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Copertine robo-pulp (1)

Trovo irresistibile il fascino delle illustrazioni che campeggiavano sulle copertine delle riviste pulp di inizio Novecento, soprattutto quando dagli anni Trenta gli artisti dovevano cercare di immaginare qualcosa diventato da poco di moda nella cultura popolare americana: il robot. (Per sapere tutto su questa parola, vi ricordo la mia indagine.)
Ecco una panoramica di storiche riviste di racconti di fantascienza con copertine robotiche.

Illustrazione di Robert Fuqua da “Amazing Stories” volume 13, numero 1 (gennaio 1939) in omaggio alla prima puntata della saga di Adam Link, Robot firmata dai fratelli Earl ed Otto Binder sotto lo pseudonimo collettivo di Eando Binder. La saga è molto datata, ma il primo numero ha fatto storia – sebbene sia una palese scopiazzata dal Frankenstein di Mary Shelley – anche per il suo titolo, divenuto archetipico: “I, Robot“. (Arriverà in Italia nel 1978 grazie al numero 21 della collana “Fantapocket” della Longanesi, che raccoglie l’intera saga.)

Altra illustrazione di Robert Fuqua, stavolta da “Fantastic Adventures” volume 1, numero 1 (maggio 1939) e relativa al racconto “Revolt of the Robots” di Arthur R. Tofte (inedito in Italia), che racconterò a breve qui sul blog.

Deliziosa l’illustrazione interna, firmata da Julian S. Krupa.

Illustrazione di C.L. Hartman da “Amazing Stories” volume 14, numero 2 (febbraio 1940), sempre legato alla saga di Eando Binder, in particolare al racconto Adam Link’s Vengeance.

Torna Robert Fuqua, stavolta a mostrarci Adam Link nelle pagine interne.

Illustrazione di C.L. Hartman da “Amazing Stories” volume 14, numero 5 (maggio 1940), un incredibile esempio di “robottone giapponese” – un mecha guidato da umani al suo interno – dal racconto “Giants Out of the Sun” di Peter Horn: è purtroppo inedito in Italia, ma devo leggerlo assolutamente per saperne di più su questi mecha ante litteram.

L’illustrazione interna di Julian S. Krupa mi fa decidere a leggere assolutamente questo racconto!

L.

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Pubblicato da su marzo 18, 2019 in Pulp

 

Anche le Marmotte passano al digitale

Che il digitale abbia già vinto la fantomatica “guerra” con il cartaceo lo si può capire anche da piccoli ma sostanziosi cambiamenti della cultura popolare: cosa c’è di più storico, autorevole ed immarcescibile del Manuale delle Giovani Marmotte? Mi accompagna dalla più tenera età insieme al più grande dei suoi misteri: come fa una mole così titanica di informazioni ad essere contenuta da un libretto così piccolo?

1954: prima apparizione del Manuale, grazie a Carl Barks

Negli anni Ottanta della mia gioventù si potevano trovare in libreria varie versioni del Manuale, tutte ovviamente targate Disney, per un totale di pagine parecchio più elevato dell’agile manualetto che Qui, Quo e Qua per decenni hanno tirato fuori dalle loro tasche segrete, trovando in esso la soluzione per ogni più impensabile problema. Ora, tutto questo è cambiato…

Un Manuale così piccolo, informazioni così grandi…

Per puro caso mi è capitata sotto gli occhi la storia “Paperino e il Rally della Mesa“, primo episodio del ciclo “DuckWheels: motori paperi” apparso originariamente sul settimanale “Topolino” n. 2886 del 22 marzo 2011: proprio mentre io organizzavo una intervista cumulativa sull’editoria digitale, senza saperlo un caposaldo del cartaceo era crollato… perché ora il mitico Manuale delle Giovani Marmotte è un eBook!

Dopo quasi 60 anni, il Manuale diventa eBook delle Giovani Marmotte!

Lo sceneggiatore Stefano Ambrosio si fa carico della responsabilità di trasformare in digitale ciò che era cartaceo sin dal 1954 (da Zio Paperone e le sette città di Cibola di Carl Banks, stando a Wikipedia) e il disegnatore Alessandro Perina lo trasforma anche in un eBook ecologico alimentato ad energia solare.

Un eBook ecologico

Poteva mancare la possibilità di andare in Rete? Ovvio che no…

E ovviamente va anche on line

Insomma, dopo quasi sessant’anni di onesto cartaceo anche un’istituzione granitica come il Manuale delle Giovani Marmotte comprende gli innegabili vantaggi del digitale – soprattutto per uno pseudobiblion che in poche pagine conteneva l’intero scibile umano! – e mostra come anche un fumetto per l’infanzia possa parlare di editoria digitale senza demonizzazioni o luoghi comuni.

Potrei dire che siamo nell’alba di una nuova èra, se quest’alba non durasse ormai da vent’anni…

L.

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Pubblicato da su marzo 15, 2019 in TecnoLibri

 

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Delitti al museo (marzo 2019): intervista agli autori

Arriva in questi giorni nelle edicole italiane un’opera corale curata da Franco Forte e Diego Lama per la storica collana “Il Giallo Mondadori“. Con Delitti al museo abbiamo dieci autori che ci raccontano dieci storie ambientate al MANN: Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Ho intervistato i partecipanti a questa splendida iniziativa per conoscerli meglio.

Ecco la trama dell’antologia:

Napoli non è sole e mare. È una città di ombre, una città liquida che ribolle nelle viscere come una solfatara. Lo sa bene Bas Salieri, ricercatore dell’occulto, alle prese con l’assassinio rituale di un vecchio amico e la scomparsa di un prezioso manufatto. È una città di enigmi, che le sono connaturati fin da epoche lontane. Come scoprono Martino da Barga, francescano inviato dal pontefice a indagare su una sacerdotessa che forse è una strega, e monsignor Attilio Verzi, chiamato a risolvere il caso di un omicidio commesso con un antico pugnale. Enigmi che aleggiano intorno a opere d’arte. Come la statua di Venere che ossessiona un’artista, ignara che qualcuno è pericolosamente attratto da lei. La stessa statua in qualche modo collegata alla morte di un accademico inglese, un rompicapo per il commissario Veneruso. Dagli anni Trenta, quando il ritrovamento di un reperto “impossibile” innesca sviluppi imprevedibili, fino ai giorni nostri, che sia per un’esecuzione tra la folla dei visitatori, per un delitto nella sezione egizia, o per l’inspiegabile presenza notturna di un uomo seduto a fissare un certo oggetto, il centro di tutto è sempre il Museo archeologico nazionale, palazzo monumentale che nelle sue sale custodisce secoli di storia e infinite storie. Un paradiso per i turisti, un inferno per gli investigatori.

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Pubblicato da su marzo 13, 2019 in Interviste

 

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21 grammi in vendita

Risale al 2015 la prima apparizione della mia “indagine” sull’incalcolabile (e fumoso) peso dell’anima, e dopo averla ripetuta qui nel blog ora è diventato un eBook in vendita, al solito prezzo di 99 centesimi.

Che senso ha mettere in vendita un testo che si può leggere gratuitamente qui sul blog? Bella domanda, ma è più che evidente che ho lettori divisi in due scaglioni: chi legge i miei blog e chi legge i miei eBook in vendita sono pubblici del tutto diversi, quindi perché dovrei essere così egoista da ignorare uno per l’altro?

Ecco dunque nei migliori store on line l’eBook “21 grammi“, storia di un’idea totalmente inconsistente eppure presente da più di un secolo nell’immaginario collettivo. Ecco la trama:

21 grammi è una famosa misura dell’“anima” umana: leggenda vuole che quando una persona muore il suo corpo, subito dopo l’ultimo respiro, si alleggerisce di 21 grammi. Il peso dell’anima che abbandona il corpo. Ecco la storia del nebuloso esperimento che ha portato a questo risultato e dei vari millenni di cultura umana in cui è esistita un’idea di “pesatura spirituale”: peccato che a seconda delle culture… il peso cambia. L’unica costante è una operazione matematica: togliete ciò che resta a quel che era ed avrete ciò che manca. Peccato però che i risultati siano sempre diversi…

Per scoprire tutte le librerie che vendono il libro, ecco la pagina.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 11, 2019 in Uncategorized

 

A Gift to Remember: romanzo e film

Avendo conosciuto per puro caso il film tratto da un romanzo di Melissa Hill, con tanto di bibliofilia e pseudobiblia, ho pensato di fare una recensione doppia: del libro e del film.

Prima viene ovviamente il romanzo, “A Gift to Remember” (2013) dell’autrice irlandese Melissa HIl, portato in Italia nel 2014 da Rizzoli con il titolo “All’improvviso a New York“.

La protagonista è Darcy Archer, trentenne appassionata di libri che lavora in una piccola libreria di Manhattan: se già questo sembra uno stereotipo vivente ed implausibile, sappiate che è la parte più “credibile” della storia. Perché l’autrice deve riversare in questo personaggio una gran quantità di luoghi comuni, e non è affatto facile.
Melissa Hill sa che le lettrici di romance amano l’idea di amare i libri – che non è la stessa cosa di amare i libri – ma sa anche che il lettore medio anglofono ha una straordinaria ignoranza letteraria. Come ogni autore che deve parlare di libri, anche la nostra Hill adotta il solito stratagemma: cita solamente quei due o tre nomi che sa per certo essere noti ai suoi lettori.

Già il nome del personaggio fa capire il solito, inevitabile amore per Jane Austen, che è l’unica autrice nota alle donne di lingua inglese. Poi però sarebbe bene citare almeno altri due nomi: visto che la protagonista si lancia in infiniti pipponi su quanto preferisca leggere che frequentare gente, su quanto ami i libri molto più che gli uomini («Nessun uomo in carne e ossa sarà mai all’altezza degli eroi fittizi per cui vai pazza»), dopo aver detto che passa la sua vita a rileggere Austen si rischia la figuraccia: una che non legge altro che Austen non fa proprio la figura della bibliofila.
Quindi va be’, Melissa Hill si spinge a citare altri due autori. Charles Dickens e William Shakespeare. Gli unici autori noti alle persone di lingua inglese. Perché non esistono autori di altre lingue.

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Pubblicato da su marzo 8, 2019 in Pseudobiblia, Recensioni

 

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[Books in Movies] Sliding Doors (1998)

I primi fotogrammi del film “Sliding Doors” (1998) di Peter Howitt ci insegnano che… non si tiene un libro accanto ad un contenitore di liquidi.

Nella fretta di andare in ufficio, Gwyneth Paltrow prende con distrazione il libro, lo bagna, lo asciuga al volo e poi nella borsa. Non proprio il massimo della cura.

Ma di che libro si tratta? Solo da un paio di veloci fotogrammi riusciamo a leggere che si tratta de “Il buio oltre la siepe” (To Kill a Mockinbird, 1960) di Harper Lee: non so stabilire l’edizione.

Essendo uno dei rarissimi romanzi noti all’americano medio, mi stupisce trovarlo citato – anche se solo in un paio di fotogrammi – in un film britannico.

L.

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Pubblicato da su marzo 6, 2019 in Books in Movies

 

Intervista a Zoon

Ho perso il conto di quanti mesi fa ho iniziato ad accarezzare l’idea di intervistare Zoon, al secolo Sandro Battisti, che non si limita a scrivere di fantascienza ma a viverla fin nel profondo di sé: alla fine, ci sono riuscito solo ora, dopo mesi di idee lanciate, prese al volo, ripensati, rilanciate in una lunga partita di tennis con Zoon, che si è gentilmente prestato alla mia lentezza da intervistatore.
Finalmente ci siamo, è ora che il mondo conosca questo autore connettivista!


Intervista a Zoon

Quand’è che il giovane Zoon è stato folgorato dalla fantascienza?

Cavalieri elettrici, a cura di Daniele Brolli. Avevo già sentito parlare di cyberpunk, ma era stato qualcosa di sporadico, magari intrecciato col paradigma punk o anarcopunk dei tempi d’oro, e la fantascienza in generale aveva sfiorato più volte il mio percorso ma, cosa essenziale, non mi aveva mai folgorato. E invece, con quell’opuscolo curato dal buon Brolli, è esplosa la passione insana per il sintetico, un intero paradigma composito si è aperto a me, ed è stato uno dei prodromi che hanno accompagnato, dal mio lato, la futura nascita del Connettivismo.

Quali autori di sf consideri i tuoi maestri? O comunque i tuoi idoli?

Bruce Sterling, ché il suo “La matrice spezzata” (Schismatrix, 1985) l’ho riletto almeno venti volte, e ciò si sentiva nei miei scritti soprattutto agli inizi, quando il fascino tecnofilo e vertiginoso della mutazione e dei limiti del nostro continuum mi folgorarono come un flash atomico.

Valerio Evangelisti, lo sto adorando come non mai proprio in queste settimane che ho ripreso a leggere tutta la saga che possiedo di Eymerich, un vero compendio di meraviglie che ha pochi eguali perché Valerio possiede la carica dirompente del visionario e della cognizione che non saprei identificare in altro modo che connettivista, e ha la capacità mainstream di pennellare le situazioni e i personaggi con insuperabile maestria e immediatezza.

Alastair Reynolds, perché il suo abisso siderale ha una capacità sintetica e immaginifica di chiara estrazione space opera e cyberpunk, ma attinge a un universo weird che sento mio da ancor prima che la fantascienza mi avvinghiasse in sé; perché io sono nato weird, con Shirley Jackson e Algernon Blackwood, e prima ancora E.A. Poe e tutto il gotico precedente, escludendo Walpole che è ormai troppo antico, anche nel linguaggio.

Hai citato tutti autori che definire grandi è davvero riduttivo, ma siamo in un angolo di universo – chiamato Italia – in cui l’editoria è una giungla non sempre facile da attraversare. Come hai trovato questi autori? Un giorno sei entrato in libreria, hai visto un libro della Jackson e di Blackwood – due autori titanici ma trattati parecchio male dagli editori italiani – e hai deciso di provare a leggerli? Oppure hai seguito consigli di altri?

Eh eh… dunque, Blackwood: ero giovane, non troppo forte ma curioso, entrai nella libreria della Stazione Termini perché ero in attesa del treno per tornare a casa, volevo leggere cose nuove; mi capita tra le mani un libercolo di Theoria, “Antiche magie” (Ancient Sorceries, 1927) di Algernon Blackwood. “Chi sarà mai costui?”, penso, poi leggo la brevissima quarta di copertina e rimango folgorato. A casa, la sera, vengo sopraffatto dall’incantesimo che quell’uomo era capace di evocare, ed è stato così che ho scoperto ciò che reputo il massimo maestro del weird.

Discorso simile per Shirley Jackson: in un negozio Buffetti vicino casa scovo tra i libri alcune vecchie edizioni di Oscar Mondadori, tra queste proprio “La casa degli invasati” (The Haunting of Hill House, 1959). Amo il weird (aggiungo che l’ho scoperto solo più tardi questo nome) e quindi, incuriosito, compro quel romanzo. E impazzisco di brividi – l’ho letto ascoltando nel contempo Concrete Jungle, di Dive, disco che consiglio assolutamente.

Hai citato alcuni movimenti letterari che mi piacerebbe approfondire con te. Cominciamo dal weird: cosa deve avere un romanzo di quel genere perché ti faccia provare soddisfazione massima? Secondo te oggi esiste ancora la voglia di scrivere weird?

Guarda, ultimamente ho editato per Kipple Officina Libraria “La legge della penombra“, di Giovanna Repetto, vincitrice dello scorso ShortKipple: ricordo che mi sono dovuto fermare più volte mentre calibravo addirittura le virgole di quel racconto, il bisogno di respirare per scacciare l’orrore psichico che provavo mi ha spezzato le gambe; ecco, il weird è quella cosa che in pieno sole agostano ti fa sentire il freddo del terrore interiore, non un goccio di sangue versato ma una marea nera di orrore disincarnato che sommerge, che non lascia respiro, che schiaccia le visioni in un mortaio emotivo surreale.

Il genere è recentemente tornato all’attenzione dei lettori, prova ne è il gran successo delle Edizioni Hypnos dell’amico Andrea Vaccaro, una casa editrice interamente votata al nuovo e vecchio weird, ma anche altre realtà editoriali fanno a gara a riproporre cose dimenticate, lo stesso Blackwood è stato recentemente ripescato da più di una casa editrice italiana.

Qual è stato invece il romanzo (o racconto) che ti ha fatto gridare “Io amo il cyberpunk”? E pensi che oggi quell’esperimento letterario abbia fruttato degni eredi?

La folgorazione è avvenuta con La matrice spezzata, come dicevo, ma soprattutto con “Venti evocazioni” (Life in the Mechanist/Shaper Era. 20 Evocations, 1984), un brevissimo racconto quasi poetico che Sterling ha ambientato nello stesso universo space opera di quel romanzo, racchiuso nella raccolta Crystal Express.

Il cyberpunk è morto perché, semplicemente, è divenuto realtà, anzi, direi che i peggiori incubi ora derivano proprio dal reale che ha superato la fantasia. In ogni caso, il genere è stato seminale, in molti hanno preso le mosse da lì e noi stessi connettivisti dobbiamo molto anche ai cyberpunker, la presenza di Sterling nelle nostre attività testimonia ciò.

Non ti dà fastidio sentire continuamente utilizzare il termine cyberpunk per film che con il genere non hanno il benché minimo legame? Secondo te perché una parola “di rottura” a un certo punto è diventata così profondamente mainstream?

Be’ è nella natura delle cose divenire di uso comune, altrimenti si affonda nel dimenticatoio, un po’ come dire che l’alternativa alla vecchiaia è ben peggiore della prima… Chi non è padrone della materia vede poi cyberpunk o fantascienza ovunque, anche dove non dovrebbe, e i giornali o i media in genere, essendo appunto generalisti, creano una confusione babelica, giustificata dal fatto che devono vendere etc. etc. etc… Purtroppo, la cultura non può essere di massa.

Arriviamo finalmente a questo connettivismo che ti sento citare. Fai finta che io non ne sappia assolutamente nulla, cosa peraltro corrispondente al vero: come mi spiegheresti il connettivismo spingendomi ad amarlo?

Guarda, in quasi quindici anni di Movimento e presentazioni, ognuno di noi ha dato una spiegazione varia e centrata sul momento empatico, però posso dirti che è un amalgama di idee e sensibilità volte a cercare la comunanza della tecnologia unita all’umanesimo, in cui la poesia e la mistica tecnologica del postumanesimo prossimo venturo si unisce alla catarsi delle nuove scienze: matematica del caos e quantistica su tutte. Sciamanesimo ed esoterismo sono effetti collaterali della sensibilità connettivista.

A quanto ho capito oggi è un fenomeno letterario vivo e con diversi autori, anche italiani: ce ne puoi presentare qualcuno?

I connettivisti sono italiani, abbiamo qualche sponda all’estero – su tutti cito Sterling – ma io sono convinto che se il Movimento fosse nato in luoghi anglofoni avrebbe attinto a un bacino di popolarità nettamente superiore. Con ciò voglio dire che qui nel nostro Bel Paese scontiamo l’atavica diffidenza verso il Fantastico, ma ciò comunque non ha impedito lo sviluppo peculiare delle nostre idee e sensibilità e perciò lamentarsi o fare questo tipo di discorsi è davvero sterile: siamo italiani, dopotutto questa è la nostra peculiarità e punto di forza.

Nomi? Be’, a parte Giovanni De Matteo, Marco Milani, Lukha B. Kremo, vincitori di vari Premi tra i quali l’Urania e il Kipple, il collettivo è sempre in fermento con ingressi e uscite; nel tempo si sono succeduti e alla fine rimasti sempre un po’ connettivisti autori come Francesco Verso, Fernando Fazzari, Giovanni Agnoloni, Alex Tonelli, Roberto Furlani, Mario Gazzola, Domenico Mastrapasqua, UdivicioAtanagi, Ettore Fobo, Umberto Bertani, Marco Moretti, Christian Ferranti, Paolo Ferrante, Marco Marino, Maurizio Landini, Luigi Milani, Matteo Barbieri, Alessio Brugnoli, Roberto Bommarito e tanti altri, ogni volta faccio il mio solito casino nel dimenticare qualcuno e, puntualmente, sarà successo pure questa volta (chiedo scusa). Aggiungo anche che il collettivo non è solo scrittura, ma arte a tutto tondo, disegni e musica, fotografie, video, cinema, teatro, tutte le arti in sostanza, per cui aggiungo anche KsenjaLaginja, Gabriele Calarco, Luca Cervini e, anche qui, esiste sicuramente qualcuno che ho dimenticato.

In ultimo, la Kipple Officina Libraria è l’emanazione connettiva nell’editoria a tutto tondo, una casa editrice retta da connettivisti che utilizza metodi connettivi per pubblicare cose anche non connettiviste, ma che hanno al loro interno germi del Movimento, sia per gusto che per idee.

Ho letto che il connettivismo nasce “idealmente” dal romanzo “Crociera nell’infinito” di A.E. Van Vogt, da cui idealmente nasce anche la creatura di “Alien”. Qual è il tuo rapporto con il celebre film di Ridley Scott?

Sì, la suggestione primaria fu quella, Giovanni De Matteo identificò la radice dell’idea connettivista in quella disciplina che Van Vogt “studiò”. In effetti, è quanto di meglio possiamo esprimere, ed è significativo che sia un’idea venuta dal passato…

Alien; qualcuno lo identifica con il pantheon lovecraftiano, ma lo xenomorfo non è un Grande Antico, bensì un prodotto genetico, assai più simile alla fantarcheologia di Sitchin e Hancock. E in effetti Scott si muove su quei territori, che tutti schifano ma che, in fondo, sono proprio quelli ideali per l’alieno illustrato. E in effetti, per quanto riguarda la saga di Alien, Scott si muove proprio su quei territori da fantarcheologia, che tutti schifano ma che, in fondo, sono proprio quelli ideali per l’alieno reso vivo da H.R. Giger.

Devo dire che sento affinità con le pseudoscienze di Sitchin e Hancock, pseudo perché sono meno dimostrate (o dimostrabili) delle altre ufficiali; del resto, il mio Impero Connettivo è fondato proprio sulle figure di alieni Nephilim che governano il sistema dimensionale-postumano, dove il tempo e lo spazio sono illusioni e dove l’unico denaro è dato dalle informazioni.

Parliamo dunque del tuo Impero Connettivo: chi voglia iniziare a conoscerlo meglio, con quale titolo deve iniziare?

Può iniziare sicuramente dal Premio Urania 2014 “L’impero restaurato“, o “Il sangue e l’impero” (2015), come è effettivamente il titolo del volume Urania. In realtà prima era stato pubblicato olonomico, ennesimo titolo dell’impero connettivo, precedenti sono ancora inediti.

L’Impero Connettivo, scopro da “Olonomico” (Kipple 2015), è un “Impero postumano esteso sul tempo e sullo spazio, fortemente simile a quello Romano”: la reputi una definizione calzante? E per chi volesse partecipare a questo universo narrativo, quali sono le sue regole basilari?

Sì, come anticipavo poco sopra, l’Impero Connettivo è un organismo statale pari a quello Romano, che si estende sullo Spazio ma anche sul Tempo. In quanto misure illusorie dell’energia, il Tempo e lo Spazio sono trattate dai Nephilimcome apparenze; gli alieni e i postumani più elevati, quali il funzionario Sillax che coadiuva l’imperatore nephilimTotka_II, sono a capo dell’Impero.La razza aliena, proprio perché vigono le illusioni dimensionali spaziotemporali, è stata ispiratrice della Classicità umana, per cui l’abstract di fondo è che l’Impero Romano sia stata una creazione Nephilim: il cortocircuito del futuro remoto col passato arcaico è così servito.

Da un po’ di tempo ho aperto definitivamente il canone dell’Impero Connettivo ad altri scrittori, mi è sempre piaciuta l’idea dell’open source e quindi, con l’aiuto dell’editore di Kipple Officina Libraria, Lukha B. Kremo, di Giovanni De Matteo e di Marco Milani abbiamo stilato un documento per partecipare alla elaborazione il più possibile partecipata dell’immaginario imperiale; ne è nata una collana della stessa Kipple, chiamata SpinOff, dove sono già presenti alcuni titoli, non solo miei: chiunque voglia partecipare a questo progetto può scrivere a me o alla Kipple e chiedere lumi sul canone imperiale da seguire che,in buona sostanza, prende lo spunto dall’epilogo del mio romanzo uranico L’impero restaurato.

Cosa puoi dirmi invece della serie di racconti di “Scritture aliene“? Lo scorso marzo è apparso in solitaria il tuo “È il freddo”…

Scritture aliene è una creatura di Vito Introna, che l’ha fatta incarnare in svariate case editrici disponibili a seguire la diaspora della collana. Il racconto in questione, Il freddo, era nato per una collaborazione poi tramontata e narra di inumano all’ennesima potenza, lì dove non c’è posto per le smancerie antropomorfe, dove la razza umana non esiste, nemmeno come fastidio.

Questo mi fa pensare all’editoria digitale, alle sue gioie e ai suoi dolori. Tu ne fai parte da anni, cosa ne pensi? Vedi l’eBook come un aiuto o come un ostacolo?

L’editoria digitale è una manna. Basta con i romanticismi smielati (ora faccio il Marinetti della situazione, siete avvisati), se non fosse stato per l’eBook maree di racconti sarebbero persi in milioni di cassetti chiusi, un enorme numero di pubblicazioni non sarebbero state ripubblicate, legioni di autori sarebbero rimaste sepolte nel nulla. Questo perché i costi e la fruizione degli eBook, sono notevolmente più agili rispetto al cartaceo, posso cliccare sui vari shop on line e nel giro di 30 secondi netti scaricarmi il libro acquistato sul mio eBookreader, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi latitudine io sia, in qualsiasi giorno dell’anno mi trovi: vi pare disdicevole ciò? Certo, il libro di carta è da passatisti e ha il suo fascino innegabile, magari per le edizioni prestigiose ha ancora un suo forte perché, ma per il resto direi forte e chiaro “Largo al digitale!”.


Ringrazio Zoon/Sandro Battisti per la gentile disponibilità e vi invito ad approfondire l’universo connettivista.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 4, 2019 in Interviste

 
 
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