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Roberto Chiavini: un’estate da Professionista (2020)

Forse l’esercito romano, l’antica gloriosa macchina da guerra invincibile, non era un meccanismo così perfetto quasi a livello mitologico come si è abituati a pensare: aveva anch’esso i suoi ingranaggi che si inceppano. Su questo tema arriva a parlarci Roberto Chiavini.

Questa estate per Odoya è uscito il suo saggio “Il lato oscuro dell’esercito romano. Gli ammutinamenti di epoca repubblicana“, un’opera che ci regala uno sguardo inedito su un argomento poco sottolineato quando si parla del mitico esercito romano, raccontandoci problemi, inciampi e sbagli.

«Parleremo delle rivolte militari, degli ammutinamenti veri e propri, i subbugli per la leva, i bronci per la mancata paga, le bizze per i mancati trionfi, ma anche dell’importanza del trionfo per le carriere politiche e per il benessere dei soldati vincitori, l’endemica presenza dei disertori e i loro effetti sulla vita stessa delle zone, lontane dalla madrepatria, dove poi questi finivano per insediarsi.»

Ho incontrato l’autore proprio per saperne di più su questo «viaggio per gli oscuri sentieri nascosti dietro le quinte dell’esercito romano».

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Pubblicato da su settembre 18, 2020 in Interviste

 

Stefano Di Marino: un’estate da Professionista (2020)

«La guerra si combatte nel sangue e nel fango. Non esistono guerre “pulite”». Così Stefano Di Marino apre il suo nuovo saggio targato Odoya, dedicato ad un’entità storica fra i cui tanti effetti ce n’è uno involontario e inconsapevole: l’essere una fucina di eroi narrativi. Arriva in libreria Legione straniera. Storia di un’avventura.

«La Legione è l’avventura. Da sempre. Il kepi bianco, i pastrani blu, i forti nel deserto, la guerriglia nella giungla indocinese e le missioni di soccorso in Africa. La possibilità di iniziare una nuova vita cancellando la vecchia. Scenari di fantasia che si sovrappongono a una realtà spesso violenta.»

Da Gary Cooper a William Powell, da Myrna Loy a Marlene Dietrich, da John Wayne a Jean Gabin, da Stanlio e Ollio a Gianni e Pinotto, da Jerry Lewis a Totò, fino a Van Damme: è impressionante l’elenco di star del cinema di ogni genere che hanno avuto a che fare con la Legione straniera. Fra questi c’è anche il personaggio italiano più prolifico di tutti: Chance Renard, il Professionista, da venticinque anni in edicola a raccontare le sue avventure firmate da Stephen Gunn.

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Pubblicato da su settembre 11, 2020 in Interviste

 

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Intervista su Zagor!

Torno ad intervistare Moreno Pavanello del blog Storie da birreria, di cui ho già parlato in occasione del suo romanzo horror western e che trovate spesso citato nei miei blog, condividendo molte passioni e contaminandoci a vicenda.

Due fra le tante passioni di Moreno sono quella per l’universo a fumetti di Zagor e per la scrittura di fan fiction: era destino che le due cose finissero per unirsi. Recentemente ha dovuto trasmigrare i suoi eBook gratuiti e per presentare i nuovi link delle sue opere – Tex – Zagor: La valle nascosta (2016), Supermike. Una notte a New York (2018) e Supermike contro il Tessitore (2019) – ho pensato di fare con lui una chiacchierata su un personaggio che ho conosciuto solo di sfuggita.


Ricordi quando hai conosciuto Zagor la prima volta? È stata una tua scoperta personale o ti è stato consigliato?

Diciamo entrambe… È stata una mia scoperta personale letteralmente, perché l’ho trovato come si trova un tesoro: non ricordo l’età esatta, facevo sicuramente le elementari, e mi trovavo a casa dei miei nonni materni. Da un sottoscala è saltato fuori uno scatolone contenente i vecchi fumetti di mia madre e mio padre (e così possiamo dire che mi è stato anche consigliato, visto che li ho ereditati dai miei!): principalmente Tex e Zagor, poi vari Mister No, Akim, Comandante Mark, Piccolo Ranger, qualche Alan Ford, pochi Diabolik e Kriminal.

Dopo, è stato un punto d’onore setacciare i mercatini dell’usato, che all’epoca erano ancora ridondanti di fumetti usati (ora non si trova più quasi nulla) per riempire i “buchi” completando le storie a metà. Ora le collezioni di Zagor, Tex e Mister No (e altri che si sono aggiunti dopo) sono complete, anche se non sono tutti originali: mai stato un collezionista fanatico, a me interessano le storie, non gli oggetti su cui sono scritte!

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Pubblicato da su marzo 2, 2020 in Interviste

 

Andrea Carlo Cappi e Nightshade

Andrea Carlo Cappi
(foto di Alberto Aliverti, 2011)

Stanno arrivando grandi novità con la firma di Andrea Carlo Cappi e con quella della sua “metà oscura” François Torrent. In attesa di festeggiare i 18 anni di uno dei suoi personaggi più amanti, abbiamo incontrato l’autore per una chiacchierata sulla sua Nightshade e le sue ultime novità.

Romanzi di spionaggio e azione con donne protagoniste non è che ce ne fossero molti, quando con l’inizio del Duemila hai creato la tua eroina Mercy Contreras, nome in codice Nightshade. Cosa ti ha spinto ad una scelta così atipica, per il genere?

Proprio il fatto che in quel momento non solo in “Segretissimo” ma nella narrativa di genere internazionale non ci fossero più donne al centro di serial di spionistici. Un giorno nella primavera 2001, mentre mi stavo occupando dell’archivio di Carlo Jacono, lo storico illustratore di “Giallo” e “Segretissimo”, davanti a un caffè Stefano Di Marino mi fece notare la mancanza di nuove protagoniste nella spy story di quegli anni. Be’, dopotutto una delle serie al femminile di cui Jacono aveva dipinto le copertine era “Pantera Nera” di Sylvette Cabrisseau, scritta in realtà da Jean-Patrick Manchette. Perché non seguirne l’esempio? Folgorazione. Entro sera avevo pronto il progetto per il primo ciclo di Mercedes “Mercy” Contreras alias Nightshade e il giorno dopo un racconto di prova, poi divenuto uno dei capitoli iniziali del primo romanzo.

Come riassumeresti brevemente il profilo di Mercy Contreras?

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Una donna che, quando cade, non si arrende, non si lamenta e si rialza, pronta ad affrontare anche l’insormontabile. Destinata a diventare una ballerina di flamenco ma cresciuta in una disciplina paramilitare e segnata da un evento traumatico, è divenuta spia e assassina su commissione senza perdere del tutto la sua umanità. Le sue storie seguono (o anticipano) la cronaca, nella tradizione di Gérard de Villiers, ma con una visione politica più vicina a John le Carré.

A differenza dei personaggi della spy story di un tempo, Mercy non resta sempre uguale: aveva ventisei anni quando è stata reclutata, ora ne ha compiuti quarantaquattro ed è cambiata rispetto alla prima serie, “Nightshade“, che Mondadori pubblicò tra il 2002 e il 2013. Nell’attuale serie, “Agente Nightshade“, è più matura, esperta, riflessiva. Se prima era una spia ribelle che costringeva i superiori ad assecondarla, ora ha raccolto intorno a sé un gruppo di operatori per cui la disobbedienza alle direttive di Stato (specie quelle degli USA di Trump) è la norma. E tanti saluti a chi ritiene – o continua a diffondere la voce – che la spy story d’azione sia un genere reazionario e maschilista.

Era il marzo del 2002 quando nelle edicole italiane è arrivato per la prima volta il tuo personaggio, protagonista di “Missione Cuba” (Segretissimo 1460): cosa ricordi del momento in cui l’hai vista spuntare in vetrina?

Ricordo soprattutto la prima, spettacolare presentazione ufficiale, all’Admiral Hotel di Milano, con Andrea G. Pinketts e Stefano Di Marino come padrini, con la dimostrazione di kali escrima (l’arte marziale filippina in uso presso i corpi speciali, nella quale Nightshade è stata addestrata) del maestro Roberto Bonomelli e del suo staff, le esibizioni di Vittoria Maggio e della Peña Flamenca milanese… e la mia partecipazione nel doppio ruolo di me stesso e del mio alias François Torrent. Lo pseudonimo con cui firmo tuttora la serie per “Segretissimo”, scelto per l’assonanza francese, anche se il cognome in realtà è spagnolo e si pronuncia alla maiorchina, “Torrént”.

Da allora quasi ogni anno hai presentato una storia corposa con Nightshade nella collana “Segretissimo”: ti ha pesato avere una sorta di cadenza fissa?

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Al contrario, mi ha pesato dover saltare qualche anno, specie nei periodi in cui ero sopraffatto da traduzioni e consulenze editoriali. La situazione internazionale si evolve di continuo e i miei personaggi vivono insieme a me, quindi non posso restare troppo a lungo senza vedere cosa stiano combinando. E sono tanti.

Oltre a Mercy c’è Carlo Medina, protagonista di tre romanzi (pubblicati da “Segretissimo” con il mio vero nome) e di molti racconti e romanzi brevi, una serie nata venticinque anni fa sugli speciali de “Il Giallo Mondadori” e confluita del 2015 in “Agente Nightshade”; c’è la killer professionista Rosa “Sickrose” Kerr, prima nemica e ora alleata di Mercy; c’è il detective Toni “Black”, protagonista di un ciclo pubblicato da Cordero Editore (e in ebook da Algama Editore) ma spesso guest star in “Agente Nightshade”; e c’è la nuova arrivata Helena “Cleo” Vizard, giovane agente dei servizi segreti italiani, quasi un’allieva di Mercy. In questi ultimi mesi ho scritto racconti di Nightshade, Black e Cleo, per raccontare cosa accade in attesa delle prossime avventure.

Dopo alcune ristampe (penso alle edizioni Alacrán e CentoAutori di alcuni dei primi romanzi), Nightshade dal luglio 2019 sta conoscendo una riproposizione completa delle proprie avventure grazie a Oakmond Publishing, sia in cartaceo che in digitale. Cosa puoi dirci di questa iniziativa?

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Un lavoro che attendevo di fare da tempo: l’edizione definitiva della “fase uno” di quello che l’amico, lettore e scrittore Claudio Bovino ha battezzato “Kverse“. Vale a dire tutti i romanzi e i racconti delle serie “Nightshade” e “Medina”, tre titoli all’anno pubblicati in volume e ebook a date fisse: 4 marzo, 4 luglio e 4 novembre. Sono già usciti i primi due dedicati a Nightshade, Missione Cuba e Progetto Lovelace, quest’ultimo in una versione estesa con qualche capitolo in più rispetto alle edizioni precedenti. Per chi ha scoperto Mercy solo di recente è l’occasione per scoprire tutta la sua storia, ma anche per chi conosce già la serie ci saranno grandi sorprese.

Intanto l’universo narrativo del personaggio in questi anni si è ampliato e se non sbaglio una sua “costola”, Dark Duet, sta per esordire nella collana digitale “Spy Game” (Delos). Puoi anticiparci qualcosa?

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Com’è noto “Spy Game” è la nuova collana curata da Stefano Di Marino per Delos e dedicata alle storie di spionaggio della Guerra Fredda, inaugurata dallo stesso Di Marino e da Enzo Verrengia, cui seguiranno molti altri autori italiani. Nella mia serie, Dark Duet è il nome in codice (ricavato da un romanzo di Peter Cheyney) di due agenti dell’MI6 britannico: il maiorchino Miguel Torrent (di cui Paco Torrent, conosciuto in “Nightshade”, è il nipote) che nella Guerra di Spagna ha combattuto dalla parte dei repubblicani; e Manuel Weissmann, mezzo tedesco e mezzo andaluso, che nella Seconda guerra mondiale ha lavorato per l’Abwehr, senza però condividere l’ideologia del Reich. La maggior parte delle loro avventure si svolge in Spagna a partire dal 1947, in un’epoca che riporta il lettore alle atmosfere di Hemingway, ma anche agli anni della dittatura, dei movimenti antifranchisti clandestini, delle spie internazionali e dei transfughi del nazismo.

Per il pubblico è una novità, ma per me è un progetto nato con una serie di soggetti del 1991 per un programma, poi sospeso, di RadioRAI (per la quale poi avrei scritto un decennio più tardi con grande successo diverse puntate del serial “Mata Hari” con Veronica Pivetti) e con un progetto narrativo del 1992 per gli Oscar Mondadori, anche questo prematuramente interrotto perché il mio editor passò a un altro settore. Per fortuna al terzo tentativo ebbi maggior fortuna e nel 1993 cominciò la mia collaborazione con “Il Giallo Mondadori”, non a caso con un racconto imperniato su Ernest Hemingway. Ma la mia serie di spionaggio vintage è rimasta nel cassetto fino a questo momento.

Nel marzo 2020 Mercy Contreras compirà 18 anni, una data importante che meriterebbe un festeggiamento: hai qualcosa che bolle in pentola?

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Sì, qualcosa di molto particolare. “Dossier Contreras“, terzo volume della collezione “Nightshade” in uscita da Oakmond il 4 marzo 2020, non è un romanzo e non è neppure una semplice raccolta di racconti e romanzi brevi, molti dei quali peraltro inediti e altri pubblicati qua e là ma perlopiù introvabili. Sarà un percorso attraverso il passato della protagonista della serie e i trascorsi di molti suoi comprimari: in sostanza un prequel non solo per Nightshade ma anche per la mia serie in “Spy Game” e per tutto il Kverse.

Si potranno scoprire le prima avventure di Miguel Torrent, l’entrata in scena di Arturo Robles della DGS (apparso in Progetto Lovelace); gli intrighi della famiglia di Mercy negli anni della Guerra Fredda; l’iniziazione di Nightshade allo spionaggio e le operazioni che precedono il romanzo Missione Cuba.

Visto il tuo Agente Nightshade di maggio, “Effetto Brexit” (Segretissimo 1646), di’ la verità: sei pronto con carta e penna per vedere come finirà la Brexit e regolarti per il prossimo romanzo? Scherzi a parte, sai anticiparci qualcosa del Segretissimo del 2020?

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Ormai ci si chiede se la Brexit verrà rinviata all’infinito. Ho scritto l’ultimo romanzo di “Agente Nightshade” in presa diretta: a volte seguivo gli eventi che si stavano verificando in quel momento, a volte era la realtà ad assecondare le mie previsioni, come nel caso del primo attentato della New IRA. Per ora sto seguendo come sempre quanto succede nel mondo, come farebbe un’analista dei servizi segreti.

In Programma Firebird, scritto a inizio estate 2013 e pubblicato nel dicembre di quell’anno, sono stato il primo romanziere a parlare dell’ISIS, all’epoca ancora sconosciuta, della quale ho poi raccontato i retroscena in Bersaglio ISIS e Fattore Libia, per approdare ai suoi legami con il narcotraffico in Territorio Narcos. L’attacco turco al Kurdistan rischia ora di riaprire una questione che non si è certo chiusa con la fine di al-Baghdadi, in realtà – almeno politicamente – morto da anni senza che questo limitasse l’operato dei terroristi. Sarà la cronaca a dettare la direzione della prossima vicenda.

Nel frattempo ho ripreso l’idea di uno spin-off con protagonista Sickrose, che potrebbe vedere la luce tra il 2020 e il 2021.

Per i fan di Martin Mystère, a quando una tua prossima avventura del buon vecchio Zio Martin?

Se si conferma anche il successo de Il mestiere del diavolo, terzo romanzo uscito da Bonelli (e quinto del ciclo, contando quelli da altri editori), dopo che i due precedenti hanno vinto il Premio Italia 2018 e il Premio Atlantide 2019, presumo che il prossimo appuntamento sarà nell’estate 2020. Attendo il via da Alfredo Castelli per dedicarmi alla nuova avventura.

Per i fan di Diabolik, a quando il tuo ritorno nel mondo del Re del Terrore?

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Questo purtroppo ancora non lo so, come rispondo spesso ai lettori che mi scrivono in proposito. La serie si è interrotta dieci anni fa dopo il quarto romanzo, quello con protagonista Eva Kant, che aveva ottenuto particolare gradimento dal pubblico femminile. I nuovi gestori della casa editrice che pubblicava il ciclo lo giudicava spregiativamente un prodotto “seriale e di nicchia”, peccato che la “nicchia” di Diabolik sia di alcuni milioni di lettori; infatti erano così competenti che grazie alle loro scelte uscirono dal mercato di lì a un anno.

Che i romanzi di Diabolik fossero un affare lo capì un altro editore, il quale annunciò un mio nuovo romanzo prima ancora che lo scrivessi, cosa che non ho mai fatto perché non aveva intenzione di pagare i diritti né a me né ai titolari del copyright. Queste vicissitudini hanno congelato il progetto dei tre romanzi successivi, anche se nel frattempo Excalibur ha legittimamente ripubblicato i primi quattro titoli e, in veste di scrittore, quest’anno ho partecipato al docu-film di Giancarlo Soldi Diabolik sono io. Mi auguro che il “DiaboliK” dei Manetti attualmente in fase di riprese risvegli un interesse editoriale per i romanzi.

Hai anche altri progetti?

In effetti sì, più di quanti ne abbia il tempo di realizzare. Dopo la storia fanta-rock da poco apparsa in SOS-Soniche Oblique Strategie (Arcana) a cura di Mario Gazzola, ci sono altre mie partecipazioni ad antologie e riviste di uscita imminente.

Oltre a due nuovi titoli in preparazione della saga horror/erotica/urban fantasy Danse Macabre (Excalibur) e a una raccolta di racconti a quattro mani con Ermione dopo il romanzo LUV (Edizioni DrawUp) ho due o tre libri “fuori serie” in lavorazione. Ma ci sono anche altri impegni, in particolare quelli con l’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, che si occupa del patrimonio letterario e culturale lasciato dall’amico prematuramente scomparso nel dicembre 2018. Dopotutto, uno scrittore rimane vivo finché si leggono i suoi libri.


L.

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Pubblicato da su novembre 25, 2019 in Interviste

 

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[Estate 2019] Intervista a Scilla Bonfiglioli

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Scilla Bonfiglioli, vincitrice del Premio Sergio Altieri che l’ha portata questo agosto in edicola con l’esplosivo battesimo di un’eroina di “Segretissimo”.

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Pubblicato da su agosto 16, 2019 in Interviste

 

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[Estate 2019] Intervista a Stefano Di Marino

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Stefano Di Marino, prolifico scrittore d’azione che questa estate fa il pieno di emozioni in edicola, libreria e bookstore.


È ancora disponibile in edicola “Matrioska“, il Segretissimo di luglio con la nuova avventura del Professionista, sempre “sul pezzo”, visto che si parla di Medio Oriente e Balcani in fiamme.

Matrioska è una spy story europea di stampo tradizionale. O meglio, nella tradizione dei classici del Professionista. Si parla anche della Libia con una buona (spero) ambientazione a Bengasi, poi ci trasferiamo a Sofia e in Serbia per una storia dove il tradecraft delle spie si sposa a una serie di azioni delle forze speciali che culmineranno con un recupero sul fondo di un lago in Kosovo.

Questo agosto c’è una sorpresa, sempre in edicola, visto che esce subito un’altra avventura di Chance Renard: “Io sono El Gringo“. Cosa puoi anticiparci?

Io sono El Gringo invece è un’avventura tutta… americana, dai due lati del confine. Partiamo da New York per trasferirci a San Francisco, mentre Chance dovrà agire sotto copertura in Messico contro Benicio Waldemar Guzman, un “narco” che rimarrà nella vostra memoria. Una operazione complessa che dimostra quanto il traffico di coca possa influire sulla politica internazionale.

Ci sono alcune presenze note che spero gradirete e… una vera sorpresa finale, che anticipa il romanzo che leggerete questo inverno. Ma su questo preferisco non dirvi nulla… e lasciarvi il gusto della lettura.

Intanto non dimentichiamo che si trova ancora il volume di giugno del “Professionista Story“, con due avventure imperdibili: “L’inferno dei vivi” e l’inedito “Battesimo del fuoco”. Cosa ricordi di quella mitica avventura del Professionista in Corea del Nord?

L’inferno dei vivi fu un episodio particolare. Chance era sotto l’influsso di una droga potentissima e ci metterà un poco a riprendersi. Nel contempo iniziava la sua collaborazione con la Divisione Sicurezza Europea e con Bruno Genovese.

In questo volume e nel successivo che esce a ottobre saranno chiarite un po’ di cose che erano state lasciate in sospeso, e credo il lettore vorrà apprendere con piacere.

Intanto Odoya, per la quale hai già scritto sul “Cinema Noir” e “Cinema di arti marziali“, pubblica il tuo “Apache. Una leggenda americana“. Dopo tanti anni a scrivere narrativa western, cosa si prova ad affrontare un saggio sull’argomento?

Una grande soddisfazione, per due motivi. Prima di tutto perché dimostra che, anche in Italia, la voglia di West non è certamente sparita, e poi con questo libro sono riuscito a riunire anni di ricerche che mi sono servite per creare lo sfondo delle serie pubblicate con Delos e con dbooks.it.

Rimanendo in tema, vorrei ricordare “Gunfighter. Uomini violenti“, pubblicato qualche mese fa da dbooks.it Malgrado venga sempre dato per estinto, il genere western ha sempre una sua vita palpitante…

Il West è vivo. Ho già scritto un secondo episodio con Hogan, il pistolero protagonista di Uomini violenti, che poi è una sorta di Professionista nel West.

A questo proposito ricordo a chiunque fosse interessato che il 29 settembre sarò presente alla manifestazione Cineamarcord organizzata dai miei amici di Bloodbuster a Milano. Nel corso di un incontro parlerò con il collega Silvio Giobbio, autore di un bel dizionario sul western all’italiana. Discuteremo di cinema western americano e italiano e le rispettive influenze. Sarà con noi Enzo G. Castellari con la sua impagabile raccolta di aneddoti ed esperienze. Un grande onore.

A giugno De Vecchi ha rispolverato un tuo “Corso di Karate“, scritto con Roberto Ghetti. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Un libro di una collana di quasi vent’anni fa. Il karate moderno, interstile, adatto a tutti e a tutti gli stili. Corso fotografico realizzato con il giovane Riccardo Ragno che eseguiva le tecniche. Il libro lo dedicammo allora e oggi a suo padre Nicola che ci lasciò in quegli anni e fu uno dei migliori karateka italiani.

Infine una domanda multipla per dare un consiglio estivo ai nostri lettori: un posto da visitare in vacanza, un film da vedere (o rivedere) e un libro da leggere, oltre ovviamente ai tuoi.

Nell’augurarvi buone vacanze vi suggerisco una vacanza in Thailandia per restare in tema, la visione Hobbs and Shaw (2019), lo spin off di Fast and Furious, e la lettura de “Il confine” (The Border, 2019), l’ultimo romanzo di Don Wislow che conclude la trilogia del narcotraffico.


Chiudo ringraziando Stefano Di Marino per la disponibilità e ricordo la sua pagina Amazon Autore.

L.

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Pubblicato da su agosto 9, 2019 in Interviste

 

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[Estate 2019] Intervista a Michele Tetro

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Michele Tetro, scrittore e saggista ma soprattutto grandissimo appassionato degli universi del fantastico.


In questi giorni è uscito per Odoya il tuo libro “Dove soffiano i venti propizi – Esploratori, trappers, cacciatori di pelli e cercatori d’oro del Nuovo Mondo“: cosa puoi raccontarci di questo tuo saggio sul mondo del West?

Io per primo lo trovo una cosa strana… un libro di questo genere, che solo cinque anni fa neppure avrei potuto pensare di scrivere, preso com’ero dai miei interessi cinematografici o narrativi, e votati prevalentemente al genere fantastico. Eppure, quasi senza accorgermene, in me è nata una predisposizione forse inconsapevole per quella fase di storia del West più rivolta alle esplorazioni del territorio, condotte dai primi pionieri, a diretto confronto con una natura selvaggia e implacabile, o per meglio dire, indifferente alle sorti dell’uomo. Il contrasto tra la bellezza di paesaggi incontaminati e il pericolo mortale che essi potevano costituire per chi vi si avventurava per la prima volta deve aver toccato corde del mio profondo… Ma non è forse vero che telefilm come “Star Trek” o “Spazio 1999” mettevano in scena un simile confronto con l’ignoto su più vasta scala? Allora i conti tornerebbero…

Il libro è diviso in tre parti: la prima è dedicata alle grandi spedizioni interne dello sterminato territorio dell’ex Louisiana francese, acquistato dagli Stati Uniti a inizio dell’Ottocento e quindi nella necessità di essere adeguatamente esplorato e mappato. La seconda s’incentra sulla successiva ondata di cacciatori di pelli e posatori di trappole che si rovesciò sulle Montagne Rocciose e verso Ovest, aprendo piste verso il Pacifico e consentendo i seguenti spostamenti di massa di coloni e pionieri. La terza, infine, focalizza le “febbri dell’oro” scoppiate in California e nel Klondike, lassù nel Grande Nord. Una riflessione finale del libro consentirà di accomunare lo spirito di quei primi coraggiosi pionieri a quello di coloro che oggi pensano di poter trovare “venti propizi” anche su Marte.

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Pubblicato da su luglio 29, 2019 in Interviste

 

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Star Trek: intervista a J.M. Dillard (1987)

Traduco un’intervista alla romanziera J.M. Dillard, oggi più nota con il suo vero nome Jeanne Kalogridis, quando aveva da poco iniziata la carriera di scrittrice: e l’aveva fatto nel mondo di Star Trek, serie che adorava di nascosto dal marito e da tutti!


J.M. Dillard:
sangue sull’Enterprise

di Daniel Dickholtz

da “Starlog Magazine”
numero 125 (dicembre 1987)

Cercando di soddisfare la propria “sete di sangue”,
la romanziera di Star Trek fa un viaggio
nella parte oscura del 23° secolo

Ha lanciato Spock da una rupe di quattrocento metri, distruggendogli metà corpo e mettendo a rischio la sua mente. Poi, ha liberato dalla sua prigione una razza di parassiti sadici fatti d’energia, a torturare e massacrare centinaia di persone a bordo dell’Enterprise, pronti ad attaccare Vulcan. Ed ora, la romanziera J.M. Dillard è pronta a scatenare un orrore ancora più grande sull’ignaro equipaggio della nave della Federazione, nel suo nuovo romanzo, «dal titolo delizioso di Bloodthirst, “sete di sangue”. Non bado a sottigliezze…» [Pubblicato nel dicembre 1987 sia dalla Pocket Books che dalla Titan Books, il romanzo risulta inedito in Italia.]

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Pubblicato da su luglio 26, 2019 in Interviste

 

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Intervista western a Mariangela Cerrino

Nel novembre 2015 ho avuto il piacere di conoscere in digitale Mariangela Cerrino, nota e prolifica autrice italiana che fino a quel momento avevo incontrato solo come nome sulle copertine e nelle mie ricerche sulla narrativa italiana di genere.
Visto che avevo appena scoperto come l’autrice agli inizi della sua carriera avesse firmato sotto pseudonimo alcuni romanzi western, subito pensai di farle una proposta: una “intervista western” da rigirare poi al blogger che in quel momento rappresentava il mio Faro in quel genere. “Kentucky mon amour” è stato un grande blog così come Ivano Satos è stata una persona eccezionale: purtroppo un triste giorno è scomparso nel nulla. I suoi blog sono scomparsi, messi “in privato”, e non ha più risposto alle mie mail. Non so cosa gli sia successo: magari è tornato ad immergersi nella natura boschiva che tanto amava e ha incontrato un Wendigo, essere a cui ha dedicato uno splendido saggio che sono riuscito a conservare dall’oblio.

Scomparendo il blog di Ivano, è scomparsa anche quella intervista che avevo curato in esclusiva, finché non mi sono ricordato di aver conservato le mail. Visto che Cassidy mi ha stuzzicato, passandomi una chicca western, mi sembra il momento giusto di rispolverare l’intervista ad un’autrice storica del genere in Italia.


Raccontare oggi di una ragazza men che diciottenne che inizia a scrivere romanzi western per una grande casa editrice… è davvero incredibile, eppure è così che è andata nel tuo caso. Come ti è venuto in mente di esordire proprio in questo genere?

La passione per il western certamente è nata in ambito famigliare. Mio padre era un appassionato e aveva tutta la raccolta dei mitici Sonzogno con la “copertina rossa”, che gli amanti del genere non possono non conoscere. Ho cominciato a leggerli quando non avevo più di otto anni. Sono stata una lettrice molto precoce. Quando ho scritto Blue River, il mio primo romanzo, di anni ne avevo soltanto quattordici. Ma frequentavo il Centro Studi Americani a Torino, che aveva una biblioteca stupenda, e dove ho potuto studiare la storia e tutto quanto mi occorreva per l’ambientazione.

Così dopo aver rivisto e riletto il romanzo per un anno, a sedici, con l’entusiasmo dell’età, l’ho spedito alla “Direzione Editoriale” della Sonzogno, che iniziava proprio in quel periodo la sua serie tascabile “I Nuovi Sonzogno”, con le copertine di Crepax.

Non avevo, ovviamente, nemmeno un nome a cui indirizzarlo… ma è piaciuto, e mi hanno risposto dopo poco più di un mese accettandolo. Comunque, ho fatto tutto da sola… la stesura, la revisione, la ricerca dell’editore, la scelta dello pseudonimo. Come ho più volte dichiarato, era un vero omaggio a Zane Grey, che consideravo il mio Maestro. Ma poi, come è giusto, ho lasciato le sue orme e già nel secondo romanzo, L’ultimo cielo, c’era soltanto May I. Cherry.

Cosa voleva dire per una donna, negli anni Sessanta e Settanta, scrivere romanzi di un genere considerato fortemente maschile?

I miei lettori mi credevano americana. Quindi ero ammessa, per l’esterofilia dominante di quegli anni. Non ho mai incontrato ostacoli.

Per circa dieci anni hai scritto come May I. Cherry per la collana “I Nuovi Sonzogno”: lo raccontavi in giro, che eri tu l’autrice? E se sì, cosa ti rispondevano?

No, non lo dicevo. Il primo a saperlo è stato Gianfranco Viviani, fondatore della mitica Casa Editrice Nord, nel momento in cui mi sono dedicata anche alla fantascienza, all’inizio degli anni Ottanta.

Negli anni Ottanta cominci a scrivere per “I Grandi Western” de La Frontiera, sempre come Cherry ma nascondendoti nella traduzione (come Maria Cerrino). È stato un passaggio fluido o ci sono state differenze rispetto all’epoca Sonzogno?

È stato un passaggio senza alcun problema. La Sonzogno era entrata a far parte del gruppo RCS, chiudendo le collane esistenti, quindi il passaggio è stato inevitabile. Giorgio Cordone e i suoi collaboratori Tiziano Agnelli e Alessandro Zabini mi hanno fatto subito sentire “a casa”. E sono tuttora dei cari amici.

Erano anni in cui il western era molto seguito in Italia, tra film, libri e fumetti. C’era qualche autore o personaggio, italiano o straniero, che ti piace ricordare anche a distanza di tempo?

Un film su tutti: Un dollaro d’onore (1959), con il mitico John Wayne e Dean Martin. Un film perfetto in ogni suo attimo (anche nella colonna sonora).

Dalla fine degli anni ’80 hai cambiato generi letterari: ti è mai venuto voglia di scrivere un altro western?

Qualche volta. Il West offre una tavolozza grandiosa per ogni tipo di romanzo. Ma ciò che questo tipo di narrazione dovrebbe riconquistare, a mio avviso, è la speranza. Quella di un Mondo Nuovo, di Nuove Terre e nuove possibilità, sempre nascoste dall’ultima collina da superare e mai negate a nessuno. E non pensare che oltre a quell’ultima collina c’è soltanto il deserto. La speranza era il segreto del West.

Detto questo, non si può dimenticare che anche la fantascienza (o almeno un suo genere) offre le stesse tematiche. In fondo quello che conta davvero è l’uomo, e la sua voglia di andare oltre.

A quale dei tuoi personaggi western sei rimasta più legata?

Il mio personaggio preferito è indubbiamente Elijah McGowen. Gli ho dedicato ben quattro romanzi! So che non a tutti i miei lettori risultava simpatico, ma io l’avevo costruito con tutti i suoi difetti e le sue qualità perché doveva essere reale, ed era davvero tale per me. E poi non apparteneva a nessuno, era al di fuori della società: nessuno poteva imporgli qualcosa. Per me, a quel tempo tanto ricco di ideali, era la condizione perfetta di libertà.


Oggi dell’autrice sono disponibili in digitale suoi romanzi di altri generi:

L.

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Pubblicato da su giugno 26, 2019 in Interviste

 

[Estate 2019] Intervista a Roberta De Falco

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Roberta De Falco, romanziera dalla “doppia personalità” che divide con la sceneggiatrice cinematografica Roberta Mazzoni.


Nella vita della scrittrice Roberta De Falco quanto è importante la sceneggiatrice cinematografica Roberta Mazzoni? C’è una netta separazione tra le due o sono un amalgama?

Direi che sono complementari. Scrivere un film vuol dire scandire una storia come se fosse una parabola proiettata verso il finale, una parabola che, nel suo percorso, deve saper superare ostacoli, vincere resistenze, sorprendere lo spettatore, creando curiosità e desiderio di scoprire come va a finire. Il “giallo” si basa sugli stessi strumenti, è una narrazione costruita sulla suspence, sulla sorpresa, su indizi disseminati ad arte per tenere alta la tensione. Se non fossi stata sceneggiatrice, probabilmente non avrei scritto questi libri.

Nel 2013 nasce il commissario Benussi in “Nessuno è innocente” (Sperling): a distanza di anni, cosa ricordi di quel “battesimo”?

È stata una grande emozione e una sorpresa. Soprattutto per me. Fino a che non ho iniziato, non sapevo se sarei riuscita ad arrivare alla fine. Non avevo mai scritto libri prima, né tanto meno gialli. Ma da appassionata lettrice di gialli, ho voluto provare anch’io, sicura che sarebbe stato solo un episodio unico. La mia agente, Vicki Satlow, l’ha mandato sotto falso nome agli editori e dopo solo quindici giorni ho firmato il contratto con la Sperling&Kupfer. Quando poi il libro è uscito ed è andato subito in classifica, ho capito che i miei personaggi – e i miei lettori – mi chiedevano di continuare.

Le avventure di Benussi proseguono a spron battuto fino al 2016 di “Non è colpa mia” (Sperling): che sensazione dà avere un personaggio ricorrente tradotto anche all’estero?

La serialità ormai è quasi obbligata nel mondo dei thriller. I lettori si affezionano ai personaggi e ti chiedono di non abbandonarli, di farli crescere. E io mi sono adattata. Il mio commissario Benussi mi ha tenuto molta compagnia nei primi quattro libri ambientati a Trieste, l’ho amato da subito, con tutti i suoi difetti, la sua bulimia, la sua burbera malinconia, la sua poca voglia di fare il poliziotto, il suo rapporto conflittuale con i suoi due giovani ispettori, la sua vita familiare complicata, con moglie e figlia, in controtendenza con gli investigatori solitari, disincantati, cinici e asociali che popolano il vasto mondo dei thriller mondiali. È un personaggio che ti resta nel cuore e che molti mi chiedono di non abbandonare. Vedremo.

Questi giorni Piemme porta in libreria “Sangue del mio sangue“, dove esordisce Elettra Morin: allieva di Benussi. Come presenteresti questo tuo nuovo personaggio?

Elettra è una trentenne inquieta e ambiziosa, con una storia dolorosa alle spalle. È stata abbandonata alla nascita e ha passato i primi sei anni della sua vita in un istituto. Adottata da una coppia di Monfalcone che l’ha molto amata, ha avuto la disgrazia di perdere la madre adottiva da poco e questo l’ha resa difesa e dura verso il prossimo. Ama molto il suo lavoro e non si accontenta di obbedire. A lei piace indagare, crescere, non arrendersi alle prima impressioni. Per questo ha voluto fare il concorso per diventare commissario e sfidare il mondo maschilista della polizia. Non si farà mettere i piedi in testa da nessuno.

Ha una storia tormentata con l’ispettore Valerio Gargiulo, un napoletano scanzonato e allegro, che in questo ultimo libro riapparirà in modo imprevisto. Insomma, Elettra Morin è personaggio non scontato, fiero e fragile nello stesso tempo, che i lettori di Benussi amano molto.

Come ti sei trovata a scrivere di un commissario donna? Questo ruolo nella narrativa italiana ha quasi sempre visto protagonisti maschili: ti sei sentita “sotto pressione” a cambiare genere?

L’idea è nata da un giovane produttore che aveva preso un’opzione per trasformare i miei libri in una serie televisiva. Mi aveva chiesto di “virare” al femminile la serie, per attrarre più il pubblico. La serie poi non si è fatta ma ho voluto cogliere la sfida già nel quarto Benussi, Non è colpa mia, in cui ho messo in “malattia” il commissario e ho fatto risolvere il caso a Elettra.

Ormai ci sono diverse protagoniste femminili nel mondo dei thriller e dei gialli, penso a Sara di De Giovanni, al vicequestore Vannina Guarrasi di Cristina Cassar Scalia, a Teresa Battaglia di Ilaria Tuti, ad Alice Allevi di Alessia Gazzola. Non è più una novità, sono in buona compagna.

Prende sempre più piede il formato dell’audiolibro, e il tuo “Sangue del mio sangue” è uscito anche su Audible. Che effetto fa “sentire” i propri scritti?

Non l’ho ancora sentito, ma ben vengano gli audiolibri, se servono a diffondere la voglia di storie. Sentire leggere una storia mentre si guida, o la sera, se non si ha voglia di leggere o di vedere qualcosa, può essere un incentivo a scoprire il variegato mondo degli autori e dei loro libri.

Infine una domanda multipla per dare un consiglio estivo ai nostri lettori: un posto da visitare in vacanza, un film da vedere (o rivedere) e un libro da leggere, oltre ovviamente ai tuoi.

Dalle spiagge della Puglia alle montagne della Val d’Ultimo, l’Italia è tutta da scoprire.

Ho molto amato Euforia (2018) di Valeria Golino, secondo me un film potente e magnetico, da riscoprire.

E poi consiglio l’ultimo libro di Antonio Manzini, Ogni riferimento è puramente casuale (2019), oltre al suo Orfani bianchi (2016).


Chiudo ringraziando Roberta De Falco e Ludovica Ciocci per la disponibilità.

L.

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Pubblicato da su giugno 12, 2019 in Interviste

 

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