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La Ragazzina della foto del 1974

© 1974 Toni Thorimbert

Oggi, 13 ottobre 2017, compie gli anni il vostro Etrusco preferito, e vi prego di non mettervi a fare i conti: l’età è allergica alla matematica.
Non è mia intenzione né strappare auguri né autofesteggiarmi, ma amo le coincidenze e questa va raccontata. Perché io sono nato nel 1974 – se provate a fare i conti vi meno! – ed è proprio dal 1974 che arriva una storia incredibile, verificatosi proprio qualche giorno fa.
Io sono venuto a conoscenza di tutto grazie a Scalzi Quotidiani, quindi non posso che ringraziarlo.

Maggio 1974, io non ci sono ancora perché come detto sono di ottobre. Appena la folla viene a sapere che ha vinto il NO al referendum che ha infiammato l’Italia, che cioè rimane in vigore il divorzio che invece si cercava di togliere, scoppia l’entusiasmo in piazza.
Una ragazza d’un tratto si arrampica su dei suoi amici e comincia ad agitarsi di gioia elevandosi sugli altri: Toni Thorimbert, fotografo di “Lotta Continua”, in un attimo scatta alcune foto di questa “arrampicata”.

© 1974 Toni Thorimbert

La foto della ragazza sconosciuta – che per i successivi decenni il fotografo chiamerà sempre “La Ragazzina” – campeggia prima su “Lotta Continua” per poi cominciare a volare di giornale in giornale, di rivista in quotidiano fino alle mostre tematiche che rievocano quel periodo di storia italiano.

Passano gli anni e l’epoca della fotografia finisce: dal Duemila tutti scattano milioni di foto, quindi le foto non valgono più nulla. Rimangono il simbolo della Storia del millennio precedente.
Però ora tutti sono connessi e collegati, e quella distanza abissale che fino al Duemila separava inesorabilmente anche i più vicini, oggi è annullata. Oggi si può essere raggiunti anche dal passato…

A settembre del 2017, 43 anni anni dopo che quella foto è stata scattata, Toni Thorimbert riceve un messaggio. È la Ragazzina, che lo ringrazia per aver reso immortale quel giorno in cui era tanto felice.
Si chiama Giovannina, quel giorno aveva 18 anni ed ha sempre mostrato orgogliosa quella foto, anche alla figlia, per testimoniare un periodo importante della sua vita. Non ha mai saputo chi fosse stato il fotografo, ma finalmente soggetto ed oggetto si sono incontrati…

Per lo scambio di messaggi fra Giovannina e il fotografo Toni vi invito al blog di quest’ultimo.

L.

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Pubblicato da su ottobre 13, 2017 in Uncategorized

 

50 sfumature di DOOM

Ci sono videogiochi che ti entrano nel cuore, che vivi quadro dopo quadro fino a sentirli parte integrante della tua realtà: questo è stato il mio rapporto con DOOM della id Software. No, non mi riferisco a Doom 3 che ha modificato ogni singolo aspetto del gioco classico: sto parlando dei primi due geniali episodi di una saga che ha cambiato per sempre il modo non solo di giocare, ma anche di partecipare al gioco.

Un giorno del 1992 circa mio padre ricevette in regalo da un collega un floppy disk (quelli da 2,5 pollici, che all’epoca erano “moderni”) con su un gioco che gli era stato caldamente consigliato: un certo Wolfenstein 3D. Con il PC di casa, un 286 con solo il DOS ma più che perfetto per fare milioni di cose, iniziò un lungo viaggio in quell’esperienza unica: per la prima volta ho conosciuto uno sparatutto in prima persona… ed era l’esperienza più bella del mondo!

Dopo quasi due anni di totale immersione nel gioco, nel 1994 per la prima volta comprai con i miei soldi (avevo iniziato da pochi mesi a lavorare) un PC: un 486 con Windows 3.11 ed un’apparecchiatura futuristica incredibile chiamata CD-Rom. Non so come ne venni a conoscenza, ma dal negozio di videogiochi vicino casa decisi di fare una pazzia e acquistare quello che tutti chiamavano “l’erede di Wolfenstein”: Doom II.

Se non vi commuove questa schermata, siete dei demoni!

Non ricordo se il prezzo era 50 mila o 100 mila lire, comunque si trattava di una cifra da capogiro e mentre tornavo a casa con il gioco sotto il braccio ero roso dai sensi di colpa: potevo spendere così tanti soldi per un videogioco, quando avevo passato l’infanzia tra decine di giochi gratis passati da amici e compagni di scuola? Installo i vari floppy disk… e il gioco non parte!
Preso da disperazione ripeto tutto di nuovo: niente, non c’è abbastanza memoria. Ma come, il 486 è l’ultimo ritrovato della moderna tecnologia… eppure non basta? Il Pentium (586) è alle porte ed evidentemente Doom II è pensato per quello. Con la morte nel cuore riporto subito il gioco al negozio e spiego il problema: il venditore chiude sbrigativamente la questione riprendendosi la scatola e restituendomi i soldi. Confuso e stupito, torno a casa con almeno la consolazione di aver recuperato l’ingente cifra.

Ne parlo in giro e scopro che se all’avvio del PC si preme un tasto – mi sembra F4 ma a distanza di tanti anni non ricordo più bene – il PC si avvia senza quel maledetto Windows che si frega mezza memoria e senza tastiera italiana: in pratica il PC si accende a memoria piena.

Oggi forse non tutti lo ricordano, ma negli anni Novanta non si installava nulla: i programmi e i videogiochi semplicemente si copiavano sul PC e si lanciava l’.EXE: d’un tratto mi resi conto che avevo sì restituito il videogioco al negozio… ma il contenuto dei floppy era rimasto sul mio PC! Accendo il computer a memoria piena, corro nella directory Doom2 e da DOS faccio partire l’eseguibile… Il gioco parte, e le mie ovazioni al dio Doom si elevano alte nel cielo!

Il primo Doom l’ho conosciuto tempo dopo, la mia esperienza è cominciata con Doom II e rimane la migliore: la quantità e qualità di mostri è eccezionale e la grafica è così stupenda che quando poi sono passato al primo capitolo… sono rimasto deluso.

Comprando poi varie riviste in edicola – in un’epoca senza Internet – scoprii qualcosa di meraviglioso e totalmente nuovo: si poteva modificare il gioco. Non era come ogni singolo videogioco che avevo conosciuto sin dall’infanzia, un prodotto chiuso e finito: era un universo in continua espansione con milioni di fan nel mondo che lavoravano per implementarlo.

Uscirono riviste con CD in omaggio che promettevano non solo livelli aggiuntivi, ma nuove grafiche, nuove armi, nuovi suoni, possibilità tematiche e le mitiche e irresistibili TC: Total Conversion. Bastava copiare alcuni file nella cartella Doom o Doom2, e lanciare il .wad (che indicava il livello aggiuntivo del gioco): la sera del giugno 1995 che riuscii a lanciare Aliens Doom T.C. fui così agitato che non riuscii a dormire.

Le conversioni “aliene” per Doom sono tantissime, spesso traballanti, ma ce ne sono alcune che fanno concorrenza alla casa madre e ti ritrovavi con il pulse rilfe a sparare a perfetti Alieni che uscivano fuori «dalle fottute pareti», con tanto di uova e facehugger. Suoni perfetti, addirittura espressioni degli attori catturate dai film: ricordo ancora l’emozione quando, entrando in una stanza strapiena di alieni, dalle mie casse esplose il grido «Let’s rock!» della Vasquez del film Aliens.

Una delle meraviglie del mondo Doom

Studiando e smanettando – ricordo che all’epoca il mouse era un puro ornamento: si faceva tutto da tastiera e avere imparato da ragazzo a comporre a dieci dita mi ha aiutato tantissimo – scoprii l’arcano, scoprii l’universo dietro Doom: scoprii la matrix da cui esso prendeva vita. Bastava sostituire i .wav con degli audio a piacere, le texture, le armi, i personaggi, ogni singolo pixel di Doom era gestibile e modificabile, tramite semplici programmini che trovavo nei CD-Rom in edicola.

Il software per creare livelli non l’ho mai capito e ho mollato presto, ma quello per la grafica invece l’ho vissuto a lungo. Purtroppo sono passati molti anni e non ricordo il suo funzionamento, ma sono riuscito a trovare alcuni miei lavori dell’epoca… come quando trasformai la mia mano in un’arma!

Chi ha giocato a Doom ricorderà il plasma rifle, il fucilone che lancia scariche elettriche molto potenti, e infatti è un’arma dal numero alto che non si trova nei primi quadri. Il codice dell’arma “a riposo” è PLSGA0, mentre il codice dell’arma sparante è PLSGB0.

Con il software NWT (NewWadTool) 1.3 creato da Denis Miller – che io però per comodità chiamato semplicemente Newt, in omaggio ad Aliens! – potevi sostituire l’immagine originale .gif di Doom con una qualsiasi tua immagine equivalente. Ecco dunque cosa ho fatto quel febbraio del 1998.

Con la prima macchinetta fotografica digitale su cui abbia messo le mani – una costosissima Canon Power Shot che usava la casa editrice dove lavoravo – mi sono fotografato la mano sinistra inguantata e l’ho scontornata con Photoshop (versione 4.0, se non ricordo male).

La Mano Etrusca guantata del 1998

Estratta la .gif originale del plasma rifle, ci ho incollato sopra la mia mano scontornata stando attento a rispettare il colore ciano, cioè il colore che poi nel gioco diventa trasparente.

La mia mano sovrapposta all’arma del gioco

L’operazione l’ho fatta due volte perché, come dicevo, il fucilone ha due immagini: a riposo e sparante. La mia mano era una, ma ci aggiunsi dell’elettricità nella fase sparante.

La mia mano sparante!

Purtroppo non ho uno screenshot del gioco, ma vi assicuro che era stupendo avere la propria mano che sparava energia elettrica!

C’erano manomissioni anche molto più semplici, come per esempio sostituire un oggetto con un altro. Avete presente gli sbuffi che creavano i vostri proiettili? Ogni volta che sparavate il proiettile faceva uno sbuffo molto veloce: visto che il software consentiva di cambiare anche la velocità, oltre che gli oggetti, cosa sarebbe successo… se avessi sostituito un veloce sbuffo con una fiamma eterna? Una fiamma ardente perché con NWT potevi gestire anche il comportamento dei .gif.

Locandina creata appositamente per la mia “manomissione”

Sempre in quel febbraio 1998 – forte dei filtri Alien Skin per Photoshop che creavano ottime fiamme – creai Fire!, add-on per Doom che creava letteralmente l’inferno!

Ad ogni sparo… fiamme eterne!

Il difetto è che dopo alcuni secondi che sparavi… non si vedeva più una mazza per colpa delle fiamme!

Altra mia creazione fiammeggiante…

Il mese precedente avevo fatto Flame-away, per cui ogni volta che uccidevi un cattivo quello, invece di cadere, scompariva con una fiammata. E per questo add-on avevo pure creato un testo apposito, pensato per eventuali (e inesistenti) futuri usufruitori del Doom modificato:

«C’è chi dice che l’anima sia una fiamma immortale. Bene, a voi l’onore di tirar fuori dai nemici la loro anima… Ma ovviamente non tutti hanno anime uguali: i Trooper sono più semplici, con belle fiamme, mentre i sergenti e gli Imp hanno “anime” più variopinte! DA NOTARE! L’effetto cambia se li uccidete con i rocket, invece che con i proiettili.»

Perché scrivevo testi che nessuno poteva leggere? Non avevo alcun modo di condividere questi miei lavori, nessuno degli amici dell’epoca giocava a Doom, nessuna rivista avrebbe inserito i miei lavori su CD-Rom e non esisteva Internet, a chi mi rivolgevo dunque? Ero semplicemente un folle che era impazzito per Doom e le sue possibilità: almeno dopo quasi vent’anni finalmente posso condividere quei miei lavori dell’epoca…

Altra mia creazione folle dell’epoca

Quel gennaio 1998 creai Plasma-barrel! con il quale potevi sparare barili esplosivi e fare fuori velocemente qualsiasi tipo di mostro.

Questa si spiega da sola…

Poi sostituii i rocket con immagini del giocatore protagonista, così che ogni volta che sparavi ai cattivi… li ammazzavi con copie di te stesso!

Per anni ho smanettato nel mondo di Doom, sia per giocarci che per modificarlo, utilizzando livelli e grafiche creati da giocatori americani che trovavo nei CD in edicola, e dividendo sempre di più la mia passione con altri sparatutto in soggettiva che si erano affacciati all’orizzonte: titani come Duke Nukem 3D e meno noti come Blood… ma questa è un’altra storia.

L.

 
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Pubblicato da su settembre 27, 2017 in Uncategorized

 

Scoperto il primo “zero” (2017)

Il 15 settembre scorso il blog “Il Fatto Storico” (Il Primo Quotidiano di Storia e Archeologia) ha presentato un articolo dal titolo stuzzicante: “Il primo utilizzo del numero “0” scoperto sul manoscritto di Bakhshali
Invitandovi a leggere l’originale e ad iscrivervi al blog, riporto qui di seguito il testo dell’articolo.

l manoscritto di Bakhshali: nell’ultima riga di questa pagina si vede chiaramente il numero zero,
indicato ancora come un punto (Bodleian Libraries, University of Oxford)

Un nuovo studio dell’Università di Oxford ha scoperto il più antico utilizzo del numero “0” al mondo. Il numero appare centinaia di volte in un antico testo indiano noto come il manoscritto di Bakhshali.

Il manoscritto consiste di 70 fogli di corteccia di betulla, pieni di testi in sanscrito e di matematica. In precedenza era stato datato intorno al IX secolo, ma la nuova datazione al radiocarbonio ha scoperto che è molto più antico: una sua parte risale tra il 224 e il 383 d.C.

Il testo sembra essere stato un manuale per i mercanti della Via della Seta. Include esercizi di aritmetica e di qualcosa che si avvicina all’algebra.

Il manoscritto di Bakhshali (Bodleian Libraries, University of Oxford)

Il manoscritto venne scoperto in un campo da un agricoltore nel 1881 e gli venne dato il nome del villaggio del ritrovamento, Bakhshali, oggi in Pakistan. È ospitato nella Biblioteca Bodleiana dell’Università di Oxford dal 1902. Finora si pensava che il manoscritto risalisse tra l’VIII e il XII secolo circa. Ora però, per la prima volta, il manoscritto è stato datato al radiocarbonio rivelando che le pagine più antiche risalgono a ben prima, tra il 224 e il 383 d.C. Il manoscritto precede dunque l’iscrizione dello zero trovato sul muro di un tempio del IX secolo a Gwalior, in India – considerato in precedenza il più antico esempio di zero mai documentato.

Nel testo di Bakhshali ci sono centinaia di zeri indicati utilizzando un punto. È questo punto che in seguito si evolverà nel simbolo con un buco in mezzo come lo conosciamo oggi. In origine il punto veniva utilizzato come un “segnaposto” – come per esempio lo “0” nel numero 505 indica che non ci sono decine – ma non era ancora un numero in sé. L’uso dello zero in questo senso apparve in diverse culture antiche, come quelle dei Maya (nella forma di una conchiglia vuota) e dei Babilonesi (due cunei inclinati). Ma solo il punto indiano alla fine diventò un vero numero, descritto per la prima volta nel 628 d.C. dall’astronomo e matematico indiano Brahmagupta. «Alcune di queste idee, che diamo per scontate, hanno dovuto essere immaginate prima. I numeri servivano a contare le cose quindi, se non c’era niente, perché aver bisogno di un numero?», dice Marcus du Sautoy, docente di matematica presso l’Università di Oxford.

Il concetto di zero permise lo sviluppo del calcolo ed è alla base dell’epoca digitale. «Tutta la tecnologia moderna è costruita sull’idea di qualcosa e di niente», spiega Sautoy. Datare il manoscritto di Bakhshali è sempre stato complicato: non tutte le pagine furono create nello stesso momento, le più antiche avevano ben 500 anni in più rispetto alle più recenti. La nuova ricerca, effettuata con l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit (ORAU), ha scoperto che di tre campioni uno risaliva tra il 224 e il 383, un altro tra il 680 e il 779, e l’ultimo tra l’885 e il 993. «Come tutti questi fogli furono raccolti insieme rimane un mistero», dice Sautoy.

Il manoscritto sarà esposto dal 4 ottobre nella mostra ‘Illuminating India: 5000 Years of Science and Innovation’, presso il Museo della scienza di Londra.

Il ‘folio’ 16, datato tra il 224 e il 383 d.C. (Bodleian Libraries, University of Oxford)

New Scientist

The Guardian

Università di Oxford

 
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Pubblicato da su settembre 22, 2017 in Uncategorized

 

La guerra del gas fra USA e Russia

Ebbene sì, l’Etrusco offre anche servizi di approfondimento di scottante attualità: “Non Quel Marlowe” è anche un blog di pubblica utilità. Lo dico perché se qualche Ministero volesse passarmi dei soldi – come quelli che ogni anno regala a fondo perduto al cinema – non mi opporrò di certo.
Celie a parte, oggi ho letto con grande interesse il numero 109 dell’aMag (Ansa Magazine) dedicato a “USA e Russia alla guerra del gas” di Mattia Bernardo Bagnoli, e oltre a segnalarvi il link mi piace anche riassumere la questione a modo mio.

La skyline del futuro

Sono nato durante una crisi energetica mondiale e sono cresciuto in anni in cui il motto era “Il petrolio è la vita”.
Gli arabi pieni di petrol-dollari erano una “maschera” sempre presente nell’immaginario italiano, dai film comici alle barzellette: c’era sempre un arabo ricco e vizioso, spesso desideroso di amori illeciti.
Tutti sapevamo che questi ricchi dovevano ogni loro potere al petrolio, tanto che la vulgata lanciava una previsione per un lontano ed ipotetico futuro: se un giorno dovesse finire il petrolio, finirebbe ogni problema in Medio Oriente. Cioè, finito il petrolio finiti gli arabi.
Il passo successivo è stato il complottismo: non sviluppano le macchine elettriche perché il business del petrolio è troppo grande e nessuno vuole rinunciarci.

Arriviamo al 2017 ed ormai è di dominio pubblico il fatto che il petrolio non fa più girare il mondo, o almeno non come una volta. Eppure gli arabi sono sempre lì, ricchi, semmai si sono aggiunti altri al gioco: e non sempre i migliori.
Il gas è il nuovo petrolio, perché più “pulito” (con tante virgolette, perché se per estrarlo devo distruggere un paese nulla è pulito) e perché l’endemica richiesta energetica mondiale ha sempre bisogno di nuovi combustibili, in attesa di futuri sviluppi delle energie alternative.

Chi sono i due più grandi produttori di gas al mondo? Incredibile: sono USA e Russia. Ma che, siamo tornati negli anni Ottanta? Siamo tornati alle due superpotenze in corsa verso la distruzione? Siamo tornati alla guerra fredda fatta di spionaggio industriale e corsa alla concorrenza? Sì.
E mica solo il cinema sta rifacendo gli anni Ottanta, pure la politica economica segue la moda…

Date un Premio Nobel a chi ha fatto questa vignetta!

Putin se la comanda perché con il suo gas controlla Asia ed Europa, e i suoi rubinetti sono molto delicati: se lo fate arrabbiare può capitare che questi si chiudano. (Com’è successo nel 2006 e 2009 nei confronti dell’Europa.) Il potere di Putin però ha bisogno di gasdotti, che passano magari per Stati come l’Ucraina che in pratica diventano come il suo “giardino di casa”. (Espressione sdoganata da Bush senior quando “si allargava” in Stati confinanti: se il mio vicino di casa non sta alle mie regole, sono autorizzato ad entrargli in casa e imporle con la forza. Se però lo fanno gli altri non sta bene…)

Visto che pare non sia educato spadroneggiare in Ucraina per via dell’importante gasdotto, Putin giustamente sta cercando altri sbocchi: verso India e Cina, per esempio, che sono le uniche due vere potenze mondiali contemporanee. Cioè hanno i soldi: quelli veri, non i bitcoin o investimenti o fondi statali, ma proprio i bigliettoni di Zio Paperone. E poi c’è il Giappone, che è costretto ad importare il 100% del gas di cui ha bisogno e qualcuno deve venderglielo: appena si scoprirà come portare i tubi del gas in una delle zone più sismiche al mondo il gioco è fatto.

Ormai non se ne parla più, ma qualche anno fa Putin si è preso qualche libertà con l’Ucraina, e in questi terribili giorni di tensione con la Corea del Nord cerca di mediare: sono tutti patti commerciali che vanno protetti, e Putin è un protettore d’eccezione. Il business del gas (il gasiness: corro a brevettare la parola!) alza così tanti miliardi che qualche screzio con altri Stati non è un gran disturbo.

Il viaggio di due navi pioniere

Non dimentichiamoci che c’è il surriscaldamento globale e i ghiacciai eterni stanno seguendo la regola aurea dell’amore: l’amore è eterno finché dura, e un ghiacciaio è eterno finché il surriscaldamento globale non lo scioglie.
L’Artico non è più quel tocco di ghiaccio inavvicinabile: oggi si può navigare e alla fine di questo agosto 2017 una gasiera russa, la Christophe de Margerie, l’ha attraversato per la prima volta, passando in sei giorni dall’Asia all’Europa. Il che significa che gli ucraini la piantassero di lamentarsi, che se poco poco il progetto prende piede il gas di Putin passerà sulle nostre teste e tutti quei tubi l’Ucraina li userà per il Tavernello.

Però non ci si lascia nessuna porta chiusa, e così Putin sta preparando un gran bel gasdotto che passerà per la Turchia, Stato molto tranquillo ed equilibrato, che non dà mai problemi e che in questo piano diventerebbe il rubinetto d’Europa: vi dà fastidio che Erdogan vìoli ogni diritto umano nel suo impero? Ve lo fate piacere, se no i rubinetti si chiudono…
Ecco perché non si parla più di Erdogan da mesi.

I gasdotti che ci “sfamano” in Europa

E meno male che la Russia era finita. Ha ragione Sergio Romano: giocate pure a pensare che non esista più l’impero russo, così quando scoprirete che è ancora lì, arzillo e potente, sarà troppo tardi. E infatti è stato troppo tardi.

E gli italiani? Tranquilli, ci siamo anche noi.
Conoscete la gigantesca penisola di Yamal, a nord della Siberia, che si affaccia sul Mar di Kara? No? Eppure è un’amena località sperduta nel nulla dove la Russia sta costruendo un titanico impianto di gas che, una volta a pieno regime, potrebbe cambiare lo scacchiere internazionale e battere la concorrenza americana nella distribuzione di gas all’Europa.
Lì, in mezzo ai ghiaccioli senza stecchetto, ci siamo anche noi, perché Intesa Sanpaolo ha sganciato 400 milioncini di euro per un’operazione in cui partecipa anche la Total. Oh, se serve io ho già la tessera punti della Total ERG: spero che appena partirà l’Operazione Gas mi regaleranno almeno un pieno di GPL gratis…

Tutti in vacanza sulla penisola di Yamal

Guarda caso i Paesi più “caldi” che sentiamo agitarsi al telegiornale sono tutti, in un modo o nell’altro, legati allo scacchiere del gas: o sono produttori, o sono distributori.
L’Iran? Non c’erano dei problemi con l’Iran? Però è il terzo produttore mondiale di gas: e facciamoci la pace, va’.

Un buon motivo per fare la pace con l’Egitto

Giulio Regeni sappiamo tutti com’è stato trattato dall’Egitto, ma poi l’ENI trova lì un mega-giacimento di 850 miliardi di metri cubi di gas… e facciamo subito pace. E va be’, ’sti egiziani so’ fatti così, un po’ irruenti, in fondo siamo tutti mediterranei, ci scaldiamo con un attimo ma poi finisce tutto in una stretta di mano. (Spesso sporca di sangue.)

L’imbarazzata Italia tiene lontano chi chiede la verità su Regeni
Illustrazione di Zerocalcare per la copertina di “Internazionale” n. 1219 (agosto 2017)

Insomma, ogni volta che faccio il pieno alla mia Opel Corsa GPL mi sento un po’ in colpa: se metto il petrolio alimento il potere mediorientale, se metto il gas alimento il potere russo. E visto che pago tre volte di più il reale costo, alimento il corrotto latrocinio italiano. Almeno in quest’ultimo caso sono soldi che restano in casa…

L.

 
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Pubblicato da su settembre 7, 2017 in Uncategorized

 

Letture obbligatorie odiose

Più volte in questo blog ho parlato di libri che mi sono stati assegnati come compiti scolastici e che poi mi sono entrati nel cuore – come per esempio Niente di nuovo sul fronte occidentale – ma dopo aver letto questo post della Cupa voliera del Conte Gracula mi sono detto: perché non parlare anche dei libri assegnati come compiti che ho odiato?


Piccolo mondo antico (1895) di Antonio Fogazzaro

Accettai con il sorriso sulle labbra il compito di leggere questo celebre testo del Fogazzaro, principalmente perché l’edizione Oscar Mondadori che i miei genitori mi comprarono era a dir poco stupenda: una copertina bucolica che scaldava il cuore e quella bella carta porosa e morbida che rendeva unici e deliziosi gli Oscar. Così quel 12 ottobre 1987 iniziai la lettura… che proseguì per 58 giorni mortalmente noiosi.

«Nonostante sia un classico, lo giudico noioso» ho lasciato scritto nel mio database: avevo 13 anni ed ero già molto diplomatico! Userei parole molto più forti per descrivere lo sfrangimento scrotale che provai in quei lunghi giorni di noiosa lettura, con una trama che non ha lasciato tracce nella mia memoria e uno stile che per fortuna ho dimenticato. Per lo più ho iniziato la lettura durante una delle mie lunghe malattie – gran parte della mia infanzia l’ho passata malato ma non ricordo di cosa! – e questo rendeva più pesante il tutto.

Non pago della tortura, però, volli provare “Malombra” dello stesso autore perché intrigato dalla trama: gravissimo errore…


Il giorno della civetta (1961) di Leonardo Sciascia

Immaginate un ragazzo delle scuole medie, che legge con piacere Jules Verne, L’isola del tesoro di Stevenson e altri classici per l’infanzia. È un ragazzo che usa la lettura come chiave d’accesso verso mondi vasti ed universi densi di forti emozioni, non ultima la paura. E ora spezzate questo giovane cuore assegnandogli per compito la lettura di un testo mostruoso… Il rischio che è il giovane non legga mai più in vita sua.

Il 26 marzo 1988, mentre ancora frequentavo la terza media, a me 14enne venne dato come compito la lettura di questo testo di Sciascia che a distanza di tanti anni ancora mi provoca violente reazioni. Non ricordo una sola parola e non voglio ricordarla, non ricordo la trama e non voglio ricordarla: ricordo solo l’orrore abominevole che mi provocava la lettura.
40 giorni di travaglio nefasto sono servivi a leggere questo… boh, non so neanche se sia un romanzo o un saggio. So solo che da allora odio Sciascia e tutto ciò che lo faccia ricordare.

Quando un paio d’anni dopo una professoressa di liceo propose alla classe una serie di testi a scelta, come compito, fra questi c’era “La strega e il capitano” di Sciascia. Mi sbrigai ad avvertire il mio amico compagno di banco dell’epoca di stare lontano e non guardare negli occhi quel romanzo, perché l’autore era il Male in persona. Non so perché nessuno mi dia mai retta, e quasi per sberleffo il mio amico lo scelse, attirato anche dal fatto che era il libro più piccolo di tutti quelli proposti.
La soddisfazione arrivò dopo, quando l’amico mi confidò l’abominevole orrore che rappresentava la lettura di quell’autore…

Ovviamente io esagero, Sciascia è una gloria nazionale e ho pienamente fede che la sua lettura sia importante, ma dubito fortemente che darla come compito delle scuole medie produca dei frutti: a me ha creato un orrore che mi tiene lontano dall’autore, che non leggerò mai più, neanche a pagamento.


Canne al vento (1913) di Grazia Deledda

Dio delle Città e dell’Immensità, se è vero che ci sei… perché fai assegnare come compito la lettura di romanzi regionali? No, aspetta, magari fossero regionali: neanche la parola “campanilismo” rende bene, perché la piazza del campanile è uno spazio geografico troppo ampio. Sono romanzi che per simboleggiare l’universale ti raccontano il particolare di una zona talmente geograficamente piccola da essere a malapena rilevata. In questo caso l’universale è la Sardegna, il particolare è il tavolino dove Deledda ha scritto ‘sta roba.

«Interessante panorama delle credenze e superstizioni di un paesino sardo» è la mia asettica e curiosa annotazione dell’epoca: ma che vuol dire? Temo che queste note diplomatiche erano dovute al fatto che mia madre poi le leggeva, quindi non potevo scrivere “che due coglioni ‘sto libro”.

Iniziato il 26 marzo 1990, finito 44 lunghi e infiniti giorni dopo, non ricordo altro se non la pesante pesantezza e la morte nel cuore quando dovevo leggerlo, con quelle pagine talmente pesanti che non si giravano mai…


Senilità (1898) di Italo Svevo

L’unica nota positiva di questo romanzo è che ne nacque una deliziosa e proficua discussione con la mia professoressa del liceo – Licia Ferro, che un giorno riuscirò a contattare e a dirle che in tutta la mia devastante carriera scolastica è stata l’unica insegnante che sia stato in grado di comunicare con me: la mia passione per le ricerche è nata grazie a lei, quindi ogni mio post, ogni mio libro e ogni mio saggio è suo debitore – va be’, dicevo che nacque con lei una discussione sul… “niente”.

In Senilità non succede niente, ma questa non può essere una recensione. Che vuol dire “niente”? Non è un romanzo d’avventura, non ci sono inseguimenti né corse, è il racconto dei pensieri del protagonista. Ma non era questo che intendevo, e cercavo di spiegare che proprio dove c’era “azione” era pesante il “niente”: il protagonista andava a trovare la sorella, poi faceva una passeggiata, poi faceva questo e poi faceva quello. Ecco, quello era “niente”. Quando rimaneva seduto a pensare, almeno era “qualcosa”…

Se ne parlò a lungo e fu divertente, ma è l’unico ricordo buono di un romanzo che ho lasciato scritto d’aver iniziato il 29 novembre 1990 e di aver mollato a metà dopo 12 giorni. Temo sia falso: non credo proprio di essere arrivato fino a metà… avrò saltato dieci pagine alla volta per fingere di arrivare a metà!

Onestamente devo dire che anni fa provai a rileggerlo e curiosamente ne ho tratto le stesse conclusioni: il primo capitolo è bellissimo ma poi crolla tutto nella noia più totale. Forse sono stato “marchiato” da quell’esperienza e non ne sono più uscito fuori…


Se trovo altri libri “odiosi”, farò un altro post.
E voi? Che libri odiosi avete letto, costretti da un compito scolastico?

L.

 
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Pubblicato da su settembre 5, 2017 in Uncategorized

 

Erigibbi recensisce “Le mani di Madian”

Ringrazio di cuore Erigibbi per aver recensito nel suo blog “Le mani di Madian” (2014), il romanzo di Marlowe, e soprattutto per aver creato questa immagine deliziosa che riporto a lato.

Ecco un estratto dalla sua recensione che ovviamente mi fa sollevare di parecchi metri da terra:

Le mani di Madian di Lucius Etruscus è un romanzo accattivante, ricchissimo di colpi di scena. Un libro che parla di libri, il cui protagonista è una biblioteca vivente, un personaggio ben costruito, ideale per una serie. Marlowe di Lucius Etruscus potrebbe essere il nuovo Poirot o il nuovo Sherlock, se lo meriterebbe. Vi consiglio caldamente questo libro, dovete conoscere Marlowe, innamorarvi di lui come personaggio, non ve ne pentirete!

Esagera, e quindi il complimento vale doppio!

Iscrivetevi al blog della lettrice instancabile Erigibbi, oppure leggete giusto la recensione di Marlowe!

E non dimenticate la bella video-recensione (al minuto 16:19, che parte subito appena mettete play!)

L.

 
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Pubblicato da su agosto 11, 2017 in Uncategorized

 

La ragazza di carta in edicola (agosto 2017)

Ho trovato in edicola ieri una pubblicazione che comunque data 3 agosto 2017: la rivista è “OGGI”, ma quello che mi preme segnalare è il libro in omaggio, ad un prezzo complessivo di euro 8,90 (non proprio economicissimo ma un’eccezione si può fare).

Non so se in Italia Guillaume Musso sia così famoso da giustificare addirittura una collana di libri a lui dedicati, ogni settimana in edicola, comunque mi sento di segnalare questa uscita: “La ragazza di carta” (La fille de papier, 2010), già arrivato in Italia nel 2011 grazie a Sperling & Kupfer.
La traduzione è della sempre ottima Laura Serra.

Io l’ho letto anni fa nella versione digitale, eppure non ho resistito a comprarlo appena l’occhio mi ci è caduto in edicola. Come mai uno come me, che va in giro a dire che nella rivoluzione editoriale il digitale ha già vinto, poi compra un libro cartaceo quando ha già la versione eBook? Perché io so distinguere fra le mie passioni: leggere è una cosa, e lo si può fare in ogni modo possibile, collezionare è un’altra. Il libro finisce subito nella corposa raccolta di libri che parlano di libri – o che giocano con la letteratura in mille modi diversi – e questo non ha nulla a che vedere con la lettura: è pura bibliomania…

Dalla quarta di copertina:

In piena crisi di ispirazione, solo e senza un soldo, lo scrittore Tom Boyd non riesce a completare il suo ultimo romanzo. Si sente in trappola, una trappola che rischia di distruggerlo. Finché una notte, durante un furioso temporale, pensa di avere un’allucinazione: sulla terrazza compare una ragazza, misteriosa e bellissima. Gli dice di essere la protagonista del suo romanzo, caduta nel mondo reale da una frase che lui ha lasciato in sospeso. Se Tom non riprenderà a scrivere, lei morirà. Sembra tutto assurdo, eppure… eppure Tom le crede. Perché è già follemente innamorato di lei. Una storia che è una straordinaria alchimia di intrecci tra suspance e sentimenti.

Non mi sento di dire che si tratti di un grande romanzo, lo stile di Musso è un po’ troppo leggerino per parlare addirittura di “suspance” come fa la trama, però lo spunto è molto intrigante ed è un tema non molto noto ma che appare spesso, nella cultura popolare: cosa succede quando un personaggio diventa reale? In Italia si tira fuori il Pirandello di Sei personaggi in cerca d’autore (1921) e la discussione finisce, invece nel resto del mondo ci sono tante chicche da poter gustare.

Per esempio la giovane Zoe Kazan (nipote del celebre regista Elia) probabilmente deve aver letto questo romanzo, prima di scrivere la sceneggiatura per il film Ruby Sparks (2012), in cui interpreta un personaggio femminile di uno scrittore in crisi che prende vita… e si innamora di lui!

Quindi oltre al romanzo a pagamento, vi consiglio un eBook assolutamente gratuito: il mio saggio Geremia, il Golem e Ruby Sparks. Un viaggio dal dito di Dio al Word Processor degli dèi, liberamente scaricabile.
Il formato è l’.ePub, ma se vi serve il formato .mobi (Kindle) o direttamente il PDF, vi rimando al sito ebookgratis.net, che ospita alcuni miei saggi.

È la seconda parte di un viaggio nella Parola Creatrice: dopo la parola scritta, qui vado alla scoperta di quella parlata.

Fra il romanzo di Musso e il mio saggio, non vi resta che iniziare un viaggio a scoperta di cosa succede quando la parola scritta prende vita…

L.

 
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Pubblicato da su agosto 3, 2017 in Uncategorized

 
 
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