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La tag di Lovecraft

Nell’agosto del 1890 nasceva Howard Phillips Lovecraft, destinato ad una vita non facile e ad un successo che definire postumo è riduttivo: per festeggiare i 130 anni dello scrittore di Providence, questo agosto – a blog unificati – cercherò di lasciarmi contaminare il più possibile dai media che hanno usato temi lovecraftiani.

Mi sembra il momento giusto per rispondere ad una Catena di San Tag-Tonio a tema lovecraftiano lanciata da Tony e in cui sono stato nominato da Sam Simon e Celia.
Non nomino nessuno: chiunque si senta libero di recuperare questa catena.

Dagon: un’opera sugli orrori dell’oceano.

Il mio ricordo corre ad un’estate di trent’anni fa, quando noleggiai in videoteca Creatura degli abissi (1989), che non sarà un capolavoro ma al giovane me ha divertito parecchio. Recentemente ne è stato fatto un pessimo remake, mi pare si chiami Underwater (2020)…

Il colore dello spazio: un’opera sulla profanazione della sicurezza familiare.

Il terribile racconto L’uomo della sabbia (1815) di E.T.A. Hoffmann, che creando il mito della “donna artificiale” ha anche stuzzicato la curiosità di Sigmund Freud, il quale analizzando il testo propose il termine unheimlich per descrivere la totale disgregazione dei rapporti familiari che subisce il protagonista: un termine che in italiano è reso con “perturbante” ma che indica il terrore che nasce dalla scoperta che ciò che si credeva familiare non lo è mai stato.

Dentro al sepolcro: un’opera sul contrappasso.

Il romanzo Tarantola (Mygale, 1984) di Thierry Jonquet, uno dei più spietati, crudeli e inesorabili noir della storia. Ne hanno tratto uno stupido film che non merita di essere citato.

Herbert West: un’opera sull’arroganza della scienza.

Per fortuna la scienza si occupa solo di ciò che è ripetibile e dimostrabile, quindi non ha sentimenti umani come l’arroganza. Se però si intende lo stereotipo dello “scienziato pazzo”, allora mi piace ricordare il più crudele e intrigante di tutti: il dottor Church del fumetto Aliens: Labyrinth.

La musica di Erich Zann: un’opera la cui musica è in grado di esaltare le tue emozioni.

La musica sa darmi così tante emozioni che mi è difficile rispondere, quindi mi affido di nuovo ai cari ricordi, in questo caso legati all’opera rock Jesus Christ Superstar (1973).

Aria fredda: un’opera sulla prigionia dell’immortalità.

Proprio in questi giorni ho gustato l’ottimo fumetto The Old Guard (2017) di Greg Rucka, da cui un fiacco e dimenticabile film. Il peso dei secoli e dei millenni è ben reso e i personaggi sono molto ben descritti: un’ottima lettura.

I ratti nei muri: un’opera sull’insanità mentale.

La prima che mi viene in mente è il romanzo Spider (1990) di Patrick McGrath, che ho letto all’incirca quando è uscito il relativo film di David Cronenberg (2002). È passato tanto tempo, ma credo sia molto più riuscito il film che il romanzo.

Il modello di Pickman: un’opera sull’orrore accettabile in nome dell’arte.

C’era un racconto su un artista che usava “materiale umano” per i propri quadri ma non riesco a ricordare né titolo né autore, perciò cito Anamorph. I ritratti del serial killer (2007) con Willem Dafoe, che se non ricordo male è un thriller sulla caccia ad un assassino seriale che crea splendide composizioni artistiche con i corpi delle sue vittime.

Il dominatore delle tenebre: un’opera sulla paura del buio.

Ho sofferto per molto tempo di paura del buio, da ragazzino – dopo la visione del film Il fantasma dello spazio (1953)! – eppure non mi viene in mente una sola opera che mi abbia colpito sull’argomento.

Nyarlathotep: un’opera sulla vita di un profeta.

Non mi interessano i profeti, credo di non aver mai visto/letto opere su di loro. O se l’ho fatto non me ne vengono in mente.

Storia del Necronomicon: un’opera sulla ricerca di un pezzo d’arte.

Visto che il Necronomicon è un libro che non esiste a cui tanti hanno dato (e dànno) la caccia, non posso che consigliare Alla conquista del Monte Athos (2017), cioè la mia ricostruzione di una “caccia al libro” ottocentesca alla ricerca di titoli che, come il noto grimorio di Lovecraft, esistono solo nella fantasia di chi li cita.

L’orrore di Dunwich: un’opera su strani culti.

La narrativa americana ne è piena, e di solito non mi appassionano gran che. Nessun’opera su questo argomento mi è rimasta in memoria.

La cosa sulla soglia: un’opera sulle violenze domestiche.

Il film televisivo Grida disperate (A Cry for Help: The Tracey Thurman Story, 1989), credo la prima storia che ho conosciuto di violenza domestica. Si rifaceva ad un brutto fatto di cronaca e mi colpì fortissimo, ma curiosamente non notai che il personaggio del marito violento era in pratica identico al futuro Patrick Bergin di A letto con il nemico (1991), che qualche anno dopo raccontò ancora di violenze domestiche ma in una storia molto più noir e cinematografica. L’uscita in sala di quest’ultimo film credo spinse la RAI a trasmettere proprio quel 1991 Grida disperate.

L’ombra di Innsmouth: un’opera sulla decadenza di una città.

Potrei fare il manzo citando Joseph Roth e il suo Finis Austriae o Bernardo di Cluny con il suo poema su Roma decaduta, ma in realtà sono cose conosciute di rimbalzo. A questo punto trovo più divertente citare Kandar, l’antica città fra le cui rovine il professor Knowby trova quel Naturon Demonto che in seguito sarà ribattezzato Necronomicon Ex Mortis: sto ovviamente parlando dei film di Evil Dead.

Il richiamo di Cthulhu: un’opera su un mistero da risolvere.

Una definizione straordinariamente generica. Visto che nel racconto si parla di una divinità che minaccia il nostro mondo, cito Annientamento (2018), il romanzo-capolavoro di Jeff VanderMeer da cui un pessimo ed inutile film. La divinità minacciosa è la nuova ragione cartografica che la nostra cultura stenta a capire, sin da quando è nata nel 1969, e il mistero è capire cosa sia successo alle protagoniste: che dalla modernità entrano in un territorio post-moderno dove nulla ha più il significato solito.

Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno a un pozzo.

Scontatissimo ma azzeccatissimo: il romanzo Ring (1991) di Kōji Suzuki, che m’ha messo una strizza epocale. Bello anche il film, ma il romanzo ti fa contorcere dalla tensione.

Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno alle stelle.

Gli astronomi stanno impazzendo, il panico attanaglia l’umanità: le stelle si stanno muovendo! Si stanno avvicinando, stanno formando un’immagine… una scritta… bevete Coca cola! Non ricordo se fosse quello il nome del prodotto, ma questa è la trama di PI nel cielo (pessima resa senza senso italiana di P.I. in the Sky, cioè “pubblicità nel cielo”) uno dei geniali racconti di Fredric Brown.

Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno al razzismo.

Il film Terminator 2 (1991) di James Cameron: una storia che insegna come anche i diversi da noi sono degni di rispetto ed empatia. Appena riusciremo a provare per gli altri umani gli stessi sentimenti che proviamo per le macchine assassine del film, il razzismo sarà battuto!

Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno alla solitudine.

Il romanzo La città labirinto (The Man in the Maze, 1968) di Robert Silveberg, storia di un uomo che disprezza così profondamente l’umanità da rinchiudersi in perfetta solitudine in una città-labirinto piena di trappole e mostri: nessuno deve scocciarlo. Peccato che sia anche l’unico in grado di salvare l’umanità da un pericolo che arriva dalle stelle: chi lo va a chiamare per informarlo?

L’impronta di Lovecraft: un’opera ispirata allo stile e alle opere di Lovecraft.

Passerò tutto agosto a raccontare nei miei blog opere ispirate a Lovecraft (film, fumetti e libri) quindi basta seguire i miei blog o il tag #Lovecraft2020 su twitter.

L.

 
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Pubblicato da su agosto 3, 2020 in Uncategorized

 

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Una Cadillac rosso fuoco (2020)

Quindici anni fa ho scoperto per caso Joe R. Lansdale e me ne sono innamorato. All’epoca facevo parte di un gruppo Yahoo! di lettura chiamato “Libridine”, in cui ricevetti un mare di ottimi consigli. Mi venne consigliato Mucho Mojo – all’epoca Una stagione selvaggia era inedito in Italia – e feci la conoscenza di Hap e Leonard, da cui non sono più riuscito a separarmi.

Tramite eBay mi comprai ogni pezzo di carta esistente in Italia con su scritto “Lansdale”, comprese le chicche pubblicate quando il nome era ignoto, e nell’aprile 2005 ho creato la pagina Wikipedia dell’autore.
Poi, come faccio sempre, ho letto troppo di un autore che ad un certo punto non ha saputo fare molto altro se non ripetersi. Intorno al 2005 è uscito Echi mortali, comprato subito in edizione cartonata, ricordo ancora dov’ero seduto in treno il giorno che lo iniziai, pieno di gioia per avere un nuovo libro del mio amato Champion Joe da leggere. E poi la delusione e il dolore. O hanno stampato per sbaglio un vecchio libro… o Joe sta ripetendo identiche le sue stesse parole.

Non rinnego nulla dei romanzi e racconti letti di Lansdale, che amo ancora e trovo geniali, ma poi mi è sembrato che iniziasse a scrivere con il “copia-e-incolla” e non ho più seguito l’autore. In questi giorni è uscito “Una Cadillac rosso fuoco” (More Better Deals, 2020), per Einaudi, e mi è presa la curiosità di scoprire come scrive Champion Joe a dieci anni di distanza dall’ultimo suo libro. Sono contento che non usi più il “copia-e-incolla”, perché semplicemente non scrive più i suoi libri…

L’inizio del romanzo è spettacolare, puro Lansdale, ti prende e ti butta nella storia con estrema disinvoltura e ti presenta subito personaggi estremi che poi sai che saranno “smussati” e presentati pian piano durante la storia.

«Cercherò di spiegarmi meglio. Hai presente prima, quando dicevo che non ho un soldo? Be’, da allora non è cambiato nulla, a meno che nel frattempo non mi sia morto uno zio ricco da qualche parte e mi abbia lasciato qualcosa. Chissà, magari piú tardi riceverò un telegramma.»

Ecco, questo è puro Lansdale. La scena non ha nulla di “nuovo”, il personaggio è scritto con il pennarello grosso ma i dialoghi sono così divertenti e frizzanti che leggi, sghignazzi e ti sembra di star leggendo qualcosa di nuovo. Quella presentata, purtroppo, è l’unica battuta alla Lansdale di 250 pagine di inutilmente lungo romanzo.

Un ex soldato incontra una ragazza che emana sesso da ogni centimetro di pelle nuda che espone, la quale ha un problema: un marito violento e un’assicurazione sulla vita. Secondo voi, come continuerà questa trama? Esattamente come le mille trame simili già lette e viste. Non è certo questo la forza del noir, bensì come è trattato un elemento classico. Invece qui Lansdale – o chi per lui – sembra di star scrivendo il primo romanzo nero della storia, e crede che noi siamo boccaloni come il suo protagonista, quindi ciò che segue è di una banalità che brucia gli occhi.
Visto che la vicenda non riempirebbe neanche 50 pagine, per arrivare a 250 l’autore deve aggiungere altri stereotipi, altri canoni, aggiungere altri crimini fino a stilare in pratica un “Bignami del Noir”. Il tutto scritto in modo così serio che ci sarebbe da darsi schiaffi in faccia.

Dov’è lo stile Lansdale? Dove sono i dialoghi che l’hanno reso famoso? Dove sono le esagerazioni che rendono unica la sua firma? Perché scrivere la stessa identica storia che potete trovare in uno qualsiasi delle migliaia di romanzi neri scritti nel Novecento? L’ipotesi di un software di scrittura automatica non è peregrina, visto che non c’è una sola parola in questo libro che abbia una minima caratteristica “umana”.

Grande delusione e dispiacere nello scoprire che Lansdale in pratica è finito quando ho smesso di leggerlo… Uh, che sia stata colpa mia???

L.

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Pubblicato da su luglio 31, 2020 in Recensioni

 

[Books in Movies] Le confessioni (2016)

Grazie a Celia del blog Le cose minime ho scoperto il film “Le confessioni” (2016) di Roberto Andò (in DVD 01 Distribution 2016).

La storia si svolge durante un convegno particolare a cui sono invitati personaggi internazionali di varia natura, fra cui lo spaesato religioso Roberto Salus (Toni Servillo), che non viaggia certo… “leggero.”

Una valigia con un “bagaglio” importante

Da una veloce inquadratura vediamo che nella valigia di Salus c’è il libro “L’essenza del cristianesimo“, del romano Ernesto Bonaiuti (1881-1946): credo si tratti un condensato della più corposa opera dell’autore, Storia del Cristianesimo, tre volumi del 1941.

Dalla quarta di copertina:

«La questione sull’Essenza del Cristianesimo nasce nell’ambito della modernità, ne è espressione e testimonianza. L’uomo, anche quello credente, ha visto fortificarsi la propria posizione; scopre sempre di più la sua autonomia e vive di conseguenza una crescente indipendenza da tutte le limitazioni estrinseche. Critica quindi la tradizione e altri momenti oggettivi che potrebbero togliere il fiato alla sua libertà. Così prende il largo, il soggettivismo nelle sue varie articolazioni. In quest’ottica viene analizzato il Cristianesimo. È considerato un fenomeno storico che conosce un suo sviluppo. La domanda cruciale è, se il percorrere dei secoli abbia conservato integri i suoi aspetti centrali o li abbia piuttosto soffocati.
Le riflessioni di Bonaiuti a tale riguardo propongono una purificazione che mira a far emergere come Essenza del Cristianesimo,soprattutto un’etica primitiva.»

Al convegno partecipa anche Claire Seth (Connie Nielsen), scrittrice che non è da meno, e nella sua valigia scorgiamo un altro “bagaglio” impegnativo.

Viaggiare “leggero con studi sul genocidio

Se già avere in valigia “The Genocide Studies Reader” (2009) di Samuel Totten e Paul R. Bartrop (inedito in Italia) fa capire i gusti del personaggio, l’autore si assicura di tornare a sottolinearli quando vediamo Claire prendere appunti.

Tutti libri “leggerini”

The Pinochet Effect. Transnational justice in the age of human rights” (2005) di Naomi Roht-Arriaza e “Letters from Nuremberg: My Father’s Narrative of a Quest for Justice” (2007) di Christopher J. Dodd e Lary Bloom (entrambi inediti in Italia) non sono proprio “letture da spiaggia”, e di nuovo ci aiutano a capire il personaggio.

Le impegnative letture di Claire Seth

Non dimentichiamo che Claire è una pseudo-autrice quindi abbiamo anche un suo pseudobiblion fresco fresco:

Un “libro falso” che sembra molto più “leggero” delle letture dell’autrice

Claire regala a Salus una copia del suo “The Wise Child” e questo avrà ripercussioni nella trama del film, quindi è rispettato il grande gioco dei “libri falsi”.

Un campione dello pseudobiblion

Anche il protagonista della vicenda, il nostro Roberto Salus, è autore di un libro, di cui purtroppo non si sa nulla se non che un passaggio è sospettosamente attinente ad uno sviluppo della storia. (Di cui non parlo per non svelare troppi retroscena di un film che consiglio.)

Il raro fotogramma in cui si intravede il titolo del libro

Del libro di Salus vediamo solo un fotogramma in cui si intuisce il titolo, “Memorial of Silence“: purtroppo non si sa altro: “nasce” solo per una trovata di sceneggiatura.

L.

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Pubblicato da su luglio 29, 2020 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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Essere una macchina (2017)

La lettura di questo libro è stata molto particolare e oserei definirla un “valore aggiunto”. Iniziato a leggiucchiare intorno alla fine dell’anno scorso, mi pare, l’avevo lasciato un po’ da parte per letture più urgenti. Poi è arrivata la pandemia e la serrata (che gli itanglesi chiamano lockdown), con relativa esplosione di lunghe code al supermercato.
Durante la prima fila per fare la spesa ero troppo stranito per essere organizzato, stavo lì con un clima folle – faceva freddo ma ero sotto il sole, a togliere e mettere la giacca a seconda del vento che tirava – a cercare di fare cose con i guanti e respirando a metà con la mascherina. Poi però ho preso subito il ritmo e mi sono detto: “perché devo perdere mezz’ora a guardare le facce mascherate degli altri in fila?” Così ho preso lo smartphone e dato un’occhiata ai libri che avevo caricato e dimenticato. Tra una fila e l’altra, e tra una lettura e l’altra, pian piano mi sono finito questo libro, facendolo corrispondere in pratica all’insieme di Fase 1 e 2.

Essere una macchina” (To Be a Machine, 2017) di Mark O’Connell (Adelphi 2018) è un saggio splendido e leggerlo durante una pandemia è perfetto. L’argomento infatti è come reagiscono i transumani alla caducità della vita umana.

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Pubblicato da su luglio 27, 2020 in Recensioni

 

[Pseudobiblia] Diabolik 815 (2015)

Durante la pandemia ho avuto “Diabolik” come lettura di fine giornata: addormentarsi con il Re del Terrore è stato piacevole, grazie ad alcune storie divertenti (soprattutto quelle di Tito Faraci) che ho raccontato qui.
Alla fine ho smesso perché una seria fatale di storie noiose mi ha reso poco piacevole la fine della giornata: prima però ho fatto in tempo a scoprire la storia con cui Diabolik entra nel grande gioco degli pseudobiblia.

Risale al 1989 la mia conoscenza di Diabolik, quando un compagno di liceo si liberò casa ammollandomi un enorme scatolone pieno dei primi numeri di questo fumetto: quell’estate io e i miei genitori la passammo a divorare chili di Diabolik a ripetizione. Da allora ogni tanto mi prende la mattata e mi ci rituffo, recuperando un po’ di storie qua e là: ricordo una vecchia storia con uno scrittore che si isolava in un faro, ma non veniva citato alcun libro, mentre stavolta ho beccato una perfetta storia pseudobiblica. Anzi… pseudobibliKa!

Nel gennaio 2015 esce dunque “Scritto nel sangue“, con soggetto di Tito Faraci (mitico!) e Mario Gomboli e sceneggiatura di Patricia Martinelli. I disegni sono di Sergio e Paolo Zaniboni, firme storiche del personaggio.

Angela Miller, pseudo-scrittrice che finisce nell’occhio di Diabolik

Mentre Diabolik è un sociopatico del tutto privo di emozioni umane, Eva per fortuna è un personaggio con difetti ed emozioni con cui possiamo creare dell’empatia: quando fa la moralista fa ridere, visto che è una spietata pluri-omicida, ma quando cede alle sue passioni la sentiamo più vicina. Per esempio un giorno si maschera per andare a farsi firmare una copia di “Terrore nella città“, il nuovo atteso romanzo della maestra del giallo Angela Miller.

«Voi scrivete in un modo che mi appassiona, mi fa trattenere il fiato.»

Insomma, Eva è una gran fan della Miller, di cui purtroppo conosciamo questo solo romanzo.

Una dediKa ad Eva

Di sicuro la donna ne ha scritti tanti, e come vuole lo stereotipo scrive a mano e poi batte a macchina, conservando gelosamente le bozze dei suoi libri, come recita il canone anti-tecnologico. (Che ovviamente non tiene conto di come dall’avvento dell’informatica nel 1983 non esistano più scrittori professionisti che usino la penna: pure la Signora in Giallo dopo un po’ prese ad usare un computer!)

Strano che Eva non abbia… rubato il libro!

Diabolik è contento che Eva abbia incontrato la scrittrice che tanto adora, ma questo non lo ferma minimamente dal suo intento di derubarla dell’oggetto più caro che ha in casa: e se no che Re del Terrore sarebbe?

Se non sono gioielli, Diabolik neanche si alza dalla poltrona

Purtroppo quello che segue non ha più nulla a che vedere con i libri o la scrittura, ma è stato comunque piacevole trovare l’espediente del “libro falso” anche in un fumetto così lontano da quell’universo narrativo.

Illustrazione di Matteo Buffagni

L.

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Pubblicato da su luglio 24, 2020 in Fumetti, Pseudobiblia

 

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La tata e il milionario (2009)

Primo esperimento di un’operazione che ha dell’incredibile: quella per cui il vostro Etrusco preferito ha chiesto a Kukuviza del blog “CineCivetta” di unire le forze… ed affrontare un romanzo rosa! Perché andarsi a cercare problemi, visto che già ce ne sono tanti al mondo? Semplicemente perché sul momento l’idea sembrava divertente: prima di scoprire che non c’è poprrio niente di divertente nel leggere romance.

Oggi, a blog unificati, qui e su “CineCivetta” troverete due recensioni dello stesso romanzo, letto in contemporanea per vedere cosa succede quando si affronta un genere che non rientra nei propri gusti. Il romanzo in questione è “La tata e il milionario” (The British Billionaire’s Innocent Bride, 2009) di Susanne James, Harmony Collezione dell’ottobre 2018 (traduzione di Marta Draghi), disponibile su Amazon. Il romanzo è il quarto titolo della tetralogia “Innocent Wives”, con cui nel 2009 quattro autrici si sono misurate sullo stesso tema. In realtà un tema comune alla gran parte di qualsiasi altro romanzo rosa.

La scelta fra le migliaia di romanzi rosa in lingua italiana è andata su una storia che affrontasse l’ambientazione italiana, così cara a quegli sforna-stereotipi che sono i film romantici.

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Pubblicato da su luglio 20, 2020 in Recensioni

 

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[Pseudobiblia] Big Driver (2014)

Perché è uscito un film con la mia amata Maria Bello e nessuno mi ha avvertito? Sono fondatore e unico membro del Maria Bello Fan Club, eppure con ben sei anni di ritardo scopro l’esistenza di questo film, trovato su RaiPlay.

Sto parlando di “Big Driver” (2014) di Mikael Salomon, per la cui sceneggiatura niente meno che Richard Christian Matheson (figlio di cotanto padre) adatta per lo schermo il romanzo breve (o racconto lungo) “Maxicamionista” (Big Driver), apparso originariamente su “Entertainment Weekly” (12 novembre 2010) e raccolto nell’antologia Notte buia, niente stelle (Full Dark, No Stars, 2010; in Italia, Sperling & Kupfer 2010).

La mia amata Maria interpreta Tess Thorne, scrittrice con cui King si prende un po’ gioco delle autrici alla Jessica Fletcher: casi gialli risolti da amabili signore attempate, in questo caso le “Signore del Circolo della Maglia di Willow Grove“.

Dal racconto di King:

«il titolo attualmente in libreria, che quell’autunno era Il Circolo della Maglia di Willow Grove scopre la speleologia. Tess spiegò il significato del termine a chi ancora non lo conosceva.»

Il lavoro di uno scrittore è composto al 20% dalla scrittura, all’80% da vendere il romanzo porta a porta, attività che richiede lo spostarsi per ogni più minuscolo paesino a organizzare conferenze, presentazioni e firma-copie: Tess Thorne non fa eccezione, anche se lei preferisce dosare al minimo questa attività tutt’altro che riposante.

Una giovane autrice di arzille vecchiette investigatrici

Quando per strada forerà una gomma e un camionista buon samaritano si fermerà ad aiutarla, comincerà l’incubo: perché i samaritani stanno solo nella Bibbia. Inizia una crudele e terribile storia di vendetta e rinascita, che Matheson onestamente si limita a prendere dal racconto e portarla su schermo identica, parola per parola. Tanto che a metà racconto mi sono stufato: era tutto così maledettamente identico che stavo annoiando.
Ciò che qui interessa sono i “libri falsi” dell’autrice.

Le vecchiette scoprono la speleologia (goes spelunking): grazie a SamSimon per la vista buona!

A parte il fotogramma sfocato che riporto qui sopra, non viene mai inquadrato né citato il romanzo che la Thorne sta portando in giro per conferenze e presentazioni, perché la storia è più incentrata su quanto siano noiose queste occasioni.

Il brutto del parlare con il pubblico… è il pubblico

Tutte le lettrici rivolgono alla Thorne le solite domande – dove prende l’ispirazione? – ma nessuna cita mai il suo libro.

Un selfie vale più di mille libri

Solo quando la situazione si farà insostenibile e la lucidità della Thorne inizierà a traballare… allora le sue arzille vecchiette torneranno utili. Come fare ad ammazzare i propri torturatori senza lasciare tracce? Chiedetelo alle attempate sferruzzatrici di Willow Grove.

Maestre del crimine!

Una perfetta Olympia Dukakis si presta a dare volto ad uno dei personaggi della Thorne, che la guiderà per la lunga strada della vendetta. Non viene citato il libro in questione, purtroppo, ma è rispettato in pieno il grande gioco degli pseudobiblia: una finzione che diventa realtà… e modifica la realtà.

Come si fa a non amare Maria Bello?

Maria è perfetta sia nel ruolo della scrittorina dall’abitino perfetto che in quella della donna caduta che si rialza alla ricerca di una nuova forza di vivere, diventando perfetta “giustiziera della notte”. Peccato per la ghiotta apparizione di Joan Jett, in una particina che poteva essere di più invece è giusto una comparsata.

L.

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Pubblicato da su luglio 17, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Archeo Edicola] Il trafficone (1974)

Quando un intero film è uno spot pubblicitario editoriale

Fra il novembre 1974 e il gennaio 1975 esce nelle sale italiane “Il trafficone” di Bruno Corbucci (in DVD Cecchi Gori 2015), vero e proprio specchio di un momento particolare della cultura e della società italiana.

Dietro la classica trama da commedia pruriginosa all’italiana si nasconde la testimonianza di quanto ha scosso le coscienze il lavoro di William Masters e Virginia Johnson, i due che per la prima volta nella storia umana hanno osato studiare l’atto sessuale: la più naturale delle pratiche, eppure la più ignota a qualsiasi civiltà.
Oggi, grazie alla deliziosa serie televisiva “Masters of Sex” (2013), ne sappiamo molto di più sui due studiosi, ma nel 1974 in Italia si conosceva solo la parte finale della storia: Masters e Johnson erano marito e moglie e studiavano il sesso.

Oltre alle consuete sigarette, stavolta la “marchetta” è tutta per il libro

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Pubblicato da su luglio 15, 2020 in Archeo Edicola, Books in Movies

 

Nove ospiti per un delitto (1977)

Negli anni Settanta al mare o si legge o si gioca a scacchi

I protagonisti del film “Nove ospiti per un delitto” (1977), scritto da Fabio Pittorru e diretto da Ferdinando Baldi (in DVD Surf Video – Cechi Gori 2017), si riuniscono in una casa al mare su un’isoletta e cominciano a venir uccisi uno alla volta. Chi è che li sta uccidendo? E perché?

Ciò che conta è che in tempi in cui non esisteva Internet e la TV non si portava in vacanza, le serate dei protagonisti sembrano straordinariamente vuote, eppure un tempo era così che si stava al mare: prede della noia.
Tra sigarette e alcol, presenza fissa, qualcuno sfoglia una rivista, qualcuno gioca a scacchi (come racconto oggi nel mio CitaScacchi) e qualcuno ancora si mette a fare una roba che oggi sembra fuori moda: si mette a leggere.

Il Giallo Mondadori è il compagno perfetto per le ferie estive

Nella casa al mare che fa da sfondo alla vicenda ci sono diversi numeri della storica collana “Il Giallo Mondadori“, nella veste grafica “tutta gialla” adottata un decennio prima l’uscita del film: peccato che non siano mai inquadrati bene.

Così tanti gialli, così male inquadrati

Solamente in una scena di pochi fotogrammi finalmente vediamo qualche copertina, illustrata come sempre da Carlo Jacono, ma sebbene i libri in questione siano palesemente disposti a favore di camera – ben ordinati a mo’ di spot pubblicitario – l’inquadratura comunque mostra ben poco.

Gialli messi in mostra… ma inquadrati troppo a distanza

Malgrado mi sia ciecato, passando più volte in rassegna tutte le copertine della collana uscite fra il 1967 (data di inizio di quella veste grafica) fino al 1977 (data di uscita del film) sono riuscito a trovare solo il primo da sinistra dei libretti mostrati nell’immagine.

Lenora” (Lenora, 1974) di (Hilda) Van Siller – “Il Giallo Mondadori” n. 1333 (18 agosto 1974)

Bob, vedovo da tre anni, sta per sposare Liz. La sua prima moglie, Lenora, mentre lui era assente per motivi di lavoro, è perita nell’incendio della loro casa isolata. Ma ecco che, durante una trasmissione televisiva, Bob vede apparire sul video una donna che somiglia a Lenora come una goccia d’acqua a un’altra. Poi, un amico afferma di aver incontrato, proprio a Miami, Lenora che ha finto di non riconoscerlo. Questo potrebbe convalidare l’ipotesi, non poi tanto remota, che si tratti di una sosia, ma l’interrogativo permane sino a divenire un’ossessione per Bob. Bisogna sapere… bisogna trovare quella donna. Ben presto, varie persone – il padre di Bob, Mark, al quale toccò di procedere al riconoscimento della salma, Nancy e Peter Frazer, vecchi amici di Bob e, ancora, quello che crede di aver visto Lenora, Ray, investigatore di una compagnia assicuratrice, che promette di indagare – sono coinvolte nel drammatico dilemma: viva o morta? Ray vola a Miami e scopre che la ragazza apparsa in TV è una drogata di nome Gloria, scomparsa misteriosamente. Coincidenze, convalide, smentite, indagini nel presente e nel passato si succedono e si accavallano in una «escalation» del suspense.
Lenora è un romanzo che porta l’inconfondibile impronta dell’autrice di tanti gialli, tra i quali, indimenticabili, A un passo dalla fossa dei serpenti e La prova decisiva.

Credevo che il Giallo a destra dell’immagine, con palesemente un uomo in giacca e cravatta scure, fosse facile da identificare, invece niente. Se qualcuno riesce a stanare gli altri tre Gialli mi faccia sapere.

L.

– Ultime citazioni da film:

 
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Pubblicato da su luglio 13, 2020 in Archeo Edicola

 

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[Pseudobiblia] Nuovi amori (2016)

Per completare questa settimana del blog interamente dedicata ai filmetti romantichelli, ecco un titolo di un altro canale: dopo Rai1 e TV8 è la volta di Canale5.

Il 30 giugno 2020 come di consueto ho registrato “alla cieca” l’appuntamento pomeridiano dell’emittente dedicato all’ammmòre, per catturarne il relativo titolo italiano introvabile altrove: per fortuna mentre cercavo il film su IMDb, che non riporta i titoli italiani della lunga saga di Inga Lindström, è apparso un libro in video: ho sentito subito il pungente odore di pseudobiblia e quello inquadrato ha proprio la faccia da pseudo-scrittore.
Ho dunque lasciato a registrare per inserire il film nella Collezione Etrusca dei Libri Falsi dell’Ammmòre. (Sto cercando un titolo più breve.)

Il film in questione è “Inga Lindström. Nuovi amori” (14×01, Willkommen im Leben, 9 ottobre 2016) di Udo Witte, uno degli infiniti film tedeschi ambientati in Svezia per motivi ignoti. A firmarlo è come sempre la consueta Christiane Sadlo, regina del romance televisivo con lo pseudonimo appunto di Inga Lindström.

Di questa serie abbiamo già incontrato La signora del faro (2006).

Il nome dell’ammmòre

La storia si apre subito su Ben Lund (Pierre Kiwitt), che conosceremo pian piano ma già posso anticipare la sua curiosa “doppia vita”: è un poliziotto di Stoccolma che nel tempo libero scrive romanzi d’amore sotto pseudonimo.

Si vede subito che è uno pseudo-scrittore

Il suo agente letterario lo sta pressando perché è scaduto il tempo per consegnare il nuovo libro e Ben non ha scritto una sola parola, così l’autore decide bene di prendersi delle ferie dal lavoro e scapparsene in campagna: come sa chi segue questo blog, quando si è in crisi creativa andare ad abitare isolati porta sempre a nuovi romanzi. E anche stavolta è proprio quello che accade.

Scrivere male un indirizzo ha ripercussioni importanti

L’idea deliziosa è che Ben dirigendosi ad una pensione di campagna sbaglia indirizzo e finisce a casa di Luisa (Nike Fuhrmann), madre single di due figli scalmanati (e un cane) che sta aspettando l’arrivo della ragazza alla pari per badare alla casa: appena vede Ben pensa che l’agenzia gli abbia mandato un uomo, ma va be’, tocca accontentarsi.
Grazie ad un divertente equivoco Ben si ritrova a dover gestire una casa quando è convinto di esserne ospite. Nella vita reale credo che lo scoprire di aver lasciato i propri figli minorenni in mano ad uno sconosciuto sia una sorpresa ben poco gradevole, invece Luisa ne rimane molto divertita.

Luisa non lo sa, ma è una fan di Ben

Dopo l’equivoco nasce pian piano l’ammmòre, sempre quello anonimo e asettico dei filmetti romantichelli, che cioè si basa esclusivamente sugli inconvenienti che lo ostacolano invece che sui sentimenti che lo alimentano. La ciliegina sulla torta è scoprire che Ben è l’autore del romanzo che Luisa sta leggendo e che adora: “Quattro anni e un giorno” (Fyra år och en dag) di Milla Bergström, storia di un grande amore andato in frantumi.

Il falso autore che legge il falso libro scritto con un falso nome…

Malgrado ci provi, Ben non scrive una sola parola del nuovo romanzo, neanche in campagna, anche perché passa tutto il tempo a gestire la famiglia Hanson.

Ecco tutto ciò che abbiamo del nuovo romanzo di Ben

Luisa in realtà non è proprio single, ha un marito scappato in Brasile che ora, avvertito del bel Ben in casa, torna subito ma il rapporto tra marito e moglie ormai è rovinato. Comunque Ben se ne torna a Stoccolma e l’esperienza finalmente gli dà la stura per una nuova storia d’ammmòre drammatica e strappalacrime, che però non conosceremo mai.

Tranquilli, nei filmetti romantichelli il lieto fine è sempre obbligatorio, quindi tutti vissero felici e contenti portandosi gli amanti in casa: in fondo la casa degli Hanson è bella grande.
Una storia leggera ma onestamente divertente e ben scritta: diciamo che in confronto al vuoto devastante dei romantichelli americani-canadesi, quelli tedeschi hanno una marcia in più.

L.

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Pubblicato da su luglio 10, 2020 in Pseudobiblia

 

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