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[Books in Movies] Mamma mia, che impressione! (1951)

Una delle belle edicole anni Cinquanta

Nel cinema italiano d’un tempo c’era sempre spazio per una edicola, come per esempio in questo “Mamma mia, che impressione!” (1951) di Roberto Savarese, con protagonista un giovane Alberto Sordi impegnato nel suo personaggio comico dell’epoca.

Il protagonista ogni mattina passa in edicola per leggere a sbafo il giornale e segnarsi su un taccuino notizie che possano essergli utili, scatenando quindi le comprensibili ire dell’edicolante.

Si vede bene “Epoca”?

Il quale però non si sottrae allo spirito della scena e rimane in posa plastica tenendo bene a favore di camera un numero di “Epoca“, settimanale che la Arnoldo Mondadori Editore ha fondato il 14 ottobre 1950, pochi mesi prima dell’uscita del film.

Citata in lavorazione già a febbraio, è nell’aprile 1951 che la pellicola arriva nei cinema, ma i legami con l’ottobre 1950 non finiscono qui.

Chi segue questa rubrica sa che la Mondadori investiva molto nelle “marchette filmiche”, quindi dallo stesso mese in cui è nato “Epoca” prende un numero della sua prestigiosa collana “Il Giallo Mondadori” e lo mette bene in primo piano (in basso a destra). Il titolo non riesco a leggerlo ma l’immagine di copertina mi sembra proprio quella del numero 99 (7 ottobre 1950), dal titolo “Di bene in meglio” (Gold comes in Bricks, 1940) di A.A. Fair (pseudonimo del celebre Erle Stanley Gardner).

Per finire, un bel primo piano de “La Domenica del Corriere” diretto da Eligio Possenti: all’epoca il settimanale più venduto d’Italia.

L.

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Pubblicato da su febbraio 19, 2018 in Books in Movies

 

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[Pseudobiblia] The Face of an Angel (2014)

La Sound Mirror ed Eagle Pictures hanno portato in Italia un film che se non ci arrivava non è che si offendeva qualcuno. A distribuirlo con il vero titolo – “The Face of an Angel” (2014) – non avrebbe capito nessuno l’argomento trattato, e visto che siamo la patria della grande creatività, basta aggiungere un nome e il gioco è fatto: “Meredith. The Face of an Angel“.

C’era bisogno di un film britannico ambientato in Italia che raccontasse di un brutto caso di cronaca? No, non c’era bisogno. Però Michael Winterbottom ormai s’è innamorato dell’Italia, e dopo “Genova” (2008) e “The Trip to Italy” (2014) proprio non aveva voglia di abbandonare il Bel Paese, che tanto piace agli stranieri. E te credo, c’hanno le tasche piene e vanno nei posti più in e sciccosi: venite in coda agli uffici postali delle periferie cittadine, poi voglio vedere se vi passa l’amore per l’Italia…

Sebbene abbia cambiato i nomi, il film parla dell’omicidio di Meredith Kercher senza avere assolutamente nulla da dire sull’argomento. La tarma parte quando il registino Thomas (un Daniel Brühl antipatico più del solito) si imbatte in un libro che affronta lo scottante caso di cronaca e decide di girarci un film. Non vuole fare un documentario ma una fiction con protagonista un uomo che va alla ricerca della “verità” e trova cose strane.
Cosa sono le “cose strane”? Be’, mettetevi nei panni di un anglofono: cosa c’è di affascinante in Italia? L’inferno di Dante, no? Quindi ecco visioni sconclusionate di ciò che un anglofono crede sia la Divina Commedia.

Siamo a Siena – ok, l’omicidio originale è di Perugia ma qui si cambiano proprio tutti i nomi – e si sa che a Siena tutti stravedono per Dante Aligihieri: è ben noto l’amore profondo dei senesi per tutti i fiorentini…
Ovviamente Thomas è anglofono quindi sorseggia vino mentre dalla terrazza ammira la celebre campagna toscana: tutti gli italiani possono farlo, no? Thomas passa la serata a seguire sue connazionali per localini, si impasticca, pippa la qualsiasi, si ubriaca, va a donne, e insomma compie un profondo viaggio interiore alla ricerca… boh, ma che ne so, mica s’è capito che cacchio sta cercando…

Ah, c’è pure Valerio Mastandrea che fa un ruolo scritto male che non si sa cosa voglia dire. (Non è colpa sua, è proprio lo sceneggiatore che sta fuori di brutto.)

Il “libro falso” da cui nasce tutta la storia

Questo montarozzo fumante di stereotipi a tocchettini, tipico del cattivo gusto anglofono, nasce tutto da uno libro. Anzi, da uno pseudobiblion.
Come dicevo, il protagonista Thomas prende l’idea del viaggio dopo aver letto il libro “The Face of an Angel. The True Story of Student Killer Jessica Fuller” della giornalista Simone Ford, interpretata dalla sempre bella (ma gelida) Kate Beckinsale. E in effetti la sceneggiatura (va be’, chiamiamola così) di Paul Viragh (che di mestiere fa l’attore!) si basa proprio sul saggio di una giornalista: “Angel Face: Sex, Murder, and the Inside Story of Amanda Knox” (2010) scritto da Barbie Latza Nadeau.

Quarta di copertina con tanto di foto della pseudo-giornalista

Così come il “libro falso” mostrato in video è edito dalla Beast Books, cioè la stessa casa del vero libro della Nadeau, seguendo il medesimo gioco tra falso e reale la pseudo-giornalista Simone Ford ricalca la vera giornalista Nadeau, vivendo stabilmente in Italia.

Simone Ford (Kate Beckinsale) nei panni di Barbie Latza Nadeau

Ovviamente il protagonista mica incontra la giornalista in un baretto fetente di quartiere, con le patatine appese al muro. No, i due chiacchierano amabilmente da Rosati

E mettiamoci una marchetta a Rosati…

Thomas comunque non si accontenta della Ford e lo vediamo tirar fuori dalla valigia altri saggi, che a quanto mi sembar di vedere non trattano sempre l’argomento.

Una borsa piena di libri

Purtroppo non sono riuscito a stabilire se si tratti di libri veri o di saggi inventati appositamente per il film…

La morale dunque è che in Italia di sera la gente va per le strade indossando maschere strane – mica solo a Carnevale, no: tutto l’anno! – c’è Dante dappertutto e il vizio si annida ovunque. O almeno questo è il pensiero di tutti gli anglofoni che girano film sull’Italia.

La mia domanda è: quando poi un anglofono viene in Italia, si accorge che non è vero niente? Possibile che non noti che tutti i film stranieri sull’Italia sono solo imbarazzanti buffonate razziste? A quanto pare no…

L.

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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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L’Etrusco attraverso l’Obsidian Mirror

Il vostro Etrusco preferito partecipa all’iniziativa “The Guest Blogger“, andando ospite nel blog del mistero The Obsidian Mirror. Al momento di raccogliere questo invito ho pensato a cosa poter proporre ad un blog che si occupa di misteri intriganti, nel senso più ampio dell’espressione, io che pur subendo l’innegabile fascino del “misterioso” non tratto mai di misteri inspiegati? Perché non provare a stuzzicare i lettori con un mistero che non è un mistero ma è ammantato di mistero?

Per l’occasione presento in quattro puntate il mio saggio breve “Notovitch e la vita segreta di Gesù“, primo numero della mia collana digitale “Storie da non credere”, dedicata appunto a quei misteri librari che in realtà sono più assimilabili a truffe o comunque macchinazioni non limpide. Sembrano storie incredibili, ma sono semplicemente da non credere.

Se volete sapere dell’incredibile viaggio di Notovitch fino ad un monastero sperduto, da cui è tornato con un testo misterioso, potete acquistare a € 0,99 il saggio in tutte le librerie on line… oppure seguire lo speciale a puntate su The Obsidian Mirror, che inizia qui.

Ecco la trama:

Da esattamente 120 anni molti sono convinti che Gesù Cristo passò l’infanzia in India, o che comunque i suoi insegnamenti arrivarono subito in questa terra grazie ai mercanti che “sparsero la voce”. Chi crede questo, in buona o cattiva fede, di solito non si rende conto che l’idea circola appunto da soli 120 anni: nei secoli precedenti alla data del 1894 non si pensava affatto a questa “ipotesi indiana”. Cosa è successo in quella data? Perché da quel momento la tesi di Gesù in India è argomento di discussione, visto che è totalmente campata in aria? Semplicemente nel 1894 apparve l’opera di un fantomatico giornalista russo che raccontava una storia incredibile… nel senso che è da non credere.

La collana “Storie da non credere” si occupa di truffe librarie o comunque di vicende legate a fenomenali ritrovamenti accompagnati da storie più attinenti alla sfera della fiction che alla realtà. Da secoli libri incredibili sono accompagnati da storie incredibili… che spesso sono appunto da non credere..

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 14, 2018 in Uncategorized

 

Ti ucciderò, Happy Days

Potreste aver sentito parlare di questa serie

Lo ammetto, il titolo è un po’ un click bait, un’esca per far finire qui il distratto lettore occasionale: perché Lucius vuole uccidere Happy Days? Solo perché viene trasmesso ogni giorno ininterrottamente da quarant’anni? Che abbiamo perso migliaia di serie televisive perché c’era sempre e solo e unicamente Happy Days? Perché se adesso mi capita di sentire anche solo due note della sua sigla cado preda di convulsioni? Perché non ho mai capito cosa ci fosse di così stramaledettamente piacevole in questa serie da giustificare la sua replica eterna?
No… cioè sì… cioè no, non è di questo che voglio parlare: anche se non sembra, il titolo è puramente… librario!

La prima puntata, “All the Way” (1×01), risale al 15 gennaio 1974 ed arriva in Italia l’8 dicembre 1977 con il titolo “Fino in fondo” (fonte: Wikipedia). Fra una hit dell’epoca e un’altra, la vicenda si apre su Potsie (Anson Williams) che trascina fuori da un locale, con fare losco, l’amico Richie Cunningham (il futuro regista Ron Howard): ha qualcosa di “scottante” da mostrargli. Nel parcheggio il cospiratore Potsie mostra all’amico l’oggetto di tanta segretezza: la versione tascabile del romanzo “I, the Jury” di Mickey Spillane, pagata 25 centesimi.

Spaccio di libri nel parcheggio del locale

La serie televisiva è ambientata negli anni Cinquanta quindi è plausibile trovare la ristampa economica del celebre romanzo del 1947, prima avventura dello storico personaggio Mike Hammer dal luminoso futuro. (Anche se non so oggi, in un’Italia che non legge più da decenni, quanti ancora se lo ricordino.)

Mike Hammer interpretato da Stacy Keach in TV dal 1983 al 1998

L’edizione è quella della E.P. Dutton, storica casa editrice ancora “indipendente” all’epoca delle riprese: l’anno successivo sarà acquisita dalla tedesca Elsevier e nel 1986 entrerà a far parte dell’internazionale Penguin Group.
Purtroppo non sono riuscito a risalire all’edizione mostrata nel telefilm.

A pochissimi minuti dall’inizio del primo episodio, già il direttore del doppiaggio Marcello Duranti (fonte: AntonioGenna.it) incontra il primo problema: far pronunciare ai doppiatori il titolo del romanzo che viene inquadrato o il titolo italiano del libro, molto diverso? Sceglie la seconda opzione, e credo sia la scelta migliore: non solo perché eventuali spettatori interessati potevano così andarsi a cercare il romanzo di Spillane nell’edizione italiana, ma anche perché il titolo nostrano è molto più attinente al motivo per cui il libro è presentato.
I, the Jury, arriva in Italia già nel 1953 come secondo numero della collana “Serie Gialla” (Garzanti) con l’autorevole traduzione di Bruno Tasso e il titolo italiano “Ti ucciderò“.

Probabilmente il romanzo arriva in Italia perché nello stesso 1953 Harry Essex ne trae il film I, the Jury. Pensate che in Italia film e romanzo possano avere lo stesso titolo? Ovviamente è impossibile, così il film è stato distribuito come “La mia legge“. Ma il capolavoro arriva quando Richard T. Heffron gira nel 1982 un altro film tratto dallo stesso romanzo, chiamandolo ovviamente I, the Jury. Come viene distribuito in Italia? “Io, la giuria“..
Quindi nel nostro Paese, patria della creatività, abbiamo ben tre titoli diversi per un’unica storia…

Conquistare una ragazza con una lettura proibita

Tornando al primo episodio di Happy Days, Potsie ha organizzato un appuntamento al buio fra Richie e la bella Mary Lou Milligan (Kathy O’Dare), ragazza che ha fama d’essere “vissuta”. È uscita con gli studenti dell’ultimo anno quindi Richie, che è una matricola, parte svantaggiato: Potsie pensa che abbia bisogno di un “aiutino”, e Mickey Spillane è la soluzione perfetta.

«Le leggo il libro?»
«No, le leggi le parti più spinte. E perché capisca che per te è routine, quando leggi fai “ahahah”: ci ridi sopra. Ti prenderà per uno pratico.»

Il piano è machiavellico. All’epoca il genere hardboiled è considerato “roba da duri”, da uomini della strada, quindi secondo il ragionamento di Potsie uno che legga un romanzo di Spillane come se niente fosse sicuramente apparirà un duro agli occhi di una ragazza “navigata”.

Richie se la ride: per lui quella è acqua fresca

Richie accetta e quando nel locale si ritrovano al tavolo con la ragazza, e Potsie gli fa cenno di iniziare a “fare il duro”, il ragazzo con fare strafottente tira fuori il libro e comincia a leggere.

«Io ti ucciderò di Mickey Spillane. Copyright 1947 per la E.P. Dutton and Company. Tutti i diritti riservati. Nessun brano di quest’opera…»

Il piano non è andato come previsto, ma pare che lo stesso abbia funzionato: la ragazza sembra interessata a Richie. Quando poi la sera i due si ritrovano da soli, il ragazzo è talmente impacciato davanti ai chiari segnali che gli lancia Mary Lou, che preferisce darsi tono continuando la lettura del romanzo.

«I suoi occhi penetravano nei miei. In fondo ero un uomo. Mi buttai su di lei e portai la sua bocca sulla mia. Il suo corpo era tutto una fiamma…»

Nessuno può rimanere impacciato davanto a questo testo, soprattutto nei morigerati e bacchettoni anni Cinquanta. O comunque nell’immagine ideale che negli anni Settanta si voleva dare di quel periodo.

Galeotto fu Mickey Spillane

Richie legge solo degli estratti dalla fine del quinto capitolo del romanzo: ecco il passaggio completo, per gustare un po’ di rudezza del 1947.

I suoi occhi erano allacciati ai miei, sfavillanti. Occhi viola, di un viola acceso e selvaggio. La sua bocca era morbida, umida e provocante. Sembrava che non vedesse l’ora di sbarazzarsi del négligé. Una spallina era scivolata giù e il rosa metteva in evidenza la sua pelle abbronzata. Mi domandai come prendesse il sole. Non aveva i segni del costume da bagno. Allungò le gambe con un gesto studiato e inarcò la schiena come una gatta fuori misura, lasciando che la luce scivolasse sui muscoli guizzanti delle sue cosce nude.
Sono solo un essere umano. Mi chinai sopra di lei accogliendo la sua bocca sulla mia. Lei era protesa verso di me, le braccia strette attorno al mio collo. Il suo corpo era incandescente; la punta della sua lingua cercò la mia. Rabbrividiva sotto le mie mani dovunque la toccassi. Ora sapevo perché non era sposata. Un solo uomo non sarebbe mai stato capace di saziarla. Afferrai l’orlo del négligé e con un movimento brusco lo aprii, scoprendo il suo corpo snello e nudo. Lei rimase ad aspettare che i miei occhi avessero esaminato ogni millimetro della sua pelle abbronzata.
Presi il cappello e me lo calcai in testa. «Allora è tua sorella quella con la voglia sul fianco» le dissi alzandomi. «Ci vediamo».
Quasi mi sarei aspettato una valanga di insulti mentre mi dirigevo verso la porta, ma restai deluso. Invece udii una risatina debole e distante. Cosa avrei dato per sapere come aveva reagito Pat a quello spettacolo. D’un tratto mi ero reso conto che Mary Bellemy era come una trappola messa sulla mia strada mentre Pat proseguiva per la sua. Uh, be’, gliela avrei fatta pagare per quello scherzetto. Conoscevo un’attraente prostituta che lavorava sulla Terza Strada che amava fare scherzi di questo tipo, specialmente ai poliziotti. Più tardi magari…

L.

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Pubblicato da su febbraio 12, 2018 in Books in Movies

 

Food Porn (2016)

Ci sono meccanismi che sfuggono totalmente alla mia comprensione, e pratiche socialmente accettate ed anzi esaltate che costituiranno per sempre un mistero ai miei occhi: una di queste è l’ossessione per il food porn. Non intendo la passione per il cibo, che mangiare piace anche a me, intendo l’ossessionante esplosione multimediale che c’è stata negli ultimi anni.
Quando mi è capitato sotto gli occhi fortuitamente il saggio “Food porn. L’ossessione del cibo in TV e nei social media” (2016) di Luisa Stagi – ricercatrice presso il DISFOR (Dipartimento di Scienze della Formazione) dell’Università degli studi di Genova – credevo di aver trovato una bella “fonte di spiegazioni”. Purtroppo così non è stato, anche se è stata una bella lettura.

Metto subito in chiaro che il testo è molto interessante e ben scritto, è pieno di informazioni ben documentate quindi è sicuramente un saggio da consigliare, ma il problema è che analizza un fenomeno con dovizia di particolari lasciando molto in sottofondo la spiegazione di detto fenomeno, che è quello che cercavo io.

Per semplificare per food porn pare si intenda quell’usanza per cui si fotografa il cibo, e la mia domanda è: perché in più di cento anni dalla nascita della fotografia mai nessun privato ha avuto l’idea di fotografare il proprio piatto? Perché solamente dopo l’inizio degli anni Duemila è esplosa questa pratica?
La risposta più ovvia è che ora fare foto è semplice e gratuito, ma mi permetto di dissentire. Sia perché le prime macchinette digitali sono apparse negli anni Novanta, sia perché anche chi scattava mille foto l’anno non ha mai, MAI, pensato a fotografare il proprio cibo.

Ho partecipato a più matrimoni e compleanni di quanto mi sarebbe piaciuto, e in ognuno di essi ho portato telecamera e macchinetta fotografica. Ho inquadrato, registrato e ritratto cose che voi umani non potreste neanche immaginare, e sempre capitava che mi facessero un gesto e – contando sul fatto che ero io a pagare lo sviluppo delle foto – mi chiedessero di fotografare qualcuno o qualcosa. Una foto con la nonna, una foto allo sposo con la cravatta tagliata, al pupo che con le dita nel naso, al cane che fa la cacca, al nonno che dorme. E queste erano le richieste migliori…
Mai nessuno, in vari decenni di feste in cui ho scattato foto “a gratis”, mi ha mai chiesto di fotografare un qualsiasi cibo. Perché invece ora ristoranti e pizzerie sono pieni di gente che si fotografa i piatti? Magari la risposta è semplice, ma intanto rimano in attesa che qualcuno si ponga la domanda.

Le mode fanno fare cose strane alla gente che le segue, e il food porn è sicuramente la più simpatica delle stranezze che nascono e muoiono, ma il problema è che questa è solo la punta dell’iceberg della cucina, che ha invaso ogni singolo aspetto della multimedialità. Trasmissioni di cucina esistono da quando esiste la TV e – ci ricorda l’autrice – libri di cucina vengono stampati da quando esiste la stampa, ma allora – mi chiedo io – perché dopo il Duemila c’è stata un’impennata che dura da vent’anni e non accenna a smettere? Cos’è cambiato con il nuovo millennio?

Una vaga risposta sono comunque riuscito ad ottenerla, dal saggio, o comunque un’idea: il fatto che dopo il Duemila l’estetica sia diventata di un’importanza raramente riscontrabile in precedenza. E il food porn e ogni trasmissione di cucina e ogni libro di cucina non ha NULLA a che vedere con il cibo. Ha tutto a che vedere con l’estetica: ciò che conta è l’impiattamento e l’aspetto esteriore, non se ciò che hai messo nel piatto ti piacerà e ti sazierà. (Qualità invece principali per qualsiasi pasto.)

Se di cibo non so nulla, di cinema sono più ferrato, seguendolo appassionatamente da più di trent’anni. E sebbene ci sia un ritardo, sicuramente nella seconda decade del Duemila il cinema “alto”, quello osannato dalla critica, è basato esclusivamente, maniacalmente, ciecamente sulla vuota estetica. (Sembra un pleonasmo, visto che l’estetica è per definizione pura apparenza, quindi vuota, ma lo intendo come rafforzativo.)
Quella pura superficialità che una volta sarebbe stata criticata aspramente come esperienza vana, vaga e vacua, oggi invece è definita “arte”. Non importa la trama, non importa che sia una boffonata da far raccapriccio: se un film è girato in modo esteticamente accattivante allora è un capolavoro. Quindi vale lo stesso discorso di un cibo ben impiattato, al di là se sia buono o meno.

Dopo averli paventati per decenni, sono arrivati i tempi in cui il messaggero è il messaggio: ciò che conta è la bellezza delle lettere, non ciò che esse dicano. Cibo e cinema partono dallo stesso assunto – sono entrambi esperienze puramente superficiali che però ambiscono a “riempire” in profondità – ed arrivano allo stesso risultato: un piacere superficiale ed inappagante. Formula perfetta per qualsiasi dipendenza. Rimanere eternamente insoddisfatti dal cibo ci spinge a cercarne altro: che sia questo il segreto del successo della culinaria multimediale di questi anni?

Arrival (2016), esempio di splendida esperienza superficiale ma vuota

La mia ricerca continua, magari dovrò aspettare anni prima che qualche studioso azzardi una spiegazione di tutto questo superficiale interesse per un’esperienza già superficiale di suo – mangiare è un bisogno fisiologico, ogni tanto andrebbe ricordato – e magari sappia spiegarmelo. Per il cinema, invece, sarà finita la civiltà sulla Terra prima che qualche critico o studioso dirà qualcosa di diverso dalla vulgata comune, quindi la questione non sarà mai affrontata.

L.

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Pubblicato da su febbraio 9, 2018 in Recensioni

 

I libri “gattosi” di BoJack Horseman (2017)

Nel mondo di BoJack Horseman umano ed animale è tutto fuso e ogni distinzione perde di senso: i libri non fanno eccezione. Siamo arrivati a quota quattro stagioni per la serie televisiva animata della Netflix che può vantare ottime sceneggiature e idee sorprendenti: per le recensioni rimando al blog “La Bara Volante”, che ha trattato la prima/seconda, terza e quarta stagione.

Nella puntata 4×02, “La vecchia casa dei Sugarman“, l’agente cinematografica Princess Carolyn – una gatta in carriera – presenta una piccola libreria di libri… gattosi!
Ecco la deliziosa lista dei titoli con le fusa (prrr).

  • Purrsepolis – credo che si rifaccia a “Persepolis” (Persepolis. Histoire d’une femme insoumise, 2000), fumetto dell’autrice iraniana Marjane Satrapi.
  • The Color Purrple – dal romanzo “Il colore viola” (The Color Purple, 1982) di Alice Walker
  • The Big Book of Pajamas –
  • Consider the Lobster – dall’antologia di saggi “Considera l’aragosta” (Consider the Lobster, 2005) di David Foster Wallace
  • Purrmese Days – dal romanzo “Giorni in Birmania” (Burmese Days, 1934) di George Orwell
  • Purrity – dal romanzo “Purity” (2015) di Jonathan Franzen
  • Romeow and Juliet – dal dramma “Romeo e Giulietta” (Romeo and Juliet, 1596) di William Shakespeare
  • Me Meow Pretty One Day – dalla raccolta di saggi umoristici “Me Talk Pretty One Day” (2000) del comico David Sedaris, fratello di quella Amy Sedaris che in originale dà la voce proprio a Princess Carolyn. (In Italia, Giovanna “Giò Giò” Rapattoni).
  • A Tale of Two Kitties – dal romanzo “Racconto di due città” (A Tale of Two Cities, 1859) di Charles Dickens

L.

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Pubblicato da su febbraio 7, 2018 in Pseudobiblia

 

[Books in Movies] Signore e signori, buonanotte (1976)

Risale addirittura al 27 agosto 2017 la mail di Ivano Landi che mi segnala una deliziosa citazione letteraria in un film, che con la mia consueta velocità e prontezza… ci ho messo più di cinque mesi ad elaborare! Fare mille cose non sempre significa farle in tempi rapidi…
Visto che ieri sera, 4 febbraio 2018, RaiStoria ha mandato in onda il film “Signore e signori, buonanotte” (1976), è davvero il momento di parlarne.

In questo film antologico dal grande cast tecnico-artistico l’episodio su una numerosa ed affollata famiglia di Napoli viene “commentato” dal professor F.R. Schmidt, sociologo dell’Università di California: un modo per Paolo Villaggio di rispolverare il suo storico personaggio del Professor Kranz, tedesco di Cermania che porterà anche al cinema due anni dopo con il film omonimo, per la regia di Luciano Salce.
Per motivi misteriosi la signorina del filmato presenta il personaggio chiamandolo Ludwig Joseph Schmidt, malgrado la didascalia specifichi F.R…

Villaggio/Schmidt afferma di aver scoperto un piccolo saggio di Jonathan Swift, autore ben più noto in Italia per I viaggi di Gulliver – temo che sia noto solo per quello! – un discorso tenuto al Parlamento di Londra in cui si occupa della sovrappopolazione dei bambini irlandesi. Ovviamente Schmidt riassume a modo suo la soluzione dell’eccesso di bambini per le strade: un campo di concentramento seguito da bambini utilizzati come pietanze!

Per il discorso completo di Swift rimando a Filosofico.net, quello che mi preme è che nel film viene mostrato “Una modesta proposta” (A Modest Proposal, 1729) edito da R. Aregna, Editore di Fabriano, di cui non ho trovato notizia.
Portato in Italia da Casini già nel 1959, all’epoca del film esisteva solo l’edizione Sugar Editore 1967: forse stuzzicata dall’idea, la Rizzoli ristampa il saggio il successivo 1977.

Malgrado il saggio sia vero, dunque, quello mostrato dal film è in odore di pseudobiblion

L.

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Pubblicato da su febbraio 5, 2018 in Books in Movies

 
 
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