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[Scrivere di menare] Bambole pericolose (2010)

2997-barbara-baraldi-bambole-pericoloseStavolta l’incontro di boxe (più o meno ufficiale) si svolge tra due donne, ed è tratto dal romanzo “Bambole pericolose” di Barbara Baraldi, “Il Giallo Mondadori” n. 2997 (4 febbraio 2010).

Ecco un estratto di menare:

L’energia che scorre nello spazio definito dal ring è incontenibile. Due donne, due visioni dell’incontro. Eva: la voglia di dare il meglio di sé, di superare i limiti. Melanie: schiacciare, mortificare l’avversario.

Adrenalina. Rabbia.

Il secondo e ultimo round è appena cominciato. Nessun preliminare allo scontro diretto. La frenesia si è impadronita del combattimento e ha inghiottito le contendenti in un vortice di colpi veloci, potenti, decisi, schivate rapide, corpi in perenne, febbrile movimento.

Melanie, testa bassa, un bulldozer all’attacco. Avanza infilando combinazioni di jab e diretti imponenti. Il suo pugno sinistro si abbatte contro la guardia dell’avversaria come il cannone di una contraerea. Punta al volto, lavora di braccia terminando le sequenze con calci laterali brevi e velocissimi.

Eva si sente troppo vicina alla rivale per eseguire combinazioni elaborate e tiene salda la guardia, schiva e contrattacca. Contrasta l’impeto della sudamericana con folate di calci bassi e brevi catene di montanti al fegato.

«Dài, Mendes! Stendi quella fighetta!» grida qualcuno dal pubblico.

Melanie costringe Eva contro le corde del ring con uno spintone.

Prima ammonizione.

Non sembra farci caso, intenta a tempestare la rivale all’angolo con una serie di ganci serrati. La stringe in una morsa e alza il ginocchio con violenza colpendola al basso ventre.

Seconda ammonizione.

L’arbitro grida: «Alla prossima avrai il secondo punteggio negativo!» E poi: «Break! Break!»

La furia sudamericana punta il ginocchio contro l’avversaria e la martella con una batteria di ganci al fegato, gli occhi iniettati di sangue, poi infila una gomitata che fende l’aria con un sibilo e le sfiora il mento.

«Time stop!» sbraita l’arbitro, separando le due atlete con il proprio corpo.

Segnala a Melanie il suo secondo punteggio negativo e tra i fischi del pubblico le intima di finirla con i comportamenti scorretti. I giudici scuotono la testa.

Franco si precipita all’angolo. «Come stai? Ma l’arbitro che cazzo fa? Io avrei già interrotto l’incontro, qui finisce male! Sistemati il caschetto.»

Eva si passa il guantone davanti al viso e aggiusta le protezioni alla bell’e meglio. Non ha perso lo sguardo impassibile.

Il tempo ricomincia a scorrere. La bionda scatta repentinamente a lato con un saltello, scarta l’avversaria e abbatte su di lei un potentissimo pugno in rotazione, seguito da un inarrestabile gancio destro. Poi calcio basso, calcio medio e ancora un tornado di calci bassi.

Melanie incassa e risponde con un montante sinistro e un gancio destro che Eva schiva con una vorticosa spinta della schiena.

La sudamericana sibila qualcosa tra i denti e parte con la tibia diretta verso la coscia della rivale. Eva incassa con una smorfia di dolore, ma riprende subito il suo sguardo glaciale e infrange la guardia di Melanie con un calcio ad ascia e una serie di jab che le martellano il volto, sparpagliandole i capelli e sbruffando tutt’intorno migliaia di piccole perle di sudore acido.

Uno scambio di occhiate. «Estás morta» ripete Melanie.

In risposta, Eva scivola giù dalla sua visuale caricando una spazzata circolare all’indietro che trascina la sudamericana di lato e ne sposta il baricentro.

«Risparmia il fiato per colpire, stronza» sibila quasi senza muovere le labbra. Un ventriloquo indemoniato. È il segnale che fa perdere definitivamente le staffe a Melanie.

«Puttana!» strilla buttandosi su di lei come una fiera. Le due rovinano a terra unite in un abbraccio maligno.

L’arbitro urla, alza il cartellino dell’ammonizione e poi si precipita su di loro per tentare di separarle, ma la iena brasiliana lo inchioda al pavimento con un pugno rovesciato che gli fracassa il setto nasale e schizza piccole macchie scarlatte per tutto il pianale del ring.

A cavalcioni, picchia selvaggia cercando di centrare Eva al volto. I pugni chiusi davanti a sé in posizione di difesa, la ragazza bionda scalcia e scalpita tentando di divincolarsi dalla morsa della furia assatanata.

Brusio tutt’intorno. La voce del giudice centrale strilla con tutto il fiato: «Stop!»

Melanie continua a martellare con pugni alla cieca, ma Eva con un colpo di reni riesce a disarcionarla e liberarsi. Con una capriola all’indietro si rialza in piedi.

Un secondo dopo, il ring è il campo desolato dove si è consumata una battaglia forsennata. Il volto dell’arbitro una maschera di sangue. Due energumeni della sicurezza apparsi da chissà dove irrompono nel quadrato immobilizzando Melanie e trascinandola fuori tra gli schiamazzi del pubblico, le urla furibonde dei giudici e gli strilli disarticolati della brasiliana che si torce e sgomita, scalpita e scalcia.

Poco dopo, Eva è dichiarata vincitrice. Non sembra soddisfatta, avrebbe preferito stracciare l’altra al conteggio dei punti.
L’applauso del pubblico è scrosciante, ma non le evita di scorgere minacce come sibili in una lingua sconosciuta.

L.

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Pubblicato da su settembre 27, 2016 in Uncategorized

 

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[Un libro, una storia] Viaggio al centro della Terra

Copertina di Graziella Sarno

Copertina di Graziella Sarno

Trent’anni fa ero nel pieno del mio periodo dedicato a Jules Verne.
Abbandonato 20.000 leghe sotto i mari (che ripresi in seguito), decisi di affrontare il più promettente “Viaggio al centro della Terra” (Voyage au centre de la Terre, 1864), che ho letto dal 22 marzo al 16 aprile 1987.

L’edizione che ho letto rientra in una iniziativa lodevole. La casa editrice Mursia andò ad attingere alla collana francese della Hetzel che presentava l’opera omnia di Verne: dei 65 volumi originali, però, la Mursia decise di presentarne 50. A sua detta, le opere erano le stesse: semplicemente alcune brevi erano raggruppate in un unico volume.

Ogni volume della collana italiana “I viaggi straordinari di Jules Verne” presentava splende illustrazioni interne: questa – che è la seconda uscita – contiene disegni di E. Riou incisi da A.-F. Pannemaker.
La traduzione italiana – integrale, precisa la copertina – è curata da Giuseppe Mina, risalente alla prima edizione Mursia 1967 del romanzo.

Dimenticate i vari film che potreste aver visto ispirati a questo romanzo: Verne sa bene che cosa sia l’avventura e qui va giù deciso e massiccio. Dopo le noiose discettazioni e spiegoni infiniti delle 20.000 insopportabili leghe, era esattamente quello che cercavo.
Su una base di stringente realtà scientifica, il buon Jules parte e ti guida dove mai penseresti di arrivare, e anche uno come me – che leggeva perché doveva, non per scelta – si ritrovava a girar pagina su pagina completamente rapito dalla narrazione.

Questo romanzo rientra a pieno tra i migliori che ho letto di Verne, anche se in vetta rimane l’inarrivabile L’isola misteriosa. È quello che oggi chiamano un page-turner, perché volti pagine a raffica rapito dall’azione, ma si basa sempre su una sana dose di razionalità che rende ancora più fantasiosa l’avventura. Sebbene purtroppo ricordi poco della trama – il film del 1959 purtroppo si è sovrapposto, con le sue immagini di lucertole spacciate per dinosauri! – ricordo un grande piacere nella lettura e l’aver imparato tanto sulla zoologia, che era la materia per cui più mi infiammavo.

L.

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Pubblicato da su settembre 26, 2016 in Uncategorized

 

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[Professione Traduttore] Daniele Petruccioli

daniele_petruccioliIl traduttore che incontriamo questa settimana è Daniele Petruccioli, curatore delle versioni italiane di autori come Dulce Maria Cardoso (Le mie condoglianzee Campo di sangue); Philippe Djian (Imperdonabili e Incidenze); Antonio Manuel Pires Cabral (Il canonico); Jose Luis Pio Abreu (Come diventare un malato di mente) e Jean-Philippe Blondel (Vista mare).

Quand’è che hai deciso di diventare un traduttore? E, se non l’hai deciso, come ti ci sei trovato in mezzo?

A 35 anni. Dopo molte traduzioni teatrali malpagate o non pagate proprio – lavoravo nel ramo ma con altre mansioni, e facevo traduzioni di servizio per le compagnie con cui lavoravo – ho deciso di provare a chiedere i diritti. I miei committenti hanno risposto picche, così ho deciso di provare con l’editoria, che i diritti non li concede lo stesso ma almeno una tariffa a cartella te la propone.

Testi teatrali a romanzi sono opere molto diverse: com’è stato il passaggio dai primi ai secondi? Liscio o con qualche increspatura?

Liscio no, perché una cosa è tradurre per la messa in voce – soprattutto la voce di un alto interprete – e un’altra è tradurre per chi legge solo con gli occhi. Certi giri sintattici, certi stilemi, non funzionano altrettanto bene se letti a bassa voce di quanto non accada quando si ascoltano pronunciati da un altro. Per quanto il teatro sia sempre un artificio, c’è una certa differenza tra la lingua parlata (sia pure ricreata ad arte) e il racconto scritto. D’altra parte tradurre il linguaggio teatrale mi ha insegnato ad ascoltare e riconoscere le diverse “voci” che ci sono in un romanzo, a cercare di immedesimarmi nei vari personaggi e dare a ciascuno la sua personalità. Credo che questo mi abbia aiutato molto a trovare, alla fin fine, la voce dell’autore.

Secondo te è più faticoso tradurre un romanzo o scriverlo?

Sono due cose molto diverse – o almeno credo, visto che non ho mai scritto nessun romanzo. Lo scrittore deve trovare le parole, il traduttore ce le ha già, ma deve scegliere quelle giuste in un mare di possibilità diverse, a volte anche contrastanti. Penso siano entrambe due belle gatte da pelare.

Se hai tradotto da più lingue, quale secondo te è più “confortevole” nel passaggio all’italiano?

Nessuna. Non dipende dalla lingua – ognuna ha i suoi pro e i suoi contro, e alla fine secondo me si finisce in pari – ma dall’autore. Ci sono autori che sforzano la lingua fino a distorcerla, altri che sembrano perfettamente lineari ma in realtà nascondono un enorme lavorio ritmico e lessicale, altri ancora che sono facili e basta (oddio, a me non sembra facile nessuno – e poi, facili per te, magari poi quello che ti sembra difficile è facile per un altro e viceversa…). Comunque non lo sai mai, prima di avere cominciato.

Ti è capitato di tradurre un autore che proprio non sopporti?

No. Rispetto tutto quello che traduco. E in generale, siccome tradurre è un modo molto approfondito di leggere, è difficile non trovare mai qualcosa di buono. O forse sono stato solo molto fortunato.

Il testo che più ti ha fatto ammattire a tradurre? E quello che invece più ti ha divertito?

Il testo più difficile in assoluto è stato Il libro dei fiumi di José Luandino Vieira, perché è un angolano che tratta il portoghese come Joyce trattava l’inglese, con forse un pizzico di violenza in più. Quello che più mi ha divertito in assoluto (dopo un periodo di discreto impazzimento, tuttavia) è stato Lettere, di Mark Dunn, perché una volta trovata la chiave la traduzione sembrava prodursi da sola. È stata la prima volta che più che un traduttore mi sono sentito un conduttore – nel senso del filo elettrico.

C’è stato qualche romanzo (o saggio) che, traducendolo, hai avuto una gran voglia di aver scritto tu?

No. Ho sempre preferito dare voce agli altri altri, piuttosto che tradurre me stesso. È vero però che in ogni testo c’è sempre qualcosa che mi ricorda di me, in una strana maniera che commuove. Forse è questo il privilegio e anche il segreto di ogni interpretazione: non smaniare per raccontarsi, ma godere nel riconoscersi.

Ti è mai capitato di aver voglia di “aggiustare” qualche passaggio mal scritto? Secondo te un bravo traduttore aggiusta o lascia così com’è?

No, perché dovrei? E soprattutto, chi decide se una cosa è scritta male? Personalmente trovo orrendo lo stile di molti autori che vendono centinaia di migliaia di copie – quindi forse hanno ragione loro. Credo che un bravo traduttore non aggiusti niente, piuttosto trovi la misura giusta tra sé e quell’altra roba lì. Senza giudizio, che spetta ai critici e ai lettori.

La traduzione cine-televisiva ha dei limiti (tempistica, ritmo, labiale degli attori, ecc.): c’è un corrispettivo di questi limiti in quella cartacea (come per esempio il numero di pagine del libro finito)? E se sì, quanto possono influire questi limiti sul lavoro di traduzione?

Be’, ci sono dei limiti culturali entro cui muoversi, convenzioni, abitudini e così via. Ma è roba temporanea, che storicamente cambia. Piuttosto, bisogna saper riconoscere se l’autore primo si è attenuto alle abitudini e alle convenzioni della sua cultura, e fare come lui. Se lui ha spezzato, dovrò farlo anch’io, altrimenti no. Ma forse non ho risposto alla domanda. In realtà i limiti della traduzione cinematografica sono dati da un altro interprete che sta in mezzo: l’attore. È lui a stabilire i tempi e i ritmi di dizione, anche se è vero che i labiali e la quantità di sillabe in ciascuna parola dipendono dalla lingua. Ma il punto è che c’è un altro interprete di mezzo, e di questo bisogna tener conto. Da questo punto di vista e a parte i dettagli tecnici, la traduzione per il teatro non è poi tanto diversa – e forse nemmeno quella del romanzo. In fondo, cos’altro è un buon lettore, se non l’interprete ultimo…?

Per finire, qual è il libro (o la serie di libri) di cui vai più fiero di aver curato la traduzione?

Niente di quanto ho tradotto mi rende particolarmente fiero. Più che altro, sono fiero di fare il traduttore.

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 14 novembre 2011.

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Pubblicato da su settembre 23, 2016 in Interviste, Traduttori

 

[Books in Movies] Justified (2015)

justified_aIl 7 giugno 2016 è andata in onda in Italia l’ultima intensa puntata della serie televisiva Justified (6×13, datata originariamente 14 aprile 2015). Non è stata una serie che considero riuscita, vedere di filata tutte e sei le stagioni è stato difficile e molte puntate sono davvero fatte male, ma se la stupenda prima stagione ha creato qualcosa di buono… è un gruppo di personaggi indimenticabili e strepitosi.

justified_cTranquilli, non rivelerò nulla del finale, ma a metà puntata tutto d’un tratto lo sceriffo Raylan Givens (Timothy Olyphant) tira fuori dal suo cassetto un libro: è la prima volta che un qualsiasi libro si affaccia nella serie.
Il protagonista guarda silenziosamente questa edizione vissuta di The Friends of Eddie Coyle (1972), romanzo d’esordio di George V. Higgins: ex procuratore di Boston diventato poi romanziere di successo. L’anno successivo Robert Mitchum interpreta il protagonista nel film che ne è stato tratto.

L’Italia ignora questo autore, infatti della sua ampia produzione letteraria è arrivato solo questo romanzo citato: Gli amici di Eddie Coyle, pubblicato da Mondadori nel 1973 con l’autorevole traduzione di Laura Grimaldi, all’epoca direttrice di Segretissimo.
L’unico altro romanzo di Higgins giunto da noi è Cogan (Einaudi 2012, trad. Cristiana Mennella) e solo per sfruttare l’uscita al cinema del relativo film Killing Them Softly (2012) con Brad Pitt.
justified_b

«Se ti dico che l’ho letto dieci volte, è poco».

Così Raylan Givens ci informa di essere un lettore appassionato, ma null’altro ci viene spiegato: cosa c’entra il romanzo con la serie nata dalla produzione narrativa del compianto Elmore Leonard? Rimarrà il grande segreto dell’ultima puntata…

L.

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Pubblicato da su settembre 22, 2016 in Books in Movies

 

Weird Tales Pseudobiblia 7. Titoli minori 2

old_armenian_book_by_deviantik11Negli anni Trenta un gruppo di amici scrittori si divertì a riempire le pagine della celebre rivista “Weird Tales” di pseudobiblia, libri falsi inventati appositamente per racconti dell’orrore: ecco le loro storie…

Pseudobiblia esoterici minori

Continua la breve presentazione di quei titoli minori che hanno arricchito il grande gioco degli pseudobiblia esoterici.



Il Testamento di Carnamagos

weirdtales_1934-12Nel dicembre del 1934 su “Weird Tales” appare il racconto “Xeethra” di Clark Ashton Smith (in Italia, in “Zothique”, Nord 1977), in cui si fa per la prima volta menzione del “Testamento di Carnamagos”. Smith, va ricordato, iniziò la propria carriera letteraria come poeta, e in questo racconto cede alla tentazione di usare come epigrafe una poesia tratta dal Carnamagos:

«Sottili e molteplici sono le reti del Demone, che
segue i suoi eletti dalla nascita alla morte e dalla
morte alla nascita, attraverso molte vite.»

L’unica altra citazione è dello stesso autore l’anno successivo, quando nel racconto “Colui che cammina nella polvere”, o “Il dio della polvere” (The Treader of the Dust, “Weird Tales”, agosto 1935;in Italia, “Gli orrori di Yondo e altri racconti”, MEB 1979; “I Miti di Cthulhu” n. 36, Fanucci 1990), viene riportata un’altra citazione dal “Testamento”.

«Quei passaggi del “Testamento di Carnamagos”, su cui aveva ponderato con meraviglia e spavento, facevano certo impressione, ma erano rilevanti solo per l’orrore evocato da qualche folle stregone dell’antichità»

Sappiamo che il libro, «in cuoio grezzo e dai fermagli in ossa umane», è stato scritto dal «saggio e malefico veggente Carnamagos, ritrovato migliaia di anni prima in qualche tomba greco-bactriana e trascritto da un monaco apostata, in greco, col sangue di qualche mostro da incubo.»

Le Cronache di Nath

di-nuovo-weird-talesUscito nel settembre del 1940 sulle pagine di “Polaris”, il racconto “L’albero sulla collina” (The Tree on the Hill; in Italia, “Di nuovo Weird Tales”, Fanucci 1986) porta la firma di Duane W. Rimel, ma in realtà è scritto da H.P. Lovecraft.

Impressionati dalla presenza di un’ombra anomala in una foto scattata, i protagonisti della storia consultano un libro molto particolare:

«una delle prime traduzioni inglesi delle “Cronache di Nath”, scritta da Rudolf Yergler, un antico mistico ed alchimista tedesco che fece sua parte del sapere di Ermete Trismegisto, il venerabile stregone egizio».

Il riferimento a quel Trismegisto considerato il padre dell’alchimia, e protagonista di forse troppe speculazioni sull’occultismo, dà allo pseudobiblion un fascino antico e soprattutto “magico”.

Le “Cronache” sono d’aiuto: «“E avvenne che nell’Anno de lo Capro Nero giugnesse in Nath un’ombra che non doveva stare su la Terra, fatta sì che niuno mai l’avea vista pria nel nostro dolce mondo”» e seguono istruzioni su come comportarsi con questa “ombra anomala” per evitare che l’intero universo finisca in grave pericolo!

Il Testo di R’lyeh

weird_tales_march_1944Nel marzo del 1944 su “Weird Tales” esce “La casa in Curwen Street” (The Trail of Cthulhu, in Italia, “I Miti di Cthulhu” n. 1, Fanucci 1985) di August Derleth che, oltre a citare i già noti pseudobiblia («i Grandi Antichi; […] il “Cults des Goules” del Conte D’Erlette, il “Manoscritto Pnakotico”, il “Libor Ivonis”, e il “Unaussprechlichen Kulten” di Von Junzt»), partecipa al “gioco” con un personale titolo: il “Testo R’lyeh”.

R’lyeh è il nome che H.P. Lovecraft dà alla città subacquea da cui deriva il sacerdote-stregone Cthulhu, nel racconto “Il richiamo di Cthulhu” (The Call of Cthulhu, “Weird Tales”, febbraio 1928; in Italia, “Storie di Fantasmi”, Einaudi 1960), personaggio che darà il via ad un intero filone, prodigo di autori, di titoli e soprattutto di pseudobiblia!

Derleth, amico e collega di Lovecraft, ipotizza uno studio su questa città.

«appresi che il Dr. Shrewsbury era uno studioso di misticismo, esperto di scienze occulte, professore di filosofia, nonché un’autorità su tutto quanto concerneva il mito e la religione dei popoli antichi. Il suo libro […] portava il minaccioso titolo “Una ricerca sui modelli del mito dei moderni primitivi con particolare riferimento al Testo R’lyeh”».

Ma gli interessi del dottor Shrewsbury non si limitano ai miti:

«Si interessava però soprattutto al linguaggio R’lyehiano. Nei passaggi meno oscuri del “Necronomicon” e nello spaventoso “Testo R’lyeh”, c’erano alcuni accenni i quali sembravano indicare che si stava avvicinando il tempo atteso per la rinascita di Cthulhu».

weird-tales-cover-1945-07Nel numero del luglio 1945 di “Weird Tales” il racconto di Derleth “L’occhio dal cielo”, o “La vedetta celeste” (The Watcher from the Sky; in Italia, ne “I Classici della Magia Nera”, Longanesi 1971; “I Miti di Cthulhu” n. 9, Fanucci 1986) riporta addirittura un estratto dal “Testo”: «Il Grande Cthulhu risorgerà da R’lyeh, Hastur l’Indicibile ritornerà dalla stella nera che si trova nelle Iadi presso Aldebaran… Nyarlathotep muggirà eternamente nell’oscurità che ha scelto come dimora, Shub-Niggurath potrà generare i suoi mille figli….»

Nel 1974 Brian Lumley, nel suo già citato “La saga di Titus Crow”, rivisitando tutti i miti di Cthulhu non può esimersi dal citare il “Testo di R’lyeh”, «ritenuto opera di alcuni servi del Grande Cthulhu stesso.»

Merita una menzione finale l’esclamazione «Iä R’lyeh! Lode al signore Tsathoggua!», lanciata da Lovecraft in “Wonder Stories” dell’ottobre 1932 nel racconto “L’uomo di pietra” (The Man of Stone; in Italia, in “Sfida dall’infinito”, Fanucci 1976) firmato Hazel Heald.

I frammenti di Celeno

Il nome Celeno deriva sicuramente da Lovecraft, che lo usa ne “L’orrore di Dunwich” (The Dunwich Horror, “Weird Tales”, aprile 1929; in Italia, “Storie di Fantasmi”, Einaudi 1960), ma “I frammenti di Celeno” è uno pseudobiblion che si ritrova solo nel già citato racconto “La casa in Curwen Street” (The Trail of Cthulhu, 1944) di August Derleth.

La pergamena di Morloc

Malgrado sia di molto successivo al periodo preso in considerazione, merita una citazione il fatto che Clark Ashton Smith, non pago degli pseudobiblia già ideati, crea nel 1975 la “Pergamena di Morloc” rendendola protagonista dell’omonimo racconto (The Scroll of Morloc) uscito su “Fantastic” dell’ottobre di quell’anno.

L’ambientazione è sempre in quell’Hyperborea tanto cara all’autore, quel mondo passato pre-umano in cui un essere vuole impadronirsi appunto della Pergamena di Morloc, un preziosissimo documento che contiene antichi e misteriosi riti magici. La formula che l’essere vi leggerà è complessa, «Wza-y’ei! Wza-y’ei! Y’kaa haa bho-ii», ma l’effetto è semplice: una infernale trasformazione nella razza che scrisse anticamente quella pergamena!

Il racconto arriva tardi in Italia, nel 1992, all’interno dell’antologia “Fantasy Inverno 1992” (speciale della collana Urania Fantasy): è l’unica edizione esistente in italiano!

Gli osservatori segreti

Chiudiamo tornando all’inizio del fenomeno dei Miti di Cthulhu, quando Frank Bellknap Long decise di partecipare a quell’enorme gioco letterario imbastito da molti scrittori, amici e colleghi. Così sul numero di marzo del 1929 di “Weird Tales” pubblicò “I segugi di Tindalos” (The Hounds of Tindalos, in Italia, “I Libri della Paura” n. 8, SIAD 1979), racconto classico sulla reazione che può manifestare un essere umano quando viene a contatto con… l’inumano!

Halpin Chalmers, esattamente come tutti i protagonisti di storie horror, non crede nella scienza, ma ha profonda fiducia nei risultati ottenuti con potenti droghe. Stranamente, l’uso sconsiderato di droghe, un comportamento cioè che offusca totalmente i sensi, è considerato foriero di risultati più “pratici” che una ricerca scientifica, che si basa cioè su fatti concreti! Chalmers non la pensa affatto diversamente, e così per carpire i segreti della quarta dimensione (il tempo), assume un’ingente quantità di una droga molto molto rara (ma che si è procurato senza difficoltà!) e comincia a… viaggiare…

Non ci vuole molto per capire che il protagonista finirà male, ma a testimonianza della propria esperienza lascerà un diario incompiuto, intitolato “Gli osservatori segreti”.
Sì, perché durante i suoi “viaggi”, Chalmers ha scoperto che esistono esseri totalmente estranei a qualsiasi umanità, i segugi di Tindalos, che si nutrono di sangue (non si capisce perché, visto che sono inumani!) e che vogliono punirlo perché lui ha scoperto il loro segreto.

Ma lasciamo la parola a Chalmers e all’unico brano riportato del suo diario:

«Che cosa accadrebbe se, parallela alla vita che conosciamo, esistesse un’altra vita che non muore, e che manca degli elementi che distruggono la nostra vita? Forse, in un’altra dimensione, c’è una forza diversa da quella che genera la nostra vita. Forse questa forza emette energia, o qualcosa di simile all’energia, che passa dalla dimensione sconosciuta dove essa esiste e crea una nuova forma di vita cellulare nella nostra dimensione. Ah, ma io ho visto le sue manifestazioni. Ho conversato con loro. Nella mia stanza, di notte, ho parlato con i Doel. E in sogno ho visto il loro creatore. Sono stato sulla riva oscura al di là del tempo e della materia, e l’ho visto. Si sposta fra strane curve e angoli acuti. Un giorno, io viaggerò nel tempo e l’incontrerò “faccia a faccia”.»

Molti altri titoli minori arricchiscono l’universo di Cthulhu, ma l’editoria italiana non si è interessata a loro: solo un’esigua parte di questa letteratura è giunta da noi, negli anni Settanta e Ottanta, ad opera di due o tre curatori, quindi molti pseudobiblia rimangono sconosciuti ai lettori italiani.

L.

P.S.
La prima bozza di questo articolo è apparsa su ThrillerMagazine il 30 settembre 2009.

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Pubblicato da su settembre 21, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Scrivere di menare] Fighter (2007)

fighterChe fantasia, questi titoli di romanzi: per fortuna dopo The Fighter si è pensato di togliere l’articolo per il romanzo dello stesso anno, uscito dunque in Italia semplicemente come Fighter.
Uscito nel 2007 per la milanese BD, il romanzo di Craig Davidson viene ristampato nel 2010 come n. 3007 della collana “Il Giallo Mondadori”: la traduzione è sempre di Marco Schiavone.

Ecco un estratto di menare:

La stretta di mano di un vero combattente era sempre morbida. Forse perché le loro mani erano tenere dopo mesi di pugni al sacco e guanti e avversari. O forse, dopo aver fatto così tanti danni sul ring, non possedevano alcun desiderio di far male fuori dal quadrato, anche quello minimo che poteva derivare da una ferrea stretta di mano.
Paul e Tommy si strinsero le mani molto, molto gentilmente.
«Mi dispiace per quello che succederà,» disse Paul.
«Di cosa vuoi dispiacerti?» Tommy diede un buffetto sulla spalla di Paul. Il suo sorriso era in qualche modo svergognato. «Ci andrò giù piano con te.»
«Per favore, non farlo.»

Il primo pugno colpì Paul alla spalla. Non c’era forza in esso: se fosse possibile tirare un pugno benintenzionato, Tommy ci era riuscito. Ma era stato abbastanza da sbilanciarlo e saltellò all’indietro, per poi lanciarsi rapido contro il torace di Tommy. Tommy aumentò la pressione su Paul, cingendogli il collo con il braccio, obbligandolo a stare a testa in giù e rendendogli difficile respirare. Paul fissava il proprio ombelico mentre il grosso bastardo lo colpiva alle costole. Non troppo duro, abbastanza da farlo soffrire.

Sentì le proprie costole rimpicciolirsi intorno ai polmoni, il ritmo sincopato del suo cuore, la sensazione di essere vicino al proprio corpo come mai prima d’allora.

Il braccio di Tommy scivolò giù dal collo di Paul. Paul si riprese e lanciò un destro alla testa del suo avversario; Tommy schivò e il colpo raggiunse il lato della sua gola, mentre il suo destro attraversava le braccia di Paul per colpirlo sotto il mento. Il dolore fiorì all’interno del cranio di Paul, non in un solo fiore, ma in giardini, un dolore di chiodi arroventati infilati sparsi sullo scalpo.

Tommy fu sorpreso dal ragazzo che non andava giù. Il ragazzo Kilbride sarebbe caduto a pezzi, ma questo sorrise e basta, con il sangue che riempiva le fessure tra i denti. È malato, pensò Tommy, allo stesso modo del povero Garth Briscoe.

Paul attaccò, mancando il bersaglio, quindi Tommy lo colpì con un pugno pesante. Le lacrime riempirono gli occhi di Paul mentre una distinta nota di sofferenza suonava sul suo viso e colpiva il centro del suo cervello. Fu colpito ancora, più duro di quanto fosse mai stato colpito prima: il naso si compattò, i capillari brucianti brucianti. Il mondo divenne rosso e Paul cadde in quel rossore, come in un sogno. Il suolo correva ad accoglierlo. Vide una macchia rossa del suo sangue a forma di ventilatore, poi di farfalla, luccicare e poi penetrare nelle crepe e nei nodi del tappeto.

Suonò il gong.

Paul barcollò fino al suo angolo come un uomo reduce da tre giorni di bevute ininterrotte. Sorrideva.

Lou lo aiutò a trovare lo sgabello. La faccia di Paul pareva qualcosa che poteva essere firmata da Goya: una fronte neanderthaliana sopra le sopracciglia e un dente infilato nel paradenti, appeso a una striscia di pelle.

«Tieni duro.» Lou infilò le dita nella bocca di Paul e, con una torsione decisa, strappò via il dente. «Se ingoi più di mezzo litro starai male,» gli disse mentre il sangue riempiva la bocca di Paul. «Che diavolo, tanto non te ne cresceranno di nuovi, no?»

Usò il solfuro ferrico per cauterizzare il buco sanguinante nella bocca di Paul. Paul inghiottì compulsivamente, l’acido gli bruciò l’esofago.

«Sto cercando di andarci piano. Ma è ingordo.»
Reuben passò la testa di Tommy con una spugna bagnata. «Che cosa ti aspettavi? L’altra volta hai avuto un deficiente, ora un acchiappapugni.»
«Masochista,» corresse Tommy.
«Continua a pressarlo. Non devi dare spettacolo per questi cretini.»
«E se non va giù?»
«Allora devi farlo andare giù.»
«Potrei fargli davvero male.»
«Cristo, Tom, come pensi che finisca altrimenti?»

Finì dopo trentatré secondi dall’inizio della seconda ripresa. E finì in questo modo.

Due uomini combattevano nel ring illuminato brutalmente, i fischi dei loro pugni a suonare una canzone mortale. Paul provava una gioia puramente perversa nel sentire le mani di un altro uomo sul proprio corpo, seppure con violenza. Tommy trovò il tessuto morbido sotto il cuore di Paul con un montante cattivo; Paul ansimò come se un palanchino gli fosse stato conficcato nel torace.
Tommy vide l’opportunità: il ragazzo lasciava aperta la guardia ogni volta che provava un destro. Fai in fretta, pensò Tommy. Mandalo a nanna.

Tommy piantò i piedi per terra e si impegnò in un montante destro che emerse dal suo petto come un missile Stinger decollato da un silo nei campi.

Il pugno mancò per mezzo centimetro.
Considerate questa distanza per un momento.
Il vostro dito indice, diciamo. Alla base della vostra unghia, dove incontra il suo letto – dove l’unghia incontra la carne – quella mezzaluna biancastra. È chiamata la lunula, dal latino luna. La lunula non dovrebbe essere più di mezzo centimetro nel suo punto più alto; un po’ di più se la vostra unghia è soggetta a manicure, con il cuticolo spinto all’ingiù.

Il pugno di Tommy mancò per una lunula. Per un’ala di falena. Mezzo centimetro. Ma in maniera cruciale mancò di una vita intera, o di parecchie. Mancò per i quarantatré anni di Tommy e i quarantacinque di Reuben, per i ventisei di Paul e i sedici di Rob. Mancò tutte le possibilità che esistevano nella frazione di secondo precedente e di tutte quelle che sarebbero potute esistere dopo.
Quando il pugno di Tommy filò al lato del suo mento, Paul fece un passo di lato e reagì istintivamente. La mascella di Tommy era serrata: l’arteria mascellare interna che va dalla cima del capo al cuore era stretta, il sangue si raccoglieva intorno alle tempie.
Fu un pugno fortunato, del tipo che potete vedere se guardate tanti incontri.

Paul era nel posto giusto, Tommy in quello sbagliato. Le circostanze erano a favore di Paul, e contro Tommy. Tutti laggiù sapevano chi era il combattente migliore; neanche una scommessa era stata piazzata su Paul vincente.
Un pugno fortunato, è tutto. Succede.

Paul sentì come se un grappolo molto piccolo, e molto maturo, fosse stato schiacciato dalle sue nocche.
Oppure messa in altro modo.
Dicono che ogni sostanza che appare solida è, al suo livello più basso, nient’affatto solida. Tutto è composto da atomi, nuclei di protoni e neutroni attorno a cui orbitano gli elettroni. Una enorme distanza separa gli elettroni dai loro nuclei: immaginate la luna che ruota intorno alla terra, o la terra che orbita intorno al sole, e avrete un’idea. Dicono che se si rimuovono tutti quegli spazi vuoti, e si comprime tutto il resto insieme, l’Empire State Building potrebbe stare in un cucchiaino per il tè: un cucchiaino pieno di materia pura del peso approssimativo di 19,800 tonnellate.

Il pugno di Paul colpì Tommy come l’Empire State Building fatto cadere da un cucchiaino di tè.

Nell’istante in cui il pugno colpì, mentre gli occhi di Tommy scivolavano involontariamente all’indietro, Paul avrebbe voluto riprenderselo, come se il pugno fosse stato un insulto che poteva ritirare. Scusa, scusa, non volevo. Stavano combattendo, certo, provando a mettere al tappeto o costringere alla resa l’avversario, ma il suono della testa di Tommy che colpiva le tavole – un orribile rumore di frattura come una lumaca schiacciata – interruppe qualunque incantesimo lo avesse avvolto e ora Paul poteva solo guardare Tommy che cercava di rialzarsi fallendo miseramente, il sangue che correva fuori dal naso mentre lui fissava vacuo, con uno strano sorriso disorientato.

E quando Tommy cadde, cercando di afferrare Paul perché era l’unica cosa raggiungibile, Paul fu lì a prenderlo. Cullò il grosso collo muscoloso di Tommy, il suo denso peso privo di vita come un sacco di cemento sudato. La testa di Tommy dondolava, con gli occhi aperti, la lingua penzolante oltre il piatto paradenti nero.

Qualche secondo e Reuben spingeva via Paul e si inginocchiava di fianco a suo fratello. Cercò di pulire il sangue con un asciugamano, ma ce n’era dannatamente troppo e non la smetteva di uscire. Il sudore sulle braccia di Tommy era gelido e la sua testa sembrava tutta sbagliata; Reuben aveva male allo stomaco a pensare che dentro tutto era rotto e fosse solo la pelle a tenere tutto assieme.
«Chiama un’ambulanza!»
«Non funziona così,» disse Manning a Reuben. «Devi occupartene tu.»
«Occuparmene come?»
«Come puoi.» Manning incrociò le braccia. «Dove vuoi, ma non qui.»

L.

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Pubblicato da su settembre 20, 2016 in Uncategorized

 

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[Un libro, una storia] Nell’Anno Mille

edmond-pognon-nellanno-milleNel settembre del 1998 la Fabbri Editori recuperò la collana BUR “La Vita Quotidiana” – edizione italiana dell’originale francese La vie quotidienne della Hachette – e la portò in edicola: una serie di splendidi volumetti dalla deliziosa copertina rigida.
Scoprii questa uscita bazzicando l’edicola della Stazione Magliana di Roma, perché all’epoca lavoravo ad una casa editrice lì a due passi: ogni pausa era buona per andare a spulciare quello che in pratica era l’unico negozio nel raggio di chilometri.
Visto che ormai ero in confidenza con l’edicolante, mi feci mettere da parte le uscite… e lui incredibilmente lo fece! (A Roma non è affatto scontato…)

Vista la data, credo fossero uscite settimanali, perché nel marzo del ’99 ho lasciato quel lavoro e non ricordo di aver comprato altrove questi volumetti. Visto che ne ho presi 37 – che conservo ancora – forse i miei ricordi non sono così precisi: 37 settimane sono circa nove mesi, quindi forse sono andato via a giugno ’99…

La collana ha un grande difetto: raccoglie libri scritti essenzialmente da consultazione, non da lettura. Sono autori francesi (a parte un paio di rare eccezione con nomi italiani) quindi è storia di quella buona, di quella gagliarda, ma non è affatto discorsiva.
Per fare un esempio, se il libro parla dell’epoca di Alessandro Magno, c’è un capitolo su cosa mangiavano, un capitolo su come vestivano, uno su come costruivano le case ecc. ecc. Tutto messo in foma quasi enciclopdica, e onestamente la lettura ne risente.

Fa eccezione questa prima uscita, lo stupendo “Nell’Anno Mille” (En L’an Mille, 1981) di Edmond Pognon, splendido affresco sull’Europa di un periodo molto intrigante.
Visto che alla Magliana ci andavo spesso in metropolitana, avevo tempo a iosa per leggere e quei tre anni in cui ho lavorato lì sono stati particolarmente formativi dal punto di vista della saggistica. Questi volumetti Fabbri poi erano perfetti per il pendolarismo: piccoli ma resistenti, potevi tenerli in tasca senza pericolo di spiegazzarne le pagine.

No so se sono riuscito a completare la collana, non esisteva un piano dell’opera né alcun tipo di informazione, né purtroppo ricordo se l’interruzione è stata dovuta alla fine della serie o al mio cambio di lavoro: conservo comunque ancora tutti i libretti con piacere.

L.

 
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Pubblicato da su settembre 19, 2016 in Uncategorized

 
 
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