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La Falsa Novella 7. Il Vangelo di Dio

L’uscita nelle librerie italiane de “Il testamento di Satana” (The Fallen, 2017) con cui Eric Van Lustbader riprende un suo personaggio dopo dieci anni di silenzio, mi sembra l’occasione giusta per rispolverare una grande indagine iniziata otto anni fa.

Il 9 novembre 2010 ho iniziato su ThrillerMagazine un viaggio dal titolo La Falsa Novella in cui raccontavo tutti quei falsi vangeli nati dalle penne degli scrittori come mero escamotage per dare pepe ai propri thriller religiosi, anche se non mancano normali romanzi di satira.
Concluso il viaggio il 31 dicembre 2010 – assicurandomi quindi di trattare i vari “Vangeli di Gesù” proprio nel periodo natalizio – nel 2012 ho fatto delle aggiunte e nel dicembre del 2013 mi sono deciso a raccogliere tutto il materiale, organizzato e corretto, in uno dei miei soliti eBook gratuiti.

L’eBook gratuito potete scaricarlo liberamente qui, altrimenti preparatevi ad un viaggio a puntate alla scoperta di tutti quei falsi vangeli che hanno cercato di intrigare i lettori più di quelli veri.


«C’erano tre uomini
sul Golgota,
come nel cielo
stanno in Trinità»

dai Il Vangelo di Dio
(Guillaume Apollinaire)


Il Vangelo di Dio

Nella fine, l’inizio di tutto: alla fine del saggio, arriva il primo testo ad avere l’idea pazza di inventarsi una “Falsa Novella”.

Abbiamo visto che la fantasia degli scrittori non ha avuto problema ad attribuire un vangelo inedito un po’ a tutti: a uomini come Giuda, a donne come Maria Maddalena, a messia come Gesù e ad entità maligne come Satana. Abbiamo conosciuto testimoni oculari più o meno affidabili e sentito le loro dichiarazioni totalmente discordanti; ognuno ha portato acqua al proprio mulino testimoniando qualcosa che andasse a proprio vantaggio: cosa c’è di più umano?

Ma un Vangelo è anche qualcosa di divino: tutti gli autori si sono sforzati di togliere ogni briciolo di divinità dai propri falsi vangeli. Possibile che non sia esistito un solo scrittore talmente pazzo da immaginare un Falso Vangelo ispirato da Dio? Chi mai compirà l’eresia delle eresie? Chi diventerà un eresiarca?

Inutile andare avanti con domande enfatiche: si è capito che stiamo parlando del racconto L’Eresiarca, raccolto nell’antologia del 1910 L’Eresiarca & C. (L’Hérésiarque et Cie) di Wilhelm Albert Wlodzimierz Apollinary de Wąż-Kostrowicky, poeta franco-polacco che visse la sua breve vita a cavallo fra Otto e Novecento e che scelse di nascondere il suo nome impegnativo dietro il più accessibile pseudonimo di Guillaume Apollinaire. In Italia questo testo ha conosciuto ben poca attenzione: si conosce infatti soltanto la versione di Franco Montesanti per la Guanda (1987), ripresa dall’edizione più conosciuta della Garzanti (1998), a cui faccio riferimento per le citazioni qui riportate.

In questo racconto si narrano le vicende del reverendo Benedetto Orfei, «teologo e gastronomo, devoto e ghiottone. Era in ottimi rapporti con la corte pontificia e, non fosse stato per gli atti che fece dopo, oggi sarebbe cardinale, ovverosia papabile». Così ce lo descrive l’autore, e gli “atti che fece dopo” sono rappresentati da quella che nel racconto viene presentata come un’eresia bella e buona: l’eresia delle Tre Vite.

Orfei, infatti, in un sogno ha avuto una “illuminazione”, una rivelazione: era appena addormentato quando una voce venne «a cantare nel mio spirito una frase che ha preso la forma di un ritornello popolare: “C’erano tre uomini / sul Golgota, / come nel cielo / stanno in Trinità”». Questa è l’eresia di Orfei: considerare i due ladroni crocefissi accanto a Gesù come Dio e lo Spirito Santo! Una trinità sulla croce, una trinità in Cielo…

Ovviamente la Chiesa non reagisce bene alle tesi del reverendo, considerandolo né più né meno come i tanti che nel corso dei secoli si sono messi a capo di un’eresia propria: un eresiarca, appunto. Orfei non si scompone: decide lo scisma, si separa dalla chiesa ufficiale e ne fondando una tutta sua. Questa nuova dottrina però va supportata da testi sacri, ed ecco che il reverendo dà alle stampe un testo dal titolo L’autentico Vangelo, di Benedetto Orfei, tradotto in lingua volgare, contenente la vita di Dio Padre, primo dei due vangeli paralleli o vangeli canonici. Questo, che è sicuramente il più apocrifo dei vangeli, il Vangelo di Dio, afferma di essere il testo che racconta la vita di Dio stesso, la quale termina sulla croce accanto a Gesù.

Guillaume Apollinaire

Consequenzialmente, tocca anche al terzo crocefisso.

«L’anno seguente Benedetto Orfei fece uscire il secondo vangelo parallelo ai vangeli canonici o Vangelo dello Spirito Santo. Come quella di Dio Padre la sua vita era poco conosciuta. Ma mentre del Padre Eterno non si conosceva che la morte, si sapeva dello Spirito Santo che aveva un giorno violentato una vergine addormentata. Questo stupro rappresentava l’opera dello Spirito Santo da cui era nato Gesù. Si insisteva quindi sulle parole pronunciate sulla croce, poi, dal momento in cui i soldati spezzavano le gambe dei due ladroni, si faceva il mistero.»

Neanche a dirlo, entrambi sono introvabili in quanto considerati eretici dalla Chiesa e quindi hanno condiviso il destino comune a molti pseudobiblia: il fuoco…

Apollinaire, a fine racconto, ci tranquillizza:

«L’eresia delle Tre Vite non si diffuse. Benedetto Orfei morì alle soglie del secolo. I suoi pochi discepoli si dispersero, ed è probabile che l’insegnamento dell’eresiarca sia stato vano, che non ne verrà fuori niente e che nessuno penserà di riprenderlo. […] La verità è che l’eresiarca era come tutti gli uomini, perché sono tutti allo stesso tempo peccatori e santi, quando non sono criminali e martiri.»

Come si vede, più che il divino ad Apollinaire interessa l’umano: un’umanità che non esce certo bene dal commento finale. Chissà, forse questi due Falsi Vangeli avrebbero potuto salvarla…

L.

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Pubblicato da su giugno 20, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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La Falsa Novella 6. Apologie di Gesù

L’uscita nelle librerie italiane de “Il testamento di Satana” (The Fallen, 2017) con cui Eric Van Lustbader riprende un suo personaggio dopo dieci anni di silenzio, mi sembra l’occasione giusta per rispolverare una grande indagine iniziata otto anni fa.

Il 9 novembre 2010 ho iniziato su ThrillerMagazine un viaggio dal titolo La Falsa Novella in cui raccontavo tutti quei falsi vangeli nati dalle penne degli scrittori come mero escamotage per dare pepe ai propri thriller religiosi, anche se non mancano normali romanzi di satira.
Concluso il viaggio il 31 dicembre 2010 – assicurandomi quindi di trattare i vari “Vangeli di Gesù” proprio nel periodo natalizio – nel 2012 ho fatto delle aggiunte e nel dicembre del 2013 mi sono deciso a raccogliere tutto il materiale, organizzato e corretto, in uno dei miei soliti eBook gratuiti.

L’eBook gratuito potete scaricarlo liberamente qui, altrimenti preparatevi ad un viaggio a puntate alla scoperta di tutti quei falsi vangeli che hanno cercato di intrigare i lettori più di quelli veri.


«Il Signore è misericordioso.
Egli mi fa sdraiare nei verdi pascoli.
Il problema è che poi non riesco ad alzarmi»

dai Manoscritti della Mano Morta
(Woody Allen)


Indice:


Apologie di Gesù


Il Terzo Testamento

Bashir Abbass sta dirigendo i lavori di restauro di una moschea alla periferia di Ramallah (vicino Gerusalemme) quando una frana porta alla luce qualcosa di inaspettato: due strani rotoli con scritte in greco. I giornali riportano la notizia che è stato trovato un papiro risalente al primo secolo con all’interno una copia della Apologia di Socrate di Platone. Notizia che manderebbe in estasi ogni studioso, ma che di certo al grande pubblico interesserà davvero poco: peccato che il citato grande pubblico non sappia che in realtà è stato trovato un altro rotolo, con ben altra Apologia.

ΑΠΟΛΟΓΙΑ ΙΗΣΟΥ ΤΟΥ ΝΑΖΑΡΑΙΟΥ, Apologia di Gesù il Nazareno. Ma chi mai avrà scritto un’apologia di questo genere? L’incipit non lascia dubbi: «Ego Iosef o apo Arimathaias…, Io Giuseppe di Arimatea, Colui che aveva offerto il sepolcro nuovo per il corpo di Cristo»: questa sì che è una notizia che dovrebbe finire sui giornali. «Quasi perfetto nella sua antica imperfezione» è il giudizio dell’eminente papirologo Amos Kaufman. «Un antico manoscritto sulla vita di Gesù, foriero di tenaci eresie»: questo è il compito assegnato dal Vaticano a Riccardo Ambrosi: tradurre e studiare il papiro “che scotta”.

Stiamo parlando della trama di un libro davvero molto particolare. Il terzo testamento (Giuntina) è un romanzo con infiltrazioni di saggistica oppure un saggio romanzato: difficile stabilirlo, ma in definitiva è un ottimo libro di Luigi Spagnolo, studioso e letterato attualmente ricercatore al Dipartimento di Scienze Umane all’Università per Stranieri di Siena.

«Quello che ho tentato di fare – racconta l’autore, – è un racconto nel greco neotestamentario con traduzione della vita di Gesù che attinge ampliamente a materiali evangelici, però interpretandoli in chiave storico-critica, e innestare questo piano su quello della Roma degli inizi del 2000 con le vicende di un parroco della periferia che fa i conti con se stesso, con la propria fede, con la propria vita e con le proprie scelte.»

La traduzione del papiro da parte del protagonista, con dovizia di note e stuzzicanti percorsi storico-linguistici, si alterna alle vicende di intrigo da thriller facilmente immaginabili: non tutti sono contenti di avere una fonte di prima mano della vita del Cristo, con il rischio che non corrisponda all’immagine stratificata in duemila anni di storia…


Il Vangelo secondo Biff

Nessuno invece ha paura del vangelo scritto di proprio pugno dall’amico fraterno di Gesù: infatti questa particolare apologia è tutta da ridere! Il più deflagrante, sarcastico, graffiante ed irresistibile Vangelo che mai sia apparso nella storia dell’umanità è Il Vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù (Lamb. The Gospel according to Biff, Christ’s Childhood Pal, 2002), geniale e incontenibile romanzo umoristico-sarcastico di Christopher Moore portato recentemente in Italia da Elliot Edizioni.

«Un Vangelo dopo tutto questo tempo? – chiede l’Angelo Raziel – E chi è l’autore?»
«Levi detto Biff».

Quasi a spiegare il sentimento alla base dell’opera, una meravigliosa citazione di Voltaire campeggia in epigrafe: «Dio è un autore di commedie il cui pubblico ha paura di ridere». Il romanzo si prefigge di ripercorrere ogni evento (conosciuto o meno) della vita di Gesù per mostrare cosa “realmente” sia successo… cioè per divertirsi ad ironizzare in mille modi diversi!

Ma chi è questo Biff a cui viene imputato un Vangelo mai sentito prima?

«Il mio vero nome, Levi, deriva dal progenitore della stirpe sacerdotale; quanto al mio soprannome, Biff… me l’aveva dato mamma, perché il mio passatempo preferito era biffticciare con i miei fratelli…»

Riportato in vita dall’Angelo Raziel, Biff è costretto a dettare il suo personale Vangelo, a raccontare cioè come veramente si sono svolti i fatti. Assistiamo dunque alla stesura in diretta del vangelo più improbabile di sempre, dov’è raccontata la vita di Gesù sin dall’infanzia, quando già il Salvatore ha in mente il bene dell’umanità e Biff gli incita invece «Dimentica quelle sciocchezze».

Con il supporto di spumeggianti false citazioni («Imbecilli, capitolo 3, versetto 7; Sgobboni, capitolo 5, versetto 4») e con l’aiuto di un umorismo irriverente («L’onanismo, un peccato che richiede centinaia di ore di pratica per essere commesso alla perfezione»), Moore ci guida in un irresistibile vangelo molto meno dissacrante di quanto si pensi, perché non c’è niente di più divino di un sano umorismo.

«Non conosco la Torah come te, Gesù, ma non mi pare di ricordare che Dio abbia il senso dell’umorismo», chiede dubbioso Biff e nella risposta di Gesù c’è lo spirito di tutto il romanzo: «Mi ha dato te come migliore amico, no?»


I Manoscritti della Mano Morta

Non si può parlare di vangeli umoristici senza citare I Manoscritti della Mano Morta (The Scrolls), breve ma fulminante testo comico scritto da Woody Allen negli anni Settanta e raccolto in Citarsi addosso (Without Feathers, 1975), più volte ristampato in Italia da Bompiani.

«Gli studiosi ricorderanno che qualche anno fa, un pastore, errando nel golfo d’Aqaba, s’imbatté in una caverna che conteneva parecchie giare e due biglietti per Holiday on Ice»: questo l’inizio del saggio che narra dell’incredibile scoperta. «Dentro le giare si scoprirono sei pergamene in una indecifrabile scrittura antica, che il pastore, nella sua ignoranza, vendette a un museo per 750.000 dollari ciascuna».

La scoperta ricalca il modo in cui sono stati scoperti i celebri e controversi Manoscritti del Mar Morto, e proprio come questi ultimi quelli della Mano Morta destano subito sospetto:

«L’autenticità delle pergamene è attualmente messa in dubbio, specialmente da quando hanno scoperto quante volte appare nel testo la parola “Cadillac”.»

Seguono tre brevi estratti da questi manoscritti, tradotti e presentati dal fantomatico archeologo A.H. Bauer.

Il primo racconta delle angherie che Dio, per scommessa con Satana, rivolge a Giobbe; il secondo della creduloneria di Isacco, che sta per uccidere il proprio figlio solo perché gliel’ha chiesto Dio, che se ne lamenta in questi termini: «certi uomini sono pronti a ubbidire a qualsiasi ordine, per cretino che sia, purché venga pronunciato da una voce risonante e ben modulata.».

Il terzo ed ultimo estratto è il più apocrifo di tutti. Un camiciaio non riusciva a vendere i suoi prodotti, così chiede aiuto al Signore. «Signore, perché mi lasci soffrire così? Tutti i miei nemici vendono le loro merci e io solo no. Ed è anche alta stagione. Le mie camicie sono delle buone camicie. Da’ un’occhiata a questo raion. Ne ho con il colletto abbottonato e con il colletto aperto e non vendo niente». La soluzione divina sarà semplice quanto geniale: «Metti un coccodrilletto sulla tasca»… Inutile dire che le vendite salirono alle stelle.

Chiude il saggio una raccolta di “leggi e proverbi”, i cui migliori esempi di “sapienza antica” sono sicuramente questi: «Il leone e il vitello giaceranno insieme ma il vitello dormirà ben poco» e «Chi è malvagio nel profondo del cuore probabilmente la sa lunga».


(continua)

L.

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Pubblicato da su giugno 18, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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La Falsa Novella 5. I Vangeli di Gesù

L’uscita nelle librerie italiane de “Il testamento di Satana” (The Fallen, 2017) con cui Eric Van Lustbader riprende un suo personaggio dopo dieci anni di silenzio, mi sembra l’occasione giusta per rispolverare una grande indagine iniziata otto anni fa.

Il 9 novembre 2010 ho iniziato su ThrillerMagazine un viaggio dal titolo La Falsa Novella in cui raccontavo tutti quei falsi vangeli nati dalle penne degli scrittori come mero escamotage per dare pepe ai propri thriller religiosi, anche se non mancano normali romanzi di satira.
Concluso il viaggio il 31 dicembre 2010 – assicurandomi quindi di trattare i vari “Vangeli di Gesù” proprio nel periodo natalizio – nel 2012 ho fatto delle aggiunte e nel dicembre del 2013 mi sono deciso a raccogliere tutto il materiale, organizzato e corretto, in uno dei miei soliti eBook gratuiti.

L’eBook gratuito potete scaricarlo liberamente qui, altrimenti preparatevi ad un viaggio a puntate alla scoperta di tutti quei falsi vangeli che hanno cercato di intrigare i lettori più di quelli veri.


«Il Nazareno conosceva la potenza della parola scritta.
Ma mi disse che non avrebbe scritto mai più.»

dal Vangelo proibito
(David Gibbins)


Indice:


I Vangeli di Gesù

Chi è che meno di tutti può aver scritto un Vangelo? Proprio il “titolare”: Gesù Cristo. Così come Socrate, egli è rinomato per non aver lasciato nulla di scritto, e tutto ciò che sappiamo di lui e del suo pensiero lo conosciamo da testimonianze indirette.

«Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra»: questa frase del Vangelo secondo Giovanni (8,6 e ripetuta in 8,8) testimonia l’unico momento in cui il Messia si sia messo a scrivere… ma a scrivere che cosa? Il buon Giovanni non se ne interessa, ed anzi il verbo usato (γραφεν, grafen) vuol dire anche “disegnare” – così come ancora oggi la desinenza si può usare sia per “grafia” che per “grafica”. Gesù quindi per terra ha scritto o disegnato? E che cosa? Val la pena riportare la notizia dell’esistenza di un manoscritto armeno che riporta ampliato questo brano – stando a quanto ci racconta Tim Newton ne Il Vangelo che la Chiesa non ti farebbe mai leggere (2009), altisonante titolo italiano che indica in realtà un ottimo saggio sui vangeli apocrifi – e specifica che il Messia scrisse in terra «per denunciare i loro peccati, ed essi videro i loro numerosi peccati sulle pietre». Forse è un passo apocrifo che si è ritrovato inserito in un vangelo canonico, ma sta di fatto che il Gesù dei Vangeli – canonici o apocrifi – non scrive.

Ci pensano altri a farlo per lui, e parecchio anche…


Il segreto del Messia

Autori come Daniel Easterman – pseudonimo dietro il quale si cela il professore universitario irlandese Denis McEoin – autore di bestseller di fama mondiale che nel 1994 pubblica Il segreto del Messia (The Judas Testament).

Nell’Europa del 1979 Jack Gould è un giovane universitario dublinese che è in viaggio di studio: sta raccogliendo materiale per la sua tesi Profezie della Stella e dello Scettro nel Documento di Damasco, il Papiro della Guerra del Qumran, e i Florilegi. Questo lo porta a consultare le più complete collezioni di manoscritti esistenti, comprese le copie dei celebri Rotoli di Qumran, da Parigi a Mosca: ed è proprio in questa città che, nella Biblioteca Lenin, trova esemplari ricchi di storia.

«Durante la guerra molte organizzazioni si misero in competizione per la costruzione di biblioteche e musei antiebraici – racconta Iozif, un altro personaggio, a Jack. – Naturalmente, lo scopo di questa cosiddetta ricerca non era affatto accademico […]. Quelli volevano trovare prove che sostenessero le loro teorie razziali.» Il risultato di questa raccolta fu un’enorme biblioteca di Storia Ebraica: «è strano che anche dopo aver sterminato la maggior parte degli ebrei d’Europa, furono proprio i nazisti a portare in salvo questa nostra eredità.»

In mezzo a testi canonici, come Torah, Talmud ed altro, ci sono testi molto importanti e rari, conservati paradossalmente proprio perché si ignorava il loro effettivo valore. «Qui si trovano testi che nessuno studioso ha mai avuto l’opportunità di vedere. […] Ci sono copie di testi simili a quelli trovati nei Rotoli di Qumran e altri, pressoché dello stesso periodo, di cui nessuno sa nulla.» Fra questi testi così preziosi, non poteva mancare uno “libro falso”: l’autore cede alla tentazione di inserire un immaginario manoscritto ad una raccolta già abbastanza misteriosa. «Era una pergamena scritta in aramaico, risaliva probabilmente al primo secolo, pensò. L’inchiostro nero era macchiato e in alcuni punti sbavato, tuttavia leggibile».

«Né lo scrosciare delle acque, né il bruciare delle fiamme ardenti impediranno la mia Alleanza con Te, o Signore, né i Figli della Luce mi troveranno senza fede»

Questo l’inizio di un testo scritto dalla comunità degli Esseni, indirizzato nientemeno che a Caifa, sommo sacerdote tra il 18 e il 36 d.C. I papiri di Qumran non contengono né date né nomi e quindi è spesso molto difficile datarli: questo manoscritto, pur avendo tutte le qualità di quegli scritti, è ricco di informazioni tanto che si scopre che il mittente è Moreh ha-Zedek, leader esseno alla cui nascita Caifa stesso suggerì di chiamarlo Yashu… nome oggi noto come Gesù! «Questa è la storia della sua vita – dice Iosif ad un allibito Jack. – Scritta da lui stesso. L’ho letta e non ho dubbi. Amico mio, hai tra le mani il primo Vangelo. Il vero Vangelo. L’unica vera storia di Cristo. Scritta di suo pugno.»

È comprensibile che Jack stenti a credere di star leggendo, in pratica, il Vangelo di Gesù, con tanto di autobiografia.

«È nato in Galilea, a Cafarnao – prosegue Iosif, – figlio di un rabbino. La sua famiglia ha un legame di parentela con i più importanti sacerdoti di Gerusalemme. Questo lo hai letto. Lui stesso è destinato a diventare un rabbino, tuttavia sceglie di unirsi alla Setta della Nuova Alleanza. Col tempo ne diventa il capo, insieme al fratello Giacomo.»

Il tutto è scritto all’attenzione di Caifa, il rappresentante del gruppo che detiene il potere a Gerusalemme, e le intenzioni sono chiare: «Se i sacerdoti e gli esseni uniranno le proprie forze, nemmeno i romani saranno in grado di sconfiggerli.»

Un testo del genere non può che portare guai. Non vi si trova il Gesù consueto bensì un leader furioso e pronto a venire alle armi per difendere il Tempio profanato. «Ma quali capelli biondi, Jack, e quali occhi azzurri! Si troverebbero davanti un temibile fanatico ebreo, di quelli che popolano i loro peggiori incubi. Lo crocifiggerebbero di nuovo!»

Nel corso del storia del romanzo molte persone moriranno nel tentativo di salvare il testo dalla distruzione: «Che razza di fede è quella che si rifiuta di raccogliere la sfida della verità?» si chiede Jack, fermamente intenzionato a pubblicare il testo scritto da Gesù in persona, mentre criminali ed associazioni poco pulite smuovono mari e monti per mettere le mani su un manoscritto che cambia radicalmente l’immagine che consueta del Salvatore.


Il Testamento di Gesù

Di tutt’altra pasta è lo pseudobiblion immaginato dallo statunitense Eric Van Lustbader, celebre autore di saghe d’azione dal sapore orientale (come quella del Guerriero del Tramonto, del Ninja o di China Maroc): nel 2006 anche lui si unisce agli autori della “Falsa Novella” con il romanzo Il testamento di Gesù (The Testament).

Braverman Shaw, che tutti chiamano solamente Bravo, si vede portar via il padre prima che questi possa svelare il segreto della sua reale attività. Come ogni personaggio letterario che si ritrovi in questa situazione, Bravo inizia un viaggio alla scoperta della vita segreta del padre, che lo porterà ad entrare nel “Voire Dei”, la classica setta segreta che sembra obbligatoria in thriller di questo genere. Dopo roboanti inseguimenti e scene d’azione in giro per l’Europa, alla ricerca di chiavi ed indizi, finalmente Bravo scoprirà cosa cela il Voire Dei:

«Il segreto che l’Ordine ha custodito per secoli, il segreto che Roma ha voluto più di ogni altra cosa, è questo: noi possediamo un frammento del Testamento […]: il Testamento di Gesù Cristo

Questo fenomenale documento confermerebbe alcuni elementi che la Cristianità considera apocrifi e che si trovano nel Vangelo Segreto di Marco, ritrovato nel 1958 nella biblioteca del monastero di Mar Saba, vicino a Gerusalemme.

«Il Vangelo Segreto è stato oggetto di derisione da parte di studiosi della Bibbia, in quanto descrive Gesù solo come operatore di miracoli, il che va contro la dottrina della Chiesa. Narra poi in dettaglio come Gesù abbia resuscitato non soltanto Lazzaro, episodio narrato nell’undicesimo capitolo, ma anche altre persone.»

Data la pericolosità di quanto narrato da questo Vangelo Segreto di Marco, la Chiesa se ne è sbarazzata e lo stesso vuole fare con il Testamento di Gesù, anche se non ce ne sarebbe bisogno: le regole del Voire Dei impediscono ai propri membri di rivelarne il contenuto a chiunque non appartenga all’Ordine.

Comunque questa setta possiede anche la Quintessenza, il mitico quinto elemento… «Nel suo Testamento, Gesù la descrive come qualcosa di simile all’olio, ma questa definizione non si avvicina al concetto che noi abbiamo dell’olio. […] Ciò che rende il frammento del Testamento di Gesù tanto esplosivo, tanto potenzialmente pericoloso per la Chiesa, è che Gesù scrive che solo per mezzo della Quintessenza ha fatto resuscitare Lazzaro e gli altri.» Nessun potere divino, quindi, nessuna fede né miracolo: usando una specie di prodotto dalle misteriose proprietà un Gesù più umano che mai avrebbe potuto compiere azioni divine.

Ovviamente la Chiesa non permetterà mai che queste informazioni trapelino. «Ecco perché nel corso dei secoli sono stati assassinati re, distrutti regimi, sacrificate migliaia di vite umane e versato così tanto sangue.» Tutto per far tacere di questo Testamento di Gesù… In realtà, come viene specificato nella trama, più che il testo compromettente quello che interessa la Chiesa è la Quintessenza, e non certo per guarire gli invalidi: semplicemente per potere personale.

Quello di Van Lustbader è un thriller che poggia su basi molto pencolanti e che veramente poco si interessa dell’invenzione stuzzicante che gli dà il titolo: quando Bravo dopo tanta fatica può mettere le mani sul documento in questione, «non c’era tempo per leggerlo»! Al di là della narrazione incalzante, non c’è altro che idee forse un po’ troppo abusate, come complotti che durano da secoli e portati avanti dalla Chiesa.


I custodi del manoscritto

«Delicatamente Josh spiegò l’involto di lino, che rivelò un manoscritto.» Così presenta la sua scoperta lo scrittore statunitense Ronald Cutler ne I custodi del manoscritto di Cristo (The Secret Scroll, 2008). Protagonista è un archeologo americano in Palestina, Josh Cohan, che durante degli scavi mette le mani su qualcosa che – come sempre – sembra destinato a cambiare dal profondo la cristianità. Un manoscritto salvato incredibilmente dalle spirali del tempo ha un incipit che è tutto un programma:

«Sono Yehoshua ben Yosef. Nelle prossime settimane si compirà il mio destino. Scrivo questo perché sappiate la verità su chi sono, ciò che predico e ciò in cui credo

«Ero bambino quando scoprii di essere diverso.» Attraverso il manoscritto, l’autore dà voce ad un Gesù molto differente da quelle che esce dagli altri Vangeli. Ci racconta dei suoi problemi e delle sue paure, dello sgomento di fronte ai prodigi che è in grado di fare e tutto il resto.

Parallelamente, c’è l’immancabile setta che – in suo nome – si attribuisce il diritto di difendere la cristianità anche con la violenza. Si chiamano Assassini di Cristo (che nome!) e la loro organizzazione è molto più simile ad un datato romanzo d’appendice ottocentesco che ad un thriller religioso del XXI secolo, con frasi come: «Il Maestro aspettava in paziente contemplazione nell’oscuro nascondiglio sotterraneo»…

Difficile giudicare il romanzo di Cutler pienamente riuscito, o meglio è un classico thriller religioso con tutti gli elementi al posto giusto ma privo di intuizioni o di ispirazione. La lettura è talmente scorrevole che poco o nulla rimane nel cuore del lettore. Fra cattivoni poco credibili e disarmanti frasi come «Le diverse confessioni [religiose] erano competitive quanto gli Yankees e i Red Sox», si dipana un romanzo che non mi sento di consigliare, se non fosse per il gustoso testo attribuito al Cristo.

«E se contraddicesse i Vangeli del Nuovo Testamento?» è la domanda obbligatoria quando ci si pone davanti ad un’eventuale pubblicazione del testo ritrovato. «Non importerebbe – è la risposta illuminata. – La fede non viene dalla testa, viene dal cuore.» Da duemila anni indietro nel tempo lo conferma Gesù stesso:

«Dove esiste Dio? Egli vive nel cuore e nella mente. Esiste una parte in ognuno di noi che risale agli inizi della creazione: è la scintilla divina. Aprite voi stessi e potrete sentirla.»


Il Vangelo proibito

Dal 2005 lo scrittore canadese di origine britannica David Gibbins, dopo aver passato un decennio ad occuparsi di saggistica e insegnamento, dopo aver circumnavigato il globo già all’età di sei anni, decide di dedicarsi ad una narrativa particolare: archeologia d’azione. Il suo alter ego letterario Jack Howard vive, con il suo affiatato team, avventure in giro per il mondo nei luoghi più “fanta-archeologici” e ricchi di fascino misterioso, finché nel 2008 arriva la tappa obbligatoria della “Falsa Novella” e scrive Il vangelo proibito (The Last Gospel, edito negli USA come The Last Tomb).

Il fondale del Mediterraneo, una stanza finora mai esplorata di Ercolano, una villa nel sud della California, una grotta della Roma capitolina, il Santo Sepolcro… cos’hanno in comune tutti questi luoghi? Sono tutti protagonisti di questo romanzo di Gibbins ed ognuno contiene un indizio per seguire la strada percorsa duemila anni fa dal testo più immaginato e sognato dagli autori di thriller: un vangelo scritto da Gesù Cristo in prima persona.

Non facciamoci ingannare titolo (dove l’originale “ultimo” è stato sostituito con “proibito” per comprensibili esigenze di marketing): non siamo di fronte a un thriller religioso bensì ad uno studio dell’antichità e ad una ipotesi di come potrebbero benissimo essere andate le cose. La ricerca di Howard e dei suoi amici-colleghi non è volta a minare la religione o ad accusare il Vaticano di chissà quale colpa: la storia è volta a gettare le basi per una nuova interpretazione di fatti noti (più qualche deliziosa aggiunta fantasiosa che – trattandosi dopotutto di un romanzo – non guasta mai).

La particolarità dello stile di Gibbins è una massiccia e solida documentazione storico-archeologica: i suoi personaggi non sono “Indiana Jones acquatici” bensì veri studiosi che agiscono solo dopo aver raccolto informazioni e confrontato i fatti. I romanzi dell’archeologo canadese non sono di avventura come di solito la si pensa, bensì veri “thriller archeologici”.

Il vangelo proibito paradossalmente è “troppo reale”, a volergli trovare un difetto: non c’è spazio per quelle ipotesi fantasiose che tanto amano gli autori di facili storie di grande impatto. È un romanzo con basi solide che rinuncia volutamente ad ogni volo di fantasia. Addirittura il celebre enigma SATOR-ROTAS – il quadrato cifrato rinvenuto a Pompei e in altri luoghi dell’antichità romana e che ha infiammato studiosi ed appassionati per millenni – viene risolto in pochissime righe, adottando (senza specificarlo) l’interpretazione trovata indipendentemente dagli studiosi Sigurd Agrell e Felix Grosser come se fosse accertata. (Cosa che in realtà non è: la questione è alquanto controversa).

Curiosamente, nel 2006 – due anni prima del romanzo di Gibbins – nel saggio Il Vangelo di Pompei il nostrano Roberto Pascolini ha “decifrato” il quadrato latino proponendolo come vero e proprio Vangelo scritto e codificato da Gesù: ma come possono due parole di quattro lettere, incastrate fra di loro in varie combinazioni, tirar fuori addirittura un vangelo intero?

La soluzione che Pascolini elabora nel testo è imperdibile e l’autore riporta in appendice il sorprendente testo che ha ricavato dagli incroci del SATOR-ROTAS. Ecco i versi 2 e 3:

«Popolo romano, ecco ecco, ecco, ecco… Sì, certamente, sì, certamente il popolo romano… Sì, certamente, sì, certamente o Popolo travolgi il Padre/il Senato!…»

e via per pagine e pagine. Decisamente criptico, questo Messia…


La santa verità

L’autore portoghese Luís Miguel Rocha ci parla di un Vangelo lasciatoci da Gesù ne La santa verità (A Mentira Sagrada, 2010).

«Roma, Anno Quarto dell’era di Claudio, Ieshua ben Joseph, immigrato dalla Galilea, precedentemente giudicato e assolto da Ponzio Pilato…»

Così inizia un atto notarile risalente al primo secolo ritrovato nel 1946 a Qumran: un documento che attesta senz’ombra di dubbio la presenza di Gesù (in carne ed ossa, è il caso di dire) a Roma ben oltre la data della sua crocefissione, addirittura “assolto”…

È facile comprendere come un documento del genere sia troppo scottante perché diventi di dominio pubblico: gli autori della scoperta lo spediscono di gran carriera al Vaticano e stringono un patto di silenzio sull’argomento.

Ma non c’è soltanto questo atto notarile ad infiammare la trama del romanzo di Rocha, bensì anche un testo scritto da Gesù di suo pugno che racconta la propria umana vicenda. «Io non sono il figlio di Dio, ma sono la strada per arrivare a Lui», è l’unica citazione che si ha di questo testo, ma sappiamo che già nel Cinquecento Ignazio di Loyola vi mise le mani e che da allora è in atto un gioco di potere fra grandi potenze spirituali che la maggior parte dei fedeli neanche immagina.

Fra colpi di scena e ricostruzioni storico-religiose, il romanzo di Rocha lascia il Vangelo di Gesù molto in secondo piano, ma in realtà è la spinta principale (sia nel bene che nel male) dell’agire dei personaggi, e l’apice del thriller che si raggiungerà solo nel finale.


(continua)

L.

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Pubblicato da su giugno 15, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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La Falsa Novella 4. I Vangeli di Maria Maddalena

L’uscita nelle librerie italiane de “Il testamento di Satana” (The Fallen, 2017) con cui Eric Van Lustbader riprende un suo personaggio dopo dieci anni di silenzio, mi sembra l’occasione giusta per rispolverare una grande indagine iniziata otto anni fa.

Il 9 novembre 2010 ho iniziato su ThrillerMagazine un viaggio dal titolo La Falsa Novella in cui raccontavo tutti quei falsi vangeli nati dalle penne degli scrittori come mero escamotage per dare pepe ai propri thriller religiosi, anche se non mancano normali romanzi di satira.
Concluso il viaggio il 31 dicembre 2010 – assicurandomi quindi di trattare i vari “Vangeli di Gesù” proprio nel periodo natalizio – nel 2012 ho fatto delle aggiunte e nel dicembre del 2013 mi sono deciso a raccogliere tutto il materiale, organizzato e corretto, in uno dei miei soliti eBook gratuiti.

L’eBook gratuito potete scaricarlo liberamente qui, altrimenti preparatevi ad un viaggio a puntate alla scoperta di tutti quei falsi vangeli che hanno cercato di intrigare i lettori più di quelli veri.


«Se solo fossero venuti da me.
Avrei dato loro gli insegnamenti della Via.»

dal Vangelo di Maria Maddalena
(Kathleen McGowan)


Indice:


I Vangeli di Maria Maddalena

Più di un’autrice si è cimentata nell’immedesimarsi con Maria di Magdala, fra i personaggi femminili più controversi e intriganti della storia, ma nel 1984 la britannica Michèle Roberts ha voluto “speziare” il suo romanzo The Wild Girl con un espediente ormai ben noto al lettore.

«Amati fratelli e sorelle in Gesù Cristo, qui inizia il libro della testimonianza di Maria Maddalena. Colei che scrive lo fa su ordine del Salvatore stesso e della sua santa madre Maria, per la maggior gloria di Dio e per l’edificazione dei discepoli che verranno dopo di lei. È stata, ed è, una testimone della verità. E supplica coloro che leggeranno questo libro perché preghino per la sua anima. Amen.»

Con questa curiosissima premessa, che non ha la benché minima pretesa di sembrare anche solo verosimile, la Roberts inizia il racconto in prima persona di ciò che immagina essere stata la vita della Maddalena: non stupisce che quando il romanzo – inedito in Italia – giunge negli Stati Uniti la Pegasus Books lo ribattezzi subito The Secret Gospel of Mary Magdalene.

Chissà se questo “vangelo segreto” di Maria è stato letto da un’autrice che, vent’anni dopo, ha adoperato un espediente molto simile ma… con ambizioni di verità!


La Trilogia della Maddalena

Rivalutare il giusto peso delle donne negli eventi storici è opera meritoria, ma bisogna stare attenti: si corre il rischio di saltare il fosso e diventare discriminanti verso gli uomini, di macchiarsi cioè dello stesso peccato di generazioni di cronisti faziosi, anche se al contrario.

È un peccato di cui si macchia l’autrice statunitense Kathleen McGowan quando, nel 2006, pubblica a proprie spese il suo particolarissimo contributo alla “Falsa Novella”: Il Vangelo di Maria Maddalena (The Expected One). In origine l’autrice voleva scrivere un saggio, ma (a sua detta) per evitare di creare problemi alle sue fonti ha deciso per la fiction; questa operazione in realtà è di solito la più remunerativa, visto che il saggio più attendibile non arriverà mai al successo di pubblico del romanzo più fantasioso.
Nasce così il suo alter ego Maureen e nasce il primo libro di quella che, dopo, risulterà essere una trilogia: la Trilogia della Maddalena.

La citata Maureen è una professoressa di storia che ha a cuore ristabilire il giusto peso delle donne nelle passate vicende umane. Troppe volte infatti leggende e pregiudizi hanno voluto relegare le donne a ruoli preconfezionati. Maureen deve il successo delle sue lezioni ad un saggio che ha pubblicato e che ha sollevato accesi dibattiti: HerStory: difesa delle eroine più odiate della storia. Il titolo è un delizioso gioco di parole fra history (che suona come his-story, la storia di lui) e herstory (che suona come her-story, la storia di lei).

«Una volta lessi che i primi testi storici inglesi erano stati tradotti da una setta di monaci, – racconta la professoressa in un’intervista – i quali credevano che le donne non avessero un’anima e fossero la fonte di tutti i mali. […] Questa scoperta mi sconvolse e mi portò a chiedermi: è possibile che anche altri personaggi storici femminili siano stati dipinti basandosi sul pregiudizio?»

Nasce così una ricerca storica tutta al femminile (forse troppo al femminile), e il punto di arrivo non può essere che la donna più celebre dei Vangeli… No, non la Vergine Maria, bensì Maria Maddalena. «Sono passati più di trent’anni da quando è stato dichiarato formalmente che Maria non era la peccatrice del Vangelo di Luca e che papa Gregorio Magno aveva inventato quella storia nei secoli bui per perseguire le proprie mire. Ma è difficile cancellare l’immagine che l’opinione pubblica si è fatta di lei per due millenni».

Non possono scappare a questa ricerca le grandi donne della storia (soliti ovvi nomi come Lucrezia Borgia, Giovanna d’Arco, etc.), ma questo alla fin fine è solo uno dei molti elementi tipicamente romanzeschi di cui l’autrice non disdegna l’uso: astrologia, alchimia, pittura (grande fetta dei misteri del romanzo si legano ad un celebre quadro di Nicolas Poussin), Templari, i Catari («I loro insegnamenti arrivavano in modo puro e diretto da Gesù Cristo. Tramite Maria Maddalena. Lei è stata la fondatrice del catarismo»)… nessun ingrediente manca al grande pentolone di questo romanzo.

Al di là degli elementi thriller e dei classici temi riguardanti Templari e misteriose sètte, quello che interessa qui è «il Vangelo di Maria Maddalena, un resoconto assolutamente perfetto della sua vita con Gesù Cristo». Nessun testimone l’ha mai visto né ne ha scritto, e ci sono ipotesi secondo cui addirittura il Vangelo di Giovanni – così diverso dagli altri tre canonici – sia stato scritto in realtà dalla donna. Nel Cristianesimo le donne hanno sempre avuto un forte peso, e si giunge addirittura a conclusioni ben più importanti.

«Negli Atti, Luca spiega quali sono i requisiti fondamentali per diventare un apostolo: […] se vogliamo prendere tutto alla lettera, c’è una sola persona che possiede tutti questi requisiti… ed è Maria Maddalena.»

Non a tutti però va giù l’idea di una donna che addirittura potrebbe aver scritto l’unico vero vangelo, ed appartenenti di misteriose sètte moderne potrebbero vedere in Maureen l’Attesa, la reincarnazione di Maria Maddalena. «Da mille anni ci sono persone che ucciderebbero pur di impedire che venga ritrovato il vangelo di Maria. […] Ci sono ancora persone disposte a uccidere pur di impedire che la profezia si avveri. Se queste persone pensano che tu sia l’Attesa, potresti essere in serio pericolo».

Quando viene ritrovato questo prodigioso Vangelo, prima ancora che inizi la traduzione si intuisce che affronterà temi più che scottanti. Una volta tradotta la parte intitolata “Il libro dei Giorni delle Tenebre”, sappiamo che questo «parla dell’ultima settimana della vita di Cristo». Con frasi che sembrano tratte più dal musical Jesus Christ Superstar che da un ipotetico vangelo, scopriamo che Giuda era più oculato degli altri apostoli nonché il più saggio – ma questo in realtà già lo sapevamo, come si è visto nei precedenti capitoli. In un lungo (e sinceramente estenuante) racconto nel racconto, Gesù è sposato con Maria, precedentemente sposata a Giovanni, ed aspettano un figlio: dopo varie peripezie, rielaborazione dei ben noti avvenimenti, il Salvatore va verso la croce salutando la sposa con queste parole:

«Il mio tempo qui è finito. Adesso tocca a te.»

Come si può immaginare, una storia del genere non può diventare di dominio pubblico: il Vangelo di Maria Maddalena scomparirà come tutti gli pseudobiblia, anche se non verrà distrutto bensì finirà nascosto nella Biblioteca Vaticana.

Visto il successo di questo romanzo, la McGowan continua sulla stessa strada e nel 2009 esce – stavolta pubblicato da una casa editrice – il secondo episodio della Trilogia della Maddalena: Il libro dell’amore (The Book of Love).

Il romanzo parte dalla pubblicazione da parte della protagonista del risultato delle ricerche del precedente libro: La verità contro il mondo: il vangelo segreto di Maria Maddalena, un delizioso “libro falso” che analizza un altro “libro falso”!

«Basato sulle sue esperienze di vita, il romanzo fondeva il personale percorso di scoperta di Maureen con le rivelazioni spesso sconcertanti sulla vita di Maria Maddalena come discepola prediletta di Gesù.»

Le critiche, come ci si può immaginare, non mancano né si fanno attendere, ma resta il fatto che la “sua” Maddalena sta conquistando sempre più adepti, benché il manoscritto – portato a Roma – è ancora sotto esame per vagliarne l’autenticità.

Avevamo lasciato Gesù e la Maddalena “uniti” in matrimonio, ed ora scopriamo il frutto di quell’unione: Sarah-Tamar, che in seguito divenne profetessa. Questo personaggio sarà il protagonista di un romanzo nel romanzo, La leggenda di Sarah-Tamar, i cui estratti si alterneranno alle vicende di Maureen e del Libro rosso, che poi anche questo fa parte del Libro dell’amore del titolo: un percorso davvero complesso ma disseminato di tanti gustosi pseudobiblia.

Tra uomini incappucciati e donne dai super poteri, tra flash back in svariate epoche ed in svariate località geografiche, si snoda un’avventura molto meno appassionante della precedente, non priva di frasi zuccherose attribuite a testi antichi: espediente che, a parere di chi scrive, fa perdere credibilità a tutta l’operazione (visto che l’autrice continua a dichiarare di scrivere fiction partendo da risultati di vere ricerche).

«Ecco il Libro Rosso. Questo è il testo più sacro per il nostro popolo, perché, fra le altre cose, contiene le parole scritte dal salvatore del mondo. In queste pagine c’è il vangelo completo scritto da Gesù Cristo, la buona novella che noi conosciamo come Libro dell’Amore

In fondo alla seconda pagina c’è una firma: Magdalhnh. Maddalena. Stranamente, il Libro Rosso è diviso in tre parti proprio come la trilogia della McGowan.

«La prima è il Libro dell’Amore, che è l’unica, vera parola [scritta da Gesù di proprio pugno]. La seconda è la raccolta di profezie di Sarah-Tamar, che sono sacre per il futuro. La terza sono gli Atti degli Apostoli, che sono stati raccolti dalla nostra gente sin dagli albori del cristianesimo.»

Abbiamo anche un estratto:

«Ma lei, lo Spirito, il Paracleto che mio Padre vi manderà in mio nome, v’insegnerà tutto; lei vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

«Caspita – è il commento di Maureen. – Il genere femminile sembra decisamente enfatizzato.» La donna ha ragione: la faticosa ricerca dell’autrice di far quadrare tutto al femminile (Maddalena arriva ad un passo dal diventare Dio-donna!) finisce per dare al romanzo un’aria di scarsa obiettività che squalifica la pretesa di “verità” del contenuto.

«Niente potrebbe essere più pericoloso per la Chiesa di un vangelo scritto da Gesù Cristo di suo pugno, soprattutto se quel vangelo può dimostrare che tutto quello che la Chiesa sostiene è in netta contrapposizione con i suoi veri insegnamenti. È il documento più pericoloso nella storia dell’umanità.» Sappiamo che non è affatto così. La “Falsa Novella” ci ha insegnato che potrebbero essere scoperti altri cento testi che contraddicano la Chiesa e il risultato sarebbe sempre lo stesso: i fedeli si stringerebbero ancora di più intorno alla Chiesa sotto accusa e i vangeli, con relativi scopritori, farebbero una gran brutta fine.

Chiude la trilogia La stirpe di Maria Maddalena (The Poet Prince, 2010). In realtà la McGowan ha messo tutta se stessa solo nel primo titolo e, quel che avanzava, nel secondo: per il terzo episodio della saga non c’è molto altro da aggiungere, e infatti nient’altro viene aggiunto.

Una volta rischiata la vita per raccogliere prove che Maria Maddalena, sposa di Gesù, diede vita ad una discendenza illuminata di donne di grande spessore, e dopo aver ricostruito il Libro Rosso dell’Amore – vangelo scritto da Gesù in persona – ora nel terzo romanzo la protagonista Maureen Paschal può prendersi una ben meritata vacanza. Così salta su un aereo e se ne va a Firenze a visitare in lungo e in largo la Galleria degli Uffizi.

Sappiamo che la donna ha pubblicato Il tempo ritorna: la leggenda del Libro dell’Amore, scritto grazie agli estratti del Vangelo di Gesù scoperti nel secondo romanzo.

«Dal primo istante in cui si era trovata a contatto con gli insegnamenti del Libro Rosso, Maureen aveva pensato che fossero le parole più belle che avesse mai letto. Le riconosceva come la verità, ed era stata una festa per lei scrivere un libro sulle anime coraggiose che avevano rischiato tutto per conservare quel tesoro eccezionale per duemila anni.»

Il romanzo segue la Marchal nella sua visita fra i dipinti degli Uffizi e relative incredibili scoperte, rendendo il tutto più simile ad una guida turistica che ad un thriller. Non c’è davvero altro da aggiungere a quanto già raccontato nei precedenti due romanzi della McGowan, se non sperare che futuri altri suoi thriller religiosi abbiano maggiore ispirazione e consistenza.

Una nota finale. Contemporaneamente alla McGowan, nel 2006 il giornalista Tucker Malarkey sente il bisogno di trasformare in verboso romanzone la ben nota vicenda dei vangeli gnostici ritrovati a Nag Hammadi, ma il suo sconsigliabile Il Vangelo di Nag Hammadi (Resurrection) va citato perché all’autore preme fortemente sottolineare quanto il fondamentale ruolo delle donne sia stato drasticamente ridotto dalla Chiesa, mentre i vangeli gnostici ne danno testimonianza chiara. Insomma, cadendo negli stessi eccessi della McGowan, Malarkey si lancia nelle stesse speculazioni dietro però la facciata di “docu-fiction”.


L’ultima rivelazione

Il giovane statunitense Joseph Thornborn è un autore abbastanza misterioso: malgrado la biografia sui suoi libri ci dica che ha rapporti stretti con il Vaticano ed ha insegnato alla Columbia University, la sua totale assenza in fonti diverse da quelle italiane desta parecchio sospetto: che sia uno dei tanti autori nostrani che si nascondono dietro pseudonimo straniero? Comunque dopo il successo de Il quarto segreto, è la volta de L’ultima rivelazione, di cui non è noto né il titolo originale né la data: altro elemento che fa decisamente propendere per un’opera italiana “mascherata”.

Il romanzo si apre con un delizioso gioco letterario: al contrario degli altri thriller che speculano sui Vangeli per fiction, questo romanzo parte dalla presa di coscienza che… ci sono troppi romanzi che speculano sui Vangeli per fiction!

«Hai visto il successo di quel romanzo dedicato a Maria Maddalena, alla sua unione con Gesù e alla sua presunta discendenza? – viene chiesto al protagonista, riferendosi probabilmente al Codice Da Vinci ma che potrebbe rifarsi anche al primo libro della McGowan. – Settanta milioni di copie vendute! E quasi tutte sono state vendute in Paesi un tempo cristiani…»

Dando per scontato che le vendite di un libro modaiolo abbiano qualcosa a che vedere con la vera religione, l’atto d’accusa continua.

Qual è però il vero problema di queste lamentele? «Fino a qualche anno fa questi attacchi contro la fede, che poi sono attacchi contro la storicità dei Vangeli e di Gesù Cristo, avvenivano in ambito accademico […] Ne discutevano i teologi, si accapigliavano i biblisti, ma i semplici fedeli, la gente comune, quasi non se ne accorgeva. Erano attacchi diretti, tremendi, non lo nego… ma la fede dei semplici, quella rimaneva intatta…» Non è un discorso moralmente ineccepibile, ma se non altro è onesto: se i “semplici” sono confusi da troppi pensieri poi perdono la fede cieca…

Come si spiegano i protagonisti de L’ultima rivelazione tutti questi thriller che presentano altre interpretazioni dei Vangeli canonici o addirittura si inventano nuovi Vangeli? La risposta è tanto ovvia quanto stupefacente: c’è odore di zolfo! Lo dice anche il papa: «Il fumo di Satana si è purtroppo infiltrato anche in questi palazzi…»

Possiamo credere che gli autori di thriller religiosi si inventino Vangeli perché ispirati da Satana? Più plausibilmente lo fanno per soldi, ma visto che nel Medioevo (Jacques Le Goff docet) il denaro era visto come lo sterco del demonio, i conti tornano. Ma “Sterco del demonio” (Teufelsdröckh) è anche il cognome dell’autore del Sartor Resartus, illuminato “libro falso” inventato da Thomas Carlyle… Il cerchio si chiude e il povero demonio deve soccombere alla potenza creativa degli pseudobiblia.

Chiusa la geremiade sugli odiati thriller legati a falsi Vangeli, L’ultima rivelazione entra nel vivo della storia e si rivela per quello che è: un thriller legato ad un falso Vangelo! Sarà ispirato da Satana come gli altri?

John Costa, giornalista vaticano protagonista del romanzo, viene assegnato ad una delegazione dell’arcivescovo di Bari che sta per recarsi in Russia: è stata fatta una “scoperta clamorosa”. Pulendo un’antica icona, ci si è accorti che all’interno c’è un’altra icona, più piccola. Quest’ultima poi porta incise sul retro delle parole greche che stanno per «E Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore», tratte dal Vangelo di Luca (2,19). Ma c’è anche una frase (rovinata dal tempo) che accenna al testamento di Maria e alla discendenza di sangue nobile…

«Mi ricorda il romanzo che parla della Maddalena e del sacro Graal – è la reazione tanto di Costa quanto del lettore. – La tesi secondo la quale esisterebbe una presunta discendenza terrena di Gesù e della Maddalena, custodita in gran segreto da un ordine esoterico.»

Sarebbe un bel guaio se le fantasiose trovate di un romanzo potessero vantare addirittura delle prove reali.

Contemporaneamente Costa segue anche gli scavi nel sito di Tabaqat Fahl: in una delle collinette artificiali della città di Pella sono stati trovati dei rotoli, ed ora viene organizzata una spedizione archeologica. Eusebio di Cesarea scrisse nella sua Storia Ecclesiastica «I fedeli di Cristo si spostarono a Pella»: chi dice che non si fossero portati dietro anche dei preziosissimi manoscritti? (Fra cui la celebre raccolta di detti di Gesù, che viene citata da duemila anni senza che nessuno l’abbia mai vista.)

C’è chi uccide e c’è chi muore; papiri e manoscritti antichi vengono alla luce solo per scomparire di nuovo; ci sono tutti gli elementi standard di ogni thriller, con in più l’accorato e quasi maniacale tentativo dell’autore di dare addosso a quegli imbroglioni che speculano sulla discendenza di Gesù, intortando le menti deboli e rubandole alla Chiesa…

Purtroppo il romanzo non è privo anche di imbarazzanti cadute di stile, con frasi del tipo «Maestro, la nostra vittoria sarà totale», che si adatterebbero meglio ad un cartone animato che ad un thriller religioso. Anche il gioco letterario che apre la storia si scopre essere tutt’altro che un divertissement: i thriller religiosi diversi dal presente sono definiti «operette fumettistiche, che non scoprono nulla ma ripropongono paccottiglia anticlericale, di origini gnostiche e massoniche». La figura dello scrittore Murphy Darrow incarna tutto il male che Thornborn pensa di quelli che scrivono “romanzacci” attentando alle fondamenta della Chiesa.

Essendo in effetti questo messaggio davvero controcorrente – in forte minoranza se si pensa alla mole di thriller scritti contro la Chiesa – ci si poteva aspettare una storia un po’ più intrigante di una becera riproposizione di un feuilleton ottocentesco, con tanto di Cattivone luciferino. (In realtà, mi preme sottolinearlo, i feuilleton erano migliori!)


Il quinto Vangelo

Perché parlare qui de Il quinto Vangelo (2010) di Carlo Santi e non nella sezione dedicata ai “quinti evangeli”? La risposta è nello spunto del romanzo stesso.

Tommaso Santini è un Risolutore: per lavoro risolve problemi in seno al Vaticano. Viene chiamato ad investigare su una strana morte e subito rimane incastrato in un fin troppo scontato intreccio da thriller religioso. Ciò che qui interessa è che dalla Biblioteca Apostolica Vaticana viene rubato un manoscritto molto prezioso, ovviamente ignoto ai più.

«È il Vangelo scritto da Maria Maddalena, la compagna di Gesù.»

La spiegazione sembra ricalcare fedelmente ciò che già poco ispirati autori stranieri hanno saputo concepire. «Maria Maddalena era la compagna e moglie di Gesù di Nazareth; ma anche che non era né una prostituta, come dicevano in tanti all’interno della Chiesa, né una poco di buono che Gesù avrebbe preso con sé per salvarla da chissà quale peccato. Lei era un Apostolo, come gli altri, e scrisse la sua verità in quel manoscritto: il suo Vangelo, il quinto. Attraverso quel Vangelo, Ella spiegava la storia di Cristo, così come lui stesso le aveva raccontato per anni e come le aveva chiesto di scriverla. Per cui quel manoscritto, il Vangelo di Maria Maddalena, era quindi autentico ed era stato scritto usando un codice, ideato da Gesù in persona. Quel codice era custodito a Roma, in Vaticano.»

Il Gesù crittografo qui descritto è uno che la sa lunga (come in effetti ci si potrebbe aspettare dal figlio di Dio!): previsto che Giuda tradirà, per non lasciare gli apostoli in undici – cosa evidentemente disdicevole – nomina preventivamente Apostola la Maddalena, e non pago arriva ad affidarle il compito di fondare la sua Chiesa. E a Pietro?

«Rifletti Risolutore, apri la tua mente. Pietro fu quello che rinnegò Gesù Cristo per tre volte prima del canto del gallo, ricordi? […] Per cui è legittimo pensare che proprio lui non potesse essere l’unico meritorio per fondare la Chiesa di Cristo?»

È abbastanza comprensibile che quando questo incredibile Vangelo è stato ritrovato e decodificato, la Chiesa ha fatto di tutto per toglierlo di mezzo e seppellirlo nel più profondo degli archivi. «La Madonna era Dio, Risolutore, questo scrisse Maria Maddalena. Ed Ella era colei che Gesù amava e alla quale diede il compito di fondare la sua Chiesa»: questa roba deve assolutamente scomparire…

Dichiarato eretico da Bonifacio I, il manoscritto del Vangelo viene separato dal codice indispensabile per leggerlo: il primo viene affidato alla Chiesa Greco-Ortodossa, il codice alla Chiesa Romana Apostolica. Ma il tempo passa e i due elementi cambiano di mani e la situazione si ingarbuglia. Al tutto va aggiunta la quasi obbligatoria setta segreta, antica e potente, che vuole sferrare un attacco mortale al Vaticano.

Il quinto Vangelo di Carlo Santi è un romanzo sicuramente appassionato ma che denuncia davvero una grave mancanza di originalità, dove non addirittura di una candidiana semplicità. Il sapore che lascia nella bocca del lettore è pungente: è il sapore del saggio fantasioso impossibile da pubblicare che viene trasformato in thriller religioso, pieno di lunghe spiegazioni e di idee indigeste, il tutto condito da elementi da thriller troppo “già letti” per destare interesse.


(continua)

L.

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Pubblicato da su giugno 13, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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La Falsa Novella 3. I Vangeli di Giuda

L’uscita nelle librerie italiane de “Il testamento di Satana” (The Fallen, 2017) con cui Eric Van Lustbader riprende un suo personaggio dopo dieci anni di silenzio, mi sembra l’occasione giusta per rispolverare una grande indagine iniziata otto anni fa.

Il 9 novembre 2010 ho iniziato su ThrillerMagazine un viaggio dal titolo La Falsa Novella in cui raccontavo tutti quei falsi vangeli nati dalle penne degli scrittori come mero escamotage per dare pepe ai propri thriller religiosi, anche se non mancano normali romanzi di satira.
Concluso il viaggio il 31 dicembre 2010 – assicurandomi quindi di trattare i vari “Vangeli di Gesù” proprio nel periodo natalizio – nel 2012 ho fatto delle aggiunte e nel dicembre del 2013 mi sono deciso a raccogliere tutto il materiale, organizzato e corretto, in uno dei miei soliti eBook gratuiti.

L’eBook gratuito potete scaricarlo liberamente qui, altrimenti preparatevi ad un viaggio a puntate alla scoperta di tutti quei falsi vangeli che hanno cercato di intrigare i lettori più di quelli veri.


«Giuda morì come Gesù, crocifisso dai Romani»

dal Vangelo secondo Giuda
(Jeffrey Archer)


Indice:


I Vangeli di Giuda

Nel 2006 il mondo si infiamma per il grande circo mediatico messo insieme dalla National Geographic Society: finalmente è tornato alla luce il Vangelo di Giuda, considerato perso sin dal secondo secolo dopo Cristo, quando nel criticarlo sant’Ireneo ce ne fornisce l’ultima citazione nota. Appena il fumo si dirada e sono venduti tutti i DVD, riviste e instant book possibili, esce fuori che il testo copto in questione è ben noto agli esperti sin dagli anni Settanta, e solo oggi il pubblico ne sente parlare perché finalmente i venditori hanno trovato un cliente in grado di pagare l’ingente somma che chiedono: la National Geographic, appunto.

«È rimasto nascosto fino alla Pasqua 2006 perché i proprietari svizzeri, e i loro agenti americani, volevano ottimizzare i guadagni» è l’incipit del saggio I segreti del Vangelo di Giuda (2007), in cui lo sdegnato e infuocato studioso James M. Robinson denuncia un’operazione prettamente commerciale che rischia di travisare un testo in realtà già noto e con contenuti diversi da quelli strillati dai documentari divulgativi.

È ovvio che raramente i ricercatori o le Università possono attingere ai fondi che invece sono a disposizione della National Geographic Society, così come è ovvio che quando questa investe in un manoscritto non si limita a studiarlo: va in giro a strombazzarne il grande valore semplicemente per un comprensibile rientro economico. Comunque lo sdegno esagerato di Robinson o la storia delle vicende del Vangelo di Giuda sin dagli anni Settanta – affidata lo stesso 2006 dalla NGS ad Herbert Krosney e al suo bel saggio Il vangelo perduto – non interessano questo saggio: per quanto possano scontrarsi studiosi e teologi sul contenuto di questo Vangelo, rimane pure sempre un vero vangelo, anche se considerato apocrifo.

Preme invece parlare di quello che i romanzieri hanno creduto fosse in esso contenuto prima che se ne ventilasse la scoperta: ci sono due casi diametralmente opposti che però danno un’idea ben chiara dell’argomento.


Il Vangelo di Giuda

Il Vangelo di Giuda (The Gospel of Judas) dell’autore britannico Simon Mawer, è un romanzo scritto nel 2000 che anticipa molto realisticamente il contenuto del “vero” Vangelo di Giuda. Anche se negli Stati Uniti il romanzo è uscito proprio l’anno dell’inizio della traduzione del vero vangelo, è stato scritto almeno un anno prima e quindi c’è da dubitare che lo scrittore abbia potuto accedere ad indiscrezioni sul contenuto del testo. Anche perché, come si vedrà, il suo romanzo ne dà una versione diversa.

Leo Newman, il protagonista della storia, è un prete archeologo che sta studiando i fantomatici Papiri di En-mor, frammenti e brandelli di testi la cui antichità è eccitante: precedenti la guerra giudaica, quindi prima del 66 d.C. Le implicazioni sono ovvie: il testo che questi frammenti riportano potrebbe essere stato scritto da un testimone della passione di Gesù.

«Questa potrebbe essere la più grande scoperta di tutti i tempi. Potrebbe far sembrare i rotoli del Mar Morto un pic-nic nel giardino dell’Eden.»

Manderley Dewer è una donna che si interessa al lavoro di Leo, ma che darà il via ad una serie nefasta di eventi. L’archeologo infatti inizierà a provare sentimenti forti per Manderley, ma a causa dei voti presi dovrà sempre tenerla a distanza: in pratica rifiutare quell’amore che la donna vuole offrirgli. La ricerca sui testi sacri, quindi, diventa per Leo una ricerca interiore alla radice della propria fede religiosa.

Gli eventi precipitano quando Manderley si suicida: il gesto profondamente anti-cattolico e la morte di una donna cara sono un durissimo colpo per l’archeologo: come se non bastasse, dal suo lavoro di ricerca è uscito fuori uno spietato attacco ai propri valori religiosi.

«È Yehudà, figlio di Simone di Keriot, noto anche come Yehudà il sicarios a scrivere questo, e lo scrive perché voi sappiate che questa è la verità

L’incipit del testo che i Papiri di En-mor vanno componendo non lascia dubbi: l’autore è Giuda!
Leo è scioccato.

«Era sempre stato un problema, Giuda. Persino il suo nome, in parte patronimico – Giuda Is’ Queriyot, Giuda di Kerioth – e in parte soprannome – Giuda Sikarios, Giuda il Coltello – persino il suo nome era un problema. E lì c’era quel frammento di papiro che coronava il dibattito accademico con un semplice gioco di parole.»

Ma quale pericolo può arrivare da un Vangelo scritto da Giuda? La risposta non tarda arrivare, visto che l’autore del papiro anticipa che scriverà la “verità” su Yeshu il Nazir, che

«morì e non risorse e io stesso ho visto il suo corpo in decomposizione.»

«È un falso! Deve esserlo!» è il grido di Leo.

«Aperto, il rotolo somigliava a un pezzo di tela ruvida, lunga circa tre metri, corroso, mordicchiato dai topi o dal tempo, inesistente in alcuni punti e danneggiato in altri, eppure sostanzialmente intero.» Un oggetto così innocuo eppure un contenuto così devastante.

Parallelamente ad una ricerca genealogica – secondo cui addirittura Gesù sarebbe stato nipote di Erode – Leo vive un terremoto interiore. Il senso di colpa per aver provocato indirettamente la morte della donna segretamente amata si fonde con le parole di Giuda che pian piano sta traducendo: non si parla del Gesù che conosciamo dagli altri Vangeli. «Gesù… questo Gesù ha spaventato la coorte di Gerusalemme fino a farla allontanare. Ha un intero maledetto esercito ad aspettarlo fuori dalla città.» Infatti a seconda dell’interpretazione delle parole greche usate sia dai Vangeli canonici che da quello di Giuda, si può sia pensare che Gesù fosse a capo di una banda o di un esercito, sia che verso la Maddalena provasse ben più della semplice carità.

Più Leo studia il testo greco del vangelo ritrovato, più perde la fede, più soffre: «Leo Newman, adultero, apostata, ebbe uno spasimo di compassione per l’intera cristianità che è ed era stata, e potrebbe non essere più.» Cosa rimane se scompare tutto ciò che Gesù ha rappresentato? Rimane

«l’unica lezione che la vita può impartire. […] Che non c’è nient’altro. Siamo solo tu e io, ora, in questo momento e in questo luogo. Tutto il resto non è che vuota speranza.»

Il romanzo di Mawer racchiude in sé tre parti ben precise. La parte “rosa” in cui si racconta del rapporto d’amore negato tra Manderley e Leo; la parte “thriller” che riguarda la minuziosa ricerca e l’attento studio del Vangelo di Giuda – con abbondanti e stuzzicanti citazioni in greco – e per finire una parte di profondo sconforto rappresentata dal viaggio interiore del protagonista che sente la propria vocazione sciogliersi e la propria fede evaporare al sole di quel Giuda che gli parla da duemila anni di distanza, e che pian piano distrugge ogni dogma religioso conosciuto sulla passione di Gesù.

Leo, come molti altri “scopritori” di vangeli immaginari, decide di dare alle stampe il testo: che il mondo sappia la dura, durissima verità! Ci si aspetterebbero forti opposizioni ed ostruzionismi da parte della Chiesa, invece la reazione è totalmente diversa.

«Proceda pure, lo pubblichi e vada al diavolo – gli viene risposto. – La Chiesa sopravviverà a questo come è sopravvissuta a ogni altro attacco nel corso dei secoli. La Chiesa sopravviverà a lei.»

L’espressione finale non è esagerata, visto che tutti quelli che sanno dei suoi studi chiamano Leo “un secondo Giuda”. Una volta che l’opinione pubblica viene informata dei risultati dell’archeologo, del contenuto del vangelo ritrovato, scoppia il putiferio che ci si può aspettare… contro Leo! Nessuno crede a ciò che dice Giuda, e tutti accusano l’archeologo di essere un emissario del diavolo.

L’unico modo per uscire da questa situazione, è mettere in atto il destino comune a moltissimi pseudobiblia: il fuoco… Che Giuda, il povero testimone che cercò solo di raccontare la verità, se ne torni nel silenzio in cui è sempre vissuto: solo così Gesù, quel Gesù che noi conosciamo, potrà continuare a vivere…


Il Vangelo secondo Giuda

Di tutt’altra pasta e di tutt’altro spessore è Il Vangelo secondo Giuda (The Gospel According Judas): se il romanzo di Mawer parla del ritrovamento del fantomatico vangelo, questo ne presenta direttamente il contenuto.

Va precisato immediatamente che questo libro è un’operazione commerciale “furbacchiona” (per non usare altri termini) nata esclusivamente per cavalcare l’onda dell’eco mondiale ottenuta dalla traduzione del vangelo attribuito per comodità all’apostolo traditore: il ritrovamento archeologico viene chiamato “Vangelo di Giuda”, questo pubblicato da Mondadori è invece il “Vangelo secondo Giuda”.

Il romanziere Jeffrey Archer, specifica l’editore, voleva presentare al pubblico del XXI secolo la storia della passione di Gesù vista attraverso gli occhi di Giuda, e per fare questo si è avvalso della preziosa collaborazione del biblista Francis J. Moloney. Perché per farlo abbia scelto il 2007, quando cioè l’eco della traduzione finale del vero vangelo non si è ancora sopita, è abbastanza ovvio: la stessa trovata pubblicitaria secondo la quale in copertina non è specificato affatto che il testo di Archer è una sua personale elaborazione artistica, e che non ha niente a che vedere con alcun altro vangelo, canonico o meno.

Le premesse del romanzo sono le stesse del vangelo sponsorizzato dalla National Geographic: Giuda non era affatto il bieco traditore che la tradizione vuole, bensì il più fedele degli apostoli. In realtà per queste premesse non c’era certo bisogno di attendere la traduzione ufficiale dei ricercatori: Diego Fabbri era partito dalle stesse premesse per la sua pièce teatrale Processo a Gesù (1955), e lo stesso dicasi per Tim Rice quando scrisse lo sfavillante testo del musical Jesus Christ Superstar (1970). L’unica invenzione di Archer è quella di ipotizzare un vangelo scritto da Beniamino Iscariota (il cui nome campeggia in copertina) in cui vengono raccontate le vicende che videro protagonista suo padre Giuda. E Gesù, ovviamente.

«Io, Beniamino, figlio primogenito di Giuda Iscariota, ho ascoltato il suo resoconto di ciò che avvenne in quel tempo e ho messo per iscritto quello che egli vide e udì». Così si presenta l’io narrante e subito mette in chiaro che quanto andrà a raccontare è qualcosa di completamente diverso da quanto già detto: «Diversi altri Vangeli scritti in tempi recenti narrano i fatti avvenuti durante la vita di Gesù. Tuttavia solo pochi di essi, che la nuova setta detta dei cristiani non accetta, descrivono fedelmente le azioni che mio padre compì in quel periodo della nostra storia.»

Quello che segue è un testo molto particolare: non è un romanzo, in quanto graficamente e strutturalmente ricalca la conformazione dei Vangeli canonici (frasi brevi, molti punti ed ogni capoverso contraddistinto da un numero, oltre che note esplicative che testimoniano a quale punto delle Scritture si è attinto per certe affermazioni), ma lo stesso è un’opera di fantasia in quanto si discosta pesantemente dai suddetti Vangeli. Durante la narrazione delle imprese di Gesù spunta sempre fuori un Giuda saggio e furbo, scaltro e sagace, affascinato e seguace del Cristo tanto da bacchettare in modo piccato chiunque osi mettere in dubbio la sua parola. Insomma, assomiglia troppo ad un personaggio di romanzo d’appendice perché possa risultare una figura vagamente credibile.

«Mentre Gesù parlava, Giuda ripeteva le sue parole poiché desiderava trasmetterle a chi non era presente a sentire il Maestro. […] Udite queste parole, Giuda sussurrò ai condiscepoli: “Da quest’uomo vengono solo bontà e misericordia per coloro che si avvicinano a lui. Siamo fortunati ad aver trovato il nostro Rabbi e Maestro”».

Jeffrey Archer

Giuda è sempre lì: a tenere le ceste durante la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ad ascoltare ogni singola parola detta dal Maestro, ad applaudire ai suoi discorsi, a consigliare Gesù e gli altri apostoli ricordando continuamente loro profezie e passi della Torah. Difficilmente negli altri Vangeli il protagonista è così fastidiosamente irritante. Ma come si passa da una sfacciata apologia al tradimento?

Il tutto nasce da uno scriba di Gerusalemme che si reca ad ascoltare Gesù, lo interroga sul significato di alcune parabole e finisce con il sentire che la risposta del Maestro lo ha umiliato di fronte a «gente così semplice», lui che è un nobile scriba. Come se non bastasse, gli si avvicina Giuda e comincia a sciogliersi in lodi per Gesù e ad elencare tutte le sue opere buone e meritevoli: lo scriba, per salvarsi dalla sgradita compagnia, dice di essersi convinto e di voler far parte del manipolo di fedeli che stanno per entrare a Gerusalemme.

Durante una cena, Giuda continua ad assillare il povero scriba confidandogli i propri timori: Gesù ha troppi nemici a Gerusalemme e questi possono avergli teso delle trappole. Lo scriba, stremato dall’assillo, ammette che in effetti il Maestro farebbe meglio a tornarsene in Galilea. Quando Giuda insiste che è troppo tardi per convincerlo e che Gesù l’indomani sarebbe entrato comunque a Gerusalemme, la narrazione da involontariamente divertente diventa paradossale: come se si trattasse di un romanzo, lo scriba svela a Giuda un piano per risolvere la situazione ma il narratore non lo dice a chi legge… come una vera e propria dissolvenza, troviamo Giuda che dorme tranquillo pensando all’ottimo piano consigliatogli dallo scriba. Questa tecnica serve perché al lettore non venga svelato il colpo di scena che arriverà più avanti… ma un Vangelo non dovrebbe avere di questi artifici letterari.

L’entrata di Gesù a Gerusalemme segue passo passo la sceneggiatura di Jesus Christ Superstar, con frasi che sembrano uscire dai testi delle sue canzoni e stacchi di scena degni di una pellicola hollywoodiana.

Giuda intanto non è più convinto come prima e con un’innocenza da Candido voltairiano accetta l’aiuto dello scriba, il quale gli propone di separare Gesù da fedeli e discepoli e portarlo nottetempo in un posto più sicuro, per evitare che qualche malintenzionato possa fargli del male in città. Ovviamente lo scriba, astuto siccome faina, ha tutt’altre intenzioni: nel giardino di Getsemani si presenterà con i centurioni e, una volta che Giuda avrà indicato Gesù con un bacio, il gioco è fatto.

Il resto (è il caso di dirlo) è storia…

Una volta crocifisso Gesù, il povero e credulone Giuda che fine fa?

«Evitato dai capi giudei e abbandonato dai seguaci di Gesù, dopo trenta giorni Giuda partì dalla Città Santa e intraprese il lungo viaggio per Khirbet Qumran. Là entrò nella comunità degli esseni che, essendosi impegnati a passare il resto dei loro giorni in solitudine nel deserto, vivevano in una fortezza sulle rive del Mar Morto. […] Giuda dedicò il resto della propria vita a lavorare con gli esseni, ma non passò giorno senza che si inginocchiasse a piangere la morte di Gesù.»

Quindi non muore, come si è pensato fino ad oggi…

Il narratore, Beniamino Iscariota, va a trovare il padre fra gli Esseni anni dopo. Parlano del più e del meno ed esce fuori che anche in quella setta Giuda non riesce proprio a stare in disparte: sta lavorando a creare una grande biblioteca di rotoli… e così esce fuori che dobbiamo a lui anche i Manoscritti del Mar Morto!

Beniamino racconta al padre degli altri Vangeli, e del fatto che alcuni lo danno per morto, ma Giuda liquida tutto dicendo che per un Giudeo è impossibile darsi la morte. Vuole sapere cosa si dice di lui negli altri testi sacri, ed ovviamente non prende bene la storia dei trenta denari… Così decide di dettare a suo figlio la “vera” storia del suo rapporto con Gesù.

Salutando altri Esseni che si stanno avviando a Masada (quindi al massacro!), Beniamino si congeda dal vecchio Giuda portando con sé la vera storia, e rallegrandosi che di lì a poco una legione romana stanerà gli Esseni e Giuda avrà il grande onore di morire crocifisso…

«[Giuda], nel sentire che avrebbe subìto la stessa sorte di Gesù, rese grazie a YHWH.»

Cosa dire, infine, di un testo del genere, involontariamente umoristico? Al di là delle vere intenzioni del suo autore, se cioè abbia veramente voluto tributare un omaggio ad una delle figure più vituperate della storia, Il vangelo secondo Giuda resta un’operazione poco soddisfacente, risultando in alcuni punti addirittura infantile: gli assurdi sforzi di Archer di mettere insieme più eventi storici accreditati possibili rende il tutto assolutamente inverosimile.

Sarebbe stata un’operazione molto più onesta e anzi più gradevole se il suo Giuda si fosse comportato come il Baudolino di Umberto Eco o il Caino di José Saramago: personaggi palesemente letterari che si trovano a vivere eventi storici reali ma apportandovi elementi inventati. Proprio perché invece questo Giuda viene spacciato per reale, risulta infinitamente più falso di ogni personaggio letterario.

In conclusione, Giuda fu vittima o carnefice? La Falsa Novella non ha dubbi: fu vittima della più fenomenale “macchina del fango” della storia umana…


(continua)

L.

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Pubblicato da su giugno 11, 2018 in Indagini

 

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Pseudobiblia Horror Rock

In questi giorni il saggista e studioso Eduardo Vitolo ha partecipato allo speciale “The Pleasure of Pain” del blog The Obsidian Mirror con un pezzo imperdibile su quanto il film Hellraiser (1987) abbia influenzato la scena heavy metal.
Per “lanciare” l’intervento di uno scrittore che mi fregio di conoscere da anni, ripesco uno splendido articolo che Eduardo ha scritto per la mia rubrica di ThrillerMagazine dedicata ai “libri falsi”: una primizia che meritava di essere riportata in luce!


Pseudobiblia Horror Rock

di Eduardo Vitolo

da ThrillerMagazine, 30 maggio 2012

Prese un libro tutto rilegato in pelle
Qualcosa che sa di non aver mai letto
E la prima pagina dice: attenzione, avete trovato la risposta
La successiva dice: vorrei che tu fossi morto
Non andare avanti
Mettilo da parte
Stai leggendo dalla Bibbia Nera

Così recita R.J. Dio, noto cantante italo americano dei gloriosi Black Sabbath, nel brano Bible Black (La Bibbia Nera) tratto da The Devil You Know, celebre album del 2009, che vede come protagonista la reunion del gruppo di Birmingham con la formazione degli anni ’80, sotto il monicker quantomeno “lampante” di Heaven and Hell.

Dio non è nuovo a temi horror/fantastici: già nel suo progetto solista si era sbizzarrito a raccontare una dimensione parallela dell’umana immaginazione, popolata da draghi, elfi, mostri innominabili, prodi guerrieri in armatura e imprese degne di essere cantate in un poema epico (possibilmente inventato di sana pianta dallo stesso cantante, autore anche di tutti i testi dei suoi dischi).

In The Devil You Know affronta il tema controverso del Diavolo e della sue opere malefiche che possono concretizzarsi anche in una Bibbia fittizia che invece di portare alla santità l’incauto lettore, conduce direttamente alla dannazione e alla morte.

Ma quando nasce questo connubio ombroso e maledetto tra innominabili pseudobiblia e umori mefistofelici tradotti nella musica rock?

Tornando indietro nel tempo precursori di questa discutibile “alleanza” sono i Necronomicon, misconosciuto combo tedesco, attivo dai primi anni ’70.

Capitanati dall’estroso chitarrista Norbert Breuer, i nostri si divertono a mischiare la psichedelia acida degli anni ’60 e il Kraut Rock tipico delle loro lande con atmosfere sulfuree e dark, ad opera del tastierista e organista Fistus Dickmann. Nell’unico album dato alle stampe nel 1972 e dal titolo allegro di Tips Zum Selbstmord (in italiano: “Consigli per il suicidio”) i Necronomicon infarciscono i loro brani di rimandi e citazioni al libro di Magia Nera scritto dall’arabo pazzo Abdul Alhazred. E se le pagine del libello inventato da H.P. Lovecraft possono portare alla follia oppure a una morte orribile, il gruppo tedesco ci mette sicuramente il suo, intessendo sonorità al limite dell’allucinato o del catacombale.

Ne verranno stampate solo 500 copie autoprodotte in vinile che subito (e di sicuro per l’aura luciferina emanata dai solchi del disco) diverranno croce e delizia dei collezionisti con cifre altissime (si parla di 1.500 euro a copia).

Non si tratta di un caso isolato: dagli anni ’80  l’universo variopinto del Metal attingerà a piene mani dalle pagine maledette del Necronomicon creando un ibrido di visioni repellenti e musiche adatte ai deliri letterari del Solitario di Providence.

Un gruppo Thrash Metal tedesco (ancora loro!) avrà nuovamente l’ardire di assumere il nome del libello demoniaco ideato da Lovecraft. Si tratta di un quartetto di Lörrach, piccolo paese al confine svizzero, autore di una manciata di dischi di culto dalla metà degli anni ’80 e tutt’ora in attività dopo una pausa negli anni ’90.

Ovviamente la musica dei Necronomicon non potrà che essere a tema: potente, veloce, occulta, satanica.

Il disco di debutto “omonimo”, pubblicato nel 1986 è un piccolo campionario degli orrori, tra invocazioni al maligno e non velati riferimenti alla demonologia inventata da Lovecraft.

Uno dei momenti “Alpha” del rock lovecraftiano, così come teorizzato nel saggio Horror Rock, la musica delle tenebre (Arcana, 2010)

Inevitabile che in seguito un’orda di metallari, infarciti di letture gotiche e fantascientifiche, abbia sentito il bisogno (invero proibito e quindi attraente) di raccontare nei loro testi, la malia mortale del Necronomicon. Gruppi estremi e repellenti, provenienti da ogni angolo del globo, contribuiranno a rimpolpare la schiera dei devoti all’Arabo Pazzo: dagli svedesi Hypocrisy agli americani Ripping Corpse, dai messicani Shub Nigurath ai canadesi Sacrifice, passando per Mercyful Fate, Deicide, Nile, Morbid Angel, Equimanthorn, Nox Arcana e decine di altri, le maledizioni del Necronomicon affollano l’etere di mezzo mondo, infettando padiglioni auricolari e portando inevitabilmente alla perdizione.

Non ne sarà immune nemmeno un “pazzoide” musicale come John Zorn, ardito sperimentatore d’avanguardia che nell’album Magick del 2004, si divertirà a mischiare free jazz e occulte divagazioni. Un viaggio pauroso e delirante negli abissi insondabili dell’esoterismo.

Il Libro di Skelos, è un trattato di Magia Nera, inventato dall’autore americano Robert E. Howard, collega e amico di Lovecraft.

Stampato in sole tre copie, viene usato dagli stregoni dell’Era Hyboriana per lanciare sortilegi, scatenare gli elementi, invocare demoni e riportare i morti in vita.

Poteva il Metal ignorare un topos letterario così oscuro ed epico insieme? Ci penseranno gli americani Manilla Road con l’album The Courts Of Chaos (Le Corti del Caos) pubblicato nel 1990. Il brano (una bonus track del disco) che prende il titolo dallo pseudobiblion howardiano è una cavalcata di otto minuti, divisa in quattro atti, tra atmosfere drammatiche e improvvise digressioni metalliche, atte a descrivere le proprietà malefiche delle formule contenute nel libro:

Tre libri di carne umana
Di Magia, vita e morte
Di ere perdute per l’uomo
Creazione dei dannati

E ancora

Come il Necronomicon,
E l’antica canzone dei bardi
Questi libri contengono molti indizi
Verso  le leggi della Magia e la verità
.

Ma non è solo il Metal (e in generale il Rock) il genere eletto per raccontare storie orrorifiche legate a libri inventati, ma mai così reali nelle descrizioni sonore dei protagonisti dell’Horror Rock.

I De Vermis Mysteriis (nome preso dal grimorio infernale inventato dallo scrittore Robert Bloch nel racconto Il Divoratore giunto dalle Stelle) sono un ensemble francese di musica ambient e elettronica, attivi dal 1993.

Nel disco The Philosophy Of Hatred (La Filosofia dell’Odio, 1996) si divertono a mischiare sinistri rumorismi, nerissime overture tastieristiche, e rabbiose evocazioni nel cuore delle catacombe di Parigi. Un album presto diventato di culto per gli amanti delle sonorità più cupe e gotiche.

Anche il Metal estremo, da sempre invischiato con temi demoniaci e satanici, non mancherà di portare omaggio all’infame pseudobiblion di Bloch con una serie di band e progetti dai più profondi abissi dell’underground musicale (o meglio infernale).

Nomi come Nergal (Grecia), Terrorgoat (Finlandia) e Nox In Tempesta (Germania) infarciscono le loro sfuriate black metal di lugubri riferimenti alle formule magiche del libro.

Persino i doomsters americani High On Fire, da sempre lovecraftiani convinti, si spingeranno oltre nel loro concept musicale, dedicando un intero album all’invenzione letteraria di Bloch, intitolato non a caso De Vermis Mysteriis e dato alle stampe nei primi mesi del 2012.

Dagli anni ‘70 (ma anche prima: avremo ancora occasione di parlarne) fino ai giorni nostri, l’universo a tinte scure dell’Horror Rock si abbevera copiosamente delle suggestioni esoteriche e controverse degli pseudobiblia letterari.

Una commistione innominabile che si agita, urlante e deforme, sotto l’epidermide della storia della musica, pulsando nelle vene di tanti estimatori e appassionati.

Perché come dice Jack lo Squartatore nel fortunato film del 2001 con Johnny Deep: «Questi simboli, la squadra, il pentacolo… anche un individuo profondamente ignorante e depravato come voi avverte che essi sono pregni di energia e di significato».

Quella stessa energia che alimenta, anno dopo anno, come un immondo sortilegio, quella dimensione “altra” della scena musicale, chiamata “Pseudobiblia Horror Rock”.


Chiudo ricordando gli splendidi saggi di Eduardo.

L.

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Pubblicato da su maggio 29, 2018 in Pseudobiblia

 

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Non sono un uomo facile (2018)

Alexandra Lamour (Marie-Sophie Ferdane) è una scrittrice di successo senza più idee, finché un giorno le capita di provare attrazione per il suo assistente Christoph (Pierre Benezit), un giovane un po’ stranito. Ed ecco l’idea per un romanzo: farlo innamorare e poi mollarlo, registrando ogni sua reazione per poter trasformare il tutto in fiction. Solo che durante questo “esperimento” succede qualcosa di inaspettato: Alexandra comincia ad innamorarsi della sua “cavia”…

Un momento, ma questa è la solita classica trama “da maschi”, è un canovaccio già incontrato mille volte: il maschio bello ma superficiale scommette di irretire una sempliciotta per poi scoprire invece di amarla. Lo faceva già il figlio del protagonista de “I tartassati” (1959) con Totò!
Com’è possibile che stavolta questa tipica trama al maschile veda protagonista una donna? Semplice: perché il mondo è ormai alla rovescia!

Sto parlando del delizioso, intrigante e sorprendente “Je ne suis pas un homme facile” (2018), film prodotto da Netflix e distribuito in italiano come “Non sono un uomo facile“, scritto e diretto da Eleonore Pourriat, attrice francese recentemente diventata autrice.

Il film ci presenta lo sciupafemmine Christoph, affascinante e sfrontato, superficiale e maschilista, che un giorno sbatte la testa e quando si risveglia… si ritrova catapultato in una realtà alternativa: ora si ritrova in un mondo governato da donne, dove gli uomini fanno la calzetta, cucinano e pensano ai figli. Inizia una sarabanda di situazioni paradossali che fondono in modo delizioso la semplice commedia con la più tagliente satira di costume.
Tutto questo, come sempre, porta ad inventare libri…

Una scrittrice dai costumi disinibiti

Christoph da maschio alpha si ritrova a dover girare in pantaloncini e ad essere considerato un bel faccino, e non manca la sua capa che fra le pratiche d’ufficio vi inserisce un “lavoretto di bocca” al femminile. Il sesso d’ufficio d’un tratto non è più intrigante, per Christoph, visto che non è più lui a guidarlo.
Così si ritrova a cambiare lavoro ed è un po’ impacciato quando si presenta alla “femmina alpha” Alexandra, scrittrice che non vuole legami ed usa gli uomini esattamente come prima Christoph usava le donne. E visto che siamo nel mondo alla rovescia, si presenta a lui mezza nuda e orgogliosa dei propri addominali.

Una biblioteca “alternativa”

Girando per casa mentre lei si veste, Christoph passa davanti ad una biblioteca, e visto che siamo nel mondo alla rovescia… abbiamo autori donne che scrivono di maschi! Quello che vediamo inquadrato è una raccolta di pseudobiblia – nel senso che sono “libri falsi” nel nostro mondo! – da leccarsi i baffi.

La biblioteca “al femminile”

Ecco i titoli “al femminile”:

  • Maurice Duras, “L’Amante
    da “L’Amant” (1984) di Marguerite Duras
  • Marcelle Proust, “À l’ombre des jeunes gens en fleur
    da “À l’ombre des jeunes filles en fleurs” (1919) di Marcel Proust
  • Honorine de Balzac, “La mère Goriot
    da “Le père Goriot” (1835) di Honoré de Balzac
  • Jane Steinbeck, “Des souris et des femmes
    da “Des souris et des hommes” (Of Mice and Men, 1937) di John Steinbeck
  • Flaubert, “Monsieur Bovary
    da “Madame Bovary” (1857) di Gustave Flaubert

Inizia dunque l’esperimento di Alexandra, che come ogni altra questione umana finirà in un libro. Il titolo? Ovvio: Je ne suis pas un homme facile

Uno pseudobiblion fresco fresco

Un film delizioso che consiglio caldamente, una satira taglientissima da non perdere.

Mica solo gli scrittori maschi sono egomaniaci!

L.

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Pubblicato da su aprile 30, 2018 in Pseudobiblia

 

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