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[Pseudobiblia] Il Santo romanziere (1968)

Bisogna essere un santo per riuscire a gestire un romanziere misterioso, anzi… un Santo con la maiuscola!

Simon Templar detto il Santo, interpretato dal compianto Roger Moore

Il grande gioco dei “libri falsi” è stato adottato anche dal più inaspettato dei personaggi: il britannicissimo Simon Templar detto il Santo, l’eroe letterario nato dalla penna di Leslie Charteris e reso famoso in televisione grazie all’eleganza e alla simpatia del compianto Roger Moore.

Grazie alla trasmissione da parte di una piccola rete locale – la sempre prolifica 7 Gold – ho conosciuto il film “L’organizzazione ringrazia. Firmato, Il Santo“, complicato titolo italiano per il decisamente più frizzante The Fiction-Makers, che nasconde un gioco di parole multiplo, come vedremo.
Arriva in Italia un po’ di nascosto il 23 marzo 1974 e conosce un lancio decisamente migliore il 3 agosto successivo. Esce in VHS per AVO Film e Polygram, mentre in DVD è disponibile per Pulp Video.

Siamo agli sgoccioli della fortunata serie televisiva dedicata al personaggio, e così questo The Fiction Makers è un doppio episodio (6×11 e 6×12) andato in onda l’8 e il 15 dicembre 1968 e poi distribuito a livello internazionale come film a sé stante. La serie TV finirà due mesi dopo e si interromperanno i film del Santo al cinema: servirà una pausa di almeno dieci anni perché il personaggio torni in auge.
Va fatto notare che Charteris aveva in pratica smesso di scrivere i suoi romanzi del Santo nel 1963: Vendetta for The Saint (1964) è il primo libro firmato con un altro autore (il più che prolifico Harry Harrison). Sembra sia arrivato il momento di una pausa per Simon Templar… o più semplicemente per un ghostwriter!

Risulta curioso come dopo quarant’anni di storie – il primo romanzo del Santo è datato 1928! – Charteris diventi d’un tratto prolifico, proprio quando il successo televisivo lo richiede: sicuri che non ci sia un qualche “scrittore fantasma” nascosto da qualche parte?
In fondo, quest’ipotesi ce la racconta lo stesso Charteris!

Il film infatti – o, se vogliamo, il doppio episodio – si apre con Simon Templar che ad una première cinematografica viene avvicinato da un amico editore: Finlay-Hugoson (Peter Ashmore) il grande “scopritore” del romanziere più amato del momento, Amos Klein.
Questo autore ha firmato una lunga sequenza di bestseller ma in realtà ciò che fa impazzire stampa e lettori è il fatto che egli si sia sempre negato agli “onori” della cronaca: nessuno l’ha neanche mai visto, quindi carpire qualsiasi informazione sul misterioso Amos Klein sarebbe uno scoop da prima pagina.
L’editore dunque chiede un grande favore a Simon Templar: dovrà proteggere l’identità, ma anche l’incolumità, del suo romanziere.

Come il Santo scopre con grande delizia, il rude autore di tanti romanzi gialli, violenti e pieni di sangue, è in realtà una frizzante ragazza, interpretata da Sylvia Syms, attrice televisiva dal curriculum sterminato e che curiosamente è apparsa spesso nella serie TV del Santo… in vari ruoli diversi!
La bionda fanciulla dobbiamo chiamarla per forza Amos Klein perché non darà mai altro nome nella storia, ma tanto non ce ne sarebbe il tempo: lei e Simon vengono rapiti e inizia l’incubo.

La misteriosa romanziera Amos Klein (Sylvia Syms) e il Santo (Roger Moore)

Il Santo e la scrittrice si ritrovano nelle mani di Warlock (Kenneth J. Warren), cattivone pazzerello molto sopra le righe che dichiaratamente ha forgiato il proprio carattere e la propria vita sul cattivo omonimo dei romanzi di Amos Klein, signore dell’organizzazione S.W.O.R.D. (Organizzazione Segreta Mondiale per la Rapina e la Distruzione, versione italiana dell’originale Secret World Organization for Retribution & Destruction).
Gli altri uomini dell’organizzazione sono Bishop (Nicholas Smith), Frug (Philip Locke), Rip Savage (Frank Maher), Nero Jones (Roy Hanlon), Simeon Monk (Tom Clegg) e, per finire, la quota rosa: Galaxy Rose (Justine Lord). Sono tutti personaggi dei romanzi di Amos Klein che Warlock ha “creato” davvero.

Mi piace far notare che se Warlock ha dato vita alla S.W.O.R.D. letteraria di Amos Klein, i Fiction Makers (“creatori di finzione”) non finiscono qui, perché nel 2001 Xavier LeNormand (pseudonimo dell’italianissimo Stefano Di Marino) sulle pagine della collana “Segretissimo” presenta il suo nuovo personaggio Vlad e lo fa misurare con una spietata organizzazione segreta: la S.W.O.R.D.

Le lusinghe di Warlock e gli altri cattivi letterari, trasformati in realtà

Subodorando il tranello, Simon si è presentato come Amos Klein e la bionda scrittrice che deve proteggere l’ha presentata come sua segretaria: Joyce Tesoro (Joyce Darling). Delizioso il gioco per cui la prima volta che i due si sono visti lui l’ha chiamata “tesoro” (darling) e poi, al momento di inventarle un nome fittizio, l’ha mantenuto: senza saperlo ho adottato la stessa tecnica nel 2010, quando nel primo racconto il mio Marlowe incontra la libraia Dolcezza…
Purtroppo quando Charteris in persona metterà mano al romanzo tratto da questa storia – di cui parlerò più avanti – rovina tutto cancellando Joyce Darling e facendo presentare la donna come Amity Little: come distruggere il fascino di una romanziera senza nome…

Credendolo il celebre scrittore, Warlock vuole da Simon Templar un piano perfetto per svaligiare un grande deposito aureo, e questa è la parte noiosa della storia.
Erano i mitici anni Sessanta, quando cioè l’esplosione della narrativa “nera” faceva tremare i benpensanti: e se poi dei veri criminali mettono in atto i piani che leggono nei romanzi?
In Italia era caldissima la questione di “Diabolik”, e iniziano allora le fantomatiche e farlocche notizie di ladri che hanno rapinato negozi usando un piano letto sulla testata della Astorina.
In America sono gli anni di Richard Stark, pseudonimo con il quale il prolifico Donald E. Westlake raccontava storie nerissime di crimini e rapine.
Insomma, in questo periodo nessuno sa ordire piani criminali come gli scrittori di genere…

Inventarsi una trama romanzesca per organizzare una vera rapina

Purtroppo la sensazione è che la trama di un episodio medio di Simon Templar sia stata stiracchiata fino a due, perché le infinite lungaggini, le scene inutili e peggio ancora ripetute mettono a dura prova lo spettatore: è un peccato, perché il soggetto è delizioso e vedere Roger Moore che se la tira da grande romanziere è divertentissimo.
Alla fine del film lo sbadiglio è il nostro unico amico e ci si congeda dalla pellicola con un forte sapore di occasione mancata.

Ma cosa sappiamo, alla fine, degli pseudobiblia di Amos Klein? Oltre al fatto di avere come protagonista Charles Lake e come nemico sempre la S.W.O.R.D. guidata dal perfido Warlock, sappiamo anche qualche titolo.

  • Vulcano 7 (Volcano Seven), da cui deriva il nome di Galaxy Rose assunto dalla donna di Warlock
  • Amante dell’odio
  • Sprazzo di sole 5 (Sunburst Five), da cui è stato tratto il film che Simon Templar sta vedendo all’inizio di questa storia
  • Terremoto 4 (Earthquake Four), in cui Charles Lake fugge da un castello mediante una mongolfiera, tenuta arrotolata nel suo ombrello e gonfiata grazie al gas contenuto nel suo accendino speciale (!)
  • Tormenta 5

I titoli italiani sono presi dal film in questione, mentre quelli originali che cito fra parentesi li ho presi dal romanzo Saint and the Fiction Makers (inedito in Italia), firmato sempre da Leslie Charteris ma in realtà si tratta della novelization del doppio episodio/film firmata da Fleming Lee basandosi sulla sceneggiatura di John Kruse.
Nell’edizione del 1988 Charteris racconta di essere stato talmente intrigato dal soggetto da averlo voluto estendere, nella sua forma romanzata, fino a diventare un romanzo del Santo a tutti gli effetti, sebbene non scritto da lui. Visto che già la trama risultava esageratamente allungata fino a diventare ripetitiva e noiosa, temo non sia stata una scelta felice…

Salutiamo dunque i “creatori di finzione”, cioè Leslie Charteris, un romanziere che ormai non scrive più, che ha dato mandato ad altri di inventare il romanziere Amos Klein – che in realtà neanche esiste, visto che è una donna senza nome a scrivere i suoi libri – che ha inventato il personaggio di Warlock che poi ha preso vita e ha ricreato altri personaggi…
Questo è il grande gioco degli pseudobiblia un circolo letterario vizioso da cui non se ne esce più.

L.

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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Libri falsi da citare (3)

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, molti autori hanno amato inventare opere letterarie o di saggistica per il semplice scopo di citarne dei brani a mo’ di epigrafe. Fra questi autori ce ne sono alcuni che hanno preferito optare per qualcosa di più “poetico”: hanno cioè scelto di inventare un poeta o una poesia che facesse da apri-pista per i propri romanzi e racconti.

«Si narra che antichi esseri immondi
percorrano tuttora questo mondo,
e le Porte si schiudan certe notti,
liberando i figli dell’inferno
»

Così nel novembre 1931 la rivista Weird Tales vede la nascita dei primi versi inventati dell’altrettanto inventato autore Justin Geoffrey. Li si ritrova in epigrafe al racconto “La Pietra Nera” (The Black Stone), firmato da quel Robert E. Howard che in seguito divenne celebre per i suoi cicli di heroic fantasy, come per esempio quello di Conan il Barbaro.

Quella che abbiamo presentato è «una bizzarra e fantastica lirica» scritta dal poeta pazzo Justin Geoffrey e tratta da “Il popolo del monolito” (People of the Monolith). «Mi informai – ci racconta l’io narrante, – e appresi che Geoffrey l’aveva effettivamente scritta durante un viaggio in Ungheria. Non ebbi più dubbi: il monolito cui si riferiva nei suoi strani versi era proprio la Pietra Nera. Rileggendone le strofe, avvertii di nuovo il turbamento inspiegabile che avevo provato apprendendo per la prima volta dell’esistenza della Pietra.»

Vincent D’Onofrio
nei panni di Robert E. Howard

Raccogliendo informazioni attraverso gli “Unaussprechlichen Kulten” di Friedrich Wilhelm Von Juntz (pseudobiblion e pseudoautore che Howard inventa per l’occasione, che ripeterà altrove – lui ed altri – e di cui abbiamo parlato in un precedente numero di questa rubrica), il protagonista si reca a Stregoicavar (che pare significare più o meno “Città delle streghe”) alla ricerca di questa pietra e incontra testimoni di un precedente viaggiatore con le stesse sue intenzioni.

«Dieci anni fa è venuto un americano e si è fermato per qualche giorno – racconta un oste. – Era un giovane che si comportava in modo strano: parlava sempre tra sé. Un poeta, credo.»

Già altrove Howard aveva usato frasi pepate nei confronti dei poeti, e qui sembra affondare il pugnale fino in fondo. Quando l’oste sa che l’americano che aveva incontrato era il poeta Geoffrey, risponde: «Allora, siccome tutti i poeti parlano e agiscono in modo strano, deve aver raggiunto una fama molto grande, dato che le sue azioni e i suoi discorsi erano davvero stranissimi.»

Sappiamo, in realtà, che Geoffrey «come accade spesso agli artisti» raggiunge la notorietà dopo la morte, avvenuta cinque anni prima degli eventi raccontati, quando ormai era «pazzo furioso» per aver guardato troppo a lungo la Pietra Nera.

Lasciamo il protagonista ad affrontare da solo gli strani eventi che circondano questa Pietra Nera e andiamo al racconto “La cosa sopra il tetto” (The Thing on the Roof, febbraio 1932), che si apre con questi versi in epigrafe:

«Affollano la notte
con il loro passo di elefante;
io tremo per il terrore
rannicchiandomi dentro il mio letto.
Ali colossali si sollevano
sopra i comignoli dei tetti,
che vacillano, al posarsi
degli zoccoli mastodontici

Sono versi tratti da “Giunti da un’Antica Terra” (Out of the Old Land), sempre del nostro Justin Geoffrey. Se non bastasse la traduzione di Gianni Pilo, abbiamo anche quella di Christian Carlone (tratta da “Ombre dal tempo”]:

«Nella notte si muovono pesanti
Con i loro passi da elefanti;
Di terrore tremo tutto
Ritirato nel mio letto.
Colossali ali alzate
Sulle cupole elevate
Calpestate tutte tremanti
Dai loro zoccoli da mastodonti

Al contrario di Von Juntz, il povero poeta pazzo Geoffrey non viene citato da Howard se non in questi due racconti. Il suo libro, come si è visto, non solo viene inventato per citarne versi in epigrafe, ma viene usato anche come pseudobiblion all’interno della storia di un racconto: questo espediente è stato usato, fra gli altri, anche da Octavia Butler per il suo “La parabola del seminatore” (Parable of the Sower, 1993, “Solaria” n. 4). In questo romanzo i capitoli sono scanditi da citazioni estratte da “Il seme della terra: I libri dei vivi”, testo filosofico-religioso di Lauren Oya Olamina proveniente dal XXI secolo futuro.

Eccone uno dei primi estratti:

«Tu cambi tutto ciò che tocchi.
Tutto ciò che cambi ti cambia.
L’unica verità duratura è il cambiamento.
Dio è cambiamento

Il cambiamento è molto importante per l’autrice: lo si ritrova citato spesso, come per esempio

«L’intelligenza è adattabilità costante e individuale».

La spiegazione per la prima parte del titolo, “Il seme della terra”, è semplice:

«L’universo è il seme di Dio.
Solo noi siamo il Seme della terra.
E il destino del Seme della terra
è di mettere radici tra le stelle

La seconda parte, “I libri dei vivi”, la spiega direttamente Olamina, nel romanzo:

«Esistono il libro tibetano ed egiziano dei morti – papà ne ha delle copie – ma non ho mai sentito parlare di un libro dei vivi […]. Sto cercando di dire e scrivere la verità […]. Se altra gente là fuori sta già predicando la mia verità, mi unirò a loro, altrimenti farò qualche necessario adattamento, sfrutterò le occasioni che troverò o creerò, terrò duro, raccoglierò degli allievi e insegnerò».

Più volte abbiamo citato Clark Ashton Smith, in materia pseudobiblica, e visto che stiamo affrontando il tema delle poesie inventate a mo’ di epigrafe, non possiamo ignorare il poeta californiano.

La sua maggiore produzione di “false epigrafi” è raccolta nell’antologia di storie apparse su Weird Tales dal titolo “Zothique” (1970). Qui troviamo il “Canto degli arcieri di re Hoaraph” («L’uva ceda per noi la sua fiamma purpurea / E l’amore roseo la sua verginità: / Alla luce di lune nereggianti, in terre senza nome, / Abbiamo ucciso l’Incubo e tutta la sua schiatta.») come epigrafe al racconto “L’abate nero di Puthuum” (The Black Abbot of Puthuum, 1936); l’“Antica profezia di Zothique” («Anche il mondo, alla fine, verrà trasformato in un segno tondo») che apre “L’ultimo geroglifico” (The Last Hieroglyph, 1935).

Vengono poi presentati ben due passi dalla “Litania di Ludar in onore di Thasaidon”. Il primo è in epigrafe a “La morte di Ilalotha” (The Death of Ilalotha, 1937): «Nero Sovrano dell’orrore e della paura, signore della confusione! / Tu, come afferma il tuo profeta, / Dispensi nuovi poteri agli stregoni dopo la morte, / E nella corruzione le streghe traggono un respiro proibito, / E intessono incantesimi ed illusioni / Quali soltanto le lamie possono usare: / E per il tuo volere i cadaveri putrefatti perdono / Il loro orrore, e amori nefandi si accendono / In cripte malsane da molto tempo oscure; / E i vampiri ti dedicano i loro sacrifici… / Facendo sgorgare sangue come se grandi urne avessero versato / Il loro fulgido contenuto vermiglio / Sui sarcofagi dilavati e tumultuosi.».

Clark Ashton Smith

Il secondo apre invece “Il giardino di Adompha” (The Garden of Adompha, 1938):

«Signore delle afose, rosse aiuole
E dei frutteti soleggiati dalla fiamma implacata dell’inferno!
Nel tuo giardino fiorisce l’Albero che porta
Per frutto innumeri teste di demoni:
E come un serpente tortuoso, guizza la radice
Chiamata Baaras:
E là le forcute, pallide mandragore
Strappatesi dal suolo, si aggirano qua e là
Invocando il tuo nome:
Finché l’uomo dannato penserà che i demoni passino
Gridando con collerica frenesia e strana angoscia

È proprio con Smith, poeta prima che scrittore, che vogliamo chiudere lo speciale dedicato alle “false epigrafi”, e in particolare questo articolo dedicato ai versi poetici inventati appositamente per opere letterarie.

Nella primavera del 1944 Clark Ashton Smith iniziò una poesia che poi rimase incompiuta: eccone il brano che stuzzicò l’attenzione di Lin Carter tanto da usarlo come epigrafe (stavolta vera!) del saggio su Smith “Quando il mondo invecchia” (raccolto in Italia come presentazione della citata antologia “Zothique”).

«Io passo… ma in questa torre diroccata e solitaria, Eretta a sfidare i mari furibondi del cambiamento, Rimarranno i miei volumi ed i miei filtri…»

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 10 febbraio 2011.

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Pubblicato da su maggio 24, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Libri falsi da citare (2)

Abbiamo visto nell’articolo precedente come si possa fare larghissimo uso di un libro in realtà inesistente: al posto di un titolo, però, si può usare lo stesso gioco pseudobiblico anche per un autore.

Il romanziere David Gerrold, nei panni di Korax in un episodio del 1973 di Star Trek

È il caso di Solomon Short, fantomatico scrittore citato a piene mani da David Gerrold per il suo “Il ritorno degli Chtorr” (The War Against the Chtorr vol. 2, 1985; in Italia, “Urania” n. 1218) e per “Il giorno della vendetta” (A Rage of Revenge, 1987; in Italia, uscito in due puntate su “Urania” nn. 1244 e 1245).

Ogni capitolo di questo secondo e terzo episodio del ciclo degli Chtorr inizia con una citazione “illuminante” da Solomon Short: 68 capitoli, 68 perle di saggezza in cui si fondono il senso comune e le leggi di Murphy. 

Si va da «Non fidatevi di un nano alto. È un bugiardo» a «Proprio quando pensate che sia tutto finito, non lo è affatto»; da «Problemi nuovi richiedono nuove soluzioni che creano nuovi problemi» a «Io e Dio abbiamo da tempo raggiunto un accordo. Io non Gli chiedo di risolvere i miei problemi e Lui non mi chiede di risolvere i Suoi

Come si vede, non sono certo frasi da segnarsi nel proprio diario, ma Gerrold si è divertito ad inventarle, ad affibbiarle ad un autore il cui nome, Solomon, si rifà probabilmente a quel Salomone biblico che era di gran lunga più bravo nello scrivere. Il cognome Short è probabile si riferisca alla “brevità” dei suoi bon mots.

Da notare, infine, che nel primo capitolo della saga David Gerrold, “La guerra contro gli Chtorr” (The War against the Chtorr, 1983; in Italia, “Urania” n. 1194), per spiegare al lettore cosa siano gli Chtorr, usa un estratto dal «Random House Dictionary della lingua inglese, edizione del ventunesimo secolo riveduta e corretta»: ai tempi della scrittura del romanzo (fine ventesimo secolo) era un dizionario “futuristico”.

Questo dizionario inventato (o meglio, questa edizione inventata di un dizionario in realtà esistente) spiega che la voce Chtorr significa:

«1. Nome del pianeta che presumibilmente dista trenta anni luce dalla Terra. 2. Sistema stellare di cui fa parte il pianeta, gigantesca stella rossa a tutt’oggi non identificata. 3. Specie dominante sul pianeta. 4. Voce dotta, uno o più membri della suddetta specie: “uno chtorr”, “gli chtorr”. 5. Grido gutturale emesso da un membro della suddetta specie.»

Va fatto notare che questo primo capitolo della saga è stato pubblicato originariamente senza le citazioni di Short (che sembra non fossero gradite all’editore della Timescape Books), mentre nel 1989 Gerrold le ha ripristinate nelle edizioni Bantam Books: in Italia però si è fatto evidentemente riferimento alla prima edizione per il primo libro (privo di citazioni) e alla successiva per gli altri titoli…

~

Sicuramente Gerrold non avrà avuto modo di leggere il racconto “Prolifer” della nostrana Serena Gicca (raccolto in “Gamma” n. 10, settembre 1966), la quale aveva già usato un nome salomonico a cui imputare uno pseudobiblion: il testo immaginario si intitola “Duplicazione”, e l’autore è Salomon Fremden. Il protagonista del racconto studia più e più volte il testo di Fremden alla ricerca della tecnica per duplicare… sì, duplicare: oggetti, persone… duplicare tutto. Una volta acquisita, ci sarà una vera e propria proliferazione… di guai!

~

Proprio del 1966 è il grande successo del romanzo “Viaggio allucinante” (Fantastic Voyage, 1966; in Italia, “Urania” n. 1072), novelization del film omonimo scritta niente di meno che da Isaac Asimov: l’unica nella sua sterminata bibliografia. (Visto il suo ego illimitato, risulta già strano che abbia accettato di scrivere un romanzo basato su soggetto di altri!) In seguito, però, l’autore volle togliersi una soddisfazione personale: quel romanzo, infatti, Asimov non lo sentì mai suo, e si crucciò delle «parecchie incongruenze scientifiche macroscopiche»: decise quindi di scriverne un’altra versione, la sua versione. Nacque così nel 1987 “Viaggio allucinante II: destinazione cervello” (Fantastic Voyage II: Destination Brain, 1987; in Italia, “Urania” n. 1172).

All’epoca Asimov aveva amato infarcire i suoi libri del Ciclo della Fondazione con citazioni dall’Enciclopedia Galattica, e in occasione di questo seguito-remake di “Viaggio allucinante” decise di tornare alla pseudo-citazione.

«Chi è necessario deve imparare a resistere all’adulazione»: con questa citazione da Dezhnev senior si apre il primo capitolo del romanzo… senza alcuna spiegazione di chi sia questo autore né da dove provenga la citazione. «Se chiedere educatamente è inutile, prendi», «Una pedina è il pezzo più importante sulla scacchiera… per una pedina»: si susseguono i capitoli e si susseguono le citazioni, mentre il lettore comincia a chiedersi perché Asimov abbia scelto di attingere all’archivio di motti faceti di questo fantomatico Dezhnev.

Il mistero è svelato nel tredicesimo capitolo, quando entra in scena un nuovo personaggio: «Permettetemi di presentarvi il mio amico, Arkady Vissarionovich Dezhnev.» Da questo punto in poi della storia, Arkady Dezhnev sarà uno dei protagonisti del romanzo e i continui – e insopportabili! – rimandi al padre («Come diceva mio padre: “Le scimmie sono state inventate perché c’era bisogno di politici”») ci fanno capire il delizioso gioco letterario di Asimov, che ha inventato Dezhnev senior solo per dar risalto al personaggio di Dezhnev junior, oltre che infarcire i capitoli del romanzo con frasi di saggezza popolare.

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 30 gennaio 2011.

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Pubblicato da su maggio 17, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Le verità sospese (2015)

Esce in questi giorni in affitto nelle videoteche italiane – da domani in DVD e Blu-ray in vendita per Sound Mirror – il non riuscitissimo film “Le verità sospese” (The Adderall Diaries, 2015), scritto e diretto dalla giovane Pamela Romanowsky ispirandosi al libro “Troppa vita” (The Adderall Diaries: A Memoir, 2010) di Stephen Elliott (Piemme 2012, traduzione di Annalisa Carena), che dovrebbe fondere verità e fiction.

Lo scrittore Stephen Elliott si ritrova trasformato in personaggio filmico interpretato dal sempre bravo James Franco. La storia si apre proprio con Elliott che firma copie del suo romanzo d’esordio, “A Part“, che l’ha lanciato nell’Olimpo dei giovani autori osannati da critica e pubblico.
La sua agente letteraria Jen Davis (Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City) gli organizza eventi su eventi dove il giovane autore può leggere brani del suo libro, dove racconta la travagliata infanzia sua e di suo fratello, due bambini cresciuti senza alcuna educazione dopo la morte del loro padre violento, che li ha fatti vittima di infiniti soprusi.
La situazione degenera quando in una di queste letture… si alza il padre di Elliott, per nulla morto, e denuncia il figlio di aver inventato tutto.

Il film è molto confuso e manca completamente l’obiettivo, presentando tanti aspetti sfuggenti di una trama non riuscita, tanti particolari buoni di un quadro finale non buono, ma è deliziosa la micro-storia dell’autore che ha fatto ciò per cui è nata la letteratura: “migliorare” le brutture della vita.
Quanti scrittori hanno avuto un brutto rapporto con il padre che poi hanno “migliorato” tramite un romanzo? In fondo è a questo che serve la narrativa, a migliorare la realtà: perché farne una colpa al giovane Elliott?

Film non riuscito ma pseudobiblion gustoso…

Ecco l’anteprima del “vero” romanzo in versione italiana.

L.

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Pubblicato da su aprile 11, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Io, libertino

74_ilibertineVale la pena ripeterlo: la realtà è solo uno degli attributi della letteratura. Un libro falso non è in nulla differente da uno vero, ma è dimostrato che esso tende sempre ad acquisire la maggior dose di realtà possibile. Fra le tante prove, è il caso di parlare di “I, Libertine”: un libro che fu finto… prima di divenire reale.

Prima una veloce digressione. Durante il Salone del Libro di Torino, svoltosi recentemente, è avvenuta un’operazione pseudobiblica non nuova ma che ha avuto comunque un certo risalto nei giornali.
Alcuni studenti di Ingegneria del Cinema del Politecnico di Torino, incontrando nomi illustri del panorama giornalistico-letterario italiano, chiedevano regolarmente cosa ne pensasse l’intervistato del successo de “L’implosione”, romanzo d’esordio di Manuele Madalon. Visto che sia il titolo di detto romanzo che il suo autore erano pura invenzione, ci si sarebbe aspettato che gli intervistati ammettessero di non aver mai sentito nessuno dei due: invece non è stato così. A quanto pare ogni intervistato ha affermato non solo di conoscere il fantomatico autore, ma di aver apprezzato il suo romanzo; alcuni addirittura si sono lanciati in lodi sperticate o consigli per sfruttare il successo letterario.

Quale dovrebbe essere la morale dell’accaduto? Che l’intellighenzia italiana ami vantare conoscenze che non ha? Che piuttosto di ammettere la propria ignoranza su un argomento si preferisce mentire? In realtà queste reazioni comuni – molto più comuni di quanto si preferisca ammettere – seguono l’istinto umano della tendenza all’aggregazione: lo testimonia “I, Libertine”, uno dei più illustri predecessori del piccolo scherzo al Salone di Torino.

Jean Shepherd

Jean Shepherd

Prima che Jean Shepherd divenisse famoso per il suo libro “Una storia di Natale” (da cui l’omonimo film del 1983), era un acclamato conduttore radiofonico specializzato in fasce notturne: negli anni Cinquanta il suo “popolo della notte” era composto dalle persone più disparate, di ogni età e di ogni ceto.
Un giorno Shepherd decise di tirare uno scherzo al “popolo del giorno” – cioè tutti quei barbosi lavoratori inquadrati che credevano di saperla tanto lunga – così invitò i propri ascoltatori ad un esperimento sociologico: nelle successive settimane avrebbero dovuto chiedere a librai e bibliotecai di poter ottenere un libro che non esisteva, parlandone anche in giro con lodi entusiaste.

Insieme con gli ascoltatori Shepherd si inventò un autore, Frederick R. Ewing, e un titolo, “I, Libertine”, e nei giorni successivi mandò in onda le testimonianze di persone che avevano preso parte al suo scherzo: all’inizio veniva loro risposto che non si conosceva quel libro, ma a forza di insistere – di fronte cioè alla sicurezza delle persone nel chiederlo – cominciarono a fiorire persone che dicevano di conoscerlo e librai che promettevano di ordinarlo alle case editrici.

Edizione britannica con illustrazione Max Hetti

Edizione britannica
con illustrazione Max Hetti

Passarono i giorni e il fenomeno sfuggì di mano: il semplice scherzo di un conduttore divenne fenomeno di costume. Case editrici di tutti gli Stati Uniti furono tartassate di richieste: possibile che non avessero neanche una copia di “I, Libertine”? E cosa aspettavano a ristamparlo? Quelli che all’inizio furono solo gli ascoltatori di Shepherd “contagiarono” altre persone, le quali – ignare dello scherzo – erano convinte che il libro esistesse davvero e volevano leggerlo, incuriosite da tutto il clamore.

Quando lo scherzo acquisì proporzioni internazionali – sono tanti, nel mondo, i paesi anglofoni – uno degli ascoltatori di Shepherd si rivelò essere un giornalista del “Wall Street Journal”: propose al conduttore di mettere fine al terremoto mediatico con un’intervista-confessione. La proposta venne accettata con gioia e così venne rivelato al mondo intero che “I, Libertine” era un libro che non era mai esistito. Mai!

Come si diceva all’inizio, la differenza tra un libro vero e uno falso è del tutto ininfluente. “I, Libertine” non esiste? Be’… scrivetelo, allora! Questa fu la reazione del pubblico. La richiesta del libro, invece di scemare, addirittura aumentò: tutti ora erano curiosi di leggere un libro che non esisteva!

Shepherd non si aspettava questa reazione, e ne parlò con il suo amico Ted… cioè Theodore Sturgeon, tra i nomi più noti della fantascienza. Fu quest’ultimo che nel 1956 accettò di buon grado di “vestire” i panni di Ewing; venne ingaggiato il leggendario illustratore Frank Kelly Freas per la copertina e in 22 giorni – questo il tempo che Sturgeon dice di aver impiegato, rivelandolo in una sua lettera del 1959 allo scrittore Damon Knight – nacque “I, Libertine”… cioè, il libro vero.

Edizione cartonata con autografo di Frank Kelly Freas

Edizione cartonata
con autografo di Frank Kelly Freas

Con una tiratura iniziale di 130 mila copie, il libro vendette abbastanza per divenire un bestseller, e ancor oggi le copie usate vengono vendute a cifre importanti (si parla di 500 dollari a copia), ma il libro vero non fu un fenomeno di costume come quando era ancora falso: se non fosse stato per la caccia che l’ha preceduto, il libro in sé probabilmente sarebbe passato inosservato.

Così come gli intervistati al Salone del Libro di Torino, anche i poveri librai degli anni Cinquanta dissero di conoscere Ewing e il suo libro, così come le case editrici non si impegnarono certo nello smentire che “I, Libertine” fosse in un qualsiasi catalogo. Ora che lo scherzo è finito e sappiamo che “L’implosione” di Madalon non esiste, ne vedremo l’apparizione “vera” in libreria? Qualcuno cederà al richiamo del grande gioco degli pseudobiblia e porterà in vita un libro finora esistito solo nella mente di chi l’ha inventato? Vedremo…

[Al 2016 del povero inesistente Madalon non c’è più notizia… L’Italia non è un paese per pseudobiblia…]

L.

P.S.
Questo articolo è apparso su ThrillerMagazine il 10 giugno 2011.

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Pubblicato da su dicembre 28, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] I segreti di Malapunta

danilo-arona-malapuntaUn’isola che è più di un’isola raccontata da un autore che travalica i confini della realtà: quando il gioco degli pseudobiblia si allarga e si finisce in quello degli pseudoepigrapha.
Come scrivevo ieri, grazie alle Segnalazioni di dicembre del blog Nocturnia di Nick Parisi scopro che le Edizioni XII liquidano il loro intero catalogo al 50% di sconto. Oltre ad invitarvi a spulciare il loro catalogo on line, ne approfitto per parlare di Malapunta (2011) di Danilo Arona. Dopo la recensione, dagli archivi di ThrillerMagazine ripesco il mio speciale della rubrica “Pseudobiblia” dedicato ad un’intervista con l’autore, pubblicata il 30 settembre 2011.

I segreti di Malapunta

G.K. Chesterton immaginò che ai confini occidentali del mondo vi fosse un albero che è più e meno di un albero, «un albero posseduto da uno spirito», e che ai confini orientali ci fosse un’«altra cosa non precisamente uguale a se stessa, una torre per esempio, dalla forma malignamente deformata»: queste figure «violente e inesplicabili» chiudono il nostro mondo.
Danilo Arona ha fuso queste due figure in un unico terribile luogo: Malapunta è più e meno di un’isola, è posseduta da uno spirito, non è precisamente uguale a se stessa e soprattutto la sua forma malignamente deformata è violenta e inesplicabile.

La lettura di Malapunta cambierà la vostra realtà… a cominciare dal nome dell’autore!
Non pago dei molti pseudobiblia creati, Arona stavolta esplora il mondo degli pseudoepigrapha: libri attribuiti ad altri autori… di solito esistenti! Per saperne di più, e per svelare i segreti di Malapunta, abbiamo incontrato l’autore.

Personalmente ritengo “Malapunta” un capolavoro: a chi li devo rivolgere questi complimenti? Chi ha scritto il libro?

Il libro lo ha scritto Danilo, uomo colpito dalla ben nota sindrome di Personalità Multipla, sulla quale penso di non dovermi dilungare (ci sono anche degli ottimi film che la spiegano, da Identity all’ultimo Carpenter, The Ward…). A differenza di qualche suo collega che ritiene di non esserne affetto, Danilo – io principale e dominante – ne è cosciente e la “esprime” nella scrittura. Di volta in volta ci sono più “io narranti” a puntualizzare il cosiddetto “focus”. Tra gli ultimi arrivati, e decisamente più pericoloso e sovvertitore, c’è Morgan Perdinka.

I complimenti vanno poi estesi a un piccolo team di amici, importanti per me a prescindere dal testo: in primis Andrea G. Colombo, che mi passò all’inizio del millennio un progetto intitolato Rune in cui erano già ben delineati elementi quali l’isola druidica, i monaci senza volto (Gutuater e soci), le rune in quanto “chiavi” per leggere il futuro. Volevamo farne un serialda proporre in giro, poi come sempre succede, non capitò nulla e allora chiesi ad Andrea se mi faceva ficcare un po’ di quel progetto, ambientato ai tempi di Nerone, dentro una storia moderna in cui volevo proporre un Robinson Crusoe dei giorni nostri, mentre il pianeta fa i conti con l’Apocalisse. Ovvio, nessun problema, anche se all’occhio non distratto non sfugge come l’antico progetto si sia poi sviluppato per Andrea ne Il Diacono.

A seguire, Giacomo Cacciatore, amico fraterno e straordinario scrittore (a tutti gli effetti un “pezzo reale” di Morgan Perdinka) che nel 2004 lavorò  da par suo sul testo. Ancora: Daniele Bonfanti e Simone Corà, per l’editing accurato a dir poco, le mappe  e la consulenza scientifica. E Chiara Bordoni, biografa ufficiale “autorizzata” di Perdinka. Ah, la straordinaria cover di Diramazioni… I complimenti vanno estesi a tutti costoro. E una postilla tecnica: i ringraziamenti a Colombo e a Cacciatore per una svista sono purtroppo saltati alla fine del libro. Mi scuso a nome dei XII. Anche loro, nonostante le apparenze, sono umani.

Se Perdinka non esistesse, bisognerebbe inventarlo: quand’è che l’hai conosciuto? (I maligni direbbero “inventato”)

Scrivendo L’estate di Montebuio. In tutta la prima parte, ambientata nell’estate del 1963, totalmente e seriamente autobiografica, mi serviva un personaggio in terza persona nel quale calarmi. Ero sempre io, ma non potevo chiamarmi con i miei veri dati anagrafici. E allora mi sono inventato un personaggio di ascendenze greche (questo per dargli poi un cognome “da scrittore”…), totalmente credibile – due persone di origine greca le conosco anche ad Alessandria e hanno cognomi ancora più “invasivi”. Superficialmente i maligni hanno ragione: appunto, l’ho inventato. Ma nei reami della psicanalisi Perdinka se ne stava al buio, accucciato nel profondo, da qualche parte.

“Malapunta” scava nel profondo e crea davvero sensazioni inquietanti durante la lettura: qual è il segreto del suo autore?

La sincerità. Non esiste altro se non mettersi in gioco al 100%. Tutta la storia d’amore tra Nico e Gabry è la mia storia con Fabiana, mia moglie da trent’anni. Ovvio, esclusa la parte dell’incidente e delle sue conseguenze. Ed esclusa quella iniziale, in cui l’infermiera Gabry prende l’iniziativa con il paziente Marcalli. Ma la parte dell’incidente esiste perennemente come fantasma quotidiano. Lo insegnano Stephen King in letteratura e Paul Virilio nella saggistica: viviamo 24 ore al giorno nel terrore dell’incidente, quale che sia. Chi lo nega, mente a sé stesso. La società di oggi è una società “panica”, dalla borsa alle catastrofi. Ma sto scantonando, scusa. Tornando al segreto (di Pulcinella), confermo: per scavare nel profondo ed entrare in connessione con chi ti legge, devi scendere nel tuo profondo e tirar fuori le “Cose” che non si vogliono vedere. Questo per me è l’orrore. O l’horror, virando in letteratura.

Un giorno i tuoi pseudobiblia saranno tema di uno speciale, ma per ora mi limito a chiederti: cosa ti attira di più del grande gioco letterario dei “libri falsi”?

Come saprai, il peccato originale si chiama H.P. Lovecraft. Da ragazzino impazzivo per i suoi continui, occulti riferimenti al Necronomicon o al De Vermis Mysteriis. In seguito scoprii che il Necronomicon riusciva ad esistere, grazie a un gioco letterario dei discepoli di HPL. Personalmente ne possiedo più copie. Il meccanismo creativo dell’inesistente è qualcosa di magico, inafferrabile, ma anche di terribile. Come non esserne attratti? Negli anni Novanta, scrivendo un libro sul satanismo moderno, ho messo il naso in questa stramba realtà sotterranea in cui la pratica del satanismo “alto” si basa su libri, appunto, occulti e/o “maledetti”, che nessuno ha mai visto e tra i quali fa, appunto, capolino il “Necronomicon”.  È certo, assodato, che esistono gruppi che utilizzano copie apocrife del tomo lovecraftiano per evocare entità, sostenendo che quel libro funziona. Ti cito un passo da L’ombra del dio alato:

«Nel mondo dell’occultismo contemporaneo, tutti gli “addetti ai lavori” sono ormai convinti che, per quanto prodotto di fantasia, il Necronomicon sia dotato di una sua sinistra e autonoma forma di esistenza e in grado di aprire quella porta e consentire agli esseri mostruosi dell’Altra Realtà di penetrare nel nostro mondo. In pratica, dicono, Lovecraft ne avrebbe intuito i contenuti in seguito a suggestioni inconsce da parte di entità ultraterrene, che avrebbero agito sulla sua mente senza che lui neppure ne fosse consapevole. All’origine di questa convinzione c’è soprattutto il famoso occultista inglese Kenneth Grant, uno degli eredi del pensiero magico di Aleister Crowley».

Da qui i gruppi magici sono partiti per concretizzare l’invisibile, al proposito del quale ti posso garantire l’esistenza di un Necronomicon custodito nelle biblioteche del Vaticano e del quale mi è transitata una copia apocrifa tra le mani. (Necronomicon. Magia nera in un manoscritto della Biblioteca Vaticana, a cura di Pietro Pizzari, Atanor, Roma 1993) Insomma, il terreno è affascinante e anche minato, manna per uno scrittore.

Se qualcuno scrivesse un romanzo e lo firmasse Morgan Perdinka, come reagiresti? Al di là delle ovvie questioni di diritti d’autore, ti farebbe piacere se qualcun altro si unisse al tuo gioco degli pseudoepigrapha? (Vonnegut odiò per sempre Farmer quando questi si firmò Kilgore Trout…)

Ne sarei lusingato. Peraltro non esisterebbero problematiche di diritti d’autore. Perdinka è un fantasma. È morto nel 2007 in un’altra dimensione (non parallela, ma in qualche modo “fusa” con la nostra) e “da questa parte” non ci sarebbe proprio modo di far valere progeniture artistiche.

E se qualcuno domani scrivesse un romanzo e lo attribuisse a Danilo Arona… come reagiresti?

Mah, non mi ritengo così appetibile nel gioco dell’impostura. Reagirei con una risata. Io, giuro, non ho problemi di sorta nella pratica del mestiere di scrittore. Mi hanno già “saccheggiato” un sacco di volte senza citare la fonte. Ma saccheggiare i miei dati anagrafici sarebbe una colossale scemenza. Non lo ritengo possibile. Con Perdinka, magari, potrebbe esistere una vaga possibilità…

Da appassionato e studioso di Stephen King, quale dei suoi libri falsi preferisci? Quelli del ciclo Misery? Quelli di George Stark? Azzardo un’ipotesi: quelli della serie “Dieci notti in” (case infestate, cimiteri infestati, ecc.) scritti da Enslin nel racconto “1408”

Quelli di Misery. Hanno una concretezza maggiore rispetto agli altri che citi. Del resto sono il motore, pure sanguinoso, dell’autentico romanzo di King.

Userai ancora “libri falsi” nei tuoi romanzi e racconti?

Sì. Ce ne sono un paio nel libro che sto scrivendo con Edoardo Rosati e che al momento si chiama Syndrome, ma che  forse cambierà titolo per non confondersi con altri similari. Uno è un saggio sulle “paure che vengono di notte” e l’autore è un greco. Beh, qui mi fermo… Comunque, confermo: userò ancora libri falsi e anche “altre” identità. Mio scopo recondito è quello di far scomparire lo scrittore Danilo Arona, da troppo tempo  sulla scena. Ovvio, ne sorgerà un altro al posto suo. E non sarà Perdinka. Troppo scontato e smascherabile.

L.

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Pubblicato da su dicembre 7, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 3

arteficeLo scorso settembre 2016 la Adelphi ha ristampato l’antologia poetica di Jorge Luisi Borges L’Artefice – a cura dell’ottimo Tommaso Scarano – quindi è con piacere che ricordo un “libro falso” in esso citato.

Nella sezione “Museo”, infatti, troviamo “Le regret d’Héraclite”, due versi di Gaspar Camerarius tratti dalla sua opera “Deliciae Poetarum Borussiae”.

«Io, che tanti uomini fui, non son mai stato
Colui nel cui abbraccio languiva Matilde Urbach.

Gaspar Camerarius, in Deliciae Poetarum Borussiae, VII, 16»

Non tragga in inganno la precisione della citazione: è un falso. Il 5 dicembre 1985, durante un’intervista – raccolta in Una vita di poesia (Spirali 1986) – Armando Verdiglione legge a Borges questi due versi e il Maestro commenta:

«In questa poesia ho cambiato la parola abbraccio perché è debolissima e ha un brutto suono. In spagnolo ho messo amor: “Yo que tantos hombres he sido, no he sido nunca / Aquel en cuyo amor desfallecía Matilde Urbach“. La poesia è attribuita a un immaginario poeta prussiano, Gaspar Camerarius, per il quale ho inventato un’antologia dal titolo: Deliciae Poetarum Borussiae (Delizia dei poeti prussiani).»

Nella stessa intervista il poeta rivela chi sia il vero autore: Jorge Borges, suo padre! Prima di morire nel 1938 l’uomo distrusse i versi e i romanzi che aveva scritto, ma il figlio Jorge Luis riuscì a salvare qualcosa che però, per rispetto al padre, pubblicò sotto falso nome.
Malgrado però Borges stesso riveli nel 1985 che quei versi li ha scritti il padre, in seguito continuano ad essere attribuiti a lui: ancora nel 2004 il suo amico Alberto Manguel glieli attribuisce in Con Borges (Adelphi 2005). Che ad essere falsa sia l’attribuzione a Jorge Borges padre?

1975-il-libro-di-sabbiaUn altro fra i più affascinanti pseudobiblia creati da Jorge Luis Borges è il Libro di Sabbia del racconto omonimo del 1975 (raccolto nell’antologia che ne porta il titolo). Malgrado l’argentino avesse più volte dato l’addio all’attività letteraria, gli era impossibile stare lontano dal suo elemento naturale: “Il Libro di Sabbia” è fra le migliori opere del periodo maturo dell’autore.

Un oscuro venditore bussa alla porta del protagonista e gli propone l’acquisto di un libro tanto misterioso quanto affascinante:

«Mi disse che il suo libro si chiamava il Libro di Sabbia, perché quel libro e la sabbia non hanno né principio né fine. Mi disse di cercare la prima pagina. Con la mano sinistra sopra il frontespizio, cercai la prima pagina con il pollice quasi incollato all’indice. Tutto fu inutile: tra il frontespizio e la mano si interponevano sempre nuovi fogli. Era come se sorgessero dal libro».

Un libro che sfida le più ovvie leggi fisiche e naturali, dunque, che scorre all’infinito sia in avanti che indietro. La spiegazione è semplice quanto sibillina:

«Se lo spazio è infinito, noi siamo in qualsiasi punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualsiasi punto del tempo».

Così il Libro è infinito sia nel tempo che nello spazio, e a qualsiasi punto lo si apra, ci si ritrova in un qualsiasi punto del tempo e dello spazio…

Ovviamente il protagonista è spaventato da un simile libro: vorrebbe distruggerlo, ma ha paura che le conseguenze possano essere funeste. La soluzione migliore, quindi, è nasconderlo in una grande biblioteca, renderlo anonimo in mezzo a tanti altri libri simili, sperando che nessuno lo possa più trovare.

Borges e María Esther Vázquez in una libreria di Buenos Aires

Borges e María Esther Vázquez in una libreria di Buenos Aires

Chiudo con un’altra antologia curata da Borges in cui egli gioca con il lettore. Nel “Libro di sogni” (1976) – di cui ho già parlato qui – troviamo un brano intitolato “Der Traum ein Leben”, scritto da un certo Francisco Acevedo e tratto dalla di lui opera “Memorias de un bibliotecario” con tanto di data: 1955.

1976 - Il libro dei sogni (Adelphi 2015)«Il dialogo si svolse ad Adrogué. Mio cugino Miguel, che aveva cinque o sei anni, era seduto per terra e giocava con la gatta. Come ogni mattina, gli chiesi:
— Che cosa hai sognato stanotte?
E lui mi rispose: — Ho sognato che m’ero perso in un bosco e che alla fine trovavo una casetta di legno. La porta si apriva e uscivi tu. — Con improvvisa curiosità mi chiese: — Dimmi, che cosa stavi facendo in quella casetta?

Francisco Acevedo, Memorias de un bibliotecario (1955)»

È tutto plausibile e non abbiamo motivo di dubitare delle informazioni che Borges ci dà… peccato invece che sia tutto inventato di sana pianta!

A María Esther Vázquez, allieva ed amica di lunga data che nel 1982 scrive il libro intervista “Colloqui con Borges (Edizioni Novecento 1982), Borges racconta:

«Un mio nipote (è tipico della gente vecchia pensare ai nipoti) mi raccontò che aveva sognato, molti anni fa, di recarsi in un bosco, di perdersi e di arrivare infine dinnanzi a una casa bianca di legno, dalla quale uscivo io. Smettendo di raccontare, il ragazzo mi chiese: “Dimmi, che facevi lì, in quella casa?”. Si vede che non distingueva la realtà dai sogni.»

State in guardia quando leggete Borges, perché “finzione” è solo uno dei tanti sinonimi della lettetura..

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 20 novembre 2009.

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Pubblicato da su ottobre 26, 2016 in Pseudobiblia

 

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