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Quello zombie di Paperino

05 Ago

Ottobre 1949, secondo anno dell’Era Mondadori per la pubblicazione del settimanale “Topolino” in edicola, curato dal mitico Mario Gentilini. Il numero 7 della testata presenta l’Inferno dantesco in versione Disney, ma poi l’albetto si chiude con una storia incredibile: “Paperino e il feticcio“.

Scritta e disegnata dal decano Carl Barks ed apparsa originariamente a strisce nel marzo di quel 1949 con il titolo Voodoo Hoodoo, la storia strizza l’occhio proprio a quella magia nera che il cinema amava riutilizzare a piacimento, e che forse non è scontato trovare in un fumetto per l’infanzia. Come cambiano le mode: temo che oggi non sarebbe più apprezzato dai solerti genitori…

«Did you hear the story that’s going around – about there being a zombie in town?»

Una striscia a fumetti per l’infanzia che parla di zombie… tanto per ricordare quanto la parola già nel 1949 fosse già penetrata a fondo nell’immaginario collettivo americano. E in Italia? Come abbiamo visto, il termine esisteva in italiano già da metà Ottocento, ma la nostra lingua è scordarella e i traduttori italiani del fumetto devono aver temuto che “zombie” non fosse una parola nota ai bambini, o peggio ancora mettesse troppa paura. Sai che facciamo? Inventiamocene una nuova…

«Hai sentito la novità? Dicono che ci sia un gongoro in giro!»

Sicuramente così mette meno paura ai poveri bambini.
Comunque questo vecchio gongoro da settant’anni sta inseguendo il papero che schiacciò i suoi padroni per requisirne la terra, solo che ha sbagliato papero: era Zio Paperone che doveva “maledire”, non Paperino. Curioso che all’epoca fosse considerato accettabile una storia per l’infanzia in cui un ricco assoldasse dei criminali per scacciare dei neri dalla propria terra…

Comunque Zio Paperone ci spiega perché uno zombie/gongoro fa quello che fa:

«Perché è scemo! E chi non lo sarebbe al suo posto? Egli continua a vivere mentre dovrebbe essere morto da mille anni! […] Egli non è capace di pensare, e può ricordare soltanto una cosa per volta.»

Ma quanta cattiveria per un povero zombie!

La storia prosegue per altri luoghi comuni razzistici sui neri d’Africa, ma ciò che conta è che d’un tratto Qui, Quo e Qua iniziano a chiamare il silente gongoro “Bombie”, sostituendo la “b” alla “z” per rendere più amichevole il personaggio, visto che a sorpresa risulterà positivo e risolutore dei problemi. In italiano invece rimane il termine “gongoro” per tutta la storia.

Il personaggio tornerà ad apparire ogni tanto, anche se solo in disegno e non in altre storie, ma rimane un curioso momento in cui gli zombie erano così amati dalla narrativa popolare da finire addirittura fra i fumetti della Disney.

L.

P.S.
Dal sito InDUCKS riporto i nomi con cui il personaggio è stato tradotto in altre lingue.

Nome più comune Occasional names
Danese
Zombien Bombie
Finlandese
Bombi-zombi
Francese
Le Tignouf
Greco
Μπόμπυ το Ζόμπι
Inglese
Bombie
Italiano
Gongoro
Norvegese
Bombi
Olandese
Bombie de zombie
Polacco
Bombie-zombie
Portoghese
Zumba
Portoghese-Brasiliano
Zumba
Svedese
zombien Bombie
Tedesco
Zombie Bombie
Ceco
Bombie Zombie
Finlandese
Bombi-zombi
ZombiAlternative and old names
Francese
Bombie le zombie
Polacco
Bombie
Portoghese
Corongo (obsolete)
Portoghese-Brasiliano
Corongo

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20 commenti

Pubblicato da su agosto 5, 2019 in Linguistica

 

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20 risposte a “Quello zombie di Paperino

  1. Sam Simon

    agosto 5, 2019 at 7:56 am

    Ricordo benissimo questa storia! Avendola letta mille anni fa, non avevo collegato il termine gongoro a zombie, effettivamente…

    E quello che hai scritto mi ricorda anche come Romero abbia rivoluzionato il concetto di zombie che prima del suo Night of the Livind Dead era legato a doppia mandata col vodoo!

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    • Lucius Etruscus

      agosto 5, 2019 at 8:12 am

      La questione è più spinosa, in realtà “zombie” nella narrativa scritta già indicava un essere privo di volontà che deambulava, e almeno dagli anni Sessanta nella fantascienza già si era persa ogni traccia di voodoo. Romero si è limitato a farlo “carnivoro”, anche se va specificato che non si parla di zombie nel film del 1969, ma solo di morti viventi. La fusione di due entità completamente diverse, cioè lo “zombie” e il “morto vivente”, si sono fuse dal seguito del ’78 quando ormai il termine si è andato a sovrapporre a quello che era stata per secoli una parola dai molti significati.

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      • Sam Simon

        agosto 5, 2019 at 8:32 am

        Hai ragione a precisare, avrei dovuto limitarmi a parlare dell’influenza di Romero sul mondo del cinema: quando si parla di film di zombie adesso ci si rifà sempre a lui e alla sua idea di zombie “moderno”, nonostante non abbia creato dal nulla il concetto!

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      • Lucius Etruscus

        agosto 5, 2019 at 8:36 am

        Da tempo sto viaggiando nella storia del termine “zombie” ed ora sto aggiungendo anche varie parentesi prese dalla narrativa popolare, come qui Disney e come Star Trek in altri post, per vedere come viene utilizzata la parola. E’ incredibile come un termine vispo, vivo e dai mille significati… sia “morto” con Romero 😀
        Nel senso che ora “zombie” ha un solo significato, invece per secoli ne ha avuti i più disparati, da “re africano” a “piovra”, da “fantasma” a “decerebrato” 😛

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      • Sam Simon

        agosto 5, 2019 at 9:50 am

        Star Trek TOS sconfina spesso e volentieri nello horror, e già ho letto qualcosa sul tuo blog! Ho bisogno di più tempo per spulciare tutto… O.o

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      • Lucius Etruscus

        agosto 5, 2019 at 9:56 am

        Non ti preoccupare, come sai bene l’universo di Star Trek è in continua espansione e a scriverne non si finsice mai 😀
        Scherzi a parte, un giorno farò un postone riassuntivo dell’uso degli zombie in narrativa ^_^

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  2. Cassidy

    agosto 5, 2019 at 9:36 am

    Ora pretendo di avere il DVD di “La notte dei gongori viventi” 😉 Sul fatto che le vecchie storie Disney fossero strapiene di cliché razzisti, salta all’occhio oggi più che mai, con i film stanno correndo ai ripari, modificando qualche passaggio critico nei famigerati film con attori che sfornano uno al mese, ma se dovessero rimettere la mani anche ai fumetti, ne avrebbero da rimestare 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus

      agosto 5, 2019 at 9:55 am

      Quando da ragazzino divoravo tonnellate di storie Disney, non ricordo razzismi particolarmente evidenti – o forse non ci facevo caso – ma è facile non mi siano capitate queste storie degli anni Quaranta: in effettiil Paperone di questa storia non assomiglia nemmeno a quello con cui sono cresciuto.

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  3. Conte Gracula

    agosto 5, 2019 at 9:59 am

    Ti dirò, gongoro ha pure un bel suono: non sarebbe male iniziare a usarlo come sinonimo di zombie ^^
    Credo di aver letto la storia precedente a questa, in cui Paperone dà fuoco al villaggio africano o qualcosa del genere, per venire poi inseguito dallo zombie ovunque vada – e fregarlo con un trucco che non ricordo. Ma non so se fosse la storia originale, era in una raccolta dedicata a Paperone, lo scorso decennio – buffo che abbiano ripescato una storia così scorretta!

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  4. zoppaz (antonio zoppetti)

    agosto 5, 2019 at 10:05 am

    Che meraviglia questa ricostruzione con le traduzioni in tutte le lingue. Complimenti, tra l’altro Bombie lo trovo bellissimo! Un saluto

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  5. Claudio Capriolo

    agosto 6, 2019 at 10:59 am

    Buon dì.
    A proposito di “stranezze” nelle traduzioni italiane delle storie di Carl Barks, mi viene in mente un’avventura di Paperino e nipoti sul Cervino: la montagna – il cui inconfondibile versante svizzero è ben disegnato da Barks, e appare subito, nella prima vignetta – nell’edizione italiana è chiamata Matto Grosso (o Mattogrosso). Perché? Suppongo che il traduttore abbia voluto fare un gioco di parole sul nome tedesco (usato anche dagli anglofoni e dunque da Barks) del Cervino, cioè Matterhorn. Questo termine è costituito da Matt, parola che nello svizzero-tedesco indica un prato (donde anche il nome della località elvetica che sorge ai piedi del Cervino, Zer-matt), e Horn = corno, nell’accezione di picco alpino (nelle Alpi Pennine, intorno al Cervino/Matter-horn si trovano il Weiss-horn, il Mischabel-horn, il Breit-horn e molti altri); in effetti, arrivando a Zermatt a piedi o con il treno (bisogna lasciare le automobili a Sankt Niklaus, 15 chilometri prima), al suo primo apparire l’acuminata punta di freccia del Cervino sembra sbucare direttamente dai verdi pascoli che sovrastano il paese.

    Ma è curioso che, per fare appunto un gioco di parole, si sia scelto un toponimo che fa inevitabilmente pensare a qualcosa di affatto diverso da una vetta ardita, cioè la foresta amazzonica. Soprattutto se si considera che, come detto, la montagna è perfettamente riconoscibile nei disegni di Barks.
    D’altra parte, se non ricordo male, nella prima edizione italiana di un’altra, famosissima avventura barksiana, le seven cities of Cibola erano diventate “le sette città di Cipolla”…
    La fantasia, quando è troppa, può far danni 😀

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    • Lucius Etruscus

      agosto 6, 2019 at 11:21 am

      Ti ringrazio dell’aneddoto e delle spiegazioni: davvero c’è un paesino che si chiama Santa Clause? 😀 (Tanto per ricordare il buon Nicola che ha dato i Natali al babbo!)
      I fumetti Disney hanno sempre usato nomi e toponimi “distorti” in modo umoristico, da ragazzino pensavo che fosse per non citare i diretti interessati, ma in effetti poi i disegni erano più che eloquenti quindi non so quanto funzionasse.
      Probabilmente quello Disney è sin dall’inizio un mondo fantasioso che solo graficamente assomiglia al nostro, quindi anche se viene ritratto il Cervino ha comunque un altro nome, così come i vari tantissimi personaggi veri e famosi che hanno fatto una comparsata hanno ricevuto un nome diverso.
      Nel periodo in cui è stata sceneggiatrice per “Topolino”, Claudia Salvatori si è divertita ad inserire se stessa in una storia e a ribattezzarsi… Claudette Salvatopi! 😀

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      • Claudio Capriolo

        agosto 6, 2019 at 11:38 am

        Certo, esiste Sankt Niklaus nel Vallese come esistono vari paesi, nel nostro Meridione, intitolati a San Nicola, nonché l’Isola di San Nicola nell’arcipelago delle Tremiti.
        La deformazione dei nomi di luogo a fini umoristici è, come hai giustamente osservato, molto frequente nelle storie disneyane di produzione italiana: ricordo una vacanza dei paperi, sempre in montagna, in una località molto alla moda: Lunghina d’Antocco 😀
        Toponimi a parte, va menzionata (con onore) una storia in cui Paperino si scopriva compositore e produceva la partitura di un’opera lirica che poi, casualmente capitata fra le mani di Pico de Paperis, veniva da questi scambiata per la perduta Fantesca cittadina del grande musicista del passato Nitriero Cavalleone… Chapeau! e 😆
        Carl Barks però non era solito deformare i nomi: Cibola è Cibola e Matterhorn è Matterhorn, come puoi vedere nella prima tavola dell’avventura di cui sopra, che ho rinvenuto poco fa nel web:

        http://2.bp.blogspot.com/SO3vD2nZwBcNTYYPIHY6samWJ1hsuphQR_xXJbGLPJBBhAi9DqytopGLlfohJXQP2wdMSShMeUKx=s1600

        Sicuramente noi italiani abbiamo un più spiccato gusto per la parodia 🙂

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      • Lucius Etruscus

        agosto 6, 2019 at 11:56 am

        Sì, l’usanza è tipicamente italiana, forse nata con intenti umoristici e poi rimasta nello stile della traduzione, quindi anche nomi e toponimi citati identici da noi diventano parodie. E’ uno stile anche quello 😉

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      • Claudio Capriolo

        agosto 6, 2019 at 12:28 pm

        Possiamo ben dire che, dalla Parodia della Lex salica in poi, gli italiani si sono sempre distinti nell’arte tutta particolare della parodia.
        Quando ero piccolo vidi in tv gli adattamenti di più o meno celebri capolavori letterari e teatrali nella serie intitolata Biblioteca di Studio Uno, del 1964, autori Antonello Falqui e altri coadiuvati dai membri del Quartetto Cetra: vi si alternavano parti recitate e parti cantate, e queste ultime consistevano in parodie di canzoni famose del repertorio pop dei primi anni ’60. Per fare un esempio, nella Primula rossa (tratto dal ciclo di romanzi di Emma Orczy), viene cantata una canzone di Gianni Meccia, Il barattolo, il cui testo originario (“Rotola, rotola, rotola, / strada facendo rotola…”) opportunamente stravolto diventa il canto con cui un rivoluzionario dileggia un aristocratico condotto alla ghigliottina, per cui a rotolare sarà la testa dentro al cesto pronto a accoglierla 🙂
        Questo tipo di parodia mi piaceva (e mi piace tuttora) moltissimo, anche perché ne avevo già avuti gustosi assaggi seguendo la trasmissione tv per ragazzi intitolata Giovanna, la nonna del Corsaro Nero. Più tardi scoprii che il genere è antico e non è soltanto italiano: per esempio era molto amato a inizio ‘700 in Inghilterra, dove era detto “ballad opera” e si contrapponeva volutamente (direi smaccatamente) al sontuoso e aristocratico teatro lirico di tipo handeliano. La più famosa ballad opera è del 1728: The Beggar’s Opera, l’Opera del mendicante, testo di John Gay e musiche di varia origine arrangiate dal tedesco Johann Christoph Pepusch. Esattamente duecento anni dopo questo capolavoro verrà ripreso e adattato da Bertolt Brecht nella Dreigroschenoper, l’Opera da tre soldi, con musiche però originali composte da Kurt Weill.

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      • Lucius Etruscus

        agosto 6, 2019 at 1:21 pm

        Che grandi nomi che citi!
        Conservo ancora gelosamente la copia digitale del “Conte di Montecristo” del Quartetto Cetra, presa da una VHS RAI trovata fortunosamente da mia madre che lo adorava sin da ragazzina. Tutte canzoni storiche rivisitate per l’occasione e comparsate di divi dell’epoca: splendido!
        Ho conosciuto tardi Weill ma l’ho amato da subito: ho ancora una mia personale compilation dove ho raccolto le varie rielaborazioni moderne dei suoi brani, da Lou Reed a Nick Cave fino ai Litfiba, che per motivi misteriosi nel loro mitico album-concerto “Pirata” cantarono “Cannon Song” in tedesco! Ma il mio cuore è per PJ Harvey che canta “Ballad of the Soldier’s Wife“, da un film dedicato a Kurt di cui non ricordo il nome…

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      • Claudio Capriolo

        agosto 6, 2019 at 2:14 pm

        Soldaten wohnen
        wo die Kanonen…

        Sì, Weill era un genio – anche Brecht, peraltro. Il 20 luglio scorso, fra varie cose dedicate al 50enario del primo allunaggio, ho inserito anche l’«Alabama Song» da Mahagonny:

        Oh, Moon of Alabama,
        We now must say say good-bye…

        Il film cui ti riferisci è forse September Song di Larry Weinstein, metà anni 1990.

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      • Lucius Etruscus

        agosto 6, 2019 at 2:33 pm

        Sì esatto! Lo registrati da Tele+ adorandolo ^_^

        Piace a 1 persona

         

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