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[Pseudobiblia] The Michaels (2014)

Nella mia quotidiana e instancabile “caccia ai titoli italiani”, il 20 maggio 2020 ho beccato su TV8 “Cercasi Michael disperatamente” (The Michaels, 2014) di Bradford May, uno dei miliardi di filmetti romantichelli trasmessi dal canale ogni giorno. Per pochi secondi ho perso il titolo, quindi la caccia è stata vana, ma poi dopo un po’ mi rendo conto che uno dei protagonisti è uno scrittore, e mi sono detto: vuoi vedere che ci scappa fuori qualche ghiotto pseudobiblion?

La storia verte su Katherine Bixby (Larisa Oleynik), rampante avvocatessa divorzista che non crede più nell’amore – deliziosi due suoi clienti particolarmente combattivi, Elliott Gould e Beverly D’Angelo in una divertente comparsata nel ruolo di due coniugi che si azzuffano durante il divorzio – finché la sua amica del cuore la trascina da una manicure che si dice abbia poteri medianici. La donna non ne ha, è subito specificato, ma sa che alle clienti piace credere alle profezie.
Katherine è una donna moderna, quindi dice di non credere alle maghe ma ovviamente ci crede con tutta se stessa. La maga-manicure fa un po’ di scena, poi le casca l’occhio su una rivista di gossip dove c’è un tizio di nome Michael e lancia la sua previsione: “Ti metterai con un uomo di nome Michael”.

Da qui parte la storia romantichella frizzante con Katherine che subisce l’azione della sua amica, che inizia a farla uscire con uomini discutibili ma che si chiamano Michael. Poi il registro cambia e si passa all’unica trama nota agli anglofoni: una donna che deve decidere fra due uomini, parimenti belli, parimenti affermati, e parimenti innamorati di lei. Ah, quanta originalità!
Dal passato arriva Michael, bello come il sole e avvocato per le giuste cause. Sembra l’uomo giusto, ma non sembra gradire le schizzate e irritanti serate che organizza Katherine per metterlo alla prova. No, l’uomo giusto si è capito dall’inizio del film: è Tom Stanfield (Brant Daugherty), che però si chiama appunto Tom. La nostra Katherine saprà andare contro la potente previsione della maga? Tranquilli, Tom ha un cane di nome Michael…

Scommettiamo che il Michael giusto… si chiama Tom?

Ciò che qui interessa è che Tom Stanfield ha appena pubblicato un libro dove ha riversato tutto il suo dolore per l’amata moglie morta, condividendo il suo dolore zuccheroso con frasi tali che farebbero perdere la pazienza pure a Buddha. Tom è di una bontà che ti vien voglia di picchiarlo.

«Posso dire quanto sia stato incredibilmente coraggioso averlo scritto? È già difficile dire a qualcuno quello che senti, figuriamoci al mondo intero.»
«Quando ami qualcuno così tanto, non è coraggioso: è necessario.»

Le lettrici fanno a botte per il “cuore aperto” di Tom

Dunque l’insopportabilmente buono Tom ha scritto “An Open Heart“, ha aperto il suo cuore scrivendo pura melassa, di quella che fa impazzire le lettrici. Una delle quali commenta ad una sua amica:

«Se dovessi sposarmi e poi morire tragicamente, vorrei che mio marito scrivesse un libro come tributo alla mia vita.»

Il primo vero successo di Tom come autore

Questo però è solo il secondo libro di Tom, perché il suo vero debutto è stato “Il diario” (The Diary): morta la moglie, ci spiega una lettrice, Tom è andato a leggersi il di lei diario scoprendo l’inaspettato.

«Si rese conto che di tutte le cose che credeva di aver sbagliato a lei non importava: quando lui lavorava troppo, litigavano perché ciò che davvero conta sono le piccole cose.»

Quale marito non leggerebbe il diario della moglie per capire dove lui ha sbagliato?

L’insopportabilmente buono Tom

Tom e Katherine sono i testimoni di nozze dei loro amici – che come ogni altro americano della storia vuole andare in viaggio di nozze a Parigi, non esistendo altre città in Francia – quindi dovranno stare a contatto per tutta la vicenda, finché la protagonista non capirà che il Michael della sua vita… si chiama Tom!

Un frizzante romantichello che va per la sua strada senza scossoni, e che almeno ci regala due ghiotti pseudobiblia che grondano amore zuccheroso da ogni pagina.

L.

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Pubblicato da su maggio 29, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Archeo Edicola] Milano violenta (1976)

Cosa può leggere un criminale se non un giornalino sporcaccino?

Su Cine34 è in corso da aprile un lungo ciclo dedicato al poliziottesco all’italiana, l’unico genere d’annata che sembra aver conosciuto un recupero nell’immaginario collettivo. Per puro caso mi è capitato di vedere una scena di “Milano violenta” (1976) di Mario Caiano dove un personaggio è intento a leggere fumetti erotici molto in voga all’epoca: è dunque scattato il recupero del film per spulciare un po’ fra l’edicola del 1976.

Una splendida edicola dei inizio 1976


ATTENZIONE: in questo post verranno mostrate copertine di fumetti erotici da edicola con inevitabili donnine poco vestite: se la cosa urta la vostra sensibilità, smettete ORA di leggere!


Voglio proprio vedere chi si ferma qua…

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Pubblicato da su maggio 27, 2020 in Archeo Edicola

 

Astronave senza luce (2020)

Altro giro, altro “Urania” Mondadori: stavolta tocca al n. 1641, “Senza luce” (Lightless, 2015) di C.A. Higgins, uscito nelle nostre edicole nell’aprile 2017.

Mi piacciono le storie umane a bordo di astronavi nello spazio, il genere che nell’età dell’oro veniva chiamato space opera, e visto che Urania ha presentato una trilogia di questa autrice con protagonista la stessa nave ho pensato a qualcosa di simile. Ho scoperto invece che parla di tutt’altro: da un parte ne sono rimasto piacevolmente colpito… dall’altra profondamente deluso.

Avverto che essendo questo primo romanzo in tutto e per tutto un giallo investigativo con sorpresone finale, trovo impossibile recensirlo – spiegando cosa ho amato e cosa ho odiato – senza rivelare quelli che potrebbero essere colpi di scena.

Ad essere onesti basta leggere le tramette dei romanzi che seguono per sapere, con estremi dettagli, cosa è successo in questo, ma nel caso: ALLERTA SPOILER.

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Pubblicato da su maggio 25, 2020 in Recensioni

 

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Un americano a Roma (1954)

Il comodino tipico di un americano a Roma

Da più di due anni avevo da parte queste schermate in attesa di future ricerche: così come tanti italiani hanno approfittato della serrata per fare pulizie in casa, io ne approfitto per fare pulizia nei miei archivi alla voce “da fare”.

Come tutti sanno, nel film “Un americano a Roma” (1954) di Steno (in DVD Ripley’s Home Video 2016.) Alberto Sordi interpreta un italiano dell’immediato dopo-guerra, uno di quelli affascinati dalla cultura del liberatore americano e che trova d’un tratto “provinciale” il proprio retaggio culturale. Anche De Filippo in Napoli milionaria racconterà dei problemi di questa passione per il liberatore, con le ragazze che diventano friende dei soldati americani ben poco interessati al matrimonio post-coitale: giusto il pacioccone Lucky di Abbasso la ricchezza! (1946) avrà il desiderio di sistemarsi, a suo modo, dopo aver approfittato dell’entusiasmo delle italiane.

Per far capire quanto Nando Moriconi ami la cultura americana, vengono inquadrati i fumetti che legge: può un ammmericano leggere “Topolino” o le altre storiche testate nostrane? Assolutamente no, lui legge fumetti western.

E da qui la mia domanda: quelle mostrate sono pubblicazioni arrivate anche in versione italiana o gli autori si sono fatti spedire materiale dagli Stati Uniti? Oppure nelle edicole del centro di Roma, che ancora oggi hanno una rassegna stampa estera, si potevano trovare fumetti in lingua inglese?
Tutte domande senza risposta, quindi mi limito a presentare le schermate.

I fumetti sono, rispettivamente, “Roy Rogers“, “Jace Pearson of the Texas Rangers” e “The Lone Ranger“, tutte testate della Dell Publishing che stanno vivendo la loro epoca d’oro, a cavallo tra anni Quaranta e Cinquanta.

Non so se queste pubblicazioni si potessero trovare in qualche edicola o sono state usate solo per far capire la passione per i cowboy del protagonista: se qualcuno lo scoprirà, mi faccia sapere.

L.

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Pubblicato da su maggio 22, 2020 in Uncategorized

 

Transumani nella città di morte (2020)

Ultimo “Urania” (Mondadori) prima della serrata da coronavirus, questo numero 1675 (febbraio 2020) mi ha subito intrigato ed è stata una piacevole sorpresa.

Non so se la statunitense trapiantata canadese Madeline Ashby appartenga al movimento del transumanesimo o semplicemente abbia voluto “condire” i suoi personaggi con trovate ispirate, comunque “Città di morte” (Company Town, 2016) più che un romanzo di fantascienza è uno specchio oscuro (espressione non scelta a caso, come vedremo) che ci mette in guardia su un mondo non così futuro.

New Arcadia è la tipica “città mineraria in rovina” che potete trovare in una vasta gamma di opere narrative, da romanzi a film, solo che  trovandoci nel futuro è a forma di enorme piattaforma oceanica, con grandi torri ad ospitare le case degli abitanti. Torri che peraltro mi ricordano quelle della Megacity di Judge Dredd, per la differenza sociale tra una e l’altra e per i problemi di convivenza.
Comunque questo aspetto della storia non ha alcuna importanza, poteva benissimo essere una cittadina qualunque.

Ciò che conta è che si sono affinate peculiarità tecnico-informatiche ben note anche a noi del 2020. Sebbene non sia molto usata, anche oggi c’è la “realtà aumentata”, cioè il guardare il mondo che ci circonda attraverso un dispositivo che ci dia ulteriori informazioni immediate sull’oggetto su cui si punta un occhio. Un episodio della serie televisiva “Black Mirror” già raccontava di una società in cui quando guardi una persona sei subito informato di tutto ciò che la riguardi, ma qui si va un po’ oltre: si possono anche aggiungere filtri per “migliorare” quella persona. Ah, l’episodio citato della serie, Nosedive (3×01), è uscito cinque mesi dopo questo romanzo. Subodoro scopiazzata televisiva…

In un mondo dove non esiste privacy, non esiste malattia perché chi può pagare può accedere in pratica alla vita semi-eterna, non esiste nascondiglio perché tutti possono essere rintracciati in qualsiasi momento, per un problema fuori dal comune serve una persona fuori dal comune. E questa è Go Jung-hwa, detta semplicemente Hwa.
Di origini coreane, nata povera e maltrattata da una madre che l’ha odiata per tutta la vita, la 23enne Hwa ha il volto e il corpo sfigurato da macchie dovute ad una malattia che non ha i soldi per curare, né vuole farlo. La sua salute seriamente compromessa – è anche epilettica – è parte di sé, della propria personalità, e sin da ragazzina ha lottato per stare al mondo, addestrandosi nel taekwondo. Questo e l’essere totalmente scollegata la rendono la guardia del corpo perfetta.

«Non ha potenziamenti, quindi non c’è nei suoi occhi un algoritmo di riconoscimento che possa essere riscritto. Non c’è nulla nel suo pancreas con cui sia possibile interferire per mandarla in shock diabetico. Non ha impianti neurali. Non può sentire voci o avere visioni o essere trasformata nel burattino di qualcuno. Non ha dei frammenti di codice legacy rimasti in circolazione che potrebbero essere sfruttati. È… pura.»

Così Daniel Síofra la descrive al ricchissimo Zachary Lynch, ricco industriale che in pratica possiede la città. Il suo figlio minore Joel ha ricevuto minacce di morte e vuole assicurargli la miglior guardia del corpo possibile: con tutti i suoi difetti, Hwa è la scelta perfetta. In un mondo di uomini che hanno rinunciato all’umanità per raggiungere una transumanità troppo vulnerabile ad un controllo esterno, la pura umanità della ragazza la rende in qualche modo superiore.

Citare dai film giusti

Per i parametri della narrativa del Duemila a 23 anni una ragazza è già “vecchia”, in un mondo cine-letterario in cui autori di mezza età sono costretti a parlare di ragazzini per poter vendere le proprie opere, ma è subito chiaro che la Ashby non è interessata ad un’opera “alla moda” e che non si sta rivolgendo ai “giovani”: classe 1983, la scrittrice californiana, ma canadese d’adozione, parla più alla sua generazione che ai millennial.

«Credo ci sia un complotto ordino da superintelligenze artificiali per eliminare mio figlio»
«Come Terminator.»

«Hwa?» le agitò una mano davanti alla faccia. «Sei in stato di shock?»
«Yippy-ya-ye, pezzo di merda

Citare Terminator (1984) e Die Hard (1988) vuol già dire mettere in chiaro il proprio bagaglio culturale, e se non bastasse meglio ripetere: curiosamente un quartiere della città è stato costruito da un’azienda che si chiama Nakatomi. Per non farci mancare niente, Zachary ha una passione per il film I 3 dell’Operazione Drago (1973) mentre salendo una delle torri per un confronto finale la protagonista pensa dichiaratamente al Game of Death (1978) di Bruce Lee.
Non mi spingo a dire che Ashby abbia “cripto-citato” anche il film Heatseeker (1995) di Albert Pyun, con il suo lottatore marziale di origine asiatiche che è l’unico a non avere un corpo potenziato, ma certo le similitudini ci sono eccome.

Per me, Heatseeker è un film che l’autrice ha visto e ricorda bene

La guardia del corpo povera, malata e a bassa tecnologia stringe subito una salda amicizia con Joel, il ragazzino 16enne nato nella famiglia più ricca della città che sin dall’infanzia viene riempito di sostanze che gli equilibrano le emozioni. Il rapporto con Daniel è più sfumato, perché lui è uno dei dirigenti della Lynch e il problema della differenza d’estrazione è sempre presente.
Malgrado la povera che tituba davanti alle profferte del ricco sia un canone più che abusato del romance, l’autrice è brava abbastanza per non cadere nei suoi tranelli e per tenere tutto in una narrazione equilibrata.

Questo romanzo rientra nella narrativa dei lottatori marziali con impedimenti fisici

Dopo la scrittura semplicissima di Mike Resnick mi serviva qualcosa di più corposo. Ashby sa essere densa e rendere molto bene i suoi personaggi, con una protagonista che – non so quanto volutamente – incarna alla perfezione il mito del “lottatore ferito” (quelli che in un mio speciale ho chiamato “maestri sciancati“). Il crippled master è il lottatore fenomenale che ha combattuto principalmente contro una propria carenza fisica (naturale o indotta), e la cui forza è prima di tutto morale. Proprio come lo spadaccino monco cinese, il massaggiatore cieco giapponese e il lottatore zoppo russo, anche la coreana Hwa si ritrova ad affrontare situazioni per cui è palesemente inadatta, anche se la sua malattia è meno “scenografica” e vistosa, da qui la forza del crippled master: un’energia interiore data da una volontà che supera le limitazioni corporali.
L’autodeterminazione raggiunge obiettivi che il transumanesimo può solo sognare.

In un mondo di persone potenziate e di nemici con ormai solo l’aspetto umano, la tumorale Hwa non sembra avere possibilità… eppure è l’unica speranza per il giovane Joel.

Particolare della splendida illustrazione di Franco Brambilla

Un vero peccato che il finale non sia decisamente all’altezza del resto del romanzo. La lettura è stata piacevolissima ed appassionante, ed arrivato a venti pagine dalla fine ho dovuto interrompere con ancora il fiato in gola, pregustando ciò che sarebbe venuto visto che era ancora tutto da spiegare. Quelle venti pagine sono state le peggiori del romanzo, per me, perché non hanno saputo ricreare l’alchimia narrativa di tutto ciò che le ha precedute. Inoltre mi hanno costretto a rivedere alcuni aspetti della trama e a doverne constatare la debolezza: il finale ferisce seriamente il romanzo, portandone alla luce difetti che non meritavano di essere notati. Davvero un gran peccato.

Al di là di un finale non all’altezza del resto, Città di morte è stata una splendida lettura e un monito contro l’uso esagerato e invasivo della tecnologia senza criterio, ricordando che non esiste macchina al mondo che possa eguagliare la capacità umana di fare scelte sbagliate ed errori madornali: questa è la nostra grande forza!

Chiudo lodando apertamente la traduttrice Francesca Giulia La Rosa, che ha svolto alla perfezione un compito non certo facile. Il romanzo sciaborda di tecnologia quindi sarebbe stato per lei facile lasciarsi andare all’itanglese spinto, riportando identici tanti termini inglesi di difficile resa italiana: scegliere la nostra lingua invece di un’altra è stata sicuramente opera faticosa ma meritoria.

L.

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Pubblicato da su maggio 20, 2020 in Recensioni

 

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Gli acchiappa-zombie (1940-1953)

Dopo una vita riesco finalmente a raccontare un curioso fenomeno linguistico, nel mio annoso studio della parola zombie.


1. La donna e lo spettro

Finita la Seconda guerra mondiale, i film americani possono tornare a riempire le sale italiane. Nel luglio 1946 è la volta de “La donna e lo spettro” (The Ghost Breakers, 1940) tratto da uno spettacolo teatrale di Paul Dickey e Charles W. Goddard, «Una specie di doccia scozzese di gelidi spaventi e di calda ilarità», come recita un quotidiano dell’epoca. In pratica sconosciuto nei decenni a venire, la sempre lodevole Sinister Film lo recupera in DVD nel 2012.

Mary Carter (Paulette Goddard) ha ereditato dalla famiglia un “castello maledetto” (così è sempre chiamato) a Black Island, isolotto di Cuba. Partendo alla volta dell’isola si imbatte in Lawrence (Bob Hope), celebrità radiofonica che ha appena rivelato a milioni di ascoltatori le attività criminali di un boss di New York, e per una serie di rocambolesche avventure («Morire è niente, ma odio i preliminari») seguirà la donna fino a Cuba.

Siamo in un’epoca dorata quindi sono tutti ricchi, tranne i cubani, e Mary passa le sere per locali ma poi dovrà andare a visitare questo benedetto… anzi, maledetto castello, intorno al quale ruotano misteriosi interessi che poco importano in questo momento.

Gli eroici ghost breakers

Temo che gli autori stessero pensando ai Caraibi, comunque scopriamo che a Cuba i locali sono dediti a misteriosi culti.

«Ero scettico anch’io, finché non vidi con i miei occhi quelle forze maligne: un prete li chiamerebbe demòni, gli indigeni invece li chiamano vòdo

Quel vòdo è la resa del doppiaggio italiano del termine voodoo, che noi oggi pronunciamo vudù.

Black Island, patria del vòdo

Data l’aura paranormale, il comico Bob Hope si presenta ad uno dei personaggi come «cacciatore di spettri» (ghost breakers), l’interlocutore dà segno di non capire l’espressione che dà il titolo al film, segno che non è comune nel linguaggio, come invece diventerà ghost busters dal 1985.

Più che uno zombie sembra un dormiglione

Giunti finalmente al castello, scopriamo lo «zòmbi», pronunciato con la “o” aperta mentre in tempi più recenti si preferisce quella chiusa. «Siamo in pieno vodismo», spiega un personaggio:

«Quando uno muore e viene sepolto pare ci siano dei preti vòdo che hanno il potere di farlo resuscitare. Lo zòmbi non ha una sua volontà. Alle volte lo si vede camminare con gli occhi spenti, eseguendo ordini senza sapere ciò che fa e senza neppure curarsene.»
«Ah, come un tedesco!»

La freddura di Bob Hope esiste solo nel doppiaggio italiano, che all’epoca aveva gioco facile ad associare i tedeschi (cioè nazisti, per estensione popolare) agli zombie, invece in originale la battuta è «You mean like democrats?» Di certo al pubblico italiano importava poco del partito democratico americano dell’epoca.

Uno splendido zombie del 1940

Tutto si risolverà fra gridi e splendide scenografie in bianco e nero, dove Hope e Alex (il suo aiutante nero che fa il “negro”, cioè la parte del servo buono ma sciocco e che parla strano, ruolo per fortuna non sopravvissuto all’epoca) si lanciano in situazioni comiche datate ma perfettamente in linea con i tempi.

Nella sua frizzante biografia semi-seria “They Got Me Covered” (1941), Bob Hope così scrive:

«Abbiamo usato uno Zombie in Ghost Breakers. Uno Zombie non ha pensiero proprio e cammina in giro senza sapere dove vada o cosa stia facendo… Ad Hollywood li chiamano “pedoni”.»

Quante battute si possono fare sul termine? Tante, a quanto pare, ma ciò che conta è che questo film ha conosciuto un rifacimento posteriore, in tempi in cui gli zombie sono decisamente più famosi. Come saranno trattati dalla storia e dal doppiaggio italiano?


2. Morti di paura

Negli anni Cinquanta l’esplosione inarrestabile di due comici fa venire in mente alla Paramount di avere un film che sembra cucito addosso ai due: perché non lo rifacciamo identico? Nasce così “Morti di paura” (Scared Stiff, 1953) di George Marshall, recuperato in DVD A & R Productions nel 2013. Non è un remake de La donna e lo spettro: è la sua fotocopia, utilizzando le stesse identiche location e lo stesso copione, ma Bob Hope diventa Dean Martin e il servo scemo… Jerry Lewis!

Il doppiaggio italiano nel frattempo si rende conto che non ha senso pronunciare vòdo e così si aggiorna in vùdu, anche se noi oggi di solito diciamo vudù. Così la “o” aperta torna chiusa per zómbi, che però all’inizio Jerry pronuncia con la “p” perché deve fare la battuta: «zómpi: io credevo fosse una danza». In originale credeva fosse un cocktail.

Black Island diventa Isola Nera ma soprattutto cambia la battuta satirica di Bob Hope, secondo cui uno zombie senza volontà era simile ad un democratico: Jerry preferisce «È come un marito».

Il resto del film è identico, scena per scena, battuta per battuta, cambiando giusto qua e là per giustificare le tante canzoni e spettacolini di varietà dei due comici, che sembrano due mattacchioni che si divertono tutto il tempo.

Jerry Lewis che fa l’imitazione di uno zombie

In realtà il 1952 è un periodo burrascoso per Dean Martin e Jerry Lewis, e per avere un’idea dell’aria che tira basti dire che le riprese dovevano cominciare il 31 marzo ma i due non si sono presentati sul set, in pieno “sciopero”. Cinque anni prima hanno firmato un contratto per più di un milione di dollari che sembravano tanti, ma gli stravizi costano e ora non vedono l’ora che il contratto scada per poter alzare la posta, così fanno i capricci. Il Copacabana ha pagato loro più di 30 mila dollari per averli ospiti sul palco durante le riprese del film ma i due continuano i loro capricci: che si riprendano pure i soldi. Jules Podell, direttore del Copacabana, non vuole i soldi, vuole i comici che assicurano il tutto esaurito ogni sera, così fa un esposto all’American Guild of Variety Artists, che chiama i due attori a rapporto per ascoltare i motivi per la loro defezione. Dean e Jerry sono così potenti che se la ridono: che venga la American Guild da loro, se proprio vogliono sentirli.

I capricci funzionano e i due a maggio ricevono un nuovo contratto, ben più ricco – invece di un milione per cinque anni, si vola sul milione l’anno! – così possono iniziare le riprese, nel giugno successivo. Con Dean e Jerry ormai a dieci metri d’altezza rispetto a tutti gli altri.

La giovane attrice Dorothy Malone, loro co-protagonista, sta vivendo un brutto periodo perché ha appena perso il fratello. Lo sanno tutti sul set, ma quando si presenta con una piccola auto “vissuta”, Jerry Lewis ha la delicatezza di dirle: «Buon Dio, sbarazzati di quel cestino della spazzatura». L’attrice non l’ha presa bene, infatti racconta l’aneddoto – finito nel biografico “Dino. Living high in the dirty business of dreams” (1992) di Nick Tosches – come ad indicare una mancanza di tatto dell’attore, mentre Dean Martin si dimostra molto più delicato e l’aiuta molto sul set.

Per capire come lavora il produttore Hal Wallis, autore del successo dei due comici, ci viene in soccorso proprio Jerry Lewis, che nella sua biografia “Dean & Me (A Love Story)” (2005), scritta con James Kaplan, racconta di quando Norman Lear è stato ingaggiato per rimaneggiare la sceneggiatura di Scared Stiff. Essendo un grande fan di Dean Martin, ha cominciato a scrivere scene aggiuntive su di lui e a prendersi molte libertà, finché Hal Wallis – che aveva rifiutato tutte quelle modifiche – lo chiama e gli svela il segreto del successo della coppia comica:

«Un film con Martin e Lewis costa mezzo milione di dollari e ne guadagna automaticamente tre milioni mediante una semplice formula: Jerry è l’idiota, Dean è il gagliardo che canta e si becca la donna. Tutto qua.»

Da ragazzino degli anni Ottanta adoravo questi film – tranne per le noiose canzoni di Dean Martin – quindi posso testimoniare che il sistema funzionava.

L.

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Pubblicato da su maggio 18, 2020 in Linguistica

 

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Resnick e la Fortezza di Orione (2020)

Dopo aver ripresentato il mio viaggio a bordo della Starship, come promesso ho iniziato un nuovo ciclo di romanzi firmato da Mike Resnick… fermandomi però subito.

Metto subito in chiaro che “Orion: la Fortezza” (The Fortress in Orion, 2014; “Urania” n. 1662, gennaio 2019) è un romanzo delizioso ed è stata una lettura più che piacevole, però… be’, i difetti citati nel precedente ciclo li ho ritrovati tutti, anche perché potrà cambiare il nome del protagonista ma non il modo di scriverlo.

Il colonnello Nathan Pretorius non è un militare come gli altri: è l’uomo che la Democrazia chiama quando c’è da compiere una missione al di sopra delle possibilità umane. Questo non fa di Pretorius un super uomo, solo un normalissimo uomo… con una fortuna sfacciata e una totale incoscienza, tanto da spingersi là dove il buon senso fermerebbe chiunque altro.

La guerra contro la Coalizione Transkei dura da troppo tempo e sta mietendo troppe vittime: centinaia di pianeti e miliardi di vite stanno soffrendo per un conflitto che in realtà nessuno si ricorda come sia iniziato. È tempo di un’azione definitiva che metta fine a questa assurdità.
L’occasione arriva quando gli scienziati della Democrazia (che sarebbero gli umani) riescono a clonare il generale Michkag, spietato condottiero dei Kabori che sono gli alieni (dal nostro punto di vista) che guidano la Coalizione. Educato ad essere pacifico, il clone sarebbe la soluzione perfetta: se si riuscisse a sostituirlo al vero Michkag, belva assetata di sangue, si arriverebbe subito ad un trattato di pace. Ma chi sarà così pazzo da raggiungere il Kabori più protetto dell’universo… e mettere un clone al suo posto? Questo è un lavoro per Nathan Pretorius.

Come nella migliore tradizione delle storie avventurose, arriva il momento di reclutare gli eroi della missione: come Quella sporca dozzina (1967) ci insegna, il protagonista va a trovarli uno per uno e li convince a partecipare ad una missione suicida e, come I magnifici sette (1960) ci insegna, sette è il numero perfetto!

Ecco gli eroi della missione:

  • Felix Ortega, forzuto che lavora in un circo ed ha gran parte del proprio corpo in forma cibernetica
  • Sally Kowalski detta Cobra, donna capace di contorcersi ed infilarsi ovunque, detenuta senza speranza di uscire
  • Antoinette “Toni” Levi detta Pandora, hacker imbattibile che gira con i propri computer sempre indosso
  • Circe, lettrice di emozioni umane
  • Gzychurlyx detto Proto, muta-forma non proprio eccellente
  • Djibmet, Kabori che ha chiesto asilo alla Democrazia ed aiuta a riportare la pace nel suo popolo

Con Nathan, ecco i sette!

Resnick usa lo stesso identico stile della saga di Starship, cioè una scrittura semplice – direi “semplicistica”, se non sembrasse una critica – e totalmente lineare: non ci sono incisi, non ci sono “parentesi”, non ci sono cambi di scena o di prospettiva, tutto avviene in modo lineare e l’io narrante segue sempre e solo il protagonista. Visto che tutto si svolge davanti ai suoi occhi e non sembra esistere l’universo altrove, non ci sono sorprese.

Nathan dà ordini ogni volta che apre bocca e la parte dedicata ad un minimo di approfondimento dei personaggi è così marginale da risultare a malapena avvertibile. Questo è un romanzo di pura evasione, dove tutti i personaggi sono semplice emanazione del protagonista, e al massimo fanno domande per dargli la possibilità di spiegare al lettore i piani che via via inventa sul momento.

Ripeto, non sembri una critica, ho letto con gran piacere il romanzo ed è andato giù liscio come un bicchier d’acqua, ma certo alla fine non ti rimane niente: ogni promessa, ogni idea che poteva nascere dalla trama rimane appunto un’idea: la fortuna sfacciata e improbabile che ha il protagonista rendono l’avventura… davvero poco avventurosa. Se fosse andato a fare la spesa all’EuroSpin di domenica pomeriggio avrebbe trovato molta più difficoltà di questa missione spaziale!

Particolare della splendida illustrazione di Franco Brambilla

Un finale che definire “sbrigativo” è un eufemismo mi ha poi bloccato dal prendere subito in mano il romanzo successivo, come invece avevo fatto l’anno scorso nella mia lettura bulimica del ciclo Starship: l’idea di ritrovare identici i personaggi, con le stesse battutine, le stesse domande, e Pretorius che dà ordini e sa tutto lui… proprio non mi appassiona. La saga a quanto pare è formata da soli altri due romanzi, magari quando avrò voglia di una lettura leggera e veloce sicuramente me li gusterò, ma dopo questo “bicchier d’acqua” ora avrei voglia di qualcosa di un po’ più corposo.

L.

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Pubblicato da su maggio 15, 2020 in Recensioni

 

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