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Omaggio al 1999 musicale

Mi riduco all’ultimo giorno del 2019 per qualcosa che da un anno intero avevo intenzione di fare: commemorare la musica che mi è piaciuta nel 1999, in una specie di ventennale di un anno che considero particolarmente significativo, dal punto di vista musicale. Almeno per i miei gusti.

Il 1999 è stato per me un anno di grandi cambiamenti e di transizione, anche se solo dopo ho potuto definirlo così, in cui ho dovuto lasciare un lavoro che mi piaceva (perché non più pagato!) e cominciare a fare lavoretti decisamente spiacevoli: chissà che non sia questo ad avermi fatto apprezzare di più la musica, grande lenitrice di sofferenze umane.


Skunk Anansie

Il mio primo grande amore di questo 1999 è sicuramente il gruppo Skunk Anansie, che è stato molto di più della somma delle sue parti. Lo testimonia il fatto che nessuna delle canzoni di Skin solista mi piace: senza quel sound speciale del gruppo, non è la stessa cosa.
Intravisti qua e là, gli Skunk li ho riscoperti ed apprezzati in un 1999 in cui ho consumato le mie orecchie con i loro tre album, amando ogni singola canzone e consumando la musicassetta in cui le avevo tutte registrate. Sì, giovani all’ascolto: nel 1999 giravo con un walkman a cassetta, perché era l’unico modo a mia disposizione per sentire musica fuori casa.

L’album Post Orgasmich Chill, del marzo 1999, è così titanico che ogni parola per descriverlo è inutile: se lo conoscete sapete che è assoluto, se non lo conoscete… non sapete che vi perdete!
In TV gustavo i videoclip di Lately e Secretly, ed impazzivo per Follow Me Down (scelta addirittura da Pavarotti per un duetto con Skin!), qui scelgo di ricordare Charlie Big Potato: un videoclip “sporco” e inquietante che ho davvero amato.


Will Smith

All’estremo lato opposto c’è Will Smith e il suo Willennium, l’album che ci avrebbe portato dai Novanta al Duemila, tema ovviamente caldo in quel 1999 in cui si parlava di Y2K (il virus che avrebbe distrutto Internet) e ci si chiedeva se davvero tutti i datari si sarebbero azzerati, riportandoci nel 1900 invece che nel 2000. Non a caso il delizioso videoclip Will 2K mostra il nostro eroe viaggiare nel tempo sulle note di un remake di Rock the Casbah (1979) dei The Clash, ripercorrendo anche cent’anni di stili di danza.

Ma la canzone che infiammò il mio 1999 non può essere che quella scritta per il peggio film del secolo, quella che prende I Wish (1976) di Stevie Wonder (con lui stesso a partecipare al videoclip), ci infila il ritornello di Wild Wild West (1987) del mitico Kool Moe Dee (cantato da lui stesso, anche lui invitato nel videoclip), chiama quella incredibile voce di Sisqo a rieseguire il ritornello di Stevie e il mix è completo: non sarà originale, ma vi assicuro che nel 1999 c’era da andare a fuoco con Wild Wild West.


Sisqo

A proposito di Sisqo, proprio in quel 1999 esce il suo Unleash the Dragon, con un’edizione di rara eleganza che denota lo stile da vero sciampista del cantante, e forte del suo duetto con Will Smith mi sono spinto a dare una possibilità a questa speranza del Soul… oh, andiamo, giù la maschera: se non fosse stato per le chiappe al vento nessuno avrebbe ascoltato Sisqo!

Con musica d’archi ispirata alla Eleanor Rigby (1966) dei Beatles, e in particolare all’incipit della cover di Wes Montgomery (grazie, Wikipedia!).Thong Song è il più grande tributo d’amore al tanga e a ciò… che gli ruota attorno!

Al grido di “Fammi vedere il tanga”, Sisqo ha scaldato l’ultimo anno dei Novanta, dimostrando quanto il contenuto delle canzoni non abbia alcun valore!


Bomfunk MC’s

Non importava l’ora, non importava il giorno: se vi sintonizzavate con MTV nel 1999 quasi sicuramente avreste beccato il videoclip “caldo” del momento: Freestyler dei Bomfunk MC’s, che in realtà è esploso maggiormente nel 2000 ma già si è affacciato nel ’99.

Il ritmo era trascinante e non faceva fare domande sul testo, sul cui contenuto non ho mai avuto alcuna curiosità, subodorando un vuoto ben peggiore di Capitan Mutanda Sisqo. Non importava, quel ragazzino coi capelli rasta che nel suo viaggio in metropolitana “stoppava” la gente era un motivo più che sufficiente per rimanere ogni volta immobili a vedersi l’intero video.

L’unico mio cruccio è per il meraviglioso assolo di chitarra che apre il brano: non si potrebbe avere una canzone tutto con quello?

Questo 2019 gli autori hanno festeggiato il ventennale del celebre video rigirandolo con le dovute reinterpretazioni.


Butterfly

Di gruppi, gruppetti e groppuscoli ne nascono mille al secondo e di solito durano molto meno del tempo che ci vuole a pronunciare il loro nome. Mettiamoci poi che siamo ai confini dell’impero mediatico, in un’Italia dove arrivano giusto gli schizzi – quando siamo fortunati – della produzione musicale internazionale, quindi magari i Crazy Town sono stati un gruppone da applauso, ma l’unica cosa che merita di essere salvata è il loro contributo al 1999 con Butterfly.


Britney Spears

Basta girarci intorno: il 1999 è l’anno di Britney, bitch!

Non so se in Italia qualcuno conosceva le sue trasmissioni da bambina, insieme a Justin Timberlake, io l’ho conosciuta solo in quest’anno come cantantina pop e … Baby One More Time (singolo che dava il nome all’album) era roba seria!

Misteriosamente il videoclip era rarissimo beccarlo in TV, al contrario di tutti quelli qui citati che passavano mille volte al giorno. Non so se avesse una distribuzione diversa o cosa, ma curiosamente all’epoca ho avuto modo di sentire più la canzone che vedere il video.

Impossibile non citare la versione della nostra Paola Cortellesi


Backstreet Boys

Già che siamo a parlare di pop, quell’anno è uscito Larger Than Life dei Backstreet Boys. A parte Everybody non ho mai seguito il gruppo, però questa canzone mi piaceva e ricordo che era finita nel mio walkman


Lou Bega

«Di padre italiano e madre siciliana», così venne presentato Lou Bega nell’anno che ne ha decretato un successo titanico in tutto il mondo, con una ripetizione ad nauseam della sua Mambo Number Five che ha portato all’immediata saturazione del genere e relativa immediata scomparsa del cantante.

È un peccato, perché Little Bit of Mambo è un ottimo album, soprattutto per chi come me ha una madre appassionata di Perez Prado e negli anni Ottanta ha dovuto ascoltare (contro voglia) una raccolta di suoi mambo: conoscevo bene il Mambo Number Five di Perez Prado quando ho scoperto la frizzantissima reinterpretazione di Bega, ed è stato subito amore.

Certo, la diecimiliardesima volta che l’ho sentito ho iniziato a stufarmi, soprattutto perché in quel periodo si sentiva ovunque, in qualsiasi contesto, quindi velocemente è venuta a nausea. Ma i primi giorni in cui l’ho scoperta l’ho molto amata.

Il videoclip non mi è mai piaciuto, ma per fortuna era rarissimo beccarlo in TV.


Bella prova (per un bianco)

Chiudo con un brano che in realtà è del 1998 ma ho scoperto nel 1999 e ascoltato fino al sanguinamento delle orecchie, sempre a volume rigorosamente “massacra-timpani”. L’unico modo per ascoltare l’avventura di chi voleva essere Ice Cube… e invece è Vanilla Ice!

Quindi alzate al massimo le casse o il volume delle cuffie per Pretty Fly (For a White Guy) degli Offspring.

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 30, 2019 in Uncategorized

 

Cosa significa essere blog [San TagTonio]

Matthew Broderick nel film WarGames (1983)

Più dico che non partecipo alle catene di San TagTonio, più finisco per parteciparci. Mettiamola così: aderisco molto poco, rispetto agli inviti che ricevo. Non è che me la voglia tirare, non è che “mi si nota di più se non partecipo”, è che da quando una decina di anni fa sono diventato social ho scoperto che esistono più classifiche rispetto alle cose in esse contenute: dopo le prime cento volte, in cento giorni, ho smesso di partecipare a tag e classifiche e graduatorie. Però ogni tanto, passato un congruo intervallo, cedo agli inviti. Cassidy e il Conte Gracula non mi “nominano” in queste catene perché sanno che non vi partecipo, perché allora partecipo dopo essere stato invitato a farlo da Sam Simon di VengonoFuoriDalleFottutePareti? La risposta è semplice: non lo so. Stavolta mi andava…

Per non offendere nessuno, diciamo che partecipo perché mi va, senza vincolo di invito…


Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad aprire un blog?

Già l’ho raccontato più volte ma la ripetizione è purtroppo l’anima (nera) dei tag. Nel 2013 è nato il blog NonQuelMarlowe perché ho iniziato a stampare in eBook gratuiti i racconti che avevo scritto dal 2010 con il personaggio dell’investigatore bibliofilo Marlowe. Nel 2014 ho iniziato a sfornare anche altri tipi di racconti – tipo zombie! – e a venderli a prezzi simbolici di 99 centesimi. Diventato spietato affarista, e letto in tutti i blog di self publishing che il modo migliore per promuovere i propri libri è aprire un blog, mi sono buttato in quest’attività. Capito che era un consiglio falso, ormai avevo scoperto che il mondo dei blog mi piaceva molto di più di quello del self publishing.

Festeggiati i 40 anni con il mio primo (ed unico) romanzo, con di nuovo Marlowe protagonista, la narrativa ha lasciato il passo alla voglia di inondare la blogosfera dei contenuti più disparati, lasciando libero sfogo alle passioni che per tanto tempo avevo tenuto sopite. Dall’universo di Aliens alle citazioni scacchistiche, da miniature e pupazzetti ai fumetti.

Come nasce l’idea dietro ai tuoi post?

Curando esclusivamente blog tematici, non sono le idee il problema: il problema è sistemarle e soprattutto tirar fuori qualcosa che mi diverta scrivere. Possibilmente cercando materiale per “condirla”, soprattutto se si tratta di idee inflazionate e già apparse ovunque. Di solito cerco di evitare argomenti già affrontati da mille altri blog, a meno di non avere qualcosa di particolare da raccontare o di avere proprio voglia di parlarne.

Le idee sono tantissime e sono tutte lì ma, come dicevo, il problema è organizzarle. Di solito mi lascio guidare dall’emozione e comincio a raccogliere materiale, poi magari mi stufo e sospendo: quando mi riprenderà la passione, avrò materiale pronto. Il ciclo “ghostwriting” l’ho iniziato nel 2010 e solamente questo 2019 l’ho presentato in una forma accettabile sul blog: non è che il materiale avesse bisogno di dieci anni per essere raccolto, ma non riuscivo a trovare lo stile giusto e aspettavo sempre il ritorno di passione per poter affrontare tutto ciò che avevo lasciato scritto in giro.

Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Per fortuna ho iniziato quando esistevano già gli smartphone: quando nel 2010 sono diventato vice-curatore di ThrillerMagazine.it ho fatto cose incredibili per riuscire a lavorare, non esistendo ancora la tecnologia “comoda” di oggi.

Ho provato vari sistemi, utilizzando anche l’app di WordPress che però fa schifo: sono più le volte che mi mangia il testo di quelle che lo salva. Dopo tante delusioni sono tornato alla scrittura più “primitiva”: uso un semplice “blocco note” (TextEditor, ma qualsiasi va bene) e scrivo già utilizzando i codici HTML necessari (neretti, corsivi, fogli di stili ecc.): completato tutto il testo, lo carico in WordPress da PC utilizzando la finestra HTML. Portarcelo non è facile: prima mi limitavo ad inviarmi per mail il file .txt ma ultimamente dà problemi quindi incollo il testo nel messaggio di posta, che alla fine è uguale.

Da casa rimane da fare il lavoro più impegnativo, cioè preparare le foto e impaginare il pezzo, ma avendo già tutto il testo pronto diventa più facile. Fermo restando che post più impegnativi li ho “costruiti” pian piano, giorno dopo giorno, su WordPress da casa.

Quanto impieghi per un post e come inserisci il blogging nel tuo tempo libero?

Dipende dai blog e dai post. Per esempio, una semplice citazione scacchistica (foto con qualche riga di testo) può volerci pochissimo, una scheda di un libro per Uruk di solito richiede una mezz’oretta mentre i più semplici post del Zinefilo “a buttar via”, non meno di due ore. Se invece poi sono post più corposi, il tempo si conta a giorni: per le traduzioni di articoli di solito vado sui due o tre giorni.

Va specificato però che non passo mai del tempo consecutivo sui post, semplicemente perché non ce l’ho ma anche perché sono costretto ad una lavorazione più frammentata. Essendo questo un hobby, posso dedicargli solo il tempo libero, e questo raramente è “tutto insieme”: ogni minuto o manciata di secondi che capita di avere a disposizione va sfruttato, ogni fila alla posta o tempo morto a lavoro o attesa che la cassa del supermercato si svuoti. Ogni momento è buono per l’esecuzione fisica, mentre per riordinare idee e pensare a cosa scrivere c’è molto più tempo: raramente sono impegnato in occupazioni così interessanti da non avere tempo di pensare a come organizzare un post. Vogliamo parlare dei riti sociali della macchinetta del caffè? Mi basta un sorriso ebete sulla faccia mentre mi parlano del nuovo reality o dei migliori ristoranti di Roma, e il gioco è fatto: io intanto faccio mente locale su quali post ho in scadenza…

Come ho già detto, io lavoro per addizione – essendo la mia una “dipendenza” (addiction). Ho lo smartphone pieno di file di testo con bozze di progetti futuri che non so neanche come, se e quando usciranno. Appena mi capita aggiungo un qualcosa, una riga, una parola, una data, uno spunto, e via così finché il pezzo non mi sembra concluso. Ripeto, non sono tutti così i miei post: viaggio all’incirca sugli ottomila post pubblicati su otto blog, è sicuro che troverete un sacco di roba scritta al volo, ma anche il post all’apparenza più “frivolo” nasconde dietro un sacco di passaggi che portano via un mare di tempo. Ho un blog che si limita a presentare locandine italiane d’annata con giusto il titolo del film e altri dati: eppure la fatica che faccio per trovare e sistemare quelle locandine è superiore all’effetto finale.

Qual è il tuo rapporto con i social network e come sono legati al tuo blog?

Nel 2003 circa, bruciato dalla lettura del meraviglioso ciclo dei robot di Asimov, cercavo disperatamente qualcuno con cui parlarne: non esistendo romani che leggessero, sono approdato su Yahoo! Groups. Inaridita l’esperienza del gruppo di lettori “Libridine”, intorno al 2006 ho scoperto il Forum di Altieri, pieno di scrittori ed esperti, gente di una simpatia e disponibilità incredibile e mi sono trovato come in Paradiso. Purtroppo nel 2008 tutti sono andati su facebook e ho dovuto seguirli, scoprendo l’inferno delle litigate da mercato e delle polemiche sterili. Dal 2014 ho alternato blog e social ma quest’ultimo mondo crollava sempre di più: la mia fortuna è stata essere cacciato da facebook durante una purga staliniana contro gli pseudonimi. Il tempo guadagnato è stato immenso, perché parti delle giornate andavano via nel cercare di parlare con chi non ti rispondeva e nel difendersi da commentatori seriali molesti.

Abbandonato quel monno ’nfame, ho scoperto che nei blog tutti possono sentirti commentare. Facebook è la piazza del paese, dove arrivi, ti metti seduto e inizi a berciare e a tirare letame in giro sperando che qualcuno ti attacchi così da farti la litigata quotidiana e diventare un eroe digitale. I blog sono case private, dove entri con l’educazione necessaria e parli con cognizione di causa, altrimenti il padrone di casa ti caccia a pedate e nessuno lo sa, quindi non puoi farti i tuoi seguaci della polemica. Questo fa sì che ci sia una scrematura a monte e soprattutto che ci si inizi a conoscere fra appassionati, che si riconoscono e si cercano nei rispettivi blog, allargando il discorso e conoscendo altri appassionati. Astenersi perditempo…

Vedi questa “crisi” del blogging in prima persona, al punto da aver avuto la tentazione di trasferirti in pianta stabile sui social?

Quando nel 2013 ho aperto il mio primo blog – questo, da cui sto scrivendo – già tutti parlavano della crisi dei blog. Così come in un vecchio documentario Vittorio De Sica si lamentava della crisi del cinema. In Italia c’è sempre crisi, in tutti i campi, siamo abituati tanto da non aver più senso utilizzare quella parola. Se prima e dopo sono uguali, non si parla di crisi. Prima c’era crisi, oggi c’è crisi, domani ci sarà crisi, quindi non esiste la crisi. E per il blog vale lo stesso.

Se invece per blog si intende strumento di visibilità con cui guadagnare soldi mediante inserti pubblicitari, allora magari la crisi si sente: non so, non guadagno nulla dai blog quindi non saprei dire.


Questo testo va considerato valido per tutte le future catene di San TagTonio che verteranno sul mondo del blogging!

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 10, 2019 in Uncategorized

 

[45 giri] Fiabe sonore – Biancaneve

La mia collega Ivana, sapendo la mia patologica passione per collezionare ogni tipo di roba gratuita si trovi in giro (quindi più un “accumulatore seriale” che un collezionista!), si è presentata un giorno con una busta piena di copertine di vecchi 45 giri: i vinili sono andati persi, sono rimaste solo le copertine. Tutto materiale privo di valore, quindi, ma irresistibile: perché non presentare qualche chicca anche qui? Sarà come fare insieme una visita in un mercatino dell’usato…

Purtroppo non ha datazione questo disco a 45 giri dei Fratelli Fabbri Editori, a quanto sembra di capire allegato ad un’uscita da edicola con lo stesso nome, “Fiabe sonore“, ma mi ricorda di quando da piccolo ascoltavo con piacere dischi come questo.

Mentre vado a ricercare nell’Archivio Etrusco i 45 giri della mia infanzia – che credo siano ancora lì, da qualche parte – ne approfitto per ricordare che le fiabe dei fratelli Grimm erano molto più “sanguigne”, e per l’occasione segnalo la “fiaba fan fiction” (non so se si dica così) Cappuccetto rosso di DeniseCecilia, la cui forza secondo me sta nella ricercatezza nel linguaggio e nel creare immagini.

L.

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Pubblicato da su novembre 25, 2019 in Uncategorized

 

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L’Etrusco sbarca su Librerie.Coop

Ho appena scoperto che StreetLib, la casa editrice che gestisce i miei eBook autopubblicati, si sta ingrandendo ed una nuova libreria si è unita alla famiglia: Librerie.Coop.

Tutti e 26 i miei eBook sono apparsi magicamente sulla libreria on line: il meme etrusco si diffonde sempre di più!

L.

 
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Pubblicato da su novembre 22, 2019 in Uncategorized

 

L’educazione sadico-sentimentale

Concluso il ciclo sul masochismo di The Obsidian Mirror, Ivano Landi nel suo blog “Cronache del Tempo del Sogno” ha lanciato un suo seguito di segno opposto, dedicato stavolta al sadismo. Potevo mancare all’appello?
Riporto qui il mio intervento del 7 novembre 2018.


Breaking the Butterfly
L’educazione sadico-sentimentale

Butterfly Kiss

Eunice è una donna cattiva. Questo termine nella lingua italiana ha perso molto del suo smalto, è più facile sentirlo usare per rimproverare un bambino o un cane, ma “cattivo” è l’unico aggettivo che si possa utilizzare per Eunice, a meno di non andare su una descrizione più minuziosa come “assassina seriale psicopatica”. No, non è la stessa cosa, non rende affatto, perché se The Addiction di Abel Ferrara ci ha insegnato qualcosa è che non siamo cattivi perché compiamo il male, ma compiamo il male perché siamo cattivi.

Eunice è cattiva e compie il male. Ma non è sadica, non prova alcun piacere nell’uccidere e anzi lo fa nel più rapido modo possibile: non cerca il dolore all’esterno, perché le basta quello al suo interno. Le basta quello del suo corpo martoriato da catene e piercing, che le torturano le carni. Questo però non fa di Eunice una masochista: lei cerca la punizione, e quando non può punire gli altri punisce se stessa.

Nella sua attività di frequentazione dei benzinai in cerca di vittime, un giorno incontra Miriam, che è buona. Una parola che ha subìto lo stesso trattamento della sua controparte e nell’italiano colloquiale raramente la si sente non riferita ad una bambina che si è comportata bene o, nella sua storpiatura, riferita ad una donna attraente. Miriam non è nulla di tutto questo, è una donna buona. È un angelo, ma non nel senso cattolico del termine.

Miriam afferma di non sapere nulla, non ha vita sociale e vive con la nonna paralizzata che chiama mamma; non ha amiche, non ha amanti, ha solo una parente dimentica di sé con cui non ha alcun rapporto. Miriam è acqua limpida, che basta una goccia di male per intorbidire completamente.

L’incontro di Eunice e Miriam è fatale per entrambi, perché è il male che incontra il bene ed entrambi rimangono affascinanti l’uno dell’altro, ed entrambi si sgretolano. Entrambi di trasformano avvicinandosi.
Miriam si innamora di una donna folle che gira la città cercando una fantomatica Judith, sua precedente amante a cui scrive lettere e che probabilmente è solo il frutto della sua mente deviata. Non così deviata, però, da non avere ben chiaro il proprio comportamento:

Eunice: «Lo so che sono una persona cattiva.»
Miriam: «Che stupidaggine, non esistono le persone cattive.»

Dopo questo scambio di parole, Eunice dovrà dimostrare a Miriam che invece esistono, le persone cattive, e non parla solo di lei stessa: esistono persone cattive anche fra le sue vittime. E per spiegarglielo, la cattiva dovrà far diventare cattiva anche la buona:

«Credi di farmi diventare buona? Ti farò diventare cattiva prima che mi fai diventare buona.»

Inizia il gioco sadico, in cui Eunice comincia a dare ordini sempre più crudeli e psicologicamente provanti alla donna buona, che esegue tutto alla lettera per il più folle dei motivi: l’amore. C’è da seppellire un corpo? C’è da giocare al gatto e al topo con una vittima? C’è da soddisfare le voglie di un camionista? La risposta è sempre la stessa: la cattiva ordina alla buona di eseguire quei compiti, perché capisca che esiste il male nel mondo e la smetta di essere buona. Per farle capire che non esistono gli angeli ma solo i demoni.

Miriam (Saskia Reeves) ed Eunica (Amanda Plummer)

Miriam esegue tutto, scende all’inferno con Eunice ma lo fa da angelo: ad un certo punto le dà un piccolo bacio, e lo chiama “il bacio dell’angelo”, anche se viene subito corretta: si chiama “il bacio della farfalla”. È il segno che l’amore della buona per la cattiva, dell’angelo per il demone non si è trasformato. Miriam non può più definirsi buona, dopo il male che ha compiuto, ma ha fatto tutto per amore… e questo non la rende cattiva. Anzi, questo ha spezzato il piacere sadico con cui Eunice ha cercato in ogni modo di corromperla.
Come ha sempre fatto, la cattiva non potendo punire l’altra – il cui amore rende inutile ogni punizione – punisce se stessa, e dà l’ultimo ordine a Miriam, il gesto cattivo per eccellenza, il sadismo più sopraffino ma allo stesso tempo il gesto d’amore massimo che si possa chiedere ad un amante: uccidere ciò che si ama.

Destinato a diventare famoso con il successivo Go Now, e a non veder quasi mai questo titolo citato negli articoli che lo riguardano, Michael Winterbottom è ancora un regista ignoto quando presenta un film tanto volutamente ruvido e rozzo quanto di una potenza bruciante. Avendo esordito con un documentario su Ingmar Bergman tradisce una passione forse latente: quella per avere in video delle protagoniste femminili che si distruggono senza pietà. Una mia personale fantasia è che Buttefly Kiss sia una versione “riveduta ed aggiornata” di Persona (1966) di Bergman: il “vampirismo” per cui due donne profondamente diverse finisco per contagiarsi fino ad una fusione aberrante e fino a cambiare radicalmente la propria vita è tutta lì. Però, ripeto, è solo una mia personale fantasia.

La newyorkese Amanda Plummer (figlia del celebre Christopher) e la londinese Saskia Reeves danno il massimo che si possa chiedere ad un’attrice: tutta se stessa e un po’ di più. Niente trucco, niente vestiti “cinematografici”, niente abbellimenti: due donne “nude” davanti all’obiettivo che soffrono e sanguinano per lo spettatore. Amanda mostra senza veli il suo fisico “incatenato” e Saskia è una perfetta donna normalissima, della porta accanto, che si ritrova a seguire un’assassina psicopatica mostrandosi sinceramente innamorata. La sceneggiatura di Frank Cottrell Boyce (fedele collaboratore del regista) sembra scritta addosso ai loro corpi e ai loro volti, sposandosi alla perfezione, così tanto che non potrete più vedere Amanda Plummer in un qualsiasi altro ruolo. (E in effetti non è che la sua produzione filmica sia così prolifica.)

Avevo 21 anni quando vidi questo film al cinema, innamorandomene perdutamente. Aspettai i titoli di coda per memorizzare il nome di quella cantante dalla voce d’angelo che aveva accompagnato tutta la storia, perché dovevo assolutamente ritrovare quelle canzoni che mi avevano dilaniato il cuore, soprattutto nel finale. Segnai i nomi ricorrenti e il giorno dopo volai al negozio di musica del mio quartiere e chiesi al gestore se per caso avesse mai sentito quei nomi. Lui mi guardò come se io fossi appena sceso da un’astronave, e solo per educazione non mi ha risposto in faccia qualcosa come «Ma dove hai vissuto finora?». Allungò una mano sullo scaffale delle novità e mi passò il CD dove ritrovai le canzoni del film. Il titolo era No Need to Argue, il gruppo era The Cranberries e la cantante era una certa Dolores O’Riordan, la voce di un angelo per accompagnare l’ultimo viaggio di un diavolo.


Le onde del destino

Passa un anno e la stessa Lucky Red si occupa di distribuire una storia diversa ma identica, ambientata anche stavolta in Gran Bretagna ma in una zona ancora più rude e ruvida: quel Mare del Nord dove il gelo si annida nell’anima molto più che nell’acqua.

Stavolta la coppia è “tradizionale”, e assistiamo al matrimonio di Bess con Jan, uomo e donna: non basta però, per il rigido culto locale. Jan è uno straniero, non fa parte della comunità chiusa e intransigente del posto e già questo fa partire male la famiglia appena nata.
Bess deve sopportare ciò che tutte le donne del luogo sopportano: i lunghi mesi di solitudine mentre i mariti sono sulle piattaforme di trivellazione, ma Bess in realtà non è mai sola, sebbene soffra moltissimo: lei parla con Dio… facendo anche la Sua voce. Ed è Lui che interroga sul da farsi quando Jan torna gravemente ferito da un incidente di lavoro: sopravvive… ma rimane paralizzato. Il danno fisico non è il vero problema, perché come Jan stesso scrive su un foglio di carta:

«La mia mente è cattiva» (I’m evil in head)

Quello che è tornato non è più lo stesso uomo che Bess ha sposato, perché quella trivella sembra aver forato qualcosa che era dentro di lui: ce l’ha insegnato Eunice nel precedente film, il male è sempre dentro di noi. Ora dunque Jan è cattivo, perché si sente vicino alla morte e in quel momento – ci viene detto – si diventa cattivi. Bess però parla con Dio e sa che se eseguirà gli ordini del marito lui si salverà e guarirà: inizia un perverso gioco al massacro mosso dal più sadico dei sentimenti, l’amore.

Jan ormai è impotente e vuole che Bess faccia sesso con altri uomini, assegnandole compiti sempre più difficili e scabrosi, trasformandola in pratica in una prostituta, lei che è nata e cresciuta in una comunità di bacchettoni integralisti. La donna soffre sempre di più ma non mette in discussione questo suo ingrato compito, perché i fatti le danno ragione: più lei sottostà al gioco sadico, più si perde, più è dannata… più Jan guarisce. Il patto con Dio funziona, e come nel precedente film c’è solo un atto definitivo di fusione che si possa compiere, fra il bene e il male: quando uno si annulla per l’altro.

Bess (Emily Watson) e Jan (Stellan Skarsgård)

Quando il dottore che ha seguito il caso, che è stato testimone muto ed immobile degli eventi – proprio come Dio, ci insegna Bergman – deve redigere il suo rapporto e gli viene chiesto espressamente di descrivere Bess, la scelta di parole è essenziale:

«Se lei volesse chiedermi di riscrivere la conclusione, allora invece di “nevrotica” o “psicotica”, be’… mi limiterei ad usare una parola come “buona”.»

Miriam e Bess sono donne buone, ma nel senso che Lars Von Trier ha dato alla parola: sono donne troppo angeliche per un mondo così lordo, sono delle idiote dostoevskijane, sono cioè pure che agli occhi dei corrotti sembrano stupide. Non sono fatte per questa terra, quindi sono angeli caduti: così per un certo periodo Lars Von Trier ha voluto intendere alcuni suoi personaggi.

Miriam e Bess credono nell’amore e sono disposte a tutto pur di assecondarlo, ed essendosi innamorate di persone cattive non possono fare altro che perseguire il male, assecondare il sadismo che il loro amore genera perché sanno bene che il dolore che provano contribuirà a sgretolare la cattiveria dei loro rispettivi amanti crudeli.

Può esistere una donna buona che sia amata da un uomo buono? È quello che si augurano tutti, perché l’impressione è che invece abbia ragione Von Trier e le donne buone siano angeli con una missione: essere sacrificati ad amanti sadici per annullarne la cattiveria.


Filmografia

Butterfly Kiss (id.): a parte un paio di apparizioni sui quotidiani dell’epoca, il sottotitolo italiano “Il bacio della farfalla” non viene mai usato. Presentato in anteprima al Festival di Berlino il 15 febbraio 1995 e poi al nostrano Taormina Film Festival nel luglio successivo, esce in patria il 18 agosto 1995 e arriva subito nelle sale italiane dal 25 agosto successivo per Lucky Red: la stessa casa lo porta in VHS. In data ignota la Koch Media lo presenta in un’edizione DVD apparsa e scomparsa in un lampo, ed oggi materiale per collezionisti.
Regia di Michael Winterbottom. Sceneggiatura di Frank Cottrell Boyce. Con Amanda Plummer e Saskia Reeves.

Le onde del destino (Breaking the Waves). Presentato in anteprima il 13 maggio 1996 al Festival del Cinema di Cannes, gira per i festival di tutto il mondo prima di arrivare nelle sale italiane l’11 ottobre 1996 per Lucky Red: la stessa casa lo porta in VHS nel 1997. La DNC ristampa il film in VHS dal 15 dicembre 1999 e la Medusa Video lo ristampa in VHS e DVD dall’8 ottobre 2003, e poi ancora nel 2008. La Cecchi Gori lo ripresenta in DVD dal 23 luglio 2013.
Regia di Lars Von Trier. Sceneggiatura di Lars Von Trier e Peter Asmussen. Con Emily Watson e Stellan Skarsgård.


L.

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Pubblicato da su novembre 18, 2019 in Uncategorized

 

Manuale di scrittura action e thriller (Odoya 2019)

In questi giorni la casa editrice Odoya porta in libreria un imperdibile Manuale di scrittura action e thriller, con cui l’action writer Stefano Di Marino ci parla di tutto ciò che serve per «raccontare il genere e coltivare la creatività».


La trama:

Il thriller è il genere più diffuso della moderna “narrativa popolare”, e anche il più praticato da autori affermati e aspiranti narratori. Il nome viene dal verbo inglese to thrill, che significa “creare un brivido”. Questo manuale di scrittura, attraverso una serie di lezioni ricche di esempi, suggerimenti di lettura ed esercizi, fornisce le tecniche fondamentali per potersi muovere in questo filone.
L’autore, forte di un’esperienza trentennale e più di cento romanzi pubblicati, accompagna il lettore in ogni fase, dalla strutturazione della storia alla definizione dei personaggi, svelando “dritte” utili per costruire un romanzo avvincente, ben scritto e capace di catturare il lettore.
Come suscitare paura? Come tener viva l’attenzione? Quanto contano il conflitto e la storia d’amore tra i personaggi? Come si descrive con la parola una scena d’azione? A questa e ad altre domande il lettore troverà risposte esaurienti nel corso di ogni lezione. Sarà poi stimolato a leggere e a cimentarsi con la narrazione.
Il testo contiene anche utili indicazioni per sviluppare la propria creatività e scoprire i legami tra la narrativa scritta, il cinema, i fumetti e la televisione che sono diventati irrinunciabili per chi vuole scrivere “da professionista”. Un libro per chi scrive e per chi ama leggere.


La presentazione dell’autore:

Si può insegnare un’abilità che è in gran parte innata? Sinceramente credo di no. È però possibile far partecipi gli altri della propria esperienza e aiutarli in quelle fasi tecniche che vanno conosciute.
Sin da ragazzo, quando ancora sognavo di fare questo mestiere, sono sempre stato affascinato dai racconti di chi era già “arrivato”. Volevo capire i processi creativi, i metodi di lavoro per farli miei. Quegli esempi che andavano a ricercare in articoli e interviste trovavano complemento in letture, visioni ed esercizi di scrittura. Ecco, il succo di questo manuale è proprio questo. Una serie di lezioni su singoli aspetti della scrittura di genere (ma non solo) con esempi presi dalla mia produzione ma soprattutto da quella degli altri, famosi e meno famosi. Poi la capacità di espandere i propri interessi al cinema, al fumetto, alla fotografia e all’immagine e, sicuramente alla vita. Tutto per creare un proprio gusto e un proprio metodo di lavoro.
Le regole della costruzione della storia, i trucchi per rendere sulla pagina personaggi vividi e azioni mozzafiato, quello c’è naturalmente ma deve essere filtrato da una sensibilità e una creatività che traggono dall’esempio degli altri insegnamenti preziosi ma si sviluppano in modo personale e unico. Non sempre bizzarro parlare di ispirazione personale nella scrittura di genere che troppo sovente viene classificata come commerciale. Il successo, se vogliamo, si crea partendo da se stessi e parlando al lettore con un linguaggio adatto alle circostanze. Il mestiere più bello che c’è.


L.

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Pubblicato da su novembre 6, 2019 in Uncategorized

 

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[45 giri] Soldato Blu (1971)

La mia collega Ivana, sapendo la mia patologica passione per collezionare ogni tipo di roba gratuita si trovi in giro (quindi più un “accumulatore seriale” che un collezionista!), si è presentata un giorno con una busta piena di copertine di vecchi 45 giri: i vinili sono andati persi, sono rimaste solo le copertine. Tutto materiale privo di valore, quindi, ma irresistibile: perché non presentare qualche chicca anche qui? Sarà come fare insieme una visita in un mercatino dell’usato…

Quanti ricordi legati a questa locandina. Da ragazzino la trovai su una rivista e mi rimase sempre la curiosità di vedere questo film: davvero ci sarebbe stata una scena con l’indiana legata nuda?

Non credo sia stato molto replicato, negli anni Ottanta, perché finalmente ho potuto vedere “Soldato Blu” (Soldier Blu, 1970) solamente quando è uscito in VHS allegato al quotidiano “l’Unità”, rimanendone particolarmente deluso. Mi era sempre stato detto che era un film noto per la crudezza delle scene («Il film più violento della storia», gridava un manifesto d’epoca), che denunciava il massacro degli indiani da parte dei “soldati blu”, appunto, ma boh… Dopo averlo visto – e immediatamente dimenticato – ho riciclato la cassetta registrandoci sopra…

Però quella locandina mi è sempre rimasta impressa, evidentemente molto più del film.

Il brano Until It’s Time For You to Go è cantato dall’indiana canadese Buffy Sainte-Marie, con una voce stridula che davvero non riesco a sopportare.

L.

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Pubblicato da su ottobre 22, 2019 in Uncategorized

 

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