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Editoria digitale: intervista cumulativa (2011)

Ripesco dal “passato” questa mia intervista cumulativa che feci a vari romanzieri, di generi diversi, per sapere cosa ne pensassero dell’editoria digitale, all’epoca appena emergente nell’immaginario collettivo.
Chissà se gli stessi autori oggi confermano quanto pensavano allora…


Editoria digitale:
intervista cumulativa

da ThrillerMagazine, 31 maggio 2011

L’eBook e il suo mondo rappresenta un pericolo per il cartaceo
o queste due editorie potranno convivere pacificamente?
L’abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti

Siamo di fronte a un nuovo stadio evolutivo nella vita del libro? Come sempre, quando si parla di evoluzione, la risposta va lasciata ai nostri successori: gli studiosi del futuro penseranno alla nostra epoca e la chiameranno “di transizione”… Oppure tutto si risolverà nel nulla.

Si sa, tutto cambia ma niente cambia. Nel IV secolo d.C. giunge a compimento un passaggio epocale nella storia del libro: la forma del rotolo viene ormai abbandonata per lasciare spazio al più utilizzato codex. Nel 1975 lo studioso Guglielmo Cavallo elenca così i motivi di questo passaggio: «la forma più maneggevole meglio si adattava alla lettura, al trasporto in viaggio, all’uso scolastico; ed ancora la capacità di contenuto, tanto più grande di quella del rotolo, ben rispondeva alle esigenze di selezione o sistemazione»: non sembra che stia parlando degli eBook?

Nel 1895 il bibliofilo francese Octave Uzanne in un racconto ipotizzava la fine del supporto cartaceo e l’apparire di una nuova tecnologia che avrebbe stravolto l’uso dei libri fatto fino ad allora. Nel 1951 il celebre Isaac Asimov immaginava che nel 2157 si sarebbe letto su schermi interattivi. Gli esempi non mancano per dimostrare che di editoria digitale se ne parla da tanto tempo, anche se con nomi diversi. Perché questa corrisponde alla regola aurea che ha accompagnato l’evoluzione del libro: da forme costose e tecnicamente complesse si passa sempre a supporti più leggeri, comodi e soprattutto economici.

Nel citato IV secolo l’avvento del codex, del concetto di libro come noi oggi lo conosciamo, venne visto con raccapriccio dai cultori del rotolo, ma l’evoluzione la si può rallentare: non la si può fermare. Però, va specificato, per moltissimo tempo sia il rotolo che il codex hanno convissuto.

Oggi forse (e sottolineo forse) ci troviamo di fronte ad un nuovo modo di intendere il libro: l’eBook è più snello, più comodo, più “portatile” e – in alcuni casi – decisamente più economico di un libro cartaceo. Se questa non risulterà essere solo una moda passeggera, ci aspettano parecchi anni di amichevole accostamento fra le due editorie.

Per avere un’idea di come viene percepita questa fantomatica evoluzione editoriale, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti la loro opinione in proposito. Il risultato è variopinto ma comunque incoraggiante.


Barbara Baraldi. Sin dal suo esordio nel 2007 con “La ragazza dalle ali di serpente”, è una scrittrice “cartacea” che in pochi anni si è imposta nel panorama giallo-noir italiano. È da poco uscito in libreria il suo nuovo romanzo, Scarlett – Il bacio del demone (Mondadori)

Sono feticista della carta stampata, del profumo delle pagine, delle sottolineature, dei libri prestati e dei libri regalati, e tuttavia mi sono avvicinata all’eBook con una certa curiosità, per cercare di capire cosa c’era di nuovo. La comodità di non dover decidere quale libro portare in viaggio, un peso in meno nella valigia e pile più piccole sul comodino. La possibilità di acquistare titoli di catalogo senza dover interrogare ogni libraio nel giro di una trentina di chilometri. Qualcuno dice che nell’ambito dei manuali tecnici l’eReader è già diventato irrinunciabile, e io non posso che auspicare che lo stesso avvenga per i testi scolastici, dato che la dimensione e il peso degli zaini degli studenti è fuori controllo da un pezzo.

Credo che prenderà piede anche per la narrativa, perché, alla fine, ciò che conta in un libro sono le parole che ci sono scritte. Forse in Italia un po’ più tardi del resto d’Europa perché, si sa, molti italiani sono convinti che i libri siano noiosi e che per raccontare storie ci siano già il cinema, le fiction e le soap. Alla domanda se ci sarà più spazio per i piccoli editori o, addirittura, per l’autoproduzione, la mia risposta è: perché no? A fronte della diminuzione dei costi e dei vincoli della distribuzione, ci sarà sempre più spazio per chi lavora bene. E poi il prezzo si è già livellato su livelli accettabili, al punto che si può acquistare una novità, anche di un grande editore, per meno di 7 euro. Cifre impensabili fino a qualche tempo fa, e che mi fanno ben sperare per le sorti della narrativa italiana, soprattutto per le nuove generazioni di lettori, nati in un mondo fortemente tecnologico, ma dall’animo inguaribilmente romantico.


Stefano Di Marino. Scrittore di lunga data la cui bibliografia ha fatto impazzire più di un compilatore! Da sempre è legato al mondo cartaceo, ma – avventuriero nello spirito – ha anche tentato le strade del digitale.

Esattamente un  anno fa ho partecipato con Andrea Carlo Cappi, Altieri, Franco Forte, Valeria Montaldi e Alessio Lazzati a un corso organizzato dal professor Andrea Rossetti alla Statale di  Milano che aveva per argomento “editoria e nuove tecnologie”. Un bell’auditorio di 300 studenti che, però, mi parvero lettori non forti e piuttosto refrattari ad usare l’editoria elttronica anche per studio. Devo dire che all’epoca ne sapevo ben poco e potevo parlare solo delle possibilità fornite dall’elettronica per la promozione e le ricerche nel mio lavoro. Di eBook e altri prodotti del genere ancora non si parlava, o almeno io non ne parlavo. In meno di un anno ho pubblicato due eBook [“Per il sangue versato” e “Il labirinto di Lucrezia”] e mi appresto a varare con altri una serie di iniziative che spero vi stupiranno piacevolmente. A parte ciò devo dire che al momento la situazione mi sembra la seguente.

– Un ritorno economico per gli autori – e spesso per gli editori – è ancora da venire. Le percentuali sono più alte di quello che è il mercato tradizionale in cartaceo ma la fruizione poca. In ogni caso meglio esserci da principio, soprattutto per chi, come me, ha un vasto repertorio da poter riutilizzare e che magari resterebbe nel dimenticatoio.

– la discriminante fondamentale adesso è il prezzo. Se il testo ha un prezzo onesto o comunque basso ha possibilità di venire acquistato, altrimenti il lettore preferisce il cartaceo.

– le riviste hanno un futuro solo in digitale. Costi di produzione, stampa e diffusione, nonché  problemi di stoccaggio da parte del lettore mi portano a pensare che sia molto più conveniente realizzarle in digitale.

– aver venduto un po’ di modelli di reader non ha aumentato il numero dei lettori. Il lettore è quello che si prende il suo tempo per leggere effettivamente il libro. Se il gioco è scaricare cento volumi che poi non guardo mai, vi assicuro che dura poco. Il lettore forte, quello che colleziona invece può essere invogliato con recuperi “onesti” nel prezzo. Mi pare che le grosse case editrici questo non lo abbiano ancora capito.

– alla fine, come in tutte le cose, dopo la novità resteranno in piedi solo quelli che lavorano seriamente.


Fabio Novel. Collaboratore di ThrillerMagazine nonché fenomenale intervistatore, ha provato entrambe le strade: cartaceo e digitale.

L’eBook è il futuro del libro? Se questa dovesse essere la domanda cardine, non me la sentirei di dare una risposta.

Non me la sentirei perché (io, ma sono convinto nemmeno gli editori) non ho un adeguato numero di elementi concreti (di fatti) che mi consentano di fare delle valutazioni deduttive di tale portata che abbiano adeguata concretezza.

E non me la sentirei perché, in fondo, ammetto che un futuro senza libri cartacei mi mette tristezza, e lo trovo in parte anche pericoloso (un volume potrebbe sopravvivere ad un medioevo prossimo venturo, dubito possa farlo un file – ma non voglio ora suonare pessimista!). Insomma: sì, anch’io sono profondamente affezionato al libro classico. Cartaceo. All’oggetto-libro, insomma, oltre che al contenuto che veicola. Con tutti gli aspetti positivi, ma anche maniacali, che tale approccio comporta.

Ma se non posso/voglio sbilanciarmi a rispondere se l’eBook sia, o meno, il futuro del libro, posso/voglio invece affermare che a mio avviso ha un presente e soprattutto un futuro per scrittori e lettori, e pure per editori capaci di sfruttarne le prerogative anche a loro beneficio.

È una grande innovazione. Come tutti i cambiamenti, reca in sé vantaggi e svantaggi. Ma, per quel che mi riguarda, gli aspetti positivi superano per ora quelli negativi. Ne cito solo alcuni…

Per quanto riguarda i bestseller, e ormai buona parte dei libri, il lettore può scegliere subito se spendere per l’hardcover o per la versione digitale (ad un costo minore, dove però l’abbattimento allo stato attuale è purtroppo in genere non rilevante – per ragioni che possiamo immaginare ma non per questo condividere), o aspettare al solito delle versioni tascabili o supertascabili. Una versione eBook del tascabile sarebbe ancora più conveniente!

Le pubblicazioni in digitale facilitano l’archiviazione e le ricerche. Questo lo reputo particolarmente utile per gli abbonamenti a riviste, e in taluni casi anche per la saggistica, laddove si ritiene possa costituire elemento di successiva ricerca, oltre che di piacere di lettura presente. Chi è abbonato a riviste, soprattutto se settimanali, sa quanto spazio fisico vadano rapidamente ad occupare, e la loro “terminazione” è inevitabilmente ciclica, spesso dolorosa perché vissuta come spreco di materiale potenzialmente utile. Un peccato. La scelta di un abbonamento in PDF è una valida soluzione di ripiego. Purché si abbia un eReader o quantomeno un laptop. Altrimenti, in viaggio o a letto la vedo dura…

L’eBook ha dato la possibilità a tanti autori di proporsi anche autonomamente, fuori dalla cerchia delle mura editoriali. Che se da un lato garantiscono (in buona parte dei casi, purtroppo con svariate eccezioni) la professionalità di filtri qualitativi preparati e seri in termini di editing (poi, si può sempre sindacare sulle scelte/opinioni/preferenze/pregiudizi degli editor, ma raramente si tratta di persone impreparate) e non solo. Però gli editori non sono ONLUS, lavorano per il profitto. Fanno scelte, giuste o sbagliate, di mercato. E per questo alcuni romanzi, in taluni casi persino ottimi per soggetto e scrittura, non riescono a trovare pubblicazione. Rimanendo a decomporsi nei cassetti o a perdersi negli hard disk di autori in preda alla frustrazione. Con l’eBook, anche questi romanzi possono trovare la via per farsi leggere, magari solo da quattro gatti, amici di facebook, oppure persino da un fracco di gente (non succede ancora in Italia, ma di casi internazionali di successi prima nel web e poi in cartaceo ce ne sono stati) disposta ad acquistarli. È una chance, almeno. E siccome si scrive per farsi leggere, non per atto di onanismo letterario… Si può obiettare, correttamente per alcuni aspetti, che ci vorrebbe comunque il filtro di un editore che si faccia garante di qualità ed editing. Io dico che questo non è un obbligo. Io preferisco di sicuro propormi con un editore alle spalle. Ma non mi tirerò indietro nell’agire da indipendente, il giorno che lo riterrò opportuno su qualche progetto. In questi casi, lo scrittore è artigiano. È libero. Nudo di fronte al lettore, si prende i suoi rischi. Ma son tutti suoi. Con pochi benefici, visto che di soldi ne girano pochi, o niente. E il lettore non va sottostimato. Se un romanzo non piace, se è scritto con i piedi, se non è corretto, il lettore castiga l’autore, anche se lo ha pagato poco. O se si è scaricato un file gratuito. Se invece è contento, passa parola.

L’eBook può costituire poi una seconda chance per libri fuori catalogo. Non ristampati. O non ristampabili perché, almeno in previsione, non hanno i numeri per vendere un numero di copie tale da rientrare negli investimenti. E potrebbe esserlo per tutti quei romanzi che escono nelle collane da edicola della Mondadori, per esempio, che pure raggiungono numeri di lettori che in libreria sarebbero invidiati, ma che pagano purtroppo il limite della mensilità. Farli uscire a distanza di sei mesi/un anno in una collana parallela di e-Urania, e-Segretissimo e e-Gialli Mondadori non sarebbe male.  Non dico di recuperare il passato, che sarebbe difficile, ma di impostare il futuro. Un rischio, in questo caso, purtroppo lo vedo. Che un giorno qualcuno possa pensare di sostituire le collane da edicola con quelle digitali. Sarebbe un suicidio per queste serie storiche.

L’eBook è giovane. Allo stato attuale non ha (in Italia) un giro d’affari significativo. Ma crescerà.

Come autore, mi sento motivato a muovermi anche in questa direzione. La reincarnazione digitale del mio “Scatole siamesi” (Nord 2002, DelosBooks 2010) mi sta dando soddisfazioni in tal senso.

Vediamo un po’ cosa ci riserva il libro, nel suo futuro…


Marilù Oliva. Inviata speciale di ThrillerMagazine, dopo anni di collaborazioni editoriali è divenuta scrittrice a pieno titolo nel 2009, con “Repetita”. È imminente l’uscita del suo nuovo romanzo (cartaceo) Fuego.

Premesso che il libro-oggetto (e oggetto di culto) resterà ancora insostituibile, io guardo con grande attenzione alla realtà dell’eBook. Credo che i due sistemi possano procedere di pari passi ancora per qualche decennio, proprio in virtù delle diverse modalità di fruizione e, di conseguenza, della diversa utilità dell’oggetto cartaceo o elettronico. Le mie previsioni (puramente intuitive, quindi non scientifiche, lo sottolineo) dicono che entro mezzo secolo il libro di carta sarà oggetto da collezione.

Certo, già oggi i vantaggi dell’eBook sono differenti: da quelli commerciali come l’immediata reperibilità, la visibilità, a quelli più pratici: lo spazio compresso, il minor impatto sull’ecosistema. Niente, però, almeno per la nostra generazione, potrà sostituire il fascino della carta da sfogliare, soprattutto se sulla carta sono impresse opere notevoli.

Infine, come ha sottolineato Giacomo Brunoro, co-direttore della casa editrice digitale La Case: «Quello che è successo con gli mp3 nel mondo della musica dovrebbe far riflettere…»


Giovanni De MatteoBlogger e scrittore di fantascienza. Nel 2007 pubblica il romanzo fantascientifico Sezione π² da cui viene tratta anche una serie a fumetti. Recentemente ha pubblicato in eBook (prodotto dalla DigitPub nella collana 40k) il romanzo breve Codice Arrowhead.

Sono convinto che l’editoria digitale rappresenti una sfida e che lo faccia in più sensi. Non solo per ragioni strettamente legate al mercato, che potrebbe avvantaggiarsi del dinamismo comportato dalla transizione e dall’ingresso in scena di nuovi soggetti capaci di mettere in discussione gli equilibri ormai consolidati, acquisiti sul libro cartaceo; ma anche e forse soprattutto dal punto di vista della proposta di contenuti. Il libro elettronico mette in condizione autori ed editori di cimentarsi con lunghezze solitamente sacrificate sulla carta. La diffusione del romanzo popolare, per molti altri versi benefica e benedetta, ha prodotto anche delle distorsioni grottesche: troppi editori brancolano alla costante ricerca del bestseller di turno e ci impongono l’incontestabile certezza che non si possa piazzare una novella al prezzo di 5 euro, siccome a parità di prezzo il lettore preferirebbe un romanzo in edizione economica a un romanzo breve. Dopotutto le case editrici non sono enti di beneficenza, sebbene in un mondo utopico la qualità dovrebbe essere la loro prima preoccupazione, svincolata da ogni ragione di profitto. Purtroppo questa non è un’utopia socialista e sotto una certa soglia i costi della carta e della stampa renderebbero del tutto improduttiva l’impresa.

E pensare che sulla dimensione del racconto e della novella sono maturati i generi, dalla letteratura poliziesca al fantastico, fino alla fantascienza. L’eBook può ripristinare gli equilibri a favore delle forme più compatte di letteratura. Velocità, dinamismo, flessibilità sono dopotutto qualità che si adattano alla perfezione ai nuovi mezzi di fruizione: monitor, tablet, eReader. Un ritorno alle origini? Forse, ma di sicuro con un approccio nuovo, al passo coi tempi. E l’anonimato garantito dallo strumento elettronico (niente copertina, niente titolo, niente autore in bella mostra a beneficio degli estranei che ci circondano sul treno e nei luoghi pubblici) potrebbe anche aiutare il rilancio dei generi popolari, oltre che della narrativa breve: quante persone, dopotutto, si sentono a loro agio esibendo l’ultimo tomo di Umberto Eco in metropolitana, e quanti invece trovano il coraggio di sfoggiare l’ultima copia del Giallo, di Segretissimo oppure di Urania? Con tutto ciò che questo potrebbe comportare anche sul fronte della riscoperta di classici che ormai giacciono sepolti nei cataloghi delle nostre amate collane del mass market, quelle ancora in vita e quelle purtroppo estinte. Quanti titoli varrebbe la pena riproporre al pubblico facendo leva sui minori costi garantiti dalle produzioni elettroniche? Innumerevoli, ne sono convinto: avremmo solo l’imbarazzo della scelta per cominciare.

Sono un po’ più scettico invece sulla possibilità rappresentata dall’eBook come canale alternativo all’editoria tradizionale: per evitare che il mercato finisca soffocato sotto il peso del dilettantismo, troppo spesso camuffato dietro l’etichetta apparentemente disallineata dell’autoproduzione, non si può e non si deve sacrificare la cura riservata alle produzioni cartacee, pensando di poter fare a meno dei diversi attori che intervengono nella filiera del libro: curatori, editor, correttori di bozze, copertinisti, impaginatori, etc. sono e restano indispensabili per la riuscita del libro, almeno tanto quanto l’autore che lo ha concepito.

Niente è più reazionario, in un momento di potenziale rivoluzione, della velleità di rinunciare all’esperienza (e alla costruzione di esperienza) di professionisti. Anche il settore del libro elettronico ne ha bisogno.

Non escludo che si possano instaurare delle vere e proprie sinergie tra la carta e il digitale. Di sicuro, è solo preservando la qualità che esigiamo dalle edizioni cartacee, che l’eBook potrebbe funzionare davvero come detonatore per una lotta di classe in ambito editoriale, determinando la rivincita dei piccoli (editori, libri, autori) contro i colossi (i titani dell’editoria, i mattoni degli scaffali, i moloch delle lettere), la rivalsa degli ultimi sui primi, fino a pervenire a un nuovo equilibrio. In tutti i sensi. È presto per affermarlo con certezza. Ma è un auspicio che nessuno ci vieta di coltivare.


Maurizio “ScarWeld” Landini. Blogger, scrittore e compositore, sta per uscire in cartaceo con il romanzo fantascientifico Il Corpo della fame (Wild Boar).

Personalmente trovo molto stimolante il supporto eBook, sia per la narrativa che per il fumetto e non penso che il digitale possa escludere il cartaceo. Non entrando nel merito del dibattito economico ed ecologico, spero che questo supporto si sviluppi in futuro come un mezzo per comunicare una forma d’intrattenimento nuova, qualcosa di diverso dal cartaceo, quindi non alternativo ma complementare.


Andrea Carlo Cappi. Scrittore “cartaceo” di lunga data nonché traduttore di grandi firme. Ha recentemente tentato la strada del digitale… senza saperlo!

Essendo l’unico superstite di una famiglia che aveva più libri che soldi e se aveva soldi li spendeva in libri, sono fisicamente legato al “cartaceo”… che suona un po’ come “Cretaceo” e quindi preistorico. E, per quanto io detesti i dattiloscritti, ingombranti e poco maneggevoli, ne ho persino conservato qualcuno tra quelli su cui ho lavorato nel corso degli anni: la prima stesura (con qualche differenza rispetto a quella finale) di una novelization di 007 di Raymond Benson, quella del suo capolavoro “Le ore del male” e quella di uno degli ultimi libri di Richard Stark (non l’originale, purtroppo, solo una fotocopia del testo scritto foglio su foglio su una delle macchine da scrivere del defunto maestro del noir).

Nello stesso tempo però sono grato al mondo dei PC, senza il quale starei ancora correggendo gli errori di battitura del primo romanzo (ero un po’ un disastro alla macchina da scrivere) e all’universo di Internet, e mi rendo conto che ci sono enormi possibilità diverse. Per dirne una, lavorare al webmagazine www.borderfiction.com è diverso da lavorare su “M-Rivista del Mistero” come ho fatto per nove anni: è come contribuire a un numero unico e in perenne arricchimento di un’immensa megarivista interconnessa.

Quindi l’editoria digitale, tuttora in fieri, apre notevoli e interessanti possibilità. Ma tra questo e dire che è l’editoria che sostituirà quella convenzionale… ce ne corre.

In primo luogo, credo che l’unico territorio in cui funzioni attualmente siano gli USA. Perché? Anche se credo che la percentuale di lettori di libri, negli Stati Uniti, sia persino inferiore a quella in Italia, il numero totale di lettori – che si estende, grazie all’uso della lingua inglese, al Canada, alle Isole Britanniche e a un mondo intero popolato di anglofoni –  è immenso. Questo spiega perché si consumi un numero enorme di hardcover, di tascabili anche di infimo livello e ovviamente ora anche di eBook, tutti di produzione americana. Le cifre di vendita sono più che sufficienti a garantire il rientro economico per chi li produce. Ciononostante alcuni autori americani, negli stessi USA, sono poco conosciuti, non vendono molto, a volte non vengono neppure pubblicati e – se il marketing editoriale non si mette di traverso – hanno molto più successo in Italia. Un esempio su tutti: Joe R. Lansdale.

Ma il mercato americano è quello che ha spinto alcuni autori, constatata la debolezza della promozione dei loro editori cartacei, ad avviare un’editoria indipendente fatta di autopubblicazione in eBook o in stampa on demand (rese possibili, naturalmente, dalla notorietà già acquisita in cartaceo e da un grande lavoro di autopromozione). Forse in futuro ci saranno anche autori USA bestseller nati esclusivamente su Internet e cresciuti solo in eBook.

Ma il mercato italiano, cartaceo o digitale che sia, si basa sui lettori italiani, ancora piuttosto legati al libro “vero”. Si possono fare operazioni interessanti, come ripubblicare titoli ormai introvabili di autori considerati “secondari” dai grandi gruppi editoriali (e dunque non più ristampati) eppure molto seguiti dal pubblico. Oppure pubblicare testi atipici (come certe raccolte di racconti, per qualche ragione considerate impubblicabili da molti editori cartacei, a meno che l’autore non sia di moda al momento). Oppure pubblicare testi brevi di rapido consumo ma di difficile collocazione nell’editoria convenzionale.

Tuttavia posso riportare il caso del mio “Le grandi spie”, che per una decina di mesi è stato il secondo libro più venduto di tutta la produzione di Vallardi Editore (dopo le ricette TV di Benedetta Parodi, che gode ovviamente di una notorietà superiore alla mia. Poi è uscito il secondo libro di ricette TV di Bendetta Parodi e sono passato al terzo posto). Un discreto successo, per un libro che è al tempo stesso una raccolta di storie dal vero e un libro di consultazione destinato a restare tale nel tempo. Proprio per questo ha avuto senso che ne venisse realizzata anche la versione eBook, a un prezzo leggermente inferiore. Eppure la versione eBook, secondo i dati che mi sono appena arrivati, non ha praticamente venduto. Be’, forse perché nessuno sapeva che esistesse, nemmeno io: era un’opzione contenuta nel contratto, ma ho scoperto che esisteva solo di recente e per puro caso, da Internet. Dal che sospetto che l’editoria digitale italiana possa avere gli stessi problemi dell’editoria non digitale: l’incapacità di raggiungere le decine di migliaia di lettori potenzialmente interessati a determinate opere (quelli che il marketing editoriale chiama sprezzante “lettori di nicchia”) ostinandosi a promuovere sempre lo stesso tipo di prodotto, il presunto bestseller costruito a tavolino per catturare il vasto mercato di non-lettori-abituali a scapito dei forti lettori, spesso delusi dalle mode del momento.

Ma in tutto questo c’è un’ultimo dettaglio non trascurabile a favore del libro cartaceo. Come diceva Isaac Asimov già oltre trent’anni fa, in un articolo intitolato, mi pare, “La supercassetta”: un libro si può leggere sempre e ovunque, senza timore che gli si scarichino le batterie.


Alessandro Girola. Blogger e scrittore, ha recentemente presentato l’eBook autoprodotto Scene selezionate della Pandemia GiallaÈ attivo da molto tempo nel mondo degli eBook, prima che divenissero “famosi”.

A mio parere l’editoria digitale può essere al contempo un’alternativa e un valido completamento di quella tradizionale.

Mi viene sempre da sorridere quando leggo le continue diatribe tra i sostenitori del cartaceo e quelli degli eBook. Come se una cosa deve necessariamente escludere l’altra. Io, da lettore, continuo tranquillamente a comprare libri e al contempo mi piace l’idea di poter acquistare romanzi, anche in lingua originale, con un semplice click e di poterli iniziare a leggere senza aspettare un secondo.

Da scrittore invece non posso negare che la possibilità di proporre i miei lavori in formato digitale è un grande vantaggio. Innanzitutto mi evita i tempi elefantiaci dell’editoria tradizionale, con attese che vanno da sei mesi a un anno. Una cosa intollerabile, in un mondo oramai abituato a ritmi ben più elevati. E poi, mi spiace dirlo ma è così, gli eBook e ancor più le autoproduzioni permettono a chiunque di pubblicare ciò che ha scritto, anche senza avere santi in Paradiso (o in redazione).

Certo, va da sé che proprio con le autoproduzioni si immette sul mercato una marea di materiale in larga parte scadente. E quindi? Sarà il pubblico a decidere cosa merita di “vivere” e cosa invece no. È selezione naturale, quella legge che di solito lascia spazio ai meritevoli. L’editoria tradizionale italiana da troppo tempo si è chiusa in una sorta di oasi protetta. Non c’è rischio, non si va oltre alla cerchia di autori noti e arcinoti. Il risultato? Un indebolimento della proposta generale. Un mercato quasi autoreferenziale.

Forse gli eBook saranno da sprone a migliorare, a superare certi schemi, a rivedere un mercato che oramai segue quasi esclusivamente le mode d’importazione (di solito nemmeno le migliori).

Quindi… eBook? Sì grazie!


L.

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Pubblicato da su ottobre 20, 2017 in Interviste

 

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[Books in Movies] Captain Fantastic (2016)

Lo scorso 23 maggio la Cecchi Gori ha portato in DVD e Blu-ray il film “Captain Fantastic” (id., 2016), scritto e diretto da Matt Ross, nome molto più noto come attore televisivo di lunga data: i “tecnologi” italiani sicuramente lo conoscono per il ruolo del ricco e vanesio imprenditore informatico Gavin Belson nella serie TV “Silicon Valley“.

Ross dà fondo ad ogni stereotipo culturale americano per creare un film che deve la sua riuscita solo alla straordinaria bravura degli attori – uno spettacolare Viggo Mortensen, un intensissimo Frank Langella anche se in un ruolo minore, e tutti i ragazzi protagonisti – e ad un innegabile gusto nella narrazione: l’assunto di base è molto meno intrigante della prova attoriale.

Ross infatti immagina una famiglia alternativa in cui Ben (Viggo Mortensen) fa crescere i suoi molti figli nella natura, insegna loro a combattere, a procurarsi il cibo con le proprie mani, a saper sopravvivere e ad evitare tutti i pericoli mortali della civiltà, cattiva e oppressiva. Però non sta allevando dei selvaggi, così ogni giorno i ragazzi studiano, o meglio: fanno quello che gli americani pensano che sia studiare.
All’inizio del film vediamo una scena di pochi secondi che dovrebbe dimostrare quanto i giovani siano acculturati, perché leggono libroni impegnativi non solo capendoli, malgrado la giovanissima età, ma addirittura divertendosi. Chi è che non si fa delle grasse risate con Dostoevskij o la teoria delle stringhe?

Purtroppo il maggior difetto del film è quello tipico del cinema americano quando parla di “cultura”. Avendo una concezione totalmente nozionistica – per loro cioè «fa scienza, sanza lo ritener, l’aver inteso», come dice Dante – la semplice acquisizione massiccia di dati in blocco è considerato apprendimento e addirittura cultura. Non dando la minima importanza alla sensibilità personale e all’educazione culturale, basta leggere un qualsiasi libro per apprendere ciò che in esso c’è scritto: leggi un libro di poesie? Sai la poesia. Leggi un saggio scientifico? Sei uno scienziato.
Sarebbe bello poter dire che lo sceneggiatore l’ha fatto apposta per mostrare la falla del ragionamento del protagonista, ma questa concezione della cultura la trovate in un qualsiasi altro film che affronti l’argomento: prendetene uno a caso, e troverete americani che imparano a memoria. Perché per loro ricordare è sapere. Capire non ha alcun significato, paradossalmente…

Dopo cena, a pancia piena, cosa c’è di meglio che chinarsi sui libri?

Detto questo, passiamo a vedere i libri che i protagonisti leggono nei primi minuti di film. Ovviamente sono tutti libri in inglese, malgrado ci venga detto che i ragazzi sappiano parlare correttamente in sei lingue.

“I fratelli Karamazov” (Brat’ja Karamazovij, 1879) di Fëdor M. Dostoevskij

Cosa c’è di meglio dopo cena, alla fioca e traballante luce di un falò, che leggersi un drammone russo come “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij? Se cresci in una foresta del Nord America, cacciando cervi per nutrirti e costruendoti cappelli con la pelle delle loro teste, sicuramente sei in grado di apprezzare l’anima russa di metà Ottocento. Io poi avevo 19 anni quando l’ho letto, amandolo profondamente, ma io sono un corrotto capitalista che mangia spazzatura, chi sono per giudicare?

“Armi, acciaio e malattie” (Guns, Germs and Steel, 1997) di Jared Diamond

Ho già raccontato la mia personale storia di lettura di “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni” di Jared Diamond, splendido testo divulgativo che però arriva a conclusioni discutibilissime: temo che la ragazzina che lo sta leggendo ne uscirà con idee molto confuse…

“La trama del cosmo” (The Fabric of the Cosmos, 2004) di Brian Greene

Ma quanto sono scienziati ‘sti ragazzi, che si leggono pure “La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà” di Brian Greene, perché basta leggere un libro sulla teoria delle stringhe per sapere quell’argomento.

“Middlemarch” (id., 1874) di George Eliot

Chiudiamo con un altro bel drammone ottocentesco, ma stavolta britannico come “Middlemarch” della George Eliot.

Viggo Mortensen si chiede come mai nessuno dei suoi figli legga fumetti

È ovviamente lodevole spingere i ragazzi e i bambini a leggere, ma un’esagerazione del genere dubito fortemente possa avere un qualche reale valore. La lettura è un processo di apprendimento, di crescita e di arricchimento morale: bruciare le tappe dubito che porti un qualsiasi risultato.
Chiudo con un ricordo personale, di quando in un documentario anglofono spiegavano i sintomi della “genialità” e come esempio di genio venne presentato un ragazzino che, con la voce strascicante, diceva di sapere a memoria tutto Shakespeare. Quello per voi è un genio? Allora ringrazio di non ricordare a memoria neanche il mio numero di telefono…

L.

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Pubblicato da su ottobre 18, 2017 in Books in Movies

 

La mala lingua (1970)

L’11 ottobre scorso il blog “Diciamolo in italiano” ha lanciato una splendida iniziativa: un dizionario aggiornato degli inglesismi (o anglicismi) nella lingua italiana, per dimostrare l’esagerata percentuale con cui ci hanno invaso. Ecco intanto la lettera A: non esitate a suggerire termini con relativa definizione italiana.

Durante il weekend (ops, m’è scappato un inglesismo!) mi chiedevo: come posso lanciare l’iniziativa di Zoppaz dal mio blog? Con un semplice post pubblicitario? Inutile farmi domande: l’Universo è lì pronto a darmi tutto ciò di cui un Etrusco curioso ha bisogno.
Sabato trovo gratis (ma è un inglesismo “gratis”?) un Giallo Mondadori del 1970 – che ho schedato approfonditamente nei miei Archivi di Uruk – che in appendice ha qualcosa di incredibile: una “Breve guida al gergo della mala” curata da Gianni Rizzoni.

Agli italiani non piace parlare in italiano: qualsiasi altra lingua, che sia dialetto, che sia Klingon, che sia “è così che parlano i gggiovani“, che sia “è così che si parla per la strada”, che sia “è così che parlano gli amanti”, insomma qualsiasi buffonata è meglio della lingua italiana. Se posso usare un termine proveniente dal thailandese arcaico, lo userò, se posso esprimermi con frasi prese dall’indo-coreano che provino a fermarmi, perché lo farò.
E un tempo è esistito il linguaggio della mala.

La seconda cosa che agli italiani piace, dopo il parlare male, è la mala. Qualsiasi storia abbia la malavita al suo interno piace, che sia serie TV o film, libro o fumetto, videogioco o cruciverba, se c’è la malavita gli italiani si sciolgono. E c’è stato un periodo in cui andava di moda anche la “lingua” della malavita: cioè una congerie di buffonesche cialtronate che solamente chi non apparteneva alla mala poteva credere reali. Perché mi rifiuto di credere che i veri criminali parlassero in modo così ridicolo.

Io non credo che sia mai esistita davvero una sola delle parole qui di seguito presentate, e credo che solamente al cinema o nei romanzi da edicola i criminali abbiano parlato così. Per carità, ogni quartiere ha il suo slang (dàje de inglese!), ma stilare un elenco del genere in una pubblicazione nazionale – che cioè esce nelle edicole tanto di Bergamo quanto di Palermo – mi sembra roba da arrossire di vergogna.

Regalo dunque questo elenco semplicemente per testimoniare come una pubblicazione da edicola del 1970 era convinta parlassero i criminali dell’epoca.
Ah, e anche per testimoniare come la Mondadori era convinta che la lettera “Y” venisse dopo la “I”…


Breve guida al gergo della mala

a cura di Gianni Rizzoni
da “Il Giallo Mondadori” n. 1097 (8 febbraio 1970)

Accavallato uomo armato
Afano delinquente da quattro soldi
Affettatrice ghigliottina
Alloggiare individuare il domicilio di un gangster
Allungare la vita impiccare
Andare in bianco fallire il colpo
Andar giù confessare
Apostolo compagno, complice
Aprirla parlare, confessare
Argot gergo della mala francese
Artiglieria armi (in genere)
Arton pane
Asola ferita di coltello
Asparacio agente di custodia
Astutari uccidere
Astutatu ucciso
Astutaturi assassino
Babi ospedale, manicomio criminale
Baccaglio gergo della mala
Bacherozzo prete, cappellano del carcere
Bagnola automobile
Baiaffa revolver
Baita casa
Balin letto
Ballerina sega circolare
Balordo malvivente (per la polizia)
Balordo delatore (per la mala)
Balordi soldi falsi
Bandiera (essere in) essere latitante, in fuga
Batteria gang, banda
Bauscia sbruffone, senza credito
Bava (essere in…) essere senza soldi
Bavare desiderare ardentemente
Bavarda canzone
Bavoso giornalista
Bella (fare la) fuga, fuggire
Bello vero
Belva capo della Squadra Mobile
Bere arrestare
Berrette anni di carcere
Berta pistola
Berta tasca
Beverone carcere
Beverino camera di sicurezza
Bevuto arrestato
Bianco incensurato
Bicchio dottore della mala
Bidone falso
Bighi calzoni
Bigonzi calzoni
Biliard tavolaccio
Bionde (le) sigarette estere
Blasone nome
BIuso vestito
Boia delatore
Bomba cassaforte, lucchetto
Bombaro specialista in casseforti
Bombarda protettore, affittacamere a ore
Boss capo della mala
Botta bottiglia
Bove piroscafo, nave
Braghe pantaloni
Brighella brigadiere
Briglia catenella
Brilli gioielli, brillanti
Brut delinquente
Bufala imbroglio, inganno
Buia cella
Buiosa prigione
Caïd capo (in senso lato)
Caino guardia di finanza
Calchi piedi
Calcosa terra
Calibro pistola
Cantare parlare, confessare
Canterino giornale
Capezzo cravatta
Caragnare piangere
Carbona casa, appartamento o stanza
Carico armato
Carretta automobile con targa falsa
Carruba carabiniere
Casanza prigione
Cascherino agente della stradale
Castellare sognare ad occhi aperti (di carcerato)
Castigare derubare, truffare
Cere mani
Cero dito
Certa (la) morte
Checca omosessuale
Chilo mille
Chilo litro
Chiuderla tacere
Ciarire bere
Cicoria albergo a ore
Ciff mozzicone di sigaretta
Cioccare urlare, protestare
Civetta auto della polizia senza contrassegni
Cock ricettatore
Cocuzze anni di carcere
Collegio carcere
Confetto pallottola
Contessa cassaforte
Correntina bicicletta
Corrivolo automezzo rubato
Creso ricco, generoso
Cria carne
Cricca valigia
Cruda (la) morte
Deca diecimila lire
Diocesi covo, luogo di riunione di una banda
Domino domicilio coatto
Draga agente in borghese
Drigna porta
Dritta (la) informazione buona
Dritto esperto, furbo
Due (al) San Vittore, carcere di Milano
Dura rapina
Duristi rapinatori
Duro forte, che non confessa
Effe invertito
Egizio straniero, tipo infido
Erba (dare l’) condannare all’ergastolo
Fabbricare truffare
Fafiotti documenti, veri e falsi
Fangose scarpe
Fare uccidere
Fare castagna prendere con le mani nel sacco
Farfalla messaggio clandestino fra detenuti
Fari occhiali
Farlocco straniero, tonto
Fatto (essere) finito, preso, ucciso
Fedele (il) cane
Ferri attrezzi da scasso
Fette piedi
Filante (la) ronda
Filare pedinare
Filatura pedinamento
Fina (la) polizia
Fisarmonica portafoglio
Flamba postribolo, casa di appuntamenti
Flic poliziotto (fr.)
Forno bocca
Franz fratello
Franza sorella
Franzosi francesi
Fratelli Branca carabinieri
Fumosa sigaretta
Furcela catenella di sicurezza
Gaggio fesso, ingenuo, vittima
Galba minestra
Gamba cento lire
Ganza donna, mantenuta
Gariba (el) grimaldello
Gatto agente di custodia
Ghenga banda, gang
Ghisa vigile
Gigia sega circolare
Gimen poliziotti (USA)
Giostra camionetta in ronda
Giusta (la) la P.S.
Glubo bicchiere
Glubotto bicchiere di vino
Grancio borsaiolo
Grancire derubare
Grana denaro
Grande (la) porta
Gratta ladro
Grattare rubare
Grec baro
Grìgio vecchio, anziano
Grossa (la) questura
Grisbi bottino, denaro (fr.)
Guardia (il) sorvegliante
Imbertare mettere in tasca
Indica confidente
Infame delatore
Ingegnosa la chiave
Introibo porta, inizio
Yankee americano
Lasagno portafoglio
Lavoro furto, colpo
Legittima moglie
Legittimo marito
Lenza acqua
Liccasapuni coltello affilatissimo
Lima camicia
Locch (el) uomo della mala milanese
Loffio il borghese, l’onesto, lo sprovveduto
Lumare guardare, fissare
Luminosi occhi
Maccabeo morto, cadavere
Macaroni italiani (fr.)
Macumba droga
Madama polizia
Mago portinaio
Mala malavita
Malagrossa malavita internazionale
Maltempo pericolo
Mandare in Piccardia impiccare
Manitù grande capo
Marasco maresciallo
Marmotta cassaforte
Marocco pane
Mecca donna
Mecco uomo
Merce refurtiva
Mezzo sacco cinquecento lire
Mignatta tipo ossessivo
Milieu giro della mala (fr.)
Mina prostituta
Morto refurtiva, malloppo
Muccoso fazzoletto
Muccoloso naso
Musmè pupa, donna (fr.)
Nada niente (sp.)
Nasa deretano
Negher pregiudicato
Nero (il) caffè
Neve cocaina
Nisba niente
Nona complice del ladro
Nottola guardia notturna
Nuffiare aspirare, respirare
Occhiali manette
Onorata società la mafia
O.P.P. 1 funzionario di polizia di prima classe (fr.)
O.P.P. 2 funzionario di polizia di seconda classe (fr.)
Orchestrali componenti di una gang
Orso divisa carceraria
Osteria della colonna carcere
Paglia sigaretta
Pagliosa sigaretta
Paglieti avvocato da due soldi
Filloma messaggio clandestino fatto uscire dal carcere
Panarne Parigi (fr.)
Pantera auto della polizia
Pappa sfruttatore
Paranza associazione a delinquere
Parapetto seno
Patacca oggetto falso
Passante anello
Pedalare scappare, correre
Pedigrì fascicolo giudiziario di un malvivente
Pelosa (la) l’anima
Pesta duro, guardia del corpo
Pezze carte da gioco
Pianola confidente della pula
Pianta agente di custodia
Piedipiatti poliziotto
Pigri zingari
Pila denaro
Pinguino palo
Piola osteria, stanza
Piolista bettoliere
Fiotta (una) cento lire
Piotte piedi
Piove! arriva la polizia!
Pittore giudice istruttore, commissario
Pivello giovane, apprendista ladro
Polenta oro
Polleggiare dormire
Pomiciata perquisizione
Pompare aspirare
Pontefice grande capo
Pula polizia
Pule poliziotto
Pupa ragazza, donna
Puzzafiato calze
Quacchero portafoglio
Quadranta tavolo
Rabbiosa pistola mitragliatrice
Ramposa mano
Rapa rapina
Raspa giacca
Ribattina pistola
Ribonsa refurtiva
Rififì regolamento di conti (fr.)
Rilustrare guardare
Ritratto foto segnaletica
Rodeo scontro a fuoco
Rombante automobile
Rosa (un) banconota da diecimila lire
Rosario pistola
Rosario catenella di sicurezza
Rote scarpe
Rosbif inglese
Saccagno coltello
Sacco mille lire
Sacco di carbone cappellano del carcere
Sara saracinesca
Santin foto segnaletica
Sbafo pranzo, vivanda
Sbafare mangiare
Sbarbina ragazza
Sbarbato giovanotto
Sbobba minestra
Sboccare uscir di prigione
Sbroffa mitra
Sbrodare sparare
Scabio vino
Scaglia prostituta
Scarparo borsaiolo
Sciacallo delinquente, uno che deruba un “collega”
Sciampagna complice dall’aria distinta
Scorritoia corda
Scucio furto in appartamento
Sderenata terzo grado
Sensibile omosessuale
Settebello cellulare
Sgobbo lavoro (del borghese)
Sgobbo furto (del ladro)
Smecciata spiata
Smorfire mangiare
Soffiata spiata
Sola truffa
Sonnambula (la) legge
Sonoro radio
Spaccata furto in una gioielleria con rottura di vetrina
Spadino grimaldello
Spago fifa, paura
Sparare il tiro informare
Spartingaglia spartizione dei bottino
Stampi impronte
Stecca condanna, punizione
Streppa droga
Stufare uccidere
Tampa osteria
Tana stanza, rifugio
Tappato vestito
Tappo cappotto
Tardi (i) denaro falso
Tavolino furto ai clienti di prostitute
Testone milione
Tetto cappello
Tic-tac orologio
Tirante cassetto
Tirare il codice essere condannato all’ergastolo
Togo un tipo in gamba
Topo! arriva il secondino!
Torta bottino
Trani osteria
Tronfiona vecchia, grassona
Tribù famiglia
Tufa pistola
Tumbia tasca
Tuppa sedia
Uomo di panza (o di ficatu) coraggioso
Uva sangue
Vacanza soggiorno in carcere
Vasca madre, donna anziana
Vascu padre, capoccia
Vecchia madre
Vecchio padre
Venir giù confessare, parlare
Ventosa finestra
Verdone banconota da cinquemila lire
Villeggiatura carcere
Violino mitra
Vomit (fare il) confessione, confessare
Zampone piede di porco, palanchino di ferro per effrazione
Zanzibar impresa truffaldina
Zaraffa ghenga delle aste
Zoccola prostituta
Zompo salto
Zucca tasca della giacca

L.

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Pubblicato da su ottobre 16, 2017 in Linguistica

 

La Ragazzina della foto del 1974

© 1974 Toni Thorimbert

Oggi, 13 ottobre 2017, compie gli anni il vostro Etrusco preferito, e vi prego di non mettervi a fare i conti: l’età è allergica alla matematica.
Non è mia intenzione né strappare auguri né autofesteggiarmi, ma amo le coincidenze e questa va raccontata. Perché io sono nato nel 1974 – se provate a fare i conti vi meno! – ed è proprio dal 1974 che arriva una storia incredibile, verificatosi proprio qualche giorno fa.
Io sono venuto a conoscenza di tutto grazie a Scalzi Quotidiani, quindi non posso che ringraziarlo.

Maggio 1974, io non ci sono ancora perché come detto sono di ottobre. Appena la folla viene a sapere che ha vinto il NO al referendum che ha infiammato l’Italia, che cioè rimane in vigore il divorzio che invece si cercava di togliere, scoppia l’entusiasmo in piazza.
Una ragazza d’un tratto si arrampica su dei suoi amici e comincia ad agitarsi di gioia elevandosi sugli altri: Toni Thorimbert, fotografo di “Lotta Continua”, in un attimo scatta alcune foto di questa “arrampicata”.

© 1974 Toni Thorimbert

La foto della ragazza sconosciuta – che per i successivi decenni il fotografo chiamerà sempre “La Ragazzina” – campeggia prima su “Lotta Continua” per poi cominciare a volare di giornale in giornale, di rivista in quotidiano fino alle mostre tematiche che rievocano quel periodo di storia italiano.

Passano gli anni e l’epoca della fotografia finisce: dal Duemila tutti scattano milioni di foto, quindi le foto non valgono più nulla. Rimangono il simbolo della Storia del millennio precedente.
Però ora tutti sono connessi e collegati, e quella distanza abissale che fino al Duemila separava inesorabilmente anche i più vicini, oggi è annullata. Oggi si può essere raggiunti anche dal passato…

A settembre del 2017, 43 anni anni dopo che quella foto è stata scattata, Toni Thorimbert riceve un messaggio. È la Ragazzina, che lo ringrazia per aver reso immortale quel giorno in cui era tanto felice.
Si chiama Giovannina, quel giorno aveva 18 anni ed ha sempre mostrato orgogliosa quella foto, anche alla figlia, per testimoniare un periodo importante della sua vita. Non ha mai saputo chi fosse stato il fotografo, ma finalmente soggetto ed oggetto si sono incontrati…

Per lo scambio di messaggi fra Giovannina e il fotografo Toni vi invito al blog di quest’ultimo.

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 13, 2017 in Uncategorized

 

[Books in Movies] Paprika (1991)

All’inizio non si nota, ma lo “sfondo” dei titoli di testa è una parte di Debora Caprioglio: chissà quale…

Le grandi menti pensano all’unisono, così quando Ivano Landi – che ho intervistato ad agosto – nel giugno di quest’anno mi ha segnalato un libro nel film “Paprika” (1991) di Tinto Brass per la mia rubrica, io avevo già da parte quella citazione sin dalla fine di marzo, quando ho presentato il film nel mio blog “Il Zinefilo” nella rubrica “Il Zinnefilo“. (L’argomento di detta rubrica si può evincere da quella “n” in più nel titolo…)
Perché ho raccolto una citazione a fine marzo, mi è stata risegnalata a giugno… e ne parlo solo ad ottobre? Perché a forza di fare mille cose insieme finisco per essere sempre in ritardo su tutto…

Paprika” di Tinto Brass, si diceva, film che oltre ad inquadrare i generosi, rigogliosi e procaci talenti di Debora Caprioglio si diverte anche a tirare uno “scherzo librario” che forse non è stato notato a dovere. Anche perché, onestamente, dubito che chiunque – io in primis – abbia prestato particolare attenzione a certi particolari.

Viaggio in treno anacronistico: rivista del 1956, romanzo del 1990…

Mi riferisco alla scena, intorno ai 40 minuti di film, in cui la protagonista viaggia in treno leggendo “Realtà illustrata“: non ho trovato gran che in rete, ma dai numeri messi in vendita su eBay mi pare di capire che si tratti di una rivista della seconda metà degli anni Cinquanta, e quindi è una scelta ponderata.
Il film infatti attraverso le vicissitudini di Paprika di Pola («culo che consola») racconta gli ultimi anni delle case chiuse italiane e della curiosa, strana e anche pericolosa fauna che vi ruotava intorno, prima che la legge 20 febbraio 1958, n. 75 – la celebre Legge Marlin – mettesse fine a quel mondo. Al mondo della case chiuse, ovviamente, mica a quello della prostituzione.

Se dunque Paprika legge una rivista dell’epoca in cui è ambientato il film… perché il signore che viaggia con lei legge un romanzo del 1990?

Ecco come spiare da dietro un libro…

Tinto Brass inquadra bene il romanzo perché vuole che si capisca bene che si sta divertendo a giocare con lo spettatore.

Mentre il film esce nelle sale il 15 febbraio 1991 – con ventilate accuse di “apologia di prostituzione” – sappiamo che il regista dà il primo ciak il 30 luglio 1990. Non si sa quando sia stata girata la scena del treno, ma guarda caso porta la data del 29 luglio 1990 il numero 2165 de “Il Giallo Mondadori” mostrato nel film: si tratta de “L’altra parte della città” (Another Part of the City, 1986) del prolificissimo romanziere poliziesco Ed McBain.
C’è però un problema bello grande: come si vede dall’immagine qui di lato… quella mostrata nel film non è la locandina del libro!

Il libro è quello… ma la copertina no!

Il titolo è indubitalmente quello, la trama che si scorge sulla quarta di copertina è indubitabilmente quella, la data di uscita corrisponde… ma perché c’è quella strana illustrazione? Che fine ha fatto la copertina illustrata da Prieto Muriana?

Un momento… ma quello è un occhio che spia attraverso una serratura… esattamente come il vecchietto che sta spiando le generose e procaci curve di Paprika… Vuoi vedere che quel furbone di Brass ha fatto un “fotomontaggio”? Guardate il primo piano della copertina: il cerchio bianco che incornicia l’illustrazione… sulla sinistra ha un’imperfezione…

Mi metto a scaltabellare cataloghi e database e la soluzione arriva velocemente: lo stesso 29 luglio 1990 esce in edicola “L’altra realtà” (The Far Reality, 1946/1973) di Henry Kuttner, “Urania” (Mondadori) n. 1132 con illustrazione di copertina di Vicente Segrelles… Illustrazione che ritrae un occhio che spia dalla serratura.
Lo stesso giorno Tinto è andato in edicola con forbici e colla, ed ha “fuso” due copertine della Mondadori per organizzare uno “scherzo librario” che sfido qualsiasi critico ad aver colto prima d’ora!

La domanda senza risposta è: perché Brass non ha usato direttamente il numero di “Urania” invece di fare questo collage? Posso ipotizzare che la Mondadori preferisse pubblicizzare il “Giallo” e che non avesse voglia di stampare una copertina ad hoc: quindi… via di forbici e colla!

Tutto questo non sarebbe mai successo senza l’energia positiva e creativa di Ivano, che non pago di segnalarmi libri nei film… me ne regala anche di “falsi”!

L.

da “La Stampa”, 16 febbraio 1991

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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Books in Movies

 

[Pseudobiblia] Collision Course (2013)

Gli pseudobiblia, i “libri falsi”, si nascondono ovunque… anche in un filmaccio di serie Z come “Terrore ad alta quota” (Collision Course, 2013) del Maestro del Male Fred Olen Ray, che ho recensito nel mio blog Il Zinefilo.

Protagonista del film è l’attrice hawaiiana Tia Carrere, molto quotata nei primi anni Novanta, che interpreta Kate Parks, vedova di un pilota morto in un incidente ma soprattutto autrice di un saggio che analizza dettagliatamente proprio quell’incidente aereo: il titolo d’effetto è “Truth Under Fire” (la verità sotto il fuoco).

Proprio mentre aspetta di imbarcarsi su un volo, la Parks scopre che un assistente di volo, Jake Ross (David “Baywatch” Chokachi), è un suo lettore entusiasta, tanto che l’autrice gli lascia una dedica molto speciale su una copia del suo libro.

La Parks non sa che il volo che sta per prendere sarà parecchio movimentato, e insieme all’intero cast del film rischierà la vita quando un’esplosione solare (?) manderà in tilt ogni strumentazione della Terra (???) compresa quella dell’aereo su cui vola… Ok, l’ho detto che è un filmaccio di serie Z, no?

Tia Carrere ride della sceneggiatura del film

Finita l’avventura a bordo dell’aereo, l’esperienza appena vissuto suggerisce all’autrice un altro libro, fresco fresco: “Collision Course. How we saved Flight 108” (Rotta di collisione. Come abbiamo salvato il Volo 108).

Alzate gli occhi al cielo e non abbassate mai la guardia: gli pseudobiblia sono ovunque…

L.

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Pubblicato da su ottobre 9, 2017 in Pseudobiblia

 

Blade Runner e i Dottori Spaziali

Domani, 5 ottobre 2017, esce nei cinema italiani l’attesissimo (non da me) Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, quindi è il momento di tornare a parlare del Blade Runner originale, quello del 1982 di Ridley Scott: lo fa Cassidy nella sua Bara Volante e vi invito ad andarlo a trovare.
Per conto mio mi piace riproporre qui un testo che ho scritto intorno al 2015 come guest post per il sito di Tanogabo, che rappresenta un’indagine su un tema (ormai dimenticato, temo) della narrativa fantascientifica.


Blade Runner
e i Dottori Spaziali

Immaginiamo di essere agli inizi degli anni Sessanta e di venir ricoverati all’ospedale di North Bend, nello stato di Washington: c’è la concreta possibilità di venir curati da un dottore di nome Alan E. Nourse.

Iniziati gli studi di medicina subito dopo esser tornato dalla Seconda guerra mondiale, Nourse si rese ben presto reso conto che diventare un dottore era un affare davvero dispendioso: come fare a pagarsi gli studi non avendo una famiglia a cui appoggiarsi? Parliamo di tempi in cui la soluzione era relativamente facile: vendere racconti a riviste pulp (oggi sarebbe davvero una via impraticabile). Quando finalmente divenne dottore iscritto all’albo, Nourse era già anche un apprezzato e ben noto autore di fantascienza. Non era certo un caso strano, altri suoi amici della Marina avevano intrapreso lo stesso identico percorso, come quel suo certo amico di nome Robert Heinlein.

Quindi siamo nel 1960 in un letto d’ospedale con Alan E. Nourse che ci visita. Se potessimo sbirciare nella sua borsa scopriremmo magari bozze di romanzi e racconti di fantascienza con soggetto medico come Star Surgeon (1959). Anche qui non si trattava di un caso raro: proprio nel ’59 Murray Leinster aveva raccontato la prima avventura della sua astronave medica Esculapio 20 (o Aesclipus Venti, a seconda delle traduzioni) con il romanzo “L’arma mutante” (The Mutant Weapon) a cui faranno seguito altri tre titoli fino al 1966, così come Charles Eric Maine stava per presentare la sua storia epidemica corale, “Il grande contagio” (The Darkest of Nights, 1962).

Sono anni in cui la “fantascienza medica” riscuote consensi fra autori americani e britannici, e se ne accorge anche il nostro Paese: nel 1966 Ugo Malaguti presenta all’interno della versione italiana di “Galaxy” (n. 66) il romanzo “Ospedale da combattimento” (1962) di James White, il cui titolo originale Star Surgeon è forse un omaggio a Nourse. Il fenomeno è abbastanza breve, e paradossalmente l’unico personaggio di quest’epoca a rimanere negli anni successivi è stato il dottor McCoy della serie TV “Star Trek“, nato nel 1966 ma infinitamente più arcaico rispetto ai medici futuristici della narrativa coetanea: McCoy è semplicemente la versione “spaziale” del segaossa (sawbones) della cultura western, e infatti il suo nomignolo è Bones.

Siamo lontani dall’idea di dottore del futuro che frulla nella mente di Nourse, idea che conoscerà la pubblicazione solo nel 1974 in un libro che darà molta fama all’autore, anche se purtroppo solo indirettamente. È un romanzo in cui Nourse concepisce un mondo futuro buio e opprimente, in cui un Governo rigido obbliga i cittadini ad un massimo di tre ricoveri ospedalieri nell’arco della loro vita. Il motivo è un’ideale eugenetico di rinforzamento della razza umana, resa molle dall’uso smodato di medicinali, ma il risultato è il ricorso alla medicina clandestina, cioè a dei chirurghi che non condividono gli ideali governativi e corrono di nascosto da un paziente all’altro con il bisturi in mano… Quest’immagine dà l’idea a Nourse per il titolo del romanzo, un gioco di parole fra il correre sul filo del rasoio ma anche del bisturi: The Blade Runner.

Il romanzo non solo ha successo immediato, ma fa innamorare il celebre William S. Burroughs. Saputo che c’è in ballo l’idea di portare al cinema la storia, l’autore de “Il pasto nudo” si mette subito a scrivere una sceneggiatura, che al naufragare del progetto deciderà di pubblicare nel 1979 con il semplice sottotitolo «proposta per un film».

Arriva il 1981, un anno molto importante. Sembra rinascere l’interesse per temi sanitari nella fantascienza, in Gran Bretagna escono romanzi come “Virus Cepha” (Blakely’s Ark) di Ian Macmillan e “La fossa degli appestati” (Plague Pit) di Mark Ronson, ma soprattutto in Italia “Urania” presenta il romanzo di Nourse, non sapendo come tradurlo se non con “Medicorriere“. Ma l’81 è anche l’anno in cui Ridley Scott rimane affascinato dal titolo del romanzo in questione: ne acquista i diritti e l’anno successivo presenta il suo celebre “Blade Runner“. La storia è sempre ambientata in un futuro oscuro, ma invece di medici umanitari si parla di androidi assassini. Il film di Scott ha completamente oscurato l’ottimo romanzo di Alan E. Nourse, ed anche quando si parla di quest’ultimo si finisce sempre per parlare del film di Scott – esattamente come è successo qui!

C’è infine un risvolto curioso. L’avvento nel 1984 del genere Cyberpunk – a cui curiosamente il film Blade Runner, di due anni anteriore, viene spesso impropriamente collegato – spinge il romanziere K.W. Jeter – che anni dopo avrebbe scritto dei sequel proprio del film di Scott – a dare alle stampe un romanzo che tiene in un cassetto addirittura dal 1972, antecedente quindi a Medicorriere. Un romanzo su un futuro buio con dottori che praticano la chirurgia illegalmente: convergenza evolutiva o sentore di scopiazzamento? Nessuna delle due: è semplice “fantascienza medica”. Malgrado sia apparentemente nato due anni prima, “Dr. Adder” di Jeter è più legato alle tematiche estreme della cultura cyberpunk che non al romanzo del ’74 di Nourse, impregnato decisamente di fantascienza golden age.

Bibliografia consigliata

1959. L’arma mutante (The Mutant Weapon) di Murray Leinster – Altair n. 3 (Il Picchio 1976)
1961. Il mondo proibito (This World is Taboo) di Murray Leinster – Saturno n. 13 (Libra 1978)
1962. Ospedale da combattimento (Star Surgeon) di James White – Galassia n. 66 (La Tribuna 1966)
1962. Il grande contagio (The Darkest of Nights) di Charles Eric Maine – Urania n. 300, ristampato nel n. 632 (Mondadori 1963)
1964. Un dottore tra le stelle (Doctor to the Stars) di Murray Leinster – Cosmo n. 154 (Ponzoni 1964)
1966. S.O.S. da tre mondi (S.O.S. from Three Worlds) antologia di “racconti medici” di Murray Leinster – Slan. Il Meglio della Fantascienza n. 45 (Libra 1979)
1974. Medicorriere (The Bladerunner) di Alan E. Nourse – Urania n. 876 (Mondadori 1981)
1981. Virus Cepha (Blakely’s Ark) di Ian Macmillan – Urania n. 950 (Mondadori 1983)
1981. La fossa degli appestati (Plague Pit) di Mark Ronson – Urania n. 961 (Mondadori 1984)
1984. Dr. Adder (id.) di K.W. Jeter – Il Libro d’Oro n. 86 (Fanucci 1995)

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 4, 2017 in Indagini

 
 
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