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Tutta colpa di uno zombie

23 Ott

ZStuzzicato da questo splendido post del blog Nocturnia di Nick Parisi, ho rispolverato questa mia “indagine” sulla parola zombie: una parola che è morta più volte… tornando sempre in vita!

Lo scrittore britannico Robert Southey raccontò in una lettera del 3 aprile 1821 che i propri vicini di casa si lamentavano con lui: ogni notte infatti erano svegliati dalle fastidiose grida del suo zombi. Perché Southey aveva un zombi in casa? Prima di spiegarlo, dobbiamo fare un passo indietro.

Il celebre pittore spagnolo del Seicento Bartolomé Esteban Pérez Murillo – noto più brevemente come “il Murillo” – mentre dipingeva i suoi capolavori aveva la casa piena di allievi e servitori. Un giorno si accorse che un quadro a cui stava lavorando aveva subìto delle piccole modifiche: in realtà addirittura delle migliorie. Chi mai si era permesso di metter mano ad una sua opera senza permesso? Chi mai osava ritenersi migliore del Murillo? Gli allievi intimoriti giurarono di non esser stati, e i servitori erano null’altro che schiavi, quindi nel pensiero dell’epoca privi d’ogni arte. Il mistero andò avanti per un po’ finché il pittore non colse sul fatto la mano che stava migliorando le sue opere: apparteneva al giovanissimo Sebastián Gómez, figlio di schiavi mori africani, che il Murillo impiegava come servo bambino e non avrebbe mai creduto capace di far tanto.

La storia ha un lieto fine: il giovane Gómez fu sollevato dalla condizione di schiavo e divenne il più talentuoso allievo del pittore, anche se fu sempre ricordato con il poco lusinghiero epiteto de “il mulatto del Murillo” (che «ebbe buon colore, impasto vigoroso, e disegno esattissimo» secondo la Guida pittorica del 1855 curata dal barone Alessandro Petti).

Mulatto_MurilloMa cosa c’entra questa storiella (più vicina alla fiaba che alla realtà) con il buon Southey? La spiegazione ci viene dalla bocca del piccolo Gómez che, prima di confessare la propria “colpevolezza”, quando veniva interrogato su chi fosse a metter mano sul quadro del Murillo per non incriminarsi rispondeva innocentemente: «È stato lo zombi!»

Facciamo un salto in avanti e andiamo nella Parigi del 1818, precisamente in una serata particolare del “Banquet littéraire”. I soci di questo circolo letterario avevano scommesso di poter scrivere un romanzo breve in quindici giorni, ma alla fine solo uno dei partecipanti vi era riuscito: quello più giovane (16 anni), il fratello minore di alcuni altri iscritti, quello più promettente: quello che si chiamava Victor Hugo.
Il suo Bug-Jargal – storia della rivolta degli schiavi nella Santo Domingo (Haiti) del 1791 – verrà stampato in seguito dalla rivista dei suoi fratelli, ma quella sera qualcuno gli chiese cosa volesse dire una parola da lui usata: Obi. Hugo non rispose, ma lo fece il celebre Charles Nodier qualche anno dopo: probabilmente era una storpiatura del termine “zombi”.

Al di là del fatto se veramente “obi” venga da “zombi”, quello che conta è che ad un certo punto della nostra storia letteraria siamo stati contagiati da una parola di origini sconosciute – su cui discutono da decenni studiosi qualificati e preparati – che in breve tempo si è sparsa per l’Europa e poi per il mondo. Non importa dove sia nata: da più di duecento anni la nostra cultura è invasa da una parola che continua a morire e a tornare in vita… proprio come uno zombie!

Il riferimento più antico a noi noto è il romanzo anonimo Le Zombi du grand Perou, ou La comtesse de Cocagne, edito il 15 febbraio 1697 e dopo più d’un secolo (1829) attribuito a Pierre-Corneille de Blessebois, pseudonimo di Paul-Alexis Blessebois (1646-1700): attribuzione dovuta al giudizio del citato bibliofilo Charles Nodier. Ma i bibliofili, si sa, sono capricciosi e mutevoli: nel suo articolo Pseydonymie d’un libelliste (raccolto in Mélanges, 1829, p. 366) Nodier in realtà solleva forti dubbi non solo sulla paternità di Blessebois, ma sulla reale esistenza di un autore di commedie che si firmava “Corvo” (Corneille). Ventila invece l’ipotesi che il vero autore sia un discendente della famiglia di Jean de Coras, costretta a lasciare il suolo francese per un’accusa di eresia. Non è escluso, quindi, che in futuro qualche altro bibliofilo attribuirà l’opera ad altri nomi.

ZombiGrandPerouLe Zombi du grand Perou è «roman facétieux et obscène», un romanzo faceto ed osceno, una storia di “tradimenti e fantasmi” ritenuta da molti addirittura autobiografica, in cui il protagonista convince una contessa che sarà in grado di trasformarla in un fantasma (questo è il significato dato al termine “zombi” nel romanzo) così che lei possa tormentare il pretendente e costringerlo a sposarla. In cambio di questa “assistenza soprannaturale” il protagonista chiede come risarcimento i classici favori sessuali della commedia boccaccesca.

Di questo strano romanzo «non si fa menzione in alcuna bibliografia e non se ne trova il titolo in alcun catalogo», specifica Nodier, che è uno dei più grandi bibliofili dell’Ottocento: siamo dunque sicuri che risalga davvero al 1697? Non è che qualche zombi-writer si è divertito a scriverlo e a farlo apparire nell’Ottocento per il solo gusto di far ammattire i bibliofili come Nodier? Il buon Charles solo di una cosa è assolutamente sicuro: «lo Zombi, nel patois creolo, è uno spirito, un fantasma, uno stregone» (un esprit, un fantôme, un sorcier).

La prima apparizione dell’accezione “zombie” (con la “e” finale) la si fa invece risalire al 1792, quando Moreau de Saint-Méry, figlio di coloni francesi del Martinica, scrisse nel suo Description de l’Isle Saint-Dominque che zombie è «parola creola che significa spirito, fantasma». Con la “e” o senza, tanto gli scrittori di diari di viaggio quanto i compilatori di vocabolari concordano nella traduzione mediante l’uso di una parola che fa parte sia del dizionario inglese che francese: «zombi = revenant», come spiega il The Theory and Practice of Creole Grammar (1869) di J.J. Thomas. Insomma, un fantasma.

Tra fine Settecento e inizi Ottocento dunque il termine entra nella lingua inglese e francese: quando arriva in Italia?
Il dizionario Sabatini-Coletti precisa una data stupefacente: 1974. È davvero impossibile da credere, visto che già nel 1971 la Adelphi ha pubblicato Il grande mare dei Sargassi (Wide Sargasso Sea, 1966) di Jean Rhys, dove viene tranquillamente citata la parola e anche spiegata. «Uno zombi è una persona morta che sembra viva o una persona viva che è morta. Uno zombi può anche essere lo spirito di un luogo, per lo più maligno, ma che a volte si può propiziare con sacrifici oppure offerte di fiori e di frutti.» (Dalla traduzione dell’epoca curata da Adriana Motti).

Lo Zingarelli attesta invece un curioso 1933: dispiace sottolineare la non attendibilità di blasonati dizionari della lingua italiana, ma la parola nella nostra lingua è molto più “stagionata” di quanto si pensi: prima però dobbiamo tornare al Mulatto del Murillo.

Sebastian_GomezIl pittore Sebastian Gómez, figlio di schiavi mori e schiavo bambino anch’egli, è realmente esistito, ma la storia della scoperte delle sue abilità pittoriche – colto sul fatto a migliorare i quadri del suo padrone Murillo – si è sciolta dal mondo del reale per divenire un topos letterario che ha infiammato libri e riviste di metà Ottocento. È una storia anonima che a volte è stata attribuita ad autori celebri (come Hans Christian Andersen) ma che in realtà è sempre apparsa anonima: al massimo il giornale o il libro che la riportava citava un altro giornale o libro come fonte originaria, fonte che a sua volta citava altri giornali i quali l’avevano pubblicata anonima. Insomma, nessuno sa chi abbia scritto Il Mulatto del Murillo e il suo zombi, ma era una storia troppo bella per non divulgarla.

Già l’8 settembre 1838 troviamo la storia del giovane Gómez nelle pagine del “Poughkeepsie Casket” con il titolo The Unknown Painter: al piccolo mulatto (nonché “pittore sconosciuto” del titolo) il Murillo chiede «Pensi anche tu, come i negri, che sia stato lo Zombi a venir qui e tirare questi scherzi?»
Il giornale “Merry’s Museum” nel 1842 ribattezza la storia The Mysterious Artist e in seguito l’antologia Deeds of Genius (1856) curata da Mary Jane Piercy contiene il racconto Sebastian Gomez, or The Zombi of the Studio, con la particolarità di spacciarlo come storia vera.
Parallelamente i giornali continuano ripetutamente a rimbalzarsi la storia. In un “Arthur’s Illustrated Home Magazine” del 1857 (ma anche nel “Lady’s Home Magazine” dello stesso anno) esce The Zombi, or The Mulatto of Murillo’s Studio. Quando il celebre pittore chiede al piccolo mulatto spiegazioni su cosa sia uno Zombi, questi risponde: «The Zombi is the same as a ghost», è come un fantasma.
Nel “The Ladies’ Repository” del 1869 il giovane schiavo è più preciso. Nel Sebastian Gomez, or Murillo’s Mulatto alla domanda su cosa sia uno Zombi vien detto: «Io non ne ho mai visti, ma mio padre – che neanche lui li ha mai visti – ne ha sentito parlare da suo padre, il quale non li ha mai visti ma afferma essere uno spirito maligno che viene di notte sulla terra espressamente per compiere il male.» Nessuno sembra averne mai visto uno, di questi Zombi, ma hanno le idee chiare sul loro compito.

La storia rimbalza per decenni di giornale in giornale, e non potevano certo tirarsi indietro le testate italiane. Il 30 maggio 1854 “L’Educatore di Milano” (e nello stesso anno anche la rivista “Scritti per fanciulli”) presenta Il mulatto di Murillo, fedele versione italiana dei racconti sopra citati. «Lo Zombi è una superstizione del nostro paese. Io non credo che vi sia questo né altri spiriti di tal fatta.» Stavolta il giovane Gómez è meno scaramantico, meno “selvaggio” secondo i nostri canoni…
Siamo comunque arrivati al punto: nel 1854 appare in Italia la parola Zombi. Che effetto fece quel termine così esotico agli italiani? Nessuno, visto che già lo conoscevano

zombieIl Dizionario universale della lingua italiana curato nel 1842 da Carlo Antonio Vanzon recita placidamente: «Zumbi. mitol. africana. Così nel regno di Congo chiamasi l’apparizione de’ morti. Fare il Zumbi gli è lo stesso che tornare dagli estinti, e turbare il riposo de’ vivi con tal sorta d’apparizione.»
Gli italiani di metà Ottocento già conoscevano quindi due significati della parola: essere un fantasma ed essere tornato dal mondo dei morti. Prova ne sia che in una “Gazzetta medica italiana” del 1859 (serie II, volume IX) un professore si lancia in una aspra critica sull’operato di un collega, il quale aveva «un tale Zombi suo discepolo ed individuo di pastafrolla»: il termine non sembra qui sposarsi né con l’accezione di fantasma né di tornato dal mondo dei morti, bensì con la modernissima accezione di “morto vivente”: vero e proprio cadavere deambulante privo di volontà.

Allora il nostro buon Southey, con cui abbiamo iniziato il viaggio, disturbava i suoi vicini con il suo fantasma o con il suo morto vivente? Per niente, visto che a schiamazzare la notte… era il suo amato gatto!
Che trucco è?, vi starete chiedendo, Cosa c’entra un gatto con gli zombi? Nessun trucco: visto lo stile altero del felino, il nostro Southey decise di battezzarlo con il nome della massima autorità delle popolazioni africane: il Re, il Capo… cioè, lo Zombi.
È giunto il momento di partire per l’Africa.

Le Memoires pour l’histoire des sciences & des beaux Arts (1740) ci dicono che le genti africane «hanno dato forma alla loro repubblica, hanno scelto un Capo, che è stato chiamato Zombi». Pare che il nome, continua il testo, indichi il Diavolo e quindi dia potere alla carica. Non solo. L’articolo African Coast Blockade del numero del 1850 di “The Westminster Review” racconta che «the negro people were governed by a chief elected for life, called the Zombi»: che strano paradosso essere uno… Zombi “a vita”!
Ci sono però testimonianze occidentali sull’Africa parecchio discordanti.

Nel 1801 Pierre Dénys de Montfort pubblicò a Parigi una Storia naturale generale e particolare de’ molluschi, raccontando che il celebre navigatore Louis de Grandpré in persona gli aveva testimoniato l’esistenza nei mari intorno all’Africa di terribili piovre giganti che i nativi chiamavano zombi. È però una notizia di poco conto, ammette il de Montfort. «En général les nègres sont presque tous abrutis», “in generale in negri sono quasi tutti idioti”: con questo giudizio biasimevole, ben poco scientifico e assai politically incorrect l’autore giustifica il fatto che le popolazioni chiamano “zombi” – parola che dà per estremamente radicata nella loro cultura – tutte quelle creature (o entità) di cui, nella loro stupidità, non comprendono la natura. «[L’africano] ha paura degli spiriti malvagi, del diavolo e di tutti i fantasmi che popolano la terra, l’aria e l’acqua; e a tutte queste creature fantastiche dà nome zombie.» (Histoire naturelle, générale et particulière des mollusques, animaux sans vertèbres et a sang blanc, volume secondo, Parigi 1801, pag. 280.)

Un fantasma, un essere deambulante privo di volontà, un re, il diavolo, una piovra gigante… è incredibile quante cose sia uno zombi!
Ma il mondo delle parole è spietato e così come dà vita, così la toglie.

the-magic-island-seabrookCome si è visto, sin dalla fine del Settecento la parola rimbalza di penna in penna grazie ai viaggiatori che raccontano storie mirabolanti di terre lontane, come il celebre William Seabrook che raccontò di voodoo e di uomini posseduti nel suo The Magic Island (1929): i significati dei loro zombi cambiavano spesso, ma questo era solo segno della vitalità del termine.
La “morte” invece arriva il 6 aprile 1931, quando Kenneth Webb deposita il copyright del suo lavoro teatrale dal titolo lapidario: Zombi.

Era da almeno due anni che la parola risuonava nei teatri di Broadway, visto che nel 1929 Natalie Vivian Scott aveva messo in scena uno spettacolo dallo stesso titolo, Zombi appunto, dove in una Louisiana quasi mistica si parlava di stregoneria e di voodoo (chiamandolo appunto “zombi”, termine usato quindi impropriamente). Neanche un mese dopo Webb, il 2 maggio 1931, un certo Charles Edward Dillon deposita il copyright del suo lavoro teatrale in tre atti Zombie: a tropical fantasy, anche se non ci sono tracce di una sua rappresentazione davanti al pubblico.
Il 4 febbraio 1932 va in scena a Broadway lo spettacolo di Webb. «Fra le montagne di Haiti, dove il voodoo riempie i boschi di terrore, – racconta J. Brooks Atkinson sul “New York Times” dell’11 febbraio di quell’anno, – gli zombie sono una sorta di corpi animati che possono essere ipnotizzati, tirati fuori dalle tombe e costretti ad eseguire lavori sotto la direzione d’uno spietato padrone». Non era una novità, già il citato Seabrook aveva sostituito i fantasmi cari all’Ottocento con dei cadaveri resi schiavi… eppure qualcosa cambiava per sempre.

In quel febbraio del 1932 furono messe in scena solo 21 rappresentazioni della pièce, e molti dicono che fu un gran fallimento, ma bastò a creare un mito. Tutti quegli zombi a teatro stuzzicarono il cinema, che non volle certo lasciarsi cogliere impreparato: già nell’agosto di quel 1932 Garnett Weston scrisse la sceneggiatura per un suo film. Si dice che utilizzò il memoriale di Seabrook, ma Peter Dendle (nel suo Zombie Movie Encylopedia) parla di una causa che Webb intentò contro Weston perché si rifaceva troppo alla sua pièce: in ogni caso, il 4 agosto 1932 esce nei cinema L’isola degli zombies (White Zombie, 1932) con Bela Lugosi… Da quel preciso momento l’Armata degli Zombie ci ha invasi!

Bela Lugosi al fianco del primo zombie cinematografico

Bela Lugosi al fianco del primo zombie cinematografico

È vero, nel film di Victor Halperin si respira l’aria di stregoneria haitiana e siamo molto lontani dai morti viventi che George Romero presenterà nel 1969 e che riscriveranno dalle fondamenta un intero genere cine-letterario, ma è il primo passo dell’evoluzione: appena entrati nel mondo cinematografico, gli zombie (ora quasi sempre scritti con la “e”) non sono più né re né diavoli, né fantasmi né piovre giganti, ma semplici corpi morti tornati in vita. Esattamente come la parola “zombi”: morta per assurgere a nuova e più luminosa vita.

L.

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7 commenti

Pubblicato da su ottobre 23, 2015 in Indagini

 

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7 risposte a “Tutta colpa di uno zombie

  1. Cassidy

    ottobre 23, 2015 at 6:15 am

    “Contagiati da una parola di origini sconosciute” Applausi! 😉 ottimo pezzo Lucius, anche io che sono un enorme appassionato di Zombie non sapevo l’80% delle informazioni contenute in questo post, giù il cappello e complimenti! 😉 Cheers!

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      ottobre 23, 2015 at 6:21 am

      Io ignoravo il 100% di tutto: per questo mi piace ficcare il naso in giro e allargare le ricerche ovunque, per stanare chicche che prima di tutto deliziano me, poi se sono fortunato piacciono anche agli altri ^_^

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  2. theobsidianmirror

    ottobre 23, 2015 at 7:37 pm

    Un articolo grandioso, Etruscus! In effetti non mi ero mai domandato quale fosse l’origine della parola zombi (cosa del resto che non ho fatto nemmeno con “vampiro”).. l’unica cosa che pensavo, non saprei se a ragione o a torto, è che zombi senza “e” fosse la traduzione italiana di zombie con la “e”…

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 23, 2015 at 7:47 pm

      In effetti quando negli anni Settanta è esplosa in Italia la zombi-mania veniva spesso “tradotto” senza e in italiano e anch’io credevo fosse una italianizzazione di “zombie” 😉

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  3. Nick Parisi

    marzo 2, 2016 at 10:27 pm

    Arrivo in ritardo.
    Grazie per il link , sempre gradito. : )

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