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Gli acchiappa-zombie (1940-1953)

Dopo una vita riesco finalmente a raccontare un curioso fenomeno linguistico, nel mio annoso studio della parola zombie.


1. La donna e lo spettro

Finita la Seconda guerra mondiale, i film americani possono tornare a riempire le sale italiane. Nel luglio 1946 è la volta de “La donna e lo spettro” (The Ghost Breakers, 1940) tratto da uno spettacolo teatrale di Paul Dickey e Charles W. Goddard, «Una specie di doccia scozzese di gelidi spaventi e di calda ilarità», come recita un quotidiano dell’epoca. In pratica sconosciuto nei decenni a venire, la sempre lodevole Sinister Film lo recupera in DVD nel 2012.

Mary Carter (Paulette Goddard) ha ereditato dalla famiglia un “castello maledetto” (così è sempre chiamato) a Black Island, isolotto di Cuba. Partendo alla volta dell’isola si imbatte in Lawrence (Bob Hope), celebrità radiofonica che ha appena rivelato a milioni di ascoltatori le attività criminali di un boss di New York, e per una serie di rocambolesche avventure («Morire è niente, ma odio i preliminari») seguirà la donna fino a Cuba.

Siamo in un’epoca dorata quindi sono tutti ricchi, tranne i cubani, e Mary passa le sere per locali ma poi dovrà andare a visitare questo benedetto… anzi, maledetto castello, intorno al quale ruotano misteriosi interessi che poco importano in questo momento.

Gli eroici ghost breakers

Temo che gli autori stessero pensando ai Caraibi, comunque scopriamo che a Cuba i locali sono dediti a misteriosi culti.

«Ero scettico anch’io, finché non vidi con i miei occhi quelle forze maligne: un prete li chiamerebbe demòni, gli indigeni invece li chiamano vòdo

Quel vòdo è la resa del doppiaggio italiano del termine voodoo, che noi oggi pronunciamo vudù.

Black Island, patria del vòdo

Data l’aura paranormale, il comico Bob Hope si presenta ad uno dei personaggi come «cacciatore di spettri» (ghost breakers), l’interlocutore dà segno di non capire l’espressione che dà il titolo al film, segno che non è comune nel linguaggio, come invece diventerà ghost busters dal 1985.

Più che uno zombie sembra un dormiglione

Giunti finalmente al castello, scopriamo lo «zòmbi», pronunciato con la “o” aperta mentre in tempi più recenti si preferisce quella chiusa. «Siamo in pieno vodismo», spiega un personaggio:

«Quando uno muore e viene sepolto pare ci siano dei preti vòdo che hanno il potere di farlo resuscitare. Lo zòmbi non ha una sua volontà. Alle volte lo si vede camminare con gli occhi spenti, eseguendo ordini senza sapere ciò che fa e senza neppure curarsene.»
«Ah, come un tedesco!»

La freddura di Bob Hope esiste solo nel doppiaggio italiano, che all’epoca aveva gioco facile ad associare i tedeschi (cioè nazisti, per estensione popolare) agli zombie, invece in originale la battuta è «You mean like democrats?» Di certo al pubblico italiano importava poco del partito democratico americano dell’epoca.

Uno splendido zombie del 1940

Tutto si risolverà fra gridi e splendide scenografie in bianco e nero, dove Hope e Alex (il suo aiutante nero che fa il “negro”, cioè la parte del servo buono ma sciocco e che parla strano, ruolo per fortuna non sopravvissuto all’epoca) si lanciano in situazioni comiche datate ma perfettamente in linea con i tempi.

Nella sua frizzante biografia semi-seria “They Got Me Covered” (1941), Bob Hope così scrive:

«Abbiamo usato uno Zombie in Ghost Breakers. Uno Zombie non ha pensiero proprio e cammina in giro senza sapere dove vada o cosa stia facendo… Ad Hollywood li chiamano “pedoni”.»

Quante battute si possono fare sul termine? Tante, a quanto pare, ma ciò che conta è che questo film ha conosciuto un rifacimento posteriore, in tempi in cui gli zombie sono decisamente più famosi. Come saranno trattati dalla storia e dal doppiaggio italiano?


2. Morti di paura

Negli anni Cinquanta l’esplosione inarrestabile di due comici fa venire in mente alla Paramount di avere un film che sembra cucito addosso ai due: perché non lo rifacciamo identico? Nasce così “Morti di paura” (Scared Stiff, 1953) di George Marshall, recuperato in DVD A & R Productions nel 2013. Non è un remake de La donna e lo spettro: è la sua fotocopia, utilizzando le stesse identiche location e lo stesso copione, ma Bob Hope diventa Dean Martin e il servo scemo… Jerry Lewis!

Il doppiaggio italiano nel frattempo si rende conto che non ha senso pronunciare vòdo e così si aggiorna in vùdu, anche se noi oggi di solito diciamo vudù. Così la “o” aperta torna chiusa per zómbi, che però all’inizio Jerry pronuncia con la “p” perché deve fare la battuta: «zómpi: io credevo fosse una danza». In originale credeva fosse un cocktail.

Black Island diventa Isola Nera ma soprattutto cambia la battuta satirica di Bob Hope, secondo cui uno zombie senza volontà era simile ad un democratico: Jerry preferisce «È come un marito».

Il resto del film è identico, scena per scena, battuta per battuta, cambiando giusto qua e là per giustificare le tante canzoni e spettacolini di varietà dei due comici, che sembrano due mattacchioni che si divertono tutto il tempo.

Jerry Lewis che fa l’imitazione di uno zombie

In realtà il 1952 è un periodo burrascoso per Dean Martin e Jerry Lewis, e per avere un’idea dell’aria che tira basti dire che le riprese dovevano cominciare il 31 marzo ma i due non si sono presentati sul set, in pieno “sciopero”. Cinque anni prima hanno firmato un contratto per più di un milione di dollari che sembravano tanti, ma gli stravizi costano e ora non vedono l’ora che il contratto scada per poter alzare la posta, così fanno i capricci. Il Copacabana ha pagato loro più di 30 mila dollari per averli ospiti sul palco durante le riprese del film ma i due continuano i loro capricci: che si riprendano pure i soldi. Jules Podell, direttore del Copacabana, non vuole i soldi, vuole i comici che assicurano il tutto esaurito ogni sera, così fa un esposto all’American Guild of Variety Artists, che chiama i due attori a rapporto per ascoltare i motivi per la loro defezione. Dean e Jerry sono così potenti che se la ridono: che venga la American Guild da loro, se proprio vogliono sentirli.

I capricci funzionano e i due a maggio ricevono un nuovo contratto, ben più ricco – invece di un milione per cinque anni, si vola sul milione l’anno! – così possono iniziare le riprese, nel giugno successivo. Con Dean e Jerry ormai a dieci metri d’altezza rispetto a tutti gli altri.

La giovane attrice Dorothy Malone, loro co-protagonista, sta vivendo un brutto periodo perché ha appena perso il fratello. Lo sanno tutti sul set, ma quando si presenta con una piccola auto “vissuta”, Jerry Lewis ha la delicatezza di dirle: «Buon Dio, sbarazzati di quel cestino della spazzatura». L’attrice non l’ha presa bene, infatti racconta l’aneddoto – finito nel biografico “Dino. Living high in the dirty business of dreams” (1992) di Nick Tosches – come ad indicare una mancanza di tatto dell’attore, mentre Dean Martin si dimostra molto più delicato e l’aiuta molto sul set.

Per capire come lavora il produttore Hal Wallis, autore del successo dei due comici, ci viene in soccorso proprio Jerry Lewis, che nella sua biografia “Dean & Me (A Love Story)” (2005), scritta con James Kaplan, racconta di quando Norman Lear è stato ingaggiato per rimaneggiare la sceneggiatura di Scared Stiff. Essendo un grande fan di Dean Martin, ha cominciato a scrivere scene aggiuntive su di lui e a prendersi molte libertà, finché Hal Wallis – che aveva rifiutato tutte quelle modifiche – lo chiama e gli svela il segreto del successo della coppia comica:

«Un film con Martin e Lewis costa mezzo milione di dollari e ne guadagna automaticamente tre milioni mediante una semplice formula: Jerry è l’idiota, Dean è il gagliardo che canta e si becca la donna. Tutto qua.»

Da ragazzino degli anni Ottanta adoravo questi film – tranne per le noiose canzoni di Dean Martin – quindi posso testimoniare che il sistema funzionava.

L.

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Pubblicato da su maggio 18, 2020 in Linguistica

 

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Bob the Zombie (1993)

Parlando di zombie a fumetti, con Paperino nel 1949, mi è venuta voglia di recuperare il più divertente dei non morti disegnati: Bob the Zombie, uno dei tanti geniali personaggi delle strisce comiche di Bud Grace. La serie si chiama “Ernie” e chi nei primi Novanta comprava in edicola la mitica e compianta rivista “Comix” la conosce molto bene, visto che ha pubblicato la nascita del personaggio e le sue prime strisce. Qualche anno dopo, mentre scompariva per sempre dall’Italia, la serie è stata ribattezzata “Piranha Club” e dopo trent’anni di attività Bud Grace l’ha chiusa. La tristezza di questa scoperta è però controbilanciata dalla scoperta che sul suo blog personale, Bud quasi ogni giorno pubblica una sua vecchia striscia a gratis.

Pubblico le strisce che hanno tenuto a battesimo un personaggio non-morto che ha fatto capolino nella serie per i successivi trent’anni: da notare come il termine “zombie” in quel 1993 dell’uscita italiana di questa striscia – nel volume “I Grandi Libri di Comix” – sia tradotta con “zombi”, senza “e” finale.


L.

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Pubblicato da su agosto 7, 2019 in Fumetti

 

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Quello zombie di Paperino

Ottobre 1949, secondo anno dell’Era Mondadori per la pubblicazione del settimanale “Topolino” in edicola, curato dal mitico Mario Gentilini. Il numero 7 della testata presenta l’Inferno dantesco in versione Disney, ma poi l’albetto si chiude con una storia incredibile: “Paperino e il feticcio“.

Scritta e disegnata dal decano Carl Barks ed apparsa originariamente a strisce nel marzo di quel 1949 con il titolo Voodoo Hoodoo, la storia strizza l’occhio proprio a quella magia nera che il cinema amava riutilizzare a piacimento, e che forse non è scontato trovare in un fumetto per l’infanzia. Come cambiano le mode: temo che oggi non sarebbe più apprezzato dai solerti genitori…

«Did you hear the story that’s going around – about there being a zombie in town?»

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Pubblicato da su agosto 5, 2019 in Linguistica

 

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Gli zombi di Star Trek (2)

The Price of the Phoenix” (Bantam Books, luglio 1977) di Sondra Marshak e Myrna Culbreath.

Dalla pagina Wikipedia del romanzo scopriamo che:

«Kirk viene teletrasportato a bordo dell’Enterprise dopo la sua morte accidentale su un pianeta senza nome. Spock si confronta con il sovrano planetario, Omne, che rivela a Spock di aver aperto la strada al “processo della fenice”, una modifica della tecnologia del trasportatore in grado di creare un duplicato esatto di una persona vivente, incluso un duplicato di Kirk. una breve fusione mentale e verifica che il duplicato sia effettivamente Kirk, che chiama “James”. Spock accetta quindi un’offerta da Omne per saperne di più sul processo della fenice, tuttavia Omne spiega che il “prezzo della fenice” richiederà il tradimento della Federazione e della prima direttiva.»

Torna quanto già avevamo visto con “Star Trek: Mission to Horatius” (1968) di Mack Reynolds: il tema del duplicato e del problema della sua “anima”. Scotty, personaggio che simboleggia il popolo “ruspante”, parte ad elencare una serie di nomi dispregiativi per il risultato di Omne:

«Androids, doubles, imposters, illusions»

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Pubblicato da su aprile 12, 2019 in Linguistica

 

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Gli zombi di Star Trek (1)

Un termine così fortemente legato all’horror come zombizombie non sembra sposarsi bene con le avventure dello sconfinato universo di “Star Trek“, eppure è una parola che si ritrova ampiamente in tutta la sua sterminata produzione letteraria, a volte giunta anche in Italia.
Tralasciando le decine di citazioni dagli anni Ottanta in poi, quando cioè tutti sapevano cosa fosse uno zombie, proviamo a viaggiare più indietro, quando il termine non era così scontato… O forse lo è sempre stato?

Acquisiti i diritti degli episodi della prima stagione di “Star Trek”, la casa editrice Bantam Books già nel gennaio del 1967 – con la serie TV giunta appena a metà della prima stagione – presenta un volume che raccoglie sette novelization di altrettanti episodi, a firma di quel James T. Blish che in seguito trasformerà in racconti tutti gli episodi della serie. (Morirà prima di completare l’opera, e gli subentrerà la moglie, come ho già raccontato.)

Nel trasformare in racconto l’episodio “Dagger of the Mind“, trasmesso il 3 novembre 1966 con la sceneggiatura di S. Bar-David (Shimon Wincelberg), Blish scrive:

«Another of you zombies took her away. If you’ve hurt her, I’ll kill you

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Pubblicato da su aprile 1, 2019 in Linguistica

 

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La lingua di tutti voi zombie

Un uomo entra in un bar… e non rimase più nessuno.

Non è una barzelletta, visto poi che non avrebbe senso, bensì la mia brevissima recensione di uno dei più incredibili, sorprendenti, spiazzanti e oscuri racconti di fantascienza di sempre, che qui però vorrei analizzare dal punto di vista lessicale.
“Un uomo entra in un bar” è un classico incipit di barzelletta, almeno in Italia, “E non rimase più nessuno” è il primo titolo italiano del romanzo Ten Little Niggers di Agatha Christie: “negri” era davvero un termine impegnativo da rendere in italiano, così si preferì cambiare totalmente titolo, in seguito optando per Dieci piccoli indiani. Perché ho fuso due frasi così diverse? Per sottolineare la deliziosa e irresistibile qualità lessicale del racconto “All You Zombies…” di Robert A. Heinlein.

Ha 52 anni il celeberrimo scrittore quando la rivista “Fantasy & Science Fiction” (volume 16, n. 3, marzo 1959) pubblica il racconto in questione ad apertura del volume: undici pagine secche, essenziali, sparate, con una chiusura potente che non mi spiego come sia possibile non sia entrata nella storia della fantascienza: perché insieme alle frasi ad effetto di Fredric Brown non ho mai trovato citato anche quelle di questo racconto? Chiusa parentesi.

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Pubblicato da su marzo 20, 2019 in Linguistica, Recensioni

 

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Tutta colpa di uno zombie

ZStuzzicato da questo splendido post del blog Nocturnia di Nick Parisi, ho rispolverato questa mia “indagine” sulla parola zombie: una parola che è morta più volte… tornando sempre in vita!

Lo scrittore britannico Robert Southey raccontò in una lettera del 3 aprile 1821 che i propri vicini di casa si lamentavano con lui: ogni notte infatti erano svegliati dalle fastidiose grida del suo zombi. Perché Southey aveva un zombi in casa? Prima di spiegarlo, dobbiamo fare un passo indietro.

Il celebre pittore spagnolo del Seicento Bartolomé Esteban Pérez Murillo – noto più brevemente come “il Murillo” – mentre dipingeva i suoi capolavori aveva la casa piena di allievi e servitori. Un giorno si accorse che un quadro a cui stava lavorando aveva subìto delle piccole modifiche: in realtà addirittura delle migliorie. Chi mai si era permesso di metter mano ad una sua opera senza permesso? Chi mai osava ritenersi migliore del Murillo? Gli allievi intimoriti giurarono di non esser stati, e i servitori erano null’altro che schiavi, quindi nel pensiero dell’epoca privi d’ogni arte. Il mistero andò avanti per un po’ finché il pittore non colse sul fatto la mano che stava migliorando le sue opere: apparteneva al giovanissimo Sebastián Gómez, figlio di schiavi mori africani, che il Murillo impiegava come servo bambino e non avrebbe mai creduto capace di far tanto.

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Pubblicato da su ottobre 23, 2015 in Indagini

 

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