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[Un libro, una storia] Capitani oltraggiosi

Come già ho avuto modo di raccontare, il 18 febbraio 2005 ho iniziato a leggere per la prima volta un romanzo dell’autore texano Joe R. Lansdale – per la precisione, l’allora ultra-rarissimo Mucho Mojo – e, totalmente rapito dal suo stile, nel giro di un anno ho letto 20 suoi romanzi, cioè tutti quelli disponibili all’epoca. In realtà solamente il 2005 è stato il mio personalissimo annus mirabilis dell’autore: avendo finito tutti i romanzi buoni, dal 2006 ho iniziato a leggere le ristampe e le furbate che cominciavano ad arrivare in Italia, rimanendo spesso deluso e disamorandomi presto di Champion Joe.

Come tutti sanno, il ciclo di romanzi di maggior successo dell’autore texano è quello con protagonisti Hap e Leonard, due tizi che in poche righe ti conquistano, ti divertono e non ti mollano più.
Quel febbraio 2005 mi ero lasciato convincere a dare una chance a questi personaggi e in brevissimo tempo ne ero schiavo. Divorai tutti i libri che li vedevano protagonisti giusto in tempo per l’uscita italiana, nel novembre 2005, di questo Capitani oltraggiosi (Captains Outrageous, 2001), edito da Einaudi.

All’epoca ancora tenevo traccia delle mie letture, così posso raccontare di aver comprato questo libro alla Stazione di Roma Termini il 29 novembre 2005 e di aver iniziato immediatamente a leggerlo, finendolo il 2 dicembre successivo, che era un venerdì.
Perché specifico che era un venerdì? Qui scatta la storia…

All’epoca ero pendolare già da un anno, e vi svelo un segreto che nessuno sa: ogni venerdì c’è uno sciopero, nel trasporto pubblico. Perché una volta sciopera una sigla, una volta un’altra, una volta gli autisti, una volta i controllori, una volta chi pulisce le vetture, e via dicendo. Chiunque si muova con i mezzi a Roma – cioè gli extracomunitari ed io – sa che ogni venerdì c’è uno sciopero e quindi un ritardo e quindi un disagio, e si mette l’anima in pace.

Quel venerdì 2 dicembre un treno fece uno “Sciopero ACDC” (Sciopero A Cazzo Di Cane) – perché se nessuno controlla che le leggi sugli scioperi vengano rispettate, chi le rispetta? – e così saltò una corsa, e quando una corsa salta sulla tratta più frequentata della Provincia di Roma significa che ci sono almeno mille persone sui binari che dovranno salire sul treno successivo, già pieno di altre mille persone.
Dopo aver aspettato un’eternità sulla banchina, mi sono dovuto fare tutto il viaggio – che ovviamente è durato il doppio rispetto al solito – su un piede solo: c’era talmente tanta gente che non c’era spazio per abbassare anche il secondo piede! (Sembra che io stia scherzando, ma vi giuro che è esattamente così che è andata.)

Malgrado tutto questo assurdo disagio, io stavo in grazia di Dio, perché avevo Hap e Leonard che mi tenevano compagnia! Quel venerdì maledetto tutti quei ritardi mi hanno permesso di bermi questo libro, letto in equilibrio su un piede e retto con una mano sola. È stata una full immersion totale e mi rimane solo una domanda: perché una tizia che viaggiava vicino a me continuava a lanciarmi occhiatacce, fissando la copertina del libro? Ok, sono due gambe nude, ma con quello che si vede in giro non credo proprio abbia potuto mal giudicare la mia lettura da questo!

L.

 
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Pubblicato da su giugno 19, 2017 in Uncategorized

 

Sorte a Venezia, ovvero: classici senza spoiler

Tutte le copertine di questo post sono finte, pure elaborazioni grafiche per dare un’idea di come sarebbero i “classici de-spoilerizzati”.

Dai tempi della serie televisiva Lost, in cui i quotidiani in edicola facevano a gara a sparare immotivatamente i colpi di scena visti negli episodi andati in onda in America, il pubblico italiano ha imparato l’ennesima parola anglofona: spoiler.
“Spoiler Alert”, “Attenzione: Spoiler”, “Inizio Spoiler”, “Fine Spoiler”: blog, siti, forum e social sciabordano di queste scritte che mettono in guardia il lettore perché si stanno rivelando elementi fondamentali di una qualche trama. Che siano film, telefilm, videogiochi, fumetti o quant’altro, dopo un periodo in cui la gente ti fermava per strada per rivelarti chi moriva in Grey’s Anatomy, è scoppiata la Mania dello Spoiler: oggi rivelare a qualcuno un qualsiasi particolare di una qualsiasi storia è socialmente simile ad averlo picchiato a sangue!

Teoricamente è giusto che un “utente” (lettore/spettatore) abbia diritto a navigare tranquillo senza che gli venga svelato il finale di qualcosa, ma è anche vero che la regola aurea recita: “non googlare mai ciò che stai seguendo a puntate!
L’Italia è sempre indietro, quindi qualsiasi cosa tu stia vedendo o leggendo comunque in rete c’è qualcuno che ti sta avanti e ne sta parlando. Arginare tutto questo è impossibile, ma d’un tratto si è tutto rovesciato. Ora se riveli qualcosa rischi grosso…

Non so se qualcuno ricorda ancora il Natale in cui uscì al cinema Star Wars VII. La trasmissione in diretta del Veglione di Capodanno della RAI ebbe la malaugurata idea di mandare in onda in sovrimpressione gli SMS degli spettatori: parolacce e bestemmie erano quasi scontate, ma passò anche un messaggio che rivelava la sorte di un personaggio del film in questione.
La Guerra agli Spoiler è una cosa seria: le polemiche scoppiate con la RAI solo di facciata riguardavano le bestemmie, perché la rabbia maggiore era… un “colpo di scena” rovinato di Star Wars. (La lobby di Star Wars potente è…) (Ah, e per i poveri di spirito specifico che ovviamente sto scherzando!)

Questa guerra ha recentemente colpito anche i classici della letteratura, quelli cioè che un tempo erano talmente noti che esulavano dalle frasi che tutti abbiamo pronunciato davanti a qualcuno che l’avesse già letto: «Non mi dire niente, che devo ancora leggerlo!» Avete mai fermato qualcuno che stava per rivelarvi il finale dell’Odissea? Vi siete mai tappate le orecchie perché qualcuno vicino a voi stava parlando dei Promessi sposi? Credo proprio di no.
In questo clima di terrore da spoiler si cominciano a guardare di malocchio titoli con “morte” nel titolo, perché… be’, perché annunciano la morte di un personaggio del romanzo… e questo è lo spoiler peggiore di tutti!

Già vi ho parlato di Chiara Prezzavento, instancabile appassionata di letteratura inglese nonché mille altre cose: fra cui l’aver collaborato con me nel parlare del Mistero Shakespeare.
In questo post del suo blog “Senza errori di stumpa” ha raccontato come una rappresentazione teatrale del grande classico Delitto e castigo abbia sollevato critiche… per un titolo che rivela già parte della trama!

La domanda dunque è: in questi tempi di guerra allo spoiler, quanto passerà prima che qualche genio proponga di “de-spoilerare” i titoli dei grandi classici?
Chiara si è lanciata in alcune proposte che considero geniali:

  • Il destino di Ivan Il’ic
  • Che ne è stato del commesso viaggiatore?
  • Fato incerto a Venezia,
  • Una delle estati di Klingsor
  • Una fase della storia della Casa degli Usher

Spero non ci sia bisogno di riportare i veri titoli di questi classici…

Per carità, io per primo odiavo quando le maestre e professoresse mi ripetevano il mantra «Mica è un giallo: non importa se sai come va a finire, lo devi leggere perché è scritto bene», quindi non dico che certi libri debbano per forza rivelare il finale, ma se un testo non punta tutto sul colpo di scena finale, che importa saperlo già prima?
I film di M. Night Shyamalan si basano tutti esclusivamente sul colpo di scena finale, tolto il quale del film non rimane assolutamente nulla: un classico ti entra dentro e ti parla al di là della trama o del “colpevole” da scoprire.

Tornando a Delitto e castigo, le pene di Raskol’nikov esulano dal “giallo alla tenente Colombo”: già sappiamo tutti dalla prima pagina che è il giovane ad uccidere la vecchia, esattamente come nei telefilm di Colombo conosciamo subito l’omicidio. Che ci sarà un “castigo” non è un colpo di scena rovinato: avete mai letto un romanzo dove l’assassino la fa franca, prospera e ride in faccia alla giustizia? Di solito, almeno con i classici, questo non succede… (Succede nella realtà, ed è per questo che si legge: la letteratura corregge la realtà.)

Chiedetelo al povero Jean Valjean: si è rifatto una vita e ha fatto mille volte più bene rispetto a quella minuscola briciola di male compiuta… eppure dovrà pagare per quella. (Tranquilli, non ho rivelato nulla de I miserabili!)

Forse siamo troppo abituati alla soap opera mascherata che imperversa nella narrativa contemporanea, dove sono più importanti le vicende dei personaggi di come sono scritte, dove sapere “che fine fa” un personaggio supera di gran lunga il gusto di come è descritto. Per questo un colpo di scena rovinato è un peccato grave, molto di più che sapere quale dei fratelli Karamazov è il vero assassino del padre… ah, non sapevate che papà Karamazov muore? Su, non fate quelle facce: non sapete mica chi l’ha ucciso…

E voi, avete storie da spoiler da raccontarmi? Vi farebbe tanto dispiacere se qualcuno vi “rovinasse” un classico, anche se ha la parola “morte” nel titolo?
In fondo se iniziate a leggere C’è un cadavere in biblioteca di Agatha Christie, non lamentatevi se il titolo vi spoilera cosa viene trovato in biblioteca…

L.

 
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Pubblicato da su giugno 7, 2017 in Uncategorized

 

I miei anni ’80: gli anni Etruschi!

Rispondo alla chiamata di Ivano Landi, come già fatto da Cassidy, e partecipo anch’io all’iniziativa di MikiMoz: I miei anni ’80.

Ecco le regole base:

  • 1. Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni ’80, in base ai vari macroargomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell’epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! Chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette);
  • 2. Avvisare Moz dell’eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento sul post originario!
  • 3. taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

Cinema

Non so quanto costasse un biglietto del cinema nei primi anni Ottanta, ma di sicuro doveva essere una cifra molto bassa, visto che i miei genitori mi ci portavano a getto continuo. Un buon 80% delle mie richieste di giocattoli riceveva un “no” come risposta – anche perché ero un gargarozzone e chiedevo qualsiasi cosa! – ma non ricordo una sola volta in cui abbia proposto di andare al cinema e abbia ricevuto un rifiuto.

In realtà una volta ci fu, nel 1982 circa. Avevo otto anni e volevo vedere E.T. al cinema, ma mia madre si oppose perché temeva che mi mettessi paura, trattandosi di un mostro alieno. Aveva ragione, mi mettevo paura molto facilmente – durante la puntata dei Visitors in cui si toglievano la pelle avevo vomitato dalla tensione – ma volevo assolutamente vedere il film. Mi lanciai così in una performance da Premio Oscar, interpretando il ruolo del bambino affranto che non conoscerà mai più la felicità nella vita perché gli stavano strappando la gioia di vedere quel film. I miei occhi bassi e il broncio fecero effetto, e così mi portarono a vedere il film: non mi misi paura ma piansi come un rubinetto, nel finale…

Sotto casa avevamo un cinema parrocchiale che censurava i film ma evidentemente costava poco. La sala era gigantesca – per fortuna la malattia dei multisala era ancora lontana – non esistevano tonnellate di divieti e in sala vigeva l’anarchia più totale. Immaginatevi una sala popolare con secchiate di ragazzini urlanti, genitori che fumano come turchi, dove tutti mangiano quintali di schifezze durante l’intera durata del film e buttano tutto per terra. Quando uscivi, ti sembrava di tornare da una zona di guerra, e se un bambino cadeva sul pavimento lo lasciavano lì: ripulirlo da quella sporcizia sarebbe stato impossibile…

Film

Prima che in casa nostra entrasse un videoregistratore (nel 1986) non esistevano i film. La RAI ogni tanto faceva qualcosa per sbaglio, ma di solito erano film con Celentano. Sulle reti di Berlusconi invece ci si divertiva di più, e potevi beccare del nudismo gratuito in qualsiasi orario, ma le decine di ore di spot pubblicitari erano qualcosa di insopportabile.
Per i film dunque c’era il cinema. In sala ho visto tutti i film di Bud Spencer e Terence Hill usciti all’epoca, tutti i cartoni animati Disney che beccavo in programmazione, e poi tutto il resto. Da Wargames a Ghostbusters, da Il sommergibile più pazzo del mondo a Fracchia la belva umana (uno dei più grandi capolavori della storia dell’umanità!)

Poi arrivò l’epoca d’oro delle videoteche e mi sono fatto male, ma male davvero. All’inizio in famiglia affittavamo solo film per il weekend (venerdì, sabato e domenica, quindi “solo” tre film) mentre durante la settimana vedevamo telefilm registrati per “andare avanti” la pubblicità, poi ben presto siamo passati ad un film a sera, registrando titoli dai canali del Biscione, che nel frattempo cominciava a comprare cose decenti.
Qualsiasi film sia stato distribuito nelle videoteche italiane dal 1986 è stato da me vagliato, quando non affittato: ero uno scrutatore professionista di videoteche! Nel 1990 avevo in tasca la tessera di ben sei videoteche diverse, sparse per Roma, e non parlo di Blockbuster: parlo di videoteche vere, con titoli che nessun essere umano dovrebbe vedere…

Comics

Non c’era molta scelta: per anni ed anni ho letto fino ad imparare a memoria ogni storia del settimanale “Topolino“. Il primo numero comprato risale all’incirca al 1981, e ho smesso di comprarlo sul finire degli Ottanta. Era la mia pubblicazione di riferimento, anche se non capivo nulla di tutti quegli articoli di calcio.
Nella seconda metà degli Ottanta ho scoperto i “fumettari”, cioè i negozi dell’usato dove costava tutto la metà, e che addirittura accettavano cambi. Scoprii così i fumetti di Geppo, che adoravo, e qualche altro eroe di tempi passati. Ma soprattutto scoprii “Eureka” e le altre riviste con le strisce comiche, che da allora consumai in quantità industriali.
Sin dagli inizi degli Ottanta per casa giravano le antologie di Andy Capp, poi scoprii le Sturmtruppen, riscoprii Nilus (che adoravo sin dalle elementari) e in generale sono sempre stato circondato da abbondanti quintali di strisce comiche, e conservo ancora tutte quelle che sono riuscito a salvare dalle sabbie del tempo.

Nel 1988 circa ho ceduto alla passione paterna per Tex Willer e ho iniziato lunghi anni di letture texiane: nei fumettari ho venduto tutti i miei Topolini per comprare Tex, mentre per Dylan Dog non si poteva: nel 1988-89 Dylan era Dio e la gente vendeva la madre per averlo: figuriamoci se accettavano cambi!
Sul finire degli Ottanta scoprii il Punitore della Marvel, che poi divenne The Punisher, e da allora l’ho amato e letto per molti anni. Solo l’anno scorso mi ha deluso profondamente per com’è stato trattato e mi ci sono allontanato.

I supereroi Marvel non mi sono mai capitati, e quando ne ho provato a leggere qualcuno – trovato a poco nelle ceste dei fumettari – non c’ho capito una mazza. Così ho perso l’imprinting e ancora oggi non mi piacciono.

Giochi

Nei primi anni Ottanta c’erano tanti giochi da tavola, che adoravo, Monopoli in primis, ma soprattutto non c’era ancora il regime di totale ed abissale odio per i giochi da tavola che avrebbe colpito il mondo di lì a poco. Io sono leggenda, perché sono l’ultima persona al mondo ad amare il gioco della Tombola: ogni Natale popolazioni di esseri con i volti contratti dalla forza con cui odiano quel gioco venivano ad ammirarmi stupiti, chiedendosi come potesse esistere una forma di vita che ama la Tombola. Oggi le stesse persone spendono soldi per giocare alla Tombola d’azzardo on line.

Io adoravo il Paroliere, prima che l’intera popolazione mondiale venisse sostituita da odiatori di Paroliere. Poi qualche anno fa orde di persone mi fermavano per strada chiedendomi perché fossi l’unico uomo al mondo a non essere iscritto a Razzle, cioè il Paroliere on line: sono fatto così, io sono leggenda…
Ovviamente oggi tutti quelli che odiano i giochi da tavola dicono di aver amato i giochi da tavola: non credeteci.

Per i pupazzi invece i miei gusti sono decisamente mainstream: Masters of the Universe e Lego come se piovesse, come se non esistesse un domani. Non ho mai accettato altro in regalo per feste o compleanni! Ancora oggi conservo tutti i Masters e i Lego che mi sono passati per le mani.

Da più piccolo giocavo tantissimo con una serie di pupazzetti della Walt Disney (made in 1978) che oggi sono abbastanza da collezionisti, e per fortuna conservo ancora in perfetto stato. Ho passato ore felici con la serie di Pippo Olimpionico, ma quando nel 1983 su Topolino vidi la pubblicità di Skeletor… tutto è cambiato…

Meno fortunata è stata la mia serie di pupazzetti di Goldrake, che oggi sarebbe un gioiello prezioso: giocandoci in giro alla fine li ho persi uno per uno, e mi sono rimasti giusto un paio di personaggi di cui non ricordo neanche il nome! Comunque nei primissimi anni Ottanta ho avuto diversi Goldrake, Jeeg Robot e via dicendo, ma purtroppo li portavo a scuola e li perdevo, standoci malissimo. Da allora non ho mai più perso un solo giocattolo…

Ah, e ho amato fortissimamente i Micronauti: peccato non essere riuscito a conservarne nessuno.

Videogames

Andavo alle elementari quando mio padre portò a casa il Commodore64, quindi parliamo della prima metà degli anni Ottanta. Essendo io leggenda, sono l’unico che usava il computer per programmare, più che per giocare. Adoravo scrivere in Basic: Input, Poke, Goto, che comandi meravigliosi. Tutto il mondo si trasformava in matematica e come Beautiful Mind io ero lì a cogliere il collegamento di ogni cosa…

Poi giocavo anche, ma vista la mia totale incapacità nei giochi mia madre non dovette insistere più di tanto nell’imporre un limite al tempo passato a giocare: mi stufavo molto presto perché perdevo sempre ed era alquanto frustrante. Tra i giochi che più mi hanno portato via tempo c’era Jumpman’s Junior, Dungeon e Bruce Lee. Avevo decine e decine di giochi, copiati in giro, ma questi erano gli unici in cui riuscivo ad arrivare ai livelli alti.

Poi ovviamente il mio cuore era per The Last Ninja 1 e 2, che però era impossibile da giocare per una schiappa come me.
Il primo ed unico videogioco comprato per C64 è stato Predator 2, ma essendo del 1991 è fuori dal discorso…

Non ho mai infilato una sola lira nei videogiochi da bar, sia perché nel mio quartiere erano rari (ce li aveva solo un bar dalla fama non cristallina), sia perché… non ce l’avevo quella lira! (O meglio, la paghetta me la spendevo in altre cose.) E poi tanto avrei perso in due secondi, sarebbe stato solo uno spreco di soldi.

Televisione

Non ho mai conosciuto qualcuno che da ragazzino avesse delle regole riguardo alla TV, cioè orari in cui guardarla per evitare di diventarne drogato. Comunque io avevo questi orari, ma non mi sono mai pesati: sono riuscito lo stesso a guardarmi tonnellate di tutto!

I miei ricordi più vecchi e più cari sono quando vedevo Jeeg Robot con mia madre, che si appassionava alla trama. Poi c’è stato il periodo in cui su TVR Voxson alle 19 c’era in rapida sequenza Lupin III e la serie L’incredibile Hulk, che duravano circa dieci ore l’uno perché non esisteva ancora la regolamentazione degli spot pubblicitari. Durante Lupin III, cartone dalla durata di circa 20 minuti, passavano decine di spot pubblicitari sempre dannatamente identici: Pellicce Annabella, «È Pallini un gran mistrà», Vecchia Romagna sigillo nero, Crystal Ball e tanti altri. Ricordo molto più gli spot che gli episodi della prima stagione di Lupin, in cui non ci capivo niente: anche perché ogni cinque minuti c’era un’interruzione. (Perché Margot ora la chiamano Fujiko? Le TV non stavano certo attenti alla continuity…)

Crescendo ho visto ogni cartone animato trasmesso in TV fino almeno alla seconda metà degli anni Ottanta: da Goldrake a Candy Candy, da Trider G7 a Georgie. Non ero tra quelli che volevano solo “roba da maschi”, io volevo TUTTO. Che parlassero di immigrati in Australia, di turbamenti d’amore, di spietati college femminili, di tennis o di golf, io vedevo tutto: perché già allora sentivo che la narrativa non aveva confini, e che una buona storia è una buona storia, qualunque siano i protagonisti.

Poi arrivò l’epoca dei telefilm, e anche qui ho fatto il botto. Non ricordo molto dei primi anni Ottanta – se non milioni di episodi di Perry Mason – ma di sicuro con l’arrivo del videoregistratore in casa nel 1986 iniziammo a registrare la serie TV durante il giorno per poi vederle di sera. Essendo in tre a decidere, alla fine ci siamo assestati su certi titoli famosi: Starsky & Hutch, Simon & Simon e Riptide li abbiamo visti fino alla nausea, mentre per le sit-com abbiamo imparato a memoria I Jefferson, Casa Keaton e poco altro.

La televisione in casa mia non è mai stata sintonizzata su un gioco a premi, con la curiosa eccezione di “BIS” di Mike Bongiorno, il gioco dei rebus di cui avevo anche la versione da tavola! Rimane un mistero il perché di questa eccezione…
Avevo circa 9 anni quando mia madre subì un’operazione seria e per un certo periodo sono stato solo a casa con mia nonna, che in pratica era un’estranea per me. Lei mi fece conoscere “Il pranzo è servito” condotto da Corrado, che credo d’aver trovato divertente, ma è stata una breve parentesi: non ho mai più seguito alcun gioco, né altro prodotto di intrattenimento televisivo.

Per finire, nei primi anni Ottanta esattamente come ogni altro mio coeataneo la domenica era il giorno dedicato al nostro dio: un dio chiamato “Drive-In“. Per anni e anni il lunedì a scuola si ripetevano gli sketch dei comici preferiti e si commentavano le curve di Carmen Russo. Mi si dice che i bambini non pensano alle femminucce: io e i miei compagni di elementari ci pensavamo eccome. Magari non avevamo ben chiaro cosa fare, ma che volevamo fare qualcosa era assolutamente sicuro. E le ballerine di “Drive-In” ce lo ricordavano ogni settimana…

Cibo

Mai interessato minimamente al cibo. Il mio cuore batteva per le Fiesta, ma quelle vere: quelle con il liquore Strega dentro.

Adoravo le merendine Montebovi ma avrei mangiato del cioccolato anche in testa a un lebbroso. Ricordo quant’era buono lo yogurt al malto, che finiti gli anni Ottanta non ho più ritrovato. (Quello che oggi viene spacciato per tale non gli assomiglia neanche alla lontana.)

Non ho mai guardato quello che c’era nel piatto, mangiavo e basta quindi non ho altro da dire sul cibo.

Libri

Da bambino non mi piaceva leggere, così i miei dovevano impormelo. Perché sapevano che potevo anche scalciare, ma poi iniziato a leggere mi appassionavo e mi piaceva tantissimo. Avevo casa piena di libri per l’infanzia com’erano concepiti all’epoca: cioè ottimi libri per qualsiasi età, non le stupidate per ragazzini.

Erano libri in cui si moriva e si uccideva, in cui c’era il male senza veli. Negli anni Ottanta si consideravano opere l’infanzia “Incompreso” (Misunderstood, 1869) di Florence Montgomery, cioè la lenta agonia mortale di un bambino davanti all’indifferenza del padre; “I ragazzi della Via Paal” (A Pal utcai fiuk, 1906) di Ferenc Molnár, la lenta agonia mortale di un bambino vittime delle guerre di bande; “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues, 1929) di Erich Maria Remarque, la lenta morte di un giovane in trincea. Quando ho conosciuto le avventure di Jules Verne ho tirato un sospiro di sollievo, perché non moriva nessuno!

Tranne Verne, che mi piaceva tantissimo ma non mi commuoveva, ad ogni fine di romanzo piangevo a dirotto, anche con “Il fantasma di Canterville” (The Canterville Ghost, 1887) di Oscar Wilde, un autore che sapeva straziarti il cuore come pochi. Tecnicamente il fantasma era già morto, ma dopo aver risolto le sue questioni l’happy ending arrivava quando finalmente poteva abbandonare la sua forma di fantasma… e in pratica era come se morisse!

La noia mortale invece arrivava dai punti più inaspettati. Senza saperlo già da bambino frequentavo le novelization – romanzi tratti da film – e ricordo la bruttezza epica di “E.T.” di William Kotzwinkle e la noia mortale di “Starman” di Alan Dean Foster.

C’era però anche la saggistica, che ho sempre amanto sin da bambino. Erano anni in cui le arti marziali spopolavano in ogni dove, ma non le stupide bambinate con le tartarughe: le arti marziali vere.
Nella metà degli anni Ottanta avevo sul comodino, fissi, la biografia di Bruce Lee di Alex Ben Block – la prima scritta, la prima a non avallare tesi mistico-leggendarie ma addirittura a presentare il referto medico dell’autopsia – e “Ninja: l’arte dell’invisibilità” (1986) di Bruno Abietti, perché già a 12 anni ero fuori di testa per i ninja. (Quelli veri.)

Shopping

Mai comprato un solo capo di vestiario negli anni Ottanta. Credo che la prima volta che ho speso dei soldi miei per qualcosa da indossare sia stato nel 1995, quando mi serviva un giaccone nuovo perché andavo a lavoro in motorino e faceva un freddo dannato con la giacca a vento vecchia di vent’anni!

Ricordo dell’epoca

L’Etrusco nel 1982

Anno 1982. L’Etrusco a 8 anni già digita al computer un saggio! (Uno studio sulla pesca dei granchi sugli scogli, attività estiva per la quale andavo pazzo! Tranquilli, non ho mai ucciso volutamente un granchio: li catturavo col retino, li guardavo nel secchiello e poi li liberavo.)
Il computer è un terminale di videoscrittura MDT, un sarcofago del peso di una tonnellata del tutto privo di memoria interna: si scriveva salvando direttamente su floppy disk da 5 pollici, e se andava via la corrente perdevi tutto. Aveva uno schermo minuscolo (andando a memoria, mi sa che erano tipo 10 pollici) ma all’epoca era l’ultima frontiera dell’editoria. Su una macchina come quella, nel 1989 circa, ho imparato a digitare a dieci dita. Vista la mole sconfinata di testi che ho digitato da allora, è stata un’idea azzeccata!

L.

 
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Pubblicato da su maggio 31, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Armi, acciaio e malattie

Con rammarico scopro di non avere alcuna annotazione (né memoria) di quando ho letto questo saggio, ma visto che l’edizione è dell’ottobre 2000 probabilmente risale all’incirca a quella data il mio incontro con un saggio che mi ha scatenato forti e contrastanti passioni.
Sto parlando del celeberrimo Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies, 1997) di Jared Diamond, nell’edizione “Einaudi Tascabili. Saggi” (n. 778) con traduzione di Luigi Civalleri.

Da quando ha vinto il Premio Pulitzer nel 1998, questo saggio è citato con molto ossequio: questo non mi ferma dal criticarlo, perché anche i Premi Pulitzer possono sbagliare…
Mi spiego.

Questo saggio consiste in circa 300 pagine fittissime – scritte in un carattere piccolissimo! – di pura passione: è impossibile smettere di leggerle e ricordo di aver divorato con enorme piacere il libro. Diamond è un ottimo divulgatore e la sua analisi della “storia del mondo” – nel quale la cultura umana si è evoluta grazie o malgrado tre grandi fattori, elencati dal titolo – è illuminante e dà mille spunti di riflessione.
Però poi ogni tanto l’autore si lancia in considerazioni personali che si poteva benissimo evitare, cadute di stile che non ci si aspetterebbe da un narratore così illuminato.

Purtroppo sono passati quasi vent’anni dalla lettura e non aver preso appunti non aiuta la mia memoria, ma cerco di spiegare la sensazione che ho avuto leggendo questo libro.
Immaginate che io riesca a spiegarvi in modo semplice ed efficace la legge della relatività di Einstein, che da questo momento in poi farà parte di voi e non dimenticherete più, però poi chiuda il discorso sottolineando come “c’è la crisi, c’è la crisi, ma tutti quanti han per lo meno due macchine” (come cantavano Latte e i Suoi Derivati).
Ecco, il passaggio da un discorso universale a constatazioni particolari e personali, frutto solo di luoghi comuni, è disarmante.

Diamond mette sul tavolo analisi universali e sorprendenti, ti fornisce tutti i dati che però poi porta a conclusioni del tutto NON condivisibili. Però, al contrario degli autori disonesti e furbetti, lui i dati li fornisce al lettore, così che chi non la pensa come lui comunque si arricchisce dal saggio. E questo denota buona fede, un elemento per nulla scontato (soprattutto in saggistica).

Ricordo quanto mi infiammavo a leggere questo libro, perché ero in così abissale disaccordo con le conclusioni dell’autore, ma nel percorso le sue analisi mi hanno arricchito quindi non posso che essere riconoscente a Diamond.

L.

 
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Pubblicato da su maggio 29, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] Scimmie cacciatrici

Era il gennaio o al massimo il febbraio del 2001 quando vidi in una vetrina di una libreria questo “Scimmie cacciatrici” (The Hunting Apes, 1999) di Craig B. Stanford, volume 14 della collana “La Lente di Galileo” (Longanesi & C.), con traduzione di Isabella C. Blum.

Non era la mia solita libreria, perché in quel periodo frequentavo ogni giorno un quartiere di Roma molto lontano da dove abitavo. L’agenzia interinale che teoricamente avrebbe dovuto procurarmi lavoro stava tergiversando: era finita una grande commissione ed eravamo una decina di venticinquenni rimasti d’un tratto a spasso. Per tenerci buoni, in attesa di non si sa cosa, l’agenzia ci sbatté in uno stanzino di un palazzo dall’altra parte della città, all’interno del quale c’erano due vecchi PC con caricato un corso interattivo di non ricordo più che cosa. Passare la mattinata a cliccare su quel corso interattivo – peraltro in inglese, anche se scolastico – era considerato “corso di aggiornamento”. Insomma, eravamo in un limbo disarmante.

In questo clima ogni mattina attraversavo la città in metropolitana, senza vedere molte speranze per il futuro. E poi – purtroppo non ricordo più dove – in una vetrina vidi questo saggio.
Andiamo, spendere 28.000 lire per un libro è fuori discussione: chissà quando vedrò un altro stipendio, visto che ovviamente quel corso era “a gratis”: Non se ne parla proprio… E uscii dal negozio con il libro sotto braccio.

In quei giorni ho divorato avidamente questo stupendo saggio di etologia, che appassiona dalla prima pagina e non riuscivo più a staccare. Più di una volta mi sono fermato in stazione perché era fuori discussione uscire dalla metro senza aver finito il capitolo!
Non so più da quanto tempo non mi capita sott’occhio un saggio di etologia così bello, forse perché magari le case editrici e le librerie sono morte da tempo: e se sono ancora vive, di sicuro non espongono né pubblicizzano le loro uscite. (Se un libro esce in una foresta e nessuno se ne accorge, è uscito davvero?)

Malgrado la situazione difficile, quel periodo lo ricordo con piacere perché durante quei viaggi disperati che l’agenzia ci faceva fare, per non dover ammettere che non aveva lavoro per noi, ho letto splendidi libri che conservo ancora.

L.

 
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Pubblicato da su maggio 22, 2017 in Uncategorized

 

Alien: Covenant (2017) Recensione nuclearizzata

Questa recensione esce in contemporanea anche sul mio blog 30 anni di Aliens.

«Io stabilisco la mia alleanza con voi», dice Dio nel Genesi (9,9) e la King James Version traduce in inglese «I establish my covenant with you»: qualcosa mi dice che la fase mistica del vecchio Ridley Scott è ancora in corso, anche se tenuta drasticamente sotto controllo grazie probabilmente a farmaci appositi. (Il crocifisso della protagonista di Prometheus qui viene sostituito direttamente da un chiodo della Croce, ma viene “mascherato” con una trovata di sceneggiatura da darsi schiaffi in faccia.)

«Dietro il secondo velo poi c’era una Tenda, detta Santo dei Santi, con l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza (ark of the covenant)» così leggiamo nella versione CEI di Ebrei (9,3-4), dove incontriamo la “custodia” delle Tavole della Legge, in pratica il simbolo dell’alleanza tra Dio e gli uomini, molto citata nella Bibbia (soprattutto nel Genesi).

E un giorno Ridley venne e mi diede le tavole delle 10 Parole che dovevo dire in questo film…

Con Prometheus (2012) il vecchio Ridley Scott ha dimostrato una fortissima fase religiosa (di grana grossa) che influisce pesantemente sulla sua opera, ma sembra che ora le premesse siano diverse: se nel 2012 la nave protagonista del film si chiamava come il dio greco che rubò la conoscenza agli dèi – a simbolo dei protagonisti che commettono l’atto sacrilego di disturbare la divinità stessa per averne conoscenza – nel 2017 la nave si chiama come il simbolo stesso dell’alleanza con Dio: basta sfide, basta dèi pagani, basta idoli glabri e bianchicci, basta alieni tentacolari che sembrano divinità di Cthulhu, basta mostri gigeriani nati dalla disturbante fusione di genitali umani con strutture meccaniche industriali – perfetto simbolo di un’epoca in cui il corpo umano si stava sempre più trasformando in tecnica. Basta con tutto questo, nel 2017 l’unica divinità è il cinema fan-service: solo che Scott odia i fan…

Allora, ragazzi, la parola d’ordine è: smerdiamo tutto lo smerdabile!

Appena uscito Aliens tutti andavano da Ridley a chiedergli: «Maestro: quando farai un nuovo Alien?» e lui sputava in faccia a tutti: si sarebbe fatto inseminare da un facehugger piuttosto che dirigere un nuovo Alien. Ricordo ancora quando iniziai a navigare in Internet – nel 1997, giusto in tempo per seguire l’uscita del quarto film alieno – e le rozze pagine web dell’epoca erano piene di fan alieni che invocavano il Maestro («Ridlè nun ce lascià») e lui che nelle interviste pisciava addosso a tutti.

Poi sono arrivati gli anni Duemila e il cinema è fallito di brutto, gli incassi miliardari di un tempo sono scomparsi e il “tocco dei Maestri” si è appannato: tutti i grandi hanno cominciato a vivere di rendita e da Ingegnere Ridley è diventato sintetico, costretto ad agitare bishoppamente il suo coltello registico nella speranza di azzeccare qualcosa. Ritrovatosi versione androide di se stesso, sentendosi fantasma dello Scott passato – in una recente intervista non ha saputo citare un proprio film se non I duellanti, a dimostrazione che i più di 20 titoli successivi non è che li porti proprio nel cuore – alla fine dunque la Regola aurea-capezzonica del Duemila («Tutto ciò che fino ai Novanta era no, ora è sì») ha spinto Ridley nel 2012 alla morte autoriale: quell’atto di sgradevole onanismo pubblico dal titolo Prometheus. (Che risponde alla annosa domanda: «Come sarebbe stato Alien nel 1979 se ci fossero stati i soldi a disposizione?» Un clamoroso flop, ci dicono i dati dei botteghini…)

Questa scena la voglio… Avete presente Prometheus? Be’, peggio!

Tutti venerano Ridley con la faccia sotto i suoi piedi, e può camminare quanto vuole, ma nel cinema contano solo gli incassi. E lì Ridley toppa di brutto. Il genio della truffa (2003), Le crociate (2005), Un’ottima annata (2006), American Gangster (2007), Nessuna verità (2008), Robin Hood (2010): tutti sonori flop al botteghino, segno che tutti quelli che a chiacchiere dicono di amare Scott poi non vanno a vedere i suoi film al cinema. Servono altri motivi per spiegare la scelta di Ridley di tornare ad uno dei suoi pochi successi storici?

Quanto posso stimare un regista che è sceso così in basso da mangiare con gusto nel piatto in cui ha sputato per vent’anni? Come faccio a vedere i suoi film alieni ignorando che sono diretti dallo stesso che per anni ha pisciato addosso ai fan come me che gli chiedevano un nuovo film alieno? Gli stessi fan che ora gli stanno pagando la pensione grazie al suo delirante piano di fare non si sa più quanti film alieni in rapida sequenza… lui che si sarebbe ucciso piuttosto che farne anche solo uno?
Serve stringere una nuova alleanza con Dio Scott: serve una nuova Covenant per accettare le sue nuove leggi capezzoniche…

Ora eseguirò un requiem per regista fallito.

«Àmbula!» Ecco, l’alleanza è già a rischio: dopo esattamente due minuti voglio abbandonare la sala.

Alle ore 13.35 di una torrida domenica romana sono da solo in un grande cinema del centro della Capitale: tutti vanno a vedere quel drammone pesantissimo e strappa-lacrime di Famiglia all’improvviso: credono sia una commedia, poveracci… L’enorme sala è tutta per me, arriveranno due o forse tre persone, in pratica è una visione privata.

Nel buio della sala nessuno può vederti arrossire per il cumulo di cazzate che vengono sparate fra Weyland (di nuovo il totalmente inutile Guy Pearce) e Daniel (Michael Fassbender). La solita roba dozzinale del riccone che considera tutto inutile se non trova la risposta alla domanda più banale e inflazionata del mondo: chi ci ha creati? Al che risponde l’arguto androide: «Se tu hai creato me, chi ha creato te? E se la mucca fa mu, perché il merlo non fa me?» E questo è il miglior dialogo del film!

Poi d’un tratto Weyland vuole testare le capacità motorie di David, e gli dice «Cammina!» No, troppo semplicistico. «Alzati e cammina!» No, troppo biblico. Ah, aspetta, ci sono: «Àmbula!» E lì la mascella mi casca per terra: a due minuti di film voglio già scappare via urlando nella notte…

David ambulà, Weyland ambulì

Una bieca e discutibile operazione di marketing selvaggio ha fatto sì che tutte le clip viste su YouTube… non sono presenti nel film!

Giustamente in questi tempi social tutti sono più che informati, quindi diamo loro in pasto alcune clip girate apposta così che non si rovinino dei brani di film. Ma metti che qualcuno non le ha viste? Non saprebbe che la missione è costituita da sole coppie per ripopolare un nuovo pianeta, visto che non viene mai detto (anche se è intuibile). E magari si chiederebbe perché hanno chiamato James Franco a fare lo stesso ruolo che fu di Kevin Costner ne Il grande freddo (1983)… cioè a fare il morto!

Il film è iniziato da cinque minuti e già voglio picchiare Scott con un giornale arrotolato…

In verità vi dico: nessuno vedrà questa scena nel film!

La trama è inutile: avete presente il primo Alien? Ecco, questa è la parodia!

Qual è uno degli elementi più presi in giro dei film horror? Che quando c’è un mostro in giro… la ragazza va a fare la doccia: ce l’ha ricordato anche Allen (2012) di Leo Ortolani! Be’, Scott vuole fare le cose in grande, quindi… manda ben due sue donne a farsi la doccia! Aspetta che lo ripeto: con un mostro che sta massacrando tutti… due personaggi femminili in due momenti topici vanno a farsi la doccia! Secondo voi… che fine fanno questi personaggi?

Quanto sono stato ottimista a giudicare stupide molte trovate di Prometheus: non sapevo ancora quanto potesse cadere in basso Scott…

Ma se non faccio la doccia mentre c’è un mostro in giro, quando mai la devo fare?

Nel cinema horror c’è sempre un Momento Idiota, una trovata non propriamente intelligente che però mette in moto la trama. Potremmo stare a parlare a lungo su quanto sia stato furbo Kane a mettere la faccia sopra un uovo alieno, nel film del 1979, comunque ha messo in moto la trama, che è una logica e strutturata conseguenza di quel Momento.

Purtroppo però ci sono anche i Momentini, trovate ridicole e stupide che servono a guidare la trama quando sceneggiatori incapaci – guidati da registi pigri o folli – non sanno come farla andare avanti. Prendere un fucilone, sparare diecimila proiettili a casaccio e quando poi finalmente hai il mostro nel mirino… click… finite le munizioni…. Ecco, questo è un ridicolo Momentino che serve agli autori che non sanno come andare avanti.

Alien: Covenant è un unico, lungo, imbarazzante Momento Idiota inframmezzato da Momentini idioti a pioggia. Non esiste un solo passaggio causale nella storia: come se Scott avesse rubato il Motore ad Improbabilità Infinita di Douglas Adams, nella trama avviene solo ed esclusivamente tutto ciò che è altamente improbabile che avvenga. E quando succede, come conseguenza accade solo ciò che è più improbabile.
È come se lanciassi una monetina per decidere ma quella si incastrasse sul soffitto, e come conseguenza crolla tutto il soffitto perché mancava un’ultima bottarella per cedere: questo è lo stile di questo film.

Il più brutto alieno della storia del cinema…

La resa visiva è perfetta, indiscutibile. Nei titoli di coda – che ho visto dal primo all’ultimo – ci sono eserciti di centinaia di nomi di tecnici bravissimi che hanno creato un prodotto stupendo: è stato un piacere vedere l’esteriorità del film su grande schermo, ma la storia è così scritta male e i personaggi cosi ridicoli e superficiali che è stato un piacere amaro.

Perché introdurre quello stupido robottino per poi dimenticarlo per strada?

Una preghiera colma di tristezza va al personaggio dell’Ingegnere, che con crudele determinazione – come solo un padre malvagio può avere – Scott ha spazzato via dall’universo, così: per pura cattiveria cieca.

Nel 2012 Ridley aveva spazzato via trent’anni di universo espanso alieno inventandosi un personaggio stupido, che non parlava perché non si sapeva che cacchio fargli dire. Resosi conto di aver commesso un errore madornale – e accortosi che la Dark Horse aveva sviluppato un’ottima lunga saga a fumetti con quel personaggio – visto che Ridley odia i fan ha deciso di spazzare via l’Ingegnere nel momento in cui i fan cominciavano ad abituarsi a quel delirio. (Beffa delle beffe, all’entrata in sala il cinema ti regala un fumetto in italiano che ora è bellamente contraddetto dal film stesso!)
Scott ha trascinato suo figlio Ingegnere sulla montagna e l’ha sgozzato senza battere ciglio. Ancora mi chiedete di stringere un’Alleanza con un Dio così crudele e inutilmente malvagio?

Ridley Scott dà, Ridley Scott toglie…

Un picchio sul tavolo, un monitor con quadrati mobili: marchette sparse per far contenti i fan del primo film. (Non è chiaro perché  una nave super-mega-tecnologica, mille volte più sofisticata della Nostromo che la seguirà, debba avere dei quadrati che si muovono su uno schermo: sarà uno screensaver?)

Sto ancora girando Assassin’s Creed o sono già sul set di Alien: Covenant?

Inutile infine girarci attorno: Michael Fassbender è l’attore strappamutande del momento: gli articoli delle riviste – curiosamente a scrivere della saga aliena chiamano sempre donne! – testimoniano la voglia di vedere l’attore innegabilmente bello, e Scott lo sa. Ritaglia per lui il 70% della trama, fatta di inutili pipponi sbadigliosi e di scene in cui Michael si suona il piffero. (Sarà una sottile metafora?) La grande perizia tecnica si raggiunge quando Fassbender combatte contro se stesso: uau, che trovata geniale e innovativa! Peccato che già lo facesse Jet Li in The One (2001) e prima ancora Van Damme in Double Impact (1992).
La tecnica di Scott è eccellente, ma sono le idee ad essere drammaticamente vecchie, quando non stupide.

Come? Devo recitare? Ma non sono solo una comparsa?

Katherine Waterston è in primo piano nelle foto di scena ed è stata l’unica intervistata dai giornalisti: in realtà il suo ruolo è drammaticamente secondario. Come dicevo, il film si regge sui Momenti Idioti, non sui personaggi: questa inutile Ripley dei poveri non fa una mazza e mai, in alcun punto, crea un legame con lo spettatore: se il suo personaggio venisse cancellato da un montaggio alternativo – tipo la povera Shaw di Noomi Rapace, distrutta e umiliata da Scott – nessuno se ne accorgerebbe. Perché la scena è tutta per il doppio Fassbender e il suo piffero…

Dai titoli di testa sembra di capire ci siano altri attori: io però non li ho visti…

A Scotte, e facce recita’ pure a noi!

Alien: Covenant è la Fiera dei Tocconi: quando scendi su un pianeta alieno, a miliardi di anni luce da tutto, cos’è che fai? Tocchi tutto, annusi i fiori alieni e ti vai a fumare una bella sigaretta seduto sul letame alieno: vuoi mettere come si sente una Marlboro a miliardi di anni luce dalla Terra?

Come faccio a immedesimarmi con ridicoli personaggi buttati sullo schermo a cacchio? Come faccio a cadere in tranelli di sceneggiatura che possono convincere solo un bambino che non ha mai visto un film horror? Quello finale sarebbe un colpo di scena? Una poveracciata ovvia, palese da mezz’ora, sarebbe il grande finale? E questo sarebbe il grande Ridley Scott? Che cerca di comprarsi i fan con una tamarrata che dovrebbe richiamare il mitico Powerloader del secondo film?

Camerooooon! Scendi giù, pure in vestaglia: ‘sto regista perde colpi!

Va be’, in questo pianeta deserto e morto che è il cinema, con in giro un essere alieno che ha le sembianze di Ridley Scott, io faccio quello che fa qualsiasi personaggio di un film horror: voi rimanete uniti, che io vado un attimo in quella grotta buia… che come Rat-Man mi scappa la caccona!

L.

 
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Pubblicato da su maggio 15, 2017 in Uncategorized

 

[Un libro, una storia] La scimmia nuda

Non ho mai seguito Sanremo e rifuggo più che posso qualsiasi stazione radio che trasmetta musica italiana, così solamente di sfuggita avevo sentito che l’edizione 2017 del noto festival era stata vinta da un tizio che aveva una scimmia ballerina alle proprie spalle: non mi sono mai fatto domande sulla questione.
Poi ieri, per puro caso, ho visto il videoclip della canzone Occidentali’s Karma di questo cantante, Francesco Gabbani, di cui non so nulla, né tanto meno il nome che ho preso da Wikipedia. Prima di consultare detta pagina, avevo notato un riferimento che mi ha stupito: quello alla “scimmia nuda”.

Risale al 1995 la mia conoscenza del meraviglioso saggio La scimmia nuda (The Naked Ape, 1967) del mitico Desmond Morris, titolo molto ristampato in Italia tanto da dimenticare le altre opere del noto divulgatore britannico, che infatti sono ormai scomparse.
L’edizione che ho letto, e che conservo ancora, è il n. 13 dei “Saggi Tascabili” (Bompiani), terza edizione del giugno 1994. L’ho comprata nella grande libreria Feltrinelli che frequentavo nelle pause dal lavoro, e in cui ho comprato non so più quanti libri.

All’epoca andavo in ufficio con il motorino (senza parabrezza): venti minuti di gelo totale, alle 6 di mattina, dopo le quali mi rintanavo in un cantuccio dell’ufficio e fino alle 7 in cui arrivavano gli altri colleghi cercavo di riacquistare calore corporeo, leggendo nella massima tranquillità di un ufficio vuoto.
In quel periodo ho divorato libri d’ogni sorta – ho già raccontato di Quel che resta del giorno e Biliardo alle nove e mezzo – ed ero in piena frenesia da saggistica.

Desmond Morris scrive con una semplicità deliziosa, è un comunicatore nato e ogni suo libro va giù che è un piacere. È un etologo e quando si parla di animali è sempre bello, ma qui si focalizza sull’essere umano – che è appunto un animale! – cercando fra l’altro di spiegare alcuni “misteri”: perché infatti siamo l’unico primate ad aver perso i peli? Perché l’uomo è una scimmia nuda? (Meravigliosa la tesi “acquatica”: ad un certo punto della nostra evoluzione potremmo essere tornati in acqua e quindi non avevamo bisogno dei peli!)

Va ricordato che il libro è d’annata e quindi un mare di scoperte sono state fatte senza che il Morris del ’67 lo sapesse: solamente nella metà degli anni ’70 si è scoperto che gli scimpanzé non sono quei teneroni vegetariani che si credeva, ma che invece sanno trasformarsi nei peggiori assassini carnivori di gruppo.
Al netto degli aggiornamenti che questo saggio richiede, rimane un ottimo libro. Che ho letto con grandissimo piacere mentre ero tutto raggomitolato tipo uno scimpanzé su un ramo, alla disperata ricerca del calore perduto durante il viaggio in motorino.

L.

 
6 commenti

Pubblicato da su maggio 8, 2017 in Uncategorized

 
 
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