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In morte di un talebano (2011)

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista cumulativa sulla morte di Bin Laden
(2011)

L’uomo giusto ucciso al momento giusto: forse “troppo” giusto,
visto che questo lavoro di intelligence assomiglia ad un escamotage letterario.
Il parere di alcuni scrittori esperti di thriller

In questi giorni siamo tutti travolti da quell’espediente letterario che Antonio D’Orrico chiama “l’Effetto Vincenzoni”: quando non sapete come portare avanti una storia, fate apparire un personaggio con la pistola in pugno. Le disgrazie che stavano travagliando il mondo in questi primi mesi del 2011 non sembravano trovare una soluzione, e la storia stava diventando stagnante: nel romanzo mondiale serviva un personaggio con la pistola in pugno a sbloccare la situazione e a distogliere l’attenzione da una trama traballante.

Da giorni ogni organo di informazione si sta consumando per trasmettere una notizia vaga, per mostrare immagini che non ha, per presentare prove che non ci sono e per intervistare esperti che non sanno in realtà nulla: perché se il personaggio ha la pistola in pugno, non è certo una smoking gun, non è cioè quella “pistola fumante” che toglie ogni dubbio nelle storie gialle.

Nel romanzo della presidenza Barack Obama – facente parte del lungo Ciclo del Romanzo planetario – serviva un colpo di scena, il momento topico che cattura l’attenzione e dona nuova luce alla storia: l’uccisione – data ormai per certa – di Bin Laden è la trovata perfetta arrivata al momento giusto: un consumato romanziere non avrebbe saputo fare di meglio, in quanto a tempismo. Però è risaputo che i “buoni” letterari hanno sempre bisogno di un “cattivo” al loro livello: i super-cattivi non muoiono mai, altrimenti come farebbero i buoni a sapere che sono buoni?

Vista l’elevata percentuale romanzesca in un’operazione di intelligence che ha piuttosto il sapore dell’escamotage letterario, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti cosa ne pensino di questo improvviso sviluppo nel Romanzo di Obama.


Ettore Maggi. «Se avessi scritto un thriller fantapolitico in cui comparivano Obama e Osama, da patito del conspiracy thriller quale sono, in realtà Osama bin Laden non è mai esistito. Il vero bin Laden era morto nel 1980 in Afghanistan, combattendo con i mujaheddin, contro l’Armata Rossa, nel Makbat al Kihdamat. Ma la sua morte era stata tenuta nascosta dagli uomini del fronte anti sovietico, per non demoralizzare i suoi combattenti (un po’ come la storia del Cid Campeador, oppure come il guerrigliero sandinista Rafael in Sotto tiro).

Il suo nome è stato utilizzato successivamente dalla CIA, creando una biografia del personaggio, dato che con la fine della Guerra Fredda veniva a mancare un “nemico”. E ora, appunto, il “nemico” non serviva più…

Ora il “nemico” Osama doveva essere eliminato dal “presidente” Obama, per ridare prestigio a un presidente in declino…»


Stefano Di Marino (alias Stephen Gunn). «Premetto che ho a disposizione solo pochi elementi. Certamente le coincidenze temporali della fine della caccia a Osama sono sospette. Di solito malgrado si annuncino minuziose cacce condotte dai servizi segreti questi personaggi cadono perché hanno perso l’appoggio della loro rete. Successe la stessa cosa con Carlos.

Da qui a preordinare esattamente la morte di Osama (ammesso che sia lui) con le nuove elezioni che comunque si svolgeranno tra diversi mesi, in cui l’effetto sarà comunque affievolito, mi pare esagerato. Non impossibile o improbabile, solo un po’ forzato. Da oggi alle nuove elezioni Obama avrà modo probabilmente di confrontarsi con situazioni che potrebbero portarlo alle stelle o seppellirlo.

Al momento sicuramente per chi ha vissuto dramamticamente l’11 settembre sicuramente l’impatto emotivo è forte ma tra qualche mese? Io credo che la lotta per la Casa Bianca sarà vinta sopratuttto da chi riuscirà a uscirsene con il cosiddetto “coniglio dal cappello” e invertire la crisi economica. Alla fine, al momento del voto, contano soprattutto i riflessi economici a breve termine.»


Giancarlo Narciso (alias Jack Morisco). «Mi sembra del tutto normale che l’ufficio stampa della Casa Bianca cavalchi il più possibile la notizia. E non dimentichiamoci che l’espediente di anticipare o ritardare – entro limiti ragionevoli – la diffusione di notizie che possono influenzare l’opinione pubblica è una pratica quotidiana di tutti i governi basati sul consenso – e quale governo non lo è? Con l’uccisione di Osama bin Laden è stata vinta una battaglia simbolica e le vittorie sono sempre enfatizzate da chi governa e trascurate dalle opposizioni.

Poi però ricordiamoci che alcuni mostri della politica sono stati molto bravi a gestire anche le sconfitte, come per esempio John Fitzgerald Kennedy che a proposito del fiasco della Baia dei Porci, dichiarò: “La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana”.

In sostanza venne apprezzato per essersi assunto la piena responsabilità. E vorrei vedere, la colpa era in gran parte sua, contro il parere della CIA aveva modificato il piano originale ereditato dalla amministrazione Eisenhower, che prevedeva lo sbarco in un’altra località, più facilmente difendibile della Baia dei Porci; inoltre all’ultimo momento aveva negato l’autorizzazione a fare entrare in campo l’aviazione, come originariamente si era impegnato a fare.

Per concludere, non ci vedo spazio per troppa dietrologia e troverei l’evento assolutamente utilizzabile in un romanzo. Dovrebbe essere però presentato come un evento normale, non come una rivelazione dell’ultima pagina.»


Andrea Carlo Cappi (alias François Torrent). «Tutto quello che riguarda Osama bin Laden è sempre stato molto misterioso, dai rapporti d’affari della sua famiglia con la famiglia Bush – che hanno introdotto una curiosa componente personale nel confronto tra integralismo islamico e Stati Uniti – ai contatti tra la CIA e lo stesso bin Laden nell’estate 2001, prima dell’attacco agli USA, fino alla sua presunta morte ipotizzata più volte in questo decennio. Non c’è mai stato niente di chiaro in questa storia, con un personaggio che compariva ogni tanto su uno schermo senza che si riuscisse a capire se i suoi annunci fossero recenti oppure registrazioni risalenti a molto prima della loro diffusione; bin Laden sembrava uno spauracchio che ogni tanto saltava fuori e che veniva usato come pretesto per operazioni come la guerra in Iraq, che in realtà non aveva niente a che vedere con al Qaeda. Sembrava quasi che facesse comodo a tutti, tanto ai terroristi quanto ai guerrafondai americani.

Se ora è morto davvero – e si presume di sì, perché dopo un annuncio così ufficiale una smentita da parte di Barack Obama sarebbe imbarazzante – non possiamo nemmeno essere sicuri se “lo scontro a fuoco” in una città non lontana da Peshawar sia avvenuto da poco, oppure qualche giorno fa e quindi se la notizia sia stata diffusa a caldo oppure in un momento che l’amministrazione USA ha ritenuto opportuno. In un momento, peraltro, in cui l’ultima avventura della fantomatica Guerra al Terrore – l’attacco alla Libia – si sta risolvendo in una missione più incompiuta delle altre. Obama – un riformatore moderato che è capitato in uno dei momenti storici peggiori, diventandone il capro espiatorio agli occhi degli americani (un po’ come Zapatero per gli spagnoli) – ha bisogno di guadagnare punti. La recessione globale non è colpa di Obama, così come la morte di bin Laden non è merito suo, ma al pubblico piace la gente che appare in TV facendo annunci trionfalistici… noi in Italia ne sappiamo qualcosa. Quindi l’idea che il presidente nero abbia fatto fuori il capo delle “teste di stracci” può renderlo meno sgradito alle folle di americani che, tra una costa e l’altra, non capiscono niente di politica internazionale o di guerre ma vogliono ascoltare notizie di vittoria.

C’è anche la polemica sul Pakistan, che da una parte raccoglie fondi dagli USA per combattere il terrorismo, dall’altra continua a essere il rifugio dei talebani come lo era negli anni ’80 per i mujaheddin in funzione antisovietica (solo che all’epoca i guerriglieri islamici per noi erano “i buoni”). Una versione dice che l’operazione contro bin Laden è stata portata a termine con l’aiuto dell’intelligence pakistano, un’altra invece che è stata realizzata a sua insaputa. Forse oggi bin Laden non contava più nulla, sempre ammesso che dieci anni fa fosse lui il “genio del male” e non il portavoce di qualcun altro. Oppure era ancora lui a muovere i fili e quindi, più che un semplice atto di giustizia o di vendetta, si è trattato di una necessaria mossa strategica.

Mi viene da pensare un’idea che non condivido, ma che fa parte della filosofia di uno dei miei personaggi: in certi momenti della storia, un singolo tiratore scelto che elimina un individuo pericoloso prima che compia prevedibili disastri commette di sicuro un omicidio, ma salva tutte le vite che andranno perdute in seguito. Come ho detto, è un’idea che non approvo e che condanno risolutamente, ma non posso fare a meno di pensare che un proiettile in testa a Gheddafi durante la sua ultima gita a Roma forse avrebbe evitato la guerra in corso sull’altra sponda del Mediterraneo. Ma la famiglia bin Laden era in affari con George Bush padre e figlio, così come Gheddafi era in affari con la Fiat, quindi si comincia a sparargli contro solo quando per nascondere le loro vittime ci vuole un tappeto troppo grosso.»


Chiudiamo con una constatazione. La morte del cattivo, nei romanzi, è il segno che il libro è finito: il buono e il cattivo, qualunque sia il loro operato, vengono seppelliti insieme dal calare della copertina. Forse il Romanzo di Obama avrebbe dovuto prendere forma seriale: mille avventure del suo protagonista garantite solo a patto che il super-cattivo non muoia mai!

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 4 maggio 2011.

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Pubblicato da su febbraio 23, 2018 in Interviste

 

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Il vessillo di Massimiliano Colombo

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista a Massimiliano Colombo
(2012)

Dopo il suo esordio del 2011 (ma in realtà risalente a tempo prima, come vedremo), Massimiliano Colombo è entrato di prepotenza nel novero dei grandi autori italiani di romanzi storici.

Il recente Il vessillo di porpora (Piemme 2011) replica il successo ottenuto da La legione degli immortali (Piemme 2011) e c’è da ben sperare che l’autore – «esperto di storia antica e cose militari», come recita il sito di Piemme – ha in serbo per noi altri grandi romanzi storici.

L’abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.

Mi è sembrato di capire che “Il vessillo di porpora” è stato un romanzo dalla lavorazione travagliata: vuoi parlarcene?

Il vessillo di porpora è stato scritto in un momento di grande voglia di affermazione ma soprattutto di rabbia.

Ero reduce da un’estenuante ricerca di un editore per il mio primo libro che nessuno voleva pubblicare e che poi è stato alla fine autoprodotto. A quei tempi, quello che poi è diventato La legione degli immortali ancora si chiamava con il titolo che gli avevo dato io: L’Aquilifero. Un libro che, a dispetto del silenzio di tutti gli editori contattati e delle poche copie stampate, aveva riscosso grande entusiasmo di pubblico. Pensate poi che lo stesso libro, nelle mani di un editore di alto livello come Piemme è diventato un bestseller.

Ma quando ho cominciato a scrivere il Vessillo ancora non sapevo cosa sarebbe successo ai miei libri, sapevo solo che nessuno li voleva in Italia. Quindi avevo pensato di scrivere qualcosa per l’estero e Londra era il crocevia perfetto di una storia che avevo in mente di scrivere e che conteneva tutti gli elementi per diventare un romanzo accattivante: sesso, violenza, onore, gloria, estasi… tormento.

Protagonista di questa storia è uno dei simboli stessi di Londra, la sua statua svetta imponente davanti a Westminster come monito per tutti e incarna lo spirito stesso della City che guarda sempre avanti senza arrendersi mai.

Quella statua rappresenta “Budicca, la regina guerriera”.

Gli unici film di serie A in decenni a trattare la storia romana e ad arrivare in Italia (“Centurion” e “The Eagle”) sono ambientati durante le guerre in Britannia, così come il tuo romanzo: cosa c’è in Britannia di così affascinante per un autore?

La Britannia ha fascino, la sua storia e la sua cultura hanno un fascino particolare e poi dobbiamo pensare cosa ha rappresentato la conquista di quella terra per i romani. Da sempre l’Oceanus aveva tenuto separato il continente dalle nebbiose terre dell’isola. Per i romani la Britannia non era solo terra di potenziali ricchezze popolata di creature mitologiche, era molto di più di questo, era un posto fisico, ma anche un’idea. Attraversare l’ignoto e conquistare la Britannia era come conquistare gli dei stessi.

La politica romana nei confronti dei “barbari” mi ricorda quella degli americani nei confronti degli “indiani”: infatti in entrambi i casi le prime a subire ritorsioni erano le fattorie indifese. Che ne pensi dell’accostamento?

In ogni campagna di colonizzazione vi sono stati invasori meglio organizzati e armati dei locali. Generalmente poi i gruppi etnici locali sono frazionati, quindi poco o addirittura per nulla propensi a collaborare fra loro, facendo un unico fronte contro l’invasore. Alcuni fanno volontario atto di sottomissione, altri cercano di contrastare l’avanzata nemica, ma essendo militarmente inferiori non attaccano l’invasore nella classica battaglia campale, ma operano nelle guerriglia e con azioni isolate. Succede anche oggi.

Grande pregio del tuo romanzo, forse unico caso in Italia, è quello di dare risalto al troppo dimenticato personaggio di Boudicca, la regina guerriera dai capelli rossi. Secondo te perché in Italia questo affascinante personaggio quasi mitologico è pressoché ignoto?

Perché la gente è poco interessata alla storia e invece noi italiani, che siamo la culla della cultura, dovremmo ricordarci più spesso di cosa siamo stati capaci in passato.

Quando sono andato a Roma a presentare il libro mi sono reso conto, guardando la storia che trasuda dalla Città Eterna, di quanto sia effimera la nostra esistenza, ma di cosa sia capace l’uomo. L’ho avvertito camminando sulla via Sacra a Roma che porta dal Colosseo al Foro. Camminavo su pietre che avevano visto passare Cesare, Ottaviano, Vercingetorige in catene. Entrando nella Curia ho visto lo stesso mosaico calpestato dai senatori e ho sentito l’acustica di quel luogo, dove parlando con tono moderato si poteva essere ascoltati da tutti gli astanti e lì, guardando quei muri millenari ancora intatti mi sono chiesto quante decisioni importanti debbano avere ascoltato.

Poi, sono arrivato alla tomba di Cesare e l’ho trovata ricoperta di fiori, biglietti e cartoline. Lì ho capito che solo alcuni nascono per essere grandi ma che l’intera umanità può trarre beneficio dalle loro gesta. Godiamone tutti, apprezziamo ciò che di grande hanno fatto gli uomini.

Il tempo ci ricorda che il genere umano non subisce i medesimi mutamenti dell’uomo. L’umanità tutta, a differenza dell’individuo, non invecchia, non perde memoria, progredisce sempre e aumenta il proprio sapere. Ma ricordiamo che questo mondo, che sentiamo così nostro, è appartenuto ad altri e apparterrà ad altri ancora. Questo è l’unico fatto noto e certo della nostra esistenza, ma la Storia ricorderà ciò che abbiamo fatto e il ricordo che sopravvivrà di noi è l’unica immortalità che ci è concessa.

Il romanzo storico è un genere molto amato in Italia, ma troppo spesso punta tutto sulla fiction e molto poco sulla corretta ricostruzione storica, non solo degli ambienti ma anche del modo di pensare dell’epoca. Nel tuo romanzo ho trovato un perfetto equilibrio di questi due fattori: è voluto o ti sei dovuto controllare per non “esagerare” in una delle due parti?

Quando si ha a che fare con epoche così lontane bisogna per forza di cose ricorrere all’interpretazione… all’immaginazione, e senza l’immaginazione storica la storia convenzionale non potrebbe essere capita.

Gli elementi che la storia ci consegna sono le tessere di un mosaico che vanno incastrate con l’immaginazione. Unendo questi elementi avviene qualcosa di magico, lo schema emerge, i freddi dati storiografici diventano lo sfondo di una vicenda fatta di persone. Il giusto equilibro tra elementi e personaggi credo sia parte del mio stile di scrittura.

Ci sono autori stranieri di romanzi storici che ti piacciono particolarmente?

È sbagliato credere che io sia un divoratore di romanzi storici. Magari potessi esserlo, ma lavoro tutto il giorno e la sera mi documento e scrivo libri, non ho tempo per leggere se non i classici o i saggi che mi servono poi per la traccia delle mie trame. Ho comunque letto diversi libri e segnalo Steven Pressfield con Le porte di fuoco, João Aguiar con L’ora di Sertorio e l’inimitabile e unico Gore Vidal con il suo Giuliano. Questo è altamente consigliato.

Dalla nota finale sappiamo che hai realmente vestito panni romani e ti sei aggirato armato con perfette ricostruzioni di armi d’epoca: come hai vissuto questa esperienza?

Quando mi è capitato di condividere alcuni momenti con i rievocatori del gruppo di archeologia sperimentale Legio I Italica ho sentito qualcosa che nessun libro di storia mi avrebbe potuto insegnare. In un’alba caliginosa ho provato ad indossare nel silenzio di una riserva naturale una lorica segmentata. Vi posso garantire che nessun libro di storia avrebbe mai potuto descrivermi l’emozione della vestizione di una panoplia. Ripropormi quei gesti tra commilitoni dimenticati nel tempo. Io l’ho vissuto da revocatore e la cosa mi ha fatto pensare. Cosa provavano loro guardandosi in faccia prima della battaglia?

Cosa avrebbero pensato in quel momento, duemila anni prima, se dietro al colle ci fossero stati i nemici? Questa è la forza dell’immaginazione che la storiografia ufficiale non ti può dare.

Per finire, domanda di rito: progetti futuri? Continuerai nel romanzo storico?

Ma guarda, io mi sento proprio all’inizio di questo cammino. Il mio terzo romanzo, che a mio parere è il mio grande capolavoro, uscirà nell’autunno di quest’anno sempre per Piemme e io ho già in cantiere il quarto e delle idee per il quinto.

Continuerò quindi e mi auguro di poter raccontare la nostra storia anche all’estero anche se so che, contrariamente a quanto succede agli autori stranieri, è davvero difficile per un italiano superare i confini nazionali.

Difficile comunque non vuol dire che non ci si debba provare, perché nel momento in cui uno si impegna a fondo, infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. È questo lo spirito che mi ha sempre guidato ed è questo il consiglio che sento di dare a tutti voi.

Qualunque cosa voi possiate fare, o sognare di poter fare, incominciatela. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incominciatela adesso.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 25 gennaio 2012.

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Pubblicato da su febbraio 2, 2018 in Interviste

 

Conan (2011) Un’intervista barbarica

In occasione dell’uscita di Conan the Barbarian (2011) con Jason Momoa, che come tutti i grandi flop è stato giudicato un capolavoro ben prima d’essere visto, organizzai quest’intervista su ThrillerMagazine. Mi piace ripescarla in questi giorni in cui Centauria riporta Conan in edicola.


Parafrasando il latino Publio Terenzio Afro, niente del mondo fantastico è alieno a Michele Tetro. Saggista, narratore, giornalista, critico appassionato e molto altro ancora (recentemente è stato fra i curatori di Mondi Paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film, Edizioni Della Vigna), nel 2004 ha pubblicato per Falsopiano il saggio Conan il  barbaro. L’epica di John Milius, un testo illuminante che analizza ogni aspetto della saga del celebre Cimmero, dalla concezione del suo autore Robert E. Howard a quella del primo cineasta ad interessarsene, John Milius.

Oggi il saggio andrebbe aggiornato con l’arrivo nelle sale di Conan the Barbarian (in 3D) di Marcus Nispel, con l’hawaiano Jason Momoa nel ruolo che lanciò nel 1982 l’austriaco Arnold Schwarzenegger. Il confronto tra i due attori, tra i due film, tra i due registi (Richard Fleischer, autore di un sequel di Conan nel 1984 di solito si evita di ricordarlo) sta da mesi infiammando blog, forum, gruppi e dovunque ci si incontri per lanciarsi in commenti infiammati. (Commenti su cui contano i produttori del recente film, visto che finite le polemiche sarà dimenticato più velocemente di un batter d’ali cimmero!)

Malgrado la nomea di “critico talebano”, il Tetro rimane autore di un saggio approfondito sul nostro Barbaro (e, non va dimenticato, di una tesi di laurea sulla Fantasia eroica e Medioevo inventato nell’opera di Robert E. Howard) quindi una fonte autorevole a cui chiedere un commento sul recente prodotto dell’inevitabile “virus del remake” che ha ormai completamente infettato il cinema statunitense.

Non ce ne voglia Daria Bignardi, ma è questa la vera intervista barbarica!

Prima di tutto una questione fondamentale… cìmmeri o cimmèri?

Un quesito che non troverà soluzione neanche dovessi esplorare tutti i pozzi di Arallu. Il termine si trova indistintamente con l’accento sulla prima e sulla seconda sillaba. Senz’altro Howard si sarà basato su testi tutt’altro che accademici per la ricerca o l’invenzione della sua nomenclatura, quindi l’accurata accentazione avrà lasciato il tempo che trovava. Penso lo abbia inteso come “cìmmeri”, con accento sulla prima sillaba, che in inglese è “cimmerian”. In effetti, se consideriamo i cimmeri del mito (quelli omerici) e della storia (la popolazione euroasiatica affine agli iranici che originariamente si stanziò in Crimea), è facile che l’accento scivoli sulla seconda sillaba, con pronuncia alla greca, da “kimmèrioi”. Ma ho sempre sentito gli appassionati di Conan accentare il termine a loro esclusiva propensione.

È stato detto e ripetuto che non si può confrontare il nuovo film con i due classici, ma noi siamo convinti che un cimmero non tema confronti: cosa ne pensi di Conan l’Hawaiano rispetto a Conan il Barbaro?

È vero, un film va giudicato per quello che è, inserito nel suo tempo e contesto. Ma per certe pellicole è impossibile evitare un confronto con l’originale predecessore, specie se abbiamo a che fare con un cult-movie che origina da un personaggio ormai entrato nell’immaginario collettivo ed esplorato in tutti i media a nostra disposizione. In questo caso poi, il personaggio narrativo di Howard non è certo il termine di paragone (quando mai, purtroppo, Howard lo è stato al cinema?), lo è invece il film di Milius. Soffermarsi sull’infanzia di Conan, sugli insegnamenti bellici-filosofici del padre, sul suo massacro da parte di un guerriero-stregone che vuole ridisegnare il mondo a suo dittatoriale piacere, sulla brama di vendetta, sul simbolismo della spada e sui suoi virtuosismi in mano al barbaro… tutte situazione derivate a Milius e assenti in Howard. Lecito chiedersi quindi il perché di un remake così derivativo.

Se c’è una cosa che trovo, e uso il termine per quel che è, idiota al massimo è sentir giustificare l’esistenza di remake o riproposte di eroi seriali o comunque già portati alla ribalta al cinema con film famosi con il concetto di “servono nuove chiavi di lettura per gli spettatori giovani”. E quali sono queste chiavi? Montaggio forsennato e adrenalinico del tipo “non capisci una mazza di quel che succede”, soppressione totale dell’attendibilità, CGI a gogò, nonsense a ripetizione, botte e botti, violenza all’originalità. Insomma, per venire incontro alle nuove leve di giovani spettatori si deve sempre farli passare per poveri deficienti. Volgarizzare il mito, snaturarlo, bambocciarlo… quando invece si potrebbe ottenere l’effetto opposto semplicemente tornando con onestà alle fonti originali.

Un esempio? Proprio l’infanzia di Conan, che sia Milius (con splendide capacità autoriali) sia Nispel (con mediocre dozzinalità) descrivono segnata dalla brama di vendetta per la morte dei genitori trucidati dal negromante guerriero di turno. Un tema caro ai cineasti di genere degli anni Ottanta, quello della vendetta motore dell’azione, cui soggiacciono sia Rambo che Mad Max, giusto per citare due personaggi famosi nati in quegli anni. Ma trent’anni dopo la prima versione cinematografica non si poteva fare qualcosa di diverso e più originale, magari (incidentalmente) più fedele addirittura al Conan howardiano? Come descrivere il barbaro per quello che era, un giovane outsider insofferente alle leggi tribali, al soffocante mondo di superstizione e arretratezza dei montanari, divorato da una cocente curiosità di conoscere il mondo oltre le montagne, la civiltà, l’Eldorado, propenso a mandare a quel paese usi e costumi tradizionali per lanciarsi invece alla ricerca dell’avventura più pura. Che cosa fantastica sarebbe stata: originalità di concept, fedeltà a Howard, modernità della situazione… figurarsi.

Milius e Nispel reinterpretano a loro modo il personaggio di Howard: quale delle due versioni pensi sarebbe piaciuta allo scrittore texano?

Howard probabilmente sarebbe stato travolto dal piacere di vedere un suo eroe portato sul grande schermo, quindi magari avrebbe apprezzato entrambe le versioni. D’altro canto, suscettibile com’era, forse si sarebbe incazzato di brutto fin dal principio per le libertà prese in entrambi i film. Facile pensare che avrebbe fatto tutte e due le cose. Credo però che la versione di Milius lo avrebbe davvero conquistato per un motivo totalmente assente in quella di Nispel: l’immedesimazione profonda del regista nella materia trattata. Che poi era la stessa messa in campo ogni volta nei racconti di Howard dallo scrittore stesso. L’avrebbe senz’altro percepita, avrebbe colto nello spirito del regista affinità col suo. E sarebbe stato vero, Milius stesso confessava ciò nelle interviste uscite a ridosso del film, una profonda affinità con l’animo dello scrittore, entrambi soli contro tutti, osteggiati da mille nemici (reali o immaginari), consci della loro solitudine nel sistema delle cose, diversi dall’entourage comune, fuori luogo nel loro tempo. Adoro immaginare John e Howard guardare assieme il magnifico spettacolo di gigantesche nuvole bianche che si addensano all’orizzonte, là ove un uomo può essere davvero libero…

Arnold Schwarzenegger e John Milius sul set di Conan il Barbaro

Conan ha conosciuto una vita a fumetti che ancora oggi è viva e vegeta (anche se non sempre arriva in Italia): credi che il cimmero disegnato sia più fedele all’originale rispetto ai film (e telefilm) girati?

Be’, non dimentichiamo che l’intera saga narrativa howardiana dedicata a Conan è stata più volte tradotta in vignette nel corso degli anni, a partire da Barry Windsor Smith, passando per John Buscema e Ernie Chan, arrivando fino al recentissimo Gary Nord, quasi sempre in modo fedelissimo al testo scritto. Il fumetto ha anche contribuito ad allargare i confini dell’Era Hyboriana, introducendo personaggi interessantissimi come Red Sonja (mutuato da un racconto storico di Howard) o il guerriero stregone Zula, rinsaldando i legami con altri eroi seriali come Kull di Valusia, addirittura Solomon Kane…

Muovendosi attraverso il genuino canone howardiano il fumetto è stato davvero fedele ai sogni e le visioni di Howard, impreziosendoli il più delle volte. Poi ha anche strafatto: pensiamo ai “What if…” con improbabili incontri di Conan con supereroi come Spiderman, Wolverine, Capitan America, Thor… Certo la dimensione fumettistica ha contribuito moltissimo ad installare nell’immaginario collettivo il personaggio, così come è comunemente riconosciuto.

Jason Momoa, il nuovo Conan (© 2011 Lionsgate)

Inseguimenti a cavallo, assalti alla diligenza, arrembaggi coi pirati, scene d’amore con tanto di musica d’atmosfera: nell’ultimo “Conan” cinematografico c’è davvero di tutto… manca solo Conan, no?

Più precisamente, manca Howard. È tutto qui il problema. È sempre mancato, in ogni riduzione cinematografica, tranne quella di Milius, dove però era presente in forma sublimata. Ma forse intendevi un’altra cosa, con la tua domanda. Ricordiamoci che lo stesso Howard, quando scriveva negli anni Trenta, era solito prendere ispirazione dal cinema del suo periodo, soprattutto da pellicole avventurose ed esotiche come “Il ladro di Bagdad”, “Zorro”, “Robin Hood”, interpretate da attori come Douglas Fairbanks e dirette da Cecil B. De Mille, Fred Niblo, Michael Curtiz, Raoul Walsh… Nella sua rutilante immaginazione trasfondeva poi tutto nella mutevole e variegata Era Hyboriana, dove era possibile capire in precedenza, sulla base della connotazione geografica degli scenari dei racconti, se si sarebbe trattato di un racconto dalle atmosfere da Mille e una Notte, western, cappa e spada, avventura esotica, thriller, horror… Un bel patchwork di elementi differenti, spesso in contrasto tra loro ma perfettamente oliati dalla trascinante capacità di scrittura di Howard e dal suo credere fermamente in ciò che faceva. I suoi mondi sono reali proprio per questo, per questa capacità di renderli vivi, tridimensionali, anche con poche incisive pennellate. Perciò se in un film di Conan ravvisi tanti generi che vengono a confluire in uno, quello propriamente del fantastico, non è cosa negativa… se fatta bene. Se fatta con lo spirito di Howard. Altrimenti sì che è un bel paciocco… e quest’ultimo Conan è un bel paciocco.

Anche i detrattori più incalliti apprezzano però l’interpretazione di Momoa: tu che ne pensi? E visto che siamo barbari, non temiamo un confronto con Schwarzenegger

Forse l’apprezzano perché il film è così brutto che quel che si salva, a forza, va cercato proprio nell’attore protagonista, che comunque è ben lungi dal fare un Conan howardiano. Lo ricorda in certe frasi, desunte dai racconti originali, in certi atteggiamenti spavaldi, in un mood tenebroso e accigliato, in una sornioneria che rivela scaltrezza sotto l’aspetto di barbaro non civilizzato. Però poi vedi primissimi piani di occhi castani, al posto «dei vulcanici occhi azzurri», fronte aggrottata e prominente alla klingon incazzato, ammiccamenti oculari tipo Mel Gibson, americani anzichenò…

Ti dirò, non è che mi importi moltissimo sapere chi possa interpretare meglio Conan, se Schwarzenegger o Momoa… se tale interpretazione non rispecchia l’originale narrativo. Tra i due preferisco ancora Schwarzenegger, senza essere poi suo fan. Mi sarebbe piaciuto vedere nei panni del cimmero, a suo tempo, il caratterista Sonny Landham, che faceva l’indiano sensitivo nel primo “Predator”: c’è una scena dove scoppia a ridere che mi ha ricordato alla grande proprio Conan…

I due Conan: Arnold Schwarzenegger e Jason Momoa

Il serpentone verso la fine ti sembra una citazione del “vecchio” Conan?

Il film è strapieno di citazioni, copia e incolla, spesso solo copia e basta. No, non ho ravvisato in quella sequenza una citazione o un omaggio particolare del film di Milius. È solo un inevitabile e gratuito sfoggio di CGI, di rigore in questi tempi. Non mi è neppure sembrato ben fatto, in realtà, come tutti gli altri effetti digitali del film, goffi e stravisti.

Curiosa poi l’idea della nave che viene trasportata “a mano” per terra, derivata direttamente da “Uomo bianco, va’ col tuo Dio” di Richard Sarafian, per non parlare del “Fitzcarraldo” di Werner Herzog.

La corsa con le uova a cui i giovani cimmeri devono sottostare come rito d’iniziazione ha dei riscontri in Howard o si rifà semplicemente ad una scena straordinariamente simile in “Rapa Nui”?

Ovviamente non ha nessun riscontro con Howard, che non si è mai soffermato sull’infanzia di Conan. È una sequenza imbarazzante, non solo perché clone di quella vista in “Rapa Nui”, ma perché fa venire in mente le nostrane sagre paesane più che un nordico rito di iniziazione. Insomma, ma chi può immaginare dei cimmeri che per conquistarsi l’onore di combattere non devono rompere un uovo di corsa?

Anche il seguito della scena, con i pitti che sembrano uroni del Nord America, mi ha lasciato alquanto indeciso se star male o scoppiare a ridere. Vero è che Howard stesso nel racconto conaniano “Oltre il fiume nero” intese rievocare gli scontri tribali tra cimmeri, pitti e aquiloniani come ancestrale retaggio delle lotte tra coloni e nativi d’America, ma qui è grottesco…

In generale, quindi, come ti è sembrato questo nuovo film?

Una boiata, purtroppo e prevedibilmente. Sembra che nulla funzioni, né nell’insieme né considerando singole parti. La storia è di una banalità spaventosa, riesce quasi a far sembrare un capolavoro il sequel di Richard Fleischer “Conan il distruttore”, che pure era già di suo un innocuo fumettone. Inutile in quanto non innovativa la parte sull’infanzia di Conan, dove già si comincia a ridere tra uova e pitti-mohicani, tremenda la nuova “filosofia” della spada del padre di Conan, e poi di male in peggio, con situazioni trite e ritrite, esasperazione di una violenza comunque “finta”, un continuo e totalmente insensato mulinar di lame da parte del barbaro, pure a cavallo durante un inseguimento, ma sarebbe lungo proseguire ad evidenziare pecche. Mi ha dato l’idea di un filmetto del venerdì sera, già evaporato nel ricordo il sabato successivo.

Non so proprio cosa poter evidenziare in senso positivo: le musiche sono ininfluenti, le location squallide, i caratteristi amorfi, il ritmo fracassone e monocorde al tempo stesso, il finale telefonato. E tutto questo senza voler fare paragoni coi precedenti, perché così la cosa diventerebbe pure divertente. Ma ti dirò cosa è davvero fallimentare in questo film, e che invece decretò il successo di quello di Milius, oltre alla già citata immedesimazione alla materia trattata tipica del regista e dello scrittore. Qui manca l’afflato epico dell’avventura, l’idea di stare vivendo, con le parole di Milius «qualcosa di grande». Quella solennità dell’impresa, quell’ariosità spettacolare dell’immagine, quella colonna sonora “drammatizzante”, quel verismo di ambientazioni, quella fisicità di ruoli che fecero del film di Milius un vero cult-movie. Il vero senso dell’avventura, avventura epica ancor più che fantastica (genere quest’ultimo poco simpatico a Milius e infine abbandonato pure da Howard, che prima di morire decise di dedicarsi esclusivamente al western).

Nel film di Nispel non c’è nulla di tutto questo, sembra raffazzonato alla meglio, i cambi di ambientazione rivelano una singolare monotonia di location, si parte dalla Cimmeria, si attraversa Zingara, si arriva in Hyrkania con una colpevole faciloneria che avrebbe fatto ridere pure Emilio Salgari, esperto in trasferimenti “lampo”, e con questo si serve pure Howard, due veloci citazioni nominali e tanti saluti. È un film disonesto nei confronti di Howard, e fin qui era palese aspettarselo, ma anche nei confronti del pubblico, perché serve piatti insipidi, rancidi e forse pure scaduti. E rivela impietosamente l’incapacità di stupire dell’attuale heroic fantasy cinematografica. Forse se si fosse intitolato “Tarazum il barbaro” sarebbe stato meglio, almeno gli spettatori avrebbero potuto dire «una cazzatina, sì, simpatici però quei richiami o omaggi a Howard, in alcune scene, in alcuni atteggiamenti del protagonista».

Concludo, individuando forse il solo aspetto positivo del film di Nispel, quello che più ho gradito e giusto per non essere il solito tetro talebano: la parola “Fine”. Sperando sia tale.

Photo by Simon Varsano (© 2011 Lionsgate)

L.

P.S.
Intervista apparsa originariamente su ThrillerMagazine il 26 agosto 2011.

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Pubblicato da su gennaio 4, 2018 in Interviste

 

Il diaboliKo Miki Moz

Come già anticipato dal comunicato Astorina, oggi – 1° dicembre 2017 – esce in edicola il numero 850 di “Diabolik“, un’avventura speciale per festeggiare i 55 anni del personaggio.

La settimana scorsa ho rispolverato un’intervista d’annata al disegnatore Matteo Buffagni, oggi invece presento un’intervista diaboliKa fresca fresca ad un grandissimo lettore appassionato del personaggio: Miki Moz, del blog Moz O’Clock, «il blog nerd, geek, retro & pop».

Miki Moz e Diabolik


Moz O’Clock è il tempio del pop di ogni età: qual è il tuo rapporto con i fumetti?

Ho imparato a leggere, coi fumetti. Mi sono anche appassionato alle lingue straniere, coi fumetti. Direi che sono l’espressione artistica più importante della mia vita.

Compie 55 anni il Re del Terrore, l’unico fumetto nero sopravvissuto ad una “stagione selvaggia“: da quanto tempo lo leggi regolarmente?

Lo leggo regolarmente da quando avevo otto anni circa. Lo colleziono, però, dal giugno 1996. “Cento guerrieri d’oro” è l’albo con cui ho iniziato ufficialmente la collezione.

Secondo te qual è il segreto di Diabolik, l’elisir della sua lunga vita?

Il segreto è cambiare restando uguale e fedele a se stesso. Diabolik vive una sorta di eterno presente naïf. Funziona anche perché non è mai sfociato nella volgarità, né verbale né disegnata. Nemmeno suggerita.

Preferisci la “prima versione”, con il signore del male che uccide tutti, o la “versione moderna”, con un Diabolik attento a non fare del male?

Mi piace ogni sfumatura di Diabolik. Oggi trovo un po’ superata la fase di fine anni ’90, caratterizzata da un certo buonismo che era figlio di quel tempo. Ma era solo una fase, per fortuna.

Sapresti citarmi la storia che ti è piaciuta di più e quella che ti ha deluso di più?

Tra le delusioni, cito l’albo del quarantennale “Ritorno all’Isola di King“, perché sembrava dovesse raccontarci qualcosa – anche solo un piccolo accenno sul passato – e invece fu una sorta di bluff. La mia preferita è la doppia storia “La vittoria di Ginko / L’ultimo rifugio“, dove Eva muore, Ginko sequestra ogni rifugio e ricchezza ai due criminali, e Diabolik finisce sulla ghigliottina. Ovviamente, andrà a finire in tutt’altro modo…

Hai mai avuto la tentazione di scrivere un soggetto per Diabolik?

Certamente. La prima volta nel 1997, su due fogli protocollo scrissi una storia vera e propria ambientata in un paese sudamericano, con una piramide inca da esplorare. Ultimamente ho dato delle mie idee, ma pare non siano state prese in considerazione. In particolare, suggerivo di far apparire qualche membro della famiglia Kant, la banda di Walter Dorian, e un nuovo nemico che faccia da personaggio semi-fisso, rivale sia di Diabolik sia di Ginko. Avevo fornito anche un’idea su un bottino: essendo comparse già due Rose di Diamanti, pensavo sarebbe interessante dire che in tutto sono cinque, sparse in altrettanti continenti. Ogni tanto si poteva tirar fuori una nuova Rosa, mettendo in competizione con Diabolik anche altre bande o specialisti, in modo da aver un fil rouge continuativo sparso negli anni, con il nostro ladro intento a completare una “collezione” già annunciata.

Collezione diaboliKa di Miki Moz

Se un domani provassero di nuovo a fare un film su Diabolik, che attori vedresti nel suo ruolo? E in quello di Eva Kant?

Beh, stiamo aspettando la serie su Sky, anche se va per le lunghe (e pare essersi arenata, nonostante i nomi coinvolti…). In ogni caso, sceglierei attori misconosciuti, non credo ci siano oggi volti noti adatti ad interpretare – per somiglianza – i nostri due idoli, ma nemmeno Ginko.

Hai mai visto la serie animata tratta dal personaggio? Che ne pensi?

Ho visto la serie Saban (due giorni fa stavo pure per comprare il cofanetto DVD), non mi piace ma capisco la necessità televisiva di cambiare qualcosa. Interessante la figura di Dane, figlio di King. Per il resto, è una tipica serie occidentale per ragazzini, che di Diabolik porta solo il nome.

Per finire, hai già iniziato l’album delle figurine diaboliKe? E dove attaccherai tutti i doppioni?

Yes, comperato immediatamente e per fortuna – fino a ora – ho solo due doppioni! Non so cosa ne farò: li conservo, li scambio, li attacco su un secondo album?


Ringrazio Miki Moz per la disponibilità e, per finire, ecco alcune tavole di Matteo in anteprima del numero 850 (dicembre 2017).


L.

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Pubblicato da su dicembre 1, 2017 in Interviste

 

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Il diaboliKo Matteo Buffagni

Matteo Buffagni e una sua copertina diaboliKa (foto da postcardcult.com)

Come già anticipato dal comunicato Astorina, il 1° dicembre uscirà il numero 850 di “Diabolik“, un’avventura speciale per festeggiare i 55 anni del personaggio. Per l’occasione i disegni saranno affidati a Matteo Buffagni, che da anni cura le copertine della testata.

Il 12 dicembre 2013 ho intervistato Matteo per ThrillerMagazine per parlare del cambio di veste grafica della storica testata: ripresento di seguito quell’intervista.


Intervista a Matteo Buffagni

da ThrillerMagazine, 12 dicembre 2013

Anteprima di dicembre 2017

La storica testata “Diabolik” si rinnova con l’inizio del 2014 e presenta alcune novità nella grafica, mentre si conferma la presenza fissa di Matteo Buffagni alla cura delle copertine.

Classe 1984, proveniente dalla Scuola Internazionale del Fumetto di Firenze ed ora insegnante di Anatomia Dinamica in quella di Reggio Emilia, Buffagni dal 2011 collabora anche con la Marvel per cui ha curato svariati numeri della serie “Dark Wolverine”.

Lo abbiamo incontrato per parlare di questa sua esperienza diaboliKa.

Cominciamo con una domanda a bruciapelo: cosa si prova a curare le copertine di un personaggio storico come Diabolik?

Da grandi opere derivano grandi responsabilità! In realtà la prima sensazione che ho avuto è quella che si prova davanti ad un avvenimento fuori dalla propria portata: un misto di timore e incredulità… e forse a dirla tutta non me ne sono ancora reso conto.

Detto questo, sono chiaramente entusiasta della notizia e farò il possibile perché LUI* (*alias il direttore Mario Gomboli) non rimanga deluso.

La tua gavetta è stata lunga: vuoi parlarci delle tue “origini” artistiche?

Se per gavetta vogliamo intendere la mia passione per il disegno devo ammettere che risale ai miei primi passi, ma se parliamo di quella lavorativa vera a propria penso di potermi definire un privilegiato, dato che all’istituto artistico e alla Scuola Internazionale di Comics è seguito subito un periodo di collaborazione nello studio di Giuseppe Palumbo in quasi concomitanza con l’inizio della mia prima e unica opera francese [Vestiges, Clair de Lune 2010]; da lì, in meno di due anni, ho iniziato a collaborare con Marvel e Astorina, il resto lo sapete già.

Sappiamo che hai disegnato un personaggio Marvel estremo come Daken, il figlio di Wolverine: cosa puoi raccontarci di questa esperienza?

Fui scelto per portare a termine la serie iniziata dal nostro Giuseppe Camuncoli, con il quale ho anche avuto il privilegio poi di lavorare sia alla scuola di Reggio Emilia che su alcune pagine per “Capitan America”, e l’ho fatto cercando di rispettare sia l’impronta dark che la caratterizzazione del personaggio, ovviamente mediata dal mio stile.

È stata la mia prima esperienza alla Casa delle Idee e non posso che ricordarla come uno dei momenti più belli della mia vita, professionale e non.

Torniamo al Re del Terrore: come sei arrivato alle copertine di Diabolik?

In realtà ancora non lo so, penso che sia piaciuta molto la mia copertina del numero di luglio 2012 “Sentenze di morte”, e che forse Mario Gomboli abbia deciso di puntare sul cavallo giovane.

O forse non è così, magari dietro c’è un complotto e nulla è come sembra…

Ti chiedo un paragone forse impossibile ma di sicuro intrigante: fumetti americani e italiani, c’è differenza di fondo o è tutto nella mano del disegnatore?

La differenza a mio parere c’è e sta nel “making of”: in Italia vi sono ritmi più tranquilli e c’è una maggiore attenzione nelle revisioni, almeno per quello che riguarda la mia esperienza, rispetto agli USA, questo garantisce sempre uno standard più che buono ai lavori nostrani, anche se a volte il ritmo serrato e la maggiore permissività degli americani, soprattutto verso i disegnatori, sono stati terreno fertile per alcuni grandi artisti.

Infine, c’è qualche consiglio che ti senti di dare ai giovani disegnatori che sognano di curare future copertine?

Io consiglierei solo di mantenere un profilo basso, darsi dei traguardi ambiziosi e lavorare sodo per raggiungerli, perché nella mia breve carriera da insegnante ho notato una grande mancanza di praticità da parte dei ragazzi, mista a un’incapacità di portare a termine i propri progetti.

Quindi se volete diventare ricchi e famosi, partecipate a un reality, che in questo lavoro la strada è lunga e in salita, leggermente in salita, che non te ne rendi conto, ma ti sega le gambe, e se non si ha ben in testa l’arrivo spesso ci si perde a metà.


Per finire, ecco alcune tavole di Matteo in anteprima del numero 850 (dicembre 2017).


L.

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Pubblicato da su novembre 24, 2017 in Interviste

 

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30 giorni di notte (4) Claudio Vergnani

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Claudio Vergnani

(da ThrillerMagazine, 16 maggio 2013)

Oggi incontriamo Claudio Vergnani, l’apprezzato autore di romanzi come Il 18° vampiro, Il 36° giusto ed è ancora in libreria con I vivi i morti e gli altri: tutti targati Gargoyle Books.

Domenica 19 maggio, infine, l’autore sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino – ore 16,00, pad. 2, stand n. 138 della Gargoyle Books – per incontrare i lettori.

Un commento a caldo subito dopo la lettura di “Di nuovo notte”

Spietato. Immaginifico. Un rullo compressore.

Sei un apprezzato autore “vampiresco”: cosa ne pensi dei protagonisti succhia-sangue di “30 giorni di notte”?

Ho avuto l’impressione di creature essenzialmente sadiche ed estremamente dirette nell’infliggere sofferenza. Non ci sono vie traverse nelle loro azioni. Niente bizantinismi o crudeltà sopraffine. Aggressività, ferocia ed efferatezza, le loro carte da visita. Una malvagità pura, con la quale non è possibile scendere a patti. Non sono creature che seducono, sono creature che sbranano. Nessun compromesso, nessuna pietà. Uccidono la speranza, prima ancora che il corpo delle loro vittime. E la fine arriva con un lungo urlo di sofferenza finale.

Non trovi che nei fumetti, come nei romanzi, le storie di vampiri godano di maggior libertà espressiva e innovatività rispetto alle loro produzioni cinematografiche?

Il cinema ha molti assi da giocare – in primo luogo, soprattutto oggi, gli effetti speciali – ma di certo non tutti. Lo dimostra certa modestia e ripetitività nelle sceneggiature, credo, così anche la moda dei remake. Il fumetto può invece colmare il gap con il talento visionario del disegnatore, che spesso fa la differenza, a parità di sceneggiatura. Ma non è il caso di questo volume, che può contare non solo sull’ottimo Kieth, che cambia registro in più di un’occasione pur mantenendo sempre un’altissima efficacia (cosa abbastanza rara, quando si sperimenta. In Italia l’ho visto fare a Enoch, per esempio) ma anche su una storia a dir poco ansiogena nella sua linearità. E – magari tra le righe, sapientemente nascosta in mezzo a tanta crudeltà – anche su una sottile ironia che contrasta con l’ondata d’angoscia che trasmette.

Che ne pensi di uno scrittore come Joe R. Lansdale?

Ammetto di averlo scoperto molto tardi. Diciamo due o tre anni fa, quando un lettore paragonò un mio personaggio ad uno dei suoi. Ovviamente mi informai. Ritengo che quando non si addormenta – come capita a tutti – sia una delle poche voci originali e incisive (e fuori dal coro) che questi ultimi due decenni ci abbiano regalato. Può anche essere che le sue opere più conosciute non siano le più incisive, ma di sicuro, quando padroneggia la sua materia, è in grado di regalare gioiellini unici (vedi ad esempio Bubba Ho-Tep, per dirne uno) Nel volume in questione, il suo apporto traspare anche dalle forti, tremende figure di donne (positive e negative) che ci presenta, oltre all’idea a dir poco allucinata di far apparire nientemeno che… Il Golem nel pieno di un racconto di vampiri. Questa commistione tra il pulp e il colpo di scena efficace è proprio il suo stile. O una parte del suo stile. J

Buio, freddo e isolamento: da romanziere, non credi che siano ingredienti di prima qualità per raccontare una storia di forte tensione?

Mi viene da sorridere. Sarebbe il mio sogno.


L.

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Pubblicato da su novembre 16, 2017 in Interviste, Recensioni

 

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30 giorni di notte (2) Cristiana Astori

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Cristiana Astori

(da ThrillerMagazine, 14 maggio 2013)

I lettori de Il Giallo Mondadori la ricordano di certo per il successo dei suoi romanzi Tutto quel nero e, più recentemente, Tutto quel rosso, veri esponenti del moderno noir come commistione di generi. Stiamo parlando di Cristiana Astori, nota tanto per le sue traduzioni in italiano dei romanzi del ciclo Dexter quanto per la sua narrativa thriller-horror. È a suo agio nel mondo dei fumetti, nelle storie di vampirismo e dovunque si parli di Joe R. Lansdale, che ha conosciuto di persona e dal quale ha ricevuto (unica autrice italiana) una frase di lancio per il suo libro Il Re dei Topi (Alacrán 2006). «Cristiana Astori è una scrittrice di storie lucide e taglienti, una stella brillante che diffonde rapida il suo chiarore nei cieli della letteratura. Non perdetevi il suo libro!» Parola di Lansdale!

L’abbiamo incontrata per parlare del nuovo capitolo della saga a fumetti 30 giorni di notte, dal titolo Di nuovo notte, scritta dall’autore texano e targata MagicPress

Un commento a caldo subito dopo la lettura di “Di nuovo notte”

Sicuramente un gran fumetto! Una storia cupa e feroce, raccontata con la solita maestria lansdaliana, ricca di orrore e di suspense, ma anche di scavo psicologico. Per la prima volta una storia d’avventura e azione incentrata su tre personaggi leader al femminile, tre caratteri differenti e contrapposti, a tratti anche grotteschi, ma comunque sempre credibili fino all’inquietante e sbalorditivo finale. Non voglio anticipare nulla, ma a mio avviso il plot contiene un’apprezzata citazione del film Horror Express di Eugenio Martin. Interessante anche il concetto dell’assedio romeriano che Lansdale riprende dal primo episodio della saga, arricchendo l’atmosfera tetra e darkissima di Steve Niles con una forte dose di beffarda ironia. Decisamente a tema lo stile naif e oscuro di Sam Kieth che conferisce alla storia un alone di perversa crudeltà.

Nella tua produzione dark ti sei già misurata con il vampirismo, hai anche partecipato all’antologia “La sete” (Coniglio Editore): cosa ne pensi dei vampiri protagonisti della saga “30 giorni di notte”?

Spesso la maggior parte delle storie di vampiri ti fanno desiderare, almeno per un istante, di diventare uno di loro, di trasformarti in una creatura immortale, maledetta, sensuale e tormentata. Invece i vampiri di 30 giorni di notte non hanno nulla di charmant: sono semplici belve spietate e affamate di sangue, persino prive di un nome, lontane mille miglia dal fascino del tenebroso twilightiano. Per esempio non riesco infatti a immaginare un individuo sano di mente che possa perdere la testa per questa regina della notte creata da Lansdale (a meno che non sia lei a mozzargliela di netto). I miei vampiri invece stanno a cavallo tra i due generi: si presentano in modo sensuale e seduttivo, ma fondamentale è lo smascheramento della loro natura di cinici predatori, aspetto centrale del vampirismo che la società miope continua a rimuovere e dimenticare, e con essa anche le appassionate lettrici di paranormal romance.

Sei l’unica autrice italiana che ha ricevuto una “frase di lancio” da Lansdale: qual è il tuo rapporto con questo particolarissimo autore?

È dalla fine degli anni Novanta che divoro le sue storie; da adolescente il mio colpo di fulmine letterario è stato Stephen King, poi è venuto Lansdale. La sua raccolta Maneggiare con cura è un mio grande cult nonché fonte di ispirazione; ricordo che avevo persino setacciato le bancarelle alla ricerca dei suoi Urania ora rarissimi, La notte del drive in e Il giorno dei dinosauri e che ora custodisco autografati nella mia biblioteca. Ricordo quando ci siamo incontrati la prima volta al Noir in Festival a Courmayeur e, scoperta la nostra passione comune per l’horror e i fumetti, si è dimostrato interessato a leggere le mie storie. Non ci potevo credere, idem quando ho letto il suo blurb: sicuramente una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera. Last but not least, Lansdale, oltre a essere un grandissimo autore, è anche una splendida persona, semplice, schietta, ironica, e nonostante il successo, affatto presuntuosa. Prima o poi sento che lui e sua figlia Kasey (bravissima cantante country) diventeranno i personaggi di una mia storia e poi, lo dico sempre e mi ripeto: se la parentela si potesse scegliere, zio Joe sarebbe perfetto!

Tu sei una grande appassionata di Garth Ennis: quali sono secondo te le differenze fra questi due grandi autori di fumetti?

In realtà è importante precisare che Garth Ennis è un fumettista a tutto tondo, mentre Lansdale un romanziere che si presta al fumetto. Comunque i punti in comune tra i due sono molti: l’ironia, la violenza, le situazioni grottesche e surreali, i personaggi incisivi e sanguigni di cui ti innamori a prima vista. Garth Ennis però è irlandese, mentre Lansdale americano. Dunque l’America ennisiana è sempre filtrata dalla tradizione letteraria irlandese, legata al gotico ottocentesco e a una religiosità oppressiva, entrambe contaminate con il western di frontiera che l’autore ha conosciuto attraverso i film consumati da ragazzino: Preacher ne è un esempio. Si può dire dunque che Garth Ennis guardi al mito americano, mentre Joe Lansdale, texano, ne faccia parte, sia figlio di quel mito.

Non trovi che nei fumetti, come nei romanzi, le storie di vampiri godano di maggior libertà espressiva e innovatività rispetto alle loro produzioni cinematografiche?

Forse il fumetto è il settore che meno risente delle mode e dell’egemonia di un determinato filone, come quello di Twilight oggi imperante sia al cinema che in letteratura. E la saga 30 giorni di notte è la dimostrazione lampante di come i comics mantengano ancora la loro originalità e indipendenza rispetto ad altri media che si piegano per esigenze commerciali allo sfruttamento di tematiche fino a condurle all’esaurimento.


L.

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Pubblicato da su novembre 14, 2017 in Interviste, Recensioni

 

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