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[Pulp] L’uomo senza nome di Louis Létang

Questa settimana presento i primi due capitoli di un testo del giornalista ed apprezzato autore di feuilleton Louis Létang (1855-1938), nome ignoto ai lettori italiani se non per due pubblicazioni del 1915 della collana “I Romanzi del Corriere della Sera” (Figlia di regina e Il delitto del chirurgo).

Non sono riuscito a trovare una data sicura della prima apparizione di Jean Misère, essendo sia l’autore che i suoi romanzi del tutto persi nell’oblio, ma di sicuro il romanzo viene presentato a puntate su “La Stampa” dal 16 settembre 1910 al 6 gennaio 1911, con il titolo “L’uomo senza nome“.

Quella che mostro di lato è un’immagine di quando il romanzo è apparso a puntate sul quotidiano “Le Midi Socialiste” a partire dal 13 luglio 1911.


L’uomo senza nome

I.
Nella neve

Un vento ghiacciato, tagliente, fischiante, sollevava turbini di neve. Le poche lanterne che i borghesi di Parigi appendevano la sera, per ordine reale, agli angoli di ogni via, si erano spente. Sulla città addormentata, silenziosa come una necropoli, pesava una oscurità fitta, nella quale si distinguevano appena le banche facciate delle case. Il vento si ingolfava furiosamente nei vari stretti e tortuosi del Marais, spazzando in tutti i sensi gli strati sempre più spessi che ricoprivano il suolo, staccando e sperdendo nello spazio i mucchi che si formavano sulla grondaie dei tetti e facendo rotolare fino agli angoli delle vie i fiocchi bianchi che, nelle tenebre, cadevano su Parigi.
Tutte le porte e le finestre erano accuratamente chiuse; alla chiesa di San Paolo suonavano le undici.
In quell’oscurità e in quella tempesta una donna camminava. La neve le si era appiccicata alla lunga pelliccia e pareva avvolgerla in un sudario immacolato simile a quello di cui i Cantori del Nord vestono le giovani vergini delle loro leggende.
Qualche soffio potente, odio o amore, la spingeva senza dubbio in mezzo a quella tempesta glaciale e solo poteva darle l’energia febbrile la risoluzione tenace che la facevano trionfare, senza scoraggiarsi, di tutte le difficoltà e di tutti gli ostacoli. Chinando la testa e stringendo colle mani illividite dal freddo la pelliccia che il vento le strappava di dosso ella camminava con passo rapido e pesante, insensibile ai dolori fisici, insensibile alla furia degli elementi scatenati. Tuttavia sul crocicchio della vecchia via del Tempio e della via dei Francs-Bourgois ella fu obbligata di fermarsi barcollando. Le correnti dei venti provenienti da quattro direzioni opposte combattevano, incontrandosi in quel punto, venendo a battaglia. Era una mischia furiosa, un caos infernale, frammezzo al quale si udivano urli e fischi fantastici tali da spaventare chiunque non fosse stato quella donna eroica. Ella si fermò un istante, più per raccogliersi che per esitare, poi, chiudendo gli occhi, si slanciò nuovamente nella tormenta. L’uragano l’avvolse nei suoi nembi gelati come una preda: i piedi di lei affondarono nella neve ammucchiata; il cappuccio della pelliccia,violentemente strappato, lasciò nudo un viso di fanciulla delicato e bello, ma livido dal terrore istintivo che produce sempre su un individuo qualsiasi la minaccia della morte. Le trecce nere della capigliatura, trattenute dal cappuccio, caddero sulle spalle e in un attimo furono tutte bianche.
Spaventevole ironia! Le forze più potenti e più pericolose della natura riunite contro una debole donna, quasi una bambina!
Un momento di debolezza, un capogiro, uno svenimento poteva essere per lei la morte!
Con uno sforzo supremo di volontà trattenne il grido che stava per uscire dalle labbra e usando di tutte le sue forze con una specie di collera selvaggia, riuscì ad attraversare il passo pericoloso. Allora, senza ripigliar fiato, approfittando di un momento di calma relativa, corse per un cento passi ed andò a fermarsi davanti ad una palazzina, le cui finestre erano oscuratamente chiuse. Un filo di luce passava pertanto fra le fessure della finestra.
Ansante, col viso contratto da dolorosa commozione, la giovinetta contemplò lungamente il debole raggio luminoso. Era per indubbiamente una rivelazione, una prova, perchè si avvicinò al muro e, immobile, stette in ascolto.
Insieme ai singhiozzi del vento ella intese riso, canti, cozzi di bicchieri. Di fuori la tempesta, dentro l’orgia!
Ad un tratto trasalì fortemente. Una voce d’uomo, piena, sonora, vibrante e beffarda, aveva intuonato una canzone oscena. La fanciulla non distingueva le parole, ma il canto giungeva chiaro, distinto, ironicamente accompagnato dai lugubri gemiti dell’uragano. Il ritornello della canzone fu allegramente ripreso da altre voci d’uomini e di donne.
Appoggiata al muro, coi piedi nella neve, collo sguardo fisso, ella ascoltava sempre, ma non capiva più. Una lotta terribile si combatteva in lei. Con brusco movimento rialzò i capelli che le si erano appiccicati alla fronte e alle tempie, poi contemplò il cielo scuro. Il suo sguardo cercò nell’oscurità infinita un punto luminoso, una stella, un raggio, un bagliore. Nulla! Immutabile e tenebroso, il firmamento le stendeva sulla testa la sua immensità desolante. Allora l’espressione del suo viso cambiò; all’angoscia superstiziosa che l’aveva per un istante animata successe una risolutezza selvaggia ed irremovibile. Ella si rialzò lentamente e col braccio fece nelle tenebre un gesto energico.
– Sì!… – ella disse con voce ferma, come per rispondere ad un ordine della sua volontà.
E si diresse, rigida e grave, verso la porticina dalla quale si entrava nella palazzina.
Nell’interno echeggiavano sempre le risa e i canti.
La fanciulla prese sotto alla pelliccia una chiave che introdusse nella serratura.
Cedendo alla pressione della sua mano fremente, la porta si aprì.
Ella entrò, lasciando dietro a sè la porta spalancata.
Doveva conoscere in casa, perchè si introdusse senza esitare in un andito oscuro e camminò rapidamente e silenziosamente, senza far più rumore di un’ombra. In fondo al corridoio trovò una porta, dalla quale penetrò in un salottino buio, quindi andò a fermarsi dietro a un uscio di comunicazione che metteva nella sala dalla quale uscivano le grida e i canti. Aprì l’uscio, e dallo spiraglio elle tende che lo coprivano dalla parte della sala, guardò ed ascoltò.
Un lampadario carico di candele e quattro candelabri posti sulle mensole ai quattro lati della sala inondavano di luce la tappezzeria in velluto rosso rialzate da frangie in oro e facevano scintillare due grandi trofei, nei quali erano riunite tutte le armi conosciute in quell’epoca, dalla spada pesante e gigantesca degli antichi cavalieri, fino a quella sottile e fine dei gentiluomini d’allora. Nel fondo, fra le due finestre che guardavano in istrada, tutta la parete era coperta da una tappezzeria rappresentante, in rilievo, uno stemma azzurro cosparso di fiori di giglio in oro ed attraversato da una striscia d’argento ciò che significata che il padrone di casa era discendente, dal ramo bastardo, dei re di Francia. Nel monumentale camino in marmo bianco ardeva un gran fuoco.
Sdraiati su grandi seggioloni, quattro gentiluomini colle giubbe sbottonate, più che a metà ebbri, ridevano e conversavano con donne seminude sedute accanto a loro.
– Dunque, Gastone, – diceva un d’essi rivolgendosi ad un giovane signore, il quale, colla testa rovesciata sulla spalla d’una sua vicina, canterellava un’aria di caccia, – il tuo ritorno fra noi è proprio sincero, definitivo, e il tuo amore serio, semiconiugale è davvero finito?
– Il cielo ne sia eternamente lodato! – rispose con gesto ironico colui ch’era stato interpellato col nome di Gastone. – Ah! cari amici, ve lo dico in verità, fuggite come la peste tutte le donne capaci di perseguitare un galantuomo, più di otto giorni di seguito, del loro sempiterno amore!
– Oh! signor duca! – gridarono in coro le quattro donne.
– Signore, silenzio! – riprese Gastone in tono di comando. – Pel momento non avete voce in capitolo… E poi, d’altronde… lasciamo quell’argomento… Ninon, dammi da bere.
Prese la coppa; Ninon gliela riempì fino all’orlo.
– Allora parti proprio domattina? Sei deciso?
– Deciso parto tra qualche ora senza indugiare nemmeno un momento.
– Per la Spagna?
– Sì, pel paese delle andaluse e delle castigliane.
– Guardati però; le spagnuole, caro cugino, sono vendicative, ed ho inteso raccontare, non avendo mai avuto il periglioso piacere di esperimentare la cosa per mio conto, che esse vanno spesso e volentieri incontro agli amanti infedeli col pugnale alla mano.
– Basta! esagerazione pura!… – interruppe Gastone ridendo. – Le donne, spagnuole o francesi che siano, gridano, piangono, minacciano, ma non colpiscono mai.
– Allora tu non temi la disperazione, nè la vendetta della signorina D’Arbelles?
– In fede mia, no! Ma temo, più del supplizio, i suoi interminabili lamenti, i suoi pianti e le sue maledizioni. Ed è per evitarli per sempre che lascio Parigi in tutta la fretta, incaricato di una missione segreta e probabilmente molto spiacevole per Sua Maestà Cattolica Carlo II. Ahimè! cari amici, a meno che voi veniate a trovarmi a Madrid, ho paura che non ci rivedremo per un pezzo…
– Dunque la abbandoni senza rimpianto quella povera fanciulla?
– Senza il più lieve rimpianto.
– Eppure la dicono ammirabilmente bella!
– Bellissima, caro mio; ma tanto noiosa! Figurati che, col pretesto che ella è madre di un grazioso bambino di sei mesi, vuole assolutamente che io la sposi; io, duca della Tremblade nipote di Enrico IV! Che ne dici della pretesa?
– Esorbitante, impossibile! – dissero in coro tutti i gentiluomini…
– Ella assicura… che in altri tempi… ho formalmente promesso di sposarla. Non me ne sovvengo, ma potrebbe anche darsi. Chissà quali e quante sciocchezze ho detto e fatto dopo quindici mesi di amore sentimentale che m’avevano rotto la testa e irritato i nervi. Amici, guardatevi dalle lunghe e serie passioni; vivano i facili amori, e al diavolo la signorina D’Abelles!…
E Gastone abbracciò e baciò fragorosamente la sua vicina, dicendo:
– Stasera sono innamorato di Ninon, e bevo alla mia libertà!
Con un gesto da vincitore portò la coppa alle labbra, ma ad un tratto il suo viso illividì ed egli posò sul tavolo la coppa intatta.
Bianca come un fantasma, avvolta nel sudario di neve, una donna, sollevando la tenda che l’aveva tenuta nascosta fino a quel momento, s’avanzò verso Gastone. Fissando su lui uno sguardo di sprezzo, con voce lenta e accento sdegnoso:
– Duca della Tremblade – ella disse, – sei un miserabile e un vile!

II.
Giovanna D’Arbelles

Quell’apparizione aveva strappato un grido di sorpresa ai gentiluomini, un urlo di terrore alle donne più paurose e più superstiziose.
Un silenzio di morte successe improvvisamente all’allegro frastuono. Il duca della Tremblade si alzò con brusco movimento poi ricadde sul seggiolone col viso contratto dalla collera, dalla vergogna e da un vago timore, di cui non conosceva nè prevedeva la causa.
– Giovanna! – egli esclamò abbassando gli occhi davanti a lo sguardo fiammeggiante della fanciulla.
Silenziosi, visibilmente impressionati da quella scena, sebbene si sforzassero di conservare la loro fisionomia beffarda, i tre amici di Gastone guardavano con ammirazione profonda quella Giovanna D’Arbelles, di cui il duca aveva parlato tanto leggermente.
Dritta, rigida, col braccio teso, con atteggiamento da sibilla, ella pareva, nella sua bellezza scultoria, la statua di marmo mandata da Dio per colpire Don Giovanni spergiuro e libertino. Gli occhi neri, grandi scintillanti, implacabili, si fissavano su Gastone della Tremblade con orrore e ripugnanza, come se avesse finalmente scoperta l’anima vile e perversa dell’uomo che ella aveva amato. Sulle sue labbra violacee s’era quasi agghiacciato il respiro e una ruga le solcava le pallide gote agli angoli della bocca. Incorniciata dalla pesante capigliatura nera, ancora cosparsa di fiocchi di neve che andavano sciogliendosi lentamente, quella testa di donna oltraggiata aveva una espressione di dolore, di sdegno, di odio sprezzante, dominata da una risoluzione terribile e fatale.
Il duca di Tremblade aveva avuto un momento di stupore ed aveva chinato lo sguardo, pallido e senza voce. Ma improvvisamente passò la mano sulla fronte, come per scacciare quel timore vago da cui era stato assalito al momento dell’apparizione della signorina D’Arbelles e prendendo sul tavolo la coppa ancora piena, la vuotò d’un tratto. Il viso stanco gli si colorì, sulle labbra apparve un sorriso forzato, e prendendo un’aria spigliata, si rovesciò sul seggiolone e incrociò lentamente le gambe l’una sull’altra. Gli era nato in mente il pensiero che la signorina D’Arbelles non fosse stata spinta a tal passo che dalla gelosia. Dopo gli insulti si aspettava di udire i pianti e le suppliche. Dopo tutto, quella scena lusingava il suo orgoglio, e voleva mostrarsi superbo e sdegnoso alla presenza degli amici.
– Perdio! – egli disse con tono ironico: – ecco un’entrata veramente tragica e inaspettata! Ci ascoltavi dunque, mia cara Giovanna?
– Sì, – ella rispose: – ascoltavo e intesi tutto!
La voce era sorda, fischiante e usciva a stento dal petto oppresso.
– Bella scoperta, in fede mia! – continuò Gastone senza osservare il lampo di minaccia che guizzò nelle pupille di Giovanna. – Propositi di giovani pazzi che hanno allegramente cenato. Ma venire con questo tempo orribile è davvero un’imprudenza. Devi essere gelata.
Allungò la mano per prendere quella della fanciulla che le pendeva inerte al fianco.
Ella indietreggiò con orrore e il duca della Tremblade rimase imbarazzato.
– Suono subito – egli riprese vivamente – per dar ordine di ravvivare il fuoco, affinchè ti possa asciugare e riscaldare.
– No, – ella disse. – Il freddo importa poco quando la morte ci è vicina…
– Quali parole lugubri e quale accento fatale! – esclamò Gastone, tentando di sorridere. – E’ l’influenza di questa notte terribile, di questa bufera infernale che ti fa parlare a quel modo e che t’ispira quei pensieri sinistri. Non so davvero capire quale idea tu abbia avuto per venir qui sola ed a quest’ora… ma comunque sia, discendiamo, ti prego, da quelle altezze tragiche e parliamo ragionevolmente. Io parto domattina, e confesso di averti accuratamente tenuta nascosta la mia partenza. Ho dato stasera da cena ai miei amici e mi confesso anche di quello. Ma se ho creduto agire così, è stato nel nostro comune interesse. Ho voluto evitare la scena straziante degli addii, che tu, invece, pare sii venuta a cercare… Ebbene, sia pure! Sono a tua disposizione e mi dichiaro pronto a darti tutte le spiegazioni che sarai per chiedermi. Se però trovassi il luogo male adatto, o qualche scrupolo t’impedisse di parlare davanti ai miei amici, ti propongo, più del tuo che nel mio interesse, di uscire da questa sala e di andare nel piccolo oratorio che conosci.
Giovanna D’Arbelles lo guardò con fierezza suprema.
– Non ho vigliaccherie, nè spergiuri sulla coscienza, io, – ella disse con accento di sprezzo; – e tu solo devi arrossire davanti ai tuoi compagni d’orgia.
A quelle parole i tre gentiluomini s’alzarono cerimoniosamente.
– Il duca Luigi di Bellemonti – disse inchinandosi davanti alla signorina D’Arbelles il giovane signore che chiamava Gastone suo cugino.
– Il marchese Gontran di Croixmare, – disse il secondo con eguale saluto.
– Il conte Giorgio di Presles, – disse l’ultimo.
E tutti e tre ripresero i loro posti, gravi quanto più potevano parerlo.
– Signori, – disse ironicamente Gastone, – vi chiedo scusa per questo tragico intermezzo che non contavo offrirvi. Non era nel programma, ve lo assicuro, e se avessi potuto prevederlo, avrei fatto di tutto per risparmiarvelo.
I gentiluomini non risposero. Quel sarcasmo faceva loro penosa impressione, e Giovanna era così stranamente bella che, malgrado la loro leggerezza, il loro scetticismo, le loro opinioni libertine sulle donne, si sentivano commossi, impietositi dalla sua sventura, sorpresi dalla sua energia, meraviglia dell’espressione di fierezza selvaggia della sua fisionomia.
La fanciulla aveva finto di non udire le ultime parole di Gastone. Ella lo guardava con persistenza ostinata, come se avesse cercato in quest’uomo, che sapeva vile e spregievole, la traccia di qualche nobile sentimento che potesse far trasalire il suo cuore di madre, che potesse ancora farlo vibrare.
Ma scosso lentamente la testa, il suo sguardo divenne duro e minaccioso, e lasciò cadere una ad una, con accento breve e con tono altero, queste parole:
– Duca della Tremblade, se tu avessi sedotta e disonorata la figlia di un povero ufficiale, dissimulando il tuo nome e il tuo titolo, nascondendo sotto la maschera dei più generosi ed elevati sentimenti le tue passioni basse e vergognose, sarebbe stata una infamia odiosa, che ti avrei perdonata, perchè io sola avrei dovuto soffrire, piangere, morire. Se tu avessi straziato il mio cuore, rubandomi quiete e onore, se mi avessi fatto dubitare di tutto ciò che è grande, nobile, generoso, se mi avessi fatto maledire cento volte la vita e cento volte desiderare la morte, tutto ciò non mi avrebbe strappato, davanti a te, nè un sospiro, nè una lagrima. Scocciata, maledetta dal padre, disprezzata da tutti, sarei fuggita, e nessuno avrebbe mai più conosciuto il luogo di mia dimora!… Ma ciò che non voglio!…
La voce della giovane donna era divenuta stridente, i suoi occhi lampeggiavano. Fece un passo e posò la mano tremante e convulsa sulla spalliera del seggiolone, sul quale Gastone era sempre sdraiato, col sorriso sulle labbra, come se avesse ascoltato qualche discorso piacevole e insignificante.
– Ciò che non voglio, – ella continuò, – è che mio figlio, tuo figlio, duca della Tremblade, entri nella vita più miserabile e più diseredato del figlio di un mendico; non voglio che egli sia un bastardo rinnegato dal proprio padre, che, per lui, il passato sia una vergogna, e l’avvenire una minaccia! Raccolgo in questo momento tutti i giuramenti che mi facesti e te li getto in viso! Duca, guardati!… Fino a stasera ho pianto, ho supplicato, mi sono trascinata ai tuoi piedi, e tu hai riso delle mie lagrime, hai riso dei miei dolori. Ora tutto è esaurito; mi sono convinta che nessuna fibra generosa può vibrare in te, e mi rivolgo alla tua vigliaccheria. Lo vedi: i miei occhi sono asciutti, la ima bocca non prega più, ma minaccia. Trema, perchè sento in me una energia fatale, una risoluzione sinistra, e se abbandoni nostro figlio…
– Ebbene, che farai, mia bella Giovanna – interruppe il duca, alzando verso lei il volto beffardo.
Ella lo guardò negli occhi per un istante, con intensità spaventevole, poi disse, con voce fremente:
– Ti ucciderò!
Gastone sentì un lungo brivido corrergli per le vene. Gettò attorno alla sala uno sguardo inquieto, furtivo, come se avesse cercato un rifugio, un’uscita per fuggire. I suoi tre amici seguivano on ironica curiosità, sul suo viso, la traccia delle impressioni, che andavano succedendosi in lui. In loro presenza non bisognava aver paura di una donna. Per orgoglio, egli dissimulò i suoi timori, e si mise a ridere fragorosamente.
– Mi ucciderai!… Ma sei pazza, cara Giovanna… Non farti nemmeno udire a dire simili sciocchezze… E a chi ti servirebbe la mia morte?
– A vendicarmi!… – ella rispose, con voce cupa.
Vi fu qualche momento di silenzio.
– Senti, – riprese ad una tratto Giovanna; – fra cinque minuti suonerà mezzanotte. Ti dò quei cinque minuti per riflettere e rispondermi.
E col braccio teso indicava un orologio, che guarniva la mensola del caminetto.
– Cinque minuti! – ripetè astone, ridendo; – cinque minuti per decidere della sorte della mia vita… Davvero, è un po’ poco: permetti, carina, che trovi la dilazione troppo breve e la pretesa per lo meno singolare… Tu non rifletti, bella Giovanna, che stasera non mi trovo menomamente disposto ad occuparmi di cose tanto serie, gravi ed anche pericolose. Pensa un poco che direbbe re Luigi XIV, mio cugino, se mi ammogliassi senza il suo permesso. Sarebbe capace di mandarmi a marcire alla Bastiglia, e ti confesso che nutro un santo orrore per quella tetra prigione.
Tacque un momento, poi, rivolgendosi agli amici:
– Vediamo, miei buoni amici, – continuò; – aiutatemi voi e fate comprendere a questa cara bambina cui l’amore fa delirare, che un nipote di Enrico IV non può disporre di sè come un commesso di negozio!…
– Caro cugino, – rispose il duca di Bellemoni – permetteteci di rimaner neutri in questo grave dibattimento, come dicono i magistrati. Noi non conosciamo abbastanza la quistione e non abbiamo diritto di far rimostranze alla signorina D’Arbelles. Ciò sarebbe mancare gravemente alle leggi della più comune galanteria.
Quel rifiuto formale di difendere la sua causa esasperò Gastone della Tremblade; le sue sopracciglia si corrugarono improvvisamente, un sospiro maligno sostituì il sorriso beffardo che si disegnava sulle sue labbra un momento prima.
– Eh! perdio! – egli disse con violenza. – Dichiaro a tutti, senza frasi nè preamboli, che se dovessi sposare le mie amanti, vi sarebbero cinquanta duchesse della Tremblade, appunto cinquanta di troppo. Hai capito, Giovanna?
– Un rauco grido uscì dalla gola della fanciulla, una fiamma le avvampò il viso contratto da angoscia atroce, la sua mano strinse un pugnale che aveva tenuto fino a quel momento nascosto sotto alla pelliccia, ed ella rimase qualche istante immobile, collo sguardo fisso, come istupidita.
Evidentemente il colpo mortale risentito era stato troppo violento e troppo brusco e la ragione della povera donna pericolava.
Ad un tratto il suono argentino dell’orologio la fece trasalire.
– Mezzanotte!… – ella gridò con voce smarrita.
Il suo braccio si stese con forza, e il duca Gastone della Tremblade, che aveva tentato sollevarsi dal seggiolone, ricadde inerte gettando un grido che gli uscì dalla gola come un rantolo. Giovanna D’Arbelles gli aveva conficcato nel petto un lungo pugnale.
Colpita al viso dal sangue che zampillava dalla ferita, la giovane donna indietreggiò spaventata, coprendosi gli occhi colle mani.
Quel delitto era stato compiuto tanto rapidamente, che nessuno degli spettatori aveva potuto opporsi. Vedendo Gastone cadere e udendo il gemito che gli era uscito dal petto, i tre gentiluomini erano accorsi.
– Sciagurata! – disse il duca di Bellemont guardando severamente Giovanna; – che hai fatto!
Ella stesse qualche istante senza rispondere, poi gridò tre volte.
– Giustizia! Giustizia! Giustizia!
Improvvisamente dette in uno scoppio di riso acuto, spaventevole, sinistro, un riso nel quale s’udivano singhiozzi; poi si slanciò fuori dalla sala facendo gesti strani, mormorando parole incoerenti e gridando ogni tanto con tutte le sue forze:
– Mezzanotte!… Giustizia!…

L.

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Pubblicato da su giugno 9, 2017 in Pulp

 

[Pulp] La mummia verde (3) di Fergus Hume

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Terzo appuntamento con il romanzo The Green Mummy (1908) di Fergus Hume (1859-1932), apparso unicamente a puntate in italiano cent’anni fa – sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 – con il titolo Chi è l’assassino? e mai più riapparso finora.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!


Chi è l’assassino?

V.
Mistero

Al grido straziante di Anna seguì un silenzio profondo. La funebre scoperta aveva atterrito agli astanti. Cerea in viso, Lucia erasi appoggiata al braccio di Riccardo per non cedere. Questi fissava, inebetito, cogli occhi dilatati il cadavere; il solo professore non dava segno di commozione; egli appariva semplicemente seccato. Cacatua, immobile ed indifferente al fianco della cassa, guardava stupito ora gli astanti, ora il morto: un selvaggio, non poteva certo dimostrare la stessa sensibilità nervosa di un uomo civile. Braddock fu il primo a riprender l’uso della parola. Nel suo egoismo di scienziato e di monomane, gli salì alle labbra la domanda:
— Dov’è la mummia di Inca Casas?
a vedova Anna, che si lamentava prostrata al suolo, nel suo tragico dolore, urlò:
— Cerca la mummia! L’assassino!… E’ lui che ha ucciso il mio povero ragazzo!
— Che cosa bestemmia costei? — domandò il dottore con voce ruvida, cogli occhi fissi sul morto. — Ho ucciso il vostro figliuolo?… Come avrei potuto farlo?… Quale vantaggio me ne sarebbe derivato?
— Dio lo sa! Dio lo sa!… E lo sapete anche voi!… — sospirò la povera donna.
— Signora Bolton, voi delirate! — esclamò Hope, abbassandosi per sollevarla. — Andate via da questo triste luogo. Verrà Lucia con voi…
Ma la vedova non volle intendere consiglio. Lucia, incapace a resistere più a lungo alla scena macabra, si allontanò ad un cenno cortese di Hope.
— Il mio figliuolo è morto! Il mio Syd è morto! E’ nella cassa, tagliato a pezzi!
— Non dite corbellerie! Io non vedo nessuna ferita! — gridò il professore, esasperato.
La vedova balzò vicino alla cassa quasi in un impeto di collera feroce:
— Sì, sì, l’hanno assassinato — gridò — lasciatemi cercare dove hanno straziate le sue carni…
Ma Riccardo fu pronto a trattenerla. — Voi non potete toccarla! Dobbiamo attendere la polizia!
— La Polizia? Già la Polizia! — mormorò Braddock. — Avete perfettamente ragione, Riccardo, bisogna mandare a Pierside per denunziare il furto della mummia verde…
— Per annunziare l’assassinio di mio figlio, piuttosto!… Assassinato da voi, vecchio maledetto! Se non l’aveste mandato sin laggiù, a casa del diavolo, non sarebbe finito così… Ma la giustizia vi impiccherà, non dubitate, vecchio malvagio!
A Braddock venne meno la poca calma rimastagli e afferrato per un braccio Cacatua, si gettò contro la vedova e Riccardo, spingendoli fuori dalla sala di cui rinchiuse tosto la porta a chiave.
— Voi, Riccardo, siete stato testimone che il cadavere non è stato toccato nè rimosso. Voi siete stato presente all’apertura della cassa, avete veduto che un cadavere privo di valore scientifico è stato sostituito alla mummia preziosa… E con tutto ciò questa strega d’inferno osa…
Riccardo tentò di placarlo. — Basta, basta, non dite così! Questa povera donna è soprafatta dal dolore, non sa quel che si dica. Andrò a chiamare la polizia a….
— No, può andare Cacatua a Pierside per chiamare l’ispettore. Il delegato e voi terrete la chiave del museo; voi e la polizia sarete in tal modo sicuri che il corpo non è stato toccato. E voi, Anna, andatevene a casa, e non mettete più piede qui se non per farmi le scuse delle parole che mi avete rivolto…
La vedova, venuto meno il primo impulso collerico e disperato, stavasene accasciata e tremante su di una seggiola.
— Devo rimanere accanto al mio ragazzo! — supplicava la vedova, sfatta dal dolore. — Professore… non era mia intenzione dirvi…
— Basta, andatevene, vi ho detto! — gridò Braddock, battendo furiosamente i piedi al suolo.
— Venite con me, Anna — invitò Lucia, riavutasi alquanto. — Venite nella mia camera. Vi darò qualche cordiale. E voi, babbo, non parlatele in tal guisa; dovreste comprendere…
— Conducetela via, ripeto! Che se ne vada, che se ne vada! Non basta aver perduto la mummia ed un buon assistente?… una mummia di un infinito valore storico ed archeologico! Debbo anche sopportare gli insulti di quella vecchia isterica!
E col pugno stretto minacciò il cielo, la vedova, Riccardo e perfino il fido Cacatua.
Lucia, visto che avrebbe perduto tempo e parole, senza frapporre indugio trascinò la vecchia singhiozzante al piano superiore. Attratte dal rumore, le persone di servizio erano accorse, e la loro vista contribuì ad accrescere la collera del professore, il quale si avanzò verso di loro gridando come un ossesso.
— In cucina, in cucina, vi dico!
— Ma se è accaduta qualche disgrazia… — obbiettò timidamente il giardiniere.
— Tutto è disgrazia in questa casa d’inferno oggi! La mummia non c’è più; Bolton è stato ucciso; la Polizia arriva!…
E il dott. Braddock uscì precipitosamente nella via. Qualche istante dopo si imbattè nel medico condotto del paese.
— Dottore, dottore, venite subito! Ho bisogno di voi! Fate presto!… Fate presto, avete capito? dottore!…
Il medico, che giudicava il professore come un originale, si avvicinò con calma, sorridendo.
— Che bisogno avete di me? Vi minaccia forse un insetto apoplettico? L’inquietarsi non giova, professore. — E colla mano gli battè amichevolmente sulla spalla per calmarlo. — Siete già abbastanza acceso in viso: se poi stimolate l’afflusso di sangue al cervello…
— Robinson voi siete pazzo! Voi non comprendete mai nulla. Io sto perfettamente bene, per vostra norma!
— Allora è forse la signorina Kendal?…
— Sta bene anche la signorina Kendal. E’ Bolton che…
— E’ finalmente ritornato colla vostra mummia?
— La mummia? — gridò Braddock, pestando i piedi al suolo. — La mummia non è arrivata!
— Ciò mi sorprende.
— Posso sorprendervi in misura assai maggiore! Venite! — Ed il professore afferrato il medico con violenza pel braccio, lo trasse nell’interno della casa.
— Adagio, adagio, se non vi dispiace. — disse il medico, che incominciava sinceramente a dubitare che lo studio eccessivo avesse alterate le facoltà mentali dello scienziato. — Ebbene, che dicevate di Bolton?
— Dicevo che è morto!
— Morto!
— Assassinato, a quanto pare. Nella cassa, abbiamo trovato lui in luogo della mummia. Andiamo a vedere. Ma no! — In così dire il professore respinse il medico colla stessa violenza di poc’anzi. — Dobbiamo aspettare la polizia. E’ necessario che tutti sappiano che il corpo non è stato toccato. Ho mandato a chiamare l’ispettore di Pierside. Ed ora avrò un’infinità di fastidi, di seccature ed il mio lavoro subirà un gravissimo ritardo per colpa di questo stupido Bolton che mi giunge qui assassinato!
— Vi sarete forse ingannato!… — azzardò il medico.
— Ingannato? Ingannato? Andate a vedere se mi sono ingannato?
— Da chi è stato assassinato?
— Ditemelo voi se lo sapete!
— In qual modo almeno è stato assassinato? Con armi da fuoco, da taglio o…
— Non lo so… non lo so!… Auff, che seccatura! Perdere Bolton, un assistente modello!… Non so davvero come potrò fare senza di lui!… Sua madre è stata qui ed ha fatto un chiasso infernale!…
— Non potete muovergliene rimprovero, alla fin fine… Bolton era il suo unico figliuolo.
— Io non contesto il loro rapporto di parentele, che il diavolo vi porti! Essa per altro non avrebbe dovuto mai… Ah! — D’un balzo il professore fu sull’uscio. — Ecco qui Hope, col delegato Painter! Entrate, entrate! Il medico è già qui. Riccardo, voi avete la chiave; voi signor Painter, vedrete che il signor Hope ha la chiave. Aprite la porta, apritela presto e vediamo che pasticcio è questo orrendo delitto…
— Delitto! — chiese il delegato, il quale aveva già appreso da Hope di che cosa si trattava e desiderava ora conoscere che cosa ne pensasse il professore.
— Sì, delitto! Delitto! Ma non sapete che ho perduto la mia mummia?
— Io pensavo all’assassinato…
— Come volete! Certo Bolton sarà stato assassinato; non credo che da solo sarebbe riuscito ad uccidersi ed a imballarsi nella cassa! Ma io mi preoccupo della mummia, signor Painter. Pensate che si tratta di una mummia — ammesso che sappiate che cosa questa parola significa — di una mummia che mi è costata novecento sterline!… Entriamo dunque: non perdiamo il tempo in discorsi inutili; la porta è aperta. Ho mandato Cacatua ad avvisare l’ispettore di Pierside. Sarà qui a minuti. Nel frattempo voi dottore, potete esaminare il corpo, e voi, Painter, potete dirmi che cosa pensate del furto della mummia.
— L’assassino ha rubato la mummia ed ha sostituito nella cassa il corpo della vittima, — disse Riccardo, mentre entravano nel museo.
— Questo lo sappiamo tutti! — replicò Braddock in tono di scherno. — Noi abbiamo bisogno di conoscere il nome dell’assassino per vendicare Bolton e rientrare in possesso della mummia… Quale perdita! Quasi mille sterline!
Riccardo si trattenne dall’obbiettare che in realtà le mille sterline le aveva perdute lui: il rilievo in quell’istante non avrebbe giovato a nulla. Il delegato Painter, un uomo giovane d’età e di limitata intelligenza, osservava frattanto la cassa ed il morto. La cassa, di grandi dimensioni, robusta, in legno di teak, ne conteneva un’altra di stagno, la quale doveva essere stata chiusa a fuoco. L’individuo ignoto che aveva estratto la mummia per sostituirla col corpo dell’ucciso, aveva inciso e rotto con uno strumento tagliente i punti di saldatura. Nell’interno della seconda cassa giaceva disteso il cadavere, sopra un denso strato di paglia. Il viso era olivastro, gli occhi dilatati e fissi. Il medico fece passare la sua mano sotto la testa, e trattenendo a stento un’esclamazione di sorpresa, si affrettò a snodare il fazzoletto di lana che avvolgeva il collo del morto. Una cordicella rossa, simile a quelle che si adoperano per le tende delle finestre, serrava la gola del cadavere.
— L’hanno strangolato! — esclamò il dottore. — Guardate, l’assassino ha lasciato la corda, e l’ha nascosta, sovrapponendovi il fazzoletto del povero Bolton!
— Come potete sapere che sia di Bolton? — interrogò il delegato.
— Questo fazzoletto gli è stato regalato dalla madre sua prima della partenza. Me l’ha mostrato la vedova stessa…
— Quando Bolton ha fatto ritorno? — domandò ancora Painter.
— Ieri, nel pomeriggio, verso le quattro, — rispose Braddock.
— Lo stato del corpo dimostra che è stato ucciso questa notte… Se permettete, — Painter esaminò il cadavere.
Ma il delegato crollò il capo. — Credo sia bene attendere l’arrivo dell’ispettore. Povero Syd! Chi mai l’avrà ucciso?…

V.
L’inchiesta

Il mattino successivo il piccolo villaggio di Gortley aveva acquistato di buon dritto un posticino nella storia. La notizia del fatto straordinario si propalò, si divulgò con la rapidità del baleno. Tutti seppero che una mummia di grande valore, diretta all’insigne scienziato Braddock, era stata trafugata e che al suo posto, nella cassa che la conteneva era stato rinvenuto il cadavere di Bolton, l’assistente dello scienziato. Le tenebre più fitte avvolgevano il furto e l’assassino.
L’ispettore Dale era frattanto giunto al Palazzo delle Piramidi; qualche ora dopo erano arrivati gli agenti privati che il professore stesso aveva chiamato da Londra; ma nessuno aveva saputo scoprire il menomo indizio atto ad illuminare il misterioso delitto.
I giornali dedicavano colonne e colonne, coi più ampi particolari dell’avvenimento.
Ecco per sommi capi le notizie ch’erano date in pascolo all’avida curiosità del pubblico:
Il vapore Diver, al comando di Giorgio Harvey, si ormeggiava verso le ore quattro del pomeriggio di mercoledì al molo di Pierside e circa due ore dopo ne sbarcava Sidney Bolton, con una cassa contenente una mummia verde di grande valore scientifico. Non potendo quella sera stessa, a cagione dell’ora tarda, trasportare la cassa al Palazzo delle Piramidi, Bolton l’aveva fatta collocare in una camera della locanda del «Marinaio», che si trova a pochissima distanza dal molo e di fama piuttosto equivoca, e nella stessa locanda aveva Bolton preso alloggio. Il trattore ed una cameriera della locanda l’avevano visto per l’ultima volta verso le otto, ora in cui, dopo aver sostato un istante per bere una piccola tazza di birra, erasi ritirato per riposarsi. In tale frattempo aveva anche lasciato istruzioni — istruzioni udite anche dalla cameriera — per l’invio al mattino seguente della cassa al professore Braddock al Palazzo delle Piramidi in Gartley. Bolton aveva lasciato comprendere che avrebbe potuto abbandonare la locanda di buon mattino per precedere la cassa a destinazione e per avvisare il professore, naturalmente ansioso, che la preziosa mummia era arrivata felicemente. Egli aveva pagato il piccolo conto, lasciando il denaro occorrente per il trasporto della cassa sino a Breford per fiume e da Breford alle Piramidi su di un carro. Durante il discorso non aveva tradito agitazione nè lasciato intravvedere che meditasse un suicidio; anzi erasi dimostrato perfettamente tranquillo e veramente contento di essere giunto in Inghilterra.
Alle undici del mattino seguente, dopo aver ripetutamente bussato senza ottenere risposta, il trattore era entrato nella camera, che aveva trovato vuota, segno evidente che Bolton, a seconda di quanto aveva detto, doveva essere uscito di buon mattino per precedere la cassa. Il trattore aveva però osservato, con un certo stupore, che il letto appariva intatto. Seguendo le istruzioni ricevute, aveva poi consegnata la cassaad una persona di fiducia per il trasporto a Gartley. La cassa, aperta, aveva rivelato agli occhi attoniti del professore Braddock il cadavere di Bolton, il suo assistente, già rigido e con una cordicella rossa avvolta strettamente al collo. Subito — così dicevano i giornali — il professore aveva avvertito la polizia e chiamato per coadiuvarla nella ricerca del colpevole, alcuni dei migliori agenti privati di Londra. Nessun risultato, nessun indizio, non ostante le ricerche assidue e l’abilità ben nota delle persone cui era affidata la soluzione dell’enigma, erasi ancora potuto ottenere..
Il fatto naturalmente venne discusso, analizzato e tutti furono d’avviso che l’incapacità di cui la polizia e gli altri agenti davano prova in tale circostanza era davvero inesplicabile. Ed in realtà non riusciva troppo facile comprendere come l’assassino avesse potuto uccidere Bolton, rimuovere la mummia dalla cassa, collocare in questa il corpo della vittima, fare insomma tutto questo po’ po’ di roba in una locanda in cui, al momento del misfatto, si trovava una dozzina di passeggieri, senza lasciar traccie, nè essere notato da alcuno. Meno facile ancora era l’ammettere come il delinquente avesse potuto fuggire con un oggetto di forma tanto singolare e facilmente rimarcabile qual’era una mummia avvolta in bende verdi, fatte di «Mamas» del Perù. Se l’individuo aveva derubato ed ucciso per ricavare un profitto pecuniario dalla mummia sarebbe stato indubbiamente arrestato al primo tentativo di venderla; se poi l’anima della faccenda era qualche arrabbiato archeologo, questi non avrebbe certo potuto venirne in possesso clandestinamente, ad insaputa della Loggia. Tale possesso lo avrebbe indubbiamente esposto, in un periodo di tempo più o meno breve, all’arresto. E mentre i giornali commentavano ed i lettori discutevano, il ladro ed il bottino eransi dileguati, senza lasciare traccia, come per effetto di magia. La curiosità era stimolata a tal punto che una rivista settimanale aveva creduto opportuno di presentarsi in soccorso della polizia, offrendo una palazzina nel centro di Londra, in regalo a chi avesse saputo trovare pel primo la soluzione del mistero. Il numero dei poliziotti dilettanti pertanto si accrebbe, si moltiplicò , divenne legione.
Riccardo era dolente dell’accaduto; gli spiaceva la fine miseranda incontrata da Bolton e gli spiaceva la perdita delle mille sterline. Il furto della mummia veniva improvvisamente ad annullare il beneficio che da quel prestito egli si era ripromesso. Ma più dolente e furioso di lui era il professore. La mancanza di denaro gli impediva di promettere un premio a chi lo avesse aiutato nella ricerca della preziosa mummia verde e ciò lo accasciava al massimo grado. Riccardo, cui il professore erasi rivolto per avere la somma necessaria, aveva opposto un reciso rifiuto.
L’ispettore Date, annuendo alle preghiere della vedova Anna, aveva fatto trasportare il corpo di Bolton in casa della madre, ove venne poi nella giornata seguente esaminato dai magistrati incaricati dell’inchiesta, raccoltisi, per la circostanza, in una delle sale della locanda del Marinaio.
Il Coroner, un vecchio magistrato ambizioso e bilioso, mostrava ai dodici giurati che lo circondavano il piano della locanda, richiamando la loro attenzione sul fatto che la camera occupata dal defunto, trovavasi a pian terreno e che guardava sul molo, a pochi passi dal fiume.
— Voi vedete, o signori, che la difficoltà per l’assassino di fuggire colla mummia non è poi tale come è stata presupposta. Egli ha dovuto semplicemente aprire la finestra, porgere la mummia al complice che probabilmente trovavasi lì presso, nascosto dall’ombra della notte. Avrà poi, senza alcun dubbio, deposto il bottino in una barca già predisposta vicino al molo, trasportandolo quindi col favore delle tenebre in luogo sicuro.
L’ispettore Date, un uomo alto, magro, dall’espressione severa, obbiettò che non eravi indizio alcuno dell’esistenza d’un complice. — Ciò che voi date come certo può veramente corrispondere alla realtà, ma noi non possiamo accettare la vostra ipotesi, ipotesi che si basa su disposizioni di luogo che non si collegano finora coll’operato dell’assassino.
— Non era mio intendimento dare all’ipotesi un carattere affermativo, signor ispettore Date, e, d’altra parte, contraddicendomi, voi ci fate perdere un tempo prezioso. Se avete qualche osservazione a fare, fatela pure, ma suffragandola con prove… se pur ne avete.
— Non credo che neppur voi possiate disporre di testimonianze che vi permettano di stabilire l’identità del colpevole, — rispose in tono glaciale l’ispettore, ben deciso a non cedere ai modi altezzosi del Coroner.
— L’assassino è scomparso e non solo nessuno sa nulla di lui, ma nessuno ha potuto darsi ragione della chiusura del cadavere del giovane Bolton nella cassa.
— La ragione è ovvia! L’assassino aveva bisogno della mummia.
— Perché?
— Il perché lo troveremo.
— Va bene. Ora vorremmo sapere perché l’assassino ha strangolato il povero Bolton.
— Noi conosciamo questa ragione; dobbiamo per altro stabilire il motivo per cui l’assassino ha rubato la mummia; e mi permetto di farvi notare, signor ispettore, che sino a questo momento non si sa neppure il sesso dell’assassino. Potrebbe essere una donna…
Il professor Braddock, il quale stavasene seduto in un angolo ed era d’umore più irascibile del solito, si alzò per contraddire.
— Non vi è proprio nessuna ragione di credere che si tratti di una donna!
— Voi, signore, non siete stato interrogato! Osservo pertanto che l’ispettore Date non ha testimonianze da produrre.
Date si fece di fuoco. Egli ed il Coroner erano acerrimi nemici e non si risparmiavano certo quando le circostanze li mettevano di fronte. Ma quel giorno Date volle moderarsi per tema di qualche pettegolezzo sui giornali a suo danno e, pronunciate poche parole di risposta, chiamò il professore, il quale fece in modo ruvido e sollecito la deposizione voluta. Disse come egli sembrasse ridicolo, superfluo tanto affaccendarsi a discutere sul corpo di Bolton dal momento che non era ancora stata ritrovata la mummia; e soggiunse che, per altro, poiché sperava che la scoperta dell’assassino avrebbe potuto condurre alla scoperta anche della mummia, acconsentiva a rispondere alle domande che il Coroner avesse creduto opportuno di rivolgergli.
In complesso il professore aveva ben poco da dire. Parlò dell’avviso pubblicato su alcuni giornali stranieri, secondo il quale una mummia avvolta in bende verdi era posta in vendita a Malta e riferì sull’invio del suo assistente colà per comprarla e trasportarla a casa sua Ciò che era regolarmente fatto, sino all’arrivo dell’assistente a Pierside. Il resto ognuno lo sapeva, per il tramite dei giornali.
— Ed alla stampa non dò punto ragione! — concluse Braddock.
— Che cosa volete dire con ciò? — chiese subito il coroner.
— Voglio dire che questi giornali, colla notorietà data all’affare dai loro pettegolezzi, non fanno che mettere in guardia l’assassino.
— Perchè non l’assassina?
— Assurdità! Assurdità! La mia mummia non è stata rubata da una donna. Che diavolo volete che una donna se ne faccia della mia mummia?
— Professore, vi prego di usar modi più cortesi.
— Quando però mi farete delle domande più sensate, avvocato.
— Il morto aveva nemici?
— No, non ne aveva; non era celebre, nè ricco, nè intelligente abbastanza per suscitare l’invidia o l’odio di chicchessia. Era semplicemente un buon ragazzo attivo che mi serviva a meraviglia. Sua mamma è una lavandaia del villaggio ed il ragazzo era solito portare ogni settimana la biancheria a casa mia. Avendo notato le sue buone disposizioni, l’avevo preso alle mie dipendenze, insegnandogli a collaborare ai miei lavori.
— Lavori archeologici?
— Lavori archeologici, se vi piace. Ma non fate domande inopportune!
— Siate più rispettoso, professore — ripetè il coroner, accendendosi in viso. — Sapreste indicare il nome di qualche persona che avrebbe potuto desiderare di entrare in possesso della mummia?
— Potrei fare il nome di una dozzina di scienziati i quali potevano desiderare al pari di me di venire in possesso della mummia verde. Ad esempio…
— Corbellerie! Corbellerie, professore! — Uomini dello stampo di quelli cui accennate non commetterebbero mai un assassinio o un atto qualsiasi in opposizione alla legge per impadronirsi di una mummia.
— Io non vi ho detto di ritenerli capaci di uccidere. Voi mi avete chiesto il nome di chi avrebbe potuto desiderare di possedere la mummia ed io ho risposto a tenore della vostra domanda.
— La mummia portava qualche gioiello che potesse eccitare la cupidigia di qualcuno?
— Come volete ch’io possa saperlo? La mummia non l’ho mai veduta. I gioielli eventualmente col corpo della mummia dovrebbero trovarsi nelle bende.
— Non avete altro da dire che possa gettare un poco di luce sul mistero?
— No. Bolton, a norma delle istruzioni ricevute avrebbe dovuto far trasportare la cassa sotto la sua sorveglianza personale alle Piramidi, cosa che non ha fatto. Il perché non lo so.
Finita la deposizione del professore venne chiamato il medico, il quale disse che il defunto era stato strangolato mediante una cordicella rossa, simile a quelle che si adoperano per i cortinaggi delle finestre; e aggiunse che dall’esame del cadavere, egli aveva giudicato che la morte doveva risalire a circa dodici ore prima del momento in cui venne aperta la cassa.
— Periodo di tempo abbastanza lungo! — mormorò il Coroner. — Il corpo presentava delle ferite?
— No; se ve ne fossero state le avreste notate anche voi quando avete osservato il cadavere.
Venne chiamata poscia la vedova Anna. Questa narrò, singhiozzando, delle buone qualità del suo figliuolo, del sogno avuto poche notti prima e finì col chiedere come avrebbe potuto ancora vivere essendole morto l’unico suo figliuolo. Il Coroner rispose che non aveva facoltà di risolvere tale questione e quindi la congedò.
Apparve allora Samuel Quess, il trattore della locanda. Era un uomo grasso, tarchiato, di capelli rossi: lo si sarebbe detto un marinaro, non un locandiere. Ed infatti le prime sue risposte rivelarono subito che egli era stato capitano di mare e che erasi ritirato perché stanco di tale vita randagia. Fece la sua testimonianza in modo rozzo, ma sincero e perfettamente attendibile. Disse press’a poco quello che era apparso sui giornali. Egli si trovava in quella notte nella locanda, insieme alla moglie, ai due bambini ed al personale di servizio. Bolton erasi ritirato in camera, avvertendo che si sarebbe forse alzato presto per recarsi a Gartley e che aveva pagato una sterlina per far trasportare la cassa sino al villaggio. Non avendolo più veduto al mattino successivo, il teste aveva eseguito le istruzioni ricevute, col risultato a tutti noto. Aggiunse inoltre che non sapeva che cosa la cassa contenesse.
— Che cosa avete supposto che contenesse? — chiese il Coroner, prontamente.
— Semplicemente degli indumenti o qualche oggetto speciale comprato all’estero, — rispose il locandiere tranquillamente.
— Ve ne aveva parlato il signor Bolton?
— No, aveva detto semplicemente che giungeva dall’isola di Malta, ch’io conosco assai bene, essendovi spesse volte sbarcato durante la mia carriera di marinaio.
— Non aveva accennato a nemici?
— No.
— Si era dimostrato preoccupato?
— Tutt’altro. Sembrava invece lietissimo di aver riposto piede in patria.
Il Coroner fece parecchie altre domande, seguite da alcune dell’ispettore Date; ma le risposte del testo furono sempre chiare, o per quanto si poteva giudicare, complete.
u chiamata poscia Elisa Flight, la cameriera della locanda, la quale riferì alcune circostanze non ancora dette nè ai giornalisti, nè alla polizia e neppure al suo padrone. Richiesta della ragione di tale silenzio, rispose che aveva taciuto nella speranza che venisse stabilito qualche ricompensa per chi avesse saputo dare qualche indicazione in proposito e che non essendone stata promessa alcuna, era ora ben disposta dire quanto sapeva.
Affermò pertanto che Bolton erasi ritirato verso le otto nella sua camera, che questa guardava sul molo, e che verso le nove, o poco dopo, essendo essa uscita per scambiare qualche parola col suo innamorato, aveva scorto nell’oscurità che la finestra di Bolton era aperta e che questi parlava con una vecchia donna avvolta in uno scialle. Essa non aveva potuto vedere il viso della donna, nè giudicare della sua statura, giacchè aveva fretta d’incontrarsi coll’innamorato.
Di ritorno alla locanda,verso le dieci, la finestra era chiusa e non traspariva alcuna luce. Evidentemente Bolton doveva dormire.
— A dire il vero, — Elisa soggiunse — non ho capito subito l’importanza di questi particolari…
— Li avete esposti nella loro integrità?
— Sì, signore, — rispose con accento sincero la ragazza. — La porta poi…
— Ebbene? La porta…
— Il signor Bolton aveva chiuso l’uscio; questa circostanza mi è nota perchè poco dopo le otto, non sapendo che egli si fosse già ritirato nella sua camera, aveva tentato di entrare per accertarmi se il letto fosse in perfetto ordine. Subito egli mi avvertì che era già a letto. Quella era una bugia, dal momento che verso le nove l’ho visto parlare con una donna dalla finestra.
— Voi, un momento fa, avete detto una vecchia donna, — obbiettò il Coroner. — Come avete potuto dire che fosse vecchia?
— Ma io non ho voluto dire che fosse vecchia nè giovane: ho detto così per dire, — spiegò la giovane candidamente. — La notte era troppo buia per poter giudicare dall’età.
— Sopra la finestra vi è un lampione a gas. Non illuminava a sufficienza?
— Sì, ma io non ho dato, al momento, alcuna importanza al tutto e non vi ho prestato che una insignificante attenzione…
— E dell’uscio sapete dir altro?
— L’uscio, che trovai chiuso poco dopo le otto della sera precedente, l’ho invece trovato aperto al mattino verso le undici, quando entrai, dopo essermi accertata, bussando ben forte, che nella camera non eravi alcuno. Ed allora ho osservato che la persiana della finestra era abbassata e che la finestra era chiusa.
— Cioò si comprende benissimo — spiegò il Coroner. — Il signor Bolton, dopo il suo colloquio con la donna, ha abbassato le persiane ed ha rinchiuso la finestra. Al mattino, uscendo ha aperto l’uscio.
— Mille scuse, signore, non credo che abbia aperto l’uscio, perchè venne poi rinvenuto cadavere nella cassa…
Il Coroner avrebbe voluto trovarsi cento piedi sotto terra. Un risolino maligno era apparso sul labbro dell’ispettore.
— Non lui, ma bensì l’assassino ha aperto la porta — si corresse il Coroner a denti stretti.
— Non so quando avrebbe potuto far ciò — obbiettò Elisa. — Alle sei del mattino ero già alzata e l’entrata, sia quella anteriore che quella posteriore della locanda, era chiusa. Erano alzati anche i padroni e le persone di servizio, ed ognuno accudiva alle proprie faccende nei varii locali. Come avrebbe l’assassino potuto uscire senza essere scorto da qualcuno di noi?
La giovane Elisa Flight venne poi chiamata una seconda volta per farle dire se riconoscesse nella vedova Anna la donna avvolta in uno scialle, da lei osservata in colloquio con Bolton; ma la sua risposta fu negativa. D’altra parte la vedova aveva già dimostrato, mercè la testimonianza di tre suoi conoscenti, che nella notte del delitto essa si era coscienziosamente ubbriacata in casa propria, e che si sarebbe pertanto trovata nella assoluta impossibilità materiale di recarsi colle proprie gambe in un luogo qualsiasi.
La Commissione d’inchiesta finì col rinunciare per il momento a sciogliere la questione, potendo semplicemente provare che la cordicella con cui Bolton era stato strangolato era stata strappata ai cortinaggi della camera stessa in cui era avvenuto l’assassinio.
— Ebbene, che dobbiamo fare, ora? — chiese Riccardo al professore, uscendo dalla locanda.
— Ve lo dirò quando avrò parlato con Random.

L.

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Pubblicato da su giugno 2, 2017 in Pulp

 

[Pulp] La mummia verde (2) di Fergus Hume

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Secondo appuntamento con il romanzo The Green Mummy (1908) di Fergus Hume (1859-1932), apparso unicamente a puntate in italiano cent’anni fa – sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 – con il titolo Chi è l’assassino? e mai più riapparso finora.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!


Chi è l’assassino?

III.
Una tomba misteriosa

Nella casa del professore Braddock abitava pure un’altra persona: una persona alquanto singolare, che avrebbe potuto essere considerata come un’appendice od un complemento quasi indispensabile del professore stesso. Era precisamente un Kanaka un australiano, piccolo, mal formato, largo e piatto, provvisto di un paio di gambe corte e tozze; aveva le braccia lunghe e forti, come uno scimmione. Era un essere mostruoso, in una parola. Il capo era grosso, gli occhi neri e melanconici, i denti bianchissimi. A somiglianza di molti indigeni della Polinesia, la sua pelle, di un color bronzo pallido, portava dei tatuaggi complicati, che estendevano il loro significato mistico sulle guancie e sulla fronte. Ma la principale caratteristica del Kanaka erano i capelli (tinti, con un processo noto a lui solo, in giallo vivido), spioventi in un ciuffo sulla fronte. A tale stranissima capigliatura e acconciatura doveva il soprannome di Cacatua.
Cacatua lasciò a dieci anni l’isola di Salomone. Recatosi nel Queensland, aveva lavorato nelle piantagioni, dove aveva scovato il professore Braddock, il quale si era affrettato ad assumerlo in qualità di suo domestico. Quando il professore aveva fatto ritorno in patria per celebrare le sue nozze con la signora Kendal, il nano non aveva voluto lasciarlo, ed era anzi riuscito, con sommo suo contento, a farsi condurre in Inghilterra. Parlava l’inglese in modo quasi perfetto, a dispetto della sua selvaggia origine. Si comportava ora come l’uomo più docile, specialmente verso il professore, per il quale nutriva una vera idolatria. Passava la maggior parte del suo tempo nel museo, essendo a lui specialmente affidata la cura delle rarità etnografiche ivi raccolte; nell’ora di pranzo serviva a tavola, con poca soddisfazione di Lucia, la quale provava un certo qual senso di profonda, ripugnanza per quel nano deforme.
In quella sera Cacatua fece mostra delle sue ottime qualità di cameriere, attendendo al pranzo con una puntualità ed una prontezza inestimabili. Ma nè Lucia, nè la signora Jasher ebbero una parola di elogio per la sua destrezza, per il suo ossequioso mutismo, per la sua rapidità nel prevenire i varii bisogni dei convitati. La sua minuscola figura, aggirandosi quasi inavvertita attorno al tavolo, ispirava alle due donne un senso di viva repulsione, quasi di ribrezzo.
— Non amo punto il vostro servo, signor Braddock, — disse la signora Jasher, approfittando di un momento in cui Cacatua non era presente. — Mi fa accapponar la pelle!
— Effetto di immaginazione, cara signora! Perchè dovremmo privarci del piacere di essere serviti a tavola da un animale pittoresco?
— Certo, sarebbe abbastanza pittoresco per un banchetto di cannibali! — esclamò Riccardo, ridendo.
— State zitto, Riccardo, altrimenti non potrò far onore al pranzo! — replicò Lucia.
— Le parole di Riccardo rispondono al vero assai più di quanto nessuno di voi potrebbe supporre, — interruppe il professore. — Cacatua ha per l’appunto avuto i suoi natali in un’isola popolata di cannibali, e senza dubbio avrà assistito e partecipato a qualche festino di cui la carne umana costituiva la vivanda più gradita… Ma la sua esperienza in proposito non può essere troppo profonda, perchè ha lasciato l’isola all’età di dieci anni. Ora è un ottimo animale domestico!
— Non me ne fiderei troppo! — commentò la signora Jasher, punto rassicurata.
— Non è pericoloso che quando è in collera. Finora, però, sono sempre riuscito a domarlo. Ma, signora, non mangiate?…
— Come lo potrei, dal momento che mi parlate di cannibali?
— Cambiamo discorso e parliamo di cose che vi interessano assai più. Avete notato che è in vendita la fattoria del signor Jenkins? Sarebbe una casa veramente comoda, per chi facesse conto di restare per sempre in questo villaggio, tanto desolato e uggioso.
— Se lo giudicate così, perchè vi abitate? — chiese la vedova maliziosamente, voltando lo sguardo verso Lucia, fattasi rossa in viso.
— Dalla vostra occhiata intuisco che ne avete già compreso la ragione, signora Jasher, — fece Riccardo. — Resto in questo paese per ritrarre a mio piacimento i vari aspetti del paesaggio. Come saprete, io ho la mania di imbrattare le tele… E poichè mi sono anche fidanzato, non mi dispiace protrarre là il mio soggiorno a Gartley per tutto il tempo voluto dalle esigenze del cuore e dell’arte.
— Ho io pure le mie buone ragioni — replicò la vedova, lanciando uno sguardo dalla parte del professore, il quale disegnava colla punta della forchetta dei geroglifici sulla tavola. — E poi, che volete? Ho accomodato la mia casetta in modo perfetto e non mi costa troppo. Non sono molto ricca, è vero, il mio povero marito era console in China, ed i consoli non hanno mai degli onorari lauti… Ma forse la mia condizione un giorno potrà cambiare…
— Permettete, in tal caso, che vi auguri che il cambiamento avvenga al più presto possibile, — disse Lucia, meravigliata della loquacità della vedova.
— Lo voglia Iddio. Mio fratello, che è sempre vissuto a Pechino, si è deciso di ritornare in patria; è malandato in salute e vorrebbe finire i suoi giorni nel paese dove è nato. E’ celibe ed alla sua morte io sarò la sua unica erede. Quando giungerà, dovrò stabilirmi a Londra. Certo mi dispiacerà lasciare Gartley e le care amicizie contratte qui…
Lucia e Riccardo, piuttosto imbarazzati per le parole chiaramente allusive della vedova, erano rimasti in silenzio; il professore, non sentendo più alcuna voce, si volse verso Lucia.
— E’ adunque finito questo pranzo? Devo discendere. Ho qualcosa a fare…
— Ma come! Non mi avete promesso che vi sareste riposato un po’ con noi?
— E che diamine ho fatto finora? Ho già consumato tempo a sufficienza per mangiare, mia casa Lucia! La vita è molto breve, è troppo breve, a paragone del lavoro che vorrei poter compiere. Vi sarebbe, ad esempio, il sepolcro della regina di Tahoser1… Chi sa quando potrò andare fin laggiù! — E un sospiro profondo sfuggì dalle labbra del scienziato.
— E perchè mai non potrete andarvi? — chiese la vedova.
— Perchè? Semplicemente perchè il sepolcro non è ancora stato scoperto! Per poterlo scoprire bisognerebbe organizzare una vera e propria spedizione. Si tratta del sepolcro della prima moglie di un faraone famoso…
— Del faraone rinnegato nel Mar Rosso? — domandò Riccardo in tono di indifferenza.
— Sì. Per quanto tra gli scienziati vi è discordia a proposito delle date. Se la tradizione di Mosè merita fede, questo Faraone, prima di inseguire gli Ebrei, si sarebbe spinto molto innanzi nell’interno dell’Africa — la Libia degli antichi — ed avrebbe asservito gli indigeni dell’Etiopia superiore. Essendo pazzamente innamorato della regina, la portò con sè nella spedizione ed essa venne a morte prima che egli ritornasse a Menfi. Secondo alcuni dati che ho scoperto nel Museo del Cairo, debbo credere che questo Faraone abbia seppellito la regina con molta pompa in Etiopia, sacrificando, secondo il costume, la vita di numerosi schiavi nella cerimonia funebre. Date le ricchezze di questo Faraone, io sono convinto, anzi convintissimo — (ed il professore accompagnò la parola battendo il pugno sulla tavola) — che nella tomba si debbano trovare ricchezze e documenti di inestimabile valore.
— E voi vorreste impadronirvi di queste ricchezze? — domandò la signora Jasher.
Il professore si alzò di scatto.
— Ricchezze! Io non mi curo delle ricchezze! Vorrei soltanto venire in possesso dei gioielli funebri e delle maschere auree, delle immagini preziose dei loro dei, per farne dono al Museo Britannico. I papiri seppelliti colla mummia di Tahoser possono contenere informazioni preziose sulla civiltà etiopica di cui noi non sappiamo ancor nulla. Oh quella tomba! quella tomba! — Ed il professore si diede a passeggiare a gran passi per la camera, dimentico affatto del pranzo. — So in quale montagna sono stati fatti gli scavi per la sepoltura e scoprirei il sarcofago senza fallo se potessi recarmi in Africa. La scoperta di quelle mummie mi coprirebbe di gloria!
— E non vi sarebbe proprio possibile tentare questa impresa? — domandò Roberto.
— Povero insensato! — esclamò il professore. — La spedizione non esigerebbe meno di centomila lire, perchè bisognerebbe formarsi il passaggio attraverso una regione completamente ostile. Occorrerebbero armi, cammelli, guide, soldati e per un periodo di tempo non breve, date le difficoltà che presenterebbero le ricerche. Eppure, se riuscissi a procurarmi il denaro necessario!…
— Vorrei davvero potervi essere d’aiuto, — soggiunse la vedova. — Mi piacerebbe adornarmi con qualche gioiello funebre della moglie di un Faraone!… Ma ora sono povera, e lo sarò sino a quando mio fratello non sarà morto. Allora…
— Ebbene, allora?… — chiese Braddock, fissandola in viso.
— Allora vi aiuterò con piacere!
— E’ un impegno, il vostro?
— L’avete detto! — fece la vedova, piuttosto seccata di essere stata, con tale rapidità, presa in parola, alla presenza di altre persone.
Lucia sorrise maliziosamente, ammiccando a Riccardo, poi disse al dottore:
— Sedetevi, babbo, e finite il vostro pranzo. Quando sarà giunta la mummia che aspettate non avrete più modo di pensare all’Etiopia.
— Quale mummia? — chiese Braddock, sedendosi e ricominciando a mangiare.
— La mummia degli Incas.
— Ah, ora mi ricordo! La mummia degli Incas Caxas! La sfascierò e troverò…
— Che cosa? — fece Riccardo.
Braddock diede uno sguardo di sblocco all’interruttore.
— Troverò il sistema di imbalsamazione degli antichi abitatori del Perù.
A Riccardo parve che la risposta celasse qualcosa. Ma prima che potesse sincerarsene, intervenne la vedova.
— Spero che la vostra mummia avrà dei gioielli.
— Non deve averne. A quanto mi consta, la razza degli Incas non ha seppellito i suoi morti con gioielli.
— Prescott asserisce il contrario2, — obiettò Riccardo.
— Prescott! Prescott — esclamò Braddock in tono di sprezzo. — E’ un’autorità assai discutibile, il vostro Prescott! Ad ogni modo vi faccio una promessa. I gioielli che vi si troveranno saranno vostri. Vi va?
— Non ne darete qualcuno anche a me? — chiese la vedova a Riccardo.
— Non posso: la mummia appartiene al professore.
— Ed è giusto che vi compensi con i gioielli che la mummia verde potesse avere. Senza il vostro concorso finanziario non avrei potuto comprarla: e sarebbe finita nelle mani di qualcun altro…
— Il compenso l’ho già avuto, — obbiettò Riccardo, guardando Lucia.
Il professore aggrottò le sopracciglia.
— Non so davvero se potrò permettere il vostro matrimonio con Lucia. Lucia non può certo sposare un uomo povero.
— Oh, babbo! Riccardo non è povero!
— Dispongo di una rendita sufficiente per far fronte ai bisogni della vita mia e di Lucia. Non ne avete avuta una prova! Se fossi veramente povero, come avrei potuto darvi le venticinquemila lire?
— Ve le restituirò, ve le restituirò, non dubitate! — rispose il professore, accennando colla mano come per far cessare il discorso. — Ed ora, se questo pranzo noioso è finito, me ne ritorno al mio lavoro. — E senza una parola di scusa si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si fermò rivolgendosi verso Lucia.
— Appunto Lucia, mi scordavo di dirti che ho ricevuto una lettera dal signor Random, con la quale mi previene che giungerà fra tre giorni… Sarà qui nello stesso giorno dell’arrivo del The Diver.
— E che può mai importarmi l’arrivo di Random? — replicò vivamente la giovane.
— Io volevo unicamente avvertirvi… Non si sa mai… Cacatua, andiamo! — E il professore se ne andò, seguito dal nano.
— Non c’è male! La scortesia e l’egoismo non fanno difetto al professore! — commentò la signora Jasher.
— Che importa? D’altra parte sarebbe impossibile volerlo modificare. Riccardo, volete fare un po’ di musica. La signora Jasher la gusterebbe certo più volentieri dei discorsi del babbo.
Riccardo si alzò e trovatosi vicino alla fidanzata, le sussurrò all’orecchio:
— Braddock finirà coll’accettare Random in vece mia… Random è ricco, anticiperà, regalerà al professore il denaro necessario per la spedizione in Etiopia… Non sarebbe meglio che lo prevenissi e facessi comprendere al Braddock che sarei disposto…
— Non gli farete comprendere nulla! Vi ha già preso denaro a sufficienza! Dovremo pur vivere quando saremo maritati!
— E se Random dà questi denari?
— Faccia pure il comodo suo! quanto a me, io non lo sposerò certo per far piacere a mio patrigno! Sono libera, liberissima della mia volontà! Voglia o non voglia l’illustrissimo signor Braddock, io sposerò voi e non altri!
Riccardo sorrise in uno sguardo dolce come una carezza.

IV.
L’imprevisto

Per quei tre giorni Riccardo non si sentì completamente rassicurato a proposito del suo prossimo matrimonio. Certo l’approvazione formale del signor Braddock l’aveva ottenuta; ma Riccardo sapeva quale affidamento poteva fare sulla promessa del professore, assai più tenero delle proprie mummie che della felicità sua e di Lucia. Se Random, l’avvenente capitano, avesse al suo ritorno offerto al professore il denaro occorrente per la spedizione in Africa, il dottor Braddock non avrebbe esitato un istante a dargli Lucia. Nè egli poteva competere in ricchezza col rivale. Le mille lire sterline consegnate costituivano già per parte sua un sacrificio non indifferente, sacrificio ch’egli aveva compiuto nella speranza di raggiungere, senza maggiori difficoltà, lo scopo che erasi prefisso. Ed ora che la mummia tanto desiderata era finalmente stata acquistata, le brune del professore andavano più in là, ed esulavano dalle possibilità finanziarie del giovane artista, a tutto vantaggio di Random, ricchissimo, e prodigo, e, per giunta, desideroso di sposare Lucia. Braddock non avrebbe avuto alcun scrupolo a mancare alla parola data, anco a costo dell’infelicità della fanciulla. Al di sopra di Lucia, di Riccardo, di qualsiasi altra persona eranvi le mummie eterne, imperiture sacre. La sola speranza di Riccardo si rifugiava pertanto nella fedeltà e nella fermezza di Lucia. Avrebbe ella atteso il periodo di tempo necessario per regolare la sua situazione economica? Bastavano sei mesi perchè egli potesse rientrare nel pieno possesso dei suoi beni, ipotecati un anno prima a favore di un suo zio rimasto vittima di un improvviso rovescio finanziario. Entro sei mesi lo zio sarebbe stato in grado di sistemare le sue finanze, ed egli avrebbe allora disposto nel modo più conveniente e vantaggioso delle sue proprietà.
— Ad ogni modo, nessuna speranza è perduta sino ad ora — diceva qualche giorno dopo Riccardo a Lucia. — E speriamo che le circostanze non abbiano a mutare. Il professore potrà in tal modo, forse a malincuore, mantenere l’impegno.
— Io non mi preoccupo punto di ciò che il professore può architettare a nostro riguardo — replicava Lucia. — Non è certo mio intendimento di servirgli quale mezzo d’acquisto delle sue mummie. Faccia pur ciò che meglio gli garba: per parte mia non mancherò per questo di fare ciò che più mi aggrada. Sarei disposta a sposarvi anche domani, se lo volete!
— Qui sta la difficoltà — balbettò Riccardo arrossendo. — Ora non sarebbe possibile.
— Perché?
Riccardo, imbarazzato, porse il braccio alla giovane, traendola verso l’estremità del giardino del Palazzo delle Piramidi, dove stavano in quel momento. Laggiù, al riparo da ogni orecchio indiscreto, avrebbe osato parlare.
— Perchè? — ripetè la voce ansiosa di Lucia.
— Forse farei bene a sciogliervi dalla vostra promessa — egli rispose con voce tremante.
— Se non vi dispiace, volete dirmi quale sarebbe il nome della vostra nuova fidanzata?
Gli occhi di Lucia si erano accesi di una fiamma improvvisa, irata.
— No, non è per un’altra donna… non bensì per ragioni di danaro.
— Di danaro? Ma non avete la vostra rendita?
— Sì, ma ho aiutato un mio zio che si è trovato, tempo fa, vittima di un improvviso ed affatto inaspettato rovescio finanziario. La mia stessa rendita è ora temporaneamente diminuita, ed il mio imbarazzo attuale non potrà aver termine che entro sei mesi, non appena cioè mio zio avrà accomodato le sue faccende. Se acconsentite ad avermi per marito, l’attesa di sei mesi è strettamente necessaria. Tutto ciò avrei dovuto dirvelo prima; ma ho sempre taciuto per timore di perderti. Mi accorgo ora che ho fatto male…
— Appunto, avete fatto male, perchè il vostro silenzio potrebbe significare che non avete alcuna fiducia in me o che mi considerate come una bambola! Non debbo condividere le vostre gioie ed i vostri dolori?
— Non siete adunque in collera?
— Dovrei esserlo, dal momento che avete creduto che, per semplici ragioni di danaro, potessi rifiutare di sposarvi.
— Siete un angelo!
— Non un angelo, ma… — una ragazza pratica, ciò che è preferibile. Orsù, raccontatemi per bene questa storia di vostro zio.
Riccardo, in tal modo incoraggiato, obbedì: quando ebbe finito, Lucia non tardò ad obbiettargli che il vincolo delle sue sostanze, date le condizioni solo transitoriamente precarie dello zio, era stato affatto superfluo: serviva peraltro a provare l’ottimo cuore del nipote.
— Ma durante questi sei mesi di attesa il dottor Braddock non lascierà nulla di intentato, pur di farvi recedere dal vostro proposito, a favore di Random.
— Veramente non dovrebbe far nulla, perchè mi ha regolarmente venduta a voi! Non credo possa aver la pretesa di vendere una stessa persona un numero infinito di volte! Solo voi, Riccardo potete ora vantare dei diritti su di me, e questi diritti sono ben contenta di riconoscerveli.
— Lucia! — esclamò Riccardo, afferrandole le mani. — Il professore è un mattoide caparbio e farà l’impossibile pur di effettuare il suo viaggio in Etiopia. E, poichè io non posso venirgli in aiuto, egli si rivolgerà a Random…
— Ma Random è un gentiluomo, e non appena verrà a conoscenza del mio fidanzamento si affretterà a ritirarsi. Egli non sarà per noi che un amico. Lo conoscete voi pure e, se non erro, dovete avere per lui dell’amicizia, non è vero?
— Sì, è vero… ma…
— Non voglio sentir altro! — E Lucia pose sulle labbra di Riccardo la propria mano, che egli si affrettò a baciare. — Ed ora che il vostro animo è liberato da ogni dubbio, andiamo a vedere se la famosa mummia verde è arrivata.
— A quest’ora?
— Il babbo l’attende verso le tre.
— Non avremo, in tal caso, che pochi minuti da attendere — disse Riccardo, dopo aver consultato l’orologio. — Ma non è peraltro ancora giunta la notizia dell’arrivo del piroscafo. Si sa qualcosa di Bolton?
— No, non si sa ancora nulla, e ciò mi stupisce. Il babbo poi è oltremodo inquieto.
— E che cosa volete dedurne?
— Il professore ha ricevuto ieri sera, alle otto, una lettera di bolton, in cui questi lo informava che era giunto nel pomeriggio. Soggiungeva che non avrebbe potuto portare con sè la mummia a causa dell’ora tarda e che avrebbe per conseguenza fatto ritirare la cassa che la conteneva in una locanda in prossimità del molo di Pierside, ove avrebbe alloggiato durante la notte.
— Benissimo. In tutto ciò non mi pare che vi sia nulla che possa destare inquietudini.
— Stamane poi è giunto un biglietto del proprietario della locanda, col quale questi ci preveniva che, per ordine del signor Bolton, avrebbe fatto trasportare qui, verso le tre, la mummia.
— Ebbene?
— Come? Non vi sembra piuttosto strano che Bolton abbandoni la mummia in mano di altri dopo averla vigilata con tanta cura, non solo durante il viaggio, ma durante la notte trascorsa nella locanda a Pierside? Perchè non accompagnarla fino a destinazione?
— Bolton non ha più scritto?
— No.
— Nella lettera annunziante il suo arrivo aveva accennato che la mummia sarebbe stata portata personalmente da lui?
— Ha detto che avrebbe provveduto per la sua consegna.
— Ciò significherebbe che non era sua intenzione di portarla qui lui stesso.
— Per quale ragione non avrebbe dovuto portarla qui lui stesso?
— La ragione si sarà forse riservato di dirla a voce.
— Il babbo intanto è fuori di sè e non accetterà spiegazioni di sorta. Immaginatevi, non ci mancherebbe altro che di perdere la mummia, dopo quanto ci è costata!
— Chi volete che possa desiderare di impossessarsi di una cosa simile?
— Una cosa che costa peraltro mille sterline!
— E se, invece di discorrerne, andassimo a vedere se questa benedetta cassa non fosse già arrivata?…
Attraversarono il giardino, dirigendosi verso la porta d’entrata della casa. Quivi si offerse al loro sguardo, ferino dinanzi al cancello di ferro, un grande carro, cui erano attaccati due cavalli. Il cancello era aperto, segno questo che la cassa era arrivata e chi si trovava già nell’interno del museo.
— E’ venuto il signor Bolton colla cassa? — chiese Lucia al carrettiere, che tratteneva pel morso i cavalli, in attesa.
— Nossignora. Non so chi sia questo signor Bolton. Il padrone della locanda Al Marinaio ha ordinato a me e a due facchini di trasportare la cassa al Palazzo delle Piramidi. Così abbiamo fatto… ma non so altro e tanto meno del signore che avete nominato.
— E’ strano. Che ne dite. Riccardo?
Riccardo rimase un momento perplesso poi, scrollando le spalle, esclamò:
— Alla fine, perchè strano? Il signor Bolton verrà dopo, se non è venuto prima.
Nel museo Riccardo e Lucia trovarono il professore in preda ad una collera furiosa, dinanzi ad una grande cassa, di cui un’estremità era appoggiata alla parete. Cacatua stava al suo fianco, armato di un martello e di una piccola leva, pronto per aprirla.
— Eccola arrivata, la mummia preziosa! Sarete ora contento, babbo? — chiese Lucia, volgendosi verso il professore.
— Contento? contento? Come potrei esserlo? Guardate come la cassa è stata maltrattata! E’ sconnessa, è tutta ammaccata! Intenterò un processo per risarcimento di danni al capitano del Diver! Lo conosco: è il capitano Hervey. E Sidney Bolton avrebbe pur dovuto prendersi maggior cura di un oggetto tanto prezioso!
— Sidney Bolton che cosa dice? — chiese Riccardo, volgendosi attorno lo sguardo come per cercarlo.
— Che cosa volete che dica, dal momento che non c’è?
— Non è ancora giunto? — domandò Lucia, sempre più sorpresa.
— E dov’è allora?
— Non so; e non so quanto pagherei per saperlo! Non dubitate però che appena mi comparirà dinanzi lo licenzierò, lo caccierò su due piedi, lo rimanderò da quella vecchia megera che è sua madre.
— Che pensate voi di questo ritardo? Ne sospettate la ragione? — domandò Riccardo.
Il dott. Braddock non rispose subito; ma diede un colpo furioso sullo scalpello che Cacatua aveva inserito fra le assi della cassa. Poi, sempre più adirato, esclamò:
— Vi sarei grato se, invece di domandare a me questa ragione, me la sapeste dire voi! Bolton ha abbandonato la cassa in mano ad un locandiere e a dei facchini! Bella premura! La mia mummia, una mummia che mi è costata novecento lire sterline, lasciata esposta al pericolo di essere rubata!
Mentre il professore aiutato da Cacatua, si accingeva ad aprire la cassa, una voce stridula risuonò dall’uscio. Riccardo e Lucia videro ferma sulla soglia la vedova Anna, la madre di Bolton avvolta, come sempre, nell’ampio scialle nero. Braddock, assorto nel suo lavoro, non accorgendosi della sua presenza, continuava a martellare violentemente la cassa, alternando i colpi colle imprecazioni. Riccardo in quel momento pienamente giustificava la collera dello scienziato.
— Scusate, sapreste dirmi se il mio figliuolo è arrivato? — domandò la vedova Anna a Lucia. — Ho veduto passare il carro ed il feretro. Dov’è il mio ragazzo?
— Il feretro? Che cosa volete dire con tale parola? — brontolò il professore senza interrompere la sua bisogna.
— Voglio dire una cassa che contiene un cadavere che puzza di canfora — rispose la vedova, inchinandosi timorosa dinanzi allo scienziato.
— L’avete veduto al suo arrivo? — chiese Lucia mentre il professore e Cacatua toglievano il coperchio dalla cassa.
— No, non l’ho appunto veduto, e non so perchè temo di non poterlo veder più!…
— Ancora un brutto sogno? — domandò Riccardo, memore dello strano racconto che pochi giorni prima gli aveva fatto.
Ma la vedova Anna non rispose, intenta com’era a seguire le mosse di Braddock e di Cacatua, i quali con gran fatica erano riusciti a scoperchiare la cassa. Rapidamente il professore tolse il fitto strato di trucioli e di cenci.
Ma nessuna mummia nè alcuna cassa verde apparve allo sguardo degli astanti. Un grido disperato, rauco, inumano, echeggiò ad un tratto nella camera. La vedova Anna levava l’angoscioso grido.
— E’ Sidney, il mio Sidney, il figliuol mio! Morto! Morto!…
La vedova Anna diceva il vero. La cassa scoperchiata conteneva il cadavere di Sidney Bolton.

(continua)


Note

1. Una traduzione frettolosa rende Queen Tahoser con “la regina di Tahoser”, come se questa fosse una località di cui essere sovrana. Il nome Tahoser deriva direttamente da Il romanzo della mummia (Le roman de la momie, 1858) di Théophile Gautier, che ha poi ispirato anche degli scultori francesi: non sembra esistere nelle fonti storiche alcuna Tahoser. Sicuramente i lettori più attenti de “La Stampa” colsero questa divertita citazione, visto che il romanzo di Teofilo Gautier arriva in Italia nel 1903 per Sonzogno.
2. William H. Prescott (1796-1859) è uno storico americano ancora molto citato e ristampato in Italia, dove la sua opera è arrivata solamente negli anni Cinquanta del Novecento. Quindi i lettori de “La Stampa” non potevano conoscere La conquista del Perù (The Conquest of Peru, 1847), edita per la prima volta nella nostra lingua dalla fiorentina Le Maschere nel 1958.

L.

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1 Commento

Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Pulp

 

[Pulp] La mummia verde di Fergus Hume

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Rispetto agli autori dimenticati che mi è capitato di presentare, il britannico Fergus Hume (1859-1932) è davvero un’eccezione: forse non è famoso come Gaston Leroux, ma gli amanti italiani del giallo classico ben conoscono il suo nome.

A 27 anni Fergus Hume ha nel cassetto un romanzo in cui crede ma nessun editore disposto a pubblicarlo, così intraprende la strada dell’autopubblicazione: le 5.000 copie del suo primo libro vanno esaurite in tre settimane, e il successo travolgente fa capire a Hume che quella è la sua vera vocazione.
Come tutti i grandi autori internazionali, in Italia è arrivato solo di striscio. Già nel 1891 la milanese Rechiedei presenta il romanzo I misteri di Melbourne – cioè l’esordio letterario dell’autore, quel The Mystery of a Hansom Cab (1886) che gli ha donato la notorietà e che conoscerà molte ritraduzioni italiane (La morte viaggia in carrozza, Bariletti 1990; Il delitto della carrozza chiusa, Newton Compton 1996; Il mistero di una vettura pubblica, Demetra 1997; Il mistero del calesse, L’Unità 2002; Il delitto della carrozza chiusa, De Agostini 2007) — ma è solo dal 1910 che la nostra editoria si interessa allo scrittore britannico, anche se durerà solo fino agli anni Quaranta.
Scomparso nel nulla, negli anni Novanta prima la Garden Editoriale e poi la Newton Compton rispolverano qualcosina di Hume, che non sembra ritrovare l’interesse dei lettori: a parte tre o quattro romanzi editi da De Agostini nel 2007 – sempre gli stessi già ristampati – si può dire che Fergus Hume è un autore del tutto dimenticato dalla nostra editoria.

Presento qui i primi due capitoli di un romanzo inedito in Italia, The Green Mummy (1908): dato il totale disinteresse che evidentemente mostrano i lettori italiani per le mummie, il titolo scelto è davvero incredibile: Chi è l’assassino?.
Quella che appare a puntate sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 non è una traduzione: è una sforbiciata impietosa del testo originale, quasi un riassunto. Rimane comunque un testo dimenticato da un secolo, mai raccolto in volume e rispolverato qui per la prima volta.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!


Chi è l’assassino?

I.
I fidanzati

I due giovani camminavano già da qualche tempo silenziosi, attraverso il paesaggio libero e vasto, che si stendeva loro dinanzi. Lontano, una striscia grigiastra si svolgeva in curve ampie. Era il Tamigi. A volta a volta scompariva dietro le dighe ed i filari lunghi di alberi sorgenti sulle sponde del fiume. Di tratto in tratto l’alberatura alta, sottile, e poi lo scafo nero di un piroscafo, sorgevano sull’acqua, sfuggendo poi rapidamente verso il nord, freddo e brumoso. Non toglievano l’aspetto quasi selvaggio al paesaggio, interrotto, qua e là, qualche fabbricato solitario, qualche bassa costruzione massiccia, qualche officina, che dagli alti camini, soffiava su, nel cielo bambaginoso, immani colonne id fumo nero. Il sole profondeva dall’alto, sulle cose tranquille, i suoi tesori di luce.
Riccardo volgeva lo sguardo attorno, come se lo spettacolo offerto ai suoi occhi avesse racchiuso mille meraviglie: ma il paesaggio non lo giudicava in quel momento, che attraverso l’espressione di letizia, che per la compagnia della giovinetta, gli gonfiava l’anima. Non era essa l’animatrice di ogni cosa? Di fronte alla coppia, a circa un miglio di distanza, la fortezza ergeva le sue linee tozze e pesanti; dalla leggera altura, su cui era posta, dominava il grande piano irregolare sottostante sino alle sponde del flutto. Il fogliame di edere e di sempreverdi che s’avvinghiava in una stretta tenace alla muraglia, ne mascherava le feritoie, contribuiva a dare alla costruzione un aspetto ancor più triste e più sinistro Dai torrioni in forma di due blocchi granitici, protendevano le lunghe gole nere i cannoni di grosso calibro, timidi, mentre le canne rilucenti delle mitragliatrici avevano dei riflessi lucidi e freddi. Una forza micidiale, bruta, attendeva, gustava, senza collera e senza stanchezza!
Lucia, che aveva per qualche istante fissato lo sguardo sul quadro cupo della fortezza, ebbe un leggiero brivido.
— Non vorrei davvero essere costretta ad abitare lassù! — esclamò. — Mi parrebbe di essere sepolta in una prigione!
— Se sposate il capitano Random sareste pur costretta ad abitarvi. Random ha il comando del forte, lassù il suo dovere lo vuole.
— Vi ripeto, Riccardo, che io non ho simpatia alcuna per gli ufficiali… Io preferisco di gran lunga un artista!
— Perchè mai? — domandò ridendo Riccardo.
— La ragione è evidente. Perchè amo un arista!
— E se invece amaste un capitano?
— Farei quello che dovrei fare come moglie di un ufficiale: lo accompagnerei in crociera, lo curerei se ferito. Per voi invece cucirò, rammenderò, preparerò le buone pietanze e…
— Basta, basta! Ho bisogno di una moglie, non di una semplice buona massaia!
— Gli uomini di solito vogliono l’una e l’altra in una stessa persona.
— Ma voi sarete la mia regina! Null’altro dovrete essere.
— Non sono del vostro avviso: non potrò essere la regina adorata e servita come voi vorreste. La vita è troppo difficile al giorno d’oggi.
— Ciò non impedisce che voi siate la regina della mia vita.
— Ben volentieri, fin quando non vi verrò a noia, non è vero?… Ma intanto mi dimentico ancora del pranzo. Prendiamo presto la scorciatoia per rientrare al villaggio. Strada facendo mi direte precisamente come siete riuscito a comprarmi dal babbo per la somma di mille sterline!…
Riccardo aggrottò nuovamente le sopracciglia a tali parole.
— No. Non vi ho comprata… Quante volte vi debbo dire che nessuno ha mai pensato a vendervi e nessuno a comprarvi? Io ho semplicemente ottenuto il consenso di vostro padre e la rinuncia alle sue idee ed ai suoi progetti sul ricco capitano Random.
— Ma il babbo non ha alcuna autorità su di me; non ha alcun diritto di impormi il suo volere nè a proposito di matrimonio nè di qualsiasi altra cosa. Ditemi, adunque, come siete riuscito ad indurlo a darvi questo inutile consenso?
Riccardo Hope cominciò a dare lentamente la spiegazione opportuna.
— Voi saprete che vostro patrigno, il professor Braddock, ha una vera mania collezionista per le mummie, non è vero?
Lucia sorrise e fece col capo un cenno affermativo. — Già, è un Egittologo.
— Appunto, ma è troppo poco celebre e troppo poco ricco in confronto al suo valore di scienziato. Per farla breve, vi dirò che mi ha espresso il suo vivissimo desiderio di poter esaminare in che cosa differisca il sistema di imbalsamazione degli antichi peruviani dal sistema degli Egiziani.
— Io credevo che limitasse la sua mania alle mummie d’Egitto.
— Il paese per sè non lo interessa nè punto nè poco, ma lo interessa invece la civiltà antica in generale. Gli Incas, al pari degli Egiziani, imbalsamavano i loro morti ed il professore è riuscito a sapere dell’esistenza di una certa mummia di re, avvolta in bende verdi… almeno così mi ha detto.
— E poi?
— Questa mummia è in possesso di una persona di Malta ed il professore, avendo sentito che era offerta in vendita per mille sterline…
— Oh! — interruppe la giovine vivacemente. — E’ adunque per la mummia che mio padre ha fatto partire Sidney Bolton circa sei settimane or sono?
— Per l’appunto. Bolton è l’assistente del professore e non la cede di un punto al vostro patrigno nell’amore per le mummie. Io ho chiesto pertanto al professore se acconsentiva alle nostre nozze…
— Domanda inopportuna!
Riccardo non fece caso dell’interruzione.
— Ed egli mi ha risposto che preferiva sposaste Random perchè è ricco. Gli ho fatto osservare che voi amavate me e non Random e che questi era assente per ragioni di servizio, mentre io ero presente. Ed allora egli ammise di non poter attendere che Random fosse di ritorno e si dimostrò quindi disposto ad offrirmi un mezzo per guadagnarmi il suo consenso…
— Che cosa volete dire?
— Evidentemente doveva avere una furia indiavolata di venire in possesso della mummia verde pel timore di vedersela tolta di mano da qualcuno più sollecito di lui. Tutto ciò succedeva due mesi fa, in un momento in cui il professore aveva bisogno immediato di denaro. Se Random fosse stato qui egli si sarebbe certamente rivolto a lui; in sua mancanza ha pensato di rivolgersi a me per avere le mille sterline occorrenti per l’acquisto della mummia. A questa condizione egli acconsentiva alla celebrazione delle nostre nozze, entro sei mesi. Io, naturalmente, sapendo come vostro patrigno fosse sempre stato un ostacolo per noi, mi sono affrettato ad afferrare la possibilità offertami per non perdervi, mia carissima Lucia… Una settimana dopo il professore Braddock aveva il denaro e faceva partire subito Bolton per Malta. Ora vostro patrigno lo attende di ritorno colla mummia verde.
— Sidney l’ha dunque comprata?
— Sì. Ha potuto averla per novecento sterline, secondo quanto mi ha detto il professore; ed ora è sulla via del ritorno, imbarcata sul piroscafo The Diver, lo stesso piroscafo che l’ha condotto laggiù. Il racconto è finito e voi potete vedere che non è il caso di parlare nè di vendita nè di compera! Le mille sterline prestate e non regalate non hanno avuto altro scopo che quello di strappare il consenso a vostro padre.
— Non è mio padre — ribattè la giovane, a corto, per il momento, di altre obbiezioni.
— Ma voi lo chiamate sempre così.
— Per semplice vezzo. Ammetterete che non posso chiamarlo Braddock o professore Braddock, dal momento che vivo sotto lo stesso suo tetto. Lo chiamo per conseguenza «babbo» o «papà»; la parola è comoda e presto detta. E poi, che volete? Non l’odio mica quel povero diavolo di professore: non è punto cattivo. Se non andasse così pazzo per le sue mummie e non fosse tanto distratto!… Dopo tutto sono contenta che abbia finito coll’acconsentire. Egli mi tormentava da mane a sera per indurmi a sposare Random. Mi avete comprata e ne sono contenta! Grazie!
— Ma non vi ho comprata! — esclamò Riccardo, fingendo un’esasperazione comica.
— Sì, voi mi avete comprata; e la cosa da un certo lato mi dispiace perchè voi avreste potuto avermi senza essere costretto ad un sacrifizio finanziario.
Riccardo scrollò le spalle. Dubitava di riuscire a convincere Lucia.
— Mi restano ancora trecento sterline all’anno; e d’altronde voi meritavate bene questo piccolo sacrifizio, questa compera, come dite voi!
— Vi prego moderate le vostre parole. Non avete nessun diritto di parlare con me in tal modo. Io non mi sono mai lasciata comprare da alcuno.
Riccardo rise:
— Eppure poc’anzi avete detto…
— Che cosa mi importa di quello che io posso aver detto?… Dunque, siamo d’accordo, noi ci sposeremo… Non appena Bolton sarà di ritorno. Il professore partirà con lui per l’Egitto, allo scopo di visitare quella tomba nascosta, di cui parlava sempre…
— Tale spedizione richiederebbe una somma di gran lunga superiore a mille sterline. Il professore mi ha bene descritto quali ostacoli si frappongano all’effettuazione del suo desiderio. Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con noi; lasciamo pure il professore ammuffire a suo piacimento, fra le sue mummie. Noi vivremo…
— Divisi! — sospirò Lucia.
— Per sei mesi, e dopo saremo uniti, nella casetta, che comprerò per nascondervi il vostro amore…
— Povero Frank Random!
— Che dite, Lucia? — chiese, con voce sospettosa, Riccardo.
— Ebbene, volete saperlo? Il poverino mi fa pietà. Voi non avrete — io spero — la pretesa che il nostro matrimonio debbagli far piacere!
— Lo inviterò a nozze, se lo vorrà — disse, in tono gelido, il giovane. — Ma abbiamo tempo per parlarne.
Nel frattempo erano giunti al villaggio. I radi passanti li guardavano ormai senza curiosità. La bella coppia d’innamorati era troppo nota a quella gente del contado. Tutti approvavano tale matrimonio. Solo una certa vedova, Anna, era del parere che il capitano Frank Random, ricco e titolato, fosse un partito più conveniente per la bella Lucia. La vedova Anna era, in realtà, la mamma del signor Bolton, l’assistente del professore; il marito erale morto da più di vent’anni, ma il tempo, a giudicare dal nerissimo colore dell’abito, nulla poteva sull’affetto tenace che l’aveva avvinta al compagno defunto; donde, l’appellativo di «Vedova Anna».
— Amore giovanile! Amore giovanile! Fin quando durerà? — esclamò la donna vestita di nero, con accento acre, quando Riccardo e Lucia giunsero dinanzi al cancello della sua piccola casa.
— Fin quando vorremo! — ribattè Lucia, seccata da quell’ammonimento punto richiesto.
— E se l’amore resiste, vien la morte a troncarlo, — replicò la vedova. — Il mio povero Aronne non aveva certo il carattere più desiderabile; la vita comune era talora un tormento; ma poichè l’amore sopravviveva e ci riuniva poi sempre, la morte me lo ha rapito… Sono vent’anni che piango la sua perdita!
— Non siate tanto triste! — esclamò Riccardo, frenando a stento un sorriso. — Ben presto arriverà Sidney, il vostro figliuolo, e ridiverrete novamente allegra.
— Se pure ritornerà! — sospirò la donna.
— Che cosa volete dire?
— Come potrei spiegarvelo? Ho in cuore un presentimento triste; mi pare che mi attendano nuove disgrazie e nuove sventure. E poi ho sognato…
— Che cosa avete sognato? — domandò Lucia, curiosamente.
La vedova congiunse le palme, sollevandole, in atto di disperazione, verso il cielo.
— Ho sognato di una lotta corpo a corpo, di un assassinio, di una morte improvvisa, ed ho veduto il mio figliuolo Sidney salire al Cielo, al suono di un’arpa… E l’ho veduto legato, imbavagliato in una casa funebre! Oh!…
Lucia ebbe un fremito di orrore: al suo spirito s’affacciò la visione di un volto contratto, incartapecorito, di una persona alta, ossuta, strettamente avvolta in un manto nero, come in un sudario.
Riccardo tentò di proseguire il cammino.
— Non abbiate così tristi visioni! Non temete, fra tre giorni Sidney sarà di ritorno colla mummia che è andato a comprare a Malta per conto del professore Braddock…
E con un breve cenno di saluto si allontanò dalla donna.
— Mi stupisco che una megera simile possa essere la mamma di Sidney, osservò Lucia, dopo qualche istante — di Sidney che è un ottimo giovane, educato, laborioso.
— Credo che sia divenuto tale per il contatto continuo col professore. Nella sua prima giovinezza fu un discolo. Ora è completamente cambiato, e non mi meraviglierei se lo vedessi un bel giorno sposare la signora Jasher.
— Hum! Credo che la signora Jasher abbia un debole per il professore.
— Egli non si deciderà però mai a sposarla. La cosa potrebbe essere possibile se si trattasse di una mummia, ma di una donna!… Ohibò! Che volete che se ne faccia?
— Non saprei dirvelo, Riccardo. La signora Jasher mi sembra piacevole, attraente.
— La pecorella è troppo matura.
— Ma è ricca, e mio papà è povero.
— E allora fateli sposare, quando noi avremo dato l’esempio.
Lucia sorrise con tristezza.
— Riccardo, che ne dite, del sogno della vedova Anna?
— Effetto di una digestione laboriosa. Fra tre giorni Sidney sarà qui fra noi più vivo di quando è partito, rinvigorito anzi dal viaggio.
— Non dubito che sia come voi dite. Ad ogni modo avrei preferito non udire il racconto del sogno, — ed un nuovo brivido di orrore attraversò la giovane.

II.
Il professore Braddock

Nel minuscolo villaggio di Gartley le case signorili erano poche; di palazzi non ve n’era che uno solo, conosciuto sotto il nome di «Palazzo delle Piramidi». Tale nome eccentrico era stato dato al palazzo dal patrigno di Lucia, dieci anni prima dell’inizio di questa storia, quando egli aveva trasportato colà i suoi penati e le sue mummie. La vita sociale e mondana, la civiltà presente non interessavano in alcun modo il professore Braddock, il quale non si occupava delle esigenze materiali della vita se non in quanto potevano aver riferimento colle mummie, cogli scarabei mistici, cogli ornamenti sepolcrali, colle divinità mostruose di un passato che si perdeva nella notte dei tempi. Non usciva che molto raramente, mangiava invariabilmente in ritardo o non mangiava affatto, cosa che gli accadeva spesso. Era distratto nel parlare, trascurato nel vestire, incapace di trattare di alcuna cosa che non avesse rapporto colla sua scienza prediletta, l’archeologia. Nessuno era mai riuscito a comprendere come un uomo simile avesse potuto ammogliarsi.
Eppure aveva sposato quindici anni prima una vedova che gli aveva portato una piccola rendita ed una figliuola per giunta. Il bisogno di disporre di un reddito fisso aveva stimolato le facoltà amatorie dell’archeologo e l’aveva indotto ad una combinazione matrimoniale colla signora Kendal, la quale, oltre ad apportargli quelle che occorreva all’esigenze della vita, lo liberava anche dall’imbarazzo quotidiano di dover direttamente provvedere alle molteplici seccature che la vita di scapolo porta con sé. Ammogliandosi avrebbe finalmente potuto dedicare tutto il suo tempo agli studi prediletti. La signora Kendal d’altra parte era una donna molto flemmatica, desiderosa di un compagno anziché di un marito, ed il professore aveva perciò tutti i requisiti per eleggerlo compagno della sua vita. Il matrimonio, voluto dalla donna per assicurare a sè un marito ed un padre adottivo alla figliuola, voluto dall’uomo per sottrarsi all’incubo del denaro, ebbe risultati ottimi.
E Lucia era cresciuta come un superbo fiore fra quella coppia coniugale.
Ma tale vita comune non ebbe che breve durata. Dopo cinque anni la vedova morì e lasciò al professore una rendita di cinquecento sterline all’anno e la figliuola in giovanissima età. In tale occasione, Braddock aveva saputo mostrarsi una volta almeno un uomo pratico. Aveva pianto sinceramente la moglie defunta e poi, aveva messo Lucia in un collegio ad Hampstead.
Aveva preso in affitto il palazzo delle Piramidi e vi si era installato con tutti i suoi tesori scientifici. E colà era poi sempre vissuto di una vita tranquilla ed accanitamente laboriosa. Lucia, completata la sua educazione in collegio aveva in seguito fatto ritorno a Gartley, cordialmente accolta dal professore, il quale non tardò, poichè Lucia era una giovane ordinata, economa, attiva, ed ogni cosa procedeva quindi a meraviglia sotto la sua direzione, a consegnargli le chiavi, comprese quelle della cassa, coll’ingiunzione di non oltrepassare nelle spese una data somma; e Lucia aveva immediatamente assunta la direzione della casa, ben certa di riuscirvi a perfezione, dal momento che unico desiderio del suo patrigno era quello di poter liberarsi ad ogni costo da ogni preoccupazione per dedicarsi ininterrottamente alle sue mummie.
Nel museo nessuno poteva liberamente porvi piede. Lucia stessa ben raramente osava avventurarvisi, punto desiderosa di vedere il patrigno montare in collera.
Di ritorno dalla passeggiata con Riccardo, Lucia consigliò al patrigno di cambiare per il pranzo di quella sera l’abito sudicio ed eccessivamente logoro che in quel giorno, certo per pura distrazione, aveva indossato. Al pranzo doveva prender parte la signora Jasher, una vedova piacente che dimostrava una costante deferenza ed ammirazione per il professore. Nel villaggio non mancavano le lingue maligne le quali affermavano che un matrimonio era alle viste; ma non eranvi invero troppe probabilità che ciò avvenisse: il professore possedeva quanto gli bastava per la necessità alla sua esistenza punto brillante, e non aveva troppe tenerezze per le donne.
Riccardo Hope lasciò Lucia alla porta del «Palazzo delle Piramidi» per recarsi un momento a casa sua, e la giovane salì nella sala da pranzo per impartire alcuni ordini. In tal modo la signora Jasher, entrando, non trovò alcuno nel salotto ed approfittando della sua famigliarità con i padroni di casa, discese al piano terreno, e si presentò allo scienziato. Il professore levò lo sguardo da uno scarabeo che teneva in mano, per fissarlo sulla figura di donna che erasi affacciata, sorridente, all’uscio. Egli non sembrò troppo lieto della vista, che per lui altro non era che una cagione di perdita di tempo, ma la signora Jusher non se ne diede per intesa: conosceva troppo bene il professore per adontarsi delle sue maniere non sempre cortesi, certo non mai galanti.
— Che puzzo orribile — esclamò la signora, portando il fazzoletto alle narici. — Si direbbe di entrare in un carnaio in putrefazione! Mi meraviglio che non siate ancora morto per asfissia!
Il professore volse verso di lei gli occhi socchiusi.
— Avete forse parlato? Che cosa avete detto?
— Non mi offrite neppure una sedia, professore? Se invece di una signora in carne ed ossa, palpitante, fossi una mummia senza dubbio mi avreste già abbracciata! Non sapete che stasera sono qui alle Piramidi a pranzo. — E, col ventaglio socchiuso, gli battè amichevolmente sul braccio.
— Ma io ho pranzato! — spose Braddock.
— No, voi non avete pranzato! — ribattè la vedova, indicando trionfalmente su di un tavolo un piatto di cibo che non era stato toccato. — Anzi, non avete neppure fatto colazione. Voi vivete d’aria, forse d’amore!
Il dottor Braddock aveva chinato di nuovo il viso e sembrava profondamente assorto. Dopo qualche istante, come risovvenendosi, esclamò:
— Avete perfettamente ragione. Sento di aver fame; se avessi mangiato non sarebbe così. Che desiderate, signora Jasher? Qualche notizia? — soggiunse dopo una lunga pausa e sollevando gli occhi in viso alla vedova come se fosse entrata proprio in quell’istante.
La vedova sorrise; non avrebbe saputo offendersi dei modi di quello sventatone di un professore.
— Sono stata invitata qui a pranzo — rispose. — Risvegliatevi, se lo volete, e sentirete maggiormente il bisogno di un buon desinare dopo una giornata di lavoro e di digiuno.
— Sì, ho veramente fame, — ammise il professore, e si pose di bel nuovo ad osservare lo scarabeo, attraverso una lente di ingrandimento.
— Certo deve appartenere alla ventesima dinastia, — mormorò, corrugando la fronte.
La vedova fissò il professore colla stessa attenzione colla quale questi stava osservando lo scarabeo. Evidentemente ella doveva in quell’istante porre in dubbio la qualità di buon marito dello scienziato.
A tutta prima non si sarebbe detto a vederlo, che il dott. Braddock fosse uno scienziato e tanto meno uno scienziato di gran valore. Aveva un corpo piccolo e tondeggiante, un viso fresco e giovanile, ad onta dei suoi cinquant’anni di lavoro e di studio indefesso. Il capo era ricoperto di folti capelli bianchissimi, unica distinzione di buona razza: mani e piedi piccolissimi. Aveva due occhi azzurri, profondi, semi-nascosti dalle ciglia sempre corrugate, la fronte alta, spaziosa, le labbra sottili, gli zigomi sporgenti. I lineamenti avevano nel loro insieme, alcun che di aggressivo e di fanciullesco.
La signora Jasher era attempata ma non lo appariva; le cure sapienti nel suo abbigliamento, la presenza ancora intatta della persona, l’espressione ingenua del viso, la ringiovanivano di una quindicina d’anni. In quel momento la si sarebbe giudicata una signora piacente, sulla trentina. Molti gioielli alle mani, al collo, ai polsi, alle orecchie. Tutt’attorno di lei esalava uno strano profumo che — essa affermava — le era inviato dalla China, da un amico di famiglia, addetto all’Ambasciata inglese a Pechino.
Il professore depose sul tavolo lo scarabeo e si avanzò sorridendo verso la signora Jasher, indubbiamente più piacevole a guardarsi dell’orribile scarabeo che aveva sino allora attratto la sua attenzione. E le tese la mano.
— Cara signora, non posso dirvi quanto sia lieto di vedervi!… voi siete… siete… — Il professore s’interruppe per richiamare il pensiero dai lontani secoli al’ora colante. — Appunto, siete venuta per il pranzo, non è vero?
— Lucia mi ha invitato otto giorni or sono.
— Oh allora voi avrete un pranzetto davvero succulento! — esclamò Braddock stropicciandosi le piccole mani grassoccie. — Lucia sa fare le cose a dovere; è proprio una giovane senza difetti; non sono mai riuscito a coglierla in fallo. E’ forse un po’ ostinata, al pari di sua madre… Sapete, cara signora, che in un rotolo di papiri che ho recentemente acquistato, ho trovato la ricetta per la preparazione di un piatto culinario prettamente egiziano, un piatto che certamente venne gustato da Amenemha1, l’ultimo dei Faraoni, come voi certo, saprete, della undicesima dinastia? Avevo pregato Lucia di prepararlo per questa sera, ma, con mio dispiacere, ella vi si è rifiutata. Il piatto era questo: gazzella arrostita, condita con olio, semi di coriandoli ed assa fetida2.
— Oibò! — esclamò la vedova, portando il fazzoletto alle labbra. — Non dite altro, professore! Non ho punto desiderio di gustare pietanze simili e di tramutarmi in mummia, prima del tempo!
— Voi sareste una mummia magnifica! — esclamò lo scienziato, convinto di farle un complimento. — E se doveste morire, ben volentieri provvederei all’imbalsamazione del vostro corpo!
Il viso della vedova perdette per un istante la compostezza voluta.
— Professore, credete veramente che io vorrei essere imballata in una di queste casse orribili, ripugnanti?
— Orribili? Ripugnanti? — gridò Braddock, offeso, battendo il pugno sopra uno di quei sarcofaghi. — Come potete chiamare ripugnanti queste meravigliosi modelli di arte funeraria? Osservate i colori, la regolarità dei geroglifici… Ma non vedete in quali splendidi quadri a colori è stata narrata la biografia della persona racchiusa in questa cassa? — Il professore si accomodò in fretta gli occhiali e cominciò a leggere: «Osirian, Scemiophris3». — Nome di donna, questo signora Jasher, che…
— Io non ho punto bisogno di che si scriva la storia della mia vita sulla mia cassa! — interruppe la vedova, con voce stridula, come se stesse per coglierla una crisi isterica. — Una cassa da morto, inscritta da tutti i lati, non basterebbe allo scopo. Ma — soggiunse con vivacità, vedendo che il professore stava per riprendere la lettura dei geroglifici — ditemi piuttosto se la famosa mummia degli Incas è giunta alfine.
— Non ancora, — rispose il professore, con effusione, dappoichè veniva intavolato il suo argomento preferito. — Non ancora, ma sarà qui fra tre giorni; arriverà sul The Diver. L’esaminerò subito e saprò finalmente come gli antichi Peruviani usavano imbalsamare i loro morti. Senza dubbio devono aver appreso tale arte da…
— Dagli Egiziani, — arrischiò la signora Jasher.
Lo sguardo del professore brillò di sdegno. — Ma neppur per sogno, carissima signora! Ecco che dite una cosa ridicola, una cosa assurda! Io credo piuttosto che l’Egitto non sia stato che una semplice colonia dell’immensa Isola di Atlantide di cui parla Platone. Se la mia supposizione è giusta, in tale isola la civiltà ha avuto il suo inizio ed i re di Atlantide devono aver governato il mondo intero, non escluse quelle regioni che noi indichiamo sotto il nome di America del Sud.
— Volete forse dire che esistevano già gli Yankees in quei remoti tempi? — chiese la signora Jasher, con la consueta sua frivolezza gioconda.
Il professore misurò parecchie volte a passo rapido l’ampia sala, dominando a fatica la collera provocata da così crassa ignoranza.
— In che modo siete mai vissuta fino ad ora? Non sapete proprio nulla? Io parlo di tempi preistorici, di migliaia d’anni fa, quando voi, probabilmente, non eravate che un atomo miserabile, sepolto nel fango!
— Tacete, professore — esclamò la vedova, alzandosi dalla sedia, pronta a dirgli che cosa in quel momento l’atomo miserabile e fangoso pensasse dello scienziato. Ma ne fu impedita dall’apparire di Lucia.
— Il pranzo è pronto. Riccardo è giunto e voi…
— Ed io sono terribilmente sdegnata! — esclamò la signora Jasher. — Vostro padre mi ha definita un atomo sepolto nel fango! — Poi sorrise e porse il braccio a Riccardo Hope, apparso alla sua volta sulla soglia della sala.
Lucia aggrottò le sopracciglia. La disinvoltura, già notata altre volte, di cui la vedova dava prova nei suoi rapporti con Riccardo, non era punto di suo gradimento.

(continua)


Note

1. Amenemhat (con la “t” finale) è un nome di faraone apparso solamente dalla dodicesima dinastia, non dalla undicesima.
2. «The ingredients, which had to do with roasted gazelle, were oil and coriander seed and — if my memory serves me — asafoetida». Il traduttore rende spezzato (“assa fetida”) il nome italiano dell’ultima spezia citata: l’assafetida, semplicemente perché così si usava all’epoca. Di provenienza iraniana, è una spezia nota per l’odore forte.
3. Il traduttore rende con «Osirian, Scemiophris» l’originale The Osirian, Scemiophis: non è chiaro perché abbia aggiunto quella “r” nel secondo nome. Comunque non è nota altra fonte per il nome se non questo romanzo di Hume.

L.

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Pubblicato da su maggio 19, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Colpevole di Jules de Gastyne

Questa settimana presento i primi due capitoli di un testo dello scrittore e drammaturgo francese Jules de Gastyne (pseudonimo di Jules Sillas Benoist, 1847-1920). Piccolo giornalista della provincia profonda, il nostro autore si trasferì nella rutilante metropoli parigina per poter sfondare, cosa che infatti gli riuscì: fu un apprezzato e prolifico autore, noto soprattutto per i suoi feuilleton, romanzi a puntate di stampo fortemente drammatico.
Siamo un po’ lontani dal “nero” che mi propongo di riscoprire – questo testo parla di un tradimento scoperto che rischia di finire in tragedia sanguinaria – ma ci tengo comunque a presentare autori dimenticati e la loro opera che, all’epoca, rispondeva ai gusti del pubblico.

Già dal 1886 appaiono in Italia i romanzi di de Gastyne, firmati però con il suo verso nome Jules Benoit. Roma, Torino e Milano se lo contendono, e Napoli nel 1898 finalmente presenta un romanzo (L’uomo della notte) firmato con lo pseudonimo Giulio de Gastyne.
Dopo Il cugino nel 1933, non risultano altri testi di de Gastyne usciti in Italia: l’autore va ad arricchire l’armata di autori totalmente dimenticati dalla nostra editoria.

Ecco dunque i primi due capitoli del romanzo Coupable?, apparso a puntate su “Le Petit Journal” dall’11 maggio 1905.
Ve li riporto come li ha presentati – con il titolo Colpevole? – il quotidiano italiano “La Stampa”, dal 18 marzo al 2 agosto 1906: è una lingua italiana di inizio Novecento, splendida da ammirare!
Ricordo che questa è la prima volta, in un secolo, che il testo rivede la luce in lingua italiana.


Colpevole?

Prima parte

I.
In fuga.

Era un triste pomeriggio d’autunno. Grandi nuvole plumbee, cacciate da un vento aspro, passavano sul mare glauco, su cui si scorgevano le striscie bizzarre e bianche delle spume sollevate dalle onde alte.
La contessa Miranda di Plonazec, colla testa rovesciata sul dorso di una poltrona, con un libro aperto sui ginocchi, colle mani abbandonate in un gesto di grazia triste, lasciava lo sguardo dei suoi grandi occhi errare vagamente sulle cose.
Ella sognava.
Una piega d’amarezza all’angolo della bocca, un pallore come quello che lasciano le lagrime recenti, insieme ad un livido sotto le pupille, tutto in lei diceva l’infinita desolazione.
Un leggero, leggerissimo urto alla porta la trasse dalle sue fantasticherie.
Levò la testa. Una ragazzina, quasi una bambina, con in capo un berretto brettone, entrava.
Costei tese una lettera e disse:
— Giovanni Maria ha portato or ora questa lettera.
— E’ di là?
— Sì, signora, ed attende una risposta, io credo.
— Dammi la lettera.
Ella strappò lentamente la busta e percorse lo scritto.
Poi, abbassando le pupille, parve riflettere profondamente.
La piccola brettone, per darsi del contegno, strofinava con un lembo del suo grembiule una mensolina,la quale, lucidissima, non aveva affatto bisogno di essere pulita.
— Maria Giovanna, va a dire a Giovanni Maria che aspetti un istante. Infatti a questa lettera è d’uopo una risposta.
La ragazza uscì.
Allora la contessa Miranda si alzò, e lentamente, cogli occhi fantasticatori, la fronte preoccupata, fece qualche passo traverso la vasta sala.
Poi si fermò, e rilesse la lettera che teneva in mano.
A misura che leggeva, dalle sue ciglia semichiuse sgorgavano lagrime e queste scorrevano sulle sue guance delicate, solo un po’ emaciate dalla sofferenza.
Ella si passò la mano sulla fronte come per cacciarne qualche segno doloroso ed andò a sedersi ad un piccolo scrittoio di mogano incrostato di bronzo dorato.
I suoi gesti erano lenti e le sue attitudini tradivano un accasciamento profondo.
Prese una penna, l’intinse nel calamaio d’argento, appoggiò la fronte alla mano sinistra, e dinanzi alla pagina bianca rimase un lungo momento pensosa e come irresoluta. Stava per tracciare la prima parola della sua lettera, quando la porta della sala s’aperse abbastanza bruscamente.
Miranda volse la testa ed una esclamazione le sfuggì.
— Voi!
Vivamente, ella si levò, e con un gran gesto istintivo, accartocciando la lettera che poco prima aveva ricevuta, la fece scivolare nel corsetto della sua veste.
Poi, senza fare un passo verso il nuovo venuto, con calma fierezza disse:
— Permettetemi che io mi stupisca di questi modi un po’ troppo famigliari, conte. Perchè non farmi prevenire del vostro arrivo?
— Occorrono tante cerimonie, perchè un marito sia ricevuto dalla propria moglie? — fece il conte di Plonazec, con acerba ironia.
Si avanzò allora e salutò con affettata correttezza.
— Contessa, vi presento i miei omaggi.
Miranda stese la mano a suo marito. Questi la prese e, prima di portarla alle labbra, guardò la signora di Plonazec.
— La vostra mano è gelida e voi tremate, — fece egli, mentre i suoi occhi indagatori si fissavano in quelli della contessa smarrita.
Costei fece uno sforzo e sorrise:
— Mio Dio, confesso infatti di essere stata sorpresa, — balbettò ella. — Voi apparite tutt’a un tratto, mentre vi si crede lontano, lontano… è…
— Perdonocontessa. Io sono venuto da voi come un uomo che si crede di aver il diritto di far così. Ebbi torto. Vi ho disturbata. Suppongo che stavate per scrivere. Continuate, ve ne prego.
— Oh! non c’è nulla che prema.
— Ma sì, al contrario, — disse il conte con un accento acuto di beffa. — C’è da basso un brav’uomo che aspetta la lettera che voi stavate per scrivere quando sono entrato.
La contessa corrugò le sue sopracciglia. Ella volle darsi un’aria disinvolta, ma conosceva troppo l’atroce gelosia del conte di Plonazec, per non tremare in cuor suo.
— Voi siete molto ben informato, signore, — rispose ella glacialmente. — Sì, infatti, io stavo scrivendo quando voi siete sopraggiunto, senza nemmeno bussare alla porta, senza nemmeno avermi prevenuta del vostro ritorno. Ma ho riflettuto. Non scriverò, o, piuttosto, scriverò più tardi.
— Si attende la vostra risposta, con grande impazienza, senza dubbio, e fare attendere sarebbe una crudeltà, — aggiunse il conte con un sorriso che fece correre un brivido nel sangue di Miranda.
— Io non vi comprendo, — diss’ella, tentando di serbare la sua attitudine calma. Ma ella si sentiva mancare, e sotto lo sguardo profondo e crudele del marito impallidiva terribilmente.
Ed a sua volta pallidissimo, e colle labbra tremanti di collera contenuta, il conte di Plonazec prese a camminare innanzi ed indietro attraverso la grande camera.
— Voi mi permettete, — fece la signora di Plonazec, con voce che tentava di rendere ferma, — di lasciarvi un istante per andare a dar gli ordini a proposito dei preparativi che occorrono pel vostro appartamento.
Il conte, fermandosi bruscamente, guardò sua moglie.
— I vostri servi — io credo — devono aver l’abitudine di rispondere quando li chiamate. E’ inutile, quindi, che vi disturbiate. Io suono…
— Fate come vi piacerà.
Il conte di Plonazec andò verso il camino e tirò il cordone del campanello.
E senza parlare, senza guardarsi l’un l’altro, marito e moglie attesero.
La porta si aperse e la giovane brettone che aveva portata la lettera alla contessa Miranda comparve e rimase sulla soglia, intimidita alla vista del conte che la guardava con aria diffidente.
— Maria Giovanna, — fece lentamente la contessa, — si prepari l’appartamento del signor conte. Di’ poi a Giovanni Maria che non ho alcuna risposta da dargli e che ritorni a casa sua.
— Va bene, signora.
La ragazzetta rinchiuse la porta, ed allora il conte si avanzò verso la signora di Plonazec, e colla voce sorda, i denti serrati, disse:
— Datemi quella lettera!
— Quale lettera?
E la contessa arretrò di un passo.
— La lettera, vi dico! — gridò il conte con uno scoppio di voce. — La lettera! datemela! Io la voglio!… Non intendete che la voglio?
I suoi occhi lanciavano fiamme, e la contessa vi lesse una così terribile collera che si gittò dietro la tavola che occupava il centro della stanza, come per farsene un baluardo di difesa.
Ma il conte, con una volontà implacabile, dipinta sul suo volto eccitato si avanzava verso di lei.
— Datemela! — fece egli con voce ridivenuta sorda! — Datemi quella lettera.
— Signore! — gridò Miranda, smarrita.
— Datemela, intendete?… Non mi obbligate a strapparvela a forza.
— La vostra condotta è indegna, signore! — esclamò la disgraziata che si sentiva presso a mancare. — Ah! — aggiunse poi con un lungo singhiozzo, — io ho pure sofferto abbastanza per voi perché alfine abbiate a lasciarmi riposare di tante tristezze! Sono venuta qui, ove vivo quasi come una reclusa, senza nemmeno la gioia di avere mia figlia presso di me… Non importa, mi consolavo. A Parigi la vita era divenuta insopportabile per me… Voi passavate tutto il tempo a torturarmi coi vostri incessanti sospetti, colle vostre folli gelosie…
— Ed or qui le vostre consolazioni le trovate tra le braccia di un amante, — esclamò il conte con terribile rabbia!
— Ah, il miserabile! — fece la contessa con nella voce un indicibile strazio!
Coi suoi grandi occhi attoniti, la sua faccia terribilmente pallida e sconvolta, ella fissava il conte ritta dall’altro lato della tavola e che sembrava una belva pronta ad assaltare la preda.
Allora ella ebbe paura. Quella lettera che il conte voleva strapparle era la sua perdita… E poteva essere anche peggio.
Assolutamente doveva essere evitato che il conte leggesse quella lettera. Non lo si doveva…
Nel suo movimento ella cercava, cercava… e si struggeva di non trovar nulla.
Si augurò che la casa crollasse, che una catastrofe impreveduta venisse ad un tratto ad annientarli, ella e lui.
E sempre gli sguardi feroci di suo marito restavano fissi su di lei. Con voce rauca, intanto, ripeteva con aspra ostinazione le stesse parole:
— La lettera! la lettera! datemela! Io la voglio!
La contessa Miranda, pallida come se fosse sul punto di morire, intendeva i battiti del suo cuore.
Aveva, alla gola, un senso di soffocamento e le sue mani erano agitate da un tremito convulso.
Nel silenzio si udiva il rombo del mare che si scagliava contro le rocce. La sera, che già si affrettava, discendeva sulle cose. Ora il conte girava intorno alla tavola, si avanzava verso la giovine signora, e questa, sperduta come un terrore di bestia perseguitata in fondo agli occhi, gittò un grido sordo.
D’un balzo evitò l’avvicinarsi del conte di Plonazec.
Allora questi uscì in una bestemmia terribile e come un insensato, si slanciò verso la disgraziata, che fuggiva dinanzi a lui. Fu una scena terribile.
La contessa, di corsa, nascondendosi dietro la seggiola, disparse qua e là, livida, cogli occhi dilatati, stretta da uno spavento senza nome, fuggiva muta col solo pensiero di distruggere quella lettera che teneva nascosta nelle pieghe del suo corsetto prima che quell’uomo potesse raggiungerla. Ella si dibatteva come un’insensata. Ed egli, con imprecazioni di collera, sempre più violente, spezzando, rovesciando le fragili cose dietro le quali la sventurata si nascondeva, si accaniva in quella persecuzione. Ed era sul punto di raggiungerla. Allora, con un gesto pazzo, Miranda strappò la lettera dal suo corsetto e spiegazzandola la lanciò verso il focolare, ove ardeva un gran fuoco chiaro.
La pallottola di carta cadde in mezzo alle fiamme.
La povera donna ebbe un grido di trionfo, un grido che terminò in un gemito.
E spezzata da quella lotta atroce, chiuse gli occhi, rovesciò la testa come una pianta falciata, e stramazzò sordamente sui tappeti come un corpo senza vita.
Con un salto, il conte di Plonazec si era lanciato contro il camino. Con un calcio sparpagliò i tizzoni fiammeggianti e, gettandosi sulla lettera che il fuoco non aveva ancora consumata, se ne impadronì e con una vampa nei suoi occhi iniettati di sangue, diventati rossi, colla sua faccia terribilmente pallida, si rivolse verso la contessa, per una sfida.
E la vide stesa al suolo, le braccia abbandonate, gli occhi chiusi come una morta.
Nella caduta, i suoi capelli, i suoi fini capelli biondi, si erano disciolti e si spiegavano sul tappeto oscuro.
Il conte di Plonazec non fece un passo verso la sventurata che giaceva, e febbrilmente aveva dispiegato la carta che il fuoco aveva un poco arrossita.
Una parte della lettera si sbriciolò tra le sue dita troppo rudi. Non rimasero che dei frammenti. Allora egli si avvicinò alla tavola. I suoi piedi calpestavano, senza che egli se ne curasse, le pieghe della veste di Miranda, ed egli, raccogliendo ciò che rimaneva della carta così caramente disputata, cercò di decifrare l’enigma che per lui era costituito dalle parole senza nesso che si trovavano nella lettera.
Pazzamente, egli cercava il significato di quelle parole.
Bisognava che egli lo trovasse. Bisognava che egli sapesse il nome di quegli che scriveva alla contessa, e ciò che le diceva.
Ed egli lesse un nome, un solo nome: «Enrico!»
Poi riuscì a mettere insieme una linea.
«Questa sera, come le altre sere, andrò…»
Un ruggito sfuggì dalle labbra convulse di quell’uomo, il cui viso era già a quell’ora spaventevole. E guardando il triste corpo giacente là, vicinissimo a lui, levò il piede, preso dal desiderio pazzo, criminoso, atroce di spezzare quel pallido e dolce viso, anche più dolce ed anche più pallido tra i capelli sparsi.
Egli stesso, sgomento dall’impressione che la vista di sua moglie produceva in lui, si scostò dal corpo della contessa Miranda, e senza cercare di leggere altre parole tra i frammenti della lettera, e pensando che quella glie ne aveva già appreso abbastanza gettò uno sguardo intorno alla sala saccheggiata.
Allora pensò che qualche domestico poteva sopraggiungere e che scoprirebbe quel disordine rivelatore di una scena violenta.
Vivamente, rimise le cose a loro posto, rilevando le seggiole rovesciate e rimettendo il tappeto sulla tavola, che, scivolando, aveva trascinato a terra alcuni ninnoli ed alcuni libri che egli raccolse.
Il conte agiva con singolarissima calma, una calma che contrastava non poco colla sua demenza di poco prima.
Frattanto, la notte scendeva dietro i vetri ed il mare si attristava nel crepuscolo melanconico.

II

La signora di Plonesec finalmente riapriva gli occhi. Un’ombra profonda la circondava. Nel camino il fuoco si era consumato. A mala pena un incerto bagliore ai cristalli della grande vetrata che si apriva sopra il mare permetteva alla contessa di rendersi conto in qual luogo fosse caduta. Ella si rizzò sui ginocchi. Si sentiva spezzata come se le si fossero slogate le ossa. I suoi capelli snodati le nascondevano a mezzo il volto.
Con una mano ancora incosciente, li respinse indietro.
Uno strano stupore ora la teneva immobile, seduta sulle gambe ripiegate.
E colla testa pesante e vacillante, cogli occhi erranti in tutto quel nero; sentendosi passare pel capo delle idee vaghe, provando un senso di dolore in tutte le membra, ella si chiedeva che cosa facesse là, accasciata su quei tappeti, in quell’ombra e sola.
Al di fuori il mare urlava sinistramente. E la contessa di Plonasec sentiva, dal rumore che si produceva sui vetri, che pioveva dirottamente.
Un grande brivido la scosse. Ella aveva la febbre. La sua fronte ardeva e le mani che ella vi premette contro le parvero gelide.
— Che cosa faccio io qui, — fece ella, quasi ad alta voce. — Perchè sono così sola e senza luce? Che ora è? Che cosa è accaduto?
Si sollevò e, al di sopra della tavola scorse del fuoco, un debole bagliore rosso, che restava fra le ceneri.
La contessa si lasciò sfuggire un grido soffocato.
Ora si ricordava di tutto.
E le tornava alla mente l’arrivo inopinato di suo marito, la lotta terribile, il vergognoso inseguimento… e poi la lettera… la lettera che ella aveva potuto salvare…
Dio, che cosa era avvenuto? Le sue idee diventavano lucide ed allora ella si ricordava di tutto.
Una folle paura la scosse.
La porta era chiusa dal di fuori: ella tentò, freneticamente, di spingerla.
Allora corse verso il camino per sonare, per chiamare la sua gente, per chiedere della luce, del soccorso! Che cosa sapeva ella?
Tastando, cercò il cordone del campanello lungo la parete.
E non lo trovò!
Colle sue mani tremanti ella tastò il muro. Nulla! Tuttavia, era là, a destra del camino che si trovava il cordone del campanello.
Palpava la tenda, snervandosia quella ricerca, cogli occhi smisuratamente aperti nell’ombra.
Niente! Ella non trovava nulla.
I suoi piedi si imbarazzavano a terra, ed a lei sembrava che i piedi le fossero stati legati. Si abbassò allora per divincolarsi.
Le dita febbrili incontrarono un cordone soffice e dolce. Ella lo prese e lo palpò.
Un cordone di seta! il cordone! Era il cordone che ella cercava! Era stato tagliato.
Nervosamente stese le braccia verso la muraglia per cercare di raggiungere la parte che aveva dovuto rimanere al muro. Le mani non incontrarono che i cortinaggi, e colle unghie si mise a graffiarli.
La sventurata, sentendosi un sudore freddo alla radice dei capelli, coi denti che le battevano, cogli occhi pazzi, presa una seggiola, vi salì ed ancora disperatamente ricominciò, ma invano, il suo gesto febbrile.
Il cordone doveva proprio essere stato tagliato rasento il soffitto.
Folle di indicibile spavento, sentendosi prigioniera e perduta in mezzo a quella terribile notte barcollò su se stessa.
Le pareva di trovarsi in fondo ad un pozzo, che mai più rivedrebbe la luce, e che morrebbe laggiù.
I suoi occhi cercarono una via d’uscita.
Un bagliore indeciso appena indicava la grande finestra.
Ella vi corse, l’aperse, volle gridare nella notte profonda un appello. La pioggia la sferzò furiosamente in viso, inondandola di acqua diaccia. Il vento violento venuto dal largo la fece indietreggiare con un senso di soffocazione.
Ed il grido che ella gittò non l’intese nemmeno lei stessa.
Si sarebbe detto che i cattivi elementi si scatenassero contro di lei e si facessero complici di quegli che l’aveva rinchiusa là dentro.
Da lungi, all’orizzonte, il fuoco mobile di un faro metteva la sua mobile e viva luce in tutto quel sinistro tenebrore.
Notte ed orrore!…
Nella terribile sensazione di essere sola in mezzo a tutta quell’ombra ostile e minacciata da un ignoto pericolo, Miranda si rigettò verso la porta. E colla sua pugna follemente, furiosamente, essa si diede a picchiare sulla spessa tavola di quercia che rendeva un suono sordo. Era impossibile che la casa fosse vuota ed i domestici non intendessero le sue grida.
Ella gridò con tutta forza.
— Maria Giovanna!
Nessuno rispose. Il silenzio di tomba continuava ad incombere. Ella si sentiva diventar pazza, e le pareva di vivere in un insopportabile incubo.
Era la febbre che le dava un’allucinazione?
Ma da quanto tempo ella si trovava colà?
Quale ora di notte era dunque quell’ora di solitudine?
E perchè quel terribile silenzio?
Ella intendeva il tic-tac dell’orologio nell’ombra di un vano. Se ella potesse vedere le sfere!
Un bisogno pazzo di sapere che ora fosse la prese. La sua angoscia di essere immersa nel buio, di sentirsi oscuramente minacciata, come presa ad un agguato, diventava insopportabile.
Un debole bagliore tra le ceneri semispente l’attrasse.
Si avvicinò al camino, si chinò ed a tentoni ricercò.
La barra di ferro lavorato che si appoggiava gli antichi alari si trovò sotto la sua mano.
Ella la smosse e frugò con quella nella cenere rosseggiante.
Una scheggia di ceppo semiconsunta venne fuori.
Allora la signora di Plonazec, coricandosi quasi, soffiò su quel rimanente di fuoco.
Delle scintille si levarono.
Allora prese ai candelabri del camino una candela di cera e l’avvicinò. La cera fondendo al calore del camino cadde sul fuoco. E la luce sprizzò.
Miranda ebbe un debole grido di trionfo.
Il sudore le gocciava dalla fronte. Le tempie le battevano.
Levò la candela e guardò l’orologio. Erano le nove.
Ella aveva creduto che la notte fosse assai più avanzata.
Non erano che le nove! Allora che cosa era avvenuto dei tre domestici addetti al suo servizio?
Ove era Maria Giovanna, così pronta a rispondere al suo appello?
Ove era Giacomo, il cocchiere?
Il suo smarrimento crebbe.
Le nove appena!
La prigioniera ricollocò la candela nel candelabro e lo posò sul tavolo.
Aveva appena compiuto questo atto che un sordo grido le sfuggì.
Là! dinanzi ai suoi occhi, sul tappeto azzurro della tavola, vedeva i frammenti della lettera che aveva creduto di distruggere gettandola nel fuoco.
C’erano dei lembi calcinati, sbricciolati su una parte rimasta intatta e tutta spiegazzata, ed ella lesse:
«… Andrò questa sera come le altre sere…»
— Misericordia! — esclamò la signora di Plonazec! — Egli lo sa! Sventura su di noi!
Ed i suoi denti presero a battere come se ella fosse improvvisamente colta da un gran freddo.
Cogli occhi pieni di un’orribile ansietà, con gesti folli, sperduta, disperata si mise ad andare e venire per la stanza.
Nel suo spirito sconvolto cercava. Che fare? Come prevenire il pericolo che sentiva sopraggiungere? Bisognava ch’ella sortisse! Era necessario, e lo doveva a qualunque costo.
Uscire… ma come?
La si era rinchiusa, e la vetrata si apriva su una terrazza costrutta sulla roccia a picco.
Da questa parte la fuga non era possibile!
Tuttavia, ella uscì sulla terrazza e si chinò… Sotto di lei si apriva un abisso d’ombra.
La roccia su cui era appollaiato il castello aveva più di dieci metri di altezza.
Il suo smarrimento si accresceva, ed intanto il tempo passava.
Le nove ed un quarto! Ah! come le sfere correvano rapide, ora sul quadrante!
Gli occhi di Miranda andarono dall’orologio alla balaustra di pietra della terrazza inquietissimi.
— Mio Dio! mio Dio! — mormorò ella, — inspiratemi. Egli sta per venire, e l’altro lo sa! Lo aspetta, lo spia e lo ucciderà! Mio Dio! Io sento che sto per impazzire.
Ma ad un tratto un pensiero sorse nel caos delle sue idee sconvolte.
Corse alla tavola, strappò il tappeto di seta, e coi denti e colle mani rabbiosamente lo lacerava e ne faceva delle fasce che febbrilmente annodava le une alle altre.
Con gesto rude si assicurò della solidità di quella corda improvvisata. Poi, pallidissima, ma risoluta, dopo aver spenta la candela che malamente rischiarava la sala, uscì sulla terrazza.
Il vento si era un po’ calmato, ma la pioggia cadeva a rovesci.
In basso si udiva il rombo sinistro del mare che flagellava le rocce.
La signora di Plonazec, accecata dalla pioggia, coi capelli tutti inzuppati, il viso stillante, attaccava al balcone di pietra una delle estremità della lunga banda di stoffa.
Poi, con un’agilità sorprendente in una donna dai gesti abitualmente lenti ed indolenti, ella si issò sulla balaustrata, e scivolando dall’altro lato si aggrappò alle colonnette di granito.
Colla testa ripiegata indietro parve, ella, scandagliare l’abisso d’ombra, e rinchiudendo le sue mani sulla fascia di stoffa, si lasciò svivolare aiutandosi colle ginocchia e coi piedi alle asperità della roccia che la indolenzivano non poco.
Ella procedeva lentamente. I nodi fatti alla stoffa le impedivano di scivolare troppo in fretta. Le sue fini mani erano sanguinanti. Ad istanti, un falso movimento la gittava da un lato, la faceva dondolare senza appoggio e la sua fragile spalla urtava la roccia.
E la disgraziata, cogli occhi aperti sull’ombra, ansava affannosa nel tumulto dei flutti e dei venti.
Dei grandi uccelli di mare rannicchiati nelle anfrattuosità delle rocce gittavano acute strida. Ella sentì che pesanti ali la sfioravano.
Stillava tutta. Le vesti aderenti al suo corpo imbarazzavano assai i suoi movimenti.
Nell’orrore di quella situazione, un solo pensiero rimaneva lucido in lei.
… Giungere a tempo! Prevenire ciò che temeva. Impedire l’orribile fatto che ella presentiva.
Discese lentamente. I suoi pugni fragili erano spezzati. Le sembrava che le strappassero le braccia. E le sue mani si irrigidivano. Ancora uno sforzo ed ella si sarebbe trovata al suolo.
Era la salvezza!
— Mio Dio! — mormorò la signora di Plonazec, — proteggetemi! Mi sembra che io stia per morire.
Ad un tratto, nella notte, a pochi metri da lei, un colpo d’arma da fuoco rintuonò, e quel colpo parve far tremare tutta la roccia.
La contessa Miranda gittò un grido stridente, un grido d’orrore e di spavento.
— E’ lui, — esclamò ella. — Misericordia.
Allora le sue mani abbandonarono la fune che ella si era fabbricata. Il suo corpo cadde inerte e rotolò, come un masso, lungo la roccia fino alla sabbia della spiaggia.

L.

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Pubblicato da su maggio 12, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Il danaro del Diavolo di Mérouvel

Ad un secolo esatto dalla sua prima (ed unica) apparizione italiana, ecco il primo capitolo de “Il danaro del Diavolo” di Carlo Mérouvel, versione italiana di Les Vautours de Paris (“Gli avvoltoi di Parigi”) di Charles Mérouvel (pseudonimo di Charles Chartier, 1832-1920), la cui prima puntata è apparsa originariamente su “Le Petit Parisien” il 7 dicembre 1902.

In Italia Mérouvel è stato un nome molto noto sul finire dell’Ottocento: la traccia più antica che ho trovato è il suo romanzo La Rosa del mercato edito da Sonzogno nel 1887!
Con l’arrivo del Novecento solo pochi suoi romanzi continuano ad essere tradotti in Italia, e si può dire che con la morte dell’autore muore anche la sua distribuzione italiana.

Il danaro del Diavolo – una “discesa nel nero” di un conte che ha dilapidato un patrimonio – è apparso sul quotidiano “La Stampa” dal 24 maggio 1906 al 19 febbraio 1907.
Non risulta che questo testo sia mai più apparso in lingua italiana, nel secolo esatto successivo alla sua presentazione a puntate..


Il danaro del Diavolo

Prima parte:
Il processo di Fontaine-aux-Bois

Agli estremi.

Era il cinque novembre milleottocentosettantanove.
L’orologio a pendolo di un elegante gabinetto da studio segnava le tre dopo mezzogiorno. In quell’inquietante medesimo s’udì tintinnare il campanello del vestibolo.
Un bel coupé signorile s’era fermato alla porta del palazzo, uno dei più piccoli, ma dei più sontuosi, forse, del Boulevard Haussman, nei dintorni della via de Courcelles.
Questo palazzo era formato da tre piani, e sul boulevard ciascun piano aveva tre finestre. Quella di mezzo, assai più ampia delle altre, aprivasi su un balcone dalla balaustra di pietra, di forma armoniosa ed artistica. Una bella costruzione, infine, che faceva onore al suo architetto e del felice proprietario che l’abitava. Era in quell’epoca il palazzo De Rouvres.
I Rouvres-Montaigu erano imparentati con un’infinità di grandi case, ma il titolare di questo nome tanto aristocratico, senza rinunciare alle sue relazioni di famiglia e mondane, menava allegramente la vita del celibe ricco, amico del piacere sotto tutte le forme, nemico di tutte le noie, di qualsiasi legame e di ogni ostacolo.
In una parola, egli era uno di quei rappresentanti della gioventù moderna che intendono approfittare liberamente della loro brillante condizione e che non sanno rinunziare a nessuno dei godimenti della vita.
Siccome la porta non venne immediatamente aperta, il visitatore suonò di nuovo, e questa volta con un po’ di nervosità impaziente.
Era un uomo di età indecisa, ondeggiante tra i quaranta e i cinquant’anni, di mezzana statura, ben conservato e assai ben vestito, forse anche con un po’ di ricercatezza, avvolto in una ricca pelliccia, abbenchè il freddo fosse tutt’altro che eccessivo.
La sua figura, rotonda e piena, dai tratti graziosi e dolci, dalla pelle un po’ viscida, senza barba, respirava l’onestà e inspirava confidenza, almeno alla prima impressione.
Meglio osservandolo, era, probabilmente, una altra cosa.
Finalmente s’udì un rumore di passi nel vestibolo. La porta s’aprì, e l’uomo dalla pelliccia domandò:
— Il signor De Rouvres?
— E’ qui.
— Annunziatemi.
Nello stesso tempo il visitatore porgeva la sua carta:

Clement Ravillac
banchiere

Il cameriere, un giovane dall’aria sorniona, dal viso sfrontato, le cui labbra perfettamente rase, si contraevano in una smorfia impertinente, osservò:
— Il signore può essere certo che sarà ricevuto. Io conosco perfettamente il signore. Ho spesso portato delle lettere in via della Vittoria. Se il signore vuol seguirmi…
Egli precedè il banchiere per una scala in legno di noce, a balaustre, e, giunto al primo piano, aprì la porta del gabinetto, annunziando:
— Il signor Ravillac.
A questo annunzio un uomo dai trenta ai trentacinque anni si levò bruscamente.
Grande, svelto, nervoso, d’un vigore evidente, egli sembrava di già rovinato dalle intemperanze d’una vita ossessivamente libertina. I suoi capelli, le sue sopracciglia e i lunghi baffi ancora nerissimi rendevano anche più impressionante il pallore esangue della sua pelle, emaciata dalle veglie prolungate alle tavole da giuoco, al teatro e alle cene dei restaurants alla moda.
I suoi tratti estremamente distinti, ma duri e sdegnosi, offrivano una meravigliosa espressione di energia e di volontà, ma nel tempo stesso di agitazione e d’inquietudine.
Egli fece un passo verso il banchiere e gli disse in tono di rimprovero:
— Non avete ricevuto un mio biglietto?
— Sì. E, probabilmente, voi siete sorpreso di non aver ricevuto ancora nulla?
— Infatti…
— Poichè la vostra domanda era molto urgente, vi porto io stesso la risposta.
Il proprietario del palazzo si chiamava allora il conte Saverio Amaury De Rouvres.
Per la sua nascita, egli apparteneva a una delle migliori famiglie del Faubourg Saint-Germain, ma, nato da un padre e da una madre morti giovani, egli si era condotto, fin da quando si trovò in possesso del loro patrimonio, come se egli non avesse dovuto vivere che poco tempo, e dovesse seguirli prestissimo nella tomba.
Seduto avanti a un tavolo sovraccarico di libri, di carte e di giornali, con una mano sotto il mento, le gambe incrociate e il gomito appoggiato sul ginocchio egli attendeva, ansioso di sapere ciò che il suo visitatore gli avrebbe detto.
Il banchiere cominciò in tono famigliare.
— Mio caro conte, io ho pensato che una spiegazione verbale vi riuscirebbe meno penosa di una lettera necessariamente breve e secca; e abbenchè in generale io non ami di scomodarmi per gli altri, ho creduto in questo caso di doverlo fare, a causa delle nostre buone relazioni. Breve, voi mi domandate di aumentare il vostro debito di un centinaio di migliaia di franchi…
— Ebbene?
— Ebbene… non posso.
— Vi trovate qualche inconveniente?
— Uno, e grande.
— Quale?
— Quello di perdere il mio denaro.
Il conte scrollò le spalle.
— Voi mi supponete dunque rovinato?
— Completamente.
Il banchiere riprese:
— D’altra parte mi avete pregato, qualche giorno fa, d’occuparmi per voi di un certo matrimonio.
— Con la signorina Perraud.
— Io vorrei esservi utile. Tutto me lo consiglia: il mio interesse sopra ogni altra cosa. E poi, voi mi siete simpaticissimo, ma avete qualche difetto, almeno agli occhi dei parenti d’una ragazza da marito. E’ nota la vostra prodigalità; voi amate troppo la gran vita non solo, ma avete pazzamente dissipato una fortuna considerevole. I Perraud, che hanno fabbricato la loro con molti stenti, hanno preso, non so dove, delle informazioni sul conto vostro. E, pur troppo, queste informazioni sono state tali che li hanno fatti fremere. La signorina Perraud ha due milioni di dote. I suoi parenti gliene lasceranno altri cinque o sei e non intendono punto che facciano la stessa fine dei vostri.
— Concludendo, io non debbo contare affatto su essi?
— Affatto.
Il conte si rabbuiò.
— Come non debbo contare sui vostri centomila franchi?
— Esattamente. Riflettete, conte, che voi ce ne dovete già tre o quattro volte tanti.
— Ma avete delle garanzie…
— Che non valgono nulla!
Le risposte del banchiere erano nette, taglienti.
Seguì un breve silenzio.
Il conte scompigliava con le sue dita nervose i suoi folti capelli neri.
Il suo viso, d’ordinario di un bianco giallastro, era divenuto più pallido, d’un lividore quasi terreo.
Il banchiere — era proprio tale il qualificativo parlando di quel bravo Revillac? — veniva a rammentare al conte la sua rovina, rudemente, spietatamente.
Questo Alverniate, uscito dal nulla, nato nelle montagne del Puy-du-Dôme, arrivato a Parigi senza un soldo, da prima commesso a cento franchi al mese in una Casa di scontisti voraci come lupi affamati, che, in una ventina d’anni, a forza d’usura e di ruberie, si era fatta una fortuna così considerevoleche la voce pubblica gli attribuiva diggià una dozzina di milioni, passava per uno dei più ingordi usurai di Parigi.
Il conte pensava frattanto che dal momento che Revillac gli rifiutava la somma domandata e gli tagliava il credito, egli era giudicato, finito, condannato!
Si passò una mano sulla fronte già solcata dalle rughe e guardò l’Alverniate.
Revillac non si alzò.
Tuttavia, apparentemente, il soggetto della loro conversazione era esaurito. Niente prestito, niente matrimonio! Dal viso del conte traspariva una sorda collera.
Che cosa gli rimaneva ancora ad ascoltare?
Le labbra spesse del banchiere ebbero un sorriso leggermente sprezzante.
— Voi sembrate abbattuto — diss’egli, — desolato… Disponete dunque di tante poche risorse? E che vreste fatto se, come me, foste nato in una capanna di cattive tavole sul fianco di un monte d’Alvernie, da un vccaro che guardava le bestie degli altri e da una povera donna che era la fantesca di quel poveretto? Un po’ d’energia, che diavolo! Voi non avete che una trentina d’anni; vi restano ancora una casa, un titolo e l’apparenza d’una fortuna… Vi par poco?
— E che volete che ne faccia? La casa crolla, il titolo non sollecita neppure la figlia d’un venditore di carbone e la fortuna non è più che un’ombra, uno scheletro!
— Sia — fece Revillac. — Questo è il presente. Vi restano le probabilità dell’avvenire.
— Ma dove sono mai queste probabilità?
— Debbo dunque io farvele conoscere?
— Dite, dite. Mi rnderete un vero servigio
— Ascoltate… Io vi assicuro che vorrei tutto tentare per salvarvi. Mi si accusa di avere il cuore duro. Non è vero. Io non posso fare a meno d’interessarmi alla sorte di coloro che mi arricchiscono.
— Come il pastore al gregge di cui tosa la lana!
— Può essere — disse lui dolcemente sorridendo. — Dunque, io mi interesso a voi…
— E anche ai tre o quattrocentomila franchi che vi debbo ancora.
— Naturalmente. Voi comprenderete bene che allorquando ci capita tra le mani un prodigo della vostra fatta, noi posiamo il suo avvenire, il suo valore, in una parola, attuale e presumibile. Ora, voi avete una considerevole superiorità nel vostro giuoco.
— Io?
— E potreste dubitarne?
Il Conte lasciò cadere a fior di labbra queste parole:
— La duchessa di Brevannes?
— Vedete bene che ci pensate voi stesso, dal momento che la nominate… Sì, conte: vostra zia, la duchessa di Brevannes-Chateaufort, una gran dama, eccessivamente ricca e che deve avere presentemente…
— Sessantasette anni giusti.
— Dunque, presumibilmente, ella non potrà vivere ancora molto…
— Disgraziatamente per voi e per me — obiettò con vivacità il conte — indipendentemente dai suoi sessantasette anni e dalla sua fortuna che è, infatti, considerevole e molto ben costituita, ella ha un erede…
— Il suo pronipote, il duce Andrea di Brevannes, vostro giovine cugino.
— Venticinque anni, una salute di ferro, una robustezza a tutta prova, una vita tranquilla, immune dai vizi che mi hanno rovinato, dalle abitudini di ufficiale di cavalleria, saggio o, per lo meno, ragionevole, entusiasta del suo mestiere di soldato buono e bravo compagno, infine, amato da tutti coloro che lo conoscono… Che diamine volete che sua nonna, la quale lo adora, faccia per me?…
Revillac dichiarò con calma:
— Le più rare qualità non hanno mai impedito ad un uomo di morire; e se il destino volesse che il giovane duca, per quanto perfetto egli sia, venisse a sparire, voi ereditereste prima di tutto la sua fortuna, ed in seguito quella della duchessa, almeno in parte rilevante…
— Senza dubbio; ma a quale scopo sognare delle cose irrealizzabili?
— Aspettate. Dove trovasi ora il giovinotto?
— Di guarnigione a Tours, luogotenente dei cacciatori.
— Già luogotenente?
— Da quindici giorni. Egli passa per un ufficiale modello.
— E’ appunto quello che han detto anche a me.
L’alverniate si esprimeva con apparente indifferenza, ma i suoi occhi d’un bleu carico fissavano quelli del suo debitore con persistenza singolare, come per far penetrare nello spirito un’idea sulla quale egli non voleva insistere troppo.
— Infine, mio caro, — diss’egli levandosi, — io credo che in questo momento sia la sola probabilità sulla quale voi possiate fare qualche fondamento.
— La decisione dei Perraud è definitva?
— Senza appello.
— Nessuna probabilità con questa ereditiera come con le altre?
— Nessuna, purtroppo. Scacco completo!
— Voi non potete prestarmi centomila franchi?
— Impossibile.
— Cinquantamila?
— Nemmeno.
— Siete spietato.
— Per forza! E se volete che vi esprima francamente la mia opinione, io credo che il nostro credito sia terribilmente compromesso. Noi siamo andati troppo lontano con voi, mio caro… Arrivederci!
Egli non porse neppure la mano al suo debitore, il quale restò inchiodato sulla sua sedia fino al momento in cui udì rinchiudersi la pesante porta del vestibolo.
Allora il conte si raddrizzò.
Quel Revillac, il cui coupè s’allontanava rapidamente al trotto d’un eccellente cavallo di servizio, aveva ragione.
Egli aveva dato una forma precisa a una idea che lo aveva tormentato più di una volta.
Tra lui e la grande fortuna della duchessa di Brevannes, sua zia, tra tutti quei dominii, quei castelli, quelle case, quelle economie accumulate durante venti anni di vedovanza, che cosa mai si frapponeva?
Una testa, una sola: quella di Andrea di Brevannes, suo cugino, il pronipote della duchessa e, anche, il suo idolo.
Era poco, ma era anche troppo.
Era l’ostacolo contro il quale egli non poteva nulla, a meno di un delitto.
E questo delitto egli non aveva mai neppur sognato di commetterlo.
D’altronde contro quante difficoltà non avrebbe egli urtato? E contro quali pericoli?
Egli scartò quest’idea assurda con un gesto secco, aprì un portasigarette e ne scelse una, che accese lentamente, dicendo a se stesso:
— Bisogna cercare qualche altra cosa.
Tuttavia l’abbominevole idea tornava alla carica, come quelle mosche importune che uno tenta di scacciare e che tornano di nuovo un istante appresso a ronzare al nostro orecchio.
— Un’altra cosa! E’ facile a dire, ma che?
Quel Revillac, sua suprema speranza, la risorsa che gli permetteva d’attendere gli avvenimenti, gli sfuggiva come gli altri.
Improvvisamente la porta s’aprì senza che nella sua preoccupazione egli avesse udito alcun rumore intorno a lui.
— Toh, Andrea! — diss’egli.
— Sì, sono io — rispose una voce allegra, franca e maschia.
— A Parigi?
— Come vedi.
— Da quando?
— Arrivo ora.
— E Tours?
— Tours e il reggimento non vanno male, suppongo, se si trovano come io li ho lasciati.
— Hai avuto un congedo?
— Di cinque giorni. Il mio colonnello è un angelo, estremamente buono…
— Per te?
— Come per tutti i commilitoni, grandi e piccoli.
— Un padre!
— Press’a poco.
Il nuovo venuto aveva una di quelle fisionomie che conquistano immediatamente i cuori.
Era il duca Andrea di Brevannes.
Sedè, senza complimenti, a cavallo di una sedia, stese la mano verso la scatola dei sigari, e domandò, per abitudine:
— Tu permetti?
— Come dunque?
Il suo avana era acceso.
Il conte riprese:
— Dunque tu sei sempre felice al tuo reggimento?
— Sempre. Una famiglia, mio caro! Dei commilitoni gai e spensierati. E non c’è mica tempo di annoiarsi, sai? Con la consegna e il servizio: giorni passano come minuti. Il mio sogno è d’arrivare a essere colonnello.
— Le tue ambizioni sono limitate… tu lo realizzerai facilmente.
— Lo spero.
— A proposito di distrazioni: Chose m’ha raccontato d’averti visto in compagnia d’una stupenda giovane persona…
— Dove dunque
— Mah… non so precisamente… Nei dintorni del boulevard.
— E’ molto tempo?
— Quindici giorni o tre settimane fa.
— Chi è dunque questo Chose?
— Chevillon.
— Il tuo pittore?
— Sì, il mio amico Chevillon: un artista che ha del talento.
— Ti credo.
— E trentamila franchi di buone rendite, ciò che gli permette di dedicarsi alla grand’arte, senza preoccuparsi per il pane quotidiano.
— Di più, un bravo giovane, giustamente assai stimato — affermò il luogotenente. — Come diavolo avete potuto legarvi così intimamente con dei gusti tanto differenti? Egli non amava che lo studio…
Il conte osservò:
— Mentre io non amo che il piacere! E’ ben questo ciò che volevo dire?
— Sì, ma non già per muovertene rimprovero. Tu, naturalmente, fai ciò che più ti piace.
Il conte replicò con apparente noncuranza:
— Io seguo la corrente, ma non esito punto a riconoscere che ciò è piuttosto pericoloso; ma quando si è presi nell’ingranaggio non è molto facile uscirne come si vorrebbe.
E cambiò bruscamente soggetto.
— Mia zia? — chiese.
— La sua salute è perfetta, secondo quanto ella mi ha scritto non più tardi di ieri.
— E il suo amico, il vecchio Plessis?
— Sempre lo stesso: il più amabile dei vicini…
— Dì piuttosto dei suoi… dozzinanti, poichè egli è più spesso a Fontaine che alla sua Tour-Saint-Loup.
— Un luogo ammirevole. Che vuoi? Papà Plessis non ha famiglia. Egli è ricchissimo. Dopo una lunga vita di celibe e quarant’anni di lavoro come avvocato — ed era annoverato tra i più distinti del suo tempo — egli si è ritirato nel suo castello di Saint-Loup, ove vive da gentiluomo milionario. La sua amicizia per la duchessa è di antica data. Essi si amano come due buoni vecchi quali sono.Che male ci vedi tu?
— Nessuno. Che età ha il… buon uomo?
— Settantadue o settantatrè anni.
— E li porta bene?
— Fresco come una rosa. Del resto, potrai giudicare tu stesso.
— In che modo?
— Noi cacceremo domani, domenica e lunedì a Fontaine-aux-Bois. Sono anzi venuto appunto per dirtelo. Spero che ci farai la cortesia d’essere dei nostri.
— Chi sarà con voi?
— Anzitutto il mio amico Villedieu.
— Il tuo inseparabile!
— Qualche ufficiale del mio reggimento, degli amici intimi, Chailley e Cormery; in tutto sette od otto bravi compagni. La nonna sarà felicissima di vederti; tu la trascuri troppo!
— E se ne duole?
— Spesso.
Il conte si giustificò:
— Che vuoi, amico mio, il tempo passa così rapidamente! Un vero turbine! Si ha appena agio di respirare!
— A chi lo dici! Ma, dopo tutto, abbiamo davanti a noi due o tre giorni di libertà. Approfittiamone. Tu verrai, dunque?
— Con piacere.
— Prendi l’espresso domani mattina. Si fa colazione alle undici. Ti va?
— Perfettamente.
— Io conto su di te. Conduci il tuo amico Chevillon. E’ un amabile giovanotto. Mia nonna l’ama assai. Egli disegnerà un angolo del parco mentre noi ammazzeremo lepri e conigli. E anche i fagiani non mancano, stando alle assicurazioni di Labrousse.
Labrousse era il capo-guardia della duchessa di Brevannes, nel suo dominio di Fontaine-aux-Bois, nel Yenne.
Il giovane ufficiale si levò.
— Ecco fatta la mia commissione — disse egli.
E porse la mano a suo cugino che la strinse con effusione.
Il conte restò solo.
Allora i suoi lineamenti, tesi in una espressione d’iamabilità forzata si spianarono.
— Trecentomila lire di rendita! — pensava. — Egli le ha in attesa del patrimonio di sua nonna. Se le avessi io! E un’amante adorabile! Chevillon me l’ha detto, ed egli se ne intende, l’artista! Tutte, tutte le fortune, mentre io dovrò separarmi dalla mia… Povera ragazza, che sarà di lei?
Le sue labbra erano serrate, i suoi occhi avevano una fissità strana.
Con la mano sinistra, intanto, andava tormentando febbrilmente le punte dei suoi baffi, mentre batteva con le nocche della destra sulla tavola dello scrittoio.
Egli si chiedeva:
— Perchè quel dannato Revillac mi parlava con tanta insistenza dell’eredità della duchessa? Quale manna nel mio deserto! Sarebbe la salute, la vita!
Aprì uno dei tiretti del superbo mobile che aveva innanzi.
Vi si trovavano ancora una trentina di migliaia di lire.
Era appena appena quanto egli rischiava ogni notte o anche in una sola riunione di corse!
E allora?
Fino a quel giorno egli aveva salvato la faccia, come dicono i cinesi, aveva conservato le apparenze; ma era giunto oramai al margine dell’abisso e da molto tempo intravedeva il precipizio nel quale sarebbe fatalmente piombato.
— Sta bene — concluse. — A domani, mio caro Andrea.
Non era punto ai fagiani o ai caprioli di Fontaine-aux-Bois ch’egli sognava in quel momento.
L’Alverniate non aveva perduto il suo tempo.
Il suo credito cominciava a riacquistare un certo valore.
Il cattivo grano ch’egli aveva seminato nell’anima del suo debitore vi germogliava rapidamente, come quell che si getta in una terra sapientemente preparata, in un giorno di tempesta.

Note

“Alverniate” — Auvergnat, si intende di chi proviente dalla regione di Alvernia (Auvergne), nel centro della Francia, dal 2016 confluita nella regione Alvernia-Rodano-Alpi.

“Casa di scontisti” — maison d’escompteurs: non è chiaro se il termine francese sia tradotto correttamente. Forse nell’Italia di inizio Novecento il termine “casa di scontisti” aveva un senso, che però nel caso sembra essere andato perduto.


L.

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Pubblicato da su maggio 6, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Frank Rattray di E.W. Hornung

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo Ernest William Hornung (1866-1921): il cognato di Sir Arthur Conan Doyle!

Già ho parlato del suo Raffles, fenomenale antenato britannico del francese Arsène Lupin, ma l’autore ha scritto molto… sebbene l’Italia l’abbia totalmente dimenticato.

Quello che presento è il primo capitolo del romanzo Frank Rattray, versione italiana – tradotta molto probabilmente dall’edizione francese – di Dead Men Tell no Tales (risalente forse al 1899 ma pubblicato in volume nel 1908), ed apparso in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 10 marzo al 29 aprile 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


I
L’amore sull’oceano

Niente di più facile che innamorarsi durante un lungo viaggio per mare; a meno che non si odii. Questo appariva anche più vero all’epoca in cui ci si credeva fortunati di poter fare la traversata da Sydney o da Melbourne a Londra in meno di quattro mesi, contrariamente alle abitudini.
I passeggeri vivevano in una comunione continua: ma quando tutti i mezzi della seduzione mondana erano esauriti non si tardava a scoprire nei proprii vicini una certa meschinità di idee. Si perdeva allora la pazienza ed il coraggio.
Ne ho fatto l’esperienza una volta, quando sono andato in Australia a bordo del Lady Jermyn nel 1853. Non fu una avventura banale. Aggiungerò che non avevo punto l’intenzione di innamorarmi in viaggio: mi credevo anzi al sicuro da una tale debolezza. C’era con noi sul battello una giovinetta che tornava in Inghilterra e Dio sa se essa poteva fare la conquista di molti uomini migliori di me.
Si chiamava Eva Dennison e non aveva certamente più di diciannove anni. La prima volta che le offrii il braccio per aiutarla a passeggiare sul ponte, mi spiegò che quello era il giorno della sua prima uscita dalla cabina.
Il mio nome le era sconosciuto, ma ricordo che fui subito sedotto dalle sue franche maniere e dal suo aspetto calmo. Era deliziosamente giovane, ma molto seria per la sua età. Allevata all’estero in modo ammirevole, possedeva delle attitudini speciali per vivere in società, tanto da renderla interessantissima anche se fosse stata brutta e insignificante. Invece! Aveva una bellezza florida e sana: capelli superbi, d’un castagno derato, gli occhi chiari e gravi nei quali si leggeva che l’anima era anche più grande del suo spirito e il cuore d’una delicatezza squisita.
Restammo tante settimane insieme sul mare. Non so di che cosa fossi fatto a quell’epoca! Era nel vecchio buon tempo di Ballarat e di Rendigo, quando i battelli si succedevano senza tregua, partendo neri di passeggieri e ingombri di carico e tornando con uno o due colli di lana e un equipaggio appena sufficiente per le manovre. Il peggio si è che spesso non solo i marinai disertavano, ma il capitano e gli ufficiali si lasciavano anch’essi tentare dalla prospettiva di far fortuna come cercatori d’oro, tanto che la baia di Hobson era ingombra di navigli in completo abbandono. Ricordo ancora l’indignazione del nostro comandante quando, arrivando, seppe queste cose dal pilota. Ciò non m’impedì però di ritrovare quel brav’uomo fra i cercatori d’oro. Per esseregiusto devo aggiungere che anche gli altri ufficiali avevano imitato il suo esempio e che non un uomo era rimasto a bordo del Lady Jermyn. Di tutti i viaggiatori ero il solo che avrei dovuto tornare con lo stesso battello. Ero andato a Ballarat. Avevo tentato come gli altri. Per dieci spaventose settimane avevo lavorato in qualità di minatore patentato sugli altipiani della Collina Nera e, cosa inaudita, non avevo guadagnato tanto da supplire alle spese! Non ne sarete sorpresi apprendendo che ho pagato in quel tempo fino a quattro scellini un pezzo di pane esecrabile e che, con un mio compagno, non sono mai riuscito in un giorno a raccogliere più d un grammo e mezzo d’oro. I famosi «giacimenti giganteschi» di cui si era molto parlato alla nostra partenza, erano una fola pura e semplice. Avevamo tenuto conto di tutte le canaglie e di tutti i parassiti, coi quali dovevamo trattare. Così non tardai a guarire di quella «febbre dell’oro» che m’aveva preso a simiglianza di tanti altri. Il desiderio di rivedere Londra divenne ossessione. Non dimenticherò mai la dolcezza del primo bagno caldo che ho preso tornando a Melbourne: mi costò cinque scellini, ma valeva bene dieci lire! E’ tutto quanto di gradito ho serbato fra i miei ricordi d’Australia. Avevo, ad ogni modo, una piccola buona fortuna di riserva: quella di apprendere che il battello Lady Jermyn doveva partire proprio l’indomani con un nuovo capitano, un pugno d’uomini d’equipaggio, pochi passeggeri e – in apparenza almeno – senza carico.
Ero felice di ritrovarmi a bordo: mi sentivo già più a mio agio.
Non eravamo che cinque passeggieri di prima classe, ma le più opposte che immaginar si possa. C’era anzitutto un giovane a nome Ready, che aveva fatto il viaggio in Australia per curarsi d’una grave malattia e che s’affrettava ora a tornare in Inghilterra per morire fra i suoi. C’era un cercatore d’oro, dotato d’una fortuna insensata, altro malato anch’esso poichè non beveva che champagne dalla mattina alla sera e si divertiva a gettare in mare dei pezzetti d’oro greggio. La signorina Dennison era la sola donna del gran mondo elegante ed il suo padrigno, col quale viaggiava, il solo personaggio notevole. Era un portoghese di sessant’anni, il signor Gioachino Santos. Rimasi a tutta prima stupito nel constatare che non aveva alcun titolo nobiliare, mentre i suoi modi erano quelli di persona aristocratica. Aveva per la signorina Dennison dei riguardi che nessun padre ha per i suoi figli: la trattava con una galanteria ed una deferenza ammirevoli e commoventi, date le circostanze in cui essi si trovavano. La fanciulla, uscita di collegio, era andata presso il suo padrigno, il quale abitava allora una proprietà in prossimità dello Zambese e qualche mese dopo la madre di miss Dennison aveva dovuto soccombere alla malaria. Preso da un invincibile orrore per quel paese dove era morta sua moglie, il signor Santos si era imbarcato per Victoria e là aveva cercato di rifarsi una fortuna, ma senza un successo maggiore del mio. Adesso accompagnava la fanciulla presso alcuni parenti in Inghilterra per poi tornarsene solo in Africa a morire – egli diceva – presso la moglie.
Non saprei dire quale dei due personaggi rivedo più nettamente scrivendo queste linee: se la fanciulla dagli occhi chiari e dolci e dai capelli pieni di sole o il vecchio alto e diritto, un po’ magro, dalla fronte spaziosa e nobile, dall’occhio fisso, dal colorito un poco giallognolo e dalla eterna sigaretta fra le labbra. E’ inutile dire che stavo più spesso e volentieri con la fanciulla. Essa aveva dei difetti irritanti, ma ciò non faceva che renderla più affascinante.

L.

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Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Zigomar di Léon Sazie

Zigomar nel 1909:
illustrazione di Leonetto Cappiello

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un Signore del Male, un personaggio negativo molto noto all’epoca e che anticipa di dieci anni la Z di Zorro: come lui, infatti, lascia una lettera a firma delle malefatte.
Già ho parlato di come Léon Sazie abbia creato il personaggio nella guerra dei giornali al successo di Arsène Lupin, ma ecco come il quotidiano “La Stampa” il 6 gennaio 1911 presenta il personaggio:

Zigomar? Chi è costui? Sarebbe assai difficile dirlo con esattezza. E’ il capo sempre invisibile ma pur presente sempre di una banda perfettamente organizzata, che geetta il terrore a Parigi: è l’uomo misterioso che uccide, che assassina per la vendetta ed il furto e lascia immancabilmente dietro di sè un segno tracciato col sangue: una Z che è la sua sigla terribile.
Nessuno, neppure fra i suoi accoliti, sa chi sia veramente.

Zigomar getta il terrore ove passa: il terrore e la morte e invano la Polizia gli dà una caccia spietata.
Invero un uomo solo ha osato affrontare l’aspra lotta con l’audacissimo bandito, un uomo dall’intelligenza viva, scintillante e dai muscoli d’acciaio temprato: Paolino Broquet.
E’ questi il principe dei poliziotti: la sua indagine acuta è il frutto della logica e della ponderazione e genera arditissimi colpi.

Zigomar tuttavia sa opporre resistenza ad un rivale pur tanto terribile ed il tremendo duello si svolge attraverso una serie di drammatiche vicende che suscitano talvolta una commozione indicibile. Allorquando pare che il misterioso e sanguinario bandito già trionfi, Paolino Broquet che può gridare invece la sua vittoria; ma – ahimè! – vittoria effimera, pagata subito dopo col rischio della propria vita e con le più atroci torture.
Ma il principe dei poliziotti moderni – in cospetto del quale Sherlock Holmes e Nik Carter sono dei novellini – non conosce la sfiducia. Una sconfitta lo agguerrisce meglio; le ferite gli rinnovano il vigore dei muscoli.

Zigomar sa tutto ciò e tenta, in un agguato sapientemente preparato, il colpo supremo contro Paolino Broquet: il poliziotto deve morire, deve saltare in aria col petto squarciato da una cartuccia di dinamite.
E’ a questo punto che una nuova figura si delinea nel quadro: la donna dai capelli rossi, misteriosa anch’essa come Zigomar e più di lui forse potente.

Zigomar dunque, il romanzo suggestivo di Lèon Sazie, è destinato ad avere il più largo successo presso i nostri lettori. Ne inizieremo la pubblicazione domenica prossima, certi di fare ad essi cosa grata.
Pochi romanzi d’appendice, scritti con intenti di modernità, hanno come questo un’azione serrata, rapida, incalzante e tale da suscitare la curiosità più viva e la commozione più intensa.

Malgrado questa entusiastica presentazione, Zigomar è sempre stato totalmente ignorato dall’editoria italiana, che non ha mai pubblicato in volume una sola riga delle sue molte avventure.

Quelli che presento sono i primi due capitoli del romanzo, uscito originariamente su “Le Matin” dal 7 dicembre 1909 al 30 gennaio 1910 e tradotto in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 7 gennaio al 25 febbraio 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


Libro primo
Il padrone invisibile

I.
La firma rossa

In tutta Parigi, quella mattina, rintronò un grido di indignazione generale, di terrore, di collera.
Tutti, sui boulevards, nelle vie, sul tramvai, negli omnibus, leggevano febbrilmente i giornali, pieni di grossi titoli neri e di incisioni sensazionali.
Gli strilloni correvano, urlando:
– Ultimi e diffusi particolari sulla tragedia di via Le Peletier!… Il delitto misterioso!… L’assassinio del banchiere Montreil!…
La sera innanzi, il fattorino dell’ufficio, Michele, aveva trovato il suo padrone steso a terra, in un lago di sangue, con lo stomaco squarciato da una pugnalata formidabile.
Spaventato, Michele aveva dato l’allarme…
Si corse a chiamare il commissario di Polizia, che non tardò a giungere sul luogo, con un medico… Per telefono erano già stati avvisati il Sindacato della Borsa e la Prefettura di Polizia.
Il signor Montreil giaceva a terra, avendo perduto molto sangue da una ferita raccapricciante; ma il medico potè constatare che la vittima respirava ancora, che il suo cuore non aveva cessato di battere…
Uno degli impiegati della Banca fu subito mandato in via Chalgrin, dove il banchiere e la sua famiglia occupavano un sontuoso appartamento.
Si voleva prevenire i due figli del banchiere: Raoul, l’avvocato, Roberto, il dottore, perchè essi apprendessero poi la sciagura alla madre e alla sorella Raimonda, con tutte le cautele possibili.
La famiglia Montreil, molto unita, viveva nella più affettuosa intimità. I giovanotti adoravano il padre e la madre, manifestando per essi una venerazione senza limiti: i due fratelli non si separavano mai, e sembrava che avessero un pensiero e una volontà sola.
Col cuore in tumulto e la gola serrata dal singulto, il dottore Roberto si precipitò nell’ufficio del padre e si gettò sul corpo di lui.
– Dio, che disgrazia!… Babbo, babbo! Rispondi, babbo!… Lui, così buono, il migliore uomo del mondo, ridurlo così, assassinarlo!… Chi è?.. chi è?…
Il giudice istruttore, signor Urbain, intervenne:
– Coraggio, signore!… Siate forte! Le prime ore sono preziose per la giustizia… Lasciate che compiamo tutto il nostro dovere.
C’era anche il capo della Polizia, signor Baumier, il quale si era portato sul luogo col più abile, col più fine ispettore della Pubblica Sicurezza, il poliziotto più celebre di tutta la Francia: Paolino Broquet.
Costui lasciò ai magistrati tutto il tempo necessario per le constatazioni di legge, attendendo, con la maggior flemma del mondo, l’ora di agire per conto suo.
Quando, infatti, il dottore e Roberto Montreil strapparono i vestiti della vittima, per denudare il povero corpo insanguinato, il Broquet si accostò ad esso e volle osservare attentamente la ferita, che si trovava a destra, un po’ al disotto della clavicola.
– Oh! oh!… – esclamò il poliziotto. – Che razza di colpo!
E aggiunse:
– L’assassino è di certo un mancino…
– Mancino? Come potete affermarlo?
– Il colpo si trova, come vedete, sul lato destro della vittima: ciò vuol dire che è stato vibrato con la mano sinistra…
– Non mi sembra una prova decisiva… – osservò il giudice istruttore. – L’assassino ha potuto benissimo colpire con la destra tenendosi alla destra o dietro la sua vittima.
– Aspettate… Vi dimostro subito che la vostra supposizione non regge… Eccone la prova…
Il poliziotto portò una mano al collo del banchiere:
– L’assassino teneva il signor Montreil al collo, con la mano destra… Guardate alla sinistra del collo all’impronta di quattro unghiate… quella del pollice è a destra della carotide… Dunque l’assassino ha colpito con la mano sinistra…
Intanto, l’impiegato del servizio antropometrico prendeva la fotografia dello studio del banchiere, del teatro del delitto…
– Non potreste – gli disse Broquet – rilevare con la fotografia le traccie di sangue che si intravedono sulla cassaforte?
Il fotografo gli rispose che ciò era impossibile perchè la cassaforte era di color marrone e le traccie erano molto scure: sulla lastra non sarebbe risultato nulla.
Paolino Brquet non insistette. Ma chiese un gran foglio di carta velina, di quelli per copiare le lettere, lo inumidì, e con gran cura lo applicò sulle tracce di sangue che appena si scorgevano sulla cassaforte. Poi vi premette sopra col rullo della carta asciugante e riuscì a riprodurre mirabilmente le impronte che lo interessavano.
Sulla sottilissima carta assorbente, appariva, agli occhi di tutti i presenti esterrefatti, una larga traccia di sangue formante una Z spaventosa…
– La sigla dell’assassino! – esclamò gravemente Paolino Broquet. – Guardatela bene, signor giudice… preziosamente… Guardate questa Z, che rivedrete più volte ancora nel corso di questo affare… Guardate… E’ un segno voluto… Una sigla tracciata là… apposta per noi…
E a voce più bassa, perchè Roberto non intendesse, con aria misteriosa:
– Per noi, questa Z… per noi, la giustizia… per gli altri, i complici… forse anche per la vittima!!…

II.
L’ultimo visitatore


Il ferito aveva riacquistato, in quel frattempo, un po’ di forze, e il medico giudicò possibile il trasporto di lui al proprio domicilio.
I magistrati proseguirono la loro inchiesta, esaminarono i locali della banca e poi tornarono nell’ufficio del direttore per procedere ai primi interrogatori. Fecero chiamare subito il capo-contabile ed il cassiere.
Paolino Broquet si scartò un poco per lasciar più liberi gli impiegati innanzi ai magistrati, e si avvicinò al camino dove scoppiettava il fuoco.
Abbassandosi, egli raccolse nelle ceneri dei pezzetti di carta stracciata, già un po’ abbruciacchiati e che esaminò attentamente.
– Oh! Oh! – esclamò riavvicinandosi al giudice e al capo di Polizia. – E’ strano questo!… Sono delle cambiali, degli chèques… E’ la prima volta che vedo bruciar questa roba… Quando sono già pagati, chi li ha sottoscritti ha cura di conservarli; se devono essere ancora esatti, ragione di più per tenerli preziosi…
– Giustissimo! – esclamò il capo-contabile.
– Dunque – concluse Broquet – bisogna spiegare questa anormalità. E’ ancora intelligibile qualche lettera dell’indirizzo: con l’aiuto della vostra contabilità potremo bene raccapezzarci…
Il poliziotto, molto accuratamente, ripose quei frammenti di carta in un gran portafoglio.
Paolino Broquet, sebbene insistentemente interrogato, non volle dir più nulla… Si andò a rincatucciare su una poltrona appartata, ma non tanto da non poter scorgere comodamente quelli che stavano per essere interrogati dal giudice.
Il capo-contabile, il cassiere, non potevano dare ai magistrati che dei particolari tecnici sul funzionamento della banca, delle bravi notizie sulle abitudini del loro principale.
La cassaforte, enorme incavata nel muro, solida come una fortezza, sembrava sfidare ogni sorta di attentati… Peraltro, la porta massiccia, rafforzata da sbarre e da serrature, era semiaperta, appena appena accostata.
Fu facile aprirla. I magistrati scorsero in una scatola di ferro qualche rotolo d’oro e un pugno di monete d’argento. Ma non videro un solo biglietto di banca.
Nei dossiers, tutti in ordine, si trovavano numerose cambiali, delle quali il capo-contabile disse di ignorare l’esistenza…
Uno di quei dossiers, al contrario degli altri, accuratamente chiusi, lasciava scorgere ciò che conteneva, e quel disordine indicava che qualcuno aveva frugato affannosamente.
Si rinchiuse la cassaforte. Vi si apposero i sigilli; poi si chiamò Michele, il fattorino della banca. Dopo avergli rivolto qualche parola incuoratrice, il giudice istruttore lo interrogò:
– Siete voi, Michele, che introducevate nello studio del signor Montreil, da lunghi anni, i visitatori che vi chiedevano di lui… Potete dirci quali persone vennero in ultimo a parlargli?
Penosamente, il vecchio dichiarò:
– Gli ultimi venuti… Sì, signor giudice…
Ma si turbò, esitò.
– Ah! Chi fu l’ultimo che venne qui?… Chi era?… Oh, signor giudice!… è curioso, imbarazzante… Ma… non posso dire chi fu quello che feci passare per ultimo… Scusatemi… La mia testa non connette più… non mi ricordo bene… So che restarono il signor Laurent… e… il conte della Guarinière…
Udendo questo nome, Paolino Broquet, sebbene sapesse di solito dominarsi, non potè reprimere un leggero sussulto.
– Sì, sono certo – disse ancora il vecchio – di avere introdotti il signor Laurent e il conte della Guarinière. Ma chi entrò per primo?… Non lo so più… non me ne ricordo…
– Vediamo, amico mio, – riprese dolcemente a dire il giudice istruttore – la cosa è per noi di capitale importanza… Voi lo capite… Cercate di ricordarvi…
Paolino Broquet uscì dal suo silenzio:
– Inutile, signor giudice, torturare questo brav’uomo…
– Ma…
– Noi sappiamo chi sono i due ultimi visitatori… e non dobbiamo far altro che interrogare il signor Laurent e il conte della Guarinière.
– Senza dubbio…
– Benissimo… Resta a sapersi – aggiunse il poliziotto rivolgendosi al capo della Polizia – resta a sapersi se essi ci diranno chi fu, dei ue, ad uscire per ultimo…
L’indomani mattina, di buon’ora, Paolino Broquet entrò nel gabinetto del signor Baumier, capo della «Suretè».
– Buongiorno, signor capo! – gli disse. – Sono riuscito, stanotte, non senza fatica, a stabilire, coi pezzetti di carta abbruciacchiata trovati ieri sera nel caminetto dal signor Montreil, un documeneto di grande importanza per noi… Ecco qui… E’ un titolo firmato dal signor Laurent… una cambiale di cinquemila franchi… pagabili a quindici giorni…
– Bene…
– Di più, ho saputo stamani che il signor Laurent è in cattive acque e non sarà certo in grado di far fronte a questo impegno…
– Questo è importante a sapersi… E sul conte della Guarinière, non sapete dirmi nulla?…
– Il conte della Guarinière ha passato ieri sera due ore in casa della signorina Lucetta Minois, una «stella» del caffè-concerto «Lutezia», la sua amante… Poi è andato come al solito al circolo, dove ha perduto una forte somma…
– Chi glie l’ha pagata?
– Come? Dubitate dunque che egli non ne abbia tanti?…
– Il signor baumier si tacque un istante. Poi domandò al poliziotto, che non cessava di fissarlo:
– Ma chi è questo conte della Guarinière?…
– Il conte della Guarinière!…
– Capisco… Ma che razza di uomo è?…
– Un gentiluomo…
– Autentico?…
– Come tanti altri…
– Cioè?…
– Che può, coi suoi atti, con delle carte… giustificare il suo nome e il suo titolo…
– Come vive?
– Come tanti altri…
– Gentiluomini!…
– O no… ma che conducono una gran vita senza rendite sicure…
La flemma di Paolino Broquet fece impazientire leggermente il signor Baumier:
– Su, parlate perbacco! Voi ne sapete certo di più su questo conte…
Senza scomporsi, il poziotto riprese a dire:
– Parlo, signor capo… parlo… E’ un elegantone, uno dei personaggi più chic e più quotati di Parigi galante… Partecipa ai Concorsi ippici, è un cacciatore meraviglioso, un boxeur terribile, uno spadaccino pericoloso… Due muscoli di acciaio! L’anno scorso lottò con Patouchny, il cosacco, e l’abbattè…
– Oh!… Non esagerate un poco, forse?
– No, signor capo… Eppoi, è un parlatore delizioso, assai colto, un ballerino di prima forza, un bell’uomo, un prodigo generoso…
– Felice lui!
Comna amante ha questa Lucetta Minois, alla quale è stata rubata ultimamente una collana di diamanti…
– Gà, me ne ricordo! Il conte venne qui per tentare qualche ricerca su quella collana… Lo conosco!
Paolino Broquet taque; poi domandò, calmo calmo, al suo superiore:
– Devo arrestarlo?…
Il signor Baumier sussultò:
– Cosa?… Voi scherzate!
– Non scherzo…
– Arrestare il conte della Guarinière!…
– Sicuro e, con lui, anche il signor Laurent… Perchè se non è l’uno è l’altro che è uscito per ultimo dal gabinetto del signor Montreil… E’ chiaro.
Il capo della Pubblica Sicurezza si mostrò molto perplesso:
– Non arrestiamo, per ora… Non commettiamo gaffes, per carità! Vado a conferire col giudice istruttore e poi riceverete i miei ordini…
– Ho capito.
– Attendo che mi portino notizie del banchiere…
– Io ne ho delle fresche… Il banchiere ha passato una notte discreta… Ha riconosciuto la moglie e i figli…
– Bene.
– Se questo miglioramento continua, domani potremo mettere i confronto con lui il signor Laurent e il conte…
– Credete?…
– Certo. Almeno, possiamo tentare…
– Ho paura che corriamo dei rischi tremendi…
– Penso, invece, che al capezzale del ferito noi potremo avere la soluzione dell’angoscioso problema…
… Quella giornata passò. I giornali della sera andarono a ruba come quelli del mattino. Il delitto appassionava l’opinione pubblica, eccitava la curiosità di tutti.
Naturalmente, la Polizia, la Questura, la Borsa, furono prese d’assalto dai cronisti in cerca di particolari sensazionali e delle prime rivelazioni. Ma non fu loro possibile raccontare al pubblico nulla di nuovo.
Peraltro, sebbene le Autorità desiderassero mantenere il segreto sulle loro ricerche, i giornali si affrettarono a stampare i nomi del signor Laurent e del conte della Guarinière.
Il signor Laurent divenne di colpo un uomo celebre. Andarono per intervistarlo; ma il negoziante, per un caso strano, aveva lasciato improvvisamente Parigi.
Allora, tutti si rivolsero al conte, che non contava che amici in Parigi.
I suoi svariati successi gli avevano procurato non poche gelosie all’intorno, e quanti non avevano mai osato dichiararglisi amici, si compiacquero di vederlo immischiato in una brutta avventura.
Ma il conte, anche questa volta, si mostrò cortesissimo e sereno e concesse collocui a tutti gli intervistatori.
Chiamato dal giudice istruttore, egli ammise senza esitanza di essersi trovato nell’ufficio del banchiere Montreil nell’ora in cui, probabilmente, si era consumato l’odioso misfatto. Ma egli ne aveva appresa la notizia soltanto dai giornali della sera.
– Foste l’ultimo o il penultimo dei visitatori? – gli domandò il giudice istruttore.
– Non saprei davvero… Quello che posso accertarvi si è che, come sempre, il signor Mantreil mi accompagnò fin sulla porta dell’ufficio e mi strinse cordialmente la mano…
Peraltro, annunciando la visita del conte al giudice istruttore, un reporter, desideroso di colpire il brillante gentiluomo, insinuò, nell’ultima riga del suo articolo, che in Parigi correva la voce del probabile arresto del conte della Guarinière. Ora, nel pubblico, questa notizia incontrò un favore tale da meravigliare lo stesso Conte, il quale credette necessario tener subito testa all’uragano provocando un mutamento a suo favore nella pubblica opinione.
Perciò, egli si dichiarò offeso diffamato, e spedì due amici intelligenti a sfidare l’incauto giornalista.
Poi, come tutte le altre mattine, andò a fare la sua passeggiata al Bois de Boulogne, a cavallo. Quando rientrò in casa, il cameriere gli annunciò che qualcuno lo attendeva nel salotto.
– Chi è?
– Il signore non ha voluto darmi il nome. Ma mi ha detto che si tratta dell’affare di stamani.
Un po’ imbarazzato, il conte si diresse verso il salotto. Non potette fare a meno di trasalire scorgendo lo strano visitatore… A fatica, egli ritenne un grido di meraviglia:
– Paolino Broquet!

L.

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Pubblicato da su aprile 21, 2017 in Pulp

 

[Pulp] La mano rossa di Henry Cauvain

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un “giallo” ante litteram, in cui l’indagine analitica la fa da padrona: “La mano rossa” di Enrico Cauvain, resa italiana de “La main sanglante” (raccolto in volume nel 1885) del romanziere parigino Henry Cauvain (1847-1899).

Cauvain è un autore in pratica inedito in Italia: l’unica sua pubblicazione nota è “Massimiliano Heller“, romanzo d’esordio del 1871 edito a Milano dall’Osservatore Cattolico nel 1880 (trad. di Paolo De Angelis) e ristampato dalla milanese Pro Familia nel 1927: da allora non si hanno altre notizie di sue opere.
Il personaggio di Maximilien Heller è comunque considerato fra gli ispiratori dello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle. Invece ne La main sanglante il detective protagonista – monsieur Bidache – è di tutt’altro genere, proprio perché l’autore cercava nuove caratterizzazioni per i suoi personaggi.

Quelli che presento sono i primi tre capitoli del romanzo, uscito a puntate sul quotidiano “La Stampa” dal 30 luglio al 15 settembre 1910. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


La mano rossa

I.

Il 26 novembre 1880, alle sei di sera, davanti ad una piccola casa situata in cima alla via del Chemin-Vert, a Clamart, era radunata una gran folla. La notte era cupa, cadeva la neve ed il vento faceva oscillare la fiamma delle lanterne portate da qualche curioso. Alla porta della casa un carabiniere ritto sulla soglia, avvolto nel suo gran mantello, stava di guardia e non lasciava entrar nessuno.
Tutta quella gente parlava a bassa voce, come fosse stata davanti a un morto, sussurrando risposte brevi alle interrogazioni dei nuovi arrivati.
Ad un tratto la porta si aprì e qualcuno domandò:
– E’ giunto il dottore?
In quello stesso momento s’intese il rumore d’una carrozza che veniva su per la salita, al passo. La carrozza si fermò davanti alla casa e ne scese un uomo.
– Signor dottore, signor dottore, hanno bisgno di voi, là dentro – dissero parecchie voci nella folla.
– Lo so, amici miei – rispose il dottore Guyon. – Sono venuti a cercarmi proprio nel punto in cui giungevo a casa.
E affidando le redini del cavallo a un contadino, il vecchio dottore entrò con passo pesante. Attraversò un corridoio angusto e si trovò in una camera quadrata, arredata con molta semplicità. Nel mezzo di quella camera eravi un gran tavolo e sul tavolo giaceva disteso un cadavere.
Tre persone stavano tutte attorno al morto, gravi e pensierose. Erano il commissario di polizia del Comune, il giudice di pace ed il sindaco, signor Simonin.
– Ah! dottore, vi aspettavamo – disse il sindaco andando incontro al signor Guyon, al quale strinse la mano.
– E’ tutto finito?
– Sì, quel disgraziato è morto forse da due o tre giorni: ora si tratta di procedere alle constatazioni legali.
– Un suicidio?
– Probabilmente – disse il commissario di polizia, al quale rincresceva ammettere che fosse stato commesso un delitto nel Comune posto sotto la sua sorveglianza.
– Vediamo.
I quattro uomini si avvicinarono al tavolo. Sul corpo rigido steso davanti ad essi cadeva la luce di sei candele sopportate da un alto candelabro che avevano trovato sul caminetto.
Il commissario mostrò col dito al dottore una larga ferita, che appariva al collo del cadavere, all’apertura della camicia, fatta tutta nera dal sangue rappreso. Quella ferita profondissima aveva dovuto procurare la morte immediata. Spogliarono il morto, e sulla persona non trovarono alcuna traccia di violenza.
– Avete scoperto qualche arma, un coltello? – domandò il dottore.
Gli presentarono un rasoio dal manico di corno nero, tenuto aperto per mezzo di una cordicella strettamente legata e annodata. La lama era rossa di sangue.
Il dottore cominciò a prendere qualche nota per la sua relazione.
«Corporatura sana e robusta. Età approssimativa: sessant’anni. Incisione al collo profonda cinque centimetri, larga otto. La morte pare sia avvenuta da due o tre giorni. Causa probabile del decesso…»
A questo punto il dottore passò con aria imbarazzata e a più riprese il lapis, che adoperava per scrivere, nelle lunghe ciocche dei suoi capelli bianchi.
Erasi di fronte ad un suicidio o ad un delitto?
Tutte e due le ipotesi potevano essere ammesse. La ferita era a sinistra del collo e siccome il defunto doveva essere forte e vigoroso, si poteva benissimo supporre che egli si fosse tagliato la gola.
Ma era necessario, prima di tutto, sapere chi fosse e conoscere qualche particolare della sua vita.
Il signor Guyon si voltò verso il sindaco e il commissario per interrogarli a quel riguardo.
In quel punto il carabiniere ch’era di guardia alla porta entrò ad avvisare quei signori che un uomo insisteva per entrare in casa.
E nello stesso tempo porse al commissario un foglietto di visita sul quale era scritto in bellissima calligrafia rotonda il seguente nome: M. Bidache.

II.

Il commissario fece un gesto d’impazienza e parve esitare poi, dopo aver riflettuto per un istante:
– Fate entrare! – egli disse.
Un piccolo uomo, tutto vestito di nero, calvo sebbene ancora giovane, e che portava grandi occhiali quantunque avesse occhi sani e vista eccellente, entrò timidamente salutando a parecchie riprese le persone riunite nella camera.
Il signor Bidache dimorava a Clamart da più di un anno. Ci viveva molto semplicemente assieme alla vecchia madre, coltivando il suo giardino e andando ogni giorno ad erborizzare nella foresta. Era amato da quanti lo conoscevano, perchè buono e cortese con tutti. Il suo viso, dai lineamenti delicati e regolari, aveva spesso attirato l’attenzione delle fanciulle del paese, piuttosto ardite, come sono nelle vicinanze di Parigi. Esse gli lanciavano occhiate procaci e si divertivano vedendolo arrossire fino alla radice dei rari capelli. Faceva dei versi, e s’era arrischiato a gettare qualche volta un piccolo rotolo di carta con un nastrino rosa nella cesta da lavoro di una bella ragazza che cuciva, l’estate, sulla soglia dell’uscio.
Il sindaco ed il commissario soltanto conoscevano gli antecedenti del giovane e ne conservavano il segreto. Il signor Bidache era stato per cinque anni agente di questura. Nel servizio delicatissimo che implicava il suo impiego egli aveva dato prove d’intelligenza rara e d’acutezza d’ingegno superiore. Ma la sua naturale timidezza lo aveva lasciato sopraffare da compagni più arditi e meglio protetti; i suoi servigi erano stati male apprezzati, era stato scoraggiato da parzialità evidenti, ed infine, nel 16 maggio, era stato vittima di una denunzia. Non lo trovavano abbastanza bonapartista e lo avevano messo, quasi per punizione, di servizio all’ufficio di …
Disgustato da tante ingiustizie, il signor Bidache aveva date le sue dimissioni, e siccome sua madre possedeva una piccola rendita, egli era venuto a stabilirsi con lei in campagna, doveva viveva felice e tranquillo.
Ma in fondo al cuore conservava un grande amore per la sua antica professione, e tutte le volte che una disgrazia e un delitto veniva a turbare la quiete del villaggio, lo si vedeva giungere col suo passo incerto, domandare timidamente dei particolari ed emettere, esitante, il suo parere, che era sempre il migliore.
Dopo aver salutato profondamente le persone riunite attorno al cadavere, il signor Bidache tossì e disse con voce malferma:
– Vi chiedo scusa, signori, d’aver osato… Forse sono stato troppo ardito… e indiscreto.
– Ma niente affatto, caro signor Bidache – rispose il dottore, che lo conosceva per aver curato sua madre qualche settimana prima e che aveva ammirato la devozione filiale del giovane: – non siete per niente indiscreto: rimanete pure.
Il commissario lo accolse più freddamente. Il signor Bidache aveva avuto parecchie volte occasione di far risaltare, scusandosi del resto umilmente, errori o negligenze commesse dal magistrato, il quale, si capisce, non poteva amar molto quel dilettante agente di polizia. Mentre il giovane esaminava il cadavere, la ferita e il rasoio aperto, il sindaco signor Simonin dava al dottore Guyon i ragguagli che gli aveva chiesti concernenti l’uomo che giaceva loro davanti. Tre mesi addietro un vecchio ancora florido e robusto era venuto a Clamart per affittare una casa. Diceva chiamarsi il signor Rodrigo. Aveva preso in affitto quella che trovavasi situata proprio in fondo al paese, quasi isolata e vicina ai boschi. Essa apparteneva a modesti commercianti di Parigi, che vi passavano l’estate e che erano stati ben lieti di trovare a trarne profitto durante l’inverno. Il signor Rodrigo non dormiva mai in quella casa. Ci veniva soltanto qualche volta nel dopopranzo, e se ne andava sempre verso le sei. Non riceveva visite; però qualche abitante di Clamart affermava aver visto due o tre volte uscire dalla casa persone estranee.
Il sig. Rodrigo non parlava mai con nessuno ed era soventissimo accompagnato da un cane nero.
Ecco tutto ciò che si sapeva di lui.
La mattina di quel giorno alcune persone che passavano per quella strada per andare nella foresta avevan inteso lagni e gemiti uscire da quella casa misteriosa, le cui persiane erano sempre ermeticamente chiuse. Andarono ad avvisare il commissario di polizia. Questo venne, ascoltò attentamente e intese infatti attraverso alla porta dei lamenti appena percettibili.
Chiamò a sè il giudice conciliatore e il sindaco. La porta fu aperta, e quando,spalancate le persiane la luce penetrò nella camera, un orrendo spettacolo si offrì ai loro sguardi.
Il signor Rodrigo era steso per terra in mezzo ad una pozza di sangue. Presso lui rantolava, negli ultimi momenti d’agonia, il cane, i cui gemiti erano stati uditi dai passeggieri.
E dopo aver dato dei ragguagli al dottor Guyon e al signor Bidache, che lo ascoltavano attentamente, il signor Simonin mostrò sotto al tavolo il cadavere del piccolo cane, steso per terra colle gambe rigide e gli occhi aperti.

III.

– Il nostro còmpito è finito – disse il commissario: – ora tocca ai giudici a decidere se vi fu delitto o suicidio!
Ma quantunque con quelle parole dichiarasse terminata la sua missione, pure non accennava ad andarsene, e i suoi compagni rimanevano, come lui, silenziosi, incerti e come assorti davanti a quel mistero inquietante.
– Il defunto aveva qualche carta? – domandò dolcemente il signor Bidache.
– Nessuna! – replicò il signor Simonin.
– E del denaro? Aveva del denaro?
– Su lui, nulla: ma il cassetto di questo scrittoio era aperto – disse il commissario di polizia andando verso un mobile – e abbiamo trovato questa somma: trentasette franchi e cinquanta centesimi. Non è dunque probabile che lo abbiano assassinato per derubarlo, tanto più che egli veniva soltanto in questa casa per passarci qualche ora e non doveva certo tener qui i suoi fondi.
Il signor Bidache aveva preso i panni del morto, che erano stati gettati sopra una sedia, e li esaminava mentre il commissario parlava. Un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, ma non contraddisse l’asserzione del grave magistrato.
– Ciò che potrebbe far supporre un delitto – disse il giudice – è la morte del cane. L’assassino avrà voluto ucciderlo perchè non desse l’allarme.
– si potrebbe anche ammettere che quella povera bestia fosse morta di fame – disse il commissario – poichè il decesso del padrone data da due a tre giorni.
– Bisogna sapere in qual giorno il signor Rodrigo venne qui l’ultima volta.
– Si è ritrovata la chiave di casa nelle tasche del defunto? – domandò Bidache.
– No; e pertanto la porta era chiusa e le serrature intatte.
Vi fu di nuovo qualche momento di silenzio; poi il commissario, avendo detto per la seconda volta che non c’era più nulla a fare attorno a quel cadavere, si disposero ad uscire.
Il signor Bidache portava il candelabro.
Nel momento in cui giungevano presso la porta d’entrata si fermarono tutti, facendo lo stesso movimento di stupore.
In faccia ad essi, sulla superficie bianca del muro, si vedeva distintamente l’impronta di una mano insanguinata largamente distesa.

L.

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Pubblicato da su aprile 14, 2017 in Pulp

 

[Pulp] L’eroina di Michel Zévaco

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton, in questo caso – incontriamo un nome importante della narrativa d’appendice francese, molto amato anche in Italia, dove veniva chiamato Michele Zévaco.

Michel Zévaco è originario di Ajaccio come Napoleone Bonaparte, è stato un insegnante ma anche un anarchico, un ufficiale ma anche un romanziere. Dimenticato oggi da tutti, dal 1900 – all’età di quarant’anni – iniziò a pubblicare romanzi a puntate sui giornali con grande successo, raccontando gli intrighi del passato romanzesco della Francia con quei personaggi che avevano già reso celebre Alexandre Dumas. Non a caso in questo testo che vi riporto c’è il cattivissimo Richelieu!
Dal 1906 al 1918 (data della sua morte) pubblica regolarmente le sue avventure romanzesche sul quotidiano “Le Matin”, che subito le rivende al nostrano “La Stampa”: per anni Zévaco intrattiene i lettori italiani di inizio Novecento, giorno dopo giorno, prima che l’oblio completo lo inghiotta.

Vi propongo l’inizio de “L’eroina“, traduzione italiana – senza firma – de L’héroïne (1908, raccolta in volume da Fayard nel 1910).
Apparso a puntate su “La Stampa” dal 9 agosto 1910 al 9 marzo 1911, in Italia il romanzo viene raccolto in volume dalla milanese Bietti e Reggiani nel 1922 con la traduzione del professor Giovanni Vaccaro: ristampato nel 1924, 1934 e 1942. Nel 1947 lo ristampa Bietti come L’eroina. Il cardinale Richelieu.
Per quanto sono riuscito ad appurare, non esiste la donna protagonista di questa storia, sebbene perfettamente calata in un ambiente strettamente storico.

Come sempre specifico che ho lasciato tutto esattamente come apparso in Italia più di un secolo fa, per testimoniare anche di com’era l’italiano di inizio Novecento.


I.
Anna di Lespars

Solo, immobile nel sontuoso salone, rigido nel rosso vestito, ricoperto da un milione e cinquecento mila lire di merletti e di diamanti, lo prendereste per qualche tetro e magnifico personaggio di Filippo di Champagne che un dolore avesse fatto vivere per un istante e discendere dalla sua cornice dorata…
Con una mano si appoggia alla stemmata spalliera di una poltrona; con l’altra si ricopre gli occhi; giacchè è di quelli che fanno piangere il mondo, ma di cui nessuno deve vedere le lagrime…
E’ giovane ancora. I suoi baffi ed il pizzo sono neri. Il viso è fine e violento, con una larga fronte liscia, pallidissima. I suoi abituali atteggiamenti svelano l’eccessivo sentimento che lo domina: l’orgoglio.
Nel profondo silenzio, egli medita e piange…
Nel vasto silenzio del suo palazzo popolato da una moltitudine di persone colme di rispetto; nel tetro silenzio di Parigi domata, nel tragico silenzio della Francia ridotta all’obbedienza…
Quest’uomo porta un nome formidabile.
Si chiama Richelieu!
Il palazzo cardinalizio è appena finito. In quel mattino di marzo 1626. Richelieu l’inaugura con una messa solenne, che dirà egli stesso, nella sua cappella dove ha invitata la Corte, i suoi amici, i suoi nemici, tutti, per mostrar loro il suo fasto ed affascinarli con la sua opulenza.
Ed ecco ciò che in questo minuto egli rantola in fondo alla sua mente:
— Ella non viene!… Per mezzo d’un servitore, come ad un servitore, mi ha fatto sapere che poco le importa di questa cerimonia, consacrazione del mio potere!… Ella mi schiaccia col suo disprezzo. Umiliato, vinto, abbattuto da quella donna Io, che ho legato un regno!… O mia regina! O statua di marmo! A qual cielo andrò ad involare il sacro fuoco che dovrà animarti?… Che fare? Che cosa intraprendere? Con quale gloria coprirmi, perchè ella, finalmente, se ne avveda?… Avvenire di splendore, gioie del potere illimitato e della illimitata ricchezza, sangue, vita, tutto darei per uno sguardo d’Anna d’Austria!… E’ finito… Ella non verrà!
In questo secondo, una voce, presso di lui, mormora:
— Monsignore, Sua Maestà la Regina è giunta, in questo momento, nella cappella!
Il cardinale trasalisce.
Dinanzi a lui s’inchina un monaco, dalla testa ossuta, angolosa, dal sorriso cinico od ingenuo, dall’occhio stupido od impudente, dalla figura di spadaccino, sotto alla tonaca – un gran diavolo di cappuccino, lungo e magro, in cui si vede la spia ad un miglio di distanza.
Richelieu, pallidissimo, prende il braccio del monaco, e fremente:
— Corignano! Corignano! Che dici?…
— Dico che la vedrete accordarvi il suo primo sorriso!
— T’inganni! – balbetta il cardinale.
— Dico che, se volete, ella è vostra!
— Monaco! Monaco! Perdi il senno?…
— Andiamo, dunque, monsignore!
— Fra Corignano credo vi abbia provato che conosce il suo mestiere. Sa vedere, ascoltare, e, all’occasione, dire la sua parolina.
— Hai detto qualche cosa, tu? – dice fremendo Richelieu. – Vediamo! Che cosa hai potuto dire?…
— Monsignore, vengo dal Louvre, dove ho veduto la signora di Givray, la vostra ambasciatrice… accreditata presso la regina. Ascoltate. Eminenza: Caterina la Grande ha avuto le Tuileries; il Re ha il suo Louvre: Maria dei Medici ha il Lussemburgo. Solamente Anna d’Austria non ha nulla!… E voi, monsignore, voi avete, mi capite? avete questo palazzo, maestoso come le Tuileries, vasto come il Louvre, elegante come il Lussemburgo…
— Oh! – balbetta il cardinale, febbrilmente. – Quale sogno!… Oh! se fosse possibile ch’ella degnasse…
— Accettare?… Ah! monsignore, voi siete un ministro geniale, ma non conoscete le donne come il povero Corignano!… Anch’io ho la mia politica, tutta a vostro servizio. Ho, dunque, collocata la mia parolina, nell’orecchio della signora di Givray. Ho detto… in fede mia: ho avuto l’audacia di dire che questo palazzo, che stupisce il mondo, non è stato costruito per il cardinale, ma per una illustre principessa, e…
— Termina! Termina! – dice palpitando Richelieu.
— E l’illustre principessa aspetta una conferma delle mie parole!… Monsignore, quando volete ch’io porti al Louvre la lettera che ora scriverete ad Anna d’Austria?
Il cardinale soffoca un grido d’insensata speranza, chiude gli occhi, si comprime il petto con ambo le mani ed abbagliato, inebriato, con l’accento della passione:
— Questa sera… verso la mezzanotte… nel mio palazzo di piazza Reale… ti aspetterò!
In quel momento, un uomo vestito di nero si allontanava dalla portiera, dietro cui ascoltava, traversa l’oscuro gabinetto, in cui era a spiare, passa in una galleria e si perde nei corridoi del palazzo cardinalizio…
Corignano si è inchinato umilmente; poi, si è diretto verso la porta del salone, che apre, e là s’incontra con qualcuno che entra: grosso, basso, panciuto, una sorta d’aborto, dal viso scialbo, pieno d’inquietudine, altra fisionomia di spia.
— Rascasse! – mormora il cappuccino. – Sempre fra i miei piedi, dunque?
— Corignano! – esclama l’altro. – Sempre mio rivale, allora?
— Voi mi annoiate, mio piccolo Rascasse!
— Voi m’irritate, mio gran Corignano!
Corignano si curva per fulminare, con una maledizione, il rivale. Ritto sulla punta dei piedi, Rascasse mastica un insulto. E, divorati dalla gelosia, i due spioni, in corso, si minacciano:
— Ci rivedremo!…
Richelieu è rimasto anelante, come un disgraziato sul punto di soccombere alla miseria, cui sopravvenga una favolosa fortuna. Rascasse, tutto ricoperto di polvere, viaggiatore che non si è dato il tempo di mutar di vestito, si avanza trotterellando e moltiplica gl’inchini, per attirar l’attenzione del suo padrone…
Il cardinale, finalmente, lo vede.
Repentinamente, amore, passione, desiderio sfrenato, tutto sparisce dal suo spirito. Quel viso fiammeggiante diviene astuto. Quegli occhi, che fissavano la chimera, in fondo ad un miraggio, divengono glacialmente inquisitori.
Il ministro esita a parlare. Forse, teme la risposta all’interrogazione che gli brucia sulle labbra. E, d’un tratto:
— La signora di Lespars?
La spia si raddrizza e, in un soffio, lascia cadere questa sola parola:
— Morta!…
Il cardinale resta pensoso. Una ruga solca quella fronte implacabile. Il suo acuto sorriso è solo a svelare che la risposta è qual’era desiderata. L’odio dev’essere, in quell’uomo, terribile come l’amore… Egli osserva lo spione curvo dinanzi a lui, ed a voce bassa:
— E’ morta… bene! Dimmi, ora, chi l’ha… aiutata a morire?…
Rascasse freme. Egli è, forse, al momento decisivo in cui una semplice menzogna assicura la vita d’un uomo. Lotta. Esita. Poi, d’un tratto, dentro di se:
— Bah! Il signor di Saint-Priac non oserà mai denunziarsi da sè stesso!
— Sono stato io, monsignore… io!
— Rascasse, tu sei un buon servitore. Passa dal mio tesoriere: egli ti aspetta. La parola che hai detta vale il suo peso d’oro. Basta, per il momento. Questa sera, nel mio palazzo, mi dirai i particolari del tuo viaggio ad Angers e del come è avvenuta la cosa. Ora vai.
— Un istante, monsignore. Io avrei dovuto esser qui quindici giorni fa, giacchè la signora di Lespare è morta il 23 febbraio. Ora, se mi sono indugiato è stato perchè ho cercato qualcuno che ho studiato durante un mese… e che mi è scivolato di mano al momento in cui stavo per… basta! Si ritroverà!
— Di chi, di che cosa vuoi parlare? A me non piacciono i rapporti oscuri, signor Rascasse.
— Perdonatemi, monsignore. Si tratta della figlia di quella nobile signora… si tratta di Anna di Lespare!
— Anna!… Quella bambina!…
— Quella bambina ispirava la madre! – mormora sordamente lo spione. – Monsignore, ci siamo ingannati!
Il cardinale ha un brivido.
— Bisognava lasciar vivere la madre ed uccidere la figlia! – termina la spia, trasportata da un’ambizione che, forse, è al disopra delle sue forze.
Il fredd’occhio del cardinale getta un lampo. E Rascasse aggiunge:
— Il pericolo era là. Eminenza! Ella mi è sfuggita: senza di che avrebbe già raggiunta la madre. Dov’è ora? Ah! vedete, monsignore, vi dico, davvero, che dieci uomini ribelli non hanno l’energia di quella fanciulla. Ella viene a voi, forse! E se ciò è, badate, ah! badate! Non si sa nè tremare, nè perdonare, nè deporre le armi, quando si èchiamati Anna di Lespars!…
Richelieu ha aggrottate le sopracciglia. Egli medita, calcola, combina. Non si tratta più d’un sogno d’amore, si tratta di un pensiero di delitto. E’ la paziente meditazione del mostruoso ragno che domanda a sè stesso da quale estremità incomincierà la sua mortale tela. Egli erca. Il suo pensiero duro, inaccessibile alla pietà, entra senza esitazione nei meandri che giungono al delitto… La quistione che dibatte non è di sapere se risparmierà o se ucciderà! E’ di stabilire come prenderà quella bambina per la gola ed in quale orrendo trabocchetto la precipiterà tutta palpitante… E, d’un tratto, raddrizza il capo ed alza le spalle… Ha trovato!…
— Rascasse, hai veduto ad Angers, quel barone di Saint-Priac?
— Sì, monsignore – risponde la spia, che reprime un fremito. – Si è messo in cammino per Parigi contemporaneamente a me, munito della lettera d’udienza che gli permetterà d’essere ammesso, senza ritardo, presso Vostra Eminenza. Prezioso acquisto, monsignore! Ventitrè anni, niente scrupoli, pronto ad intraprendere tutto, capace di tutto comprendere, spirito vivace, braccio solido, e, all’estremità di questo braccio, una spada forse ancora più terribile di quella del famoso Trencavel stesso.
— Trencavel? – interroga il cardinale.
— Il maestro di scherma, la cui sala è la più frequentata di Parigi. Io lo conoscono. Ancora un altro che dovreste acquistare, monsignore!
— Vedremo. I rapporti dicono che quel Saint-Priac è innamorato della signorina Lespars. E’ vero?
— Venderebbe la sua anima al diavolo, se questi gli offrisse Anna… L’ha già venduta – aggiunge dentro di sè Rascasse, pensoso – poichè, per impadronirsi della figlia, egli ha…
— Ebbene! – dice freddamente Richelieu, il cu sguardo s’illumina d’una luce funesta. – Non ti occupare di quella giovanetta, Rascasse. Mi hai sbarazzato della madre… Saint-Priac mi sbarazzerà della figlia!…
— E come, monsignore?…
— Sposandola! – risponde Richelieu con un fine sorriso.
E la spia, l’uomo delle opere di morte, Rascasse non può fare a meno di rabbrividire!… E, quando ad un cenno, si ritira, balbetta:
— Saint-Priac speso d’Anna di Lespars!… Saint-Priac!… Orribile, questo è orribile!
Allora il cardinale Richelieu picchia su di un timbro. Un solenne servitore entra e spalanca le due porte a doppio battente, situate di faccia. Una dà su di un’immensa galleria, l’altra sulla cappella. Il salone si riempie di gentiluomini, di vescovi, di canonici, d’arcivescovi…
Richelieu prende le insegne della sua dignità cardinalizia e si avanza, circondato da quel grandioso corteo di prelati, che intuonano un canto simile ad un inno di gloria. Nella cappella, prodigio di lusso e d’arte, suonano gli organi, nubi d’incenso si alzano dagli incensieri d’oro massiccio e vanno ad oscurare la luce delle candele, sopportate da candelabri incrostati di pietre preziose. E’ un quadro d’incomparabile magnificenza. Ed in questo quadro, simile ad una visione d’irreale splendore, è un’assemblea di un’impressionante maestà, composta di Luigi XIII, Anna d’Austria, Maria de’ Medici, Gastone d’Anjou, Vendôme, Bourbon, i Condè, i Robin, i Chevreuse, Ornano, Solssons, Montmorency, Chalais, folla di signori d’alta nobiltà, ressa di principesse, tutta l’aristocrazia, la Corte tutta in Corte di Francia, curva dinanzi ad un uomo!…
Poichè è all’uomo che va quella religiosa adorazione, non al prelato che deve officiare.
Allora, sembra che Richelieu sia più augusto e più forte del Re!
Allora, sembra che, su quei grandi della terra, prosternati, passi una raffica di spavento.
Richelieu si è fermato un istante all’entrata della cappella. Drittissimo, raggiante di superbia, egli vede chinarsi tutte quelle teste illustri e prova la vertigine del potere…
D’un tratto, al momento d’incamminarsi verso l’altare, vacilla, colpito in piena apoteosi: laggiù in fondo alla cappella, vi è una donna che resta ritta in piedi e lo guarda in viso, e lo sfida con tutto il suo atteggiamento!…
Una giovanetta bionda, con occhi neri. Bella, fiera, scintillante d’audacia…
Richelieu impallidisce dalla rabbia. Richelieu trema. Egli mette nei suoi occhi sfolgoranti tutta la minaccia, tutta l’anatema. E la giovinetta rende urto per urto, maledizione per maledizione, ella è una viva dichiarazione di guerra…
Guerra ad oltranza! Guerra a morte!…
E quando il cardinale, con passo convulsivo, sale verso il tabernacolo, è livido di odio o di terrore, poichè quella che ha veduta così, viene in nome del diritto e della giustizia, della vendetta, ed è con voce tremante che mormora:
— La figlia di Enrico IV!… La figlia della morta!… Anna di Lespars!…
Figlia di Enrico IV!…
Ella è, dunque, sorella di Alessandro di Bourbon e di Cesare di Vendôme? Sorella di monsieur, duca d’Anjou! Sorella di Luigi XIII, re di Francia!…
Quale dramma è in quella nascita reale? Chi è quella signora di Lespars, di cui abbiamo ora appreso l’assassinio? Di quale fallo fu colpevole o di quale tranello fu vittima? Sono queste «delle ignote da cercare» e un problema da risolvere nulla di più, nulla di meno.
Quella che porta il nome di Anna di Lespars e che ha, forse, diritto ad un posto sui gradini del trono, come Enrichetta, figlia di Gabriella d’Estrées, è uscita dalla cappella al momento in cui incominciava la cerimonia. Con un’eroica bravata ella ha voluto gridare gli occhi al padrone di tutto e tutti.
— Eccomi! Guardami. Io ti guardo. E’ fatto. Il guanto è gettato…

L.

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Pubblicato da su aprile 7, 2017 in Pulp

 
 
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