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[Pulp] Colpevole di Jules de Gastyne

12 Mag

Questa settimana presento i primi due capitoli di un testo dello scrittore e drammaturgo francese Jules de Gastyne (pseudonimo di Jules Sillas Benoist, 1847-1920). Piccolo giornalista della provincia profonda, il nostro autore si trasferì nella rutilante metropoli parigina per poter sfondare, cosa che infatti gli riuscì: fu un apprezzato e prolifico autore, noto soprattutto per i suoi feuilleton, romanzi a puntate di stampo fortemente drammatico.
Siamo un po’ lontani dal “nero” che mi propongo di riscoprire – questo testo parla di un tradimento scoperto che rischia di finire in tragedia sanguinaria – ma ci tengo comunque a presentare autori dimenticati e la loro opera che, all’epoca, rispondeva ai gusti del pubblico.

Già dal 1886 appaiono in Italia i romanzi di de Gastyne, firmati però con il suo verso nome Jules Benoit. Roma, Torino e Milano se lo contendono, e Napoli nel 1898 finalmente presenta un romanzo (L’uomo della notte) firmato con lo pseudonimo Giulio de Gastyne.
Dopo Il cugino nel 1933, non risultano altri testi di de Gastyne usciti in Italia: l’autore va ad arricchire l’armata di autori totalmente dimenticati dalla nostra editoria.

Ecco dunque i primi due capitoli del romanzo Coupable?, apparso a puntate su “Le Petit Journal” dall’11 maggio 1905.
Ve li riporto come li ha presentati – con il titolo Colpevole? – il quotidiano italiano “La Stampa”, dal 18 marzo al 2 agosto 1906: è una lingua italiana di inizio Novecento, splendida da ammirare!
Ricordo che questa è la prima volta, in un secolo, che il testo rivede la luce in lingua italiana.


Colpevole?

Prima parte

I.
In fuga.

Era un triste pomeriggio d’autunno. Grandi nuvole plumbee, cacciate da un vento aspro, passavano sul mare glauco, su cui si scorgevano le striscie bizzarre e bianche delle spume sollevate dalle onde alte.
La contessa Miranda di Plonazec, colla testa rovesciata sul dorso di una poltrona, con un libro aperto sui ginocchi, colle mani abbandonate in un gesto di grazia triste, lasciava lo sguardo dei suoi grandi occhi errare vagamente sulle cose.
Ella sognava.
Una piega d’amarezza all’angolo della bocca, un pallore come quello che lasciano le lagrime recenti, insieme ad un livido sotto le pupille, tutto in lei diceva l’infinita desolazione.
Un leggero, leggerissimo urto alla porta la trasse dalle sue fantasticherie.
Levò la testa. Una ragazzina, quasi una bambina, con in capo un berretto brettone, entrava.
Costei tese una lettera e disse:
— Giovanni Maria ha portato or ora questa lettera.
— E’ di là?
— Sì, signora, ed attende una risposta, io credo.
— Dammi la lettera.
Ella strappò lentamente la busta e percorse lo scritto.
Poi, abbassando le pupille, parve riflettere profondamente.
La piccola brettone, per darsi del contegno, strofinava con un lembo del suo grembiule una mensolina,la quale, lucidissima, non aveva affatto bisogno di essere pulita.
— Maria Giovanna, va a dire a Giovanni Maria che aspetti un istante. Infatti a questa lettera è d’uopo una risposta.
La ragazza uscì.
Allora la contessa Miranda si alzò, e lentamente, cogli occhi fantasticatori, la fronte preoccupata, fece qualche passo traverso la vasta sala.
Poi si fermò, e rilesse la lettera che teneva in mano.
A misura che leggeva, dalle sue ciglia semichiuse sgorgavano lagrime e queste scorrevano sulle sue guance delicate, solo un po’ emaciate dalla sofferenza.
Ella si passò la mano sulla fronte come per cacciarne qualche segno doloroso ed andò a sedersi ad un piccolo scrittoio di mogano incrostato di bronzo dorato.
I suoi gesti erano lenti e le sue attitudini tradivano un accasciamento profondo.
Prese una penna, l’intinse nel calamaio d’argento, appoggiò la fronte alla mano sinistra, e dinanzi alla pagina bianca rimase un lungo momento pensosa e come irresoluta. Stava per tracciare la prima parola della sua lettera, quando la porta della sala s’aperse abbastanza bruscamente.
Miranda volse la testa ed una esclamazione le sfuggì.
— Voi!
Vivamente, ella si levò, e con un gran gesto istintivo, accartocciando la lettera che poco prima aveva ricevuta, la fece scivolare nel corsetto della sua veste.
Poi, senza fare un passo verso il nuovo venuto, con calma fierezza disse:
— Permettetemi che io mi stupisca di questi modi un po’ troppo famigliari, conte. Perchè non farmi prevenire del vostro arrivo?
— Occorrono tante cerimonie, perchè un marito sia ricevuto dalla propria moglie? — fece il conte di Plonazec, con acerba ironia.
Si avanzò allora e salutò con affettata correttezza.
— Contessa, vi presento i miei omaggi.
Miranda stese la mano a suo marito. Questi la prese e, prima di portarla alle labbra, guardò la signora di Plonazec.
— La vostra mano è gelida e voi tremate, — fece egli, mentre i suoi occhi indagatori si fissavano in quelli della contessa smarrita.
Costei fece uno sforzo e sorrise:
— Mio Dio, confesso infatti di essere stata sorpresa, — balbettò ella. — Voi apparite tutt’a un tratto, mentre vi si crede lontano, lontano… è…
— Perdonocontessa. Io sono venuto da voi come un uomo che si crede di aver il diritto di far così. Ebbi torto. Vi ho disturbata. Suppongo che stavate per scrivere. Continuate, ve ne prego.
— Oh! non c’è nulla che prema.
— Ma sì, al contrario, — disse il conte con un accento acuto di beffa. — C’è da basso un brav’uomo che aspetta la lettera che voi stavate per scrivere quando sono entrato.
La contessa corrugò le sue sopracciglia. Ella volle darsi un’aria disinvolta, ma conosceva troppo l’atroce gelosia del conte di Plonazec, per non tremare in cuor suo.
— Voi siete molto ben informato, signore, — rispose ella glacialmente. — Sì, infatti, io stavo scrivendo quando voi siete sopraggiunto, senza nemmeno bussare alla porta, senza nemmeno avermi prevenuta del vostro ritorno. Ma ho riflettuto. Non scriverò, o, piuttosto, scriverò più tardi.
— Si attende la vostra risposta, con grande impazienza, senza dubbio, e fare attendere sarebbe una crudeltà, — aggiunse il conte con un sorriso che fece correre un brivido nel sangue di Miranda.
— Io non vi comprendo, — diss’ella, tentando di serbare la sua attitudine calma. Ma ella si sentiva mancare, e sotto lo sguardo profondo e crudele del marito impallidiva terribilmente.
Ed a sua volta pallidissimo, e colle labbra tremanti di collera contenuta, il conte di Plonazec prese a camminare innanzi ed indietro attraverso la grande camera.
— Voi mi permettete, — fece la signora di Plonazec, con voce che tentava di rendere ferma, — di lasciarvi un istante per andare a dar gli ordini a proposito dei preparativi che occorrono pel vostro appartamento.
Il conte, fermandosi bruscamente, guardò sua moglie.
— I vostri servi — io credo — devono aver l’abitudine di rispondere quando li chiamate. E’ inutile, quindi, che vi disturbiate. Io suono…
— Fate come vi piacerà.
Il conte di Plonazec andò verso il camino e tirò il cordone del campanello.
E senza parlare, senza guardarsi l’un l’altro, marito e moglie attesero.
La porta si aperse e la giovane brettone che aveva portata la lettera alla contessa Miranda comparve e rimase sulla soglia, intimidita alla vista del conte che la guardava con aria diffidente.
— Maria Giovanna, — fece lentamente la contessa, — si prepari l’appartamento del signor conte. Di’ poi a Giovanni Maria che non ho alcuna risposta da dargli e che ritorni a casa sua.
— Va bene, signora.
La ragazzetta rinchiuse la porta, ed allora il conte si avanzò verso la signora di Plonazec, e colla voce sorda, i denti serrati, disse:
— Datemi quella lettera!
— Quale lettera?
E la contessa arretrò di un passo.
— La lettera, vi dico! — gridò il conte con uno scoppio di voce. — La lettera! datemela! Io la voglio!… Non intendete che la voglio?
I suoi occhi lanciavano fiamme, e la contessa vi lesse una così terribile collera che si gittò dietro la tavola che occupava il centro della stanza, come per farsene un baluardo di difesa.
Ma il conte, con una volontà implacabile, dipinta sul suo volto eccitato si avanzava verso di lei.
— Datemela! — fece egli con voce ridivenuta sorda! — Datemi quella lettera.
— Signore! — gridò Miranda, smarrita.
— Datemela, intendete?… Non mi obbligate a strapparvela a forza.
— La vostra condotta è indegna, signore! — esclamò la disgraziata che si sentiva presso a mancare. — Ah! — aggiunse poi con un lungo singhiozzo, — io ho pure sofferto abbastanza per voi perché alfine abbiate a lasciarmi riposare di tante tristezze! Sono venuta qui, ove vivo quasi come una reclusa, senza nemmeno la gioia di avere mia figlia presso di me… Non importa, mi consolavo. A Parigi la vita era divenuta insopportabile per me… Voi passavate tutto il tempo a torturarmi coi vostri incessanti sospetti, colle vostre folli gelosie…
— Ed or qui le vostre consolazioni le trovate tra le braccia di un amante, — esclamò il conte con terribile rabbia!
— Ah, il miserabile! — fece la contessa con nella voce un indicibile strazio!
Coi suoi grandi occhi attoniti, la sua faccia terribilmente pallida e sconvolta, ella fissava il conte ritta dall’altro lato della tavola e che sembrava una belva pronta ad assaltare la preda.
Allora ella ebbe paura. Quella lettera che il conte voleva strapparle era la sua perdita… E poteva essere anche peggio.
Assolutamente doveva essere evitato che il conte leggesse quella lettera. Non lo si doveva…
Nel suo movimento ella cercava, cercava… e si struggeva di non trovar nulla.
Si augurò che la casa crollasse, che una catastrofe impreveduta venisse ad un tratto ad annientarli, ella e lui.
E sempre gli sguardi feroci di suo marito restavano fissi su di lei. Con voce rauca, intanto, ripeteva con aspra ostinazione le stesse parole:
— La lettera! la lettera! datemela! Io la voglio!
La contessa Miranda, pallida come se fosse sul punto di morire, intendeva i battiti del suo cuore.
Aveva, alla gola, un senso di soffocamento e le sue mani erano agitate da un tremito convulso.
Nel silenzio si udiva il rombo del mare che si scagliava contro le rocce. La sera, che già si affrettava, discendeva sulle cose. Ora il conte girava intorno alla tavola, si avanzava verso la giovine signora, e questa, sperduta come un terrore di bestia perseguitata in fondo agli occhi, gittò un grido sordo.
D’un balzo evitò l’avvicinarsi del conte di Plonazec.
Allora questi uscì in una bestemmia terribile e come un insensato, si slanciò verso la disgraziata, che fuggiva dinanzi a lui. Fu una scena terribile.
La contessa, di corsa, nascondendosi dietro la seggiola, disparse qua e là, livida, cogli occhi dilatati, stretta da uno spavento senza nome, fuggiva muta col solo pensiero di distruggere quella lettera che teneva nascosta nelle pieghe del suo corsetto prima che quell’uomo potesse raggiungerla. Ella si dibatteva come un’insensata. Ed egli, con imprecazioni di collera, sempre più violente, spezzando, rovesciando le fragili cose dietro le quali la sventurata si nascondeva, si accaniva in quella persecuzione. Ed era sul punto di raggiungerla. Allora, con un gesto pazzo, Miranda strappò la lettera dal suo corsetto e spiegazzandola la lanciò verso il focolare, ove ardeva un gran fuoco chiaro.
La pallottola di carta cadde in mezzo alle fiamme.
La povera donna ebbe un grido di trionfo, un grido che terminò in un gemito.
E spezzata da quella lotta atroce, chiuse gli occhi, rovesciò la testa come una pianta falciata, e stramazzò sordamente sui tappeti come un corpo senza vita.
Con un salto, il conte di Plonazec si era lanciato contro il camino. Con un calcio sparpagliò i tizzoni fiammeggianti e, gettandosi sulla lettera che il fuoco non aveva ancora consumata, se ne impadronì e con una vampa nei suoi occhi iniettati di sangue, diventati rossi, colla sua faccia terribilmente pallida, si rivolse verso la contessa, per una sfida.
E la vide stesa al suolo, le braccia abbandonate, gli occhi chiusi come una morta.
Nella caduta, i suoi capelli, i suoi fini capelli biondi, si erano disciolti e si spiegavano sul tappeto oscuro.
Il conte di Plonazec non fece un passo verso la sventurata che giaceva, e febbrilmente aveva dispiegato la carta che il fuoco aveva un poco arrossita.
Una parte della lettera si sbriciolò tra le sue dita troppo rudi. Non rimasero che dei frammenti. Allora egli si avvicinò alla tavola. I suoi piedi calpestavano, senza che egli se ne curasse, le pieghe della veste di Miranda, ed egli, raccogliendo ciò che rimaneva della carta così caramente disputata, cercò di decifrare l’enigma che per lui era costituito dalle parole senza nesso che si trovavano nella lettera.
Pazzamente, egli cercava il significato di quelle parole.
Bisognava che egli lo trovasse. Bisognava che egli sapesse il nome di quegli che scriveva alla contessa, e ciò che le diceva.
Ed egli lesse un nome, un solo nome: «Enrico!»
Poi riuscì a mettere insieme una linea.
«Questa sera, come le altre sere, andrò…»
Un ruggito sfuggì dalle labbra convulse di quell’uomo, il cui viso era già a quell’ora spaventevole. E guardando il triste corpo giacente là, vicinissimo a lui, levò il piede, preso dal desiderio pazzo, criminoso, atroce di spezzare quel pallido e dolce viso, anche più dolce ed anche più pallido tra i capelli sparsi.
Egli stesso, sgomento dall’impressione che la vista di sua moglie produceva in lui, si scostò dal corpo della contessa Miranda, e senza cercare di leggere altre parole tra i frammenti della lettera, e pensando che quella glie ne aveva già appreso abbastanza gettò uno sguardo intorno alla sala saccheggiata.
Allora pensò che qualche domestico poteva sopraggiungere e che scoprirebbe quel disordine rivelatore di una scena violenta.
Vivamente, rimise le cose a loro posto, rilevando le seggiole rovesciate e rimettendo il tappeto sulla tavola, che, scivolando, aveva trascinato a terra alcuni ninnoli ed alcuni libri che egli raccolse.
Il conte agiva con singolarissima calma, una calma che contrastava non poco colla sua demenza di poco prima.
Frattanto, la notte scendeva dietro i vetri ed il mare si attristava nel crepuscolo melanconico.

II

La signora di Plonesec finalmente riapriva gli occhi. Un’ombra profonda la circondava. Nel camino il fuoco si era consumato. A mala pena un incerto bagliore ai cristalli della grande vetrata che si apriva sopra il mare permetteva alla contessa di rendersi conto in qual luogo fosse caduta. Ella si rizzò sui ginocchi. Si sentiva spezzata come se le si fossero slogate le ossa. I suoi capelli snodati le nascondevano a mezzo il volto.
Con una mano ancora incosciente, li respinse indietro.
Uno strano stupore ora la teneva immobile, seduta sulle gambe ripiegate.
E colla testa pesante e vacillante, cogli occhi erranti in tutto quel nero; sentendosi passare pel capo delle idee vaghe, provando un senso di dolore in tutte le membra, ella si chiedeva che cosa facesse là, accasciata su quei tappeti, in quell’ombra e sola.
Al di fuori il mare urlava sinistramente. E la contessa di Plonasec sentiva, dal rumore che si produceva sui vetri, che pioveva dirottamente.
Un grande brivido la scosse. Ella aveva la febbre. La sua fronte ardeva e le mani che ella vi premette contro le parvero gelide.
— Che cosa faccio io qui, — fece ella, quasi ad alta voce. — Perchè sono così sola e senza luce? Che ora è? Che cosa è accaduto?
Si sollevò e, al di sopra della tavola scorse del fuoco, un debole bagliore rosso, che restava fra le ceneri.
La contessa si lasciò sfuggire un grido soffocato.
Ora si ricordava di tutto.
E le tornava alla mente l’arrivo inopinato di suo marito, la lotta terribile, il vergognoso inseguimento… e poi la lettera… la lettera che ella aveva potuto salvare…
Dio, che cosa era avvenuto? Le sue idee diventavano lucide ed allora ella si ricordava di tutto.
Una folle paura la scosse.
La porta era chiusa dal di fuori: ella tentò, freneticamente, di spingerla.
Allora corse verso il camino per sonare, per chiamare la sua gente, per chiedere della luce, del soccorso! Che cosa sapeva ella?
Tastando, cercò il cordone del campanello lungo la parete.
E non lo trovò!
Colle sue mani tremanti ella tastò il muro. Nulla! Tuttavia, era là, a destra del camino che si trovava il cordone del campanello.
Palpava la tenda, snervandosia quella ricerca, cogli occhi smisuratamente aperti nell’ombra.
Niente! Ella non trovava nulla.
I suoi piedi si imbarazzavano a terra, ed a lei sembrava che i piedi le fossero stati legati. Si abbassò allora per divincolarsi.
Le dita febbrili incontrarono un cordone soffice e dolce. Ella lo prese e lo palpò.
Un cordone di seta! il cordone! Era il cordone che ella cercava! Era stato tagliato.
Nervosamente stese le braccia verso la muraglia per cercare di raggiungere la parte che aveva dovuto rimanere al muro. Le mani non incontrarono che i cortinaggi, e colle unghie si mise a graffiarli.
La sventurata, sentendosi un sudore freddo alla radice dei capelli, coi denti che le battevano, cogli occhi pazzi, presa una seggiola, vi salì ed ancora disperatamente ricominciò, ma invano, il suo gesto febbrile.
Il cordone doveva proprio essere stato tagliato rasento il soffitto.
Folle di indicibile spavento, sentendosi prigioniera e perduta in mezzo a quella terribile notte barcollò su se stessa.
Le pareva di trovarsi in fondo ad un pozzo, che mai più rivedrebbe la luce, e che morrebbe laggiù.
I suoi occhi cercarono una via d’uscita.
Un bagliore indeciso appena indicava la grande finestra.
Ella vi corse, l’aperse, volle gridare nella notte profonda un appello. La pioggia la sferzò furiosamente in viso, inondandola di acqua diaccia. Il vento violento venuto dal largo la fece indietreggiare con un senso di soffocazione.
Ed il grido che ella gittò non l’intese nemmeno lei stessa.
Si sarebbe detto che i cattivi elementi si scatenassero contro di lei e si facessero complici di quegli che l’aveva rinchiusa là dentro.
Da lungi, all’orizzonte, il fuoco mobile di un faro metteva la sua mobile e viva luce in tutto quel sinistro tenebrore.
Notte ed orrore!…
Nella terribile sensazione di essere sola in mezzo a tutta quell’ombra ostile e minacciata da un ignoto pericolo, Miranda si rigettò verso la porta. E colla sua pugna follemente, furiosamente, essa si diede a picchiare sulla spessa tavola di quercia che rendeva un suono sordo. Era impossibile che la casa fosse vuota ed i domestici non intendessero le sue grida.
Ella gridò con tutta forza.
— Maria Giovanna!
Nessuno rispose. Il silenzio di tomba continuava ad incombere. Ella si sentiva diventar pazza, e le pareva di vivere in un insopportabile incubo.
Era la febbre che le dava un’allucinazione?
Ma da quanto tempo ella si trovava colà?
Quale ora di notte era dunque quell’ora di solitudine?
E perchè quel terribile silenzio?
Ella intendeva il tic-tac dell’orologio nell’ombra di un vano. Se ella potesse vedere le sfere!
Un bisogno pazzo di sapere che ora fosse la prese. La sua angoscia di essere immersa nel buio, di sentirsi oscuramente minacciata, come presa ad un agguato, diventava insopportabile.
Un debole bagliore tra le ceneri semispente l’attrasse.
Si avvicinò al camino, si chinò ed a tentoni ricercò.
La barra di ferro lavorato che si appoggiava gli antichi alari si trovò sotto la sua mano.
Ella la smosse e frugò con quella nella cenere rosseggiante.
Una scheggia di ceppo semiconsunta venne fuori.
Allora la signora di Plonazec, coricandosi quasi, soffiò su quel rimanente di fuoco.
Delle scintille si levarono.
Allora prese ai candelabri del camino una candela di cera e l’avvicinò. La cera fondendo al calore del camino cadde sul fuoco. E la luce sprizzò.
Miranda ebbe un debole grido di trionfo.
Il sudore le gocciava dalla fronte. Le tempie le battevano.
Levò la candela e guardò l’orologio. Erano le nove.
Ella aveva creduto che la notte fosse assai più avanzata.
Non erano che le nove! Allora che cosa era avvenuto dei tre domestici addetti al suo servizio?
Ove era Maria Giovanna, così pronta a rispondere al suo appello?
Ove era Giacomo, il cocchiere?
Il suo smarrimento crebbe.
Le nove appena!
La prigioniera ricollocò la candela nel candelabro e lo posò sul tavolo.
Aveva appena compiuto questo atto che un sordo grido le sfuggì.
Là! dinanzi ai suoi occhi, sul tappeto azzurro della tavola, vedeva i frammenti della lettera che aveva creduto di distruggere gettandola nel fuoco.
C’erano dei lembi calcinati, sbricciolati su una parte rimasta intatta e tutta spiegazzata, ed ella lesse:
«… Andrò questa sera come le altre sere…»
— Misericordia! — esclamò la signora di Plonazec! — Egli lo sa! Sventura su di noi!
Ed i suoi denti presero a battere come se ella fosse improvvisamente colta da un gran freddo.
Cogli occhi pieni di un’orribile ansietà, con gesti folli, sperduta, disperata si mise ad andare e venire per la stanza.
Nel suo spirito sconvolto cercava. Che fare? Come prevenire il pericolo che sentiva sopraggiungere? Bisognava ch’ella sortisse! Era necessario, e lo doveva a qualunque costo.
Uscire… ma come?
La si era rinchiusa, e la vetrata si apriva su una terrazza costrutta sulla roccia a picco.
Da questa parte la fuga non era possibile!
Tuttavia, ella uscì sulla terrazza e si chinò… Sotto di lei si apriva un abisso d’ombra.
La roccia su cui era appollaiato il castello aveva più di dieci metri di altezza.
Il suo smarrimento si accresceva, ed intanto il tempo passava.
Le nove ed un quarto! Ah! come le sfere correvano rapide, ora sul quadrante!
Gli occhi di Miranda andarono dall’orologio alla balaustra di pietra della terrazza inquietissimi.
— Mio Dio! mio Dio! — mormorò ella, — inspiratemi. Egli sta per venire, e l’altro lo sa! Lo aspetta, lo spia e lo ucciderà! Mio Dio! Io sento che sto per impazzire.
Ma ad un tratto un pensiero sorse nel caos delle sue idee sconvolte.
Corse alla tavola, strappò il tappeto di seta, e coi denti e colle mani rabbiosamente lo lacerava e ne faceva delle fasce che febbrilmente annodava le une alle altre.
Con gesto rude si assicurò della solidità di quella corda improvvisata. Poi, pallidissima, ma risoluta, dopo aver spenta la candela che malamente rischiarava la sala, uscì sulla terrazza.
Il vento si era un po’ calmato, ma la pioggia cadeva a rovesci.
In basso si udiva il rombo sinistro del mare che flagellava le rocce.
La signora di Plonazec, accecata dalla pioggia, coi capelli tutti inzuppati, il viso stillante, attaccava al balcone di pietra una delle estremità della lunga banda di stoffa.
Poi, con un’agilità sorprendente in una donna dai gesti abitualmente lenti ed indolenti, ella si issò sulla balaustrata, e scivolando dall’altro lato si aggrappò alle colonnette di granito.
Colla testa ripiegata indietro parve, ella, scandagliare l’abisso d’ombra, e rinchiudendo le sue mani sulla fascia di stoffa, si lasciò svivolare aiutandosi colle ginocchia e coi piedi alle asperità della roccia che la indolenzivano non poco.
Ella procedeva lentamente. I nodi fatti alla stoffa le impedivano di scivolare troppo in fretta. Le sue fini mani erano sanguinanti. Ad istanti, un falso movimento la gittava da un lato, la faceva dondolare senza appoggio e la sua fragile spalla urtava la roccia.
E la disgraziata, cogli occhi aperti sull’ombra, ansava affannosa nel tumulto dei flutti e dei venti.
Dei grandi uccelli di mare rannicchiati nelle anfrattuosità delle rocce gittavano acute strida. Ella sentì che pesanti ali la sfioravano.
Stillava tutta. Le vesti aderenti al suo corpo imbarazzavano assai i suoi movimenti.
Nell’orrore di quella situazione, un solo pensiero rimaneva lucido in lei.
… Giungere a tempo! Prevenire ciò che temeva. Impedire l’orribile fatto che ella presentiva.
Discese lentamente. I suoi pugni fragili erano spezzati. Le sembrava che le strappassero le braccia. E le sue mani si irrigidivano. Ancora uno sforzo ed ella si sarebbe trovata al suolo.
Era la salvezza!
— Mio Dio! — mormorò la signora di Plonazec, — proteggetemi! Mi sembra che io stia per morire.
Ad un tratto, nella notte, a pochi metri da lei, un colpo d’arma da fuoco rintuonò, e quel colpo parve far tremare tutta la roccia.
La contessa Miranda gittò un grido stridente, un grido d’orrore e di spavento.
— E’ lui, — esclamò ella. — Misericordia.
Allora le sue mani abbandonarono la fune che ella si era fabbricata. Il suo corpo cadde inerte e rotolò, come un masso, lungo la roccia fino alla sabbia della spiaggia.

L.

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Pubblicato da su maggio 12, 2017 in Pulp

 

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