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Delitti al museo (marzo 2019): intervista agli autori

Arriva in questi giorni nelle edicole italiane un’opera corale curata da Franco Forte e Diego Lama per la storica collana “Il Giallo Mondadori“. Con Delitti al museo abbiamo dieci autori che ci raccontano dieci storie ambientate al MANN: Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Ho intervistato i partecipanti a questa splendida iniziativa per conoscerli meglio.

Ecco la trama dell’antologia:

Napoli non è sole e mare. È una città di ombre, una città liquida che ribolle nelle viscere come una solfatara. Lo sa bene Bas Salieri, ricercatore dell’occulto, alle prese con l’assassinio rituale di un vecchio amico e la scomparsa di un prezioso manufatto. È una città di enigmi, che le sono connaturati fin da epoche lontane. Come scoprono Martino da Barga, francescano inviato dal pontefice a indagare su una sacerdotessa che forse è una strega, e monsignor Attilio Verzi, chiamato a risolvere il caso di un omicidio commesso con un antico pugnale. Enigmi che aleggiano intorno a opere d’arte. Come la statua di Venere che ossessiona un’artista, ignara che qualcuno è pericolosamente attratto da lei. La stessa statua in qualche modo collegata alla morte di un accademico inglese, un rompicapo per il commissario Veneruso. Dagli anni Trenta, quando il ritrovamento di un reperto “impossibile” innesca sviluppi imprevedibili, fino ai giorni nostri, che sia per un’esecuzione tra la folla dei visitatori, per un delitto nella sezione egizia, o per l’inspiegabile presenza notturna di un uomo seduto a fissare un certo oggetto, il centro di tutto è sempre il Museo archeologico nazionale, palazzo monumentale che nelle sue sale custodisce secoli di storia e infinite storie. Un paradiso per i turisti, un inferno per gli investigatori.

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Pubblicato da su marzo 13, 2019 in Interviste

 

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Intervista a Zoon

Ho perso il conto di quanti mesi fa ho iniziato ad accarezzare l’idea di intervistare Zoon, al secolo Sandro Battisti, che non si limita a scrivere di fantascienza ma a viverla fin nel profondo di sé: alla fine, ci sono riuscito solo ora, dopo mesi di idee lanciate, prese al volo, ripensati, rilanciate in una lunga partita di tennis con Zoon, che si è gentilmente prestato alla mia lentezza da intervistatore.
Finalmente ci siamo, è ora che il mondo conosca questo autore connettivista!


Intervista a Zoon

Quand’è che il giovane Zoon è stato folgorato dalla fantascienza?

Cavalieri elettrici, a cura di Daniele Brolli. Avevo già sentito parlare di cyberpunk, ma era stato qualcosa di sporadico, magari intrecciato col paradigma punk o anarcopunk dei tempi d’oro, e la fantascienza in generale aveva sfiorato più volte il mio percorso ma, cosa essenziale, non mi aveva mai folgorato. E invece, con quell’opuscolo curato dal buon Brolli, è esplosa la passione insana per il sintetico, un intero paradigma composito si è aperto a me, ed è stato uno dei prodromi che hanno accompagnato, dal mio lato, la futura nascita del Connettivismo.

Quali autori di sf consideri i tuoi maestri? O comunque i tuoi idoli?

Bruce Sterling, ché il suo “La matrice spezzata” (Schismatrix, 1985) l’ho riletto almeno venti volte, e ciò si sentiva nei miei scritti soprattutto agli inizi, quando il fascino tecnofilo e vertiginoso della mutazione e dei limiti del nostro continuum mi folgorarono come un flash atomico.

Valerio Evangelisti, lo sto adorando come non mai proprio in queste settimane che ho ripreso a leggere tutta la saga che possiedo di Eymerich, un vero compendio di meraviglie che ha pochi eguali perché Valerio possiede la carica dirompente del visionario e della cognizione che non saprei identificare in altro modo che connettivista, e ha la capacità mainstream di pennellare le situazioni e i personaggi con insuperabile maestria e immediatezza.

Alastair Reynolds, perché il suo abisso siderale ha una capacità sintetica e immaginifica di chiara estrazione space opera e cyberpunk, ma attinge a un universo weird che sento mio da ancor prima che la fantascienza mi avvinghiasse in sé; perché io sono nato weird, con Shirley Jackson e Algernon Blackwood, e prima ancora E.A. Poe e tutto il gotico precedente, escludendo Walpole che è ormai troppo antico, anche nel linguaggio.

Hai citato tutti autori che definire grandi è davvero riduttivo, ma siamo in un angolo di universo – chiamato Italia – in cui l’editoria è una giungla non sempre facile da attraversare. Come hai trovato questi autori? Un giorno sei entrato in libreria, hai visto un libro della Jackson e di Blackwood – due autori titanici ma trattati parecchio male dagli editori italiani – e hai deciso di provare a leggerli? Oppure hai seguito consigli di altri?

Eh eh… dunque, Blackwood: ero giovane, non troppo forte ma curioso, entrai nella libreria della Stazione Termini perché ero in attesa del treno per tornare a casa, volevo leggere cose nuove; mi capita tra le mani un libercolo di Theoria, “Antiche magie” (Ancient Sorceries, 1927) di Algernon Blackwood. “Chi sarà mai costui?”, penso, poi leggo la brevissima quarta di copertina e rimango folgorato. A casa, la sera, vengo sopraffatto dall’incantesimo che quell’uomo era capace di evocare, ed è stato così che ho scoperto ciò che reputo il massimo maestro del weird.

Discorso simile per Shirley Jackson: in un negozio Buffetti vicino casa scovo tra i libri alcune vecchie edizioni di Oscar Mondadori, tra queste proprio “La casa degli invasati” (The Haunting of Hill House, 1959). Amo il weird (aggiungo che l’ho scoperto solo più tardi questo nome) e quindi, incuriosito, compro quel romanzo. E impazzisco di brividi – l’ho letto ascoltando nel contempo Concrete Jungle, di Dive, disco che consiglio assolutamente.

Hai citato alcuni movimenti letterari che mi piacerebbe approfondire con te. Cominciamo dal weird: cosa deve avere un romanzo di quel genere perché ti faccia provare soddisfazione massima? Secondo te oggi esiste ancora la voglia di scrivere weird?

Guarda, ultimamente ho editato per Kipple Officina Libraria “La legge della penombra“, di Giovanna Repetto, vincitrice dello scorso ShortKipple: ricordo che mi sono dovuto fermare più volte mentre calibravo addirittura le virgole di quel racconto, il bisogno di respirare per scacciare l’orrore psichico che provavo mi ha spezzato le gambe; ecco, il weird è quella cosa che in pieno sole agostano ti fa sentire il freddo del terrore interiore, non un goccio di sangue versato ma una marea nera di orrore disincarnato che sommerge, che non lascia respiro, che schiaccia le visioni in un mortaio emotivo surreale.

Il genere è recentemente tornato all’attenzione dei lettori, prova ne è il gran successo delle Edizioni Hypnos dell’amico Andrea Vaccaro, una casa editrice interamente votata al nuovo e vecchio weird, ma anche altre realtà editoriali fanno a gara a riproporre cose dimenticate, lo stesso Blackwood è stato recentemente ripescato da più di una casa editrice italiana.

Qual è stato invece il romanzo (o racconto) che ti ha fatto gridare “Io amo il cyberpunk”? E pensi che oggi quell’esperimento letterario abbia fruttato degni eredi?

La folgorazione è avvenuta con La matrice spezzata, come dicevo, ma soprattutto con “Venti evocazioni” (Life in the Mechanist/Shaper Era. 20 Evocations, 1984), un brevissimo racconto quasi poetico che Sterling ha ambientato nello stesso universo space opera di quel romanzo, racchiuso nella raccolta Crystal Express.

Il cyberpunk è morto perché, semplicemente, è divenuto realtà, anzi, direi che i peggiori incubi ora derivano proprio dal reale che ha superato la fantasia. In ogni caso, il genere è stato seminale, in molti hanno preso le mosse da lì e noi stessi connettivisti dobbiamo molto anche ai cyberpunker, la presenza di Sterling nelle nostre attività testimonia ciò.

Non ti dà fastidio sentire continuamente utilizzare il termine cyberpunk per film che con il genere non hanno il benché minimo legame? Secondo te perché una parola “di rottura” a un certo punto è diventata così profondamente mainstream?

Be’ è nella natura delle cose divenire di uso comune, altrimenti si affonda nel dimenticatoio, un po’ come dire che l’alternativa alla vecchiaia è ben peggiore della prima… Chi non è padrone della materia vede poi cyberpunk o fantascienza ovunque, anche dove non dovrebbe, e i giornali o i media in genere, essendo appunto generalisti, creano una confusione babelica, giustificata dal fatto che devono vendere etc. etc. etc… Purtroppo, la cultura non può essere di massa.

Arriviamo finalmente a questo connettivismo che ti sento citare. Fai finta che io non ne sappia assolutamente nulla, cosa peraltro corrispondente al vero: come mi spiegheresti il connettivismo spingendomi ad amarlo?

Guarda, in quasi quindici anni di Movimento e presentazioni, ognuno di noi ha dato una spiegazione varia e centrata sul momento empatico, però posso dirti che è un amalgama di idee e sensibilità volte a cercare la comunanza della tecnologia unita all’umanesimo, in cui la poesia e la mistica tecnologica del postumanesimo prossimo venturo si unisce alla catarsi delle nuove scienze: matematica del caos e quantistica su tutte. Sciamanesimo ed esoterismo sono effetti collaterali della sensibilità connettivista.

A quanto ho capito oggi è un fenomeno letterario vivo e con diversi autori, anche italiani: ce ne puoi presentare qualcuno?

I connettivisti sono italiani, abbiamo qualche sponda all’estero – su tutti cito Sterling – ma io sono convinto che se il Movimento fosse nato in luoghi anglofoni avrebbe attinto a un bacino di popolarità nettamente superiore. Con ciò voglio dire che qui nel nostro Bel Paese scontiamo l’atavica diffidenza verso il Fantastico, ma ciò comunque non ha impedito lo sviluppo peculiare delle nostre idee e sensibilità e perciò lamentarsi o fare questo tipo di discorsi è davvero sterile: siamo italiani, dopotutto questa è la nostra peculiarità e punto di forza.

Nomi? Be’, a parte Giovanni De Matteo, Marco Milani, Lukha B. Kremo, vincitori di vari Premi tra i quali l’Urania e il Kipple, il collettivo è sempre in fermento con ingressi e uscite; nel tempo si sono succeduti e alla fine rimasti sempre un po’ connettivisti autori come Francesco Verso, Fernando Fazzari, Giovanni Agnoloni, Alex Tonelli, Roberto Furlani, Mario Gazzola, Domenico Mastrapasqua, UdivicioAtanagi, Ettore Fobo, Umberto Bertani, Marco Moretti, Christian Ferranti, Paolo Ferrante, Marco Marino, Maurizio Landini, Luigi Milani, Matteo Barbieri, Alessio Brugnoli, Roberto Bommarito e tanti altri, ogni volta faccio il mio solito casino nel dimenticare qualcuno e, puntualmente, sarà successo pure questa volta (chiedo scusa). Aggiungo anche che il collettivo non è solo scrittura, ma arte a tutto tondo, disegni e musica, fotografie, video, cinema, teatro, tutte le arti in sostanza, per cui aggiungo anche KsenjaLaginja, Gabriele Calarco, Luca Cervini e, anche qui, esiste sicuramente qualcuno che ho dimenticato.

In ultimo, la Kipple Officina Libraria è l’emanazione connettiva nell’editoria a tutto tondo, una casa editrice retta da connettivisti che utilizza metodi connettivi per pubblicare cose anche non connettiviste, ma che hanno al loro interno germi del Movimento, sia per gusto che per idee.

Ho letto che il connettivismo nasce “idealmente” dal romanzo “Crociera nell’infinito” di A.E. Van Vogt, da cui idealmente nasce anche la creatura di “Alien”. Qual è il tuo rapporto con il celebre film di Ridley Scott?

Sì, la suggestione primaria fu quella, Giovanni De Matteo identificò la radice dell’idea connettivista in quella disciplina che Van Vogt “studiò”. In effetti, è quanto di meglio possiamo esprimere, ed è significativo che sia un’idea venuta dal passato…

Alien; qualcuno lo identifica con il pantheon lovecraftiano, ma lo xenomorfo non è un Grande Antico, bensì un prodotto genetico, assai più simile alla fantarcheologia di Sitchin e Hancock. E in effetti Scott si muove su quei territori, che tutti schifano ma che, in fondo, sono proprio quelli ideali per l’alieno illustrato. E in effetti, per quanto riguarda la saga di Alien, Scott si muove proprio su quei territori da fantarcheologia, che tutti schifano ma che, in fondo, sono proprio quelli ideali per l’alieno reso vivo da H.R. Giger.

Devo dire che sento affinità con le pseudoscienze di Sitchin e Hancock, pseudo perché sono meno dimostrate (o dimostrabili) delle altre ufficiali; del resto, il mio Impero Connettivo è fondato proprio sulle figure di alieni Nephilim che governano il sistema dimensionale-postumano, dove il tempo e lo spazio sono illusioni e dove l’unico denaro è dato dalle informazioni.

Parliamo dunque del tuo Impero Connettivo: chi voglia iniziare a conoscerlo meglio, con quale titolo deve iniziare?

Può iniziare sicuramente dal Premio Urania 2014 “L’impero restaurato“, o “Il sangue e l’impero” (2015), come è effettivamente il titolo del volume Urania. In realtà prima era stato pubblicato olonomico, ennesimo titolo dell’impero connettivo, precedenti sono ancora inediti.

L’Impero Connettivo, scopro da “Olonomico” (Kipple 2015), è un “Impero postumano esteso sul tempo e sullo spazio, fortemente simile a quello Romano”: la reputi una definizione calzante? E per chi volesse partecipare a questo universo narrativo, quali sono le sue regole basilari?

Sì, come anticipavo poco sopra, l’Impero Connettivo è un organismo statale pari a quello Romano, che si estende sullo Spazio ma anche sul Tempo. In quanto misure illusorie dell’energia, il Tempo e lo Spazio sono trattate dai Nephilimcome apparenze; gli alieni e i postumani più elevati, quali il funzionario Sillax che coadiuva l’imperatore nephilimTotka_II, sono a capo dell’Impero.La razza aliena, proprio perché vigono le illusioni dimensionali spaziotemporali, è stata ispiratrice della Classicità umana, per cui l’abstract di fondo è che l’Impero Romano sia stata una creazione Nephilim: il cortocircuito del futuro remoto col passato arcaico è così servito.

Da un po’ di tempo ho aperto definitivamente il canone dell’Impero Connettivo ad altri scrittori, mi è sempre piaciuta l’idea dell’open source e quindi, con l’aiuto dell’editore di Kipple Officina Libraria, Lukha B. Kremo, di Giovanni De Matteo e di Marco Milani abbiamo stilato un documento per partecipare alla elaborazione il più possibile partecipata dell’immaginario imperiale; ne è nata una collana della stessa Kipple, chiamata SpinOff, dove sono già presenti alcuni titoli, non solo miei: chiunque voglia partecipare a questo progetto può scrivere a me o alla Kipple e chiedere lumi sul canone imperiale da seguire che,in buona sostanza, prende lo spunto dall’epilogo del mio romanzo uranico L’impero restaurato.

Cosa puoi dirmi invece della serie di racconti di “Scritture aliene“? Lo scorso marzo è apparso in solitaria il tuo “È il freddo”…

Scritture aliene è una creatura di Vito Introna, che l’ha fatta incarnare in svariate case editrici disponibili a seguire la diaspora della collana. Il racconto in questione, Il freddo, era nato per una collaborazione poi tramontata e narra di inumano all’ennesima potenza, lì dove non c’è posto per le smancerie antropomorfe, dove la razza umana non esiste, nemmeno come fastidio.

Questo mi fa pensare all’editoria digitale, alle sue gioie e ai suoi dolori. Tu ne fai parte da anni, cosa ne pensi? Vedi l’eBook come un aiuto o come un ostacolo?

L’editoria digitale è una manna. Basta con i romanticismi smielati (ora faccio il Marinetti della situazione, siete avvisati), se non fosse stato per l’eBook maree di racconti sarebbero persi in milioni di cassetti chiusi, un enorme numero di pubblicazioni non sarebbero state ripubblicate, legioni di autori sarebbero rimaste sepolte nel nulla. Questo perché i costi e la fruizione degli eBook, sono notevolmente più agili rispetto al cartaceo, posso cliccare sui vari shop on line e nel giro di 30 secondi netti scaricarmi il libro acquistato sul mio eBookreader, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi latitudine io sia, in qualsiasi giorno dell’anno mi trovi: vi pare disdicevole ciò? Certo, il libro di carta è da passatisti e ha il suo fascino innegabile, magari per le edizioni prestigiose ha ancora un suo forte perché, ma per il resto direi forte e chiaro “Largo al digitale!”.


Ringrazio Zoon/Sandro Battisti per la gentile disponibilità e vi invito ad approfondire l’universo connettivista.

L.

 
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Pubblicato da su marzo 4, 2019 in Interviste

 

Arriva in Italia Tim Lebbon

Il 29 novembre 2018 la casa editrice Newton Compton ha finalmente presentato in Italia Tim Lebbon, autore thriller horror che ho conosciuto nel 2014 per il suo bellissimo Alien: Out of Shadows, fra le migliori storie dell’universo alieno (film compresi)!

Subito ho contattato Tim tramite social media e l’autore è stato gentilissimo e subito disponibile ad essere intervistato, ma c’era un problema: era in dirittura d’arrivo con la scrittura del suo nuovo romanzo, Firefly: Generations, ispirato alla celebre (e troppo breve) serie televisiva. Capite che non potevo fermare il flusso di creatività, così ho aspettato la consegna del libro ed eccoci qua, a conoscere questo autore i cui romanzi spero man mano saranno tradotti regolarmente in Italia.

Per la scheda del romanzo “Silence” (2015) e relativo incipit rimando al mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.

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Pubblicato da su gennaio 16, 2019 in Interviste

 

Futura Lex: intervista a Gian Filippo Pizzo

Torna Gian Filippo Pizzo con una sua nuova fanta-antologia. L’abbiamo già incontrato per il fanta-noir, ma è il momento di intervistarlo di nuovo, stavolta per Dura Lex (La Ponga 2018).

Per chi non ti conoscesse, iniziamo con il dire che sei fra i più attivi e prolifici curatori contemporanei di antologie tematiche sulla fantascienza. Ho esagerato?

Non credo. Non ho dati esatti ma penso di aver curato più antologie italiane di chiunque altro, oltre tutto in un lasso breve: sono 14 antologie dal 2010 a oggi e ne ho tre o quattro in uscita nel 2019. Una media di due all’anno! Voglio precisare che metà di queste antologie le ho fatte in collaborazione con altri: Walter Catalano, Vittorio Catani, Roberto Chiavini e Luca Ortino, in combinazioni diverse.

Nelle tue antologie partecipi sempre come autore: quale attività è nata prima, nella tua carriera, quella di scrittore o quella di antologista?

In realtà non partecipo sempre, solo – come è per gli autori che invito – se il tema mi interessa e mi suscita qualche reazione. Cioè, è ovvio che mi interessi visto che in genere lo scelgo io, ma a volte sento il bisogno di intervenire e altre no. Comunque, per rispondere alla domanda, i miei primi tentativi sono stati di narratore, poi mi sono accorto che riuscivo meglio come saggista… l’attività di antologista è ancora successiva, ma forse è la più gratificante per i rapporti che si sono creati tra me e gli autori.

Ad ottobre è uscito “Futura Lex” per La Ponga Edizioni, un’antologia dedicata ad uno dei temi più intriganti eppure meno trattato dalla fantascienza: l’aspetto legale! Come ti è venuta questa idea?

La devo a Michele Piccolino, che due o tre anni fa mi raccontò di un racconto che aveva scritto, lo stesso che apre questa antologia. L’idea mi venne allora ma per realizzarla ho dovuto aspettare di esaurire altri temi che erano più impellenti, come la religione, la guerra eccetera. Comunque sono molto soddisfatto, sia per come è riuscita (una delle mie migliori) sia per il fatto che probabilmente è la prima sull’argomento, a livello mondiale!

Come racconti nell’introduzione, ti eri preparato dei temi per aiutare gli autori e invece non ce n’è stato bisogno: di’ la verità, per le tue antologie ti capitano sempre autori così ispirati e preparati?

Sì, decisamente sì! A parte il fatto che in questo caso mi ha stupito la competenza di autori che non pensavo avessero conoscenze legali così precise, devo dire che gli autori italiani di fantascienza – e non solo quelli che pubblico io – sono dotati di grande immaginazione e di conoscenza di quello che avviene nel mondo (che è la base essenziale per scrivere una narrativa iper realistica come è la SF). A volte però non riescono a “drammatizzare” l’idea di base, cioè a imbastirci attorno una trama coerente, sorretta da un buon stile, ben costruita – ma in questo caso non sto parlando di quelli che pubblico io…

Cittadinanza italiana, legislazione via web, rapporto con l’islam… Possiamo dire che la fantascienza, come sempre, ci aiuta a capire il mondo attuale in cui viviamo?

Anche qui rispondo decisamente sì, è questo il motivo per cui la frequento da oltre 40 anni. Prima infatti l’ho definita iper realistica perché è questa la sua caratteristica principale: prendere elementi del presente e portarli all’eccesso, alle estreme conseguenze. Questo comporta anche uno spostamento spaziale o temporale, in una altro pianeta o nel futuro, ed è questa caratteristica del modus operandi che può risultare ostica al lettore comune, il quale prende questa come dato portante invece del vero tema e quindi ritiene che si tratti solo di fantasia, o addirittura fantasticheria.

Come giustamente specifichi, in questa antologia sei riuscito a raggiungere la quota di cinque scrittrici: pensi che un genere considerato (a torto) “prettamente maschile” inizi ad appassionare anche le autrici italiane?

Più che di un inizio parlerei di un ritorno. Molte donne hanno scritto fantascienza e magari poi l’hanno abbandonata per il fantasy che sembrava più facile e libero, oggi forse si rendono conto che alla fine il fantasy è più vacuo e invece la SF può dire molto di più. Però è un dato di fatto che le donne siano in minoranze in quasi tutte le attività, non certo per colpa loro, e nella letteratura d’immaginazione anche di più. Ma in effetti anche nella antologie di futura pubblicazione ho più autrici che in passato, quindi forse qualca si sta davvero muovendo.

In questi giorni per Odoya è uscito un saggio che hai scritto insieme a Walter Catalano ed Andrea Vaccaro, “Guida ai narratori italiani del fantastico“: c’è spazio anche per gli autori horror autopubblicati come me? Scherzi a parte, quali sono i criteri che avete scelto per la trattazione?

Non volevamo fare un semplice “chi è” ma un vero libro di saggistica, quindi lo spazio era ridotto e abbiamo dovuto limitarci a poco più di 80 schede, che sono però dei veri e propri saggi anche se non molto estesi. Oltre ai classici e a scrittori che hanno comunque fatto la storia del fantastico in Italia, per i contemporanei abbiamo considerato solo quelli che avessero al loro attivo almeno un romanzo o un paio di antologie e che abbiano iniziato a pubblicare nel secolo scorso e abbiano proseguito l’attività in tempi più recenti. Anche con questi paletti abbiamo dovuto fare degli aggiustamenti e delle eccezioni, ad esempio vista la notorietà raggiunta non potevamo ignorare Licia Troisi (anche perché il genere fantasy era poco rappresentato, e anche le donne avevano poche esponenti). Però, per poter citare anche se brevemente altri autori/autrici che lo meritavano abbiamo inventato dei box, cioè delle voci tematiche, 15 per l’esattezza, dedicate ai premi Urania, al Connetivismo, ai premi Italia eccetera. Mi dispiace, ma tu non sei rientrato in nessuno di questi!

Non dimentichiamo “Guida al cinema fantasy“, in cui ho avuto l’immeritato onore di partecipare: pensi che questo corposo saggio sia riuscito a sensibilizzare gli italiani verso un genere putroppo più noto che letto o visto?

Sinceramente non lo so. Ha avuto buone recensioni e i dati di vendita sono soddisfacenti ma non so valutare l’impatto che può aver avuto. Io spero solo che siamo riusciti a dare un quadro abbastanza completo del fantasy cinematografico – anche grazie al tuo originale contributo, che fa chiarezza sul fenomeno wuxiapian – e, cosa cui teniamo molto, ai suoi rapporti con i romanzi da cui certi film sono stati tratti.

A gennaio di quest’anno per Maelstrom è uscito il tuo “Destinazione: Pianeta Terra“, un romanzo di avventure spaziali per ragazzi. Come ti sei trovato a gestire un pubblico così “giovane”?

Ma sai anche questo, credevo fosse passato completamente inosservato! Non so se sono riuscito in questa gestione, anzi temo di no perché mi sono rifatto alle sensazioni che provavo io quando ero ragazzo e ai juveniles di Heinlein (che mi ha ispirato molto) ma oggi il mondo è estremamente diverso. Comunque mi sono divertito a scriverlo e credo di aver anche affrontato temi di una certa rilevanza, come l’educazione e i rapporti con gli altri, l’ecologia e l’ambiente, il razzismo, la droga… tutto senza perdere di vista l’avventura.

Il 2018 sta per volgere al termine, quindi per festeggiarlo ti chiedo un consiglio triplo per i lettori, questo Natale: un posto da visitare, un libro da leggere (oltre ai tuoi, ovviamente) e un film da vedere.

Questa è una domanda fuori tema e sicuramente impegnativa. Per i romanzi, recentemente ne ho letti di molto belli: l’ultimo Eymerich di Evangelisti, “Il Potere” di Alessandro Vietti, i racconti “L’eterno addio” di Chen Qiufan (la SF cinese è stata una vera sorpresa!) ma se devo indicarne uno vado sul classico e consiglio a tutti di rileggersi “Pinocchio“, che è molto di più di una favola per bambini.

Sul film, viste le notizie di questi ultimi giorni sulle modifiche al DNA di due gemelle cinesi, invito a vedere o rivedere “Gattaca. La porta dell’universo” (1997) di Andrew Niccol.

Per il posto non ho dubbi: il luogo da visitare è quello dove non si è ancora stati!


Ringrazio Gian Filippo Pizzo per la gentile disponibilità.

L.

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Pubblicato da su dicembre 5, 2018 in Interviste

 

Emozioni fra le pagine

Mi riallaccio al discorso iniziato con la domanda che ho posto il mese scorso: il romance è il re delle edicole? Stando alla grande quantità di suoi titoli che vediamo esposti nei giornalai sembra di sì, e anche da parecchio tempo – sebbene ogni edicolante a cui ho posto la domanda “Ma vendete così tanti libri rosa?” ha risposto un lapidario “No” – così perché non chiedere informazioni a chi il genere più venduto al mondo (a detta di Mondadori) lo legge e lo recensisce a spron battuto?

Sono andato così a bussare alla porta di alcuni grandi blog librari specializzati in romance, con grandi seguiti di follower, e “Emozioni fra le pagine” ha risposto all’appello: ecco un’intervista all’amministratrice Valentina, con la partecipazione di Sabri, che ringrazio per la disponibilità e simpatia.



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Pubblicato da su novembre 21, 2018 in Interviste

 

Intervista alla lettrice Kukuviza

Continuano le mie interviste ai lettori, questi esseri mitologici in via d’estinzione. Sono particolarmente contento che abbia accettato di partecipare Kukuviza, la rapace curatrice del blog “CineCivetta” pieno di confronti tra libri e film.


Quando è cominciata in te questa insana passione per la pratica più in via d’estinzione d’Italia, cioè la lettura di libri?

L’insana passione è iniziata molto presto, avevo pochi anni – mi pare 4 o 5 – e ho avuto la fortuna di crescere in mezzo ai libri. Credo comunque di aver iniziato con fumetti e libretti della Disney. Non so esattamente quanti anni avessi quando ho letto il primo romanzo, ma tra i primi che ricordo ci sono “Pattini d’argento” (Hans Brinker, or the Silver Skates, 1865) di Mary Mapes Dodge e “Il mago di Oz” (The Wonderful Wizard of Oz, 1900) di L. Frank Baum. Ed ero alle elementari quando ho letto (o almeno, tentato di leggere) “La fattoria degli animali”, credendo che fosse per bambini, ma penso di averci capito ben poco!

Mi ritengo inoltre fortunata anche perché leggere mi piace, ma non è così per tutti, per molti è una tortura. Avranno altre passioni.

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Pubblicato da su novembre 5, 2018 in Interviste

 

Leggendo Romance

Mi riallaccio al discorso iniziato con la domanda che ho posto il mese scorso: il romance è il re delle edicole? Stando alla grande quantità di suoi titoli che vediamo esposti nei giornalai sembra di sì, e anche da parecchio tempo – sebbene ogni edicolante a cui ho posto la domanda “Ma vendete così tanti libri rosa?” ha risposto un lapidario “No” – così perché non chiedere informazioni a chi il genere più venduto al mondo (a detta di Mondadori) lo legge e lo recensisce a spron battuto?

Sono andato così a bussare alla porta di alcuni grandi blog librari specializzati in romance, con grandi seguiti di follower, e “Leggendo Romance” ha risposto all’appello: ecco un’intervista all’amministratrice Deborah, che ringrazio per la disponibilità e simpatia.


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Pubblicato da su ottobre 17, 2018 in Interviste

 
 
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