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Wendigo (2015) di Ivano Satos

Quello che presento è un eBook prezioso, in quanto è tutto ciò che rimane dell’opera di ricerca e della interminabile passione di Ivano Satos.
Come sa chi lo seguiva, il blogger è scomparso nel nulla dalla fine del marzo 2016, e dopo poco anche i suoi due blog – “I beati lotofagi” e “Kentucky Mon Amour” – sono scomparsi, prima resi “privati” da non si sa chi e poi evaporati nel nulla. Come ho più volte detto, mi piace pensare – e sperare – che sia tornato nella natura selvaggia che tanto amava, lontano dalla Rete: ciao Ivano, e occhio a quel grizzly che ti cammina accanto…

Chi ha avuto il piacere di leggere i post di Beati Lotofagi sa che Ivano univa uno studio approfondito ad un gusto fuori dal comune: le sue passioni lo avviluppavano e doveva studiarle a fondo, fino a condividere testi molto densi e davvero speciali.
Nell’ottobre 2015 presentò un lunghissimo e particolareggiato post su un tema tanto vasto quanto creduto erroneamente noto: il Wendigo. Proprio perché questi temi fantastici sono trattati da molti media, molti lettori credono di saperne già abbastanza e quindi Ivano è dovuto andare più a fondo e fare una panoramica più vasta.
Subito dopo aver letto il post, gli ho scritto offrendo i miei “servizi” e proponendomi di trasformare il suo post in un eBook gratuito, come già facevo io per le mie “indagini”.

Il risultato è quello che vi propongo, visto che ormai da tempo non è più presente nel suo blog.
Di molte opere della storia dell’umanità ci rimangono solamente le citazioni in tutt’altri libri: mi piace pensare di aver salvato una minuscola parte dell’opera di Ivano Satos con questo eBook…

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L.

 
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Pubblicato da su luglio 21, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] L’animale culturale

La trasmissione “SuperQuark“, che seguo sin dalla sua nascita nel lontano 1983, quest’anno saluta la scomparsa di alcuni storici collaboratori, come per esempio Dànilo Mainardi.
Ho appreso della sua morte (l’8 marzo scorso) solamente quando ho Piero Angela l’ha salutato nella prima puntata di questa stagione estiva (21 giugno) e posso capire come mai la stampa sia rimasta silente davanti alla perdita di un etologo: il professor Mainardi era uno di quelli che non fanno rumore ma si limitano a fare bene il proprio lavoro guadagnandosi la stima dell’ambiente scientifico internazionale. E questo in Italia non fa mai notizia…

Sin da quand’ero bambino Mainardi mi ha raccontato fiumi di storie di animali per la mia grande gioia: non era uno stile per bambini, non raccontava favole né infiorettava o che altro. Il professor Mainardi era appunto un professore, non cantastorie, ma al contrario di quello che si pensa essere un professore significa saper raccontare: e Mainardi sapeva raccontarti storie di ogni animale possibile e immaginabile.

“Quark”, “Il mondo di Quark”, “SuperQuark”, i nomi sono cambiati nel corso di quasi 25 anni ma io ero sempre lì ad aspettare l’intervento di Mainardi, che con poche parole sapeva unire mille puntini e regalarti uno sguardo d’insieme eccezionale.

Ecco perché quando nella Libreria Feltrinelli del centro di Roma quel 1994 trovai a sorpresa “L’animale culturale” di Mainardi lo comprai a scatola chiusa.

Questo piccolo saggio BUR (terza edizione, gennaio 1988) ha una particolarità che lo contraddistingue dai pochissimi altri libri scritti dal professore – che era un oratore nato e ha scritto raramente, a livello di divulgazione: non è solo una semplice raccolta di articoli già apparsi su riviste, come saranno i successivi libri dell’autore, ma un discorso omogeneo.
L’ho letto in sette giorni – dal 22 al 29 giugno 1994 – e mentirei se dicessi di ricordare qualcosa, ma quell’estate assolata in cui durante la pausa pranzo da lavoro mi rifugiavo all’ombra di un piccolo capannone, isolato da tutto e tutti, e leggevo a manetta è un momento che ricordo sempre con affetto. E anche in forma scritta il professor Mainardi riuscì a regalarmi grandi emozioni.

Avevo circa 9 anni la prima volta che ho visto in TV Mainardi, quel 1983: dopo tutto questo tempo la notizia della sua scomparsa l’ho presa come quella di un caro amico di famiglia.
Addio, professore, e grazie per tutti gli animali…

L.

 
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Pubblicato da su luglio 17, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Capitani oltraggiosi

Come già ho avuto modo di raccontare, il 18 febbraio 2005 ho iniziato a leggere per la prima volta un romanzo dell’autore texano Joe R. Lansdale – per la precisione, l’allora ultra-rarissimo Mucho Mojo – e, totalmente rapito dal suo stile, nel giro di un anno ho letto 20 suoi romanzi, cioè tutti quelli disponibili all’epoca. In realtà solamente il 2005 è stato il mio personalissimo annus mirabilis dell’autore: avendo finito tutti i romanzi buoni, dal 2006 ho iniziato a leggere le ristampe e le furbate che cominciavano ad arrivare in Italia, rimanendo spesso deluso e disamorandomi presto di Champion Joe.

Come tutti sanno, il ciclo di romanzi di maggior successo dell’autore texano è quello con protagonisti Hap e Leonard, due tizi che in poche righe ti conquistano, ti divertono e non ti mollano più.
Quel febbraio 2005 mi ero lasciato convincere a dare una chance a questi personaggi e in brevissimo tempo ne ero schiavo. Divorai tutti i libri che li vedevano protagonisti giusto in tempo per l’uscita italiana, nel novembre 2005, di questo Capitani oltraggiosi (Captains Outrageous, 2001), edito da Einaudi.

All’epoca ancora tenevo traccia delle mie letture, così posso raccontare di aver comprato questo libro alla Stazione di Roma Termini il 29 novembre 2005 e di aver iniziato immediatamente a leggerlo, finendolo il 2 dicembre successivo, che era un venerdì.
Perché specifico che era un venerdì? Qui scatta la storia…

All’epoca ero pendolare già da un anno, e vi svelo un segreto che nessuno sa: ogni venerdì c’è uno sciopero, nel trasporto pubblico. Perché una volta sciopera una sigla, una volta un’altra, una volta gli autisti, una volta i controllori, una volta chi pulisce le vetture, e via dicendo. Chiunque si muova con i mezzi a Roma – cioè gli extracomunitari ed io – sa che ogni venerdì c’è uno sciopero e quindi un ritardo e quindi un disagio, e si mette l’anima in pace.

Quel venerdì 2 dicembre un treno fece uno “Sciopero ACDC” (Sciopero A Cazzo Di Cane) – perché se nessuno controlla che le leggi sugli scioperi vengano rispettate, chi le rispetta? – e così saltò una corsa, e quando una corsa salta sulla tratta più frequentata della Provincia di Roma significa che ci sono almeno mille persone sui binari che dovranno salire sul treno successivo, già pieno di altre mille persone.
Dopo aver aspettato un’eternità sulla banchina, mi sono dovuto fare tutto il viaggio – che ovviamente è durato il doppio rispetto al solito – su un piede solo: c’era talmente tanta gente che non c’era spazio per abbassare anche il secondo piede! (Sembra che io stia scherzando, ma vi giuro che è esattamente così che è andata.)

Malgrado tutto questo assurdo disagio, io stavo in grazia di Dio, perché avevo Hap e Leonard che mi tenevano compagnia! Quel venerdì maledetto tutti quei ritardi mi hanno permesso di bermi questo libro, letto in equilibrio su un piede e retto con una mano sola. È stata una full immersion totale e mi rimane solo una domanda: perché una tizia che viaggiava vicino a me continuava a lanciarmi occhiatacce, fissando la copertina del libro? Ok, sono due gambe nude, ma con quello che si vede in giro non credo proprio abbia potuto mal giudicare la mia lettura da questo!

L.

 
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Pubblicato da su giugno 19, 2017 in Uncategorized

 

Sorte a Venezia, ovvero: classici senza spoiler

Tutte le copertine di questo post sono finte, pure elaborazioni grafiche per dare un’idea di come sarebbero i “classici de-spoilerizzati”.

Dai tempi della serie televisiva Lost, in cui i quotidiani in edicola facevano a gara a sparare immotivatamente i colpi di scena visti negli episodi andati in onda in America, il pubblico italiano ha imparato l’ennesima parola anglofona: spoiler.
“Spoiler Alert”, “Attenzione: Spoiler”, “Inizio Spoiler”, “Fine Spoiler”: blog, siti, forum e social sciabordano di queste scritte che mettono in guardia il lettore perché si stanno rivelando elementi fondamentali di una qualche trama. Che siano film, telefilm, videogiochi, fumetti o quant’altro, dopo un periodo in cui la gente ti fermava per strada per rivelarti chi moriva in Grey’s Anatomy, è scoppiata la Mania dello Spoiler: oggi rivelare a qualcuno un qualsiasi particolare di una qualsiasi storia è socialmente simile ad averlo picchiato a sangue!

Teoricamente è giusto che un “utente” (lettore/spettatore) abbia diritto a navigare tranquillo senza che gli venga svelato il finale di qualcosa, ma è anche vero che la regola aurea recita: “non googlare mai ciò che stai seguendo a puntate!
L’Italia è sempre indietro, quindi qualsiasi cosa tu stia vedendo o leggendo comunque in rete c’è qualcuno che ti sta avanti e ne sta parlando. Arginare tutto questo è impossibile, ma d’un tratto si è tutto rovesciato. Ora se riveli qualcosa rischi grosso…

Non so se qualcuno ricorda ancora il Natale in cui uscì al cinema Star Wars VII. La trasmissione in diretta del Veglione di Capodanno della RAI ebbe la malaugurata idea di mandare in onda in sovrimpressione gli SMS degli spettatori: parolacce e bestemmie erano quasi scontate, ma passò anche un messaggio che rivelava la sorte di un personaggio del film in questione.
La Guerra agli Spoiler è una cosa seria: le polemiche scoppiate con la RAI solo di facciata riguardavano le bestemmie, perché la rabbia maggiore era… un “colpo di scena” rovinato di Star Wars. (La lobby di Star Wars potente è…) (Ah, e per i poveri di spirito specifico che ovviamente sto scherzando!)

Questa guerra ha recentemente colpito anche i classici della letteratura, quelli cioè che un tempo erano talmente noti che esulavano dalle frasi che tutti abbiamo pronunciato davanti a qualcuno che l’avesse già letto: «Non mi dire niente, che devo ancora leggerlo!» Avete mai fermato qualcuno che stava per rivelarvi il finale dell’Odissea? Vi siete mai tappate le orecchie perché qualcuno vicino a voi stava parlando dei Promessi sposi? Credo proprio di no.
In questo clima di terrore da spoiler si cominciano a guardare di malocchio titoli con “morte” nel titolo, perché… be’, perché annunciano la morte di un personaggio del romanzo… e questo è lo spoiler peggiore di tutti!

Già vi ho parlato di Chiara Prezzavento, instancabile appassionata di letteratura inglese nonché mille altre cose: fra cui l’aver collaborato con me nel parlare del Mistero Shakespeare.
In questo post del suo blog “Senza errori di stumpa” ha raccontato come una rappresentazione teatrale del grande classico Delitto e castigo abbia sollevato critiche… per un titolo che rivela già parte della trama!

La domanda dunque è: in questi tempi di guerra allo spoiler, quanto passerà prima che qualche genio proponga di “de-spoilerare” i titoli dei grandi classici?
Chiara si è lanciata in alcune proposte che considero geniali:

  • Il destino di Ivan Il’ic
  • Che ne è stato del commesso viaggiatore?
  • Fato incerto a Venezia,
  • Una delle estati di Klingsor
  • Una fase della storia della Casa degli Usher

Spero non ci sia bisogno di riportare i veri titoli di questi classici…

Per carità, io per primo odiavo quando le maestre e professoresse mi ripetevano il mantra «Mica è un giallo: non importa se sai come va a finire, lo devi leggere perché è scritto bene», quindi non dico che certi libri debbano per forza rivelare il finale, ma se un testo non punta tutto sul colpo di scena finale, che importa saperlo già prima?
I film di M. Night Shyamalan si basano tutti esclusivamente sul colpo di scena finale, tolto il quale del film non rimane assolutamente nulla: un classico ti entra dentro e ti parla al di là della trama o del “colpevole” da scoprire.

Tornando a Delitto e castigo, le pene di Raskol’nikov esulano dal “giallo alla tenente Colombo”: già sappiamo tutti dalla prima pagina che è il giovane ad uccidere la vecchia, esattamente come nei telefilm di Colombo conosciamo subito l’omicidio. Che ci sarà un “castigo” non è un colpo di scena rovinato: avete mai letto un romanzo dove l’assassino la fa franca, prospera e ride in faccia alla giustizia? Di solito, almeno con i classici, questo non succede… (Succede nella realtà, ed è per questo che si legge: la letteratura corregge la realtà.)

Chiedetelo al povero Jean Valjean: si è rifatto una vita e ha fatto mille volte più bene rispetto a quella minuscola briciola di male compiuta… eppure dovrà pagare per quella. (Tranquilli, non ho rivelato nulla de I miserabili!)

Forse siamo troppo abituati alla soap opera mascherata che imperversa nella narrativa contemporanea, dove sono più importanti le vicende dei personaggi di come sono scritte, dove sapere “che fine fa” un personaggio supera di gran lunga il gusto di come è descritto. Per questo un colpo di scena rovinato è un peccato grave, molto di più che sapere quale dei fratelli Karamazov è il vero assassino del padre… ah, non sapevate che papà Karamazov muore? Su, non fate quelle facce: non sapete mica chi l’ha ucciso…

E voi, avete storie da spoiler da raccontarmi? Vi farebbe tanto dispiacere se qualcuno vi “rovinasse” un classico, anche se ha la parola “morte” nel titolo?
In fondo se iniziate a leggere C’è un cadavere in biblioteca di Agatha Christie, non lamentatevi se il titolo vi spoilera cosa viene trovato in biblioteca…

L.

 
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Pubblicato da su giugno 7, 2017 in Uncategorized

 

I miei anni ’80: gli anni Etruschi!

Rispondo alla chiamata di Ivano Landi, come già fatto da Cassidy, e partecipo anch’io all’iniziativa di MikiMoz: I miei anni ’80.

Ecco le regole base:

  • 1. Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni ’80, in base ai vari macroargomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell’epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! Chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette);
  • 2. Avvisare Moz dell’eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento sul post originario!
  • 3. taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

Cinema

Non so quanto costasse un biglietto del cinema nei primi anni Ottanta, ma di sicuro doveva essere una cifra molto bassa, visto che i miei genitori mi ci portavano a getto continuo. Un buon 80% delle mie richieste di giocattoli riceveva un “no” come risposta – anche perché ero un gargarozzone e chiedevo qualsiasi cosa! – ma non ricordo una sola volta in cui abbia proposto di andare al cinema e abbia ricevuto un rifiuto.

In realtà una volta ci fu, nel 1982 circa. Avevo otto anni e volevo vedere E.T. al cinema, ma mia madre si oppose perché temeva che mi mettessi paura, trattandosi di un mostro alieno. Aveva ragione, mi mettevo paura molto facilmente – durante la puntata dei Visitors in cui si toglievano la pelle avevo vomitato dalla tensione – ma volevo assolutamente vedere il film. Mi lanciai così in una performance da Premio Oscar, interpretando il ruolo del bambino affranto che non conoscerà mai più la felicità nella vita perché gli stavano strappando la gioia di vedere quel film. I miei occhi bassi e il broncio fecero effetto, e così mi portarono a vedere il film: non mi misi paura ma piansi come un rubinetto, nel finale…

Sotto casa avevamo un cinema parrocchiale che censurava i film ma evidentemente costava poco. La sala era gigantesca – per fortuna la malattia dei multisala era ancora lontana – non esistevano tonnellate di divieti e in sala vigeva l’anarchia più totale. Immaginatevi una sala popolare con secchiate di ragazzini urlanti, genitori che fumano come turchi, dove tutti mangiano quintali di schifezze durante l’intera durata del film e buttano tutto per terra. Quando uscivi, ti sembrava di tornare da una zona di guerra, e se un bambino cadeva sul pavimento lo lasciavano lì: ripulirlo da quella sporcizia sarebbe stato impossibile…

Film

Prima che in casa nostra entrasse un videoregistratore (nel 1986) non esistevano i film. La RAI ogni tanto faceva qualcosa per sbaglio, ma di solito erano film con Celentano. Sulle reti di Berlusconi invece ci si divertiva di più, e potevi beccare del nudismo gratuito in qualsiasi orario, ma le decine di ore di spot pubblicitari erano qualcosa di insopportabile.
Per i film dunque c’era il cinema. In sala ho visto tutti i film di Bud Spencer e Terence Hill usciti all’epoca, tutti i cartoni animati Disney che beccavo in programmazione, e poi tutto il resto. Da Wargames a Ghostbusters, da Il sommergibile più pazzo del mondo a Fracchia la belva umana (uno dei più grandi capolavori della storia dell’umanità!)

Poi arrivò l’epoca d’oro delle videoteche e mi sono fatto male, ma male davvero. All’inizio in famiglia affittavamo solo film per il weekend (venerdì, sabato e domenica, quindi “solo” tre film) mentre durante la settimana vedevamo telefilm registrati per “andare avanti” la pubblicità, poi ben presto siamo passati ad un film a sera, registrando titoli dai canali del Biscione, che nel frattempo cominciava a comprare cose decenti.
Qualsiasi film sia stato distribuito nelle videoteche italiane dal 1986 è stato da me vagliato, quando non affittato: ero uno scrutatore professionista di videoteche! Nel 1990 avevo in tasca la tessera di ben sei videoteche diverse, sparse per Roma, e non parlo di Blockbuster: parlo di videoteche vere, con titoli che nessun essere umano dovrebbe vedere…

Comics

Non c’era molta scelta: per anni ed anni ho letto fino ad imparare a memoria ogni storia del settimanale “Topolino“. Il primo numero comprato risale all’incirca al 1981, e ho smesso di comprarlo sul finire degli Ottanta. Era la mia pubblicazione di riferimento, anche se non capivo nulla di tutti quegli articoli di calcio.
Nella seconda metà degli Ottanta ho scoperto i “fumettari”, cioè i negozi dell’usato dove costava tutto la metà, e che addirittura accettavano cambi. Scoprii così i fumetti di Geppo, che adoravo, e qualche altro eroe di tempi passati. Ma soprattutto scoprii “Eureka” e le altre riviste con le strisce comiche, che da allora consumai in quantità industriali.
Sin dagli inizi degli Ottanta per casa giravano le antologie di Andy Capp, poi scoprii le Sturmtruppen, riscoprii Nilus (che adoravo sin dalle elementari) e in generale sono sempre stato circondato da abbondanti quintali di strisce comiche, e conservo ancora tutte quelle che sono riuscito a salvare dalle sabbie del tempo.

Nel 1988 circa ho ceduto alla passione paterna per Tex Willer e ho iniziato lunghi anni di letture texiane: nei fumettari ho venduto tutti i miei Topolini per comprare Tex, mentre per Dylan Dog non si poteva: nel 1988-89 Dylan era Dio e la gente vendeva la madre per averlo: figuriamoci se accettavano cambi!
Sul finire degli Ottanta scoprii il Punitore della Marvel, che poi divenne The Punisher, e da allora l’ho amato e letto per molti anni. Solo l’anno scorso mi ha deluso profondamente per com’è stato trattato e mi ci sono allontanato.

I supereroi Marvel non mi sono mai capitati, e quando ne ho provato a leggere qualcuno – trovato a poco nelle ceste dei fumettari – non c’ho capito una mazza. Così ho perso l’imprinting e ancora oggi non mi piacciono.

Giochi

Nei primi anni Ottanta c’erano tanti giochi da tavola, che adoravo, Monopoli in primis, ma soprattutto non c’era ancora il regime di totale ed abissale odio per i giochi da tavola che avrebbe colpito il mondo di lì a poco. Io sono leggenda, perché sono l’ultima persona al mondo ad amare il gioco della Tombola: ogni Natale popolazioni di esseri con i volti contratti dalla forza con cui odiano quel gioco venivano ad ammirarmi stupiti, chiedendosi come potesse esistere una forma di vita che ama la Tombola. Oggi le stesse persone spendono soldi per giocare alla Tombola d’azzardo on line.

Io adoravo il Paroliere, prima che l’intera popolazione mondiale venisse sostituita da odiatori di Paroliere. Poi qualche anno fa orde di persone mi fermavano per strada chiedendomi perché fossi l’unico uomo al mondo a non essere iscritto a Razzle, cioè il Paroliere on line: sono fatto così, io sono leggenda…
Ovviamente oggi tutti quelli che odiano i giochi da tavola dicono di aver amato i giochi da tavola: non credeteci.

Per i pupazzi invece i miei gusti sono decisamente mainstream: Masters of the Universe e Lego come se piovesse, come se non esistesse un domani. Non ho mai accettato altro in regalo per feste o compleanni! Ancora oggi conservo tutti i Masters e i Lego che mi sono passati per le mani.

Da più piccolo giocavo tantissimo con una serie di pupazzetti della Walt Disney (made in 1978) che oggi sono abbastanza da collezionisti, e per fortuna conservo ancora in perfetto stato. Ho passato ore felici con la serie di Pippo Olimpionico, ma quando nel 1983 su Topolino vidi la pubblicità di Skeletor… tutto è cambiato…

Meno fortunata è stata la mia serie di pupazzetti di Goldrake, che oggi sarebbe un gioiello prezioso: giocandoci in giro alla fine li ho persi uno per uno, e mi sono rimasti giusto un paio di personaggi di cui non ricordo neanche il nome! Comunque nei primissimi anni Ottanta ho avuto diversi Goldrake, Jeeg Robot e via dicendo, ma purtroppo li portavo a scuola e li perdevo, standoci malissimo. Da allora non ho mai più perso un solo giocattolo…

Ah, e ho amato fortissimamente i Micronauti: peccato non essere riuscito a conservarne nessuno.

Videogames

Andavo alle elementari quando mio padre portò a casa il Commodore64, quindi parliamo della prima metà degli anni Ottanta. Essendo io leggenda, sono l’unico che usava il computer per programmare, più che per giocare. Adoravo scrivere in Basic: Input, Poke, Goto, che comandi meravigliosi. Tutto il mondo si trasformava in matematica e come Beautiful Mind io ero lì a cogliere il collegamento di ogni cosa…

Poi giocavo anche, ma vista la mia totale incapacità nei giochi mia madre non dovette insistere più di tanto nell’imporre un limite al tempo passato a giocare: mi stufavo molto presto perché perdevo sempre ed era alquanto frustrante. Tra i giochi che più mi hanno portato via tempo c’era Jumpman’s Junior, Dungeon e Bruce Lee. Avevo decine e decine di giochi, copiati in giro, ma questi erano gli unici in cui riuscivo ad arrivare ai livelli alti.

Poi ovviamente il mio cuore era per The Last Ninja 1 e 2, che però era impossibile da giocare per una schiappa come me.
Il primo ed unico videogioco comprato per C64 è stato Predator 2, ma essendo del 1991 è fuori dal discorso…

Non ho mai infilato una sola lira nei videogiochi da bar, sia perché nel mio quartiere erano rari (ce li aveva solo un bar dalla fama non cristallina), sia perché… non ce l’avevo quella lira! (O meglio, la paghetta me la spendevo in altre cose.) E poi tanto avrei perso in due secondi, sarebbe stato solo uno spreco di soldi.

Televisione

Non ho mai conosciuto qualcuno che da ragazzino avesse delle regole riguardo alla TV, cioè orari in cui guardarla per evitare di diventarne drogato. Comunque io avevo questi orari, ma non mi sono mai pesati: sono riuscito lo stesso a guardarmi tonnellate di tutto!

I miei ricordi più vecchi e più cari sono quando vedevo Jeeg Robot con mia madre, che si appassionava alla trama. Poi c’è stato il periodo in cui su TVR Voxson alle 19 c’era in rapida sequenza Lupin III e la serie L’incredibile Hulk, che duravano circa dieci ore l’uno perché non esisteva ancora la regolamentazione degli spot pubblicitari. Durante Lupin III, cartone dalla durata di circa 20 minuti, passavano decine di spot pubblicitari sempre dannatamente identici: Pellicce Annabella, «È Pallini un gran mistrà», Vecchia Romagna sigillo nero, Crystal Ball e tanti altri. Ricordo molto più gli spot che gli episodi della prima stagione di Lupin, in cui non ci capivo niente: anche perché ogni cinque minuti c’era un’interruzione. (Perché Margot ora la chiamano Fujiko? Le TV non stavano certo attenti alla continuity…)

Crescendo ho visto ogni cartone animato trasmesso in TV fino almeno alla seconda metà degli anni Ottanta: da Goldrake a Candy Candy, da Trider G7 a Georgie. Non ero tra quelli che volevano solo “roba da maschi”, io volevo TUTTO. Che parlassero di immigrati in Australia, di turbamenti d’amore, di spietati college femminili, di tennis o di golf, io vedevo tutto: perché già allora sentivo che la narrativa non aveva confini, e che una buona storia è una buona storia, qualunque siano i protagonisti.

Poi arrivò l’epoca dei telefilm, e anche qui ho fatto il botto. Non ricordo molto dei primi anni Ottanta – se non milioni di episodi di Perry Mason – ma di sicuro con l’arrivo del videoregistratore in casa nel 1986 iniziammo a registrare la serie TV durante il giorno per poi vederle di sera. Essendo in tre a decidere, alla fine ci siamo assestati su certi titoli famosi: Starsky & Hutch, Simon & Simon e Riptide li abbiamo visti fino alla nausea, mentre per le sit-com abbiamo imparato a memoria I Jefferson, Casa Keaton e poco altro.

La televisione in casa mia non è mai stata sintonizzata su un gioco a premi, con la curiosa eccezione di “BIS” di Mike Bongiorno, il gioco dei rebus di cui avevo anche la versione da tavola! Rimane un mistero il perché di questa eccezione…
Avevo circa 9 anni quando mia madre subì un’operazione seria e per un certo periodo sono stato solo a casa con mia nonna, che in pratica era un’estranea per me. Lei mi fece conoscere “Il pranzo è servito” condotto da Corrado, che credo d’aver trovato divertente, ma è stata una breve parentesi: non ho mai più seguito alcun gioco, né altro prodotto di intrattenimento televisivo.

Per finire, nei primi anni Ottanta esattamente come ogni altro mio coeataneo la domenica era il giorno dedicato al nostro dio: un dio chiamato “Drive-In“. Per anni e anni il lunedì a scuola si ripetevano gli sketch dei comici preferiti e si commentavano le curve di Carmen Russo. Mi si dice che i bambini non pensano alle femminucce: io e i miei compagni di elementari ci pensavamo eccome. Magari non avevamo ben chiaro cosa fare, ma che volevamo fare qualcosa era assolutamente sicuro. E le ballerine di “Drive-In” ce lo ricordavano ogni settimana…

Cibo

Mai interessato minimamente al cibo. Il mio cuore batteva per le Fiesta, ma quelle vere: quelle con il liquore Strega dentro.

Adoravo le merendine Montebovi ma avrei mangiato del cioccolato anche in testa a un lebbroso. Ricordo quant’era buono lo yogurt al malto, che finiti gli anni Ottanta non ho più ritrovato. (Quello che oggi viene spacciato per tale non gli assomiglia neanche alla lontana.)

Non ho mai guardato quello che c’era nel piatto, mangiavo e basta quindi non ho altro da dire sul cibo.

Libri

Da bambino non mi piaceva leggere, così i miei dovevano impormelo. Perché sapevano che potevo anche scalciare, ma poi iniziato a leggere mi appassionavo e mi piaceva tantissimo. Avevo casa piena di libri per l’infanzia com’erano concepiti all’epoca: cioè ottimi libri per qualsiasi età, non le stupidate per ragazzini.

Erano libri in cui si moriva e si uccideva, in cui c’era il male senza veli. Negli anni Ottanta si consideravano opere l’infanzia “Incompreso” (Misunderstood, 1869) di Florence Montgomery, cioè la lenta agonia mortale di un bambino davanti all’indifferenza del padre; “I ragazzi della Via Paal” (A Pal utcai fiuk, 1906) di Ferenc Molnár, la lenta agonia mortale di un bambino vittime delle guerre di bande; “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues, 1929) di Erich Maria Remarque, la lenta morte di un giovane in trincea. Quando ho conosciuto le avventure di Jules Verne ho tirato un sospiro di sollievo, perché non moriva nessuno!

Tranne Verne, che mi piaceva tantissimo ma non mi commuoveva, ad ogni fine di romanzo piangevo a dirotto, anche con “Il fantasma di Canterville” (The Canterville Ghost, 1887) di Oscar Wilde, un autore che sapeva straziarti il cuore come pochi. Tecnicamente il fantasma era già morto, ma dopo aver risolto le sue questioni l’happy ending arrivava quando finalmente poteva abbandonare la sua forma di fantasma… e in pratica era come se morisse!

La noia mortale invece arrivava dai punti più inaspettati. Senza saperlo già da bambino frequentavo le novelization – romanzi tratti da film – e ricordo la bruttezza epica di “E.T.” di William Kotzwinkle e la noia mortale di “Starman” di Alan Dean Foster.

C’era però anche la saggistica, che ho sempre amanto sin da bambino. Erano anni in cui le arti marziali spopolavano in ogni dove, ma non le stupide bambinate con le tartarughe: le arti marziali vere.
Nella metà degli anni Ottanta avevo sul comodino, fissi, la biografia di Bruce Lee di Alex Ben Block – la prima scritta, la prima a non avallare tesi mistico-leggendarie ma addirittura a presentare il referto medico dell’autopsia – e “Ninja: l’arte dell’invisibilità” (1986) di Bruno Abietti, perché già a 12 anni ero fuori di testa per i ninja. (Quelli veri.)

Shopping

Mai comprato un solo capo di vestiario negli anni Ottanta. Credo che la prima volta che ho speso dei soldi miei per qualcosa da indossare sia stato nel 1995, quando mi serviva un giaccone nuovo perché andavo a lavoro in motorino e faceva un freddo dannato con la giacca a vento vecchia di vent’anni!

Ricordo dell’epoca

L’Etrusco nel 1982

Anno 1982. L’Etrusco a 8 anni già digita al computer un saggio! (Uno studio sulla pesca dei granchi sugli scogli, attività estiva per la quale andavo pazzo! Tranquilli, non ho mai ucciso volutamente un granchio: li catturavo col retino, li guardavo nel secchiello e poi li liberavo.)
Il computer è un terminale di videoscrittura MDT, un sarcofago del peso di una tonnellata del tutto privo di memoria interna: si scriveva salvando direttamente su floppy disk da 5 pollici, e se andava via la corrente perdevi tutto. Aveva uno schermo minuscolo (andando a memoria, mi sa che erano tipo 10 pollici) ma all’epoca era l’ultima frontiera dell’editoria. Su una macchina come quella, nel 1989 circa, ho imparato a digitare a dieci dita. Vista la mole sconfinata di testi che ho digitato da allora, è stata un’idea azzeccata!

L.

 
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Pubblicato da su maggio 31, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Armi, acciaio e malattie

Con rammarico scopro di non avere alcuna annotazione (né memoria) di quando ho letto questo saggio, ma visto che l’edizione è dell’ottobre 2000 probabilmente risale all’incirca a quella data il mio incontro con un saggio che mi ha scatenato forti e contrastanti passioni.
Sto parlando del celeberrimo Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies, 1997) di Jared Diamond, nell’edizione “Einaudi Tascabili. Saggi” (n. 778) con traduzione di Luigi Civalleri.

Da quando ha vinto il Premio Pulitzer nel 1998, questo saggio è citato con molto ossequio: questo non mi ferma dal criticarlo, perché anche i Premi Pulitzer possono sbagliare…
Mi spiego.

Questo saggio consiste in circa 300 pagine fittissime – scritte in un carattere piccolissimo! – di pura passione: è impossibile smettere di leggerle e ricordo di aver divorato con enorme piacere il libro. Diamond è un ottimo divulgatore e la sua analisi della “storia del mondo” – nel quale la cultura umana si è evoluta grazie o malgrado tre grandi fattori, elencati dal titolo – è illuminante e dà mille spunti di riflessione.
Però poi ogni tanto l’autore si lancia in considerazioni personali che si poteva benissimo evitare, cadute di stile che non ci si aspetterebbe da un narratore così illuminato.

Purtroppo sono passati quasi vent’anni dalla lettura e non aver preso appunti non aiuta la mia memoria, ma cerco di spiegare la sensazione che ho avuto leggendo questo libro.
Immaginate che io riesca a spiegarvi in modo semplice ed efficace la legge della relatività di Einstein, che da questo momento in poi farà parte di voi e non dimenticherete più, però poi chiuda il discorso sottolineando come “c’è la crisi, c’è la crisi, ma tutti quanti han per lo meno due macchine” (come cantavano Latte e i Suoi Derivati).
Ecco, il passaggio da un discorso universale a constatazioni particolari e personali, frutto solo di luoghi comuni, è disarmante.

Diamond mette sul tavolo analisi universali e sorprendenti, ti fornisce tutti i dati che però poi porta a conclusioni del tutto NON condivisibili. Però, al contrario degli autori disonesti e furbetti, lui i dati li fornisce al lettore, così che chi non la pensa come lui comunque si arricchisce dal saggio. E questo denota buona fede, un elemento per nulla scontato (soprattutto in saggistica).

Ricordo quanto mi infiammavo a leggere questo libro, perché ero in così abissale disaccordo con le conclusioni dell’autore, ma nel percorso le sue analisi mi hanno arricchito quindi non posso che essere riconoscente a Diamond.

L.

 
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Pubblicato da su maggio 29, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Scimmie cacciatrici

Era il gennaio o al massimo il febbraio del 2001 quando vidi in una vetrina di una libreria questo “Scimmie cacciatrici” (The Hunting Apes, 1999) di Craig B. Stanford, volume 14 della collana “La Lente di Galileo” (Longanesi & C.), con traduzione di Isabella C. Blum.

Non era la mia solita libreria, perché in quel periodo frequentavo ogni giorno un quartiere di Roma molto lontano da dove abitavo. L’agenzia interinale che teoricamente avrebbe dovuto procurarmi lavoro stava tergiversando: era finita una grande commissione ed eravamo una decina di venticinquenni rimasti d’un tratto a spasso. Per tenerci buoni, in attesa di non si sa cosa, l’agenzia ci sbatté in uno stanzino di un palazzo dall’altra parte della città, all’interno del quale c’erano due vecchi PC con caricato un corso interattivo di non ricordo più che cosa. Passare la mattinata a cliccare su quel corso interattivo – peraltro in inglese, anche se scolastico – era considerato “corso di aggiornamento”. Insomma, eravamo in un limbo disarmante.

In questo clima ogni mattina attraversavo la città in metropolitana, senza vedere molte speranze per il futuro. E poi – purtroppo non ricordo più dove – in una vetrina vidi questo saggio.
Andiamo, spendere 28.000 lire per un libro è fuori discussione: chissà quando vedrò un altro stipendio, visto che ovviamente quel corso era “a gratis”: Non se ne parla proprio… E uscii dal negozio con il libro sotto braccio.

In quei giorni ho divorato avidamente questo stupendo saggio di etologia, che appassiona dalla prima pagina e non riuscivo più a staccare. Più di una volta mi sono fermato in stazione perché era fuori discussione uscire dalla metro senza aver finito il capitolo!
Non so più da quanto tempo non mi capita sott’occhio un saggio di etologia così bello, forse perché magari le case editrici e le librerie sono morte da tempo: e se sono ancora vive, di sicuro non espongono né pubblicizzano le loro uscite. (Se un libro esce in una foresta e nessuno se ne accorge, è uscito davvero?)

Malgrado la situazione difficile, quel periodo lo ricordo con piacere perché durante quei viaggi disperati che l’agenzia ci faceva fare, per non dover ammettere che non aveva lavoro per noi, ho letto splendidi libri che conservo ancora.

L.

 
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Pubblicato da su maggio 22, 2017 in Uncategorized

 
 
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