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[Pulp] La mummia verde (2) di Fergus Hume

26 Mag

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Secondo appuntamento con il romanzo The Green Mummy (1908) di Fergus Hume (1859-1932), apparso unicamente a puntate in italiano cent’anni fa – sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 – con il titolo Chi è l’assassino? e mai più riapparso finora.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!


Chi è l’assassino?

III.
Una tomba misteriosa

Nella casa del professore Braddock abitava pure un’altra persona: una persona alquanto singolare, che avrebbe potuto essere considerata come un’appendice od un complemento quasi indispensabile del professore stesso. Era precisamente un Kanaka un australiano, piccolo, mal formato, largo e piatto, provvisto di un paio di gambe corte e tozze; aveva le braccia lunghe e forti, come uno scimmione. Era un essere mostruoso, in una parola. Il capo era grosso, gli occhi neri e melanconici, i denti bianchissimi. A somiglianza di molti indigeni della Polinesia, la sua pelle, di un color bronzo pallido, portava dei tatuaggi complicati, che estendevano il loro significato mistico sulle guancie e sulla fronte. Ma la principale caratteristica del Kanaka erano i capelli (tinti, con un processo noto a lui solo, in giallo vivido), spioventi in un ciuffo sulla fronte. A tale stranissima capigliatura e acconciatura doveva il soprannome di Cacatua.
Cacatua lasciò a dieci anni l’isola di Salomone. Recatosi nel Queensland, aveva lavorato nelle piantagioni, dove aveva scovato il professore Braddock, il quale si era affrettato ad assumerlo in qualità di suo domestico. Quando il professore aveva fatto ritorno in patria per celebrare le sue nozze con la signora Kendal, il nano non aveva voluto lasciarlo, ed era anzi riuscito, con sommo suo contento, a farsi condurre in Inghilterra. Parlava l’inglese in modo quasi perfetto, a dispetto della sua selvaggia origine. Si comportava ora come l’uomo più docile, specialmente verso il professore, per il quale nutriva una vera idolatria. Passava la maggior parte del suo tempo nel museo, essendo a lui specialmente affidata la cura delle rarità etnografiche ivi raccolte; nell’ora di pranzo serviva a tavola, con poca soddisfazione di Lucia, la quale provava un certo qual senso di profonda, ripugnanza per quel nano deforme.
In quella sera Cacatua fece mostra delle sue ottime qualità di cameriere, attendendo al pranzo con una puntualità ed una prontezza inestimabili. Ma nè Lucia, nè la signora Jasher ebbero una parola di elogio per la sua destrezza, per il suo ossequioso mutismo, per la sua rapidità nel prevenire i varii bisogni dei convitati. La sua minuscola figura, aggirandosi quasi inavvertita attorno al tavolo, ispirava alle due donne un senso di viva repulsione, quasi di ribrezzo.
— Non amo punto il vostro servo, signor Braddock, — disse la signora Jasher, approfittando di un momento in cui Cacatua non era presente. — Mi fa accapponar la pelle!
— Effetto di immaginazione, cara signora! Perchè dovremmo privarci del piacere di essere serviti a tavola da un animale pittoresco?
— Certo, sarebbe abbastanza pittoresco per un banchetto di cannibali! — esclamò Riccardo, ridendo.
— State zitto, Riccardo, altrimenti non potrò far onore al pranzo! — replicò Lucia.
— Le parole di Riccardo rispondono al vero assai più di quanto nessuno di voi potrebbe supporre, — interruppe il professore. — Cacatua ha per l’appunto avuto i suoi natali in un’isola popolata di cannibali, e senza dubbio avrà assistito e partecipato a qualche festino di cui la carne umana costituiva la vivanda più gradita… Ma la sua esperienza in proposito non può essere troppo profonda, perchè ha lasciato l’isola all’età di dieci anni. Ora è un ottimo animale domestico!
— Non me ne fiderei troppo! — commentò la signora Jasher, punto rassicurata.
— Non è pericoloso che quando è in collera. Finora, però, sono sempre riuscito a domarlo. Ma, signora, non mangiate?…
— Come lo potrei, dal momento che mi parlate di cannibali?
— Cambiamo discorso e parliamo di cose che vi interessano assai più. Avete notato che è in vendita la fattoria del signor Jenkins? Sarebbe una casa veramente comoda, per chi facesse conto di restare per sempre in questo villaggio, tanto desolato e uggioso.
— Se lo giudicate così, perchè vi abitate? — chiese la vedova maliziosamente, voltando lo sguardo verso Lucia, fattasi rossa in viso.
— Dalla vostra occhiata intuisco che ne avete già compreso la ragione, signora Jasher, — fece Riccardo. — Resto in questo paese per ritrarre a mio piacimento i vari aspetti del paesaggio. Come saprete, io ho la mania di imbrattare le tele… E poichè mi sono anche fidanzato, non mi dispiace protrarre là il mio soggiorno a Gartley per tutto il tempo voluto dalle esigenze del cuore e dell’arte.
— Ho io pure le mie buone ragioni — replicò la vedova, lanciando uno sguardo dalla parte del professore, il quale disegnava colla punta della forchetta dei geroglifici sulla tavola. — E poi, che volete? Ho accomodato la mia casetta in modo perfetto e non mi costa troppo. Non sono molto ricca, è vero, il mio povero marito era console in China, ed i consoli non hanno mai degli onorari lauti… Ma forse la mia condizione un giorno potrà cambiare…
— Permettete, in tal caso, che vi auguri che il cambiamento avvenga al più presto possibile, — disse Lucia, meravigliata della loquacità della vedova.
— Lo voglia Iddio. Mio fratello, che è sempre vissuto a Pechino, si è deciso di ritornare in patria; è malandato in salute e vorrebbe finire i suoi giorni nel paese dove è nato. E’ celibe ed alla sua morte io sarò la sua unica erede. Quando giungerà, dovrò stabilirmi a Londra. Certo mi dispiacerà lasciare Gartley e le care amicizie contratte qui…
Lucia e Riccardo, piuttosto imbarazzati per le parole chiaramente allusive della vedova, erano rimasti in silenzio; il professore, non sentendo più alcuna voce, si volse verso Lucia.
— E’ adunque finito questo pranzo? Devo discendere. Ho qualcosa a fare…
— Ma come! Non mi avete promesso che vi sareste riposato un po’ con noi?
— E che diamine ho fatto finora? Ho già consumato tempo a sufficienza per mangiare, mia casa Lucia! La vita è molto breve, è troppo breve, a paragone del lavoro che vorrei poter compiere. Vi sarebbe, ad esempio, il sepolcro della regina di Tahoser1… Chi sa quando potrò andare fin laggiù! — E un sospiro profondo sfuggì dalle labbra del scienziato.
— E perchè mai non potrete andarvi? — chiese la vedova.
— Perchè? Semplicemente perchè il sepolcro non è ancora stato scoperto! Per poterlo scoprire bisognerebbe organizzare una vera e propria spedizione. Si tratta del sepolcro della prima moglie di un faraone famoso…
— Del faraone rinnegato nel Mar Rosso? — domandò Riccardo in tono di indifferenza.
— Sì. Per quanto tra gli scienziati vi è discordia a proposito delle date. Se la tradizione di Mosè merita fede, questo Faraone, prima di inseguire gli Ebrei, si sarebbe spinto molto innanzi nell’interno dell’Africa — la Libia degli antichi — ed avrebbe asservito gli indigeni dell’Etiopia superiore. Essendo pazzamente innamorato della regina, la portò con sè nella spedizione ed essa venne a morte prima che egli ritornasse a Menfi. Secondo alcuni dati che ho scoperto nel Museo del Cairo, debbo credere che questo Faraone abbia seppellito la regina con molta pompa in Etiopia, sacrificando, secondo il costume, la vita di numerosi schiavi nella cerimonia funebre. Date le ricchezze di questo Faraone, io sono convinto, anzi convintissimo — (ed il professore accompagnò la parola battendo il pugno sulla tavola) — che nella tomba si debbano trovare ricchezze e documenti di inestimabile valore.
— E voi vorreste impadronirvi di queste ricchezze? — domandò la signora Jasher.
Il professore si alzò di scatto.
— Ricchezze! Io non mi curo delle ricchezze! Vorrei soltanto venire in possesso dei gioielli funebri e delle maschere auree, delle immagini preziose dei loro dei, per farne dono al Museo Britannico. I papiri seppelliti colla mummia di Tahoser possono contenere informazioni preziose sulla civiltà etiopica di cui noi non sappiamo ancor nulla. Oh quella tomba! quella tomba! — Ed il professore si diede a passeggiare a gran passi per la camera, dimentico affatto del pranzo. — So in quale montagna sono stati fatti gli scavi per la sepoltura e scoprirei il sarcofago senza fallo se potessi recarmi in Africa. La scoperta di quelle mummie mi coprirebbe di gloria!
— E non vi sarebbe proprio possibile tentare questa impresa? — domandò Roberto.
— Povero insensato! — esclamò il professore. — La spedizione non esigerebbe meno di centomila lire, perchè bisognerebbe formarsi il passaggio attraverso una regione completamente ostile. Occorrerebbero armi, cammelli, guide, soldati e per un periodo di tempo non breve, date le difficoltà che presenterebbero le ricerche. Eppure, se riuscissi a procurarmi il denaro necessario!…
— Vorrei davvero potervi essere d’aiuto, — soggiunse la vedova. — Mi piacerebbe adornarmi con qualche gioiello funebre della moglie di un Faraone!… Ma ora sono povera, e lo sarò sino a quando mio fratello non sarà morto. Allora…
— Ebbene, allora?… — chiese Braddock, fissandola in viso.
— Allora vi aiuterò con piacere!
— E’ un impegno, il vostro?
— L’avete detto! — fece la vedova, piuttosto seccata di essere stata, con tale rapidità, presa in parola, alla presenza di altre persone.
Lucia sorrise maliziosamente, ammiccando a Riccardo, poi disse al dottore:
— Sedetevi, babbo, e finite il vostro pranzo. Quando sarà giunta la mummia che aspettate non avrete più modo di pensare all’Etiopia.
— Quale mummia? — chiese Braddock, sedendosi e ricominciando a mangiare.
— La mummia degli Incas.
— Ah, ora mi ricordo! La mummia degli Incas Caxas! La sfascierò e troverò…
— Che cosa? — fece Riccardo.
Braddock diede uno sguardo di sblocco all’interruttore.
— Troverò il sistema di imbalsamazione degli antichi abitatori del Perù.
A Riccardo parve che la risposta celasse qualcosa. Ma prima che potesse sincerarsene, intervenne la vedova.
— Spero che la vostra mummia avrà dei gioielli.
— Non deve averne. A quanto mi consta, la razza degli Incas non ha seppellito i suoi morti con gioielli.
— Prescott asserisce il contrario2, — obiettò Riccardo.
— Prescott! Prescott — esclamò Braddock in tono di sprezzo. — E’ un’autorità assai discutibile, il vostro Prescott! Ad ogni modo vi faccio una promessa. I gioielli che vi si troveranno saranno vostri. Vi va?
— Non ne darete qualcuno anche a me? — chiese la vedova a Riccardo.
— Non posso: la mummia appartiene al professore.
— Ed è giusto che vi compensi con i gioielli che la mummia verde potesse avere. Senza il vostro concorso finanziario non avrei potuto comprarla: e sarebbe finita nelle mani di qualcun altro…
— Il compenso l’ho già avuto, — obbiettò Riccardo, guardando Lucia.
Il professore aggrottò le sopracciglia.
— Non so davvero se potrò permettere il vostro matrimonio con Lucia. Lucia non può certo sposare un uomo povero.
— Oh, babbo! Riccardo non è povero!
— Dispongo di una rendita sufficiente per far fronte ai bisogni della vita mia e di Lucia. Non ne avete avuta una prova! Se fossi veramente povero, come avrei potuto darvi le venticinquemila lire?
— Ve le restituirò, ve le restituirò, non dubitate! — rispose il professore, accennando colla mano come per far cessare il discorso. — Ed ora, se questo pranzo noioso è finito, me ne ritorno al mio lavoro. — E senza una parola di scusa si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si fermò rivolgendosi verso Lucia.
— Appunto Lucia, mi scordavo di dirti che ho ricevuto una lettera dal signor Random, con la quale mi previene che giungerà fra tre giorni… Sarà qui nello stesso giorno dell’arrivo del The Diver.
— E che può mai importarmi l’arrivo di Random? — replicò vivamente la giovane.
— Io volevo unicamente avvertirvi… Non si sa mai… Cacatua, andiamo! — E il professore se ne andò, seguito dal nano.
— Non c’è male! La scortesia e l’egoismo non fanno difetto al professore! — commentò la signora Jasher.
— Che importa? D’altra parte sarebbe impossibile volerlo modificare. Riccardo, volete fare un po’ di musica. La signora Jasher la gusterebbe certo più volentieri dei discorsi del babbo.
Riccardo si alzò e trovatosi vicino alla fidanzata, le sussurrò all’orecchio:
— Braddock finirà coll’accettare Random in vece mia… Random è ricco, anticiperà, regalerà al professore il denaro necessario per la spedizione in Etiopia… Non sarebbe meglio che lo prevenissi e facessi comprendere al Braddock che sarei disposto…
— Non gli farete comprendere nulla! Vi ha già preso denaro a sufficienza! Dovremo pur vivere quando saremo maritati!
— E se Random dà questi denari?
— Faccia pure il comodo suo! quanto a me, io non lo sposerò certo per far piacere a mio patrigno! Sono libera, liberissima della mia volontà! Voglia o non voglia l’illustrissimo signor Braddock, io sposerò voi e non altri!
Riccardo sorrise in uno sguardo dolce come una carezza.

IV.
L’imprevisto

Per quei tre giorni Riccardo non si sentì completamente rassicurato a proposito del suo prossimo matrimonio. Certo l’approvazione formale del signor Braddock l’aveva ottenuta; ma Riccardo sapeva quale affidamento poteva fare sulla promessa del professore, assai più tenero delle proprie mummie che della felicità sua e di Lucia. Se Random, l’avvenente capitano, avesse al suo ritorno offerto al professore il denaro occorrente per la spedizione in Africa, il dottor Braddock non avrebbe esitato un istante a dargli Lucia. Nè egli poteva competere in ricchezza col rivale. Le mille lire sterline consegnate costituivano già per parte sua un sacrificio non indifferente, sacrificio ch’egli aveva compiuto nella speranza di raggiungere, senza maggiori difficoltà, lo scopo che erasi prefisso. Ed ora che la mummia tanto desiderata era finalmente stata acquistata, le brune del professore andavano più in là, ed esulavano dalle possibilità finanziarie del giovane artista, a tutto vantaggio di Random, ricchissimo, e prodigo, e, per giunta, desideroso di sposare Lucia. Braddock non avrebbe avuto alcun scrupolo a mancare alla parola data, anco a costo dell’infelicità della fanciulla. Al di sopra di Lucia, di Riccardo, di qualsiasi altra persona eranvi le mummie eterne, imperiture sacre. La sola speranza di Riccardo si rifugiava pertanto nella fedeltà e nella fermezza di Lucia. Avrebbe ella atteso il periodo di tempo necessario per regolare la sua situazione economica? Bastavano sei mesi perchè egli potesse rientrare nel pieno possesso dei suoi beni, ipotecati un anno prima a favore di un suo zio rimasto vittima di un improvviso rovescio finanziario. Entro sei mesi lo zio sarebbe stato in grado di sistemare le sue finanze, ed egli avrebbe allora disposto nel modo più conveniente e vantaggioso delle sue proprietà.
— Ad ogni modo, nessuna speranza è perduta sino ad ora — diceva qualche giorno dopo Riccardo a Lucia. — E speriamo che le circostanze non abbiano a mutare. Il professore potrà in tal modo, forse a malincuore, mantenere l’impegno.
— Io non mi preoccupo punto di ciò che il professore può architettare a nostro riguardo — replicava Lucia. — Non è certo mio intendimento di servirgli quale mezzo d’acquisto delle sue mummie. Faccia pur ciò che meglio gli garba: per parte mia non mancherò per questo di fare ciò che più mi aggrada. Sarei disposta a sposarvi anche domani, se lo volete!
— Qui sta la difficoltà — balbettò Riccardo arrossendo. — Ora non sarebbe possibile.
— Perché?
Riccardo, imbarazzato, porse il braccio alla giovane, traendola verso l’estremità del giardino del Palazzo delle Piramidi, dove stavano in quel momento. Laggiù, al riparo da ogni orecchio indiscreto, avrebbe osato parlare.
— Perchè? — ripetè la voce ansiosa di Lucia.
— Forse farei bene a sciogliervi dalla vostra promessa — egli rispose con voce tremante.
— Se non vi dispiace, volete dirmi quale sarebbe il nome della vostra nuova fidanzata?
Gli occhi di Lucia si erano accesi di una fiamma improvvisa, irata.
— No, non è per un’altra donna… non bensì per ragioni di danaro.
— Di danaro? Ma non avete la vostra rendita?
— Sì, ma ho aiutato un mio zio che si è trovato, tempo fa, vittima di un improvviso ed affatto inaspettato rovescio finanziario. La mia stessa rendita è ora temporaneamente diminuita, ed il mio imbarazzo attuale non potrà aver termine che entro sei mesi, non appena cioè mio zio avrà accomodato le sue faccende. Se acconsentite ad avermi per marito, l’attesa di sei mesi è strettamente necessaria. Tutto ciò avrei dovuto dirvelo prima; ma ho sempre taciuto per timore di perderti. Mi accorgo ora che ho fatto male…
— Appunto, avete fatto male, perchè il vostro silenzio potrebbe significare che non avete alcuna fiducia in me o che mi considerate come una bambola! Non debbo condividere le vostre gioie ed i vostri dolori?
— Non siete adunque in collera?
— Dovrei esserlo, dal momento che avete creduto che, per semplici ragioni di danaro, potessi rifiutare di sposarvi.
— Siete un angelo!
— Non un angelo, ma… — una ragazza pratica, ciò che è preferibile. Orsù, raccontatemi per bene questa storia di vostro zio.
Riccardo, in tal modo incoraggiato, obbedì: quando ebbe finito, Lucia non tardò ad obbiettargli che il vincolo delle sue sostanze, date le condizioni solo transitoriamente precarie dello zio, era stato affatto superfluo: serviva peraltro a provare l’ottimo cuore del nipote.
— Ma durante questi sei mesi di attesa il dottor Braddock non lascierà nulla di intentato, pur di farvi recedere dal vostro proposito, a favore di Random.
— Veramente non dovrebbe far nulla, perchè mi ha regolarmente venduta a voi! Non credo possa aver la pretesa di vendere una stessa persona un numero infinito di volte! Solo voi, Riccardo potete ora vantare dei diritti su di me, e questi diritti sono ben contenta di riconoscerveli.
— Lucia! — esclamò Riccardo, afferrandole le mani. — Il professore è un mattoide caparbio e farà l’impossibile pur di effettuare il suo viaggio in Etiopia. E, poichè io non posso venirgli in aiuto, egli si rivolgerà a Random…
— Ma Random è un gentiluomo, e non appena verrà a conoscenza del mio fidanzamento si affretterà a ritirarsi. Egli non sarà per noi che un amico. Lo conoscete voi pure e, se non erro, dovete avere per lui dell’amicizia, non è vero?
— Sì, è vero… ma…
— Non voglio sentir altro! — E Lucia pose sulle labbra di Riccardo la propria mano, che egli si affrettò a baciare. — Ed ora che il vostro animo è liberato da ogni dubbio, andiamo a vedere se la famosa mummia verde è arrivata.
— A quest’ora?
— Il babbo l’attende verso le tre.
— Non avremo, in tal caso, che pochi minuti da attendere — disse Riccardo, dopo aver consultato l’orologio. — Ma non è peraltro ancora giunta la notizia dell’arrivo del piroscafo. Si sa qualcosa di Bolton?
— No, non si sa ancora nulla, e ciò mi stupisce. Il babbo poi è oltremodo inquieto.
— E che cosa volete dedurne?
— Il professore ha ricevuto ieri sera, alle otto, una lettera di bolton, in cui questi lo informava che era giunto nel pomeriggio. Soggiungeva che non avrebbe potuto portare con sè la mummia a causa dell’ora tarda e che avrebbe per conseguenza fatto ritirare la cassa che la conteneva in una locanda in prossimità del molo di Pierside, ove avrebbe alloggiato durante la notte.
— Benissimo. In tutto ciò non mi pare che vi sia nulla che possa destare inquietudini.
— Stamane poi è giunto un biglietto del proprietario della locanda, col quale questi ci preveniva che, per ordine del signor Bolton, avrebbe fatto trasportare qui, verso le tre, la mummia.
— Ebbene?
— Come? Non vi sembra piuttosto strano che Bolton abbandoni la mummia in mano di altri dopo averla vigilata con tanta cura, non solo durante il viaggio, ma durante la notte trascorsa nella locanda a Pierside? Perchè non accompagnarla fino a destinazione?
— Bolton non ha più scritto?
— No.
— Nella lettera annunziante il suo arrivo aveva accennato che la mummia sarebbe stata portata personalmente da lui?
— Ha detto che avrebbe provveduto per la sua consegna.
— Ciò significherebbe che non era sua intenzione di portarla qui lui stesso.
— Per quale ragione non avrebbe dovuto portarla qui lui stesso?
— La ragione si sarà forse riservato di dirla a voce.
— Il babbo intanto è fuori di sè e non accetterà spiegazioni di sorta. Immaginatevi, non ci mancherebbe altro che di perdere la mummia, dopo quanto ci è costata!
— Chi volete che possa desiderare di impossessarsi di una cosa simile?
— Una cosa che costa peraltro mille sterline!
— E se, invece di discorrerne, andassimo a vedere se questa benedetta cassa non fosse già arrivata?…
Attraversarono il giardino, dirigendosi verso la porta d’entrata della casa. Quivi si offerse al loro sguardo, ferino dinanzi al cancello di ferro, un grande carro, cui erano attaccati due cavalli. Il cancello era aperto, segno questo che la cassa era arrivata e chi si trovava già nell’interno del museo.
— E’ venuto il signor Bolton colla cassa? — chiese Lucia al carrettiere, che tratteneva pel morso i cavalli, in attesa.
— Nossignora. Non so chi sia questo signor Bolton. Il padrone della locanda Al Marinaio ha ordinato a me e a due facchini di trasportare la cassa al Palazzo delle Piramidi. Così abbiamo fatto… ma non so altro e tanto meno del signore che avete nominato.
— E’ strano. Che ne dite. Riccardo?
Riccardo rimase un momento perplesso poi, scrollando le spalle, esclamò:
— Alla fine, perchè strano? Il signor Bolton verrà dopo, se non è venuto prima.
Nel museo Riccardo e Lucia trovarono il professore in preda ad una collera furiosa, dinanzi ad una grande cassa, di cui un’estremità era appoggiata alla parete. Cacatua stava al suo fianco, armato di un martello e di una piccola leva, pronto per aprirla.
— Eccola arrivata, la mummia preziosa! Sarete ora contento, babbo? — chiese Lucia, volgendosi verso il professore.
— Contento? contento? Come potrei esserlo? Guardate come la cassa è stata maltrattata! E’ sconnessa, è tutta ammaccata! Intenterò un processo per risarcimento di danni al capitano del Diver! Lo conosco: è il capitano Hervey. E Sidney Bolton avrebbe pur dovuto prendersi maggior cura di un oggetto tanto prezioso!
— Sidney Bolton che cosa dice? — chiese Riccardo, volgendosi attorno lo sguardo come per cercarlo.
— Che cosa volete che dica, dal momento che non c’è?
— Non è ancora giunto? — domandò Lucia, sempre più sorpresa.
— E dov’è allora?
— Non so; e non so quanto pagherei per saperlo! Non dubitate però che appena mi comparirà dinanzi lo licenzierò, lo caccierò su due piedi, lo rimanderò da quella vecchia megera che è sua madre.
— Che pensate voi di questo ritardo? Ne sospettate la ragione? — domandò Riccardo.
Il dott. Braddock non rispose subito; ma diede un colpo furioso sullo scalpello che Cacatua aveva inserito fra le assi della cassa. Poi, sempre più adirato, esclamò:
— Vi sarei grato se, invece di domandare a me questa ragione, me la sapeste dire voi! Bolton ha abbandonato la cassa in mano ad un locandiere e a dei facchini! Bella premura! La mia mummia, una mummia che mi è costata novecento lire sterline, lasciata esposta al pericolo di essere rubata!
Mentre il professore aiutato da Cacatua, si accingeva ad aprire la cassa, una voce stridula risuonò dall’uscio. Riccardo e Lucia videro ferma sulla soglia la vedova Anna, la madre di Bolton avvolta, come sempre, nell’ampio scialle nero. Braddock, assorto nel suo lavoro, non accorgendosi della sua presenza, continuava a martellare violentemente la cassa, alternando i colpi colle imprecazioni. Riccardo in quel momento pienamente giustificava la collera dello scienziato.
— Scusate, sapreste dirmi se il mio figliuolo è arrivato? — domandò la vedova Anna a Lucia. — Ho veduto passare il carro ed il feretro. Dov’è il mio ragazzo?
— Il feretro? Che cosa volete dire con tale parola? — brontolò il professore senza interrompere la sua bisogna.
— Voglio dire una cassa che contiene un cadavere che puzza di canfora — rispose la vedova, inchinandosi timorosa dinanzi allo scienziato.
— L’avete veduto al suo arrivo? — chiese Lucia mentre il professore e Cacatua toglievano il coperchio dalla cassa.
— No, non l’ho appunto veduto, e non so perchè temo di non poterlo veder più!…
— Ancora un brutto sogno? — domandò Riccardo, memore dello strano racconto che pochi giorni prima gli aveva fatto.
Ma la vedova Anna non rispose, intenta com’era a seguire le mosse di Braddock e di Cacatua, i quali con gran fatica erano riusciti a scoperchiare la cassa. Rapidamente il professore tolse il fitto strato di trucioli e di cenci.
Ma nessuna mummia nè alcuna cassa verde apparve allo sguardo degli astanti. Un grido disperato, rauco, inumano, echeggiò ad un tratto nella camera. La vedova Anna levava l’angoscioso grido.
— E’ Sidney, il mio Sidney, il figliuol mio! Morto! Morto!…
La vedova Anna diceva il vero. La cassa scoperchiata conteneva il cadavere di Sidney Bolton.

(continua)


Note

1. Una traduzione frettolosa rende Queen Tahoser con “la regina di Tahoser”, come se questa fosse una località di cui essere sovrana. Il nome Tahoser deriva direttamente da Il romanzo della mummia (Le roman de la momie, 1858) di Théophile Gautier, che ha poi ispirato anche degli scultori francesi: non sembra esistere nelle fonti storiche alcuna Tahoser. Sicuramente i lettori più attenti de “La Stampa” colsero questa divertita citazione, visto che il romanzo di Teofilo Gautier arriva in Italia nel 1903 per Sonzogno.
2. William H. Prescott (1796-1859) è uno storico americano ancora molto citato e ristampato in Italia, dove la sua opera è arrivata solamente negli anni Cinquanta del Novecento. Quindi i lettori de “La Stampa” non potevano conoscere La conquista del Perù (The Conquest of Peru, 1847), edita per la prima volta nella nostra lingua dalla fiorentina Le Maschere nel 1958.

L.

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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Pulp

 

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