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L’Etrusco attraverso l’Obsidian Mirror

Il vostro Etrusco preferito partecipa all’iniziativa “The Guest Blogger“, andando ospite nel blog del mistero The Obsidian Mirror. Al momento di raccogliere questo invito ho pensato a cosa poter proporre ad un blog che si occupa di misteri intriganti, nel senso più ampio dell’espressione, io che pur subendo l’innegabile fascino del “misterioso” non tratto mai di misteri inspiegati? Perché non provare a stuzzicare i lettori con un mistero che non è un mistero ma è ammantato di mistero?

Per l’occasione presento in quattro puntate il mio saggio breve “Notovitch e la vita segreta di Gesù“, primo numero della mia collana digitale “Storie da non credere”, dedicata appunto a quei misteri librari che in realtà sono più assimilabili a truffe o comunque macchinazioni non limpide. Sembrano storie incredibili, ma sono semplicemente da non credere.

Se volete sapere dell’incredibile viaggio di Notovitch fino ad un monastero sperduto, da cui è tornato con un testo misterioso, potete acquistare a € 0,99 il saggio in tutte le librerie on line… oppure seguire lo speciale a puntate su The Obsidian Mirror, che inizia qui.

Ecco la trama:

Da esattamente 120 anni molti sono convinti che Gesù Cristo passò l’infanzia in India, o che comunque i suoi insegnamenti arrivarono subito in questa terra grazie ai mercanti che “sparsero la voce”. Chi crede questo, in buona o cattiva fede, di solito non si rende conto che l’idea circola appunto da soli 120 anni: nei secoli precedenti alla data del 1894 non si pensava affatto a questa “ipotesi indiana”. Cosa è successo in quella data? Perché da quel momento la tesi di Gesù in India è argomento di discussione, visto che è totalmente campata in aria? Semplicemente nel 1894 apparve l’opera di un fantomatico giornalista russo che raccontava una storia incredibile… nel senso che è da non credere.

La collana “Storie da non credere” si occupa di truffe librarie o comunque di vicende legate a fenomenali ritrovamenti accompagnati da storie più attinenti alla sfera della fiction che alla realtà. Da secoli libri incredibili sono accompagnati da storie incredibili… che spesso sono appunto da non credere..

L.

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Pubblicato da su febbraio 14, 2018 in Uncategorized

 

Aliens: Colonial Bloggers!

Lo so, cominciano ad essere tante le volte in cui rubo idee da altri blogger, ma è questo che adoro della blogosfera: sei bombardato di idee, ed è bellissimo leggere un post delizioso come questo di Rikynova e dire “Lo voglio fare anch’io!”.

Riky ha immaginato una squadra di calcio formata da blogger, io invece mi chiedo: se dovessi partire alla volta di un altro pianeta, a caccia di alieni… quali blogger mi porterei dietro?
I personaggi del film Aliens (1986) sono limitati, per cui qualcuno dei blogger che seguo rimarrà fuori: vorrà dire che parteciperà al prossimo attacco!

Il post è farcito di citazioni aliene: se una frase vi sembra di non capirla, sicuramente c’è una citazione dal film di James Cameron.

A L I E N S:
COLONIAL BLOGGERS

Comincia la missione ed atterriamo tutti su Acheron: ecco la formazione.


Il sergente Apone è MikiMoz, perché in fondo il blog Moz O’Clock ci guida tutti con voce grossa, modi schietti e divertendosi un mondo, sin dal novembre 2006!

Se devo seguire qualcuno alla scoperta di mondi sconosciuti, preferisco uno che si diverta a farlo.

 


Il soldato Hicks è Cassidy, per forza: il taglio e il colore dei capelli è lo stesso! Ok, si tratta solo del suo avatar dal mondo di Preacher, ma per me sarà sempre lui il “vero” Cassidy”

Non lasciatevi ingannare dalla sua gentilezza ed educazione, non lasciatevi ingannare dall’umiltà della Bara Volante: se c’è da sparare si spara. E quando non sai cosa fare… l’unica è nuclearizzare!

 


Il soldato Hudson non può essere altri che redbavon, che dal suo blog Picture of You ha bandito ogni post stringato: la sua guerra alla brevità è un faro nella notte per tutti noi.

Il morale della truppa è sempre alle stelle con redbavon, pronto all’impegno sotto ogni fronte umoristico-ludico, ma quando il gioco si fa serio… allora game over, man.

 


Drake non è un caciarone, va per la sua strada sicuro e non guarda in faccia a nessuno, quindi per me è Ivano Landi, che scrive le sue Cronache del Tempo del Sogno con mano sicura.

Quando hai bisogno, Ivano è lì, dietro di te, a guardarti le spalle e a passarti il fumetto giusto al momento giusto, o a segnalarti esattamente il film che cercavi…


Siccome conosco solo una donna blogger allora devo darle l’unico ruolo femminile? In parte è così, ma è sicuro che come Vasquez c’è solo Kukuviza, che fa le flessioni nel suo CineCivetta e stupisce tutti quelli che la sottovalutano.

Il rapace dal becco mordace colpisce ovunque… e in cada momiento.

 


Il soldato Frost è il Moro… capito? Soldato nero… il Moro… Va be’, sarà politicamente scorretto ma era un’associazione irresistibile!

Potete sempre contare su di lui per una birra (che pagate voi) e una Storia da birreria, il blog che in quanto a cultura pop non guarda in faccia a nessuno. Perché quando un corpo è arturiano, che ti frega?

 


Spunkmeyer non ama i riflettori né il palcoscenico, ma se c’è da guidare una nave e salvare tutti, lui è lì… ad aiutare chi lo fa!

Come dite? Non ricordate il caro vecchio Spunkmeyer nel film? Ok, non avrà molte scene ma state tranquilli che lui è lì. Per questo ci vedo The Obsidian Mirror perché si annida nella parte oscura dello schermo…

 


Ok, forse stiamo un po’ agli sgoccioli, ma è irresistibile la voglia di associare un nome “est-europeo” come il soldato Wierzbowski al Conte Gracula, l’essere che gracchia dalla sua Cupa Voliera e che vola là dove gli angeli non osano andare…

Se vi capita di vedere una miniserie coreana, alzate gli occhi: il Conte Gracula sta volando sopra di voi!


Il soldato Crowe… andiamo, ma chi ha fatto caso a Crowe nel film? Ecco, Il Cumbrugliume è gestito da un oscuro figuro che è invisibile al mondo proprio come Crowe.

Nessun film o serie TV sfugge al suo sguardo attento, ma ben pochi hanno potuto vedere lui…

 


Bishop non è un marine ma è parte integrante del gruppo, una mente ineffabile dalla logica schiacciante, nel cui cuore d’acciaio riesce lo stesso ad albergare del sentimento umano.

Una macchina analitica come Bishop non poteva che essere… Evit di Doppiaggio Italioti!

 


E io? Dove sono io in questo gruppo?

Io sono Gorman… e vi mando tutti in prima linea mentre me ne rimango seduto davanti ad un PC, pronto a discettare e a sparare giudizi al caldo, mentre voi affrontate gli alieni!!!

 


Mi sono divertito un mondo quindi tenetevi pronti, che magari ci scapperà una nuova missione per tutti voi!

Sempre pronti all’impegno!

L.

 
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Pubblicato da su gennaio 17, 2018 in Uncategorized

 

Mano bionica impiantata in una donna italiana

Riporto di seguito una notizia ANSA apparsa il 4 gennaio 2018 per mera pubblcità: ricordo infatti che per sapere tutto sulle “mani” in letteratura e per leggere un thriller mozzafiato, unico nel suo genere, il titolo è uno solo: Le mani di Madian. L’autore è un certo Lucius Etruscus…


Mano bionica impiantata in una donna italiana

Costruita nella Scuola Sant’Anna, intervento al Gemelli di Roma.
Test durato sei mesi

Almerina Mascarello (fonte: S. Micera, Scuola Superiore Sant’Anna) © ANSA

Una donna è la prima italiana alla quale è stata impiantata la mano bionica che percepisce il contatto con gli oggetti, realizzata dal gruppo di Silvestro Micera, della Scuola Superiore Sant’Anna e del Politecnico di Losanna. L’intervento è stato eseguito nel giugno 2016 nel Policlinico Gemelli di Roma dal gruppo del neurochirurgo Paolo Maria Rossini. I risultati della sperimentazione sono in via di pubblicazione su una rivista scientifica internazionale.

Nell’esperimento, durato sei mesi, la mano bionica è stata impiantata in Almerina Mascarello, che vive in Veneto e che aveva perso la mano sinistra in un incidente. “La mano è una versione migliorata di quella impiantata su un uomo danese nel 2014“, ha detto Micera al’ANSA.

Almerina Mascarello (fonte: S. Micera, Scuola Superiore Sant’Anna) © ANSA

La donna è anche la prima a poter uscire con la mano hi-tech perché, rispetto al 2014 ora l’elettronica, realizzata in parte dall’Università di Cagliari, è racchiusa in uno zainetto. Questo, ha spiegato Micera, “racchiude il sistema che registra i movimenti dei muscoli e li traduce in segnali elettrici, poi trasformati in comandi per la mano; un altro sistema trasforma l’informazione registrata dai sensori della mano in segnali da inviare ai nervi e quindi in informazioni sensoriali“. Gli elettrodi impiantati nei muscoli sono stati realizzati dall’università tedesca di Friburgo.

La donna ha portato con sé lo zainetto uscendo a Roma, nell’ottobre 2016, sotto il controllo dei responsabili del test. “Dopo sei mesi l’impianto è stato tolto. L’obiettivo ultimo – ha concluso Micera – è rendere questa tecnologia utilizzabile clinicamente. Lo zainetto è stato uno step intermedio e il prossimo passo è miniaturizzare l’elettronica“.

 
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Pubblicato da su gennaio 8, 2018 in Uncategorized

 

Notizie sportive etrusche

Ebbene sì, l’Etrusco è anche informazione sportiva, ma mica quella che fanno tutti: mi piace segnalare un paio di notizie sportive “diverse”, di quelle di solito ignorate perché non legate agli sport “che contano” in Italia, apparse sul sito dell’ANSA.


ANSA. 28 novembre 2017

Lotta: iraniano costretto a perdere

Tecnici ‘stoppano’ Karimimachiani, avrebbe trovato rivale Israele

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

(ANSA) – TEHERAN, 28 NOV – ‘Perdi, altrimenti nel prossimo turno dovrai affrontare un israeliano, e non devi’. E’ stato questo, in pratica, ciò che i suoi tecnici hanno detto al lottatore iraniano Ali Reza Karimimachiani impegnato in Polonia nella gara della categoria 86 kg. dei Mondiali Under 23 di lotta.

Lo ha raccontato lo stesso ‘Karimi’, che in passato (due anni fa) ha vinto un bronzo mondiale a livello assoluto, all’agenzia di stampa Isna spiegando di essere stato “costretto a perdere intenzionalmente”. L’incontro era quello contro il russo Alikhan Zhabrailov, contro il quale l’iraniano era in vantaggio. Così “un minuto prima della fine del round” i suoi allenatori gli hanno detto di perdere l’incontro per non dover affrontare un avversario israeliano. “E il mio Mondiale è finito”, ha aggiunto il 23enne Karimimachiani, mentre Zhabrailov andava avanti fino alla conquista dell’oro. Ma non è finita, perché, curiosamente, nei ripescaggi l’iraniano è stato comunque abbinato all’israeliano che ha vinto per “infortunio” del rivale.


ANSA. 28 novembre 2017

La Nazionale femminile di calcio avanti nella qualificazione ai Mondiali

Le azzurre sono in testa al gruppo 6 a punteggio pieno

Portogallo-Italia RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA/EPA

La Nazionale di calcio femminile ha vinto per 1-0 ad Estoril contro il Portogallo, nella partita valida per le qualificazioni ai Mondiali 2019 in Francia. Le azzurre sono in testa al gruppo 6 a punteggio pieno.

Portogallo-Italia RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA/EPA

La Nazionale di Milena Bartolini aveva già sconfitto in casa la Moldavia 5-0 e la Romania nella doppia sfida (a Cluj 1-0 e 3-0 a Castel di Sangro).

Portogallo-Italia RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA/EPA

Non c’è stata alcuna copertura televisiva dell’incontro. Il match è stato trasmesso ed è nuovamente visibile in streaming sulla pagina Facebook della Figc.


La delusione di essere esclusi dai mondiali di calcio non sembra essere stata abbastanza da spingere i tifosi ad interessarsi di chi invece ai mondiali di calcio potrebbe andarci…

L.

 
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Pubblicato da su novembre 30, 2017 in Uncategorized

 

La Ragazzina della foto del 1974

© 1974 Toni Thorimbert

Oggi, 13 ottobre 2017, compie gli anni il vostro Etrusco preferito, e vi prego di non mettervi a fare i conti: l’età è allergica alla matematica.
Non è mia intenzione né strappare auguri né autofesteggiarmi, ma amo le coincidenze e questa va raccontata. Perché io sono nato nel 1974 – se provate a fare i conti vi meno! – ed è proprio dal 1974 che arriva una storia incredibile, verificatosi proprio qualche giorno fa.
Io sono venuto a conoscenza di tutto grazie a Scalzi Quotidiani, quindi non posso che ringraziarlo.

Maggio 1974, io non ci sono ancora perché come detto sono di ottobre. Appena la folla viene a sapere che ha vinto il NO al referendum che ha infiammato l’Italia, che cioè rimane in vigore il divorzio che invece si cercava di togliere, scoppia l’entusiasmo in piazza.
Una ragazza d’un tratto si arrampica su dei suoi amici e comincia ad agitarsi di gioia elevandosi sugli altri: Toni Thorimbert, fotografo di “Lotta Continua”, in un attimo scatta alcune foto di questa “arrampicata”.

© 1974 Toni Thorimbert

La foto della ragazza sconosciuta – che per i successivi decenni il fotografo chiamerà sempre “La Ragazzina” – campeggia prima su “Lotta Continua” per poi cominciare a volare di giornale in giornale, di rivista in quotidiano fino alle mostre tematiche che rievocano quel periodo di storia italiano.

Passano gli anni e l’epoca della fotografia finisce: dal Duemila tutti scattano milioni di foto, quindi le foto non valgono più nulla. Rimangono il simbolo della Storia del millennio precedente.
Però ora tutti sono connessi e collegati, e quella distanza abissale che fino al Duemila separava inesorabilmente anche i più vicini, oggi è annullata. Oggi si può essere raggiunti anche dal passato…

A settembre del 2017, 43 anni anni dopo che quella foto è stata scattata, Toni Thorimbert riceve un messaggio. È la Ragazzina, che lo ringrazia per aver reso immortale quel giorno in cui era tanto felice.
Si chiama Giovannina, quel giorno aveva 18 anni ed ha sempre mostrato orgogliosa quella foto, anche alla figlia, per testimoniare un periodo importante della sua vita. Non ha mai saputo chi fosse stato il fotografo, ma finalmente soggetto ed oggetto si sono incontrati…

Per lo scambio di messaggi fra Giovannina e il fotografo Toni vi invito al blog di quest’ultimo.

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 13, 2017 in Uncategorized

 

50 sfumature di DOOM

Ci sono videogiochi che ti entrano nel cuore, che vivi quadro dopo quadro fino a sentirli parte integrante della tua realtà: questo è stato il mio rapporto con DOOM della id Software. No, non mi riferisco a Doom 3 che ha modificato ogni singolo aspetto del gioco classico: sto parlando dei primi due geniali episodi di una saga che ha cambiato per sempre il modo non solo di giocare, ma anche di partecipare al gioco.

Un giorno del 1992 circa mio padre ricevette in regalo da un collega un floppy disk (quelli da 2,5 pollici, che all’epoca erano “moderni”) con su un gioco che gli era stato caldamente consigliato: un certo Wolfenstein 3D. Con il PC di casa, un 286 con solo il DOS ma più che perfetto per fare milioni di cose, iniziò un lungo viaggio in quell’esperienza unica: per la prima volta ho conosciuto uno sparatutto in prima persona… ed era l’esperienza più bella del mondo!

Dopo quasi due anni di totale immersione nel gioco, nel 1994 per la prima volta comprai con i miei soldi (avevo iniziato da pochi mesi a lavorare) un PC: un 486 con Windows 3.11 ed un’apparecchiatura futuristica incredibile chiamata CD-Rom. Non so come ne venni a conoscenza, ma dal negozio di videogiochi vicino casa decisi di fare una pazzia e acquistare quello che tutti chiamavano “l’erede di Wolfenstein”: Doom II.

Se non vi commuove questa schermata, siete dei demoni!

Non ricordo se il prezzo era 50 mila o 100 mila lire, comunque si trattava di una cifra da capogiro e mentre tornavo a casa con il gioco sotto il braccio ero roso dai sensi di colpa: potevo spendere così tanti soldi per un videogioco, quando avevo passato l’infanzia tra decine di giochi gratis passati da amici e compagni di scuola? Installo i vari floppy disk… e il gioco non parte!
Preso da disperazione ripeto tutto di nuovo: niente, non c’è abbastanza memoria. Ma come, il 486 è l’ultimo ritrovato della moderna tecnologia… eppure non basta? Il Pentium (586) è alle porte ed evidentemente Doom II è pensato per quello. Con la morte nel cuore riporto subito il gioco al negozio e spiego il problema: il venditore chiude sbrigativamente la questione riprendendosi la scatola e restituendomi i soldi. Confuso e stupito, torno a casa con almeno la consolazione di aver recuperato l’ingente cifra.

Ne parlo in giro e scopro che se all’avvio del PC si preme un tasto – mi sembra F4 ma a distanza di tanti anni non ricordo più bene – il PC si avvia senza quel maledetto Windows che si frega mezza memoria e senza tastiera italiana: in pratica il PC si accende a memoria piena.

Oggi forse non tutti lo ricordano, ma negli anni Novanta non si installava nulla: i programmi e i videogiochi semplicemente si copiavano sul PC e si lanciava l’.EXE: d’un tratto mi resi conto che avevo sì restituito il videogioco al negozio… ma il contenuto dei floppy era rimasto sul mio PC! Accendo il computer a memoria piena, corro nella directory Doom2 e da DOS faccio partire l’eseguibile… Il gioco parte, e le mie ovazioni al dio Doom si elevano alte nel cielo!

Il primo Doom l’ho conosciuto tempo dopo, la mia esperienza è cominciata con Doom II e rimane la migliore: la quantità e qualità di mostri è eccezionale e la grafica è così stupenda che quando poi sono passato al primo capitolo… sono rimasto deluso.

Comprando poi varie riviste in edicola – in un’epoca senza Internet – scoprii qualcosa di meraviglioso e totalmente nuovo: si poteva modificare il gioco. Non era come ogni singolo videogioco che avevo conosciuto sin dall’infanzia, un prodotto chiuso e finito: era un universo in continua espansione con milioni di fan nel mondo che lavoravano per implementarlo.

Uscirono riviste con CD in omaggio che promettevano non solo livelli aggiuntivi, ma nuove grafiche, nuove armi, nuovi suoni, possibilità tematiche e le mitiche e irresistibili TC: Total Conversion. Bastava copiare alcuni file nella cartella Doom o Doom2, e lanciare il .wad (che indicava il livello aggiuntivo del gioco): la sera del giugno 1995 che riuscii a lanciare Aliens Doom T.C. fui così agitato che non riuscii a dormire.

Le conversioni “aliene” per Doom sono tantissime, spesso traballanti, ma ce ne sono alcune che fanno concorrenza alla casa madre e ti ritrovavi con il pulse rilfe a sparare a perfetti Alieni che uscivano fuori «dalle fottute pareti», con tanto di uova e facehugger. Suoni perfetti, addirittura espressioni degli attori catturate dai film: ricordo ancora l’emozione quando, entrando in una stanza strapiena di alieni, dalle mie casse esplose il grido «Let’s rock!» della Vasquez del film Aliens.

Una delle meraviglie del mondo Doom

Studiando e smanettando – ricordo che all’epoca il mouse era un puro ornamento: si faceva tutto da tastiera e avere imparato da ragazzo a comporre a dieci dita mi ha aiutato tantissimo – scoprii l’arcano, scoprii l’universo dietro Doom: scoprii la matrix da cui esso prendeva vita. Bastava sostituire i .wav con degli audio a piacere, le texture, le armi, i personaggi, ogni singolo pixel di Doom era gestibile e modificabile, tramite semplici programmini che trovavo nei CD-Rom in edicola.

Il software per creare livelli non l’ho mai capito e ho mollato presto, ma quello per la grafica invece l’ho vissuto a lungo. Purtroppo sono passati molti anni e non ricordo il suo funzionamento, ma sono riuscito a trovare alcuni miei lavori dell’epoca… come quando trasformai la mia mano in un’arma!

Chi ha giocato a Doom ricorderà il plasma rifle, il fucilone che lancia scariche elettriche molto potenti, e infatti è un’arma dal numero alto che non si trova nei primi quadri. Il codice dell’arma “a riposo” è PLSGA0, mentre il codice dell’arma sparante è PLSGB0.

Con il software NWT (NewWadTool) 1.3 creato da Denis Miller – che io però per comodità chiamato semplicemente Newt, in omaggio ad Aliens! – potevi sostituire l’immagine originale .gif di Doom con una qualsiasi tua immagine equivalente. Ecco dunque cosa ho fatto quel febbraio del 1998.

Con la prima macchinetta fotografica digitale su cui abbia messo le mani – una costosissima Canon Power Shot che usava la casa editrice dove lavoravo – mi sono fotografato la mano sinistra inguantata e l’ho scontornata con Photoshop (versione 4.0, se non ricordo male).

La Mano Etrusca guantata del 1998

Estratta la .gif originale del plasma rifle, ci ho incollato sopra la mia mano scontornata stando attento a rispettare il colore ciano, cioè il colore che poi nel gioco diventa trasparente.

La mia mano sovrapposta all’arma del gioco

L’operazione l’ho fatta due volte perché, come dicevo, il fucilone ha due immagini: a riposo e sparante. La mia mano era una, ma ci aggiunsi dell’elettricità nella fase sparante.

La mia mano sparante!

Purtroppo non ho uno screenshot del gioco, ma vi assicuro che era stupendo avere la propria mano che sparava energia elettrica!

C’erano manomissioni anche molto più semplici, come per esempio sostituire un oggetto con un altro. Avete presente gli sbuffi che creavano i vostri proiettili? Ogni volta che sparavate il proiettile faceva uno sbuffo molto veloce: visto che il software consentiva di cambiare anche la velocità, oltre che gli oggetti, cosa sarebbe successo… se avessi sostituito un veloce sbuffo con una fiamma eterna? Una fiamma ardente perché con NWT potevi gestire anche il comportamento dei .gif.

Locandina creata appositamente per la mia “manomissione”

Sempre in quel febbraio 1998 – forte dei filtri Alien Skin per Photoshop che creavano ottime fiamme – creai Fire!, add-on per Doom che creava letteralmente l’inferno!

Ad ogni sparo… fiamme eterne!

Il difetto è che dopo alcuni secondi che sparavi… non si vedeva più una mazza per colpa delle fiamme!

Altra mia creazione fiammeggiante…

Il mese precedente avevo fatto Flame-away, per cui ogni volta che uccidevi un cattivo quello, invece di cadere, scompariva con una fiammata. E per questo add-on avevo pure creato un testo apposito, pensato per eventuali (e inesistenti) futuri usufruitori del Doom modificato:

«C’è chi dice che l’anima sia una fiamma immortale. Bene, a voi l’onore di tirar fuori dai nemici la loro anima… Ma ovviamente non tutti hanno anime uguali: i Trooper sono più semplici, con belle fiamme, mentre i sergenti e gli Imp hanno “anime” più variopinte! DA NOTARE! L’effetto cambia se li uccidete con i rocket, invece che con i proiettili.»

Perché scrivevo testi che nessuno poteva leggere? Non avevo alcun modo di condividere questi miei lavori, nessuno degli amici dell’epoca giocava a Doom, nessuna rivista avrebbe inserito i miei lavori su CD-Rom e non esisteva Internet, a chi mi rivolgevo dunque? Ero semplicemente un folle che era impazzito per Doom e le sue possibilità: almeno dopo quasi vent’anni finalmente posso condividere quei miei lavori dell’epoca…

Altra mia creazione folle dell’epoca

Quel gennaio 1998 creai Plasma-barrel! con il quale potevi sparare barili esplosivi e fare fuori velocemente qualsiasi tipo di mostro.

Questa si spiega da sola…

Poi sostituii i rocket con immagini del giocatore protagonista, così che ogni volta che sparavi ai cattivi… li ammazzavi con copie di te stesso!

Per anni ho smanettato nel mondo di Doom, sia per giocarci che per modificarlo, utilizzando livelli e grafiche creati da giocatori americani che trovavo nei CD in edicola, e dividendo sempre di più la mia passione con altri sparatutto in soggettiva che si erano affacciati all’orizzonte: titani come Duke Nukem 3D e meno noti come Blood… ma questa è un’altra storia.

L.

 
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Pubblicato da su settembre 27, 2017 in Uncategorized

 

Scoperto il primo “zero” (2017)

Il 15 settembre scorso il blog “Il Fatto Storico” (Il Primo Quotidiano di Storia e Archeologia) ha presentato un articolo dal titolo stuzzicante: “Il primo utilizzo del numero “0” scoperto sul manoscritto di Bakhshali
Invitandovi a leggere l’originale e ad iscrivervi al blog, riporto qui di seguito il testo dell’articolo.

l manoscritto di Bakhshali: nell’ultima riga di questa pagina si vede chiaramente il numero zero,
indicato ancora come un punto (Bodleian Libraries, University of Oxford)

Un nuovo studio dell’Università di Oxford ha scoperto il più antico utilizzo del numero “0” al mondo. Il numero appare centinaia di volte in un antico testo indiano noto come il manoscritto di Bakhshali.

Il manoscritto consiste di 70 fogli di corteccia di betulla, pieni di testi in sanscrito e di matematica. In precedenza era stato datato intorno al IX secolo, ma la nuova datazione al radiocarbonio ha scoperto che è molto più antico: una sua parte risale tra il 224 e il 383 d.C.

Il testo sembra essere stato un manuale per i mercanti della Via della Seta. Include esercizi di aritmetica e di qualcosa che si avvicina all’algebra.

Il manoscritto di Bakhshali (Bodleian Libraries, University of Oxford)

Il manoscritto venne scoperto in un campo da un agricoltore nel 1881 e gli venne dato il nome del villaggio del ritrovamento, Bakhshali, oggi in Pakistan. È ospitato nella Biblioteca Bodleiana dell’Università di Oxford dal 1902. Finora si pensava che il manoscritto risalisse tra l’VIII e il XII secolo circa. Ora però, per la prima volta, il manoscritto è stato datato al radiocarbonio rivelando che le pagine più antiche risalgono a ben prima, tra il 224 e il 383 d.C. Il manoscritto precede dunque l’iscrizione dello zero trovato sul muro di un tempio del IX secolo a Gwalior, in India – considerato in precedenza il più antico esempio di zero mai documentato.

Nel testo di Bakhshali ci sono centinaia di zeri indicati utilizzando un punto. È questo punto che in seguito si evolverà nel simbolo con un buco in mezzo come lo conosciamo oggi. In origine il punto veniva utilizzato come un “segnaposto” – come per esempio lo “0” nel numero 505 indica che non ci sono decine – ma non era ancora un numero in sé. L’uso dello zero in questo senso apparve in diverse culture antiche, come quelle dei Maya (nella forma di una conchiglia vuota) e dei Babilonesi (due cunei inclinati). Ma solo il punto indiano alla fine diventò un vero numero, descritto per la prima volta nel 628 d.C. dall’astronomo e matematico indiano Brahmagupta. «Alcune di queste idee, che diamo per scontate, hanno dovuto essere immaginate prima. I numeri servivano a contare le cose quindi, se non c’era niente, perché aver bisogno di un numero?», dice Marcus du Sautoy, docente di matematica presso l’Università di Oxford.

Il concetto di zero permise lo sviluppo del calcolo ed è alla base dell’epoca digitale. «Tutta la tecnologia moderna è costruita sull’idea di qualcosa e di niente», spiega Sautoy. Datare il manoscritto di Bakhshali è sempre stato complicato: non tutte le pagine furono create nello stesso momento, le più antiche avevano ben 500 anni in più rispetto alle più recenti. La nuova ricerca, effettuata con l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit (ORAU), ha scoperto che di tre campioni uno risaliva tra il 224 e il 383, un altro tra il 680 e il 779, e l’ultimo tra l’885 e il 993. «Come tutti questi fogli furono raccolti insieme rimane un mistero», dice Sautoy.

Il manoscritto sarà esposto dal 4 ottobre nella mostra ‘Illuminating India: 5000 Years of Science and Innovation’, presso il Museo della scienza di Londra.

Il ‘folio’ 16, datato tra il 224 e il 383 d.C. (Bodleian Libraries, University of Oxford)

New Scientist

The Guardian

Università di Oxford

 
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Pubblicato da su settembre 22, 2017 in Uncategorized

 
 
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