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Diciamolo in italiano: l’intervista esclusiva

21 Set

Al giorno d’oggi bisogna essere smart, viviamo in un brave new world e non ci possiamo permettere di guardare indietro: dobbiamo essere up-to-date. La lingua italiana deve accogliere ogni singola nuova parola arrivi dall’estero, ma dev’essere unicamente in inglese e soprattutto dev’essere vuota e stupida, così che anche discorsi vuoti e stupidi come quello che sto scimmiottando sembrino veri. Per prendere in giro chi ci legge dobbiamo usare l’inglese: dirlo in italiano significa rispettare la lingua e i lettori, who cares?

Se oggi volete partecipare ad un bando di gara, troverete una voce che specifica per legge che lo dovrete compilare in lingua italiana. Perché per partecipare ad un bando della Repubblica Italiana per legge dovete scrivere in italiano. Peccato che non troverete più la voce “data di scadenza”: troverete deadline. E che cacchio è una deadline?

La legge impone agli organi di informazione pubblica l’uso dell’italiano perché nella Repubblica Italiana per legge si parla italiano, semplicemente perché dev’essere comprensibile ad ogni cittadino italiano. Invece gli organi di informazione pubblica fanno a gara a parlare itanglese, infarcendo di maldigeriti termini inglesi modaioli i loro discorsi così da rendere totalmente incomprensibile ciò che dicono, e quindi truffando i lettori.
Perché è ormai chiaro che la “legge sul lavoro” è stato un completo fallimento… invece il jobs act è una gran figata.

Fra chi professa un uso sempre più massiccio di inglese nella lingua e chi se la prende con l’italiano quando cerca di assorbire l’invasione straniera, c’è un’unica voce fuori dal coro: una persona che sta mettendo in guardia gli italiani da un’invasione barbarica di dimensioni mai viste. L’invasione incontrastata e incondizionata di termini inglesi, che a migliaia stanno soppiantando i termini italiani.
Aggiungo che questo non corrisponde minimamente ad una conoscenza della lingua inglese di chi usa termini inglesi: di solito è semplice imitazione cieca di parole ignote.

Per questo ho intervistato Antonio Zoppetti, curatore del blog Diciamolo in italiano e fautore di incredibili iniziative.


Per iniziare a conoscerci, chi è Zoppaz e quale cocente passione lo spinge verso la lingua italiana?

Mi chiamo Antonio Zoppetti e con la lingua italiana ci campo, come redattore, insegnante e anche come autore. Ma preferisco parlare delle cose che faccio e non di chi sono (non mi pare molto interessante).

Sia il tuo blog che il tuo libro più recente si intitolano “Diciamolo in italiano”: quando hai sentito il bisogno di denunciare la rinuncia degli italiani a “dirlo in italiano”?

Qualche anno fa volevo scrivere un libro sull’italiano del Nuovo millennio, e ho cominciato a studiare e raccogliere materiale per capire cosa stava cambiando. Inevitabilmente, ho dovuto affrontare il problema degli anglicismi, ma all’epoca ero convinto della validità delle argomentazioni di Tullio De Mauro e dei principali linguisti. Credevo che la lingua italiana non fosse in pericolo, che gli anglicismi fossero soggetti a forte obsolescenza e passassero di moda rapidamente, che fossero perlopiù tecnicismi non in gradi di intaccare la lingua comune. Invece, approfondendo la questione mi sono accorto che molti dei dati citati risalivano agli anni Ottanta, che tra i “tecnicismi” c’erano parole che conoscevano anche i bambini, come mouse, password, scanner, laser… che non esistevano dati sugli anglicismi usciti dalla lingua e regrediti. Insomma, le cose non tornavano e avevo bisogno di compiere nuove ricerche.

La mia fortuna è stata che nel 1992 avevo curato il riversamento in CD-Rom del primo completo dizionario digitale messo in commercio in Italia, il Devoto Oli. Quel lavoro fu il prototipo dei dizionari digitali che circolano ancora oggi, avevamo inserito la possibilità di ascoltare in audio la pronuncia di 20.000 parole e soprattutto avevo “smontato” il dizionario per ricostruirlo in oltre un centinaio di indici: i linguaggi settoriali e gli ambiti, gli indici grammaticali, etimologici… Tra questi c’erano anche i forestierismi, divisi lingua per lingua, tra cui 1.600 parole inglesi. Questo primo lavoro pionieristico non ebbe all’epoca una grande circolazione e oggi non lo conosce quasi nessuno, eppure si è rivelato fondamentale per me, perché era il primo dizionario digitale che permetteva l’estrazione dei dati per parole chiave. Prima di allora non era possibile conteggiare gli anglicismi ed estrapolarli dai dizionari, se non leggendo tutto il volume.

Recuperate tute queste informazioni, non restava che confrontarle con quelle di oggi. E allora, con grande stupore, facendo un confronto “all’americana” tra il Devoto Oli 1990 e quello del 2017, mi sono accorto che gli anglicismi erano passati da 1.600 a 3.500. Confrontando gli elenchi è stato facile rendersi conto non solo dell’aumento, ma anche del fatto che le nuove entrate erano sempre meno tecnicismi. Poi, visto che non esistevano statistiche, mi son messo a contare gli anglicismi usciti dal dizionario del 1990, e ho scoperto che erano meno di 70, di fronte a un’entrata di quasi 2.000 nuovi. Contando e facendo ricerca mi sono accorto che l’anglicizzazione dell’italiano in trent’anni non solo era innegabile, ma era anche enorme.

Dunque, abbandonato il progetto iniziale, ho lavorato solo sugli anglicismi, e ne è uscito il libro che hai citato che contiene dati e ricerche prima assolutamente inedite. Subito dopo ho aperto un sito personale per divulgare e approfondire le mie tesi.

Quando gli organi di informazione nazionale ed ufficiale riempiono i propri testi di termini inglesi, non sempre spiegati, qual è la tua reazione?

Fastidio, ma anche molta tristezza. Un tempo la prima regola della comunicazione era quella di usare un linguaggio adatto al destinatario. Oggi siamo passati alla “comunicazione della prepotenza”, e i giornali puntano agli anglicismi difficili per incuriosire, e così facendo li impongono forzatamente. E la gente che altro può fare se non ripeterli? Quante persone capiscono caregiver o quantitative easing in un titolo?

Quando il Titanic affondò, nel 1912 la Stampa pubblicava: “Il maggior transatlantico del mondo affondato da un banco di ghiaccio”. La parola iceberg esisteva e circolava, ed era presente più volte anche nel pezzo, ma il titolone era in italiano, per arrivare a tutti e perché l’italiano non era ancora una lingua di cui vergognarsi di fronte all’inglese. Oggi questa filosofia è invertita, e il monster si sbatte in prima pagina, le alternative e le spiegazioni si trovano leggendo l’articolo.

Fin troppe persone obiettano che l’italiano è sempre in evoluzione e che non ci si può “impuntare”, a rischio di sembrare integralista: cosa rispondi loro?

Rispondo che fanno una grande confusione in queste affermazioni che sono un alibi per dirlo in inglese basato su luoghi comuni superficiali. Chiarisco: la mia battaglia contro l’abuso degli anglicismi non ha nulla a che vedere con il purismo. In altre parole, io non sono uno che storce il naso davanti a un forestierismo per principio. È un problema di numeri!

La presenza dell’inglese ha abbondantemente superato i livelli di guardia. I dati più allarmanti riguardano il Nuovo millennio: da Zingarelli e Devoto Oli risulta che circa la metà dei neologismi è in inglese! Questo significa che la nostra lingua sta perdendo la capacità di creare parole nuove per le cose nuove, che si dicono in inglese. Dunque sta regredendo, soffocando e morendo. Il rischio è che l’italiano diventi la lingua dei morti, adatta a parlare del sole e del mare, ma incapace di esprimere scienza, tecnologia, informatica, lavoro…

E così da una parte regredisce, pensiamo a computer che fino agli anni ’90 si diceva calcolatore e anche elaboratore, ma ora è solo computer. Dall’altra parte non propone alternative, pensiamo a un oggetto quotidiano con il mouse, che ci viene venduto come intraducibile e come un prestito “necessario”. Dov’è la necessità e l’intraducibilità? Lo chiamano tutti topo tranne noi: souris i francesi, raton gli spagnoli, rato i portoghesi, Maus i tedeschi. Allora il problema è un altro. Di quale evoluzione linguistica stiamo parlando? Evoluzione non significa importare anglicismi senza alternative e riempirci di suoni e di forme grafiche che violano le nostre regole morfosintattiche, significa creare neologismi italiani, se non vogliamo che l’italiano faccia la fine del latino.

La rivoluzione industriale ha portato il telefono e la lampadina non il telephon e la lamp! Quella informatica di oggi porta il web, internet, le chat, gli scanner… è questo essere moderni? Passare all’inglese? Chi è integralista, allora? Chi vorrebbe fare evolvere l’italiano o chi ha deciso di passare all’inglese (dunque lo fa involvere) e sostiene che i termini inglesi non si devono tradurre né adattare, o li bolla come “intraducibili”, “necessari” e altre simili sciocchezze che stanno uccidendo la nostra lingua?

Altri Paesi hanno una propria politica di cura linguistica: non è detto che funzioni, non è detto che sia seguita, ma ce l’hanno. Perché l’Italia non ha niente? E perché non è sentita nemmeno come esigenza?

I perché sono vari. Ci sono motivi storici, innanzitutto. L’Italia, ancor prima della sua unità, è stata invasa da tutti, e l’italiano ancor prima dell’unificazione linguistica – che non dimentichiamo è una conquista del Novecento, visto che fino agli anni Cinquanta i dialetti erano ancora la forma più ampia di parlato – è giovane e fragile, fuori dalla tradizione letteraria. Dunque siamo storicamente abituati ad accogliere parole straniere, solo che un tempo si adattavano e italianizzavano, mentre oggi sembra che questo meccanismo un tempo istintivo (revolver diventava rivoltella nell’Ottocento) sia passato di moda. Come se storpiassimo l’inglese, cosa di cui vergognarsi!

Peccato che proprio l’inglese “storpia”, cioè adatta ai propri suoni le molte parole che accoglie, italianismi compresi. Jeans deriva da Genova, design da disegno, sketch da schizzo (un tempo riferito ai dipinti ma oggi con accezione teatrale/televisiva), manager da maneggiare (i soldi, anche se da noi rimane il maneggio dei cavalli) e il paradosso è che una parola come novella, presa dal Boccaccio, è entrata così nell’inglese (dove significa romanzo) e oggi ce la riprendiamo con adattamento inglese nelle graphic novel che stanno sostituendo la parola fumetti persino nelle librerie che stanno diventando bookshop (in spagnolo si dice invece novela gráfica e in francese roman graphique).

Ma la zavorra che più pesa sulla politica linguistica è legata al fascismo, l’unico esempio storico di politica linguistica italiana recente. E il risultato è che parlare di politica linguistica o combattere gli anglicismi viene associato al fascismo, alla destra, al nazionalismo. Niente di più insensato. Quello fascista fu un modello di politica linguistica sbagliato e nessuno lo vuole replicare, né farlo rivivere. Guardiamo invece alla Francia, alla Spagna, persino alla Svizzera, dove in parlamento e sui giornali del Ticino c’è l’ora delle domande mica il question time come da noi. Possibile che gli svizzeri ci diano lezioni di italiano?

La terza considerazione è che semplicemente ci piace dirlo in inglese, suona più preciso, più evocativo, più scientifico. “Tu vuo’ fa’ l’americano” di Carosone e l’Alberto Sordi di Un americano a Roma non sono più delle macchiette e delle caricature. L’attuale classe dirigente e intellettuale, dalla politica ai giornali, è fatta da persone che vogliono fare gli americani. E allora cosa si può pretendere dalla politica se vara act e tax invece di leggi e tasse? Quella di Renzi è stata devastante per l’italiano, non solo per il linguaggio fatto di slide e streaming, ma proprio per l’anglicizzazione istituzionale! Sul sito del jobs act c’è scritto: «Il modello di flexicurity inaugurato dal Jobs Act si basa su un equilibrio tra le politiche passive […] Gli incentivi alle assunzioni sono oggetto di restyling». Ma anche il discorso con cui Conte ha inaugurato il nuovo governo era infarcito di gig economy, green economy o blue economy

Sono queste le persone che dovrebbero fare una politica linguistica? Le stesse che fanno diventare l’economia economy? Direi che per il momento non ci sono le condizioni per una politica linguistica. Molti parlamentari hanno presentato anni fa delle sentite proteste per tradurre question time, ma non è accaduto nulla. Come nulla è accaduto ai numerosi progetti di legge per la tutela dell’italiano che vengono presentati annualmente e che rimangono chiusi nei cassetti, l’ultimo a luglio 2018 da parte dell’on. Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia. E purtroppo, per gli italiani tutti, queste proposte arrivano solo e sempre dalla destra, mentre dovrebbero essere trasversali e privi di marche ideologizzanti. Anche perché la difesa del locale, anche linguistico, davanti alla globalizzazzione e all’espansione delle multinazionali dovrebbe appartenere alla sinistra!

La tua passione e il tuo studio hanno portato in questi giorni all’inaugurazione di un sito unico nella Rete italiana: il “AAA: dizionario delle Alternative Agli Anglicismi“. Quanto tempo ti ci è voluto per questa base di partenza?

Quasi due anni di lavoro. Nessuno lo aveva mai fatto. L’Accademia della Crusca non l’ha fatto, e il gruppo Incipit che ha come obiettivo quello di frenare gli anglicismi incipienti, a tre anni dalla sua costituzione ha rilasciato una decina di comunicati stampa con sì e no 30 alternative. Il Devoto Oli dell’anno scorso si fregiava di avere inserito le alternative a 200 anglicismi, che mi sembra una goccia nel mare.

La mia difficoltà più grossa in questo progetto è stata proprio l’assenza di precedenti, tranne quei pochi citati nei ringraziamenti come il dizionario di Gabriele Valle, Italiano urgente, gli elenchi del forum Cruscate o le 300 parole di Annamaria Testa. Andare a cercare le alternative italiane e i sinonimi in uso e in circolazione è dura, anche perché i dizionari raramente le includono, visto che la filosofia è quella di dare delle definizioni e delle spiegazioni, ma non le alternative.

Il risultato è che davanti ai troppi anglicismi la gente non sa come dirli in italiano, e non può che ripeterli. Io ho cercato di proporre alternative in uso con esempi contestualizzati spesso tratti dai giornali, un lavoro inedito e migliorabile che serve non a censurare gli anglicismi, ma a far circolare anche gli equivalenti italiani per non farli regredire. Non è la censura dell’inglese, è un inno alla libertà di scelta, perché per potere scegliere le alternative, devono prima esserci!

Segnalo poi che dal dizionario in rete è tratta una versione sbarazzina illustrata per Franco Cesati Editore inttiolata L’etichettario. Dizionario delle alternative italiane a 1800 parole inglesi.

Chi volesse partecipare e segnalarti una voce da aggiungere o da correggere, come può fare?

Questo dizionario è un punto di partenza e non di arrivo. Ogni voce è commentabile, si possono lasciare le considerazioni, suggerire le alternative, gli esempi di uso non inclusi, e poi c’è un modulo per segnalare nuovi anglicismi non inseriti. 3.500 sembrano tanti, eppure ce ne sono centinaia e centinaia mancanti. E non sto parlando di tecnicismi settoriali, sto parlando di parole che circolano sulla stampa. Ecco, mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti.

Il dizionario è consultabile gratuitamente e liberamente, ma i lettori sono invitati a lasciare il proprio contributo oltre che prendere le informazioni di cui hanno bisogno, partecipando, segnalando contribuendo alla sua correzione, alla sua crescita e miglioramento. Il progetto prevede che l’inserimento di nuove voci sia sempre filtrato, non libero. È una scelta per mantenere la linea editoriale e anche per validare e controllare i contributi e mantenere alta la qualità. Ma spero che diventi un’opera collettiva, un punto di riferimento per tutti e anche che ne nasca una comunità viva e attiva, che in futuro potrebbe diventare un gruppo di pressione e fare sentire la sua voce anche nei confronti della stampa, della politica o delle aziende cha abusano dell’inglese.

Dopo soli due giorni dalla sua pubblicazione, grazie ai contributi dei lettori ho già modificato quattro o cinque voci, e ho un elenco di una trentina di anglicismi da aggiungere, ma devo ancora verificare le frequenze e soprattutto le alternative che circolano.

Mi piace ricordare che hai scritto anche testi “for dummies”, come “SOS Congiunto for dummies” e “L’italiano for dummies“: cosa provi oggi a vedere il tuo nome sotto un titolo itanglese?

I For dummies sono un marchio forte nel mondo. In passato la Mondadori li aveva tradotti con Per negati, e anche in francese circolava Pour les nuls. Ma credo che ultimamente il marchio in lingua originale sia imposto anche all’estero, e la Hoepli lo ha lasciato in inglese credo per gli accordi commerciali con la casa madre.

Comunque non me ne vergogno affatto, diciamo che nel mondo del lavoro sono spesso costretto anche io a usare l’inglese, e un paradosso divertente è che insegno a scrivere in italiano professionale all’interno di un corso di storytelling (che scherzosamente chiamo storti-telling, per sdrammatizzare) in una specie di accademia di Digital Art and Communication dove forse prossimamente mi affideranno anche delle lezioni di editing e di ghostwriting… che ci posso fare? Lavoro come una talpa dall’interno, ma queste etichette non le posso cambiare.

Da più di vent’anni sono il fiero possessore di una “CinEnciclopedia” su CD-Rom, che recentemente ho scoperto essere opera tua: come mai in passato ti sei occupato di catalogazione cinematografica?

Ho fatto la mia gavetta editoriale in un settore che un tempo si chiamava “editoria elettronica”, quando ancora non c’era la Rete. Sono stato un pioniere del digitale, ed è per questo che ho avuto la fortuna di curare la prima edizione elettronica del Devoto Oli di cui si diceva.

All’inizio degli anni Novanta ho avuto anche la fortuna di lavorare con Roberto Busa, che oggi è riconosciuto anche negli USA come il padre della linguistica computazionale, perché è stato il primo uomo al mondo a pensare di utilizzare il calcolatore per analisi linguistiche, alla fine degli anni Quaranta, e a realizzare la digitalizzazione di tutte le opere di San Tommaso, con sistemi di ricerca incredibili per l’epoca, in grado di riconoscere persino gli omografi (parole dalla stessa grafia ma dal significato differente, per es. faces, che in latino può essere il plurale di faccia ma anche il verbo fare). E così ho curato molte opere pre-internettiane, che all’epoca si vendevano su dischetti vari, tra cui una collana di cinema, e sono stato autore di parecchi titoli multimediali e interattivi, come si diceva a quei tempi.

Per finire, un consiglio a chi voglia scrivere in italiano, riducendo al minimo le parole inglesi: oltre a consultare sempre il tuo sito, cos’altro si può fare?

Inglese o non inglese, il mio consiglio è di sforzarci tutti di uscire dal linguaggio stereotipato, una parola per ogni cosa/concetto, come piace ai traduttori automatici. La lingua è metafora, è uso figurato, è creatività e sinonimia.

Soprattutto, non vergogniamoci di dirlo in italiano: lo dicono tutti in inglese? Distinguiamoci! Diciamolo in italiano! A volte, quando non ci sono le alternative, in certi contesti un po’ di creatività può aiutare.

L’italiano avrebbe bisogno di più inventatori di parole e di meno angloripetenti, perché in questo umaniverso sempre più globalizzato le parole anglicizzate sono un po’ stereotipate, ma le parole immaginarie son più belle e molto varie…

Un mio personale omaggio:
il gagliardetto, cioè un detto gagliardo!


L.

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8 commenti

Pubblicato da su settembre 21, 2018 in Interviste

 

8 risposte a “Diciamolo in italiano: l’intervista esclusiva

  1. Cassidy

    settembre 21, 2018 at 7:07 am

    Ne comprerò copie da regalare ai miei colleghi, che ogni giorno mi accoltellano i timpani con scelte di parole ben poco “Smart” per stare in tema 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      settembre 21, 2018 at 7:20 am

      E’ una malattia molto comune, con storpiature itanglesi che gridano al Cielo. 😛

      "Mi piace"

       
  2. Conte Gracula

    settembre 21, 2018 at 7:43 am

    Però, secondo me, il passero solitario non è single, ma lone 😛
    A ogni modo, certi abusi dell’inglese nella comunicazione sono esagerati: politically correct era il caso peggiore, per me, anni fa, ma oggi è solo uno dei tanti 😦
    Se certe parole si abbinassero meglio a quelle italiane, almeno… invece, molte spezzano il flusso del discorso, dal punto di vista sonoro.

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      settembre 21, 2018 at 8:01 am

      Purtroppo l’invasione è massiccia e ormai la maggior parte delle parole inglesi utilizate nel linguaggio comune hanno un perfetto corrispettivo italiano, che a forza di non venir più scelto viene dimenticato da chi parla. Possiamo discutere se usare termini inglesi in mancanza di un corrispettivo italiano, ma se il corrispettivo c’è non dovremmo discutere affatto… Invece si usa sempre l’inglese, a priori, perché fa figo, anzi… fa smart 😀
      Ti ricordi la famosa pubblicità “Certe cose non hanno prezzo, per tutto il resto c’è MasterCard”? Ora “senza prezzo” è diventato priceless, perché è più “stringato”, ma solo nella testa di chi difende l’inglese 😛

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  3. Ivano Landi

    settembre 21, 2018 at 8:12 am

    Mi pare di avere sempre limitato al massimo l’uso di anglicismi nel mio blog, anche se non potrei giurarci. Forse il termine più ricorrente è deadline, ma parlando di fumetto americano… O dovrei forse dire di comics? ;-D
    Scherzi a parte, bella intervista, davvero interessante!

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    • Lucius Etruscus

      settembre 21, 2018 at 8:21 am

      Da quando ho conosciuto il blog di Zoppaz ho le orecchie piene di pulci! Ogni volta che scrivo e mi scappa un termine inglese mi fermo e penso: possibile non ci sia un equivalente italiano appropriato? Magari alla fine non c’è – soprattutto quando scrivo di cinema – ma il fatto stesso che me lo domando secondo me è positivo. Mi rende più responsabile nello scrivere e più rispettoso di chi mi legge, perché scrivere significa farsi capire anche se purtroppo molti (anche organi di informazione pubblica) lo dimenticano.
      Per esempio nel Zinefilo uso spesso il termine location, perché non significa solo “luogo”, “ambiente” ma indica proprio lo spazio ripreso dall’obiettivo, la “scenografia da esterni”, così come continuo ad usare novelization, perché oggettivamente “novellizzazione” è orribile e “trasposizione letteraria” mi sembra troppo generico per un nome che indica un genere: se dico “film western” non è la stessa cosa di dire “film di frontiera”, o peggio “film dell’Ovest”.
      Però uso anche francesismi come divertissment e physique du rôle, quindi allo stesso tempo cerco di tenere bassa la percentuale di “esterismi” e di essere pluralista. Non dico che ci riesco, ma già il provarci è una bella palestra ^_^

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  4. Il Moro

    settembre 21, 2018 at 7:19 pm

    Bella intervista su un argomento molto interessante e di cui, in effetti, non si parla quasi mai.

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