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[Pulp] La mummia verde di Fergus Hume

19 Mag

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Rispetto agli autori dimenticati che mi è capitato di presentare, il britannico Fergus Hume (1859-1932) è davvero un’eccezione: forse non è famoso come Gaston Leroux, ma gli amanti italiani del giallo classico ben conoscono il suo nome.

A 27 anni Fergus Hume ha nel cassetto un romanzo in cui crede ma nessun editore disposto a pubblicarlo, così intraprende la strada dell’autopubblicazione: le 5.000 copie del suo primo libro vanno esaurite in tre settimane, e il successo travolgente fa capire a Hume che quella è la sua vera vocazione.
Come tutti i grandi autori internazionali, in Italia è arrivato solo di striscio. Già nel 1891 la milanese Rechiedei presenta il romanzo I misteri di Melbourne – cioè l’esordio letterario dell’autore, quel The Mystery of a Hansom Cab (1886) che gli ha donato la notorietà e che conoscerà molte ritraduzioni italiane (La morte viaggia in carrozza, Bariletti 1990; Il delitto della carrozza chiusa, Newton Compton 1996; Il mistero di una vettura pubblica, Demetra 1997; Il mistero del calesse, L’Unità 2002; Il delitto della carrozza chiusa, De Agostini 2007) — ma è solo dal 1910 che la nostra editoria si interessa allo scrittore britannico, anche se durerà solo fino agli anni Quaranta.
Scomparso nel nulla, negli anni Novanta prima la Garden Editoriale e poi la Newton Compton rispolverano qualcosina di Hume, che non sembra ritrovare l’interesse dei lettori: a parte tre o quattro romanzi editi da De Agostini nel 2007 – sempre gli stessi già ristampati – si può dire che Fergus Hume è un autore del tutto dimenticato dalla nostra editoria.

Presento qui i primi due capitoli di un romanzo inedito in Italia, The Green Mummy (1908): dato il totale disinteresse che evidentemente mostrano i lettori italiani per le mummie, il titolo scelto è davvero incredibile: Chi è l’assassino?.
Quella che appare a puntate sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 non è una traduzione: è una sforbiciata impietosa del testo originale, quasi un riassunto. Rimane comunque un testo dimenticato da un secolo, mai raccolto in volume e rispolverato qui per la prima volta.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!


Chi è l’assassino?

I.
I fidanzati

I due giovani camminavano già da qualche tempo silenziosi, attraverso il paesaggio libero e vasto, che si stendeva loro dinanzi. Lontano, una striscia grigiastra si svolgeva in curve ampie. Era il Tamigi. A volta a volta scompariva dietro le dighe ed i filari lunghi di alberi sorgenti sulle sponde del fiume. Di tratto in tratto l’alberatura alta, sottile, e poi lo scafo nero di un piroscafo, sorgevano sull’acqua, sfuggendo poi rapidamente verso il nord, freddo e brumoso. Non toglievano l’aspetto quasi selvaggio al paesaggio, interrotto, qua e là, qualche fabbricato solitario, qualche bassa costruzione massiccia, qualche officina, che dagli alti camini, soffiava su, nel cielo bambaginoso, immani colonne id fumo nero. Il sole profondeva dall’alto, sulle cose tranquille, i suoi tesori di luce.
Riccardo volgeva lo sguardo attorno, come se lo spettacolo offerto ai suoi occhi avesse racchiuso mille meraviglie: ma il paesaggio non lo giudicava in quel momento, che attraverso l’espressione di letizia, che per la compagnia della giovinetta, gli gonfiava l’anima. Non era essa l’animatrice di ogni cosa? Di fronte alla coppia, a circa un miglio di distanza, la fortezza ergeva le sue linee tozze e pesanti; dalla leggera altura, su cui era posta, dominava il grande piano irregolare sottostante sino alle sponde del flutto. Il fogliame di edere e di sempreverdi che s’avvinghiava in una stretta tenace alla muraglia, ne mascherava le feritoie, contribuiva a dare alla costruzione un aspetto ancor più triste e più sinistro Dai torrioni in forma di due blocchi granitici, protendevano le lunghe gole nere i cannoni di grosso calibro, timidi, mentre le canne rilucenti delle mitragliatrici avevano dei riflessi lucidi e freddi. Una forza micidiale, bruta, attendeva, gustava, senza collera e senza stanchezza!
Lucia, che aveva per qualche istante fissato lo sguardo sul quadro cupo della fortezza, ebbe un leggiero brivido.
— Non vorrei davvero essere costretta ad abitare lassù! — esclamò. — Mi parrebbe di essere sepolta in una prigione!
— Se sposate il capitano Random sareste pur costretta ad abitarvi. Random ha il comando del forte, lassù il suo dovere lo vuole.
— Vi ripeto, Riccardo, che io non ho simpatia alcuna per gli ufficiali… Io preferisco di gran lunga un artista!
— Perchè mai? — domandò ridendo Riccardo.
— La ragione è evidente. Perchè amo un arista!
— E se invece amaste un capitano?
— Farei quello che dovrei fare come moglie di un ufficiale: lo accompagnerei in crociera, lo curerei se ferito. Per voi invece cucirò, rammenderò, preparerò le buone pietanze e…
— Basta, basta! Ho bisogno di una moglie, non di una semplice buona massaia!
— Gli uomini di solito vogliono l’una e l’altra in una stessa persona.
— Ma voi sarete la mia regina! Null’altro dovrete essere.
— Non sono del vostro avviso: non potrò essere la regina adorata e servita come voi vorreste. La vita è troppo difficile al giorno d’oggi.
— Ciò non impedisce che voi siate la regina della mia vita.
— Ben volentieri, fin quando non vi verrò a noia, non è vero?… Ma intanto mi dimentico ancora del pranzo. Prendiamo presto la scorciatoia per rientrare al villaggio. Strada facendo mi direte precisamente come siete riuscito a comprarmi dal babbo per la somma di mille sterline!…
Riccardo aggrottò nuovamente le sopracciglia a tali parole.
— No. Non vi ho comprata… Quante volte vi debbo dire che nessuno ha mai pensato a vendervi e nessuno a comprarvi? Io ho semplicemente ottenuto il consenso di vostro padre e la rinuncia alle sue idee ed ai suoi progetti sul ricco capitano Random.
— Ma il babbo non ha alcuna autorità su di me; non ha alcun diritto di impormi il suo volere nè a proposito di matrimonio nè di qualsiasi altra cosa. Ditemi, adunque, come siete riuscito ad indurlo a darvi questo inutile consenso?
Riccardo Hope cominciò a dare lentamente la spiegazione opportuna.
— Voi saprete che vostro patrigno, il professor Braddock, ha una vera mania collezionista per le mummie, non è vero?
Lucia sorrise e fece col capo un cenno affermativo. — Già, è un Egittologo.
— Appunto, ma è troppo poco celebre e troppo poco ricco in confronto al suo valore di scienziato. Per farla breve, vi dirò che mi ha espresso il suo vivissimo desiderio di poter esaminare in che cosa differisca il sistema di imbalsamazione degli antichi peruviani dal sistema degli Egiziani.
— Io credevo che limitasse la sua mania alle mummie d’Egitto.
— Il paese per sè non lo interessa nè punto nè poco, ma lo interessa invece la civiltà antica in generale. Gli Incas, al pari degli Egiziani, imbalsamavano i loro morti ed il professore è riuscito a sapere dell’esistenza di una certa mummia di re, avvolta in bende verdi… almeno così mi ha detto.
— E poi?
— Questa mummia è in possesso di una persona di Malta ed il professore, avendo sentito che era offerta in vendita per mille sterline…
— Oh! — interruppe la giovine vivacemente. — E’ adunque per la mummia che mio padre ha fatto partire Sidney Bolton circa sei settimane or sono?
— Per l’appunto. Bolton è l’assistente del professore e non la cede di un punto al vostro patrigno nell’amore per le mummie. Io ho chiesto pertanto al professore se acconsentiva alle nostre nozze…
— Domanda inopportuna!
Riccardo non fece caso dell’interruzione.
— Ed egli mi ha risposto che preferiva sposaste Random perchè è ricco. Gli ho fatto osservare che voi amavate me e non Random e che questi era assente per ragioni di servizio, mentre io ero presente. Ed allora egli ammise di non poter attendere che Random fosse di ritorno e si dimostrò quindi disposto ad offrirmi un mezzo per guadagnarmi il suo consenso…
— Che cosa volete dire?
— Evidentemente doveva avere una furia indiavolata di venire in possesso della mummia verde pel timore di vedersela tolta di mano da qualcuno più sollecito di lui. Tutto ciò succedeva due mesi fa, in un momento in cui il professore aveva bisogno immediato di denaro. Se Random fosse stato qui egli si sarebbe certamente rivolto a lui; in sua mancanza ha pensato di rivolgersi a me per avere le mille sterline occorrenti per l’acquisto della mummia. A questa condizione egli acconsentiva alla celebrazione delle nostre nozze, entro sei mesi. Io, naturalmente, sapendo come vostro patrigno fosse sempre stato un ostacolo per noi, mi sono affrettato ad afferrare la possibilità offertami per non perdervi, mia carissima Lucia… Una settimana dopo il professore Braddock aveva il denaro e faceva partire subito Bolton per Malta. Ora vostro patrigno lo attende di ritorno colla mummia verde.
— Sidney l’ha dunque comprata?
— Sì. Ha potuto averla per novecento sterline, secondo quanto mi ha detto il professore; ed ora è sulla via del ritorno, imbarcata sul piroscafo The Diver, lo stesso piroscafo che l’ha condotto laggiù. Il racconto è finito e voi potete vedere che non è il caso di parlare nè di vendita nè di compera! Le mille sterline prestate e non regalate non hanno avuto altro scopo che quello di strappare il consenso a vostro padre.
— Non è mio padre — ribattè la giovane, a corto, per il momento, di altre obbiezioni.
— Ma voi lo chiamate sempre così.
— Per semplice vezzo. Ammetterete che non posso chiamarlo Braddock o professore Braddock, dal momento che vivo sotto lo stesso suo tetto. Lo chiamo per conseguenza «babbo» o «papà»; la parola è comoda e presto detta. E poi, che volete? Non l’odio mica quel povero diavolo di professore: non è punto cattivo. Se non andasse così pazzo per le sue mummie e non fosse tanto distratto!… Dopo tutto sono contenta che abbia finito coll’acconsentire. Egli mi tormentava da mane a sera per indurmi a sposare Random. Mi avete comprata e ne sono contenta! Grazie!
— Ma non vi ho comprata! — esclamò Riccardo, fingendo un’esasperazione comica.
— Sì, voi mi avete comprata; e la cosa da un certo lato mi dispiace perchè voi avreste potuto avermi senza essere costretto ad un sacrifizio finanziario.
Riccardo scrollò le spalle. Dubitava di riuscire a convincere Lucia.
— Mi restano ancora trecento sterline all’anno; e d’altronde voi meritavate bene questo piccolo sacrifizio, questa compera, come dite voi!
— Vi prego moderate le vostre parole. Non avete nessun diritto di parlare con me in tal modo. Io non mi sono mai lasciata comprare da alcuno.
Riccardo rise:
— Eppure poc’anzi avete detto…
— Che cosa mi importa di quello che io posso aver detto?… Dunque, siamo d’accordo, noi ci sposeremo… Non appena Bolton sarà di ritorno. Il professore partirà con lui per l’Egitto, allo scopo di visitare quella tomba nascosta, di cui parlava sempre…
— Tale spedizione richiederebbe una somma di gran lunga superiore a mille sterline. Il professore mi ha bene descritto quali ostacoli si frappongano all’effettuazione del suo desiderio. Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con noi; lasciamo pure il professore ammuffire a suo piacimento, fra le sue mummie. Noi vivremo…
— Divisi! — sospirò Lucia.
— Per sei mesi, e dopo saremo uniti, nella casetta, che comprerò per nascondervi il vostro amore…
— Povero Frank Random!
— Che dite, Lucia? — chiese, con voce sospettosa, Riccardo.
— Ebbene, volete saperlo? Il poverino mi fa pietà. Voi non avrete — io spero — la pretesa che il nostro matrimonio debbagli far piacere!
— Lo inviterò a nozze, se lo vorrà — disse, in tono gelido, il giovane. — Ma abbiamo tempo per parlarne.
Nel frattempo erano giunti al villaggio. I radi passanti li guardavano ormai senza curiosità. La bella coppia d’innamorati era troppo nota a quella gente del contado. Tutti approvavano tale matrimonio. Solo una certa vedova, Anna, era del parere che il capitano Frank Random, ricco e titolato, fosse un partito più conveniente per la bella Lucia. La vedova Anna era, in realtà, la mamma del signor Bolton, l’assistente del professore; il marito erale morto da più di vent’anni, ma il tempo, a giudicare dal nerissimo colore dell’abito, nulla poteva sull’affetto tenace che l’aveva avvinta al compagno defunto; donde, l’appellativo di «Vedova Anna».
— Amore giovanile! Amore giovanile! Fin quando durerà? — esclamò la donna vestita di nero, con accento acre, quando Riccardo e Lucia giunsero dinanzi al cancello della sua piccola casa.
— Fin quando vorremo! — ribattè Lucia, seccata da quell’ammonimento punto richiesto.
— E se l’amore resiste, vien la morte a troncarlo, — replicò la vedova. — Il mio povero Aronne non aveva certo il carattere più desiderabile; la vita comune era talora un tormento; ma poichè l’amore sopravviveva e ci riuniva poi sempre, la morte me lo ha rapito… Sono vent’anni che piango la sua perdita!
— Non siate tanto triste! — esclamò Riccardo, frenando a stento un sorriso. — Ben presto arriverà Sidney, il vostro figliuolo, e ridiverrete novamente allegra.
— Se pure ritornerà! — sospirò la donna.
— Che cosa volete dire?
— Come potrei spiegarvelo? Ho in cuore un presentimento triste; mi pare che mi attendano nuove disgrazie e nuove sventure. E poi ho sognato…
— Che cosa avete sognato? — domandò Lucia, curiosamente.
La vedova congiunse le palme, sollevandole, in atto di disperazione, verso il cielo.
— Ho sognato di una lotta corpo a corpo, di un assassinio, di una morte improvvisa, ed ho veduto il mio figliuolo Sidney salire al Cielo, al suono di un’arpa… E l’ho veduto legato, imbavagliato in una casa funebre! Oh!…
Lucia ebbe un fremito di orrore: al suo spirito s’affacciò la visione di un volto contratto, incartapecorito, di una persona alta, ossuta, strettamente avvolta in un manto nero, come in un sudario.
Riccardo tentò di proseguire il cammino.
— Non abbiate così tristi visioni! Non temete, fra tre giorni Sidney sarà di ritorno colla mummia che è andato a comprare a Malta per conto del professore Braddock…
E con un breve cenno di saluto si allontanò dalla donna.
— Mi stupisco che una megera simile possa essere la mamma di Sidney, osservò Lucia, dopo qualche istante — di Sidney che è un ottimo giovane, educato, laborioso.
— Credo che sia divenuto tale per il contatto continuo col professore. Nella sua prima giovinezza fu un discolo. Ora è completamente cambiato, e non mi meraviglierei se lo vedessi un bel giorno sposare la signora Jasher.
— Hum! Credo che la signora Jasher abbia un debole per il professore.
— Egli non si deciderà però mai a sposarla. La cosa potrebbe essere possibile se si trattasse di una mummia, ma di una donna!… Ohibò! Che volete che se ne faccia?
— Non saprei dirvelo, Riccardo. La signora Jasher mi sembra piacevole, attraente.
— La pecorella è troppo matura.
— Ma è ricca, e mio papà è povero.
— E allora fateli sposare, quando noi avremo dato l’esempio.
Lucia sorrise con tristezza.
— Riccardo, che ne dite, del sogno della vedova Anna?
— Effetto di una digestione laboriosa. Fra tre giorni Sidney sarà qui fra noi più vivo di quando è partito, rinvigorito anzi dal viaggio.
— Non dubito che sia come voi dite. Ad ogni modo avrei preferito non udire il racconto del sogno, — ed un nuovo brivido di orrore attraversò la giovane.

II.
Il professore Braddock

Nel minuscolo villaggio di Gartley le case signorili erano poche; di palazzi non ve n’era che uno solo, conosciuto sotto il nome di «Palazzo delle Piramidi». Tale nome eccentrico era stato dato al palazzo dal patrigno di Lucia, dieci anni prima dell’inizio di questa storia, quando egli aveva trasportato colà i suoi penati e le sue mummie. La vita sociale e mondana, la civiltà presente non interessavano in alcun modo il professore Braddock, il quale non si occupava delle esigenze materiali della vita se non in quanto potevano aver riferimento colle mummie, cogli scarabei mistici, cogli ornamenti sepolcrali, colle divinità mostruose di un passato che si perdeva nella notte dei tempi. Non usciva che molto raramente, mangiava invariabilmente in ritardo o non mangiava affatto, cosa che gli accadeva spesso. Era distratto nel parlare, trascurato nel vestire, incapace di trattare di alcuna cosa che non avesse rapporto colla sua scienza prediletta, l’archeologia. Nessuno era mai riuscito a comprendere come un uomo simile avesse potuto ammogliarsi.
Eppure aveva sposato quindici anni prima una vedova che gli aveva portato una piccola rendita ed una figliuola per giunta. Il bisogno di disporre di un reddito fisso aveva stimolato le facoltà amatorie dell’archeologo e l’aveva indotto ad una combinazione matrimoniale colla signora Kendal, la quale, oltre ad apportargli quelle che occorreva all’esigenze della vita, lo liberava anche dall’imbarazzo quotidiano di dover direttamente provvedere alle molteplici seccature che la vita di scapolo porta con sé. Ammogliandosi avrebbe finalmente potuto dedicare tutto il suo tempo agli studi prediletti. La signora Kendal d’altra parte era una donna molto flemmatica, desiderosa di un compagno anziché di un marito, ed il professore aveva perciò tutti i requisiti per eleggerlo compagno della sua vita. Il matrimonio, voluto dalla donna per assicurare a sè un marito ed un padre adottivo alla figliuola, voluto dall’uomo per sottrarsi all’incubo del denaro, ebbe risultati ottimi.
E Lucia era cresciuta come un superbo fiore fra quella coppia coniugale.
Ma tale vita comune non ebbe che breve durata. Dopo cinque anni la vedova morì e lasciò al professore una rendita di cinquecento sterline all’anno e la figliuola in giovanissima età. In tale occasione, Braddock aveva saputo mostrarsi una volta almeno un uomo pratico. Aveva pianto sinceramente la moglie defunta e poi, aveva messo Lucia in un collegio ad Hampstead.
Aveva preso in affitto il palazzo delle Piramidi e vi si era installato con tutti i suoi tesori scientifici. E colà era poi sempre vissuto di una vita tranquilla ed accanitamente laboriosa. Lucia, completata la sua educazione in collegio aveva in seguito fatto ritorno a Gartley, cordialmente accolta dal professore, il quale non tardò, poichè Lucia era una giovane ordinata, economa, attiva, ed ogni cosa procedeva quindi a meraviglia sotto la sua direzione, a consegnargli le chiavi, comprese quelle della cassa, coll’ingiunzione di non oltrepassare nelle spese una data somma; e Lucia aveva immediatamente assunta la direzione della casa, ben certa di riuscirvi a perfezione, dal momento che unico desiderio del suo patrigno era quello di poter liberarsi ad ogni costo da ogni preoccupazione per dedicarsi ininterrottamente alle sue mummie.
Nel museo nessuno poteva liberamente porvi piede. Lucia stessa ben raramente osava avventurarvisi, punto desiderosa di vedere il patrigno montare in collera.
Di ritorno dalla passeggiata con Riccardo, Lucia consigliò al patrigno di cambiare per il pranzo di quella sera l’abito sudicio ed eccessivamente logoro che in quel giorno, certo per pura distrazione, aveva indossato. Al pranzo doveva prender parte la signora Jasher, una vedova piacente che dimostrava una costante deferenza ed ammirazione per il professore. Nel villaggio non mancavano le lingue maligne le quali affermavano che un matrimonio era alle viste; ma non eranvi invero troppe probabilità che ciò avvenisse: il professore possedeva quanto gli bastava per la necessità alla sua esistenza punto brillante, e non aveva troppe tenerezze per le donne.
Riccardo Hope lasciò Lucia alla porta del «Palazzo delle Piramidi» per recarsi un momento a casa sua, e la giovane salì nella sala da pranzo per impartire alcuni ordini. In tal modo la signora Jasher, entrando, non trovò alcuno nel salotto ed approfittando della sua famigliarità con i padroni di casa, discese al piano terreno, e si presentò allo scienziato. Il professore levò lo sguardo da uno scarabeo che teneva in mano, per fissarlo sulla figura di donna che erasi affacciata, sorridente, all’uscio. Egli non sembrò troppo lieto della vista, che per lui altro non era che una cagione di perdita di tempo, ma la signora Jusher non se ne diede per intesa: conosceva troppo bene il professore per adontarsi delle sue maniere non sempre cortesi, certo non mai galanti.
— Che puzzo orribile — esclamò la signora, portando il fazzoletto alle narici. — Si direbbe di entrare in un carnaio in putrefazione! Mi meraviglio che non siate ancora morto per asfissia!
Il professore volse verso di lei gli occhi socchiusi.
— Avete forse parlato? Che cosa avete detto?
— Non mi offrite neppure una sedia, professore? Se invece di una signora in carne ed ossa, palpitante, fossi una mummia senza dubbio mi avreste già abbracciata! Non sapete che stasera sono qui alle Piramidi a pranzo. — E, col ventaglio socchiuso, gli battè amichevolmente sul braccio.
— Ma io ho pranzato! — spose Braddock.
— No, voi non avete pranzato! — ribattè la vedova, indicando trionfalmente su di un tavolo un piatto di cibo che non era stato toccato. — Anzi, non avete neppure fatto colazione. Voi vivete d’aria, forse d’amore!
Il dottor Braddock aveva chinato di nuovo il viso e sembrava profondamente assorto. Dopo qualche istante, come risovvenendosi, esclamò:
— Avete perfettamente ragione. Sento di aver fame; se avessi mangiato non sarebbe così. Che desiderate, signora Jasher? Qualche notizia? — soggiunse dopo una lunga pausa e sollevando gli occhi in viso alla vedova come se fosse entrata proprio in quell’istante.
La vedova sorrise; non avrebbe saputo offendersi dei modi di quello sventatone di un professore.
— Sono stata invitata qui a pranzo — rispose. — Risvegliatevi, se lo volete, e sentirete maggiormente il bisogno di un buon desinare dopo una giornata di lavoro e di digiuno.
— Sì, ho veramente fame, — ammise il professore, e si pose di bel nuovo ad osservare lo scarabeo, attraverso una lente di ingrandimento.
— Certo deve appartenere alla ventesima dinastia, — mormorò, corrugando la fronte.
La vedova fissò il professore colla stessa attenzione colla quale questi stava osservando lo scarabeo. Evidentemente ella doveva in quell’istante porre in dubbio la qualità di buon marito dello scienziato.
A tutta prima non si sarebbe detto a vederlo, che il dott. Braddock fosse uno scienziato e tanto meno uno scienziato di gran valore. Aveva un corpo piccolo e tondeggiante, un viso fresco e giovanile, ad onta dei suoi cinquant’anni di lavoro e di studio indefesso. Il capo era ricoperto di folti capelli bianchissimi, unica distinzione di buona razza: mani e piedi piccolissimi. Aveva due occhi azzurri, profondi, semi-nascosti dalle ciglia sempre corrugate, la fronte alta, spaziosa, le labbra sottili, gli zigomi sporgenti. I lineamenti avevano nel loro insieme, alcun che di aggressivo e di fanciullesco.
La signora Jasher era attempata ma non lo appariva; le cure sapienti nel suo abbigliamento, la presenza ancora intatta della persona, l’espressione ingenua del viso, la ringiovanivano di una quindicina d’anni. In quel momento la si sarebbe giudicata una signora piacente, sulla trentina. Molti gioielli alle mani, al collo, ai polsi, alle orecchie. Tutt’attorno di lei esalava uno strano profumo che — essa affermava — le era inviato dalla China, da un amico di famiglia, addetto all’Ambasciata inglese a Pechino.
Il professore depose sul tavolo lo scarabeo e si avanzò sorridendo verso la signora Jasher, indubbiamente più piacevole a guardarsi dell’orribile scarabeo che aveva sino allora attratto la sua attenzione. E le tese la mano.
— Cara signora, non posso dirvi quanto sia lieto di vedervi!… voi siete… siete… — Il professore s’interruppe per richiamare il pensiero dai lontani secoli al’ora colante. — Appunto, siete venuta per il pranzo, non è vero?
— Lucia mi ha invitato otto giorni or sono.
— Oh allora voi avrete un pranzetto davvero succulento! — esclamò Braddock stropicciandosi le piccole mani grassoccie. — Lucia sa fare le cose a dovere; è proprio una giovane senza difetti; non sono mai riuscito a coglierla in fallo. E’ forse un po’ ostinata, al pari di sua madre… Sapete, cara signora, che in un rotolo di papiri che ho recentemente acquistato, ho trovato la ricetta per la preparazione di un piatto culinario prettamente egiziano, un piatto che certamente venne gustato da Amenemha1, l’ultimo dei Faraoni, come voi certo, saprete, della undicesima dinastia? Avevo pregato Lucia di prepararlo per questa sera, ma, con mio dispiacere, ella vi si è rifiutata. Il piatto era questo: gazzella arrostita, condita con olio, semi di coriandoli ed assa fetida2.
— Oibò! — esclamò la vedova, portando il fazzoletto alle labbra. — Non dite altro, professore! Non ho punto desiderio di gustare pietanze simili e di tramutarmi in mummia, prima del tempo!
— Voi sareste una mummia magnifica! — esclamò lo scienziato, convinto di farle un complimento. — E se doveste morire, ben volentieri provvederei all’imbalsamazione del vostro corpo!
Il viso della vedova perdette per un istante la compostezza voluta.
— Professore, credete veramente che io vorrei essere imballata in una di queste casse orribili, ripugnanti?
— Orribili? Ripugnanti? — gridò Braddock, offeso, battendo il pugno sopra uno di quei sarcofaghi. — Come potete chiamare ripugnanti queste meravigliosi modelli di arte funeraria? Osservate i colori, la regolarità dei geroglifici… Ma non vedete in quali splendidi quadri a colori è stata narrata la biografia della persona racchiusa in questa cassa? — Il professore si accomodò in fretta gli occhiali e cominciò a leggere: «Osirian, Scemiophris3». — Nome di donna, questo signora Jasher, che…
— Io non ho punto bisogno di che si scriva la storia della mia vita sulla mia cassa! — interruppe la vedova, con voce stridula, come se stesse per coglierla una crisi isterica. — Una cassa da morto, inscritta da tutti i lati, non basterebbe allo scopo. Ma — soggiunse con vivacità, vedendo che il professore stava per riprendere la lettura dei geroglifici — ditemi piuttosto se la famosa mummia degli Incas è giunta alfine.
— Non ancora, — rispose il professore, con effusione, dappoichè veniva intavolato il suo argomento preferito. — Non ancora, ma sarà qui fra tre giorni; arriverà sul The Diver. L’esaminerò subito e saprò finalmente come gli antichi Peruviani usavano imbalsamare i loro morti. Senza dubbio devono aver appreso tale arte da…
— Dagli Egiziani, — arrischiò la signora Jasher.
Lo sguardo del professore brillò di sdegno. — Ma neppur per sogno, carissima signora! Ecco che dite una cosa ridicola, una cosa assurda! Io credo piuttosto che l’Egitto non sia stato che una semplice colonia dell’immensa Isola di Atlantide di cui parla Platone. Se la mia supposizione è giusta, in tale isola la civiltà ha avuto il suo inizio ed i re di Atlantide devono aver governato il mondo intero, non escluse quelle regioni che noi indichiamo sotto il nome di America del Sud.
— Volete forse dire che esistevano già gli Yankees in quei remoti tempi? — chiese la signora Jasher, con la consueta sua frivolezza gioconda.
Il professore misurò parecchie volte a passo rapido l’ampia sala, dominando a fatica la collera provocata da così crassa ignoranza.
— In che modo siete mai vissuta fino ad ora? Non sapete proprio nulla? Io parlo di tempi preistorici, di migliaia d’anni fa, quando voi, probabilmente, non eravate che un atomo miserabile, sepolto nel fango!
— Tacete, professore — esclamò la vedova, alzandosi dalla sedia, pronta a dirgli che cosa in quel momento l’atomo miserabile e fangoso pensasse dello scienziato. Ma ne fu impedita dall’apparire di Lucia.
— Il pranzo è pronto. Riccardo è giunto e voi…
— Ed io sono terribilmente sdegnata! — esclamò la signora Jasher. — Vostro padre mi ha definita un atomo sepolto nel fango! — Poi sorrise e porse il braccio a Riccardo Hope, apparso alla sua volta sulla soglia della sala.
Lucia aggrottò le sopracciglia. La disinvoltura, già notata altre volte, di cui la vedova dava prova nei suoi rapporti con Riccardo, non era punto di suo gradimento.

(continua)


Note

1. Amenemhat (con la “t” finale) è un nome di faraone apparso solamente dalla dodicesima dinastia, non dalla undicesima.
2. «The ingredients, which had to do with roasted gazelle, were oil and coriander seed and — if my memory serves me — asafoetida». Il traduttore rende spezzato (“assa fetida”) il nome italiano dell’ultima spezia citata: l’assafetida, semplicemente perché così si usava all’epoca. Di provenienza iraniana, è una spezia nota per l’odore forte.
3. Il traduttore rende con «Osirian, Scemiophris» l’originale The Osirian, Scemiophis: non è chiaro perché abbia aggiunto quella “r” nel secondo nome. Comunque non è nota altra fonte per il nome se non questo romanzo di Hume.

L.

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4 commenti

Pubblicato da su maggio 19, 2017 in Pulp

 

4 risposte a “[Pulp] La mummia verde di Fergus Hume

  1. Massimiliano Riccardi

    maggio 21, 2017 at 5:43 pm

    Questa è una chicca. Ghiottissima.

    Liked by 1 persona

     

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