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Diciamolo in italiano: l’intervista esclusiva

Al giorno d’oggi bisogna essere smart, viviamo in un brave new world e non ci possiamo permettere di guardare indietro: dobbiamo essere up-to-date. La lingua italiana deve accogliere ogni singola nuova parola arrivi dall’estero, ma dev’essere unicamente in inglese e soprattutto dev’essere vuota e stupida, così che anche discorsi vuoti e stupidi come quello che sto scimmiottando sembrino veri. Per prendere in giro chi ci legge dobbiamo usare l’inglese: dirlo in italiano significa rispettare la lingua e i lettori, who cares?

Se oggi volete partecipare ad un bando di gara, troverete una voce che specifica per legge che lo dovrete compilare in lingua italiana. Perché per partecipare ad un bando della Repubblica Italiana per legge dovete scrivere in italiano. Peccato che non troverete più la voce “data di scadenza”: troverete deadline. E che cacchio è una deadline?

La legge impone agli organi di informazione pubblica l’uso dell’italiano perché nella Repubblica Italiana per legge si parla italiano, semplicemente perché dev’essere comprensibile ad ogni cittadino italiano. Invece gli organi di informazione pubblica fanno a gara a parlare itanglese, infarcendo di maldigeriti termini inglesi modaioli i loro discorsi così da rendere totalmente incomprensibile ciò che dicono, e quindi truffando i lettori.
Perché è ormai chiaro che la “legge sul lavoro” è stato un completo fallimento… invece il jobs act è una gran figata.

Fra chi professa un uso sempre più massiccio di inglese nella lingua e chi se la prende con l’italiano quando cerca di assorbire l’invasione straniera, c’è un’unica voce fuori dal coro: una persona che sta mettendo in guardia gli italiani da un’invasione barbarica di dimensioni mai viste. L’invasione incontrastata e incondizionata di termini inglesi, che a migliaia stanno soppiantando i termini italiani.
Aggiungo che questo non corrisponde minimamente ad una conoscenza della lingua inglese di chi usa termini inglesi: di solito è semplice imitazione cieca di parole ignote.

Per questo ho intervistato Antonio Zoppetti, curatore del blog Diciamolo in italiano e fautore di incredibili iniziative.


Per iniziare a conoscerci, chi è Zoppaz e quale cocente passione lo spinge verso la lingua italiana?

Mi chiamo Antonio Zoppetti e con la lingua italiana ci campo, come redattore, insegnante e anche come autore. Ma preferisco parlare delle cose che faccio e non di chi sono (non mi pare molto interessante).

Sia il tuo blog che il tuo libro più recente si intitolano “Diciamolo in italiano”: quando hai sentito il bisogno di denunciare la rinuncia degli italiani a “dirlo in italiano”?

Qualche anno fa volevo scrivere un libro sull’italiano del Nuovo millennio, e ho cominciato a studiare e raccogliere materiale per capire cosa stava cambiando. Inevitabilmente, ho dovuto affrontare il problema degli anglicismi, ma all’epoca ero convinto della validità delle argomentazioni di Tullio De Mauro e dei principali linguisti. Credevo che la lingua italiana non fosse in pericolo, che gli anglicismi fossero soggetti a forte obsolescenza e passassero di moda rapidamente, che fossero perlopiù tecnicismi non in gradi di intaccare la lingua comune. Invece, approfondendo la questione mi sono accorto che molti dei dati citati risalivano agli anni Ottanta, che tra i “tecnicismi” c’erano parole che conoscevano anche i bambini, come mouse, password, scanner, laser… che non esistevano dati sugli anglicismi usciti dalla lingua e regrediti. Insomma, le cose non tornavano e avevo bisogno di compiere nuove ricerche.

La mia fortuna è stata che nel 1992 avevo curato il riversamento in CD-Rom del primo completo dizionario digitale messo in commercio in Italia, il Devoto Oli. Quel lavoro fu il prototipo dei dizionari digitali che circolano ancora oggi, avevamo inserito la possibilità di ascoltare in audio la pronuncia di 20.000 parole e soprattutto avevo “smontato” il dizionario per ricostruirlo in oltre un centinaio di indici: i linguaggi settoriali e gli ambiti, gli indici grammaticali, etimologici… Tra questi c’erano anche i forestierismi, divisi lingua per lingua, tra cui 1.600 parole inglesi. Questo primo lavoro pionieristico non ebbe all’epoca una grande circolazione e oggi non lo conosce quasi nessuno, eppure si è rivelato fondamentale per me, perché era il primo dizionario digitale che permetteva l’estrazione dei dati per parole chiave. Prima di allora non era possibile conteggiare gli anglicismi ed estrapolarli dai dizionari, se non leggendo tutto il volume.

Recuperate tute queste informazioni, non restava che confrontarle con quelle di oggi. E allora, con grande stupore, facendo un confronto “all’americana” tra il Devoto Oli 1990 e quello del 2017, mi sono accorto che gli anglicismi erano passati da 1.600 a 3.500. Confrontando gli elenchi è stato facile rendersi conto non solo dell’aumento, ma anche del fatto che le nuove entrate erano sempre meno tecnicismi. Poi, visto che non esistevano statistiche, mi son messo a contare gli anglicismi usciti dal dizionario del 1990, e ho scoperto che erano meno di 70, di fronte a un’entrata di quasi 2.000 nuovi. Contando e facendo ricerca mi sono accorto che l’anglicizzazione dell’italiano in trent’anni non solo era innegabile, ma era anche enorme.

Dunque, abbandonato il progetto iniziale, ho lavorato solo sugli anglicismi, e ne è uscito il libro che hai citato che contiene dati e ricerche prima assolutamente inedite. Subito dopo ho aperto un sito personale per divulgare e approfondire le mie tesi.

Quando gli organi di informazione nazionale ed ufficiale riempiono i propri testi di termini inglesi, non sempre spiegati, qual è la tua reazione?

Fastidio, ma anche molta tristezza. Un tempo la prima regola della comunicazione era quella di usare un linguaggio adatto al destinatario. Oggi siamo passati alla “comunicazione della prepotenza”, e i giornali puntano agli anglicismi difficili per incuriosire, e così facendo li impongono forzatamente. E la gente che altro può fare se non ripeterli? Quante persone capiscono caregiver o quantitative easing in un titolo?

Quando il Titanic affondò, nel 1912 la Stampa pubblicava: “Il maggior transatlantico del mondo affondato da un banco di ghiaccio”. La parola iceberg esisteva e circolava, ed era presente più volte anche nel pezzo, ma il titolone era in italiano, per arrivare a tutti e perché l’italiano non era ancora una lingua di cui vergognarsi di fronte all’inglese. Oggi questa filosofia è invertita, e il monster si sbatte in prima pagina, le alternative e le spiegazioni si trovano leggendo l’articolo.

Fin troppe persone obiettano che l’italiano è sempre in evoluzione e che non ci si può “impuntare”, a rischio di sembrare integralista: cosa rispondi loro?

Rispondo che fanno una grande confusione in queste affermazioni che sono un alibi per dirlo in inglese basato su luoghi comuni superficiali. Chiarisco: la mia battaglia contro l’abuso degli anglicismi non ha nulla a che vedere con il purismo. In altre parole, io non sono uno che storce il naso davanti a un forestierismo per principio. È un problema di numeri!

La presenza dell’inglese ha abbondantemente superato i livelli di guardia. I dati più allarmanti riguardano il Nuovo millennio: da Zingarelli e Devoto Oli risulta che circa la metà dei neologismi è in inglese! Questo significa che la nostra lingua sta perdendo la capacità di creare parole nuove per le cose nuove, che si dicono in inglese. Dunque sta regredendo, soffocando e morendo. Il rischio è che l’italiano diventi la lingua dei morti, adatta a parlare del sole e del mare, ma incapace di esprimere scienza, tecnologia, informatica, lavoro…

E così da una parte regredisce, pensiamo a computer che fino agli anni ’90 si diceva calcolatore e anche elaboratore, ma ora è solo computer. Dall’altra parte non propone alternative, pensiamo a un oggetto quotidiano con il mouse, che ci viene venduto come intraducibile e come un prestito “necessario”. Dov’è la necessità e l’intraducibilità? Lo chiamano tutti topo tranne noi: souris i francesi, raton gli spagnoli, rato i portoghesi, Maus i tedeschi. Allora il problema è un altro. Di quale evoluzione linguistica stiamo parlando? Evoluzione non significa importare anglicismi senza alternative e riempirci di suoni e di forme grafiche che violano le nostre regole morfosintattiche, significa creare neologismi italiani, se non vogliamo che l’italiano faccia la fine del latino.

La rivoluzione industriale ha portato il telefono e la lampadina non il telephon e la lamp! Quella informatica di oggi porta il web, internet, le chat, gli scanner… è questo essere moderni? Passare all’inglese? Chi è integralista, allora? Chi vorrebbe fare evolvere l’italiano o chi ha deciso di passare all’inglese (dunque lo fa involvere) e sostiene che i termini inglesi non si devono tradurre né adattare, o li bolla come “intraducibili”, “necessari” e altre simili sciocchezze che stanno uccidendo la nostra lingua?

Altri Paesi hanno una propria politica di cura linguistica: non è detto che funzioni, non è detto che sia seguita, ma ce l’hanno. Perché l’Italia non ha niente? E perché non è sentita nemmeno come esigenza?

I perché sono vari. Ci sono motivi storici, innanzitutto. L’Italia, ancor prima della sua unità, è stata invasa da tutti, e l’italiano ancor prima dell’unificazione linguistica – che non dimentichiamo è una conquista del Novecento, visto che fino agli anni Cinquanta i dialetti erano ancora la forma più ampia di parlato – è giovane e fragile, fuori dalla tradizione letteraria. Dunque siamo storicamente abituati ad accogliere parole straniere, solo che un tempo si adattavano e italianizzavano, mentre oggi sembra che questo meccanismo un tempo istintivo (revolver diventava rivoltella nell’Ottocento) sia passato di moda. Come se storpiassimo l’inglese, cosa di cui vergognarsi!

Peccato che proprio l’inglese “storpia”, cioè adatta ai propri suoni le molte parole che accoglie, italianismi compresi. Jeans deriva da Genova, design da disegno, sketch da schizzo (un tempo riferito ai dipinti ma oggi con accezione teatrale/televisiva), manager da maneggiare (i soldi, anche se da noi rimane il maneggio dei cavalli) e il paradosso è che una parola come novella, presa dal Boccaccio, è entrata così nell’inglese (dove significa romanzo) e oggi ce la riprendiamo con adattamento inglese nelle graphic novel che stanno sostituendo la parola fumetti persino nelle librerie che stanno diventando bookshop (in spagnolo si dice invece novela gráfica e in francese roman graphique).

Ma la zavorra che più pesa sulla politica linguistica è legata al fascismo, l’unico esempio storico di politica linguistica italiana recente. E il risultato è che parlare di politica linguistica o combattere gli anglicismi viene associato al fascismo, alla destra, al nazionalismo. Niente di più insensato. Quello fascista fu un modello di politica linguistica sbagliato e nessuno lo vuole replicare, né farlo rivivere. Guardiamo invece alla Francia, alla Spagna, persino alla Svizzera, dove in parlamento e sui giornali del Ticino c’è l’ora delle domande mica il question time come da noi. Possibile che gli svizzeri ci diano lezioni di italiano?

La terza considerazione è che semplicemente ci piace dirlo in inglese, suona più preciso, più evocativo, più scientifico. “Tu vuo’ fa’ l’americano” di Carosone e l’Alberto Sordi di Un americano a Roma non sono più delle macchiette e delle caricature. L’attuale classe dirigente e intellettuale, dalla politica ai giornali, è fatta da persone che vogliono fare gli americani. E allora cosa si può pretendere dalla politica se vara act e tax invece di leggi e tasse? Quella di Renzi è stata devastante per l’italiano, non solo per il linguaggio fatto di slide e streaming, ma proprio per l’anglicizzazione istituzionale! Sul sito del jobs act c’è scritto: «Il modello di flexicurity inaugurato dal Jobs Act si basa su un equilibrio tra le politiche passive […] Gli incentivi alle assunzioni sono oggetto di restyling». Ma anche il discorso con cui Conte ha inaugurato il nuovo governo era infarcito di gig economy, green economy o blue economy

Sono queste le persone che dovrebbero fare una politica linguistica? Le stesse che fanno diventare l’economia economy? Direi che per il momento non ci sono le condizioni per una politica linguistica. Molti parlamentari hanno presentato anni fa delle sentite proteste per tradurre question time, ma non è accaduto nulla. Come nulla è accaduto ai numerosi progetti di legge per la tutela dell’italiano che vengono presentati annualmente e che rimangono chiusi nei cassetti, l’ultimo a luglio 2018 da parte dell’on. Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia. E purtroppo, per gli italiani tutti, queste proposte arrivano solo e sempre dalla destra, mentre dovrebbero essere trasversali e privi di marche ideologizzanti. Anche perché la difesa del locale, anche linguistico, davanti alla globalizzazzione e all’espansione delle multinazionali dovrebbe appartenere alla sinistra!

La tua passione e il tuo studio hanno portato in questi giorni all’inaugurazione di un sito unico nella Rete italiana: il “AAA: dizionario delle Alternative Agli Anglicismi“. Quanto tempo ti ci è voluto per questa base di partenza?

Quasi due anni di lavoro. Nessuno lo aveva mai fatto. L’Accademia della Crusca non l’ha fatto, e il gruppo Incipit che ha come obiettivo quello di frenare gli anglicismi incipienti, a tre anni dalla sua costituzione ha rilasciato una decina di comunicati stampa con sì e no 30 alternative. Il Devoto Oli dell’anno scorso si fregiava di avere inserito le alternative a 200 anglicismi, che mi sembra una goccia nel mare.

La mia difficoltà più grossa in questo progetto è stata proprio l’assenza di precedenti, tranne quei pochi citati nei ringraziamenti come il dizionario di Gabriele Valle, Italiano urgente, gli elenchi del forum Cruscate o le 300 parole di Annamaria Testa. Andare a cercare le alternative italiane e i sinonimi in uso e in circolazione è dura, anche perché i dizionari raramente le includono, visto che la filosofia è quella di dare delle definizioni e delle spiegazioni, ma non le alternative.

Il risultato è che davanti ai troppi anglicismi la gente non sa come dirli in italiano, e non può che ripeterli. Io ho cercato di proporre alternative in uso con esempi contestualizzati spesso tratti dai giornali, un lavoro inedito e migliorabile che serve non a censurare gli anglicismi, ma a far circolare anche gli equivalenti italiani per non farli regredire. Non è la censura dell’inglese, è un inno alla libertà di scelta, perché per potere scegliere le alternative, devono prima esserci!

Segnalo poi che dal dizionario in rete è tratta una versione sbarazzina illustrata per Franco Cesati Editore inttiolata L’etichettario. Dizionario delle alternative italiane a 1800 parole inglesi.

Chi volesse partecipare e segnalarti una voce da aggiungere o da correggere, come può fare?

Questo dizionario è un punto di partenza e non di arrivo. Ogni voce è commentabile, si possono lasciare le considerazioni, suggerire le alternative, gli esempi di uso non inclusi, e poi c’è un modulo per segnalare nuovi anglicismi non inseriti. 3.500 sembrano tanti, eppure ce ne sono centinaia e centinaia mancanti. E non sto parlando di tecnicismi settoriali, sto parlando di parole che circolano sulla stampa. Ecco, mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti.

Il dizionario è consultabile gratuitamente e liberamente, ma i lettori sono invitati a lasciare il proprio contributo oltre che prendere le informazioni di cui hanno bisogno, partecipando, segnalando contribuendo alla sua correzione, alla sua crescita e miglioramento. Il progetto prevede che l’inserimento di nuove voci sia sempre filtrato, non libero. È una scelta per mantenere la linea editoriale e anche per validare e controllare i contributi e mantenere alta la qualità. Ma spero che diventi un’opera collettiva, un punto di riferimento per tutti e anche che ne nasca una comunità viva e attiva, che in futuro potrebbe diventare un gruppo di pressione e fare sentire la sua voce anche nei confronti della stampa, della politica o delle aziende cha abusano dell’inglese.

Dopo soli due giorni dalla sua pubblicazione, grazie ai contributi dei lettori ho già modificato quattro o cinque voci, e ho un elenco di una trentina di anglicismi da aggiungere, ma devo ancora verificare le frequenze e soprattutto le alternative che circolano.

Mi piace ricordare che hai scritto anche testi “for dummies”, come “SOS Congiunto for dummies” e “L’italiano for dummies“: cosa provi oggi a vedere il tuo nome sotto un titolo itanglese?

I For dummies sono un marchio forte nel mondo. In passato la Mondadori li aveva tradotti con Per negati, e anche in francese circolava Pour les nuls. Ma credo che ultimamente il marchio in lingua originale sia imposto anche all’estero, e la Hoepli lo ha lasciato in inglese credo per gli accordi commerciali con la casa madre.

Comunque non me ne vergogno affatto, diciamo che nel mondo del lavoro sono spesso costretto anche io a usare l’inglese, e un paradosso divertente è che insegno a scrivere in italiano professionale all’interno di un corso di storytelling (che scherzosamente chiamo storti-telling, per sdrammatizzare) in una specie di accademia di Digital Art and Communication dove forse prossimamente mi affideranno anche delle lezioni di editing e di ghostwriting… che ci posso fare? Lavoro come una talpa dall’interno, ma queste etichette non le posso cambiare.

Da più di vent’anni sono il fiero possessore di una “CinEnciclopedia” su CD-Rom, che recentemente ho scoperto essere opera tua: come mai in passato ti sei occupato di catalogazione cinematografica?

Ho fatto la mia gavetta editoriale in un settore che un tempo si chiamava “editoria elettronica”, quando ancora non c’era la Rete. Sono stato un pioniere del digitale, ed è per questo che ho avuto la fortuna di curare la prima edizione elettronica del Devoto Oli di cui si diceva.

All’inizio degli anni Novanta ho avuto anche la fortuna di lavorare con Roberto Busa, che oggi è riconosciuto anche negli USA come il padre della linguistica computazionale, perché è stato il primo uomo al mondo a pensare di utilizzare il calcolatore per analisi linguistiche, alla fine degli anni Quaranta, e a realizzare la digitalizzazione di tutte le opere di San Tommaso, con sistemi di ricerca incredibili per l’epoca, in grado di riconoscere persino gli omografi (parole dalla stessa grafia ma dal significato differente, per es. faces, che in latino può essere il plurale di faccia ma anche il verbo fare). E così ho curato molte opere pre-internettiane, che all’epoca si vendevano su dischetti vari, tra cui una collana di cinema, e sono stato autore di parecchi titoli multimediali e interattivi, come si diceva a quei tempi.

Per finire, un consiglio a chi voglia scrivere in italiano, riducendo al minimo le parole inglesi: oltre a consultare sempre il tuo sito, cos’altro si può fare?

Inglese o non inglese, il mio consiglio è di sforzarci tutti di uscire dal linguaggio stereotipato, una parola per ogni cosa/concetto, come piace ai traduttori automatici. La lingua è metafora, è uso figurato, è creatività e sinonimia.

Soprattutto, non vergogniamoci di dirlo in italiano: lo dicono tutti in inglese? Distinguiamoci! Diciamolo in italiano! A volte, quando non ci sono le alternative, in certi contesti un po’ di creatività può aiutare.

L’italiano avrebbe bisogno di più inventatori di parole e di meno angloripetenti, perché in questo umaniverso sempre più globalizzato le parole anglicizzate sono un po’ stereotipate, ma le parole immaginarie son più belle e molto varie…

Un mio personale omaggio:
il gagliardetto, cioè un detto gagliardo!


L.

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Pubblicato da su settembre 21, 2018 in Interviste

 

Arrivano i Prof (2018) ma anche Les Profs (2013)

La 01 Distribution lo scorso 30 agosto ha portato in DVD e Blu-ray il film “Arrivano i prof” (2018) di Ivan Silvestrini, che si può vedere anche su YouTube ad € 3,99. Malgrado non venga pubblicizzata, questa operazione rientra nella grande creatività italiana di fotocopiare i francesi: per intenderci, è un altro caso di Benvenuti al sud (2010) che è la fotocopia di Giù al nord (2008). Sono rifacimenti dichiarati, infatti nel caso citato l’autore Dany Boon viene chiamato a fare un cameo nel remake italiano, però se l’operazione non è dichiarata apertamente rimane un po’ furbetta.

Io l’ho scoperto solo alla fine del film italiano, quando l’occhio mi cade su un titolo di coda molto veloce che identifica Arrivano i prof come una sceneggiatura non originale: “indagando” scopro l’originale francese “Les Profs” (2013) di Pierre-François Martin-Laval, a sua volta versione filmica del fumetto omonimo di Pica ed Erroc.

Tutto nasce da un fumetto

La trama verte su una scuola disastrata che ha il più alto numero nazioanle di bocciature e rischia la chiusura. Volendo provare un sistema diverso ed inedito, il preside accetta la richiesta dall’alto di chiamare solo i peggiori professori in circolazione: hai visto mai che dove hanno fallito i migliori… riescano i peggiori?
Inizia la sarabanda di scherzi degli studenti irriducibili e relative risposte da parte di professori parecchio sopra le righe.

Il corpo insegnanti originale

Il problema è che l’umorismo paradossale del film originale si perde in quello italiano, le cui caricature eccessive non raggiungono il livello di commedia: in fondo siamo un cinema fatto di macchiette, quindi perché qui dovremmo credere a una cosa “diversa”? Quindi si crea una strana situazione: viene presentata una situazione idilliaca che ci viene descritta come disastrosa.

Ci viene presentata una scuola splendida e scintillante: io ho frequentato uno storico liceo di Roma e mediamente le aule non avevano i vetri alle finestre, quindi per me la scuola mostrata è un gioiello. Forse i finti poveri italiani, che vanno alle scuole private, rideranno della situazione in cui si ritrovano i protagonisti, a me fa solo invidia.
I professori sono mattacchioni e gli studenti simpatici: è ovvio che è una commediola fumettosa, per questo dà fastidio che affronti un argomento così devastante e devastato come la scuola, con uno sguardo che temo denoti una “puzza sotto il naso” che dà un po’ fastidio. Sembra di vedere dei ricchi che fanno una commedia sui poveri, ignorando cosa voglia dire quella condizione e quindi scrivendola male.

Al di là di questo, sebbene Arrivano i prof sembri un tipico prodotto italiano – cioè una commedia che non fa ridere – è in realtà una fotocopia fotogramma per fotogramma del citato film francese. Ecco qualche esempio.











Ogni situazione, battuta, sembra quasi ogni inquadratura è fotocopiata dall’originale: solo la “storia d’amore” è allungata perché siamo il Paese dell’Amore, e l’unica aggiunta azzeccata è la parte dove scopriamo la digitalizzazione dei test scolastici, gag aggiunta solo in Italia e molto divertente.

Ah, e ovviamente Napoleone diventa Cesare…


Il principale studente “scioperato” in Italia viene interpretato dal giovane rapper italiano Rocco Hunt, che devo dire è una bella sorpresa: mi sa che da noi i non attori sono gli attori migliori!


Non mi sento di consigliare il film italiano, e anche il francese – sebbene in proporzione più divertente – non è che sia un prodotto da consigliare. Diciamo che se devo consigliare qualcosa, allora vi invito a fare come ho fatto io: vederli entrambi, così da fare un confronto.

L.

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Pubblicato da su settembre 19, 2018 in Recensioni

 

La libreria dei nuovi inizi (2011)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


L’indiana Anjali Banerjee è cresciuta in Canada e si è laureata in California. Ha scritto romanzi per giovani e per adulti, ma nessuno sembra in grado di differenziarli l’uno dall’altro.
Nel marzo 2012 la BUR porta in Italia uno dei suoi ultimi romanzi, “La libreria dei nuovi inizi” (Haunting Jasmine, 2011), con la traduzione di Roberta Cristofani e Valentina Zaffagnini.

La trama ufficiale:

Jasmine, trentenne in carriera col cuore spezzato, accetta l’invito della zia e si trasferisce per un mese a Shelter Island, al largo di Seattle, per occuparsi di una piccola libreria. Qui riscopre il gusto della lettura e poco per volta si accorge di uno strano fenomeno: i libri del negozio sembrano stregati, sanno “chiamare” i clienti per aiutarli a realizzare i loro desideri. C’è chi ritrova il sorriso, chi il coraggio di fare un passo rischioso. Quando ormai comincia a sospettare che le voci sui fantasmi che infestano la libreria siano vere, anche Jasmine si imbatte nel suo libro, quello di cui aveva disperatamente bisogno e che le cambierà la vita.
Una storia dolce e forte come un abbraccio, intessuta di sortilegi e meraviglie.

Commento

«Devo tornare in India. Voglio che tu ti prenda cura della libreria mentre non ci sono. Solo tu puoi farlo»: con questa stringatissima lettera in tasca, la protagonista arriva a Shelter Island (New York) per passare un mese a gestire l’attività della zia. «Quanto può essere difficile convincere qualcuno a comprare l’ultimo libro di Nora Ephron o Mary Higgins Clark?» si chiede.
In realtà sarà più duro del previsto, visto che la zia vuole che la sua Bippy rimanga giorno e notte in libreria, dormendo lì per essere sicura di non lasciarla mai incustodita. L’aspetto peggiore… è che non c’è internet!

La narrazione è fresca e lineare, come sempre, e la protagonista non si discosta dal solco del suo genere: è da sola contro il mondo, ha il cuore ferito ed ha alzato un muro di cinismo che la vita lentamente abbatterà. La zia è un peperino sopra le righe, i comprimari fanno il loro dovere senza mai uscire dalla parte e l’ottimismo la fa da padrone.
Cosa c’entrano i libri in questo classicone di genere?

Come dichiara già il titolo originale, libri e libreria in questa storia sono del tutto da tappezzeria, perché tutto ruota sul fatto che la protagonista ha il “terzo occhio” della zia e vede i fantasmi degli scrittori che infestano la libreria.
Non è una ghost story, non sono fantasmi cattivi, ma è il loro spirito che consiglia la giovane donna e la saggezza dei romanzi le perviene senza bisogno di leggere. Ovviamente gli autori citati sono tutti classici anglofoni, perché come sempre un libro sui libri è pensato per un pubblico che non legge, quindi non conosce altri libri all’infuori di quelli citati da chiunque. Shakespeare, Kipling, Emily Dickinson, giusto un T.S. Eliot e addirittura si osa citando il nome di Neruda, ma velocemente.

Tutti i clienti che entrano nel negozio fanno impazzire la protagonista con le loro strane richieste, ma si tratta sempre di libri di cucina, o al massimo qualche classico. E visto che l’autrice ha scritto anche romanzi per l’infanzia, ovviamente i clienti vengono a chiedere anche romanzi per l’infanzia, e conosciamo una pseudo-autrice con tanto di delizioso pseudobiblion: Gertrude Gertler con il suo nuovo romanzo per l’infanzia “Morbidosi in pigiama“.

Sicuramente un romanzetto che vola via d’un sol fiato, ma il contenuto è come lo stile con cui è scritto: veloce e superficiale.

L.

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Pubblicato da su settembre 17, 2018 in Recensioni

 

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Lo strano caso dell’apprendista libraia (2013)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


Sempre nel 2014 la Garzanti porta in Italia – con la traduzione di quella Claudia Marseguerra che ho intervistato anni fa – “Lo strano caso dell’apprendista libraia” (The Bookstore, 2013), il romanzo d’esordio della britannica Deborah Meyler: come sempre, dall’inizio del Duemila, le case editrici preferiscono i romanzi di esordienti perché costano poco.

Da lodare poi l’ardita scelta della Meyler, una britannica che si è trasferita a New York dove ha lavorato in una piccola libreria per sei anni che scrive poi un romanzo su una britannica che si trasferisce a New York e inizia a lavorare per una piccola libreria…
Va bene che buona regola è scrivere di ciò che si conosce, ma è chiaro che quest’opera non ha alcuna velleità, né letteraria né di altro tipo: è il solito raccontino autobiografico trasformato in romanzo.

La trama ufficiale:

Esme ama ogni angolo di New York, e soprattutto quello che considera il suo posto speciale: “La Civetta”, una piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon ami passare i pomeriggi d’inverno e che nasconde insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway. Ed è lì che il destino decide di sorriderle quando sulla vetrina della libreria vede appeso un cartello: cercasi libraia. È l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perché a soli ventitré anni è incinta e non sa cosa fare: il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. Ma Esme non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Per fortuna ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George, che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo; Mary, che ha un consiglio per tutti; David e il suo sogno di fare l’attore. Poi c’è Luke, timido e taciturno, che comunica con lei con le note della sua chitarra. Sono loro a insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: Il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell viene a sapere del bambino e vuole tornare con lei. Esme si trova davanti a un bivio. Il suo più grande desiderio sta per realizzarsi, ma non è più la ragazza spaventata di un tempo e non sa più se è quello che vuole davvero. Perché a volte basta la pagina di un libro, una melodia sussurrata, una chiacchierata a cuore aperto con un nuovo amico per capire chi si è veramente. Perché Esme non è più un’apprendista libraia, ora è una libraia per scelta.
Lo strano caso dell’apprendista libraia è il romanzo più amato dalle librerie indipendenti americane. Grazie a loro è partito un passaparola tra i lettori che ne sono rimasti incantati. Deborah Meyler è convinta che l’esperienza più bella della sua vita sia stata lavorare in un negozio di libri e ha deciso di descriverla. Un romanzo che ricorda a tutti noi come il fascino delle librerie sia intramontabile. E che spesso quei luoghi pieni di scaffali polverosi nascondono sorprese inaspettate.

Commento

La trama attirerebbe anche chi non ama particolarmente i libri, ed infatti è questo il pubblico di riferimento, visto che se la protagonista avesse trovato lavoro in una pizzeria la trama non sarebbe cambiata di una virgola.
Protagonista del gradevole (anche se molto leggero) romanzo è una donna che deve decidere cosa fare della propria vita, se accontentarsi di una relazione amorosa un po’ pencolante o se lanciarsi nel vuoto, e poi c’è la gravidanza da gestire e tutto il resto già visto e letto ovunque. La differenza è che in questo caso la protagonista trova un lavoretto in una libreria dell’usato di New York, “La Civetta”, occasione che in realtà non serve ad altro che a buttare lì due autori a caso giusto per tirarsela da intellettuali.

Visto che vengono ampiamente citati in film e romanzi, questi negozietti di libri usati di New York devono essere molto amati in città, e passarsela bene: scopriamo che così non è.

«La realtà è che viviamo ogni giorno con il terrore di essere trasformati in un salone di bellezza o in uno Starbucks. Sono sopravvissute pochissime librerie in città, hanno chiuso quasi tutte. Arcadia, Book Ark, Endicott, Shakespeare and Company sul marciapiede di fronte, la meravigliosa libreria sulla Madison, solo per citarne qualcuna. La chiusura della Gotham è stata la mazzata finale per me. Ormai restano solo Barnes and Noble e Internet».

Se se la passano male le tanto amate e citate piccole e pittoresche librerie newyorkesi, che speranza hanno le librerie nostrane, che già non è che avessero chissà quale importanza per la popolazione?

La libreria fa da anonimo sfondo ad una narrazione di piccoli avvenimenti e piccoli personaggi, che onestamente non è che conquistino il cuore del lettore. Tutto è una enorme scusa per NON parlare di libri e libreria, preferendo qualsiasi altro argomento – anche la tassidermia – piuttosto che dover citare autori e titoli con il rischio concreto che il lettore medio li ignori.

Non dimentichiamoci poi che si tratta di una englishwoman in New York, parafrasando la celebre canzone di Sting, quindi si crea una strana scenetta.
Ad un cliente consiglia Il potere e la gloria di Graham Greene, ma quando esce fuori che è un romanzo inglese c’è il gelo: «Non vorrei che mi giudicasse troppo campanilista nella scelta degli autori», pensa la protagonista, «così cerco di farmi venire in mente anche uno scrittore americano.»
Ammazza, ’sti americani in quanto a campanilismo non li frega nessuno!

L.

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Pubblicato da su settembre 14, 2018 in Recensioni

 

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Intervista a The Obsidian Mirror

Dopo l’iniziativa “Estate 2018: Leggiamo italiano“, dove ho intervistato più di venti scrittori pubblicati da maggio ad agosto, è il momento di sentire un po’ anche l’altra parte dello “specchio”: cosa dicono i lettori? Non sempre le case editrici si pongono questa domanda, che invece dovrebbe essere l’unica all’ordine del giorno.

Se siete lettori forti e appassionati e volete essere intervistati scrivetemi pure, intanto comincio a sentire cosa pensa un lettore fortemente appassionato come The Obsidian Mirror. Che è il nome del suo blog, ma per me è anche il suo nome di battesimo. Per gli amici… TOM!


Anche TOM è adepto del Re in Giallo!


Intervista ai lettori:
The Obsidian Mirror

The Obsidian Mirror è fra i blog a più alta percentuale libraria che conosco: quanto è grande la tua biblioteca casalinga?

Intanto ciao e grazie per avermi invitato in questo tuo nuovo salottino preautunnale. Spero che le risposte che ho in mente e che stanno per finire su questo spazio web siano di tuo gradimento. Altrimenti pazienza, vorrà dire che te ne farai una ragione! ^_^

È vero: “The Obisidian Mirror” è un blog che dedica una buona parte del suo palinsesto ai libri, pur non essendo tecnicamente un blog tematico. Non mi chiedere la percentuale perché non ho mai provato a calcolarla e, anche se l’avessi fatto, ciò che avrei scoperto è che è sempre tutto piuttosto variabile. Come sai il blog spazia un po’ in tutti campi, e a seconda del mio umore si occupa di queste o di quelle tematiche. Ci sono stati momenti in cui ha rischiato addirittura di trasformarsi in un blog di cinema, ma poi ho tirato le redini della baracca e sono rientrato nella multimedialità che è mi è più consona. In giro ci sono moltissimi blog che sono dedicati full-time all’argomento, e che riescono a star dietro a tutte le novità librarie come io non riuscirei mai a fare. Ecco, non posso paragonarmi a loro, ma mi fa estremamente piacere che tu veda il mio blog come un “blog ad alta percentuale libraria”.

La mia biblioteca casalinga? Mi prendi alla sprovvista, perché non sono uno di quelli che cataloga le proprie cose, anche se in qualche caso dovrei proprio decidermi a farlo. A spanne direi che parliamo di un migliaio di titoli su carta, ai quali si aggiungono gli eBook, i libri che ho lasciato da mia madre quando me ne sono andato e i libri che ho smollato a mia suocera (altra grande lettrice) per fare spazio in casa. Diciamo che, malcontati, parliamo di 1.500 libri: un piccolo gruzzoletto che è stato tra l’altro parte del motivo per cui qualche mese fa ho traslocato in una casa più grande.

Ciclo Kaidan: impossibile perderlo!

Si percepisce che la lettura è una parte fondamentale della tua vita: quanto tempo riesci a dedicarle ogni giorno? E quanto è cambiato questo tempo nel corso degli anni?

Quanto tempo? Non abbastanza. Non come vorrei. Vita vuole che io trascorra 12 ore fuori casa, affaccendato in una cosa che si chiama lavoro e che non mi permette, come è ovvio che sia, di farmi i casi mei allegramente. Nel tempo che mi resta, al netto dei pasti, delle necessità fisiologiche e delle abluzioni, mi restano giusto un paio d’ore che devo democraticamente suddividere tra i libri e le tante altre mie passioni tra cui il cinema, il blog, il gatto e la fidanzata (non necessariamente in quest’ordine). Non parlerei quindi di “ore al giorno”, ma di “ore alla settimana”. Quattro o cinque. Sempre troppo poche.

Sono passati i “bei tempi” (virgolettato d’obbligo) in cui mi trascinavo avanti e indietro dal lavoro in autobus, regalando quelle tre o quattro ore al giorno da pendolare alla lettura. Sono anche passati i tempi della spensierata giovinezza, quando avevo a disposizione lunghi pomeriggi di immersione nella lettura, solo in parte dedicati a quella che mi sarebbe stata necessaria per arrivare in qualche modo al diploma.

Conoscendoti do per scontato che per te “libro” è una parola a forma di carta, ma che ne pensi dell’editoria digitale e delle possibilità che consente?

Scarica l’eBook gratuito

In effetti per il cartaceo ho sempre avuto un occhio di riguardo, e probabilmente sarà sempre così, ma ad attirarmi non è quel famoso concetto di “profumo della carta” (che poi così profumata non è) che viene puntualmente tirato in ballo dai puristi dell’uno e dell’altro supporto. La carta ha quel fascino inarrivabile che solo chi ha passato una vita a frugare nei mercatini libreschi dell’usato può capire. Vuoi mettere trovare quel libro che non ti aspetti, in quell’edizione che non ti aspetti (e a volte al prezzo che non ti aspetti) sotto montagne di pubblicazioni ammuffite e dimenticate? Il digitale non ti regala la stessa emozione.

Apprezzo comunque l’editoria digitale per le sue infinite possibilità, non ultima quella di essere teoricamente immune dal tempo (almeno finché il mondo digitale continuerà a basarsi su un sistema numerico posizionale in base due). Apprezzo tantissimo la possibilità di poter avere tutto e subito con un click, particolare che per un compratore compulsivo come me è fondamentale (anche se pericoloso). Apprezzo la possibilità di poter risparmiare qualche euro, così come apprezzo la possibilità di risparmiare spazio in casa. Apprezzo la scelta praticamente infinita che mi si pone davanti, il che è senza dubbio un’opportunità per tutti, autori e lettori. Aumenta proporzionalmente il rischio di leggere delle boiate, questo è vero, ma almeno saranno boiate che avrò pagato pochi centesimi (e, detto tra noi, ci sono in giro boiate di carta a venti euro che, se ci sbatti le corna, lì si che ti fai tanto male).

Essendo, come sai, un onnivoro, mi sono ovviamente dotato di entrambi i supporti Kindle e Kobo e ho iniziato sin da subito a popolare la loro RAM di ogni cosa di vagamente leggibile mi sia capitato sottomano. Ma il problema alla fine sai qual è? Che quando arriva il loro momento, inevitabilmente, li trovo con la batteria a zero… e così mi rifugio di nuovo nel cartaceo.

Quando devi decidere che libro leggere come ti comporti? Guardi i libri che hai in casa o sfrutti segnalazioni lette in giro? O vai direttamente in libreria?

Sono tre momenti assolutamente distinti! Non me li puoi sovrapporre in questa maniera! Mi spiego meglio: se mi viene l’istinto di iniziare un libro lo faccio subito pescandolo fra quelli che già ho altrimenti, se perdo l’attimo, è finita. È lo stesso meccanismo per cui, se mi viene una fame improvvisa la domenica pomeriggio (una di quelle domeniche pigre quando neanche mi tolgo il pigiama), guardo in frigo e mangio quello che trovo. Così come non mi vesto per andare al centro commerciale, allo stesso modo non mi vesto per andare in libreria (che poi viene tardi).

La libreria, tra l’altro, non è un negozio come gli altri: è luogo sacro dove si vanno a fare i pellegrinaggi. Solitamente ci si prende del tempo (non meno di due ore) e lo si consuma errando tra gli scaffali come un paleontologo alla ricerca di una vertebra di plesiosauro. Difficilmente si fanno acquisti per l’immediato. Le segnalazioni lette in giro servono a risvegliare in me l’acquisto compulsivo che può avvenire in ogni momento e in ogni luogo. Soddisfano in genere due bisogni: il desiderio malato di spendere soldi per rinfrancare lo spirito (quello che altri fanno comprando scarpe o vestiti) e la voglia di cazzeggio senza regole nei siti delle librerie online.

La risposta quindi non può essere che una: scelgo tra quello che già ho. Anche perché non è che posso continuare ad accumulare in questa maniera in eterno!

Quale caratteristica fondamentale dovrebbe avere un qualsiasi romanzo per appassionarti?

Premesso che negli ultimi anni, per le questioni di tempo citate sopra, mi sto dedicando quasi esclusivamente alla narrativa breve (oltre le 200 pagine desisto), lasciami dire che la condicio sine qua non è che sia scritto bene: niente orrori grammaticali, niente refusi, niente appesantimenti dovuti alla stessa parola ripetuta quattro volte in due righe. Dico questo perché ultimamente mi è capitato spesso di vedere robe del genere (ma qui torniamo al discorso del rapporto qualità/prezzo di cui dicevamo parlando di editoria digitale).

Altre cose? Direi di no, potrei appassionarmi a tutto senza distinzione, purché ciò che leggo sappia arricchirmi e intrattenermi.

Oltre a presentare corposi e approfonditi cicli legati a libri di varia natura, nel tuo blog fai anche “servizio editoriale pubblico”: cioè presenti ghiotte novità librarie di autori e case editrici che spesso viaggiano sotto i radar. Sono tue “scoperte” o sono autori e case che ti contattano?

La maggior parte delle news che trovi in una rubrica come T.D.F. [Traditi dalla fretta] (teoricamente bimestrale) derivano dai miei vagabondaggi in rete. Tra una puntata e l’altra prendo nota delle cose che mi incuriosiscono e le tengo lì a macerare in attesa del loro momento. Servono anche come promemoria per i miei successivi acquisti, oltre che per popolare la rubrica. Se diventano troppe, inizio a sfrondare; se sono troppo poche (ma non capita mai), improvviso qualcosa al momento (anche perché T.D.F. è un contenitore che non si limita alle segnalazioni librarie, come sai).

Esiste anche un mio piccolo “sottobosco” di autori e di editori che occasionalmente mi contattano proponendomi le loro uscite, ma tieni conto che cerco sempre di fare una cernita di ciò che mi arriva, giusto per non allontanarmi troppo dall’identità del blog (se mi propongono di segnalare un romanzo rosa, un saggio sulla gravidanza del calamaro o qualsiasi cosa che abbia a che fare con lo shopping tra sorelle e/o sfumature di varia cromìa, allora cedo il passo e mando il certificato medico). Viceversa, se di un autore ho già letto qualcosa che mi è piaciuto, allora da quel momento posso segnalare ogni sua nuova uscita ad occhi chiusi. Stesso dicasi per certe case editrici che conosco, specializzate a servire una determinata nicchia: ho la percezione che da parte loro ci sia una rigorosa selezione a monte, per cui ritengo di potermi fidare. Qualche segnalazione si trasforma poi in recensione, ma questa è davvero un’altra storia.

Quella che potremmo chiamare “editoria tradizionale” ha molti e seri problemi che la stanno strozzando, invece dal tuo blog esce fuori una vivace “editoria alternativa” che ha tanto da dire e da dare. Cosa ne pensi della spinosa questione?

Mah sai, non credo che l’editoria alternativa sia meno strozzata di quella tradizionale. Nessuno se la passa bene quando il mercato di anno in anno perde fatturato. Il problema è che più sei piccolo, più è facile uscire dal gioco. Hai presente il Risiko? Se ti rimangono solo una decina di carri armati è difficile che non ti vengano a spazzar via. Puoi anche avere il controllo di un “continente” facile, come l’Oceania, ma prima o poi qualcuno entra e ti fa male. E ci mette un secondo. Non è un caso che molte realtà “alternative” siano apparse tra l’entusiasmo generale per poi vaporizzarsi nel giro di un anno o due.

I colossi, d’altra parte, non è che stanno meglio; arriva un momento in cui devono per forza tagliare i costi, ridurre i margini e sperare che il vento inizi a girare al contrario. Essendo quest’ultimo punto una pura utopia, allora devi essere bravo a riciclarti vendendo cancelleria (che è pur sempre carta) oppure provando a saltare la barricata e tentare, per esempio, con l’elettronica (e-reader ecc.). Purtroppo, anche se sei un colosso editoriale non puoi spingerti molto più in là con la fantasia perché non saresti più credibile. Sarebbe come quando un famoso marchio di dentifrici provò a commercializzare risotti in busta: gente che vomitava nelle corsie dei supermercati per averne solo immaginato il sapore.

Per finire, hai qualche titolo da consigliarci fra quelli che hai scoperto di recente? O se vuoi poi ricordarci qualche gloria del passato che è sempre bene citare.

Potrei andare sul sicuro e citare dei classici intramontabili, ma voglio invece rischiare e raccomandare un paio di cosette che ho scoperto (relativamente) di recente. Nella fattispecie due raccolte di racconti (come detto la narrativa breve è un formato che ben si adatta ai miei ritmi circadiani).

Il primo titolo è “Soli carbonizzati” (Burnt Black Suns, 2014) del giovane scrittore canadese Simon Strantzas, la cui scoperta da parte mia risale tuttavia a un paio di anni fa.

Nelle nove storie presenti in quest’antologia, tra l’altro l’unica ad aver goduto di una traduzione in italiano grazie ai tipi della Edizioni Hypnos, Strantzas dimostra di essere una delle figure più interessanti della scena weird contemporanea. Come ciliegina sulla torta trovano spazio alcuni richiami alla mitologia di Lovecraft e di Robert W. Chambers, e tu sai bene quanto tutto ciò per me possa fare la differenza.

La seconda antologia si intitola ”Le cose che abbiamo perso nel fuoco” ed è opera della giornalista e scrittrice argentina Mariana Enriquez: «Piccoli capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza, superstizione e apatia, compassione e rimpianto», come recita la presentazione di Marsilio. Dal mio punto di vista è un’occasione unica per scoprire che la letteratura sudamericana non è circoscritta solo a quei due soliti grossi nomi, ma pulsa più che mai di una freschezza invidiabile.

Non tutti i racconti sono riuscitissimi, ma sono, questo sì, tutti originali e davvero inquietanti, in grado di attirare sia gli amanti del brivido che coloro che semplicemente apprezzano la buona scrittura.


Ringrazio di cuore TOM per la sua disponibilità e per essersi “confessato” come lettore.

L.

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Pubblicato da su settembre 12, 2018 in Interviste

 

Intervista “da edicola” a Franco Forte

Adriano Celentano in edicola, dal film Ecco noi per esempio (1977)

La stagione estiva e la sua ricca offerta di romanzi in edicola si è conclusa: com’è andata? È sentore comune che i nostri giornalai di quartiere non se la passino gran che bene, malgrado le uscite siano tante e ricchissime: ne parliamo con Franco Forte, responsabile delle uscite da edicola per Mondadori.


Intervista “da edicola”
a Franco Forte

La parola “crisi” è ormai fissa in ogni conversazione, ma in cosa consiste la “crisi delle edicole”? In quanto responsabile di lunga data delle uscite Mondadori da edicola, come vedi la questione?

Il problema dell’edicola è… l’edicola stessa, come “strumento” di diffusione di libri. Ormai questo settore sta vivendo una crisi imprenditoriale molto seria, ne chiudono di continuo, e quelle che sopravvvono ci riescono vendendo di tutto, dai gadget ai DVD a qualsiasi altra cosa. Il pubblico abituato a recarsi periodicamente in edicola per vedere le novità e scegliere qualcosa da comprare (rivista, giornali, libri), è sempre meno, e dunque tutto il settore ne soffre. Per cui distribuire in questo canale è difficile, molto dipsrsivo e alla fine poco redditizio.

È appena finita un’estate ricchissima di proposte, con numeri speciali in ogni collana Mondadori: hai già un bilancio di com’è andata a livello di lettori?

Il “Giallo” di agosto 2018

Per “Il Giallo Mondadori” molto bene, la collana è in continua crescita. Resiste con i denti la spy story, con “Segretissimo” e le collane sorelle, come la “corazzata” SAS, dedicata alle opere di Gérard de Villiers.

Un po’ in flessione, invece, le vendite della fantascienza, che soffre sempre di più le difficoltà di distribuzione e di reperibilità dei volumi (che non dipendono certo da Mondadori ma, come detto, dal sistema distributivo delle edicole, troppo frammentato, caotico e di difficile controllo). Il rosa galleggia con collane che soffrono meno e alcune di più.

Ogni mese presenti in edicola una panoramica di “colori” narrativi: il giallo, il rosa, il nero e via dicendo. Puoi rivelarci se c’è qualche genere che riscuote maggiormente il gradimento dei lettori?

Come detto, il giallo. Non intendo noir, thriller e accezioni varie, ma giallo classico, quello d’investigazione, per intenderci. Soprattutto quando a firmare le opere sono autrici donne, come Anne Perry, Ruth Rendell, Rhys Bowen, Maureen Jennings, Tessa Harris.

La proposta di autori italiani nelle varie collane si è fatta importante: com’è la risposta del pubblico? Siamo ancora lettori “anglofili” o abbiamo ampliato i nostri orizzonti?

“Urania” di agosto 2018

I lettori dell’edicola restano fortemente scettici nei confronti degli autori italiani, anche se pian piano stiamo risucendo a far loro capire che non tutto ciò che viene prodotto nel nostro Paese è mediocre (come è stata credenza comune per troppo tempo), anzi, ci sono opere di grande valore, basta avere voglia di provare a leggerle, anziché giudicare in base a pregiudizi, come troppo spesso avviene. Nel giallo, soprattutto, e nella spy story, per fortuna le cose stanno migliorando e gli autori nazionali stanno facendo registrare ottimi risultati di vendita. Pecora nera, come sempre la fantascienza, che sembra prediligere la narrativa anglosassone su qualsiasi altra.

Da qualche anno quasi tutte le uscite da edicola mondadoriane sono disponibili anche in eBook, quindi per la prima volta dalla nascita di queste storiche collane i titoli rimangono “in catalogo” anche dopo il mese di permanenza in cartaceo. Sai dirci se questa piccola rivoluzione ha avuto effetti tangibili? I digitali hanno trovato un loro pubblico come i cartacei?

Il digitale è una buona stampella per reggere i conti economici delle collane, però in certi casi (soprattutto con “Urania”) ha determinato anche un calo delle vendite in edicola, a dimostrazione che non si tratta di un pubblico parallelo, ma in alcuni casi che si sovrappone a quello della vendita del cartaceo. Se nei gialli e nella spy story questo avviene poco (i dati del digitale si sommano nelle vendite a quelli del cartaceo), con la fantascienza la tendenza dei lettori è quella di spostarsi sempre più sull’eBook, abbandonando però la carta. Il che significa che “Urania” diventa una collana a rischio, visto che il solo digitale non potrà mai reggere i costi di pubblicazione dei romanzi proposti.

Sono passati ormai più di sei anni da quella sera in cui annunciasti la nuova veste grafica delle uscite mondadoriane, che raccontai per ThrillerMagazine: ti hanno “perdonato” i collezionisti più incalliti?

2012: L’editor Franco Forte presenta la nuova veste grafica di “Segretissimo”.
(Foto di Stefano Di Marino)

Qualcuno sì, qualcuno no, soprattutto nelle collane più “tradizionaliste” (come “Urania”, tanto per cambiare). Ma alla fine quello che conta sono i romanzi che pubblichiamo, più che la veste grafica, e dunque è a questo che il pubblico guarda. Per nostra fortuna, dico, perché credo che l’offerta dell’edicola Mondadori sia di altissimo livello, per i prezzi a cui i libri vengono proposti.

Per finire, cosa ci dici di Franco Forte scrittore? A quando un tuo nuovo romanzo storico?

Ad aprile 2019 uscirà il primo libro di una grande saga storica che sto scrivendo, dedicata a Carlo Magno, il fondatore del Sacro Romano Impero. Un personaggio straordinario, molto complesso, che è stato capace di rivoluzionare l’èra medievale, portandoci in quella moderna. La sua saga la racconterò in due libri, il primo dedicato alla sua ascesa come re e poi come imperatore, il secondo, alla sua capacità di dominare il mondo.


Ringrazio Franco Forte per la sua disponibilità e ricordo la sua Pagina autore Amazon e la sua Pagina autore su Delos Digital.

L.

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Pubblicato da su settembre 10, 2018 in Interviste

 

[Books in Movies] Un mercoledì da leoni (1978)

Mi arriva una graditissima segnalazione da Catia in Cucina riguardo ben due citazioni librarie da “Un mercoledì da leoni” (Big Wednesday, 1978), il film di culto di John Milius acquistabile a “prezzo amico” in DVD Warner.

Per la recensione del film non posso che intimarvi con la forza di andare a leggere la meravigliosa recensione di Cassidy, unica e imprescindibile!

La mitica Barbara Hale

Nella prima e più importante vediamo la signora Barlow cercare di leggere “Comma 22” (Catch-22, 1961; in Italia dal 1963 grazie a Bompiani) dello scrittore statunitense Joseph Heller durante un rumoroso festino organizzato dal figlio Jack. Non so se tutti colgono il delizioso gioco in atto, ma qui l’attrice Barbara Hale – che per decenni ha interpretato in TV Della Street, la mitica segretaria di Perry Mason – è davvero la madre dell’attore che interpreta suo figlio, William Katt, che qualche anno dopo diventerà famoso per la frizzante serie TV Ralph supermaxieroe.

Com’è noto, il citato romanzo di Heller ha generato quel Paradosso del Comma 22 che fra le altre cose è stato protagonista di una serie di strisce delle Sturmtruppen di Bonvi.

Ehi, ma tu non sei la segretaria di Perry Mason?

La seconda citazione è davvero meritevole del Premio Segugio Librario! Io non riesco a capire la copertina, ma Catia mi suggerisce “Un reietto delle isole” (An Outcast of the Islands, 1896) di Joseph Conrad. Non saprei dire, lascio ad occhi migliori la decisione.

Bear (Sam Melville) che regge un libro senza leggerlo

L.

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Pubblicato da su settembre 7, 2018 in Books in Movies

 
 
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