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Ouija: come si traduce in libri e film?

29 Set

Questa “indagine” giaceva dimenticata da cinque mesi quando una notte il demone Evit mi è apparso, dal suo blog, affrontando lo stesso argomento – anche se limitato alla trilogia filmica di Spiritika – quindi ora devo esorcizzarlo ripescando il frutto di ricerche condotte durante la serrata pandemica che ha inaugurato questo 2020.

Come si traduce in italiano una parola che non esiste in questa lingua? Secondo il notaio Marco Marzocca (del Pippo Chennedy Show) i casi sono tre: è possibbole, non è possibbole, è impossibbole. I traduttori italiani volta per volta hanno adottato tutti e tre i casi: è possibbole (traducendo bene), non è possibile (traducendo male), è impossibbole (cancellando la parola).

Ecco la curiosa vita italiana della tavola evocatrice.


Ouija board: mi aiuterai?

Curiosamente ricordo ancora la prima volta che ho conosciuto il termine ouija board, avevo quindici anni ed ero un grande patito di videoclip: VideoMusic era il mio canale televisivo d’elezione e grazie al videoregistratore di casa potevo riempire videocassette intere di videoclip. (Per fortuna piacevano anche a mia madre, quindi le costosissime cassette dell’epoca le pagava lei!)

Ouija board, quale sarà il nome di questo cantante?

Alla fine del 1989 esce il singolo Ouija Board, Ouija Board con relativo videoclip, un brano “strano” come “strana” è la voce del cantante. Steven Patrick Morrissey, noto semplicemente come Morrissey, ha da poco lasciato il gruppo The Smiths ed inizia la sua carriera solista, ma io all’epoca non ne sapevo niente… né lo sapevano i curatori di VideoMusic, che nei videoclip scrivevano “Paul Morrisex”: è stata dura ritrovare il cantante partendo dal nome sbagliato con cui per decenni l’ho conosciuto, ma per fortuna ho ancora un suo vecchio videoclip e sono risalito a lui dal testo di quella canzone.

Userò le parole di Morrissey per guidarmi in questo viaggio nel gioco da tavola che ha fatto impazzire i traduttori italiani.

Indice:


Ouija
nell’editoria italiana

«Ouija board, ouija board, Ouija board
Funzionerai per me?
Devo dire addio
ad una vecchia amica
»


Stando al saggio Ouija (The Most Dangerous Game, 1985) di Stoker Hunt (Edizioni Mediterranee 2016) risale al 1891 il brevetto depositato dall’avvocato Elijah J. Bond riguardante la Ouija board, un’invenzione per sfruttare l’esplosione dell’occulto nel mondo anglofono: stando però alla rivista “American Heritag” (aprile 1983, citata da Hunt) l’anno successivo i diritti sono stati comprati da William Fuld, e lui sì che ha fatto i soldi veri commercializzando la tavola.

Secondo il “New York Tribune” (24 dicembre 1919) all’alba degli anni Venti nell’Università del Michigan c’erano più Ouija board che Bibbie, fra le comunità studentesche. Nel 1966 la Parker Brothers, regina dei giochi per ragazzi, comprò i diritti della tavola e ne trasferì la produzione a Salem: quale posto migliore se non la storica città delle streghe? Da allora la Ouija board ha scalzato lo storico Monopoli nei record di vendita.

Probabilmente la prima apparizione in Italia della ouija board risale al 1971, insieme a quell’esplosione dell’occultismo che avrebbe infiammato l’editoria nostrana per il decennio a venire, rendendo addirittura un autore ignorato come Lovecraft un nome di culto (come ho raccontato). In questa data infatti la Mondadori presenta “L’esorcista” (The Exorcist, 1971) di William Peter Blatty (oggi in eBook Fazi Editore 2012).

«Notò la scatola della tabella Ouija

A parte la “tavola” diventata “tabella”, il termine viene usato tranquillamente senza timore che il pubblico possa non capire.

«L’occulto è qualcosa di diverso. Io me ne sono sempre tenuta lontana. Ritengo che metterci le mani possa essere pericoloso. E questo include anche lo scherzare con una tabella Ouija

Malgrado l’autore metta in guardia dall’affrontare l’occulto senza criterio, la passione (e la creduloneria) non si può fermare. Ce lo racconta addirittura Groucho Marx nella sua biografia “Memorie di un irresistibile libertino” (Memoirs Of A Mangy Lover, 1962).

«Le ho viste [le donne] sedute per ore, febbrili e con gli occhi spiritati, intorno a un pezzo di legno irregolare chiamato Tavola Ouija. Se osavi dire che erano loro stesse a farlo muovere, ti mostravano i denti perlacei ingiungendoti di chiudere il becco e di levarti dai piedi.»

La Rizzoli porta il libro in Italia nel 1975, senza problemi nel citare la tavola.


Nel 1979 la milanese SIAD, esperta in fanta-horror, presenta ai lettori italiani con quarant’anni di ritardo “La casa degli invasati” (The Haunting of Hill House, 1959, in eBook per Adelphi 2012): sarebbe bello mettere le mani su quella prima traduzione italiana di Franco Giambalvo, invece è più facile reperire quella di Antonio Ghirardelli per “Urania” (Mondadori) n. 1333 (aprile 1998).

«Penso che forse, dopo cena, terremo una sessioncina con la planchette.» La risposta a questa affermazione è: «Ma Planchette chi è?», al che il dottor Montague parte con la sua spiegazione, rivolta ovviamente molto più ai lettori che ai personaggi:

«La planchette è un aggeggio simile alla ouija, ma forse posso spiegare meglio dicendole che è una forma di scrittura automatica, un metodo per comunicare con… ehm… esseri intangibili.»

Dunque Montague dà per scontato che tutti sappiano cosa sia una ouija, e più avanti spiega:

«La ouija, come ho detto, è molto simile alla planchette, solo che l’oggetto si muove su una tavoletta indicando le diverse lettere separate. Un comune bicchiere da vino potrebbe fare la stessa cosa.»

L’ultimo esempio fa capire che la oujia è un po’ “popolana”, volgarotta, mentre la planchette è più di classe, roba per veri signori, infatti è questo lo strumento che viene usato nel romanzo.

Solo nel 1992 arriva nelle librerie italiane, con vent’anni di ritardo, “Visioni di morte” (The Vision, 1977) di Dean R. Koontz, autore che all’epoca riempiva gli scaffali perché la Sperling & Kupfer cercava di spacciarlo agli amanti di Stephen King.

Il traduttore Vittorio Curtoni, una delle grandi colonne portanti della fantascienza in Italia, non ha problemi a lasciare intradotta l’espressione ouija board:

«A volte, se nient’altro funziona, l’ouija board riesce a metterla in comunicazione col suo inconscio».

Visto che il romanzo ha per protagonista una veggente, l’uso dell’espressione è ampiamente utilizzata durante la narrazione.


Gli autori del “mistero” a cavallo fra Settanta e Ottanta spesso e volentieri citano la ouija board senza che i traduttori italiani intervengano né che i lettori nostrani dimostrino di avere problemi nel capire.

«Scrissi una lettera al presidente Kennedy, ammonendolo di stare lontano da Dallas, perché mentre teneva un discorso per tivù vidi un teschio al posto della sua faccia; consultai i tarocchi e la tavoletta ouija e scoprii che Kennedy aveva un potente nemico a Dallas»
(da Tenebre, 1987, di Robert McCammon)

Anche Stephen King non è rimasto immune al fascino della tavoletta:

«Aveva letto che la scrittura automatica, che si può praticare con l’aiuto di una tavoletta Ouija, spesso veniva esumata come gioco di società, giusto per scherzare, e che per questo poteva trasformarsi in un esercizio molto pericoloso, per il rischio di rendere chi vi si disponeva estremamente vulnerabile a qualche forma di possessione.»
(da La metà oscura, 1989)

Curiosamente il termine che può creare traduzioni alternative è board, come Anna Montanari che nel 1992 per Euroclub traduce “Fury” (id., 1989) di John Coyne: «Non ho mai giocato con la lavagna Ouija».

Che i lettori conoscano la tavola o meno, ouija è un termine usato tranquillamente nell’editoria. Quando però si parla di film… il discorso cambia parecchio.


Ouija
nel doppiaggio italiano

«Ouija board, ouija board, Ouija board
Mi aiuterai?
Perché continuo a sentirmi
così terribilmente solo»


Per capire l’argomento di cui stiamo parlando, ci rivolgiamo ad una delle più celebri presentazioni della ouija board, all’interno de I 13 fantasmi (13 Ghosts, 1960), uno dei filmetti fantasmosi del celebre William Castle che poi decenni dopo sono diventati titoli di culto fra gli appassionati.

Probabilmente tra le prime apparizioni sugli schermi italiani

Mentre la famigliola protagonista sta parlando con l’avvocato dell’eredità ricevuta (una casa piena di fantasmi!), il figlio più piccolo chiede al padre: «Cosa significa uì-ia?» In mano ha una ouija board impolverata trovata in un cassetto segreto. La risposta del padre è illuminante:

«È una tavola da gioco. Guarda: oui in francese significa “sì”, ja significa “sì” in tedesco.»

Oui per “sì” e ja per… be’, di nuovo “sì”

Per rispettare questa spiegazione il doppiaggio italiano fa appunto dire uì-ià al bambino, come se appunto unisse le pronunce delle due parole straniere, ma in lingua originale è diverso: il bambino la chiama ùgia, mentre il padre lo corregge con uìgia, che è la pronuncia “ufficiale” ancora oggi.

Purtroppo la prima apparizione italiana di questo film risale alla messa in onda di Rai3 del 10 settembre 1996 e non si sa se è lo stesso doppiaggio conservato oggi dal DVD Sinister 2012. Questo film dunque non ha contribuito molto al mito della tavoletta fra gli spettatori.


Sicuramente il film più seminale è stato “L’esorcista” (The Exorcist, 1973) di William Friedkin (in DVD Warner più volte ristampato).

Malgrado molte fonti affermino che è da questo film che la ouija board è “esplosa” nell’immaginario collettivo, in realtà la tavola si vede in una scena di meno di due minuti in cui la giovane Linda Blair afferma di usarla per parlare con Capitan Gario (Captain Howdy). Fine. Dubito fortemente che un oggetto ampiamente noto da decenni abbia avuto bisogno di pochi secondi buttati nel calderone di un film per “esplodere”.

La giovanissima Linda Blair che chiede alla ouija che carriera avrà da grande

Curiosamente nel film la tavola non viene mai nominata, eppure il “pittoresco” doppiaggio italiano mette in bocca alla madre, doppiata da schifo, un bisbiglio che solamente i pipistrelli possono sentire: interrogati, i pochi pipistrelli che hanno potuto avvertire la ridicolmente bassa voce italiana dicono che il personaggio chiami la tavola «Chiama-spiriti», assente nell’audio originale.


Iniziano i rutilanti anni Ottanta e la cultura popolare esplode in ogni genere. Esce “Amityville 3D” (1983) di Richard Fleischer (in DVD Medusa 2003) e in originale viene pronunciata questa frase:

«The ouija board only works if everybody cooperates and believes

Finora non esistono prove che la tavoletta sia mai stata chiamata per nome in un film in lingua italiana, magari il pubblico non è ancora pronto: meglio doppiare la frase cambiandola completamente:

«Mettiamo il bicchiere al centro.»

La frase è più corta, ma la scena ha molti stacchi sui primi piani dei personaggi, quindi spesso chi parla non è inquadrato e così è risolto il problema del labiale. Ad onor del vero va specificato che non esistono prove di distribuzione italiana di questo film prima del 1989 su Italia1, ma sempre negli anni Ottanta rimaniamo.

Nel febbraio 1984 la RAI lancia l’iniziativa di presentare una serie di film inediti anni Trenta con protagonista il detective cinese Charlie Chan, doppiandoli per l’occasione. Domenica 30 marzo 1984 va in onda su Rai2 “Charlie Chan. L’ora che uccide” (Charlie Chan’s Secret, 1936) di Gordon Wiles.

Per questa occasione lo storico Charlie Chan interpretato da Warner Oland interroga la padrona di casa e scopre che la donna dopo cena passa di solito del tempo con «l’alfabeto medianico», splendida e sorprendente traduzione di ouija board. Peccato che l’antica usanza di tradurre in italiano si perderà ben presto.

Charlie Chan e l’alfabeto medianico

Finora il doppiaggio italiano ha fatto il vago, ma quando arriva in Italia “Spiritika” (Witchboard, 1986) di Kevin Tenney (in DVD Stormovie 2010) il problema si fa dannatamente serio.

Durante la solita festicciola fra amici qualcuno propone di fare una seduta con la «tavola uìgli», una storpiatura che rende bene il concetto: il personaggio pronuncia male il nome («wee-gee board») e viene corretto, «Si chiama uìglia, è l’unione del vocabolo “sì”, in francese e in tedesco: uì-glià».

Torna l’accezione del film I 13 fantasmi (1960), che ha molto più senso in italiano visto che in originale il “sì” tedesco viene pronunciato glià rendendo incomprensibile perché poi la tavola la pronuncino uìgia.

Quale serata tra amici non finisce con una tavola ui-glià?

Il doppiaggio di “Settembre” (September, 1987) scritto e diretto da Woody Allen (in DVD MGM 2008) non ne vuol sapere di pronunce strane e si affida alla stessa scelta posticcia dell’Esorcista: «my old ouija board» in italiano diventa «La mia vecchia chiama-spiriti».

Non voglio sentire né ouija, questa è una chiama-spiriti

Arrivano gli anni Novanta e portano seguiti con sé, quindi non stupisce l’apparizione di “Spiritika 2. Il gioco del Diavolo” (Witchboard 2: The Devil’s Doorway, 1993), sempre scritto e diretto da Kevin Tenney, ma stavolta i doppiatori italiani sono diversi e quindi la uìglia del primo film diventa ùgia.

Tie’, pure la Grande Storia della Ouija!

Il terzo seguito – “Spiritika 3. A letto con il demonio” (Witchboard III: The Possession, 1995), stavolta con Peter Svatek alla regia – si apre con un doppiaggio italiano sempre più confuso: «Quando ho scoperto l’o-uìgia…» Perché i doppiatori delle saghe filmiche se ne fregano sempre degli episodi precedenti?

Ma in quanti colori le fanno, ’ste tavole?

All’alba dei Duemila troviamo “Le verità nascoste” (What Lies Beneath, 2000) di Robert Zemeckis (in DVD Koch Media 2002).

È il momento di iniziare gli anni Duemila

La protagonista vede una donna fantasma nella propria casa e chiede consiglio ad uno psichiatra, che la spinge a prendere contatto con lei.

«Vuole che vada a comprare una di quelle tavole ouija

Dunque ci siamo? Il doppiaggio italiano ha capito come si pronuncia ouija? Non credo, perché poi arriva “Le insolite sospette” (Sugar & Spice, 2001) di Francine McDougall (in DVD Eagle Pictures 2003). All’inizio del film le ragazze protagoniste usano la ouija board per scoprire se il capitano della squadra si metterà con una di loro, ma la board diventa «tabellone», neanche stessero giocando a tombola.

La situazione però diventa tragica con “Long Time Dead. Morti da tempo” (Long Time Dead, 2002) di Marcus Adams.

Il doppiaggio italiano si sforza e ci va vicino, anche se la ouija board diventa «la tavoletta uià», una pronuncia stentata che nel corso del film si cerca di evitare, sostituendola con un più generico «seduta spiritica». In un altro punto per evitare di pronunciare ouija board viene usata una sineddoche, cioè si cita una parte per indicare l’oggetto completo: «il bicchierino ha composto la parola», così indicare una parte della ouija board permette di evitare di nominarla. Più avanti diventa «una seduta col bicchierino».

A metà film i doppiatori devono essersi visti I 13 fantasmi e cambiano pronuncia, passando al uì-glià del vecchio film.

Il bilancio è che su un totale di otto volte che nel film viene nominata la tavoletta, solamente tre corrispondono ad una effeettiva citazione nel doppiaggio italiano: perché a questo punto non cancellare definitivamente l’espressione?

Non tutti i doppiatori hanno voglia di impelagarsi in pronunce stentate, come ci spiega “White Noise. Non ascoltate” (White Noise, 2005) di Geoffrey Sax (in DVD Universal 2005).

Il protagonista si rivolge ad una medium “vera” la quale lo mette in guardia dal giocare con gli spiriti senza gli strumenti adatti: «It’s like homemade Ouija boards and teenage séances at Halloween». Fa dunque due esempi di situazioni molto pericolose: ouija board fatte in casa e adolescenti che giocano a fare i medium ad Halloween. Per evitare di tradurre ouija, il doppiaggio italiano fonde i due esempi in uno solo:

«È come le sedute spiritiche col bicchierino che i ragazzi fanno in casa ad Halloween.»

Il risultato alla fin fine è lo stesso, lo sfogo della medium rende molto bene e si evita che qualche spettatore nostrano si chieda cosa sia una ouija board.


Ogni doppiatore pare scegliere per conto suo, così per esempio abbiamo “Paranormal Activity” (2007) di Oren Peli che usa la pronuncia giusta: «Perché non prendiamo una tavola uìgia?» Ma poi abbiamo “Ghost Team One. Operazione Fantasma” (Ghost Team One, 2013) di Ben Peyser e Scott Rutherford (in DVD Universal 2014), che torna di decenni indietro e pronuncia uìglia.

È la Casa delle Libertà: pronunciamo un po’ tutti come cacchio ce pare

Arriviamo finalmente a “Ouija” (id., 2014) di Stiles White (in DVD Universal 2015), film con la tavoletta nel titolo. Torna la pronuncia esatta, uìgia, ma il termine viene pronunciato solamente due volte: curioso, per un film con quel titolo.

Perché in un film dal titolo “Ouija” si cerca di non pronunciare mai quel nome?

L’espressione ha ancora oggi problemi con il doppiaggio italiano, visto che si cerca sempre di non tradurla, come in “Armed Response” (id., 2017) di John Stockwell:

«Somebody see if we got a ouija board?».

«Vogliamo fare una seduta spiritica?»

Il senso è lo stesso, ma è un segno di sfiducia da parte dei doppiatori nell’effettiva conoscenza della tavola da parte del pubblico generico. Sempre che i doppiatori stessi sappiano quale sia la pronuncia giusta.


Conclusione

L’abbiamo visto con gli zombi di Star Trek, i lettori sono sempre più informati degli spettatori, e la resa italiana di ouija board dimostra che un termine ampiamente usato in narrativa non ha mai trovato una versione sicura e condivisa al cinema. Eppure è un gioco da tavola (che che gioco è, poi?) destinato a luminoso futuro, come ci testimonia Peter David:

«Quando era un giovane Klingon e si trovava sulla Terra, una ragazza che viveva nella casa accanto alla sua aveva una specie di gioco antico che chiamava “la tavoletta ouija”.»
da “Star Trek: The Next Generation – Imzadi II” (1996) di Peter David (Fanucci 1999)



L.

– Ultime indagini:

 
42 commenti

Pubblicato da su settembre 29, 2020 in Uncategorized

 

42 risposte a “Ouija: come si traduce in libri e film?

  1. Sam Simon

    settembre 29, 2020 at 7:18 am

    Curioso che nessuno si sia mai deciso su una pronuncia unica, in assenza di una parola per tradurlo.

    Sono curioso di sapere come l’hanno tradotto nel caso di Verónica di Paco Plaza, recente film spagnolo dove la tavola ouija ha una certa importanza!

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    • Lucius Etruscus

      settembre 29, 2020 at 7:45 am

      Il film mi è piaciuto, è passato su Rai4 (mi pare) qualche mese fa e c’è stato un momento di panico perché se non ricordo male c’è un film messicano con lo stesso nome e uscito lo stesso anno, quindi i siti facevano casino con le trame: quale dei due sarebbe andato in onda? Invece era quello spagnolo, che in realtà avevo già visto ma non lo ricordavo.
      Sai che non ricordo pronunciata la tavola? Devo andare a controllare, grazie per la dritta 😉

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      • Sam Simon

        settembre 29, 2020 at 9:03 am

        A me non fece impazzire, l’ho trovato uno di quei film il cui finale mi rovina l’intera esperienza… però Plaza non è malvagio, magari l’ho solo preso per il verso sbagliato!

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 9:05 am

        E’ un classicone, non è che inventi chissà cosa, si limita percorrere la via: non è certo per la trama che si vedono questi film, ma per come registi diversi fanno variazioni sullo stesso tema. E’ passato del tempo ma ricordo una visione piacevole, forse anche perché a forza di vedere versioni americane del tema mi ha fatto piacere uno sguardo più europeo 😉

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      • Sam Simon

        settembre 29, 2020 at 9:27 am

        Quello di sicuro! Gli statunitensi questi film ormai li fanno con lo stampino, anche se ultimamente in quanto a horror sono uscite buone produzioni (da It Follows a Get Out passando per The Witch e Babadook)!

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  2. Evit

    settembre 29, 2020 at 8:05 am

    Grazie mille Lucius, hai fatto il lavoro che io, dopo aver trattato approfonditamente della trilogia Witchboard, non avevo più l’energia di fare: esplorare la pronuncia di ouija in tutti i film doppiati. E che spasso vedere tutte le tarantelle che hanno fatto per evitare di pronunciarla. Per anni! 😄

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    • Lucius Etruscus

      settembre 29, 2020 at 8:14 am

      Ci soon film, come “White Noise”, in cui il doppiaggio si inventa le peggio cose ma no, quella parola non la pronuncia. Altre volte ci si riduce al minimo indispensabile, altre si dice “bicchierino” e via 😀
      Purtroppo alcuni film storici sono arrivati solo in tempi recenti da noi, quindi non sappiamo come avrebbero tradotto nel dopoguerra, ma sono sicuro avrebbero trovato un corrispettivo italiano.
      Comunque grazie a te per averne parlato così mi hai dato la spinta finale per riesumare questa ricerca che dormiva da mesi in archivio 😛

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      • Evit

        settembre 29, 2020 at 8:19 am

        Posso supporre che entrambi siamo grandissimi appassionati di occultismo e non vedevamo l’ora di parlarne… Tu l’hai tenuto per mesi in archivio, io l’ho presa per il culo… questa “tavola alfabetica iellatrice” 😄

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 8:27 am

        Il connubio di “amore per il paranormale”, “interesse modaiolo” e “incapacità di usare la stessa pronuncia due volte per lo stesso nome”, rende i prodotti italiani irresistibili e meritevoli di essere analizzati ^_^
        Il paranormale lascia più traccia, sarebbe difficile analizzare gli stessi identici fenomeni ma in altri settori. Per esempio in questi mesi non si capisce perché il presentatore del TG lanci un servizio su LukashenkO e il giornalista poi lo chiami LukashenkA, ma forse è una citazione, di quando negli anni Ottanta l’URSS e guidata da GorbacIOv, GorbacEv, GArbaciof e i loro fratelli 😀
        Con libri e film si lascia traccia, gli sfondoni giornalistici sono più evanescenti.

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      • Claudio Capriolo

        settembre 29, 2020 at 9:14 am

        Sessant’anni fa c’era tutto sommato meno incertezza su come pronunciare il cognome di Nikita Chruščëv – hrusc-ciòf, -ë- ha sempre l’accento (quindi anche garbaciòf: se non è accentata la -o- è tanto più aperta quanto più è lontana dalla sillaba accentata).
        Ma una volta in Rai usavano il DOP, Dizionario di ortografia e pronuncia, adesso se ne sono dimenticati.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 9:27 am

        Conservo ancora gelosamente una Sacra Copia del DOP, alla faccia degli itanglesi 😛
        Il problema è che già negli anni Ottanta il povero Gorby aveva tante pronunce quanti giornalisti RAI andavano in onda. Figuriamo quando poi dopo vent’anni di ragazzini battezzati Bòris qualcuno ha cominciato a studiare russo e ha scoperto che si pronuncia Barìs, il panico! C’erano giornalisti che si suicidavano in diretta quando dovevano pronunciare un nome russo 😀
        E sì che mi sembra una cosa facile, vai dal tizio in questione e gli chiedi: “Come t’antitoli?” Nel caso specifico c’era l’Associazione Italia-URSS, frequentata dai miei genitori, in cui c’erano persone di madre-lingua che avrebbero potuto fornire i nomi di tutti i politici in vista: possibile nessuno abbia mai pensato di consultarli?
        Forse il problema è che siamo troppo modaioli, se una cosa “si dice così”, nessuno si informa, la prende per Verità Rivelata.

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      • Claudio Capriolo

        settembre 29, 2020 at 10:37 am

        Il DOP fortunatamente è anche online 🙂

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  3. zoon

    settembre 29, 2020 at 9:00 am

    …avevo quella copia della Casa degli Invasati, ma prestandola l’ho persa… grrrrrrr

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    • Lucius Etruscus

      settembre 29, 2020 at 9:04 am

      MAI prestare libri, MAI, a nessuno, neanche se ne vada della propria vita! 😛

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      • zoon

        settembre 29, 2020 at 9:31 am

        hai ragione da vendere. e infatti ho smesso.

        com’è l’adagio? chi presta libri all’amico perde il libro e perde l’amico…

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 9:33 am

        Polonio docet! ^_^

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      • Conte Gracula

        settembre 29, 2020 at 10:31 am

        Ma solo a me le persone rendono le cose? Mi devono ritornare due libri da anni, ma l’amico ha comprato casa qui e non scapperà, credo (spero) e finora mi hanno perso solo una demo di un videogioco – che mi danneggia a livello collezionistico, ma ormai è da anni che ho abbandonato certe velleità, colleziono senza più patemi ^^

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 10:39 am

        Quando ci tenevo che qualche persona leggesse un determinato libro, ho preferito regalargliene una copia che prestargliene la mia, perché altrimenti il rapporto sarebbe finito molto male 😛

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  4. Kukuviza

    settembre 29, 2020 at 9:51 am

    La seduta col bicchierino mi fa pensare a tutt’altro e dunque non aveva tutti i torti quello che diceva: un bicchiere di vino potrebbe fare la stessa cosa. In tutti i sensi, direi.
    Gli saran venuti i capelli dritti dal terrore ai responsabili del doppiaggio, quando gli è arrivato il film con per titolo la parola incriminata.
    Ma sai che ci sto pensando e non so neanche se l’ho mai sentita pronunciata quella parola? non ho visto nessuno dei film che hai citato e penso che nella mia mente ho sempre pronunciato “oui-ia”, anche se ogni tanto mi veniva il dubbio che quella j fosse stata inglesizzata-francesizzata.
    Ui-glià però non mi sarebbe mai venuto, mi sa di guagliò!

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    • Lucius Etruscus

      settembre 29, 2020 at 10:06 am

      ahahah la “Guagliò Board” merita di finire in una puntata di “Gomorra” 😀
      Invece di “uì-jà”, “uè-Guagliò” 😀 😀 😀

      Scherzi a parte, essendo un nome proprio di gioco da tavolo – come Monopoli e Cluedo – ci sta che non venga tradotto, una volta diventato appunto marchio registrato, e per la pronuncia il doppiatore potrebbe limitarsi a sentire la voce originale del film e ripeterla, ma forse è chiedere troppo 😛

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      • Kukuviza

        settembre 29, 2020 at 10:41 am

        ahahaah la guagliò board è fantastica! Naturalmente la uè-guagliò ti risponde in napoletano, con suoni di background che ricordano il pozzo dei rospi…

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 10:42 am

        Scusa se ti correggo, ma è “rosppi”, con due “p” 😀 😀 😀
        Scherzi a parte, strano che non ci abbiano ancora fatto una parodia in un qualche “comic movie”.

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    • Conte Gracula

      settembre 29, 2020 at 10:34 am

      Io credo di averlo sentito come “uiià” in un film, pensavo in Spiritika, ma mi sa che è invece era quello dove il padre spiega al ragazzino la pronuncia – mi è familiare il dialogo su oui e ja, più che altro.

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      • Lucius Etruscus

        settembre 29, 2020 at 10:40 am

        Anni fa è uscito il remake americano del film e probabilmente sarà girato in TV i film in bianco e nero, recuperato in DVD ma non si sa con quale doppiaggio (se nuovo o nuovissimo), quindi magari ti sarà capitato in qualche passaggio televisivo.

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      • Conte Gracula

        settembre 29, 2020 at 10:45 am

        Sono quasi certo che siano passati almeno vent’anni, ma di più non saprei dirti 😛

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  5. Conte Gracula

    settembre 29, 2020 at 10:38 am

    Lucius, se ti può interessare, il “gioco” lo fanno, in modo economico, in Giappone (certo, le mie fonti sono principalmente fumetti 😛 ).
    Si chiama kokkuri san (signor… non saprei dirti, guarda XD ) e mi pare che si faccia in gruppo: si scrive il sillabario giapponese su un foglietto, quindi le persone stringono tutte la stessa matita, chiamano lo spirito e quello risponde alle domande facendo vagare la matita sul foglio.
    Chissà dopo quante domande sarà inservibile, pieno di segnacci di matita XD

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    • Lucius Etruscus

      settembre 29, 2020 at 10:41 am

      Credo sia un’idea che ha girato il mondo, negli ultimi due secoli, ho visto anche una versione con pezzetti di carta con su scritte le lettere dell’alfabeto: una bela perdita di tempo preparare ogni volta quella roba! 😛

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  6. Il Moro

    settembre 29, 2020 at 10:53 am

    Una ricerca mastodontica! Adesso vado a cercarmi qualche video in inglese per sapere come diavolo la pronunciano i mangiapatate.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 29, 2020 at 10:55 am

      Occhio che se vedi troppi film sull’argomento è come partecipare ad una seduta con la ouija 😀

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  7. soleil

    settembre 29, 2020 at 11:14 am

    Bellissimo compendio, complimenti davvero!

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  8. pirkaf76

    settembre 29, 2020 at 5:25 PM

    Però se il sì c’è per francese, tedesco ed inglese, già che c’erano potevano ficcarci anche l’taliano.
    Grande excursus comunque. 🙂

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  9. Vasquez

    ottobre 1, 2020 at 6:42 PM

    Ne “L’ombra dello scorpione” (libro) si parla di tavoletta “Made in Taiwan”. Immagino quindi che in originale si parli di “board”…
    Però è curioso che venga descritta in due modi diversi. Inizialmente “[La tavoletta] stessa non era che un pezzo di cartone stampato poveramente” sulla cui scatola c’erano le parole “Sorprendete i vostri amici! Ravvivate le vostre riunioni!”
    In seconda battuta diventa un “ragno triangolare su tre tozze zampe, con la penna puntata verso il basso”, ovverosìa la planchette; che però non si muove su un alfabeto medianico (che adattamento magnifico!), ma scrive essa stessa tracciando le lettere su un foglio qualsiasi, “guidata” dalle dita dei partecipanti alla seduta. Ovviamente con la grafia dello spirito!
    Chissà se questa scena c’è anche nella miniserie (dovrebbe esserci, perché è una delle prime volte in cui Flagg si mette in contatto con la sua sposa), ma se c’è, chissà come se la sono cavata…
    Comunque a me “ui-glia” mi fa pensare a griglia, e mi fa venire fame 😛

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 1, 2020 at 7:04 PM

      La tavoletta c’è, ora basta imbandirla e mangiarci sopra 😛
      Grazie per la dritta su l’Ombra, vedrò se per caso in originale viene citata espressamente la Ouija e magari il traduttore ha evitato di nominarla.

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  10. Celia

    ottobre 2, 2020 at 4:29 PM

    “Alfabeto medianico” è un’espressione bellissima, ma purtroppo secondo me inadatta: se esistesse un alfabeto spiritico avrebbe misteriose lettere non corrispondenti a quelle del nostro alfabeto latino.

    Invece per quanto riguarda la pronuncia di “ouija” confesso che tuttora credevo stesse proprio per sì-sì: la combinazione è così esatta che non mi lasciava tanti dubbi.
    Ma, allora… la pronuncia corretta come la sappiamo, ossia: da che lingua la traiamo?
    E in quella lingua, che diamine significa o identifica la parola? 🧐

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    • Lucius Etruscus

      ottobre 2, 2020 at 4:33 PM

      Al di là delle lingue usate, “Ouija” rimane un marchio registrato americano per un gioco da tavolo, come Cluedo e Monopoli, quindi andrebbe pronunciato come fanno gli attori americani in questi film: uìgia. Che il “ja” sia tedesco e che quindi andrebbe pronunciato glià non sembra avere importanza 😛

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      • Celia

        ottobre 2, 2020 at 4:39 PM

        Vero, ma non avendo creato loro né la parola né lo strumento io non vi faccio riferimento.
        Dunque dell’origine non sai darmi un indizio?
        (Ja si pronuncia così come si scrive, non glià, ma di questo non mi stupisco. Anche se mi chiedo come se lo siano inventato… dopotutto l’abbiamo sentito dire per decenni, purtroppo, anche da noi).

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      • Lucius Etruscus

        ottobre 2, 2020 at 4:49 PM

        Che si sappia sì, l’hanno inventata loro la parola, e se la pratica esisteva in varie forme comunque quella tavoletta che si chiama “Ouija board” è un’invenzione commerciale americana. Uno poi la può chiamare come gli pare, ma a questo punto si fa prima a chiamarla “tavola medianica” e ciccia 😛

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      • Celia

        ottobre 2, 2020 at 4:57 PM

        Ah! Oggi è giornata di scoperte.

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  11. zoppaz (antonio zoppetti)

    ottobre 5, 2020 at 10:35 am

    Cappello!
    Volevo dire chapeau, ma visto il contesto l’ho tradotto.

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