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Cosa significa essere blog [San TagTonio]

Matthew Broderick nel film WarGames (1983)

Più dico che non partecipo alle catene di San TagTonio, più finisco per parteciparci. Mettiamola così: aderisco molto poco, rispetto agli inviti che ricevo. Non è che me la voglia tirare, non è che “mi si nota di più se non partecipo”, è che da quando una decina di anni fa sono diventato social ho scoperto che esistono più classifiche rispetto alle cose in esse contenute: dopo le prime cento volte, in cento giorni, ho smesso di partecipare a tag e classifiche e graduatorie. Però ogni tanto, passato un congruo intervallo, cedo agli inviti. Cassidy e il Conte Gracula non mi “nominano” in queste catene perché sanno che non vi partecipo, perché allora partecipo dopo essere stato invitato a farlo da Sam Simon di VengonoFuoriDalleFottutePareti? La risposta è semplice: non lo so. Stavolta mi andava…

Per non offendere nessuno, diciamo che partecipo perché mi va, senza vincolo di invito…


Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad aprire un blog?

Già l’ho raccontato più volte ma la ripetizione è purtroppo l’anima (nera) dei tag. Nel 2013 è nato il blog NonQuelMarlowe perché ho iniziato a stampare in eBook gratuiti i racconti che avevo scritto dal 2010 con il personaggio dell’investigatore bibliofilo Marlowe. Nel 2014 ho iniziato a sfornare anche altri tipi di racconti – tipo zombie! – e a venderli a prezzi simbolici di 99 centesimi. Diventato spietato affarista, e letto in tutti i blog di self publishing che il modo migliore per promuovere i propri libri è aprire un blog, mi sono buttato in quest’attività. Capito che era un consiglio falso, ormai avevo scoperto che il mondo dei blog mi piaceva molto di più di quello del self publishing.

Festeggiati i 40 anni con il mio primo (ed unico) romanzo, con di nuovo Marlowe protagonista, la narrativa ha lasciato il passo alla voglia di inondare la blogosfera dei contenuti più disparati, lasciando libero sfogo alle passioni che per tanto tempo avevo tenuto sopite. Dall’universo di Aliens alle citazioni scacchistiche, da miniature e pupazzetti ai fumetti.

Come nasce l’idea dietro ai tuoi post?

Curando esclusivamente blog tematici, non sono le idee il problema: il problema è sistemarle e soprattutto tirar fuori qualcosa che mi diverta scrivere. Possibilmente cercando materiale per “condirla”, soprattutto se si tratta di idee inflazionate e già apparse ovunque. Di solito cerco di evitare argomenti già affrontati da mille altri blog, a meno di non avere qualcosa di particolare da raccontare o di avere proprio voglia di parlarne.

Le idee sono tantissime e sono tutte lì ma, come dicevo, il problema è organizzarle. Di solito mi lascio guidare dall’emozione e comincio a raccogliere materiale, poi magari mi stufo e sospendo: quando mi riprenderà la passione, avrò materiale pronto. Il ciclo “ghostwriting” l’ho iniziato nel 2010 e solamente questo 2019 l’ho presentato in una forma accettabile sul blog: non è che il materiale avesse bisogno di dieci anni per essere raccolto, ma non riuscivo a trovare lo stile giusto e aspettavo sempre il ritorno di passione per poter affrontare tutto ciò che avevo lasciato scritto in giro.

Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Per fortuna ho iniziato quando esistevano già gli smartphone: quando nel 2010 sono diventato vice-curatore di ThrillerMagazine.it ho fatto cose incredibili per riuscire a lavorare, non esistendo ancora la tecnologia “comoda” di oggi.

Ho provato vari sistemi, utilizzando anche l’app di WordPress che però fa schifo: sono più le volte che mi mangia il testo di quelle che lo salva. Dopo tante delusioni sono tornato alla scrittura più “primitiva”: uso un semplice “blocco note” (TextEditor, ma qualsiasi va bene) e scrivo già utilizzando i codici HTML necessari (neretti, corsivi, fogli di stili ecc.): completato tutto il testo, lo carico in WordPress da PC utilizzando la finestra HTML. Portarcelo non è facile: prima mi limitavo ad inviarmi per mail il file .txt ma ultimamente dà problemi quindi incollo il testo nel messaggio di posta, che alla fine è uguale.

Da casa rimane da fare il lavoro più impegnativo, cioè preparare le foto e impaginare il pezzo, ma avendo già tutto il testo pronto diventa più facile. Fermo restando che post più impegnativi li ho “costruiti” pian piano, giorno dopo giorno, su WordPress da casa.

Quanto impieghi per un post e come inserisci il blogging nel tuo tempo libero?

Dipende dai blog e dai post. Per esempio, una semplice citazione scacchistica (foto con qualche riga di testo) può volerci pochissimo, una scheda di un libro per Uruk di solito richiede una mezz’oretta mentre i più semplici post del Zinefilo “a buttar via”, non meno di due ore. Se invece poi sono post più corposi, il tempo si conta a giorni: per le traduzioni di articoli di solito vado sui due o tre giorni.

Va specificato però che non passo mai del tempo consecutivo sui post, semplicemente perché non ce l’ho ma anche perché sono costretto ad una lavorazione più frammentata. Essendo questo un hobby, posso dedicargli solo il tempo libero, e questo raramente è “tutto insieme”: ogni minuto o manciata di secondi che capita di avere a disposizione va sfruttato, ogni fila alla posta o tempo morto a lavoro o attesa che la cassa del supermercato si svuoti. Ogni momento è buono per l’esecuzione fisica, mentre per riordinare idee e pensare a cosa scrivere c’è molto più tempo: raramente sono impegnato in occupazioni così interessanti da non avere tempo di pensare a come organizzare un post. Vogliamo parlare dei riti sociali della macchinetta del caffè? Mi basta un sorriso ebete sulla faccia mentre mi parlano del nuovo reality o dei migliori ristoranti di Roma, e il gioco è fatto: io intanto faccio mente locale su quali post ho in scadenza…

Come ho già detto, io lavoro per addizione – essendo la mia una “dipendenza” (addiction). Ho lo smartphone pieno di file di testo con bozze di progetti futuri che non so neanche come, se e quando usciranno. Appena mi capita aggiungo un qualcosa, una riga, una parola, una data, uno spunto, e via così finché il pezzo non mi sembra concluso. Ripeto, non sono tutti così i miei post: viaggio all’incirca sugli ottomila post pubblicati su otto blog, è sicuro che troverete un sacco di roba scritta al volo, ma anche il post all’apparenza più “frivolo” nasconde dietro un sacco di passaggi che portano via un mare di tempo. Ho un blog che si limita a presentare locandine italiane d’annata con giusto il titolo del film e altri dati: eppure la fatica che faccio per trovare e sistemare quelle locandine è superiore all’effetto finale.

Qual è il tuo rapporto con i social network e come sono legati al tuo blog?

Nel 2003 circa, bruciato dalla lettura del meraviglioso ciclo dei robot di Asimov, cercavo disperatamente qualcuno con cui parlarne: non esistendo romani che leggessero, sono approdato su Yahoo! Groups. Inaridita l’esperienza del gruppo di lettori “Libridine”, intorno al 2006 ho scoperto il Forum di Altieri, pieno di scrittori ed esperti, gente di una simpatia e disponibilità incredibile e mi sono trovato come in Paradiso. Purtroppo nel 2008 tutti sono andati su facebook e ho dovuto seguirli, scoprendo l’inferno delle litigate da mercato e delle polemiche sterili. Dal 2014 ho alternato blog e social ma quest’ultimo mondo crollava sempre di più: la mia fortuna è stata essere cacciato da facebook durante una purga staliniana contro gli pseudonimi. Il tempo guadagnato è stato immenso, perché parti delle giornate andavano via nel cercare di parlare con chi non ti rispondeva e nel difendersi da commentatori seriali molesti.

Abbandonato quel monno ’nfame, ho scoperto che nei blog tutti possono sentirti commentare. Facebook è la piazza del paese, dove arrivi, ti metti seduto e inizi a berciare e a tirare letame in giro sperando che qualcuno ti attacchi così da farti la litigata quotidiana e diventare un eroe digitale. I blog sono case private, dove entri con l’educazione necessaria e parli con cognizione di causa, altrimenti il padrone di casa ti caccia a pedate e nessuno lo sa, quindi non puoi farti i tuoi seguaci della polemica. Questo fa sì che ci sia una scrematura a monte e soprattutto che ci si inizi a conoscere fra appassionati, che si riconoscono e si cercano nei rispettivi blog, allargando il discorso e conoscendo altri appassionati. Astenersi perditempo…

Vedi questa “crisi” del blogging in prima persona, al punto da aver avuto la tentazione di trasferirti in pianta stabile sui social?

Quando nel 2013 ho aperto il mio primo blog – questo, da cui sto scrivendo – già tutti parlavano della crisi dei blog. Così come in un vecchio documentario Vittorio De Sica si lamentava della crisi del cinema. In Italia c’è sempre crisi, in tutti i campi, siamo abituati tanto da non aver più senso utilizzare quella parola. Se prima e dopo sono uguali, non si parla di crisi. Prima c’era crisi, oggi c’è crisi, domani ci sarà crisi, quindi non esiste la crisi. E per il blog vale lo stesso.

Se invece per blog si intende strumento di visibilità con cui guadagnare soldi mediante inserti pubblicitari, allora magari la crisi si sente: non so, non guadagno nulla dai blog quindi non saprei dire.


Questo testo va considerato valido per tutte le future catene di San TagTonio che verteranno sul mondo del blogging!

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 10, 2019 in Uncategorized

 

[45 giri] Fiabe sonore – Biancaneve

La mia collega Ivana, sapendo la mia patologica passione per collezionare ogni tipo di roba gratuita si trovi in giro (quindi più un “accumulatore seriale” che un collezionista!), si è presentata un giorno con una busta piena di copertine di vecchi 45 giri: i vinili sono andati persi, sono rimaste solo le copertine. Tutto materiale privo di valore, quindi, ma irresistibile: perché non presentare qualche chicca anche qui? Sarà come fare insieme una visita in un mercatino dell’usato…

Purtroppo non ha datazione questo disco a 45 giri dei Fratelli Fabbri Editori, a quanto sembra di capire allegato ad un’uscita da edicola con lo stesso nome, “Fiabe sonore“, ma mi ricorda di quando da piccolo ascoltavo con piacere dischi come questo.

Mentre vado a ricercare nell’Archivio Etrusco i 45 giri della mia infanzia – che credo siano ancora lì, da qualche parte – ne approfitto per ricordare che le fiabe dei fratelli Grimm erano molto più “sanguigne”, e per l’occasione segnalo la “fiaba fan fiction” (non so se si dica così) Cappuccetto rosso di DeniseCecilia, la cui forza secondo me sta nella ricercatezza nel linguaggio e nel creare immagini.

L.

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Pubblicato da su novembre 25, 2019 in Uncategorized

 

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Andrea Carlo Cappi e Nightshade

Andrea Carlo Cappi
(foto di Alberto Aliverti, 2011)

Stanno arrivando grandi novità con la firma di Andrea Carlo Cappi e con quella della sua “metà oscura” François Torrent. In attesa di festeggiare i 18 anni di uno dei suoi personaggi più amanti, abbiamo incontrato l’autore per una chiacchierata sulla sua Nightshade e le sue ultime novità.

Romanzi di spionaggio e azione con donne protagoniste non è che ce ne fossero molti, quando con l’inizio del Duemila hai creato la tua eroina Mercy Contreras, nome in codice Nightshade. Cosa ti ha spinto ad una scelta così atipica, per il genere?

Proprio il fatto che in quel momento non solo in “Segretissimo” ma nella narrativa di genere internazionale non ci fossero più donne al centro di serial di spionistici. Un giorno nella primavera 2001, mentre mi stavo occupando dell’archivio di Carlo Jacono, lo storico illustratore di “Giallo” e “Segretissimo”, davanti a un caffè Stefano Di Marino mi fece notare la mancanza di nuove protagoniste nella spy story di quegli anni. Be’, dopotutto una delle serie al femminile di cui Jacono aveva dipinto le copertine era “Pantera Nera” di Sylvette Cabrisseau, scritta in realtà da Jean-Patrick Manchette. Perché non seguirne l’esempio? Folgorazione. Entro sera avevo pronto il progetto per il primo ciclo di Mercedes “Mercy” Contreras alias Nightshade e il giorno dopo un racconto di prova, poi divenuto uno dei capitoli iniziali del primo romanzo.

Come riassumeresti brevemente il profilo di Mercy Contreras?

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Una donna che, quando cade, non si arrende, non si lamenta e si rialza, pronta ad affrontare anche l’insormontabile. Destinata a diventare una ballerina di flamenco ma cresciuta in una disciplina paramilitare e segnata da un evento traumatico, è divenuta spia e assassina su commissione senza perdere del tutto la sua umanità. Le sue storie seguono (o anticipano) la cronaca, nella tradizione di Gérard de Villiers, ma con una visione politica più vicina a John le Carré.

A differenza dei personaggi della spy story di un tempo, Mercy non resta sempre uguale: aveva ventisei anni quando è stata reclutata, ora ne ha compiuti quarantaquattro ed è cambiata rispetto alla prima serie, “Nightshade“, che Mondadori pubblicò tra il 2002 e il 2013. Nell’attuale serie, “Agente Nightshade“, è più matura, esperta, riflessiva. Se prima era una spia ribelle che costringeva i superiori ad assecondarla, ora ha raccolto intorno a sé un gruppo di operatori per cui la disobbedienza alle direttive di Stato (specie quelle degli USA di Trump) è la norma. E tanti saluti a chi ritiene – o continua a diffondere la voce – che la spy story d’azione sia un genere reazionario e maschilista.

Era il marzo del 2002 quando nelle edicole italiane è arrivato per la prima volta il tuo personaggio, protagonista di “Missione Cuba” (Segretissimo 1460): cosa ricordi del momento in cui l’hai vista spuntare in vetrina?

Ricordo soprattutto la prima, spettacolare presentazione ufficiale, all’Admiral Hotel di Milano, con Andrea G. Pinketts e Stefano Di Marino come padrini, con la dimostrazione di kali escrima (l’arte marziale filippina in uso presso i corpi speciali, nella quale Nightshade è stata addestrata) del maestro Roberto Bonomelli e del suo staff, le esibizioni di Vittoria Maggio e della Peña Flamenca milanese… e la mia partecipazione nel doppio ruolo di me stesso e del mio alias François Torrent. Lo pseudonimo con cui firmo tuttora la serie per “Segretissimo”, scelto per l’assonanza francese, anche se il cognome in realtà è spagnolo e si pronuncia alla maiorchina, “Torrént”.

Da allora quasi ogni anno hai presentato una storia corposa con Nightshade nella collana “Segretissimo”: ti ha pesato avere una sorta di cadenza fissa?

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Al contrario, mi ha pesato dover saltare qualche anno, specie nei periodi in cui ero sopraffatto da traduzioni e consulenze editoriali. La situazione internazionale si evolve di continuo e i miei personaggi vivono insieme a me, quindi non posso restare troppo a lungo senza vedere cosa stiano combinando. E sono tanti.

Oltre a Mercy c’è Carlo Medina, protagonista di tre romanzi (pubblicati da “Segretissimo” con il mio vero nome) e di molti racconti e romanzi brevi, una serie nata venticinque anni fa sugli speciali de “Il Giallo Mondadori” e confluita del 2015 in “Agente Nightshade”; c’è la killer professionista Rosa “Sickrose” Kerr, prima nemica e ora alleata di Mercy; c’è il detective Toni “Black”, protagonista di un ciclo pubblicato da Cordero Editore (e in ebook da Algama Editore) ma spesso guest star in “Agente Nightshade”; e c’è la nuova arrivata Helena “Cleo” Vizard, giovane agente dei servizi segreti italiani, quasi un’allieva di Mercy. In questi ultimi mesi ho scritto racconti di Nightshade, Black e Cleo, per raccontare cosa accade in attesa delle prossime avventure.

Dopo alcune ristampe (penso alle edizioni Alacrán e CentoAutori di alcuni dei primi romanzi), Nightshade dal luglio 2019 sta conoscendo una riproposizione completa delle proprie avventure grazie a Oakmond Publishing, sia in cartaceo che in digitale. Cosa puoi dirci di questa iniziativa?

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Un lavoro che attendevo di fare da tempo: l’edizione definitiva della “fase uno” di quello che l’amico, lettore e scrittore Claudio Bovino ha battezzato “Kverse“. Vale a dire tutti i romanzi e i racconti delle serie “Nightshade” e “Medina”, tre titoli all’anno pubblicati in volume e ebook a date fisse: 4 marzo, 4 luglio e 4 novembre. Sono già usciti i primi due dedicati a Nightshade, Missione Cuba e Progetto Lovelace, quest’ultimo in una versione estesa con qualche capitolo in più rispetto alle edizioni precedenti. Per chi ha scoperto Mercy solo di recente è l’occasione per scoprire tutta la sua storia, ma anche per chi conosce già la serie ci saranno grandi sorprese.

Intanto l’universo narrativo del personaggio in questi anni si è ampliato e se non sbaglio una sua “costola”, Dark Duet, sta per esordire nella collana digitale “Spy Game” (Delos). Puoi anticiparci qualcosa?

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Com’è noto “Spy Game” è la nuova collana curata da Stefano Di Marino per Delos e dedicata alle storie di spionaggio della Guerra Fredda, inaugurata dallo stesso Di Marino e da Enzo Verrengia, cui seguiranno molti altri autori italiani. Nella mia serie, Dark Duet è il nome in codice (ricavato da un romanzo di Peter Cheyney) di due agenti dell’MI6 britannico: il maiorchino Miguel Torrent (di cui Paco Torrent, conosciuto in “Nightshade”, è il nipote) che nella Guerra di Spagna ha combattuto dalla parte dei repubblicani; e Manuel Weissmann, mezzo tedesco e mezzo andaluso, che nella Seconda guerra mondiale ha lavorato per l’Abwehr, senza però condividere l’ideologia del Reich. La maggior parte delle loro avventure si svolge in Spagna a partire dal 1947, in un’epoca che riporta il lettore alle atmosfere di Hemingway, ma anche agli anni della dittatura, dei movimenti antifranchisti clandestini, delle spie internazionali e dei transfughi del nazismo.

Per il pubblico è una novità, ma per me è un progetto nato con una serie di soggetti del 1991 per un programma, poi sospeso, di RadioRAI (per la quale poi avrei scritto un decennio più tardi con grande successo diverse puntate del serial “Mata Hari” con Veronica Pivetti) e con un progetto narrativo del 1992 per gli Oscar Mondadori, anche questo prematuramente interrotto perché il mio editor passò a un altro settore. Per fortuna al terzo tentativo ebbi maggior fortuna e nel 1993 cominciò la mia collaborazione con “Il Giallo Mondadori”, non a caso con un racconto imperniato su Ernest Hemingway. Ma la mia serie di spionaggio vintage è rimasta nel cassetto fino a questo momento.

Nel marzo 2020 Mercy Contreras compirà 18 anni, una data importante che meriterebbe un festeggiamento: hai qualcosa che bolle in pentola?

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Sì, qualcosa di molto particolare. “Dossier Contreras“, terzo volume della collezione “Nightshade” in uscita da Oakmond il 4 marzo 2020, non è un romanzo e non è neppure una semplice raccolta di racconti e romanzi brevi, molti dei quali peraltro inediti e altri pubblicati qua e là ma perlopiù introvabili. Sarà un percorso attraverso il passato della protagonista della serie e i trascorsi di molti suoi comprimari: in sostanza un prequel non solo per Nightshade ma anche per la mia serie in “Spy Game” e per tutto il Kverse.

Si potranno scoprire le prima avventure di Miguel Torrent, l’entrata in scena di Arturo Robles della DGS (apparso in Progetto Lovelace); gli intrighi della famiglia di Mercy negli anni della Guerra Fredda; l’iniziazione di Nightshade allo spionaggio e le operazioni che precedono il romanzo Missione Cuba.

Visto il tuo Agente Nightshade di maggio, “Effetto Brexit” (Segretissimo 1646), di’ la verità: sei pronto con carta e penna per vedere come finirà la Brexit e regolarti per il prossimo romanzo? Scherzi a parte, sai anticiparci qualcosa del Segretissimo del 2020?

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Ormai ci si chiede se la Brexit verrà rinviata all’infinito. Ho scritto l’ultimo romanzo di “Agente Nightshade” in presa diretta: a volte seguivo gli eventi che si stavano verificando in quel momento, a volte era la realtà ad assecondare le mie previsioni, come nel caso del primo attentato della New IRA. Per ora sto seguendo come sempre quanto succede nel mondo, come farebbe un’analista dei servizi segreti.

In Programma Firebird, scritto a inizio estate 2013 e pubblicato nel dicembre di quell’anno, sono stato il primo romanziere a parlare dell’ISIS, all’epoca ancora sconosciuta, della quale ho poi raccontato i retroscena in Bersaglio ISIS e Fattore Libia, per approdare ai suoi legami con il narcotraffico in Territorio Narcos. L’attacco turco al Kurdistan rischia ora di riaprire una questione che non si è certo chiusa con la fine di al-Baghdadi, in realtà – almeno politicamente – morto da anni senza che questo limitasse l’operato dei terroristi. Sarà la cronaca a dettare la direzione della prossima vicenda.

Nel frattempo ho ripreso l’idea di uno spin-off con protagonista Sickrose, che potrebbe vedere la luce tra il 2020 e il 2021.

Per i fan di Martin Mystère, a quando una tua prossima avventura del buon vecchio Zio Martin?

Se si conferma anche il successo de Il mestiere del diavolo, terzo romanzo uscito da Bonelli (e quinto del ciclo, contando quelli da altri editori), dopo che i due precedenti hanno vinto il Premio Italia 2018 e il Premio Atlantide 2019, presumo che il prossimo appuntamento sarà nell’estate 2020. Attendo il via da Alfredo Castelli per dedicarmi alla nuova avventura.

Per i fan di Diabolik, a quando il tuo ritorno nel mondo del Re del Terrore?

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Questo purtroppo ancora non lo so, come rispondo spesso ai lettori che mi scrivono in proposito. La serie si è interrotta dieci anni fa dopo il quarto romanzo, quello con protagonista Eva Kant, che aveva ottenuto particolare gradimento dal pubblico femminile. I nuovi gestori della casa editrice che pubblicava il ciclo lo giudicava spregiativamente un prodotto “seriale e di nicchia”, peccato che la “nicchia” di Diabolik sia di alcuni milioni di lettori; infatti erano così competenti che grazie alle loro scelte uscirono dal mercato di lì a un anno.

Che i romanzi di Diabolik fossero un affare lo capì un altro editore, il quale annunciò un mio nuovo romanzo prima ancora che lo scrivessi, cosa che non ho mai fatto perché non aveva intenzione di pagare i diritti né a me né ai titolari del copyright. Queste vicissitudini hanno congelato il progetto dei tre romanzi successivi, anche se nel frattempo Excalibur ha legittimamente ripubblicato i primi quattro titoli e, in veste di scrittore, quest’anno ho partecipato al docu-film di Giancarlo Soldi Diabolik sono io. Mi auguro che il “DiaboliK” dei Manetti attualmente in fase di riprese risvegli un interesse editoriale per i romanzi.

Hai anche altri progetti?

In effetti sì, più di quanti ne abbia il tempo di realizzare. Dopo la storia fanta-rock da poco apparsa in SOS-Soniche Oblique Strategie (Arcana) a cura di Mario Gazzola, ci sono altre mie partecipazioni ad antologie e riviste di uscita imminente.

Oltre a due nuovi titoli in preparazione della saga horror/erotica/urban fantasy Danse Macabre (Excalibur) e a una raccolta di racconti a quattro mani con Ermione dopo il romanzo LUV (Edizioni DrawUp) ho due o tre libri “fuori serie” in lavorazione. Ma ci sono anche altri impegni, in particolare quelli con l’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, che si occupa del patrimonio letterario e culturale lasciato dall’amico prematuramente scomparso nel dicembre 2018. Dopotutto, uno scrittore rimane vivo finché si leggono i suoi libri.


L.

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Pubblicato da su novembre 25, 2019 in Interviste

 

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L’Etrusco sbarca su Librerie.Coop

Ho appena scoperto che StreetLib, la casa editrice che gestisce i miei eBook autopubblicati, si sta ingrandendo ed una nuova libreria si è unita alla famiglia: Librerie.Coop.

Tutti e 26 i miei eBook sono apparsi magicamente sulla libreria on line: il meme etrusco si diffonde sempre di più!

L.

 
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Pubblicato da su novembre 22, 2019 in Uncategorized

 

[Festival della Mente 2019] Umberto Orsini

Nuovo appuntameneto con Festival della Mente 2019, di cui sto recuperando gli interventi ascoltandomeli in auto durante il tragitto casa-lavoro.

Simpatico e appassionato, l’intervento di Umberto Orsini intervistato da Paolo Di Paolo con il quale ha scritto la biografia Sold Out (Laterza 2019). Non un semplice insieme di aneddoti e ricordi di carriera, ma uno sguardo sul teatro e sulla televisione raccontato da un grande attore.

Non avendo possibilità di andare a teatro, ho conosciuto Orsini intorno alla metà degli anni Novanta, quando la RAI ha tirato fuori dai propri archivi polverosi I fratelli Karamazov (1969) di Sandro Bolchi: l’Ivan di Orsini è superlativo, e sentir raccontare come l’attore si è preparato al personaggio e come ha costruito la celebre scena in cui racconta del Grande Inquisitore è stato un bellissimo momento.

Essendo già all’epoca un grande attore famoso, il regista pendeva dalle sue labbra quando gli raccontava che aveva visto lo spettacolo rappresentato a Londra, o a New York, e voleva adottare anche per l’edizione televisiva italiana certe geniali trovate visive: non era vero niente, semplicemente l’attore stava dando forza alle sue opinioni contando sul fatto che pochi si potevano permettere di viaggiare il mondo di spettacolo in spettacolo. Erano però consigli perfetti, visto che la scena è meravigliosa.

Un’intervista per modo di dire, visto che Di Paolo è lì solo a dare brevi imbeccate ad un attore 85enne che non ha certo bisogno di motivi per lanciarsi in racconti di vita e arte vissuta. Con la sua voce unica, ci spiega quanto sia importante per un attore recitare una scena in modo tale da “chiamare l’applauso”, e quanto ci rimaneva male lavorando con Gabriele Lavia, che riuscita ad ottenere molti più applausi di lui! Una finestra su trucchi grandi e piccoli dell’arte teatrale, un intervento delizioso e assolutamente da gustare.


Ascolta (o scarica) l’intervento:

Il futuro del teatro
Sabato 31 agosto 2019
[scarica in mp3]

Sul palcoscenico per sessant’anni, Umberto Orsini si è dedicato a cinema, televisione e soprattutto teatro, lavorando con Fellini e Visconti, Zeffirelli e Ronconi. Ma quando racconta di sé e delle sue esperienze professionali, non lo fa con la malinconia del bilancio. Pensa al teatro come a un eterno presente, come a un futuro che si costruisce osando: nella scelta dei testi, nell’interpretazione che si perfeziona, tocca nuove sfumature. Nel dialogo con la platea. Nella costruzione di un pubblico. «Quando sto per entrare in scena ‒ confessa Orsini, che sul palco del festival converserà con Paolo Di Paolo e leggerà pagine della sua autobiografia ‒ penso che sottrarre due ore del nostro tempo all’ovvietà delle parole quotidiane per dire parole scritte da altri è una cosa impagabile. Che ladro è l’attore, e nello stesso tempo che benefattore!».


Guarda l’intervento:

L.

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Pubblicato da su novembre 20, 2019 in Recensioni

 

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L’educazione sadico-sentimentale

Concluso il ciclo sul masochismo di The Obsidian Mirror, Ivano Landi nel suo blog “Cronache del Tempo del Sogno” ha lanciato un suo seguito di segno opposto, dedicato stavolta al sadismo. Potevo mancare all’appello?
Riporto qui il mio intervento del 7 novembre 2018.


Breaking the Butterfly
L’educazione sadico-sentimentale

Butterfly Kiss

Eunice è una donna cattiva. Questo termine nella lingua italiana ha perso molto del suo smalto, è più facile sentirlo usare per rimproverare un bambino o un cane, ma “cattivo” è l’unico aggettivo che si possa utilizzare per Eunice, a meno di non andare su una descrizione più minuziosa come “assassina seriale psicopatica”. No, non è la stessa cosa, non rende affatto, perché se The Addiction di Abel Ferrara ci ha insegnato qualcosa è che non siamo cattivi perché compiamo il male, ma compiamo il male perché siamo cattivi.

Eunice è cattiva e compie il male. Ma non è sadica, non prova alcun piacere nell’uccidere e anzi lo fa nel più rapido modo possibile: non cerca il dolore all’esterno, perché le basta quello al suo interno. Le basta quello del suo corpo martoriato da catene e piercing, che le torturano le carni. Questo però non fa di Eunice una masochista: lei cerca la punizione, e quando non può punire gli altri punisce se stessa.

Nella sua attività di frequentazione dei benzinai in cerca di vittime, un giorno incontra Miriam, che è buona. Una parola che ha subìto lo stesso trattamento della sua controparte e nell’italiano colloquiale raramente la si sente non riferita ad una bambina che si è comportata bene o, nella sua storpiatura, riferita ad una donna attraente. Miriam non è nulla di tutto questo, è una donna buona. È un angelo, ma non nel senso cattolico del termine.

Miriam afferma di non sapere nulla, non ha vita sociale e vive con la nonna paralizzata che chiama mamma; non ha amiche, non ha amanti, ha solo una parente dimentica di sé con cui non ha alcun rapporto. Miriam è acqua limpida, che basta una goccia di male per intorbidire completamente.

L’incontro di Eunice e Miriam è fatale per entrambi, perché è il male che incontra il bene ed entrambi rimangono affascinanti l’uno dell’altro, ed entrambi si sgretolano. Entrambi di trasformano avvicinandosi.
Miriam si innamora di una donna folle che gira la città cercando una fantomatica Judith, sua precedente amante a cui scrive lettere e che probabilmente è solo il frutto della sua mente deviata. Non così deviata, però, da non avere ben chiaro il proprio comportamento:

Eunice: «Lo so che sono una persona cattiva.»
Miriam: «Che stupidaggine, non esistono le persone cattive.»

Dopo questo scambio di parole, Eunice dovrà dimostrare a Miriam che invece esistono, le persone cattive, e non parla solo di lei stessa: esistono persone cattive anche fra le sue vittime. E per spiegarglielo, la cattiva dovrà far diventare cattiva anche la buona:

«Credi di farmi diventare buona? Ti farò diventare cattiva prima che mi fai diventare buona.»

Inizia il gioco sadico, in cui Eunice comincia a dare ordini sempre più crudeli e psicologicamente provanti alla donna buona, che esegue tutto alla lettera per il più folle dei motivi: l’amore. C’è da seppellire un corpo? C’è da giocare al gatto e al topo con una vittima? C’è da soddisfare le voglie di un camionista? La risposta è sempre la stessa: la cattiva ordina alla buona di eseguire quei compiti, perché capisca che esiste il male nel mondo e la smetta di essere buona. Per farle capire che non esistono gli angeli ma solo i demoni.

Miriam (Saskia Reeves) ed Eunica (Amanda Plummer)

Miriam esegue tutto, scende all’inferno con Eunice ma lo fa da angelo: ad un certo punto le dà un piccolo bacio, e lo chiama “il bacio dell’angelo”, anche se viene subito corretta: si chiama “il bacio della farfalla”. È il segno che l’amore della buona per la cattiva, dell’angelo per il demone non si è trasformato. Miriam non può più definirsi buona, dopo il male che ha compiuto, ma ha fatto tutto per amore… e questo non la rende cattiva. Anzi, questo ha spezzato il piacere sadico con cui Eunice ha cercato in ogni modo di corromperla.
Come ha sempre fatto, la cattiva non potendo punire l’altra – il cui amore rende inutile ogni punizione – punisce se stessa, e dà l’ultimo ordine a Miriam, il gesto cattivo per eccellenza, il sadismo più sopraffino ma allo stesso tempo il gesto d’amore massimo che si possa chiedere ad un amante: uccidere ciò che si ama.

Destinato a diventare famoso con il successivo Go Now, e a non veder quasi mai questo titolo citato negli articoli che lo riguardano, Michael Winterbottom è ancora un regista ignoto quando presenta un film tanto volutamente ruvido e rozzo quanto di una potenza bruciante. Avendo esordito con un documentario su Ingmar Bergman tradisce una passione forse latente: quella per avere in video delle protagoniste femminili che si distruggono senza pietà. Una mia personale fantasia è che Buttefly Kiss sia una versione “riveduta ed aggiornata” di Persona (1966) di Bergman: il “vampirismo” per cui due donne profondamente diverse finisco per contagiarsi fino ad una fusione aberrante e fino a cambiare radicalmente la propria vita è tutta lì. Però, ripeto, è solo una mia personale fantasia.

La newyorkese Amanda Plummer (figlia del celebre Christopher) e la londinese Saskia Reeves danno il massimo che si possa chiedere ad un’attrice: tutta se stessa e un po’ di più. Niente trucco, niente vestiti “cinematografici”, niente abbellimenti: due donne “nude” davanti all’obiettivo che soffrono e sanguinano per lo spettatore. Amanda mostra senza veli il suo fisico “incatenato” e Saskia è una perfetta donna normalissima, della porta accanto, che si ritrova a seguire un’assassina psicopatica mostrandosi sinceramente innamorata. La sceneggiatura di Frank Cottrell Boyce (fedele collaboratore del regista) sembra scritta addosso ai loro corpi e ai loro volti, sposandosi alla perfezione, così tanto che non potrete più vedere Amanda Plummer in un qualsiasi altro ruolo. (E in effetti non è che la sua produzione filmica sia così prolifica.)

Avevo 21 anni quando vidi questo film al cinema, innamorandomene perdutamente. Aspettai i titoli di coda per memorizzare il nome di quella cantante dalla voce d’angelo che aveva accompagnato tutta la storia, perché dovevo assolutamente ritrovare quelle canzoni che mi avevano dilaniato il cuore, soprattutto nel finale. Segnai i nomi ricorrenti e il giorno dopo volai al negozio di musica del mio quartiere e chiesi al gestore se per caso avesse mai sentito quei nomi. Lui mi guardò come se io fossi appena sceso da un’astronave, e solo per educazione non mi ha risposto in faccia qualcosa come «Ma dove hai vissuto finora?». Allungò una mano sullo scaffale delle novità e mi passò il CD dove ritrovai le canzoni del film. Il titolo era No Need to Argue, il gruppo era The Cranberries e la cantante era una certa Dolores O’Riordan, la voce di un angelo per accompagnare l’ultimo viaggio di un diavolo.


Le onde del destino

Passa un anno e la stessa Lucky Red si occupa di distribuire una storia diversa ma identica, ambientata anche stavolta in Gran Bretagna ma in una zona ancora più rude e ruvida: quel Mare del Nord dove il gelo si annida nell’anima molto più che nell’acqua.

Stavolta la coppia è “tradizionale”, e assistiamo al matrimonio di Bess con Jan, uomo e donna: non basta però, per il rigido culto locale. Jan è uno straniero, non fa parte della comunità chiusa e intransigente del posto e già questo fa partire male la famiglia appena nata.
Bess deve sopportare ciò che tutte le donne del luogo sopportano: i lunghi mesi di solitudine mentre i mariti sono sulle piattaforme di trivellazione, ma Bess in realtà non è mai sola, sebbene soffra moltissimo: lei parla con Dio… facendo anche la Sua voce. Ed è Lui che interroga sul da farsi quando Jan torna gravemente ferito da un incidente di lavoro: sopravvive… ma rimane paralizzato. Il danno fisico non è il vero problema, perché come Jan stesso scrive su un foglio di carta:

«La mia mente è cattiva» (I’m evil in head)

Quello che è tornato non è più lo stesso uomo che Bess ha sposato, perché quella trivella sembra aver forato qualcosa che era dentro di lui: ce l’ha insegnato Eunice nel precedente film, il male è sempre dentro di noi. Ora dunque Jan è cattivo, perché si sente vicino alla morte e in quel momento – ci viene detto – si diventa cattivi. Bess però parla con Dio e sa che se eseguirà gli ordini del marito lui si salverà e guarirà: inizia un perverso gioco al massacro mosso dal più sadico dei sentimenti, l’amore.

Jan ormai è impotente e vuole che Bess faccia sesso con altri uomini, assegnandole compiti sempre più difficili e scabrosi, trasformandola in pratica in una prostituta, lei che è nata e cresciuta in una comunità di bacchettoni integralisti. La donna soffre sempre di più ma non mette in discussione questo suo ingrato compito, perché i fatti le danno ragione: più lei sottostà al gioco sadico, più si perde, più è dannata… più Jan guarisce. Il patto con Dio funziona, e come nel precedente film c’è solo un atto definitivo di fusione che si possa compiere, fra il bene e il male: quando uno si annulla per l’altro.

Bess (Emily Watson) e Jan (Stellan Skarsgård)

Quando il dottore che ha seguito il caso, che è stato testimone muto ed immobile degli eventi – proprio come Dio, ci insegna Bergman – deve redigere il suo rapporto e gli viene chiesto espressamente di descrivere Bess, la scelta di parole è essenziale:

«Se lei volesse chiedermi di riscrivere la conclusione, allora invece di “nevrotica” o “psicotica”, be’… mi limiterei ad usare una parola come “buona”.»

Miriam e Bess sono donne buone, ma nel senso che Lars Von Trier ha dato alla parola: sono donne troppo angeliche per un mondo così lordo, sono delle idiote dostoevskijane, sono cioè pure che agli occhi dei corrotti sembrano stupide. Non sono fatte per questa terra, quindi sono angeli caduti: così per un certo periodo Lars Von Trier ha voluto intendere alcuni suoi personaggi.

Miriam e Bess credono nell’amore e sono disposte a tutto pur di assecondarlo, ed essendosi innamorate di persone cattive non possono fare altro che perseguire il male, assecondare il sadismo che il loro amore genera perché sanno bene che il dolore che provano contribuirà a sgretolare la cattiveria dei loro rispettivi amanti crudeli.

Può esistere una donna buona che sia amata da un uomo buono? È quello che si augurano tutti, perché l’impressione è che invece abbia ragione Von Trier e le donne buone siano angeli con una missione: essere sacrificati ad amanti sadici per annullarne la cattiveria.


Filmografia

Butterfly Kiss (id.): a parte un paio di apparizioni sui quotidiani dell’epoca, il sottotitolo italiano “Il bacio della farfalla” non viene mai usato. Presentato in anteprima al Festival di Berlino il 15 febbraio 1995 e poi al nostrano Taormina Film Festival nel luglio successivo, esce in patria il 18 agosto 1995 e arriva subito nelle sale italiane dal 25 agosto successivo per Lucky Red: la stessa casa lo porta in VHS. In data ignota la Koch Media lo presenta in un’edizione DVD apparsa e scomparsa in un lampo, ed oggi materiale per collezionisti.
Regia di Michael Winterbottom. Sceneggiatura di Frank Cottrell Boyce. Con Amanda Plummer e Saskia Reeves.

Le onde del destino (Breaking the Waves). Presentato in anteprima il 13 maggio 1996 al Festival del Cinema di Cannes, gira per i festival di tutto il mondo prima di arrivare nelle sale italiane l’11 ottobre 1996 per Lucky Red: la stessa casa lo porta in VHS nel 1997. La DNC ristampa il film in VHS dal 15 dicembre 1999 e la Medusa Video lo ristampa in VHS e DVD dall’8 ottobre 2003, e poi ancora nel 2008. La Cecchi Gori lo ripresenta in DVD dal 23 luglio 2013.
Regia di Lars Von Trier. Sceneggiatura di Lars Von Trier e Peter Asmussen. Con Emily Watson e Stellan Skarsgård.


L.

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Pubblicato da su novembre 18, 2019 in Uncategorized

 

Il dolore di essere Masoch 3

Nel gennaio del 2018 sono stato contattato da TOM (The Obsidian Mirror) per partecipare insieme ad altri blogger ad una versione “corale” del suo classico specialone di aprile (che poi è slittato a maggio). Il tema era il masochismo, gli argomenti erano a piacere. Finii per scrivere uno speciale in tre parti su un autore molto più frainteso che amato.
Apparso dal 5 maggio 2018 sul sito di TOM (che in questi giorni sta vivendo un dolore personale e a cui va il pensiero di tutti noi), riporto anche qui lo speciale in tre puntate.


Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

(parte terza ed ultima)


4.
Venere in celluloide

Probabilmente l’Italia è stato l’ultimo Paese in Europa a tradurre il romanzo Venere in pelliccia, malgrado le altre opere del suo autore siano state tranquillamente pubblicate da noi sin dall’Ottocento: la colpa è delle varie società moralistiche e censorie che si sono alternate nel nostro Paese? Mi permetto di dubitarne. Il problema è che in Italia probabilmente era impossibile portare quel racconto prima di un autore che l’ha studiato dopo: Sigmund Freud.

Freud si occupa di masochismo già agli inizi del Novecento per poi riprendere più volte il tema, intendendolo però sempre come un sadismo rivolto verso se stesso. «Spesso si può riconoscere che il masochismo non è nient’altro che una prosecuzione del sadismo rivolto contro la propria persona, la quale fin dall’inizio tiene il luogo dell’oggetto sessuale» (da “Le aberrazioni sessuali”, primo dei “Tre saggi sulla teoria sessuale”, 1905).

Nel 1924 cambia idea in occasione del saggio “Il problema economico del masochismo” (Das ökonomische Problem des Masochismus), e il perché lo spiega il curatore Cesare Musatti:

«La svolta avvenuta nel pensiero di Freud con Al di là del principio di piacere del 1920, e la determinazione di una pulsione di morte accanto alle pulsioni libidiche, gli imponevano la considerazione di pulsioni aggressive rivolte verso lo stesso soggetto, in una corsa all’annientamento, o alla riduzione degli squilibri energetici, prodotti dall’apparire stesso della vita […]. Questa concezione implicava una ristrutturazione profonda della dinamica pulsionale, che viene svolta nella presente opera, nella quale Freud afferma l’esistenza di un masochismo primario.»

A parte qualche pubblicazione specialistica che presentava le sue conferenze, Freud arriva in Italia sul finire degli anni Venti ma in realtà il successo editoriale parte dal secondo dopoguerra, quando Laterza pubblica Totem e tabù. La Astrolabio di Roma comincia a sfornare testi freudiani a pioggia, poi arrivano la milanese Dall’Oglio (1950), le torinesi Boringhieri (1951) ed Einaudi (1951): curiosamente il centro-nord depreda un autore che prima della guerra era edito solo da case specialistiche del sud Italia.

Edizione Vallecchi 1964

È il 1962 quando la Mondadori pubblica Tre saggi sulla teoria della sessualità, proprio mentre i “bollenti” anni Sessanta sono pronti ad esplodere con la loro rivoluzione sessuale. Ci sarà tempo negli anni Settanta perché la romana Newton Compton in pratica “inventi” i libri di saggistica in edizione economica – i “pocket” fino a quel momento prediligevano la narrativa – e renda Freud accessibile ad ogni classe di lettori e ad ogni tipo di portafoglio: nell’estate del 1964 la curiosità di una larga fetta di pubblico per la sessualità – argomento non più limitato all’ambito specialistico – finalmente consente alla Vallecchi di portare Venere in pelliccia nelle librerie italiane al prezzo di 1.800 lire, un prezzo corposo visto che gli Oscar Mondadori costavano circa 350 lire. È facile abbia avuto molta più diffusione la ristampa del 1966 targata Editoriale Corno, casa dalla distribuzione capillare e nota per i fumetti. (È la casa che ha portato i supereroi Marvel in Italia.)

Il ’68 e la rivoluzione sessuale arrivano in perfetto orario perché Sacher-Masoch sia disponibile a testimoniare uno degli infiniti ed eterei aspetti della sessualità – sebbene non fosse intenzione dell’autore – ma anche pronto ad essere trasfigurato per esigenze pruriginose.

Nel settembre del 1975 esce nelle sale italiane un film dichiaratamente pruriginoso, Le malizie di Venere, con in locandina un avviso chiarificatore:

«Questo film non è una riedizione: non è mai stato presentato in Italia con il presente o altri titoli: la censura ha concesso il visto per l’edizione integrale solo da poche settimane».

Di scritte del genere abbondano le locandine italiane dell’epoca, sempre pronte al “marketing selvaggio” e a sventolare orgogliosamente veri (o presunti) problemi censori perché è chiaro che questo attira spettatori. Proprio nell’aprile del 1975 le locandine del violento L’ultimo treno della notte (scopiazzamento di Wes Craven a sua volta scopiazzamento di Bergman) sciorinavano i problemi ricevuti con la censura. Stavolta però c’è davvero un motivo importante per presentare un tale avviso. (E non è il problema del visto censura, che addirittura risulta assente dall’Archivio del Cinema Italiano.)

Già nell’estate del 1973 girò la notizia che l’attrice Laura Antonelli fosse scontenta del fatto che arrivasse nei cinema italiani una pellicola che aveva interpretato in gioventù, quand’era ancora ignota al grande pubblico, per il mercato tedesco dalla censura più di maniche larghe. In un’intervista del 1975 sempre la Antonelli racconta che dell’originale girato i produttori hanno estratto solo quella mezz’ora in grado di passare la censura italiana e le hanno costruito intorno tutt’altro film.

Nel 1970 ricorreva il centenario della pubblicazione di Venere in pelliccia quindi è comprensibile che una co-produzione italo-austriasco-tedesca affidasse ad un regista, in questo caso Massimo Dallamano, il compito di trasformare per la prima volta la storia in un film, optando per ambientarla in tempi contemporanei invece che nell’Ottocento. Il risultato però a quanto pare era pensato esclusivamente per il mercato tedesco, e così quando anni dopo – probabilmente per sfruttare il successo ottenuto dalla Antonelli con Malizia (1973) – i distributori italiani hanno voluto riutilizzare un film già pronto con il “fenomeno sexy” del momento, hanno pensato bene di stravolgere la trama per giustificare gli ingenti tagli alla pellicola originale.

La CineKult (Cecchi Gori) ha recuperato il tutto in DVD ed ha pensato bene di utilizzare il doppio titolo: Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut). [Appena finito il mio speciale, il raro DVD CineKult viene ristampato dalla SurfVideo: mi piace pensare di aver dato l’idea al distributore!]

Alcune scene da un film dalla doppia vita

Un primo piano di un saggio di Freud apre un film che non ha molto a che vedere né con lo psicologo né con il testo di Sacher-Masoch, a parte la trama per sommi capi: è un tipico film erotico all’italiana dove la bella di turno – in questo caso una 27enne Laura Antonelli – si spoglia in continuazione e si lancia in finte copule, mentre i comprimari fanno altrettanto. Ed essendo il film girato fra il ’68 e il ’69, ben poco del giovane corpo della Antonelli viene lasciato all’immaginazione: siamo lontani dalla castissima “commedia pecoreccia” italiana censuratissima.

Al contrario del testo originale, qui viene utilizzata in modo preponderante, anche se di grana grossa, la mania del momento: cioè la psicoanalisi. Il film vorrebbe analizzare Severin, il suo passato, il suo rapporto con la madre, con la frusta e con la pelliccia. Tutti spunti che si prestano a semplici intervalli fra un nudo della Antonelli e l’altro.

Non migliora la situazione la trasformazione in Le malizie di Venere, dove l’epurazione della maggior parte dei primi piani del corpo nudo della protagonista lascia spazio ad un processo in tribunale in cui si ricostruisce una vicenda che ha portato ad un omicidio: il processo è il nuovo girato del 1975, i flashback sono il girato originale del 1968-69.

Siamo lontani dal “gioco” di Masoch, l’uso privato della religione pubblica e la costruzione della donna perfetta in grado di rispondere alle proprie esigenze sessuali. Ormai l’Italia è in preda alla passione per la psicoanalisi e quindi Masoch non è più un uomo bensì un caso clinico, da studiare ed analizzare.

Che malgrado i rimaneggiamenti dei distributori l’interesse del pubblico per questa disciplina sia alto lo testimonia chiaro e forte una pubblicazione che arriva con sette decenni di ritardo. Difficile dire quanti nel 1967 ebbero modo di leggere un memoriale edito dalla romana Le Edizioni Blu, ma è sicuro che dopo il film con la Antonelli e una distribuzione più capillare garantita dalla Adelphi, molti italiani avranno apprezzato Le mie confessioni, il testo con cui Aurora Rümelin racconta la vita con suo marito Leopold. Il testo con cui la donna inventa una realtà di finzione e suggella il gioco firmandosi Wanda von Sacher-Masoch. La venere in pelliccia esce dal libro e racconta la sua vera storia.

Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1906 e subito dopo in Francia, questo memoriale è l’esatta versione speculare della rigorosissima biografia stilata in seguito da Bernard Michel, il quale andò nei luoghi dove visse Leopold, rintracciò discendenti superstiti e studiò la corrispondenza – scoprendo che sebbene scrivesse di passioni fra nobili il nostro Leopold non disdegnava avventure con le popolane! – no, Wanda non ha bisogno di tutto questo: lei ha la forza della fiction dalla sua parte.

«Per me l’essere maltrattato da mia moglie costituisce una vera voluttà. Ebbene, maltrattami, e ti prometto su quello che c’è di più sacro, ti do la mia parola d’onore che d’ora in poi nei miei libri non compariranno più donne crudeli.»

Wanda non ha bisogno di fornire prove che quanto sta mettendo in bocca al suo Leopold sia vero, le basta narrare della vita coniugale con un uomo totalmente schiavo di un vizio che lei sopporta stoicamente.

«Gli diedi alcune leggere frustate. Ciò non gli bastava, e siccome gli assicuravo che io non potevo colpire più forte, disse che voleva assolutamente essere picchiato “il più forte possibile”, e che Marie [la serva] lo avrebbe fatto meglio di me.»

Non importa se la donna stia realmente “confessando” la vera intimità di un masochista, e non importa che non ci sia più nessuno che possa smentirla: la potenza di questo memoriale sta tutta nella potenza della fiction e nella pruriginosità degli argomenti trattati.

«Giunti alla fine delle Confessioni di Wanda ci accorgiamo di avere di fronte l’unico profilo di quella singolarissima, e troppo poco conosciuta, figura che fu Leopold von Sacher-Masoch e al tempo stesso l’autoritratto di una donna ambigua e vitale, ipocrita e sfrontata, realmente vittima e realmente carnefice, degna reincarnazione della femmina mitica del masochismo: la Venere in pelliccia.»

Con questo commento a febbraio del 1977 la Adelphi presenta il memoriale di Wanda e subito il produttore Franco Cancellieri acquista i diritti cinematografici: nell’ottobre 1978 viene annunciato il film Le confessioni di Masoch, presentato al Festival del Cinema di Venezia venerdì 29 agosto 1980 con il titolo ridotto nel semplice Masoch, dal 4 settembre successivo nelle sale italiane.

Francesca De Sapio, Venere in pelliccia per Masoch (1980)

La giornalista Lietta Tornabuoni ha seguito sin dal ’79 la lavorazione del film e su “La Stampa” del 30 agosto 1980 racconta la reazione del pubblico alla prima visione.

«Alla prima proiezione di Masoch, alla mostra del cinema, la gente comincia a ridere abbastanza presto. Ridono quando Masoch, sotto le frustate della moglie, rantola: “Come soffro! Come soffro, e come godo!”. […] Ridono nel vedere Masoch legato nudo e appeso per le mani a un gancio, con una frusta infilata nel sedere dalla parte del manico, dimenarsi ai colpi di scudiscio della moglie come un grosso cane che scodinzoli. Ridono soprattutto le donne.»

La giornalista ci racconta che il regista Franco Brogi Taviani, il minore dei celebri fratelli cineasti, prende queste risate come nervosismo per l’argomento trattato: c’è da augurarselo.

Cosa è ormai rimasto di Leopold von Sacher-Masoch? Un nome altisonante affibbiato ad un bambinone interpretato da Paolo Malco con dei baffi alla Tom Selleck. Il personaggio fa i capricci, gioca con i soldatini – altro che i molti duelli che il vero Leopold sostenne! – punta i piedi e si lamenta quando la moglie fa rumore con le pentole e non lo lascia scrivere in pace, ma soprattutto prega in ginocchio, frignante, che la sua Wanda (Francesca De Sapio) lo frusti. Ogni aspetto della complessa sessualità di Severin è scomparso, così come quello che è maggiormente preponderante: il doloroso piacere che nasce dall’umiliazione. Nel film l’unica umiliazione nasce dal ridicolo in cui il personaggio ama soggiacere.

L’unica consolazione è che probabilmente Masoch trarrebbe piacere dall’umiliante film che porta il suo nome…

*

Dall’interesse suscitato per la Venere in pelliccia nel suo centenario sono nati vari adattamenti in giro per il mondo, dove vari Paesi hanno voluto reinterpretare a proprio modo il tema stando sempre attenti a non rispettare l’originale. La passione per la psicoanalisi e il richiamo del masochismo sono elementi troppo forti per non sfruttarli nelle varie opere. La manomissione del testo di Sacher-Masoch arriva fino ad un testo teatrale di grande successo firmato dal drammaturgo statunitense David Ives: non importa cosa dica il testo originale, ciò che importa è come si ponga un autore contemporaneo nel cercare di gestirlo. Il risultato è il premiato testo teatrale Venere in pelliccia, pubblicato in italiano da Rizzoli nel 2013.

Nel 2011 Ives immagina il regista Thomas Novachek disperato perché non riesce a trovare un’attrice abbastanza “donna” da sostenere la parte di Wanda.

«Macché. Niente. Nessuno. Da diventare matti, è una congiura. Le donne così non esistono. […] Nel libro Wanda ha 24 anni, sant’Iddio. A quei tempi una donna di ventiquattro anni era sposata. Aveva cinque bambini e la tubercolosi. Era una donna. Oggi la maggior parte delle ventiquattrenni parlano come bambine di sei anni sotto elio.»

Al che nel teatro vuoto dove si sono svolti i provini per la rappresentazione della Venere in pelliccia di Sacher-Masoch piomba una donna. Di nome Wanda.

«Capisce cosa voglio dire? Mi chiamo persino come lei! Quante ragazze in questa città si chiamano Wanda con la V? Qui a New York tutti dicono “Uanda”, io invece sono sempre stata Wanda, all’europea. Comunque, sono perfetta per la parte e quel cazzo di treno rimane bloccato nel tunnel mentre quel tizio cerca di farmisi.»

Con la potenza d’un ciclone si presenta un’attrice palesemente non adatta per il ruolo di una fine nobildonna che imbastisca con Severin un sottilissimo gioco al massacro, ma ogni insistenza del regista Thomas è inutile: alla fine concede un veloce provino alla rozza donna… e l’attrice si trasforma in una perfetta Wanda. Quella Wanda. Inizia con Thomas un lento gioco che ricalca alla perfezione quello del racconto originale, in un inseguirsi di realtà e finzione che ricorda il Masoch italiano del 1980: un gioco dove era impossibile separare i personaggi dagli interpreti.

Un’attrice e il suo regista… ma siamo sicuri che siano solo questo?

Anche stavolta il punto di vista di Sacher-Masoch è ignorato, perché la contemporaneità esige la condanna a priori di ogni maschilismo – o supposto tale – e quindi il povero Leopold viene condannato… lui che non ha mai fatto male ad una donna, anzi voleva farsene fare! Un uomo che andrebbe accusato di aver trasformato una mite nobildonna in una dominatrix, è accusato di essere un porco, un maschilista e di scrivere sconcezze. Idee che Roman Polanski raccoglie e nel 2013 presenta una personalissima reinterpretazione del testo teatrale, firmata a quattro mani con lo stesso David Ives e farcita di rimandi all’universo cinematografico del regista parigino.

Una messa in scena sontuosa, un “messaggio” discutibile

Dopo l’anteprima di Venere in pelliccia di Polanski, il giornalista Marco Giusti lo definisce addirittura «uno dei pochi film non misogini visti a Cannes». Sospendiamo il giudizio su tutti questi fantomatici “film misogini” presentati al festival francese.

Il regista parigino riempie lo schermo di sé, scegliendo un suo clone per il ruolo del regista (un Mathieu Amalric in stato di grazia) e la sua storica moglie nel ruolo di Wanda (una bravissima Emmanuelle Seigner): quello che va in scena è una splendida ed ipnotica rappresentazione di un Polanski che si mette alla berlina e si sostituisce a Masoch, sebbene il regista sottolinei che il masochismo non gli sia mai interessato. Non stiamo parlando di pratiche sessuali bensì di accuse di maschilismo che in tempi contemporanei ogni regista famoso (e quindi potente) rischia di ricevere.

Attori, personaggi, autori, regista: tilt totale…

Polanski/Thomas finge di lasciarsi sottomettere dalla sua Venere ma in realtà sembra rispettare l’originale: è tutto un suo gioco, è il regista che costruisce un’attrice che lo accusi e lo umili così da dare soddisfazione a tutte le attrici che accusano di essere umiliate dai registi. Seguendo questa interpretazione – non certo ufficiale – Polanski è il primo a mettere in scena il vero Masoch, che domina per il piacere di essere dominato.


5.
Conclusione

La modernità nata nel Quattrocento ce l’ha insegnato, la realtà nasce sempre dall’immagine che abbiamo di essa, cioè dalla finzione. Per noi oggi dunque Masoch è come l’ha giudicato Krafft-Ebing, trasformandolo nel deonimo “masochismo”, è come l’ha raccontato Aurora/Wanda e come l’ha ritratto il cinema: è tutto, tranne ciò che è stato realmente.

Chi è stato realmente Masoch non lo saprà mai nessuno, visto che di lui abbiamo solo immagini fuorvianti. Di sicuro è stato un uomo che amò immaginare la sua donna perfetta, capace di soddisfarlo nelle sue richieste sessuali, e la cercò nelle tante amanti che ebbe, di ogni estrazione sociale, con cui stilava contratti per i quali le donne potevano fare ciò che volevano di lui e chiedergli di fare qualsiasi cosa, in certi limiti. Fu uno scrittore di successo, un sanguigno che sfidava facilmente a duello, un nobile del suo tempo che portava nel sangue vestigia di nobili etnie europee, scegliendo di volta in volta per quale provare più appartenenza. La beffa finale è che si sentiva tedesco… mentre i tedeschi nel primo Novecento bruciarono i suoi libri considerati viziosi.


Bibliografia

  • Anatole France, Taide (Thaïs, 1890), traduzione di Francesco Chiesa, “Biblioteca Romantica” n. 17, Mondadori 1932
  • Sigmund Freud, Opere complete, a cura di Cesare L. Musatti, Bollati Boringhieri 2013
  • Edoardo Giusti ed Elide Bianchi, Devianze e violenze. Valutazione e trattamenti della psicopatia e dell’antisocialità, Sovera Edizioni 2010
  • Marco Giusti, Vedo… l’ammazzo e torno. Diario critico semiserio del cinema e dell’Italia di oggi, ISBN Edizioni 2013
  • Elena Guicciardi, Frustami, o cara, da “la Repubblica”, 27 aprile 1989
  • James Hillman, Il mito dell’analisi (The Myth of Analysis. Three Essays in Archetypal Psychology, 1979), traduzione di Aldo Giuliani, Adelphi 1979/2014
  • Victor Hugo, Notre-Dame de Paris (id., 1831), traduzione di Sergio Panattoni, Garzanti 1996
  • David Ives, Venere in pelliccia (Venus in Fur, 2011), traduzione di Masolino d’Amico, BUR (RCS Libri) 2013
  • Douglas Robinson, Aleksis Kivi and/as World Literature, Brill 2017
  • Lietta Tornabuoni, L’ambiguo carnefice di Masoch, da “La Stampa”, 25 settembre 1979
  • Lietta Tornabuoni, Tutte quelle terribili «vamp» armate d’amore e di frusta, “La Stampa”, 30 agosto 1980
  • Bruno Ventavoli, Sacher-Masoch, idealista deluso dalle donne, da “La Stampa”, 16 aprile 1995
  • Richard von Krafft-Ebing, La psicopatia sessuale (Psychopathia sexualis, 1886), PubMe 2017
  • Leopold von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia (Venus im Pelz, 1870), traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari, “Oscar Classici” n. 678, Mondadori 2013
  • Wanda von Sacher-Masoch (Aurora von Rümelin), Le mie confessioni (Confessions de ma vie, 1907; nuova edizione 1967), traduzione di Gisèle Bartoli con la collaborazione di Claudia Beltramo Ceppi, Adelphi 1977

Filmografia

  • Martyrs (id., maggio 2008), regia e sceneggiatura di Pascal Laugier. Nelle sale italiane dal 12 giugno 2009 e in home video dal 27 ottobre 2009, sempre distribuito da CDE
  • Masoch, regia e sceneggiatura di Franco Brogi Taviani, produzione e distribuzione Difilm Lorange – Visto censura 75263 del 16 giugno 1980
  • Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut), regia di Massimo Dallamano, sceneggiatura di Fabio Massimo. In home video per DVD CineKult (Cecchi Gori).
  • Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure), regia di Roman Polanski, sceneggiatura di Roman Polanski e David Ives, da un testo teatrale di quest’ultimo ispirato al racconto omonimo di Sacher-Masoch. Nelle sale italiane dal 14 novembre 2013 e in home video dal 17 aprile 2014, sempre distribuito da 01 Distribution

L.

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Pubblicato da su novembre 15, 2019 in Indagini

 
 
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