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[Archeo Edicola] Il segno di Venere (1955)

Quest’immagine di Franca Valeri è tratta dal film “Il segno di Venere” di Dino Risi e ritrae la celebre attrice intenta a leggere – a favore di camera – una rivista di grande formato di nome “Bella“.

Il film è uscito nei cinema italiani il 13 marzo 1955 ma le riprese sono iniziate almeno dal dicembre del 1954. Ho trovato immagini di questa rivista di moda sin dal 1952, quindi non era una novità editoriale ma di sicuro questo del film targato Titanus è un bel lancio.

Il problema è che non sono riuscito a trovare uno straccio di notizia su questa rivista che è stata attiva almeno fino al 1993, data della foto più recente che ho trovato. Se qualcuno avesse una qualsiasi informazione – dalla casa editrice ad eventuali trasformazioni editoriali – gliene sarei grato se me lo facesse vedere.

L.

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Pubblicato da su aprile 20, 2018 in Archeo Edicola

 

[Figurine] Il Grande Mazinger (1979)

Grande commozione per un grande robot: Il Grande Mazinger. Dalla Necropoli dei Ricordi Etruschi ripesco questo album di figurine che – stando alle “incisioni” antiche in alto a sinistra – risale al 6 settembre 1979.

Le Edizioni Edierre di Roma prendono la creazione Toei Animation e… la ridisegnano! Guardando alcuni disegni interni è palese che non si tratta di quelli originali: non c’è alcun credito, né agli autori originali né a quelli italiani, quindi non si sa chi si sia occupato di ridisegnare tutto.

Non ho alcun ricordo di questo album e penso di aver attaccato solamente le figurine date in omaggio, perché in pratica al suo interno non ci sono altro che spazi bianchi…

Diciamo che sono contento di aver avuto l’album di un personaggio così mitico, ma in pratica non ha avuto alcun peso nella mia infanzia.

L.

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Pubblicato da su aprile 18, 2018 in Ricordi

 

La mia educazione informatica 5. Packard Bell

Foto presa da Google

Arriviamo ad un momento di svolta molto importante nella mia “educazione informatica”: il 1994. Arriva il primo lavoro e quindi arriva il primo stipendio: parliamo di roba allungata in nero sotto banco, ma è sempre uno stipendio. E cosa ci fai con uno stipendio quando hai 19 anni? Ovvio: ci compri libri – come racconto qui – e un computer nuovo!
Mi rivolsi allo stesso da cui comprammo il PC 286 e gli ordinai il più grande computer che mai sia apparso, gli chiesi un computer grosso così, una roba enorme… addirittura un PC 486!

Questo amico di famiglia mi vendette un Packard Bell (Axcel 1728D) marca che solo ora scopro non avere nulla a che fare con la Hewlett-Packard (che oggi è nota solo come HP): semplicemente le due marche condividono un fondatore di cognome Packard. (Leon S. Packard nel primo caso, David Packard nel secondo.)
Al contrario del precedente PC, assemblato appositamente, questo era un tutt’uno proprio come l’Amstrad, con un design accattivante: considero ancora geniali le casse “fuse” con lo schermo.

La mia memoria dice che lo pagai qualcosa come due milioni di lire, ma certo mi sembra tantino. Magari da qualche parte ho ancora la fattura, visto che sono un accumulatore seriale, ma averla non significa sapere dove sia: un giorno magari uscirà fuori e aggiornerò questo post…
Comunque credo sia più plausibile che l’acquisto del PC sia stato fatto a nome dei miei per avere un finanziamento, visto che lavorare in nero non ti aiuta nella rateazione.

Ebbene sì, avevo l’Intel “dentro”!

Questo PC 486 aveva una potenza inimmaginabile per l’epoca, e mi fece conoscere una grande verità del mondo dell’informatica: ogni potenza inimmaginabile ci mette un attimo a diventare immaginabile e ad essere già superata da altre potenze inimmaginabili. Ero convinto di aver preso il più potente computer al mondo che subito scoprii ch era uscito il processore Intel 586 (il famoso Pentium, qualcuno se lo ricorda ancora?) che rendeva il mio PC uno scassone. Il “massimo” dura un attimo, lezione imparata: qualcuno ancora oggi non l’ha capita…

Questo PC è stato il mio primo vero contatto con il Windows di Bill Gates, nella sua versione migliore di sempre: la 3.11 WorkGroup. Ancora oggi imbattibile perché semplicemente non faceva niente. Era uno strumento che ti aiutava nel lavoro, non uno psicopatico che ti tocca tutto e decide al posto tuo cosa sia importante per te.
Sapete cos’era Windows 3.11? Era una finestra…

Insieme alla macchina c’erano diversi programmi – Microsoft Works è l’unico che riesco a ricordare anche perché è l’unico che non ho mai usato! – e alcuni CD-Rom educativi, interattivi e pieni di belle immagini, video e grafica. Sì, per la prima volta con questo PC entro in contatto con il floppy da 2,5″ e soprattutto il CD-Rom: sentivo di aver toccato il cielo, che non potevo chiedere di più per il resto della vita. A pensarci, è durata quattro anni: è durata fin troppo!

La foto non è mia ma il PC è identico a quello che avevo

Ho usato questo computer in maniera feroce e l’ho sfruttato nelle sue tantissime potenzialità, ed è anche il primo di cui sicuramente conservo ancora ogni file lavorato: tutto ciò che ho fatto con questo PC è stato in seguito masterizzato e quindi lo conservo ancora. Questo mi ripaga di non aver purtroppo neanche uno straccio di foto…

Da Doom a CorelDraw! ho fatto di tutto su quello schermo – il povero mouse originale l’ho distrutto contro il muro per un moto di rabbia per un videogioco! – ma magari ne parlerò in seguito in post più mirati. Per esempio della mia esperienza di Doom ne parlo qui.
È un PC che ha allargato a dismisura i miei orizzonti, che mi ha insegnato che potevi non essere mero esecutore di programmi ma addirittura autore di contenuti: potevo diventare da utente a creatore, bastava studiare e sbattere la testa sullo schermo finché non diventavi blu, ed è una lezione che mi è utile ancora oggi.

L.

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Pubblicato da su aprile 16, 2018 in Ricordi

 

[Archeo Edicola] I nostri mariti (1966)

Come abbiamo visto in questa rubrica, è di lunga data l’abitudine di Alberto Sordi di inserire nei suoi film riferimenti alle pubblicazioni della Arnoldo Mondadori Editore. Così nell’episodio che apre il film “I nostri mariti” (settembre 1966), dal titolo “Il marito di Roberta”, in attesa che la riluttante neo-moglie (Nicoletta Machiavelli) si decida ad adempiere ai doveri coniugali, Giovanni (Alberto Sordi) si dedica alla lettura del settimanale “Epoca“, fondato nel 1950.

Con una incredibile botta di cu… di fortuna, ho trovato in un lampo il numero in questione. Si tratta del n. 824 (10 luglio 1966) con Raquel Welch in copertina.

Dall’inserzione su eBay riporto il contenuto di questo numero della rivista.

Contiene articoli su: Richard Sorge spionaggio servizi segreti – Guerra del Vietnam, questione giovanile, Stati Uniti America USA – calcio mondiali Coppa del mondo Inghilterra, partenza squadra Italia e arbitro Concetto Lo Bello – musica Vittorio G. Rossi, Cantagiro, Bobby Solo, Gianni Morandi – Franco Bertarelli il mare (2) – Cinema: intervista Raquel Welch – Seconda guerra mondiale, Giuseppe Grazzini, ricordiamo i bravi soldati, il pilota che fu ucciso due volte, Carlo Emanuele Buscaglia, aviazione aeronautica – Cinema: Peter Sellers Hitler – Musica: Bob Dylan – Gianni Brera, mondiali di calcio.
Sesto inserto con le figurine dei mondiali.

L.

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Pubblicato da su aprile 13, 2018 in Archeo Edicola

 

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[Figurine] Natura Flash (1984)

Oltre alle figurine dedicate ai cartoni animati in TV, c’erano gli anche gli album dedicati alla natura: dire che li adoravo è dire poco. Da amante degli animali sin da quando ho memoria, mi deliziavano le figurine “naturali” come questa “Natura Flash” delle Edizioni Flash (anno VIII n. 42) gennaio 1984. Non mi sarei mai aspettato che a 10 anni attaccasi ancora figurine, ma evidentemente è così…

Curioso che io abbia ricordi più forti per album più vecchi rispetto a questo, comunque ricordo quanto ero seccato di non riuscire a finire la cartina dell’Africa che apriva l’album.

Dubito di aver letto tutte le didascalie (ma magari sì, ora non ricordo), così come non ricordo particolare entusiasmo per i tanti insetti ed uccelli ritratti: io adoravo più i mammiferi.
Ah, e c’era pure la parte “moderna”, con tecnologia e pure i robot!

Come dicevo non ricordo particolare emozione intorno a questo album, però sicuramente attaccavo con gran piacere quelle figurine.

L.

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Pubblicato da su aprile 11, 2018 in Ricordi

 

La mia educazione informatica 4. PC 286

Foto del 13 ottobre 1993

Molto difficile stabilire una data precisa, per cui dovrò fare affidamento sulla memoria, che non è mai fonte attendibile. Per convezione faccio risalire al 1992 l’arrivo in casa del mio primo PC: già avevo avuto dei personal computer, ma con la sigla PC intendo quello che si intendeva in quei primi anni Novanta. Un “compatibile IBM” da contrapporre all’avvento dei Macintosh (Apple).
All’epoca si usava spesso l’espressione “compatibile IBM” ed era chiaro il senso: nessuno aveva i soldi per comprarsi un vero IBM così si ripiegava sui “compatibili”, cioè normalissimi computer senza marca che però assolvevano agli stessi compiti.

Nel 1992, quindi, grazie ad un collega di mio padre che era nel business della vendita dei computer entrò in casa – ignoro a quale prezzo – un computer assemblato senza marca che chiamavamo solamente con la misteriosa sigla numerica che lo identificava: un 286.
Teoricamente questa sigla è la contrazione di Intel 80286, ma dubito fortemente che in quel computer che entrò in casa mia battesse un cuore Intel: semplicemente era una macchina dalle stesse prestazioni ma dal prezzo inferiore.

Mi piacerebbe snocciolare le caratteristiche tecniche ma non ne ricordo nessuna. Posso solo dire che viaggiava ad MS-DOS e quindi tutto si faceva con stringhe di comando: ho scritto così tanti codici che a distanza di tanti anni sono ancora tutti in me! Proprio ieri dovevo cancellare in modo permanente un file-sporcizia incancellabile, resistente a vari programmi che promettevano “cancellazioni assolute”. Alla fine ho potuto cancellarlo semplicemente andando in DOS e usando il comando “del“, come facevo appunto nel 1992. Panta rei

Uno dei grandi tormentoni di quell’epoca

Ho perso il conto del tempo passato a Prince of Persia, uno dei grandi videogiochi che giravano su quel sistema: finalmente tornava lo schermo a colori, dopo l’epoca Commodore, e quindi i miei occhi brillavano. C’era un delizioso gioco dal titolo Kickboxe (senza “r” finale) che in realtà era savate francese, c’era il terrificante Terminator 2 in cui ti gustavi giusto le animazioni perché il gioco era totalmente impossibile, poi c’erano le spaccature di testa di Star Trek: 25th Anniversary, in cui dovevi risolvere mille problemi con l’equipaggio della serie originale (problemi che io ovviamente non ero minimamente in grado di risolvere) e ho avuto l’emozione di passare ore a Wolfenstein 3D, davvero un gioco che ti cambia la vita.

Per l’epoca era una grafica super-stratosferica!

Ma i giochi erano solo una parte secondaria dell’uso di quel 286. Guardate la foto che apre il post e ora guardate questa foto:

Come si può vedere, quell’angolo della camera aveva raggiunto un livello tecnologico elevatissimo: è incredibile che oggi basti un piccolo PC per fare tutto quello che all’epoca, con tutta quella roba, riuscivo a fare solo in parte!
Vado ad illustrare:

  1. Vecchio piccolo televisore in bianco nero, usato come visore alternativo
  2. Piccolo televisore a colori, usato come visore
  3. Videoregistratore Panasonic 6 testine
  4. Videoregistratore Panasonic 4 testine
  5. Mixer audio-video, collegato a tutte le attrezzature citate qui sopra
  6. Karate-ji ad asciugare
  7. Leggio con catalogo Tele+ dei film del mese, da studiare
  8. Schermo a colori
  9. Cinturone con pistole, ricordo d’infanzia
  10. Confezione “Star Trek: 25th Anniversary”
  11. Parte della collezione di VHS, tutta schedata
  12. Parte della collezione di CD audio
  13. Foto di Van Damme (la passione è passione!)
  14. Stampante ad aghi del Commodore (prestata!)
  15. CPU del 286
  16. Cartucce della stampante

Pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, la tecnologia casalinga è leggermente cresciuta: non ho mai invidiato parenti ad amici che andavano in vacanza o compravano auto e case, o buttavano via soldi al ristorante o in pizzeria: assiso sul mio trono con le pistole stavo meglio di un re!

L.

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Pubblicato da su aprile 9, 2018 in Ricordi

 

L’enciclopedista criminale torna in libreria

Scopro che la casa editrice Adelphi porta da questo aprile in libreria il saggio “Il professore e il pazzo” di Simon Winchester con la traduzione di Maria Cristina Leardini: cioè la non dichiarata riproposizione dello splendido The Professor and the Madman (1998), già edito da Mondadori nel 1999 con il titolo “L’assassino più colto del mondo“, con la traduzione di Cristina Leardini. A quanto pare è bastato aggiungere un “Maria” alla traduttrice per farlo sembrare un testo nuovo…

In realtà questa operazione di recupero credo sia dettata dal fatto che è in lavorazione il film The Professor and the Madman, scritto e diretto dall’iraniano Farhad Safinia, con Sean Penn e Mel Gibson nei ruoli protagonisti. Questo mi spinge a ripescare una mia vecchia recensione, scritta dopo l’appassionante lettura del testo di Winchester, per rinfrescare l’incredibile storia. Che, come tutte le incredibili storie, non è vera…

Secondo voi chi fa il professore e chi il matto?


La nascita dell’Oxford Dictionary

Il 29 gennaio 1884 è una data che meriterebbe di essere ricordata con una particolare enfasi: è la data infatti dell’uscita della prima dispensa dell’Oxford Dictionary of English.

Tutti noi, bene o male, abbiamo un dizionario in casa e lo diamo per scontato. Ma prima di quella data nessun inglese possedeva un dizionario, per il semplice fatto.. che non esistevano! Noi in Italia avevamo il Dizionario dell’Accademia della Crusca sin dal Seicento (sebbene sicuramente non si trovasse nelle case di tutti), ma gli altri Paesi ne erano sprovvisti.
Fior fiore di pensatori e letterati avevano già creato delle proprie “raccolte di parole”, sia per aiutarsi nella scrittura sia per amore della lingua, ma non erano veri e propri dizionari. Solo nel 1857 venne lanciato un progetto dalle dimensioni titaniche: raccogliere TUTTE le parole della lingua inglese, con TUTTI i significati che queste potevano assumere.

Fu James Murray a portare a termine quest’opera immane, durata vari decenni.

Mel Gibson nei panni di James Murray
© VIPIRELAND.COM

Il professor Murray adottò un metodo semplice ma geniale. Grazie ad accordi con varie biblioteche, raccolse migliaia di volumi e fece pubblicare degli annunci su giornali: a chi avesse voluto aiutarlo, Murray avrebbe spedito a casa un volume chiedendo all’interessato di leggerlo, segnarsi tutte le parole e tutti i significati di queste all’interno del testo, e rispedire il tutto a Murray stesso.

Per l’occasione Murray costruì una piccola bacheca di legno in grado di accogliere qualche centinaio di schede: tanto più di quelle non si aspettava di riceverne, dai solerti volontari. Possiamo immaginare il suo stupore quando nei primi mesi del progetto si vide inondare casa di migliaia e migliaia di schede!
L’adesione a questo progetto fu enorme, e Murray dovette assumere del personale per gestire tutte le schede che arrivavano e spedire i libri.

Nel corso degli anni, fra i tantissimi collaboratori del progetto, ce n’era uno che spiccava di gran lunga: il dottor William Minor.

Sean Penn nel ruolo del dottor William Chester Minor

Le sue schede erano sempre tante e perfette: non necessitavano di correzione e finivano subito nel Dictionary. Murray iniziò un rapporto epistolare con Minor, trovandolo una persona colta e di buona conversazione. Dopo l’uscita della prima dispensa, Murray decise di incontrare di persona l’uomo che più di tutti aveva contribuito alla stesura dell’Oxford Dictionary.

Murray viaggiò fino al paese di Minor e, seguendo le indicazioni ricevute per lettera, entrò in una grande e lussuosa villa. Il maggiordomo lo scortò fino allo studio del padrone, e qui Murray prese subito la parola, rivolto all’uomo alla scrivania. Dopo essersi presentato, disse subito: «Sono profondamente onorato di incontrarvi, professor Minor».

L’uomo alla scrivania guardò allibito Murray, e gli rispose che era desolato ma c’era stato un errore increscioso: lui era il direttore del manicomio criminale, nel quale William Minor era rinchiuso da vent’anni!

James Murray

Questa storia, come si seppe in seguito, è troppo perfetta per essere vera. Infatti fu inventata da un giornalista nel 1915 per raccontare la nascita dell’Oxford Dictionary. Non cambia però la sostanza dei fatti: William Minor, sebbene avesse contribuito in grandissima parte alla stesura del Dictionary, era stato condannato ad essere rinchiuso a vita in un manicomio criminale. In guerra, infatti, il suo sistema nervoso era crollato e tornato a casa mostrò subito segni di squilibrio nonché manie di persecuzione. Quando in preda al delirio sparò ad un uomo, uccidendolo, il tribunale decise che non poteva essere lasciato in libertà.

Nella sua piccola cella, nel corso degli anni, Minor aveva raccolto un’infinità di libri, comprati per corrispondenza o donati da associazioni umanitarie. In un giornale aveva letto dell’iniziativa di Murray e visto che di tempo ne aveva a volontà, vi aveva aderito anima e corpo.

Murray e Minor si incontrarono in realtà sei anni prima della storia inventata, e da allora divennero buoni amici, partecipando così ad una fra le più ardite iniziative editoriali di sempre. Un’iniziativa titanica che in fondo poteva essere portata avanti solo da due pazzi: uno per i libri, l’altro… pazzo vero!


L.

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Pubblicato da su aprile 6, 2018 in Indagini, Recensioni

 
 
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