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[Pseudobiblia] Le memorie di Nembo Kid (1954)

Questo dicembre 2018 si festeggiano quarant’anni dell’uscita nei cinema statunitensi del film di Superman (1978): non ho alcuna intenzione di rivedermi il film, ma mi piace festeggiare l’evento con post vari spari per i miei blog.
Come potevo parlare di Superman su NonQuelMarlowe? Be’, nel migliore dei modi: raccontando di quando un giorno si mise seduto a scrivere la propria biografia!

Siamo nel 1954 e disegnatori italiani cancellavano la “S” dal possente petto del superuomo e portavano avanti la testata italiana “Nembo Kid”, nome quanto meno assurdo che non sono mai riuscito a capire che diamine significhi.
La Mondadori sapeva pubblicizzare bene i propri prodotti e il personaggio è entrato in pianta stabile nell’immaginario collettivo italiano.

Nel numero 16 della testata, il 5 dicembre 1954, scopriamo un geniale piano del cattivo Smith, che viene presentato come “uomo d’affari” con un accento tale da far capire la considerazione dell’epoca per quella mansione: un po’ come oggi, per capirci…
Per motivi non meglio specificati, Smith vuole mettere nei guai Superman e ha capito quale sia l’unico punto debole dell’eroe: l’amata Luisa Lane. Oh… ma non era Lois? Be’, se Superman diventa Nembo Kid, Lois può diventare Luisa! (E non tirate fuori fantomatiche “leggi fasciste”, che siamo negli anni Cinquanta e Clark Kent rimane Clark Kent: da secoli gli italiani cambiano nomi a tutti e se ne fregano di qualsiasi legge!)

Ricevuto il Premio Metropolis per il giornalismo, Luisa viene raggiunta dal mellifluo Smith e viene convinta a spingere Nembo Kid a scrivere le proprie memorie, che sarà il bestseller del secolo. L’uomo è scandalizzato e, con gli occhi di fuori, grida:

«Non posso scrivere le mie imprese… Sarebbe una ostentazione!»

Ammazza quant’è buono ’sto Nembo! Alla fine il gentil sesso l’ha sempre vinta e l’eroe cosa fa? Parcheggia la sua tutina e il mantello su una sedia e comincia a pigiare i tasti di una macchina da scrivere con i suoi super-diti!

Il primo capitolo è ovviamente il miliardesimo racconto delle origini di Superman, di quando la gente di Krypton rideva in faccia a Jor-El perché diceva che il pianeta sarebbe esploso: ahahah ah scemo! Cos’è questo rumore di esplosione?

La super-biografia di Nembo Kid

Il piano di Smith è geniale. Uscendo a puntate sul quotidiano dove lavora Lois – il “XXI Secolo”… Oh, ma non era il “Daily Planet”? Nell’Italia del 1954 lavora invece per il “XXI Secolo”… – Smith legge un’impresa, va a costruire testimoni falsi e fa scoppiare lo scandalo: Nembo Kid ha mandato in galera un innocente! Va avanti così e infatti l’opinione pubblica comincia a guardare storto l’eroe, che fa troppi errori.

Nembo Kid è un dritto, capisce tutto e cosa fa? Torna a pigiare i tasti con i suoi super-ditoni e inventa un falso racconto, così da sbugiardare poi Smith e, nel giro di mezza vignetta, tutto torna alla normalità. Solo che ora esiste una Autobiografia di Nembo Kid, sulla cui validità ci sarebbe molto da discutere…

Negli altri miei blog lo dico apertamente: non ho mai sopportato le “super-tutine”, gli eroi con il pigiamino attillato mi fanno ridere, di qualunque casa siano, e non riesco a prenderli sul serio. In questo stesso albo vediamo Super-Nembo arrivare sulla Terra come bambino nudo e poi… da adolescente ha la tutina. Ma dove l’ha presa?
La scena in cui parla ai genitori è meravigliosa, e il testo dovrebbe essere: «Mamma, papà, devo dirvi una cosa: a me… piace andare in giro con la tutina attillata!» Un super-outing che mi farebbe stimare molto di più il personaggio…

Mamma, papà, devo parlarvi… Mi piacciono le tutine colorate!

Al di là del fatto che trovo ridicolo Superman in qualsiasi sua incarnazione, lo stesso è irresistibile uno pseudobiblion con le sue memorie: peccato che l’idea non sembri aver lasciato eredità…

L.

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Pubblicato da su dicembre 17, 2018 in Pseudobiblia

 

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Diciamolo in italiano: L’amaro itanglese

Ma quale italiano?

Questo mio sfogo lessicale è tutta colpa di Zoppaz e del suo blog “Diciamolo in italiano“: mi ha contagiato e da allora mi fischiano le orecchie quando sento inutili e gratuiti anglicismi!

L’amaro italiano piace in tutto il mondo, e ci arrivano prove dalle fonti più inaspettate: come quando l’attore Dolph Lundgren rivela in un’intervista del 2012 che quando vuole rilassarsi… beve Fernet Branca!
Per questo fa bene l’Amaro del Capo a presentare uno spot televisivo (che trovate in fondo al testo) in cui attori stranieri ordinano al bancone un amaro utilizzando un italiano stentato. La barista che serve la bevanda è italiana, quindi logica vorrebbe che parlasse in italiano… invece all’improvviso spara la frase chiave della campagna pubblicitaria dell’amaro da anni: «Freeze Your Moment».

«L’importanza del brand e del prodotto ha condotto alla scelta di declinare il claim in lingua inglese (“Freeze Your Moment”). Tutto ciò nell’ottica di dare allo spot un respiro internazionale e per far sì che possa essere direttamente utilizzato in tutto il mondo.»

Così un comunicato della UNICOM (Unione Nazionale Imprese di Comunicazione) spiega l’immotivata frase inglese all’interno di uno spot italiano, ma non sarà certo una novità: avete mai sentito una pubblicità italiana, dagli anni Ottanta ad oggi, parlare in lingua italiana?

Tipico lancio pubblicitario italiano

Sia lo spot televisivo, martellante in questi giorni, sia il comunicato della UNICOM utilizzano termini inglesi quando gli stranieri non hanno alcun problema ad utilizzare termini italiani per ciò che è italiano, chiamando cioè amaro l’amaro e perciò utilizzando una parola per loro straniera. Quindi è giusto che noi usiamo parole straniere? Sì, se indicano concetti stranieri, no se indicano concetti italiani. «Gela l’attimo» farebbe un figurone all’estero, in quanto potrebbero usare una frase italiana per un prodotto italiano.

Questa mia proposta, «Gela l’attimo», sarebbe un motto pubblicitario (claim) che rispetterebbe perfettamente la filosofia del marchio (brand), in quanto vuole la tradizione che l’Amaro del Capo vada bevuto gelato, e inoltre giocherebbe con un altro celebre motto, “cogli l’attimo”, in un gioco di parole che non fa mai male, in una pubblicità.
Ecco, visto? L’ho detto in italiano, grazie anche anche all’AAA (Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi).

Io non sono un pubblicitario, sono una nullità qualsiasi che ha avuto un’idea molto più italiana di gente pagata profumatamente per dire inutili frasi in inglese. Gente che è laureata e tutto il resto ma poi è ferma all’idea che “in inglese è più cool“. Quando in realtà è vero l’esatto contrario: agli stranieri piace l’italiano, e nei posti più sperduti del mondo preparano un piatto che chiamano “Carbonara”. Non c’entra nulla con la nostra carbonara, ma anche lingue parecchio diverse dalla nostra adorano preparare un piatto che “sappia di italiano”, e per di più lo chiamano in italiano. Perché solo gli italiani se ne fregano dell’italianità?

Non sto parlando di nazionalismo, sto parlando di una china pericolosa che ha portato la nostra lingua a un livello tale, che quando il 29 novembre 2018 Valerio Mastandrea ha presentato il suo primo film da regista, “Ride” (terza persona singolare del verbo “ridere”), tutti l’hanno pronunciato… ràid, all’inglese!
Forse è ora di cominciare a parlare in italiano, noi italiani…

Chiudo con lo spot “incriminato”:

L.

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Pubblicato da su dicembre 10, 2018 in Linguistica

 

Caino di José Saramago (2009)

L’amico Moreno del blog Storie da birreria ha in questi giorni parlato del portoghese José Saramago con due post: uno sul romanzo L’uomo duplicato e un altro sul film Enemy (2013) di Denis Villeneuve, da esso tratto.

Nell’invitarvi a leggere i suddetti post, recupero da ThrillerMagazine una recensione di Caino di Saramago che ho scritto il 25 novembre 2010.


Caino

Edizione Feltrinelli 2010

Irriverente, dissacrante, geniale, divertente, stupefacente: tanti sono gli aggettivi che si possono affibbiare a Caino (Caim, 2009), l’ultimo romanzo di José Saramago, e sempre qualcuno di migliore se ne potrà trovare. Più semplicemente si può affermare che questa ultima opera del “Voltaire portoghese” (come l’ha definito il settimanale svizzero “L’Hebdo”), Premio Nobel per la letteratura nel 1998, è “narrativa”: nel più completo ed esteso significato di questa parola.

Dopo un testo fortemente irriverente come il suo “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, che molti problemi gli aveva creato in patria – tanto che venne escluso in un primo tempo dal Premio Europa perché, dicevano i detrattori, non rappresentava il popolo portoghese – Saramago passa dal Nuovo al Vecchio Testamento e si diverte a narrare le vicende di un personalissimo Caino e del suo rapporto tutt’altro che sottomesso nei confronti di un terribile dio (scritto minuscolo come ogni altro nome del romanzo).

Potremmo dividere il romanzo Caino in due parti distinte. La prima vede l’assassino del proprio fratello marchiato dal suo signore (anche in questo caso scritto minuscolo) e lasciato a vagare per la terra… e a vivere svariate avventure attraverso i principali avvenimenti del Vecchio Testamento. La seconda parte è una accorata e spietata critica nei confronti di un dio spietato e vendicativo, capriccioso e dispettoso, che si diverte a massacrare i giusti e gli ingiusti – senza alcuna distinzione – solo per futili motivi. È tanto divertente la prima parte – come quando Caino, Noè e Dio si mettono a litigare sul sistema migliore di costruire l’arca! – quanto terribilmente aspra la seconda – Caino non dimenticherà mai le grida innocenti dei bambini di Sodoma, che benché innocenti sono stati massacrati per le colpe dei padri.

Malgrado il grande sforzo a cui l’autore sottopone il lettore, costretto a dimenarsi in un unico blocco di testo quasi del tutto privo di capoversi e da cui ogni veste grafica è stata abolita – i dialoghi sono tutti “fusi”, quindi non bisogna distrarsi altrimenti non si capisce più chi sta parlando! – Caino risulta un’opera gradevolissima e dalla lettura scorrevole: sembra di star leggendo un divertissement letterario, invece ci si trova davanti a un profondo attacco contro il dio veterotestamentario, davanti alle cui “colpe” il crimine di Caino risulta poco più di una mascalzonata.

Dio stesso (che l’autore, ateo, altrove definì «il gran silenzio dell’universo e l’uomo è il grido che dà senso a quel silenzio», frase che piacque anche a molti credenti) scende in campo a discutere con Caino, ma invece di spiegare le proprie ragione si impunta e perde ancora di più il rispetto dell’uomo.

«Se il signore non si fida delle persone che credono in lui, allora non vedo perché queste persone debbano fidarsi del signore.»

Le “avventure” del Caino di Saramago non possono non far pensare al Baudolino di Umberto Eco, «mendace per natura». Entrambi i personaggi si ritrovano a vivere storie note senza che esistano prove del loro passaggio… ed entrambi agiscono attivamente per raggiungere il risultato noto ai posteri.

Così come Baudolino spunta nei più importanti eventi storici del XIII secolo europeo, così il Caino di Saramago si ritrova – non certo per sua scelta – a partecipare ai principali avvenimenti veterotestamentari. Lo si ritrova alla costruzione della Torre di Babele, a Sodoma e Gomorra, nel letto di Lilith di Enoch, nell’arca di Noè ed altro ancora: e in ogni occasione, checché ne dicano i redattori e storici futuri, il suo intervento è stato fondamentale!

L’evento più importante è quello dell’arca di Noè, che chiude il romanzo. L’intervento di Caino sarà fondamentale e assolutamente sorprendente: non possiamo svelare altro per non guastare il gusto di scoprirlo ai nuovi lettori, ma vale la pena riportare il passo dove l’autore spiega come mai, terminata l’arca, Dio non si presentò alla festa per il varo.

«Era occupato con la revisione del sistema idraulico del pianeta, verificando lo stato delle valvole, stringendo qualche madrevite montata male che gocciolava dove non doveva, provando le diverse reti locali di distribuzione, sorvegliando la pressione dei manometri, oltre a un’infinità di altre grandi e piccole incombenze, ciascuna delle quali più importante della precedente e che solo lui, come creatore, ingegnere e gestore dei meccanismi universali, era in condizione di portare a buon fine e confermare con il suo sacro ok.»

Un’ultimissima parola va spesa per la copertina italiana del romanzo, che mostra il bellissimo Agnus Dei dipinto, tra il 1635 e il 1640, dal fiammingo Francisco de Zurbarán. Esattamente nove giorni prima dell’uscita italiana di questo libro, la stessa copertina venne usata da chi scrive per illustrare “L’agnello è stanco” all’interno della rubrica “Le False Scritture” di ThrillerMagazine

L.

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Pubblicato da su dicembre 7, 2018 in Recensioni

 

Futura Lex: intervista a Gian Filippo Pizzo

Torna Gian Filippo Pizzo con una sua nuova fanta-antologia. L’abbiamo già incontrato per il fanta-noir, ma è il momento di intervistarlo di nuovo, stavolta per Dura Lex (La Ponga 2018).

Per chi non ti conoscesse, iniziamo con il dire che sei fra i più attivi e prolifici curatori contemporanei di antologie tematiche sulla fantascienza. Ho esagerato?

Non credo. Non ho dati esatti ma penso di aver curato più antologie italiane di chiunque altro, oltre tutto in un lasso breve: sono 14 antologie dal 2010 a oggi e ne ho tre o quattro in uscita nel 2019. Una media di due all’anno! Voglio precisare che metà di queste antologie le ho fatte in collaborazione con altri: Walter Catalano, Vittorio Catani, Roberto Chiavini e Luca Ortino, in combinazioni diverse.

Nelle tue antologie partecipi sempre come autore: quale attività è nata prima, nella tua carriera, quella di scrittore o quella di antologista?

In realtà non partecipo sempre, solo – come è per gli autori che invito – se il tema mi interessa e mi suscita qualche reazione. Cioè, è ovvio che mi interessi visto che in genere lo scelgo io, ma a volte sento il bisogno di intervenire e altre no. Comunque, per rispondere alla domanda, i miei primi tentativi sono stati di narratore, poi mi sono accorto che riuscivo meglio come saggista… l’attività di antologista è ancora successiva, ma forse è la più gratificante per i rapporti che si sono creati tra me e gli autori.

Ad ottobre è uscito “Futura Lex” per La Ponga Edizioni, un’antologia dedicata ad uno dei temi più intriganti eppure meno trattato dalla fantascienza: l’aspetto legale! Come ti è venuta questa idea?

La devo a Michele Piccolino, che due o tre anni fa mi raccontò di un racconto che aveva scritto, lo stesso che apre questa antologia. L’idea mi venne allora ma per realizzarla ho dovuto aspettare di esaurire altri temi che erano più impellenti, come la religione, la guerra eccetera. Comunque sono molto soddisfatto, sia per come è riuscita (una delle mie migliori) sia per il fatto che probabilmente è la prima sull’argomento, a livello mondiale!

Come racconti nell’introduzione, ti eri preparato dei temi per aiutare gli autori e invece non ce n’è stato bisogno: di’ la verità, per le tue antologie ti capitano sempre autori così ispirati e preparati?

Sì, decisamente sì! A parte il fatto che in questo caso mi ha stupito la competenza di autori che non pensavo avessero conoscenze legali così precise, devo dire che gli autori italiani di fantascienza – e non solo quelli che pubblico io – sono dotati di grande immaginazione e di conoscenza di quello che avviene nel mondo (che è la base essenziale per scrivere una narrativa iper realistica come è la SF). A volte però non riescono a “drammatizzare” l’idea di base, cioè a imbastirci attorno una trama coerente, sorretta da un buon stile, ben costruita – ma in questo caso non sto parlando di quelli che pubblico io…

Cittadinanza italiana, legislazione via web, rapporto con l’islam… Possiamo dire che la fantascienza, come sempre, ci aiuta a capire il mondo attuale in cui viviamo?

Anche qui rispondo decisamente sì, è questo il motivo per cui la frequento da oltre 40 anni. Prima infatti l’ho definita iper realistica perché è questa la sua caratteristica principale: prendere elementi del presente e portarli all’eccesso, alle estreme conseguenze. Questo comporta anche uno spostamento spaziale o temporale, in una altro pianeta o nel futuro, ed è questa caratteristica del modus operandi che può risultare ostica al lettore comune, il quale prende questa come dato portante invece del vero tema e quindi ritiene che si tratti solo di fantasia, o addirittura fantasticheria.

Come giustamente specifichi, in questa antologia sei riuscito a raggiungere la quota di cinque scrittrici: pensi che un genere considerato (a torto) “prettamente maschile” inizi ad appassionare anche le autrici italiane?

Più che di un inizio parlerei di un ritorno. Molte donne hanno scritto fantascienza e magari poi l’hanno abbandonata per il fantasy che sembrava più facile e libero, oggi forse si rendono conto che alla fine il fantasy è più vacuo e invece la SF può dire molto di più. Però è un dato di fatto che le donne siano in minoranze in quasi tutte le attività, non certo per colpa loro, e nella letteratura d’immaginazione anche di più. Ma in effetti anche nella antologie di futura pubblicazione ho più autrici che in passato, quindi forse qualca si sta davvero muovendo.

In questi giorni per Odoya è uscito un saggio che hai scritto insieme a Walter Catalano ed Andrea Vaccaro, “Guida ai narratori italiani del fantastico“: c’è spazio anche per gli autori horror autopubblicati come me? Scherzi a parte, quali sono i criteri che avete scelto per la trattazione?

Non volevamo fare un semplice “chi è” ma un vero libro di saggistica, quindi lo spazio era ridotto e abbiamo dovuto limitarci a poco più di 80 schede, che sono però dei veri e propri saggi anche se non molto estesi. Oltre ai classici e a scrittori che hanno comunque fatto la storia del fantastico in Italia, per i contemporanei abbiamo considerato solo quelli che avessero al loro attivo almeno un romanzo o un paio di antologie e che abbiano iniziato a pubblicare nel secolo scorso e abbiano proseguito l’attività in tempi più recenti. Anche con questi paletti abbiamo dovuto fare degli aggiustamenti e delle eccezioni, ad esempio vista la notorietà raggiunta non potevamo ignorare Licia Troisi (anche perché il genere fantasy era poco rappresentato, e anche le donne avevano poche esponenti). Però, per poter citare anche se brevemente altri autori/autrici che lo meritavano abbiamo inventato dei box, cioè delle voci tematiche, 15 per l’esattezza, dedicate ai premi Urania, al Connetivismo, ai premi Italia eccetera. Mi dispiace, ma tu non sei rientrato in nessuno di questi!

Non dimentichiamo “Guida al cinema fantasy“, in cui ho avuto l’immeritato onore di partecipare: pensi che questo corposo saggio sia riuscito a sensibilizzare gli italiani verso un genere putroppo più noto che letto o visto?

Sinceramente non lo so. Ha avuto buone recensioni e i dati di vendita sono soddisfacenti ma non so valutare l’impatto che può aver avuto. Io spero solo che siamo riusciti a dare un quadro abbastanza completo del fantasy cinematografico – anche grazie al tuo originale contributo, che fa chiarezza sul fenomeno wuxiapian – e, cosa cui teniamo molto, ai suoi rapporti con i romanzi da cui certi film sono stati tratti.

A gennaio di quest’anno per Maelstrom è uscito il tuo “Destinazione: Pianeta Terra“, un romanzo di avventure spaziali per ragazzi. Come ti sei trovato a gestire un pubblico così “giovane”?

Ma sai anche questo, credevo fosse passato completamente inosservato! Non so se sono riuscito in questa gestione, anzi temo di no perché mi sono rifatto alle sensazioni che provavo io quando ero ragazzo e ai juveniles di Heinlein (che mi ha ispirato molto) ma oggi il mondo è estremamente diverso. Comunque mi sono divertito a scriverlo e credo di aver anche affrontato temi di una certa rilevanza, come l’educazione e i rapporti con gli altri, l’ecologia e l’ambiente, il razzismo, la droga… tutto senza perdere di vista l’avventura.

Il 2018 sta per volgere al termine, quindi per festeggiarlo ti chiedo un consiglio triplo per i lettori, questo Natale: un posto da visitare, un libro da leggere (oltre ai tuoi, ovviamente) e un film da vedere.

Questa è una domanda fuori tema e sicuramente impegnativa. Per i romanzi, recentemente ne ho letti di molto belli: l’ultimo Eymerich di Evangelisti, “Il Potere” di Alessandro Vietti, i racconti “L’eterno addio” di Chen Qiufan (la SF cinese è stata una vera sorpresa!) ma se devo indicarne uno vado sul classico e consiglio a tutti di rileggersi “Pinocchio“, che è molto di più di una favola per bambini.

Sul film, viste le notizie di questi ultimi giorni sulle modifiche al DNA di due gemelle cinesi, invito a vedere o rivedere “Gattaca. La porta dell’universo” (1997) di Andrew Niccol.

Per il posto non ho dubbi: il luogo da visitare è quello dove non si è ancora stati!


Ringrazio Gian Filippo Pizzo per la gentile disponibilità.

L.

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Pubblicato da su dicembre 5, 2018 in Interviste

 

[Pseudobiblia] Bored to Death (2009)

«Il problema accadde perché ero annoiato. All’epoca ero sobrio da ventotto giorni e passavo le notti giocando a backgammon su internet: avrei dovuto partecipare alle riunioni degli alcolisti anonimi, ma non lo facevo»: questo è l’incipit di un racconto apparso nell’agosto 2007 sul numero 24 della rivista McSweeney’s. «Leggevo un sacco di gialli e romanzi sui detective privati, di autori come Hammett, Goodis, Chandler, Thompson. I soliti sospetti, insomma. Visto che la mia vita era così opaca, avevo bisogno delle emozioni che mi davano quei libri: il pericolo, la violenza, la disperazione».

Chi scrive è Jonathan Ames, giovane autore che dopo aver pubblicato alcuni libri di medio successo si inventa il personaggio di Jonathan Ames, giovane autore che ha pubblicato un libro che ha avuto quasi alcun successo, cioè il protagonista del racconto Bored to Death.

Se questa fosse una storia di Paul Auster, lo scrittore amante degli investigatori risponderebbe al telefono e accetterebbe un incarico da investigatore, come accade al protagonista di “Città di vetro” (City of Glass, 1985), romanzo in cui uno scrittore di romanzi gialli si improvvisa investigatore come gli eroi delle storie che scrive. L’eroe newyorkese di Auster usa lo pseudonimo William Wilson – simbolo del doppelgänger, il doppio da sé reso celebre dal William Wilson di E.A. Poe – quindi gli serve un doppio: cioè Jonathan Ames, giovane scrittore newyorkese che dopo aver risposto ad una telefonata si improvvisa investigatore privato, come quelli letti nei libri.

Questo grandioso gioco citazionistico due anni dopo la prima pubblicazione diventa l’episodio pilota di una serie televisiva baciata dal successo, e arrivata in patria alla terza stagione: “Bored to Death“, andata in onda per la prima volta il 20 settembre 2009. (Quasi subito, il 6 ottobre successivo, l’autore ripubblica in eBook il racconto originario scritto due anni prima: Bored to Death: A Noir-otic Story, Simon & Schuster.)

Jonathan Ames (Jason Schwartzman)Jonathan Ames (Jason Schwartzman)L’attore Jason Schwartzman dà vita a Jonathan Ames, giovane autore newyorkese che dopo un romanzo d’esordio non proprio baciato dal successo – «Su Amazon ha venduto meno di 500 copie» gli rimprovererà una ricattatrice, in una divertentissima sequenza del sesto episodio – viene mollato dalla fidanzata. Non è che lei se ne sia andata per l’insuccesso editoriale, intendiamoci, ma solo perché Ames continua a fare largo uso di marijuana e vino bianco sebbene abbia più volte promesso di smettere.

«Gli uomini affrontano la realtà, le donne no: perciò gli uomini bevono»: questa frase, tratta dal romanzo di Ames – “Passo come la notte (I pass like night) – sembra spiegare il motivo della dipendenza del suo autore, sebbene il suo capo George affermi che la frase Ames l’abbia rubata a lui. Sì, perché il giovane autore ha anche un capo, interpretato magistralmente da Ted Danson: un editore di una rivista (Edition New York) che fa scrivere ad Ames alcuni pezzi di costume – gli stessi pezzi che ha scritto il “vero” Ames nella realtà.

Mollato dalla fidanzata, quindi, Ames cade in depressione: niente però che non possa passare leggendo “Addio, mia amata” di Raymond Chandler. Letto d’un fiato il grande classico, lo scrittore si fionda al computer e, in un giornale digitale di annunci, si propone come investigatore privato dai prezzi modici, sebbene privo di licenza. La prima telefonata è quasi immediata, e così Ames può calarsi nei panni di un vero e proprio investigatore (dilettante e letterario), fino ad arrivare in una puntata a contraffare la propria firma: sul registro di un albergo, infatti, si identifica come Philip Marlowe.

«Mi è piaciuto il tuo romanzo: oscuro, divertente, perverso, magnifico – è il commento di Jim Jarmusch, nel terzo episodio. – Devi davvero soffrire a giudicare dalla terrificante chiarezza della tua visione». «Grazie. In effetti soffro molto» è la semplice risposta di Ames.

Non la pensa così il critico letterario di “CQ” Louis Green, che intitola la sua stroncatura “Jonathan, la prossima volta scrivi con entrambe le mani”. «Vuol dire che mi masturbavo mentre scrivevo!» spiega piccato Jonathan al suo capo George, che non ha capito il senso della frase. «Vedila così – infierisce il critico, – almeno il tuo romanzo ha prodotto una frase memorabile, che casualmente ho scritto io».

Non bastassero le critiche discordanti, Ames ha anche il blocco dello scrittore: del suo nuovo romanzo (il secondo) non ha scritto che una sola frase, «I was in a lot of mental pain» (Ero in pieno dolore mentale), che corregge subito in «I was in a lot of emotional pain» (Ero in pieno dolore emotivo). Quando lo contatta la sua agente letteraria Carolyn (Bebe Neuwirth), può dire onestamente che il suo protagonista «sta avendo molti problemi emotivi… e anche mentali».

Di questo nuovo romanzo sappiamo poco, giusto che parla del «fallimento del viaggio di un uomo attraverso il Kamasutra»…

In chiusura, quando al Jonathan Ames personaggio viene chiesto di recensire il nuovo romanzo di Paul Auster, capiamo che il gioco citazionistico è completo e che ora sta ad Auster creare un personaggio che si finga… Jonathan Ames!

L.

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Pubblicato da su dicembre 3, 2018 in Pseudobiblia

 

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Quali sono i vostri blog preferiti? (2018)

Dopo la “sfida” di Nick Parisi, devo per forza replicare il Franken-Meme di Nocturnia.

Questa iniziativa è volta a far conoscere i blog seguiti dai partecipanti così da ampliare la blogosfera e creare contatti. L’unica regola è che si dev’essere positivi e propositivi: niente “liste nere” da parte di chi scrive e da parte di chi legge niente commenti del tipo “quel blog fa schifo” o “quello non capisce niente”, che saranno prontamente rimossi.

Spero che a Nick non dispiaccia se per l’occasione rispolvero, aggiornandola, una mia passata iniziativa:


Il sergente Apone è MikiMoz, perché in fondo il blog Moz O’Clock ci guida tutti con voce grossa, modi schietti e divertendosi un mondo, sin dal novembre 2006!

Se devo seguire qualcuno alla scoperta di mondi sconosciuti, preferisco uno che si diverta a farlo.

 


Il soldato Hicks è Cassidy, per forza: il taglio e il colore dei capelli è lo stesso! Ok, si tratta solo del suo avatar dal mondo di Preacher, ma per me sarà sempre lui il “vero” Cassidy.

Non lasciatevi ingannare dalla sua gentilezza ed educazione, non lasciatevi ingannare dall’umiltà della Bara Volante: se c’è da sparare si spara. E quando non sai cosa fare… l’unica è nuclearizzare!

 


Il soldato Hudson non può essere altri che redbavon, che dal suo blog Picture of You ha bandito ogni post stringato: la sua guerra alla brevità è un faro nella notte per tutti noi.

Il morale della truppa è sempre alle stelle con redbavon, pronto all’impegno sotto ogni fronte umoristico-ludico, ma quando il gioco si fa serio… allora game over, man!

 


Drake non è un caciarone, va per la sua strada sicuro e non guarda in faccia a nessuno, quindi per me è Ivano Landi, che scrive le sue Cronache del Tempo del Sogno con mano sicura.

Quando hai bisogno, Ivano è lì, dietro di te, a guardarti le spalle e a passarti il fumetto giusto al momento giusto, o a segnalarti esattamente il film che cercavi…


Siccome conosco solo una donna blogger allora devo darle l’unico ruolo femminile? In parte è così, ma è sicuro che come Vasquez c’è solo Kukuviza, che fa le flessioni nel suo CineCivetta e stupisce tutti quelli che la sottovalutano.

Il rapace dal becco mordace colpisce ovunque… e in cada momiento.

 


Il soldato Frost è il Moro… capito? Soldato nero… il Moro… Va be’, sarà politicamente scorretto ma era un’associazione irresistibile!

Potete sempre contare su di lui per una birra (che pagate voi) e una Storie da birreria, il blog che in quanto a cultura pop non guarda in faccia a nessuno. Perché quando un corpo è arturiano, che ti frega?

 


Spunkmeyer non ama i riflettori né il palcoscenico, ma se c’è da guidare una nave e salvare tutti, lui è lì… ad aiutare chi lo fa!

Come dite? Non ricordate il caro vecchio Spunkmeyer nel film? Ok, non avrà molte scene ma state tranquilli che lui è lì. Per questo ci vedo The Obsidian Mirror perché si annida nella parte oscura dello schermo…

 


Ok, forse stiamo un po’ agli sgoccioli, ma è irresistibile la voglia di associare un nome “est-europeo” come il soldato Wierzbowski al Conte Gracula, l’essere che gracchia dalla sua Cupa Voliera e che vola là dove gli angeli non osano andare…

Se vi capita di vedere una miniserie coreana, alzate gli occhi: il Conte Gracula sta volando sopra di voi!


Il soldato Crowe… andiamo, ma chi ha fatto caso a Crowe nel film? Ecco, Il Cumbrugliume è gestito da un oscuro figuro che è invisibile al mondo proprio come Crowe.

Nessun film o serie TV sfugge al suo sguardo attento, ma ben pochi hanno potuto vedere lui…

 


Bishop non è un marine ma è parte integrante del gruppo, una mente ineffabile dalla logica schiacciante, nel cui cuore d’acciaio riesce lo stesso ad albergare del sentimento umano.

Una macchina analitica come Bishop non poteva che essere… Evit di Doppiaggio Italioti!


Il nuovo arrivato è Emanuele del blog The Reign of Ema, a cui va il nuovo colonial marine Christopher Winter: essendo finiti i personaggi del film, ho dovuto attingere al videogioco del 2003!

Regno dei ricordi nostalgici e divertenti ma anche delle recensioni pop, nel blog di Ema potete trovare dal fortino dei Playmobil – croce e delizia di più di una generazione – alla recensione dell’ultimo “Topolino” in edicola, passando per serie TV e saghe varie.

Non da poco il fatto che Emanuele si professi esperto di altissimo livello del personaggio di Superman: prima o poi dovremo sfidarlo!


La Z del suo cognome lo costringe per alfabetiche ragioni alla fine di ogni elenco, ma quando si parla di lingua italiana Zoppaz è ai primi posti.

Curatore del blog Diciamolo in italiano e fondatore del geniale AAA: dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, in realtà Zoppaz non meriterebbe il ruolo di Val Leuwen, il cieco burocrate, ma mi piaceva dargli un ruolo da “colletto bianco”.

Se vi esprimete solo anglicismi di cui non sapete l’alternativa italiana, vi consiglio un giretto sui blog di Zoppaz…


E io? Dove sono io in questo gruppo?

Io sono Gorman… e vi mando tutti in prima linea mentre me ne rimango seduto davanti ad un PC, pronto a discettare e a sparare giudizi al caldo, mentre voi affrontate gli alieni!!!

 


Sempre pronti all’impegno!

L.

 
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Pubblicato da su novembre 30, 2018 in Uncategorized

 

Gli dico a loro o lo dico loro?

L’altro giorno un amico mi scrive per e-mail utilizzando uno stile di ampio consenso, un errore di largo uso dalle fonte più insospettabili. Essendo in confidenza con lui, glielo faccio notare quasi per gioco e la cosa finisce lì: è un errore ma in realtà compiendolo tutti è sempre meno errore.
Passa poco e l’amico mi fa notare che invece l’Accademia della Crusca diche che non è errore… Quindi ora la mia parola vale meno di quella della Crusca? Dove si andrà a finire???

Scherzi a parte, la cosa è finita lì e non ho rimproverato l’amico per aver fatto ricerche alle mie spalle, quindi non fidandosi della mia parola: in tutta la mia vita nessuno si è mai fidato della mia parola, dal vivo, evidentemente ho la faccia di uno di cui non fidarsi. Ma l’errore rimane, checché ne dica la Crusca.

Mario, Antonio e Luigi sono arrivati a casa mia e ho detto a lui di non fare rumore.

Credo sia più che evidente come questa frase abbia qualcosa che non va: “a lui” chi? A chi ho detto di non fare rumore fra i tre che sono arrivati a casa mia? Non è una frase chiara, e addirittura diventa completamente sbagliata se vi spiego che ho detto a tutti e tre di fare silenzio.

Mario, Antonio e Luigi sono arrivati a casa mia e gli ho detto di non fare rumore.

Siate onesti: ora non vi sembra più una frase sbagliata, ora è palese il senso – che cioè ho detto a tutti e tre di fare silenzio – eppure questa seconda versione è ancora più sbagliata della prima. Ma è un errore talmente in uso, quello del “a loro gli dico”, che sta ormai scomparendo anche solo come percezione dell’errore.

Non so quale articolo dell’Accademia della Crusca abbia letto il mio amico, forse questo che pone un quesito assurdo e la risposta è particolarmente non chiara, specificando più volte che comunicare loro e comunicargli sono equivalenti. Non vorrei però arrivare a dire che è l’opinione della Crusca, perché il testo è molto poco chiaro.

Non sarebbe certo la prima volta che organi di monitoraggio (ma non di controllo), come la Crusca o i dizionari più blasonati, constatano un errore talmente comune da perdere la valenza di errore. Come racconto spesso, alle elementari ho preso un brutto voto perché ho scritto ciliege senza “i” e poi i dizionari hanno cominciato a dire che si può dire in entrambi i modi. Chi me lo ripaga il brutto voto?
Quand’anche la Crusca dicesse che si può dire in entrambi i modi, che cioè davvero comunicargli e comunicare loro sono uguali, lo stesso rimarrebbe un errore di logica: “-gli” significa “a lui”, quindi “comunicargli” significa “comunicare a lui”, al singolare. Se il verbo si rivolge a due o più persone, cioè al plurale, è “comunicare loro”.

Scrivere in un italiano pulito e scorrevole è facilissimo, per questo è un peccato inciampare su piccole sgradevolezze come a loro gli ho detto che si potrebbero evitare in modo semplice. Checché ne dica la Crusca…

L.

P.S.
Non resisto a riportare anche qui l’illuminante e deliziosa risposta scrittami da Zoppaz, curatore del blog Diciamolo in italiano e del Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi e in questi giorni in uscita in libreria con L’Etichettario: il libro delle alternative agli anglicismi.

Bello vedere che alcune questioni linguistiche suscitano tanto entusiasmo! 🙂 Ti lascio la mia opinione in proposito. Lo so è prolissa, ma chi ha voglia se la legge e se non lo fa ha lo stesso tutta la mia solidarietà. 🙂

La tendenza attuale delle grammatiche non è più prescrittiva ma descrittiva, si tende cioè a ridefinire il concetto di “errore” con quello di “non è in uso”. Questo approccio è più sensibile al cambiamento e all’evoluzione delle lingue vive che sono sempre il risultato di due pressioni: l’uso e le regole, che non sempre sono conciliabili. Da bambino mi chiedevo sempre ma perché ci sono le eccezioni? Perché esistono i verbi irregolari e il verbo “stare”, per esempio prende la “e” nelle forme come stesse o stette? Non si può semplificare tutto, cazzo?

Il punto è che la lingua evolve da sola, i grammatici arrivano dopo, cercano le regole, come gli scienziati cercano le “leggi della natura” e le fissano. Poi quando la regola si fissa diventa normativa, ma arrivando tardi ecco che nascono le eccezioni, cioè quello che non si riesce a normare e va registrato a parte (es. mai la doppia q, tranne soqquadro). Oltretutto sia le regole grammaticali sia le teorie scientifiche sono ideologizzate, sono nostre categorie, non esistono nella realtà: dire che i verbi hanno 3 coniugazioni è una teoria, secondo altre classificazioni possono essere 4, i verbi in are, ere e ire, e la quarta con i verbi come supporre, tradurre, trarre… a seconda del criterio “fare” rientra nella seconda coniugazione (perché deriverebbe da fac-ere) oppure viene messo nella prima come verbo irregolare, cioè anomalo.
Ciò premesso, in questo relativismo, rimane il problema di come definire l’errore. Unde malum? direbbe un Sant’Agostino grammatico, oppure tutto va bene? Direbbe un grammatico seguace del relativismo nella scienza in stile Feyerebend.

A scuola ci insegnano che non si può dire “a me mi”, eppure si ritrova nei Promessi Sposi (in bocca a personaggi popolari) e in spagnolo se non rinforzi con un a mi me gusta… non ti sta piacendo davvero.

In quest’ottica l’uso di gli al posto di loro è stato da un po’ di tempo ammesso. Nei miei corsi spiego che non è elegante e che è consigliabile evitarlo… ma non sempre è possibile, dunque si può tollerare. Ti faccio un esempio: “non posso dirglielo” ormai è accettabilissimo e secondo alcuni più economico e preferibile, in un discorso, alla forma non enclitica “non posso dirlo loro” che risulta meno eufonica e meno maneggevole. Questo uso di gli = (anche) a loro, è del resto forma storica rintracciabile nel Manzoni: “Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta?”. Dunque oggi si tende a dire che quando il contesto lo richiede è sempre possibile piegare le regole grammaticali alla naturalezza del discorso. Ma allora “anything goes”, tutto va bene come dice Feyerabend l’anarchico metodologico? Allora visto l’uso diffuso per ignoranza di qual’è con l’apostrofo e di piuttosto che alla milanese bisogna accettarli? C’è chi ha detto sì… anche se il “piuttosto che” con valore disgiuntivo (al posto di “o”) per ora è condannato, perché non ha esempi storici, è malcostume recente ma credo che la battaglia sia persa e che nel giro di un ventennio i dizionari siano costretti ad ammetterlo, come hanno ammesso (per via dell’ignoranza che massificata detta legge e fa l’uso) il plurale alternativo di “provincie” accanto a province, o macchina da scrivere (ormai lecitissima, ma un tempo condannata perché si dovrebbe dire macchina per scrivere, e negli eterni dibattiti decennali, nel frattempo non c’è più, c’è solo il computer, anglicizzato). C’è persino chi teorizza la liceità di qual’è con l’apostrofo (l’ho ha fatto un rispettabile Luciano Satta), anche se per ora la condanna resiste.

Detto questo, il mistero grammaticale dei misteri, vero e proprio giallo da non quel Marlowe, rimane per me il dilemma: si scrive sé stessi o se stessi?

Anche qui assistiamo a una svolta storica in questi anni. Premesso che Leopardi e Manzoni lo scrivevano alternando a volte l’accento e a volte senza (e che per di più all’epoca in cui si scriveva a mano talvolta l’accento era grave e altre volte era acuto: sè stesso o sé stesso, l’affermarsi obbligatorio di sé è successivo) una leggenda grammaticale che non si sa bene da dove nasca, ha imposto per decenni a scuola e nelle norme editoriali delle case editrici la forma senza accento. Motivazione: nei monosillabi l’accento si mette per distinguere le ambivalenze: né negazione dal ne di chi se ne frega… 🙂 Nel caso di sé stesso non serve rimarcare questa distinzione. E così a scuola ci correggevano questa forma bandita da tutti i libri.

Qualcuno poi ha detto: e allora come distinguere “sé stesse”, da “se egli stesse” (facendo qualcosa)? Luca Serianni, difensore di sé stesso (se si scrive sé si scriva sempre così), nella sua ultima lezione universitaria si è congedato con queste parole: “e scrivete sé stesso con l’accento.

Il Devoto Oli del 1990, curato da Oli, riportava e consigliava la forma senza accento, e in tutte le voci in cui scriveva l’espressione lo ometteva. Alla sua morte, il dizionario ora curato da Serianni e Trifone ha cambiato politica: consigli l’accento e lo mette con l’accento tutte le volte in cui l’occorrenza compare. Da una parte c’è dunque questa nuova tendenza, dall’altra c’è almeno mezzo secolo di prassi.

Il risultato, è che non si sa più come scriverlo, attualmente; facendo il curatore e redattore di libri, quando lavoro per una nuova casa editrice, la prima cosa che domando è: voi come lo scrivete? Così mi adeguo. E non saprei cosa consigliare, ai miei studenti racconto la storia e consiglio: se siete in un contesto scolastico tradizionale evitate l’accento per far vedere che avete studiato, e che non è ignoranza… in altri fate come volete, e se qualcuno vi dice qualcosa citate Serianni…

Zoppaz

 
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Pubblicato da su novembre 28, 2018 in Linguistica

 
 
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