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[Pulp] L’uomo senza nome di Louis Létang

09 Giu

Questa settimana presento i primi due capitoli di un testo del giornalista ed apprezzato autore di feuilleton Louis Létang (1855-1938), nome ignoto ai lettori italiani se non per due pubblicazioni del 1915 della collana “I Romanzi del Corriere della Sera” (Figlia di regina e Il delitto del chirurgo).

Non sono riuscito a trovare una data sicura della prima apparizione di Jean Misère, essendo sia l’autore che i suoi romanzi del tutto persi nell’oblio, ma di sicuro il romanzo viene presentato a puntate su “La Stampa” dal 16 settembre 1910 al 6 gennaio 1911, con il titolo “L’uomo senza nome“.

Quella che mostro di lato è un’immagine di quando il romanzo è apparso a puntate sul quotidiano “Le Midi Socialiste” a partire dal 13 luglio 1911.


L’uomo senza nome

I.
Nella neve

Un vento ghiacciato, tagliente, fischiante, sollevava turbini di neve. Le poche lanterne che i borghesi di Parigi appendevano la sera, per ordine reale, agli angoli di ogni via, si erano spente. Sulla città addormentata, silenziosa come una necropoli, pesava una oscurità fitta, nella quale si distinguevano appena le banche facciate delle case. Il vento si ingolfava furiosamente nei vari stretti e tortuosi del Marais, spazzando in tutti i sensi gli strati sempre più spessi che ricoprivano il suolo, staccando e sperdendo nello spazio i mucchi che si formavano sulla grondaie dei tetti e facendo rotolare fino agli angoli delle vie i fiocchi bianchi che, nelle tenebre, cadevano su Parigi.
Tutte le porte e le finestre erano accuratamente chiuse; alla chiesa di San Paolo suonavano le undici.
In quell’oscurità e in quella tempesta una donna camminava. La neve le si era appiccicata alla lunga pelliccia e pareva avvolgerla in un sudario immacolato simile a quello di cui i Cantori del Nord vestono le giovani vergini delle loro leggende.
Qualche soffio potente, odio o amore, la spingeva senza dubbio in mezzo a quella tempesta glaciale e solo poteva darle l’energia febbrile la risoluzione tenace che la facevano trionfare, senza scoraggiarsi, di tutte le difficoltà e di tutti gli ostacoli. Chinando la testa e stringendo colle mani illividite dal freddo la pelliccia che il vento le strappava di dosso ella camminava con passo rapido e pesante, insensibile ai dolori fisici, insensibile alla furia degli elementi scatenati. Tuttavia sul crocicchio della vecchia via del Tempio e della via dei Francs-Bourgois ella fu obbligata di fermarsi barcollando. Le correnti dei venti provenienti da quattro direzioni opposte combattevano, incontrandosi in quel punto, venendo a battaglia. Era una mischia furiosa, un caos infernale, frammezzo al quale si udivano urli e fischi fantastici tali da spaventare chiunque non fosse stato quella donna eroica. Ella si fermò un istante, più per raccogliersi che per esitare, poi, chiudendo gli occhi, si slanciò nuovamente nella tormenta. L’uragano l’avvolse nei suoi nembi gelati come una preda: i piedi di lei affondarono nella neve ammucchiata; il cappuccio della pelliccia,violentemente strappato, lasciò nudo un viso di fanciulla delicato e bello, ma livido dal terrore istintivo che produce sempre su un individuo qualsiasi la minaccia della morte. Le trecce nere della capigliatura, trattenute dal cappuccio, caddero sulle spalle e in un attimo furono tutte bianche.
Spaventevole ironia! Le forze più potenti e più pericolose della natura riunite contro una debole donna, quasi una bambina!
Un momento di debolezza, un capogiro, uno svenimento poteva essere per lei la morte!
Con uno sforzo supremo di volontà trattenne il grido che stava per uscire dalle labbra e usando di tutte le sue forze con una specie di collera selvaggia, riuscì ad attraversare il passo pericoloso. Allora, senza ripigliar fiato, approfittando di un momento di calma relativa, corse per un cento passi ed andò a fermarsi davanti ad una palazzina, le cui finestre erano oscuratamente chiuse. Un filo di luce passava pertanto fra le fessure della finestra.
Ansante, col viso contratto da dolorosa commozione, la giovinetta contemplò lungamente il debole raggio luminoso. Era per indubbiamente una rivelazione, una prova, perchè si avvicinò al muro e, immobile, stette in ascolto.
Insieme ai singhiozzi del vento ella intese riso, canti, cozzi di bicchieri. Di fuori la tempesta, dentro l’orgia!
Ad un tratto trasalì fortemente. Una voce d’uomo, piena, sonora, vibrante e beffarda, aveva intuonato una canzone oscena. La fanciulla non distingueva le parole, ma il canto giungeva chiaro, distinto, ironicamente accompagnato dai lugubri gemiti dell’uragano. Il ritornello della canzone fu allegramente ripreso da altre voci d’uomini e di donne.
Appoggiata al muro, coi piedi nella neve, collo sguardo fisso, ella ascoltava sempre, ma non capiva più. Una lotta terribile si combatteva in lei. Con brusco movimento rialzò i capelli che le si erano appiccicati alla fronte e alle tempie, poi contemplò il cielo scuro. Il suo sguardo cercò nell’oscurità infinita un punto luminoso, una stella, un raggio, un bagliore. Nulla! Immutabile e tenebroso, il firmamento le stendeva sulla testa la sua immensità desolante. Allora l’espressione del suo viso cambiò; all’angoscia superstiziosa che l’aveva per un istante animata successe una risolutezza selvaggia ed irremovibile. Ella si rialzò lentamente e col braccio fece nelle tenebre un gesto energico.
– Sì!… – ella disse con voce ferma, come per rispondere ad un ordine della sua volontà.
E si diresse, rigida e grave, verso la porticina dalla quale si entrava nella palazzina.
Nell’interno echeggiavano sempre le risa e i canti.
La fanciulla prese sotto alla pelliccia una chiave che introdusse nella serratura.
Cedendo alla pressione della sua mano fremente, la porta si aprì.
Ella entrò, lasciando dietro a sè la porta spalancata.
Doveva conoscere in casa, perchè si introdusse senza esitare in un andito oscuro e camminò rapidamente e silenziosamente, senza far più rumore di un’ombra. In fondo al corridoio trovò una porta, dalla quale penetrò in un salottino buio, quindi andò a fermarsi dietro a un uscio di comunicazione che metteva nella sala dalla quale uscivano le grida e i canti. Aprì l’uscio, e dallo spiraglio elle tende che lo coprivano dalla parte della sala, guardò ed ascoltò.
Un lampadario carico di candele e quattro candelabri posti sulle mensole ai quattro lati della sala inondavano di luce la tappezzeria in velluto rosso rialzate da frangie in oro e facevano scintillare due grandi trofei, nei quali erano riunite tutte le armi conosciute in quell’epoca, dalla spada pesante e gigantesca degli antichi cavalieri, fino a quella sottile e fine dei gentiluomini d’allora. Nel fondo, fra le due finestre che guardavano in istrada, tutta la parete era coperta da una tappezzeria rappresentante, in rilievo, uno stemma azzurro cosparso di fiori di giglio in oro ed attraversato da una striscia d’argento ciò che significata che il padrone di casa era discendente, dal ramo bastardo, dei re di Francia. Nel monumentale camino in marmo bianco ardeva un gran fuoco.
Sdraiati su grandi seggioloni, quattro gentiluomini colle giubbe sbottonate, più che a metà ebbri, ridevano e conversavano con donne seminude sedute accanto a loro.
– Dunque, Gastone, – diceva un d’essi rivolgendosi ad un giovane signore, il quale, colla testa rovesciata sulla spalla d’una sua vicina, canterellava un’aria di caccia, – il tuo ritorno fra noi è proprio sincero, definitivo, e il tuo amore serio, semiconiugale è davvero finito?
– Il cielo ne sia eternamente lodato! – rispose con gesto ironico colui ch’era stato interpellato col nome di Gastone. – Ah! cari amici, ve lo dico in verità, fuggite come la peste tutte le donne capaci di perseguitare un galantuomo, più di otto giorni di seguito, del loro sempiterno amore!
– Oh! signor duca! – gridarono in coro le quattro donne.
– Signore, silenzio! – riprese Gastone in tono di comando. – Pel momento non avete voce in capitolo… E poi, d’altronde… lasciamo quell’argomento… Ninon, dammi da bere.
Prese la coppa; Ninon gliela riempì fino all’orlo.
– Allora parti proprio domattina? Sei deciso?
– Deciso parto tra qualche ora senza indugiare nemmeno un momento.
– Per la Spagna?
– Sì, pel paese delle andaluse e delle castigliane.
– Guardati però; le spagnuole, caro cugino, sono vendicative, ed ho inteso raccontare, non avendo mai avuto il periglioso piacere di esperimentare la cosa per mio conto, che esse vanno spesso e volentieri incontro agli amanti infedeli col pugnale alla mano.
– Basta! esagerazione pura!… – interruppe Gastone ridendo. – Le donne, spagnuole o francesi che siano, gridano, piangono, minacciano, ma non colpiscono mai.
– Allora tu non temi la disperazione, nè la vendetta della signorina D’Arbelles?
– In fede mia, no! Ma temo, più del supplizio, i suoi interminabili lamenti, i suoi pianti e le sue maledizioni. Ed è per evitarli per sempre che lascio Parigi in tutta la fretta, incaricato di una missione segreta e probabilmente molto spiacevole per Sua Maestà Cattolica Carlo II. Ahimè! cari amici, a meno che voi veniate a trovarmi a Madrid, ho paura che non ci rivedremo per un pezzo…
– Dunque la abbandoni senza rimpianto quella povera fanciulla?
– Senza il più lieve rimpianto.
– Eppure la dicono ammirabilmente bella!
– Bellissima, caro mio; ma tanto noiosa! Figurati che, col pretesto che ella è madre di un grazioso bambino di sei mesi, vuole assolutamente che io la sposi; io, duca della Tremblade nipote di Enrico IV! Che ne dici della pretesa?
– Esorbitante, impossibile! – dissero in coro tutti i gentiluomini…
– Ella assicura… che in altri tempi… ho formalmente promesso di sposarla. Non me ne sovvengo, ma potrebbe anche darsi. Chissà quali e quante sciocchezze ho detto e fatto dopo quindici mesi di amore sentimentale che m’avevano rotto la testa e irritato i nervi. Amici, guardatevi dalle lunghe e serie passioni; vivano i facili amori, e al diavolo la signorina D’Abelles!…
E Gastone abbracciò e baciò fragorosamente la sua vicina, dicendo:
– Stasera sono innamorato di Ninon, e bevo alla mia libertà!
Con un gesto da vincitore portò la coppa alle labbra, ma ad un tratto il suo viso illividì ed egli posò sul tavolo la coppa intatta.
Bianca come un fantasma, avvolta nel sudario di neve, una donna, sollevando la tenda che l’aveva tenuta nascosta fino a quel momento, s’avanzò verso Gastone. Fissando su lui uno sguardo di sprezzo, con voce lenta e accento sdegnoso:
– Duca della Tremblade – ella disse, – sei un miserabile e un vile!

II.
Giovanna D’Arbelles

Quell’apparizione aveva strappato un grido di sorpresa ai gentiluomini, un urlo di terrore alle donne più paurose e più superstiziose.
Un silenzio di morte successe improvvisamente all’allegro frastuono. Il duca della Tremblade si alzò con brusco movimento poi ricadde sul seggiolone col viso contratto dalla collera, dalla vergogna e da un vago timore, di cui non conosceva nè prevedeva la causa.
– Giovanna! – egli esclamò abbassando gli occhi davanti a lo sguardo fiammeggiante della fanciulla.
Silenziosi, visibilmente impressionati da quella scena, sebbene si sforzassero di conservare la loro fisionomia beffarda, i tre amici di Gastone guardavano con ammirazione profonda quella Giovanna D’Arbelles, di cui il duca aveva parlato tanto leggermente.
Dritta, rigida, col braccio teso, con atteggiamento da sibilla, ella pareva, nella sua bellezza scultoria, la statua di marmo mandata da Dio per colpire Don Giovanni spergiuro e libertino. Gli occhi neri, grandi scintillanti, implacabili, si fissavano su Gastone della Tremblade con orrore e ripugnanza, come se avesse finalmente scoperta l’anima vile e perversa dell’uomo che ella aveva amato. Sulle sue labbra violacee s’era quasi agghiacciato il respiro e una ruga le solcava le pallide gote agli angoli della bocca. Incorniciata dalla pesante capigliatura nera, ancora cosparsa di fiocchi di neve che andavano sciogliendosi lentamente, quella testa di donna oltraggiata aveva una espressione di dolore, di sdegno, di odio sprezzante, dominata da una risoluzione terribile e fatale.
Il duca di Tremblade aveva avuto un momento di stupore ed aveva chinato lo sguardo, pallido e senza voce. Ma improvvisamente passò la mano sulla fronte, come per scacciare quel timore vago da cui era stato assalito al momento dell’apparizione della signorina D’Arbelles e prendendo sul tavolo la coppa ancora piena, la vuotò d’un tratto. Il viso stanco gli si colorì, sulle labbra apparve un sorriso forzato, e prendendo un’aria spigliata, si rovesciò sul seggiolone e incrociò lentamente le gambe l’una sull’altra. Gli era nato in mente il pensiero che la signorina D’Arbelles non fosse stata spinta a tal passo che dalla gelosia. Dopo gli insulti si aspettava di udire i pianti e le suppliche. Dopo tutto, quella scena lusingava il suo orgoglio, e voleva mostrarsi superbo e sdegnoso alla presenza degli amici.
– Perdio! – egli disse con tono ironico: – ecco un’entrata veramente tragica e inaspettata! Ci ascoltavi dunque, mia cara Giovanna?
– Sì, – ella rispose: – ascoltavo e intesi tutto!
La voce era sorda, fischiante e usciva a stento dal petto oppresso.
– Bella scoperta, in fede mia! – continuò Gastone senza osservare il lampo di minaccia che guizzò nelle pupille di Giovanna. – Propositi di giovani pazzi che hanno allegramente cenato. Ma venire con questo tempo orribile è davvero un’imprudenza. Devi essere gelata.
Allungò la mano per prendere quella della fanciulla che le pendeva inerte al fianco.
Ella indietreggiò con orrore e il duca della Tremblade rimase imbarazzato.
– Suono subito – egli riprese vivamente – per dar ordine di ravvivare il fuoco, affinchè ti possa asciugare e riscaldare.
– No, – ella disse. – Il freddo importa poco quando la morte ci è vicina…
– Quali parole lugubri e quale accento fatale! – esclamò Gastone, tentando di sorridere. – E’ l’influenza di questa notte terribile, di questa bufera infernale che ti fa parlare a quel modo e che t’ispira quei pensieri sinistri. Non so davvero capire quale idea tu abbia avuto per venir qui sola ed a quest’ora… ma comunque sia, discendiamo, ti prego, da quelle altezze tragiche e parliamo ragionevolmente. Io parto domattina, e confesso di averti accuratamente tenuta nascosta la mia partenza. Ho dato stasera da cena ai miei amici e mi confesso anche di quello. Ma se ho creduto agire così, è stato nel nostro comune interesse. Ho voluto evitare la scena straziante degli addii, che tu, invece, pare sii venuta a cercare… Ebbene, sia pure! Sono a tua disposizione e mi dichiaro pronto a darti tutte le spiegazioni che sarai per chiedermi. Se però trovassi il luogo male adatto, o qualche scrupolo t’impedisse di parlare davanti ai miei amici, ti propongo, più del tuo che nel mio interesse, di uscire da questa sala e di andare nel piccolo oratorio che conosci.
Giovanna D’Arbelles lo guardò con fierezza suprema.
– Non ho vigliaccherie, nè spergiuri sulla coscienza, io, – ella disse con accento di sprezzo; – e tu solo devi arrossire davanti ai tuoi compagni d’orgia.
A quelle parole i tre gentiluomini s’alzarono cerimoniosamente.
– Il duca Luigi di Bellemonti – disse inchinandosi davanti alla signorina D’Arbelles il giovane signore che chiamava Gastone suo cugino.
– Il marchese Gontran di Croixmare, – disse il secondo con eguale saluto.
– Il conte Giorgio di Presles, – disse l’ultimo.
E tutti e tre ripresero i loro posti, gravi quanto più potevano parerlo.
– Signori, – disse ironicamente Gastone, – vi chiedo scusa per questo tragico intermezzo che non contavo offrirvi. Non era nel programma, ve lo assicuro, e se avessi potuto prevederlo, avrei fatto di tutto per risparmiarvelo.
I gentiluomini non risposero. Quel sarcasmo faceva loro penosa impressione, e Giovanna era così stranamente bella che, malgrado la loro leggerezza, il loro scetticismo, le loro opinioni libertine sulle donne, si sentivano commossi, impietositi dalla sua sventura, sorpresi dalla sua energia, meraviglia dell’espressione di fierezza selvaggia della sua fisionomia.
La fanciulla aveva finto di non udire le ultime parole di Gastone. Ella lo guardava con persistenza ostinata, come se avesse cercato in quest’uomo, che sapeva vile e spregievole, la traccia di qualche nobile sentimento che potesse far trasalire il suo cuore di madre, che potesse ancora farlo vibrare.
Ma scosso lentamente la testa, il suo sguardo divenne duro e minaccioso, e lasciò cadere una ad una, con accento breve e con tono altero, queste parole:
– Duca della Tremblade, se tu avessi sedotta e disonorata la figlia di un povero ufficiale, dissimulando il tuo nome e il tuo titolo, nascondendo sotto la maschera dei più generosi ed elevati sentimenti le tue passioni basse e vergognose, sarebbe stata una infamia odiosa, che ti avrei perdonata, perchè io sola avrei dovuto soffrire, piangere, morire. Se tu avessi straziato il mio cuore, rubandomi quiete e onore, se mi avessi fatto dubitare di tutto ciò che è grande, nobile, generoso, se mi avessi fatto maledire cento volte la vita e cento volte desiderare la morte, tutto ciò non mi avrebbe strappato, davanti a te, nè un sospiro, nè una lagrima. Scocciata, maledetta dal padre, disprezzata da tutti, sarei fuggita, e nessuno avrebbe mai più conosciuto il luogo di mia dimora!… Ma ciò che non voglio!…
La voce della giovane donna era divenuta stridente, i suoi occhi lampeggiavano. Fece un passo e posò la mano tremante e convulsa sulla spalliera del seggiolone, sul quale Gastone era sempre sdraiato, col sorriso sulle labbra, come se avesse ascoltato qualche discorso piacevole e insignificante.
– Ciò che non voglio, – ella continuò, – è che mio figlio, tuo figlio, duca della Tremblade, entri nella vita più miserabile e più diseredato del figlio di un mendico; non voglio che egli sia un bastardo rinnegato dal proprio padre, che, per lui, il passato sia una vergogna, e l’avvenire una minaccia! Raccolgo in questo momento tutti i giuramenti che mi facesti e te li getto in viso! Duca, guardati!… Fino a stasera ho pianto, ho supplicato, mi sono trascinata ai tuoi piedi, e tu hai riso delle mie lagrime, hai riso dei miei dolori. Ora tutto è esaurito; mi sono convinta che nessuna fibra generosa può vibrare in te, e mi rivolgo alla tua vigliaccheria. Lo vedi: i miei occhi sono asciutti, la ima bocca non prega più, ma minaccia. Trema, perchè sento in me una energia fatale, una risoluzione sinistra, e se abbandoni nostro figlio…
– Ebbene, che farai, mia bella Giovanna – interruppe il duca, alzando verso lei il volto beffardo.
Ella lo guardò negli occhi per un istante, con intensità spaventevole, poi disse, con voce fremente:
– Ti ucciderò!
Gastone sentì un lungo brivido corrergli per le vene. Gettò attorno alla sala uno sguardo inquieto, furtivo, come se avesse cercato un rifugio, un’uscita per fuggire. I suoi tre amici seguivano on ironica curiosità, sul suo viso, la traccia delle impressioni, che andavano succedendosi in lui. In loro presenza non bisognava aver paura di una donna. Per orgoglio, egli dissimulò i suoi timori, e si mise a ridere fragorosamente.
– Mi ucciderai!… Ma sei pazza, cara Giovanna… Non farti nemmeno udire a dire simili sciocchezze… E a chi ti servirebbe la mia morte?
– A vendicarmi!… – ella rispose, con voce cupa.
Vi fu qualche momento di silenzio.
– Senti, – riprese ad una tratto Giovanna; – fra cinque minuti suonerà mezzanotte. Ti dò quei cinque minuti per riflettere e rispondermi.
E col braccio teso indicava un orologio, che guarniva la mensola del caminetto.
– Cinque minuti! – ripetè astone, ridendo; – cinque minuti per decidere della sorte della mia vita… Davvero, è un po’ poco: permetti, carina, che trovi la dilazione troppo breve e la pretesa per lo meno singolare… Tu non rifletti, bella Giovanna, che stasera non mi trovo menomamente disposto ad occuparmi di cose tanto serie, gravi ed anche pericolose. Pensa un poco che direbbe re Luigi XIV, mio cugino, se mi ammogliassi senza il suo permesso. Sarebbe capace di mandarmi a marcire alla Bastiglia, e ti confesso che nutro un santo orrore per quella tetra prigione.
Tacque un momento, poi, rivolgendosi agli amici:
– Vediamo, miei buoni amici, – continuò; – aiutatemi voi e fate comprendere a questa cara bambina cui l’amore fa delirare, che un nipote di Enrico IV non può disporre di sè come un commesso di negozio!…
– Caro cugino, – rispose il duca di Bellemoni – permetteteci di rimaner neutri in questo grave dibattimento, come dicono i magistrati. Noi non conosciamo abbastanza la quistione e non abbiamo diritto di far rimostranze alla signorina D’Arbelles. Ciò sarebbe mancare gravemente alle leggi della più comune galanteria.
Quel rifiuto formale di difendere la sua causa esasperò Gastone della Tremblade; le sue sopracciglia si corrugarono improvvisamente, un sospiro maligno sostituì il sorriso beffardo che si disegnava sulle sue labbra un momento prima.
– Eh! perdio! – egli disse con violenza. – Dichiaro a tutti, senza frasi nè preamboli, che se dovessi sposare le mie amanti, vi sarebbero cinquanta duchesse della Tremblade, appunto cinquanta di troppo. Hai capito, Giovanna?
– Un rauco grido uscì dalla gola della fanciulla, una fiamma le avvampò il viso contratto da angoscia atroce, la sua mano strinse un pugnale che aveva tenuto fino a quel momento nascosto sotto alla pelliccia, ed ella rimase qualche istante immobile, collo sguardo fisso, come istupidita.
Evidentemente il colpo mortale risentito era stato troppo violento e troppo brusco e la ragione della povera donna pericolava.
Ad un tratto il suono argentino dell’orologio la fece trasalire.
– Mezzanotte!… – ella gridò con voce smarrita.
Il suo braccio si stese con forza, e il duca Gastone della Tremblade, che aveva tentato sollevarsi dal seggiolone, ricadde inerte gettando un grido che gli uscì dalla gola come un rantolo. Giovanna D’Arbelles gli aveva conficcato nel petto un lungo pugnale.
Colpita al viso dal sangue che zampillava dalla ferita, la giovane donna indietreggiò spaventata, coprendosi gli occhi colle mani.
Quel delitto era stato compiuto tanto rapidamente, che nessuno degli spettatori aveva potuto opporsi. Vedendo Gastone cadere e udendo il gemito che gli era uscito dal petto, i tre gentiluomini erano accorsi.
– Sciagurata! – disse il duca di Bellemont guardando severamente Giovanna; – che hai fatto!
Ella stesse qualche istante senza rispondere, poi gridò tre volte.
– Giustizia! Giustizia! Giustizia!
Improvvisamente dette in uno scoppio di riso acuto, spaventevole, sinistro, un riso nel quale s’udivano singhiozzi; poi si slanciò fuori dalla sala facendo gesti strani, mormorando parole incoerenti e gridando ogni tanto con tutte le sue forze:
– Mezzanotte!… Giustizia!…

L.

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Pubblicato da su giugno 9, 2017 in Pulp

 

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