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[Pulp] Il danaro del Diavolo di Mérouvel

06 Mag

Ad un secolo esatto dalla sua prima (ed unica) apparizione italiana, ecco il primo capitolo de “Il danaro del Diavolo” di Carlo Mérouvel, versione italiana di Les Vautours de Paris (“Gli avvoltoi di Parigi”) di Charles Mérouvel (pseudonimo di Charles Chartier, 1832-1920), la cui prima puntata è apparsa originariamente su “Le Petit Parisien” il 7 dicembre 1902.

In Italia Mérouvel è stato un nome molto noto sul finire dell’Ottocento: la traccia più antica che ho trovato è il suo romanzo La Rosa del mercato edito da Sonzogno nel 1887!
Con l’arrivo del Novecento solo pochi suoi romanzi continuano ad essere tradotti in Italia, e si può dire che con la morte dell’autore muore anche la sua distribuzione italiana.

Il danaro del Diavolo – una “discesa nel nero” di un conte che ha dilapidato un patrimonio – è apparso sul quotidiano “La Stampa” dal 24 maggio 1906 al 19 febbraio 1907.
Non risulta che questo testo sia mai più apparso in lingua italiana, nel secolo esatto successivo alla sua presentazione a puntate..


Il danaro del Diavolo

Prima parte:
Il processo di Fontaine-aux-Bois

Agli estremi.

Era il cinque novembre milleottocentosettantanove.
L’orologio a pendolo di un elegante gabinetto da studio segnava le tre dopo mezzogiorno. In quell’inquietante medesimo s’udì tintinnare il campanello del vestibolo.
Un bel coupé signorile s’era fermato alla porta del palazzo, uno dei più piccoli, ma dei più sontuosi, forse, del Boulevard Haussman, nei dintorni della via de Courcelles.
Questo palazzo era formato da tre piani, e sul boulevard ciascun piano aveva tre finestre. Quella di mezzo, assai più ampia delle altre, aprivasi su un balcone dalla balaustra di pietra, di forma armoniosa ed artistica. Una bella costruzione, infine, che faceva onore al suo architetto e del felice proprietario che l’abitava. Era in quell’epoca il palazzo De Rouvres.
I Rouvres-Montaigu erano imparentati con un’infinità di grandi case, ma il titolare di questo nome tanto aristocratico, senza rinunciare alle sue relazioni di famiglia e mondane, menava allegramente la vita del celibe ricco, amico del piacere sotto tutte le forme, nemico di tutte le noie, di qualsiasi legame e di ogni ostacolo.
In una parola, egli era uno di quei rappresentanti della gioventù moderna che intendono approfittare liberamente della loro brillante condizione e che non sanno rinunziare a nessuno dei godimenti della vita.
Siccome la porta non venne immediatamente aperta, il visitatore suonò di nuovo, e questa volta con un po’ di nervosità impaziente.
Era un uomo di età indecisa, ondeggiante tra i quaranta e i cinquant’anni, di mezzana statura, ben conservato e assai ben vestito, forse anche con un po’ di ricercatezza, avvolto in una ricca pelliccia, abbenchè il freddo fosse tutt’altro che eccessivo.
La sua figura, rotonda e piena, dai tratti graziosi e dolci, dalla pelle un po’ viscida, senza barba, respirava l’onestà e inspirava confidenza, almeno alla prima impressione.
Meglio osservandolo, era, probabilmente, una altra cosa.
Finalmente s’udì un rumore di passi nel vestibolo. La porta s’aprì, e l’uomo dalla pelliccia domandò:
— Il signor De Rouvres?
— E’ qui.
— Annunziatemi.
Nello stesso tempo il visitatore porgeva la sua carta:

Clement Ravillac
banchiere

Il cameriere, un giovane dall’aria sorniona, dal viso sfrontato, le cui labbra perfettamente rase, si contraevano in una smorfia impertinente, osservò:
— Il signore può essere certo che sarà ricevuto. Io conosco perfettamente il signore. Ho spesso portato delle lettere in via della Vittoria. Se il signore vuol seguirmi…
Egli precedè il banchiere per una scala in legno di noce, a balaustre, e, giunto al primo piano, aprì la porta del gabinetto, annunziando:
— Il signor Ravillac.
A questo annunzio un uomo dai trenta ai trentacinque anni si levò bruscamente.
Grande, svelto, nervoso, d’un vigore evidente, egli sembrava di già rovinato dalle intemperanze d’una vita ossessivamente libertina. I suoi capelli, le sue sopracciglia e i lunghi baffi ancora nerissimi rendevano anche più impressionante il pallore esangue della sua pelle, emaciata dalle veglie prolungate alle tavole da giuoco, al teatro e alle cene dei restaurants alla moda.
I suoi tratti estremamente distinti, ma duri e sdegnosi, offrivano una meravigliosa espressione di energia e di volontà, ma nel tempo stesso di agitazione e d’inquietudine.
Egli fece un passo verso il banchiere e gli disse in tono di rimprovero:
— Non avete ricevuto un mio biglietto?
— Sì. E, probabilmente, voi siete sorpreso di non aver ricevuto ancora nulla?
— Infatti…
— Poichè la vostra domanda era molto urgente, vi porto io stesso la risposta.
Il proprietario del palazzo si chiamava allora il conte Saverio Amaury De Rouvres.
Per la sua nascita, egli apparteneva a una delle migliori famiglie del Faubourg Saint-Germain, ma, nato da un padre e da una madre morti giovani, egli si era condotto, fin da quando si trovò in possesso del loro patrimonio, come se egli non avesse dovuto vivere che poco tempo, e dovesse seguirli prestissimo nella tomba.
Seduto avanti a un tavolo sovraccarico di libri, di carte e di giornali, con una mano sotto il mento, le gambe incrociate e il gomito appoggiato sul ginocchio egli attendeva, ansioso di sapere ciò che il suo visitatore gli avrebbe detto.
Il banchiere cominciò in tono famigliare.
— Mio caro conte, io ho pensato che una spiegazione verbale vi riuscirebbe meno penosa di una lettera necessariamente breve e secca; e abbenchè in generale io non ami di scomodarmi per gli altri, ho creduto in questo caso di doverlo fare, a causa delle nostre buone relazioni. Breve, voi mi domandate di aumentare il vostro debito di un centinaio di migliaia di franchi…
— Ebbene?
— Ebbene… non posso.
— Vi trovate qualche inconveniente?
— Uno, e grande.
— Quale?
— Quello di perdere il mio denaro.
Il conte scrollò le spalle.
— Voi mi supponete dunque rovinato?
— Completamente.
Il banchiere riprese:
— D’altra parte mi avete pregato, qualche giorno fa, d’occuparmi per voi di un certo matrimonio.
— Con la signorina Perraud.
— Io vorrei esservi utile. Tutto me lo consiglia: il mio interesse sopra ogni altra cosa. E poi, voi mi siete simpaticissimo, ma avete qualche difetto, almeno agli occhi dei parenti d’una ragazza da marito. E’ nota la vostra prodigalità; voi amate troppo la gran vita non solo, ma avete pazzamente dissipato una fortuna considerevole. I Perraud, che hanno fabbricato la loro con molti stenti, hanno preso, non so dove, delle informazioni sul conto vostro. E, pur troppo, queste informazioni sono state tali che li hanno fatti fremere. La signorina Perraud ha due milioni di dote. I suoi parenti gliene lasceranno altri cinque o sei e non intendono punto che facciano la stessa fine dei vostri.
— Concludendo, io non debbo contare affatto su essi?
— Affatto.
Il conte si rabbuiò.
— Come non debbo contare sui vostri centomila franchi?
— Esattamente. Riflettete, conte, che voi ce ne dovete già tre o quattro volte tanti.
— Ma avete delle garanzie…
— Che non valgono nulla!
Le risposte del banchiere erano nette, taglienti.
Seguì un breve silenzio.
Il conte scompigliava con le sue dita nervose i suoi folti capelli neri.
Il suo viso, d’ordinario di un bianco giallastro, era divenuto più pallido, d’un lividore quasi terreo.
Il banchiere — era proprio tale il qualificativo parlando di quel bravo Revillac? — veniva a rammentare al conte la sua rovina, rudemente, spietatamente.
Questo Alverniate, uscito dal nulla, nato nelle montagne del Puy-du-Dôme, arrivato a Parigi senza un soldo, da prima commesso a cento franchi al mese in una Casa di scontisti voraci come lupi affamati, che, in una ventina d’anni, a forza d’usura e di ruberie, si era fatta una fortuna così considerevoleche la voce pubblica gli attribuiva diggià una dozzina di milioni, passava per uno dei più ingordi usurai di Parigi.
Il conte pensava frattanto che dal momento che Revillac gli rifiutava la somma domandata e gli tagliava il credito, egli era giudicato, finito, condannato!
Si passò una mano sulla fronte già solcata dalle rughe e guardò l’Alverniate.
Revillac non si alzò.
Tuttavia, apparentemente, il soggetto della loro conversazione era esaurito. Niente prestito, niente matrimonio! Dal viso del conte traspariva una sorda collera.
Che cosa gli rimaneva ancora ad ascoltare?
Le labbra spesse del banchiere ebbero un sorriso leggermente sprezzante.
— Voi sembrate abbattuto — diss’egli, — desolato… Disponete dunque di tante poche risorse? E che vreste fatto se, come me, foste nato in una capanna di cattive tavole sul fianco di un monte d’Alvernie, da un vccaro che guardava le bestie degli altri e da una povera donna che era la fantesca di quel poveretto? Un po’ d’energia, che diavolo! Voi non avete che una trentina d’anni; vi restano ancora una casa, un titolo e l’apparenza d’una fortuna… Vi par poco?
— E che volete che ne faccia? La casa crolla, il titolo non sollecita neppure la figlia d’un venditore di carbone e la fortuna non è più che un’ombra, uno scheletro!
— Sia — fece Revillac. — Questo è il presente. Vi restano le probabilità dell’avvenire.
— Ma dove sono mai queste probabilità?
— Debbo dunque io farvele conoscere?
— Dite, dite. Mi rnderete un vero servigio
— Ascoltate… Io vi assicuro che vorrei tutto tentare per salvarvi. Mi si accusa di avere il cuore duro. Non è vero. Io non posso fare a meno d’interessarmi alla sorte di coloro che mi arricchiscono.
— Come il pastore al gregge di cui tosa la lana!
— Può essere — disse lui dolcemente sorridendo. — Dunque, io mi interesso a voi…
— E anche ai tre o quattrocentomila franchi che vi debbo ancora.
— Naturalmente. Voi comprenderete bene che allorquando ci capita tra le mani un prodigo della vostra fatta, noi posiamo il suo avvenire, il suo valore, in una parola, attuale e presumibile. Ora, voi avete una considerevole superiorità nel vostro giuoco.
— Io?
— E potreste dubitarne?
Il Conte lasciò cadere a fior di labbra queste parole:
— La duchessa di Brevannes?
— Vedete bene che ci pensate voi stesso, dal momento che la nominate… Sì, conte: vostra zia, la duchessa di Brevannes-Chateaufort, una gran dama, eccessivamente ricca e che deve avere presentemente…
— Sessantasette anni giusti.
— Dunque, presumibilmente, ella non potrà vivere ancora molto…
— Disgraziatamente per voi e per me — obiettò con vivacità il conte — indipendentemente dai suoi sessantasette anni e dalla sua fortuna che è, infatti, considerevole e molto ben costituita, ella ha un erede…
— Il suo pronipote, il duce Andrea di Brevannes, vostro giovine cugino.
— Venticinque anni, una salute di ferro, una robustezza a tutta prova, una vita tranquilla, immune dai vizi che mi hanno rovinato, dalle abitudini di ufficiale di cavalleria, saggio o, per lo meno, ragionevole, entusiasta del suo mestiere di soldato buono e bravo compagno, infine, amato da tutti coloro che lo conoscono… Che diamine volete che sua nonna, la quale lo adora, faccia per me?…
Revillac dichiarò con calma:
— Le più rare qualità non hanno mai impedito ad un uomo di morire; e se il destino volesse che il giovane duca, per quanto perfetto egli sia, venisse a sparire, voi ereditereste prima di tutto la sua fortuna, ed in seguito quella della duchessa, almeno in parte rilevante…
— Senza dubbio; ma a quale scopo sognare delle cose irrealizzabili?
— Aspettate. Dove trovasi ora il giovinotto?
— Di guarnigione a Tours, luogotenente dei cacciatori.
— Già luogotenente?
— Da quindici giorni. Egli passa per un ufficiale modello.
— E’ appunto quello che han detto anche a me.
L’alverniate si esprimeva con apparente indifferenza, ma i suoi occhi d’un bleu carico fissavano quelli del suo debitore con persistenza singolare, come per far penetrare nello spirito un’idea sulla quale egli non voleva insistere troppo.
— Infine, mio caro, — diss’egli levandosi, — io credo che in questo momento sia la sola probabilità sulla quale voi possiate fare qualche fondamento.
— La decisione dei Perraud è definitva?
— Senza appello.
— Nessuna probabilità con questa ereditiera come con le altre?
— Nessuna, purtroppo. Scacco completo!
— Voi non potete prestarmi centomila franchi?
— Impossibile.
— Cinquantamila?
— Nemmeno.
— Siete spietato.
— Per forza! E se volete che vi esprima francamente la mia opinione, io credo che il nostro credito sia terribilmente compromesso. Noi siamo andati troppo lontano con voi, mio caro… Arrivederci!
Egli non porse neppure la mano al suo debitore, il quale restò inchiodato sulla sua sedia fino al momento in cui udì rinchiudersi la pesante porta del vestibolo.
Allora il conte si raddrizzò.
Quel Revillac, il cui coupè s’allontanava rapidamente al trotto d’un eccellente cavallo di servizio, aveva ragione.
Egli aveva dato una forma precisa a una idea che lo aveva tormentato più di una volta.
Tra lui e la grande fortuna della duchessa di Brevannes, sua zia, tra tutti quei dominii, quei castelli, quelle case, quelle economie accumulate durante venti anni di vedovanza, che cosa mai si frapponeva?
Una testa, una sola: quella di Andrea di Brevannes, suo cugino, il pronipote della duchessa e, anche, il suo idolo.
Era poco, ma era anche troppo.
Era l’ostacolo contro il quale egli non poteva nulla, a meno di un delitto.
E questo delitto egli non aveva mai neppur sognato di commetterlo.
D’altronde contro quante difficoltà non avrebbe egli urtato? E contro quali pericoli?
Egli scartò quest’idea assurda con un gesto secco, aprì un portasigarette e ne scelse una, che accese lentamente, dicendo a se stesso:
— Bisogna cercare qualche altra cosa.
Tuttavia l’abbominevole idea tornava alla carica, come quelle mosche importune che uno tenta di scacciare e che tornano di nuovo un istante appresso a ronzare al nostro orecchio.
— Un’altra cosa! E’ facile a dire, ma che?
Quel Revillac, sua suprema speranza, la risorsa che gli permetteva d’attendere gli avvenimenti, gli sfuggiva come gli altri.
Improvvisamente la porta s’aprì senza che nella sua preoccupazione egli avesse udito alcun rumore intorno a lui.
— Toh, Andrea! — diss’egli.
— Sì, sono io — rispose una voce allegra, franca e maschia.
— A Parigi?
— Come vedi.
— Da quando?
— Arrivo ora.
— E Tours?
— Tours e il reggimento non vanno male, suppongo, se si trovano come io li ho lasciati.
— Hai avuto un congedo?
— Di cinque giorni. Il mio colonnello è un angelo, estremamente buono…
— Per te?
— Come per tutti i commilitoni, grandi e piccoli.
— Un padre!
— Press’a poco.
Il nuovo venuto aveva una di quelle fisionomie che conquistano immediatamente i cuori.
Era il duca Andrea di Brevannes.
Sedè, senza complimenti, a cavallo di una sedia, stese la mano verso la scatola dei sigari, e domandò, per abitudine:
— Tu permetti?
— Come dunque?
Il suo avana era acceso.
Il conte riprese:
— Dunque tu sei sempre felice al tuo reggimento?
— Sempre. Una famiglia, mio caro! Dei commilitoni gai e spensierati. E non c’è mica tempo di annoiarsi, sai? Con la consegna e il servizio: giorni passano come minuti. Il mio sogno è d’arrivare a essere colonnello.
— Le tue ambizioni sono limitate… tu lo realizzerai facilmente.
— Lo spero.
— A proposito di distrazioni: Chose m’ha raccontato d’averti visto in compagnia d’una stupenda giovane persona…
— Dove dunque
— Mah… non so precisamente… Nei dintorni del boulevard.
— E’ molto tempo?
— Quindici giorni o tre settimane fa.
— Chi è dunque questo Chose?
— Chevillon.
— Il tuo pittore?
— Sì, il mio amico Chevillon: un artista che ha del talento.
— Ti credo.
— E trentamila franchi di buone rendite, ciò che gli permette di dedicarsi alla grand’arte, senza preoccuparsi per il pane quotidiano.
— Di più, un bravo giovane, giustamente assai stimato — affermò il luogotenente. — Come diavolo avete potuto legarvi così intimamente con dei gusti tanto differenti? Egli non amava che lo studio…
Il conte osservò:
— Mentre io non amo che il piacere! E’ ben questo ciò che volevo dire?
— Sì, ma non già per muovertene rimprovero. Tu, naturalmente, fai ciò che più ti piace.
Il conte replicò con apparente noncuranza:
— Io seguo la corrente, ma non esito punto a riconoscere che ciò è piuttosto pericoloso; ma quando si è presi nell’ingranaggio non è molto facile uscirne come si vorrebbe.
E cambiò bruscamente soggetto.
— Mia zia? — chiese.
— La sua salute è perfetta, secondo quanto ella mi ha scritto non più tardi di ieri.
— E il suo amico, il vecchio Plessis?
— Sempre lo stesso: il più amabile dei vicini…
— Dì piuttosto dei suoi… dozzinanti, poichè egli è più spesso a Fontaine che alla sua Tour-Saint-Loup.
— Un luogo ammirevole. Che vuoi? Papà Plessis non ha famiglia. Egli è ricchissimo. Dopo una lunga vita di celibe e quarant’anni di lavoro come avvocato — ed era annoverato tra i più distinti del suo tempo — egli si è ritirato nel suo castello di Saint-Loup, ove vive da gentiluomo milionario. La sua amicizia per la duchessa è di antica data. Essi si amano come due buoni vecchi quali sono.Che male ci vedi tu?
— Nessuno. Che età ha il… buon uomo?
— Settantadue o settantatrè anni.
— E li porta bene?
— Fresco come una rosa. Del resto, potrai giudicare tu stesso.
— In che modo?
— Noi cacceremo domani, domenica e lunedì a Fontaine-aux-Bois. Sono anzi venuto appunto per dirtelo. Spero che ci farai la cortesia d’essere dei nostri.
— Chi sarà con voi?
— Anzitutto il mio amico Villedieu.
— Il tuo inseparabile!
— Qualche ufficiale del mio reggimento, degli amici intimi, Chailley e Cormery; in tutto sette od otto bravi compagni. La nonna sarà felicissima di vederti; tu la trascuri troppo!
— E se ne duole?
— Spesso.
Il conte si giustificò:
— Che vuoi, amico mio, il tempo passa così rapidamente! Un vero turbine! Si ha appena agio di respirare!
— A chi lo dici! Ma, dopo tutto, abbiamo davanti a noi due o tre giorni di libertà. Approfittiamone. Tu verrai, dunque?
— Con piacere.
— Prendi l’espresso domani mattina. Si fa colazione alle undici. Ti va?
— Perfettamente.
— Io conto su di te. Conduci il tuo amico Chevillon. E’ un amabile giovanotto. Mia nonna l’ama assai. Egli disegnerà un angolo del parco mentre noi ammazzeremo lepri e conigli. E anche i fagiani non mancano, stando alle assicurazioni di Labrousse.
Labrousse era il capo-guardia della duchessa di Brevannes, nel suo dominio di Fontaine-aux-Bois, nel Yenne.
Il giovane ufficiale si levò.
— Ecco fatta la mia commissione — disse egli.
E porse la mano a suo cugino che la strinse con effusione.
Il conte restò solo.
Allora i suoi lineamenti, tesi in una espressione d’iamabilità forzata si spianarono.
— Trecentomila lire di rendita! — pensava. — Egli le ha in attesa del patrimonio di sua nonna. Se le avessi io! E un’amante adorabile! Chevillon me l’ha detto, ed egli se ne intende, l’artista! Tutte, tutte le fortune, mentre io dovrò separarmi dalla mia… Povera ragazza, che sarà di lei?
Le sue labbra erano serrate, i suoi occhi avevano una fissità strana.
Con la mano sinistra, intanto, andava tormentando febbrilmente le punte dei suoi baffi, mentre batteva con le nocche della destra sulla tavola dello scrittoio.
Egli si chiedeva:
— Perchè quel dannato Revillac mi parlava con tanta insistenza dell’eredità della duchessa? Quale manna nel mio deserto! Sarebbe la salute, la vita!
Aprì uno dei tiretti del superbo mobile che aveva innanzi.
Vi si trovavano ancora una trentina di migliaia di lire.
Era appena appena quanto egli rischiava ogni notte o anche in una sola riunione di corse!
E allora?
Fino a quel giorno egli aveva salvato la faccia, come dicono i cinesi, aveva conservato le apparenze; ma era giunto oramai al margine dell’abisso e da molto tempo intravedeva il precipizio nel quale sarebbe fatalmente piombato.
— Sta bene — concluse. — A domani, mio caro Andrea.
Non era punto ai fagiani o ai caprioli di Fontaine-aux-Bois ch’egli sognava in quel momento.
L’Alverniate non aveva perduto il suo tempo.
Il suo credito cominciava a riacquistare un certo valore.
Il cattivo grano ch’egli aveva seminato nell’anima del suo debitore vi germogliava rapidamente, come quell che si getta in una terra sapientemente preparata, in un giorno di tempesta.

Note

“Alverniate” — Auvergnat, si intende di chi proviente dalla regione di Alvernia (Auvergne), nel centro della Francia, dal 2016 confluita nella regione Alvernia-Rodano-Alpi.

“Casa di scontisti” — maison d’escompteurs: non è chiaro se il termine francese sia tradotto correttamente. Forse nell’Italia di inizio Novecento il termine “casa di scontisti” aveva un senso, che però nel caso sembra essere andato perduto.


L.

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Pubblicato da su maggio 6, 2017 in Pulp

 

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