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Andrea Carlo Cappi e Nightshade

Andrea Carlo Cappi
(foto di Alberto Aliverti, 2011)

Stanno arrivando grandi novità con la firma di Andrea Carlo Cappi e con quella della sua “metà oscura” François Torrent. In attesa di festeggiare i 18 anni di uno dei suoi personaggi più amanti, abbiamo incontrato l’autore per una chiacchierata sulla sua Nightshade e le sue ultime novità.

Romanzi di spionaggio e azione con donne protagoniste non è che ce ne fossero molti, quando con l’inizio del Duemila hai creato la tua eroina Mercy Contreras, nome in codice Nightshade. Cosa ti ha spinto ad una scelta così atipica, per il genere?

Proprio il fatto che in quel momento non solo in “Segretissimo” ma nella narrativa di genere internazionale non ci fossero più donne al centro di serial di spionistici. Un giorno nella primavera 2001, mentre mi stavo occupando dell’archivio di Carlo Jacono, lo storico illustratore di “Giallo” e “Segretissimo”, davanti a un caffè Stefano Di Marino mi fece notare la mancanza di nuove protagoniste nella spy story di quegli anni. Be’, dopotutto una delle serie al femminile di cui Jacono aveva dipinto le copertine era “Pantera Nera” di Sylvette Cabrisseau, scritta in realtà da Jean-Patrick Manchette. Perché non seguirne l’esempio? Folgorazione. Entro sera avevo pronto il progetto per il primo ciclo di Mercedes “Mercy” Contreras alias Nightshade e il giorno dopo un racconto di prova, poi divenuto uno dei capitoli iniziali del primo romanzo.

Come riassumeresti brevemente il profilo di Mercy Contreras?

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Una donna che, quando cade, non si arrende, non si lamenta e si rialza, pronta ad affrontare anche l’insormontabile. Destinata a diventare una ballerina di flamenco ma cresciuta in una disciplina paramilitare e segnata da un evento traumatico, è divenuta spia e assassina su commissione senza perdere del tutto la sua umanità. Le sue storie seguono (o anticipano) la cronaca, nella tradizione di Gérard de Villiers, ma con una visione politica più vicina a John le Carré.

A differenza dei personaggi della spy story di un tempo, Mercy non resta sempre uguale: aveva ventisei anni quando è stata reclutata, ora ne ha compiuti quarantaquattro ed è cambiata rispetto alla prima serie, “Nightshade“, che Mondadori pubblicò tra il 2002 e il 2013. Nell’attuale serie, “Agente Nightshade“, è più matura, esperta, riflessiva. Se prima era una spia ribelle che costringeva i superiori ad assecondarla, ora ha raccolto intorno a sé un gruppo di operatori per cui la disobbedienza alle direttive di Stato (specie quelle degli USA di Trump) è la norma. E tanti saluti a chi ritiene – o continua a diffondere la voce – che la spy story d’azione sia un genere reazionario e maschilista.

Era il marzo del 2002 quando nelle edicole italiane è arrivato per la prima volta il tuo personaggio, protagonista di “Missione Cuba” (Segretissimo 1460): cosa ricordi del momento in cui l’hai vista spuntare in vetrina?

Ricordo soprattutto la prima, spettacolare presentazione ufficiale, all’Admiral Hotel di Milano, con Andrea G. Pinketts e Stefano Di Marino come padrini, con la dimostrazione di kali escrima (l’arte marziale filippina in uso presso i corpi speciali, nella quale Nightshade è stata addestrata) del maestro Roberto Bonomelli e del suo staff, le esibizioni di Vittoria Maggio e della Peña Flamenca milanese… e la mia partecipazione nel doppio ruolo di me stesso e del mio alias François Torrent. Lo pseudonimo con cui firmo tuttora la serie per “Segretissimo”, scelto per l’assonanza francese, anche se il cognome in realtà è spagnolo e si pronuncia alla maiorchina, “Torrént”.

Da allora quasi ogni anno hai presentato una storia corposa con Nightshade nella collana “Segretissimo”: ti ha pesato avere una sorta di cadenza fissa?

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Al contrario, mi ha pesato dover saltare qualche anno, specie nei periodi in cui ero sopraffatto da traduzioni e consulenze editoriali. La situazione internazionale si evolve di continuo e i miei personaggi vivono insieme a me, quindi non posso restare troppo a lungo senza vedere cosa stiano combinando. E sono tanti.

Oltre a Mercy c’è Carlo Medina, protagonista di tre romanzi (pubblicati da “Segretissimo” con il mio vero nome) e di molti racconti e romanzi brevi, una serie nata venticinque anni fa sugli speciali de “Il Giallo Mondadori” e confluita del 2015 in “Agente Nightshade”; c’è la killer professionista Rosa “Sickrose” Kerr, prima nemica e ora alleata di Mercy; c’è il detective Toni “Black”, protagonista di un ciclo pubblicato da Cordero Editore (e in ebook da Algama Editore) ma spesso guest star in “Agente Nightshade”; e c’è la nuova arrivata Helena “Cleo” Vizard, giovane agente dei servizi segreti italiani, quasi un’allieva di Mercy. In questi ultimi mesi ho scritto racconti di Nightshade, Black e Cleo, per raccontare cosa accade in attesa delle prossime avventure.

Dopo alcune ristampe (penso alle edizioni Alacrán e CentoAutori di alcuni dei primi romanzi), Nightshade dal luglio 2019 sta conoscendo una riproposizione completa delle proprie avventure grazie a Oakmond Publishing, sia in cartaceo che in digitale. Cosa puoi dirci di questa iniziativa?

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Un lavoro che attendevo di fare da tempo: l’edizione definitiva della “fase uno” di quello che l’amico, lettore e scrittore Claudio Bovino ha battezzato “Kverse“. Vale a dire tutti i romanzi e i racconti delle serie “Nightshade” e “Medina”, tre titoli all’anno pubblicati in volume e ebook a date fisse: 4 marzo, 4 luglio e 4 novembre. Sono già usciti i primi due dedicati a Nightshade, Missione Cuba e Progetto Lovelace, quest’ultimo in una versione estesa con qualche capitolo in più rispetto alle edizioni precedenti. Per chi ha scoperto Mercy solo di recente è l’occasione per scoprire tutta la sua storia, ma anche per chi conosce già la serie ci saranno grandi sorprese.

Intanto l’universo narrativo del personaggio in questi anni si è ampliato e se non sbaglio una sua “costola”, Dark Duet, sta per esordire nella collana digitale “Spy Game” (Delos). Puoi anticiparci qualcosa?

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Com’è noto “Spy Game” è la nuova collana curata da Stefano Di Marino per Delos e dedicata alle storie di spionaggio della Guerra Fredda, inaugurata dallo stesso Di Marino e da Enzo Verrengia, cui seguiranno molti altri autori italiani. Nella mia serie, Dark Duet è il nome in codice (ricavato da un romanzo di Peter Cheyney) di due agenti dell’MI6 britannico: il maiorchino Miguel Torrent (di cui Paco Torrent, conosciuto in “Nightshade”, è il nipote) che nella Guerra di Spagna ha combattuto dalla parte dei repubblicani; e Manuel Weissmann, mezzo tedesco e mezzo andaluso, che nella Seconda guerra mondiale ha lavorato per l’Abwehr, senza però condividere l’ideologia del Reich. La maggior parte delle loro avventure si svolge in Spagna a partire dal 1947, in un’epoca che riporta il lettore alle atmosfere di Hemingway, ma anche agli anni della dittatura, dei movimenti antifranchisti clandestini, delle spie internazionali e dei transfughi del nazismo.

Per il pubblico è una novità, ma per me è un progetto nato con una serie di soggetti del 1991 per un programma, poi sospeso, di RadioRAI (per la quale poi avrei scritto un decennio più tardi con grande successo diverse puntate del serial “Mata Hari” con Veronica Pivetti) e con un progetto narrativo del 1992 per gli Oscar Mondadori, anche questo prematuramente interrotto perché il mio editor passò a un altro settore. Per fortuna al terzo tentativo ebbi maggior fortuna e nel 1993 cominciò la mia collaborazione con “Il Giallo Mondadori”, non a caso con un racconto imperniato su Ernest Hemingway. Ma la mia serie di spionaggio vintage è rimasta nel cassetto fino a questo momento.

Nel marzo 2020 Mercy Contreras compirà 18 anni, una data importante che meriterebbe un festeggiamento: hai qualcosa che bolle in pentola?

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Sì, qualcosa di molto particolare. “Dossier Contreras“, terzo volume della collezione “Nightshade” in uscita da Oakmond il 4 marzo 2020, non è un romanzo e non è neppure una semplice raccolta di racconti e romanzi brevi, molti dei quali peraltro inediti e altri pubblicati qua e là ma perlopiù introvabili. Sarà un percorso attraverso il passato della protagonista della serie e i trascorsi di molti suoi comprimari: in sostanza un prequel non solo per Nightshade ma anche per la mia serie in “Spy Game” e per tutto il Kverse.

Si potranno scoprire le prima avventure di Miguel Torrent, l’entrata in scena di Arturo Robles della DGS (apparso in Progetto Lovelace); gli intrighi della famiglia di Mercy negli anni della Guerra Fredda; l’iniziazione di Nightshade allo spionaggio e le operazioni che precedono il romanzo Missione Cuba.

Visto il tuo Agente Nightshade di maggio, “Effetto Brexit” (Segretissimo 1646), di’ la verità: sei pronto con carta e penna per vedere come finirà la Brexit e regolarti per il prossimo romanzo? Scherzi a parte, sai anticiparci qualcosa del Segretissimo del 2020?

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Ormai ci si chiede se la Brexit verrà rinviata all’infinito. Ho scritto l’ultimo romanzo di “Agente Nightshade” in presa diretta: a volte seguivo gli eventi che si stavano verificando in quel momento, a volte era la realtà ad assecondare le mie previsioni, come nel caso del primo attentato della New IRA. Per ora sto seguendo come sempre quanto succede nel mondo, come farebbe un’analista dei servizi segreti.

In Programma Firebird, scritto a inizio estate 2013 e pubblicato nel dicembre di quell’anno, sono stato il primo romanziere a parlare dell’ISIS, all’epoca ancora sconosciuta, della quale ho poi raccontato i retroscena in Bersaglio ISIS e Fattore Libia, per approdare ai suoi legami con il narcotraffico in Territorio Narcos. L’attacco turco al Kurdistan rischia ora di riaprire una questione che non si è certo chiusa con la fine di al-Baghdadi, in realtà – almeno politicamente – morto da anni senza che questo limitasse l’operato dei terroristi. Sarà la cronaca a dettare la direzione della prossima vicenda.

Nel frattempo ho ripreso l’idea di uno spin-off con protagonista Sickrose, che potrebbe vedere la luce tra il 2020 e il 2021.

Per i fan di Martin Mystère, a quando una tua prossima avventura del buon vecchio Zio Martin?

Se si conferma anche il successo de Il mestiere del diavolo, terzo romanzo uscito da Bonelli (e quinto del ciclo, contando quelli da altri editori), dopo che i due precedenti hanno vinto il Premio Italia 2018 e il Premio Atlantide 2019, presumo che il prossimo appuntamento sarà nell’estate 2020. Attendo il via da Alfredo Castelli per dedicarmi alla nuova avventura.

Per i fan di Diabolik, a quando il tuo ritorno nel mondo del Re del Terrore?

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Questo purtroppo ancora non lo so, come rispondo spesso ai lettori che mi scrivono in proposito. La serie si è interrotta dieci anni fa dopo il quarto romanzo, quello con protagonista Eva Kant, che aveva ottenuto particolare gradimento dal pubblico femminile. I nuovi gestori della casa editrice che pubblicava il ciclo lo giudicava spregiativamente un prodotto “seriale e di nicchia”, peccato che la “nicchia” di Diabolik sia di alcuni milioni di lettori; infatti erano così competenti che grazie alle loro scelte uscirono dal mercato di lì a un anno.

Che i romanzi di Diabolik fossero un affare lo capì un altro editore, il quale annunciò un mio nuovo romanzo prima ancora che lo scrivessi, cosa che non ho mai fatto perché non aveva intenzione di pagare i diritti né a me né ai titolari del copyright. Queste vicissitudini hanno congelato il progetto dei tre romanzi successivi, anche se nel frattempo Excalibur ha legittimamente ripubblicato i primi quattro titoli e, in veste di scrittore, quest’anno ho partecipato al docu-film di Giancarlo Soldi Diabolik sono io. Mi auguro che il “DiaboliK” dei Manetti attualmente in fase di riprese risvegli un interesse editoriale per i romanzi.

Hai anche altri progetti?

In effetti sì, più di quanti ne abbia il tempo di realizzare. Dopo la storia fanta-rock da poco apparsa in SOS-Soniche Oblique Strategie (Arcana) a cura di Mario Gazzola, ci sono altre mie partecipazioni ad antologie e riviste di uscita imminente.

Oltre a due nuovi titoli in preparazione della saga horror/erotica/urban fantasy Danse Macabre (Excalibur) e a una raccolta di racconti a quattro mani con Ermione dopo il romanzo LUV (Edizioni DrawUp) ho due o tre libri “fuori serie” in lavorazione. Ma ci sono anche altri impegni, in particolare quelli con l’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, che si occupa del patrimonio letterario e culturale lasciato dall’amico prematuramente scomparso nel dicembre 2018. Dopotutto, uno scrittore rimane vivo finché si leggono i suoi libri.


L.

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Pubblicato da su novembre 25, 2019 in Interviste

 

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[Archeo Edicola] Rimini Rimini (1987)

Paolo Villaggio in “Rimini Rimini” (1987)

Scoperta l’altra sera, quando IRIS ha trasmesso il film “Rimini Rimini” (1987) di Sergio Corbucci, non resisto a presentare questa splendida foto di edicola tipica anni Ottanta: rigogliosa e sciabordante di pubblicazioni.

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Pubblicato da su settembre 11, 2019 in Archeo Edicola

 

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[Estate 2019] Intervista a Scilla Bonfiglioli

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Scilla Bonfiglioli, vincitrice del Premio Sergio Altieri che l’ha portata questo agosto in edicola con l’esplosivo battesimo di un’eroina di “Segretissimo”.

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Pubblicato da su agosto 16, 2019 in Interviste

 

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[Estate 2019] Intervista a Stefano Di Marino

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Stefano Di Marino, prolifico scrittore d’azione che questa estate fa il pieno di emozioni in edicola, libreria e bookstore.


È ancora disponibile in edicola “Matrioska“, il Segretissimo di luglio con la nuova avventura del Professionista, sempre “sul pezzo”, visto che si parla di Medio Oriente e Balcani in fiamme.

Matrioska è una spy story europea di stampo tradizionale. O meglio, nella tradizione dei classici del Professionista. Si parla anche della Libia con una buona (spero) ambientazione a Bengasi, poi ci trasferiamo a Sofia e in Serbia per una storia dove il tradecraft delle spie si sposa a una serie di azioni delle forze speciali che culmineranno con un recupero sul fondo di un lago in Kosovo.

Questo agosto c’è una sorpresa, sempre in edicola, visto che esce subito un’altra avventura di Chance Renard: “Io sono El Gringo“. Cosa puoi anticiparci?

Io sono El Gringo invece è un’avventura tutta… americana, dai due lati del confine. Partiamo da New York per trasferirci a San Francisco, mentre Chance dovrà agire sotto copertura in Messico contro Benicio Waldemar Guzman, un “narco” che rimarrà nella vostra memoria. Una operazione complessa che dimostra quanto il traffico di coca possa influire sulla politica internazionale.

Ci sono alcune presenze note che spero gradirete e… una vera sorpresa finale, che anticipa il romanzo che leggerete questo inverno. Ma su questo preferisco non dirvi nulla… e lasciarvi il gusto della lettura.

Intanto non dimentichiamo che si trova ancora il volume di giugno del “Professionista Story“, con due avventure imperdibili: “L’inferno dei vivi” e l’inedito “Battesimo del fuoco”. Cosa ricordi di quella mitica avventura del Professionista in Corea del Nord?

L’inferno dei vivi fu un episodio particolare. Chance era sotto l’influsso di una droga potentissima e ci metterà un poco a riprendersi. Nel contempo iniziava la sua collaborazione con la Divisione Sicurezza Europea e con Bruno Genovese.

In questo volume e nel successivo che esce a ottobre saranno chiarite un po’ di cose che erano state lasciate in sospeso, e credo il lettore vorrà apprendere con piacere.

Intanto Odoya, per la quale hai già scritto sul “Cinema Noir” e “Cinema di arti marziali“, pubblica il tuo “Apache. Una leggenda americana“. Dopo tanti anni a scrivere narrativa western, cosa si prova ad affrontare un saggio sull’argomento?

Una grande soddisfazione, per due motivi. Prima di tutto perché dimostra che, anche in Italia, la voglia di West non è certamente sparita, e poi con questo libro sono riuscito a riunire anni di ricerche che mi sono servite per creare lo sfondo delle serie pubblicate con Delos e con dbooks.it.

Rimanendo in tema, vorrei ricordare “Gunfighter. Uomini violenti“, pubblicato qualche mese fa da dbooks.it Malgrado venga sempre dato per estinto, il genere western ha sempre una sua vita palpitante…

Il West è vivo. Ho già scritto un secondo episodio con Hogan, il pistolero protagonista di Uomini violenti, che poi è una sorta di Professionista nel West.

A questo proposito ricordo a chiunque fosse interessato che il 29 settembre sarò presente alla manifestazione Cineamarcord organizzata dai miei amici di Bloodbuster a Milano. Nel corso di un incontro parlerò con il collega Silvio Giobbio, autore di un bel dizionario sul western all’italiana. Discuteremo di cinema western americano e italiano e le rispettive influenze. Sarà con noi Enzo G. Castellari con la sua impagabile raccolta di aneddoti ed esperienze. Un grande onore.

A giugno De Vecchi ha rispolverato un tuo “Corso di Karate“, scritto con Roberto Ghetti. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Un libro di una collana di quasi vent’anni fa. Il karate moderno, interstile, adatto a tutti e a tutti gli stili. Corso fotografico realizzato con il giovane Riccardo Ragno che eseguiva le tecniche. Il libro lo dedicammo allora e oggi a suo padre Nicola che ci lasciò in quegli anni e fu uno dei migliori karateka italiani.

Infine una domanda multipla per dare un consiglio estivo ai nostri lettori: un posto da visitare in vacanza, un film da vedere (o rivedere) e un libro da leggere, oltre ovviamente ai tuoi.

Nell’augurarvi buone vacanze vi suggerisco una vacanza in Thailandia per restare in tema, la visione Hobbs and Shaw (2019), lo spin off di Fast and Furious, e la lettura de “Il confine” (The Border, 2019), l’ultimo romanzo di Don Wislow che conclude la trilogia del narcotraffico.


Chiudo ringraziando Stefano Di Marino per la disponibilità e ricordo la sua pagina Amazon Autore.

L.

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Pubblicato da su agosto 9, 2019 in Interviste

 

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Quello zombie di Paperino

Ottobre 1949, secondo anno dell’Era Mondadori per la pubblicazione del settimanale “Topolino” in edicola, curato dal mitico Mario Gentilini. Il numero 7 della testata presenta l’Inferno dantesco in versione Disney, ma poi l’albetto si chiude con una storia incredibile: “Paperino e il feticcio“.

Scritta e disegnata dal decano Carl Barks ed apparsa originariamente a strisce nel marzo di quel 1949 con il titolo Voodoo Hoodoo, la storia strizza l’occhio proprio a quella magia nera che il cinema amava riutilizzare a piacimento, e che forse non è scontato trovare in un fumetto per l’infanzia. Come cambiano le mode: temo che oggi non sarebbe più apprezzato dai solerti genitori…

«Did you hear the story that’s going around – about there being a zombie in town?»

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Pubblicato da su agosto 5, 2019 in Linguistica

 

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[Books in Movies] Venga a prendere il caffè da noi (1970)

Stavolta sono stato più veloce ad elaborare il consiglio datomi da Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo del Sogno“, che dopo Il commissario Pepe (1969) mi segnala un altro film con Ugo Tognazzi immerso in citazioni librarie.

Girato da Alberto Lattuada all’inizio del 1970 e tratto dal romanzo La spartizione (1964) di Paolo Chiara – autore che si guadagna anche un piccolo ruolo – “Venga a prendere il caffè da noi” esce nei nostri cinema nell’ottobre successivo. Dal 2012 è disponibile in DVD RaroVideo.

Fulcro del film è la famiglia Tettamanzi, tre sorelle rimaste orfene ed ereditiere di un cospicuo capitale, oltre che di una grande villa a Luino: non passa molto prima che uomini poco innamorati ma molto interessati inizino a corteggiarle.
Così abbiamo il giovane sbandato Paolino (Jean-Jacques Fourgeaud), pieno di debiti di gioco, che vede nella sorella minore Tarsilla (Francesca Romana Coluzzi) l’occasione di sposare una ricca donna e accedere ai suoi soldi. Il ragazzo però è maldestro, non ha la classe di Emerenziano Paronzini (Ugo Tognazzi), freddo e calcolatore, che prima analizza centimetro per centimetro la proprietà Tettamanzi e poi attua il suo piano con matematica precisione. Il Destino saprà ricompensare i due uomini secondo quanto meritano.

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Pubblicato da su luglio 5, 2019 in Books in Movies

 

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Funerale per due (1985)

Mi è capitato per le mani uno degli ormai rari romanzi di James Hadley Chase, uno dei grandi padri del noir moderno che purtroppo l’Italia non ama più come un tempo. (Del suo strano arrivo nel nostro Paese, ho già raccontato qui.) Il romanzo in questione è “Funerale per due” (We’ll Share a Double Funeral, 1982), disponibile in italiano in un’unica edizione, quella del “Giallo Mondadori” n. 1882 (1985), con splendida copertina di Carlo Jacono.

Straordinaria è la parabola di René Brabazon Raymond, il giovane libraio di Londra che sognava di scrivere come gli americani e – guide turistiche alla mano per descrivere i luoghi – lo fece davvero, creando bestseller da iniziare a firmare con un nome più americano come James Hadley Chase. Nel 1982 ha ormai quasi ottant’anni (morirà tre anni dopo), ha fatto in tempo a vedere il successo internazionale dei propri libri e l’oblio in cui l’ha relegato l’editoria italiana, dopo averlo a lungo esaltato, così come ha visto molta della sua opera finire sul grande schermo, con risultati di alterna qualità. Ed è proprio quest’ultimo medium che sembra interessato a prendere in considerazione.

Malgrado Chase non sia stato uno sceneggiatore, lo stesso rende protagonista di questo romanzo Perry Weston, un ricco e noto sceneggiatore di Hollywood, uno di quelli che scrivono storie di crimini violenti che inchiodano gli spettatori, uno di quelli che i produttori vogliono sempre all’opera perché le loro storie diventano film di grande successo. Dubito fortemente che Perry sia un personaggio autobiografico, visto che come dicevo Chase non scriveva per il cinema – semplicemente i suoi romanzi sono stati più volte adattati per lo schermo, piccolo e grande – e questo lo rende ancora più intrigante perché non è una “furbata” dell’autore, è pura fiction.

Perry Weston è calato in una storia corale che inizia da più punti di vista ma converge in un’unica trama. In una terribile notte di tempesta subisce un incidente mortale un’auto della polizia: i due agenti sono spacciati, ma quel che peggio è che rimane libero l’uomo che trasportavano. Chet Logan, un uomo nato e cresciuto nella criminalità e che piuttosto che venir acciuffato dalla polizia non esita a massacrare chiunque gli si ponga davanti. Quand’anche fosse una innocua famigliola della fattoria in cui si rifugia.
Mentre la tempesta sevizia crudelmente un paesino sperduto nella campagna della Florida, le forze di polizia devono organizzarsi pur essendo impotenti a gestire la situazione: già attraversare una strada sembra impossibile, con quel tempo, figuriamoci difendersi dal più pericoloso assassino che quel paesino di pescatori abbia mai visto.

In questo inferno arriva Perry Weston, che vuole rifugiarsi nella sua capanna da pescatore per trovare nuove idee per la prossima sceneggiatura, fatta di criminalità e violenza. Quando carica a bordo un poveraccio bagnato fradicio, non sa che sta per avere tutta la criminalità e la violenza di cui ha bisogno. Visto che non sa di star portandosi in casa un pericoloso assassino.

Purtroppo Chase non è interessato a giochi letterari, il suo protagonista si limita ad accennare vagamente che dall’assassino di cui si ritrova ostaggio potrebbe nascere un buon personaggio per il cinema, tutto il dialogo in realtà si basa sulle ingiustizie della vita, che portano un uomo al successo e un altro alla criminalità. La forza del romanzo è in una narrazione asciutta ma precisa, priva di qualsiasi vezzo “allunga-brodo” ed anzi Chase secondo me aveva proprio il difetto opposto: faceva scorrere via velocemente situazioni molto più pregne, ricche di spunti che meritavano di essere approfonditi. E soprattutto, quando finisce… lo fa con l’accetta. Niente svirgolii, niente emozioni, niente giudizi finali: crolla la scritta “FINE” come se cadesse dall’alto e basta così.

Sorprendente il personaggio della moglie del protagonista, così diverso dai generi di donna che di solito ho trovato nei romanzi di Chase, cioè di due tipi: la casalinga succube e la femme fatale. In effetti i due tipi di donna di solito veicolati anche dal cinema. Non escludo che l’autore fosse attento ai cambiamenti, perché – sebbene quasi ottantenne – sembra cogliere qualcosa nell’aria: dal 1978 è nato il fenomeno non solo delle final girl ma anche delle girls with guns, e questo cambia le cose. Le donne hanno sempre sparato, nei noir, ma erano le “cattive”, le donne fatali che rovinavano i protagonisti. Chase invece con la moglie di Weston crea uno strano personaggio: una donna indipendente, che sì sfrutta il marito e lo tradisce ma che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno… neanche da un assassino seriale!
Mi ha profondamente stupito trovare un romanzo del 1982 in cui la donna non emetta un solo grido ed anzi di fronte al cattivo non provi altro che odio, e desiderio di ucciderlo. È una perfetta Ripley, solo che quel personaggio nascerà quattro anni dopo!

Insomma, ad ottant’anni Chase è più “giovane” e al passo coi tempi di tanti “giovani vecchi”, legati a schemi passati spacciati per nuovi. Con una bibliografia sterminata, può benissimo lasciare che il romanzo si scriva da solo e che risulti una lettura veloce e piacevolissima.

L.

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Pubblicato da su giugno 19, 2019 in Recensioni

 

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