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[45 giri] Sarà perché ti amo (1981)

La mia collega Ivana, sapendo la mia patologica passione per collezionare ogni tipo di roba gratuita si trovi in giro (quindi più un “accumulatore seriale” che un collezionista!), si è presentata un giorno con una busta piena di copertine di vecchi 45 giri: i vinili sono andati persi, sono rimaste solo le copertine. Tutto materiale privo di valore, quindi, ma irresistibile: perché non presentare qualche chicca anche qui? Sarà come fare insieme una visita in un mercatino dell’usato…

1981 Baby Records Milano

Grande classico dei classici dei Ricchi & Poveri, nella formazione a tre con la “brunetta”: l’unica formazione che ho conosciuto nella mia infanzia. Solamente in anni recenti ho scoperto che invece il gruppo originariamente aveva anche una biondina, in piena Formazione ABBA.

Curiosamente sulla copertina del disco non c’è alcun riferimento al “lato B”: possibile ci fosse un’unica canzone, incisa su entrambi i lati? Da una foto trovata su eBay – dove scopro che questo 45 giri vale due spicci! – vedo che il lato B del disco riporta il titolo Bello l’amore.

Da notare poi che la foto in copertina dev’essere stata scattata durante la trasmissione riportata nel primo video che riporto qui sotto, un falsissimo playback non ho capito di quale festival.

La canzone non ha bisogno di presentazioni, è una colonna portante della musica pop italiana dell’epoca e forse è pure troppo famosa…

L.

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Pubblicato da su settembre 9, 2019 in Uncategorized

 

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Summer Blog Tag 2019

Photo by Pexels.com

Malgrado io non ami le catene di San Tag-tonio, cedo alla sfida lanciatami dal Conte Gracula, con un Summer Blog Tag che a quanto ho capito deriva dal blog Inchiostronoir.

Riporto le regole direttamente dall’articolo di Inchiostronoir:

Le regole del tag sono semplici: se volete partecipare, basta rispondere e taggare a vostra volta chiunque desiderate (uno, dieci, centomila blog come volete). Potete girare agli altri blogger le stesse domande, oppure scriverne altre; anche in questo caso, c’è totale libertà di scelta.

Prendo le domande direttamente dal citato blog:

1. Cosa stai leggendo al momento?
Rambo and Me: The Story Behind the Story, un delizioso saggio (ovviamente inedito in Italia) con cui il romanziere David Morrell ricostruisce come è nato il suo personaggio di Rambo. Il testo (ovviamente in eBook) rientra nel mi lavoro di ricerca per lo speciale di settembre “Rambo: un blogtour che non vi sognate neppure“, che mi sta portando a leggere e tradurre tanti testi interessantissimi degli autori originali del mito.

2. Una delle letture più interessanti di questa estate.
Alien: Isolation. Quando è uscito, il 30 luglio scorso (ovviamente inedito in Italia), mi sono detto: un romanzo tratto da un videogioco… Andiamo! Sarà tutto un “prendi la chiave, usa la chiave”, come purtroppo pessimi autori ci hanno insegnato. Invece Keith R A DeCandido è un autore geniale che ha saputo tirare fuori oro da semplici strumenti di ferro che gli sono stati forniti. Per la prima volta dalla sua nascita, nel 1983 dalla penna di James Cameron, Amanda Ripley ha finalmente quello spessore che tutti noi fan aspettavamo. Un romanzo splendido, che sarebbe bello vedere un giorno tradotto in italiano.

3. Qual è la tua lettura preferita di quando eri bambino?
Da piccolo non amavo leggere, finché i miei non mi spingevano a farlo e allora mi perdevo nei romanzi. Di sicuro Jules Verne è stata la mia lettura preferita, anche se il mio cuore rimane segnato per sempre da I ragazzi della via Paal di Ferenc Molnár.

4. Quale lingua straniera ti piacerebbe imparare?
Non lo so e non mi interessa: non ho più l’elasticità mentale di imparare una nuova lingua. Mi tengo stretto l’inglese imparato bene a scuola, da ragazzo, e cerco di allenarlo sempre.

5. Il tuo luogo ideale per le vacanze?
A casa, a fare quello che faccio per passione tutti i giorni, ma con più tempo a disposizione.

6. Campeggio, sì o no?
Non lo so, non ho mai preso in considerazione la cosa.

7. Con una foto, mostra qual è la tua massima idea di relax estivo.
Non ho alcuna idea di relax estivo.

8. Pizza con l’ananas: grande idea oppure peccato degno di un girone infernale?
Noto che negli ultimi tempi la pizza con l’ananas è diventata molto più protagonista di quanto meriterebbe, con tutti che hanno un’opinione in proposito ma peggio ancora che la citano quando non hanno più nulla di interessante da dire…

9. Un libro che vorresti leggere ma ti mette in soggezione?
Un difetto che mi è rimasto da bambino è che mi mettono paura i libri voluminosi, anche se oggi leggo unicamente in digitale e non vedo la “voluminosità” dei libri: appena apro un eBook, però, guardo subito la lunghezza. Ho letto libroni lunghissimi senza problemi, ma quando alcuni anni fa sono caduto nel gorgo del “blocco del lettore” è diventato per me molto difficile leggere narrativa, e dover affrontare 700 pagine di allungamenti di brodo per una trama che non basterebbe per 20 è una cosa che non sono più disposto a sopportare.
Invece soffro per i testi di saggistica che vorrei leggere ma non ho il coraggio di affrontare, come per esempio Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza di Julian Jaynes che da anni mi guarda dallo scaffale di casa…

10. Qual è la tua idea di “cagata pazzesca” alla Fantozzi (ovvero film e/o libri considerati capolavori, che reputi pretenziosi e per nulla interessanti)?
Gestendo un blog votato ai filmacci, ho scoperto non solo cinquanta sfumature di Z ma interi universi sconosciuti di cialtronaggine: che belli i tempi in cui si credeva che “peggio di così non possono fare…”.


Non nomino nessuno: sentitevi liberi di partecipare a questo San Tag-tonio!

L.

 
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Pubblicato da su settembre 4, 2019 in Uncategorized

 

[45 giri] Ma quant’è forte Tarzan! (1977)

La mia collega Ivana, sapendo la mia patologica passione per collezionare ogni tipo di roba gratuita si trovi in giro (quindi più un “accumulatore seriale” che un collezionista!), si è presentata un giorno con una busta piena di copertine di vecchi 45 giri: i vinili sono andati persi, sono rimaste solo le copertine. Tutto materiale privo di valore, quindi, ma irresistibile: perché non presentare qualche chicca anche qui? Sarà come fare insieme una visita in un mercatino dell’usato…

1977 CGD Milano

Va bene che sono del 1974, ma la trasmissione RAI “Noi… no!” condotta da Sandra Mondaini e Raimondo Vianello proprio non posso ricordarla (per saperne di più vi rimando a Wikipedia), così come non conoscevo la sua sigla che invece pare aver lasciato qualche segno nella memoria.

La prima volta che l’ho conosciuta è stato… di rimando. Nel 2000 i Tiromancino imperversavano su Mtv con il loro nuovo singolo La descrizione di un attimo, nel cui videoclip Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea interpretavano Sandra e Raimondo in una nuova versione della loro sigla del 1977, che quindi ho conosciuto, visto che (non ricordo dove) la tirarono fuori per confrontarla con il video dei Tiromancino.

Notando come sia curioso che per la locandina del disco abbiano scelto una foto di scena “imperfetta” (con le braccia di Raimondo sfocate), lascio la parola alla canzone e originale e poi alla sua reinterpretazione dei Tiromancino: purtroppo non ho trovato su YouTube il video della sigla originale.

L.

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Pubblicato da su settembre 2, 2019 in Uncategorized

 

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La petizione per l’italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea

Mancano poche firme per raggiungere il quorum di una petizione che secondo me merita di essere firmata: “Italiano lingua di lavoro dell’Unione europea“.

L’ho scoperta mediante Zoppaz del blog “Diciamolo in italiano” e mi sembra valga la pena perdere due secondi di tempo a firmare un qualcosa che faccia bene alla nostra lingua, anche solo nel prendere coscienza del suo (pessimo) trattamento nella sua stessa patria.

Riporto dal blog citato:

Sono sempre più convinto che la nostra lingua dovrebbe essere promossa, valorizzata e tutelata, così come tuteliamo la nostra arte, la nostra cultura, i nostri prodotti gastronomici e tutte le nostre eccellenze. Purtroppo in Italia ciò non avviene, al contrario di ciò che accade normalmente in Franciain Spagnain Svizzera e in moltissimi altri Paesi. Da noi, invece, non solo non esiste alcuna politica linguistica, ma, peggio ancora, assistiamo all’introduzione dell’inglese persino nel linguaggio istituzionale e della politica, il che è a mio avviso davvero inaccettabile. Questo atteggiamento contribuisce al declino della nostra lingua e ha anche delle ricadute pesanti che coinvolgono tutti noi come cittadini e riguardano anche questioni pratiche.

Firmare la petizione. è gratis e richiede solo pochi secondi, ma fa tanto bene alla nostra povera lingua martoriata: anche solo iniziare a fare mente locale su ciò che diciamo ogni giorno, su ciò che sentiamo e ciò che ripetiamo, sarebbe già un grande passo avanti, perché cominceremmo ad essere consapevoli. Poi ognuno è libero di parlare in tutte le lingue del mondo, non ci sono confini né restrizioni, ma bofonchiare in lingue a noi ignote ci rende vuoti schiavi delle mode. Basta poco… che ce vo’? ^_^

L.

 
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Pubblicato da su giugno 11, 2019 in Uncategorized

 

Ghostwriting 4. L’ombra del pipistrello

Il Novecento è il secolo nero per eccellenza. Già prima esistevano eroi negativi nella narrativa popolare, ma solo con l’inizio del XX secolo il Male ha scardinato ogni vincolo morale per conquistare i cuori di milioni di lettori. Già ho raccontato – in Lupin contro Holmes – quei primi anni del Novecento in cui sono nati gli eroi neri che ci accompagnano ancora oggi, ma ne è rimasto fuori uno: quello che riesce allo stesso tempo ad essere il più grande ed il più infimo.
Infimo perché non lo conosce più nessuno, è stato dimenticato dopo due decenni di luminoso successo, e grande perché la sua scomparsa ha generato qualcosa di inaspettato: dal male… è nato il bene.

Più di dieci anni prima che in Inghilterra Agatha Christie iniziasse la sua carriera, dall’altra parte dell’oceano un’altra “signora in giallo” già aveva Broadway ai suoi piedi, con una storia di crimine e violenza a lungo dimenticata e solo in tempi recenti tornata a novello splendore.
Una storia dimenticata che ha dato vita a qualcosa che milioni di persone nel mondo leggono ancora oggi, a fumetti…

La città di notte. I grattacieli si stagliano contro la Luna e un’ombra salta di palazzo in palazzo. L’ombra di un uomo… vestito da pipistrello…

Può essere tanto New York quanto Gotham City…

Può raggiungere ogni altezza grazie alla sua abilità, alle corde e ad una cintura piena di strumenti d’ogni sorta. Colpisce ovunque, ruba, uccide e sul luogo del crimine lascia il suo segno per farsi beffe della polizia: il simbolo di un pipistrello con le ali spiegate.

Quel simbolo di pipistrello non mi è nuovo…

Le immagini che state vedendo sono un vero e proprio miracolo, perché il film muto The Bat del 1926 è stato a lungo considerato perduto – e Nick Parisi su Nocturnia ha fatto uno splendido dossier dedicato ai film perduti di inizio Novecento – finché non è stato miracolosamente ritrovato agli inizi del Duemila e oggi possiamo ammirare ciò che fece impazzire Broadway negli anni Dieci.

Un meraviglioso recupero

Il film è la versione cinematografica dello spettacolo teatrale omonimo, scritto dalla celebre romanziera Mary Roberts Rinehart con il drammaturgo Avery Hopwood, aggiungendo materiale alla trama di un libro che la Rinehart aveva scritto nel 1908, The Circular Staircase. Quest’ultimo romanzo è stato portato in Italia nel 1935 dallo storico Alberto Tedeschi per i “Gialli Economici Mondadori” (n. 48) con il titolo La scala a chiocciola, ma va precisato che non c’è alcuna attinenza con il romanzo omonimo firmato dall’altra “signora in giallo”, Ethel Lina White, da cui il celebre film di Robert Siodmak La scala a chioccola (The Spiral Staircase, 1945): è solo l’ennesima confusione italiana sui titoli di libri e film.

«Questa è la storia di quel che accadde a una zitella di mezza età quando, in un attacco di follia, abbandonò le sue abitudini cittadine, affittò una casa ammobiliata per trascorrere l’estate fuori città e si trovò coinvolta in uno di quei misteriosi crimini che fanno la fortuna dei nostri giornali e delle agenzie investigative».

Dunque nel 1908 la Rinehart scrive un romanzo su una «zitella di mezza età» che abbandona la città, va a vivere in campagna ed è protagonista di indagini su dei crimini che avvengono nella sua villa. L’autrice dieci anni dopo inizia a rimaneggiare il testo con Hopwood e crea lo spettacolo The Bat, in cui la zitella diventa parente di un ricchissimo proprietario di banca che è preso di mira dal feroce criminale noto come Il Pipistrello.
La rappresentazione teatrale – messa in scena la prima volta al Morosco Theatre il 23 agosto 1920 – è un successone e quando due anni dopo chiude i battenti ha raggiunto il numero di quasi mille repliche: 867, per la precisione. Anni dopo la rivista “Flynn’s Weekly” presenta a puntate – dal 17 luglio al 7 agosto 1926 – la versione romanzata del testo, firmata da Stephen Vincent Benét, perché il Pipistrello piace: una figura oscura che si aggira di notte con le sue abilità e i suoi “meravigliosi giocattoli”…

A vederlo così non si direbbe, ma è un cattivo che piace

Solamente nel maggio del 1939 sul numero 27 di “Detective Comics” apparirà un uomo che si aggira nella città notturna vestito da pipistrello, con un simbolo identificativo preso paro paro dal film del 1926: non si chiama The Bat… si chiama Batman.

Da un personaggio malvagio, ne è nato uno votato alla giustizia

Figlio di un’attrice teatrale ed attore teatrale lui stesso, il giovane Roland West decide che vuole provare quella nuova carriera che promette grandi cose: si chiama cinema.
Specializzatosi in storie criminali, nel 1926 riversa ogni goccia del suo incredibile talento in un film magnifico, muto perché ogni fotogramma è così potente e geniale che non c’è alcun bisogno di parole. Si chiama The Bat e Bob Kane deve averlo visto molto bene, quando deciderà di trasformare in “buono” il “cattivo” della storia.

Una delle tante splendide inquadrature di West

Al contrario del romanzo, la vicenda si svolge interamente in una notte di terrore, in cui il misterioso Pipistrello colpirà la casa dove è andata a vivere la zitella Cornelia Van Gorder e vari personaggi si alterneranno sulla scena: dalla cameriera caricaturale, vera e propria spalla comica, al poliziotto con bombetta, dal bravo giovane al maggiordomo cinese con la faccia da colpevole. È facile per noi oggi vedere nei personaggi tutti stereotipi inflazionati, ma nel 1926 era qualcosa di assolutamente innovativo: prendete un qualsiasi film del genere noto come old dark house e guardate la sua data di uscita. State tranquilli che è posteriore al 1926.

La nascita del genere old dark house

Il successo del film, assolutamente meritato, apre le porte ad un fiume di storie criminali simili, ed essendo appena nato il cinema sonoro molti di questi film possono contare su un maggiore interesse da parte del pubblico, curioso di quella nuova potenzialità del cinema.
Roland West raccoglie di nuovo il suo talento e rigira identico il film con stavolta l’impianto sonoro, chiamandolo ora The Bat Whispers e presentandolo nel 1930. Troppo tardi: in quei quattro anni il mercato si è saturato e l’uscita di una valanga di titoli quasi indistinguibili fa ombra a questo film – creduto anch’esso perduto e per fortuna anche lui recuperato – ma un’ombra sola non ha perso la sua forza. L’ombra del pipistrello.

Il remake dello stesso autore

Il criminale mascherato noto come Il Pipistrello non ha ispirato solo Bob Kane per Batman, ha ispirato anche la scrittrice di romanzi gialli Cornelia van Gorder: perché la finzione e la realtà si sono fusi, quando è arrivato il momento di girare la terza versione cinematografica del testo teatrale della Rinheart.

È il 1959 quando la blasonata Universal mette in campo addirittura il maestro Vincent Price ad arricchire il cast del film The Bat, che arriva in Italia nel dicembre del 1960 con il curioso titolo Il mostro che uccide. (Disponibile in DVD Eagle Pictures dal 2006.)
Vi ricordate la zitella che va a vivere in campagna per sfuggire alla città? Qualcosa è cambiato – e vedremo più avanti cosa – ed ora non abbiamo più una annoiata signora che passa il tempo a lavorare a maglia e ad impartire ordini alla servitù: ora è una famosa scrittrice di gialli in cerca di ispirazione. E quando arriva il Pipistrello, state sicuri che arriva anche l’ispirazione.

«Questa è Le Querce [The Oaks], una villa di campagna che ho affittato per passarci l’estate. Sono scrittrice di romanzi gialli, ma le cose che mi sono capitate in questa villa sono ben più fantastiche di ciò che io abbia mai pubblicato».

Così si presenta agli spettatori la nostra Cornelia van Gorder (interpretata da Agnes Moorehead), apprezzata autrice di romanzi come L’obitorio privato del dottor Riggs: un testo che a quanto pare mette «fifa nera».
La donna è a Le Querce per scrivere un nuovo libro durante l’estate, ma le notizie degli efferati crimini del Pipistrello rischiano di distrarla… se non addirittura di ispirarla. Quando infatti scopre che l’omicida fa scempio delle gole delle vittime, dice: «Non è un brutto sistema: devo servirmene qualche volta… In un libro!»

La celebre romanziera Cornelia van Gorder (Agnes Moorehead)

Cornelia non ha per nulla paura, ed anzi è anche armata. «I libri che ho scritto sono pieni di pistole, e non scrivo mai di cose che non conosco». Nella vicenda la van Gorder è l’unica a mantenere il controllo e a tenere il polso ben saldo, utilizzando i suoi “poteri di autrice” per risolvere gli enigmi («Se stessi scrivendo questa storia, invece di viverla…»): non solo, sta attingendo alle imprese del Pipistrello per il suo nuovo romanzo, che si chiude quando viene smascherata l’identità del feroce criminale.

«Sarebbe un’ottima scena per uno dei suoi libri, ma questo libro non lo scriverà mai!»

«Per quanto accorti voi possiate essere – recitano le ultime righe del romanzo della van Gorder, – non riuscirete a nascondere un omicidio.» Senza che gli spettatori se ne siano accorti, per tutta la storia l’autrice non ha fatto altro che raccontare in realtà la storia del suo nuovo romanzo, scrivendo semplicemente ciò che le accadeva: la caccia al Pipistrello e i relativi omicidi finiscono tutti nel nuovo libro.

L’autrice e la scrittrice, neanche stavolta la stessa persona…

La rappresentazione teatrale di Mary R. Rinehart del 1920 e il relativo film di Roland West del 1926 sono stati eventi di grandissima portata creativa. Sono state gettate le basi per il fortunato personaggio a fumetti di Batman, è nato il genere cinematografico che racconta storie oscure (ma anche venate d’umorismo) in grandi case altrettanto oscure, ma soprattutto… è nato il genere di cui sto parlando in questo speciale.
La protagonista è una scrittrice (writer) che in cerca di ispirazione si ritira in un luogo isolato, incontra un “elemento scatenante fuori dal comune” (ghost) e ne nasce un nuovo romanzo. La stessa formula che abbiamo incontrato in fieri nel 1947 per Il fantasma e la signora Muir.

Perché però questa storia è stata più volte raccontata dal 1908… e solo nel 1959 la protagonista diventa una scrittrice in cerca di ispirazione? Cos’è successo nel frattempo? Lo vedremo più avanti: per ora, guardate il cielo nelle notti di Luna piena. Potreste intravedere l’ombra del Pipistrello…

Dark Bat Rises!

L.

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Pubblicato da su maggio 13, 2019 in Uncategorized

 

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Il Mito di Amityville (2019)

Cerco di ridurre al minimo i post auto-pubblicitari, ma era tempo di presentare la mia uscita in eBook di aprile: Il Mito di Amityville: Una casa, un mistero, 18 film.

Sembra ieri, eppure sono passati quarant’anni dall’uscita del primo film di Amityville, quindi valeva la pena dare uno sguardo d’insieme ad una vasta saga che inizia da un evento del 1975 che definire “controverso” è riduttivo.

Ecco la trama:

«Qualunque cosa si aggiri qua dentro, credo si tratti di una forza del tutto negativa»: con questo responso, Lorraine Warren dà il via ad una lunga carriera da demonologa insieme a suo marito Ed. La frase è stata pronunciata all’interno della casa in 112 Ocean Avenue che ormai viene indicata semplicemente con il nome della località in cui si trova: Amityville.
Sono passati quarant’anni dall’uscita del film “Amityville Horror” (1979) ma il Mito in esso raccontato non solo non è invecchiato di un giorno, ma è cresciuto a dismisura, malgrado la qualità delle opere ad esso collegate crolli verticalmente con gli anni Duemila. Per festeggiare questo anniversario è il momento di intraprendere un viaggio attraverso libri-inchiesta inediti in Italia e una panoramica su ben diciotto film che si riferiscono dichiaratamente alla casa di Amityville e al suo “mistero”: tale ovviamente solo per chi ci vuole credere.
Attraverso traduzioni esclusive di testi inediti e recensioni dissacranti di film – anch’essi a volte inediti – siete tutti invitati alla scoperta di uno dei miti moderni meno consistenti eppure più ricchi di opere derivate.

Lo trovate nei migliori eStore, tra cui:

L.

 
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Pubblicato da su maggio 8, 2019 in Uncategorized

 

Omaggio a Notre Dame

(Bastien Louvet, SIPA)

Ho voluto aspettare che il clamore si placasse per non seguire la tipica moda internauta di quello che fa omaggi a manetta seguendo le ultime notizie del TG, ma il tragico incendio di Notre Dame de Paris meritava un commento “letterario”: non è certo il primo serio danneggiamento che la cattedrale subisce nella sua storia: nel 1831 Victor Hugo inserì nel suo celebre romanzo la sua feroce critica a tutti quelli che hanno rovinato la sua amata cattedrale nel corso delle ere.

Notre Dame de Paris non c’entra nulla con cartoni animati e musical per bambini, con cui purtroppo è sempre più confuso: è il re dei feuilleton, una storia esasperatamente drammatica e dai toni fortissimi, essendo il suo genere antesignano di quello che chiamiamo “telenovela” o “soap opera”.

Riporto il primo capitolo del Libro Terzo tratto dall’edizione Garzanti Classici 2013 – con traduzione di Sergio Panattoni – in cui il giovane Hugo si scaglia contro tutti quelli che hanno menomato la cattedrale di Parigi. (Per saperne di più sull’entità dei danni di questo aprile 2019, rimando al blog Il Fatto Storico.)

Ho evidenziato alcune parti in neretto particolarmente calzanti con la situazione attuale.


La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e sublime edificio. Ma, per quanto bella si sia conservata col passare del tempo, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte alla degradazione e alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini alternativamente hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l’ultima. Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto a una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, espressione che tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido.

Se avessimo agio di esaminare a una a una con il lettore le diverse tracce di distruzione impresse all’antica chiesa, il danno causato dal tempo sarebbe minimo, peggiore quello degli uomini, soprattutto degli uomini d’arte. Devo dire uomini d’arte, poiché ci sono stati individui che nei due ultimi secoli si sono arrogati il titolo di architetti.

Innanzitutto, per citare solo qualche esempio capitale, esistono sicuramente poche pagine architettoniche più belle di questa facciata sulla quale, successivamente e insieme, i tre portali incavati a ogiva, il cordone ricamato fiancheggiato dalle sue due finestre laterali come il prete dal diacono e dal sottodiacono, l’alta e fragile loggia di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue sottili colonnette, infine le due nere e massicce torri con le loro tettoie di ardesia, parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque giganteschi piani, si sviluppano sotto lo sguardo, in gran numero ma ordinatamente, con i loro multiformi particolari di statuaria, di scultura e di cesellatura, potentemente armonizzati alla tranquilla grandezza dell’insieme; vasta sinfonia di pietra, per così dire; opera colossale di un uomo e di un popolo, unica e al tempo stesso complessa come l’Iliade e i Romanceros di cui è sorella; prodotto prodigioso del contributo di tutte le energie di un’epoca, ove su ogni pietra si vede impressa in cento modi diversi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; sorta di creazione umana, in poche parole, potente e feconda come la creazione divina a cui sembra aver strappato il suo duplice carattere: la varietà e l’eternità.

E quel che abbiamo detto della facciata, dobbiamo dirlo dell’intera chiesa; e quello che diciamo della chiesa cattedrale di Parigi, dobbiamo dirlo di tutte le chiese della cristianità medievale. Tutto rientra in quest’arte derivata da se stessa, logica e ben proporzionata. Prendere la misura dell’alluce, è come misurare il gigante.

Ritorniamo alla facciata di Notre-Dame, come essa ci appare ancora oggi, quando devotamente andiamo ad ammirare la severa e imponente cattedrale che, a detta dei cronisti, incute terrore: quae mole sua terrorem incutit spectantibus.

Oggi mancano a questa facciata tre cose importanti. Innanzitutto la scalinata di undici gradini che un tempo la rialzava dal livello del suolo; poi la serie inferiore di statue che occupava le nicchie dei tre portali, e la serie superiore dei ventotto antichi re di Francia che ornava la loggia del primo piano, a partire da Childeberto fino a Filippo Augusto, che teneva in mano «il pomo imperiale»

La scalinata l’ha fatta scomparire il tempo, in seguito a un processo di sollevamento inarrestabile e lento del livello del suolo della Città Vecchia. Ma il tempo, pur facendo divorare a uno a uno da quella marea montante del selciato di Parigi gli undici scalini che slanciavano maggiormente l’altezza del maestoso edificio, ha restituito alla chiesa più di quanto non le abbia tolto, perché è il tempo che ha diffuso sulla facciata quel cupo colore dei secoli che fa della vetustà dei monumenti l’età della loro bellezza.

Ma chi ha abbatto le due file di statue? chi ha lasciato le nicchie vuote? chi ha scavato nel bel mezzo del portale centrale quella ogiva nuova e bastarda? chi ha osato inserirvi quella insipida e pesante porta di legno scolpita alla Luigi XV accanto agli arabeschi di Biscornette? Gli uomini, gli architetti, gli artisti dei giorni nostri.

E se entriamo all’interno dell’edificio, chi ha abbattuto quel colosso di San Cristoforo, proverbiale fra le statue come il salone del Palazzo lo è fra le altre stanze, come la guglia di Strasburgo fra i campanili? E quelle miriadi di statue che popolavano tutti gli intercolunni della navata e del coro, in ginocchio, in piedi, equestri, uomini, donne, bambini, re, vescovi, gendarmi, di pietra, di marmo, d’oro, d’argento, di rame, persino di cera, chi le ha brutalmente spazzate via? Non è certo il tempo.

E chi ha sostituito il vecchio altare gotico, pieno di urne e reliquiari splendidi, con quel pesante sarcofago di marmo con teste d’angelo e nuvole che sembra un campione scompagnato di Val-de-Grâce o degli Invalides? Chi ha stupidamente fissato quel pesante anacronismo di pietra sul selciato carolingio di Hercandus? Non è stato forse Luigi XIV nell’esaudire il voto di Luigi XIII?

E chi ha messo freddi vetri bianchi al posto di quelle vetrate «a colori intensi» che facevano esitare l’occhio ammirato dei nostri padri tra il rosone del portale maggiore e le ogive dell’abside? E che direbbe un sottocantore del sedicesimo secolo vedendo la bella tinteggiatura gialla con la quale i nostri arcivescovi vandalici hanno imbrattato la loro cattedrale? Si ricorderebbe che questo era il colore con cui il boia pennellava gli edifici infami; gli verrebbe in mente il palazzo del Petit-Bourbon, anch’esso tutto impiastricciato di giallo per il tradimento del connestabile, «giallo, dopo tutto, di così buona tempera», dice Sauval, «e dato così bene che più di un secolo non gli ha ancora fatto perdere il suo colore». Crederebbe il santo luogo bollato d’infamia e fuggirebbe.

E se saliamo sulla cattedrale, senza soffermarci alle mille barbarie di ogni genere, che cosa ne hanno fatto di quel delizioso piccolo campanile che si appoggiava sul punto di intersezione della crociera e che, non meno esile, né meno ardito della sua vicina, la guglia (anch’essa distrutta) della Sainte-Chapelle, svettava nel cielo più in alto di tutte le torri, slanciato, acuto, sonoro, traforato? Un architetto di buon gusto (1787) l’ha amputato, e ha creduto che bastasse mascherare la piaga con quel largo impiastro di piombo che somiglia al coperchio di una pentola.

È così che la meravigliosa arte del Medio Evo è stata trattata in quasi tutti i paesi, soprattutto in Francia. Sulle sue rovine si possono distinguere tre generi di lesioni che la intaccano tutte e tre a diverse profondità: innanzitutto il tempo, che ha spietatamente sbrecciato qua e là e corroso in ogni punto la sua superficie; poi, le rivoluzioni politiche e religiose che, cieche e violente per la loro stessa natura, le si sono scagliate addosso tumultuosamente, hanno lacerato la sua ricca veste di sculture e cesellature, spaccato i suoi rosoni, spezzato le sue collane di arabeschi e figurine, strappato le sue statue, ora per la loro mitra, ora per la loro corona; infine, le mode, sempre più grottesche e sciocche, che, a partire dalle anarchiche e splendide deviazioni del rinascimento, si sono succedute nella ineluttabile decadenza dell’architettura. Le mode hanno fatto più male delle rivoluzioni. Esse hanno tagliato nel vivo, hanno attaccato la struttura ossea dell’arte, hanno tagliato, reciso, smembrato, ucciso l’edificio, nella forma come nel simbolo, nella sua logica come nella sua bellezza. E poi esse hanno rifatto: pretesa che almeno il tempo e le rivoluzioni non avevano avuto. Sulle ferite dell’architettura gotica, hanno sfrontatamente aggiustato, secondo il buon gusto, i loro miseri ed effimeri fronzoli, i loro nastri di marmo, le loro nappe di metallo, vera lebbra di ovoli, volute, circonvoluzioni, panneggi, ghirlande, frange, fiamme di pietra, nuvole di bronzo, amorini rotondetti, cherubini paffuti, che comincia a divorare il volto dell’arte nell’oratorio di Caterina dei Medici e che, due secoli più tardi, fra tormenti e smorfie di dolore, le fa esalare l’ultimo respiro nel boudoir della Dubarry.

Così, per riassumere i punti che abbiamo indicato, tre specie di devastazioni sfigurano oggi l’architettura gotica. Rughe e verruche sulla pelle, è opera del tempo; violenze, brutalità, contusioni, fratture, è opera delle rivoluzioni, da Lutero fino a Mirabeau. Mutilazioni, amputazioni, smembramenti, restauri, è il lavoro greco, romano e barbaro dei professori sulle orme di Vitruvio e Vignola. Questa magnifica arte che i Vandali avevano prodotto, le accademie l’hanno uccisa. Ai secoli, alle rivoluzioni che per lo meno devastano con imparzialità e grandezza, si è venuto ad aggiungere il nugolo degli architetti di scuola, patentati, giurati e dichiarati, che compiono danni con discernimento e scelte di cattivo gusto, che sostituiscono le cicorie di Luigi XV ai merletti gotici per maggior gloria del Partenone. È la pedata dell’asino al leone morente. È la vecchia quercia con le radici ormai secche e che, per colmo, è punta, morsa, dilaniata dai bruchi.

Come sono lontani i tempi in cui Robert Cenalis, paragonando Notre-Dame di Parigi a quel famoso tempio di Diana a Efeso, tanto esaltato dagli antichi pagani, e che ha reso immortale Erostato, trovava la cattedrale gallica «superiore per lunghezza, larghezza, altezza e struttura»!

Del resto Notre-Dame di Parigi non è per niente quel che si può dire un monumento completo, definito, classificato. Non è più una chiesa romanica, non è ancora una chiesa gotica. Questo edificio non è un tipo esemplare di architettura. Notre-Dame di Parigi non ha per nulla, come l’abbazia di Tournus, la grave e massiccia quadratura, la volta ampia e rotonda, la glaciale nudità, la semplicità maestosa degli edifici che hanno l’arco a tutto sesto come principio generatore. Non è, come la cattedrale di Bruges, il prodotto magnifico, leggero, multiforme, ridondante, denso, lussureggiante dell’ogiva. Impossibile classificarla in quell’antica famiglia di chiese tetre, misteriose, basse e come schiacciate dall’arco a tutto sesto; quasi egiziane, se si esclude il soffitto; tutte geroglifici, tutte sacerdotali, tutte simboliche; più sovraccariche nei loro ornamenti di losanghe e di zig-zag che di fiori, di fiori più che di animali, di animali più che di uomini; meno opera dell’architetto che del vescovo; prima trasformazione dell’arte, tutta improntata a disciplina teocratica e militaresca, che affonda le sue radici nel basso impero e si ferma a Guglielmo il Conquistatore. Impossibile collocare la nostra cattedrale in quell’altra famiglia di chiese imponenti, aeree, ricche di vetrate e sculture; acute come forme, ardite come portamento, comunali e borghesi come simboli politici; libere, capricciose, sfrenate come opere d’arte; seconda trasformazione dell’architettura, non più geroglifica, immutabile e sacerdotale, ma artistica, progressista e popolare, che inizia al ritorno delle crociate e finisce a Luigi XI. Notre-Dame di Parigi non è di pura razza romanica come le prime, né di pura razza araba come le seconde.

È un edificio della transizione. L’architetto sassone aveva appena eretto i primi pilastri della navata, quando l’ogiva che arrivava dalla crociata è venuta a posarsi da conquistatrice su quei larghi capitelli romanici che avrebbero dovuto sostenere solo archi a tutto sesto. L’ogiva, padrona da quel momento, ha costruito il resto della chiesa. Tuttavia, all’inizio inesperta e timida, essa si svasa, si allarga, si contiene, e non osa ancora slanciarsi in guglie e pinnacoli come farà più tardi in tante meravigliose cattedrali. Sembra risentire della vicinanza delle pesanti colonne romaniche.

D’altra parte, questi edifici della transizione dal romanico al gotico non sono meno preziosi da studiare degli esemplari architettonici puri. Esprimono una sfumatura dell’arte che senza di essi andrebbe perduta. È l’innesto dell’ogiva sull’arco a tutto sesto.

Notre-Dame di Parigi, in particolare, è un curioso esempio tipico di questa varietà. Ogni faccia, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell’arte. Quindi, per indicare qui soltanto i dettagli principali, mentre la piccola Porte-Rouge raggiunge quasi i limiti delle delicatezze gotiche del quindicesimo secolo, le colonne della navata, per il loro volume e la loro imponenza, retrocedono fino all’abbazia carolingia di Saint-Germain-des-Prés. Sembrerebbe ci fossero sei secoli di differenza fra quella porta e queste colonne. Persino gli ermetici trovano nei simboli del portale maggiore un compendio soddisfacente della loro scienza, di cui la chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie era un geroglifico così completo. Pertanto, l’abbazia romanica, la chiesa filosofale, l’arte gotica, l’arte sassone, la pesante colonna rotonda che richiama Gregorio VII, il simbolismo ermetico con cui Nicolas Flamel preludeva a Lutero, l’unità papale, lo scisma, Saint-Germain-des-Prés, Saint-Jacques-de-la-Boucherie, tutto è fuso, combinato, amalgamato in Notre-Dame. Questa chiesa centrale e generatrice è, fra le vecchie chiese di Parigi, una specie di chimera; ha la testa di una, le membra di un’altra, il dorso di un’altra ancora, qualcosa di tutte.

Lo ripetiamo, queste costruzioni ibride non sono meno interessanti per l’artista, per l’antiquario per lo storico. Esse fanno sentire fino a qual punto l’architettura è cosa primitiva, in quanto dimostrano, come lo dimostrano i resti ciclopici, le piramidi d’Egitto, le gigantesche pagode indiane, che i maggiori prodotti dell’architettura sono più opere sociali che opere individuali; più creazione dei popoli in attività, che parto degli uomini di genio; deposito lasciato da una nazione; sedimenti prodotti dai secoli; residuo delle successive evaporazioni delle società umane; per dirla in breve, delle specie di formazioni. Ogni ondata del tempo sovrappone i suoi detriti, ogni razza deposita uno strato sul monumento, ogni individuo aggiunge la sua pietra. Così fanno i castori, le api, così fanno gli uomini. Babele, il grande simbolo dell’architettura, è un alveare.

I grandi edifici, come le grandi montagne, sono opera dei secoli. Spesso l’arte si trasforma nel corso stesso dei lavori: pendent opera interrupta; vengono continuati tranquillamente secondo l’arte trasformata. La nuova arte prende il monumento al punto in cui lo trova, vi si incrosta, se lo assimila, lo sviluppa a modo suo e lo porta a termine se può. La cosa si compie senza disordine, senza sforzo, senza reazione, secondo una legge naturale e tranquilla. È un trapianto che interviene, una linfa che circola, una vegetazione che riprende. Certo, vi è materia per enormi volumi e spesso storia universale dell’umanità in queste saldature successive di diverse arti a più livelli sullo stesso monumento. L’uomo, l’artista, l’individuo svaniscono su queste grandi masse senza nome d’autore; l’intelligenza umana vi si riassume e vi si totalizza. Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore.

Prendendo in considerazione soltanto l’architettura europea cristiana, questa sorella minore delle grandi opere murarie dell’Oriente, essa appare agli occhi come un’immensa formazione divisa in tre aree ben delimitate che si sovrappongono: l’area romanica, l’area gotica, l’area del rinascimento, che chiameremmo piuttosto greco-romana. Lo strato romanico, che è il più antico e il più profondo, è occupato dall’arco a tutto sesto, che si ripropone, sostenuto dalla colonna greca, nello strato moderno e superiore del rinascimento. L’ogiva è fra i due. Gli edifici che appartengono esclusivamente a una di queste tre epoche sono perfettamente distinti, unitari e completi. Per esempio l’abbazia di Jumièges, la cattedrale di Reims, Sainte-Croix di Orléans. Ma le tre aree si mescolano e si amalgamano nei punti in cui vengono a contatto, come i colori nello spettro solare. Da questo nascono i monumenti complessi, gli edifici intermedi e di transizione. Uno è romanico alla base, gotico al centro, greco-romano al vertice. Il fatto è che ci sono voluti seicento anni a costruirlo. Questa varietà è rara. Il torrione di Etampes ne è un esempio. Ma i monumenti di due formazioni sono più frequenti. Lo è Notre-Dame di Parigi, edificio ogivale che affonda i suoi primi pilastri in quell’area romanica in cui sono immersi il portale di Saint-Denis e la navata di Saint-Germain-des-Prés. Lo è la deliziosa sala capitolare semigotica di Bocherville, nella quale lo strato romanico raggiunge la metà dell’altezza. Lo è la cattedrale di Rouen che sarebbe interamente gotica se non immergesse l’estremità della sua guglia centrale nell’area del rinascimento.

Del resto, tutte queste sfumature, queste differenze toccano solo la superficie degli edifici. È l’arte che ha mutato pelle. La stessa costituzione della chiesa cristiana non ne è intaccata. È sempre la stessa struttura interna, la stessa disposizione logica delle parti. Qualunque sia l’involucro scolpito e ricamato di una cattedrale, si ritrova sempre al di sotto, per lo meno allo stadio di germe e rudimento, la basilica romana. Essa si sviluppa sul suolo secondo la stessa eterna legge. Sempre le due imperturbabili navate che si intersecano a croce e la cui estremità superiore, arrotondata ad abside, forma il coro; sempre le stesse navate laterali, per le processioni interne, per le cappelle, specie di ambulacri laterali sui quali la navata principale si apre attraverso gli intercolunni. Stabilito questo, il numero delle cappelle, dei portali, dei campanili, delle guglie, si modifica all’infinito, secondo la fantasia del secolo, del popolo, dell’arte. Una volta provvisto e assicurato il servizio del culto, l’architettura fa quello che le sembra più giusto. Statue, vetrate, rosoni, arabeschi, dentellature, capitelli, bassorilievi, essa combina tutte queste immaginazioni secondo il logaritmo che fa al caso suo. Da qui deriva la prodigiosa varietà esterna di quegli edifici in fondo ai quali risiede tanto ordine e tanta unità. Il tronco dell’albero è immutabile, la vegetazione è capricciosa.


L.

 
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Pubblicato da su aprile 19, 2019 in Uncategorized

 
 
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