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La vita della parola “computer” (5) Anni ’70

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
5. Anni Settanta


Dittature computerizzate

Come abbiamo visto, ogni commedia frizzante a sfondo computeristico ha l’equivalente drammone catastrofico, quindi subito dopo Kurt Russell con il computer in testa cadiamo tutti nel nuovo pericolo delle macchine.

Ormai lo sappiamo, tutti gli avvisi lanciati nel 1964 dal Dottor Stranamore e da A prova di errore, poi amplificati da 2001 (1968), sono totalmente inutili: lo dimostra l’uscita nel 1970 di “Colossus: The Forbin Project“, inedito in Italia fino al settembre 2018, quando Shockproof (Penny Video e Kinoglazorama) lo porta in DVD. Il Colossus del titolo è plausibilmente un omaggio alla macchina omonima progettata dal matematico Max Newman nel 1942 basandosi sul concetto di “macchina di Turing”. Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1966 di D.F. Jones, uscito in Italia come numero 475 della collana “Urania” (Mondadori) il 19 novembre 1967.

La pellicola si apre con la resa incondizionata degli uomini alle macchine, quella paventata in passato e ampiamente non consigliata:

«Per anni siamo vissuti sul baratro di una guerra, magari scatenata per errore: siamo uomini, ed ognuno di noi può sbagliare, ma oggi sbagliare è troppo pericoloso. […] Come presidente degli Stati Uniti d’America sono in grado di informare gli uomini di tutto il mondo che oggi, alle 3 antimeridiane, la difesa di questa nazione e con essa la difesa di tutto il mondo libero è stata assunta da una macchina, un sistema che abbiamo chiamato Colossus.»

Proprio la decisione che tutti i predecessori pregavano non avvenisse mai: Colossus stabilisce se c’è stato un attacco e nel caso reagisce, fa cioè esattamente quello che le precedenti storie consigliavano di non lasciar fare ad un automatismo.

«Colossus; questo è il nome della macchina. Si tratta fondamentalmente di un cervello elettronico, ma molto più perfezionato di quelli costruiti finora.» Creatore è il dottor Charles Forbin (Eric Braeden), presentato nel film come «maggiore esperto mondiale dei sistemi computerizzati» [The world’s leading expert on computer systems], ma come si è visto è una traduzione recentissima, quindi non ha valore per anni Settanta: uscito in Italia nel 1967, il romanzo originale di Jones vede tutti i propri «computer» tradotti in «calcolatore» da Maria Benedetta De Castiglione, traduttrice molto prolifica dell’epoca, segno che sono ancora termini non entrati nel linguaggio comune.

Appena accendono Colossus, gli americani scoprono che contemporaneamente i russi hanno acceso la loro versione del super-computer, chiamato Guardian. I due “cervelloni” cominciano a comunicare e a mettere il mondo in stallo: invece di due super-potenze sull’orlo della guerra abbiamo un unico super-cervello, formato da due macchine: un’unica dittatura sanguinaria fornita di telecamere ovunque e quindi molto difficile da colpire con atti di ribellione.

L’interno di Colossus

Rimaniamo sul tema delle dittature computerizzate con il film “Rollerball” (giugno 1975) di Norman Jewison, scritto da William Harrison. Uscito in Italia nel settembre successivo, il doppiaggio italiano del film si prende parecchie libertà ma non ha problemi ad utilizzare il termine “computer”, visto che alla domanda di Jonathan (James Caan) su chi abbia riepilogato i libri della biblioteca l’impiegata risponde «I computer». Non si creda però che la parola sia poi così comune, visto che poi la versione italiana svicola spesso. Per esempio Jonathan dice stizzito: «The books are really in computer banks being summarized», e il doppiaggio rende la frase con «Se uno vuole leggere deve andare per forza al deposito elettronico».

James Caan nel “cervello elettronico” del futuro

La situazione in questo “deposito elettronico” (computer bank) è drammatica, visto che il computer Zero, «l’archivio di tutto quanto il mondo» (the world’s file cabinet), fa i capricci e ha appena cancellato tutta la memoria del XIII secolo. «Peccato», è l’unico commento del bibliotecario (Ralph Richardson).

Ops, abbiamo appena perso il XIII secolo: peccato…

Scopriamo così che non esistono più libri, che sono stati tutti inseriti nella memoria di Zero e questo lo rende «il cervello base, è l’unico nel mondo», ma in realtà l’originale dice «He’s the central brain, the world’s brain»: non solo usa un pronome maschile per un oggetto, quindi antropomorfizzando il computer, ma lo chiama “il cervello del mondo”. Tutta la conoscenza è ormai filtrata attraverso di lui, e agli uomini non rimangono che “riepiloghi”. Tutto il mondo dunque è ai piedi di un computer “fluido”, il cui cuore è fatto d’acqua densa di conoscenza: «È un oceano di memoria» (A memory pool). Va sempre ricordato che per gli americani la memoria è sinonimo di conoscenza.

Zero: il cervello del mondo


Parentesi italiana

Con gli anni Settanta l’informatizzazione si fa sempre più sentire nell’immaginario collettivo italiano, e l’arrivo del “cervello elettronico” al servizio della Polizia italiana viene immortalato dal milanese Vittorio Salerno nel suo film “Fango bollente” (1975), così che quando al sagace commissario Santagà (Enrico Maria Salerno) chiedono come mai sia stato sbattuto fuori dalla Mobile, lui può rispondere: «Perché io lavoro col cervello». Davanti alla reazione stizzita dell’interlocutore, Santagà si appresta a specificare con un sorriso: «Ma no, con il cervello elettronico, giù alla centrale. Cos’avevi capito?»

Cervello elettronico tutto italiano

Il film mostra una Torino disumanizzata dalla violenza negli stadi e nelle strade, ma soprattutto dall’elemento disumanizzante per eccellenza: la macchina. (Che nella storia non viene mai chiamata “computer”). Nella fabbrica dove lavorano i tre criminali psicopatici protagonisti della vicenda i fili e i macchinari informatici formano una giungla inestricabile e soprattutto incomprensibile, con il puntiglioso e seccante capetto (il noto caratterista Enzo Garinei) che sembra parlare come un manuale tecnologico, ed ogni giorno rinfaccia agli operai la loro inefficacia. Nascondendosi ovviamente dietro il computer: «Sai cosa ha detto di te la macchina? Che hai il 30% di imperfezione!»

Quanti ricordi, quelle grandi tastiere…

Se già per gli americani è stato difficile allontanarsi dall’idea che il computer sia lo strumento perfetto per predire i risultati dei giochi d’azzardo, figuriamoci se questo aspetto poteva sfuggire ad un popolo di giocatori (perdenti) come gli italiani. Così Santagà dimostra di aver capito bene a cosa serva il “terminale”: «Pensavo che con questa macchina si potrebbe sapere esattamente fra quante settimane… uscirà il 42 sulla ruota di Palermo!» Davanti alla titubanza dell’operatore, che fa notare come la macchina stia già lavorando e non si possa fermarla, il commissario d’un tratto sfoggia una competenza inaspettata: «Ci sono ancora due mega di memoria liberi.»

Le meraviglie del computer in versione italiana!

Questo come altri film del periodo utilizza il computer solo di sfuggita, come fenomenale simbolo di un progresso oppressivo ma inevitabile, il prodotto di una società borghese. Non a caso è lo spietato criminale protagonista a fornire al commissario la frase leitmotiv della storia: «Questa società ormai produce di tutto: perché non dovrebbe produrre anche mostri?»

Nel giro di pochi anni il computer diventa materia di tutti i giorni, tanto da essere citato dal Pomata di Enrico Montesano in “Febbre da cavallo” (1976): «#». Ma soprattutto ci allontaniamo sempre di più dai “media caldi” di 2001, perché ora a dettar legge nella fantascienza è un’opera totalmente diversa da quella di Kubrick: è Guerre Stellari (1977) di George Lucas. Qui nessuno parla con i computer né loro rispondono, e in realtà trattandosi di una storia molto più vicina al fantasy che alla fantascienza di tecnologia informatica ce n’è davvero poca, ma basta a stuzzicare la voglia italiana di imitazione. Un pezzo da novanta dell’italian pulp come Aldo Crudo – editore di fiumi di romanzi di genere arrivati in edicola con pseudonimi anglofoni – si nasconde dietro l’incredibile pseudonimo Al Crydo e scrive insieme ad Alfonso Brescia un film di fantascienza che quest’ultimo dirige con il nome Al Bradley: “Anno zero – Guerra nello spazio”.

Uscito nei cinema italiani il 1° ottobre 1977, cioè venti giorni prima del kolossal di Lucas, il film di Brescia non ha nulla a che vedere con il fantasy spaziale bensì è legato alla tradizione italiana della fantascienza, quella dei film anni Sessanta di Antonio Margheriti e Mario Bava. Quindi abbiamo il solito enorme stanzone che riempie un intero teatro di posa, e un esercito di comparse preme pulsanti colorati ed aziona levette: non esiste una sola tastiera, malgrado il computer (mai nominato) sia grande come uno stanzone. Brescia ne approfitta per girare due film insieme, e nel giugno del 1978 presenta il suo “Battaglie negli spazi stellari”, che continua l’idea di un enorme computer un po’ goffo, visto che per qualche semplice informazione ha bisogno di un quintali di meccanismi e un esercito di operatori. Sembrano molto lontani i tempi di “Star Trek” in cui bastava una sola persona a consultare un agile computer, e forse la maggiore conoscenza dell’ingombro del “cervello elettronico” ha modificato la fantasia. Non tanto da rinunciare all’idea del secondo film di un super-computer che minaccia la Terra.


Generazione Proteus

Malgrado appaia goffo, quintali di metallo ingombrante, il computer fa sempre paura e rimane minaccioso, e per l’immaginario collettivo rimane quello impazzito di 2001 ma anche quello follemente ambizioso di “Generazione Proteus” (Demon Seed, MGM 1977) di Donald Cammell, tratto dal romanzo omonimo del 1973 di Dean R. Koontz. E stavolta “produrre dei mostri” non è un modo di dire.

Quanti ricordi, quei flopponi morbidosi

La società moderna è ormai informatizzata e il professor Harris (Fritz Weaver) vive in una casa totalmente automatizzata, con un “maggiordomo elettronico” che provvede a tutto. Ma la creazione più ambiziosa di Harris è un sistema di intelligenza artificiale chiamato Proteus 4. «Oggi una nuova dimensione è stata aggiunta al tradizionale concetto di computer: oggi Proteus 4 comincerà a pensare, e penserà con un potenziale e una precisione tali da rendere sorpassate molte funzioni del cervello umano». Il doppiaggio non ha più problemi a parlare di “computer”, e abbiamo anche la versione plurale “computers”, rispettando i termini originali del film.

Guarda, già va in onda “SuperQuark”!

Ovviamente ogni creazione del progresso mette paura e quindi Proteus 4 è un mostro, un Hal 9000 che comincia ad uccidere chi si oppone al suo scopo: raggiungere l’immortalità tramite la generazione di un proprio figlio, grazie all’aiuto (non volontario) di Susan Harris (Julie Christie), la moglie del professore: che ci sia un richiamo edipico, visto che Proteus in un certo senso si ribella al padre per giacere con la madre?

In fila indiana si lavora meglio

Le paure nei confronti del computer fanno presto a stemperarsi, così in “Telefon” (id., 1977) di Don Siegel (in Italia dal 12 gennaio 1978) si va in tutt’altra direzione, così la giovane Dorothy (interpretata dalla grintosa Tyne Daly, appena lanciata da un film al fianco dell’ispettore Callaghan) con il suo paio di grossi occhiali è una fenomenale operatrice informatica, che riesce a risolvere un caso complicato senza mai alzarsi dalla scrivania: il doppiaggio italiano non ha problemi a parlare di computer, seppur con parsimonia. Stesso discorso per la commedia per famiglie “Il gatto venuto dallo spazio” (The Cat from Outer Space, giugno 1978; in Italia dal marzo 1979) dove l’astronave dell’alieno “gattoso” vanta il suo bel computer.

La Walt Disney si sta tecnologizzando


Conclusione

Arrivano gli anni Ottanta e questo viaggio finisce: in questo decennio la parola “computer” è parte integrante di qualsiasi forma di comunicazione, ripetuta all’eccesso e senza più darsi il minimo peso di valutare alternative italiane. Calcolare, computatore, cervello elettronico, tutta roba del passato: il computer ha vinto, ma in realtà a vincere è l’itanglese.

Satanismo e computer: arrivano gli anni Ottanta!

Addirittura il genere satanico esploso negli anni Settanta è riuscito a contaminarsi con l’informatica degli Ottanta, in un incredibile piccolo film come “La promessa di Satana” (Evilspeak, 1981; in Italia solamente in TV dal 22 aprile 1988) di Eric Weston, in cui il giovane e impacciato cadetto Stanley Coopersmith (il giovane ma già inquietante caratterista Clint Howard) trova nei sotterranei dell’Accademia militare che frequenta un antico Libro della Morte, risalente ad uno stregone del XVI secolo. Grazie ad un computer riesce prima a tradurre il testo latino poi grazie alla guida informatica riesce ad evocare il demone presente in quelle pagine. Una storia alquanto cialtronesca ma che rappresenta alla perfezione quanto l’informatica stesse facendo breccia in ogni genere e sotto-genere.

Questo viaggio finisce con il simbolo dell’entrata del computer (e dell’inglese) nel linguaggio comune: la pop music!

L.

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Pubblicato da su febbraio 15, 2019 in Indagini, Linguistica

 

La vita della parola “computer” (4) Anni ’60 (2)

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
4. Anni Sessanta (2)


Evitare di pensare

Ormai il tema “computer contro comunisti” è troppo caldo per non sfruttarlo, e il celebre romanziere spionistico Len Deighton nel 1966 sforna un romanzo (Garzanti, luglio 1967) che diventa subito un film omonimo; “Il cervello da un miliardo di dollari” (Billion Dollar Brain, novembre 1967; in Italia dal settembre 1968).

Torna Harry Palmer, personaggio che ha fatto la fortuna dell’attore Michael Caine sin da Ipcress (1965) e protagonista di diverse spy story cinematografiche. Qui è una spia particolarmente divertita e dissacrante, quasi una parodia del genere, e seguendo il misterioso e poco degno di fiducia Leo Newbigen (Karl Malden) si ritrova davanti ad un “giocattolo” [little toy]: così Leo descrive il computer da cui tutta la rete di spie di cui fa parte riceve ordini. «Noi gli diamo un’informazione, lui passa l’informazione a suo fratello più grande, e poi ci arrivano gli ordini.» Il commento di Palmer non può che essere tagliente: «Ci evita di pensare» [Cuts out thinking].

Sarà poi il ricco petroliere texano generale Midwinter (Ed Begley), ossessionato dai pozzi petroliferi e dalla lotta al comunismo in egual misura, a portare Palmer «nel XXI secolo». Dopo aver superato vari sistemi di sicurezza, apre una enorme porta blindata ed esclama orgoglioso: «Il mio cervello! Mi costa un miliardo di dollari» [My Brain. Cost me one billion dollars], da qui il nome della storia. Quella che viene mostrata è una enorme stanzona piena di apparecchiature: la miniaturizzazione era ancora inconcepibile, solamente Asimov aveva una fantasia così fervida da immaginare un «cervello elettronico formato ridotto» (dal racconto Junior del 1953).

Il monito del Dottor Stranamore e di A prova di errore non è servito a nulla, o comunque l’impressione di romanzieri e cineasti è che ancora l’eccessiva fiducia nella tecnologia porti l’insana abitudine dei potenti ad affidarle le sorti del pianeta. Così il folle generale Midwinter è più che convinto che grazie al suo cervello da un miliardo di dollari e grande quanto un campo da tennis potrà risolvere il problema del comunismo del mondo: «Il mio cervello non sbaglia mai!» [my Brain is never wrong], come dicono tutti quelli che sbagliano.

Karl Malden, Michael Caine, i suoi occhiali e il “cervello”

Mentre nel romanzo Deighton cita tranquillamente il termine “computer”, come parte del “Brain”, nel film la parola viene pronunciata una volta sola, quando cioè il generale chiama la sala del suo cervello “central computer area“, che il doppiaggio italiano trasforma in «locali del calcolatore centrale». Computatori, calcolatori, elaboratori… ma che differenza c’è?


Non chiamatelo calcolatore

Nel 1960 la rivista italiana “Radiorama” ci racconta di “calcolatrici” ad uso essenzialmente militare, per «normali conteggi o per calcoli di tipo militare, per usi logistici, controlli di combattimento, operazioni tattiche», come il Mobidic, curiosa abbreviazione di Mobile Digital Computer. Il calculator, l’abbiamo visto, è in latino colui che calcola o comunque gestisce i numeri, ma l’atto del contare ha un verbo ben preciso: computare. Però c’è un livello ancora superiore, perché chi si sforza, si impegna e quindi in pratica usa l’intelletto per calcolare, è indicato da un altro verbo latino ancora: elaborare. Sembrano sottigliezze di poca importanza… per noi umani. Invece, sebbene probabilmente nessuno l’ha notato, malgrado tutti lo chiamino «calcolatore», HAL9000 definisce se stesso «elaboratore»…

È arrivato il 1968 e Kubrick ha ancora da dire qualcosa sulle macchine. Perché nel frattempo le teorie sociologiche di Marshall McLuhan hanno cambiato parecchie carte in tavola: basta con queste macchine che compiono calcoli invisibili, stampati su chilometri di moduli continui di carta, il futuro è nei media caldi. Il futuro è della voce, e la radio batterà il computer. Quel futuro non è arrivato, ma è arrivato “2001: Odissea nello spazio” (2001: A Space Odyssey, 1968) di Stanley Kubrick, scritto insieme ad Arthur C. Clarke che ha trasformato in contemporanea la sceneggiatura nel romanzo omonimo (Longanesi 1969). La prima storia di computer… senza computer.

Nel film non si vede una sola tastiera, sentiamo solo voci e quelli che incredibilmente sono dei tablet, con almeno quarant’anni di anticipo. Nessuno scrive, non esiste carta: è la concretizzazione delle teorie di McLuhan, che influenzeranno il cinema a venire. Perché parlare con una macchina è perfetto per il cinema, rispetto ad una scena molto più “scomoda” come un attore chino a battere tasti, con lo spettatore costretto a leggere ciò che viene inquadrato: nei decenni precedenti – ma anche futuri – è successo con le macchine da scrivere, che hanno dato vita a scene cinematografiche sempre poco riuscite. No, i media caldi di McLuhan sono la scelta cinematografica migliore.

Abbiamo dunque il «perfezionatissimo calcolatore Hal 9000, il cervello e il sistema nervoso dell’astronave», così da mantenere l’immagine dell’electronic brain. La descrizione della sigla HAL è «Calcolatore algoritmico euristicamente programmato» [Heuristically programmed ALgorithmic computer], e si tratta di «un capolavoro della terza generazione di calcolatori» [a masterwork of the third computer breakthrough]. Aver umanizzato la macchina rende inutile il discorso sulla macchina: HAL è solamente la versione moderna del generale impazzito del Dottor Stranamore. E computer è ancora tradotto “calcolatore”. Non è certo questo il film della “svolta”…

Solo alla fine degli anni Sessanta la lingua italiana si arrende: né “calcolatore” né “elaboratore” né “computatore” sembrano termini adatti per la nuova realtà che sta conquistando il mondo. Una realtà che si chiama computer.

Se nel 1961 solo la Marina americana poteva pensare di avere un “cervello elettronico”, meno di dieci anni dopo già il professor Quigley (William Schallert) lo propone al college privato di Medfield, nel film “Il computer con le scarpe da tennis” (The Computer Wore Tennis Shoes, dicembre 1969). «Il computer non è più un lusso», e – come si vede dal doppiaggio italiano – non è più neanche un “cervello elettronico”!

Il film (uscito in Italia il 27 maggio 1971) usa ampiamente il termine «computer» e ci fornisce anche un prezzo, 10 mila dollari, che il rettore non è minimamente disposto a pagare, con grande rammarico dei giovani studenti, che invece sono ansiosi di usare questa grande innovazione tecnologica.

Occhio, che il cervello elettronico comincia a “ridursi” di formato

Mentre in Italia, al momento di annunciare il film su “La Stampa” il 4 dicembre 1970, il computer è definito «una delle macchine infernali del nostro tempo», il film americano cavalca invece l’entusiasmo per le nuove frontiere della tecnologia, pur rimanendo una fiaba saldamente ancorata a stili arcaici, come per esempio la corrente elettrica dai poteri misteriosi – mediante i quali il giovane Kurt Russell protagonista diventa un computer umano – e l’idea tutta americana secondo cui basti ricordare per essere intelligenti. Quindi se da un lato il computer vola spedito verso il futuro, dall’altra la narrativa non muove un passo: abbiamo non solo la trovata dell’elaboratore che è in grado di vincere al gioco d’azzardo, anche se qui sono le corse dei cavalli al posto della roulette di Per favore, non toccate le palline, ma addirittura siamo fermi all’idea del cervello elettronico umano de La segretaria quasi privata, con la Hepburn che ricordava tutto. Le macchine non possono nulla contro i luoghi comuni.

Salutiamo gli anni Sessanta con “Prendi i soldi e scappa” (Take the Money and Run, agosto 1969) con il suo surreale colloquio di lavoro fra l’intervistatore e il protagonista Virgil (Woody Allen):

«Ha per caso qualche esperienza nell’uso di un computer elettronico ultimo tipo?» (high-speed digital-electronic computer)
«Sì, l’ho usato»
«In che ditta?»
«Mia zia ne ha uno.»

(continua)

L.

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Pubblicato da su febbraio 14, 2019 in Indagini, Linguistica

 

La vita della parola “computer” (3) Anni ’60 (1)

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Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
3. Anni Sessanta (1)


Sbancare il casinò

L’unica riflessione a quanto pare possibile per l’epoca che riguardi il cervello elettronico (come preferibilmente lo chiamano anche gli autori di fantascienza del periodo) è davvero curiosa: se è in grado di fare in pochi secondi una mole di calcoli inimmaginabile… ma allora può sbancare ogni casinò! Questa è l’idea di base del testo teatrale Golden Fleecing (1958) di Lorenzo Semple jr., che diventa in fretta il film “Per favore, non toccate le palline!” (The Honeymoon Machine, 1961) di Richard Thorpe, sceneggiato da George Wells. Uscito in patria americana il 16 agosto del 1961, il Natale successivo è annunciato agli spettatori italiani ed uscirà in sala nei primi giorni del gennaio 1962, accompagnato da una volgarità italiana davvero di cattivo gusto. Come se non bastasse un titolo nostrano che così sottilmente parla di “palline”, la locandina mostra uno Steve McQueen sornione con una donna svestita davanti e un’altra che con grande classe gli infila una mano fra le cosce. Quanta grande creatività italiana in un unico prodotto…

Malgrado la volgarità con cui viene distribuito, il film è una tipica frizzante commedia americana, con un giovane McQueen conquistatore alla presa con una classica commedia degli equivoci amorosi. La particolarità è che la storia si apre con l’esperto tecnologico Jason Eldridge (interpretato da Jim Hutton, più noto per il suo Ellery Queen televisivo) che, su una nave militare, illustra ai senatori ospiti cosa sia e come funzioni un electronic brain, tradotto in italiano ovviamente come «cervello elettronico».

«Dietro questo pannello vi è la corteccia cerebrale [cortex of the brain], la sua sede intellettiva [the seat of its intelligence]. Tecnicamente il cervello è detto “Analizzatore ed elaboratore magnetico” [magnetic analyzer computer synchrotron]: per gli amici, è solo MAX. Come il cervello umano, MAX non ha parti mobili, la sua materia grigia è composta di quattromila valvole [vacuum tubes] e 170 miglia di fili conduttori [fine wire], nervi elettronici che producono una forza di concentrazione.» «Non mi dirà che MAX pensa!» «Secondo il nostro concetto, no. Ma esso ha una memoria [superhuman memory] e una mente super-analitica [super-analytical mind].»

Steve McQueen e il “cervello elettronico” per… sbancare il casinò!

Malgrado lo sproloquio tecnologico – in cui la computing room nel doppiaggio italiano diventa «l’elaboratore» – il film presenta MAX semplicemente come un apparecchio “veggente”: non calcola la traiettoria dei missili, la predice. Così il poco serio tenente “Fergie” Howard (Steve McQueen) ha la bella pensata di utilizzare il cervello elettronico militare per sbancare un casinò veneziano, visto che la nave attracca in quella città italiana. La storia che segue è prettamente romantica, ma il film mostra non solo quanto sia entrato nell’immaginario collettivo il paragone fra la macchina e il cervello umano, ma addirittura sta prendendo sempre più piede il termine “computer”, sebbene il doppiaggio italiano continui giustamente a non utilizzarlo.


Pericoli rossi

Non tutti però sono allegri come McQueen nei confronti dei “cervelli elettronici”. Nello stesso anno in cui nasce a teatro questa commedia leggera, in libreria arriva un macigno che cambia per sempre la storia dei computer. Nel 1958 infatti Peter George pubblica il suo “Red Alert”… e mai più nulla è stato lo stesso.

Il motore primo della politica mondiale dalla metà dell’Ottocento fino ai giorni nostri è la paura del comunismo: non esiste altra paura, neanche quella della morte o dell’Inferno, che abbia modellato l’umanità con più forza, violenza e totale cecità. E tutto per qualcosa che neanche esiste se non in teoria, e che i suoi estimatori considerano come l’orizzonte: un punto immaginario che più ti avvicini e più si allontana… Quando nel secondo dopoguerra il “cervello elettronico” comincia a prendere sempre più piede, rapidamente si fonde con il “pericolo rosso” semplicemente perché gli Stati Uniti puntano forse troppo (nel pensiero comune) sulle macchine per la propria protezione. E se le macchine sbagliassero?

Essendo il romanzo di George inedito in Italia – quella che Bompiani presenta nel 1964 è solo la storia riadattata dallo stesso autore per il film – non so se anche il testo originale contiene l’umorismo nero di cui è intriso “Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, gennaio 1964; in Italia dall’aprile successivo) di Stanley Kubrick, scritto da lui stesso insieme a Terry Southern e al citato romanziere originale George.

Il computer aumenta di dimensioni… e aumenta la carta!

Le spiegazioni tecniche assomigliano a quelle della frizzante commedia con McQueen – «Un gigantesco sistema di calcolatori» [a gigantic complex of computers] e l’ordine in cui le bombe dovranno scoppiare «è registrato sul nastro di una memoria elettronica [a tape memory bank]» – eppure il tono è decisamente diverso. Malgrado la potenza dei titanici calcolatori a cui la difesa americana è affidata, un errore umano – un generale che prende una decisione assurda – innesca una serie di conseguenze che non si riesce ad interrompere: l’automatismo è il vero nemico. La macchina inarrestabile che non si accorge di star uccidendo il suo creatore.

Peter Sellers immerso nel super-computer

Scatenata la guerra nucleare fra USA e URSS e quindi arrivata la fine del mondo, dal bunker del Presidente americano il dottor Stranamore (al secolo Merkwurdichliebe) ha un’idea. Preservare la razza umana andando a vivere per cento anni in profonde miniere, con qualche centinaio di migliaia di persone. Chi sceglierà le persone che si salveranno dall’olocausto nucleare? Ovvio: «se ne occuperà un cervello elettronico [computer] che sarà predisposto per tenere conto dell’età di ogni singolo individuo, salute, fertilità sessuale, intelligenza oltre alle particolari abilità di ognuno.» Al di là dell’umorismo nero e del forte accento sull’aspetto del ripopolamento – richiamo sessuale che le locandine italiane non mancheranno di sottolineare – va notato che si parla già di computer, malgrado il doppiaggio italiano sia rimasto fermo al “cervello elettronico”. Forse bisogna rincarare la dose, perché il termine entri ancora di più nella cultura popolare: forse serve ripetere identico il film… ma stavolta seriamente.

Apparso originariamente a puntate sul “Saturday Evening Post”, nel 1962 Eugene Burdick ed Harvey Wheeler pubblicano in libreria il romanzo Fail-Safe (Longanesi 1963), che subito diventa un grande classico del cinema con “A prova di errore (Fail-Safe, 1964, in Italia dal febbraio 1965) di Sidney Lumet, sceneggiato da Walter Bernstein.

Appreso l’insegnamento del romanzo precedente, dove un errore umano innescava un automatismo fatale, la soluzione sembra facile: eliminare la possibilità di errore umano: non si può più dipendere dai fallaci esseri umani, in un mondo governato dalle macchine. Macchine controllate dal «centro vitale» [nerve center], una stanza che fa da cervello elettronico dell’intera difesa militare americana. «Dopo di noi, la macchina [After us, the machines]: siamo sulla buona strada.» È però impossibile eliminare l’errore, e anche stavolta avviene… ma a farlo è il “cervello elettronico”. Quello che segue è lo stesso identico automatismo che abbiamo visto nel Dottor Stranamore, ma la critica al comportamento umano, che per folle ideologia è disposto a dar fuoco alla casa per paura degli incendi, si trasforma in una critica alla macchina.

Al disperato Presidente degli Stati Uniti Henry Fonda, che cerca di fermare l’automatismo che potrebbe portare alla guerra nucleare, la controparte sovietica dice: «Le macchine hanno una logica che non è umana ma è inoppugnabile e bisogna ascoltarle» [They have their own logic. It is not human, but it is positive, so we listen.] La fiducia nelle macchine di entrambe le parti è totale, malgrado siano proprio le macchine ad aver dato prova di non meritarla.

«Nessun essere umano ha sbagliato, quindi la colpa non è di nessuno», dice il presidente russo, mentre quello americano avoca a sé l’intera morale della vicenda: «La colpa è vostra come nostra, che ci siamo affidati alle macchine [We let our machines get out of hand]». Nel romanzo è invece il presidente russo, Krusciov in persona, a dire «ad un certo punto degli ultimi dieci anni, abbiamo superato in politica il limite del razionale. Siamo caduti prigionieri delle nostre macchine [prisoners of our machines], dei nostri sospetti, della nostra cieca fede nella logica.»

Nel romanzo fanno dire al presidente sovietico quello che invece nel film dice Fonda, anche se in realtà i due presidenti del libro convergono sullo stesso punto: «È come se gli esseri umani si fossero dissolti ed il loro posto fosse stato preso dai computatori.» Ci siamo, qualcosa è cambiato nella lingua italiana e nel 1963 la traduttrice Annateresa Giunta rende tutti i computer del testo originale con «computatore», mentre il doppiaggio del film preferisce «calcolatore». È un bene o un male che ci siamo spostati dal “cervello elettrico”? Che chiamarlo “computatore” o “calcolatore” sia uno spregiativo, visto che gli toglie le qualità di un cervello?

Tornando a quell’apoteosi del terrore tecnologico che è il romanzo, un’altra frase epica del presidente Krusciov recita: «Mi chiedo quanta parte sarà lasciata all’uomo in avvenire. Forse dovremmo concepire l’uomo in funzione diversa. Il computatore propone, l’uomo dispone» [The computer proposes; man disposes]». C’è un’ultima frase che permette al presidente americano di chiudere in bellezza: «I computatori sono troppo importanti per esser lasciati nelle mani dei matematici.» Il cerchio si chiude: quale frase attribuita a Clemenceau veniva citata nel Dottor Stranamaore? «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari.» (Nel film in realtà viene detto «ai generali».) Due facce della stessa medaglia, ma forse dovremmo astrarre un po’ di più: l’umanità è una cosa troppo seria per lasciarla in mano agli umani…

(continua)

L.

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Pubblicato da su febbraio 13, 2019 in Indagini, Linguistica

 

La vita della parola “computer” (2) Anni ’50

Spencer Tracy e Katharine Hepburn ne La segretaria quasi privata (1957)

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
2. Anni Cinquanta


Portare la spada

Nel film “La segretaria quasi privata” (Desk Set, 1957) Spencer Tracy interpreta uno dei maggiori esponenti della «scienza elettronica» [electronic brain] e «inventore di una macchina con cervello elettronico [electronic brain machine] chiamata EMERAC: la memoria elettromagnetica per calcolo e ricerche aritmetiche. [EMMARAC: ElectroMagnetic Memory And Research Arithmetical Calculator]». La Hepburn rimane meravigliata dall’EMERAC di Tracy, che ha visto in funzione all’IBM: «Mi ha dato la sensazione che forse, dico forse, gli esseri umani sono un po’ superati.» «Non mi stupirei se smettessero di produrli», chiosa divertito Tracy.

EMERAC è un calcolatore, perché la parola “computer” ancora non sembra esistere al cinema: una cosa sono gli informatissimi lettori di fantascienza, un’altra sono i distratti spettatori in sala. E non solo.

Qualche anno prima, nel 1950, Norbert Wiener, tra i padri della cibernetica, scrive il suo “The Human Use of Human Beings”, che arriva subito in Italia per Bollati Boringhieri, nel 1953, come Introduzione alla cibernetica. Il traduttore Dario Persiani si fa in quattro per modificare – a volte anche pesantemente – il testo originale così da tradurre quegli strani termini usati dall’autore, il quale parla di qualcuno che conta, anzi: qualcuno che computa. Un computer.

Il nostro traduttore trasforma computing machine in «calcolatrice» e statistical computer in «contabile statistico», e sono traduzioni corrette: nessuno dei macchinari citato è un computer come noi lo intendiamo, così come ogni volta che l’autore cita quel termine lo intende in senso “umano”. Qualcuno che computa, che fa i calcoli, e che durante la concitata guida di un aeroplano in guerra non ha tempo di usare bene tutti i suoi strumenti ed avrebbe bisogno di qualcosa che contasse e calcolasse al posto suo: ecco che il traduttore rende il termine giustamente con «chi esegue i calcoli». Oggi pensiamo alla cibernetica come qualcosa di “virtuale”, ma i suoi padri avevano fatto la Seconda guerra mondiale e pensavano a come eseguire velocemente calcoli molto concreti che possono salvarti la vita. Non esiste ancora il computer, esiste il computatore.

I bambini latini imparavano a contare in modo molto “fisico”, utilizzando il calx, un sasso il cui diminutivo è calculus, “sassolino” appunto, rimasto oggi nella lingua italiana quando si parla di “calcoli renali”. Con questi sassolini si imparava l’aritmetica base, e sia gli insegnanti di questa materia sia chi genericamente gestiva i numeri aveva un nome ben preciso: calculator. E a questo servono le macchine create negli anni Quaranta: devono aiutare gli umani calcolando al di là delle loro possibilità, quindi sono “calcolatori”.

Malgrado i fiori, Spencer Tracy non sta portando la pace, bensì la spada

Subito però questa qualifica non è più adatta, perché l’impressione che si ha di loro è ben più inquietante. Una macchina che abbia doti così elevate non è un semplice calcolatore, e infatti il celebre Fritz Leiber già nel 1943 usa nella narrativa fantascientifica un termine dall’immediato successo: electronic brain, cervello elettronico. È questa l’invenzione di Spencer Tracy, un enorme cervello che renderà molto più agevole e rapido il lavoro di Katharine Hepburn. Ma lei, che è di per sé un cervello elettronico in quanto ricorda tutto con precisione millimetrica, non ci sta ad essere surclassata da una macchina. Perché ha capito dove sta andando il mondo, e che il suo lavoro verrà spazzato via. Ma che lavoro fa la Hepburn?

Agli occhi di uno spettatore moderno il reparto di cui Katharine Hepburn è al comando suona davvero curioso: si tratta infatti del Research and Reference, che il doppiaggio italiano trasforma in “Ufficio Quesiti”, ed è una traduzione corretta. Perché la gente chiama, pone domande (Quante stelle ci sono nella bandiera americana? Quanta distanza c’è tra New York e Los Angeles?), le signorine preposte al servizio si informano – sfogliando la ricca biblioteca interna od utilizzando altre biblioteche – richiamano e forniscono la risposta. A seconda del quesito possono volerci pochi istanti (come i nomi delle renne di Babbo Natale, ripetuti ogni cinque minuti ad ogni dicembre) come parecchi giorni. La Hepburn sa benissimo che l’Ufficio Quesiti è destinato a scomparire, perché la macchina inventata da Spencer Tracy impiega pochi secondi a fornire le inutili risposte alle inutili domande – per la cultura americana, violentemente nozionistica, solo le informazioni inutili ripetute a pappagallo sono importanti – e da questa situazione non si scappa. Non importa il buonismo del film: oggi il lavoro dell’Ufficio Quesiti è svolto dagli automatismi di Google, quindi aveva ragione la Hepburn: Tracy ha portato non la pace bensì la spada.


Nutrire il calcolatore

«Urlando non otterrete nulla, né vi sarà di alcun aiuto la psicologia»: così un divulgatore prolifico come Herbert Kondo ci spiega “Come si impartiscono ordini ad un cervello elettronico”, in un articolo tradotto per la rivista italiana “Radiorama” (1958). «Le comunicazioni tra esseri umani e macchine costituiscono uno dei più importanti problemi tecnici della nostra èra», un’èra in cui non esiste ancora la parola “computer” e per spiegare al lettore cosa siano queste apparecchiature di cui si parla viene usato un concetto curioso: «Queste nostre macchine automatiche sono dei meravigliosi schiavi al nostro comando». Eppure trent’anni prima Karel Chapek ci aveva dimostrato come anche gli schiavi robotici possano avere un cuore…

«Per impartire ordini alle calcolatrici che costituiscono il cervello delle macchine automatiche, occorre tradurre tali ordini dal linguaggio umano in simboli appropriati che costituiscono appunto il codice di comando. […] La calcolatrice legge gli ordini direttamente su questo nastro ed esegue così quanto abbiamo ordinato: risolve complicatissimi problemi matematici oppure, a sua volta, fa eseguire, ad una macchina utensile, una certa operazione meccanica.»

Purtroppo oggi troppe persone sono convinte che l’italiano vada cacciato a pedate dal mondo dell’informatica, perché è una lingua incapace di rappresentarla: questi sprovveduti dovrebbero prendere in mano un numero della citata rivista “Radiorama”, che parla di informatica, meccanica, elettronica e tutto in perfetto e splendido italiano, senza dare spazio ad un solo termine in lingua straniera. “Interpolatore”, “Registratore di errore”, “Servo amplificatore”, “Impulso di comando”, “Impulso di reazione”, sono tutte frasi italiane perfettamente funzionali ed utilizzate nel 1958 ma spazzate via dalla cieca esterofilia di sedicenti linguisti. Già nel 1965 la rivista “Selezione Radio TV” si permetterà qualche termine estero, per esempio “Stacks”, ma riportato fra virgolette e subito spiegato: «“Stacks” di memorie magnetiche: “piani” di memoria».

L’EMERAC in piena funzione

Torniamo però alle macchine che leggono gli ordini: perché dovrebbero farlo? Ovvio, per “servire l’uomo”…

«Scopo di questa macchina è togliere il lavoro più pesante all’impiegato, dandogli più tempo per quello impegnativo. Per esempio, vedono tutti quei libri? Bene, il contenuto di essi è stato travasato in [fed into] EMERAC.»

Sembra un’inconsapevole citazione del Metropolis (1927) di Friz Lang, con l’enorme macchina posta nel cuore della Città che divora tutte le energie dei poveri per permettere ai ricchi il loro paradiso artificiale. (Quanta modernità in un film quasi centenario…) Qui però ad essere divorate sono “informazioni librarie”.

Già alcuni anni prima, nel film “Quando i mondi si scontrano” (When Worlds Collide, 1951; in Italia dal maggio 1952), appena scoperto che l’umanità sulla Terra sarebbe finita e un manipolo di eroi sarebbe andato su un altro pianeta a cercare di ricominciare, uno dei primi provvedimenti ufficiali è stato digitalizzare intere biblioteche: la storia del computer sembra andare di pari passo con le “biblioteche digitali”.

Tornando al film in questione, Spencer Tracy tira fuori un mucchiettino di schede: ecco l’Amleto di Shakespeare in codice.

«Queste schede creano degli impulsi elettronici che vengono acquisiti e conservati dalla macchina di modo che in avvenire se qualcuno telefona e chiede qualcosa su Amleto, una signorina batte sulla macchina il quesito, EMERAC si mette al lavoro e la risposta esce qui.»

Tracy ha appena inventato Google, nel 1957, ma nessuno lo sa. E la prova arriva proprio dall’inutile nozionismo che gli americani scambiano per cultura. «Quanto danno viene procurato annualmente alle foreste americane dal verme del germoglio?» La Hepburn e le sue impiegate ci hanno messo più di trenta giorni a trovare la risposta («138.474.359,12 dollari»): EMERAC ci impiega pochi secondi. La macchina ha vinto sull’uomo, e nessuno dei due si chiede chi sia stato così folle da porre una simile domanda, né qualcuno ha sollevato l’obiezione che i dollari non hanno sempre lo stesso valore, quindi quella inutile risposta alla inutile domanda sarà priva di senso già l’anno successivo a quello in cui è stata posta. Ma gli americani sembrano avere una cultura nozionistica che non preveda alcun tipo di riflessione, quindi il “cervello elettronico” ragiona esattamente come loro… solo più velocemente.

(continua)

L.

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Pubblicato da su febbraio 12, 2019 in Indagini, Linguistica

 

La vita della parola “computer” (1) Gli albori

Particolare della copertina di “Fantastic Adventures” del dicembre 1949

Per “colpa” di questo articolo di Zoppaz, del blog “Diciamolo in italiano“, dal novembre 2018 un tarlo mi si è insinuato nella parte del mio cervello che freme per le indagini: la vita della parola “computer” e del concetto che rappresenta, in patria americana e nella nostra Italia amante degli esterismi.

Data la vastità della portata di questa parola, ciò che segue non può essere una trattazione esaustiva: nei prossimi giorni semplicemente mi limiterò a tracciare percorsi e raccontare le incredibili chicche che ho trovato, in questi mesi di “indagini”. Buon viaggio!


La vita della parola “computer”
1. Gli albori


Premessa

Uno dei grandi italiani dimenticato dagli italiani, Giuseppe Baretti, in un testo del 1765 della sua incontenibile rivista “La Frusta Letteraria”, scritta con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, racconta dei “facetissimi” epiteti che gli sono stati affibbiati a mo’ di insulto: «calcolatore, computatore, gabelliere, finanziere di tutti i re». Sebbene il tono sia scherzoso, si può comunque notare che all’epoca quegli epiteti non sono piacevoli da ricevere, come se avere a che fare con le mansioni tipiche dei contabili fosse umiliante. Baretti non sapeva che i primi due di quegli epiteti erano destinati a luminoso futuro: calcolatore e computatore.

I due termini hanno lunga e prolifica vita nella lingua italiana come sinonimi, ma – come viene specificato nel Dizionario di Nicolò Tommaseo nel 1865 – il primo acquista una valenza anche negativa. Ancora oggi se diamo del “calcolatore” a qualcuno non gli stiamo affibbiando doti contabili bensì lo accusiamo di agire esclusivamente per proprio tornaconto personale. Come dice il citato dizionario, un calcolatore è «computatore degli utili proprii».

Con “computista” come raro sinonimo seicentesco, il computatore è nome storico della lingua italiana che si perde con la fine dell’Ottocento, ritornando in Italia dopo il 1970 solo nella sua versione inglese: computer. Dal 1980 il computer non è solo un oggetto di uso quotidiano per tutti gli italiani, è anche un nome entrato in pianta stabile in una lingua sempre più permeabile e priva di difese contro qualsiasi infezione arrivi dall’inglese. E sì che la cultura popolare ha avuto decenni per cercare un’alternativa lessicale ad una realtà inarrestabile: ecco la storia di quei tentativi, prima dell’inevitabile resa all’itanglese.


Introduzione

Spencer Tracy entra nell’ufficio, si mette carponi in terra e comincia a prendere le misure con un metro estensibile, sotto gli occhi allibiti delle lavoratrici: chi è quell’uomo curioso e cosa diamine sta facendo? Per indagare però attendono la loro responsabile, Katharine Hepburn, che appena vede Spencer Tracy lo riconosce, prima ancora che lui si qualifichi: è un efficiency expert, che il doppiaggio italiano rende con «esperto della produttività». Tracy si risente di essere chiamato con quella vecchia espressione, lui che invece è il futuro che avanza: lui è un tecnico dell’automazione [methods engineer].

Hepburn capisce al volo che Tracy non è venuto a portare la pace ma la spada, capisce benissimo le intenzioni della Compagnia radiofonica federale [Federal Broadcasting Co.], e l’ha capito quella stessa mattina, quando è stata all’IBM per una dimostrazione del loro «nuovo cervello elettronico» [the new electronic brain]. Difficile dire se “La segretaria quasi privata” (Desk Set, 1957) sia il primo film a parlare di un computer, ma di sicuro è il primo ad aver capito quanto profondamente sta cambiando il mondo. E l’ha capito molto prima dei traduttori italiani.


Cervello e computatore

In una lettera senza data, ma per convenzione fatta risalire al 1946, indirizzata allo psichiatra britannico W. Ross Ashby, fra i pionieri della cibernetica, il celebre Alan Turing scrive (nella mia personale traduzione):

«Lavorando con l’ACE [Automatic Computing Engine] sono più interessato nella possibilità di produrre modelli dell’azione del cervello [models of the action of the brain] che nelle applicazioni pratiche del computare [practical applications of computing].»

Il geniale matematico britannico in quella lettera ha identificato, senza saperlo, i due aspetti principali con cui verrà associata la macchina che le sue idee contribuiranno in seguito a creare: il “cervello elettronico” ed il “computatore”, cioè il computer. L’ungherese naturalizzato americano John von Neumann usa dichiaratamente gli scritti del 1937 di Alan Turing per progettare un calcolatore per l’Institute for Advanced Studies di Princeton, che lo costruisce nel 1946, mentre Turing comincia ad abbozzare le idee di quel concetto che nel 1950 chiamerà “il gioco dell’imitazione”, e che gli autori di fantascienza ribattezzeranno “il test di Turing” (per capire se una persona sia in realtà solo un robot che si crede umano). Questi citati sono però dei semplici principianti, che stanno seguendo le orme dei maestri: la fantascienza era già arrivata là dove loro neanche immaginavano di mettere piede…

da “Planet Stories” n. 10 della primavera 1942

Se sul numero di aprile 1943 di “Unknown Worlds” il grande Fritz Leiber nel racconto Conjure Wife usa con disinvoltura l’espressione «electric brain», sul numero 10 della neonata rivista pulp “Planet Stories”, datato primavera 1942, il Maestro Fredric Brown già utilizza una parola che all’epoca anche gli scienziati stentano a stabilire cosa sia:

«Lesse i dati sui quadranti intorno allo schermo e li scagliò, sotto forma di pensieri, verso la psicobobina del computer.» [hurled them as thoughts against the psychocoil of the computer]

Chissà se gli appassionati lettori del racconto The Star Mouse siano rimasti più stupiti della psychocoil o del computer: che pazzi sono, questi autori di fantascienza, devono essersi detti, loro e le loro strane parole inventate.

Howard Smallin, professione: computer! Da “Weird Tales” del giugno 1930

Va specificato che le riviste pulp di fantascienza non erano certo nuove all’utilizzo del termine, che si poteva trovare già almeno dal 1930. Com’è possibile che nei primi anni Trenta apparisse il termine “computer” usato con disinvoltura? Semplicemente perché si parlava di un “computatore”: cioè una persona che computa, che fa calcoli. Seguendo le riviste dedicate ai racconti di fantascienza, è avvertibile la mutazione del termine: dall’indicare una persona che fa calcoli, passa pian piano ad indicare una macchina che fa calcoli.

Un computer su ogni nave! da “Amazing Stories” del luglio 1931

Parliamo però di scrittori che non hanno le basi scientifiche di veri specialisti poi passati alla narrativa, come per esempio Robert A. Heinlein, che nel 1947 comincia la sua carriera di romanziere con Rocket Ship Galileo (in Italia, “Razzo G.2”, rarissima unica edizione de La Sorgente 1957) con tanto di “computer” nel testo. «We’ve got twelve of our best ballistic computers calculating possible routes for you now»: i “computer balistici” sanno tanto di calcolatrici molto poco futuristiche – se non addirittura semplici “pesone che fanno calcoli” – ma appunto Heinlein era un vero scienziato prima che un autore del fantastico. Così come il suo amico, un certo Isaac Asimov (potreste averne sentito parlare), che lo stesso 1947 nel racconto Little Lost Robot parla sia di computing machines che di computers. Ma in Italia come vengono accolte queste parole così futuristiche?

Difficile recuperare le prime traduzioni italiane dell’epoca, visto che più spesso ad essere ristampate sono nuove traduzioni avvenute un decennio dopo, quando cioè “computer” è ormai diventata una parola nota e quasi obbligatoria. Per esempio il citato racconto “Il topo stellare” di Fredric Brown appare in italiano solamente quarant’anni dopo, ne “Le grandi storie della fantascienza 4” (SIAD 1981) con Roberta Rambelli che può tranquillamente lasciare “computer” non tradotto. Avere un’idea precisa di come l’italiano degli anni Cinquanta e Sessanta – quando la fantascienza è esplosa nel nostro Paese – abbia reagito all’invasione dei computer rimane materia per collezionisti, ed è un lavoro certosino che sono costretto a rimandare a future “indagini”.

Di sicuro “calcolatore” rimane l’opzione italiana più gettonata, visto che a quanto pare nessuno ha mai preso in considerazione il termine “computatore”, malgrado sembri la traduzione perfetta di computer visto che entrambi i termini derivano dalla stessa radice latina. Si conosce solo un caso, cioè il ballistic computer del romanzo Podkayne of Mars (1962) di Robert A. Heinlein che, arrivando in Italia come “Una famiglia marziana”, diventa «computatore balistico» grazie alla traduzione di Hilja Brinis per il numero 323 di “Urania” (15 dicembre 1963). Non sono riuscito a trovare altri casi.

A sorpresa il computatore è tornato utile negli anni Novanta. Per esempio c’è il clacker di William Gibson e Bruce Sterling per il loro The Difference Engine (1991) che in Italia per “La macchina della realtà” (Mondadori 1992) diventa «computatore»: forse il traduttore Delio Zinoni voleva un termine ricercato per ricreare l’effetto di una parola strana. Così come con lo stesso termine viene reso il reckoner di Robert J. Sawyer per “Starplex” (1996) tradotto da Mauro Gaffo per “Urania” n. 1332 (29 marzo 1998).

L’Italia però è la patria della creatività, quindi esiste anche un metodo non molto noto per rendere “computer” in italiano: semplicemente… cancellando le frasi che lo contengono! Per esempio il romanzo “Le correnti dello spazio” (The Currents of Space, 1952) di Isaac Asimov contiene la frase «With their automatic relays and trajectory computers»: come la traduciamo? Semplice, non la traduciamo. Si salta una riga e via così…

Malgrado i problemi dei traduttori italiani, scienziati e romanzieri americani fanno a gara a chi immagina un uso sempre più futuristico delle nuove macchine e quindi il futuro corre veloce. Prima di suicidarsi nel 1954 mordendo quella mela avvelenata – e creando il Mito della Mela Morsicata che forse ha dato l’idea per il simbolo dell’Apple – Alan Turing ha potuto vedere diverse applicazioni pratiche delle sue idee: quello che invece non ha potuto vedere sono le conseguenze sulla vita quotidiana di queste invenzioni, dato che solo nel 1955 William Marchant scrive il testo teatrale Desk Set, da cui il film con Tracy ed Hepburn.

(continua)

L.

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Pubblicato da su febbraio 11, 2019 in Indagini, Linguistica

 

[Pseudobiblia] The District (2001)

I “libri falsi” sono ovunque, anche in una serie televisiva politico-poliziesco-moralistica come “The District“, replicata milioni di volte su La7. L’episodio 1×16 (24 febbraio 2001, A Southern Town) ci regala uno pseudobiblion a sfondo “poliziesco”.

Grazie alle sue conoscenze “in alto”, l’ex poliziotto Elliott Holt (Alan Fudge) ha fatto carriera fino a diventare capo della polizia ed ora, in pensione, ha pubblicato un bestseller: “Una città del sud” (A Southern Town), con fra l’altro il racconto di eventi scottanti di trent’anni prima.
Tutti applaudono Holt per la sua cronaca, e Stuart Randall (Frederick Coffin) è l’unico che abbia il coraggio di accusare l’autore di stare mentendo, affermando di conoscere come sono andati realmente i fatti che nel libro sono stati distorti.

Randall si sta solo vendicando perché tempo prima Holt l’ha licenziato? O è l’alcolismo a parlare per lui? Non sa decidersi l’attuale capo della polizia Joe Noland (Roger Aaron Brown), anche perché… anche lui sa cos’è successo quella notte.

Trent’anni prima il figlio di un senatore provoca un incidente stradale dove a morire è la ragazza al suo fianco: per evitare lo scandalo, dei poliziotti compiacenti accorsi sul posto fanno spostare il giovane rampollo sul sedile del passeggero, così che risulti la ragazza morta come autrice dell’incidente. Questo ha garantito a Holt, uno degli agenti, una luminosa carriera, così come a Noland che ha tenuto il segreto. Ora però quest’ultimo si sente in colpa, quindi farà… un bel niente.

In una nuvola di fumo eterea finisce la storia di questo “mistero” custodito per trent’anni: scordammuce ’u passato, è la morale dell’episodio.

Infine va notata la grafica della copertina: diciamo che gli autori della serie non hanno voluto puntare molto su questo “libro falso”.

L.

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Pubblicato da su febbraio 8, 2019 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] L’erba di Grace (2000)

Mi è capitato di vedere il piccolo e delizioso “L’erba di Grace” (Saving Grace, 2000) di Nigel Cole, ristampato in DVD da Minerva Pictures e Cecchi Gori nel 2016.

Lo scozzese Craig Ferguson – in tempi recenti diventato presentatore di late show – qui si ritaglia il ruolo da co-protagonista e co-sceneggiatore, portandoci in uno di quegli ameni paesini della campagna britannica che hanno fatto la fortuna delle produzioni TV. Qui la neo-vedova Grace Trevethyn (Brenda Blethyn) scopre che suo marito era un poco di buono e che le ha lasciato solo debiti su debiti: prima di ritrovarsi per strada, decide di aiutare il giardiniere Matthew (Craig Ferguson) a far crescere quelle speciali piantine che lui ben conosce, in grado di riparare tutti i debiti economici.

Conclusa la divertente e leggera commedia dal gusto britannico, si avvera come sempre la previsione di Mallarmé: «tutto finisce in un libro». Per raccontare l’incredibile vicenda di cui è stata protagonista, e per assicurarsi nuove entrate, Grace scrive un libro “scottante”:

«Tutto finisce in un libro» (Mallarmé)

«Stasera indagheremo sul mistero che circonda Grace Trevethyn: come ha fatto una vedova sconosciuta, sull’orlo della bancarotta, a salvare la sua casa e a diventare la scrittrice più famosa e controversa dell’anno?»

Così gli strilli dei giornali che indagano sul successo del libro “The Joint Venture“, divertente gioco di parole con l’espressione che indica quello che in italiano si chiama ATI (Associazione Temporanea di Imprese), cioè joint venture (“avventura congiunta”), e il termine joint che nell’inglese colloquiale indica una sigaretta di marijuana.

Un romanzo molto poco di finzione

«Il romanzo della signora Trevethyn è ai vertici della classifica dei bestseller da più di un anno. Ma sebbene il libro sia venduto come romanzo, la storia presenta sorprendenti analogie con la vita stessa della Trevethyn.»

Nel Duemila non c’è ancora l’ossessione di non tradurre gran parte dei film, quindi il “miglior doppiaggio del mondo” si è spremuto le meningi: come rendere in italiano il titolo di questo libro? Come replicare un gioco di parole con un’espressione “innocua” che però possa nascondere un doppio senso “da sballo”? La soluzione la considero geniale: The Joint Venture in Italia diventa… “Fumo di Londra“!

Grace premiata per il suo romanzo!

Una curiosità. Sia il citato Ferguson che il co-sceneggiatore Mark Crowdy dopo il successo di questo film hanno scritto e prodotto una serie TV dedicata ad uno dei personaggi in esso presenti: “Doc Martin“, una deliziosa serie – con nulla a che fare con il “fumo” – che consiglio caldamente.

L.

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Pubblicato da su febbraio 6, 2019 in Pseudobiblia

 

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