RSS

Archivi categoria: Interviste

Intervista ad Andrea Carlo Cappi

Andrea Carlo Cappi (foto di Alberto Aliverti, 2011)

Questo giugno torna in edicola un romanzo di François Torrent con protagonista Nightshade. Visto che dietro quello pseudonimo si cela un grande autore di narrativa di ogni genere, Andrea Carlo Cappi – che lavora in ogni ambito dell’editoria italiana – l’ho incontrato per parlare un po’ di questo felice ritorno del suo personaggio.

Questo mese torni in edicola all’interno di “Segretissimo“: che effetto fa vedere il proprio nome (anche se in realtà, pseudonimo) in una collana così storica?

È tuttora la realizzazione di un sogno che avevo sin da quattordici anni, quando sono diventato lettore abituale di “Segretissimo”, attingendo alla vasta collezione di famiglia! Mi fa sempre lo stesso effetto anche dopo quindici anni, tredici romanzi (contando anche Ladykill-Morte accidentale di una lady, apparso in “Segretissimo presenta“, che il 7 giugno esce in una nuova edizione da libreria), vari racconti e la partecipazione alle raccolte della Legione, di cui la terza sarà in edicola in luglio.

Decimo romanzo per Nightshade, anche se Mercy Contreras è apparsa anche in vari racconti. Qual è il tuo rapporto con il personaggio nel suo 15° anno d’età?

Non mi stanco mai di scrivere di lei, forse perché, a differenza degli eroi seriali degli anni Sessanta-Settanta, si evolve con il passare del tempo e non corre il rischio di ripetere sempre gli stessi schemi da un romanzo all’altro. Aveva ventisei anni quando apparve per la prima volta in Nightshade-Missione Cuba, ha vissuto molte esperienze drammatiche e ora che ha passato i quaranta è meno impulsiva e più razionale. E poi, come in tutte le storie che scrivo – sia con i miei personaggi sia con quelli di altri, come Martin Mystère o la coppia Diabolik & Eva Kant – quando mi metto a raccontare le sue avventure non so mai tutto di quello che capiterà e lascio che siano protagonisti e antagonisti a condurre il gioco e a sorprendermi con le loro azioni.

Dal 2002 in copertina c’era solo “Nightshade”, poi nel 2015 diventa “Agente Nightshade”: cos’è successo al personaggio?

La scelta di aggiungere “Agente” in copertina è servita a rendere più chiaro il ruolo della protagonista ai nuovi lettori: con quella parola nel titolo si capisce subito che si tratta di una storia di spionaggio. In effetti, con Nightshade-Protocollo Hunt si è chiuso un primo ciclo di sette romanzi e con il successivo Nightshade-Programma Firebird ne è cominciato uno nuovo, proseguito con Agente Nightshade-Bersaglio Isis.

Chiusi i conti con il passato, Mercy è ancora di più un’agente free-lance e si sta occupando di tensioni e terrorismo di matrice mediorientale. Programma Firebird è stato il primo romanzo al mondo a citare l’Isis quando ancora non era conosciuta; il successivo raccontava la storia segreta del cosiddetto “Stato Islamico” e anticipava il disgelo tra Iran e Occidente durato fino all’arrivo di Trump. Ora, in Agente Nightshade-Fattore Libia Mercy ha a che fare con ex-combattenti del LIFG (il gruppo libico anti-Gheddafi sostenuto a suo tempo dall’MI6 britannico, di cui avrebbe fatto parte il padre di Salman Abedi, l’attentatore della Manchester Arena) passati ad al Qaeda e infine all’Isis; il controllo dell’Isis sul traffico di esseri umani dal porto di Zuara (da cui partono i barconi i cui naufragi sono all’ordine del giorno); e i rapporti dell’Isis con i cartelli del narcotraffico, in particolare quello di Ciudad Juárez.

A livello personale, ha superato il periodo buio della lotta contro l’organizzazione di El Almirante e ha tentato per qualche tempo di stare lontana dallo spionaggio. Ora non è più sempre in trincea come all’inizio della sua carriera, ma si sente come se di tanto in tanto dovesse pagare un tributo a un suo personale dio della guerra.

Intanto Medina è stato “promosso” dai racconti ai romanzi. Tornerà nell’universo narrativo di Mercy Contreras?

Medina continua a farne parte: lo ritroviamo al principio di Fattore Libia come compagno di Mercy e lo vedremo in azione al suo fianco, spesso con un ruolo determinante. Un legame sentimentale che per Mercy è un riferimento costante, ma anche un elemento di rischio, ogni volta che ripensa alla brutta fine che hanno fatto alcuni suoi precedenti compagni di avventura.

La scottante attualità purtroppo fornisce sempre nuovi spunti alla narrativa spy-action, quindi torna l’ISIS nelle trame di Nightshade. C’è speranza, almeno nella finzione letteraria, di “sconfiggere” questo nemico?

È probabile che tra qualche tempo l’Isis venga sconfitta. Ma temo che le modalità di terrorismo inaugurate a suo tempo da al Qaeda e sviluppate successivamente dallo Stato Islamico continueranno a funzionare: in fondo chiunque può commettere un attentato rubando un camion e gettandosi sulla folla; o, se è attrezzato con esplosivi, farsi saltare in aria in mezzo a persone innocenti. Per un individuo sostanzialmente fallito, è un modo per avere quindici minuti di celebrità, ancorché postuma. Che l’ordine sia partito dal vertice o che invece si tratti di un’iniziativa individuale, l’Isis è sempre pronta ad assumersi la paternità di ogni attentato.

Per finire, a cosa stai lavorando in questo 2017?

Per prima cosa, sto promuovendo tutte le uscite di questo ultimo anno: le riedizioni dei miei romanzi di Diabolik, il mio saggio Fenomenologia di Diabolik in ebook e in volume a colori, i due romanzi Black and Blue e la novità Back to Black (con Toni Black, nuovo personaggio del Kverse, l’universo di Nightshade e Medina, apparso anche in Bersaglio Isis); sto lavorando a un nuovo romanzo di… ma questa sarà una delle sorprese di luglio; e se tutto va bene, dovrei riprendere finalmente anche la serie Danse Macabre, con il secondo romanzo dopo Le vampire di Praga, oltre a una manciata di progetti per l’autunno.

Ringrazio di cuore Andrea Carlo Cappi per la disponibilità e vi invito a visitare la sua pagina Wikipedia e soprattutto a non perdere il suo scottante “Segretissimo” in edicola a giugno.

L.

– Ultimi post simili:

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 12, 2017 in Interviste

 

Intervista shock all’Etrusco!

Volete sapere tutto su di me e sulla mia attività nel mondo digitale? Be’, Il Cumbrugliume mi ha messo alle strette e ho dovuto raccontare tutto su di me!

Se siete curiosi, non perdete la mia intervista etrusca!

L.

 
2 commenti

Pubblicato da su giugno 12, 2017 in Interviste

 

John Underwood alias Gene Ayres

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Questa intervista la trovate anche nel mio eBook gratuito Mistero Shakespeare.

Intervista a Gene Ayres
(2011)

Abbiamo incontrato Gene Ayres, giornalista e sceneggiatore statunitense, per parlare del suo Il libro segreto di Shakespeare, romanzo che la Newton Compton ha coraggiosamente portato in Italia e che sta rapidamente scalando le classifiche.
Il termine “coraggio” non viene usato a sproposito: il thriller di Ayres (firmato con lo pseudonimo John Underwood) da molti anni viene rifiutato dagli editori di tutti i Paesi anglofoni del mondo, risultado edito solo in pochi Stati ed ora anche in Italia. Perché questo trattamento? Cosa dice di così pericoloso il romanzo di Ayres?
Di sicuro viene da pensare che, se il libro viene così ostracizzato, forse l’autore ha davvero colto nel segno…

Come è nata in te l’idea di indagare sulla questione Shakespeare, un mistero che dura da circa quattrocento anni?

Mio fratello maggiore, un fisico e in seguito un economista ambientale, è venuto a conoscenza della mistero di Shakespeare mentre frequentava – negli anni Cinquanta – l’Università di Chicago, dove lesse il libro di Calvin Hoffman intitolato The Murder of the Man Who Was Shakespeare [saggio del 1955 molto celebre, inedito in Italia: Hoffman era lo pseudonimo dell’agente teatrale Leo Hochman. n.d.r.] che analizzava il caso del vero autore attraverso i Sonetti. Mio fratello è anche la base del personaggio di Balsavar nel mio romanzo.

Nella nostra famiglia abbiamo sempre avuto un forse senso della giustizia e della storia, discendendo dai primi Quaccheri che arrivarono in America ed essendo stati cresciuti ed educati nella convinzione che quanto ci è stato detto ed insegnato non è necessariamente la verità. Questa convinzione è valida in molti ambiti, dal business alla politica fino alla (posso osare dirlo?) religione, e si applica tanto nel mondo di oggi quanto ai tempi di Shakespeare. Inoltre, vorrei aggiungere, ho usato l’analogia della nascita della corporazione, proprio nell’epoca shakespeariana, per sottolineare l’urgenza di controllare i poteri. L’uomo-Shakespeare, stando ai fatti accertati della sua vita, era un uomo della corporazione molto in gamba, più che un letterato. Così come Robert Greene affermò ai suoi tempi, credo veramente che Shakespeare fu il primo uomo d’affari a scoprire che c’era da fare bei soldi sfruttando scrittori ed artisti: fu il precursore della moderna filosofia di Hollywood, che ha sfruttato anche me in tempi recenti.

La ricerca delle fonti è stata semplice o hai incontrato dei problemi?

No, la ricerca è stata davvero facile ma lo stesso eccitante, specialmente quando si imboccano vie rimaste inesplorate per secoli. Nel caso della verità su Shakespeare, questa è stata nascosta in piena vista, nella British Library, nella Cambridge Public Library e negli archivi del Lambeth Palace, così come negli archivi della King’s School a Canterbury.

Come però succede per molte verità, puntare i riflettori su di esse non è nell’interesse dei potenti: ai tempi di Shakespeare era la Chiesa d’Inghilterra, come nei successivi quattro secoli, i cui appartenenti io definisco “Ayatollah dell’Accademia”, i quali si trincerano sull’idea di Stratford e creano una formidabile barriera contro le rivelazioni sulla verità su Shakespeare. E nascondono così forse la il più grande furto di proprietà intellettuale della storia della civiltà.

È giusto dire che il libro “The Shakespeare Chronicles” in vendita dall’anno scorso su Amazon.com è un tuo saggio scritto sotto pseudonimo?

No, non è così. La prima presentazione delle mie ricerche e teorie apparve nel 2000 sotto il titolo di A Thief for All Time, firmato come E.C. Ayres (che è anche il mio vero nome): non ero un accademico e così nessuno ne fu interessato, perché gli Ayatollah dell’Accademia avevano deciso che solamente uno di loro poteva scrivere su questo tema. Loro insistono che un semplice campagnolo, attore a tempo perso e comproprietario di una compagnia teatrale, senza educazione né libri né lettere, privo di amicizie con chiunque eccetto forse Ben Jonson (per il quale comunque non esistono prove), DEVE aver scritto quelle opere, semplicemente perché c’è il suo nome su di esse. Faccio notare che Luois B. Mayer e Joseph E. Levine hanno apposto il loro nome su ogni film prodotto nell’Hollywood dei primi anni eppure non hanno mai scritto una sola parola. Stesso dicasi per Clint Eastood o per Paul Newman che non hanno scritto le battute che li hanno resi celebri. E questi accademici continuano a fare barriera malgrado tutte le obiezioni ed osservazioni sollevate da nomi illustri come Mark Twain, Samuel Coleridge ed anche il Conte von Bismark, fra gli altri.

Io sono convinto che a causa del soggetto sia alla versione saggistica che a quella romanzata del mio lavoro sia stata impedita la pubblicazione nei Paesi in lingua inglese, dove Shakespeare rimane un’icona se non una divinità, indipendentemente se esistano prove che lui abbia avuto un’educazione o che abbia scritto qualcosa. (Entrambi i suoi genitori e i suoi figli erano analfabeti e lui firmò il certificato di matrimonio con una X, e non possedeva alcun libro al momento della morte). Sono state pubblicate sei traduzioni del mio romanzo – sette, contando ora l’Italia – e ancora il manoscritto originale rimane nel mio cassetto. Spero che il film Anonymous, che tratta Shakespeare come un truffatore come ho fatto io per primo, serva ad aprire un dialogo con gli editori. Intanto il mio manoscritto gira da quasi dieci anni.

Il film però sceglie il candidato sbagliato (il sedicesimo Earl di Oxford) per il ruolo di vero autore, che a me va pure bene. Ma il libro con il titolo The Shakespeare Chronicles che potete trovare su Amazon è in realtà la versione che è dapprima circolata nel 2000 per le case editrici e produttori negli States. In seguito è divenuta il libro nel libro. L’“autore” delle cosiddette Chronicles, Desmond Lewis, è il personaggio del mio romanzo che viene ucciso prima di poter pubblicare un manoscritto che riveli la verità su Shakespeare. Il manoscritto in questione finisce nelle mani di un editore di New York che, non proprio autorizzato, lo mette in vendita su Amazon. (Recupererò i diritti di quel testo, casualmente, il 1° gennaio 2012.)

The Shakespeare Chronicles di Lewis presenta quindi in forma di saggio i fatti di cui io parlo nel romanzo – che Shakespeare era un truffatore e un profittatore, e che il vero autore delle opere che portano il suo nome ha dovuto lasciare l’Inghilterra a causa di una condanna a morte per eresia.

Come mai la scelta di questo pseudonimo per il romanzo?

Mentre Desmond Lewis è un nome inventato, John Underwood è un nome di famiglia, risalendo indietro di molte generazioni da parte di mio padre. Il suo nome era John Underwood Ayres e il padre di sua madre fu il fondatore della compagnia che produsse le macchine da scrivere Underwood, e la linea di discendenza arriva fino ai tempi in cui Shakespeare intratteneva rapporti con la Globe Theater Company, in quanto uno degli appartenenti alla compagnia era un giovane attore di nome John Underwood. Di nuovo, una storia nella storia.

Il saggio firmato Lewis è edito in lingua inglese, ma il romanzo firmato Underwood no: cosa ne pensi della questione?

Come ho detto prima, il mio agente già da sette anni ha venduto i diritti del romanzo a degli editori – fra cui la Newton Compton di Roma – ma nessun editore di lingua inglese si è dimostrato interessato all’acquisto. Spero che la situazione cambi, ma finora anche il saggio pubblicato come “Desmond Lewis” rimane inedito, in definitiva, visto che è pubblicato da me, il suo autore, il che non è mai una buona cosa!

Io pubblicherò una versione corretta del testo per la fine dell’anno e il romanzò vedrà una versione pubblicata a livello professionale da un amico editore qui in Seattle, Luanne Brown, dedicata al pubblico di lingua inglese.

Ci tengo a sottolineare che l’editor della Newton Compton, Olimpia Ellero, ha fatto davvero un ottimo lavoro, sottoponendomi alcuni errori importanti che ho potuto così correggere.

Senza rivelare troppo della storia del tuo romanzo, chi pensi abbia scritto realmente le opere di Shakespeare?

Sono d’accordo con Emmerich e il suo sceneggiatore che non fu di sicuro Shakespeare. Sono in disaccordo sul fatto che il vero autore fosse Oxford, che le prove rivelano chiaramente essere poco più che un altro viziato membro della classe “nobile” che amava ogni tanto dilettarsi nella scrittura di alcuni (pessimi) poemi. Le prove che io ho trovato indicano un altro autore, che ora non svelerò, e sono tutte nel mio romanzo.

Hai già visto (o vedrai) il film “Anonymous” di Roland Emmerich? Credi che una semplice sceneggiatura (per forza stringata e senza bibliografia) possa spiegare bene un mistero così complesso?

Non ho ancora visto il film, ma lo farò. Dalle recensioni che ho letto sospetto che abbiano fatto una storia troppo complicata, con molti personaggi e poco sviluppo, ma giudicherò dopo averlo visto. In ogni caso sono più che certo che le conclusioni del film siano fallaci.

Tornerai a scrivere di William Shakespeare?

Sì, sto già pianificando un sequel del mio romanzo, e spero che per farlo potrò passare un po’ di tempo in Italia, dove così tante opere shakespeariane sono ambientate, e per una buona ragione (Shakespeare non mise mai un piede fuori dall’Inghilterra). Sono convinto che ci siano altri documenti e fatti da scoprire nel vostro Paese, casa del Rinascimento, dove il Vero Autore si è andato a rifugiare durante il suo esilio.

Ci sono ancora capitoli da scrivere o da raccontare, ambientati nelle città del nord dove il Vero Autore molto probabilmente si nascose, inclusa quella Padova dove Calvin Hoffman scoprì la sua discendenza e la sua tomba, nonché una data di morte intorno al 1620, che calza a pennello con la storia. Mi piacerebbe scoprire quella tomba e seguire la pista da lì. Così sto pianificando un seguito che sarà in buona parte ambientato in Italia: per l’occasione cercherò di imparare un po’ di italiano, come quasi certamente dovette fare il Vero Autore a suo tempo.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 28 novembre 2011.

– Ultime interviste:

 
1 Commento

Pubblicato da su marzo 18, 2017 in Interviste

 

Chiara Prezzavento e i misteri del Bardo

È con enorme piacere che presento un’intervista nuovissima a Chiara Prezzavento, appassionata blogger ed autrice instancabile che ho avuto il piacere di conoscere nel 2010, quando la invitai a partecipare al mio ciclo di articoli su Shakespeare di ThrillerMagazine. Il risultato è un testo meraviglioso che vi invito caldamente a leggere, visto che lo trovate nell’eBook gratuito intitolato Mistero Shakespeare.

Gli anni sono volati ed è il momento di farla conoscere ai lettori di “Non Quel Marlowe”… visto che lei è una fervente ammiratrice di quel Marlowe!

Chi è Chiara Prezzavento? E perché il titolo del suo blog… ha una parola sbagliata?

Vediamo un po’… Chiara – conosciuta in rete come la Clarina – è un’anglomane, una scribacchiatrice di romanzi storici e teatro, un’editor, una traduttrice (ma non di narrativa), una blogger, un’appassionata di storia e letteratura elisabettiane, una che fa gavetta da aiuto-regista e lighting designer… E ammetto che detto così suona come se non avesse le idee terribilmente chiare – ma c’è un metodo nella sua follia. O almeno le piace crederlo. Nel tentativo di convincersene posta in proposito, due o tre volte la settimana, su un paio di blog. Uno è in Inglese e ha un titolo ragionevole: Scribblings. E in Italiano c’è Senza Errori di Stumpa, che si chiama così perché… Be’, c’erano una volta quelle copie omaggio dei libri scolastici che le case editrici fornivano in visione agli insegnanti. Una volta, alla madre della Clarina, arrivò un’antologia corredata di una meravigliosa fascetta che diceva “Versione riveduta e corretta senza errori di stumpa”… Era così meravigliosamente nonsense che la frase entrò subito nel lessico famigliare per indicare qualcosa cui forse è meglio lavorare ancora un po’. E quando si è trattato di aprire un blog che parlasse di scritture in corso, editing, letture ed esperimenti vari, mi è sembrato un titolo perfetto.

La cultura elisabettiana ha un forte ascendente sia sulla narrativa, che saggistica: quanto è importante questo periodo per te?

Non pretendo di suonare terribilmente sensata nel dire questo genere di cose, però – pur essendo passati così tanti anni che il titolo preciso è perduto tra le nebbie dell’oblio – ricordo perfettamente la sensazione di aprire un libro che parlava di Inghilterra elisabettiana e di avere provato quel senso di confortante familiarità che di solito si prova tornando a casa. A scuola ho studiato Francese, e la letteratura inglese è sempre stata una passione coltivata in via personale e disordinata. Shakespeare per anni l’ho conosciuto soltanto a teatro – e in traduzione, perché c’è voluto del tempo per poterlo affrontare in originale… E per di più, in Italia vigono ancora tante convenzioni bardolatriche su Shakespeare-astro solitario. Quando ho cominciato ad approfondire il suo linguaggio e la sua epoca, ho scoperto un mondo incandescente, popolatissimo e pieno di fascino – e non me ne sono più andata. Da lì a volerne scrivere, poi, il passo è stato breve.

Tra l’altro è un’epoca narrativamente e saggisticamente perfetta, con un’infinità di spunti e di storie, e tanto spazio per la speculazione, i dubbi e le domande… Non dico che vorrei viverci, perché era un’epoca violenta, crudele e non pulitissima, in cui le donne avevano ben poco spazio e pensare per sé poteva essere rischioso – ma per scriverne, non si può volere di meglio.

Oltre a scrivere curi anche delle conferenze: come ti trovi ad alternare la parola scritta e quella orale?

Di solito, quando mi si chiede delle mie conferenze, rispondo che sono una scusa per rifilare quantità invereconde di elisabettianerie assortite a un pubblico che ha qualche difficoltà a scappare… e scherzo solo a metà. Il fatto è che, una volta avviata a parlare di Shakespeare, Marlowe, teatro elisabettiano e cose così, bisogna abbattermi a colpi di sedia per farmi smettere. Quando qualche innocente mi fa una domanda in proposito a cena o in altre occasioni sociali, avverto sempre: sicuro di volermi sguinzagliare? È pericoloso… Sono pericolosa.

Ma no, seriamente: confesso che mi piace molto parlare in pubblico. Raccontare. Osservare la reazione degli ascoltatori… Immagino che si possa biasimare la mia formazione teatrale, per questo – ma trovo che ci sia qualcosa di magico nel rapporto diretto con il pubblico.

Ci siamo conosciuti dando la caccia al Grande Bardo: è ancora attuale l’affascinante questione sulla vera identità di Shakespeare? Come risponde il tuo pubblico durante le conferenze su questo argomento?

Ancora attualissima, si direbbe. E credevo che fosse una faccenda prettamente anglosassone, ma dopo tutto pare che non sia più così. Qui non siamo ai livelli di Oltremanica e Oltretinozza – dove accademici e non-accademici si meta-accoltellano in proposito – ma persino nella placida Mantova si cominciano a vedere segni quasi allarmanti. Un paio di anni fa ho sentito al Festivaletteratura la conferenza di un organista norvegese (!) sicurissimo di avere scoperto che a scrivere il canone shakespeariano sono stati i Rosacroce, con Francis Bacon in testa, nel tentativo di riformare l’umanità. No, davvero. E lo scorso anno qui è uscito un romanzo con pretese semisaggistiche, secondo cui Shakespeare era il frutto della relazione adulterina fra il guantaio di Stratford e la figlia illegittima di Baldassarre Castiglioni – e quindi gli Anni Perduti li avrebbe passati tra la corte di Mantova, Venezia e l’università di Bologna. Mah…

Poi bisogna dire che a questo genere di eccentricità il pubblico tende a rispondere con reazioni che vanno dal divertito scetticismo all’orrore incredulo. Credo che fino all’uscita di Anomymous (abominevole film!) quasi nessuno in Italia avesse sentito parlare della Authorship Question. Adesso non è più strettamente così, ma c’è sempre un certo grado di sorpresa nello scoprire quanto sia feroce il dibattito nel mondo anglosassone.

Il nostro caro Marlowe – proprio “quel” Marlowe – è ancora importante per le tue letture e per ciò che scrivi?

Eccome! Mi si dice che non sono nulla se non persistente nelle mie infatuazioni. Kit [per chi non lo sapesse, Christopher Marlowe. N.d.R.] è al centro di vari progetti – traduzioni, un play e mezzo, conferenze… ed è un personaggio chiave nel romanzo che sto scrivendo, una vicenda di attori nella Londra di fine Cinquecento. Sospetto che dovesse essere insopportabile di persona – un provocatore per il gusto della provocazione, con un ego delle dimensioni di un fox terrier – ma era anche uno straordinario poeta e un uomo di grande coraggio intellettuale. Voglio dire: probabilmente l’unico ateo dichiarato del Rinascimento inglese, in un’epoca in cui le posizioni eterodosse portavano alla forca più spesso che no… Ed è un genere di coraggio che ammiro moltissimo. Dopodiché, narrativamente parlando, il fatto che fosse un attaccabrighe tremendo e probabilmente una spia, aiuta da non dirsi.

Malgrado i tuoi molti impegni riesci lo stesso a tenere aggiornato un blog a cadenza serrata: lo consideri un impegno in più o una valvola di sfogo?

Sinceramente? Secondo le giornate. Un tempo postavo quotidianamente, poi ho smesso, perché era impegnativo e faticoso. E poi, giusto per facilitarmi la vita, ho avviato anche Scribblings – così adesso posto quattro o cinque giorni a settimana. E a parte brevi periodi di assennatezza di quando in quando, non sono così brava e lungimirante da preparare i post in anticipo. Più spesso che no mi riduco a scrivere all’ultimo momento utile… Il che è un esercizio sempre stimolante, visto che tendo a funzionare meglio con una scadenza che mi pende sulla testa – ma anche una pressione di cui, certi giorni, farei volentieri a meno.

Confesso che ogni tanto considero la possibilità di sopprimere l’uno o l’altro blog… Però poi non lo faccio mai. Di nuovo: mi piace molto il contatto con il pubblico – anche se, un po’ perché la piattaforma non sempre è d’aiuto e un po’ per ragioni misteriose e insondabili, l’interazione avviene in buona parte via mail – e mi piace anche avere un posto in cui rimuginare per iscritto idee, lavori in corso, frustrazioni, entusiasmi e teorie.

So che recentemente hai pubblicato un’antologia di racconti: come hai trovato quella esperienza?

Mah… È stato molto interessante scegliere le storie e tirarle a lucido, impaginarle, creare la copertina e mettere insieme l’ebook. Ho voluto provare a fare tutto da sola, per vedere se ne ero capace. Dopodiché, se dovessi dire che Bric-à-Brac è stato un travolgente successo editoriale, mentirei. Mi si dice, a titolo consolatorio, che i racconti non tirano granché. O forse i racconti storici. Ma se invece fossero i miei racconti storici a non tirare? E poi, da un lato, sospetto che i lettori di narrativa storica italiani non siano il gruppo più digitalizzato del creato universo. Dall’altro, ho imparato che il self-publishing forse non fa per me, perché in fatto di marketing sono un completo e totale disastro. E insomma, diciamo che è stata un’esperienza istruttiva.

Gestisci ben due compagnie teatrali: come riesci a non impazzire?

No, no – per carità: io non gestisco nulla. Per l’Accademia Campogalliani scrivo, traduco e adatto – credo che mi si possa considerare una specie di autore residente. Con Hic Sunt Histriones è un po’ più complicato. Ho cominciato sette anni fa scrivendo, e adesso faccio anche aiuto-regia, lighting design, l’occasionale direzione di palcoscenico… da quest’estate sono anche tornata a recitare – e questo è stato veramente folle.

Poi con l’aiuto di entrambe le compagnie curo il progetto Il Palcoscenico di Carta/The Paper Stage, una faccenda di letture teatrali pubbliche in collaborazione con l’Università del Kent e la Royal Holloway di Londra. In pratica, ci si riunisce e si legge ad alta voce un testo teatrale. L’aspetto geniale è che, insieme agli attori “veri”, chiunque può leggere una parte. Abbiamo un certo successo, devo dire – e quando lo scorso novembre abbiamo letto il Doctor Faustus di Marlowe in contemporanea a Canterbury, Londra e Mantova, è stata una favolosa esperienza.

Quindi, ripeto: non gestisco nulla, ma ho l’enorme fortuna di lavorare con due compagnie che mi assecondano anche quando mi avvio in direzioni… bizzarre.

C’è un libro nel tuo cassetto? Un progetto che vorresti concretizzare nell’immediato?

Be’, c’è il romanzo in corso. Come dicevo prima, è ambientato nella Londra elisabettiana, ed è una faccenda di attori – un attore in particolare: Edward Alleyn, star di fine Cinquecento, e creatore di quasi tutti i grandi ruoli marloviani. Mi sembra logico pensare che, in una situazione del genere, attore e autore dovessero influenzarsi a vicenda – ed è quello su cui sto lavorando. Ed è in Inglese. Da un lato, a volte certe storie vogliono essere raccontate in una lingua e proprio in quella. Dall’altro, più pragmaticamente, credo di poter trovare più interesse e più mercato Oltremanica. In Italia Alleyn è del tutto sconosciuto, e Marlowe poco meglio. Sull’Isoletta è diverso. Finora ho avuto feedback… incoraggiante. Stiamo a vedere che succede.

Intanto posso dire che è stato interessante tornare a recitare – dopo quasi vent’anni – proprio mentre scrivevo su un attore. Credo che le due cose si siano condizionate a vicenda: ho avuto delle esperienze immediate e dirette da prestare a Ned, e scrivere di recitazione ogni giorno mi ha aiutata a disciplinare quello che facevo sul palcoscenico.

Per finire, un sogno ad occhi aperti. Se ti proponessero di fare un film da uno dei testi che hai messo in scena, tuo o firmato da altri, quale sceglieresti?

Oh, questo è davvero difficile. In realtà, credo che, per ovvi motivi, la mia scrittura sia più teatrale che cinematografica. Però… Certo mi piacerebbe vedere Ned muoversi in una Londra ricostruita, e un giorno o l’altro riuscirò a trascinare qualcuno a fare un film muto per gioco – ma, se dovessi scegliere, credo che opterei per il mio eterno lavoro in corso sull’ultimo assedio di Costantinopoli, nel 1453. È una storia che prima o poi finirò – e che, tra l’altro, aveva visto la luce proprio come esercizio di sceneggiatura durante un corso alla Scuola Holden, tanti anni fa. Poi ne ho fatto un romanzo dal punto di vista dell’assediante Mehmet Fatih, e poi ho aggiunto gli assediati bizantini, veneziani e genovesi, e poi, e poi… Oh, prima o poi ne verrò a capo, e credo che, tra le mie storie, sia la più adatta a uno schermo cinematografico. Però alla vecchia maniera, con il minimo indispensabile di effetti speciali. Non dico senza – perché gli effetti speciali sono parte della natura e meraviglia del mezzo, fin dai suoi primordi – ma senza eccedere in fatto di CGI, grazie. E mi piace come lo dico – come se l’autore del romanzo di partenza o lo sceneggiatore potessero mai avere voce in capitolo… ma qui stiamo giocando, giusto?

Ringrazio di cuore Chiara per la sua grande disponibilità e non posso non notare che continuiamo a condividere interessi e passioni, senza saperlo. Scopro che nel 2011 ha scritto un monologo (Aninha) su Anita Garibaldi, che io mi sono divertito a far sopravvivere alla propria morte (Anita Nera) e da quest’ultima risposta scopro che anche lei è appassionata dell’assedio del 1453, che dal punto di vista della storia dei libri e della storia occidentale è stato l’anno in cui tutto è cambiato…. Non esisterebbe la modernità senza quell’assedio, quindi attendo con ansia il completamento dell’opera di Chiara!

L.

– Ultimi post simili:

 
10 commenti

Pubblicato da su marzo 13, 2017 in Interviste

 

Maurizio Testa, Simenon Simenon

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Maurizio Testa
(2011)

Oggi, 28 novembre, il blog Simenon Simenon compie un anno: in ognuno dei suoi 365 giorni di vita è stato presentato un articolo relativo al celebre autore, alla sua vita, alle sue opere, ai film tratti e a mille altri argomenti.

In occasione di questo anniversario il curatore del blog, Maurizio Testa, sarà oggi in linea aperta su Skype (con il nome simenonsimenon) in teleconferenza dalle 21.00 alle 22.00 – mentre dalle 22.00 alle 23.00 sarà uno spazio individuale – disponibile a dialogare con i tanti appassionati di Georges Simenon.

Abbiamo incontrato il grande appassionato del celebre scrittore per farci raccontare questo suo primo anno di vita a stretto contatto con Simenon.

Prima di tutto una parola sul soggetto del tuo blog. Ad un immaginario lettore di oggi che non abbia letto nulla di Simenon, come spiegheresti il valore di questo scrittore?

Che non ci si può perdere un autore come lui per tre ragioni fondamentali. Innanzitutto lui, uno scrittore del ‘900 è ancora oggi ancora attualissimo per il suo approccio realistico alle storie, poi per il suo linguaggio asciutto, essenziale, capace di creare quelle famose atmosfere con un vocabolario scarno, ma efficace. L’altra ragione è che è l’unico romanziere che io conosca ad aver creato un personaggio seriale nella letteratura poliziesca, famoso in tutto il mondo al pari dei vari Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Philip Marlowe, Nero Wolfe e contemporaneamente essere stato un romanziere di un tale valore letterario, tanto da essere stato un paio di volte ad un passo dal vedersi riconosciuto il premio Nobel.

Come è nata l’idea di un blog interamente dedicato al celebre autore?
Maurizio Testa

È un mio vecchio pallino. Mettermi a fare cose che nessuno aveva fatto prima. Siccome seguo e m’interesso di Simenon da una ventina d’anni (ho scritto anche qualche libro su di lui) ho a disposizione una notevole mole di materiale. E siccome sapevo, per esperienza diretta, che non esisteva un blog del genere (né in Italia, né all’estero) ho raccolto la sfida e ho coniugato le due cose, sperando di realizzare qualcosa che fosse interessante per gli appassionati di Simenon, ma fosse anche uno strumento per far conoscere lo scrittore a chi ne ignorava l’esistenza e magari far loro venire voglia di leggerlo.

Aggiornare tutti i giorni (ma proprio tutti!) il blog con notizie e foto non dev’essere certo facile: qual è il segreto del tuo ritmo?

Anche qui si tratta di una confluenza di elementi. Sono più di trent’anni che faccio il giornalista e ho avuto anche diverse esperienze come direttore di quotidiani on-line e quindi l’informazione quotidiana è qualcosa che ormai fa parte di me. Una buona parte del merito va a Simenon che è davvero un personaggio fuoriclasse. Non solo come scrittore (oltre quattrocento titoli, tra romanzi e racconti tra il periodo della letteratura popolare, la serie dei Maigret e quelli che lui stesso chiamava i romans-romans), ma anche come uomo che cambiava casa come noi cambiamo cappotto, ha vissuto in Belgio, in Francia, negli USA e in Svizzera, ha avuto due mogli, due compagne-amanti, in un giorno era capace di scrivere anche ottanta pagine, ha avuto quattro figli, ha dichiarato di essere stato con diecimila donne, dai suoi romanzi hanno tratto sessanta film… insomma ha avuto una vita talmente ricca e intensa che gli argomenti si sprecano. E quando saranno finiti… be’ visto la lunghezza dei post c’è sempre la possibilità di approfondire. Ad ogni modo a tutt’oggi ho pubblicato oltre 430 post, quindi più di uno al giorno…

Sei in contatto anche con fan francesi o è tutto “made in Italy”?

Da quello che mi riporta Google Analytics la stragrande maggioranza delle visualizzazioni viene dall’Italia, ma poi ci sono richieste un po’ da tutto il mondo: dagli USA, dall’Australia, oltre che da diversi paesi europei e, certo, primi tra tutti la Francia e il Belgio.

Quest’anno non ricorre solo l’anniversario del tuo blog, ma anche gli 80 anni di Maigret. Un’età importante per un personaggio: secondo te gode ancora di ottima salute o qualche ruga la dimostra?

Ottima salute, almeno a giudicare dal fatto che ogni volta che esce un suo titolo, entra in classifica. E va considerato che le inchieste del commissario Maigret sono edite in Italia sin dal 1931, quando erano pubblicate nei libri neri dell’Arnoldo Mondadori Editore (per altro amico di Simenon), cosa che non si può dire dei pur blasonati colleghi letterari protagonisti della storia del giallo internazionale. Dopo ottanta anni qualche ruga si nota sicuramente, ma un po’ di rughe rendono più interessante la fisionomia di questo commissario francese, che gli italiani amano moltissimo.

Quanto secondo te ha influito Maigret nei personaggi successivi? Quanti gli sono debitori?

Diciamo che, già da quando è uscito, il personaggio era del tutto atipico rispetto agli eroi più famosi del genere giallo. Intanto se ci si pensa fino ad allora da Holmes a Sam Spade, da Poirot a Marlowe, da Nero Wolfe al Dupin di Poe, erano tutti investigatori privati o per diletto. Maigret è il primo funzionario di polizia, commissario divisionale della brigata omicidi di Parigi. È il primo che ha a che fare con delle regole, con dei superiori, con i problemi delle gerarchie. Inoltre Maigret è un uomo come tanti, non è un eroe, non un uomo d’azione o di incredibile intelligenza. È quanto di più vicino ci possa essere al lettore e, se il teorema dell’identificazione lettore-protagonista è vero, qui abbiamo un esempio illuminante. Debitori molti, ma non per la figura nel suo complesso, direi piuttosto che da Pepe Carvalho [di Manuel Vázquez Montalbán] a Montalbano [di Andrea Camilleri] ci sono molti personaggi che hanno dentro di sé un pezzetto di Maigret.

Per finire, c’è qualche anteprima per il futuro del tuo blog che vuoi rivelarci?

Passati questi primi dodici mesi, vorrei renderlo più funzionale, magari dare risalto anche a post importanti che sono stati scritti mesi fa, ma che sono importanti per conoscere meglio Simenon. E poi dietro l’angolo c’è il progetto di una versione in francese, e poi una in inglese, ma la cosa non è così semplice per un blog aggiornato quotidianamente. Un po’ di pazienza…

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 28 novembre 2011.

– Ultime interviste:

 
2 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2017 in Interviste

 

Marcello Simoni: il mercante di libri maledetti

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Marcello Simoni
(2011)

Il successo de Il mercante di libri maledetti (Newton Compton) è inarrestabile e sorprendente, visto che il suo autore è un esordiente. Marcello Simoni in realtà vive e respira il Medioevo da sempre, e portarlo su carta in forma di romanzo è solo un passaggio della sua carriera.

Instancabile, mentre già prepara il sequel del suo romanzo continua il suo lavoro di saggista, e nel numero di questo mese della webzine PreTesti pubblica il racconto a sfondo storico Il terzo sacrificio, con protagonista un losco figuro medievale con tanto di pericolosissimo grimorio.

Inoltre, giovedì 24 novembre Simoni sarà in Campidoglio a Roma per ricevere il premio “What’s Up Giovani Talenti” 2011, assegnato al suo romanzo.

Il “Mercante” sta riscuotendo grandi consensi di pubblico: senti che questo successo ti sta “cambiando”?

Prenderei la parola “successo” con le pinze, dato che sono comunque un esordiente alle prime armi… Più che altro, sento la necessità di continuare a scrivere e soprattutto di proseguire per la strada della narrativa “di genere”. Con i miei prossimi lavori cercherò di approfondire l’operazione iniziata con il Mercante, irrobustendo il legame fra il thriller e il romanzo d’avventura secondo procedimenti ancor più consapevoli.

Al giorno d’oggi internet avvicina molto gli autori ai lettori: in generale, come ti è sembrata l’accoglienza del pubblico della rete?

Quotidianamente ricevo decine di mail e di messaggi sulla mia bacheca di Facebook e sulla fan page dedicata al Mercante dove gente da tutta Italia mi riempie di complimenti… Non faccio che ringraziare i lettori, e sentirmi sempre più spronato a proseguire nello scrivere fiction.

Nella scorsa intervista si è parlato di un possibile sequel, ma ora addirittura si ventila l’ipotesi di una trilogia: puoi confermare o smentire questi “rumors”?

Confermo! Ignazio da Toledo tornerà in libreria con altre due avventure. Il secondo capitolo della trilogia uscirà nel 2012, in data ancora da definire, sempre per Newton Compton. Si tratterà sempre di una storia con un inizio e una fine, e saranno presenti i protagonisti del primo romanzo. Ma gli scenari cambieranno. Si continuerà a parlare di esoterismo, ma con maggiori sfumature di gotico e con un ritmo che definirei da “cappa e spada”. Titolo dell’opera: ancora top secret.

I tuoi nuovi fan, andando alla ricerca di eventuali altri tuoi romanzi, hanno scovato un tuo titolo del 2007. Puoi raccontarci la storia di questo libro?

Si tratta di un’edizione fuori commercio da anni e pubblicata in numero limitatissimo da un editore che non ne garantì mai la presenza nelle librerie, se non – per mia cura – in quelle del territorio dove risiedo. Penso di avere imparato molto da allora, di aver affinato il mio stile di scrittura e soprattutto di aver compreso cosa s’intenda per “buona editoria”. La successiva rielaborazione di quel testo ha portato alla nascita di qualcosa di nuovo e di radicalmente diverso, Il mercante di libri maledetti, ovvero un romanzo infuso di uno spirito più maturo, dotato di personaggi di maggior spessore e di un linguaggio più consono alle strutture del romanzo popolare. D’altro canto è vero quanto ho asserito altrove: prima di essere “scoperto” dalla Spagna, nessun editore italiano degno di questo nome si era mai accorto di me. Ma forse perché, da esordiente inesperto, avevo compiuto i passi sbagliati.

Tu non nasci come romanziere, bensì come saggista: puoi raccontarci qualcosa di più su questo tuo passato (o anche presente) nella saggistica?

I miei saggi più importanti sono stati pubblicati dalla rivista specialistica Analecta Pomposiana, un vero periodico per “addetti ai lavori”, e riguardano vari aspetti dell’agiografia e del monachesimo medievale, con approfondimenti che vanno dai pellegrinaggi all’iconografia di affreschi sacri. Ultimamente mi sono soffermato sullo studio del ciclo biblico trecentesco dell’abbazia di Pomposa, noto per le sue scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, compresa l’Apocalisse. Questo genere di lavori mi ha consentito di avvicinarmi alla forma mentis dell’uomo medievale. Ma qui necessita una precisazione: quando scrivo narrativa mi distacco dall’ambito scientifico e mi permetto di spaziare con la fantasia, restando purtuttavia nell’ambito della verosimiglianza storica. La pedanteria documentaria e la precisione a tutti i costi, per favore, lasciamoli alla saggistica.

Malgrado il thriller storico sia molto apprezzato in Italia, è estremamente raro trovare nelle trame la presenza importante di libri, come nel tuo caso. È solo una mia idea, o l’espediente di un libro (codex o grimorio) dà molto più sapore a un romanzo o racconto?

Attore che impersona Ignazio da ToledoL’idea di un libro che parla di un altro libro trasmette senz’altro un fascino fortissimo. È come se ci trovassimo di fronte a un gioco di specchi dove l’immagine riflessa si perde in infinite proiezioni. La conseguente perdita di prospettiva ci rende incapaci di stabilire dove finisca il romanzo che stiamo leggendo e dove invece inizi il libro descritto fra le sue pagine. Si tratta dell’astigmatismo che trasforma Paolo e Francesca negli amanti citati nel libro che stanno leggendo, o Harry Heller nel “lupo della steppa” descritto nel libriccino che si trova tra le mani. Accade un po’ come nel gioco degli scacchi, dove ci troviamo poco a poco a instaurare una mimesi con l’avversario che ci siede di fronte.

Per i tuoi lavori di saggistica ti sarà capitato di sfogliare reali antichi testi medievali: cosa si prova?

È come sporgersi da una finestra affacciata su un mondo ormai estinto, ma che per magia continua a vivere davanti ai tuoi occhi. E i limiti di quella finestra coincidono con quelli del foglio di pergamena…

È banale, ma devo farti questa domanda: progetti nell’immediato futuro?

Di sicuro resterò il più possibile nell’ambito del thriller e dell’avventuroso. Oltre al completamento dell’ultimo capitolo (conclusivo?) della trilogia di Ignazio da Toledo, sto elaborando la trama di un quarto romanzo. Ma ho molti altri progetti nel cassetto!

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 22 novembre 2011.

– Ultime interviste:

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 3, 2017 in Interviste

 

Stefano Di Marino: King of Action

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Stefano Di Marino

Arriva nelle edicole il nuovo attesissimo romanzo con protagonista Chance Renard il Professionista, Nome in codice: Loki (Segretissimo n. 1581) di Stephen Gunn. Come “contenuto speciale” del volume, c’è anche un racconto – Sanguenero – che Stefano Di Marino ha scritto riallacciandosi al “periodo francese” di Chance rimasto in sospeso con Pietrafredda (Perdisapop 2009).

actionCome se non bastasse il gradito ritorno dell’eroe che – ne abbiamo parlato recentemente – è in cima alle vendite della collana dedicata all’azione e allo spionaggio, Stefano Di Marino ha lavorato su più fronti per dare ai suoi lettori, fra ottobre e novembre, una vera e propria indigestione di action.

Proprio Action è il titolo della rivista nuova di zecca che il nostro ha creato e curato personalmente, distribuita in formato digitale dalla dbooks.it. Il primo numero ha come contenuto speciale un racconto inedito proprio del Professionista, e c’è da sperare che ogni futura uscita vanti questo bonus.

Sempre in campo digitale Di Marino, dopo l’uscita in solitaria de Il sentiero dei mille sospiri, ha pubblicato in eBook Appuntamento a Samaringa, inaugurando la collana “I Romanzi di Action”.

Come se non bastasse tutto questo, è imminente l’inizio della collana Gli Indistruttibili: una serie dei migliori film d’azione che la Gazzetta dello Sport porta in edicola e che Di Marino cura con dei booklet esplosivi.

Insomma, un vero e proprio tour de force che solamente un King of Action poteva gesire: ma come farà? Quale sarà mai il suo segreto?
Ne abbiamo parlato con l’interessato.

Andiamo in ordine di apparizione. Cos’è e come è nata “Action”?

Action è nata quasi per scherzo. Avevo creato una finta cover per una rivista d’azione e, pubblicandola su facebook, ho ricevuto una marea di commenti che mi incoraggiavano a continuare. Poi mi ha contattato Andrea Fattori della Dbooks che già editava Per il sangue versato in digitale e mi ha proposto di creare una rivsta gemella di Altri Sogni. a quel punto ho cominciato a crederci anche io. Ho radunato le idee, studiato il format e… chiamato gli amici più… fedeli all’appello. In poco tempo avevo quasi due numeri già fatti. Abbiamo cominciato con un numero particoalrmente “succoso” con molti interventi a tutto campo dai racconti, ai reportages, agli approfondimenti. Anche diverse firme femminili cui tengo molto come Cristiana Astori e Francesca Scotti con le foto giapponesi di Sara Piazza. E poi gli amici di sempre, Cappi, Pugno, Ballerini Puviani, tu stesso e tanti altri. Ma aspettatevi un continuo ricambio a ogni numero.

Al fianco della rivista digitale, c’è la riproposizione (riveduta e ragionata) di tuoi romanzi in formato eBook: quanto sono stati “rivisti” in confronto all’originale uscita cartacea?

Una rilettura c’è sempre. Appuntamento a Smaringa lo scrissi più di venti anni fa e andava ripulito. Ma la trama che era quella di una storia avventurosa dei tempi della Guerra Fredda è rimasta la stessa.

Torna in edicola il Professionista, il tuo personaggio storico: cosa ci dici in due parole di questo nuovo romanzo?

Come sempre una grandissima soddisfazione vedere in edicola il nuovo Chance che ormai si avvicina ai 16 anni di vita. Nome in codice: Loki è una classica storia di spionaggio che si sposta tra Osaka, Madrid, la Siberia passando per Austria e Turchia. Il Professionista è più che mai solo, infiltrato in un complesso ingranaggio con tutti gli elementi dello spionaggio ma anche tanta azione, glamour, belle donne. Il ritmo, a mio parere, è la carta vincente. E poi un regalo per me e per i lettori. Sanguenero è un romanzo breve che rappresenta il seguito ideale di Pietrafredda. una storia in prima persona, forte ma anche con inaspettate introspezioni. Riuscirà Chance a salvarsi dalla vendetta del clan Geraci? Era parecchio che ce lo chiedevamo.

Dopo il cinema marziale, sta per uscire il cinema d’azione presentato da te: cosa ci puoi dire?

È per me una grandissima soddisfazione essere chiamato dal team della Gazzetta che si occupa di iniziative legate al cinema. Gian Luca Varano e Alessandro Paletti mi hanno chiesto di collaborare al programma che voleva proporre i superclassici dell’azione e di scrivere i testi dei booklet. Dopo la serie dedicata al kung fu, è un altro riconoscimento nel campo dell’azione pura in forma narrativa che ritengo importante. Appuntamento in edicola il 4 novembre con Gli Indistruttibili.

Nel futuro imminente Segretissimo darà molto spazio a Chance Renard, con ristampe e molti nuovi episodi. Cosa prova un autore di fronta alla stima crescente di un suo personaggio da parte dei lettori?

Prima di tutto una grandissima riconoscenza. Senza i lettori non esiste il Professionista. E lo dico pubblicamente a tutti quelli che mi scrivono sul Blog del Professionsita e su facebook quanto sul Blog di Segretissimo. Se ho la grande soddisfazione di poter continuare a scrivere le storie di Chance, andando anche a frugare con episodi inediti nella sua storia, lo devo a voi. Io, per parte mia, mi impegno a darvi sempre il meglio della mia creatività.

Per finire, una domanda “spinosa”. Secondo te la formula dei tuoi romanzi funziona di per sé o c’è bisogno della tua personale “tripletta” (preparazione, talento, sudore)?

Lo dico sinceramente. Anche nella narrativa di genere che si pensa un po’ “prefatta” e forzatamente aderente ai format è necessario scrivere con il “cuore”. Non ridete è così. Se non ci credete voi, non lo farà neanche il lettore. Io penso che la mia dote principale sia veramente l’entusiasmo, la passione che metto nelle mie storie. C’è ovviamente la tecnica, la professionalità, l’impegno giornaliero ma… se non ci credete voi, chi volete che ci creda? E se un po’ queste storie vi piacciono, vuol dire che ho ragione…

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 3 novembre 2011.

– Ultime interviste:

 
4 commenti

Pubblicato da su febbraio 3, 2017 in Interviste

 

Tag:

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: