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[Pulp] La mano rossa di Henry Cauvain

14 Apr

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un “giallo” ante litteram, in cui l’indagine analitica la fa da padrona: “La mano rossa” di Enrico Cauvain, resa italiana de “La main sanglante” (raccolto in volume nel 1885) del romanziere parigino Henry Cauvain (1847-1899).

Cauvain è un autore in pratica inedito in Italia: l’unica sua pubblicazione nota è “Massimiliano Heller“, romanzo d’esordio del 1871 edito a Milano dall’Osservatore Cattolico nel 1880 (trad. di Paolo De Angelis) e ristampato dalla milanese Pro Familia nel 1927: da allora non si hanno altre notizie di sue opere.
Il personaggio di Maximilien Heller è comunque considerato fra gli ispiratori dello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle. Invece ne La main sanglante il detective protagonista – monsieur Bidache – è di tutt’altro genere, proprio perché l’autore cercava nuove caratterizzazioni per i suoi personaggi.

Quelli che presento sono i primi tre capitoli del romanzo, uscito a puntate sul quotidiano “La Stampa” dal 30 luglio al 15 settembre 1910. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


La mano rossa

I.

Il 26 novembre 1880, alle sei di sera, davanti ad una piccola casa situata in cima alla via del Chemin-Vert, a Clamart, era radunata una gran folla. La notte era cupa, cadeva la neve ed il vento faceva oscillare la fiamma delle lanterne portate da qualche curioso. Alla porta della casa un carabiniere ritto sulla soglia, avvolto nel suo gran mantello, stava di guardia e non lasciava entrar nessuno.
Tutta quella gente parlava a bassa voce, come fosse stata davanti a un morto, sussurrando risposte brevi alle interrogazioni dei nuovi arrivati.
Ad un tratto la porta si aprì e qualcuno domandò:
– E’ giunto il dottore?
In quello stesso momento s’intese il rumore d’una carrozza che veniva su per la salita, al passo. La carrozza si fermò davanti alla casa e ne scese un uomo.
– Signor dottore, signor dottore, hanno bisgno di voi, là dentro – dissero parecchie voci nella folla.
– Lo so, amici miei – rispose il dottore Guyon. – Sono venuti a cercarmi proprio nel punto in cui giungevo a casa.
E affidando le redini del cavallo a un contadino, il vecchio dottore entrò con passo pesante. Attraversò un corridoio angusto e si trovò in una camera quadrata, arredata con molta semplicità. Nel mezzo di quella camera eravi un gran tavolo e sul tavolo giaceva disteso un cadavere.
Tre persone stavano tutte attorno al morto, gravi e pensierose. Erano il commissario di polizia del Comune, il giudice di pace ed il sindaco, signor Simonin.
– Ah! dottore, vi aspettavamo – disse il sindaco andando incontro al signor Guyon, al quale strinse la mano.
– E’ tutto finito?
– Sì, quel disgraziato è morto forse da due o tre giorni: ora si tratta di procedere alle constatazioni legali.
– Un suicidio?
– Probabilmente – disse il commissario di polizia, al quale rincresceva ammettere che fosse stato commesso un delitto nel Comune posto sotto la sua sorveglianza.
– Vediamo.
I quattro uomini si avvicinarono al tavolo. Sul corpo rigido steso davanti ad essi cadeva la luce di sei candele sopportate da un alto candelabro che avevano trovato sul caminetto.
Il commissario mostrò col dito al dottore una larga ferita, che appariva al collo del cadavere, all’apertura della camicia, fatta tutta nera dal sangue rappreso. Quella ferita profondissima aveva dovuto procurare la morte immediata. Spogliarono il morto, e sulla persona non trovarono alcuna traccia di violenza.
– Avete scoperto qualche arma, un coltello? – domandò il dottore.
Gli presentarono un rasoio dal manico di corno nero, tenuto aperto per mezzo di una cordicella strettamente legata e annodata. La lama era rossa di sangue.
Il dottore cominciò a prendere qualche nota per la sua relazione.
«Corporatura sana e robusta. Età approssimativa: sessant’anni. Incisione al collo profonda cinque centimetri, larga otto. La morte pare sia avvenuta da due o tre giorni. Causa probabile del decesso…»
A questo punto il dottore passò con aria imbarazzata e a più riprese il lapis, che adoperava per scrivere, nelle lunghe ciocche dei suoi capelli bianchi.
Erasi di fronte ad un suicidio o ad un delitto?
Tutte e due le ipotesi potevano essere ammesse. La ferita era a sinistra del collo e siccome il defunto doveva essere forte e vigoroso, si poteva benissimo supporre che egli si fosse tagliato la gola.
Ma era necessario, prima di tutto, sapere chi fosse e conoscere qualche particolare della sua vita.
Il signor Guyon si voltò verso il sindaco e il commissario per interrogarli a quel riguardo.
In quel punto il carabiniere ch’era di guardia alla porta entrò ad avvisare quei signori che un uomo insisteva per entrare in casa.
E nello stesso tempo porse al commissario un foglietto di visita sul quale era scritto in bellissima calligrafia rotonda il seguente nome: M. Bidache.

II.

Il commissario fece un gesto d’impazienza e parve esitare poi, dopo aver riflettuto per un istante:
– Fate entrare! – egli disse.
Un piccolo uomo, tutto vestito di nero, calvo sebbene ancora giovane, e che portava grandi occhiali quantunque avesse occhi sani e vista eccellente, entrò timidamente salutando a parecchie riprese le persone riunite nella camera.
Il signor Bidache dimorava a Clamart da più di un anno. Ci viveva molto semplicemente assieme alla vecchia madre, coltivando il suo giardino e andando ogni giorno ad erborizzare nella foresta. Era amato da quanti lo conoscevano, perchè buono e cortese con tutti. Il suo viso, dai lineamenti delicati e regolari, aveva spesso attirato l’attenzione delle fanciulle del paese, piuttosto ardite, come sono nelle vicinanze di Parigi. Esse gli lanciavano occhiate procaci e si divertivano vedendolo arrossire fino alla radice dei rari capelli. Faceva dei versi, e s’era arrischiato a gettare qualche volta un piccolo rotolo di carta con un nastrino rosa nella cesta da lavoro di una bella ragazza che cuciva, l’estate, sulla soglia dell’uscio.
Il sindaco ed il commissario soltanto conoscevano gli antecedenti del giovane e ne conservavano il segreto. Il signor Bidache era stato per cinque anni agente di questura. Nel servizio delicatissimo che implicava il suo impiego egli aveva dato prove d’intelligenza rara e d’acutezza d’ingegno superiore. Ma la sua naturale timidezza lo aveva lasciato sopraffare da compagni più arditi e meglio protetti; i suoi servigi erano stati male apprezzati, era stato scoraggiato da parzialità evidenti, ed infine, nel 16 maggio, era stato vittima di una denunzia. Non lo trovavano abbastanza bonapartista e lo avevano messo, quasi per punizione, di servizio all’ufficio di …
Disgustato da tante ingiustizie, il signor Bidache aveva date le sue dimissioni, e siccome sua madre possedeva una piccola rendita, egli era venuto a stabilirsi con lei in campagna, doveva viveva felice e tranquillo.
Ma in fondo al cuore conservava un grande amore per la sua antica professione, e tutte le volte che una disgrazia e un delitto veniva a turbare la quiete del villaggio, lo si vedeva giungere col suo passo incerto, domandare timidamente dei particolari ed emettere, esitante, il suo parere, che era sempre il migliore.
Dopo aver salutato profondamente le persone riunite attorno al cadavere, il signor Bidache tossì e disse con voce malferma:
– Vi chiedo scusa, signori, d’aver osato… Forse sono stato troppo ardito… e indiscreto.
– Ma niente affatto, caro signor Bidache – rispose il dottore, che lo conosceva per aver curato sua madre qualche settimana prima e che aveva ammirato la devozione filiale del giovane: – non siete per niente indiscreto: rimanete pure.
Il commissario lo accolse più freddamente. Il signor Bidache aveva avuto parecchie volte occasione di far risaltare, scusandosi del resto umilmente, errori o negligenze commesse dal magistrato, il quale, si capisce, non poteva amar molto quel dilettante agente di polizia. Mentre il giovane esaminava il cadavere, la ferita e il rasoio aperto, il sindaco signor Simonin dava al dottore Guyon i ragguagli che gli aveva chiesti concernenti l’uomo che giaceva loro davanti. Tre mesi addietro un vecchio ancora florido e robusto era venuto a Clamart per affittare una casa. Diceva chiamarsi il signor Rodrigo. Aveva preso in affitto quella che trovavasi situata proprio in fondo al paese, quasi isolata e vicina ai boschi. Essa apparteneva a modesti commercianti di Parigi, che vi passavano l’estate e che erano stati ben lieti di trovare a trarne profitto durante l’inverno. Il signor Rodrigo non dormiva mai in quella casa. Ci veniva soltanto qualche volta nel dopopranzo, e se ne andava sempre verso le sei. Non riceveva visite; però qualche abitante di Clamart affermava aver visto due o tre volte uscire dalla casa persone estranee.
Il sig. Rodrigo non parlava mai con nessuno ed era soventissimo accompagnato da un cane nero.
Ecco tutto ciò che si sapeva di lui.
La mattina di quel giorno alcune persone che passavano per quella strada per andare nella foresta avevan inteso lagni e gemiti uscire da quella casa misteriosa, le cui persiane erano sempre ermeticamente chiuse. Andarono ad avvisare il commissario di polizia. Questo venne, ascoltò attentamente e intese infatti attraverso alla porta dei lamenti appena percettibili.
Chiamò a sè il giudice conciliatore e il sindaco. La porta fu aperta, e quando,spalancate le persiane la luce penetrò nella camera, un orrendo spettacolo si offrì ai loro sguardi.
Il signor Rodrigo era steso per terra in mezzo ad una pozza di sangue. Presso lui rantolava, negli ultimi momenti d’agonia, il cane, i cui gemiti erano stati uditi dai passeggieri.
E dopo aver dato dei ragguagli al dottor Guyon e al signor Bidache, che lo ascoltavano attentamente, il signor Simonin mostrò sotto al tavolo il cadavere del piccolo cane, steso per terra colle gambe rigide e gli occhi aperti.

III.

– Il nostro còmpito è finito – disse il commissario: – ora tocca ai giudici a decidere se vi fu delitto o suicidio!
Ma quantunque con quelle parole dichiarasse terminata la sua missione, pure non accennava ad andarsene, e i suoi compagni rimanevano, come lui, silenziosi, incerti e come assorti davanti a quel mistero inquietante.
– Il defunto aveva qualche carta? – domandò dolcemente il signor Bidache.
– Nessuna! – replicò il signor Simonin.
– E del denaro? Aveva del denaro?
– Su lui, nulla: ma il cassetto di questo scrittoio era aperto – disse il commissario di polizia andando verso un mobile – e abbiamo trovato questa somma: trentasette franchi e cinquanta centesimi. Non è dunque probabile che lo abbiano assassinato per derubarlo, tanto più che egli veniva soltanto in questa casa per passarci qualche ora e non doveva certo tener qui i suoi fondi.
Il signor Bidache aveva preso i panni del morto, che erano stati gettati sopra una sedia, e li esaminava mentre il commissario parlava. Un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, ma non contraddisse l’asserzione del grave magistrato.
– Ciò che potrebbe far supporre un delitto – disse il giudice – è la morte del cane. L’assassino avrà voluto ucciderlo perchè non desse l’allarme.
– si potrebbe anche ammettere che quella povera bestia fosse morta di fame – disse il commissario – poichè il decesso del padrone data da due a tre giorni.
– Bisogna sapere in qual giorno il signor Rodrigo venne qui l’ultima volta.
– Si è ritrovata la chiave di casa nelle tasche del defunto? – domandò Bidache.
– No; e pertanto la porta era chiusa e le serrature intatte.
Vi fu di nuovo qualche momento di silenzio; poi il commissario, avendo detto per la seconda volta che non c’era più nulla a fare attorno a quel cadavere, si disposero ad uscire.
Il signor Bidache portava il candelabro.
Nel momento in cui giungevano presso la porta d’entrata si fermarono tutti, facendo lo stesso movimento di stupore.
In faccia ad essi, sulla superficie bianca del muro, si vedeva distintamente l’impronta di una mano insanguinata largamente distesa.

L.

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4 commenti

Pubblicato da su aprile 14, 2017 in Pulp

 

4 risposte a “[Pulp] La mano rossa di Henry Cauvain

  1. gioacchino di maio

    aprile 14, 2017 at 5:21 pm

    A leggere queste righe mi sembra che Cauvain possa entrare egregiamente nelle collane dei classici gialli inglesi, tipo I bassotti di Polillo, chissà perché non è mai stato preso in considerazione dopo oltre un secolo.

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      aprile 14, 2017 at 5:30 pm

      La cosa strana è che viene considerato un progenitore di Holmes, eppure da circa un secolo è scomparso dall’Italia, come molti altri. Spero di avergli reso un minimo di onore postumo 😉

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  2. theobsidianmirror

    aprile 27, 2017 at 7:34 pm

    Fantastico! Decisamente diverso dal Leroux che ho letto poco fa. Ovviamente siamo molto lontani dal poter essere giudicato un capolavoro, ma perlomeno è chiara l’intenzione dell’autore di voler tenere sempre viva l’attenzione, con capitoli costruiti in modo che possano terminare con un colpo di scena. Sembra di assistere a una stagione di “24”, con Jack Bauer….

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      aprile 27, 2017 at 7:39 pm

      Chi scrive a puntate deve per forza saper padroneggiare il “cliffhanger” con cui chiudere ogni capitolo ^_^
      Anch’io ho trovato molto più piacevole questo testo rispetto a Leroux, ma non so giudicare un’italiano di inizio Novento…

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