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Faccio la mia cosa (2019) Frankie HI-NRG è uno di noi

Anno 1993 o 1994. Vado per i vent’anni e sto male, male dentro. Panico e depressione vanno a braccetto in un sabba che mi infesta. Andare in visita parenti non aiuta, ma tocca andarci, non ho possibilità di scegliere. Durante il viaggio gli attacchi di panico si susseguono e devo tenerli a bada con un mantra che ho scoperto farmi un bene dell’anima, che tiene a bada i miei demoni e mi carica di energia positiva. Si chiama Potere alla parola, un brano che ho sentito in TV cantato da un tizio strano, con capelloni, occhialoni e pizzettone, che mitraglia parole con una proprietà incredibile e si fa chiamare Frankie HI-NRG MC.

Sono passati 25 anni e scopro che per Mondadori Strade Blu è uscita una particolarissima biografia del rapper italiano, il cui titolo è quella divertente espressione con cui l’ho conosciuto la prima volta. Dal 1987 in poi il canale televisivo Videomusic è stata la mia chiesa, poi però ha cominciato a perdere colpi e provai MTV, ma era una caciara assurda: io volevo videoclip a chili, non pubblicità dove ogni tanto c’era qualcuno che chiacchierava.
Scoprii per puro caso il canale MagicTV, che senza sosta mandava tutti i video che hanno accompagnato quella parte della mia vita, dalla scuola al mondo del lavoro, e c’era uno spot che andava in continuazione con quel tipo capellone, con occhialoni e pizzettone, che poi un giorno trovai in uno strano videoclip: cantava di fare la sua cosa nella casa

«Io non mi nascondo nel doppio fondo del sistema,
studio e affronto il problema,
traccio uno schema,
dimostro il teorema in forma di poema,
secondo il concetto assoluto e perfetto
che del mondo tu devi essere la “causa”, non l’“effetto”,
e me ne fotto
di chi usa l’Hip-Hop solamente come posa…
e faccio la mia cosa…»

Non ho alcuna cultura musicale, non vado ai concerti, non ho “gruppi del cuore”, non so niente: sento quintali di musica di ogni genere e scelgo quella che mi piace. E quel tizio capellone, con gli occhialoni e il pizzettone mi piace. Già ho parlato del mio rapporto con Potere alla parola, ma poi becco il videoclip di Libri di sangue e capisco che Frankie è senza frontiere, né spaziali né temporali.

C’è chi la chiama intolleranza
quest’ombra che avanza,
che incalza, che aumenta di potenza:
figlia di arroganza e di ignoranza,
ragione di vita di chi ha perso la coscienza
e crede ciecamente nella supremazia di una razza sulle altre:
no, non è la mia questa visione della vita,
e la partita non è vinta finché non è finita
ed io l’ho appena cominciata.

Ritmica la rima ossessiva e percussiva, offensiva e persuasiva, poi arriva Fight da Faida che in realtà è il primo singolo che ha lanciato il cantante.

Fosche attitudini losche
mantenute dalle tasse
alimentate dalle tasche:
basta una busta
nella tasca giusta
in quest’Italia così laida
You gotta fight da faida!

Poi… cos’è successo a Frankie? Lo ritroverò nel 1997 circa con il suo capolavoro Quelli che benpensano, ma poi lo perderò di vista.

[Sono quelli]
che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara
ma l’unica che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera,
quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera.

Sarebbe stato bello se il libro della Mondadori fosse stato una biografia, così da sapere cos’è successo a Frankie in seguito, ed in un certo senso lo è ma solo fino al successo di Fight da Faida del 1993: il resto dovrà raccontarlo qualcun altro, forse.

Faccio la mia cosa è un testo splendido che si legge in un solo fiato, perché è la forma più alta di biografia: ogni tanto c’è qualche informazione personale, qualche racconto di un ragazzo chiamato Francesco Di Dio, ma in realtà la parte importante è dedicata alla storia biografica dell’hip hop e del rap dalla nascita al 1993: perché è la musica ciò che conta, ciò di cui è composto Frankie HI-NRG MC.

Dalla mamma che rimprovera il figlio per il volume alto della sua musica e quello ferma il disco sul piatto, inventando lo scratch, alla biondissima Blondie che in TV è fra i primi cantanti mainstream a sfoggiare un brano rap, dai Sugarhill Gang che quel Rappers’ Delight che conquistò il cuore di mia madre – e che da ragazzino ascoltavo senza sapere che diamine fosse quella musica – a Paid in Full che ha infiammato una delle mie estati più care, fino al primo “vero” rapper italiano.
Mentre Frankie infatti racconta con dovizia di particolari la storia del proto-rap in Italia, sghignazzando dentro di me penso che non sta parlando del “vero” primo rapper italiano, Pippo Franco… Giro pagina, e leggo:

«E, visto che siamo in tema, nel mio gusto personale la palma d’oro va a Pippo Franco e alla sua Chì chì chì Cò cò cò, presentata fuori concorso al Festival di Sanremo 1983, che ritengo – senza offesa per nessuno – il paleo-rap italiano con la metrica più friccicarella.»

Ormai è ufficiale: Frankie è uno di noi!

Un libro splendido, pieno di una storia d’Italia che è molto vicina alla mia generazione: sono del 1974, qualche anno più giovane di Frankie, ma la cultura popolare che cita fa tutta parte del mio personale pantheon di miti, dalle riviste in edicola con i giochi per Commodore fino ai cartoni animati giapponesi in TV. Senza dimenticare il software per far “parlare” il Commodore64 che avevo anch’io, anche se non lo usavo per gli scherzi telefonici: in effetti, ad averci pensato…

Io non so niente dell’hip hop né del rap, sono estraneo a tutta la cultura che Frankie descrive, ma essendo questo libro scritto con il cuore e la testa mi ha catturato e mi ha appassionato. Ogni giorno l’ho letto in ogni “buco di tempo” disponibile, poi la sera con YouTube mi sono sentito tutti i brani citati, compreso lo spot della Galbusera che copiava Wordy Rappinghood del Tom Tom Club!
L’ho letto in una settimana, eppure mi sembra di aver vissuto una vita di rap! Mi sarebbe piaciuto sapere di più sulla carriera di Frankie, quindi spero farà un secondo libro. Propongo il titolo: “Faccio la mia cosa 2 – In da House“!

L.

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Pubblicato da su maggio 24, 2019 in Recensioni

 

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Copertine robo-pulp (3)

Trovo irresistibile il fascino delle illustrazioni che campeggiavano sulle copertine delle riviste pulp di inizio Novecento, soprattutto quando dagli anni Trenta gli artisti dovevano cercare di immaginare qualcosa diventato da poco di moda nella cultura popolare americana: il robot. (Per sapere tutto su questa parola, vi ricordo la mia indagine.)
Ecco una panoramica di storiche riviste di racconti di fantascienza con copertine robotiche.

Illustrazione firmata da EMSH (Edmund Alexander Emshwiller) per “Astounding Science Fiction”, volume 56 numero 2 (ottobre 1955), legata al racconto “The Short Life” di Francis Donovan (inedito in Italia).

Illustrazione di Edward Valigursky per “Amazing Stories”, volume 30 numero 2 (febbraio 1956), legata al racconto “Call Him Colossus” di Malcolm Meade (inedito in Italia).

Ecco anche la splendida illustrazione interna.

Illustrazione di Edward Valigursky per “Amazing Stories”, volume 31 numero 6 (giugno 1957), legata al racconto “The Steel Napoleon” di Harlan Ellison (inedito in Italia).

Illustrazione di Edward Valigursky per “Amazing Stories”, volume 32 numero 5 (maggio 1958), legata al racconto “Brother Robot” di Henry Slesar (inedito in Italia).

Illustrazione di Edward Valigursky per “Amazing Stories”, volume 32 numero 10 (ottobre 1958), legata al racconto “The Delegate from Venus” di Henry Slesar (inedito in Italia).

L.

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Pubblicato da su maggio 22, 2019 in Pulp

 

Ghostwriting 5. Angeli e Fantasmi

È il momento di andare alle origini, di capire come tutto è iniziato o comunque identificare la storia che meglio descrive i dettami del genere che stiamo raccontando: una storia che ci parli di un writer, uno scrittore, e del suo ghost, che può essere tanto l’ispirazione dal latino spiritus che la fantasia dal greco fantàzo: sempre di “fantasma” si tratta.

I gloriosi anni Trenta del Novecento hanno prodotto un’esplosione incontenibile di scrittura. Il fenomeno di quelle che oggi chiamiamo “pulp magazine” (ma che all’epoca erano in gran parte note come “mystery magazine“) non solo ha dato lavoro ad un esercito di scrittori, ma li ha messi anche in crisi: in un mondo editoriale in cui servono fiumi di racconti per riempire le riviste che milioni di lettori divorano, si fa pressante il problema dell’ispirazione. Agli autori sono richieste storie sempre nuove in quantità impressionante, e può capitare di essere un po’ a corto di ispirazione: quando arriva un aiuto insperato, nessuno lo rifiuta.
Così quando il celebre scrittore Carter Brigham, nome noto delle “riviste da due soldi”, viene svegliato di notte da una bella ladra che gli è appena entrata in stanza… be’, state certi che un nuovo racconto sta per vedere la luce.

“Black Mask”, 15 novembre 1923

Solo dopo aver colpito l’ombra notturna lo scrittore si rende conto che era una ragazza, la quale si presenta come Angel e costretta alla vita criminale dal destino, che come ogni destino è sempre cinico e baro.
Mentre i due parlano piomba in stanza Cassidy, che non è il nostro amichevole Cassidy di quartiere bensì un poliziotto corrotto: Carter dovrà pagarlo bei bigliettoni per liberarsene senza che Angel venga arrestata: la ragazza ha tante storie da raccontagli perché vengano trasformate in racconti per le riviste.

Il giorno dopo, com’è facile immaginare, di Angel non c’è più traccia. Poco male, ciò che gli ha raccontato la notte precedente basta a Carter per un testo più che soddisfacente: il racconto di uno scrittore di gialli che viene svegliato di notte da una ladra di nome Angel e da un poliziotto corrotto di nome Cassidy.
Inviato all’editore The Second-Story Angel, Carter riceve una telefonata che lo convoca in redazione, dove trova altri quattro scrittori del par suo. L’editore mostra a tutti i rispettivi racconti… e tutti e cinque i testi raccontano di una ladra di nome Angel che piomba in casa del protagonista inseguita da un agente corrotto di nome Cassidy, a cui vengono dati bei bigliettoni per andar via.

Mentre tutti gli scrittori si indignano, perché credevano di aver vissuto un’esperienza unica e soprattutto di aver ricevuto un’ispirazione unica, Carter è l’unico che si fa la vera domanda: chissà se Angel ha baciato anche tutti gli altri…

Leonardo, giugno 1991

Irresistibile l’idea che quanto vi ho finora raccontato sia un racconto autobiografico, fatto sta che The Second-Story Angel è una brevissima storia che è quasi distrattamente infilata nel numero del novembre 1923 di una rivista epica, “Black Mask” e, malgrado la sua firma importante, è stata a lungo dimenticata – e ancora oggi è rarissima da trovare in Italia – eppure questo minuscolo e misconosciuto racconto è figlio di uno dei più illustri padri del pulp, dell’hardboiled e di una secchiata di altri generi narrativi: l’unico e il solo Dashiell Hammett.

Nessuno sa che ha inventato un intero genere narrativo con quelle dieci paginette quasi distratte – e molto metanarrative – e sicuramente Hammett lo troverete citato per grandi romanzi come Il falcone maltese (1930) o L’uomo ombra (1934), e sicuramente il suo Piombo e sangue (1929) – molto più citato che letto – rimarrà per sempre legato alla infinita discussione se Sergio Leone abbia copiato Kurosawa (sì, ha copiato!) nell’adattare il romanzo per il cinema (in realtà nessuno dei due film ha molto a che vedere con Hammett: l’opera che più gli si avvicina è Le voci di dentro di Eduardo De Filippo!), quindi è molto difficile che si parlerà di come Hammett abbia creato i dettami per i successivi cento anni di storie di “fantasmi scrittori e scrittori fantasma”, eppure è innegabile.

Difficile dire quanto questa storia fosse nota nell’ambiente, ma la mia idea è che lo fosse, tanto che… è stata parodiata!
Nella storica “Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine” del maggio 1960 C.B. Gilford pubblica il racconto A Fair Warning to Mystery Writers, arrivato miracolosamente anche in Italia, nell’antologia hitchcockiana “La collina degli spettri” (Mondadori 1974) con il titolo “Un consiglio prezioso agli scrittori gialli”.

Oscar Mondadori, luglio 1974

Horatio Lamb è uno scrittore di racconti per le riviste che ha bisogno di pace e tranquillità per ritrovare l’ispirazione persa, così affitta un appartamento per chiudercisi dentro e dedicarsi unicamente alla scrittura.
Come vuole la regola, arriva una ragazza e poi il suo fidanzato geloso – perfetti corrispettivi di Angel e Cassidy – ma poi cominciano a piombare in stanza personaggi sempre più variopinti e coloriti, che raccontano le loro storie criminali: nel quartiere si è sparsa la notizia che c’è uno scrittore di gialli e tutti vogliono fargli da ispirazione! La speranza è che lui metta qualcuno di loro nel prossimo racconto, così com’è successo alla ladra Angel di Hammett.
Poi però il morto ci scappa sul serio e sono tutti sospettati, finché ovviamente il colpevole si scopre essere il meno preso in considerazione: il maggiordomo? No, l’agente immobiliare che ha affittato casa allo scrittore!

«C’è sempre un personaggio del genere. C’è, ma uno non se ne rende conto. Tutti gli altri sembrano sospetti, hanno moventi, e ci si dimentica di questo personaggio. Ed è sempre lui il colpevole. Ho scritto tanti libri su questo tema.»

Lo scrittore ora ha cambiato appartamento, e quando gli chiedono cosa scriva, lui risponde: «Filologia sistematica.»
Secondo me questo racconto è una parodia del testo di Hammett, che sebbene molto poco noto e poco ristampato qualcosa deve aver smosso. Anche solo nell’aria.
Sarà sicuramente un caso, ma dopo quasi mille rappresentazioni teatrali e due film di The Bat in cui la protagonista è un’anziana signora nulla facente, quando nel 1959 la Walt Disney e Universal ne fanno un remake… d’un tratto la protagonista diventa una scrittrice di gialli nella cui casa piomba un criminale, di cui lei segue le vicende per trasformare tutto in un libro. Hammett ha cambiato il corso dell’evoluzione narrativa, e se non ci credete, la prova arriva tre anni dopo, quando nel luglio 1962 sulla rivista “Fury” appare il racconto “Method for Murder” del maestro Robert Bloch: è talmente raro e introvabile che sono costretto a basarmi sul film che ne è stato tratto.

Robert Bloch in da House

Facciamo un salto in avanti al 1971 ed incontriamo uno dei celebri film ad episodi della britannica Amicus: “The House That Dripped Blood“, diretto da Peter Duffell e basato su vari racconti di Robert Bloch. Uscito in patria a febbraio, a giugno arriva in Italia con il titolo “La casa che grondava sangue”.
Ignoto all’home video, per fortuna dal 2011 è disponibile in DVD Pulp Video.

Quando entri in una nuova casa e c’è un libro intitolato “La casa della morte”…

Charles Hillier (Denholm Elliott) è uno scrittore in cerca di ispirazione. Il suo genere sono le cose «terrificati, la sua specialità sono i delitti, i più scellerati e agghiaccianti possibili», specifica sua moglie Alice (Joanna Dunham). La traduzione italiana fa un po’ perdere il genere di storie che scrive Charles: «Horror stories».
Per trovare ispirazione Hillier fa quello che ormai è la nuova regola, come abbiamo visto: andare a vivere in una casa isolata. Visitando la nuova casa lo scrittore trova una ricca biblioteca: c’è il Dracula (1897) di Bram Stoker, Complete Stories and Poems of Edgar Allan Poe, Il monaco (1796) di M.G. Lewis, Selected Writings of Hoffmann. «Qualcuno dei vecchi inquilini aveva i miei stessi gusti letterari», è il suo commento.

La biblioteca horror che tutti dovrebbero avere in casa

Con la nuova casa isolata arriva regolare l’ispirazione, esattamente come le nuove regole hammettiane impongono, ma fuse con la realtà del “fantasma scrittore”: Hillier ha una visione, dalla finestra gli sembra di vedere un uomo mostruoso. Una visione, quindi un fantasma, frutto della fantasia… ed ecco l’ispirazione: Dominick, un criminale che diventa subito protagonista del nuovo racconto che Hillier comincia a scrivere di getto.

Dominick, il fantasma che ispira lo scrittore

C’è però un problema, questo Dominick si fa sempre più reale, e dalla semplice visione diventa una presenza inquietante e costante, che arriva ad aggredire Alice e a tentare di strangolarla. Quando Hillier libera la moglie, lei lo guarda terrorizzata: non era questo fantomatico Dominick a strangolarla… era lui, suo marito.

Quando scrivere diventa pericoloso…

Lo scrittore si rivolge ad uno psichiatra (Robert Lang) che ovviamente gli parla di come possa accadere che i personaggi prendano vita, nella mente dei loro autori, e mentre parla… entra Dominick e lo strangola! La visione ha preso il sopravvento ed è diventata realtà.

Così lei è convinto che dietro di me ci sia un manico omicida, eh?

Dieci anni dopo la stessa scena, identica, sarà ripetuta nel film “La mano” (1981) del giovane Oliver Stone. È la storia di Jonathan Lansdale (Michael Caine), scrittore di fumetti in cerca di ispirazione che per trovarla – indovinate un po’? – va a vivere in una casa isolata. E, come ormai è chiaro, incontra un elemento anomalo: pare che il fantasma della mano che ha perso in un incidente stradale se ne vada in giro a “punire” chi ha fatto dei torti allo scrittore.
La psichiatra che dice a Lansdale che la mano non esiste viene uccisa dalla mano, proprio come lo psichiatra che dice ad Hillier che Dominick non esiste viene ucciso da Dominick: mai mettere in dubbio i “fantasmi scrittori”.

«Tu mi odi. È il tuo odio, è la tua volontà. Accetta la responsabilità: non c’è nessuna mano»

Il racconto di Bloch è in realtà una furbesca rielaborazione di una storia francese di culto: Steve Chibnall e Julian Petley nel loro saggio British Horror Cinema (2002) considerano infatti il testo di Bloch solo uno dei tanti plagi da Celle qui n’était plus (1952) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, più noto con il titolo del celebre film che ne è stato tratto: Les Diaboliques (1955).
Eppure è ormai chiaro che gli scrittori in cerca di ispirazione che vanno in una casa isolata incontreranno sempre un elemento anomalo che li ispirerà, un ghost che li farà tornare ad essere writer.

L.

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Pubblicato da su maggio 20, 2019 in Indagini

 

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Il caso Michael Peterson (2007)

Mario Baudino l’ha ampiamente dimostrato: Ne uccide più la penna, gli scrittori possono essere assassini come tutti gli altri.
Nel mio consueto viaggio nei film televisivi trasmessi in esclusiva da TV8 e CineSony recupero un titolo registrato da quest’ultimo canale l’8 ottobre 2018, quindi da lungo tempo in attesa.
Un piccolo film tratto da un brutto fatto di cronaca vera: niente “libri falsi”, ma i libri c’entrano sempre.

Alle 2.40 del 9 dicembre 2001 l’operatrice del 911 Mary Allen riceve la telefonata di Michael Peterson, 1810 Cedar Street, Durham.

— Mary: «Che succede?»
— Michael: «Mia moglie ha avuto un incidente, respira ancora!»
— Mary: «Che tipo di incidente?»
— Michael: «È caduta dalle scale. Respira ancora, correte!»

La conversazione va avanti, Michael ritelefonerà quando scoprirà che la donna non respira più: Kathleen Peterson muore ai piedi della scala di casa. Un luogo che darà il nome al “mistero”, perché appena la polizia arriva nasce subito il sospetto che non sia stato affatto un incidente, e tutto fa pensare ad un omicidio.
Nasce il nome che rimane attaccato al caso: “The Staircase Murders“. (Non chiedetemi perché quel plurale, visto che l’omicida è sempre stato indicato in una persona sola).

Inizia un lungo processo seguito da tutta l’America, perché ovviamente la stampa va a nozze e una troupe segue l’accusato per girare un documentario sul processo. Malgrado riesca a controbattere ad ogni accusa, nel 2004 Michael Peterson viene riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie, dopo che il dubbio e segreti infamanti hanno distrutto la sua numerosa famiglia.
Nel 2017 in un nuovo processo Peterson patteggerà e sarà rilasciato, dopo più di dieci anni da protagonista di trasmissioni televisive di cronaca nera e saggi scabrosi: un piccolo film televisivo è davvero il minimo che gli sia capitato.

Treat Williams nel ruolo dello scrittore omicida Michael Peterson

La Lionsgate Television affida a Donald Martin il compito di trasformare in sceneggiatura il saggio “A Perfect Husband” con cui nel 2004 – sfruttando l’eco mediatica del verdetto di colpevolezza – Aphrodite Jones ha ricostruito l’intero caso. Nel 2010 la stessa scrittrice sarà curatrice di una lunga e fortunata serie televisiva dedicata alla cronaca nera, “True Crime with Aphrodite Jones”, il cui terzo episodio sarà proprio dedicato a Peterson, Staircase Killer.
Come dicevo, il film l’ho registrato su CineSony l’8 ottobre 2018 con il titolo “Il delitto della scala“, ma dev’essere già passato altrove con un titolo più efficace, visto che le fonti in Rete lo attestano come “Il caso Michael Peterson“.

Perché tradurre in italiano il titolo di un libro inedito da noi?

Protagonista è l’ex marine ed ora romanziere di successo Michael Peterson (Treat Williams), autore dei thriller “The Immortal Dragon” (1983), “A Time of War” (1989) e “A Bitter Peace” (1995). Tutti romanzi veri (anche se inediti in Italia) che però certo non hanno garantito un luminoso posto all’autore nel gotha della narrativa americana.
Il film ci mostra una famiglia molto unita dove anche i figli acquisiti adorano papà Peterson, ma più i segreti vengono a galla, più i sospetti acquisiscono forma e più la famiglia si sfalda, fino addirittura ad usare parole come “traditore” verso uno dei suoi membri.

Peterson fuma la pipa proprio come uno scrittore!

Non so dire quando lo sceneggiatore abbia rispettato il saggio originale e a chi sia venuta l’idea, ma ad un certo punto una sequenza onirica fa capire abbastanza chiaramente che per gli autori Michael è colpevole: la moglie voleva il divorzio e questo sarebbe stata la sua rovina finanziaria.
Poi però il marito si sveglia, è stato solo un sogno… ma l’illazione rimane, il sospetto è insinuato ed è chiaro che l’aura da neutralità della storia è compromessa.

Non sapremo mai se Michael Peterson sia davvero colpevole, il suo patteggiamento del 2017 può benissimo essere visto come il disperato tentativo di un 74enne di tornare a rivedere la luce fuori dalla prigione, quindi qualsiasi sua ammissione di colpa non corrisponde necessariamente all’aver commesso il fatto.
Di sicuro il Michael Peterson del film è ben consapevole come funzioni il sistema giudiziario americano: a decidere è la comunicazione, e girare un documentario su di lui è un ottimo modo per raccontare la propria versione dei fatti.
Ma non basta, perché sebbene molto poco prolifico Peterson è uno scrittore, e quindi… «Tutto questo potrebbe diventare un romanzo», è la frase che fa gelare il sangue all’avvocato Rudolf (Kevin Pollak). Cosa c’è di strano? Quale storia migliore per un libro?

Una storia perfetta per un libro

Peterson alla fine quel libro non l’ha scritto, ma ci hanno pensato altri autori. Un anno dopo la citata Aphrodite, Diane Fanning ha scritto «uno sguardo dall’interno del caso Michael Peterson», un saggio dal titolo “Written in Blood: Innocent or Guilty?” (2005), a dimostrazione che non esiste crimine così banale da non meritarsi un libro.

L.

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Pubblicato da su maggio 17, 2019 in Recensioni

 

La colegiala: un ricordo del 1983

Di solito non scrivo post dedicati esclusivamente ai ricordi personali, ma in questi giorni è successo qualcosa che ho piacere di condividere: dopo 36 anni finalmente ho ritrovato una canzone che sentivo da ragazzino e che non sono mai più riuscito a trovare. E qui il ricordo personale si intreccia ad una questione più… “sociologica”.

Nell’estate 1983 avevo nove anni e per la prima volta il lavoro dei miei genitori andava così bene da poterci permettere di affittare una casa al mare, grazie a degli amici di famiglia molto più facoltosi. Non ho idea se affittare un piccolo appartamento per luglio e agosto nell’Ostia dell’epoca fosse costoso o più fattibile, ovviamente non sapevo nulla di prezzi né mi interessava: ero pronto a vivere un’estate completamente diversa, rispetto al giocare sul marciapiede davanti casa.

In quei due mesi gli inviti del parentame si sprecarono, e ricordo continue visite di parenti più o meno stretti, ma l’unico che rimase a dormire diverso tempo fu un mio cugino, di quelli che ho frequentato meno: anzi, temo che dopo quell’estate l’avrò visto sì e no due volte…
Eppure tanto è bastato per “contagiarmi”: quel mio cugino passò ogni istante della sua permanenza a casa nostra canticchiando una canzone e storpiandola in mille modi che trovavo divertenti. (O almeno lo erano per un bambino di 9 anni che considera “figo” tutto quello che fa il cugino più grande.)

Quella canzone si sentiva ovunque, era il tipico tormentone italiano estivo e qui si apre la “parentesi sociologica”: com’è possibile che gli italiani impazziscano per una canzone, la ascoltino mille volte al giorno per un’intera estate… e poi la dimentichino per sempre?
Se li ricordate, pensate a tutti i tormentoni che hanno infestato le vostre estati, musica che si sentiva in ogni dove, replicata mille volte, e pensate a quanto velocemente è scomparsa nel nulla, mai più replicata. Credo che le radio mettano i tormentoni in una lista nera.

Nella fertile mente di un ragazzino di 9 anni quella canzone si è impuntata come una scheggia e non se ne è più andata, ma il problema è che non ho mai saputo né il titolo né l’autore, né l’ho mai più risentita, se non in uno spot qualche anno dopo che purtroppo non ho registrato.
Finalmente oggi, grazie alle variopinte “gifs” di YouTube – deliranti compilation di geniali montaggi a tema – per puro caso è uscita fuori la canzone, rifatta da artisti moderni. Ho preso il fido Shazam e dopo quasi quarant’anni ho potuto finalmente risentirla. E mi sembra di essere tornato bambino…

Uscita nel 1982 (dice Wikipedia), La colegiala di Rodolfo Aicardi dei Rodolfo y su Tipica è arrivata in Italia nel 1983 e vi posso assicurare che quell’estate non si sentiva altro. Poi, dall’anno dopo, la canzone è scomparsa nel nulla, forse addirittura dimenticata dagli italiani. Anche perché come fai a chiedere a qualcuno: “Scusa, ti ricordi quella canzone che fa ta ta-ta-taaaa…”?.
Lo spot della Nescafè credo sia durato un po’ di più.

Chiudo con il brano, qui sotto, e la recente reinterpretazione a cura di The Boy Next Door.

L.

 
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Pubblicato da su maggio 15, 2019 in Ricordi

 

Ghostwriting 4. L’ombra del pipistrello

Il Novecento è il secolo nero per eccellenza. Già prima esistevano eroi negativi nella narrativa popolare, ma solo con l’inizio del XX secolo il Male ha scardinato ogni vincolo morale per conquistare i cuori di milioni di lettori. Già ho raccontato – in Lupin contro Holmes – quei primi anni del Novecento in cui sono nati gli eroi neri che ci accompagnano ancora oggi, ma ne è rimasto fuori uno: quello che riesce allo stesso tempo ad essere il più grande ed il più infimo.
Infimo perché non lo conosce più nessuno, è stato dimenticato dopo due decenni di luminoso successo, e grande perché la sua scomparsa ha generato qualcosa di inaspettato: dal male… è nato il bene.

Più di dieci anni prima che in Inghilterra Agatha Christie iniziasse la sua carriera, dall’altra parte dell’oceano un’altra “signora in giallo” già aveva Broadway ai suoi piedi, con una storia di crimine e violenza a lungo dimenticata e solo in tempi recenti tornata a novello splendore.
Una storia dimenticata che ha dato vita a qualcosa che milioni di persone nel mondo leggono ancora oggi, a fumetti…

La città di notte. I grattacieli si stagliano contro la Luna e un’ombra salta di palazzo in palazzo. L’ombra di un uomo… vestito da pipistrello…

Può essere tanto New York quanto Gotham City…

Può raggiungere ogni altezza grazie alla sua abilità, alle corde e ad una cintura piena di strumenti d’ogni sorta. Colpisce ovunque, ruba, uccide e sul luogo del crimine lascia il suo segno per farsi beffe della polizia: il simbolo di un pipistrello con le ali spiegate.

Quel simbolo di pipistrello non mi è nuovo…

Le immagini che state vedendo sono un vero e proprio miracolo, perché il film muto The Bat del 1926 è stato a lungo considerato perduto – e Nick Parisi su Nocturnia ha fatto uno splendido dossier dedicato ai film perduti di inizio Novecento – finché non è stato miracolosamente ritrovato agli inizi del Duemila e oggi possiamo ammirare ciò che fece impazzire Broadway negli anni Dieci.

Un meraviglioso recupero

Il film è la versione cinematografica dello spettacolo teatrale omonimo, scritto dalla celebre romanziera Mary Roberts Rinehart con il drammaturgo Avery Hopwood, aggiungendo materiale alla trama di un libro che la Rinehart aveva scritto nel 1908, The Circular Staircase. Quest’ultimo romanzo è stato portato in Italia nel 1935 dallo storico Alberto Tedeschi per i “Gialli Economici Mondadori” (n. 48) con il titolo La scala a chiocciola, ma va precisato che non c’è alcuna attinenza con il romanzo omonimo firmato dall’altra “signora in giallo”, Ethel Lina White, da cui il celebre film di Robert Siodmak La scala a chioccola (The Spiral Staircase, 1945): è solo l’ennesima confusione italiana sui titoli di libri e film.

«Questa è la storia di quel che accadde a una zitella di mezza età quando, in un attacco di follia, abbandonò le sue abitudini cittadine, affittò una casa ammobiliata per trascorrere l’estate fuori città e si trovò coinvolta in uno di quei misteriosi crimini che fanno la fortuna dei nostri giornali e delle agenzie investigative».

Dunque nel 1908 la Rinehart scrive un romanzo su una «zitella di mezza età» che abbandona la città, va a vivere in campagna ed è protagonista di indagini su dei crimini che avvengono nella sua villa. L’autrice dieci anni dopo inizia a rimaneggiare il testo con Hopwood e crea lo spettacolo The Bat, in cui la zitella diventa parente di un ricchissimo proprietario di banca che è preso di mira dal feroce criminale noto come Il Pipistrello.
La rappresentazione teatrale – messa in scena la prima volta al Morosco Theatre il 23 agosto 1920 – è un successone e quando due anni dopo chiude i battenti ha raggiunto il numero di quasi mille repliche: 867, per la precisione. Anni dopo la rivista “Flynn’s Weekly” presenta a puntate – dal 17 luglio al 7 agosto 1926 – la versione romanzata del testo, firmata da Stephen Vincent Benét, perché il Pipistrello piace: una figura oscura che si aggira di notte con le sue abilità e i suoi “meravigliosi giocattoli”…

A vederlo così non si direbbe, ma è un cattivo che piace

Solamente nel maggio del 1939 sul numero 27 di “Detective Comics” apparirà un uomo che si aggira nella città notturna vestito da pipistrello, con un simbolo identificativo preso paro paro dal film del 1926: non si chiama The Bat… si chiama Batman.

Da un personaggio malvagio, ne è nato uno votato alla giustizia

Figlio di un’attrice teatrale ed attore teatrale lui stesso, il giovane Roland West decide che vuole provare quella nuova carriera che promette grandi cose: si chiama cinema.
Specializzatosi in storie criminali, nel 1926 riversa ogni goccia del suo incredibile talento in un film magnifico, muto perché ogni fotogramma è così potente e geniale che non c’è alcun bisogno di parole. Si chiama The Bat e Bob Kane deve averlo visto molto bene, quando deciderà di trasformare in “buono” il “cattivo” della storia.

Una delle tante splendide inquadrature di West

Al contrario del romanzo, la vicenda si svolge interamente in una notte di terrore, in cui il misterioso Pipistrello colpirà la casa dove è andata a vivere la zitella Cornelia Van Gorder e vari personaggi si alterneranno sulla scena: dalla cameriera caricaturale, vera e propria spalla comica, al poliziotto con bombetta, dal bravo giovane al maggiordomo cinese con la faccia da colpevole. È facile per noi oggi vedere nei personaggi tutti stereotipi inflazionati, ma nel 1926 era qualcosa di assolutamente innovativo: prendete un qualsiasi film del genere noto come old dark house e guardate la sua data di uscita. State tranquilli che è posteriore al 1926.

La nascita del genere old dark house

Il successo del film, assolutamente meritato, apre le porte ad un fiume di storie criminali simili, ed essendo appena nato il cinema sonoro molti di questi film possono contare su un maggiore interesse da parte del pubblico, curioso di quella nuova potenzialità del cinema.
Roland West raccoglie di nuovo il suo talento e rigira identico il film con stavolta l’impianto sonoro, chiamandolo ora The Bat Whispers e presentandolo nel 1930. Troppo tardi: in quei quattro anni il mercato si è saturato e l’uscita di una valanga di titoli quasi indistinguibili fa ombra a questo film – creduto anch’esso perduto e per fortuna anche lui recuperato – ma un’ombra sola non ha perso la sua forza. L’ombra del pipistrello.

Il remake dello stesso autore

Il criminale mascherato noto come Il Pipistrello non ha ispirato solo Bob Kane per Batman, ha ispirato anche la scrittrice di romanzi gialli Cornelia van Gorder: perché la finzione e la realtà si sono fusi, quando è arrivato il momento di girare la terza versione cinematografica del testo teatrale della Rinheart.

È il 1959 quando la blasonata Universal mette in campo addirittura il maestro Vincent Price ad arricchire il cast del film The Bat, che arriva in Italia nel dicembre del 1960 con il curioso titolo Il mostro che uccide. (Disponibile in DVD Eagle Pictures dal 2006.)
Vi ricordate la zitella che va a vivere in campagna per sfuggire alla città? Qualcosa è cambiato – e vedremo più avanti cosa – ed ora non abbiamo più una annoiata signora che passa il tempo a lavorare a maglia e ad impartire ordini alla servitù: ora è una famosa scrittrice di gialli in cerca di ispirazione. E quando arriva il Pipistrello, state sicuri che arriva anche l’ispirazione.

«Questa è Le Querce [The Oaks], una villa di campagna che ho affittato per passarci l’estate. Sono scrittrice di romanzi gialli, ma le cose che mi sono capitate in questa villa sono ben più fantastiche di ciò che io abbia mai pubblicato».

Così si presenta agli spettatori la nostra Cornelia van Gorder (interpretata da Agnes Moorehead), apprezzata autrice di romanzi come L’obitorio privato del dottor Riggs: un testo che a quanto pare mette «fifa nera».
La donna è a Le Querce per scrivere un nuovo libro durante l’estate, ma le notizie degli efferati crimini del Pipistrello rischiano di distrarla… se non addirittura di ispirarla. Quando infatti scopre che l’omicida fa scempio delle gole delle vittime, dice: «Non è un brutto sistema: devo servirmene qualche volta… In un libro!»

La celebre romanziera Cornelia van Gorder (Agnes Moorehead)

Cornelia non ha per nulla paura, ed anzi è anche armata. «I libri che ho scritto sono pieni di pistole, e non scrivo mai di cose che non conosco». Nella vicenda la van Gorder è l’unica a mantenere il controllo e a tenere il polso ben saldo, utilizzando i suoi “poteri di autrice” per risolvere gli enigmi («Se stessi scrivendo questa storia, invece di viverla…»): non solo, sta attingendo alle imprese del Pipistrello per il suo nuovo romanzo, che si chiude quando viene smascherata l’identità del feroce criminale.

«Sarebbe un’ottima scena per uno dei suoi libri, ma questo libro non lo scriverà mai!»

«Per quanto accorti voi possiate essere – recitano le ultime righe del romanzo della van Gorder, – non riuscirete a nascondere un omicidio.» Senza che gli spettatori se ne siano accorti, per tutta la storia l’autrice non ha fatto altro che raccontare in realtà la storia del suo nuovo romanzo, scrivendo semplicemente ciò che le accadeva: la caccia al Pipistrello e i relativi omicidi finiscono tutti nel nuovo libro.

L’autrice e la scrittrice, neanche stavolta la stessa persona…

La rappresentazione teatrale di Mary R. Rinehart del 1920 e il relativo film di Roland West del 1926 sono stati eventi di grandissima portata creativa. Sono state gettate le basi per il fortunato personaggio a fumetti di Batman, è nato il genere cinematografico che racconta storie oscure (ma anche venate d’umorismo) in grandi case altrettanto oscure, ma soprattutto… è nato il genere di cui sto parlando in questo speciale.
La protagonista è una scrittrice (writer) che in cerca di ispirazione si ritira in un luogo isolato, incontra un “elemento scatenante fuori dal comune” (ghost) e ne nasce un nuovo romanzo. La stessa formula che abbiamo incontrato in fieri nel 1947 per Il fantasma e la signora Muir.

Perché però questa storia è stata più volte raccontata dal 1908… e solo nel 1959 la protagonista diventa una scrittrice in cerca di ispirazione? Cos’è successo nel frattempo? Lo vedremo più avanti: per ora, guardate il cielo nelle notti di Luna piena. Potreste intravedere l’ombra del Pipistrello…

Dark Bat Rises!

L.

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Pubblicato da su maggio 13, 2019 in Uncategorized

 

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[Pseudobiblia] Un fidanzato da manuale (2014)

Nell’altro mio blog, Il Zinefilo, parlo spesso dei film televisivi comprati e tradotti in esclusiva da TV8 e CineSony, e di come questi siano esclusivamente storielline d’amore, a parte qualche piacevole parentesi action-thriller.
Essendo questi titoli introvabili in Italia se non nei passaggi televisivi di questi due canali, vale sempre la pena buttarci un occhio, soprattutto quando parlano di libri e scrittori.

Così non ho potuto resistere a “Perfect on Paper“, film televisivo risalente al 20 settembre 2014 e trasmesso in esclusiva italiana da TV8 il 12 marzo 2019 con il titolo Un fidanzato da manuale.
Quella prima trasmissione in realtà l’ho mancata, mi sono limitato a prendere il titolo per la mia collezione di “Italian Credits” e non mi sono interessato alla trama: scoperto che parlava di uno pseudo-scrittore, ho atteso un nuovo passaggio del film e questo è arrivato il 28 aprile 2019.

È mai esistita una casa editrice gestita da uomini, nell’immaginario filmico? L’ultima che ho incontrato risale al 1947 di Sogni proibiti con Danny Kaye: da allora ho incontrato solo donne. È un’operazione di “pari opportunità” per non sembrare maschilisti o rispetta la realtà dei fatti? E ovviamente editrici donne pubblicano romanzi per donne: siamo sicuri che si tratti di “pari opportunità” e non un “ghetto” ideologico?
Bando alle domande senza risposta e conosciamo la solita casa editrice dei film televisivi, gestita da donne e ovviamente specializzata in romanzi d’amore: mica quella robaccia per maschi che pubblicano i maschi…

Una casa editrice gestita da donne, con libri scritti da donne per donne

Avery Goldstein (Haley Strode) della Goldstein Publishing ci informa che la scrittrice di successo Beverly Wilcox (Morgan Fairchild) «ha milioni di lettori in tutto il mondo: anche solo respirando può scrivere un bestseller», eppure il suo ultimo libro non riesce a vedere la luce perché tutti i redattori che iniziano a lavorarci… se ne vanno. L’autrice infatti è dispotica e insopportabile.

Chissà di cosa parleranno i libri della Wilcox…

L’assistente Isabelle (Katie Gill) suggerisce ad Avery di chiamare una “esterna” a cui affidare la questione spinosa, per esempio una sua amica dall’altra parte dell’America che potrebbe venire a Los Angeles a lavorare per la casa editrice: entra così in scena la protagonista Natalie Holland (Lindsay Hartley).

Natalie alle prese con i capricci delle autrici rosa

Arrivata a L.A. da Portland – a quanto ho capito è una situazione da “campagnolo nella grande città” – ovviamente inciampa e cade addosso all’uomo della sua vita, anche se ancora non lo sa. I film di solito ci hanno insegnato che se un tizio in tuta ti affitta l’appartamento vicino al suo, sicuramente fa collezione di membra umane, ma il romance segue canoni diversi, così la protagonista appena giunta in città accetta di entrare in casa del primo sconosciuto che incontra. In fondo come caparra gli lascia un assegno scoperto: se non è un film sulla fiducia questo…

Visto così non sembra, ma è l’uomo della vita di Natalie

Il primo lavoro di Natalie per la Goldstein Publishing è sistemare il nuovo romanzo di Beverly Wilcox: “Il desiderio è amore indissolubile” (Desire’s Love Unbound). Chissà quale sarà la trama…

L’imminente nuovo libro di Beverly Wilcox

È divertente notare come i doppiatori italiani non si siano messi d’accordo con i colleghi titolisti, quindi il titolo del libro più avanti viene pronunciato “L’amore è desiderio indissolubile“: gli italiani non ce la fanno proprio a coordinarsi…

Un’autrice specializzata in abbracci in copertina

Natalie, come vuole il canone, è appassionata di letteratura e quindi mal sopporta il doversi dedicare ad una superficiale storia d’amore. L’ultimo libro a cui ha lavorato per la precedente casa editrice era “Tragedie e trionfi“, nelle sue parole «un libro magnifico, un racconto intenso della lotta e della resilienza dello spirito umano: non è un semplice libro di storia, è un viaggio incredibile nella parte oscura dell’identità nazionale…» Niente, la platea a cui sta parlando ormai si è dispersa: la resilienza ha fatto fuori ogni attenzione.
È chiaro che a vendere siano i romanzoni sentimentali, così la donna si ritrova a dover gestire l’ingestibile Beverly Wilcox, scorbutica ed antipatica: un classicone.

La scorbutica e antipatica Beverly Wilcox

L’autrice di successo non è sempre stata così, quando da ragazza è arrivata nella Città degli Angeli si chiamava ancora Margaret Bunn ed aveva aspirazioni narrative di tutt’altro genere: la spy story con un personaggio che amava molto, quello di Alphonso. (In effetti i redattori servirebbero a consigliare nomi migliori, per i personaggi…)
«Nessuno voleva un thriller di spionaggio scritto da una ventiduenne dell’Indiana», quindi la donna ha preso la sua decisione facendo quello che fanno tutti a Los Angeles, almeno a suo dire: «Ho preso il nome di due diverse strade e mi sono reinventata come Beverly Wilcox, scrittrice di romanzi rosa».

Beverly Wilcox scrive libri a peso…

Però Alphonso le è rimasto nel cuore, così alla fine il “lieto fine” impone che anche quel romanzo giovanile rifiutato ottenga giustizia, e viene pubblicato “La tela di Alphonso” (Alphonso’s Web) a nome di Bunn, mentre il nome Wilcox rimane legato ai romanzi rosa. «Come disse il poeta, una rosa anche con un altro nome… venderà gli stessi libri!»

La parentesi spionistica di un’autrice rosa

Questa è la parte “libraria” della trama, poi ovviamente c’è quella romantica che è lo scheletro della storia. L’editrice Avery consiglia la protagonista di lasciar stare gli uomini senza futuro e dedicarsi a quelli che abbiano garanzie di successo: che cioè siano “perfetti sulla carta”, da cui quel titolo originale Perfect on paper che gioca anche con la carta dei libri.
Ovviamente lo sconosciuto inserviente John Cooper detto Coop (Drew Fuller) è un uomo umile, che aiuta i bambini sfortunati, cucina gratis per gli amici ristoratori e salva i gattini sugli alberi: che schifo… Invece lo spietato avvocato Bob Lewis (Kieren Hutchison), che mangia solo in ristoranti di lusso ed è chiaro sin da subito che voglia usare Natalie per i propri fini sì, lui sì che sembra “perfetto sulla carta”.

Natalie alle prese con i più classici canoni del romance

Ci avreste mai creduto che una storia d’amore veda una protagonista contesa da due uomini? Uno bravo ma povero e uno affascinante e ricco ma stronzo: ammazza che originalità, è proprio una trama inedita! Ma l’apoteosi arriva quando Natalie ovviamente sceglie il bravo ragazzo e scopre che è ricco anche se rimane umile: capolavoro!

La vita è come un romanzo rosa buttato per terra…

Un piccolo mistero è rappresentato da una brevissima parentesi “fantascientifica”. Per far vedere quanto sia buono l’umile Coop ci viene mostrato a prendersi cura di un bambino nero, che in TV vende sempre. Quest’ultimo non ne vuol sapere di leggere e così Natalie cerca di invogliarlo con la fantascienza, parlandogli di Ray Bradbury, Arthur C. Clarke ed altri maestri del genere. Poi però al momento di dargli dei libri, in una sequenza di appena qualche fotogramma, vediamo inquadrati tre romanzi tascabili di J.A. Case: e mo’ questo chi è? Perché citare grandi nomi per poi ammollare al ragazzo libri mai sentiti prima?
Dei tre libri inquadrati per due o tre fotogrammi si leggono i titoli solo di due: “Alien Body” e “Outer Space Journey“, di cui non ho trovato tracce. Perché inserire questo gioco letterario così di nascosto? Gli pseudobiblia in rosa della Wilcox sono ampiamente inquadrati e sono in ogni scena, perché la fantascienza subisce questa ghettizzazione?

Il mistero di chi sia questo J.A. Case

Chiudo con la bibliografia nota di Beverly Wilcox:

  • Desire’s Love Unbound” (in uscita)
  • Embrace of Passion
  • Heart’s Fearless Devotion
  • Love’s Touch of the Flame
  • Cherishing Devotion
  • Passion’s Fire
  • Blazing Affection
  • Enchanting Desire

Chiniamo il capo davanti alla pessima grafica di queste edizioni

L.

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Pubblicato da su maggio 10, 2019 in Pseudobiblia, Recensioni

 

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