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Chiedo aiuto letterario a lettori (e scrittori)

Come già ho avuto modo di pubblicizzare, nel mio blog dedicato all’universo di Aliens ogni sabato, da dicembre 2016, presento una puntata di una fan fiction (che poi alla fine raccolgo in eBook gratuito): al di là del fatto se qualcuno poi la legge (ed almeno un paio di buoni lettori sembrano esserci!) è un bell’esercizio per me. Un esercizio di scrittura.
Recentemente ho infatti scoperto che sotto pressione sono più “proficuo”. Quando l’ispirazione arriva è un piacere scrivere, e tutto esce da solo: devo solo limitarmi a scriverlo. Ma quando l’ispirazione latita è difficile mettersi a tavolino e dire “ora invento una trama”. Lo fanno gli scrittori veri, cosa che io non sono: io mi diverto con la scrittura, e scrivere quando non si è ispirati è una tortura che esula dalle mie forze e dai miei obiettivi.

Con la fan fiction ho scoperto che avere una scadenza – ogni venerdì, quando cioè pubblico in anteprima su Alien Predator Italia Forum un nuovo capitolo – è quella “sferzata di adrenalina” che mette in circolo le idee e aiuta l’ispirazione. Senza contare il fatto che essendo tutto libero e gratuito, rinuncia agli orpelli dell’aspetto editoriale che veramente ammazzano qualsiasi voglia di scrivere uno possa avere.
Tutto questo però è solo una premessa all’appello che voglio lanciare.

Un mio assiduo lettore, Giuseppe, in calce ad uno dei miei capitoli ha commentato lanciando un’idea di possibile sviluppo: l’ha scritto per scherzo, un’idea per assurdo, ma mi è piaciuta così tanto che ho voluto elaborarla e arricchirla.
L’idea prevede una corsa automobilistica, e qui nasce un problema…

Finora ho scritto di botte e arti marziali perché mi è capitato di leggere diversi testi sull’argomento, come per esempio la saga del Professionista – di cui ho presentato qualche estratto nella rubrica “Scrivere di menare“.
Invece di scene che descrivano automobili che sfrecciano a velocità elevate non ne ho mai lette, né riesco a trovare la minima informazione sull’esistenza di romanzi sull’argomento.

Ecco dunque il mio appello: vi vengono in mente romanzi da consigliarmi in cui ci siano – o protagoniste o in una parte della trama – descrizioni di inseguimenti d’auto, di gare automobilistiche o comunque di scene d’azione con delle automobili?
Quando dico “gare automobilistiche” non intendo quelle ufficiali, tipo le biografie dei piloti o roba simile: intendo romanzi action-thriller o spy o quello che sia, in cui l’eroe scappi a bordo di un’auto, magari inseguito. Un testo cioè che si lanci nella descrizione di una scena d’azione vista mille volte in mille film ma che non mi è mai capitato di ritrovare scritta.

Per ora nella nuova fan fiction che ho iniziato sto presentando i personaggi – con capitoli che, immodestamente, mi stanno venendo benino: o almeno che mi piacciono, e non sono un critico di bocca buona! – ma presto dovrò descrivere una corsa adrenalinica, piena di pericoli e di trabocchetti.
Improvviserò, e sarà una bella sfida: dovrò infatti basarmi sull’immaginario visivo dei film sull’argomento e trasformarlo in “descrizione d’azione”, in qualcosa cioè che ricrei nella mente del lettore la corsa, l’azione e l’adrenalina. Se avessi però dei “maestri” a cui rifarmi – così come per le arti marziali mi rifaccio ad ottimi narratori, anche se poi ci metto il mio gusto personale – sarebbe ovviamente meglio: verrebbe fuori una descrizione più efficace.

Spero che le scorpacciate di Pasqua vi portino l’ispirazione e sappiate consigliarmi tanti titoli.
Con l’occasione, auguro a tutti buona Pasqua, da allargare a tutte le famiglie.

L.

 
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Pubblicato da su aprile 15, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Il libro segreto di Shakespeare

Era l’inverno del nostro scontento… no, scherzo: era l’inverno del 2011 quando l’uscita del film Anonymous (2011) di Roland Emmerich – un patinato filmettone dimenticabilissimo in cui si romanzava una vecchia ipotesi su chi fosse “veramente” Shakespeare – spinse la Newton Compton a portare nelle librerie italiane “Il libro segreto di Shakespeare“, titolo roboante – tipico dello stile della casa – che nascondeva un’operazione intrigante: nessun editore inglese aveva voluto stampare quel romanzo di Gene Ayres, nascosto sotto lo pseudonimo di John Underwood.

Da tempo mi intrigava la questione shakespeariana: come si fa a rimanere freddi davanti all’evidenza che non esiste la benché minima prova che un uomo chiamato William Shakespeare sia mai esistito? (È vero, in realtà le prove ci sono… ma sono tutte a posteriori, quando sono sono falsi smaccati.)
Mi appassionati alla questione, tramite la Newton riuscii a raggiungere ed intervistare l’autore di questo romanzo – intervista che ho ripescato per questo blog -, ho invitato la blogger Chiara Prezzavento a intervenire su ThrillerMagazine parlando del Bardo e ho scritto uno speciale sugli pseudobiblia che si divertono ad immaginare nuove opere del poeta britannico: il tutto poi trasformato nel saggio gratuito Mistero Shakespeare.

Insomma, è stato un periodo molto intenso e non sapevo che ero sul punto di cambiare completamente vita. (Di lì a poche settimane avrei cambiato sede lavorativa cambiando anche totalmente ogni singolo aspetto della mia vita dell’epoca.)
Però ad essere onesto mi è piaciuto di più il “contorno” – la ricerca, lo studio maniacale delle fonti per scrivere il mio saggio, la conoscenza con quel vulcano di Chiara, ecc. – che il romanzo in sé… Ora, a distanza di anni, posso anche confessarlo: Il libro segreto di Shakespeare non è poi tutto ‘sto gran che…

Ovviamente la copertina è un imbroglio, non ha minimamente a che fare con il film Anonymous, è semplicemente uno di quei thriller fasulli scritti per mascherare un saggio: siccome è universalmente noto che la saggistica non vende, né in Italia né altrove, l’autore ha preso la sua ottima ricerca e l’ha trasformata in un noioso thrillerino.
Malgrado Ayres/Underwood creda molto nella sua tesi, non è che presenti la famosa “pistola fumante”: non esiste la benché minima prova né che Shakespeare sia esistito né che non sia esistito. Non esistono prove di nulla, ma di nulla sul serio: è come risolvere un rebus avendo un foglio bianco davanti: puoi dire quello che ti pare…

Della trama del libro non ho memoria perché non merita alcuna memoria: ho riempito la prima pagina di appunti a matita ma non vale la pena studiarli. Mi piace invece ricordare quell’intenso periodo shakespeariano, in cui studiavo testi del Cinque-Seicento e in cui ripercorrevo le truffe per capire dove nascessero. E dove cercavo di capire come si fa a dire, oggi, tutto ciò che si dice di Shakespeare… visto che è tutto frutto di fantasia! Ma in fondo… la sua opera stessa è della stessa materia della fantasia…

L.

 
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Pubblicato da su aprile 10, 2017 in Uncategorized

 

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[Un libro, una storia] Ossessione

Ho già parlato del periodo, ormai venticinque anni fa, in cui ho perso la testa per Stephen King e mi sono letto quasi tutti i suoi libri disponibili all’epoca (a parte quelli fantasy,che è un genere che non sopporto).
Questo “Ossesione” (Rage, 1977), appartenente ai romanzi firmati originariamente Richard Bachman, è stato l’inizio di tutto: il primo romanzo di King che abbia mai letto.
È il n. 140 (anno X ) dei “Grandi Tascabili Bompiani” (10 settembre 1990) con traduzione del consueto Tullio Dobner.

L’appunto lasciato a matita – che mi stupisce abbia resistito 26 anni! – attesta che ho letto questo libro dal 18 al 19 maggio 1991. Come spesso succedeva all’epoca ero a letto malato – credo influenza, ma stavo così spesso male che alla fine non mi facevo più domande – e quindi avevo più tempo per leggere. All’epoca c’era una TV per ogni nucleo familiare, il che voleva dire che quando stavi a letto malato non potevi far altro che leggere o dormire. E io non ho mai dormito durante le malattie, sebbene abbia sempre invidiato chi riusciva a farlo.
Quando stavo meglio potevo spostarmi al “letto grande”, cioè quello dei miei genitori, e guardare la TV, ma lo stesso c’era tanto tempo per leggere.

Visto che mio padre si stava divorando libri su libri di questo Stephen King, perché non provare a leggere questo libretto di duecento pagine? Affrontare i suoi libroni tipo IT o Christine non ci pensavo proprio – sebbene poi li ho divorati ed amati – ma questo snello potevo ancora provarlo.
Della trama ricordo poco, se non sbaglio il protagonista era un giovane che prendeva in ostaggio la classe – molto prima che “diventasse di moda” farlo! – e sotto la minaccia di un’arma veniva a galla la difficoltà dell’adolescenza e le piccole grandi bugie che i giovani si dicono. (Soprattutto a se stessi.)

Avevo 17 anni quindi era l’età perfetta per leggerlo, e dev’essermi piaciuto parecchio perché ho lasciato un “10” come voto. Da lì si è aperto il fiume kinghiano che mi ha portato a leggere più di venti suoi romanzi in circa tre anni.
Ricordo ancora quella branda su cui tutto è cominciato, e credo di avere ancora la piccola abat-jour che illuminò la mia lettura. Giace da tempo in quell’archivio scomposto che è il mio pacchettone, visto che dall’avvento dei tablet non ho più bisogno di illuminazione per leggere a letto…

L.

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Pubblicato da su aprile 3, 2017 in Uncategorized

 

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[Un libro, una storia] Misery

Agli inizi del 1991 arrivò nei cinema italiani Misery non deve morire di Rob Reiner, pronto a lanciare la carriera di Kathy Bates, e ovviamente la Sperling & Kupfer si sbrigò a ristampare il romanzo Mistery (1987) di Stephen King, apparso solo nel 1988 in prima edizione, con la consueta traduzione di Tullio Dobner.
Curiosamente invece di presentare la locandina del film, come consuetudine per far capire che il legame con il romanzo, questa edizione Sperling Paperback “Superbestseller” n. 114, stampata nell’aprile 1991, mostra la bella illustrazione di Bob Giusti, consueto “copertinista” di King dell’epoca.

Ancora non ero schiavo della “Febbre di King” quando adocchiai questo romanzo in libreria, nella mitica “Tuttilibri” di via Appia a Roma che purtroppo, ho scoperto in questi giorni, dopo decenni di onorato servizio – sin dagli anni Ottanta è stata l’UNICA libreria del quartiere più popoloso della Capitale – ha ceduto sotto i colpi del franchising: ora è una fighettosa LaFeltrinelli.
Nel 1991 era ancora una libreria enorme in cui potevi trovare di tutto, anche testi fuori dai cataloghi ufficiali e dai logaritmi di vendita.

Quel giorno dunque vidi per caso il titolo e mi chiesi: vorrà dire “miseria”? Chissà di che parla. Finì così il mio interesse per il romanzo di King, che non giunse fino a girare il libro per leggere la trama.
Poi invece mi invaghii dell’autore e ho divorato questo splendido romanzo dal 7 al 15 agosto di quel 1991, lasciandomi sconvolgere da ogni pagina e sobbalzando nei punti che differivano dal film. Per quanto mi sia piaciuta la pellicola, per quanto posso ricordare è più “leggera” rispetto al romanzo, com’è naturale visto l’argomento, quindi – come sempre mi succede – leggere un romanzo dopo aver visto il film ha significato amare entrambi. (Vedere un film dopo il romanzo da cui è tratto è sempre tremendamente deludente, almeno per me.)

Com’era mia usanza dell’epoca, ho letto questo romanzo a letto ogni sera, prima di dormire. Eppure King non è propriamente un “autore da comodino”: Ricordo ancora la sera in cui Annie tagliò via il pollice di Paul: chiusi il libro e pensai… e ora chi dorme?

L.

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Pubblicato da su marzo 27, 2017 in Uncategorized

 

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Viaggiare per lutto

È una donna che conosco solo di vista, è una collega con cui per anni non ho avuto il benché minimo contatto, è solo un volto fra la folla: se fosse il personaggio di un romanzo o di un film sentirei più vicinanza con lei. Ma recentemente mi ha colpito il lutto che ha subìto. Non solo per la perdita in sé, che già è stata devastante. Non solo per le modalità della sua perdita, che già fa gridare al Cielo. Non solo per cosa ha significato per la sua famiglia. Ma anche per la scelta di questa donna di elaborare il lutto… con un viaggio. Questo mi ha colpito più di tutto…

Il viaggio per il gusto di viaggiare è qualcosa di così profondamente estraneo ad ogni molecola del mio essere che cerco sempre di studiarlo, cerco sempre di capire cosa spinga la gente a muoversi pur rimanendo ferma: a muovere il proprio corpo fra mille scomodità tenendo saldamente ferma la mente nel punto da cui si è partiti. Per me il simbolo di quest’entità assurda è l’italiano che mangia spaghetti a New York: ha attraversato un oceano per fare quello che facevi a casa sua. Ha viaggiato rimanendo fermo.
Come si fa dunque ad elaborare un lutto – un lutto che è impossibile elaborare – viaggiando? Cioè compiendo l’azione per eccellenza che nel viaggiatore medio mantiene stabilmente ferma la mente? Può la somma delle incombenze di un viaggio bastare a “distrarre” da qualcosa per cui non esiste distrazione?

Da giorni cerco di capire questo comportamento, cerco di trovare chiavi di interpretazione per qualcosa che proprio mi risulta non solo misteriosa, ma profondamente illogica. Possibile che l’amore delle persone per l’atto del viaggiare sia così profondo da spingerle ad eseguirlo anche in situazioni drammaticamente estreme?
Franco Farinelli mi ha insegnato che noi “moderni” capiamo il mondo rotondo attraverso una mappa piatta, che cioè per noi da secoli vige la “precessione dei simulacri”: l’immagine viene prima, la finzione viene prima. La fiction viene prima della realtà.
E così di punto in bianco, a sorpresa, mi è venuto in mente un film che mi ha aiutato a capire…

Da anni Lars Von Trier fa cose che non capisco, semplicemente perché è uno sperimentatore e non si può capire sempre uno che cambia ogni anno. Però prima del Duemila la sua poetica mi aveva conquistato, e se non ricordo male iniziò tutto con Idioterne (1998), giunto in Italia di sfuggita con il titolo Idioti.
Karen, la protagonista, è una signora che si imbatte per caso in un gruppo di ragazzi che sta portando avanti una specie di contorto esperimento sociale di dubbio gusto: gli appartenenti a questo curioso gruppo vanno in luoghi pubblici… e si fingono ritardati mentali. Perché per Von Trier i ritardati sono angeli: puri e innocenti in quanto privi della malignità delle persone “normali”.

Il gruppo di “idioti” porta avanti il suo progetto – una finzione che serve a smascherare le falle della società contemporanea – in cui entra anche Karen, che è una signora a modo da cui non ci si aspetterebbe l’aderenza a tanto ardore giovanile.
La situazione si scalda e il leader della comune accusa gli altri di star solo giocando, di divertirsi a scandalizzare gente estranea e quindi di non credere nel progetto: li accusa di star facendo gli idioti, non di esserlo. Se vogliono dimostrare di credere davvero nel progetto, devono compiere una specie di “sacrificio”: invece che da estranei, devono andare dai loro parenti e fingersi ritardati: solo allora dimostreranno quella “purezza di spirito” che richiede il leader. Ovviamente nessuno del gruppo è disposto a farlo… ma a sorpresa si offre volontaria Karen…

Quando Karen si presenta a casa propria, davanti al marito e agli altri parenti, con una testimone del gruppo che si dovrà assicurare della riuscita dell’esperimento, tutto il film acquista una potenza devastante. Perché Karen, nel suo salotto per bene con tutta la sua famiglia per bene intorno, inizia a comportarsi da ritardata mentale, a sbavare e ad emettere lamenti, mentre gli altri la fissano raggelati e allibiti.
Può sembrare una critica alla borghesia tanto cara agli autori d’un tempo, ma non è così. Perché quella non è una riunione familiare: è una veglia funebre. Karen ha appena perso il figlio, e l’unico modo che ha trovato di reagire al lutto… è stato viaggiare, elaborando il lutto unendosi ad una banda di idioti, credendo nel loro progetto più di quanto ci credessero loro.

La mappa aiuta sempre a capire il mondo, la finzione è sempre basilare per capire la realtà. Il comportamento della mia collega mi era insopportabile, incomprensibile, quasi scandaloso: come si fa a viaggiare, a compiere cioè un atto frivolo quando non addirittura superficiale, dopo aver subìto un lutto così profondo e destabilizzante? Poi è arrivata la “mappa” dalla Danimarca di vent’anni fa, e mi sono reso conto che il dolore e la compassione che ho provato per Karen, la prima volta che la sua vicenda mi ha colpito, dovevo provarle anche ora per la mia collega. Davanti allo schermo ero più che convinto che nessuno potesse giudicare le scelte di Karen, e trovavo più che comprensibile la totale adesione ad un progetto assurdo: qualsiasi cosa, piuttosto che l’abisso del dolore. Tutto quel sentimento era ingiusto negarlo ora, ad un altro personaggio. (Perché comunque tale rimane per me quella donna, con cui non ho il minimo contatto.)

Continuo a non capire il viaggio, o per la precisione l’amore incondizionato e violento della gente per il viaggio, per questo continuo a studiarlo. Ma senza una mappa, senza cioè la finzione, non ho speranze di comprensione.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 23, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Gli inconsolabili

Questa in realtà è la storia di come NON ho letto “Gli inconsolabili” (The Unconsoled, 1995) di Kazuo Ishiguro

Spesso chi mi ha conosciuto dal vivo ha avuto l’impressione che io sia un “pantofolaio”, uno che non si muove volentieri, fraintendendo il mio carattere. Non solo ogni anno copro un numero di chilometri pari alla circonferenza terrestre – ho fatto più volte il giro del mondo io dei sedicenti viveur che si vantano di viaggiare molto! – ma per lavoro anni fa ho girato tutta l’Italia, nel vero senso della parola.
Da Porto Armerina (Sicilia) a Cuneo (Piemonte) mi sono girato tutta la penisola, spesso spostandomi in aereo. Per fortuna era il Duemila quindi non c’era la fobia dell’11 settembre…

Seguendo i sacri consigli del Turista per caso, portavo sempre un voluminoso libro con me anche se in quel periodo burrascoso davvero non avevo la concentrazione giusta per alcun tipo di lettura. Inoltre l’azienda mi aveva fornito un computer portatile e stavo studiando Excel e Poser che mi portavano via un mare di tempo: nessuno dei due software mi serviva per lavoro, ma li trovavo meravigliosi e volevo impararli bene. Visto che ancora oggi li uso – con Excel ci catalogo tutto e ci faccio i conti di casa, mentre con Poser ho disegnato quasi tutte le copertine dei miei eBook in vendita! – direi che è stato tempo speso bene.

Quel periodo scoprii qualcosa degli aeroporti che nessuno mi ha mai detto, né prima né dopo: sono buschi oscuri che risucchiano quantità assurde di tempo. Sarà anche vero che andare da Roma a Milano in aereo è veloce – circa 45 minuti di volo netto – ma se contate i tempi di attesa, prima e dopo, sono assolutamente convinto che in treno si faccia prima…
Avevo quindi in media due o tre ore abbondanti, due volte la settimana, da passare in aeroporto, e la batteria del portatile era fuori discussione: come ogni apparecchiatura informatica, se la usi la batteria dura dieci minuti.
Così optai per portarmi dietro dei libroni che mi avvolgessero e in cui potessi immergermi, anche se dopo – facendo un bilancio dell’esperienza – capii non avevo proprio lo spirito per leggere ed è stato solo un peso inutile.

Visto che ho amato visceralmente Quel che resta del giorno, scegliere un altro libro di Kazuo Ishiguro mi sembrava la soluzione ottimale, anche perché mia madre mi aveva assicurato che Gli inconsolabili era un piccolo capolavoro.
Malgrado il tanto tempo che gli ho dedicato, non sono riuscito neanche a capire di cosa parlasse il libro: avevo la testa piena di troppa roba per poter trovare concentrazione su un volumone di 500 pagine scritte fitte fitte. Ricordo gli sforzi in aeroporto per riuscire a capire una parola dopo l’altra,ma era davvero impossibile, se poi continuavo a controllare lo schermo dove ripetutamente il mio volo veniva spostato di gate o di orario.

Non mi è mai venuta la voglia di leggere con calma questo libro, perché ogni volta che ne vedo la costa ripenso a quei giorni intensi di “stress da viaggio”, in cui ero pieno di formule di Excel, grafici di Poser, istruzioni di lavoro e mille altre cose ancora. Non c’era proprio spazio per Ishiguro…

L.

 
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Pubblicato da su marzo 20, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Libri, editori e pubblico nel mondo antico

cavallo-libri-editori-e-pubblicoCon mio grande cruccio non ricordo come sono venuto in possesso del delizioso libretto “Libri, editori e pubblico nel mondo antico. Guida storica e critica” (Laterza 1975) a cura del professor Guido Cavallo, so solo che l’ho amato e riletto tantissimo.
È pieno di appunti non miei quindi posso dire che l’ho preso usato, plausibilmente su qualche bancarella, e molto tempo dopo ho beccato un altro titolo della serie, che si occupa dell’editoria nel mondo medievale, ma l’ho trovato una lettura poco interessante.

Questo saggio di Cavallo invece è talmente denso di informazioni e primizie che davvero non basta una volta sola per apprezzarlo in pieno, e nel corso del tempo l’ho sfogliato a più non posso e malgrado abbia preso un mare di appunti comunque ogni tanto torno a consultarlo, perché in sole 132 pagine racchiude un universo infinito.

Purtroppo non ho appuntato la data in cui l’ho letto la prima volta, ma dev’essere stato tra il 2007 e il 2012, quando cioè la sede del mio ufficio si era spostata in un quartiere assurdo di Roma – il Nomentano – in una zona precisa che per motivi misteriosi viene considerata “di classe”: ci gira gente che ha scritto “assassino” in faccia, quindi mi permetto di non trovare nulla di “classe” in quella zona!
La prima volta che ci sono andato, essendo in forte anticipo sull’orario lavorativo, mi sono seduto sulla panchina di un parco a leggere: e chi sta meglio di me? Mi è bastata un’occhiata ai brutti ceffi che giravano – sembrava il casting di un film di Scorsese! – che guardinghi si passavano “qualcosa” di mano in mano per farmi abbandonare immediatamente quel parco e non tornarci mai più. Poi ho scoperto che a due passi c’è una clinica per il recupero dei tossicodipendenti (temo non perfettamente funzionante), che fa il paio con gli edifici occupati dagli zingari. Insomma, io tutta ‘sta “classe” della zona proprio non la vedo…

platoneRicordo che finalmente trovai una panchina in mezzo alla strada che non fosse ricovero di brutti ceffi, e lì mi sedevo quando facevo il turno di pomeriggio a lavoro, ed arrivavo con fortissimo anticipo. (Essendo pendolare non posso mai stare “preciso” con gli orari). Lì, circondato dalla “malavita nomentana”, rileggevo degli studi fatti per stabilire cosa leggessero e cosa scrivessero nel mondo greco e latino antico!

Molte delle informazioni di questo saggio le ho usate per il mio testo teatrale comico Platone, lo schiavo filosofo, ambientato quando i libri non si leggevano, e altre chicche le ho utilizzate per il ciclo di post intitolato TecnoLibri: storia di tutti i cambi di tecnologia nel mondo dei libri e di come c’è sempre qualcuno che si lamenta di quanto si stesse meglio prima…

Dal tentativo di ricostruire l’editoria nella Grecia dell’oralità alla nascita del libro come noi lo conosciamo grazie a dei lettori fenomenali che di solito non vengono mai citati: i primi cristiani. L’ebraismo aveva i rotoli così come li avevano i “vecchi culti”: i cristiani invece erano smart e rottamarono le vecchie usanze usando una tecnologia più moderna. Ed erano talmente tanti e leggevano talmente tanto – dai testi sacri alla fiction di stampo cristiano, con veri e propri supereroi religiosi! – che fecero “vincere” quell’oggetto che noi oggi, duemila anni dopo, chiamiamo libro.

Chiudo dunque con una doverosa citazione:

«Il tempo libero senza libri equivale a vera morte e sepoltura di un uomo ancora vivo» (Seneca).

L.

 
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Pubblicato da su marzo 6, 2017 in Uncategorized

 
 
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