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[Pulp] Frank Rattray di E.W. Hornung

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo Ernest William Hornung (1866-1921): il cognato di Sir Arthur Conan Doyle!

Già ho parlato del suo Raffles, fenomenale antenato britannico del francese Arsène Lupin, ma l’autore ha scritto molto… sebbene l’Italia l’abbia totalmente dimenticato.

Quello che presento è il primo capitolo del romanzo Frank Rattray, versione italiana – tradotta molto probabilmente dall’edizione francese – di Dead Men Tell no Tales (risalente forse al 1899 ma pubblicato in volume nel 1908), ed apparso in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 10 marzo al 29 aprile 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


I
L’amore sull’oceano

Niente di più facile che innamorarsi durante un lungo viaggio per mare; a meno che non si odii. Questo appariva anche più vero all’epoca in cui ci si credeva fortunati di poter fare la traversata da Sydney o da Melbourne a Londra in meno di quattro mesi, contrariamente alle abitudini.
I passeggeri vivevano in una comunione continua: ma quando tutti i mezzi della seduzione mondana erano esauriti non si tardava a scoprire nei proprii vicini una certa meschinità di idee. Si perdeva allora la pazienza ed il coraggio.
Ne ho fatto l’esperienza una volta, quando sono andato in Australia a bordo del Lady Jermyn nel 1853. Non fu una avventura banale. Aggiungerò che non avevo punto l’intenzione di innamorarmi in viaggio: mi credevo anzi al sicuro da una tale debolezza. C’era con noi sul battello una giovinetta che tornava in Inghilterra e Dio sa se essa poteva fare la conquista di molti uomini migliori di me.
Si chiamava Eva Dennison e non aveva certamente più di diciannove anni. La prima volta che le offrii il braccio per aiutarla a passeggiare sul ponte, mi spiegò che quello era il giorno della sua prima uscita dalla cabina.
Il mio nome le era sconosciuto, ma ricordo che fui subito sedotto dalle sue franche maniere e dal suo aspetto calmo. Era deliziosamente giovane, ma molto seria per la sua età. Allevata all’estero in modo ammirevole, possedeva delle attitudini speciali per vivere in società, tanto da renderla interessantissima anche se fosse stata brutta e insignificante. Invece! Aveva una bellezza florida e sana: capelli superbi, d’un castagno derato, gli occhi chiari e gravi nei quali si leggeva che l’anima era anche più grande del suo spirito e il cuore d’una delicatezza squisita.
Restammo tante settimane insieme sul mare. Non so di che cosa fossi fatto a quell’epoca! Era nel vecchio buon tempo di Ballarat e di Rendigo, quando i battelli si succedevano senza tregua, partendo neri di passeggieri e ingombri di carico e tornando con uno o due colli di lana e un equipaggio appena sufficiente per le manovre. Il peggio si è che spesso non solo i marinai disertavano, ma il capitano e gli ufficiali si lasciavano anch’essi tentare dalla prospettiva di far fortuna come cercatori d’oro, tanto che la baia di Hobson era ingombra di navigli in completo abbandono. Ricordo ancora l’indignazione del nostro comandante quando, arrivando, seppe queste cose dal pilota. Ciò non m’impedì però di ritrovare quel brav’uomo fra i cercatori d’oro. Per esseregiusto devo aggiungere che anche gli altri ufficiali avevano imitato il suo esempio e che non un uomo era rimasto a bordo del Lady Jermyn. Di tutti i viaggiatori ero il solo che avrei dovuto tornare con lo stesso battello. Ero andato a Ballarat. Avevo tentato come gli altri. Per dieci spaventose settimane avevo lavorato in qualità di minatore patentato sugli altipiani della Collina Nera e, cosa inaudita, non avevo guadagnato tanto da supplire alle spese! Non ne sarete sorpresi apprendendo che ho pagato in quel tempo fino a quattro scellini un pezzo di pane esecrabile e che, con un mio compagno, non sono mai riuscito in un giorno a raccogliere più d un grammo e mezzo d’oro. I famosi «giacimenti giganteschi» di cui si era molto parlato alla nostra partenza, erano una fola pura e semplice. Avevamo tenuto conto di tutte le canaglie e di tutti i parassiti, coi quali dovevamo trattare. Così non tardai a guarire di quella «febbre dell’oro» che m’aveva preso a simiglianza di tanti altri. Il desiderio di rivedere Londra divenne ossessione. Non dimenticherò mai la dolcezza del primo bagno caldo che ho preso tornando a Melbourne: mi costò cinque scellini, ma valeva bene dieci lire! E’ tutto quanto di gradito ho serbato fra i miei ricordi d’Australia. Avevo, ad ogni modo, una piccola buona fortuna di riserva: quella di apprendere che il battello Lady Jermyn doveva partire proprio l’indomani con un nuovo capitano, un pugno d’uomini d’equipaggio, pochi passeggeri e – in apparenza almeno – senza carico.
Ero felice di ritrovarmi a bordo: mi sentivo già più a mio agio.
Non eravamo che cinque passeggieri di prima classe, ma le più opposte che immaginar si possa. C’era anzitutto un giovane a nome Ready, che aveva fatto il viaggio in Australia per curarsi d’una grave malattia e che s’affrettava ora a tornare in Inghilterra per morire fra i suoi. C’era un cercatore d’oro, dotato d’una fortuna insensata, altro malato anch’esso poichè non beveva che champagne dalla mattina alla sera e si divertiva a gettare in mare dei pezzetti d’oro greggio. La signorina Dennison era la sola donna del gran mondo elegante ed il suo padrigno, col quale viaggiava, il solo personaggio notevole. Era un portoghese di sessant’anni, il signor Gioachino Santos. Rimasi a tutta prima stupito nel constatare che non aveva alcun titolo nobiliare, mentre i suoi modi erano quelli di persona aristocratica. Aveva per la signorina Dennison dei riguardi che nessun padre ha per i suoi figli: la trattava con una galanteria ed una deferenza ammirevoli e commoventi, date le circostanze in cui essi si trovavano. La fanciulla, uscita di collegio, era andata presso il suo padrigno, il quale abitava allora una proprietà in prossimità dello Zambese e qualche mese dopo la madre di miss Dennison aveva dovuto soccombere alla malaria. Preso da un invincibile orrore per quel paese dove era morta sua moglie, il signor Santos si era imbarcato per Victoria e là aveva cercato di rifarsi una fortuna, ma senza un successo maggiore del mio. Adesso accompagnava la fanciulla presso alcuni parenti in Inghilterra per poi tornarsene solo in Africa a morire – egli diceva – presso la moglie.
Non saprei dire quale dei due personaggi rivedo più nettamente scrivendo queste linee: se la fanciulla dagli occhi chiari e dolci e dai capelli pieni di sole o il vecchio alto e diritto, un po’ magro, dalla fronte spaziosa e nobile, dall’occhio fisso, dal colorito un poco giallognolo e dalla eterna sigaretta fra le labbra. E’ inutile dire che stavo più spesso e volentieri con la fanciulla. Essa aveva dei difetti irritanti, ma ciò non faceva che renderla più affascinante.

L.

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Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Zigomar di Léon Sazie

Zigomar nel 1909:
illustrazione di Leonetto Cappiello

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un Signore del Male, un personaggio negativo molto noto all’epoca e che anticipa di dieci anni la Z di Zorro: come lui, infatti, lascia una lettera a firma delle malefatte.
Già ho parlato di come Léon Sazie abbia creato il personaggio nella guerra dei giornali al successo di Arsène Lupin, ma ecco come il quotidiano “La Stampa” il 6 gennaio 1911 presenta il personaggio:

Zigomar? Chi è costui? Sarebbe assai difficile dirlo con esattezza. E’ il capo sempre invisibile ma pur presente sempre di una banda perfettamente organizzata, che geetta il terrore a Parigi: è l’uomo misterioso che uccide, che assassina per la vendetta ed il furto e lascia immancabilmente dietro di sè un segno tracciato col sangue: una Z che è la sua sigla terribile.
Nessuno, neppure fra i suoi accoliti, sa chi sia veramente.

Zigomar getta il terrore ove passa: il terrore e la morte e invano la Polizia gli dà una caccia spietata.
Invero un uomo solo ha osato affrontare l’aspra lotta con l’audacissimo bandito, un uomo dall’intelligenza viva, scintillante e dai muscoli d’acciaio temprato: Paolino Broquet.
E’ questi il principe dei poliziotti: la sua indagine acuta è il frutto della logica e della ponderazione e genera arditissimi colpi.

Zigomar tuttavia sa opporre resistenza ad un rivale pur tanto terribile ed il tremendo duello si svolge attraverso una serie di drammatiche vicende che suscitano talvolta una commozione indicibile. Allorquando pare che il misterioso e sanguinario bandito già trionfi, Paolino Broquet che può gridare invece la sua vittoria; ma – ahimè! – vittoria effimera, pagata subito dopo col rischio della propria vita e con le più atroci torture.
Ma il principe dei poliziotti moderni – in cospetto del quale Sherlock Holmes e Nik Carter sono dei novellini – non conosce la sfiducia. Una sconfitta lo agguerrisce meglio; le ferite gli rinnovano il vigore dei muscoli.

Zigomar sa tutto ciò e tenta, in un agguato sapientemente preparato, il colpo supremo contro Paolino Broquet: il poliziotto deve morire, deve saltare in aria col petto squarciato da una cartuccia di dinamite.
E’ a questo punto che una nuova figura si delinea nel quadro: la donna dai capelli rossi, misteriosa anch’essa come Zigomar e più di lui forse potente.

Zigomar dunque, il romanzo suggestivo di Lèon Sazie, è destinato ad avere il più largo successo presso i nostri lettori. Ne inizieremo la pubblicazione domenica prossima, certi di fare ad essi cosa grata.
Pochi romanzi d’appendice, scritti con intenti di modernità, hanno come questo un’azione serrata, rapida, incalzante e tale da suscitare la curiosità più viva e la commozione più intensa.

Malgrado questa entusiastica presentazione, Zigomar è sempre stato totalmente ignorato dall’editoria italiana, che non ha mai pubblicato in volume una sola riga delle sue molte avventure.

Quelli che presento sono i primi due capitoli del romanzo, uscito originariamente su “Le Matin” dal 7 dicembre 1909 al 30 gennaio 1910 e tradotto in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 7 gennaio al 25 febbraio 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


Libro primo
Il padrone invisibile

I.
La firma rossa

In tutta Parigi, quella mattina, rintronò un grido di indignazione generale, di terrore, di collera.
Tutti, sui boulevards, nelle vie, sul tramvai, negli omnibus, leggevano febbrilmente i giornali, pieni di grossi titoli neri e di incisioni sensazionali.
Gli strilloni correvano, urlando:
– Ultimi e diffusi particolari sulla tragedia di via Le Peletier!… Il delitto misterioso!… L’assassinio del banchiere Montreil!…
La sera innanzi, il fattorino dell’ufficio, Michele, aveva trovato il suo padrone steso a terra, in un lago di sangue, con lo stomaco squarciato da una pugnalata formidabile.
Spaventato, Michele aveva dato l’allarme…
Si corse a chiamare il commissario di Polizia, che non tardò a giungere sul luogo, con un medico… Per telefono erano già stati avvisati il Sindacato della Borsa e la Prefettura di Polizia.
Il signor Montreil giaceva a terra, avendo perduto molto sangue da una ferita raccapricciante; ma il medico potè constatare che la vittima respirava ancora, che il suo cuore non aveva cessato di battere…
Uno degli impiegati della Banca fu subito mandato in via Chalgrin, dove il banchiere e la sua famiglia occupavano un sontuoso appartamento.
Si voleva prevenire i due figli del banchiere: Raoul, l’avvocato, Roberto, il dottore, perchè essi apprendessero poi la sciagura alla madre e alla sorella Raimonda, con tutte le cautele possibili.
La famiglia Montreil, molto unita, viveva nella più affettuosa intimità. I giovanotti adoravano il padre e la madre, manifestando per essi una venerazione senza limiti: i due fratelli non si separavano mai, e sembrava che avessero un pensiero e una volontà sola.
Col cuore in tumulto e la gola serrata dal singulto, il dottore Roberto si precipitò nell’ufficio del padre e si gettò sul corpo di lui.
– Dio, che disgrazia!… Babbo, babbo! Rispondi, babbo!… Lui, così buono, il migliore uomo del mondo, ridurlo così, assassinarlo!… Chi è?.. chi è?…
Il giudice istruttore, signor Urbain, intervenne:
– Coraggio, signore!… Siate forte! Le prime ore sono preziose per la giustizia… Lasciate che compiamo tutto il nostro dovere.
C’era anche il capo della Polizia, signor Baumier, il quale si era portato sul luogo col più abile, col più fine ispettore della Pubblica Sicurezza, il poliziotto più celebre di tutta la Francia: Paolino Broquet.
Costui lasciò ai magistrati tutto il tempo necessario per le constatazioni di legge, attendendo, con la maggior flemma del mondo, l’ora di agire per conto suo.
Quando, infatti, il dottore e Roberto Montreil strapparono i vestiti della vittima, per denudare il povero corpo insanguinato, il Broquet si accostò ad esso e volle osservare attentamente la ferita, che si trovava a destra, un po’ al disotto della clavicola.
– Oh! oh!… – esclamò il poliziotto. – Che razza di colpo!
E aggiunse:
– L’assassino è di certo un mancino…
– Mancino? Come potete affermarlo?
– Il colpo si trova, come vedete, sul lato destro della vittima: ciò vuol dire che è stato vibrato con la mano sinistra…
– Non mi sembra una prova decisiva… – osservò il giudice istruttore. – L’assassino ha potuto benissimo colpire con la destra tenendosi alla destra o dietro la sua vittima.
– Aspettate… Vi dimostro subito che la vostra supposizione non regge… Eccone la prova…
Il poliziotto portò una mano al collo del banchiere:
– L’assassino teneva il signor Montreil al collo, con la mano destra… Guardate alla sinistra del collo all’impronta di quattro unghiate… quella del pollice è a destra della carotide… Dunque l’assassino ha colpito con la mano sinistra…
Intanto, l’impiegato del servizio antropometrico prendeva la fotografia dello studio del banchiere, del teatro del delitto…
– Non potreste – gli disse Broquet – rilevare con la fotografia le traccie di sangue che si intravedono sulla cassaforte?
Il fotografo gli rispose che ciò era impossibile perchè la cassaforte era di color marrone e le traccie erano molto scure: sulla lastra non sarebbe risultato nulla.
Paolino Brquet non insistette. Ma chiese un gran foglio di carta velina, di quelli per copiare le lettere, lo inumidì, e con gran cura lo applicò sulle tracce di sangue che appena si scorgevano sulla cassaforte. Poi vi premette sopra col rullo della carta asciugante e riuscì a riprodurre mirabilmente le impronte che lo interessavano.
Sulla sottilissima carta assorbente, appariva, agli occhi di tutti i presenti esterrefatti, una larga traccia di sangue formante una Z spaventosa…
– La sigla dell’assassino! – esclamò gravemente Paolino Broquet. – Guardatela bene, signor giudice… preziosamente… Guardate questa Z, che rivedrete più volte ancora nel corso di questo affare… Guardate… E’ un segno voluto… Una sigla tracciata là… apposta per noi…
E a voce più bassa, perchè Roberto non intendesse, con aria misteriosa:
– Per noi, questa Z… per noi, la giustizia… per gli altri, i complici… forse anche per la vittima!!…

II.
L’ultimo visitatore


Il ferito aveva riacquistato, in quel frattempo, un po’ di forze, e il medico giudicò possibile il trasporto di lui al proprio domicilio.
I magistrati proseguirono la loro inchiesta, esaminarono i locali della banca e poi tornarono nell’ufficio del direttore per procedere ai primi interrogatori. Fecero chiamare subito il capo-contabile ed il cassiere.
Paolino Broquet si scartò un poco per lasciar più liberi gli impiegati innanzi ai magistrati, e si avvicinò al camino dove scoppiettava il fuoco.
Abbassandosi, egli raccolse nelle ceneri dei pezzetti di carta stracciata, già un po’ abbruciacchiati e che esaminò attentamente.
– Oh! Oh! – esclamò riavvicinandosi al giudice e al capo di Polizia. – E’ strano questo!… Sono delle cambiali, degli chèques… E’ la prima volta che vedo bruciar questa roba… Quando sono già pagati, chi li ha sottoscritti ha cura di conservarli; se devono essere ancora esatti, ragione di più per tenerli preziosi…
– Giustissimo! – esclamò il capo-contabile.
– Dunque – concluse Broquet – bisogna spiegare questa anormalità. E’ ancora intelligibile qualche lettera dell’indirizzo: con l’aiuto della vostra contabilità potremo bene raccapezzarci…
Il poliziotto, molto accuratamente, ripose quei frammenti di carta in un gran portafoglio.
Paolino Broquet, sebbene insistentemente interrogato, non volle dir più nulla… Si andò a rincatucciare su una poltrona appartata, ma non tanto da non poter scorgere comodamente quelli che stavano per essere interrogati dal giudice.
Il capo-contabile, il cassiere, non potevano dare ai magistrati che dei particolari tecnici sul funzionamento della banca, delle bravi notizie sulle abitudini del loro principale.
La cassaforte, enorme incavata nel muro, solida come una fortezza, sembrava sfidare ogni sorta di attentati… Peraltro, la porta massiccia, rafforzata da sbarre e da serrature, era semiaperta, appena appena accostata.
Fu facile aprirla. I magistrati scorsero in una scatola di ferro qualche rotolo d’oro e un pugno di monete d’argento. Ma non videro un solo biglietto di banca.
Nei dossiers, tutti in ordine, si trovavano numerose cambiali, delle quali il capo-contabile disse di ignorare l’esistenza…
Uno di quei dossiers, al contrario degli altri, accuratamente chiusi, lasciava scorgere ciò che conteneva, e quel disordine indicava che qualcuno aveva frugato affannosamente.
Si rinchiuse la cassaforte. Vi si apposero i sigilli; poi si chiamò Michele, il fattorino della banca. Dopo avergli rivolto qualche parola incuoratrice, il giudice istruttore lo interrogò:
– Siete voi, Michele, che introducevate nello studio del signor Montreil, da lunghi anni, i visitatori che vi chiedevano di lui… Potete dirci quali persone vennero in ultimo a parlargli?
Penosamente, il vecchio dichiarò:
– Gli ultimi venuti… Sì, signor giudice…
Ma si turbò, esitò.
– Ah! Chi fu l’ultimo che venne qui?… Chi era?… Oh, signor giudice!… è curioso, imbarazzante… Ma… non posso dire chi fu quello che feci passare per ultimo… Scusatemi… La mia testa non connette più… non mi ricordo bene… So che restarono il signor Laurent… e… il conte della Guarinière…
Udendo questo nome, Paolino Broquet, sebbene sapesse di solito dominarsi, non potè reprimere un leggero sussulto.
– Sì, sono certo – disse ancora il vecchio – di avere introdotti il signor Laurent e il conte della Guarinière. Ma chi entrò per primo?… Non lo so più… non me ne ricordo…
– Vediamo, amico mio, – riprese dolcemente a dire il giudice istruttore – la cosa è per noi di capitale importanza… Voi lo capite… Cercate di ricordarvi…
Paolino Broquet uscì dal suo silenzio:
– Inutile, signor giudice, torturare questo brav’uomo…
– Ma…
– Noi sappiamo chi sono i due ultimi visitatori… e non dobbiamo far altro che interrogare il signor Laurent e il conte della Guarinière.
– Senza dubbio…
– Benissimo… Resta a sapersi – aggiunse il poliziotto rivolgendosi al capo della Polizia – resta a sapersi se essi ci diranno chi fu, dei ue, ad uscire per ultimo…
L’indomani mattina, di buon’ora, Paolino Broquet entrò nel gabinetto del signor Baumier, capo della «Suretè».
– Buongiorno, signor capo! – gli disse. – Sono riuscito, stanotte, non senza fatica, a stabilire, coi pezzetti di carta abbruciacchiata trovati ieri sera nel caminetto dal signor Montreil, un documeneto di grande importanza per noi… Ecco qui… E’ un titolo firmato dal signor Laurent… una cambiale di cinquemila franchi… pagabili a quindici giorni…
– Bene…
– Di più, ho saputo stamani che il signor Laurent è in cattive acque e non sarà certo in grado di far fronte a questo impegno…
– Questo è importante a sapersi… E sul conte della Guarinière, non sapete dirmi nulla?…
– Il conte della Guarinière ha passato ieri sera due ore in casa della signorina Lucetta Minois, una «stella» del caffè-concerto «Lutezia», la sua amante… Poi è andato come al solito al circolo, dove ha perduto una forte somma…
– Chi glie l’ha pagata?
– Come? Dubitate dunque che egli non ne abbia tanti?…
– Il signor baumier si tacque un istante. Poi domandò al poliziotto, che non cessava di fissarlo:
– Ma chi è questo conte della Guarinière?…
– Il conte della Guarinière!…
– Capisco… Ma che razza di uomo è?…
– Un gentiluomo…
– Autentico?…
– Come tanti altri…
– Cioè?…
– Che può, coi suoi atti, con delle carte… giustificare il suo nome e il suo titolo…
– Come vive?
– Come tanti altri…
– Gentiluomini!…
– O no… ma che conducono una gran vita senza rendite sicure…
La flemma di Paolino Broquet fece impazientire leggermente il signor Baumier:
– Su, parlate perbacco! Voi ne sapete certo di più su questo conte…
Senza scomporsi, il poziotto riprese a dire:
– Parlo, signor capo… parlo… E’ un elegantone, uno dei personaggi più chic e più quotati di Parigi galante… Partecipa ai Concorsi ippici, è un cacciatore meraviglioso, un boxeur terribile, uno spadaccino pericoloso… Due muscoli di acciaio! L’anno scorso lottò con Patouchny, il cosacco, e l’abbattè…
– Oh!… Non esagerate un poco, forse?
– No, signor capo… Eppoi, è un parlatore delizioso, assai colto, un ballerino di prima forza, un bell’uomo, un prodigo generoso…
– Felice lui!
Comna amante ha questa Lucetta Minois, alla quale è stata rubata ultimamente una collana di diamanti…
– Gà, me ne ricordo! Il conte venne qui per tentare qualche ricerca su quella collana… Lo conosco!
Paolino Broquet taque; poi domandò, calmo calmo, al suo superiore:
– Devo arrestarlo?…
Il signor Baumier sussultò:
– Cosa?… Voi scherzate!
– Non scherzo…
– Arrestare il conte della Guarinière!…
– Sicuro e, con lui, anche il signor Laurent… Perchè se non è l’uno è l’altro che è uscito per ultimo dal gabinetto del signor Montreil… E’ chiaro.
Il capo della Pubblica Sicurezza si mostrò molto perplesso:
– Non arrestiamo, per ora… Non commettiamo gaffes, per carità! Vado a conferire col giudice istruttore e poi riceverete i miei ordini…
– Ho capito.
– Attendo che mi portino notizie del banchiere…
– Io ne ho delle fresche… Il banchiere ha passato una notte discreta… Ha riconosciuto la moglie e i figli…
– Bene.
– Se questo miglioramento continua, domani potremo mettere i confronto con lui il signor Laurent e il conte…
– Credete?…
– Certo. Almeno, possiamo tentare…
– Ho paura che corriamo dei rischi tremendi…
– Penso, invece, che al capezzale del ferito noi potremo avere la soluzione dell’angoscioso problema…
… Quella giornata passò. I giornali della sera andarono a ruba come quelli del mattino. Il delitto appassionava l’opinione pubblica, eccitava la curiosità di tutti.
Naturalmente, la Polizia, la Questura, la Borsa, furono prese d’assalto dai cronisti in cerca di particolari sensazionali e delle prime rivelazioni. Ma non fu loro possibile raccontare al pubblico nulla di nuovo.
Peraltro, sebbene le Autorità desiderassero mantenere il segreto sulle loro ricerche, i giornali si affrettarono a stampare i nomi del signor Laurent e del conte della Guarinière.
Il signor Laurent divenne di colpo un uomo celebre. Andarono per intervistarlo; ma il negoziante, per un caso strano, aveva lasciato improvvisamente Parigi.
Allora, tutti si rivolsero al conte, che non contava che amici in Parigi.
I suoi svariati successi gli avevano procurato non poche gelosie all’intorno, e quanti non avevano mai osato dichiararglisi amici, si compiacquero di vederlo immischiato in una brutta avventura.
Ma il conte, anche questa volta, si mostrò cortesissimo e sereno e concesse collocui a tutti gli intervistatori.
Chiamato dal giudice istruttore, egli ammise senza esitanza di essersi trovato nell’ufficio del banchiere Montreil nell’ora in cui, probabilmente, si era consumato l’odioso misfatto. Ma egli ne aveva appresa la notizia soltanto dai giornali della sera.
– Foste l’ultimo o il penultimo dei visitatori? – gli domandò il giudice istruttore.
– Non saprei davvero… Quello che posso accertarvi si è che, come sempre, il signor Mantreil mi accompagnò fin sulla porta dell’ufficio e mi strinse cordialmente la mano…
Peraltro, annunciando la visita del conte al giudice istruttore, un reporter, desideroso di colpire il brillante gentiluomo, insinuò, nell’ultima riga del suo articolo, che in Parigi correva la voce del probabile arresto del conte della Guarinière. Ora, nel pubblico, questa notizia incontrò un favore tale da meravigliare lo stesso Conte, il quale credette necessario tener subito testa all’uragano provocando un mutamento a suo favore nella pubblica opinione.
Perciò, egli si dichiarò offeso diffamato, e spedì due amici intelligenti a sfidare l’incauto giornalista.
Poi, come tutte le altre mattine, andò a fare la sua passeggiata al Bois de Boulogne, a cavallo. Quando rientrò in casa, il cameriere gli annunciò che qualcuno lo attendeva nel salotto.
– Chi è?
– Il signore non ha voluto darmi il nome. Ma mi ha detto che si tratta dell’affare di stamani.
Un po’ imbarazzato, il conte si diresse verso il salotto. Non potette fare a meno di trasalire scorgendo lo strano visitatore… A fatica, egli ritenne un grido di meraviglia:
– Paolino Broquet!

L.

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Pubblicato da su aprile 21, 2017 in Pulp

 

[Pulp] La mano rossa di Henry Cauvain

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo un “giallo” ante litteram, in cui l’indagine analitica la fa da padrona: “La mano rossa” di Enrico Cauvain, resa italiana de “La main sanglante” (raccolto in volume nel 1885) del romanziere parigino Henry Cauvain (1847-1899).

Cauvain è un autore in pratica inedito in Italia: l’unica sua pubblicazione nota è “Massimiliano Heller“, romanzo d’esordio del 1871 edito a Milano dall’Osservatore Cattolico nel 1880 (trad. di Paolo De Angelis) e ristampato dalla milanese Pro Familia nel 1927: da allora non si hanno altre notizie di sue opere.
Il personaggio di Maximilien Heller è comunque considerato fra gli ispiratori dello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle. Invece ne La main sanglante il detective protagonista – monsieur Bidache – è di tutt’altro genere, proprio perché l’autore cercava nuove caratterizzazioni per i suoi personaggi.

Quelli che presento sono i primi tre capitoli del romanzo, uscito a puntate sul quotidiano “La Stampa” dal 30 luglio al 15 settembre 1910. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


La mano rossa

I.

Il 26 novembre 1880, alle sei di sera, davanti ad una piccola casa situata in cima alla via del Chemin-Vert, a Clamart, era radunata una gran folla. La notte era cupa, cadeva la neve ed il vento faceva oscillare la fiamma delle lanterne portate da qualche curioso. Alla porta della casa un carabiniere ritto sulla soglia, avvolto nel suo gran mantello, stava di guardia e non lasciava entrar nessuno.
Tutta quella gente parlava a bassa voce, come fosse stata davanti a un morto, sussurrando risposte brevi alle interrogazioni dei nuovi arrivati.
Ad un tratto la porta si aprì e qualcuno domandò:
– E’ giunto il dottore?
In quello stesso momento s’intese il rumore d’una carrozza che veniva su per la salita, al passo. La carrozza si fermò davanti alla casa e ne scese un uomo.
– Signor dottore, signor dottore, hanno bisgno di voi, là dentro – dissero parecchie voci nella folla.
– Lo so, amici miei – rispose il dottore Guyon. – Sono venuti a cercarmi proprio nel punto in cui giungevo a casa.
E affidando le redini del cavallo a un contadino, il vecchio dottore entrò con passo pesante. Attraversò un corridoio angusto e si trovò in una camera quadrata, arredata con molta semplicità. Nel mezzo di quella camera eravi un gran tavolo e sul tavolo giaceva disteso un cadavere.
Tre persone stavano tutte attorno al morto, gravi e pensierose. Erano il commissario di polizia del Comune, il giudice di pace ed il sindaco, signor Simonin.
– Ah! dottore, vi aspettavamo – disse il sindaco andando incontro al signor Guyon, al quale strinse la mano.
– E’ tutto finito?
– Sì, quel disgraziato è morto forse da due o tre giorni: ora si tratta di procedere alle constatazioni legali.
– Un suicidio?
– Probabilmente – disse il commissario di polizia, al quale rincresceva ammettere che fosse stato commesso un delitto nel Comune posto sotto la sua sorveglianza.
– Vediamo.
I quattro uomini si avvicinarono al tavolo. Sul corpo rigido steso davanti ad essi cadeva la luce di sei candele sopportate da un alto candelabro che avevano trovato sul caminetto.
Il commissario mostrò col dito al dottore una larga ferita, che appariva al collo del cadavere, all’apertura della camicia, fatta tutta nera dal sangue rappreso. Quella ferita profondissima aveva dovuto procurare la morte immediata. Spogliarono il morto, e sulla persona non trovarono alcuna traccia di violenza.
– Avete scoperto qualche arma, un coltello? – domandò il dottore.
Gli presentarono un rasoio dal manico di corno nero, tenuto aperto per mezzo di una cordicella strettamente legata e annodata. La lama era rossa di sangue.
Il dottore cominciò a prendere qualche nota per la sua relazione.
«Corporatura sana e robusta. Età approssimativa: sessant’anni. Incisione al collo profonda cinque centimetri, larga otto. La morte pare sia avvenuta da due o tre giorni. Causa probabile del decesso…»
A questo punto il dottore passò con aria imbarazzata e a più riprese il lapis, che adoperava per scrivere, nelle lunghe ciocche dei suoi capelli bianchi.
Erasi di fronte ad un suicidio o ad un delitto?
Tutte e due le ipotesi potevano essere ammesse. La ferita era a sinistra del collo e siccome il defunto doveva essere forte e vigoroso, si poteva benissimo supporre che egli si fosse tagliato la gola.
Ma era necessario, prima di tutto, sapere chi fosse e conoscere qualche particolare della sua vita.
Il signor Guyon si voltò verso il sindaco e il commissario per interrogarli a quel riguardo.
In quel punto il carabiniere ch’era di guardia alla porta entrò ad avvisare quei signori che un uomo insisteva per entrare in casa.
E nello stesso tempo porse al commissario un foglietto di visita sul quale era scritto in bellissima calligrafia rotonda il seguente nome: M. Bidache.

II.

Il commissario fece un gesto d’impazienza e parve esitare poi, dopo aver riflettuto per un istante:
– Fate entrare! – egli disse.
Un piccolo uomo, tutto vestito di nero, calvo sebbene ancora giovane, e che portava grandi occhiali quantunque avesse occhi sani e vista eccellente, entrò timidamente salutando a parecchie riprese le persone riunite nella camera.
Il signor Bidache dimorava a Clamart da più di un anno. Ci viveva molto semplicemente assieme alla vecchia madre, coltivando il suo giardino e andando ogni giorno ad erborizzare nella foresta. Era amato da quanti lo conoscevano, perchè buono e cortese con tutti. Il suo viso, dai lineamenti delicati e regolari, aveva spesso attirato l’attenzione delle fanciulle del paese, piuttosto ardite, come sono nelle vicinanze di Parigi. Esse gli lanciavano occhiate procaci e si divertivano vedendolo arrossire fino alla radice dei rari capelli. Faceva dei versi, e s’era arrischiato a gettare qualche volta un piccolo rotolo di carta con un nastrino rosa nella cesta da lavoro di una bella ragazza che cuciva, l’estate, sulla soglia dell’uscio.
Il sindaco ed il commissario soltanto conoscevano gli antecedenti del giovane e ne conservavano il segreto. Il signor Bidache era stato per cinque anni agente di questura. Nel servizio delicatissimo che implicava il suo impiego egli aveva dato prove d’intelligenza rara e d’acutezza d’ingegno superiore. Ma la sua naturale timidezza lo aveva lasciato sopraffare da compagni più arditi e meglio protetti; i suoi servigi erano stati male apprezzati, era stato scoraggiato da parzialità evidenti, ed infine, nel 16 maggio, era stato vittima di una denunzia. Non lo trovavano abbastanza bonapartista e lo avevano messo, quasi per punizione, di servizio all’ufficio di …
Disgustato da tante ingiustizie, il signor Bidache aveva date le sue dimissioni, e siccome sua madre possedeva una piccola rendita, egli era venuto a stabilirsi con lei in campagna, doveva viveva felice e tranquillo.
Ma in fondo al cuore conservava un grande amore per la sua antica professione, e tutte le volte che una disgrazia e un delitto veniva a turbare la quiete del villaggio, lo si vedeva giungere col suo passo incerto, domandare timidamente dei particolari ed emettere, esitante, il suo parere, che era sempre il migliore.
Dopo aver salutato profondamente le persone riunite attorno al cadavere, il signor Bidache tossì e disse con voce malferma:
– Vi chiedo scusa, signori, d’aver osato… Forse sono stato troppo ardito… e indiscreto.
– Ma niente affatto, caro signor Bidache – rispose il dottore, che lo conosceva per aver curato sua madre qualche settimana prima e che aveva ammirato la devozione filiale del giovane: – non siete per niente indiscreto: rimanete pure.
Il commissario lo accolse più freddamente. Il signor Bidache aveva avuto parecchie volte occasione di far risaltare, scusandosi del resto umilmente, errori o negligenze commesse dal magistrato, il quale, si capisce, non poteva amar molto quel dilettante agente di polizia. Mentre il giovane esaminava il cadavere, la ferita e il rasoio aperto, il sindaco signor Simonin dava al dottore Guyon i ragguagli che gli aveva chiesti concernenti l’uomo che giaceva loro davanti. Tre mesi addietro un vecchio ancora florido e robusto era venuto a Clamart per affittare una casa. Diceva chiamarsi il signor Rodrigo. Aveva preso in affitto quella che trovavasi situata proprio in fondo al paese, quasi isolata e vicina ai boschi. Essa apparteneva a modesti commercianti di Parigi, che vi passavano l’estate e che erano stati ben lieti di trovare a trarne profitto durante l’inverno. Il signor Rodrigo non dormiva mai in quella casa. Ci veniva soltanto qualche volta nel dopopranzo, e se ne andava sempre verso le sei. Non riceveva visite; però qualche abitante di Clamart affermava aver visto due o tre volte uscire dalla casa persone estranee.
Il sig. Rodrigo non parlava mai con nessuno ed era soventissimo accompagnato da un cane nero.
Ecco tutto ciò che si sapeva di lui.
La mattina di quel giorno alcune persone che passavano per quella strada per andare nella foresta avevan inteso lagni e gemiti uscire da quella casa misteriosa, le cui persiane erano sempre ermeticamente chiuse. Andarono ad avvisare il commissario di polizia. Questo venne, ascoltò attentamente e intese infatti attraverso alla porta dei lamenti appena percettibili.
Chiamò a sè il giudice conciliatore e il sindaco. La porta fu aperta, e quando,spalancate le persiane la luce penetrò nella camera, un orrendo spettacolo si offrì ai loro sguardi.
Il signor Rodrigo era steso per terra in mezzo ad una pozza di sangue. Presso lui rantolava, negli ultimi momenti d’agonia, il cane, i cui gemiti erano stati uditi dai passeggieri.
E dopo aver dato dei ragguagli al dottor Guyon e al signor Bidache, che lo ascoltavano attentamente, il signor Simonin mostrò sotto al tavolo il cadavere del piccolo cane, steso per terra colle gambe rigide e gli occhi aperti.

III.

– Il nostro còmpito è finito – disse il commissario: – ora tocca ai giudici a decidere se vi fu delitto o suicidio!
Ma quantunque con quelle parole dichiarasse terminata la sua missione, pure non accennava ad andarsene, e i suoi compagni rimanevano, come lui, silenziosi, incerti e come assorti davanti a quel mistero inquietante.
– Il defunto aveva qualche carta? – domandò dolcemente il signor Bidache.
– Nessuna! – replicò il signor Simonin.
– E del denaro? Aveva del denaro?
– Su lui, nulla: ma il cassetto di questo scrittoio era aperto – disse il commissario di polizia andando verso un mobile – e abbiamo trovato questa somma: trentasette franchi e cinquanta centesimi. Non è dunque probabile che lo abbiano assassinato per derubarlo, tanto più che egli veniva soltanto in questa casa per passarci qualche ora e non doveva certo tener qui i suoi fondi.
Il signor Bidache aveva preso i panni del morto, che erano stati gettati sopra una sedia, e li esaminava mentre il commissario parlava. Un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, ma non contraddisse l’asserzione del grave magistrato.
– Ciò che potrebbe far supporre un delitto – disse il giudice – è la morte del cane. L’assassino avrà voluto ucciderlo perchè non desse l’allarme.
– si potrebbe anche ammettere che quella povera bestia fosse morta di fame – disse il commissario – poichè il decesso del padrone data da due a tre giorni.
– Bisogna sapere in qual giorno il signor Rodrigo venne qui l’ultima volta.
– Si è ritrovata la chiave di casa nelle tasche del defunto? – domandò Bidache.
– No; e pertanto la porta era chiusa e le serrature intatte.
Vi fu di nuovo qualche momento di silenzio; poi il commissario, avendo detto per la seconda volta che non c’era più nulla a fare attorno a quel cadavere, si disposero ad uscire.
Il signor Bidache portava il candelabro.
Nel momento in cui giungevano presso la porta d’entrata si fermarono tutti, facendo lo stesso movimento di stupore.
In faccia ad essi, sulla superficie bianca del muro, si vedeva distintamente l’impronta di una mano insanguinata largamente distesa.

L.

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Pubblicato da su aprile 14, 2017 in Pulp

 

[Pulp] L’eroina di Michel Zévaco

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton, in questo caso – incontriamo un nome importante della narrativa d’appendice francese, molto amato anche in Italia, dove veniva chiamato Michele Zévaco.

Michel Zévaco è originario di Ajaccio come Napoleone Bonaparte, è stato un insegnante ma anche un anarchico, un ufficiale ma anche un romanziere. Dimenticato oggi da tutti, dal 1900 – all’età di quarant’anni – iniziò a pubblicare romanzi a puntate sui giornali con grande successo, raccontando gli intrighi del passato romanzesco della Francia con quei personaggi che avevano già reso celebre Alexandre Dumas. Non a caso in questo testo che vi riporto c’è il cattivissimo Richelieu!
Dal 1906 al 1918 (data della sua morte) pubblica regolarmente le sue avventure romanzesche sul quotidiano “Le Matin”, che subito le rivende al nostrano “La Stampa”: per anni Zévaco intrattiene i lettori italiani di inizio Novecento, giorno dopo giorno, prima che l’oblio completo lo inghiotta.

Vi propongo l’inizio de “L’eroina“, traduzione italiana – senza firma – de L’héroïne (1908, raccolta in volume da Fayard nel 1910).
Apparso a puntate su “La Stampa” dal 9 agosto 1910 al 9 marzo 1911, in Italia il romanzo viene raccolto in volume dalla milanese Bietti e Reggiani nel 1922 con la traduzione del professor Giovanni Vaccaro: ristampato nel 1924, 1934 e 1942. Nel 1947 lo ristampa Bietti come L’eroina. Il cardinale Richelieu.
Per quanto sono riuscito ad appurare, non esiste la donna protagonista di questa storia, sebbene perfettamente calata in un ambiente strettamente storico.

Come sempre specifico che ho lasciato tutto esattamente come apparso in Italia più di un secolo fa, per testimoniare anche di com’era l’italiano di inizio Novecento.


I.
Anna di Lespars

Solo, immobile nel sontuoso salone, rigido nel rosso vestito, ricoperto da un milione e cinquecento mila lire di merletti e di diamanti, lo prendereste per qualche tetro e magnifico personaggio di Filippo di Champagne che un dolore avesse fatto vivere per un istante e discendere dalla sua cornice dorata…
Con una mano si appoggia alla stemmata spalliera di una poltrona; con l’altra si ricopre gli occhi; giacchè è di quelli che fanno piangere il mondo, ma di cui nessuno deve vedere le lagrime…
E’ giovane ancora. I suoi baffi ed il pizzo sono neri. Il viso è fine e violento, con una larga fronte liscia, pallidissima. I suoi abituali atteggiamenti svelano l’eccessivo sentimento che lo domina: l’orgoglio.
Nel profondo silenzio, egli medita e piange…
Nel vasto silenzio del suo palazzo popolato da una moltitudine di persone colme di rispetto; nel tetro silenzio di Parigi domata, nel tragico silenzio della Francia ridotta all’obbedienza…
Quest’uomo porta un nome formidabile.
Si chiama Richelieu!
Il palazzo cardinalizio è appena finito. In quel mattino di marzo 1626. Richelieu l’inaugura con una messa solenne, che dirà egli stesso, nella sua cappella dove ha invitata la Corte, i suoi amici, i suoi nemici, tutti, per mostrar loro il suo fasto ed affascinarli con la sua opulenza.
Ed ecco ciò che in questo minuto egli rantola in fondo alla sua mente:
— Ella non viene!… Per mezzo d’un servitore, come ad un servitore, mi ha fatto sapere che poco le importa di questa cerimonia, consacrazione del mio potere!… Ella mi schiaccia col suo disprezzo. Umiliato, vinto, abbattuto da quella donna Io, che ho legato un regno!… O mia regina! O statua di marmo! A qual cielo andrò ad involare il sacro fuoco che dovrà animarti?… Che fare? Che cosa intraprendere? Con quale gloria coprirmi, perchè ella, finalmente, se ne avveda?… Avvenire di splendore, gioie del potere illimitato e della illimitata ricchezza, sangue, vita, tutto darei per uno sguardo d’Anna d’Austria!… E’ finito… Ella non verrà!
In questo secondo, una voce, presso di lui, mormora:
— Monsignore, Sua Maestà la Regina è giunta, in questo momento, nella cappella!
Il cardinale trasalisce.
Dinanzi a lui s’inchina un monaco, dalla testa ossuta, angolosa, dal sorriso cinico od ingenuo, dall’occhio stupido od impudente, dalla figura di spadaccino, sotto alla tonaca – un gran diavolo di cappuccino, lungo e magro, in cui si vede la spia ad un miglio di distanza.
Richelieu, pallidissimo, prende il braccio del monaco, e fremente:
— Corignano! Corignano! Che dici?…
— Dico che la vedrete accordarvi il suo primo sorriso!
— T’inganni! – balbetta il cardinale.
— Dico che, se volete, ella è vostra!
— Monaco! Monaco! Perdi il senno?…
— Andiamo, dunque, monsignore!
— Fra Corignano credo vi abbia provato che conosce il suo mestiere. Sa vedere, ascoltare, e, all’occasione, dire la sua parolina.
— Hai detto qualche cosa, tu? – dice fremendo Richelieu. – Vediamo! Che cosa hai potuto dire?…
— Monsignore, vengo dal Louvre, dove ho veduto la signora di Givray, la vostra ambasciatrice… accreditata presso la regina. Ascoltate. Eminenza: Caterina la Grande ha avuto le Tuileries; il Re ha il suo Louvre: Maria dei Medici ha il Lussemburgo. Solamente Anna d’Austria non ha nulla!… E voi, monsignore, voi avete, mi capite? avete questo palazzo, maestoso come le Tuileries, vasto come il Louvre, elegante come il Lussemburgo…
— Oh! – balbetta il cardinale, febbrilmente. – Quale sogno!… Oh! se fosse possibile ch’ella degnasse…
— Accettare?… Ah! monsignore, voi siete un ministro geniale, ma non conoscete le donne come il povero Corignano!… Anch’io ho la mia politica, tutta a vostro servizio. Ho, dunque, collocata la mia parolina, nell’orecchio della signora di Givray. Ho detto… in fede mia: ho avuto l’audacia di dire che questo palazzo, che stupisce il mondo, non è stato costruito per il cardinale, ma per una illustre principessa, e…
— Termina! Termina! – dice palpitando Richelieu.
— E l’illustre principessa aspetta una conferma delle mie parole!… Monsignore, quando volete ch’io porti al Louvre la lettera che ora scriverete ad Anna d’Austria?
Il cardinale soffoca un grido d’insensata speranza, chiude gli occhi, si comprime il petto con ambo le mani ed abbagliato, inebriato, con l’accento della passione:
— Questa sera… verso la mezzanotte… nel mio palazzo di piazza Reale… ti aspetterò!
In quel momento, un uomo vestito di nero si allontanava dalla portiera, dietro cui ascoltava, traversa l’oscuro gabinetto, in cui era a spiare, passa in una galleria e si perde nei corridoi del palazzo cardinalizio…
Corignano si è inchinato umilmente; poi, si è diretto verso la porta del salone, che apre, e là s’incontra con qualcuno che entra: grosso, basso, panciuto, una sorta d’aborto, dal viso scialbo, pieno d’inquietudine, altra fisionomia di spia.
— Rascasse! – mormora il cappuccino. – Sempre fra i miei piedi, dunque?
— Corignano! – esclama l’altro. – Sempre mio rivale, allora?
— Voi mi annoiate, mio piccolo Rascasse!
— Voi m’irritate, mio gran Corignano!
Corignano si curva per fulminare, con una maledizione, il rivale. Ritto sulla punta dei piedi, Rascasse mastica un insulto. E, divorati dalla gelosia, i due spioni, in corso, si minacciano:
— Ci rivedremo!…
Richelieu è rimasto anelante, come un disgraziato sul punto di soccombere alla miseria, cui sopravvenga una favolosa fortuna. Rascasse, tutto ricoperto di polvere, viaggiatore che non si è dato il tempo di mutar di vestito, si avanza trotterellando e moltiplica gl’inchini, per attirar l’attenzione del suo padrone…
Il cardinale, finalmente, lo vede.
Repentinamente, amore, passione, desiderio sfrenato, tutto sparisce dal suo spirito. Quel viso fiammeggiante diviene astuto. Quegli occhi, che fissavano la chimera, in fondo ad un miraggio, divengono glacialmente inquisitori.
Il ministro esita a parlare. Forse, teme la risposta all’interrogazione che gli brucia sulle labbra. E, d’un tratto:
— La signora di Lespars?
La spia si raddrizza e, in un soffio, lascia cadere questa sola parola:
— Morta!…
Il cardinale resta pensoso. Una ruga solca quella fronte implacabile. Il suo acuto sorriso è solo a svelare che la risposta è qual’era desiderata. L’odio dev’essere, in quell’uomo, terribile come l’amore… Egli osserva lo spione curvo dinanzi a lui, ed a voce bassa:
— E’ morta… bene! Dimmi, ora, chi l’ha… aiutata a morire?…
Rascasse freme. Egli è, forse, al momento decisivo in cui una semplice menzogna assicura la vita d’un uomo. Lotta. Esita. Poi, d’un tratto, dentro di se:
— Bah! Il signor di Saint-Priac non oserà mai denunziarsi da sè stesso!
— Sono stato io, monsignore… io!
— Rascasse, tu sei un buon servitore. Passa dal mio tesoriere: egli ti aspetta. La parola che hai detta vale il suo peso d’oro. Basta, per il momento. Questa sera, nel mio palazzo, mi dirai i particolari del tuo viaggio ad Angers e del come è avvenuta la cosa. Ora vai.
— Un istante, monsignore. Io avrei dovuto esser qui quindici giorni fa, giacchè la signora di Lespare è morta il 23 febbraio. Ora, se mi sono indugiato è stato perchè ho cercato qualcuno che ho studiato durante un mese… e che mi è scivolato di mano al momento in cui stavo per… basta! Si ritroverà!
— Di chi, di che cosa vuoi parlare? A me non piacciono i rapporti oscuri, signor Rascasse.
— Perdonatemi, monsignore. Si tratta della figlia di quella nobile signora… si tratta di Anna di Lespare!
— Anna!… Quella bambina!…
— Quella bambina ispirava la madre! – mormora sordamente lo spione. – Monsignore, ci siamo ingannati!
Il cardinale ha un brivido.
— Bisognava lasciar vivere la madre ed uccidere la figlia! – termina la spia, trasportata da un’ambizione che, forse, è al disopra delle sue forze.
Il fredd’occhio del cardinale getta un lampo. E Rascasse aggiunge:
— Il pericolo era là. Eminenza! Ella mi è sfuggita: senza di che avrebbe già raggiunta la madre. Dov’è ora? Ah! vedete, monsignore, vi dico, davvero, che dieci uomini ribelli non hanno l’energia di quella fanciulla. Ella viene a voi, forse! E se ciò è, badate, ah! badate! Non si sa nè tremare, nè perdonare, nè deporre le armi, quando si èchiamati Anna di Lespars!…
Richelieu ha aggrottate le sopracciglia. Egli medita, calcola, combina. Non si tratta più d’un sogno d’amore, si tratta di un pensiero di delitto. E’ la paziente meditazione del mostruoso ragno che domanda a sè stesso da quale estremità incomincierà la sua mortale tela. Egli erca. Il suo pensiero duro, inaccessibile alla pietà, entra senza esitazione nei meandri che giungono al delitto… La quistione che dibatte non è di sapere se risparmierà o se ucciderà! E’ di stabilire come prenderà quella bambina per la gola ed in quale orrendo trabocchetto la precipiterà tutta palpitante… E, d’un tratto, raddrizza il capo ed alza le spalle… Ha trovato!…
— Rascasse, hai veduto ad Angers, quel barone di Saint-Priac?
— Sì, monsignore – risponde la spia, che reprime un fremito. – Si è messo in cammino per Parigi contemporaneamente a me, munito della lettera d’udienza che gli permetterà d’essere ammesso, senza ritardo, presso Vostra Eminenza. Prezioso acquisto, monsignore! Ventitrè anni, niente scrupoli, pronto ad intraprendere tutto, capace di tutto comprendere, spirito vivace, braccio solido, e, all’estremità di questo braccio, una spada forse ancora più terribile di quella del famoso Trencavel stesso.
— Trencavel? – interroga il cardinale.
— Il maestro di scherma, la cui sala è la più frequentata di Parigi. Io lo conoscono. Ancora un altro che dovreste acquistare, monsignore!
— Vedremo. I rapporti dicono che quel Saint-Priac è innamorato della signorina Lespars. E’ vero?
— Venderebbe la sua anima al diavolo, se questi gli offrisse Anna… L’ha già venduta – aggiunge dentro di sè Rascasse, pensoso – poichè, per impadronirsi della figlia, egli ha…
— Ebbene! – dice freddamente Richelieu, il cu sguardo s’illumina d’una luce funesta. – Non ti occupare di quella giovanetta, Rascasse. Mi hai sbarazzato della madre… Saint-Priac mi sbarazzerà della figlia!…
— E come, monsignore?…
— Sposandola! – risponde Richelieu con un fine sorriso.
E la spia, l’uomo delle opere di morte, Rascasse non può fare a meno di rabbrividire!… E, quando ad un cenno, si ritira, balbetta:
— Saint-Priac speso d’Anna di Lespars!… Saint-Priac!… Orribile, questo è orribile!
Allora il cardinale Richelieu picchia su di un timbro. Un solenne servitore entra e spalanca le due porte a doppio battente, situate di faccia. Una dà su di un’immensa galleria, l’altra sulla cappella. Il salone si riempie di gentiluomini, di vescovi, di canonici, d’arcivescovi…
Richelieu prende le insegne della sua dignità cardinalizia e si avanza, circondato da quel grandioso corteo di prelati, che intuonano un canto simile ad un inno di gloria. Nella cappella, prodigio di lusso e d’arte, suonano gli organi, nubi d’incenso si alzano dagli incensieri d’oro massiccio e vanno ad oscurare la luce delle candele, sopportate da candelabri incrostati di pietre preziose. E’ un quadro d’incomparabile magnificenza. Ed in questo quadro, simile ad una visione d’irreale splendore, è un’assemblea di un’impressionante maestà, composta di Luigi XIII, Anna d’Austria, Maria de’ Medici, Gastone d’Anjou, Vendôme, Bourbon, i Condè, i Robin, i Chevreuse, Ornano, Solssons, Montmorency, Chalais, folla di signori d’alta nobiltà, ressa di principesse, tutta l’aristocrazia, la Corte tutta in Corte di Francia, curva dinanzi ad un uomo!…
Poichè è all’uomo che va quella religiosa adorazione, non al prelato che deve officiare.
Allora, sembra che Richelieu sia più augusto e più forte del Re!
Allora, sembra che, su quei grandi della terra, prosternati, passi una raffica di spavento.
Richelieu si è fermato un istante all’entrata della cappella. Drittissimo, raggiante di superbia, egli vede chinarsi tutte quelle teste illustri e prova la vertigine del potere…
D’un tratto, al momento d’incamminarsi verso l’altare, vacilla, colpito in piena apoteosi: laggiù in fondo alla cappella, vi è una donna che resta ritta in piedi e lo guarda in viso, e lo sfida con tutto il suo atteggiamento!…
Una giovanetta bionda, con occhi neri. Bella, fiera, scintillante d’audacia…
Richelieu impallidisce dalla rabbia. Richelieu trema. Egli mette nei suoi occhi sfolgoranti tutta la minaccia, tutta l’anatema. E la giovinetta rende urto per urto, maledizione per maledizione, ella è una viva dichiarazione di guerra…
Guerra ad oltranza! Guerra a morte!…
E quando il cardinale, con passo convulsivo, sale verso il tabernacolo, è livido di odio o di terrore, poichè quella che ha veduta così, viene in nome del diritto e della giustizia, della vendetta, ed è con voce tremante che mormora:
— La figlia di Enrico IV!… La figlia della morta!… Anna di Lespars!…
Figlia di Enrico IV!…
Ella è, dunque, sorella di Alessandro di Bourbon e di Cesare di Vendôme? Sorella di monsieur, duca d’Anjou! Sorella di Luigi XIII, re di Francia!…
Quale dramma è in quella nascita reale? Chi è quella signora di Lespars, di cui abbiamo ora appreso l’assassinio? Di quale fallo fu colpevole o di quale tranello fu vittima? Sono queste «delle ignote da cercare» e un problema da risolvere nulla di più, nulla di meno.
Quella che porta il nome di Anna di Lespars e che ha, forse, diritto ad un posto sui gradini del trono, come Enrichetta, figlia di Gabriella d’Estrées, è uscita dalla cappella al momento in cui incominciava la cerimonia. Con un’eroica bravata ella ha voluto gridare gli occhi al padrone di tutto e tutti.
— Eccomi! Guardami. Io ti guardo. E’ fatto. Il guanto è gettato…

L.

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Pubblicato da su aprile 7, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Il Re Mistero di Gaston Leroux

Concluso il viaggio nelle origini di Lupin, è il momento di parlare di un suo connazionale nonché coetaneo. Di Gaston Leroux ho parlato in occasione della nascita del suo Fantasma dell’Opera, semplicemente perché del prolifico autore è l’unico testo noto in Italia: insieme a Il delitto della camera gialla è il suo romanzo più ristampato, con più di venti edizioni fino ad oggi e circa quattro traduzioni diverse. Una briciola, nel paniere dell’autore.

Malgrado oggi nessun italiano lo ricordi, nel nostro Paese è uscito in lingua italiana un’opera nera e misteriosa di Leroux, apparsa a puntate dal 6 maggio al 21 agosto 1909 sul quotidiano “La Stampa”, vero erede nostrano dei quotidiani parigini con i racconti a puntate. In questa formula infatti il romanzo di Leroux era uscito, su “Le Matin”, dal 24 ottobre 1908 al 9 febbraio 1909.
L’Italia dunque presentava in anteprima il nuovo re del terrore francese… per poi dimenticarsene completamente. Non esistono tracce di una qualsiasi raccolta in volume di questo romanzo, quindi oggi – 31 marzo 2017 – rispolvero quest’opera dopo più di un secolo di totale silenzio nel nostro Paese.

Essendo io un pazzo, mi sono digitato a mano, parola per parola, il testo rovinato e smangiucchiato apparso sulle copie del quotidiano di inizio secolo, prendendolo dal suo archivio libero on line.
Vi riporto solamente i primi due capitoli, preceduti da un’introduzione che fa parte integrante della trama. Sappiate che questa è l’unica occasione di leggere in italiano un’opera che nessun nostro compaesano conosceva di Leroux.
Specifico che ho mantenuto il testo italiano dell’epoca, con le discutibili scelte grammaticali e l’insopportabile “è” (con accento grave) in ogni occasione, anche quando andrebbe utilizzata la “é” (con accento acuto). L’ho fatto per farvi fare un tuffo nell’Italia del 1908, che leggeva le avventure del Re del mistero…

Prima però un omaggio a tutti gli amanti delle cospirazioni, dei Rosa-Croce e Cavalieri della Uallera d’oro vari: il profilo del personaggio tratto da “Jules Verne e l’esoterismo. I viaggi straordinari, i Rosa+Croce, Rennes le Chateau” (Jules Verne, initié et initiateur, 1984), di Michel Lamy, a cura di Gianfranco de Turris, trad. di Milvia Faccia, Edizioni Mediterranee, Roma 2005

Questo illustre amante della ricerca di tesori che fu Gaston Leroux ci lasciò il suo proprio Robur: Le Roi Mystère. Strana storia, in verità, quella del capo di malviventi, con un cuore grande, dotato di un senso innato della giustizia, che ha qualcosa dell’ingenuo e nel contempo di un essere invincibile, un personaggio dedito a raddrizzare torti servendosi del furto, a metà tra Montecristo e Robin Hood, e insieme Cartouche e Mandrin, che regna come un vero Re nell’ombra, conservando però uno spirito anarchico. Regna su un mondo sotterraneo, una sorta di Agartha nelle viscere di Parigi. È il Re delle Catacombe. Non è forse anch’egli un Re Perduto?

Strane quelle due lettere che si videro un mattino dipinte in rosso sulle porte della prigione della Roquette, proprio come strani apparvero nel XVII secolo i manifesti della Rosa+Croce sui muri di Parigi. Le due lettere R.C. rappresentano la firma del Re delle Catacombe. Ma perché mai egli firma R.C., quando Gaston Leroux intitola il suo romanzo Le Roi Mystère (vale a dire R.M.) e il vero nome di questo personaggio è Robert Pascal (ossia R.P.)? In effetti, come potrebbe essere altrimenti, visto che Gaston Leroux voleva, proprio come Jules Verne, scrivere un testo d’ispirazione rosicruciana? R.C. è certamente, come abbiamo visto, la firma dei Rosa+Croce, ma il legame con Robur il Conquistatore non si ferma qui, e su una porta possiamo leggere: ROBUR mortis viri saluss et sublimitus, profundis, longitudo, latitudo. Avete ancora dei dubbi? Allora leggete il romanzo. Vedrete Gaston Leroux descrivere il suo personaggio come un Padrone del Bene e del Male. Il Re Mistero non esita a dire: «Io sono più forte della morte!… Io sono la vita!». Egli è uno dei “Padroni del mondo”. Infatti, non appare egli equalmente sotto la forma del misterioso conte di Teramo-Girgenti che, proprio come Saint-Germain e Cagliostro, si presume vissuto sotto Enrico IV e in possesso del segreto per resuscitare i morti (segreto che consiste parzialmente nell’andare a passare le aque tutte le estati?) «”Io non resuscito”, disse il conte. “Io vengo resuscitato. A tal fine, è sufficiente che in alcune condizioni date si pronuncino davanti al mio cadavere alcune parole in virtù delle quali io torno alla vita”». D’altro canto, il titolo di uno dei capitoli è “Ti risveglierai tra i morti”.

Ce n’è per tutti i gusti…

Il Re Mistero
(Le roi mystère)
di Gaston Leroux

Nella prefazione che egli scrisse alla più bella storia del mondo, l’autore dei Tre Moschettieri racconta come consultando vecchie carte nella Biblioteca Reale, fu sorpreso da tre nomi: Athos, Porthos e Aramis che colpirono così vivamente la sua fantasia da indurlo a ricercare a chi potessero avere appartenuti e a scrivere – una volta saputolo – tante meravigliose avventure. I tempi eroici sono passati: non v’è più nulla da scoprire nelle biblioteche; non vi sono nemmeno più degli Alessandro Dumas. L’unica risorsa che ci resta è il reportage che non compulsa i libri, ma la vita contemporanea. Il reportage, appunto, mi condusse ad una curiosa scoperta, ad un punto di partenza per ricerche molto interessanti ancorchè fuori dei libri. Un giorno, ecco, desideroso di risalire all’origine del famoso affare politico-giudiziario passato durante il Secondo Impero, sotto il titolo: «Lo scandalo delle ferrovie ottomane» e restato sempre un po’ oscuro, lo sfogliavo in raccolta dei primi numeri del giornale L’Epoque e la mia attenzione cadde sopra un trafiletto in cima al quale erano scritte a grossi caratteri le due maiuscole R. C. seguite da un enorme punto interrogativo.
Ecco testualmente, quello che lessi: «Se ci occupassimo un po’ meno del dramma che si svolge in questo momento davanti al Corpo legislativo, l’opinione pubblica si commuoverebbe forse per il fatto più unico che raro, che è avvenuto stamani in piazza della Roquette. Non si è dimenticato che Desjardies attende nella Grande-Roquette il coltello del carnefice. Ebbene! noi possiamo affermare che, la notte scorsa, la ghigliottina è venuta. La stampa non era stata prevenuta; ma intanto, verso le quattro e mezza, il patibolo è stato montato. Ai primi languori dell’alba – però – il carnefice ed i suoi aiutanti smontarono la ghigliottina senza aver tagliato la testa a nessuno. Erano stati mal dati o mal compresi gli ordini relativi all’esecuzione? Forse l’imperatore – dopo avere rifiutato la grazia al Desjardies – si era deciso all’ultimo momento, contro tutte le convenienze, a fare arrestare il corso della suprema giustizia? Non bisogna dimenticare che Desjardies è la prima vittima dello scandalo delle ferrovie ottomane e – nonostante il suo abbominevole assassinio – non è forse il più colpevole. Altri hanno ucciso, non v’è dubbio; altri ce la giustizia imperiale non seguirà mai… e che conserveranno la loro testa sulle spalle. In alto loco si sarebbe avuto dunque qualche tardivo rimorso al momento di sacrificare una delle personalità meno compromesse in questo prodigioso imbroglio finanziario? Insomma, non sappiamo che cosa pensare, nè che inventare davanti a questo fatto innegabile: il boia se n’è andato com’era venuto, con le mani in tasca e il paniere vuoto. E in questa storia è pure bizzarra la scoperta di due lettere cabalistiche dipinte in rosso sulla grande porta della prigione: R. C. Che cosa significano? Chi ce lo dirà? Nessuno! Perchè nessuno ha tempo di occuparsi di cose all’infuori della tragicommedia che si sta preparando nei corridoi di Palazzo Borbone!»
Impressionato da queste strane parole, mi misi a ricercare in altri giornali della stessa epoca qualche traccia dello straordinario avvenimento: ma non ne trovai nessuno. Solo sotto la data dell’indomani trovai una nota ufficiale riprodotta da tutti i giornali e che diceva:
«L’Epoque ha pubblicato ieri un trafiletto relativo all’esecuzione di Desjardies. Siamo autorizzati a smentirlo categoricamente. L’esecutore delle alte opere non è stato punto scomodato e i suoi legni di giustizia non sono stati mossi dal capannone in cui vengono custoditi. Si potrebbe trovare l’origine d’una così inverosimile storie nell’errore commesso da un ufficiale della prefettura di polizia, il quale, credendo che l’esecuzione dovesse aver luogo in quella notte là, aveva inutilmente distribuito i suoi agenti per il servizio d’ordine».
E lo stesso giorno l’Epoque faceva ammenda onorevole: «Noi siamo stati ingannati ieri da uno dei nostri giovani redattori di cui ci siamo subito sbarazzati. Un alto funzionario della Prefettura è venuto a darci tutte le spiegazioni desiderabili riguardo all’errore che ha messo in moto tutto il servizio ordinario d’ordine per le esecuzioni».
Ma nè la nota dell’Agenzia ufficiale, nè la rettifica dell’Epoque riuscirono a convincermi. Trovai he avevano qualche cosa di misterioso, di inquietante. A chi conosce un poco le abitudini combattive della stampa doveva apparire almeno strana la facilità con la quale l’Epoque prendeva atto della smentita ufficiale senza muovere nessuna critica alla Prefettura di polizia che aveva commesso un errore deplorevole. La perfetta serenità con la quale tutti i giornali registravano la disavvedutezza prefettizia mi turbò straordinariamente. E che dire delle due iniziali rosse trovate sulla porta della prigione: R. C.? Nessuno ne parlava? Nessuno si preoccupava di spiegare l’enigma, nè di smentirlo? Si poteva forse credere che si trattasse di un cattivo scherzo? Non lo pensavo. Uno scherzo ha sempre l’aria di dir qualche cosa; ma che voleva significare quel R.C. sulla porta della prigione dei condannati a morte? In tutto ciò v’era secondo me del mistero ed io non avrei avuto pace fino a quando non avessi trovati il «giovane redattore» così, precipitosamente licenziato e quell’ufficiale della Prefettura cui si attribuiva un errore tanto grossolano. L’uno e l’altro vivevano ancora ed ambedue furono il punto di partenza di un’inchiesta che durò parecchi anni e come resultato della quale io vi presento questo romanzo le cui emozionanti peripezie saranno tanto più gustate in quanto si ricordi che certe figure e certi avvenimenti hanno messo già a rumore il mondo. La realtà si è mostrata, nell’ultima metà del secolo scorso, così gelosa della chimera che non v’è più nulla da inventare sulla terra, nemmeno per un romanziere.

*
PARTE PRIMA
La potenza delle tenebre
I. Qualche cosa brilla nella notte

V’è un luogo più triste, più tetro, più misterioso di quell’angolo di Parigi che circonda la piazza della Roquette? Dove sorgeva la vecchia prigione, recentemente demolita, sono sorte alte case; ma il luogo resta lugubre lo stesso per la prigione che ancora esiste dall’altro lato della piazza e che è destinata ai giovani detenuti. Tomba per quelli che sono appena giunti sulla soglia della vita; più terribile di tutte le tombe.
All’epoca del nostro racconto la grande Roquette da lunghi anni innalzava i suoi muri neri davanti alla piccola Roquette. Talvolta la porta della «piccola» s’apriva per lasciare uscire qualche adolescente pallido per aver sepolto là dentro qualche anno prezioso della sua giovinezza; la prima cosa che egli vedeva era la porta della «grande» sinistra e immensa come se l’avessero elevata apposta sulla soglia dell’avvenire di lui. L’una e l’altra prigione erano separate da qualche pietra, piedistallo del patibolo. Se il giovanetto distoglieva gli occhi da questo lugubre quadro egli scorgeva a sinistra un’altra porta, quella del cimitero: il Père-Lachaise. Allora fuggiva a destra e discendeva rapidamente verso la vita, verso la libertà, verso Parigi, da quella parte della strada della Roquette che mette in piazza Voltaire, chiamata allora la piazza del Principe Eugenio.
In essa, precisamente, noi trasportiamo il lettore, la notte del 13 dicembre 186…, alle quattro precise.
Questa strada – sì lugubre durante il giorno per le sue case basse, le botteghe oscure di mercanzie mortuarie, gli spacci di vino sempre pieni di vagabondi e di prostitute – diventava talvolta gaia nella notte, allorchè la plebaglia uscita dai bassi fondi della capitale si avviava verso la piazza della Roquette per assistere allo spettacolo d’una testa che cade sotto la mannaia. Fannulloni, curiosi di tutti i ceti, carrozze delle più quotate mondane di Parigi, fiacres carichi di studenti, si urtavano, s’intrecciavano, si accumulavano dietro un primo cordone di agenti i quali non lasciavano passare che i privilegiati muniti di biglietto speciale rilasciato dalla prefettura.
Nella notte da cui s’inizia questo racconto, la via della Roquette che durante la nottata precedente era stata affollata per la voce corsa dell’immediata esecuzione di Desjardies, aveva ripreso il suo aspetto consueto. Stanchi della vana attesa anche i più curiosi se n’erano andati.
Ora, qualche minuto dopo le quattro, quando tutto riposava e tutto era silenzioso, nella strada del quartiere apparvero all’improvviso numerosi agenti. I capi parlavano tra di loro e davano gli ordini a bassa voce. Quasi subito giunse la truppa: non era mai stata tanta ed occupò la piazza della Roquette col medesimo silenzio misterioso. I plotoni furono schierati in quadrilatero intorno al patibolo. Una finestra all’angolo della via della Roquette, sopra uno spaccio di vini che portava l’insegna: «A la renaissance du bon vin», s’aprì d’un tratto; ma un uomo di cui era impossibile scorgere la faccia, – non solo per l’oscurità, bensì anche perchè teneva il cappello abbassato sugli occhi, – si staccò da un gruppo di ufficiali, andò sotto di essa, pronunciò qualche parola con voce sorda e la finestra si richiuse. Quest’ultimo coperto da un ampio mantello col bavero alzato fin sopra le orecchie tornò verso il gruppo degli ufficiali e chiamato a sè uno di loro gli disse:
– Fate innestare la baionetta in canna. Dovete aspettarvi di tutto…
– Non è possibile!…
– Credetemi, di tutto. In ogni caso vi avvertirò. Ho posto agenti a fare la sentinella dappertutto… Ne ho riempito il Père-Lachaise.
Ciò detto, l’uomo misterioso si avviò verso i gendarmi a cavallo, che in quel momento entrarono nella piazza dalla parte della grande Roquette e si disposero davanti alla porta della prigione. L’uomo discese allora verso la piazza Principe Eugenio.
Per quanto le evoluzioni della truppa fossero state fatte in silenzio, qualcosa cominciava ad agitarsi nella parte bassa della via della Roquette. Si aprirono delle finestre, una bottega levò le bande: intanto che un lattivendolo svegliava i casigliani della piazza Principe Eugenio col suo vociare. Tuttavia la strada della Roquette si manteneva deserta, sempre occupata dai soldati e dagli agenti. Ma ecco che verso le cinque parecchie vetture sfilarono e una mezza dozzina di persone, avviluppate in pesanti pelliccie, ne discesero per dirigersi verso la bassa di una delle più vecchie case della via. Picchiavano con fare misterioso a quell’uscio che si apriva e si richiudeva rapidamente.
Accanto ad esso, nell’ombra, l’uomo dal lungo mantello osservava attentamente i nuovi venuti ed era là immobile da una mezz’ora, allorquando si avvicinò ad un individuo alto e robusto che scendeva da una vettura. Si levò il cappello e gli disse:
– Lasciatemi entrare con voi, signore. Sarà più prudente.
– No, Dixmere, è meglio che restiate fuori. Ma se tra un’ora non sarò uscito, invadete la bicocca.
E l’uomo che era sceso dalla carrozza picchiò alla stessa porta, prima due colpi e poi altri due.
Quando la porta si richiuse dietro di lui egli si trovò in una oscurità profonda. Una voce gli chiese:
– Cosa volete?
– R. C.
Intanto l’uomo dal lungo mantello risalì verso la piazza della Roquette, attrattovi da un luccichio sinistro. Fra la mannaia del carnefice che scintillava di già nel suo telaio.

*
II. Due gentiluomini a cena.

Sulla piazza il carnefice e i suoi aiutanti avevano sbrigato la loro faccenda coscienziosamente, senza fretta, come richiede, del resto, lo strumento di giustizia. Non è più il tempo in cui si uccideva alla bene e meglio ed il carnefice era costretto a rifarsi da capo diverse volte per tagliare una testa: il boia moderno è un orologiaio e un architetto; ha la sua livella e il suo filo a piombo. Erano circa le cinque e mezza allorchè l’uomo dal lungo mantello – senza dubbio ufficiale della polizia – pareva occupato a prendere gravi disposizioni nella tema di un avvenimento straordinario, gironzolando davanti allo spaccio di vini sopra ricordato. A quella finestra, che è stata riaperta, s’è affacciato un uomo che gli ha fatto un cenno ritirandosi immediatamente. Dopo un momento, in basso, una porta si apre e ne esce qualcuno che ha un pacchetto sotto il braccio e la richiude accuratamente. L’ufficiale di polizia non si muove, ma gli chiede, senza girare il capo:
– Sei tu, Rompicollo?
E l’altro, sempre chinato sulla sua senatura gli sussurra:
– Dixmer?
– Non pronunciare il mio nome – risponde Dixmer senza spostarsi di un dito. – Sai tu dov’è che la cosa si fa?
– Al «Coniglio che fuma».
– Tutto è pronto?
– Tutto!
E l’uomo battè una mano sul suo pacchetto.
– E chi è che si muove?
– L’Avoltoio in persona.
– Benone. Dirai all’Avoltoio che tutto è pronto per agire dalla parte della via Vacquerie, se sarà necessario. Ho là cento uomini di Montrouge dentro un cantiere. Deve capire come sia meglio, soprattutto per me che dirigo il servizio d’ordine, che la cosa si faccia in silenzio.
– Oh, l’Avoltoio ci conta!
– Addio.
Lasciamo ora che Dixmer faccia coscienziosamente la sua ispezione per seguire Rompicollo che col suo pacco sotto il braccio si era avviato nella buia strada della Folie-Regnault; camminava già da cinque minuti allorchè un’ombra si staccò dal marciapiede e gli venne incontro. Quando gli fu vicino essa disse:
– R. C.
E Rompicollo rispose:
– Pantheon.
L’ombra si accompagnò a Rompicollo ed ebbe con lui un rapido colloquio.
– Li hai visti passare?
– Sì, or ora… Devono aver preso la via più lunga dietro la piccola Roquette e tornar poi sui loro passi; hanno oltrepassato il «Coniglio che fuma»e rifatto il passaggio della Folie-Regnault. Infine sono entrati nell’osteria dal retrobottega.
– E l’Avoltoio?
– L’ho veduto passare. Egli vi è entrato dalla porta principale con Zampa d’oca.
– Sono entrati altri?
– Una dozzina. Devono essere anch’essi della partita, ma non li ho riconosciuti.
– Benissimo. Torna pure al tuo posto. Se quegli altri arrivassero, non li commovere, ma fischia non appena li vedi. Non occorre altro.
L’ombra tornò al suo posto, Rompicollo continuò la sua strada e dopo aver percorso una trentina di metri circa, si arrestò davanti alla porta a vetri del «Coniglio che fuma».
Un grosso coniglio rosso, comodamente seduto sulle zampe posteriori occupato a fumare in una lunga pipa era stato grossolanamente dipinto su di una insegna di zinco che dondolava qua e là spinta dal vento. Il freddo era vivo in quella notte di dicembre, un freddo aspro e secco che annunziava un’imminente nevicata. Sui vetri della porta dell’osteria un artista frettoloso aveva disegnato in rosso lo stemma della casa, il coniglio e la pipa, ma quei vetri erano talmente annebbiati dal freddo che nulla si poteva distinguere di ciò che accadeva nella sala della trattoria.
Rompicollo salì lentamente i quattro scalini che conducevano a quella porta ed entrò nella sala con aria noncurante, le mani in tasca, la sigaretta in bocca, senza guardar alcuno, come se nulla e nessuno di tutti gli avventori che riempivano quella sala, suscitasse il suo interesse. Egli gettò soltanto una rapida e strana occhiata ad una porta a vetri che dalla sala comune conduceva ad una piccola stanza.
Là dentro, due gentiluomini cenavano. Nulla di particolare veramente nelle loro maniere indicava ch’essi fossero di nobile razza, ma la loro tenuta corretta, i dettagli accurati del nero ed elegante abbigliamento faceva supporre ch’essi appartenessero ad una classe sociale superiore alla media.
L’un d’essi era alto e secco, l’altro invece basso e tarchiato.
Il primo, dopo aver accuratamente coperto lo sparato candido della camicia e il nero soprabito col tovagliolo, coll’attenzione meticolosa di un uomo d’ordine che ha in orrore le macchie, intinse un pezzetto di pane nell’intingolo che aveva nel piatto e disse al compagno:
– Scusami, signor Prospero, ma davvero ch’io credeva che si lavorasse di più di quanto voi mi dite: facevo il conto su dodicimila franchi per lo meno…
– Eh! nelle buone annate certamente, ma ormai non ci sono più buone annate per noi… In altri tempi, allorchè si viaggiava si arrivava perfino a guadagnare diciottomila, ma ora non si viaggia quasi più… Pensare che il Governo dà seimila franchi solamente di stipendio fisso e in questo il Governo non è proprio giusto, signor Dionigi… No, no, credetemi, il mestiere è in ribasso e voi incominciate la carriera in tempi assai difficili. E noi dunque, come volete voi che viva con mille e settecento franchi? Bisogna nutrirsi, alloggiarsi, vestirsi e con un certo decoro, sempre di panno nero, il che costa un occhio, senza contare il cappello a cilindro… Questo pezzo di coniglio ancora, signor Dionigi?…
– Grazie signor Prospero: è un coniglio squisito.
– Oh, la trattoria è ottima… Anche col povero Marchese venivo sempre qui, ad aspettare l’alba… Ci si sta tranquilli…
– Di che morì dunque, quel povero Marchese?
– Di mal di petto. All’ultima esecuzione tossiva con tanta insistenza che il condannato stesso, mentre noi gli facevamo la «toeletta» ne era tutto sbigottito. Ah! A proposito del condannato, ricordatevi signor Dionigi di non esitare a spingerlo sulla bascula. Quando vi dirò hop! sollevatelo un poco, e con un colpo, lanciatelo fino alla lunetta: io gli afferro subito la testa pei capelli e la tiro così… perchè sapete, certi tentano sempre di ritirare la testa e allora si corre il rischio di tagliare loro il mento. In quanto poi ad abbassare la mannaia, non ci pensate, è affare del principale. Egli non ha che da premere il bottone: non è certo una faccenda complicata. Tutta la fatica è per noi, ma non la ricompensa. In fondo siamo mal visti… la gente non dice nulla, ma siamo mal visti. Solo le donne, qualche volta…
– Ah! le donne?!…
– Sì, in viaggio.
– Raccontatemi, signor Prospero…
– Eh signor Dionigi è cosa semplice, noi eccitiamo la loro curiosità. A Marsiglia per esempio, quando ci siamo andati per Scanjean, col povero Marchese il quale non era punto bello e tossiva tossiva… bisognava vedere come certe donne lo perseguitavano…
– Donne del gran mondo?…
– Oh no! Quelle non oserebbero. Ma le altre, le mondane per esempio, ma le mondane eleganti, intendiamoci… Due di esse, a Marsiglia volevano pagarci la cena, al Marchese e a me.
– E allora, signor Prospero?
– Nulla, signor Dionigi,, sono un uomo ammogliato io!…
– Ma il povero Marchese era – mi pare – celibe.
– Sì, ma non si può fare ciò che si vuole…
– Tuttavia, in viaggio…
– In viaggio come altrove signor Dionigi. Non bisogna dimenticare che noi rappresentiamo il Governo.
Così discorrendo, i due commensali finivano di assaporare il gustoso coniglio, senza affrettarsi, poichè sapevano di aver ancora una buona mezz’ora a loro disposizione: il giorno non accennava a comparire e ognuno sa che le esecuzioni legali devono essere fatte ai primi raggi dell’aurora. A un certo momento il signor Dionigi, che suo malgrado pensava al suo condannato, domandò:
– Che cosa ha dunque fatto, questo tale? Non mi ricordo più la sua storia…
Il signor Prospero rispose:
– Oh, io non mi occupo mai dei fatti loro!… Ciò non ha alcun interesse per noi.
– Tuttavia… ci si deve sentir più incoraggiati, allorchè si sa che il condannato è molto colpevole.
– Peuh!… Ciò è affare dei giurati. Ciò che ha fatto quel Desjardies… Ah! caro: ha assassinato Lamblin, sapete, quell’impiegato… A quell’epoca il delitto fece rumore, poi non se ne parlò più… Ma non vi pare che il cameriere ci dimentichi?…
– Davvero… Mangerei ancora volentieri un pezzo di formaggio. Ma eccolo!
Il cameriere entrò in quel momento, con aria affaccendata, portando il formaggio, una fila di piatti, alcune posate. I due convitati lo guardarono con una certa sorpresa.
– E’ curioso – disse il signor Prospero, appena egli fu uscito. – Mi pare che non fosse questo il cameriere che ci serviva prima.
– Pare anche a me…
Dopo un silenzio, il signor Prospero continuò:
– Dicono che quel Desjardies fosse un uomo molto per bene, molto educato. Tanto meglio per noi! Certe volte abbiamo fra le mani dei condannati così sporchi, da restarne disgustati al momento della «toeletta»… Dicono anche che egli ha una figlia, una bella signorina che ha voluto andar a parlare alla Corte d’Assise, ma non l’hanno lasciata entrare. Poi voleva andare a gettarsi ai piedi dell’Imperatore; naturalmente ella è soltanto arrivata al portinaio della Tulleries.
– Che cosa voleva?…
– Pretendeva dimostrare che suo padre era innocente. Storie! Il padre fu sorpreso in flagrante delitto dal Procuratore imperiale stesso e dal capo gabinetto del ministero della guerra. E…
E in quel punto la porta s’aprì, e con estrema sorpresa il signor Prospero e il signor Dionigi videro entrare invece del cameriere, un operaio che andò silenziosamente a sedere al tavolo vicino ai nostri due commensali.
– Toh – fece a bassa voce il signor Prospero, alquanto interdetto. – Il trattore m’aveva assicurato che noi saremmo stati soli, in questa stanza.
Qui il signor Prospero si tacque, mentre il suo stupore e quello del suo compagno crescevano a dismisura: un altro operaio entrò, poi un altro e un altro ancora… In pochi secondi la stanzetta ne fu piena, tutti i tavoli furono occupati. L’ultimo operaio che entrò chiuse la porta e tutti gli altri continuarono a serbare uno strano e impressionante silenzio.

*
(Il resto della storia…
giace nel dimenticatoio dell’editoria italiana!)

L.

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Pubblicato da su marzo 31, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Lupin contro Holmes 6. Gli eredi

Ripresento le uscite originali di un mio speciale a cui tengo molto, che ho curato ben quattro anni fa su SherlockMagazine.it (come passa il tempo!)
Dietro il titolo ammiccante si nasconde una mia lunga ricerca nel nero francese di inizio ‘900, in quel periodo che chiamo la “Guerra del Nero” in cui i giornali facevano a gara a presentare signori del crimine sempre più efferati. Gli effetti di quel periodo narrativamente fertilissimo si sono avuti anche in Italia e durano ancora fino ai tempi nostri.
Preparatevi, perché sarà un viaggio strano: un étrange voyage!

Se non vi va di aspettare, ricordo che l’intero saggio è raccolto in un eBook gratuito liberamente scaricabile qui, sia in formato .mobi (per lettori Kindle), .ePub (per qualsiasi lettore) e .PDF (con immagini).

Lupin contro Holmes 6.
Gli eredi

(apparso su SherlockMagazine.it il 19 novembre 2013)

Nell’estate del 1908 tutta Europa segue da vicino il processo di un macellaio di nome Renard, accusato di aver ucciso un banchiere, e ovviamente tutta la stampa si impegna a scavare nella vita dell’uomo per dare al pubblico particolari sordidi e scabrosi. In questo periodo anche i quotidiani italiani danno risalto ad un particolare imperdibile: a casa dell’assassino vengono trovati romanzi di Sherlock Holmes, Nick Carter… e Lupin!

Il numero di ottobre 1908 di “Je sais tout” vede in copertina un primo piano di Maurice Leblanc: un grandissimo onore che denota il successo dei suoi racconti. «Le incredibili avventure di Arsène Lupin hanno appassionato il mondo intero» si legge sotto la foto di quell’autore che la rivista non esita a definire «le Conan Doyle français»: un traguardo davvero inaspettato, per uno scrittore che ha iniziato proprio divertendosi a parodiare lo stile dell’autore britannico.
.
Mentre però la rivista osanna il suo autore più amato dal pubblico, contemporaneamente Pierre Lafitte non se sta certo con le mani in mano: lo stesso anno la sua casa editrice (Pierre Lafitte et Cie) raccoglie in volume un romanzo a puntate di un giornalista de “Le Matin”, che è passato anche lui al giallo. Il romanzo è Il mistero della camera gialla (Le mystère de la chambre jaune) e il giornalista si chiama Gaston Leroux.
Non passa molto che Lafitte spinge l’autore a passare nel “lato oscuro” del poliziesco: invece di storie di indagatori buoni, perché non scrive anche lui di un perfido criminale proprio come ha fatto Leblanc? In attesa di essere pubblicato anch’esso per la Pierre Lafitte et Cie, il 23 settembre 1909 appare su “Le Gaulois” la prima puntata di un romanzo destinato a fama imperitura: Il fantasma dell’Opera (Le Fantôme de l’Opéra). «Le fantôme de l’Opéra a existé» esordisce Leroux, stuzzicando il lettore e facendogli credere che il suo oscuro Erik – non proprio un grande criminale ma di sicuro non un buono – è realmente esistito.

da “Le Gaulois”, 23 settembre 1909

Come si è visto, Leroux scrive per il quotidiano “Le Matin” ma i suoi racconti di maggior successo li pubblica altrove: il giornale, all’epoca il quarto più letto del Paese, decide di voler cavalcare anch’esso la moda dei “cattivi protagonisti”. Ma a questo punto non basta un ladro come Lupin o un “fantasma” come Erik, serve qualcosa di più: un signore del male!
Dal 7 dicembre 1909 iniziano le puntate settimanali de “Le Matin” in cui Léon Sazie racconta le nefandezze compiute da Zigomar, criminale mascherato che usa la Z per contrassegnare le sue malefatte. (Chissà se pensa a lui lo scrittore pulp Johnston McCulley quando il 6 agosto 1919 pubblica su “All-Story Weekly” la prima avventura del suo personaggio, che contraddistingueva con la Z le sue imprese di giustizia: la Z di Zorro.) Proprio come Lupin, anche il perfido Zigomar ha la sua nemesi personale, il poliziotto parigino Paulin Broquet, ma non disdegna affrontare un mito letterario anglofono come Nick Carter, proprio mentre è ancora forte l’eco di Lupin che affronta Sherlock Holmes.
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La febbre del crimine sembra inarrestabile. Una cosa sono i precursori britannici come Raffles o gli “antenati” come Rocambole, autoctoni ma ottocenteschi: la mania del momento è raccontare di criminali moderni nella contemporaneità francese.
Questo concetto, ben chiaro a Pierre Lafitte, lo coglie anche un altro editore come Arthème Fayard, che agli inizi del Novecento eredita dal padre una casa editrice: il giovane è così coraggioso da puntare sul pulp e fondare la Modern Bibliothèque. In un momento in cui i libri costano 3 franchi e 50 centesimi, Fayard presenta opere complete e illustrate… a 95 centesimi!
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Come se non bastasse questa innovazione, Fayard vuole pubblicare testi inediti e non, com’è antica usanza, raccogliere in volume testi già apparsi a puntate su altre riviste. (Quello che fa appunto la Pierre Lafitte et Cie.) Nell’aprile 1910, mentre Lupin, Erik le Fantôme e Zigomar intrigano il pubblico con i loro crimini, Fayard si incontra con un talentuoso giornalista sportivo, Pierre Souvestre, e il suo giovane collega, il venticinquenne Marcel Allain. I due hanno da poco pubblicato un racconto giallo, Le Rour, che Fayard apprezza ma mette subito in chiaro le cose: niente poliziotti e segugi, vuole che i due scrivano per la sua collana una serie di romanzi con protagonista un grande criminale. Gentiluomo come Lupin, genio criminale come Zigomar e fantôme come Erik.
Il 14 gennaio 1911 Souvestre e Allain firmano il contratto con Fayard per una serie di romanzi con protagonista il criminale il cui nome è venuto in mente agli autori durante un viaggio in metropolitana, scrivendolo subito sul biglietto della corsa: Fantômus. Però Fayard legge male il biglietto stropicciato consegnatogli, così lo strano franco-latinismo dei due autori diventa… Fantômas, il mito nato da un minestrone di eroi negativi.

Fra il gennaio e il febbraio del 1939 appare a puntate l’ultimo romanzo del Lupin di Leblanc, Les milliards d’Arsène Lupin. Da circa un mese è morto Pierre Lafitte, l’uomo che ha fatto nascere il personaggio perché ha spinto il suo autore a scriverne, ma da ogni morte nasce una nuova vita: da due anni, dall’altra parte del mondo, è nato il degno erede di Leblanc. Il 26 marzo 1937 a Hamanaka (Giappone) nasce infatti Kazuhiko Katō che appena diventato mangaka firma le sue storie a fumetti con un nome particolare: Monkey Punch, pugno di scimmia. Che sia un velato richiamo alla zampa di scimmia che nel 1905 precedette di soli due numeri la nascita di Lupin?
Fatto sta che il 10 agosto 1967 pubblica la prima avventura di un personaggio destinato ad imperitura fama: Rupan Sansei, noto nel mondo come Lupin III.Nonno del personaggio di Leblanc, si presenta con una causa legale per l’utilizzo del nome, proprio come quella che subì l’autore francese per aver usato il nome di Holmes. Anche in questo caso si dovette cambiare nome, e per i primi anni della sua vita il personaggio poteva chiamarsi Lupin III solo in Giappone: per il resto del mondo doveva essere Rupan.
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Al di là del successivo grande successo del personaggio, in ogni tipo di forma di comunicazione, la prima avventura di Rupan/Lupin non lascia dubbi: una festicciola viene funestata dalla notizia che fra gli ospiti si annida il temibile Lupin, il primo sospettato è biondo e la storia si chiude con Lupin portato via in manette dal suo (futuro) eterno antagonista Zenigata. È la versione moderna de L’Arrestation d’Arsène Lupin, e il cerchio si chiude.Il Lupin giapponese è frizzante e irriverente, e non disdegna giocare con i dettami del genere che sta in fondo parodiando: farebbe la felicità di Maurice Leblanc, il romanziere che divenne famoso parodiando i romanzieri famosi.
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L.

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Pubblicato da su marzo 24, 2017 in Pulp

 

[Pulp] Lupin contro Holmes 5. Lo scontro continua

Ripresento le uscite originali di un mio speciale a cui tengo molto, che ho curato ben quattro anni fa su SherlockMagazine.it (come passa il tempo!)
Dietro il titolo ammiccante si nasconde una mia lunga ricerca nel nero francese di inizio ‘900, in quel periodo che chiamo la “Guerra del Nero” in cui i giornali facevano a gara a presentare signori del crimine sempre più efferati. Gli effetti di quel periodo narrativamente fertilissimo si sono avuti anche in Italia e durano ancora fino ai tempi nostri.
Preparatevi, perché sarà un viaggio strano: un étrange voyage!

Se non vi va di aspettare, ricordo che l’intero saggio è raccolto in un eBook gratuito liberamente scaricabile qui, sia in formato .mobi (per lettori Kindle), .ePub (per qualsiasi lettore) e .PDF (con immagini).

Lupin contro Holmes 5.
Lo scontro continua

(apparso su SherlockMagazine.it il 12 novembre 2013)

I punti in comune fra il ladro gentiluomo e Sherlock Holmes sono fin troppi: Lupin è un maestro del travestimento («Io stesso non so più bene chi io sia. In uno specchio non mi riconosco più» confessa ne L’arresto di Arsenio Lupin), intelligente e deduttivo ma la cosa più importante è che le sue imprese sono narrate dall’amico, “io narrante” delle storie che si cala perfettamente nel ruolo di novello Watson. (Proprio come le vicende del ladro gentiluomo Raffles sono narrate dall’amico complice Bunny.) Lupin e Holmes tornano a scontrarsi ne Il diamante azzurro, ma parliamo del periodo dopo-veto e Leblanc non può più usare il nome del personaggio di Conan Doyle, quindi lo scontro è con Herlock Sholmès.
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«C’è un uomo capace di combattere Lupin e di vincerlo. Signor Ganimard, le dispiacerebbe se noi chiedessimo l’aiuto di Herlock Sholmès?» La proposta è davvero indecente: chiedere alla parodia se si può scansare per lasciar spazio al titolare! «Il vecchio Ganimard non ha abbastanza forza per lottare con Arsène Lupin» è lo sconsolato commento dell’ispettore. «Herlock Sholmès ci riuscirà? Lo auguro, perché ho per lui la più grande ammirazione. Però è poco probabile… Secondo me un duello tra Sherlock Holmes e Arsène Lupin è una cosa già anticipatamente decisa. L’inglese sarà battuto.» Non è difficile sentire un po’ di veleno dietro queste parole.
Così il fenomenale investigatore di Parker Street, 219 – ebbene sì, questo è l’indirizzo di Holmes nel mondo di Lupin! – viene tirato in ballo e in Herlock Sholmès apre le ostilità lo troviamo in uno scontro che esula sin da subito dal semplice ambiente letterario. «Arsène Lupin contro Sherlock Holmes!… La Francia contro l’Inghilterra. Trafalgar sarà finalmente vendicato!»
Ma non solo i due grandi personaggi si incontrano nel racconto, bensì anche i loro relativi biografi: il Watson inglese e quello (senza nome) francese. Tutti e quattro si ritrovano a tavola, in un momento di tregua, a pranzare amabilmente, eppure Leblanc non disdegna qualche stoccatina. «Quasi cinquantenne, [Sholmès] somiglia a un buon borghese che avrebbe passato la vita dinanzi a uno scrittoio, a tenere dei libri contabili»: non certo il ritratto di un eroe… Ma la finzione letteraria non finisce qui, perché per descriverlo afferma «Si direbbe che la natura si sia divertita a prendere i due tipi di poliziotto più straordinari che l’immaginazione abbia prodotti, il Dupin di Edgar Poe e il Lecoq di Gaboriau, per costruirne uno a suo modo, ancora più straordinario e più irreale.» Insomma, citando i celebri antenati del personaggio di Conan Doyle il buon Leblanc continua a divertirsi a prendere in giro facendo finta di lodare.
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«Ci si chiede veramente, quando si sente il racconto di quelle imprese che l’hanno reso celebre in tutto il mondo, se anche lui, Herlock Sholmès, non sia un personaggio leggendario, un eroe uscito vivo dal cervello d’un grande romanziere, d’un Conan Doyle, per esempio». Malgrado la diffida del padre di Holmes, Leblanc si diverte un mondo a giocare con personaggio e autore.
Come se non bastasse nel 1915, dopo l’arrivo in Inghilterra delle imprese di Lupin, i giornali per l’infanzia si riempiono di storie firmate da Peter Todd (pseudonimo del londinese Charles Harold St. John Hamilton) con protagonista proprio Herlock Sholmes, affiancato dall’inseparabile amico Jotson.
Ma la vera beffa per Doyle – e soddisfazione per Leblanc – arriva proprio in Francia nel 1908, subito dopo il veto. L’umorista Pierre Henri Cami si diverte ad inventare brevi testi teatrali umoristici con protagonista un investigatore pasticcione e incapace: Loufock Holmès, le détective idiot. Non gli mancherà la nemesi in Spectras, criminale abile nei travestimenti con cui se la vedrà in una storia dal titolo esemplare: Spectras contre Loufock Holmès.
Se Conan Doyle si è infuriato per il frizzante Holmes di Leblanc, cos’avrà pensato dell’idiota Holmès di Cami?
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«Se le capita di affrontare Arsène Lupin, abbandoni la partita. È sconfitto in anticipo»: parola di Sherlock Holmes… pardon, di Herlock Sholmès (da L’ultimo amore di Arsène Lupin). «Con Ganimard, con Herlock Sholmès, mi sono divertito, come con dei fanciulli»: parola di Lupin (da Il faraglione cavo). Più Conan Doyle si infuria più Leblanc diventa irriverente, facendo sì che Sholmès stimi Lupin mentre quest’ultimo lo considera un fanciullo. Addirittura giunge a chiamare Sherlock il suo cane! (ne La doppia vita di Arsène Lupin)
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Lo scontro fra i due è inevitabile ma quasi obbligatoriamente mancato: va bene prenderlo in giro, ma battere Sherlock Holmes è davvero troppo anche per Leblanc, e solo alla fine si avverte il profondo rispetto dell’autore francese, che mette in bocca a Lupin un aggettivo particolare per descrivere Sholmès: maître, maestro. « Vede, maestro, qualunque cosa facciamo, non saremo mai sulla stessa sponda. Lei è da una parte del fossato, io dall’altra». Con questa dichiarazione di intenti Leblanc chiude il discorso con l’avversario Conan Doyle così come con i rispettivi personaggi: «Toujours vous serez Herlock Sholmès, détective, et moi Arsène Lupin, cambrioleur» Uno sarà sempre un detective, l’altro un ladro.
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L.

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Pubblicato da su marzo 22, 2017 in Pulp

 
 
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