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Roberto Chiavini: un’estate da Professionista (2020)

18 Set

Forse l’esercito romano, l’antica gloriosa macchina da guerra invincibile, non era un meccanismo così perfetto quasi a livello mitologico come si è abituati a pensare: aveva anch’esso i suoi ingranaggi che si inceppano. Su questo tema arriva a parlarci Roberto Chiavini.

Questa estate per Odoya è uscito il suo saggio “Il lato oscuro dell’esercito romano. Gli ammutinamenti di epoca repubblicana“, un’opera che ci regala uno sguardo inedito su un argomento poco sottolineato quando si parla del mitico esercito romano, raccontandoci problemi, inciampi e sbagli.

«Parleremo delle rivolte militari, degli ammutinamenti veri e propri, i subbugli per la leva, i bronci per la mancata paga, le bizze per i mancati trionfi, ma anche dell’importanza del trionfo per le carriere politiche e per il benessere dei soldati vincitori, l’endemica presenza dei disertori e i loro effetti sulla vita stessa delle zone, lontane dalla madrepatria, dove poi questi finivano per insediarsi.»

Ho incontrato l’autore proprio per saperne di più su questo «viaggio per gli oscuri sentieri nascosti dietro le quinte dell’esercito romano».


Intanto ben trovato: ricordi quando ti organizzai su ThrillerMagazine una rubrica sui giochi da tavolo? Sono ancora una delle tue grandi passioni?

Ciao, grazie mille, ben lieto di esserci! Certo, sono passati un po’ di anni, ma è stata un’esperienza divertente e costruttiva. Il gioco resta una passione molto importante (anche più di una passione, perché una delle mie attività è la produzione di una collana di giochi di simulazione sportiva principalmente per il mercato statunitense), anche se il non lavorare più direttamente nel campo, come ai tempi di Stratagemma, mi tiene un po’ meno al passo con i tempi. Ma dedico settimanalmente alcune ore al gioco, ormai principalmente quello da tavolo (mentre un tempo spaziavo più ampiamente nel gioco di ruolo e soprattutto nella simulazione storica, nei wargame).

Venendo al tuo ultimo saggio, la domanda nasce spontanea: come ti è venuto in mente di mettere il dito in una piaga poco nota dell’esercito romano?

Il libro parte in realtà dalla mia tesi di laurea, discussa esattamente trent’anni fa, nel 1990. L’idea per la tesi era venuta in realtà per sfuggire alle tesi che andavano di “moda” nella mia facoltà in quel periodo (tipo il monachesimo delle origini nell’Africa del IV secolo e cose del genere, lontane anni luce dai miei interessi). Io sono sempre stato appassionato fin da bambino di storia militare… concedimi una digressione (ne farò tante, è un mio marchio di fabbrica) un aneddoto molto curioso, a questo proposito, di cui parlo nel mio libro dedicato al gioco da tavolo, di cui parleremo dopo.

Mio zio mi ha iniziato alla storia antica, e in particolare ad Alessandro Magno, grazie a una specie di variante del classico giocare a soldatini, effettuato con i fulminanti per le cartucce da caccia – mio nonno era un cacciatore e sul finire degli anni Sessanta, primi Settanta, per risparmiare, si montava le cartucce da solo – che erano di tre tipi diversi, in base ai fori per l’uscita del fumo della combustione dello sparo, e ognuno di quei tipi rappresentava una tipologia diversa di truppa militare: fanteria, cavalleria, fanti leggeri. E ricordo benissimo come aldilà del gioco in sé mi divertissi moltissimo, io bambino di forse quattro o cinque anni, a vedere schierarsi gli eserciti contrapposti, linee e linee di piccoli oggetti metallici, in questo caso, che si contrapponevano sul tavolo da pranzo di mia nonna… ci si divertiva veramente con poco e in più, nel mio caso, ci si appassionava alla storia, che poi sarebbe diventata prima mio campo di studi e poi, devo dire molti anni dopo il previsto, anche mestiere, se vuoi… ma torniamo al libro.

Insomma, la tesi venne fuori dal voler fare qualcosa che mi appartenesse veramente, che non mi fosse imposto dall’alto, che mi piacesse davvero fare. Ed è stato così: una costante lettura delle fonti letterarie, il cercare di tirar fuori il sangue dalle rape, se vuoi, perché il tema degli ammutinamenti e delle diserzioni di un esercito non è mai, neppure in epoche più recenti, facilissimo da ricostruire, per una certa reticenza degli organi interessati, ovviamente, un voler lavare in famiglia i panni sporchi, per così dire. Ma se uno guarda, per esempio, i trattati di pace, a partire dal periodo delle guerre puniche, vede che c’è sempre una strana postilla che riguarda la restituzione dei disertori e uno si chiede: allora il fenomeno della diserzione doveva essere sufficientemente diffuso, anche in una macchina da guerra come quella romana, per giustificare l’inserimento di questa clausola (riportata dalle fonti letterarie, come Tito Livio, ad esempio). E da qui prendi a fare ricerche sui testi, e scopri un sacco di cose, di rivolte appena accennate che però poi ricostruire per vie traverse, altre molto più lungamente descritte (quasi sempre a vantaggio del condottiero, termine impreciso, ma per dare un’idea, che la storiografia senatoria imperante voleva esaltare a scapito di altri).

Lo stesso Cesare, per esempio, ebbe a subire numerose ribellioni, anche dai suoi fedelissimi e questo lo sappiamo da fonti diverse da lui stesso, chiaramente, come Dione Cassio oppure da autori sicuramente minori, come Frontino, Appiano e simili, quasi dei gossippari del tempo (Svetonio ne è il principe), ma che riportano notizie che non si trovano, comprensibilmente, nelle storie più ufficiali.

Bene, grazie al mio editore, Odoya, questa tesi, completamente riscritta e resa appetibile per un pubblico generalista, ha rivisto la luce e ne sono molto contento e soddisfatto.

Ci sono un sacco di aneddoti che i più non sanno e credo che possa essere una lettura divertente, per gli appassionati e non. L’aneddoto più incredibile non riguarda le fonti, ma la prefazione del libro e la sua genesi. È una digressione ma è troppo assurda per non dirvela: stavo per consegnare il libro all’editore, che da tempo mi chiedeva una prefazione di qualche peso da aggiungere al volume. Bene, si era nel punto più chiuso del lockdown pandemico di fine marzo, e alle 6 e 45 del mattino, in coda presso un supermercato del mio quartiere vedo palesarsi tra la già lunga coda, un volto familiare, peraltro coperto da mascherina: era il professor Arnaldo Marcone, co-relatore della mia tesi, che non vedevo da ben oltre vent’anni (perché insegna a Roma e lì si è normalmente trasferito). Fra le altre cose, a Firenze abita in zona piuttosto lontana dalla mia, quindi la possibilità di incontrarlo in una circostanza del genere va ben oltre i limiti dell’assurdo; comunque, il riconoscimento fortuito e lo scambio di indirizzo mail per risentirci mi ha portato nel giro di pochissimi giorni ad avere una sua ottima e generosa prefazione per il volume (oltre a recuperare un rapporto di amicizia che il tempo aveva sepolto). Vi parlavo del mio amore, per le digressioni, questa credo le superi tutte, ma è veramente troppo incredibile per non riportarla.

Il campo è vasto, dai primordi della Repubblica agli inizi dell’Impero: uno sforzo in più e avresti potuto arrivare alla celebre Adrianopoli…

In realtà la tesi originaria era ancora più corta, cronologicamente parlando (in realtà era un volume di quasi 400 pagine, perché ovviamente era pieno di testi originali e note, che nel volume da poco uscito non sono invece così numerose, visto il carattere divulgativo e non scientifico del testo), perché si concentrava soltanto sul periodo fra la prima guerra sannitica e la presa di Numanzia, quindi poco più di due secoli di storia. Il volume invece parte dal primo periodo repubblicano (troppo ammantato di leggenda per poter essere considerato poco più che vagamente attendibile, ma con spunti già interessanti per un ragionamento globale sul tema) e arriva fino ad Augusto. Poi, il passaggio all’impero, porta via gran parte delle tesi sostenute nel libro, l’esercito romano cambia troppo, non avrebbe avuto più molto senso proseguire.

Al contrario delle riviste e trasmissioni sensazionalistiche, specifichi sempre che nessuno ha la verità in tasca e le fonti sono spesso contrastanti o non affidabili. Per te come narratore questo è un ostacolo o uno sprone ad una scrittura più completa?

Ho iniziato a scrivere di storia, principalmente militare, arrivando dalla storia del cinema e del fantastico, come ben sai, e mettere a confronto le fonti, per cercare di ottenere una ricostruzione il più possibile equilibrata e realistica dei fatti, è stato sempre uno dei punti base del mio studio: la manipolazione degli eventi a favore degli uni o degli altri è da sempre uno dei grandi disastri dell’interpretazione della storia passata e se vuoi anche degli eventi attuali. Basta pensare a quanto avviene oggi e quanto poco si sappia di definitivo su quanto avviene nel mondo, nonostante il pullulare dei media contemporanei, della possibilità per ciascuno di noi di dare una testimonianza diretta di ciascun evento di cui è partecipe. E già così ognuno di noi, anche involontariamente, manipola il vero, perché mostra l’evento secondo il suo punto di vista. Anche in assoluta buona fede, ben inteso.

Ti faccio un esempio stupido per farti vedere la “relatività” intrinseca del reale: pensa per esempio alla VAR nel calcio; era stata introdotta per dare maggiore obiettività a uno sport che altrimenti offriva il fianco a critiche per l’operato arbitrale. Ebbene, l’abbiamo ottenuta? Credo che abbia fatto più danni della grandine e ha invece dimostrato come si possa discutere all’infinito su cose – stupidissime, bada bene, è un esempio – che tutti gli spettatori vedono. Le immagini da vari punti di vista della stessa azione di gioco portano a letture antipodiche dello stesso evento. E ogni partito, ogni posizione può essere sostenuta dai fatti; liberamente interpretati a proprio piacimento.

Pensa te quindi al potere manipolatorio che hanno gli storici. Io non mi sento a tutti gli effetti uno storico tout court, pur con la mia laurea in storia; i volumi che ho scritto sono molto generalisti, e mancano del rigore e della scientificità per poter salire di livello, ma ho sempre cercato di mettere il lettore sull’avviso che tutto quanto scrivo – tutto quanto – è frutto di un’interpretazione, basata su fatti selezionati, che anche fra le mani del più onesto e disinteressato scrittore, vengono comunque scelti e di conseguenza manipolati. Quindi, come narratore, per me è uno stimolo enorme poter effettuare questa scelta e al tempo stesso anche una certa responsabilità, nel mio piccolo ruolo di divulgatore; per questo motivo, ripeto, l’invito al lettore di prendere tutto quanto con la dovuta cautela, con lo sprone a fare altre ricerche, altre letture, è una cosa che sento come importante.

Perché vedere il modo distruttivo e insensato con cui si cerca di riscrivere una storia politicamente corretta (che è un bellissimo ossimoro, non credi?) del passato, senza tener conto che si era appunto nel passato, anche molto lontano, è soltanto la dimostrazione della protervia dell’uomo, non solo quello di oggi, da sempre, il suo solipsismo egocentrico che lo porta a ritenersi migliore degli altri. Ma ormai divago.

Imperdibile l’appendice sui giochi di ruolo sul mondo romano. Pensi che conoscere più dettagliatamente la storia aiuti nel gustarsi un gioco di ruolo di quel tipo?

L’appendice è più propriamente sui giochi di simulazione storica, sui wargame (cartacei in primis, ma anche su computer), piuttosto che non sui giochi di ruolo (che pure in piccola parte esistono: il più famoso è Lex Arcana, recentemente riproposto al pubblico di tutto il mondo anche in versione internazionale – l’originale risale agli anni Novanta – molto ben fatto e divertente da giocare).

Conoscere la storia può senza dubbio, in un gioco di ruolo, dar modo al narratore (al master, al custode, chiamalo come ti pare… è in un certo modo il regista del gioco) di proporre trame maggiormente realistiche e appaganti, ma dipende ovviamente dai giocatori che ha a disposizione.

Nel wargame, invece, l’evento riproposto nel gioco generalmente spinge il giocatore a fare maggiori ricerche sul tema e quindi è di sicuro uno stimolo per lo studio e l’approfondimento culturale. Da noi non è quasi per nulla diffuso a livello scolastico (per esempio, sapevi che il celeberrimo Alessandro Barbero è un giocatore di wargame, un grandissimo appassionato che spesso nelle sue interviste ricorda con piacere questo aspetto della sua vita, senza alcuna remora o falso pudore; anzi, in rete potete trovare anche il suo unboxing (ovvero l’apertura della scatola e la descrizione di un gioco, moda molto diffusa in rete da un po’ di tempo a questa parte) di un recente wargame, di autore italiano, validissimo, dedicato al fronte italiano della Seconda Guerra Mondiale che è semplicemente uno spettacolo proprio per la bravura e l’entusiasmo di Barbero (persona realmente squisita).

Anche un altro celebre storico come Franco Cardini, almeno in gioventù, era un grande appassionato di wargame (lo so perché, avendo studiato a Firenze e avendo seguito il corso di storia medievale proprio l’anno sabbatico di Cardini, al momento di discutere la tesina a completamento del corso, per la scelta dell’argomento – che era il cambiamento dell’arte militare fra il 1300 e il 1400 – la commissione esaminatrice mi domandò, con una qual certa anche sgradevole e supponente ironia, se anche io “giocassi con i soldatini” come Cardini), ma negli Stati Uniti e in altri paesi anglofoni il wargame è spesso proprio un corso di studio, a livello liceale e anche universitario.

Io per esempio ho nutrito, come detto, la mia passione per la storia attraverso il gioco, di gradino in gradino, e ho esteso i miei interessi ben oltre i meri eventi militari (o ho cercato di inserirli in un contesto più ampio), arrivando ad appassionarmi di vari periodi e vicende.

Sarebbe un modo di usare la valenza pedagogica del gioco per far studiare più e con maggior passione i ragazzi di oggi.

Sempre a tema storico è il tuo saggio Odoya dell’anno scorso, “La guerra delle Due Rose“: cosa puoi dirci di questo saggio?

Posso intanto dirti com’è nato, senza falsi pudori: per sfruttare il successo del “Trono di Spade”. Un’altra delle mie grandi passioni, come sai e ho accennato, è il fantastico e ho amato la saga di George R.R. Martin fin dal suo primo volume (letto appena uscito, in originale, e del quale discussi, in una piacevolissima cena piacentina, con il mai abbastanza compianto Giuseppe Lippi, che mi disse che Mondadori ne aveva acquisito i diritti italiani) e il legame con la guerra civile inglese fra gli York e i Lancaster era troppo evidente, almeno dal punto di vista epidermico (come sanno i lettori del mio libro, a livello profondo le differenze fra la storia vera del conflitto e il rimaneggiamento fantastico di Martin sono invece molto meno marcate), è sempre stato ricordato dai recensori e dagli appassionati della prima ora.

In realtà il mio volume dedica pochissimo spazio al fantastico (anche se, come in ogni altro mio volume storico, ho dedicato un capitolo alla fiction e uno al gioco sul periodo in questione; e almeno riguardo al gioco, penso proprio di essere l’unico “storico”, a livello internazionale, almeno a mia conoscenza, ad averlo fatto e ripeterlo con costanza) e molto all’appassionante e complicata storia reale del periodo, una storia di uomini e donne (numerose e fondamentali, molto più di quanto non si creda di solito), di re e di regine, di tradimenti e inganni, e certo anche di battaglie (poche e via via più sanguinose e crudeli).

La parte a mio avviso più interessante e particolare è l’appendice che ho dedicato alle tragedie shakespeariane dedicate al conflitto, dal Riccardo II al Riccardo III, otto in tutto, alcune straordinariamente belle (del Riccardo II mi sono letteralmente innamorato) e in particolare alla stupenda fiction della BBC, credo purtroppo inedita nel nostro Paese (come molte cose altrettanto belle, ahime), The Hollow Crown, che ripropongono le otto tragedie di Shakespeare in versione fiction televisiva, con un cast di altissimo livello (tanto per fare dei nomi a caso, Riccardo III è Benedict Cumberbatch, Enrico V è Tom Hiddleston – il Loki della Marvel al cinema – Enrico IV è Jeremy Irons, e Enrico di Bollingbroke, ovvero Enrico prima di diventare re è Greg Kinnear – e ho fatto solo dei nomi a caso) e una qualità scenica parimenti sublime. Un vero must per gli appassionati e non.

Del 2018 è l’altro tuo saggio storico Odoya, “La guerra di secessione“: è stato più facile scrivere di questo periodo storico più vicino?

A dire il vero no, soprattutto in un periodo come questo dove, come dicevo sopra, il revisionismo impera e sgretola tutto quanto è stato detto e scritto in passato su questa guerra. Ho cercato di essere il più equilibrato possibile, ma già la ricerca è stata complessa e quindi molto più appagante. Ho il vantaggio di non essere americano e quindi di aver potuto scrivere in modo, spero, obbiettivo di un conflitto che invece continua a insanguinare e dividere il paese (in questi giorni ancora di più): basta pensare alla secondo me totalmente assurda vicenda delle statue (che adesso riguarda più in generale gli schiavisti tout court – mi domando quando arriveranno a cambiare nome alla loro capitale… – ma che già da qualche anno ha colpito tutti i monumenti dedicati alle icone del vecchio Sud); ma qui andrei troppo fuori dal seminato.

Il libro in realtà era nato dopo che avevo scritto il capitolo dedicato ai film sulla guerra civile americana, contenuto nel volume Guida al Cinema Western, scritto dai colleghi e amici Stefano di Marino e Michele Tetro, e avevo proposto a Marco de Simoni di Odoya se non fosse interessato a un libro storico sull’intero conflitto (in particolare sulla parte militare). Il suo entusiasmo ha alimentato il mio e credo di aver scritto un gran bel volume, forse il migliore fra i miei saggi storici (certamente il più lungo e dettagliato). Ed è qui che ho iniziato il mio vezzo di indicare accanto a un’amplissima bibliografia un’altrettanto particolareggiata ludografia di riferimento, per tutte le battaglie e le campagne trattate. È, in questo, un unicum a livello mondiale di cui vado particolarmente fiero.

Di tutt’altro genere è invece “Guida al gioco da tavolo moderno” (Odoya 2019): possiamo definirlo un tuffo nel tuo mondo personale?

Questo è il volume di cui avrei voluto essere più fiero e invece mi ha lasciato purtroppo insoddisfatto. Era il coronamento del sogno di un’intera vita dedicata al mondo del gioco, ma ha avuto troppe vicissitudini in fase di stesura e soprattutto di collocazione editoriale da farmelo sentire incompiuto.

Prima di tutto già il titolo è fuorviante: l’opera voleva essere la prima parte di una storia del gioco da tavolo dal secondo dopoguerra ad oggi, strutturato cronologicamente in un volume delle origini a tutti gli anni Ottanta (che è quello effettivamente uscito, come si evince solo dal sottotitolo purtroppo, e questo ha portato a cattive recensioni del libro proprio perché il recensore, che aspettava di trovarci altro, si è sentito ingannato, e non a torto, ammetto) e in un secondo (che per la massa di materiale avrebbe potuto anche dividersi in due tomi) dedicato al resto, dagli anni Novanta in poi. E la struttura avrebbe privilegiato in questo volume le tipologie di gioco da tavolo dominanti nei decenni trattati ovvero il wargame, il gioco di simulazione storica, e il gioco di ruolo (con una parte non meno interessante dedicata al gioco sportivo, che da noi è di base solo il Subbuteo, ma che nel mondo anglosassone ha una sua precisa diffusione, a tratti numericamente importante e capillarmente estesa). E credo che specialmente la parte dedicata alla storia del wargame da tavolo (non quello con i soldatini, quello con mappe e pedine di carta e cartone) sia venuta molto bene, per ricchezza di dettagli e precisione maniacale, così come quella sul gioco di ruolo e sul gioco sportivo.

Le parti deboli sono quelle che l’editore mi ha in un certo modo imposto (ovvero quelle sul gioco da tavolo più tradizionale, dal Monopoli al Cluedo), che si vede che sono state appiccicate a uno scheletro non in grado di sostenerle, ma che purtroppo sono troppo evidenziate in copertina, rendendo il volume molto discutibile dal punto di vista del mercato di riferimento. Ma se uno lo legge scevro da pregiudizi è un libro interessante e che con questo tipo di taglio non ha eguali in Italia.

Il secondo volume avrebbe trattato i giochi venuti alla ribalta in seguito, dai giochi di carte collezionabili alla Magic, ai giochi con miniature tipo Warhammer, alla vera e propria invasione dei giochi per adulti, gli Eurogames, o German Games, ormai migliaia di titoli diversi. Un vero universo ludico mai adeguatamente trattato, se non in vari siti sulla rete, molto ben fatti, peraltro. Ma non credo che lo scriverò mai.

Oltre a quello storico, immagino, quali altri sfondi preferisci per i giochi da tavolo?

Diciamo che sono di bocca buona e mi interessano quasi più le meccaniche che non il tema in sé: mi spiego meglio, parlando prettamente di giochi da tavolo, mi piace provare nuove meccaniche di interazione ludica, di soluzione del gioco, di metodi diversi per arrivare alla vittoria; per esempio, io adoro un gioco come Wallenstein, dedicato in teoria alla guerra dei Trant’anni ma che del wargame ha alla fine meno di un Risiko, ma mi piace anche l’interazione di alcuni giochi molto semplici di carte, del cui tema francamente non mi importa per nulla.

Il miglior gioco da tavolo cui abbia mai giocato credo possa ritenersi Republic of Rome, una mirabile simulazione della storia romana repubblicana, dalle guerre puniche a Cesare e Pompeo, che pone i giocatori nei panni di famiglie senatorie in caccia di fama e di potere, ma con un sistema che impone la collaborazione fra i rivali, pena la distruzione dell’intera città (e la sconfitta per tutti i giocatori). Gioco da far provare nelle scuole invece che perdere mesi e mesi a riempire le teste degli studenti di vuote date e avvenimenti; ma servirebbe un corpo docente diversamente formato, più aperto, più moderno.

Di un gioco di ruolo, invece, valuto in primis l’aspetto tematico e come master prediligo quasi esclusivamente l’horror, e in particolare quello lovecraftiano del Richiamo di Cthulhu; anche se le mie migliori sessioni di gioco sono venute fuori nel curioso tema del weird western. Come giocatore mi va bene un po’ tutto, ma quasi sempre finisco per giocare il fantasy.

Nel wargame storico amo in particolare la guerra civile americana, il periodo antico e la Seconda guerra mondiale, ma solo su scala strategica (World in Flames resta il mio gioco preferito in assoluto).

Per finire, una domanda di rito: progetti futuri?

Sto scrivendo un altro saggio storico, questa volta dedicato alla rivoluzione americana, con il medesimo taglio di quello sulla guerra civile (quindi tratta principalmente degli aspetti militari del conflitto, senza però tralasciarne del tutto altri, e sempre con le immancabili appendici dedicate al gioco e alla fiction in tema). Dovrebbe uscire nei primi mesi del prossimo anno, pandemia permettendo. Credo stia venendo su molto bene, ne sono molto soddisfatto.

Poi, il progetto per la seconda parte dell’anno mi riporta dopo qualche anno d’assenza nel tema della letteratura e del cinema: tratterà il tema del duello nella fiction dall’Iliade al Trono di Spade, con una struttura diacronica a saggi separati, di vari autori, molto eterogeneo e variegato, sulla scorta di quanto ottimamente fatto dall’amico Luca Ortino nei volumi che ha curato, sempre per Odoya, dedicati al tema della Percezione del Tempo e in seguito del Viaggio, realmente ben fatti, caleidoscopici e intriganti (e ai quali ho avuto il piacere e l’onore di collaborare con alcuni dei miei scritti che ritengo migliori, peraltro).


L.

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1 Commento

Pubblicato da su settembre 18, 2020 in Interviste

 

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