lusingato. Peraltro non esisterebbero problematiche di diritti d’autore. Perdinka è un fantasma. È morto nel 2007 in un’altra dimensione (non parallela, ma in qualche modo “fusa” con la nostra) e “da questa parte” non ci sarebbe proprio modo di far valere progeniture artistiche.

E se qualcuno domani scrivesse un romanzo e lo attribuisse a Danilo Arona… come reagiresti?

Mah, non mi ritengo così appetibile nel gioco dell’impostura. Reagirei con una risata. Io, giuro, non ho problemi di sorta nella pratica del mestiere di scrittore. Mi hanno già “saccheggiato” un sacco di volte senza citare la fonte. Ma saccheggiare i miei dati anagrafici sarebbe una colossale scemenza. Non lo ritengo possibile. Con Perdinka, magari, potrebbe esistere una vaga possibilità…

Da appassionato e studioso di Stephen King, quale dei suoi libri falsi preferisci? Quelli del ciclo Misery? Quelli di George Stark? Azzardo un’ipotesi: quelli della serie “Dieci notti in” (case infestate, cimiteri infestati, ecc.) scritti da Enslin nel racconto “1408”

Quelli di Misery. Hanno una concretezza maggiore rispetto agli altri che citi. Del resto sono il motore, pure sanguinoso, dell’autentico romanzo di King.

Userai ancora “libri falsi” nei tuoi romanzi e racconti?

Sì. Ce ne sono un paio nel libro che sto scrivendo con Edoardo Rosati e che al momento si chiama Syndrome, ma che  forse cambierà titolo per non confondersi con altri similari. Uno è un saggio sulle “paure che vengono di notte” e l’autore è un greco. Beh, qui mi fermo… Comunque, confermo: userò ancora libri falsi e anche “altre” identità. Mio scopo recondito è quello di far scomparire lo scrittore Danilo Arona, da troppo tempo  sulla scena. Ovvio, ne sorgerà un altro al posto suo. E non sarà Perdinka. Troppo scontato e smascherabile.

L.

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Pubblicato da su dicembre 7, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 3

arteficeLo scorso settembre 2016 la Adelphi ha ristampato l’antologia poetica di Jorge Luisi Borges L’Artefice – a cura dell’ottimo Tommaso Scarano – quindi è con piacere che ricordo un “libro falso” in esso citato.

Nella sezione “Museo”, infatti, troviamo “Le regret d’Héraclite”, due versi di Gaspar Camerarius tratti dalla sua opera “Deliciae Poetarum Borussiae”.

«Io, che tanti uomini fui, non son mai stato
Colui nel cui abbraccio languiva Matilde Urbach.

Gaspar Camerarius, in Deliciae Poetarum Borussiae, VII, 16»

Non tragga in inganno la precisione della citazione: è un falso. Il 5 dicembre 1985, durante un’intervista – raccolta in Una vita di poesia (Spirali 1986) – Armando Verdiglione legge a Borges questi due versi e il Maestro commenta:

«In questa poesia ho cambiato la parola abbraccio perché è debolissima e ha un brutto suono. In spagnolo ho messo amor: “Yo que tantos hombres he sido, no he sido nunca / Aquel en cuyo amor desfallecía Matilde Urbach“. La poesia è attribuita a un immaginario poeta prussiano, Gaspar Camerarius, per il quale ho inventato un’antologia dal titolo: Deliciae Poetarum Borussiae (Delizia dei poeti prussiani).»

Nella stessa intervista il poeta rivela chi sia il vero autore: Jorge Borges, suo padre! Prima di morire nel 1938 l’uomo distrusse i versi e i romanzi che aveva scritto, ma il figlio Jorge Luis riuscì a salvare qualcosa che però, per rispetto al padre, pubblicò sotto falso nome.
Malgrado però Borges stesso riveli nel 1985 che quei versi li ha scritti il padre, in seguito continuano ad essere attribuiti a lui: ancora nel 2004 il suo amico Alberto Manguel glieli attribuisce in Con Borges (Adelphi 2005). Che ad essere falsa sia l’attribuzione a Jorge Borges padre?

1975-il-libro-di-sabbiaUn altro fra i più affascinanti pseudobiblia creati da Jorge Luis Borges è il Libro di Sabbia del racconto omonimo del 1975 (raccolto nell’antologia che ne porta il titolo). Malgrado l’argentino avesse più volte dato l’addio all’attività letteraria, gli era impossibile stare lontano dal suo elemento naturale: “Il Libro di Sabbia” è fra le migliori opere del periodo maturo dell’autore.

Un oscuro venditore bussa alla porta del protagonista e gli propone l’acquisto di un libro tanto misterioso quanto affascinante:

«Mi disse che il suo libro si chiamava il Libro di Sabbia, perché quel libro e la sabbia non hanno né principio né fine. Mi disse di cercare la prima pagina. Con la mano sinistra sopra il frontespizio, cercai la prima pagina con il pollice quasi incollato all’indice. Tutto fu inutile: tra il frontespizio e la mano si interponevano sempre nuovi fogli. Era come se sorgessero dal libro».

Un libro che sfida le più ovvie leggi fisiche e naturali, dunque, che scorre all’infinito sia in avanti che indietro. La spiegazione è semplice quanto sibillina:

«Se lo spazio è infinito, noi siamo in qualsiasi punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualsiasi punto del tempo».

Così il Libro è infinito sia nel tempo che nello spazio, e a qualsiasi punto lo si apra, ci si ritrova in un qualsiasi punto del tempo e dello spazio…

Ovviamente il protagonista è spaventato da un simile libro: vorrebbe distruggerlo, ma ha paura che le conseguenze possano essere funeste. La soluzione migliore, quindi, è nasconderlo in una grande biblioteca, renderlo anonimo in mezzo a tanti altri libri simili, sperando che nessuno lo possa più trovare.

Borges e María Esther Vázquez in una libreria di Buenos Aires

Borges e María Esther Vázquez in una libreria di Buenos Aires

Chiudo con un’altra antologia curata da Borges in cui egli gioca con il lettore. Nel “Libro di sogni” (1976) – di cui ho già parlato qui – troviamo un brano intitolato “Der Traum ein Leben”, scritto da un certo Francisco Acevedo e tratto dalla di lui opera “Memorias de un bibliotecario” con tanto di data: 1955.

1976 - Il libro dei sogni (Adelphi 2015)«Il dialogo si svolse ad Adrogué. Mio cugino Miguel, che aveva cinque o sei anni, era seduto per terra e giocava con la gatta. Come ogni mattina, gli chiesi:
— Che cosa hai sognato stanotte?
E lui mi rispose: — Ho sognato che m’ero perso in un bosco e che alla fine trovavo una casetta di legno. La porta si apriva e uscivi tu. — Con improvvisa curiosità mi chiese: — Dimmi, che cosa stavi facendo in quella casetta?

Francisco Acevedo, Memorias de un bibliotecario (1955)»

È tutto plausibile e non abbiamo motivo di dubitare delle informazioni che Borges ci dà… peccato invece che sia tutto inventato di sana pianta!

A María Esther Vázquez, allieva ed amica di lunga data che nel 1982 scrive il libro intervista “Colloqui con Borges (Edizioni Novecento 1982), Borges racconta:

«Un mio nipote (è tipico della gente vecchia pensare ai nipoti) mi raccontò che aveva sognato, molti anni fa, di recarsi in un bosco, di perdersi e di arrivare infine dinnanzi a una casa bianca di legno, dalla quale uscivo io. Smettendo di raccontare, il ragazzo mi chiese: “Dimmi, che facevi lì, in quella casa?”. Si vede che non distingueva la realtà dai sogni.»

State in guardia quando leggete Borges, perché “finzione” è solo uno dei tanti sinonimi della lettetura..

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 20 novembre 2009.

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Pubblicato da su ottobre 26, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 2

Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares a Mar del Plata, nel 1943

Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares a Mar del Plata, nel 1943

Ho già parlato delle “Finzioni” di Jorge Luis Borges, e di come il poeta e scrittore argentino abbia molto amato giocare con la letteratura e con i lettori. Nel 1953 questi coinvolge nel gioco anche un suo collega e carissimo amico: Adolfo Bioy Casares. La collaborazione, la stima e l’amicizia fra i due sono fertili e durature. «Borges vive di letteratura» avrà a dire Casares, e Borges non mancherà occasione di lodare l’amico sia come persona che come autore. Insieme scriveranno racconti e raccoglieranno i racconti di altri in antologie… Ma non sempre la distinzione fra le due cose sarà netta.

Nel 1953, come si diceva, i due curano un’antologia molto speciale: “Racconti brevi e straordinari”. In essa vengono raccolti dei mini-racconti (alcuni addirittura di poche righe!) degli autori più disparati, i quali sono stati (e saranno in seguito) ispirazione per i lavori di Borges. Oltre ad essere un vero gioiello letterario, quest’antologia tende più di una trappola al lettore: gran parte degli autori e dei titoli citati, infatti, altro non sono che pseudobiblia inventati dai due “curatori”!

Un campanello d’allarme è “Un mito di Alessandro”, brano tratto da “La modification du Passé ou la seule base de la Tradition” (1949) di un fantomatico Adrienne Bordenave.

«Chi non ricorda quel poema di Robert Graves, in cui egli sogna che Alessandro il Grande non morì a Babilonia, ma smarrì il suo esercito e si internò sempre più nel­l’Asia? Dopo un lungo errare in quella geografia ignota, si imbatté in un esercito di uomini gialli, e dato che il suo mestiere era la guerra, si arruolò nelle loro file. Passarono così molti anni, e un giorno di paga, Alessandro guardò con sorpresa una moneta d’oro che gli avevano dato. Riconobbe l’effige e pensò: io ho fatto coniare questa moneta per celebrare una vittoria su Dario, quand’ero Alessandro di Macedonia.»

Di Bordenave non esiste traccia se non per questo brano, citato e ristampato in giro per il mondo: è altamente probabile che sia un’invenzione di Borges, il quale amava molto ripetere questo brano… senza peraltro mai più citare il fantomatico Bordenave!

Alessandro non muore in Babilonia all’età di trentadue anni. Dopo una battaglia si perde e vaga in una foresta per molte notti. Infine scorge i fuochi di un accampamento. Uomini dagli occhi obliqui e di carnagione gialla lo accolgono, lo salvano e infine lo arruolano nel loro esercito. Fedele al suo destino di soldato, partecipa a lunghe campagne nei deserti di una geografia che ignora. Un giorno pagano il soldo alla truppa. Riconosce un profilo su una moneta d’argento e mormora: Questa è la medaglia che feci coniare per celebrare la vittoria di Arbela, quando ero Alessandro di Macedonia.
Questa favola meriterebbe di essere molto antica.

La storia è identica, ma a scriverla è Borges stesso in “Graves a Deyá” (Atlante, 1984), scritto mentre Robert Graves moriva. E quando Armando Verdiglione lo intervista il 9 dicembre 1985 (raccolta in Una vita di poesia, Spirali 1986), tra i vari omaggi a Graves c’è:

Ma penso soprattutto a quel poema su Alessandro Magno, in cui Graves racconta che Alessandro non è morto a Babilonia: si era perduto, aveva attraversato montagne, boschi, fiumi di cui ignorava la geografia, il nome. Fu ritrovato quasi morente da un esercito di tartari, poiché il suo mestiere era quello del soldato, servì come oscuro soldato in quell’esercito. Ma poi venne il giorno di paga della truppa, ricevette monete, le guardò. Improvvisamente vi vide qualcosa di familiare e si disse: «Ma sì, è la medaglia che ho fatto coniare come Alessandro di Macedonia, dopo la vittoria di Arbela!». D’un tratto ricordò il passato che aveva dimenticato. Anche questo è un mito, tanto bello che meriterebbe di essere un mito vero. E lo dobbiamo a Graves.

Chiudo facendo notare che non c’è nulla di simile ne La dea bianca di Graves, citata da Borges come fonte: è però noto che il Maestro argentino amasse attribuire ad altri proprie creazioni…

Borges ed Adolfo Bioy Casares nella libreria “La Ciudad” (1979)

Borges ed Adolfo Bioy Casares nella libreria “La Ciudad” (1979)

È veramente arduo stabilire quali e quanti dei molti autori presenti nell’opera siano reali o meno, e quand’anche siano reali se veramente abbiano scritto le parole a loro attribuite. Borges e Casares non sono dei filologi, sono dei letterati amanti della letteratura, e se per “contagiare” il lettore con questo amore devono attribuirlo ad autori (altri o inesistenti), poco importa…

Una menzione molto particolare merita “Del rigore della scienza”, brano tratto da “Viaggi di uomini prudenti” (1658) di Suárez Miranda, tratto da Viajes de Varones Prudentes, libro quarto, cap. XLV, Lérida 1658.
Che sia uno pseudobiblion lo rivela il logico matematico italiano Piergiorgio Odifreddi nel suo “C’era una volta il paradosso” (Einaudi 2001). Il brano scritto da Borges si rifà alle idee sul regresso infinito di Josiah Royce (1855-1916) espresse ne “Il mondo e l’individuo” (1901). Confrontiamo i due autori con un breve estratto.

Ristampa Losada 1989

Ristampa Losada 1989

Borges (nelle vesti di Suárez Miranda) scrive:

«In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso.».

Josiah Royce scrive:

«Immaginiamo che una porzione del suolo d’Inghilterra sia stata livellata perfettamente, e che in essa un cartografo tracci una mappa d’Inghilterra. L’opera è perfetta; non c’è particolare del suolo d’Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all’infinito.»

Il regresso infinito è molto caro a Borges, che ne trarrà ispirazione per più di un geniale racconto durante la sua carriera letteraria.
Questo “Del rigore della scienza” era molto amato dall’autore (dal “vero” autore!). Già era apparso nel 1946 in “Los Anales de Buenos Aires”, ed in seguito venne inserito nella sezione “Museo” dell’antologia “L’artefice” (1960), opera che vanta anch’essa degli pseudobiblia ma che vedremo la settimana prossima.

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 20 novembre 2009.

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Pubblicato da su ottobre 19, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 1

ildramma_02Con l’inizio degli anni ’40, il Ciclo di Cthulhu e i vari racconti esoterici (visti nei precedenti numeri di questa rubrica) perdono il monopolio della produzione “pseudobiblica”. Anche se il mondo lo conoscerà solo in seguito, a Buenos Aires il poeta, saggista e scrittore Jorge Luis Borges (1899-1986) incanta l’Argentina con i suoi racconti brevi, impostati come saggi ma che hanno tutta la poesia e la magia della letteratura fantastica.

Va premesso che identificare gli pseudobiblia nell’opera borgesiana è impresa a dir poco ardua, visto che l’autore amava nascondersi dietro falsi nomi, attribuendo ad altri proprie creazioni o addirittura firmando con “autore anonimo” suoi aforismi! Interrogato sui suoi lavori, fingeva di non averne memoria, di non amarli o addirittura di non averli mai scritti: ne sa qualcosa lo studente di Oxford che, nel 1971, chiese a Borges notizie di una sua raccolta di saggi e si sentì rispondere dall’autore: «Quel libro non esiste!» (per fortuna invece quel libro esiste, ed è arrivato in Italia nel 2007 con il titolo La misura della mia speranza, grazie ad Adelphi.)
Negli ultimi anni della sua vita Borges rilasciò moltissime interviste dove – per la fortuna e la gioia degli appassionati come me – rivelò molti dei suoi trucchi, dei suoi pseudobiblia (“libri falsi”) e dei suoi pseudoepigrapha (“libri falsamente attribuiti”). Forse non aveva più memoria dell’averli usati, forse voleva rivelarli a tutti… o più probabilmente – e plausibilmente – stava ancora giocando con i suoi lettori.

Nel 1941 esce una raccolta di questi racconti/saggi destinata a diventare pietra miliare dell’autore: “Il giardino dei sentieri che si biforcano” (oggi raccolta in “Finzioni”). Nella premessa, Borges espone la sua onestissima dichiarazione d’intenti:

«Delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri, del dispiegatore in cinquecento pagine d’un concetto la cui perfetta esposizione orale capirebbe in pochi minuti! Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario. Così fecero Carlyle in “Sartor Resartus”, Butler in “The Fair Haven”: opere che hanno il difetto, tuttavia, di essere anch’esse dei libri, non meno tautologici degli altri. Più ragionevole, più inetto, più pigro, io ho preferito scrivere, su libri immaginari, articoli brevi».

In questa antologia si può ritrovare una gran quantità di pseudobiblia, di libri inventati dall’autore semplicemente perché recensirli è più “facile” che scriverli.

Il primo degli articoli brevi sui libri immaginari è “Pierre Menard, autore del «Chisciotte»”, in cui si analizza la vita e l’opera di un fantomatico Pierre Menard. Come già ho accennato, il racconto del 1939 sembra partire dalla base de “Il Demone Oscuro” di Robert Bloch (racconto del 1936 di cui non esistono prove che fosse conosciuto da Borges) per andare però poi oltre.

«L’opera “visibile” lasciata da questo romanziere è di facile e breve enumerazione»: entrambe i racconti, infatti, iniziano con una “enumerazione”, con relativa analisi, dei titoli scritti dai rispettivi fantomatici autori (nel racconto di Bloch l’autore era Edgar Gordon), ma la storia di Borges cambia decisamente registro quando parla dell’opera più maestosa di Pierre Menard: egli infatti decide di scrivere il “Don Chisciotte”…

«Non volle comporre un altro “Chisciotte” – ciò che è facile – ma “il Chisciotte”» si sbriga a specificare Borges: non trascriverlo, né pensare come Cervantes e scriverlo come lui, ma scrivere il “Chisciotte” rimanendo Pierre Menard nel XX secolo!
Per completare il paradossale divertissement, Borges mette a paragone due righe del “Chisciotte” di Cervantes con le corrispettive due righe della versione di Pierre Menard: gustiamole interamente!

«“la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire”.

Scritta nel secolo XVII, […] quest’enumerazione è un mero elogio retorico della storia. Menard, per contro, scrive:

la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire”.

La storia, “madre” della verità; l’idea è meravigliosa. Menard, contemporaneo di William James, non vede nella storia l’indagine della realtà, ma la sua origine.»

1944-finzioniÈ più che palese che le due citazioni sono identiche, ma scritte in epoche diverse sono soggette ad interpretazioni diverse… Un gioco letterario, come dicevo, ma dal gusto talmente sottile che riesce a convincere che Pierre Menard abbia veramente scritto il “Chisciotte”. Non il polveroso classico spagnolo, ma il vivo e spumeggiante libro che fu all’epoca della sua scrittura originaria.

Sullo stesso registro si muove “Esame dell’opera di Herbert Quain”, di due anni posteriore al “Menard”. «Herbert Quain è morto a Roscommon; ho visto senza sorpresa che il Supplemento letterario del “Times” gli dedica appena una mezza collana di pietà necrologica, in cui non v’è epiteto laudativo che non sia corretto (o seriamente redarguito) da un avverbio»: questo il delizioso incipit del racconto, prima di passare ad analizzare la sua vita attraverso la sua opera.

The God of the Labyrinth”, “Siamese Twin Mystery”, “Appearance and Reality”: questi alcuni dei titoli scritti da Quain e recensiti da Borges. Sono libri polizieschi pubblicati agli inizi degli anni ’30, ma non mancano le opere decisamente fuori dal comune: “April March” è un «romanzo regressivo, ramificato»!

Il gioco letterario prosegue imperterrito. «Quain compose gli otto racconti del libro “Statements”. Ciascuno di essi prefigura o promette un buon argomento, volontariamente frustrato dall’autore. Uno – non il migliore – insinua “due” argomenti. Il lettore, distratto dalla propria vanità, crede di averli inventati».
Come se non bastasse un lettore che crede di inventare gli argomenti di un racconto, la frase e il racconto termina così: «Dal terzo, “The Rose of Yesterday”, io commisi l’ingenuità di ricavare “Le rovine circolari”, che è una delle narrazioni del libro “Il giardino dei sentieri che si biforcano”.»

Ecco che un autore inesistente influenza un autore esistente (Borges), il quale – per sua ammissione – scrive saggi su pseudobiblia, che però sono da ispirazione per i saggi stessi, in un cerchio letterario infinito!

jorge-luis-borges-finzioni-einaudi-1995Ne “L’accostamento di Almotasim”, si analizza il saggio “L’accostamento di Almotasim”, delizioso gioco del “libro nel libro” che ha tutta l’autorità e la rigorosità di un saggio letterario… anche se il libro non esiste!

The Approach to Al-Mu’tasim” è scritto dall’avvocato indiano Mir Bahadur Alí; la prima edizione esce a Bombay nel 1932, stampata su carta di bassa qualità ma sulla copertina c’è una scritta che avverte il lettore che trattasi del primo romanzo poliziesco scritto da un autore autoctono.
Non basta aver inventato tutti questi dati: Borges va più a fondo citando illustri recensori dello pseudobiblion!

«Philip Guedalla scrive che il romanzo […] “è una combinazione piuttosto disagevole (rather uncomfortable combination) di quei poemi allegorici dell’Islam che mancano rara­mente di interessare i loro traduttori e di quei romanzi polizieschi che inevitabil­mente superano John H. Watson e perfezionano l’orrore della vita umana nei più distinti alberghi di Brighton”. In precedenza, Mr. Cecil Roberts aveva denunciato nel libro di Bahadur “la duplice, inverosimile tutela di Wilkie Collins e dell’illustre poeta persiano del secolo XIII Ferid Eddin Attar”».

Va precisato che gli autori citati sono tutti esistenti… ma le citazioni no!
Insomma, un articolo di squisita critica letteraria che si fonde con la letteratura fantastica.

Le ficciones di Borges continuano la prossima settimana…

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 10 novembre 2009.

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Pubblicato da su ottobre 12, 2016 in Pseudobiblia

 

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Weird Tales Pseudobiblia 9. Pendarves

pendarvesNegli anni Trenta un gruppo di amici scrittori si divertì a riempire le pagine della celebre rivista “Weird Tales” di pseudobiblia, libri falsi inventati appositamente per racconti dell’orrore: ecco le loro storie…

I libri senza nome di Pendarves

L’autrice britannica G.G. Pendarves (Gladys Gordon Trenery, 1885-1938) è specializzata in pseudobiblia senza nome.

weird-tales-may-1930Nel maggio del 1930 pubblica su “Weird Tales” il racconto “L’impronta” (The Footprint; in Italia, “Il Meglio di Weird Tales” n. 9, Fanucci 1987).

«Il libro era stato scritto da un certo conte von Gheist e, ad una prima occhiata, sembrava una raccolta di racconti umoristici che avevano, come protagonisti, sognatori e mistici del secolo scorso. E proprio questa era la trappola… era scritto con uno stile cinico ed elusivo, grazie al quale von Gheist accalappiava le sue vittime»

Questa la presentazione del libro senza nome protagonista del racconto, un libro che (ripete sin dall’inizio l’io narrante) porterà alla rovina chi lo leggerà.

Il protagonista e il suo sfortunato amico Jerry decidono di eseguire uno strano rituale riportato dal libro, così in determinate circostanze recitano:

«Phlagus! Taram! Zoth!
Fonti di tutte le conoscenze, volontà e poteri!
Dal Toro Errante e i Quattro Corni dell’Alter,
Trapassate il velo della mia oscurità…»

Non è prudente giocare con rituali che non si conoscono, insegnano i romanzi di genere, e così i due sono protagonisti di un’inquietante apparizione satanica!

Ma a volte il Diavolo viene aiutato: si scopre infatti che von Gheist altri non è che il nonno di Jerry: «Quel libro è stato scritto da mio nonno! L’ha lasciato come ultima arma perché io la usassi contro me stesso!» A poco varranno gli sforzi dei protagonisti: Jerry è ormai in balia di forze sataniche che lo perderanno!

weird-tales-dec-1933Un altro pseudobiblion senza nome, intriso di elementi diabolici, è quello protagonista del racconto “Il Signore del Fuoco” (Abd Dhulma Lord of Fire, da “Weird Tales”, dicembre 1933; in Italia, “I Miti di Cthulhu” n. 9, Fanucci 1986).
In esso, l’americano Warren è ad un passo dalla fama imperitura: ha messo le mani su degli antichissimi manoscritti trovati nella tomba del sultano Izzard ben Kari, ma proprio prima di iniziare a tradurli è diventato cieco! Un’antica maledizione, sicuramente, e Warren non sa resistere quando un uomo misterioso gli propone di riavere la vista per un anno in cambio dell’anima… Non è certo un uomo qualunque: si tratta del sacerdote Abd Dhulma, che calca questa terra da secoli e secoli, un essere demoniaco che si nutre delle anime umane.

Warren accetta perché ha troppa voglia di tradurre quegli antichi manoscritti, e resterà colpito quando, traducendoli, scoprirà che ciò che gli è capitato lo accomuna proprio all’autore di quei testi:

«Abd Dhulma, il Signore del Fuoco, ha innalzato le sue barriere intorno a me, cosicché io non riesca ad allontanarmi da lui e dalla fine che mi attende. La mia vita è giunta al termine.»

Ma è proprio in questo manoscritto senza nome, depositario di una sapienza perduta, che Warren troverà la chiave per combattere e sconfiggere Abd Dhulma quando questi verrà a reclamare ciò che gli spetta.

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 20 ottobre 2009.

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Pubblicato da su ottobre 5, 2016 in Pseudobiblia

 

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