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[Archeo Edicola] Ecco noi per esempio (1977)

Adriano Celentano ed una ricca edicola tipica dell’epoca

Dopo Lui è peggio di me (1985) torno indietro nel tempo ad una precedente collaborazione di Renato Pozzetto ed Adriano Celentano: “Ecco noi per esempio” (1977) di Sergio Corbucci, film che – stando alle interviste del regista – ambiva a spodestare Roma da decenni di cinema italiano, presentando la “comicità milanese”. Non credo che l’impresa sia riuscitissima…

Antonmatteo Colombo detto Click (Celentano) va spesso a trovare un amico edicolante, per leggere gratis il giornale, ed è un’occasione per rifarsi gli occhi: quant’erano belle le grandi edicole dell’epoca, rimaste pressoché immutate negli anni Ottanta. Così piene di fumetti e donnine svestite da guardare di nascosto…

Sono perfettamente visibili in primo piano testate storiche come “Eureka“, “Almanacco di Topolino” e “Linus“, ma c’è un problema. Il film è stato finito di girare nel giugno del 1977 ed è arrivato in sala il dicembre successivo (anche se IMDb dice ottobre): di sicuro, quindi, è un prodotto del 1977. Ma in quell’anno “Eureka” cambiò totalmente veste grafica… eppure quella che vediamo (in basso a sinistra) è la testata storica, quella che aveva sin dal 1968.
Tutte le copertine del mensile a fumetti, dalla fine del 1976 a tutto il 1977, sono totalmente diverse da quella che si vede inquadrata, quindi c’è da immaginare che Luciano Secchi abbia fornito alla produzione degli arretrati: c’era il serio rischio che gli spettatori al cinema non riconoscessero la testata appena cambiata…

Marchetta a “L’Europeo”

Alla fine del film Palmambrogio Guanziroli (Pozzetto) sfoglia le grandi pagine del settimanale “L’Europeo“. Nel febbraio del 1977 il direttore Gianluigi Melega aveva lasciato il posto a favore di Giovanni Valentini: chissà che questo cambio di “potere” non abbia spinto a farsi fare una delle marchette cinematografiche in voga all’epoca.

L.

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Pubblicato da su settembre 20, 2017 in Archeo Edicola

 

Cartaceo vs Digitale: Memoria (Fine)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

A Socrate prima e a Platone poi sarebbe piaciuto che la conoscenza si veicolasse esclusivamente attraverso il dialogo, ma per questo serve una voce e le voci svaniscono. (Almeno quelle buone: le voci stupide e fastidiose si moltiplicano all’infinito.) Quindi in mancanza della rosa originaria a noi non rimane altro che accontentarci del nome della rosa: della parola che la indica.
Non è una brutta situazione, perché tutto ciò che noi chiamiamo realtà nasce da un’immagine divulgata mediante parole…

«Cresciamo imitando, e poco alla volta la mimesi genera quello che appare come un comportamento spontaneo, una coscienza, dei significati. È in questo senso che c’è una priorità della lettera sullo spirito, o, più esattamente, che lo spirito è una modificazione della lettera, una sua derivazione: se non ci fosse lettera, non ci sarebbe quel sottoprodotto della lettera che è lo spirito, proprio come se non ci fosse memoria non ci sarebbe quell’effetto collaterale della memoria che è il pensiero.»

Non ho mai conosciuto di persona il professor Maurizio Ferraris né quindi posso dialogare socraticamente con lui: mi accontento di essere rimasto folgorato sulla strada di Damasco dal suo imprescindibile saggio “Anima e iPad” (Guanda 2011).

Come ci insegna il professor Franco Farinelli, quando Colombo partì per le Americhe la Terra era rotonda, com’era noto ad ogni uomo di cultura dall’antica Grecia in poi: quando il navigatore tornò, la Terra era diventata piatta. Era diventata una mappa, e dal Quattrocento ad oggi nella cultura occidentale è la mappa a dettare la realtà: se il territorio non corrisponde alla mappa… è un problema del territorio.

La mappa è piatta perché piatta è la tabula della nostra mente, dove scriviamo le nostre memorie e tutto ciò che ci qualifica “umani”: dove cioè scriviamo le lettere che modificano la realtà che ci circonda per cercare di capirla. Di dominarla.
Un sogno romantico è avere il controllo su questa tabula

AMLETO: […] Ricordarti? Oh sì, povero spirito, finché esisterà memoria in questo globo demente! Ricordarti? Ma io cancellerò dalla tavola della i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dall’esperienza; e il tuo comando solo vivrà nel libro del mio cervello, sgombro d’ogni altro intento!
(atto I, scena V, traduzione di Eugenio Montale)

“Hamlet and the Ghost” (1789) di Johann Heinrich Füssli

Così il corrucciato principe di William Shakespeare si lascia prendere da uno slancio in cui si prefigge di “resettare” la sua “tavola della mente” (table of my memory), contrapposta ad un “globo demente” (distracted globe): lascerà spazio solo per la vendetta nei confronti del padre ucciso, nel “libro del mio cervello”. Curiosamente l’autore scrive «the book and volume of my brain», quasi a sottolineare l’eterna dualità libraria troppo spesso dimenticata: esiste il bìblos e il biblìon, il libro e l’opera, il contenitore e il contenuto, la buccia e il frutto. Quando si esalta il “profumo della carta” o la bellezza di un volume, si sta parlando del contenitore superficiale: non del contenuto.

Molto antica e radicata in noi è l’immagine della mente come “tavola della memoria” (per dirla come Shakespeare) dove inseriamo tutto ciò che consideriamo importante e tralasciamo tutto ciò che non conosciamo, e questa tecnica la adottiamo da millenni… perché è la tecnica delle tavolette d’argilla degli antichi popoli, strumento utilizzato per scrivere solo il conoscibile. (Di solito conteggi amministrativi, roba noiosa.)
Il passaggio dalla tavoletta al tablet non esiste: perché semplicemente sono la stessa cosa.

Tavoletta (tablet) di Uruk, con foglio Excel dell’epoca…

Che sia un iPad, un pad, uno smartphone o qualche altro nome per indicare la tecnologia di turno non ha importanza: dopo millenni l’umanità è tornata all’origine, è tornata alla tavoletta. Ad una superficie piatta su cui proiettare esattamente la tabula mentale, con tutti i suoi ricordi e tutta la sua descrizione e modello della realtà. Compresi i libri, che oggi molti (tipo me) leggono in abbondanza su questo nuovo formato: rinunciare al contenitore ci permette di aumentare esponenzialmente il contenuto. Socrate non approverebbe, ma tanto non lo saprà mai…

Chiudo dunque il cerchio affrontando la questione sollevata dall’amico redbavon: ai miei figli posso lasciare i libri che ho amato per passare loro questa passione, mentre con gli eBook questo “passaggio” perde di senso. Il digitale è evanescente, si perde il concetto del “tramandare”.

Una risposta facile è anche la meno esplicativa: passare libri ai figli significa passare carta ingombrante, e da anni nel mio blog racconto di “libri infranti”, volumi regalati con tanto di dedica che vengono prontamente gettati via, così come ho testimoniato di intere biblioteche gettate nel secchione, perché è una regola ferrea che ogni collezionista librario è circondato da parenti che getteranno via la sua intera collezione alla prima occasione. Tutto questo è troppo facile, la questione è più sottile.

La questione è che regalare un libro è regalare carta. Nel migliore dei casi, quando cioè si tratti di libri particolarmente pregni, si regala un contagio memetico che si spera attecchirà nella mente del lettore, ma non c’è alcuna sicurezza in questo.
Tutt’altro discorso è regalare una tabula: un tablet con all’interno la propria memoria. Regalare cioè ai propri figli la “tavola della propria memoria”. È come regalare la memoria di Shakespeare, riallacciandosi a Borges, solo che è la propria memoria che si passa ai figli. Non un libro, non cento libri, ma tutti i libri che si è considerati importanti, tutti i documenti, le foto, le tabelle, le schede, gli studi, i grafici, i giochi e le stupidate che hanno formato la propria personalità.

Donare è l’istinto più alto in una persona, ma qual è uno fra i doni più importanti che la nostra cultura cristiana ci ha insegnato? Gesù che dona agli apostoli… cosa? Il suo spirito? No, quello lo dona al Padre quando si ritrova sulla Croce («Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito», Luca 23,46): agli apostoli e, per estensione, a tutti i fedeli dona il proprio corpo e il proprio sangue (Marco 14,22-24), a suggello di un patto. Noi, che valiamo molto meno di Gesù, paradossalmente possiamo andare oltre…

«Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che ognuno di noi, mostrando il proprio iPad o l’hard disk esterno su cui conserva i propri archivi, può sin da ora dire: “Questo è il mio corpus”.»

Con questa citazione di Ferraris chiudo il viaggio nella Memoria esterna che è la nostra anima, quella tavola dei ricordi in cui inseriamo tutto ciò che ci rende ciò che siamo, nel bene o nel male. Non possiamo cancellarla a piacere, come si prefiggeva il povero Amleto, non possiamo salvarla su un formato esterno, come immaginava Clarke e Rucker, ma possiamo donarla come sognò Borges: possiamo donare la nostra intera memoria, fallace come ogni memoria, incompleta e inesatta, come ogni Memoria l’uomo ha cercato di salvare, affidandola a supporti piatti, che fossero di argilla o di cristalli liquidi.

Non possiamo donare il ricordo (mnèmes) né la sapienza (sofìas), ma possiamo donare l’archivio (bibliothèke), e la memoria digitale ci consente teoricamente di donare tutto ciò che abbiamo letto nella nostra vita, o almeno tutto ciò che consideriamo importante tramandare. Che poi dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad accettarlo… be’, questo è un altro discorso.

L.

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Pubblicato da su settembre 18, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (4)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il dio Theuth

Quando si cerca di conservare la memoria con “strumenti esterni”, abbiamo visto, il risultato è sempre o deludente o dannoso: la narrativa fantastica ha scoperto nel futuro ciò che già nel passato affermava Socrate, circa duemilacinquecento anni prima di tutti gli esempi che ho riportato.

Il saggio di Atene raccontava di una leggenda egiziana che aveva sentito, in cui fra le molte invenzioni del dio Theuth – i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia, il gioco della scacchiera, i dadi e via dicendo – la più dannosa era la scrittura (gràmmata). Il dio andò dal re dell’Egitto Thamus e gli espose tutti i vantaggi di ciò che aveva inventato, e arrivato alla scrittura disse:

«Questa scoperta, o re, renderà gli Egizi più sapienti [sofotèrus] e più capaci di ricordo [mnemonicotèrus]. È stato trovato un rimedio [fàrmacon] che dà ricordo [mnèmes] e sapienza [sofìas].»
(274e, traduzione di Enrico Turolla, Rizzoli 1953)

Queste parole ovviamente scandalizzano il re Thamus tanto quanto Socrate che le sta raccontando. Ecco come risponde il re saggio al dio:

«Tu sei il padre della scrittura; e il tuo amore t’ha fatto dire il contrario di ciò ch’essa può fare. La tua scoperta infatti indurrà nell’anime l’oblio, perché non si farà più esercizio di memoria. Gli uomini, vedi, non ricorderanno più da soli nella loro interiorità; bensì per l’aiuto d’una scrittura esteriore; per mezzo di segni che provengono da fuori.»
(275a)

Socrate non usa questa leggenda egizia per criticare la scrittura, anzi, la considera un ottimo «farmaco non della memoria ma del richiamare alla memoria»: una volta che si è giunti alla conoscenza, è giusto scriverla per fissarla e per rinfrescare la memoria nel tempo. Ciò che inganna è credere che solo dalla scrittura arrivi la conoscenza.

«Ne verranno uomini che nozioni molte anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l’aria di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non saggi.»
(275b)

Socrate sembra aver descritto facebook con due millenni di anticipo!

La scrittura è come la pittura, conclude il filosofo, imita la verità ma non è la verità. Così a leggere il pensiero scritto di un saggio non si diventa sofòn, saggi, ma semplicemente doxòsofoi, letteralmente “portatori di saggezza”.

Spesso commentando questa tematica si è parlato di contrapposizione fra oralità e scrittura, in realtà è una questione molto più sottile: si tratta di interattività. Socrate spiega che se leggi un libro, se cioè leggi la conoscenza che un saggio divulga, non hai possibilità di chiedere spiegazioni, non puoi interrogare il libro se non hai capito qualcosa. E, caso decisamente peggiore, puoi convincerti di aver capito il pensiero dell’autore senza averlo mai interrogato dal vivo, e puoi andare in giro a storpiarne la conoscenza o ad usarla in qualcosa per cui non è adatta.

Insomma, scrivere serve solo all’autore per fissare la memoria, perché la conoscenza si ottiene solo tramite il dialogo. Il problema però… è che questo pensiero di Socrate lo conosciamo perché ce lo racconta Platone nel Fedro (circa 370 a.C.), cioè lo conosciamo perché qualcuno l’ha scritto, qualcuno l’ha riscritto, qualcuno l’ha ricopiato, qualcuno lo ha tramandato, qualcuno lo ha stampato, qualcuno lo ha ristampato e alla fine è arrivato fino a noi, tramite continue ristampe spesso economiche, cioè per le tasche di tutti. Da alcuni anni l’opera omnia di Platone è accessibile in formato digitale economico in modo da risultare fruibile da chiunque, esattamente quello che Platone non avrebbe mai voluto.

Non possiamo più interrogare Socrate né il suo allievo Platone, che sposò in pieno la filosofia del maestro e la tramandò, quindi dobbiamo scendere a compromessi. Non abbiamo più la rosa, abbiamo solo un lontano ricordo del nome della rosa: dobbiamo farcelo bastare.

Socrate ha ragione a dire che scrivere significa estrarre la memoria dalla nostra mente e concretizzarla così che ne rimaniamo privi. Il filosofo sicuramente avrà avuto una memoria formidabile, ma mi sento sicuro nell’affermare che nel mio hard disk ci sono “memorie” che neanche mille Socrati avrebbero potuto gestire. Il problema è se vogliamo sapere a memoria un libro… o leggerne mille senza saperli a memoria. (Non potendo più interagire con gli autori, in ogni caso otterremo solo l’apparenza della conoscenza, stando al filosofo greco.)

Ognuno è libero di fare la sua scelta, ma il genere umano nella sua storia ha sempre inconsciamente optato per la seconda azione.

«Dato che le informazioni possono essere immagazzinate e recuperate in modi assai diversi, abbiamo denominato “Sistema di Memoria Artificiale” (SMA) ogni oggetto materiale creato e utilizzato per registrare, conservare, trattare, trasmettere e leggere informazioni.

Così scrive Francesco d’Errico ne Le prime informazioni registrate, all’interno di “Dal segno alla scrittura” (Le Scienze Dossier n. 12, estate 2002).

Sin dai lontani tempi preistorici l’umanità ha usato le risorse più disparate per “masterizzare la propria memoria”: estrarla dal formato analogico della propria mente – incompleta, immanente e totalmente inaffidabile – e trasformarla nel formato in voga nei vari periodi, cioè qualcosa non solo di concreto e leggibile ad altri, ma anche qualcosa di replicabile. Sin dall’antichità dunque il genere umano ha trasformato il ricordo (mnèmes) e la sapienza (sofìas) in archivio (bibliothèkais).

(continua lunedì: mi serve una pausa per il lungo approfondimento su “Dunkirk” nel Zinefilo, questo venerdì!)

L.

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Pubblicato da su settembre 14, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (3)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

È la scelta dei ricordi che dà la misura di una vita umana, dicevo nel precedente post, e ce lo conferma Rudy Rucker nel racconto “Morte soft” (Soft Death, da “The Magazine of Fantasy and Science Fiction”, settembre 1986; Nord 1994), delizioso gioco di parole con soft-ware. Ricordo che Rucker è diventato famoso proprio con il romanzo Software che ha dato vita alla Tetralogia del Ware: Software (1982), Wetware (1988), Freeware (1997) e Realware (2000).

Il protagonista scopre con sgomento di avere solo tre settimane di vita, e l’essere ricco per una volta non può aiutarlo. Oppure sì? Viene avvicinato da un certo Yung che gli fa avere uno strano biglietto da visita: “MORTE SOFT S.p.A. Conservazione e Trasmissione Scientifica dell’Anima”.

Dietro altissimo compenso – la metà del patrimonio – questa ditta offre l’immortalità al protagonista, perché «l’immortalità è il software.»

«Parlando in astratto, lo schema di informazioni esiste anche in assenza del corpo, ma perché tale schema possa considerarsi vivo, ha bisogno di una sovrastruttura. La sovrastruttura della Morte Soft è costituita da quel computer là fuori. Se vuole, sono in grado di estrarle dal corpo l’intero schema di informazioni software e di codificarlo nella macchina.»
(traduzione di Giampiero Roversi)

Scopriamo che nei server della Morte Soft ci sono tanti altri ricconi che hanno scelto quella soluzione: costretti a rinunciare ad un corpo morente, il loro software senziente vive all’interno di computer. Il protagonista accetta ma scopre che la procedura lo vede molto più protagonista del previsto.

«Solo lei conosce il suo sistema simbolico» gli viene detto, quindi non serve a niente “prelevare” l’intera memoria e immagazzinarla in un computer, come invece faceva Clarke nel 1948: è il soggetto che deve raccontare la sua vita alla macchina in modo che a salvarsi non sia la somma dei ricordi ma solo quello che il soggetto ritiene essere fondante a ciò che egli chiama “se stesso”.

Per le successive due settimane il protagonista parlerà di sé ad una “scatola della vita” – una specie di computer portatile senziente – raccontando tutto ciò che ricorda della propria vita ma soprattutto raccontando ciò che ritiene di aver imparato dalla propria esistenza. Parla dell’infanzia e della maturità, degli amori e degli odi, scoprendo quello che già Borges aveva detto: «La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.» (Ed è curioso che Rucker pubblichi il racconto proprio l’anno della morte dell’argentino.)

Il protagonista di Morte Soft si pentirà del suo gesto, cioè di trasformare la propria coscienza – che risulta essere semplicemente ciò che ricordiamo della nostra memoria – in un freddo software ordinato, visto che è proprio la memoria disordinata a renderci ciò che siamo.
E alla stessa conclusione arriverà Martha (Hayley Atwell), la protagonista dell’episodio 2×01 – “Torna da me” (Be Right Back, 11 febbraio 2013; in Italia, 19 marzo 2013) – della fortunata (anche se ormai irrimediabilmente rovinata) serie televisiva “Black Mirror”.

Martha ha da poco perso suo marito Ash (Domhnall Gleeson) ed è in piena elaborazione del lutto quando sua sorella la avverte di averla iscritta, suo malgrado, ad un servizio molto particolare: un software che mediante l’analisi approfondita di tutte le “tracce” lasciate da Ash nei social network, e-mail e via dicendo, ricostruisce la sua personalità con cui interagire. Non solo per iscritto ma anche per voce.

Fra la notizia di aspettare un figlio che dovrà crescere da sola e il dolore per la perdita, Martha cede e si ritrova ad arricchire il software: ribaltando la situazione di Rudy Rucker la donna comincia a parlare a lungo dei ricordi e delle esperienze: non di se stessa, bensì del marito. E se i “clienti” nel racconto di Rucker vivevano all’interno di un server, nel 2013 la dematerializzazione consente allo sceneggiatore (nonché creatore della serie) Charlie Brooker una battuta azzeccata: per indicare dove si trova, l’Ash digitale risponde

«I’m remote, I’m in the cloud».

Il doppiaggio italiano, messo evidentemente alle strette, non sa come rendere il gioco di parole con cloud e si limita a tradurre

«Sono un sistema remoto: vivo tra le nuvole».

Nei trent’anni che intercorrono fra il racconto di Rudy Rucker e l’episodio di Charlie Brooker il mondo è cambiato profondamente… ma neanche tanto. Non vanno più di moda i server fisici a cui si preferisce il cloud, come se quest’ultimo non fosse il semplice collegamento “etereo” con server fisici.

Il protagonista di Rucker ha un cedimento quando arriva il momento di rinunciare al corpo fisico, mentre l’Ash digitale informa Martha che il passaggio successivo è inserire il software in un hardware: inserire la sua “coscienza digitale” in un corpo fisico. (Curiosamente l’originale parla semplicemente di «another level», un altro livello, ma il doppiaggio italiano preferisce inserire un giudizio di valore: «c’è un livello superiore», come se la fisicità fosse superiore al digitale.)

Martha compra un corpo fisico in tutto e per tutto identico a suo marito, costruito seguendo le foto, i filmati e ogni tipo di ricordo digitale esistente. Una volta inserito il software, la replica è perfetta: Ash è ritornato in vita. Ovviamente non è così, è solo un robot senza personalità che si limita a reagire agli impulsi seguendo ciò che Ash ha lasciato scritto, e che siamo lontani dalla modernità è dimostrato dal fatto che il sintetico chiede a Martha se le farebbe piacere se lui fingesse di mangiare, imitando un comportamento umano. La stessa idea usata da Isaac Asimov negli anni Quaranta per uno dei racconti di Io, Robot.

Salvare la memoria dunque non serve a salvare la personalità, anzi se ci concentriamo solo sulla conservazione dei ricordi rischiamo di perdere la chiave che ci permette di interpretarli, così che in mano non ci rimane altro che parole vuote.
Tutto questo è lontano dalla modernità: tutto questo lo diceva qualcuno già due millenni fa…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (2)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il celebre scienziato-romanziere Arthur C. Clarke ne “La città e le stelle” (The City and the Stars, 1956; Mondadori 1957; rielaborazione del racconto Against the Fall of Night apparso su “Startling Stories” nel novembre 1948) aveva immaginato la futura città di Diaspar dove tutto viene conservato. Ma proprio tutto.

«In passato gli uomini avevano costruito città, e alcune erano durate secoli, altre millenni, finché il Tempo non ne aveva cancellato perfino i nomi. Solo Diaspar aveva sfidato l’Eternità e si era difesa contro il logorio delle epoche e la decadenza.»
(traduzione di Hilja Brinis)

A Diaspar ci sono strutture che immagazzinano l’intera memoria dei propri abitanti, per preservare l’immagine dei loro ricordi, e queste strutture si chiamano Banche Memoria. Memory Banks oggi è un termine noto che ci ritroviamo ad usare per indicare le molte e varie forme di conservazione dei dati informatici che abbiamo a disposizione, ma nel 1948 Clarke è stato un pioniere nell’utilizzo del termine. Paradossalmente molto tempo prima che venisse adottato dall’informatica divenne una delle parole chiave delle “scienze alternative”.

«L’immaginazione include impressioni visive, olfattive, gustative, sonore, in breve tutte le possibili percezioni. Sono impressioni fabbricate in base a modelli giacenti nei depositi della memoria [memory banks] combinati tramite idee e costruzioni concettuali.»

Questo brano è tratto da “Dianetics. La forza del pensiero sul corpo” (Dianetics: The Modern Science of Mental Health, 1950) di L. Ron Hubbard, ottimo scrittore di fantascienza passato alla molto più remunerativa religione. Con la progressiva distribuzione delle sue idee il concetto di memory banks passa ad altre “filosofie” e “religioni” alternative: fino almeno agli anni Ottanta che si parlasse di vita oltre la morte – con la sopravvivenza della memoria oltre il corpo – o di auto-consapevolezza del potere della propria mente, le memory banks di Clarke fanno spesso capolino.

Il primo ad usare l’espressione
memory banks in “Star Trek”

L’unico ambito scientifico (per così dire) in cui l’espressione è usata risale al 1966, quando un misterioso naufrago sale a bordo dell’astronave Enterprise e racconta di essere cresciuto da solo su un pianeta, imparando a parlare ascoltando le voci registrate in memory banks (ma il doppiaggio italiano preferisce «diario di bordo»). Sto parlando dell’episodio 1×02 (o 1×08) della primissima serie televisiva “Star Trek“, risalente al 15 settembre 1966.

L’espressione la si può ritrovare in altri episodi e tredici anni dopo la usa lo scrittore Alan Dean Foster quando scrive il romanzo “Star Trek. The Motion Picture” (1979; Mondadori 1980) tratto dal proprio soggetto cinematografico, firmandosi però Gene Roddenberry.

«La grande macchina Vejur si accorse appena dell’inezia che aveva toccato la sua mente. Ma poiché il Creatore gli aveva comandato di registrare tutte le esperienze, grandi o piccole che fossero, Vejur esaminò attentamente l’insignificante presenza che era penetrata nei suoi banchi di memoria [memory banks].»
(traduzione di Mario Galli)

Il termine è ampiamente attestato nell’universo espanso di Star Trek, venendo citato in un gran numero di romanzi di ogni età.

Tutto questo può sembrare una digressione, invece se torniamo alla futura città di Diaspar immaginata da Clarke scopriamo che sono tutti frutti dello stesso albero: cioè del concetto platonico secondo cui ciò che noi chiamiamo realtà è solo una proiezione di forme custodite altrove. Magari in Banche Memoria…

A forza di chiamarlo “mondo delle idee”, abbiamo perso il concetto originale del termine idèa usato da Platone, credendo che esso indichi la verità più profonda delle cose, quand’è esattamente il contrario: idèa significa “forma esteriore”. Non stupisce dunque che Clarke immagina che le forme dei palazzi della città cambino in continuazione secondo i gusti degli abitanti, seguendo schemi già presenti nelle memory banks.

«Come tutto ciò che esisteva a Diaspar, non si sarebbero mai logorati, né avrebbero subito alcun cambiamento a meno che il loro modello-base non fosse stato cancellato da un atto cosciente di volontà.»

Oltre alle “istruzioni” per le sue strutture, in queste Banche Memoria vive anche la maggioranza degli abitanti della città, in stasi e in attesa di un ricambio che permetta alla popolazione di non ristagnare mai.

Quasi ogni abitante eterno (o supposto tale) della città passa un proprio periodo artistico e si mette a dipingere. Ognuno poi espone le proprie opere per strada in modo che i passanti le ammirino e le giudichino, lasciando un voto in un sistema che anticipa di molto facebook: un’altra delle tante invenzioni di Clarke che poi hanno visto la luce. L’opera che riceve più voti positivi (oggi diremmo like) ha l’onore di essere inserita nelle Banche Memoria della città, così da rimanere per sempre nell’immaginario collettivo degli abitanti che, se vogliono, possono in futuro ricrearla.

E le opere che non piacciono? Qui Clarke è taglientissimo:

«Le opere di minore successo seguivano il destino di tutti i quadri sfortunati. O venivano dissolte nei loro elementi originali, o finivano nelle abitazioni degli amici dell’artista.»

Come ogni ricostruzione futuristica di città perfetta, la trama prevede che il giovane protagonista faccia di tutto per fuggire e andare alla scoperta di uno stile di vita più “naturale”, che di solito corrisponde a quello del lettore della storia.

Al di là di questo, Clarke sembra fiducioso che la fedele registrazione e relativa conservazione dell’immagine dei ricordi in Banche Memoria garantisca un risultato più costruttivo di quanto pensi Borges. Immagina cioè una popolazione che ha raggiunto l’immortalità perché ogni individuo registra i propri ricordi passandoli ad un altro: i corpi sono intercambiabili ma la memoria rimane.
Forse Clarke riesce a far funzionare il sistema perché nella sua Diaspar più che una registrazione totale dei ricordi c’è una certa scelta. Ed è la scelta che dà la misura di una vita umana, come ci spiegherà un autore molto diverso.

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 12, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (1)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Una notte Jorge Luis Borges ricevette in sogno la memoria di Shakespeare.

Si trovava nel Michigan per un giro di conferenze su suolo americano e, stando a quanto racconterà nel 1979 all’intervistatore Antonio Carrizo (in Borges el memorioso, 1983), in realtà sognò semplicemente una frase: «Ti vendo la memoria di Shakespeare». Folgorato da questa idea regalatagli dall’Ispirazione, il Maestro di Buenos Aires si mise a scrivere «un racconto fantastico, nel quale un erudito riceve la memoria di Shakespeare, ma che non gli serve a nulla», come racconta all’intervistatore Costanzo Costantini nel 1981 a Roma (in Jorge Luis Borges, Sovera 2003).

Ad Harold Alvarado Tenorio, che lo intervista per un pezzo apparso sul quotidiano colombiano “El Tiempo” solo il 18 ottobre 1981 (raccolto in Io, poeta di Buenos Aires, Datanews 2006), anticipa entusiasta: «Sarà il mio miglior racconto, come lo sono tutti i miei racconti prima di essere scritti, un racconto fantastico». Il risultato non fu all’altezza delle aspettative.

L’amico Alberto Manguel, che gli fu vicino fino alla fine, in Con Borges (2004, Adelphi 2005) racconta:

«Negli ultimi anni della sua vita cercò di scrivere un racconto intitolato La memoria di Shakespeare (che finì col pubblicare, giudicandolo però sempre inferiore a ciò che aveva in mente)».

Il racconto è l’ultimo che Borges scriverà, ed appare il 15 maggio 1980 sul giornale di Buenos Aires “Clarín”: ristampato in edizione privata nel 1982, riappare solo come conclusione della raccolta postuma Obras completas (1989). Paradossalmente sarà dimenticato in Italia – malgrado parli di memoria – e vedrà la luce solo nel 2004, in appendice a Il Libro di Sabbia (Adelphi) con la traduzione di Ilide Carmignani.

Borges era il peggior detrattore di se stesso quindi anche se il racconto non soddisfa gli alti standard letterari dell’autore rimane comunque un’ulteriore prova del suo sottile genio.

Siamo in un convegno shakespeariano e il protagonista incontra il misterioso Daniel Thorpe: nel 2004 l’ottimo curatore Tommaso Scarano ci indica l’evidente richiamo a Thomas Thorpe, il primo editore dei sonetti di Shakespeare.

Dopo una discussione su quanto sia impossibile donare oggetti eccezionali – come per esempio l’anello di Salomone – Thorpe invita il protagonista nella sua stanza e gli fa un’offerta incredibile:

«Le offro la memoria di Shakespeare dai più remoti giorni dell’infanzia fino agli inizi d’aprile del 1616.»

Spiega che quando era medico militare un soldato agonizzante usò il suo ultimo fiato per donargli questa memoria. Thorpe, per non scontentare un uomo morente, accettò, convinto che a parlare fossero solo la febbre e l’agonia, ma il risultato ha ovviamente dell’incredibile.

«Ora possiedo due memorie. La mia personale e quella di Shakespeare, che in parte io sono. Ma forse è meglio dire che due memorie mi possiedono. C’è una zona in cui si confondono. C’è un volto di donna che non so a quale secolo attribuire.»

Il protagonista, che ha votato la propria vita al Grande Bardo, non ha alcuna esitazione quando Thorpe gli ribadisce l’offerta, ed esclama a gran voce:

«Accetto la memoria di Shakespeare.»

Lascio al lettore curioso andare a scoprire come il protagonista rimarrà deluso di questo dono eccezionale, scoprendo che la genialità letteraria che lui amava di Shakespeare non risiedeva certo nella sua semplice memoria. Ciò che conta è una delle disincantate constatazioni del protagonista:

«La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.»
(La memoria del hombre no es una suma; es un desorden de posibilidades indefinidas)

Eppure decenni prima qualcuno era giunto a tutt’altre conclusioni…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 11, 2017 in Indagini

 

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La guerra del gas fra USA e Russia

Ebbene sì, l’Etrusco offre anche servizi di approfondimento di scottante attualità: “Non Quel Marlowe” è anche un blog di pubblica utilità. Lo dico perché se qualche Ministero volesse passarmi dei soldi – come quelli che ogni anno regala a fondo perduto al cinema – non mi opporrò di certo.
Celie a parte, oggi ho letto con grande interesse il numero 109 dell’aMag (Ansa Magazine) dedicato a “USA e Russia alla guerra del gas” di Mattia Bernardo Bagnoli, e oltre a segnalarvi il link mi piace anche riassumere la questione a modo mio.

La skyline del futuro

Sono nato durante una crisi energetica mondiale e sono cresciuto in anni in cui il motto era “Il petrolio è la vita”.
Gli arabi pieni di petrol-dollari erano una “maschera” sempre presente nell’immaginario italiano, dai film comici alle barzellette: c’era sempre un arabo ricco e vizioso, spesso desideroso di amori illeciti.
Tutti sapevamo che questi ricchi dovevano ogni loro potere al petrolio, tanto che la vulgata lanciava una previsione per un lontano ed ipotetico futuro: se un giorno dovesse finire il petrolio, finirebbe ogni problema in Medio Oriente. Cioè, finito il petrolio finiti gli arabi.
Il passo successivo è stato il complottismo: non sviluppano le macchine elettriche perché il business del petrolio è troppo grande e nessuno vuole rinunciarci.

Arriviamo al 2017 ed ormai è di dominio pubblico il fatto che il petrolio non fa più girare il mondo, o almeno non come una volta. Eppure gli arabi sono sempre lì, ricchi, semmai si sono aggiunti altri al gioco: e non sempre i migliori.
Il gas è il nuovo petrolio, perché più “pulito” (con tante virgolette, perché se per estrarlo devo distruggere un paese nulla è pulito) e perché l’endemica richiesta energetica mondiale ha sempre bisogno di nuovi combustibili, in attesa di futuri sviluppi delle energie alternative.

Chi sono i due più grandi produttori di gas al mondo? Incredibile: sono USA e Russia. Ma che, siamo tornati negli anni Ottanta? Siamo tornati alle due superpotenze in corsa verso la distruzione? Siamo tornati alla guerra fredda fatta di spionaggio industriale e corsa alla concorrenza? Sì.
E mica solo il cinema sta rifacendo gli anni Ottanta, pure la politica economica segue la moda…

Date un Premio Nobel a chi ha fatto questa vignetta!

Putin se la comanda perché con il suo gas controlla Asia ed Europa, e i suoi rubinetti sono molto delicati: se lo fate arrabbiare può capitare che questi si chiudano. (Com’è successo nel 2006 e 2009 nei confronti dell’Europa.) Il potere di Putin però ha bisogno di gasdotti, che passano magari per Stati come l’Ucraina che in pratica diventano come il suo “giardino di casa”. (Espressione sdoganata da Bush senior quando “si allargava” in Stati confinanti: se il mio vicino di casa non sta alle mie regole, sono autorizzato ad entrargli in casa e imporle con la forza. Se però lo fanno gli altri non sta bene…)

Visto che pare non sia educato spadroneggiare in Ucraina per via dell’importante gasdotto, Putin giustamente sta cercando altri sbocchi: verso India e Cina, per esempio, che sono le uniche due vere potenze mondiali contemporanee. Cioè hanno i soldi: quelli veri, non i bitcoin o investimenti o fondi statali, ma proprio i bigliettoni di Zio Paperone. E poi c’è il Giappone, che è costretto ad importare il 100% del gas di cui ha bisogno e qualcuno deve venderglielo: appena si scoprirà come portare i tubi del gas in una delle zone più sismiche al mondo il gioco è fatto.

Ormai non se ne parla più, ma qualche anno fa Putin si è preso qualche libertà con l’Ucraina, e in questi terribili giorni di tensione con la Corea del Nord cerca di mediare: sono tutti patti commerciali che vanno protetti, e Putin è un protettore d’eccezione. Il business del gas (il gasiness: corro a brevettare la parola!) alza così tanti miliardi che qualche screzio con altri Stati non è un gran disturbo.

Il viaggio di due navi pioniere

Non dimentichiamoci che c’è il surriscaldamento globale e i ghiacciai eterni stanno seguendo la regola aurea dell’amore: l’amore è eterno finché dura, e un ghiacciaio è eterno finché il surriscaldamento globale non lo scioglie.
L’Artico non è più quel tocco di ghiaccio inavvicinabile: oggi si può navigare e alla fine di questo agosto 2017 una gasiera russa, la Christophe de Margerie, l’ha attraversato per la prima volta, passando in sei giorni dall’Asia all’Europa. Il che significa che gli ucraini la piantassero di lamentarsi, che se poco poco il progetto prende piede il gas di Putin passerà sulle nostre teste e tutti quei tubi l’Ucraina li userà per il Tavernello.

Però non ci si lascia nessuna porta chiusa, e così Putin sta preparando un gran bel gasdotto che passerà per la Turchia, Stato molto tranquillo ed equilibrato, che non dà mai problemi e che in questo piano diventerebbe il rubinetto d’Europa: vi dà fastidio che Erdogan vìoli ogni diritto umano nel suo impero? Ve lo fate piacere, se no i rubinetti si chiudono…
Ecco perché non si parla più di Erdogan da mesi.

I gasdotti che ci “sfamano” in Europa

E meno male che la Russia era finita. Ha ragione Sergio Romano: giocate pure a pensare che non esista più l’impero russo, così quando scoprirete che è ancora lì, arzillo e potente, sarà troppo tardi. E infatti è stato troppo tardi.

E gli italiani? Tranquilli, ci siamo anche noi.
Conoscete la gigantesca penisola di Yamal, a nord della Siberia, che si affaccia sul Mar di Kara? No? Eppure è un’amena località sperduta nel nulla dove la Russia sta costruendo un titanico impianto di gas che, una volta a pieno regime, potrebbe cambiare lo scacchiere internazionale e battere la concorrenza americana nella distribuzione di gas all’Europa.
Lì, in mezzo ai ghiaccioli senza stecchetto, ci siamo anche noi, perché Intesa Sanpaolo ha sganciato 400 milioncini di euro per un’operazione in cui partecipa anche la Total. Oh, se serve io ho già la tessera punti della Total ERG: spero che appena partirà l’Operazione Gas mi regaleranno almeno un pieno di GPL gratis…

Tutti in vacanza sulla penisola di Yamal

Guarda caso i Paesi più “caldi” che sentiamo agitarsi al telegiornale sono tutti, in un modo o nell’altro, legati allo scacchiere del gas: o sono produttori, o sono distributori.
L’Iran? Non c’erano dei problemi con l’Iran? Però è il terzo produttore mondiale di gas: e facciamoci la pace, va’.

Un buon motivo per fare la pace con l’Egitto

Giulio Regeni sappiamo tutti com’è stato trattato dall’Egitto, ma poi l’ENI trova lì un mega-giacimento di 850 miliardi di metri cubi di gas… e facciamo subito pace. E va be’, ’sti egiziani so’ fatti così, un po’ irruenti, in fondo siamo tutti mediterranei, ci scaldiamo con un attimo ma poi finisce tutto in una stretta di mano. (Spesso sporca di sangue.)

L’imbarazzata Italia tiene lontano chi chiede la verità su Regeni
Illustrazione di Zerocalcare per la copertina di “Internazionale” n. 1219 (agosto 2017)

Insomma, ogni volta che faccio il pieno alla mia Opel Corsa GPL mi sento un po’ in colpa: se metto il petrolio alimento il potere mediorientale, se metto il gas alimento il potere russo. E visto che pago tre volte di più il reale costo, alimento il corrotto latrocinio italiano. Almeno in quest’ultimo caso sono soldi che restano in casa…

L.

 
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Pubblicato da su settembre 7, 2017 in Uncategorized

 
 
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