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[Pulp] Frank Rattray di E.W. Hornung

28 Apr

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton che dir si voglia – incontriamo Ernest William Hornung (1866-1921): il cognato di Sir Arthur Conan Doyle!

Già ho parlato del suo Raffles, fenomenale antenato britannico del francese Arsène Lupin, ma l’autore ha scritto molto… sebbene l’Italia l’abbia totalmente dimenticato.

Quello che presento è il primo capitolo del romanzo Frank Rattray, versione italiana – tradotta molto probabilmente dall’edizione francese – di Dead Men Tell no Tales (risalente forse al 1899 ma pubblicato in volume nel 1908), ed apparso in italiano sul quotidiano “La Stampa” dal 10 marzo al 29 aprile 1911. Questo testo non risulta mai più apparso in Italia prima d’ora.


I
L’amore sull’oceano

Niente di più facile che innamorarsi durante un lungo viaggio per mare; a meno che non si odii. Questo appariva anche più vero all’epoca in cui ci si credeva fortunati di poter fare la traversata da Sydney o da Melbourne a Londra in meno di quattro mesi, contrariamente alle abitudini.
I passeggeri vivevano in una comunione continua: ma quando tutti i mezzi della seduzione mondana erano esauriti non si tardava a scoprire nei proprii vicini una certa meschinità di idee. Si perdeva allora la pazienza ed il coraggio.
Ne ho fatto l’esperienza una volta, quando sono andato in Australia a bordo del Lady Jermyn nel 1853. Non fu una avventura banale. Aggiungerò che non avevo punto l’intenzione di innamorarmi in viaggio: mi credevo anzi al sicuro da una tale debolezza. C’era con noi sul battello una giovinetta che tornava in Inghilterra e Dio sa se essa poteva fare la conquista di molti uomini migliori di me.
Si chiamava Eva Dennison e non aveva certamente più di diciannove anni. La prima volta che le offrii il braccio per aiutarla a passeggiare sul ponte, mi spiegò che quello era il giorno della sua prima uscita dalla cabina.
Il mio nome le era sconosciuto, ma ricordo che fui subito sedotto dalle sue franche maniere e dal suo aspetto calmo. Era deliziosamente giovane, ma molto seria per la sua età. Allevata all’estero in modo ammirevole, possedeva delle attitudini speciali per vivere in società, tanto da renderla interessantissima anche se fosse stata brutta e insignificante. Invece! Aveva una bellezza florida e sana: capelli superbi, d’un castagno derato, gli occhi chiari e gravi nei quali si leggeva che l’anima era anche più grande del suo spirito e il cuore d’una delicatezza squisita.
Restammo tante settimane insieme sul mare. Non so di che cosa fossi fatto a quell’epoca! Era nel vecchio buon tempo di Ballarat e di Rendigo, quando i battelli si succedevano senza tregua, partendo neri di passeggieri e ingombri di carico e tornando con uno o due colli di lana e un equipaggio appena sufficiente per le manovre. Il peggio si è che spesso non solo i marinai disertavano, ma il capitano e gli ufficiali si lasciavano anch’essi tentare dalla prospettiva di far fortuna come cercatori d’oro, tanto che la baia di Hobson era ingombra di navigli in completo abbandono. Ricordo ancora l’indignazione del nostro comandante quando, arrivando, seppe queste cose dal pilota. Ciò non m’impedì però di ritrovare quel brav’uomo fra i cercatori d’oro. Per esseregiusto devo aggiungere che anche gli altri ufficiali avevano imitato il suo esempio e che non un uomo era rimasto a bordo del Lady Jermyn. Di tutti i viaggiatori ero il solo che avrei dovuto tornare con lo stesso battello. Ero andato a Ballarat. Avevo tentato come gli altri. Per dieci spaventose settimane avevo lavorato in qualità di minatore patentato sugli altipiani della Collina Nera e, cosa inaudita, non avevo guadagnato tanto da supplire alle spese! Non ne sarete sorpresi apprendendo che ho pagato in quel tempo fino a quattro scellini un pezzo di pane esecrabile e che, con un mio compagno, non sono mai riuscito in un giorno a raccogliere più d un grammo e mezzo d’oro. I famosi «giacimenti giganteschi» di cui si era molto parlato alla nostra partenza, erano una fola pura e semplice. Avevamo tenuto conto di tutte le canaglie e di tutti i parassiti, coi quali dovevamo trattare. Così non tardai a guarire di quella «febbre dell’oro» che m’aveva preso a simiglianza di tanti altri. Il desiderio di rivedere Londra divenne ossessione. Non dimenticherò mai la dolcezza del primo bagno caldo che ho preso tornando a Melbourne: mi costò cinque scellini, ma valeva bene dieci lire! E’ tutto quanto di gradito ho serbato fra i miei ricordi d’Australia. Avevo, ad ogni modo, una piccola buona fortuna di riserva: quella di apprendere che il battello Lady Jermyn doveva partire proprio l’indomani con un nuovo capitano, un pugno d’uomini d’equipaggio, pochi passeggeri e – in apparenza almeno – senza carico.
Ero felice di ritrovarmi a bordo: mi sentivo già più a mio agio.
Non eravamo che cinque passeggieri di prima classe, ma le più opposte che immaginar si possa. C’era anzitutto un giovane a nome Ready, che aveva fatto il viaggio in Australia per curarsi d’una grave malattia e che s’affrettava ora a tornare in Inghilterra per morire fra i suoi. C’era un cercatore d’oro, dotato d’una fortuna insensata, altro malato anch’esso poichè non beveva che champagne dalla mattina alla sera e si divertiva a gettare in mare dei pezzetti d’oro greggio. La signorina Dennison era la sola donna del gran mondo elegante ed il suo padrigno, col quale viaggiava, il solo personaggio notevole. Era un portoghese di sessant’anni, il signor Gioachino Santos. Rimasi a tutta prima stupito nel constatare che non aveva alcun titolo nobiliare, mentre i suoi modi erano quelli di persona aristocratica. Aveva per la signorina Dennison dei riguardi che nessun padre ha per i suoi figli: la trattava con una galanteria ed una deferenza ammirevoli e commoventi, date le circostanze in cui essi si trovavano. La fanciulla, uscita di collegio, era andata presso il suo padrigno, il quale abitava allora una proprietà in prossimità dello Zambese e qualche mese dopo la madre di miss Dennison aveva dovuto soccombere alla malaria. Preso da un invincibile orrore per quel paese dove era morta sua moglie, il signor Santos si era imbarcato per Victoria e là aveva cercato di rifarsi una fortuna, ma senza un successo maggiore del mio. Adesso accompagnava la fanciulla presso alcuni parenti in Inghilterra per poi tornarsene solo in Africa a morire – egli diceva – presso la moglie.
Non saprei dire quale dei due personaggi rivedo più nettamente scrivendo queste linee: se la fanciulla dagli occhi chiari e dolci e dai capelli pieni di sole o il vecchio alto e diritto, un po’ magro, dalla fronte spaziosa e nobile, dall’occhio fisso, dal colorito un poco giallognolo e dalla eterna sigaretta fra le labbra. E’ inutile dire che stavo più spesso e volentieri con la fanciulla. Essa aveva dei difetti irritanti, ma ciò non faceva che renderla più affascinante.

L.

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2 commenti

Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Pulp

 

2 risposte a “[Pulp] Frank Rattray di E.W. Hornung

  1. theobsidianmirror

    aprile 28, 2017 at 6:48 am

    Uno stile di scrittura piuttosto moderno. Mi pare lontano anni luce dagli esempi da te proposti precedentemente. PS: Frank Rattray era un personaggio reale, giusto?

    Liked by 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      aprile 28, 2017 at 7:18 am

      Mi cogli impreparato, anche perché quello è il titolo del romanzo in francese – come si vede dalla copertina che ho usato – lingua da cui molto probabilmente è stato tradotto in italiano (vista la forte vicinanza dell’epoca delle due editorie) e non s’è mica capito che ruolo abbia nel romanzo.
      Quando ho letto il Raffles di Hornung l’ho trovato davvero ottimo, è uno stile che possiamo davvero sentire a noi vicino, al contrario dei contemporanei dell’autore forse troppo propensi a ricreare atmosfere da feuilleton d’annata.
      Pensa poi a Leblanc e a Lupin: è stato scritto negli stessi identici anni di questi racconti che sto presentando, eppure ha un grado di sarcasmo e divertissement letterario che è difficile trovare anche oggi! (Parlo dei primi racconti di Lupin, quelli frizzanti: poi per i miei gusti diventa noiosetto e forse un po’ pretenzioso).

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