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Archivi tag: Mondadori

[Archeo Edicola] W la foca (1982)

Stavolta la segnalazione mi arriva dalla più insperata delle fonti: Kukuviza del blog “Cinecivetta“. Per puro caso ha visto l’inizio di un film che non avrebbe mai scelto di propria spontanea volontà, ma questa coincidenza ci regala deliziose citazioni.

Il film in questione è molto caro a quelli che adorano il termine “trash”, visto che praticamente è il prodotto simbolo del genere: “W la foca” (1982) di Nando Cicero (in DVD Federal Video 2005), con la giovane stella nascente Lory Del Santo, che di lì a poco diventerà cassiera fissa del “Drive In”.

Com’era usanza della sguaiata commedia all’italiana dell’epoca, non esiste sceneggiatura ma solo una raccolta di “barzellette in video”, cioè scenette slegate da qualsiasi filo logico e accomunate da una battuta finale, proprio come se fossero tante barzellette raccontate a raffica. In fondo è lo stile di Pierino (1981), Pierina (1982) e degni compagni di merende.

W la foca riceve il visto della censura italiana il 4 marzo 1982, quindi probabilmente è stato girato alla fine dell’anno precedente: ce lo conferma subito Lory Del Santo stessa, con il fumetto che legge all’inizio della vicenda.

Tra Moana e Lori, Paperino non c’azzecca proprio…

Durante il viaggio in treno che apre il film vediamo l’attrice tenere in mano una copia del “Super Almanacco Paperino” (Mondadori) datato dicembre 1981: per conoscere le otto storie contenute nel volume, fra le quali un classico del 1961 di Carl Barks, rimando al database InDucks.

La produzione si è tenuta ben stretto quel numero a fumetti, perché lo ritroviamo sul comodino del figlio di Bombolo, più avanti nel film.

Chi di noi non ha mai avuto un albo Disney sul comodino?

Una curiosità: il numero di ottobre 1981 dell’Almanacco Paperino si intravedeva nel film Ad Ovest di Paperino (1981).

Ma… chi c’è sulla copertina di quella rivista?

Torniamo a W la foca. Durante il viaggio in treno, in compagnia della giovane Moana Pozzi, scompare Paperino e tra le mani di Lory appare un numero della rivista “Il Fotografo” (Mondadori), n. 57 del gennaio 1982: come mai questo cambiamento? Semplice, perché in copertina c’è la stessa Lory Del Santo, in un delizioso gioco di richiami incrociati.

L’attrice che stringeva una rivista con se stessa in copertina…

La rivista mondadoriana viene inquadrata da altre angolazioni:

Abbiamo la quarta di copertina…

… e un titolo di un articolo interno

Più avanti, anche Bombolo è intento alla lettura ma non è chiaro se di una rivista o di un fumetto.

Cosa starà mai leggendo Bombolo con tanto interesse?

Per finire, è immancabile una capatina al cinema a luci rosse, grande tormentone dell’epoca, e non escluderei si tratti di nuovo del “Blue Moon” capitolino, già apparso prima in Zucchero, miele e peperoncino (1980) e poi in Acapulco, prima spiaggia a sinistra (1983).

Sarà mica l’immancabile “Blue Moon” di Roma?

Purtroppo non riesco a leggere i titoli sullo sfondo, mentre il film in primo piano rappresenta un “mistero misterioso”.

Qualcuno ha notizie di questo film?

Malgrado venga inquadrato in piano piano, risulta misterioso il film “Veronique una moglie porno“, se non che sia diretto da Amanda Barton e interpretato da Kim Pope, come si legge sulla locandina: il problema è che al di là della locandina italiana, non si hanno altre informazioni sul film.

Di sicuro ha ottenuto il visto della censura italiana il 21 ottobre 1981 e la prima notizia certi di proiezione in sala risale al 24 dicembre successivo – che Vigilia di Natale alternativa, quella da passare in un cinema a luci rosse! – ma per il resto non ho trovato altra notizia legata al titolo.

Ringrazio Kukuviza per questa ghiotta segnalazione, e invito tutti ad aguzzare la vista: le citazioni di libri, fumetti e riviste sono ovunque!

L.

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Pubblicato da su luglio 21, 2021 in Archeo Edicola

 

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[Books in Movies] Delitto a Porta Romana (1980)

La citazione di oggi arriva dal celebre film “Delitto a Porta Romana” (1980) di Bruno Corbucci (in DVD 01 Distribution), che ho visto su Prime Video ma lo trovate anche su RaiPlay, da dove ho preso le schermate.

Nel film, che ha ricevuto il visto della censura italiana l’11 ottobre 1980 e quindi è stato girato probabilmente nell’estate di quell’anno, il nostro Bombolo passa la sua degenza ospedaliera leggendo Topolino, ma mica il settimanale, no: legge l’albo speciale “Topolino Zoom!“, 260 pagine, pubblicato nel giugno 1980. Per tutte le storie presenti in questa raccolta rimando al sito InDucks.

Ho sfogliato e risfogliato più volte l’albo speciale ma niente, non sono riuscito a trovare la pagina che Bombolo sta leggendo, eppure quella silhouette nera di Topolino a centro pagina era un indizio bello chiaro. Boh…

L.

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Pubblicato da su luglio 12, 2021 in Books in Movies

 

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[Archeo Edicola] Le chiamo tutte anima mia (1974)

Su Prime Video ho visto l’inutile filmettino “Brigitte, Laura, Ursula, Monica, Raquel, Litz, Florinda, Barbara, Claudia, e Sofia le chiamo tutte… anima mia” (1974), dal titolo chilometrico come si usava un tempo. Il film di Mauro Ivaldi risulta inedito in DVD.

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Pubblicato da su luglio 2, 2021 in Archeo Edicola

 

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Sballato, gasato, completamente fuso (1982)

Su Prime Video ho visto “Sballato, gasato, completamente fuso” (aprile 1982) di Steno, un film che non avevo mai sentito neanche citare, e in effetti non ce n’era motivo: il titolo è studiato per sfruttare il fenomeno Abatantuono “esploso” il mese precedente con Eccezzziunale… veramente (marzo 1982) – anche se il personaggio era noto da tempo – ma in realtà Diego nel film è giusto un figurante senza alcun motivo d’essere.

Il film di Steno semmai è un atto d’accusa contro il maschilismo che proprio in quegli anni Ottanta avrebbe raggiunto l’apice, autorizzato dall’opinione pubblica che trovava inevitabile come una donna in un ufficio subisse quelle “attenzioni” che oggi si chiamano “molestie sessuali”. Con un atto che oserei definire coraggioso, Steno cerca di andare contro questo comune pensare e racconta la storia di una donna che cerca di affermarsi nella sua professione di giornalista dovendo però combattere contro maschilismi vari, che purtroppo non sono il problema principale: gli attacchi peggiori a lei, come donna e come giornalista, arriveranno dalle colleghe donne e giornaliste, in un’eterna competizione femminile che cozza contro l’omertà maschile.

Insomma, non sarà un film “impegnato” ma ha il coraggio di denunciare un malcostume che è facile attaccare oggi, molto di meno lo era negli anni Ottanta.

Ma veniamo alla pioggia di marchette che il cinema italiano ha sempre regalato a piene mani.

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Pubblicato da su Maggio 13, 2021 in Archeo Edicola, Books in Movies

 

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[Books in Movies] Aquile del mare (1949)

Gary Cooper si assicura che la copertina sia ben inquadrata

Oggi nella mia rubrica “La Storia e la Finzione“, del blog Il Zinefilo, vi parlo della battaglia di Midway e dei film che ne sono stati tratti: mi piace pubblicizzare l’iniziativa presentando una curiosa scenetta dal film “Aquile del mare” (Task Force, 1949) di Delmer Daves, che è stato probabilmente il primo a parlare su grande schermo di Midway.

Hemingway farewell.pngIl pilota protagonista, interpretato da Gary Cooper, è in ospedale e gli amici gli portano in regalo un libro: “Addio alle armi” (A Farewell to Arms, 1929) di Ernest Hemingway.

«È molto riposante. Parla di guerra, di amore e di altra roba del genere. La ragazza ci ha detto che lo leggono tutti.»

La scena finisce qui, giusto il tempo per Cooper di aprire il libro così da far vedere bene la copertina (che sembra proprio quella della prima edizione Scribner): ipotizzo che in pieno secondo dopoguerra la casa editrice stesse spingendo quel romanzo, ambientato nella guerra precedente.

Inoltre la Mondadori aveva già portato nel 1946 nelle librerie italiane l’opera di Hemingway, quindi è stata una “marchetta” utile anche per la nostra editoria.

L.

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Pubblicato da su ottobre 28, 2020 in Books in Movies

 

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Nove ospiti per un delitto (1977)

Negli anni Settanta al mare o si legge o si gioca a scacchi

I protagonisti del film “Nove ospiti per un delitto” (1977), scritto da Fabio Pittorru e diretto da Ferdinando Baldi (in DVD Surf Video – Cechi Gori 2017), si riuniscono in una casa al mare su un’isoletta e cominciano a venir uccisi uno alla volta. Chi è che li sta uccidendo? E perché?

Ciò che conta è che in tempi in cui non esisteva Internet e la TV non si portava in vacanza, le serate dei protagonisti sembrano straordinariamente vuote, eppure un tempo era così che si stava al mare: prede della noia.
Tra sigarette e alcol, presenza fissa, qualcuno sfoglia una rivista, qualcuno gioca a scacchi (come racconto oggi nel mio CitaScacchi) e qualcuno ancora si mette a fare una roba che oggi sembra fuori moda: si mette a leggere.

Il Giallo Mondadori è il compagno perfetto per le ferie estive

Nella casa al mare che fa da sfondo alla vicenda ci sono diversi numeri della storica collana “Il Giallo Mondadori“, nella veste grafica “tutta gialla” adottata un decennio prima l’uscita del film: peccato che non siano mai inquadrati bene.

Così tanti gialli, così male inquadrati

Solamente in una scena di pochi fotogrammi finalmente vediamo qualche copertina, illustrata come sempre da Carlo Jacono, ma sebbene i libri in questione siano palesemente disposti a favore di camera – ben ordinati a mo’ di spot pubblicitario – l’inquadratura comunque mostra ben poco.

Gialli messi in mostra… ma inquadrati troppo a distanza

Malgrado mi sia ciecato, passando più volte in rassegna tutte le copertine della collana uscite fra il 1967 (data di inizio di quella veste grafica) fino al 1977 (data di uscita del film) sono riuscito a trovare solo il primo da sinistra dei libretti mostrati nell’immagine.

Lenora” (Lenora, 1974) di (Hilda) Van Siller – “Il Giallo Mondadori” n. 1333 (18 agosto 1974)

Bob, vedovo da tre anni, sta per sposare Liz. La sua prima moglie, Lenora, mentre lui era assente per motivi di lavoro, è perita nell’incendio della loro casa isolata. Ma ecco che, durante una trasmissione televisiva, Bob vede apparire sul video una donna che somiglia a Lenora come una goccia d’acqua a un’altra. Poi, un amico afferma di aver incontrato, proprio a Miami, Lenora che ha finto di non riconoscerlo. Questo potrebbe convalidare l’ipotesi, non poi tanto remota, che si tratti di una sosia, ma l’interrogativo permane sino a divenire un’ossessione per Bob. Bisogna sapere… bisogna trovare quella donna. Ben presto, varie persone – il padre di Bob, Mark, al quale toccò di procedere al riconoscimento della salma, Nancy e Peter Frazer, vecchi amici di Bob e, ancora, quello che crede di aver visto Lenora, Ray, investigatore di una compagnia assicuratrice, che promette di indagare – sono coinvolte nel drammatico dilemma: viva o morta? Ray vola a Miami e scopre che la ragazza apparsa in TV è una drogata di nome Gloria, scomparsa misteriosamente. Coincidenze, convalide, smentite, indagini nel presente e nel passato si succedono e si accavallano in una «escalation» del suspense.
Lenora è un romanzo che porta l’inconfondibile impronta dell’autrice di tanti gialli, tra i quali, indimenticabili, A un passo dalla fossa dei serpenti e La prova decisiva.

Grazie a Vasquez abbiamo anche l’ultimo libro a destra, che ho perso un mare di tempo a cercare e alla fine… ce l’ho avuto tra le mani e l’ho schedato per Gli Archivi di Uruk: come ho fatto a non riconoscerlo???

Comunque si tratta del numero 1326 (30 giugno 1974), “Il giudice buonanima” (Murder in Waiting, 1973) di Mignon G. Eberhart.

Il segnale d’allarme antifurto continua a squillare, stridulo, ossessivo, mentre Bea annaspa nelle tenebre del giardino; e quando lei inciampa, letteralmente, nel corpo riverso a terra del giudice, che è anche il suo tutore, questi riesce a dire solo poche confuse parole, prima di spegnersi. Il microcosmo fatto di sicurezza, di agi, di privilegi in cui Bea è vissuta sin qui pare disintegrarsi, mentre si sgretola la facciata rispettabile presentata dagli amici e dai vicini del giudice assassinato. E con grande sorpresa della ragazza salta fuori un gran numero di persone che «potrebbero» aver desiderato la morte del giudice. Tra queste, anche il medico di famiglia, che è il padre di Rufe, il fidanzato di Bea, e più d’uno che ha qualcosa da nascondere. C’è persino un ex carcerato che ritiene di essere stato angariato dal giudice e ha giurato vendetta. Come se non bastasse, ecco arrivare Lorraine, altra pupilla del morto, la quale, insieme con l’equivoco marito che porta con sé, sembra ben decisa a sfruttare a suo profitto la confusa situazione. La tensione cresce, notte dopo notte, mentre si moltiplicano gli eventi inspiegabili e si allunga l’elenco degli indiziati, finché, alla fine, l’identità del killer sarà rilevata, attraverso uno sconcertante confronto che solo una regista del calibro della Eberhart poteva mettere in scena. Nessuno dei suoi ammiratori si stupirà se soltanto un esiguo manipolo di astuti lettori sarà riuscito a mangiare la foglia prima della parola fine.

L.

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Pubblicato da su luglio 13, 2020 in Archeo Edicola

 

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[Archeo Edicola] Indagine su un cittadino… (1970)

Florinda Bolkan nell’antro dei libri

Seconda ghiotta segnalazione di Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno, che dopo Il sapròfita mi fa ricordare di un film che non rivedevo da una vita: l’eccezionale e cattivissimo “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970), scritto e diretto da Elio Petri (in DVD Medusa 2013).

Gian Maria Volontè nell’antro dei libri

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Pubblicato da su giugno 19, 2020 in Archeo Edicola

 

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[Archeo Edicola] Il sapròfita (1974)

L’amico Ivano Landi, del blog Cronache del Tempo del Sogno, mi segnala una ghiotta scena da Archeo Edicola dal film “Il sapròfita” – depositato nell’ANICA (l’archivio del cinema italiano) con tanto di accento sulla “o” – scritto e diretto da Sergio Nasca.

Con crudele perfidia l’autore ci porta nella provincia italiana, quella divisa tra fabbriche, rivendicazioni sindacali e culti religiosi altamente discutibili. In un’epoca in cui essere poveri non significava avere difficoltà a ricaricare l’iPhone bensì avere difficoltà a mangiare, il giovane protagonista aveva trovato l’occasione della vita riuscendo a farsi prete: una vita decisamente migliore rispetto a condividere un tugurio con una madre velenosa e due sorelline. Poi però un problema di balbuzie – che non conosceremo mai visto che il protagonista rimane muto per tutto il film – lo costringe a spretarsi ma lo stesso cade in piedi, trovando lavoro come “damo di compagnia” di una ricca famiglia di industriali, il cui pater familias proviene dalle camicie nere.

Sono lontani però i tempi del “me ne frego”, il capo famiglia al massimo “se ne fregava” – come viene genialmente sottolineato dalla figlia – ora è tutto gestito da una moglie insoddisfatta… che si vede arrivare in casa un aitante giovane ex prete che si prende cura del di lei figlio invalido. Non basta molto perché il fuoco divampi.

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Pubblicato da su giugno 17, 2020 in Archeo Edicola

 

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Astronave senza luce (2020)

Altro giro, altro “Urania” Mondadori: stavolta tocca al n. 1641, “Senza luce” (Lightless, 2015) di C.A. Higgins, uscito nelle nostre edicole nell’aprile 2017.

Mi piacciono le storie umane a bordo di astronavi nello spazio, il genere che nell’età dell’oro veniva chiamato space opera, e visto che Urania ha presentato una trilogia di questa autrice con protagonista la stessa nave ho pensato a qualcosa di simile. Ho scoperto invece che parla di tutt’altro: da un parte ne sono rimasto piacevolmente colpito… dall’altra profondamente deluso.

Avverto che essendo questo primo romanzo in tutto e per tutto un giallo investigativo con sorpresone finale, trovo impossibile recensirlo – spiegando cosa ho amato e cosa ho odiato – senza rivelare quelli che potrebbero essere colpi di scena.

Ad essere onesti basta leggere le tramette dei romanzi che seguono per sapere, con estremi dettagli, cosa è successo in questo, ma nel caso: ALLERTA SPOILER.

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Pubblicato da su Maggio 25, 2020 in Recensioni

 

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Transumani nella città di morte (2020)

Ultimo “Urania” (Mondadori) prima della serrata da coronavirus, questo numero 1675 (febbraio 2020) mi ha subito intrigato ed è stata una piacevole sorpresa.

Non so se la statunitense trapiantata canadese Madeline Ashby appartenga al movimento del transumanesimo o semplicemente abbia voluto “condire” i suoi personaggi con trovate ispirate, comunque “Città di morte” (Company Town, 2016) più che un romanzo di fantascienza è uno specchio oscuro (espressione non scelta a caso, come vedremo) che ci mette in guardia su un mondo non così futuro.

New Arcadia è la tipica “città mineraria in rovina” che potete trovare in una vasta gamma di opere narrative, da romanzi a film, solo che  trovandoci nel futuro è a forma di enorme piattaforma oceanica, con grandi torri ad ospitare le case degli abitanti. Torri che peraltro mi ricordano quelle della Megacity di Judge Dredd, per la differenza sociale tra una e l’altra e per i problemi di convivenza.
Comunque questo aspetto della storia non ha alcuna importanza, poteva benissimo essere una cittadina qualunque.

Ciò che conta è che si sono affinate peculiarità tecnico-informatiche ben note anche a noi del 2020. Sebbene non sia molto usata, anche oggi c’è la “realtà aumentata”, cioè il guardare il mondo che ci circonda attraverso un dispositivo che ci dia ulteriori informazioni immediate sull’oggetto su cui si punta un occhio. Un episodio della serie televisiva “Black Mirror” già raccontava di una società in cui quando guardi una persona sei subito informato di tutto ciò che la riguardi, ma qui si va un po’ oltre: si possono anche aggiungere filtri per “migliorare” quella persona. Ah, l’episodio citato della serie, Nosedive (3×01), è uscito cinque mesi dopo questo romanzo. Subodoro scopiazzata televisiva…

In un mondo dove non esiste privacy, non esiste malattia perché chi può pagare può accedere in pratica alla vita semi-eterna, non esiste nascondiglio perché tutti possono essere rintracciati in qualsiasi momento, per un problema fuori dal comune serve una persona fuori dal comune. E questa è Go Jung-hwa, detta semplicemente Hwa.
Di origini coreane, nata povera e maltrattata da una madre che l’ha odiata per tutta la vita, la 23enne Hwa ha il volto e il corpo sfigurato da macchie dovute ad una malattia che non ha i soldi per curare, né vuole farlo. La sua salute seriamente compromessa – è anche epilettica – è parte di sé, della propria personalità, e sin da ragazzina ha lottato per stare al mondo, addestrandosi nel taekwondo. Questo e l’essere totalmente scollegata la rendono la guardia del corpo perfetta.

«Non ha potenziamenti, quindi non c’è nei suoi occhi un algoritmo di riconoscimento che possa essere riscritto. Non c’è nulla nel suo pancreas con cui sia possibile interferire per mandarla in shock diabetico. Non ha impianti neurali. Non può sentire voci o avere visioni o essere trasformata nel burattino di qualcuno. Non ha dei frammenti di codice legacy rimasti in circolazione che potrebbero essere sfruttati. È… pura.»

Così Daniel Síofra la descrive al ricchissimo Zachary Lynch, ricco industriale che in pratica possiede la città. Il suo figlio minore Joel ha ricevuto minacce di morte e vuole assicurargli la miglior guardia del corpo possibile: con tutti i suoi difetti, Hwa è la scelta perfetta. In un mondo di uomini che hanno rinunciato all’umanità per raggiungere una transumanità troppo vulnerabile ad un controllo esterno, la pura umanità della ragazza la rende in qualche modo superiore.

Citare dai film giusti

Per i parametri della narrativa del Duemila a 23 anni una ragazza è già “vecchia”, in un mondo cine-letterario in cui autori di mezza età sono costretti a parlare di ragazzini per poter vendere le proprie opere, ma è subito chiaro che la Ashby non è interessata ad un’opera “alla moda” e che non si sta rivolgendo ai “giovani”: classe 1983, la scrittrice californiana, ma canadese d’adozione, parla più alla sua generazione che ai millennial.

«Credo ci sia un complotto ordino da superintelligenze artificiali per eliminare mio figlio»
«Come Terminator.»

«Hwa?» le agitò una mano davanti alla faccia. «Sei in stato di shock?»
«Yippy-ya-ye, pezzo di merda

Citare Terminator (1984) e Die Hard (1988) vuol già dire mettere in chiaro il proprio bagaglio culturale, e se non bastasse meglio ripetere: curiosamente un quartiere della città è stato costruito da un’azienda che si chiama Nakatomi. Per non farci mancare niente, Zachary ha una passione per il film I 3 dell’Operazione Drago (1973) mentre salendo una delle torri per un confronto finale la protagonista pensa dichiaratamente al Game of Death (1978) di Bruce Lee.
Non mi spingo a dire che Ashby abbia “cripto-citato” anche il film Heatseeker (1995) di Albert Pyun, con il suo lottatore marziale di origine asiatiche che è l’unico a non avere un corpo potenziato, ma certo le similitudini ci sono eccome.

Per me, Heatseeker è un film che l’autrice ha visto e ricorda bene

La guardia del corpo povera, malata e a bassa tecnologia stringe subito una salda amicizia con Joel, il ragazzino 16enne nato nella famiglia più ricca della città che sin dall’infanzia viene riempito di sostanze che gli equilibrano le emozioni. Il rapporto con Daniel è più sfumato, perché lui è uno dei dirigenti della Lynch e il problema della differenza d’estrazione è sempre presente.
Malgrado la povera che tituba davanti alle profferte del ricco sia un canone più che abusato del romance, l’autrice è brava abbastanza per non cadere nei suoi tranelli e per tenere tutto in una narrazione equilibrata.

Questo romanzo rientra nella narrativa dei lottatori marziali con impedimenti fisici

Dopo la scrittura semplicissima di Mike Resnick mi serviva qualcosa di più corposo. Ashby sa essere densa e rendere molto bene i suoi personaggi, con una protagonista che – non so quanto volutamente – incarna alla perfezione il mito del “lottatore ferito” (quelli che in un mio speciale ho chiamato “maestri sciancati“). Il crippled master è il lottatore fenomenale che ha combattuto principalmente contro una propria carenza fisica (naturale o indotta), e la cui forza è prima di tutto morale. Proprio come lo spadaccino monco cinese, il massaggiatore cieco giapponese e il lottatore zoppo russo, anche la coreana Hwa si ritrova ad affrontare situazioni per cui è palesemente inadatta, anche se la sua malattia è meno “scenografica” e vistosa, da qui la forza del crippled master: un’energia interiore data da una volontà che supera le limitazioni corporali.
L’autodeterminazione raggiunge obiettivi che il transumanesimo può solo sognare.

In un mondo di persone potenziate e di nemici con ormai solo l’aspetto umano, la tumorale Hwa non sembra avere possibilità… eppure è l’unica speranza per il giovane Joel.

Particolare della splendida illustrazione di Franco Brambilla

Un vero peccato che il finale non sia decisamente all’altezza del resto del romanzo. La lettura è stata piacevolissima ed appassionante, ed arrivato a venti pagine dalla fine ho dovuto interrompere con ancora il fiato in gola, pregustando ciò che sarebbe venuto visto che era ancora tutto da spiegare. Quelle venti pagine sono state le peggiori del romanzo, per me, perché non hanno saputo ricreare l’alchimia narrativa di tutto ciò che le ha precedute. Inoltre mi hanno costretto a rivedere alcuni aspetti della trama e a doverne constatare la debolezza: il finale ferisce seriamente il romanzo, portandone alla luce difetti che non meritavano di essere notati. Davvero un gran peccato.

Al di là di un finale non all’altezza del resto, Città di morte è stata una splendida lettura e un monito contro l’uso esagerato e invasivo della tecnologia senza criterio, ricordando che non esiste macchina al mondo che possa eguagliare la capacità umana di fare scelte sbagliate ed errori madornali: questa è la nostra grande forza!

Chiudo lodando apertamente la traduttrice Francesca Giulia La Rosa, che ha svolto alla perfezione un compito non certo facile. Il romanzo sciaborda di tecnologia quindi sarebbe stato per lei facile lasciarsi andare all’itanglese spinto, riportando identici tanti termini inglesi di difficile resa italiana: scegliere la nostra lingua invece di un’altra è stata sicuramente opera faticosa ma meritoria.

L.

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Pubblicato da su Maggio 20, 2020 in Recensioni

 

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