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[Pulp] Lupin contro Holmes 6. Gli eredi

Ripresento le uscite originali di un mio speciale a cui tengo molto, che ho curato ben quattro anni fa su SherlockMagazine.it (come passa il tempo!)
Dietro il titolo ammiccante si nasconde una mia lunga ricerca nel nero francese di inizio ‘900, in quel periodo che chiamo la “Guerra del Nero” in cui i giornali facevano a gara a presentare signori del crimine sempre più efferati. Gli effetti di quel periodo narrativamente fertilissimo si sono avuti anche in Italia e durano ancora fino ai tempi nostri.
Preparatevi, perché sarà un viaggio strano: un étrange voyage!

Se non vi va di aspettare, ricordo che l’intero saggio è raccolto in un eBook gratuito liberamente scaricabile qui, sia in formato .mobi (per lettori Kindle), .ePub (per qualsiasi lettore) e .PDF (con immagini).

Lupin contro Holmes 6.
Gli eredi

(apparso su SherlockMagazine.it il 19 novembre 2013)

Nell’estate del 1908 tutta Europa segue da vicino il processo di un macellaio di nome Renard, accusato di aver ucciso un banchiere, e ovviamente tutta la stampa si impegna a scavare nella vita dell’uomo per dare al pubblico particolari sordidi e scabrosi. In questo periodo anche i quotidiani italiani danno risalto ad un particolare imperdibile: a casa dell’assassino vengono trovati romanzi di Sherlock Holmes, Nick Carter… e Lupin!

Il numero di ottobre 1908 di “Je sais tout” vede in copertina un primo piano di Maurice Leblanc: un grandissimo onore che denota il successo dei suoi racconti. «Le incredibili avventure di Arsène Lupin hanno appassionato il mondo intero» si legge sotto la foto di quell’autore che la rivista non esita a definire «le Conan Doyle français»: un traguardo davvero inaspettato, per uno scrittore che ha iniziato proprio divertendosi a parodiare lo stile dell’autore britannico.
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Mentre però la rivista osanna il suo autore più amato dal pubblico, contemporaneamente Pierre Lafitte non se sta certo con le mani in mano: lo stesso anno la sua casa editrice (Pierre Lafitte et Cie) raccoglie in volume un romanzo a puntate di un giornalista de “Le Matin”, che è passato anche lui al giallo. Il romanzo è Il mistero della camera gialla (Le mystère de la chambre jaune) e il giornalista si chiama Gaston Leroux.
Non passa molto che Lafitte spinge l’autore a passare nel “lato oscuro” del poliziesco: invece di storie di indagatori buoni, perché non scrive anche lui di un perfido criminale proprio come ha fatto Leblanc? In attesa di essere pubblicato anch’esso per la Pierre Lafitte et Cie, il 23 settembre 1909 appare su “Le Gaulois” la prima puntata di un romanzo destinato a fama imperitura: Il fantasma dell’Opera (Le Fantôme de l’Opéra). «Le fantôme de l’Opéra a existé» esordisce Leroux, stuzzicando il lettore e facendogli credere che il suo oscuro Erik – non proprio un grande criminale ma di sicuro non un buono – è realmente esistito.

da “Le Gaulois”, 23 settembre 1909

Come si è visto, Leroux scrive per il quotidiano “Le Matin” ma i suoi racconti di maggior successo li pubblica altrove: il giornale, all’epoca il quarto più letto del Paese, decide di voler cavalcare anch’esso la moda dei “cattivi protagonisti”. Ma a questo punto non basta un ladro come Lupin o un “fantasma” come Erik, serve qualcosa di più: un signore del male!
Dal 7 dicembre 1909 iniziano le puntate settimanali de “Le Matin” in cui Léon Sazie racconta le nefandezze compiute da Zigomar, criminale mascherato che usa la Z per contrassegnare le sue malefatte. (Chissà se pensa a lui lo scrittore pulp Johnston McCulley quando il 6 agosto 1919 pubblica su “All-Story Weekly” la prima avventura del suo personaggio, che contraddistingueva con la Z le sue imprese di giustizia: la Z di Zorro.) Proprio come Lupin, anche il perfido Zigomar ha la sua nemesi personale, il poliziotto parigino Paulin Broquet, ma non disdegna affrontare un mito letterario anglofono come Nick Carter, proprio mentre è ancora forte l’eco di Lupin che affronta Sherlock Holmes.
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La febbre del crimine sembra inarrestabile. Una cosa sono i precursori britannici come Raffles o gli “antenati” come Rocambole, autoctoni ma ottocenteschi: la mania del momento è raccontare di criminali moderni nella contemporaneità francese.
Questo concetto, ben chiaro a Pierre Lafitte, lo coglie anche un altro editore come Arthème Fayard, che agli inizi del Novecento eredita dal padre una casa editrice: il giovane è così coraggioso da puntare sul pulp e fondare la Modern Bibliothèque. In un momento in cui i libri costano 3 franchi e 50 centesimi, Fayard presenta opere complete e illustrate… a 95 centesimi!
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Come se non bastasse questa innovazione, Fayard vuole pubblicare testi inediti e non, com’è antica usanza, raccogliere in volume testi già apparsi a puntate su altre riviste. (Quello che fa appunto la Pierre Lafitte et Cie.) Nell’aprile 1910, mentre Lupin, Erik le Fantôme e Zigomar intrigano il pubblico con i loro crimini, Fayard si incontra con un talentuoso giornalista sportivo, Pierre Souvestre, e il suo giovane collega, il venticinquenne Marcel Allain. I due hanno da poco pubblicato un racconto giallo, Le Rour, che Fayard apprezza ma mette subito in chiaro le cose: niente poliziotti e segugi, vuole che i due scrivano per la sua collana una serie di romanzi con protagonista un grande criminale. Gentiluomo come Lupin, genio criminale come Zigomar e fantôme come Erik.
Il 14 gennaio 1911 Souvestre e Allain firmano il contratto con Fayard per una serie di romanzi con protagonista il criminale il cui nome è venuto in mente agli autori durante un viaggio in metropolitana, scrivendolo subito sul biglietto della corsa: Fantômus. Però Fayard legge male il biglietto stropicciato consegnatogli, così lo strano franco-latinismo dei due autori diventa… Fantômas, il mito nato da un minestrone di eroi negativi.

Fra il gennaio e il febbraio del 1939 appare a puntate l’ultimo romanzo del Lupin di Leblanc, Les milliards d’Arsène Lupin. Da circa un mese è morto Pierre Lafitte, l’uomo che ha fatto nascere il personaggio perché ha spinto il suo autore a scriverne, ma da ogni morte nasce una nuova vita: da due anni, dall’altra parte del mondo, è nato il degno erede di Leblanc. Il 26 marzo 1937 a Hamanaka (Giappone) nasce infatti Kazuhiko Katō che appena diventato mangaka firma le sue storie a fumetti con un nome particolare: Monkey Punch, pugno di scimmia. Che sia un velato richiamo alla zampa di scimmia che nel 1905 precedette di soli due numeri la nascita di Lupin?
Fatto sta che il 10 agosto 1967 pubblica la prima avventura di un personaggio destinato ad imperitura fama: Rupan Sansei, noto nel mondo come Lupin III.Nonno del personaggio di Leblanc, si presenta con una causa legale per l’utilizzo del nome, proprio come quella che subì l’autore francese per aver usato il nome di Holmes. Anche in questo caso si dovette cambiare nome, e per i primi anni della sua vita il personaggio poteva chiamarsi Lupin III solo in Giappone: per il resto del mondo doveva essere Rupan.
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Al di là del successivo grande successo del personaggio, in ogni tipo di forma di comunicazione, la prima avventura di Rupan/Lupin non lascia dubbi: una festicciola viene funestata dalla notizia che fra gli ospiti si annida il temibile Lupin, il primo sospettato è biondo e la storia si chiude con Lupin portato via in manette dal suo (futuro) eterno antagonista Zenigata. È la versione moderna de L’Arrestation d’Arsène Lupin, e il cerchio si chiude.Il Lupin giapponese è frizzante e irriverente, e non disdegna giocare con i dettami del genere che sta in fondo parodiando: farebbe la felicità di Maurice Leblanc, il romanziere che divenne famoso parodiando i romanzieri famosi.
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L.

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Pubblicato da su marzo 24, 2017 in Pulp

 

Viaggiare per lutto

È una donna che conosco solo di vista, è una collega con cui per anni non ho avuto il benché minimo contatto, è solo un volto fra la folla: se fosse il personaggio di un romanzo o di un film sentirei più vicinanza con lei. Ma recentemente mi ha colpito il lutto che ha subìto. Non solo per la perdita in sé, che già è stata devastante. Non solo per le modalità della sua perdita, che già fa gridare al Cielo. Non solo per cosa ha significato per la sua famiglia. Ma anche per la scelta di questa donna di elaborare il lutto… con un viaggio. Questo mi ha colpito più di tutto…

Il viaggio per il gusto di viaggiare è qualcosa di così profondamente estraneo ad ogni molecola del mio essere che cerco sempre di studiarlo, cerco sempre di capire cosa spinga la gente a muoversi pur rimanendo ferma: a muovere il proprio corpo fra mille scomodità tenendo saldamente ferma la mente nel punto da cui si è partiti. Per me il simbolo di quest’entità assurda è l’italiano che mangia spaghetti a New York: ha attraversato un oceano per fare quello che facevi a casa sua. Ha viaggiato rimanendo fermo.
Come si fa dunque ad elaborare un lutto – un lutto che è impossibile elaborare – viaggiando? Cioè compiendo l’azione per eccellenza che nel viaggiatore medio mantiene stabilmente ferma la mente? Può la somma delle incombenze di un viaggio bastare a “distrarre” da qualcosa per cui non esiste distrazione?

Da giorni cerco di capire questo comportamento, cerco di trovare chiavi di interpretazione per qualcosa che proprio mi risulta non solo misteriosa, ma profondamente illogica. Possibile che l’amore delle persone per l’atto del viaggiare sia così profondo da spingerle ad eseguirlo anche in situazioni drammaticamente estreme?
Franco Farinelli mi ha insegnato che noi “moderni” capiamo il mondo rotondo attraverso una mappa piatta, che cioè per noi da secoli vige la “precessione dei simulacri”: l’immagine viene prima, la finzione viene prima. La fiction viene prima della realtà.
E così di punto in bianco, a sorpresa, mi è venuto in mente un film che mi ha aiutato a capire…

Da anni Lars Von Trier fa cose che non capisco, semplicemente perché è uno sperimentatore e non si può capire sempre uno che cambia ogni anno. Però prima del Duemila la sua poetica mi aveva conquistato, e se non ricordo male iniziò tutto con Idioterne (1998), giunto in Italia di sfuggita con il titolo Idioti.
Karen, la protagonista, è una signora che si imbatte per caso in un gruppo di ragazzi che sta portando avanti una specie di contorto esperimento sociale di dubbio gusto: gli appartenenti a questo curioso gruppo vanno in luoghi pubblici… e si fingono ritardati mentali. Perché per Von Trier i ritardati sono angeli: puri e innocenti in quanto privi della malignità delle persone “normali”.

Il gruppo di “idioti” porta avanti il suo progetto – una finzione che serve a smascherare le falle della società contemporanea – in cui entra anche Karen, che è una signora a modo da cui non ci si aspetterebbe l’aderenza a tanto ardore giovanile.
La situazione si scalda e il leader della comune accusa gli altri di star solo giocando, di divertirsi a scandalizzare gente estranea e quindi di non credere nel progetto: li accusa di star facendo gli idioti, non di esserlo. Se vogliono dimostrare di credere davvero nel progetto, devono compiere una specie di “sacrificio”: invece che da estranei, devono andare dai loro parenti e fingersi ritardati: solo allora dimostreranno quella “purezza di spirito” che richiede il leader. Ovviamente nessuno del gruppo è disposto a farlo… ma a sorpresa si offre volontaria Karen…

Quando Karen si presenta a casa propria, davanti al marito e agli altri parenti, con una testimone del gruppo che si dovrà assicurare della riuscita dell’esperimento, tutto il film acquista una potenza devastante. Perché Karen, nel suo salotto per bene con tutta la sua famiglia per bene intorno, inizia a comportarsi da ritardata mentale, a sbavare e ad emettere lamenti, mentre gli altri la fissano raggelati e allibiti.
Può sembrare una critica alla borghesia tanto cara agli autori d’un tempo, ma non è così. Perché quella non è una riunione familiare: è una veglia funebre. Karen ha appena perso il figlio, e l’unico modo che ha trovato di reagire al lutto… è stato viaggiare, elaborando il lutto unendosi ad una banda di idioti, credendo nel loro progetto più di quanto ci credessero loro.

La mappa aiuta sempre a capire il mondo, la finzione è sempre basilare per capire la realtà. Il comportamento della mia collega mi era insopportabile, incomprensibile, quasi scandaloso: come si fa a viaggiare, a compiere cioè un atto frivolo quando non addirittura superficiale, dopo aver subìto un lutto così profondo e destabilizzante? Poi è arrivata la “mappa” dalla Danimarca di vent’anni fa, e mi sono reso conto che il dolore e la compassione che ho provato per Karen, la prima volta che la sua vicenda mi ha colpito, dovevo provarle anche ora per la mia collega. Davanti allo schermo ero più che convinto che nessuno potesse giudicare le scelte di Karen, e trovavo più che comprensibile la totale adesione ad un progetto assurdo: qualsiasi cosa, piuttosto che l’abisso del dolore. Tutto quel sentimento era ingiusto negarlo ora, ad un altro personaggio. (Perché comunque tale rimane per me quella donna, con cui non ho il minimo contatto.)

Continuo a non capire il viaggio, o per la precisione l’amore incondizionato e violento della gente per il viaggio, per questo continuo a studiarlo. Ma senza una mappa, senza cioè la finzione, non ho speranze di comprensione.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 23, 2017 in Uncategorized

 

[Pulp] Lupin contro Holmes 5. Lo scontro continua

Ripresento le uscite originali di un mio speciale a cui tengo molto, che ho curato ben quattro anni fa su SherlockMagazine.it (come passa il tempo!)
Dietro il titolo ammiccante si nasconde una mia lunga ricerca nel nero francese di inizio ‘900, in quel periodo che chiamo la “Guerra del Nero” in cui i giornali facevano a gara a presentare signori del crimine sempre più efferati. Gli effetti di quel periodo narrativamente fertilissimo si sono avuti anche in Italia e durano ancora fino ai tempi nostri.
Preparatevi, perché sarà un viaggio strano: un étrange voyage!

Se non vi va di aspettare, ricordo che l’intero saggio è raccolto in un eBook gratuito liberamente scaricabile qui, sia in formato .mobi (per lettori Kindle), .ePub (per qualsiasi lettore) e .PDF (con immagini).

Lupin contro Holmes 5.
Lo scontro continua

(apparso su SherlockMagazine.it il 12 novembre 2013)

I punti in comune fra il ladro gentiluomo e Sherlock Holmes sono fin troppi: Lupin è un maestro del travestimento («Io stesso non so più bene chi io sia. In uno specchio non mi riconosco più» confessa ne L’arresto di Arsenio Lupin), intelligente e deduttivo ma la cosa più importante è che le sue imprese sono narrate dall’amico, “io narrante” delle storie che si cala perfettamente nel ruolo di novello Watson. (Proprio come le vicende del ladro gentiluomo Raffles sono narrate dall’amico complice Bunny.) Lupin e Holmes tornano a scontrarsi ne Il diamante azzurro, ma parliamo del periodo dopo-veto e Leblanc non può più usare il nome del personaggio di Conan Doyle, quindi lo scontro è con Herlock Sholmès.
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«C’è un uomo capace di combattere Lupin e di vincerlo. Signor Ganimard, le dispiacerebbe se noi chiedessimo l’aiuto di Herlock Sholmès?» La proposta è davvero indecente: chiedere alla parodia se si può scansare per lasciar spazio al titolare! «Il vecchio Ganimard non ha abbastanza forza per lottare con Arsène Lupin» è lo sconsolato commento dell’ispettore. «Herlock Sholmès ci riuscirà? Lo auguro, perché ho per lui la più grande ammirazione. Però è poco probabile… Secondo me un duello tra Sherlock Holmes e Arsène Lupin è una cosa già anticipatamente decisa. L’inglese sarà battuto.» Non è difficile sentire un po’ di veleno dietro queste parole.
Così il fenomenale investigatore di Parker Street, 219 – ebbene sì, questo è l’indirizzo di Holmes nel mondo di Lupin! – viene tirato in ballo e in Herlock Sholmès apre le ostilità lo troviamo in uno scontro che esula sin da subito dal semplice ambiente letterario. «Arsène Lupin contro Sherlock Holmes!… La Francia contro l’Inghilterra. Trafalgar sarà finalmente vendicato!»
Ma non solo i due grandi personaggi si incontrano nel racconto, bensì anche i loro relativi biografi: il Watson inglese e quello (senza nome) francese. Tutti e quattro si ritrovano a tavola, in un momento di tregua, a pranzare amabilmente, eppure Leblanc non disdegna qualche stoccatina. «Quasi cinquantenne, [Sholmès] somiglia a un buon borghese che avrebbe passato la vita dinanzi a uno scrittoio, a tenere dei libri contabili»: non certo il ritratto di un eroe… Ma la finzione letteraria non finisce qui, perché per descriverlo afferma «Si direbbe che la natura si sia divertita a prendere i due tipi di poliziotto più straordinari che l’immaginazione abbia prodotti, il Dupin di Edgar Poe e il Lecoq di Gaboriau, per costruirne uno a suo modo, ancora più straordinario e più irreale.» Insomma, citando i celebri antenati del personaggio di Conan Doyle il buon Leblanc continua a divertirsi a prendere in giro facendo finta di lodare.
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«Ci si chiede veramente, quando si sente il racconto di quelle imprese che l’hanno reso celebre in tutto il mondo, se anche lui, Herlock Sholmès, non sia un personaggio leggendario, un eroe uscito vivo dal cervello d’un grande romanziere, d’un Conan Doyle, per esempio». Malgrado la diffida del padre di Holmes, Leblanc si diverte un mondo a giocare con personaggio e autore.
Come se non bastasse nel 1915, dopo l’arrivo in Inghilterra delle imprese di Lupin, i giornali per l’infanzia si riempiono di storie firmate da Peter Todd (pseudonimo del londinese Charles Harold St. John Hamilton) con protagonista proprio Herlock Sholmes, affiancato dall’inseparabile amico Jotson.
Ma la vera beffa per Doyle – e soddisfazione per Leblanc – arriva proprio in Francia nel 1908, subito dopo il veto. L’umorista Pierre Henri Cami si diverte ad inventare brevi testi teatrali umoristici con protagonista un investigatore pasticcione e incapace: Loufock Holmès, le détective idiot. Non gli mancherà la nemesi in Spectras, criminale abile nei travestimenti con cui se la vedrà in una storia dal titolo esemplare: Spectras contre Loufock Holmès.
Se Conan Doyle si è infuriato per il frizzante Holmes di Leblanc, cos’avrà pensato dell’idiota Holmès di Cami?
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«Se le capita di affrontare Arsène Lupin, abbandoni la partita. È sconfitto in anticipo»: parola di Sherlock Holmes… pardon, di Herlock Sholmès (da L’ultimo amore di Arsène Lupin). «Con Ganimard, con Herlock Sholmès, mi sono divertito, come con dei fanciulli»: parola di Lupin (da Il faraglione cavo). Più Conan Doyle si infuria più Leblanc diventa irriverente, facendo sì che Sholmès stimi Lupin mentre quest’ultimo lo considera un fanciullo. Addirittura giunge a chiamare Sherlock il suo cane! (ne La doppia vita di Arsène Lupin)
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Lo scontro fra i due è inevitabile ma quasi obbligatoriamente mancato: va bene prenderlo in giro, ma battere Sherlock Holmes è davvero troppo anche per Leblanc, e solo alla fine si avverte il profondo rispetto dell’autore francese, che mette in bocca a Lupin un aggettivo particolare per descrivere Sholmès: maître, maestro. « Vede, maestro, qualunque cosa facciamo, non saremo mai sulla stessa sponda. Lei è da una parte del fossato, io dall’altra». Con questa dichiarazione di intenti Leblanc chiude il discorso con l’avversario Conan Doyle così come con i rispettivi personaggi: «Toujours vous serez Herlock Sholmès, détective, et moi Arsène Lupin, cambrioleur» Uno sarà sempre un detective, l’altro un ladro.
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L.

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Pubblicato da su marzo 22, 2017 in Pulp

 

[Books in Movies] Suicide Squad (2016)

La Warner Bros presenta oggi in vendita – sia in DVD che in Blu-ray – uno dei film DC che cerca di fare concorrenza all’avanzata del Marvel Universe: “Suicide Squad” (2016), scritto e diretto da David Ayer.
Per una critica del film rimando a “La bara volante” di Cassidy e “Storie da birreria” di Moreno Pavanello.

L’unico motivo per vedere questo pencolante filmettino è legato alla bella australiana Margot Robbie, che si diverte un mondo nel ruolo parecchio sopra le righe di Harley Quinn: una psichiatra che innamorandosi del Joker perde la testa e diventa una schizzata totale.
Il suo nome è un gioco di parole con Harlequin, il nome anglofono del nostro Arlecchino – infatti il personaggio spesso è ritratta con un costume molto simile al personaggio del nostro folklore – ma è anche il nome di una celeberrima casa editrice specializzata in romance.

Between the Sheets (2014) di Molly O’Keefe

Penso sia per questo che ad un certo punto Harley Quinn viene mostrata nella sua cella intenta a leggere un’autrice di quella casa: la prolifica Molly O’Keefe, che ha pubblicato il suo primo romanzo con la Harlequin a 25 anni. Purtroppo i suoi tantissimi romanzi sono tutti inediti in Italia (tranne uno).

Il romanzo che Harley Quinn stringe fra le mani è “Between the Sheets” (2014), secondo titolo della saga “Boys of Bishop”, che non sono “I ragazzi del vescovo” (che lascerebbe pensare ad un intreccio un po’ pruriginoso) ma si riferisce alla città di Bishop, nell’Arkansas.
Vi traduco “in esclusiva” la trama:

Dopo anni di fuga, Wyatt Svenson si stabilisce a Bishop, Arkansas, per cercare di fare la cosa giusta e di crescere quel figlio che non sapeva nemmeno di aver avuto.
Alto più di un metro e ottanta, gonfio di muscoli guizzanti, a Ty piace avere le mani sporche a forza di riparare motociclette tutto il giorno, tenendo la mente occupata per non pensare agli errori commessi. Poi la sua bella vicina appare all’improvviso alla porta e, senza alcuna presentazione si lamenta del rumore. Prima impressione? Dovrebbe darsi una calmata. Poi scopre che è l’insegnante d’arte della scuola di suo figlio: l’unica disposta ad aiutare il suo ragazzo problematico. Ty ha bisogno di lei. In più di un modo…

Mi sa che il titolo – “Tra le lenzuola” – non è metaforico…

Margot Robbie in Suicide Squad (2016)
Photo by Clay Enos – © 2015 Warner Bros. Entertainment Inc.

L.

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Pubblicato da su marzo 21, 2017 in Books in Movies

 

[Un libro, una storia] Gli inconsolabili

Questa in realtà è la storia di come NON ho letto “Gli inconsolabili” (The Unconsoled, 1995) di Kazuo Ishiguro

Spesso chi mi ha conosciuto dal vivo ha avuto l’impressione che io sia un “pantofolaio”, uno che non si muove volentieri, fraintendendo il mio carattere. Non solo ogni anno copro un numero di chilometri pari alla circonferenza terrestre – ho fatto più volte il giro del mondo io dei sedicenti viveur che si vantano di viaggiare molto! – ma per lavoro anni fa ho girato tutta l’Italia, nel vero senso della parola.
Da Porto Armerina (Sicilia) a Cuneo (Piemonte) mi sono girato tutta la penisola, spesso spostandomi in aereo. Per fortuna era il Duemila quindi non c’era la fobia dell’11 settembre…

Seguendo i sacri consigli del Turista per caso, portavo sempre un voluminoso libro con me anche se in quel periodo burrascoso davvero non avevo la concentrazione giusta per alcun tipo di lettura. Inoltre l’azienda mi aveva fornito un computer portatile e stavo studiando Excel e Poser che mi portavano via un mare di tempo: nessuno dei due software mi serviva per lavoro, ma li trovavo meravigliosi e volevo impararli bene. Visto che ancora oggi li uso – con Excel ci catalogo tutto e ci faccio i conti di casa, mentre con Poser ho disegnato quasi tutte le copertine dei miei eBook in vendita! – direi che è stato tempo speso bene.

Quel periodo scoprii qualcosa degli aeroporti che nessuno mi ha mai detto, né prima né dopo: sono buschi oscuri che risucchiano quantità assurde di tempo. Sarà anche vero che andare da Roma a Milano in aereo è veloce – circa 45 minuti di volo netto – ma se contate i tempi di attesa, prima e dopo, sono assolutamente convinto che in treno si faccia prima…
Avevo quindi in media due o tre ore abbondanti, due volte la settimana, da passare in aeroporto, e la batteria del portatile era fuori discussione: come ogni apparecchiatura informatica, se la usi la batteria dura dieci minuti.
Così optai per portarmi dietro dei libroni che mi avvolgessero e in cui potessi immergermi, anche se dopo – facendo un bilancio dell’esperienza – capii non avevo proprio lo spirito per leggere ed è stato solo un peso inutile.

Visto che ho amato visceralmente Quel che resta del giorno, scegliere un altro libro di Kazuo Ishiguro mi sembrava la soluzione ottimale, anche perché mia madre mi aveva assicurato che Gli inconsolabili era un piccolo capolavoro.
Malgrado il tanto tempo che gli ho dedicato, non sono riuscito neanche a capire di cosa parlasse il libro: avevo la testa piena di troppa roba per poter trovare concentrazione su un volumone di 500 pagine scritte fitte fitte. Ricordo gli sforzi in aeroporto per riuscire a capire una parola dopo l’altra,ma era davvero impossibile, se poi continuavo a controllare lo schermo dove ripetutamente il mio volo veniva spostato di gate o di orario.

Non mi è mai venuta la voglia di leggere con calma questo libro, perché ogni volta che ne vedo la costa ripenso a quei giorni intensi di “stress da viaggio”, in cui ero pieno di formule di Excel, grafici di Poser, istruzioni di lavoro e mille altre cose ancora. Non c’era proprio spazio per Ishiguro…

L.

 
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Pubblicato da su marzo 20, 2017 in Uncategorized

 

John Underwood alias Gene Ayres

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Questa intervista la trovate anche nel mio eBook gratuito Mistero Shakespeare.

Intervista a Gene Ayres
(2011)

Abbiamo incontrato Gene Ayres, giornalista e sceneggiatore statunitense, per parlare del suo Il libro segreto di Shakespeare, romanzo che la Newton Compton ha coraggiosamente portato in Italia e che sta rapidamente scalando le classifiche.
Il termine “coraggio” non viene usato a sproposito: il thriller di Ayres (firmato con lo pseudonimo John Underwood) da molti anni viene rifiutato dagli editori di tutti i Paesi anglofoni del mondo, risultado edito solo in pochi Stati ed ora anche in Italia. Perché questo trattamento? Cosa dice di così pericoloso il romanzo di Ayres?
Di sicuro viene da pensare che, se il libro viene così ostracizzato, forse l’autore ha davvero colto nel segno…

Come è nata in te l’idea di indagare sulla questione Shakespeare, un mistero che dura da circa quattrocento anni?

Mio fratello maggiore, un fisico e in seguito un economista ambientale, è venuto a conoscenza della mistero di Shakespeare mentre frequentava – negli anni Cinquanta – l’Università di Chicago, dove lesse il libro di Calvin Hoffman intitolato The Murder of the Man Who Was Shakespeare [saggio del 1955 molto celebre, inedito in Italia: Hoffman era lo pseudonimo dell’agente teatrale Leo Hochman. n.d.r.] che analizzava il caso del vero autore attraverso i Sonetti. Mio fratello è anche la base del personaggio di Balsavar nel mio romanzo.

Nella nostra famiglia abbiamo sempre avuto un forse senso della giustizia e della storia, discendendo dai primi Quaccheri che arrivarono in America ed essendo stati cresciuti ed educati nella convinzione che quanto ci è stato detto ed insegnato non è necessariamente la verità. Questa convinzione è valida in molti ambiti, dal business alla politica fino alla (posso osare dirlo?) religione, e si applica tanto nel mondo di oggi quanto ai tempi di Shakespeare. Inoltre, vorrei aggiungere, ho usato l’analogia della nascita della corporazione, proprio nell’epoca shakespeariana, per sottolineare l’urgenza di controllare i poteri. L’uomo-Shakespeare, stando ai fatti accertati della sua vita, era un uomo della corporazione molto in gamba, più che un letterato. Così come Robert Greene affermò ai suoi tempi, credo veramente che Shakespeare fu il primo uomo d’affari a scoprire che c’era da fare bei soldi sfruttando scrittori ed artisti: fu il precursore della moderna filosofia di Hollywood, che ha sfruttato anche me in tempi recenti.

La ricerca delle fonti è stata semplice o hai incontrato dei problemi?

No, la ricerca è stata davvero facile ma lo stesso eccitante, specialmente quando si imboccano vie rimaste inesplorate per secoli. Nel caso della verità su Shakespeare, questa è stata nascosta in piena vista, nella British Library, nella Cambridge Public Library e negli archivi del Lambeth Palace, così come negli archivi della King’s School a Canterbury.

Come però succede per molte verità, puntare i riflettori su di esse non è nell’interesse dei potenti: ai tempi di Shakespeare era la Chiesa d’Inghilterra, come nei successivi quattro secoli, i cui appartenenti io definisco “Ayatollah dell’Accademia”, i quali si trincerano sull’idea di Stratford e creano una formidabile barriera contro le rivelazioni sulla verità su Shakespeare. E nascondono così forse la il più grande furto di proprietà intellettuale della storia della civiltà.

È giusto dire che il libro “The Shakespeare Chronicles” in vendita dall’anno scorso su Amazon.com è un tuo saggio scritto sotto pseudonimo?

No, non è così. La prima presentazione delle mie ricerche e teorie apparve nel 2000 sotto il titolo di A Thief for All Time, firmato come E.C. Ayres (che è anche il mio vero nome): non ero un accademico e così nessuno ne fu interessato, perché gli Ayatollah dell’Accademia avevano deciso che solamente uno di loro poteva scrivere su questo tema. Loro insistono che un semplice campagnolo, attore a tempo perso e comproprietario di una compagnia teatrale, senza educazione né libri né lettere, privo di amicizie con chiunque eccetto forse Ben Jonson (per il quale comunque non esistono prove), DEVE aver scritto quelle opere, semplicemente perché c’è il suo nome su di esse. Faccio notare che Luois B. Mayer e Joseph E. Levine hanno apposto il loro nome su ogni film prodotto nell’Hollywood dei primi anni eppure non hanno mai scritto una sola parola. Stesso dicasi per Clint Eastood o per Paul Newman che non hanno scritto le battute che li hanno resi celebri. E questi accademici continuano a fare barriera malgrado tutte le obiezioni ed osservazioni sollevate da nomi illustri come Mark Twain, Samuel Coleridge ed anche il Conte von Bismark, fra gli altri.

Io sono convinto che a causa del soggetto sia alla versione saggistica che a quella romanzata del mio lavoro sia stata impedita la pubblicazione nei Paesi in lingua inglese, dove Shakespeare rimane un’icona se non una divinità, indipendentemente se esistano prove che lui abbia avuto un’educazione o che abbia scritto qualcosa. (Entrambi i suoi genitori e i suoi figli erano analfabeti e lui firmò il certificato di matrimonio con una X, e non possedeva alcun libro al momento della morte). Sono state pubblicate sei traduzioni del mio romanzo – sette, contando ora l’Italia – e ancora il manoscritto originale rimane nel mio cassetto. Spero che il film Anonymous, che tratta Shakespeare come un truffatore come ho fatto io per primo, serva ad aprire un dialogo con gli editori. Intanto il mio manoscritto gira da quasi dieci anni.

Il film però sceglie il candidato sbagliato (il sedicesimo Earl di Oxford) per il ruolo di vero autore, che a me va pure bene. Ma il libro con il titolo The Shakespeare Chronicles che potete trovare su Amazon è in realtà la versione che è dapprima circolata nel 2000 per le case editrici e produttori negli States. In seguito è divenuta il libro nel libro. L’“autore” delle cosiddette Chronicles, Desmond Lewis, è il personaggio del mio romanzo che viene ucciso prima di poter pubblicare un manoscritto che riveli la verità su Shakespeare. Il manoscritto in questione finisce nelle mani di un editore di New York che, non proprio autorizzato, lo mette in vendita su Amazon. (Recupererò i diritti di quel testo, casualmente, il 1° gennaio 2012.)

The Shakespeare Chronicles di Lewis presenta quindi in forma di saggio i fatti di cui io parlo nel romanzo – che Shakespeare era un truffatore e un profittatore, e che il vero autore delle opere che portano il suo nome ha dovuto lasciare l’Inghilterra a causa di una condanna a morte per eresia.

Come mai la scelta di questo pseudonimo per il romanzo?

Mentre Desmond Lewis è un nome inventato, John Underwood è un nome di famiglia, risalendo indietro di molte generazioni da parte di mio padre. Il suo nome era John Underwood Ayres e il padre di sua madre fu il fondatore della compagnia che produsse le macchine da scrivere Underwood, e la linea di discendenza arriva fino ai tempi in cui Shakespeare intratteneva rapporti con la Globe Theater Company, in quanto uno degli appartenenti alla compagnia era un giovane attore di nome John Underwood. Di nuovo, una storia nella storia.

Il saggio firmato Lewis è edito in lingua inglese, ma il romanzo firmato Underwood no: cosa ne pensi della questione?

Come ho detto prima, il mio agente già da sette anni ha venduto i diritti del romanzo a degli editori – fra cui la Newton Compton di Roma – ma nessun editore di lingua inglese si è dimostrato interessato all’acquisto. Spero che la situazione cambi, ma finora anche il saggio pubblicato come “Desmond Lewis” rimane inedito, in definitiva, visto che è pubblicato da me, il suo autore, il che non è mai una buona cosa!

Io pubblicherò una versione corretta del testo per la fine dell’anno e il romanzò vedrà una versione pubblicata a livello professionale da un amico editore qui in Seattle, Luanne Brown, dedicata al pubblico di lingua inglese.

Ci tengo a sottolineare che l’editor della Newton Compton, Olimpia Ellero, ha fatto davvero un ottimo lavoro, sottoponendomi alcuni errori importanti che ho potuto così correggere.

Senza rivelare troppo della storia del tuo romanzo, chi pensi abbia scritto realmente le opere di Shakespeare?

Sono d’accordo con Emmerich e il suo sceneggiatore che non fu di sicuro Shakespeare. Sono in disaccordo sul fatto che il vero autore fosse Oxford, che le prove rivelano chiaramente essere poco più che un altro viziato membro della classe “nobile” che amava ogni tanto dilettarsi nella scrittura di alcuni (pessimi) poemi. Le prove che io ho trovato indicano un altro autore, che ora non svelerò, e sono tutte nel mio romanzo.

Hai già visto (o vedrai) il film “Anonymous” di Roland Emmerich? Credi che una semplice sceneggiatura (per forza stringata e senza bibliografia) possa spiegare bene un mistero così complesso?

Non ho ancora visto il film, ma lo farò. Dalle recensioni che ho letto sospetto che abbiano fatto una storia troppo complicata, con molti personaggi e poco sviluppo, ma giudicherò dopo averlo visto. In ogni caso sono più che certo che le conclusioni del film siano fallaci.

Tornerai a scrivere di William Shakespeare?

Sì, sto già pianificando un sequel del mio romanzo, e spero che per farlo potrò passare un po’ di tempo in Italia, dove così tante opere shakespeariane sono ambientate, e per una buona ragione (Shakespeare non mise mai un piede fuori dall’Inghilterra). Sono convinto che ci siano altri documenti e fatti da scoprire nel vostro Paese, casa del Rinascimento, dove il Vero Autore si è andato a rifugiare durante il suo esilio.

Ci sono ancora capitoli da scrivere o da raccontare, ambientati nelle città del nord dove il Vero Autore molto probabilmente si nascose, inclusa quella Padova dove Calvin Hoffman scoprì la sua discendenza e la sua tomba, nonché una data di morte intorno al 1620, che calza a pennello con la storia. Mi piacerebbe scoprire quella tomba e seguire la pista da lì. Così sto pianificando un seguito che sarà in buona parte ambientato in Italia: per l’occasione cercherò di imparare un po’ di italiano, come quasi certamente dovette fare il Vero Autore a suo tempo.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 28 novembre 2011.

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Pubblicato da su marzo 18, 2017 in Interviste

 

[Pulp] Lupin contro Holmes 4. La nascita di Herlock Sholmès

Ripresento le uscite originali di un mio speciale a cui tengo molto, che ho curato ben quattro anni fa su SherlockMagazine.it (come passa il tempo!)
Dietro il titolo ammiccante si nasconde una mia lunga ricerca nel nero francese di inizio ‘900, in quel periodo che chiamo la “Guerra del Nero” in cui i giornali facevano a gara a presentare signori del crimine sempre più efferati. Gli effetti di quel periodo narrativamente fertilissimo si sono avuti anche in Italia e durano ancora fino ai tempi nostri.
Preparatevi, perché sarà un viaggio strano: un étrange voyage!

Se non vi va di aspettare, ricordo che l’intero saggio è raccolto in un eBook gratuito liberamente scaricabile qui, sia in formato .mobi (per lettori Kindle), .ePub (per qualsiasi lettore) e .PDF (con immagini).

Lupin contro Holmes 4.
La nascita di Herlock Sholmès

(apparso su SherlockMagazine.it il 6 novembre 2013)

«Ganimard, dimentichi il tuo orologio».
«Il mio orologio?»
«Sì, si è smarrito nella mia tasca».
Cos’è un personaggio protagonista senza un’ottima spalla da martoriare con mille battute e lazzi?

Non pago di torturare il povero ispettore Ganimard, suo antagonista fisso, ad un certo punto Maurice Leblanc decide che Lupin ha bisogno di una spalla di più alto livello, di incontrare quindi il personaggio di cui è palese parodia: il 15 giugno 1906 su “Je sais tout” appare Sherlock Holmes arrive trop tard… e tutto esplode. Esplodono i fan estasiati, ma soprattutto esplode Sir Arthur Conan Doyle… che si infuria a morte e diffida Leblanc dall’usare ancora il nome del suo personaggio!
.
«Domani, alle quattro di sera, Sherlock Holmes, il grande poliziotto inglese per il quale non vi sono misteri, Sherlock Holmes, il più straordinario decifratore di enigmi che si sia mai visto, il prodigioso personaggio che sembra forgiato di sana pianta dall’immaginazione di un romanziere, Sherlock Holmes sarà mio ospite».
È davvero facile sentire dietro queste parole il riso divertito di Leblanc che sta giocando con la realtà e la citazione. In fondo cos’è il suo Lupin se non la versione contraria di Holmes e Ganimard la sua parodia?
«Ganimard è il nostro migliore detective. Vale quasi… vale quasi Sherlock Holmes!» Non è quindi la prima volta che nell’universo di Lupin fa capolino il detective britannico. Ma il 15 giugno 1906 tutto cambia, perché mentre Lupin sta scappando dal luogo dove ha compiuto un furto in grande stile, incontra per la strada proprio lui, Holmes, che sta arrivando per indagare.

«Se qualcuno avesse potuto sorprenderli in quell’istante, sarebbe stato uno spettacolo commovente il primo incontro di questi due uomini così potentemente armati, tutti e due veramente superiori e destinati fatalmente per le loro speciali attitudini a scontarsi contro due forze uguali che l’ordine delle cose spinge l’una contro l’altra attraverso lo spazio.» L’estasi di Leblanc è tangibile, ma tutta la sua stima per il detective inglese non gli impedisce di prenderlo un po’ in giro.
Dopo che questi risolve l’enigma del furto di Lupin in tempo brevissimo, denotando quindi grandi doti deduttive, andandosene inciampa in un pacchetto lasciato da Lupin prima di fuggire. Lo apre, e trova dentro… «È il suo orologio!» esclama il padrone di casa: «Arsène Lupin le rimanda il suo orologio!» Con uno scroscio di risa in faccia al povero Holmes, scopriamo che durante l’epico incontro dei due Lupin ne ha approfittato per quel gesto che solitamente dedicava a Ganimard: il furto dell’orologio.
Sherlock Holmes nasconde a malapena grande stizza e promette che metterà in futuro la mano su Lupin. «Ho idea che Arsène Lupin e Sherlock Holmes s’incontreranno di nuovo un giorno o l’altro… Sì, il mondo è troppo piccolo perché non s’incontrino. E quel giorno…» Le monde est trop petit pour qu’ils ne se rencontrent pas… et ce jour-là… Con questa sospensione si chiude il primo incontro di un personaggio e della sua parodia, divenuta talmente importante da permettersi di dileggiarlo.

Fin qui si è usato il nome vero e completo del personaggio di Conan Doyle, esattamente com’è apparso sulle pagine di “Je sais tout” nel 1906. Quando poi nel 1907 i racconti di Leblanc sono stati raccolti in volume – Arsène Lupin, gentleman cambrioleur – e sono arrivati oltremanica, l’ira dello scrittore britannico è calata sotto forma di vie legali: come si è anticipato, Leblanc si ritrova diffidato dall’utilizzare ancora il nome di Sherlock Holmes. Nessun problema: nasce immediatamente Herlock Sholmès con tanto di ineffabile Wilson al suo fianco. In fondo, tutti al mondo possono capire a chi veramente si sta riferendo Leblanc…
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Sebbene le raccolte dei racconti di Lupin arrivino prestissimo in Italia, lo stesso parliamo del dopo-veto doyleano, quindi i lettori dei Romanzi del Corriere della Sera, dal 1911 in poi, fanno la conoscenza direttamente di Sholmès, ignorando il gusto di leggere su carta il vero nome del personaggio dileggiato da Leblanc.
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L.

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Pubblicato da su marzo 17, 2017 in Pulp

 
 
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