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La lingua di Vivere due volte (2019)

Mi è capitato di vedere il film Netflix “Vivir dos veces” (2019) della spagnola Maria Ripoll, reso in italiano con “Vivere due volte” forse in onore ad uno dei rari film della regista giunti in Italia, Due volte ieri (1998).

Il film è delizioso e tratta con mano leggera e tocco delicato un tema profondamente drammatico. Infatti al protagonista Emilio (lo strepitoso bonaerense Oscar Martínez) viene diagnosticato un Alzheimer che sembra ancora lontano, visto che il professore universitario di matematica sembra nel pieno possesso di tutte le facoltà mentali che hanno forgiato la sua vita e le sue scelte, ma ben presto diventa chiaro che la malattia sta procedendo in modo inesorabile.

Per tutta la vita Emilio si è immerso nello studio con un solo obiettivo, forse inconscio o forse no: dimenticare Margarita, l’unica donna che abbia davvero amato profondamente. Una storia di gioventù, roba passata, poi si è sposato e ha avuto una figlia che ora è mamma anche lei… ma cinquant’anni non sono niente, e il ricordo è ancora lì. Ora però l’Alzheimer riuscirà dove Emilio ha fallito: dimenticare Margarita. Prima che questo succeda… l’anziano professore vuole ritrovarla, per sapere se anche lei ha pensato a lui.

Lo sgangherato road movie con figlia e nipote al seguito si separa subito dal canone americano per ritmo e trovate, tutte molto più di gusto europeo e studiate in modo da non far mai pensare allo spettatore di poter anticipare lo svolgimento della splendida sceneggiatura di María Mínguez, che giunge inesorabile ad un finale potente e delizioso, che sarà impossibile affrontare con gli occhi lucidi.

Oltre a consigliarvi il film, mi piace segnalare alcune chicche linguistiche.

Non chiamatelo sudoku, bensì “quadrato magico”

L’inizio della storia ci presenta il professore brontolone al bar, intento a fare un sudoku. «Non si chiama sudoku: si chiama quadrato magico! I giapponesi credono di averlo inventato loro, ma hanno solo messo il nome a qualcosa che già esisteva.»

L’accorato appello di Emilio ad usare un’espressione della propria lingua, cuadrado mágico, per ciò che tutti chiamano sudoku va ben oltre il riferimento storico – visto che, secondo Wikipedia, già nel 1892 “Le Siècle” pubblicò un carré magique da far risolvere ai lettori – mi piace leggerci anche un piccolo singulto di amore linguistico che è bello trovare ogni tanto in giro per l’Europa “colonizzata”.

Scusa, che lavoro hai detto che fa tuo padre?

Che sotto traccia ci sia la voglia di lanciare stoccatine lessicali la si può avvertire quando Emilio chiede alla nipotina che mestiere faccia suo padre:

Coaching.
— ¿El qué?
— Una profesión que se ha inventado él para no admitir que está en el paro.

La contrapposizione fra inglese e spagnolo del testo originale si perde nella resa italiana – curata da CD Cine Dubbing – ma rimane intatto il sarcasmo:

Formazione.
— Che cos’è?
— È una professione inventata per non ammettere che è disoccupato.

L’adattamento italiano curato da Fausta Fascetti dunque traduce coaching, lasciato invece in originale in altre lingue, il che ci fa ben sperare in rese italiane più attente, in futuro. L’espressione tornerà più avanti e dimostrerà che possiamo benissimo tradurre anche ciò che vogliono spacciarci come intraducibile: la parola  coaching lascia lo stesso grado di vaghezza di formazione, quindi il sarcasmo sul padre disoccupato è perfettamente reso nella nostra lingua.

Ridere in faccia alla Citroën

Partiti a bordo di una vecchia Citroën CX 25 RD Turbo, nonno e nipotina ne approfittano per uno scontro culturale: l’autorevole professore universitario ovviamente ha subito la peggio contro la generazione che vive con lo smartphone in mano, che chiama «móvil».

Il nonno brontolone punzecchia la ragazzina dicendole «Vedo che ti piace dedicare il tuo tempo a stupidaggini», al che lei risponde «LOL». Emilio non conosce il “linguaggio delle chat” quindi non sa che LOL è la sigla di Laughing Out Loud, (o Lots Of Laughs a seconda delle fonti), così la ragazzina glielo spiega: «È uno spasso, mi diverto». (Me parto, me troncho)
«Ah, è come “rido a crepapelle“» sghignazza Emilio, usando in originale il delizioso «¡Qué risa, tía Felisa!». La versione inglese del film, Live twice, love once, traduce con «splitting your sides», mentre quella francese, Vivre deux fois, «quelle rigolade, les amis!»: tutti modi di dire sostituiti da tre semplici lettere, LOL, nate per economizzare nella scrittura ma poi entrate nel linguaggio comune.

Applicare tag agli LP

Quando Emilio non riesce più a ricordare il contenuto degli dischi di musica che ha collezionato per una vita, la nipotina si offre di preparargli delle etichette (etiquetas), al che il nonno ha un sussulto: «Como las etiquetas de facebook».
La presa di coscienza di Emilio è tradotta fedelmente in italiano, «come le etichette di facebook», ma tutti sappiamo che non esistono “etichette” in facebook: esistono tag. Nessun italiano parla italiano, nei social.

«Like tags on facebook» rende giustamente la versione inglese, «Comme des tags sur facebook» rende il francese, dimostrando d’aver perso da tempo la sua battaglia contro gli inglesismi.
Plaudo alla scelta della nostra Fausta Fascetti di italianizzare gli inglesismi, perché altrimenti non si sarebbe capito perché la nipotina volesse mettere delle tag sui dischi del nonno: visto che “etichetta” è la perfetta traduzione italiana di tag, in qualsiasi ambito il termine venga usato, direi che è un’ottima scelta.


Il bilancio è incredibile: la versione italiana del film è più regionalizzata di quella inglese e francese, che si limitano ad usare inglesismi: vuoi vedere che il 2020 sarà l’anno dove saremo tutti più sensibili alla nostra povera lingua massacrata?

L.

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Pubblicato da su febbraio 10, 2020 in Linguistica

 

L’itanglese di 7 uomini a mollo (2018)

Cosa fate quando avete il mouse tra le mani e state lavorando al computer? Più nello specifico, cosa fate con il vostro indice poggiato sul tasto del mouse? Provate a dirlo in italiano…
Non c’è una parola, dall’arrivo del personal computer negli anni Ottanta l’italiano si è tolto le mutande e al massimo ha italianizzato i termini inglesi, così con il dito sul mouse tutti noi clicchiamo. Abbiamo dimenticato tutte le parole italiane che l’informatica usava tranquillamente sin almeno dagli anni Cinquanta, non abbiamo mai cercato parole per battezzare il mouse… e quindi è già un buon risultato avere un verbo italiano ad indicare un’azione inglese. Contenti noi…

Anche altri Paesi hanno subìto il potente fascino della colonizzazione inglese, eppure lì la lingua continua a opporre resistenza, al contrario dell’italiano. Un simpatico caso me lo sono trovato davanti guardando il film francese “7 uomini a mollo” (Le grand bain, 2018) di Gilles Lellouche, distribuito da Eagle Pictures nei cinema italiani dal 20 dicembre 2018 e in DVD da aprile 2019.

Il comico Philippe Katerine interpreta Thierry, timido (e stempiato) manutentore di piscine che è abituato a gestire i macchinari “alla vecchia maniera”, cioè con le mani. Ma è arrivato il progresso, è arrivato il futuro, e ora tutte le piscine sono gestite dal computer: a Thierry è richiesto solo di fare il badante dell’apparecchio informatico, molto più intelligente di lui.
Mentre viene istruito sul funzionamento del macchinario, Thierry usa il mouse ma dice qualcosa di strano, che il giovane informatico al suo fianco subito corregge infastidito: si dice click. «Je click» (“io clicco”). Cosa mai ha osato dire il povero ingenuotto Thierry che ha infastidito il giovane informatico?

Ma insomma, che ci faccio col mouse?

«Je tapote» è un’espressione meravigliosa, perché dimostra come una lingua sappia capire una novità – cioè qualcosa che non esisteva quando la lingua ha preso forma – e sappia interpretare nuovi gesti con parole già note. “Io picchietto”, o “Io ticchetto”. Pensate al rumore che fuoriesce dal tasto del mouse quando con il dito cliccate sopra… Non è un picchiettìo, un ticchettìo? Sarebbe così osceno dirlo in italiano, noi che guarda caso siamo italiani? «Picchietta qui per aprire il sito»…

Anton Giulio Castagna adatta il film in italiano, per la direzione di Simone Mori, e così nella scena sentiamo la voce di Oreste Baldini dire: «Io picchietto». Ovviamente l’effetto è umoristico, ma non dovrebbe. Perché non dovremmo adattare in italiano un gesto che compiamo cento volte al giorno?

La versione inglese del film, “Sink or Swim“, ovviamente non può rendere il gioco di parole, ma lo stesso fa un ottimo lavoro: «I tap on». Rende perfettamente l’idea del picchiettare, che non è un “premere” ma una leggera e veloce pressione del dito. Però gli inglesi hanno click che è il verbo specifico per l’azione: anche noi italiani avevamo i verbi specifici per le azioni, addirittura resi in lingua italiana: roba vecchia, ormai…

Ho trovato anche la versione spagnola: «Agarro el ratón y aprieto». Non conosco lo spagnolo ma Google Translator rende con “Afferro il mouse e lo stringo”. Adoro il mouse reso con ratón: perché non lo chiamiamo tutti… il topone?
Scommettiamo che se i divi dei nostri tempi (cioè la gente qualunque che va a strillare in TV) cominciassero a dire “topone” d’un tratto sarebbe per tutti normale chiamare così il mouse? Mi batto per un’Italia in cui… si picchietti sul topone!

L.

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Pubblicato da su gennaio 13, 2020 in Linguistica

 

Quello zombie di Paperino

Ottobre 1949, secondo anno dell’Era Mondadori per la pubblicazione del settimanale “Topolino” in edicola, curato dal mitico Mario Gentilini. Il numero 7 della testata presenta l’Inferno dantesco in versione Disney, ma poi l’albetto si chiude con una storia incredibile: “Paperino e il feticcio“.

Scritta e disegnata dal decano Carl Barks ed apparsa originariamente a strisce nel marzo di quel 1949 con il titolo Voodoo Hoodoo, la storia strizza l’occhio proprio a quella magia nera che il cinema amava riutilizzare a piacimento, e che forse non è scontato trovare in un fumetto per l’infanzia. Come cambiano le mode: temo che oggi non sarebbe più apprezzato dai solerti genitori…

«Did you hear the story that’s going around – about there being a zombie in town?»

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Pubblicato da su agosto 5, 2019 in Linguistica

 

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Gli zombi di Star Trek (2)

The Price of the Phoenix” (Bantam Books, luglio 1977) di Sondra Marshak e Myrna Culbreath.

Dalla pagina Wikipedia del romanzo scopriamo che:

«Kirk viene teletrasportato a bordo dell’Enterprise dopo la sua morte accidentale su un pianeta senza nome. Spock si confronta con il sovrano planetario, Omne, che rivela a Spock di aver aperto la strada al “processo della fenice”, una modifica della tecnologia del trasportatore in grado di creare un duplicato esatto di una persona vivente, incluso un duplicato di Kirk. una breve fusione mentale e verifica che il duplicato sia effettivamente Kirk, che chiama “James”. Spock accetta quindi un’offerta da Omne per saperne di più sul processo della fenice, tuttavia Omne spiega che il “prezzo della fenice” richiederà il tradimento della Federazione e della prima direttiva.»

Torna quanto già avevamo visto con “Star Trek: Mission to Horatius” (1968) di Mack Reynolds: il tema del duplicato e del problema della sua “anima”. Scotty, personaggio che simboleggia il popolo “ruspante”, parte ad elencare una serie di nomi dispregiativi per il risultato di Omne:

«Androids, doubles, imposters, illusions»

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Pubblicato da su aprile 12, 2019 in Linguistica

 

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Andrea: la “androide” che baciò Kirk

(© 1982 Metro-Goldwyn-Mayer Studios)

«Io sono un androide?» chiede con innocenza robotica Cassandra (Kendra Kirchner) al suo creatore, lo scienziato pazzo Klaus Kinski nel film “Android” (1983). Possiamo considerare questo film prodotto dalla New World Pictures di Roger Corman – nato palesemente per sfruttare l’onda del successo di Blade Runner (1982) – come la pellicola che ha riportato la parola “androide” all’attenzione della cultura popolare: una specie di recupero per far concorrenza ai “replicanti” di Ridley Scott.

Come si può vedere dalla frase citata, inizia un periodo in cui curiosamente il termine è ripetuto in modo errato. Androide deriva dal greco anèr, andròs, “uomo”, e significa “a forma d’uomo”. Come può una donna essere un androide, cioè a forma d’uomo? Eppure questo film del 1983 ed un fumetto erotico italiano del 1989 testimoniano come negli anni Ottanta “androide” era come “robot”, senza sesso e quindi per entrambi i sessi. E sì che nel 1984 era nato il termine gynoid, “a forma di donna”…

«Lei ha creato un… com’è che lo chiama?»
«Un androide.»
«Ah, ecco. Una specie di robot, vero?»

Questo passo dal doppiaggio italiano del film “Android” testimonia come il termine non fosse più molto noto, quindi potremmo immaginare una specie di dimenticatoio in cui è rimasto per quasi vent’anni… visto che “Star Trek” già lo usava tranquillamente!

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Pubblicato da su aprile 5, 2019 in Linguistica

 

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Gli zombi di Star Trek (1)

Un termine così fortemente legato all’horror come zombizombie non sembra sposarsi bene con le avventure dello sconfinato universo di “Star Trek“, eppure è una parola che si ritrova ampiamente in tutta la sua sterminata produzione letteraria, a volte giunta anche in Italia.
Tralasciando le decine di citazioni dagli anni Ottanta in poi, quando cioè tutti sapevano cosa fosse uno zombie, proviamo a viaggiare più indietro, quando il termine non era così scontato… O forse lo è sempre stato?

Acquisiti i diritti degli episodi della prima stagione di “Star Trek”, la casa editrice Bantam Books già nel gennaio del 1967 – con la serie TV giunta appena a metà della prima stagione – presenta un volume che raccoglie sette novelization di altrettanti episodi, a firma di quel James T. Blish che in seguito trasformerà in racconti tutti gli episodi della serie. (Morirà prima di completare l’opera, e gli subentrerà la moglie, come ho già raccontato.)

Nel trasformare in racconto l’episodio “Dagger of the Mind“, trasmesso il 3 novembre 1966 con la sceneggiatura di S. Bar-David (Shimon Wincelberg), Blish scrive:

«Another of you zombies took her away. If you’ve hurt her, I’ll kill you

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Pubblicato da su aprile 1, 2019 in Linguistica

 

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Selfie o autoscatto?

Foto presa da RadioColonna.it

Già sento cori di sdegno: no, il volgare e pezzente “autoscatto” italiano non deve permettersi di essere paragonato al blasonato e inglese (quindi superiore) selfie. Per descrivere questo sdegno, lascio la parola a Zoppaz del blog “Diciamolo in italiano“:

Sono coloro che chiamo “anglopuristi” che scelgono di dire tutto in inglese, e che sostengono per esempio che autoscatto non è un equivalente di selfie (benché l’etimo sia lo stesso) e argomentano ciò dicendo che il significato storico di autoscatto è un altro. Eppure autoscatto in un primo tempo indicava un sistema con un filo che permetteva lo scatto a distanza. Ma poi la tecnologia è evoluta, e anche la parola è evoluta, passando a indicare il sistema di scatto temporizzato. Perché con l’evoluzione delle nuove tecnologie non dovrebbe evolvere anche autoscatto allargando il suo significato storico? Perché oggi selfie dovrebbe essere più appropriato?

Gli italiani disprezzano l’italiano e non ammettono alcuna “promozione”, anzi semmai un degrado: sia nel senso di abbandono sia nel senso di “togliere gradi” a significati acquisiti. Il ragionamento perverso è: se c’è una figa parola inglese di gran moda, che dicono in TV, perché io dovrei dirlo in italiano e passare per pezzente?
Per fortuna a volte proprio la TV ci dà belle soddisfazioni.

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Pubblicato da su marzo 27, 2019 in Linguistica

 
 
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