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Marilù Oliva, La Guerrera

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.
Ricordo che Marilù mi ha intervistato per il suo blog Il Libro Guerriero, e quel post è il primo risultato di Google quando digitate il mio nickname… da sempre!

Intervista a Marilù Oliva

Tutti noi crediamo di sapere cosa sia il fuoco, ma in realtà nessuno può spiegarlo: ne conosciamo gli effetti così come possiamo cercare di prevenirne le cause, ma conoscere (o controllare) il fuoco è impossibile. Così come è impossibile non sentire il calore del nuovo romanzo di Marilù Oliva: Fuego è una storia incontenibile come l’elemento di cui è impregnata.

Secondo atteso romanzo con il personaggio di Elisa Guerra, detta La Guerrera – che ha fatto capolino in alcuni racconti del mio Marlowe! – è la conferma che l’autrice sa raggiungere il cuore dei lettori partendo dal particolare per lasciar comprendere l’universale.

L’abbiamo incontrata e le abbiamo posto alcune domande con timore: non è facile intervistare un’intervistatrice, che conosce i “ferri del mestiere”…

Per cercare di non essere banale (e per evitare lo schema “quattro domande” di cui parli nel tuo romanzo), inizio con un argomento “sociale”. Entrambi i romanzi con La Guerrera sono taglienti ritratti del mondo del lavoro di oggi (ma probabilmente anche di domani): è un’impressione o nel secondo romanzo sembra che la situazione sia però peggiorata?

Proprio così, perché La Guerrera si trova, come tanti suoi coetanei, a fare i conti con la frustrazione che scaturisce da una situazione professionale insoddisfacente. Lei vorrebbe lavorare in una redazione seria, ma il mestiere di giornalista pare che sia inaccessibile se mancano le conoscenze giuste. Si trova a svolgere lavori che non c’entrano niente con la sua preparazione, questo perché dilaga la crisi economica, è vero, ma soprattutto perché, a mio avviso, di questi tempi la politica non fa nulla a favore della disoccupazione e del precariato. Il suo senso d’inadeguatezza peggiora, da un romanzo all’altro, perché lo sfondo sociale del romanzo è lo specchio di una realtà che davvero peggiora.

Torna il mondo salsero con i suoi strabilianti personaggi, ma stavolta c’è molta più amarezza nel fondo e La Guerrera giunge a “certe” conclusioni (che non sveliamo per chi ancora non avesse letto il romanzo). Cos’è cambiato dal primo al secondo libro nella tua concezione dell’universo salsero?

Assolutamente niente. Il mio sentimento è lo stesso di sempre, di amore e odio, attrazione e repulsione. Trovo fastidiose alcune logiche di interessi ed esibizionismo, mentre sono affascinata dalla musica e da chi vive il ritmo con passione. Certo, il mondo salsero italiano è molto differente da quello originale dei latinos: qui è più artefatto, più consumistico. Ma intanto esiste, si evolve, consente la diffusione della musica e del ballo ed è molto importante che vengano date occasioni a questo “meticciato” culturale.

La Guerrera in questo romanzo è ancora più contraddittoria: non crede nella magia o nel soprannaturale ma forse vorrebbe; non crede nell’amore ma sotto sotto lo cerca sempre; vuole stare a dieta ma non rinuncia alle patatine fritte… Quanto di te c’è in questa eterna lotta di opposte emozioni?

La lotta degli opposti mi appartiene nelle emozioni e nelle riflessioni, anche perché Catalina sostiene che gli opposti si uguaglino e io mi fido! La Guerrera è coerente col soprannaturale: non ci crede, ma le pressioni di Catalina e gli avvenimenti che un po’ si piegano a sogni e tarocchi la mettono alle strette… In questo io sono un po’ più possibilista di lei, anche se fondamentalmente scettica su tutto. L’amore non lo cerca, anzi, lo evita: ce l’avrebbe sotto al naso se solo non fosse così testarda! Per ora, però, cerca solo avventure… Infine la “Dieta della Guerrera” esiste, se vuoi te la elenco. Come hai sottolineato tu, non mancano mai le patatine fritte:

DIETA DELLA GUERRERA

Colazione (a tarda ora): 1 caffè con 4 cucchiaini di zucchero

Digiuno fino a merenda (consentiti altri 3 caffè + zucchero)

Ore 18 circa: 1 pacchetto piccolo di patatine fritte

Cena: mangiare quello che si vuole/

In alternativa, se si salta la cena, alle ore 23 è consentita: 1 pizza con patatine fritte

Dalle 24 fino all’alba rum a volontà

Che fegato, eh?

La Guerrera in questa sua nuova storia prende batoste a destra e a manca, gliene succedono di cotte e di… bruciate! Di’ la verità: ti diverte infierire sulla povera Elisa?

Detesto i protagonisti-supereroi, volevo una guerriera vera, non fumettistica. Una donna che combatte, ma non vince tutte le battaglie. Cade, si rialza, si rimbocca le maniche, incassa colpi, non ha paura di ogni giorno che arriva, mette in conto il fallimento. Anzi, cresce proprio nel momento in cui sbaglia. Comunque sì… un po’ mi diverte!

Sono veramente pochi i romanzi a dare spazio alla capoeira come fai tu: è stata un’esigenza di “esclusività” o hai un legame particolare con questo poco conosciuto stile marziale?

Ho un legame particolare perché l’ho praticata – da principiante, sottolineo –  e me ne sono innamorata. Mi piace molto lo spirito di libertà insito in questa danza marziale. Senza contare che la capoeira, coreograficamente parlando, è uno spettacolo praticato a livelli alti.

Ora la domanda personale è d’obbligo. Sei un’intervistatrice esperta, così come lo sono anche i tuoi personaggi. (In fondo la dottoressa del tuo primo libro lavorava con le domande!) Qual è il segreto per una buona intervista? E ti è mai capitato di intervistare qualcuno come il Federico Nice del tuo romanzo?

Bello questo filo conduttore, le domande e i miei romanzi! Il segreto per una buona intervista lo conosci benissimo, mi pare! Comunque, in linea di massima, io formulo i quesiti sulla base di due presupposti: la conoscenza del lavoro dell’autore e la mia curiosità.

Mi è capitato talvolta di incontrare personaggi come Federico Nice, persone che non varrebbero niente se non fossero adeguatamente “spinte” da protettori, eppure presuntuose e piene di sé. Ma non mi toccano: come sostiene Catalina, «le manie di superiorità e i complessi di inferiorità sono la stessa cosa».

Rimango sul personale perché è obbligatorio chiederti: quanto è importante per la tua vita di tutti giorni il buon vecchio Dante Durante?

Non so Dante a memoria come La Guerrera! Ma ogni tanto anche a me giunge in soccorso nella vita quotidiana, come fa con lei.

E il fuoco, che nel tuo romanzo analizzi in modo affascinante sotto tutti i punti di vista, cosa rappresenta per te? In quale forma lo senti più tuo?

Anche se l’ho studiato per un anno, per me il fuoco è un enigma totale…

Lo so, chiederti dei progetti futuri a questo punto è banale, ma è più forte di me! Quali saranno i tuoi prossimi passi? Ti prego, tranquillizza i tuoi affezionati lettori dicendo che scriverai ancora della Guerrera

Sì, sto scrivendo proprio in questi mesi la terza, e probabilmente ultima, avventura di Elisa Guerra. Ti anticipo solo che si parlerà di sorte e di destini e che sarò ancora più cattiva!; -)))

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 3 agosto 2011.

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Pubblicato da su dicembre 2, 2016 in Interviste

 

L’ultima rivelazione di Gla’aki (2013)

lultima-rivelazione-di-glaakiUn uomo è alla ricerca dell’accesso alla città di Yuggoth, e per trovarlo… si mette a sfogliare le pagine de Le rivelazioni di Gla’aki.
Eccone un brano:

«Aldilà della Zona dei Tredici Colossi Alveolati, c’è Yuggoth, dove dimorano i cittadini di molti regni extraterrestri. Le nere strade di Yuggoth hanno conosciuto il calpestio di zampe deformi e il tocco di appendici malformate, e forme orrende strisciano tra le sue torri senza luce»

Tutto questo ha l’inteso sapore dei Weird Tales Pseudobiblia, quei “libri falsi” che negli anni Trenta e Quaranta rimbalzarono tra gli amici scrittori di riviste pulp, e a cui ho dedicato un lungo speciale qui nel blog.
E invece no: il testo che vi ho riportato sopra è tratto dal racconto “La miniera di Yuggoth” (The Mine Of Yuggoth; in Italia, nell’antologia “Il furore di Cthulhu”, Fanucci 1988), scritto nel 1964 – cioè circa trent’anni dopo il fenomeno degli storici pseudobiblia a cui si rifà – dal giovanissimo (diciottenne) Ramsey Campbell.

Nel 2013, a 67 anni, Campbell vuole tornare sull’argomento e pubblica un romanzo sorprendente: “L’ultima rivelazione di Gla’aki” (The Last Revelation of Gla’aki).
Grazie a Nick Parisi del blog Nocturnia, sempre all’avanguardia nei territori del fantastico, scopro che le Edizioni Hypnos lo scorso ottobre hanno portato in Italia questo romanzo, con la traduzione di Elena Furlan, sia in cartaceo che in digitale.

Ne approfitto dunque per invitarvi tutti al bellissimo pezzo scritto da Nick Parisi, non dimenticandovi ovviamente di iscrivervi al suo blog.

L.

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Pubblicato da su dicembre 1, 2016 in Pseudobiblia

 

Gli errori di Borges 3: Scaffali

Jorge Luis Borges nel 1969

Jorge Luis Borges nel 1969

Grazie ad un post della Fondazione Elia Spallanzani, sono venuto a conoscenza di un “errore involontario” di Borges, cioè qualcosa di cui il Maestro di Buenos Aires non è colpevole trattandosi di una strana traduzione italiana.

Nel 1934 Borges scrive un saggio breve che apparirà anni dopo (agosto 1939) sul n. 59 della rivista “Sur”, poi raccolto nell’antologia “Borges en «Sur» (1931-1980)” (Emecé 1999). In questo suo delizioso “La biblioteca total” l’argentino racconta le tappe storico-filosofiche dell’idea di creare una biblioteca che raccolga non solo tutti i libri scritti ma anche tutti i libri che si possano scrivere.
Stuzzicato da queste idee e ispirato dal suo lavoro alla Biblioteca comunale, egli stesso si lancia nella creazione di uno dei suoi racconti più famosi in assoluto: “La biblioteca di Babele“. Curiosamente è anche fra i racconti che meno piacciono al Borges maturo, che lo bollerà sempre come “racconto kafkiano” e per i quarant’anni successivi eviterà minuziosamente di spendere altre parole sul testo che in realtà l’ha reso maggiormente celebre.

La risposta più lunga mai data ad una domanda sull’argomento l’ha ricevuta il nostro Costanzo Costantini (“Jorge Luis Borges: colloqui esclusivi”, Sovera 2003) a cui nel 1977 Borges così parla del suo testo:

«Ho espresso in quel racconto l’idea che l’universo, che altri chiamano biblioteca, sia infinito, e che viviamo sperduti nell’universo. Non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Vi ho espresso inoltre l’idea che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, ma che la biblioteca perdurerà. In altre parole, ho cercato di esprimervi il sentimento della solitudine, dell’angoscia, dell’inutilità che ci pervade, del mistero che circonda il mondo e noi stessi.»

jorge-luis-borges-finzioni-einaudi-1995Veniamo dunque all'”errore”. Nel primo paragrafo del celeberrimo racconto troviamo:

«La distribución de las galerías es invariable. Veinte anaqueles, a cinco largos anaqueles por lado, cubren todos los lados menos dos; su altura, que es la de los pisos, excede apenas la de un bibliotecario normal.»

Le parole che ho evidenziato in neretto sono quelle “sensibili”. Quando infatti nel 1955 per la prima volta Franco Lucentini porta in Italia l’autore argentino, traducendo Finzioni per l’Einaudi, traduce in maniera a dir poco discutibile:

«La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale.»

Perché venti scaffali diventano venticinque, costringendo il “meno due” a diventare “meno uno”? E perché l’altezza di un bibliotecario normale, usata come termine di paragone, si trasforma nell’altezza di una biblioteca normale, che davvero non ha senso?

Tutte le edizioni Einaudi e Mondadori del testo – compresa quella dei “Meridiani” – riportano questa traduzione decisamente errata di Lucentini, che conosce una correzione solamente quando nel 2003 Antonio Melis riprende in mano il testo e lo ritraduce per Adelphi:

«La distribuzione delle gallerie è invariabile. Venti scaffali, cinque lunghi scaffali per lato, coprono tutti i lati tranne due; la loro altezza, che è quella dei piani, supera di poco quella d’un bibliotecario normale»

Purtroppo Melis è avaro di note, ma nella fascetta della trama ci informa che ha lavorato sulla seconda edizione delle Ficciones di Borges, quella cioè del 1956 che ovviamente Lucentini non ha potuto conoscere, visto che è posteriore di un anno al suo lavoro.
Dunque cosa dobbiamo dedurre? Che fino al 1956 il testo di Borges riporta Venticinque, da cui la traduzione di Lucentini, e poi riporta Venti? Possibilissimo: ricordo che il poeta bonaerense ha modificato i propri testi un gran numero di volte. Ogni ristampa va intesa sempre come una “revisione”.

Però Manuel Ferrer nel suo “Borges y la nada” (1971) specifica che

«En la versión primera de 1941, decía: “Veinticinco anaqueles, … todos los lados menos uno”. Suponemos una irónica sonrisa de Borges cuando lo rectificaba

Dunque Ferrer afferma che nella prima versione della Biblioteca di Babele risalente al 1941 il testo riporta “venticinque scaffali / meno uno”, e che quindi nel 1944 già erano diventati venti, con Borges sorridente che corregge il numero. Il nostro Lucentini ha dunque seguito la prima versione del testo e non quella contenuta in “Finzioni” del 1944 che girava per il mondo? (Tranne l’America, dove a quanto pare arriva solo nel maggio del 1962 per la cura di Anthony Kerrigan. Ovviamente con “venti scaffali”…)

Purtroppo dare una risposta precisa è molto difficile: l’edizione del 1944 è dimenticata, sostituita da quella del 1956: il primo collezionista che la trova… faccia un fischio!

Per finire, vorrei ricordare che prendere sul serio i numeri in Borges non è una buona idea, perché l’argentino badava più alla suono e al ritmo delle frasi che alla precisione matematica di ciò che scriveva. I suoi errori stanno a testimoniare che dell’affidabilità oggettiva non si interessava molto.
Quindi la risposta “definitiva” sulla questione per me rimane quella data da Borges stesso alla rivista “The New Yorker” (19 settembre 1970), in un suo pezzo autobiografico oggi contenuto ne “Elogio dell’ombra” (Einaudi):

«Quando scrissi la storia kafkiana La biblioteca di Babele mi proponevo di fare una versione da incubo di quella biblioteca comunale [dove lavoravo], e certi dettagli del testo non hanno alcun significato particolare. I numeri dei libri e degli scaffali che si trovano nel racconto erano esattamente quelli che avevo sottomano. Alcuni critici molto ingegnosi si sono preoccupati di quelle cifre e le hanno generosamente fornite di significati mistici.»

L.

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Pubblicato da su novembre 30, 2016 in Uncategorized

 

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Finzione: uno dei tanti nomi della realtà

Noomi Rapace in Daisy Diamond (2007)

Noomi Rapace in Daisy Diamond (2007)

Il 29 novembre 2015 ho scritto un guest post per il blog di Salvatore Anfuso – che però l’ha pubblicato solo il 22 gennaio successivo – e a quasi un anno di distanza mi piace ripescarlo e riproporlo qui nel blog, visto che la tematica trattata appartiene strettamente alla “filosofia” del mio Marlowe.

Finzione:
uno dei tanti nomi della realtà

Un cortometraggio degli anni Novanta – di cui purtroppo non sono in grado di risalire al titolo – metteva in scena la finzione per eccellenza: il provino di un aspirante attore. Un momento cioè in cui una persona vera finge di essere qualcuno davanti a persone che sanno benissimo che sta fingendo: se riuscirà a convincerle, avrà la parte e potrà convincere molte più persone su un palcoscenico. Potrà, cioè, partecipare a un grande gioco: fingere una verità davanti a persone che fingono di credere in quella verità.

Nel cortometraggio in questione il regista chiede alla giovane aspirante attrice di mettere via il copione: non vuole sentire i soliti testi teatrali, vuole che la donna gli parli di sé, vuole la verità da lei. L’attrice è spaesata e chiede spiegazioni, così il regista le propone un curioso provino: prenda la sua borsa e racconti qualcosa legato ad ognuno degli oggetti in essa presenti. La donna, un po’ confusa, accetta: prende la borsa, comincia a tirarne fuori il contenuto e, con un po’ di imbarazzo, racconta al regista la propria vita attraverso gli oggetti personali che porta con sé.

Il provino finisce e l’uomo è molto soddisfatto. I due si salutano e la donna va via… senza la borsa. Perché il regista è stato preso in giro fin dall’inizio: quella non era la borsa dell’attrice ma di un’altra donna, momentaneamente assente, e ogni storia legata agli oggetti è stata inventata sul momento dall’aspirante attrice. Il regista voleva la verità, invece ha ottenuto una finzione ancora più finta di un testo teatrale.

daisy-diamond-coverIl cortometraggio si chiude ma ciò che rimane allo spettatore, oltre al divertimento per l’ispirato “colpo di scena”, non è la sensazione di aver assistito ad una finzione, bensì ad un modo diverso di raccontare la verità. Che la borsa appartenga o meno all’attrice, non ha alcuna importanza: la borsa è vera così come è vero il suo contenuto, e tutto ciò che l’attrice ha raccontato non è finto, appartiene sul serio al mondo di una donna – le sue insicurezze, le sue vergogne, la sua vanità – anche se non proprio alla donna che ci sta parlando.

L’attrice, insomma, fingendo non fa altro che raccontare allo spettatore la verità. Anche se non la sua verità, comunque una verità.

La situazione si ripete, con le dovute proporzioni, nel soggetto di uno dei più grandi e misconosciuti film del nuovo millennio: il capolavoro Daisy Diamond (2007) del danese Simon Staho. Qui una spaventosamente brava Noomi Rapace – che due anni dopo conoscerà il successo internazionale con la Millennium Trilogy iniziata con Uomini che odiano le donne – interpreta un’attrice che partecipa a continui provini alla ricerca di un posto che le consenta di mantenersi in una città straniera ed ostile. (Lei è svedese ma lavora in Danimarca: se Lars Von Trier ci ha insegnato qualcosa, è che i danesi odiano gli svedesi!)

Assistiamo ad un continuo e lancinante distacco dalla realtà, perché ad ogni provino l’attrice deve immedesimarsi in qualcuno… e ogni volta questo qualcuno è così terribilmente simile a lei che ne esce sconvolta. Visto che il regista gioca con lo spettatore e non fa mai capire quando la donna sta recitando in un provino e quando invece sta vivendo la sua vita, l’operazione colpisce profondamente, perché nel momento in cui noi “giochiamo”, cioè crediamo a quanto l’attrice sta recitando, scopriamo con orrore che invece quella è la sua vita. Ma un personaggio di un film non ha vita, è solo un ruolo ricoperto da un’attrice… esattamente come la protagonista del film, che non ha vita se non quella mostrata nei suoi provini.

persona-2

Bibi Andersson e Liv Ullmann in Persona (1966)

Il film è un profondo omaggio al cinema del maestro Ingmar Bergman, in particolare a Persona (1966), dove un’attrice si blocca sul palco come se non riuscisse più a capire la differenza tra la sua vita e il suo ruolo, decidendo così di chiudersi in un mutismo disperato: se ogni parola che pronunci è falsa, come il testo teatrale scritto da qualcun altro, a che vale parlare? Le verrà affiancata un’infermiera chiacchierona per aiutarla, ma la potente personalità dell’attrice avrà la meglio: sarà l’infermiera a perdere il contatto con la realtà e a fingere una vita non sua, in uno dei più potenti e violenti atti di vampirismo dello schermo.

Ma questa è finzione, tutto ciò che vi ho raccontato finora è cinema, e Bergman stesso – fingendo un errore – mostra la troupe cinematografica nell’inquadratura di una scena di Persona, perché si capisca che è solo una finta. Una finta che però, come ogni finta, è l’unico modo per dire la verità.

Come il giovane protagonista di Come in uno specchio (1961) sempre di Bergman, che non ha il coraggio di parlare apertamente al padre, austero e distaccato, e così mette in scena una finzione, una recita quasi per gioco dove lui e i suoi parenti interpretano personaggi medievali: tramite quella recita scalcinata ma simbolo perfetto dell’inestricabile rapporto tra realtà e finzione («La mia vita è la mia opera, e la dedico a voi»), il giovane riesce a comunicare con il padre spettatore.

Laurence Olivier in Hamlet (1948)

Laurence Olivier in Hamlet (1948)

È il trucco di Amleto, che non trova mai il coraggio di porre il patrigno di fronte al suo crimine, e così si rivolge alla finzione: organizza una recita dove un re buono viene ucciso dal fratello cattivo, che ne sposa la moglie e ne usurpa il trono. È una finzione, è una recita… ma è esattamente la verità, è esattamente ciò che è successo ed è il modo di Amleto per comunicarlo al mondo. Lo stesso modo che ha Shakespeare di raccontare questa verità, perché nell’XI secolo lo storico Saxo Grammaticus ci racconta del principe Amleth, che si finse pazzo per organizzare una vendetta ai danni del patrigno, che aveva ucciso il fratello per usurparne il trono.

Questa è la verità… ma a chi interessa? Chissà quante famiglie hanno subìto un destino simile senza che nessuno se ne sia occupato. Poi arriva un drammaturgo, sostituisce una “acca” (da Amleth diventa Hamlet) e crea una delle opere più famose del mondo: ora che tutti quelli che hanno vissuto una tragedia familiare sono ben rappresentati; ora che una triste realtà ha avuto l’onore dell’attenzione; ora sì che la verità è diventata reale… ed ha potuto farlo solo tramite una finzione.

I sadici e i masochisti esistevano molto prima che il Marchese de Sade e Leopold von Sacher-Masoch ne scrivessero, così come Stendhal non è certo stato il primo a soffrire della sindrome omonima: però solo dopo che questi fenomeni sono stati descritti in un’opera di finzione… sono diventati reali.

Perché la realtà ci lascia indifferenti e invece la finzione ci fa innamorare? Non sarò certo io a dare la risposta ad una domanda vasta come il genere umano: magari ha ragione Ariosto quando, nell’Orlando Furioso, scrive «Se il vero annoja e il falso sì mi piace, / Non oda o vegga mai più vero in terra! / Se il dormir mi dà gaudio e il vegghiar guai; / Possa io dormir senza destarmi mai» (Canto XXXI, 63). È forse questo il compito dell’autore? Destare un lettore-spettatore che vuole solo dormire?

Forse magari la spiegazione si annida tra i due celebri versi di Nazim Hikmet – «Il più bello dei mari / è quello che non navigammo» –, forse è la passione umana per considerare sempre più affascinante ciò che è “altro” da ciò che si conosce a spingere il lettore ad appassionarsi per una vicenda che magari è identica a quanto accade al proprio vicino di casa, che però ignora. Una finzione rende innegabilmente più affascinante qualsiasi realtà, così come una poesia è più della somma delle parole utilizzate per comporla: c’è una qualità in più che la realtà acquista quando viene raccontata attraverso la menzogna. Addirittura diventa più vera.

È l’autore che, come Bergman, si maschera – persona era il termine latino per indicare il personaggio di un dramma – o si impegna in una recita all’apparenza balzana per cercare di comunicare con chi non vuol sentire; è l’autore che si limita a prendere il reale e a spostare un’acca, come Shakespeare, così che l’ignorato Amleth diventi l’amato Hamlet e tutti i figli incompresi del mondo abbiano finalmente una voce; è l’autore che sconvolge la vita dei propri personaggi e li fa soffrire in modo plateale e verboso ciò che nella realtà molti patiscono in silenzio.

arte-della-commediaPer spiegare tutto questo, Eduardo De Filippo scrisse il testo teatrale L’arte della commedia, dove di fronte all’altezzoso rifiuto di un burocrate di aiutare una compagnia teatrale, perché ci sono cose più serie e concrete a cui pensare, attua un curioso gioco: a mo’ di “vendetta”, il protagonista avverte il burocrate che manderà i propri attori ad impersonare gli abitanti del paese e a lamentare torti subiti e richieste varie, così da intasare l’ufficio con false richieste. Il burocrate, che è nuovo in paese e non conosce gli abitanti, dovrà trovare mille modi per capire se i personaggi che man mano gli si pongono davanti sono “veri” o sono “falsi”, ma la storia finirà senza risposta: non sapremo mai se quelle persone sono un gioco o parlano sul serio… perché non importa. Le loro storie sono vere, il dolore e l’ingiustizia che raccontano non sono meno vere solo perché chi ne parla è un attore; la piccole storie di violenza quotidiana e di squallore e di soprusi… il fatto che non sia vero chi le racconta, non vuol dire che non accadano regolarmente senza che nessuno dica nulla. Di nuovo, serve una finzione per renderle vere.

Chiudo ricordando una storia di cui ho recentemente parlato in un post – e che ho raccontato brevemente anche nel mio romanzo Le mani di Madian – la storia della coppia aggredita nel bosco da un brigante. Ognuno di loro racconterà una storia diversa dell’accaduto, tacendo elementi che potrebbero imbarazzarlo: proprio come Ryûnosuke Akutagawa – autore di questa storia, poi portata al cinema con il titolo di Rashomon – ha taciuto eventuali collegamenti con Pirandello, che cinque anni prima aveva scritto una storia incredibilmente simile, proprio come sia l’autore giapponese che quello siciliano hanno taciuto gli evidenti collegamenti con un racconto antecedente di Ambrose Bierce praticamente identico: dov’è la verità? È impossibile stabilirla, sia dentro che fuori la finzione.

RashomonSe nel mondo reale non possiamo conoscere la verità, la chiediamo allora alla finzione: quando Akira Kurosawa prende la storia di Akutagawa e la trasforma in film, aggiunge un personaggio, un ulteriore testimone che racconta come realmente si sono svolti i fatti. Perché dovremmo credere a lui e non agli altri? Perché ci fa comodo, visto che si prefigge di raccontarci quella verità che la storia originale ci nega.

La vita ci nega ogni giorno la verità, così noi andiamo a cercarla dove ci viene sempre fornita: nella finzione.

L.

 
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Pubblicato da su novembre 29, 2016 in Uncategorized

 

[Una storia, un libro] Darwin & Freud

adam-phillips-i-lombrichi-di-darwinPurtroppo non ho lasciato scritto quando ho letto questo meraviglioso saggio, se non che l’ho riletto nell’agosto 2006: raramente rileggo un libro, ma qui era necessaria un’eccezione.
Basandomi esclusivamente sulla memoria dato ai primissimi mesi del 2001 l’acquisto e la lettura vorace de “I lombrichi di Darwin e la morte di Freud” (Darwin’s Worms, 1999) dello psicanalista Adam Phillips (Ponte alle Grazie 2000, trad. Daniela Gamba).

Era un periodo burrascoso perché avevo appena concluso un lavoro impegnativo che mi aveva fatto girare l’Italia – ebbene sì, anche l’Etrusco ha viaggiato! – e l’agenzia interinale per la quale lavoravo non sembrava capace di offrirmi altre prospettive, se non lavori assurdi come quello di cui ho parlato tempo addietro.
Con la scusa di un “corso propedeutico” (o qualche altro stupido nome che non ricordo) l’agenzia teneva parcheggiati senza pagarci me e diversi altri miei colleghi, insegnandoci quello che in realtà già sapevamo. Non era un bel periodo ma mi ero fatto dei nuovi amici e leggevo ottimi libri: diciamo che mi ha detto bene perché ho tratto il meglio dal peggio.

Uno dei meravigliosi saggi che ho avuto la fortuna di leggere in quel periodo è proprio questo, comprato in libreria unicamente per i “lombrichi”. Come potete vedere dal titolo originale, “la morte di Freud” è un’aggiunta italiana perché probabilmente il lettore medio nostrano ha molta più familiarità con Sigmund che con i lombrichi di Darwin. Io invece venivo da letture evoluzionistiche dove si parlava spesso di Darwin, e del fatto curioso che nell’ultima parte della sua vita si sia lanciato in saggi all’apparenza poco importanti, tipo appunto i lombrichi.
I lombrichi non occupano un solo briciolo della nostra attenzione, eppure con il loro lento lavoro rivoltano la terra e fanno sprofondare città e imperi: l’evoluzione non ha fretta…

Il tema del saggio è cosa debba fare il povero essere umano che è stato spodestato dal suo piedistallo: Darwin e Freud hanno tolto Dio dall’equazione e ora l’uomo si trova da solo ad assumersi le proprie responsabilità. La faccio facile ma ovviamente il testo è molto più complesso, anzi se non ricordo male la seconda parte è molto meno ispirata della prima, risultando un po’ ostica. Però il concetto è il classico: come si pone l’uomo di fronte ad un mondo di sofferenza apparentemente senza senso.

Malgrado vivessi a Roma, dove tutti si spostano in automobile anche dal divano al letto, mi spostavo usando i mezzi pubblici perché in realtà – pur essendo nato e cresciuto nella Capitale – non ho una sola goccia di romanità nelle vene. Scusate, concittadini, ma me ne vanto.
I mezzi pubblici sono il posto perfetto per leggere, perché è tutta attesa e quindi tanto tempo da dedicare ad un libro: questo l’ho letto interamente sui mezzi ed è stata un’immersione completa che ricordo ancora con piacere. Pochissimo del messaggio di Phillips mi è rimasto, ma l’esperienza della lettura del suo saggio è ancora un carissimo ricordo.

L.

 
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Pubblicato da su novembre 28, 2016 in Uncategorized

 

Cacciato da Facebook!

no-facebookDopo più di otto anni di frequentazione quotidiana, è bastato un solo giorno a Facebook per decidere che il mio nickname non va bene e cacciarmi dal celebre social network.
Ovviamente “cacciare” non è esatto: se decido di sottomettermi alle ridicole esigenze degne di uno stato di polizia posso rientrare subito e riavere otto anni di vita digitale che per ora sono sospesi. Non sono certo un attivista politico né arde un fuoco rivoluzionario dentro di me, ma quando un software di cazzeggio e di fancazzismo pretende che io fornisca la mia carta d’identità o un documento analogamente valido… be’, a me dà parecchio fastidio.

Facebook vuole che io dimostri che sono io, come dal notaio: con l’unica differenza che quando sono stato dal notaio è stato molto più gentile.
Facebook vuole che io esibisca un documento valido come se fosse un pubblico ufficiale, ma quando è successo i pubblici ufficiali sono stati molto più gentili.
Peccato che Facebook non sia né un notaio né un pubblico ufficiale: è una stupida interfaccia grafica che fa litigare la gente, tutto qui. Forse si è montata un po’ la testa…

Tutto questo non nasce per “cattiveria”, ovviamente, a Facebook per otto anni non è fregato nulla di me, solo che ora sono aumentati sensibilmente i coglioni che la infestano: coglioni che segnalano tutto e tutti e Facebook, che non ha certamente voglia di “indagare”, dà per buona ogni denuncia.

Sarebbe bello poter affermare di essere caduto vittima degli hater, gli “odiatori” che passano il tempo girando in rete e segnalando abusi a raffica. Sarebbe dignitoso. Temo invece che ad avermi denunciato – proprio come in uno stato di polizia – siano quelle persone che invece credono sul serio nelle stupidate che pensano, quei genitori che abbandonano i figli con tate e parenti per poi lamentarsi che non ci sono posti sicuri in rete (magari se passasse cinque minuti del vostro tempo a spiegare ai vostri figli come si naviga, scoprireste che molti pericoli si potrebbero evitare facilmente); i denunciatori folli che vanno in giro a cercare “gruppi strani” per poi urlare che sono pericolosi (basterebbe non cercarli, certi gruppi, e scoprireste che non rappresentano alcun pericolo); quelli che si preoccupano per la morale pubblica perché pensano che tutti siano sporchi come loro, e via dicendo.

Dopo otto anni di uso quotidiano vi assicuro che Facebook ha raggiunto livelli di sporcizia davvero epocali: la “gente onesta” che lo bazzica è la più pericolosa che esista, perché si fa un vanto di andare a rompere le palle a chi non fa alcun male e poi si vanta di aver “pulito” in giro. La sottile arte del “farsi i cazzi propri” è sconosciuta ai paladini della giustizia: sono i “moralisti” il vero pericolo di internet, non i maniaci.
Navigo quotidianamente in internet dal 1997 e in quasi vent’anni di “carriera” non sono stato MAI contattato da maniaci, nazisti, razzisti e via dicendo. Poi invece arriva il moralizzatore che dopo cinque minuti on line dice di aver trovato un gruppo nazista che offende la sua sensibilità, così l’ha segnalato e fatto chiudere. Magari se avesse evitato di cercarlo, la sua sensibilità sarebbe ancora intatta e la libertà di parola in un Paese che dovrebbe garantirla sarebbe ancora rispettata.

Perché per quanto sgradevoli e biasimevoli, anche le persone che la pensano diversamente da noi hanno il diritto di parola, finché non violano la legge. O comunque finché non si comportano in modo inappropriato. Vi assicuro che le persone “biasimevoli” non vanno in giro ad importunare gli altri: è più facile che vi dia fastidio un cafone che un nazista o un maniaco. Di solito queste due categorie le va a cercare espressamente “la persona per bene”.

Facebook purtroppo – e sottolineo purtroppo – è ormai una vera e propria dittatura, dove “le persone per bene” fanno la ronda a controllare che le opinioni espresse siano di loro gradimento, e qualora non lo siano… una bella denuncia anonima, proprio come sotto il nazismo. Forse dovremmo tutti denunciare le “persone per bene”, la vera peste bruna del Duemila…

Tutto questo per dire che non mi trovate più su Facebook: sono al momento troppo indignato del suo comportamento dittatoriale per tornare a farne parte, per poi vedere tante “persone per bene” che sono sempre lì pronte a denunciarti se non scrivi qualcosa che sta loro bene.

Se quindi mi cercate, mi trovate in tutti gli altri social, anche se non li bazzico spessissimo.

Chiudo notando che ovviamente dei più di 500 “amici” di Facebook non è che avessi contatti proprio con tutti, però diciamo che una ventina di amici stretti li conservavo da circa otto anni: mi ha rattristato non ricevere neanche una mail da loro, per sapere che fine avessi fatto. Invece mi ha fatto piacere ricevere l’appoggio di nuovi amici, tutti blogger: credo che chi è abituato a raccontare le proprie opinioni tutti i giorni, come appunto i blogger, sia molto più tollerante con quelle degli altri, quindi mi fregio dei miei nuovi amici bloggari ^_^

L.

 
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Pubblicato da su novembre 24, 2016 in Uncategorized

 

Gli errori di Borges 2: Il Labirinto

meraviglie_mondoContinuo a parlare di “errori di Borges” ma sempre precisando che in caso di non conformità… è la realtà a sbagliare, non il Maestro argentino!

Tra il 250 a.C. e il 226 a.C., quindi per un breve periodo di circa venticinque anni, il mondo classico ha potuto godere di tutte e sette quelle che nel 200 a.C. Filone di Bisanzio definirà Meraviglie del Mondo.Qualche decennio dopo Antipatro di Sidone in una sua opera (Antologia greca, IX, 58) scrive:

«Ho posto gli occhi sulle grandi mura
di Babilonia antica, su cui resta
una strada per carri, e sulla statua
di Zeus presso l’Alfeo, ed i giardini
pensili, ed il Colosso del dio Sole,
e il gran lavoro dell’alte piramidi
e di Mausolo la gran tomba; ma
quando io vidi la casa d’Artemide
che sormonta le nubi, perser tutte
codeste meraviglie il lor splendore
e allora dissi: “Invero, mai il Sole
vide una grandezza così ampia”.»

Questi versi rappresentano il primo elenco delle Sette meraviglie del mondo, opere subito andate distrutte e che oggi sono rappresentate solo dalla superstite piramide di Cheope.
1982-vazquez-colloqui-con-borgesBorges amava il mondo classico e non poteva non subire il fascino di queste sette opere che si sono guadagnate l’ammirazione di poeti e scrittori. Nell’aprile del 1973, in occasione dell’edizione italiana del racconto El Congreso per Franco Maria Ricci, la fida María Esther Vázquez intervista Borges – testo poi incluso nell’antologia “Colloqui con Borges” (Novecento 1982) – e gli chiede «Quando, dove e perché appare come tema il labirinto?»
Ecco la risposta dell’argentino:

«Ricordo un libro con un’incisione in metallo delle sette meraviglie del mondo, fra le quali c’era il labirinto di Creta: un edificio simile a un’arena, con finestre molto esigue, come fessure. Io da bambino pensavo che se avessi esaminato bene quel disegnò, aiutandomi con una lente, sarei potuto arrivare a scorgere il Minotauro.»

La bellezza di questa risposta ci fa distrarre da un fatto: il Labirinto di Cnosso di Creta non è annoverato tra le sette meraviglie del mondo!

  1. La piramide di Cheope a Giza
  2. I giardini pensili di Babilonia
  3. La statua criselefantina di Zeus a Olimpia
  4. Il tempio di Artemide a Efeso
  5. Il colosso di Rodi
  6. Il mausoleo di Alicarnasso
  7. Il faro di Alessandria

1980-sette-nottiNo, non ci sono labirinti, sebbene Borges continui a ripeterlo. Nella seconda delle “Sette notti” (1980; in Italia, Feltrinelli 1983) scrive:

«Direi che ho due incubi che possono confondersi. L’incubo del labirinto, che è dovuto, in parte, a una incisione su acciaio che vidi in un libro francese quando ero piccolo. In questa incisione si vedevano le sette meraviglie del mondo e tra queste il labirinto di Creta. Il labirinto era un grande anfiteatro, un anfiteatro molto alto.»

Possibile che nessuno abbia mai avuto il coraggio di far notare l’errore a Borges?

«Due incubi ossessionarono Borges per tutta la vita: gli specchi e il labirinto. Il labirinto, scoperto per la prima volta da bambino in un’incisione su rame delle Sette Meraviglie del mondo, gli incuteva la paura di “una casa senza porte” al centro della quale lo attendeva un mostro»

Così racconta Alberto Manguel nel suo delizioso saggio biografico “Con Borges” (With Borges, 2004; Adelphi 2005): e sì che Manguel ha vissuto molto tempo a strettissimo contato con il poeta di Buenos Aires…

Insomma, Borges sin da quando da bambino ha guardato l’illustrazione di chissà che libro è rimasto convinto che il Labirinto fosse una delle sette meraviglie del mondo. Certo che poteva andare a controllare… ed ecco che sono caduto nel tranello. Perché controllare… se è la realtà ad essere sbagliata?

1977-norahQuando nel 1977 la milanese Il Polifilo pubblica “Norah“, un volumetto che Borges dedica all’amata sorella, il traduttore e curatore Domenico Porzio va a trovare il poeta e chiacchiera con lui. Ad un certo punto Borges gli racconta delle sue lezioni tenute nelle università americane e delle domande in merito che gli rivolgono gli studenti.

«Può capitare citando Shaw in una lezione di sentirsi chiedere, da studenti, chi mai fosse. Avevo elencato in una lezione le sette meraviglie del mondo nella tradizione classica e un giovane mi chiese che cosa erano i giardini di Babilonia.».

Quindi Borges sapeva benissimo quali fossero le meraviglie del mondo, le elencava nelle sue molte conferenze e quindi la conclusione potrebbe essere che non si tratta di un “errore”, inserirvi il Labirinto di Cnosso, bensì un aggiustamento della realtà. E visto che nessuno l’ha mai corretto, ora anche il Labirinto fa parte delle sette meraviglie.

juan-villoro-il-libro-selvaggioVolete la prova che ora la realtà è modificata? Nel 2008 il professore universitario e romanziere messicano Juan Villoro scrive un’autentica delizia bibliofila dal titolo “Il libro selvaggio” (El libro salvaje), edito in Italia da Salani nel 2010 e che vi consiglio caldamente: è uno scrigno ricco di amore per la letteratura e di giochi con i libri.
A pagina 62 leggiamo:

«Eratostene, bibliotecario di Alessandria, colui che ha calcolato la circonferenza della Terra. La biblioteca di Alessandria era una delle sette meraviglie del mondo.»

No, neanche la celebre biblioteca era nel novero delle sette meraviglie, ma ormai la realtà è mutata e Villoro ha tutto il diritto di giocare come il bonaerense cieco, che infatti è ampiamente citato nel romanzo.

«Apri le tende così la stanza brillerà come una pagina di Borges.»

Il vero elenco delle sette meraviglie non ha più importanza, perché Borges l’ha riscritto e ha dato il via ad un’opera di rimodellamento della realtà a cui tutti possono giocare: sta a voi, ora, creare il vostro personale elenco delle meraviglie…

L.

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Pubblicato da su novembre 23, 2016 in Uncategorized

 

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