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Il diaboliKo Miki Moz

Come già anticipato dal comunicato Astorina, oggi – 1° dicembre 2017 – esce in edicola il numero 850 di “Diabolik“, un’avventura speciale per festeggiare i 55 anni del personaggio.

La settimana scorsa ho rispolverato un’intervista d’annata al disegnatore Matteo Buffagni, oggi invece presento un’intervista diaboliKa fresca fresca ad un grandissimo lettore appassionato del personaggio: Miki Moz, del blog Moz O’Clock, «il blog nerd, geek, retro & pop».

Miki Moz e Diabolik


Moz O’Clock è il tempio del pop di ogni età: qual è il tuo rapporto con i fumetti?

Ho imparato a leggere, coi fumetti. Mi sono anche appassionato alle lingue straniere, coi fumetti. Direi che sono l’espressione artistica più importante della mia vita.

Compie 55 anni il Re del Terrore, l’unico fumetto nero sopravvissuto ad una “stagione selvaggia“: da quanto tempo lo leggi regolarmente?

Lo leggo regolarmente da quando avevo otto anni circa. Lo colleziono, però, dal giugno 1996. “Cento guerrieri d’oro” è l’albo con cui ho iniziato ufficialmente la collezione.

Secondo te qual è il segreto di Diabolik, l’elisir della sua lunga vita?

Il segreto è cambiare restando uguale e fedele a se stesso. Diabolik vive una sorta di eterno presente naïf. Funziona anche perché non è mai sfociato nella volgarità, né verbale né disegnata. Nemmeno suggerita.

Preferisci la “prima versione”, con il signore del male che uccide tutti, o la “versione moderna”, con un Diabolik attento a non fare del male?

Mi piace ogni sfumatura di Diabolik. Oggi trovo un po’ superata la fase di fine anni ’90, caratterizzata da un certo buonismo che era figlio di quel tempo. Ma era solo una fase, per fortuna.

Sapresti citarmi la storia che ti è piaciuta di più e quella che ti ha deluso di più?

Tra le delusioni, cito l’albo del quarantennale “Ritorno all’Isola di King“, perché sembrava dovesse raccontarci qualcosa – anche solo un piccolo accenno sul passato – e invece fu una sorta di bluff. La mia preferita è la doppia storia “La vittoria di Ginko / L’ultimo rifugio“, dove Eva muore, Ginko sequestra ogni rifugio e ricchezza ai due criminali, e Diabolik finisce sulla ghigliottina. Ovviamente, andrà a finire in tutt’altro modo…

Hai mai avuto la tentazione di scrivere un soggetto per Diabolik?

Certamente. La prima volta nel 1997, su due fogli protocollo scrissi una storia vera e propria ambientata in un paese sudamericano, con una piramide inca da esplorare. Ultimamente ho dato delle mie idee, ma pare non siano state prese in considerazione. In particolare, suggerivo di far apparire qualche membro della famiglia Kant, la banda di Walter Dorian, e un nuovo nemico che faccia da personaggio semi-fisso, rivale sia di Diabolik sia di Ginko. Avevo fornito anche un’idea su un bottino: essendo comparse già due Rose di Diamanti, pensavo sarebbe interessante dire che in tutto sono cinque, sparse in altrettanti continenti. Ogni tanto si poteva tirar fuori una nuova Rosa, mettendo in competizione con Diabolik anche altre bande o specialisti, in modo da aver un fil rouge continuativo sparso negli anni, con il nostro ladro intento a completare una “collezione” già annunciata.

Collezione diaboliKa di Miki Moz

Se un domani provassero di nuovo a fare un film su Diabolik, che attori vedresti nel suo ruolo? E in quello di Eva Kant?

Beh, stiamo aspettando la serie su Sky, anche se va per le lunghe (e pare essersi arenata, nonostante i nomi coinvolti…). In ogni caso, sceglierei attori misconosciuti, non credo ci siano oggi volti noti adatti ad interpretare – per somiglianza – i nostri due idoli, ma nemmeno Ginko.

Hai mai visto la serie animata tratta dal personaggio? Che ne pensi?

Ho visto la serie Saban (due giorni fa stavo pure per comprare il cofanetto DVD), non mi piace ma capisco la necessità televisiva di cambiare qualcosa. Interessante la figura di Dane, figlio di King. Per il resto, è una tipica serie occidentale per ragazzini, che di Diabolik porta solo il nome.

Per finire, hai già iniziato l’album delle figurine diaboliKe? E dove attaccherai tutti i doppioni?

Yes, comperato immediatamente e per fortuna – fino a ora – ho solo due doppioni! Non so cosa ne farò: li conservo, li scambio, li attacco su un secondo album?


Ringrazio Miki Moz per la disponibilità e, per finire, ecco alcune tavole di Matteo in anteprima del numero 850 (dicembre 2017).


L.

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Pubblicato da su dicembre 1, 2017 in Interviste

 

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Il diaboliKo Matteo Buffagni

Matteo Buffagni e una sua copertina diaboliKa (foto da postcardcult.com)

Come già anticipato dal comunicato Astorina, il 1° dicembre uscirà il numero 850 di “Diabolik“, un’avventura speciale per festeggiare i 55 anni del personaggio. Per l’occasione i disegni saranno affidati a Matteo Buffagni, che da anni cura le copertine della testata.

Il 12 dicembre 2013 ho intervistato Matteo per ThrillerMagazine per parlare del cambio di veste grafica della storica testata: ripresento di seguito quell’intervista.


Intervista a Matteo Buffagni

da ThrillerMagazine, 12 dicembre 2013

Anteprima di dicembre 2017

La storica testata “Diabolik” si rinnova con l’inizio del 2014 e presenta alcune novità nella grafica, mentre si conferma la presenza fissa di Matteo Buffagni alla cura delle copertine.

Classe 1984, proveniente dalla Scuola Internazionale del Fumetto di Firenze ed ora insegnante di Anatomia Dinamica in quella di Reggio Emilia, Buffagni dal 2011 collabora anche con la Marvel per cui ha curato svariati numeri della serie “Dark Wolverine”.

Lo abbiamo incontrato per parlare di questa sua esperienza diaboliKa.

Cominciamo con una domanda a bruciapelo: cosa si prova a curare le copertine di un personaggio storico come Diabolik?

Da grandi opere derivano grandi responsabilità! In realtà la prima sensazione che ho avuto è quella che si prova davanti ad un avvenimento fuori dalla propria portata: un misto di timore e incredulità… e forse a dirla tutta non me ne sono ancora reso conto.

Detto questo, sono chiaramente entusiasta della notizia e farò il possibile perché LUI* (*alias il direttore Mario Gomboli) non rimanga deluso.

La tua gavetta è stata lunga: vuoi parlarci delle tue “origini” artistiche?

Se per gavetta vogliamo intendere la mia passione per il disegno devo ammettere che risale ai miei primi passi, ma se parliamo di quella lavorativa vera a propria penso di potermi definire un privilegiato, dato che all’istituto artistico e alla Scuola Internazionale di Comics è seguito subito un periodo di collaborazione nello studio di Giuseppe Palumbo in quasi concomitanza con l’inizio della mia prima e unica opera francese [Vestiges, Clair de Lune 2010]; da lì, in meno di due anni, ho iniziato a collaborare con Marvel e Astorina, il resto lo sapete già.

Sappiamo che hai disegnato un personaggio Marvel estremo come Daken, il figlio di Wolverine: cosa puoi raccontarci di questa esperienza?

Fui scelto per portare a termine la serie iniziata dal nostro Giuseppe Camuncoli, con il quale ho anche avuto il privilegio poi di lavorare sia alla scuola di Reggio Emilia che su alcune pagine per “Capitan America”, e l’ho fatto cercando di rispettare sia l’impronta dark che la caratterizzazione del personaggio, ovviamente mediata dal mio stile.

È stata la mia prima esperienza alla Casa delle Idee e non posso che ricordarla come uno dei momenti più belli della mia vita, professionale e non.

Torniamo al Re del Terrore: come sei arrivato alle copertine di Diabolik?

In realtà ancora non lo so, penso che sia piaciuta molto la mia copertina del numero di luglio 2012 “Sentenze di morte”, e che forse Mario Gomboli abbia deciso di puntare sul cavallo giovane.

O forse non è così, magari dietro c’è un complotto e nulla è come sembra…

Ti chiedo un paragone forse impossibile ma di sicuro intrigante: fumetti americani e italiani, c’è differenza di fondo o è tutto nella mano del disegnatore?

La differenza a mio parere c’è e sta nel “making of”: in Italia vi sono ritmi più tranquilli e c’è una maggiore attenzione nelle revisioni, almeno per quello che riguarda la mia esperienza, rispetto agli USA, questo garantisce sempre uno standard più che buono ai lavori nostrani, anche se a volte il ritmo serrato e la maggiore permissività degli americani, soprattutto verso i disegnatori, sono stati terreno fertile per alcuni grandi artisti.

Infine, c’è qualche consiglio che ti senti di dare ai giovani disegnatori che sognano di curare future copertine?

Io consiglierei solo di mantenere un profilo basso, darsi dei traguardi ambiziosi e lavorare sodo per raggiungerli, perché nella mia breve carriera da insegnante ho notato una grande mancanza di praticità da parte dei ragazzi, mista a un’incapacità di portare a termine i propri progetti.

Quindi se volete diventare ricchi e famosi, partecipate a un reality, che in questo lavoro la strada è lunga e in salita, leggermente in salita, che non te ne rendi conto, ma ti sega le gambe, e se non si ha ben in testa l’arrivo spesso ci si perde a metà.


Per finire, ecco alcune tavole di Matteo in anteprima del numero 850 (dicembre 2017).


L.

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Pubblicato da su novembre 24, 2017 in Interviste

 

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30 giorni di notte (4) Claudio Vergnani

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Claudio Vergnani

(da ThrillerMagazine, 16 maggio 2013)

Oggi incontriamo Claudio Vergnani, l’apprezzato autore di romanzi come Il 18° vampiro, Il 36° giusto ed è ancora in libreria con I vivi i morti e gli altri: tutti targati Gargoyle Books.

Domenica 19 maggio, infine, l’autore sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino – ore 16,00, pad. 2, stand n. 138 della Gargoyle Books – per incontrare i lettori.

Un commento a caldo subito dopo la lettura di “Di nuovo notte”

Spietato. Immaginifico. Un rullo compressore.

Sei un apprezzato autore “vampiresco”: cosa ne pensi dei protagonisti succhia-sangue di “30 giorni di notte”?

Ho avuto l’impressione di creature essenzialmente sadiche ed estremamente dirette nell’infliggere sofferenza. Non ci sono vie traverse nelle loro azioni. Niente bizantinismi o crudeltà sopraffine. Aggressività, ferocia ed efferatezza, le loro carte da visita. Una malvagità pura, con la quale non è possibile scendere a patti. Non sono creature che seducono, sono creature che sbranano. Nessun compromesso, nessuna pietà. Uccidono la speranza, prima ancora che il corpo delle loro vittime. E la fine arriva con un lungo urlo di sofferenza finale.

Non trovi che nei fumetti, come nei romanzi, le storie di vampiri godano di maggior libertà espressiva e innovatività rispetto alle loro produzioni cinematografiche?

Il cinema ha molti assi da giocare – in primo luogo, soprattutto oggi, gli effetti speciali – ma di certo non tutti. Lo dimostra certa modestia e ripetitività nelle sceneggiature, credo, così anche la moda dei remake. Il fumetto può invece colmare il gap con il talento visionario del disegnatore, che spesso fa la differenza, a parità di sceneggiatura. Ma non è il caso di questo volume, che può contare non solo sull’ottimo Kieth, che cambia registro in più di un’occasione pur mantenendo sempre un’altissima efficacia (cosa abbastanza rara, quando si sperimenta. In Italia l’ho visto fare a Enoch, per esempio) ma anche su una storia a dir poco ansiogena nella sua linearità. E – magari tra le righe, sapientemente nascosta in mezzo a tanta crudeltà – anche su una sottile ironia che contrasta con l’ondata d’angoscia che trasmette.

Che ne pensi di uno scrittore come Joe R. Lansdale?

Ammetto di averlo scoperto molto tardi. Diciamo due o tre anni fa, quando un lettore paragonò un mio personaggio ad uno dei suoi. Ovviamente mi informai. Ritengo che quando non si addormenta – come capita a tutti – sia una delle poche voci originali e incisive (e fuori dal coro) che questi ultimi due decenni ci abbiano regalato. Può anche essere che le sue opere più conosciute non siano le più incisive, ma di sicuro, quando padroneggia la sua materia, è in grado di regalare gioiellini unici (vedi ad esempio Bubba Ho-Tep, per dirne uno) Nel volume in questione, il suo apporto traspare anche dalle forti, tremende figure di donne (positive e negative) che ci presenta, oltre all’idea a dir poco allucinata di far apparire nientemeno che… Il Golem nel pieno di un racconto di vampiri. Questa commistione tra il pulp e il colpo di scena efficace è proprio il suo stile. O una parte del suo stile. J

Buio, freddo e isolamento: da romanziere, non credi che siano ingredienti di prima qualità per raccontare una storia di forte tensione?

Mi viene da sorridere. Sarebbe il mio sogno.


L.

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Pubblicato da su novembre 16, 2017 in Interviste, Recensioni

 

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30 giorni di notte (2) Cristiana Astori

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Cristiana Astori

(da ThrillerMagazine, 14 maggio 2013)

I lettori de Il Giallo Mondadori la ricordano di certo per il successo dei suoi romanzi Tutto quel nero e, più recentemente, Tutto quel rosso, veri esponenti del moderno noir come commistione di generi. Stiamo parlando di Cristiana Astori, nota tanto per le sue traduzioni in italiano dei romanzi del ciclo Dexter quanto per la sua narrativa thriller-horror. È a suo agio nel mondo dei fumetti, nelle storie di vampirismo e dovunque si parli di Joe R. Lansdale, che ha conosciuto di persona e dal quale ha ricevuto (unica autrice italiana) una frase di lancio per il suo libro Il Re dei Topi (Alacrán 2006). «Cristiana Astori è una scrittrice di storie lucide e taglienti, una stella brillante che diffonde rapida il suo chiarore nei cieli della letteratura. Non perdetevi il suo libro!» Parola di Lansdale!

L’abbiamo incontrata per parlare del nuovo capitolo della saga a fumetti 30 giorni di notte, dal titolo Di nuovo notte, scritta dall’autore texano e targata MagicPress

Un commento a caldo subito dopo la lettura di “Di nuovo notte”

Sicuramente un gran fumetto! Una storia cupa e feroce, raccontata con la solita maestria lansdaliana, ricca di orrore e di suspense, ma anche di scavo psicologico. Per la prima volta una storia d’avventura e azione incentrata su tre personaggi leader al femminile, tre caratteri differenti e contrapposti, a tratti anche grotteschi, ma comunque sempre credibili fino all’inquietante e sbalorditivo finale. Non voglio anticipare nulla, ma a mio avviso il plot contiene un’apprezzata citazione del film Horror Express di Eugenio Martin. Interessante anche il concetto dell’assedio romeriano che Lansdale riprende dal primo episodio della saga, arricchendo l’atmosfera tetra e darkissima di Steve Niles con una forte dose di beffarda ironia. Decisamente a tema lo stile naif e oscuro di Sam Kieth che conferisce alla storia un alone di perversa crudeltà.

Nella tua produzione dark ti sei già misurata con il vampirismo, hai anche partecipato all’antologia “La sete” (Coniglio Editore): cosa ne pensi dei vampiri protagonisti della saga “30 giorni di notte”?

Spesso la maggior parte delle storie di vampiri ti fanno desiderare, almeno per un istante, di diventare uno di loro, di trasformarti in una creatura immortale, maledetta, sensuale e tormentata. Invece i vampiri di 30 giorni di notte non hanno nulla di charmant: sono semplici belve spietate e affamate di sangue, persino prive di un nome, lontane mille miglia dal fascino del tenebroso twilightiano. Per esempio non riesco infatti a immaginare un individuo sano di mente che possa perdere la testa per questa regina della notte creata da Lansdale (a meno che non sia lei a mozzargliela di netto). I miei vampiri invece stanno a cavallo tra i due generi: si presentano in modo sensuale e seduttivo, ma fondamentale è lo smascheramento della loro natura di cinici predatori, aspetto centrale del vampirismo che la società miope continua a rimuovere e dimenticare, e con essa anche le appassionate lettrici di paranormal romance.

Sei l’unica autrice italiana che ha ricevuto una “frase di lancio” da Lansdale: qual è il tuo rapporto con questo particolarissimo autore?

È dalla fine degli anni Novanta che divoro le sue storie; da adolescente il mio colpo di fulmine letterario è stato Stephen King, poi è venuto Lansdale. La sua raccolta Maneggiare con cura è un mio grande cult nonché fonte di ispirazione; ricordo che avevo persino setacciato le bancarelle alla ricerca dei suoi Urania ora rarissimi, La notte del drive in e Il giorno dei dinosauri e che ora custodisco autografati nella mia biblioteca. Ricordo quando ci siamo incontrati la prima volta al Noir in Festival a Courmayeur e, scoperta la nostra passione comune per l’horror e i fumetti, si è dimostrato interessato a leggere le mie storie. Non ci potevo credere, idem quando ho letto il suo blurb: sicuramente una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera. Last but not least, Lansdale, oltre a essere un grandissimo autore, è anche una splendida persona, semplice, schietta, ironica, e nonostante il successo, affatto presuntuosa. Prima o poi sento che lui e sua figlia Kasey (bravissima cantante country) diventeranno i personaggi di una mia storia e poi, lo dico sempre e mi ripeto: se la parentela si potesse scegliere, zio Joe sarebbe perfetto!

Tu sei una grande appassionata di Garth Ennis: quali sono secondo te le differenze fra questi due grandi autori di fumetti?

In realtà è importante precisare che Garth Ennis è un fumettista a tutto tondo, mentre Lansdale un romanziere che si presta al fumetto. Comunque i punti in comune tra i due sono molti: l’ironia, la violenza, le situazioni grottesche e surreali, i personaggi incisivi e sanguigni di cui ti innamori a prima vista. Garth Ennis però è irlandese, mentre Lansdale americano. Dunque l’America ennisiana è sempre filtrata dalla tradizione letteraria irlandese, legata al gotico ottocentesco e a una religiosità oppressiva, entrambe contaminate con il western di frontiera che l’autore ha conosciuto attraverso i film consumati da ragazzino: Preacher ne è un esempio. Si può dire dunque che Garth Ennis guardi al mito americano, mentre Joe Lansdale, texano, ne faccia parte, sia figlio di quel mito.

Non trovi che nei fumetti, come nei romanzi, le storie di vampiri godano di maggior libertà espressiva e innovatività rispetto alle loro produzioni cinematografiche?

Forse il fumetto è il settore che meno risente delle mode e dell’egemonia di un determinato filone, come quello di Twilight oggi imperante sia al cinema che in letteratura. E la saga 30 giorni di notte è la dimostrazione lampante di come i comics mantengano ancora la loro originalità e indipendenza rispetto ad altri media che si piegano per esigenze commerciali allo sfruttamento di tematiche fino a condurle all’esaurimento.


L.

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Pubblicato da su novembre 14, 2017 in Interviste, Recensioni

 

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Marcello Simoni e i monaci senza nome

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Marcello Simoni
(2013)

È arrivato in questi giorni in libreria L’isola dei monaci senza nome, il punto d’arrivo della saga del Rex Deus iniziata in digitale grazie ad una coraggiosa iniziativa Newton Compton. Ne parliamo con l’autore, quel Marcello Simoni che da anni presenta ai suoi lettori romanzi storici di grandissimo successo.

Sii onesto, quando è uscito in libreria “Il mercante dei libri maledetti” ti aspettavi un successo simile e duraturo, esteso anche agli altri tuoi romanzi?

Impossibile aspettarsi una cosa del genere. Il successo tuttavia non si qualifica soltanto in termini di copie vendute, ma anche per l’esperienza acquisita in così breve tempo. Lavorare sodo fa bene, specie se permette di coltivare le proprie passioni.

Durante le tue numerose presentazioni, in giro per l’Italia, c’è qualcosa che il tuo pubblico dà prova di apprezzare particolarmente dei tuoi libri? E soprattutto, ti piace girare per presentazioni?

I tour di presentazioni sono molto utili e li considero parte integrante del mestiere di scrivere, sia sotto l’aspetto promozionale che sul piano umano. Partecipo a circa un centinaio di eventi all’anno e trovo sempre stimolante il rapporto con il pubblico, specie quando posso scambiare idee e opinioni con i lettori. So di essere apprezzato per la fluidità dello stile di scrittura, che permette di scivolare dentro la storia e di immedesimarsi nei personaggi senza sforzo. Altra fonte di gradimento deriva dagli argomenti e dalle ambientazioni che scelgo di descrivere. Nessuna operazione di marketing, tuttavia. La struttura e i contenuti dei miei romanzi dipendono soltanto dai miei gusti personali e dalle mie suggestioni.

Il romanzo storico è un genere molto amato in Italia, ma proprio per questo la concorrenza è tanta e spietata: quale pensi sia la ricetta che rende speciale i tuoi romanzi?

Il fatto di essere rigorosamente documentati ma al tempo stesso votati a intrattenere. Se come primo scopo avessi quello di insegnare storia, non scriverei fiction ma saggistica. Per quanto la ricerca sia imprescindibile, gli elementi che rendono accattivante un romanzo sono la passione, l’odio, il mistero e la vendetta. Ovvero, i valori assoluti che rendono fratelli gli uomini di tutte le epoche.

Con il tuo “I sotterranei della cattedrale” (nella collana LIVE) hai dimostrato di saperti muovere bene anche in formati molto ridotti: ti piace di più scrivere romanzi di ampio respiro o storie più fulminanti?

Purché la trama mi sia congeniale, entrambe le cose. In linea di massima, però, mi trovo più a mio agio nella stesura di lunghi intrecci. Le forme del racconto e del romanzo breve sono a mio avviso una bella sfida. Nella sintesi si nasconde sempre un denso lavorio, finalizzato a rapire l’attenzione del lettore in poche righe. A tal riguardo, non scordiamoci della lezione calviniana della “leggerezza”, la più importante.

Con “Rex Deus” (nella collana Originals) sei stato fra i rari autori italiani che hanno saputo raccogliere la grande eredità del feuilleton di stampo storico: che effetto ti ha fatto scrivere seguendo il sentiero battuto da mostri sacri come Alexandre Dumas e Victor Hugo?

Credo sia stata una delle esperienze più stimolanti – narrativamente parlando – dopo la stesura del Mercante. Lavorare a una serie a episodi non ha significato soltanto ricalcare i passi dei padri del feuilleton, ma anche “svecchiare” il genere in vista di un risultato che potesse intrigare un pubblico contemporaneo. Ho dovuto lavorare di intreccio ma anche di “inquadratura”, e destreggiarmi tra il quadro storico, le battaglie navali, i misteri esoterici e le scene d’amore. Grazie a questa esperienza, ritengo di essere cresciuto stilisticamente.

Il tuo nuovo “L’isola dei monaci senza nome”, che raccoglie l’esperienza della saga di “Rex Deus”, è un traguardo importante: quando hai scritto la prima puntata, ci speravi in un futuro volume che la raccogliesse?

Hai detto bene, ci speravo. Ma è stata una bella sfida lavorare a un romanzo che mi inventavo giorno dopo giorno, senza basarmi su una sinossi. È stata un’autentica improvvisazione, impossibile tuttavia da condurre senza possedere dimestichezza nella narrazione. Il trucco è saper creare fin dall’inizio i presupposti – le variabili – necessari ad avviare un intreccio potenzialmente in grado di durare per anni. Tali presupposti li ho trovati nella storia (quella vera!) del protagonista. La vita di Cristiano d’Hercole dovette sul serio caratterizzarsi per un susseguirsi di vicende degne di un grande romanzo. Io non ho fatto altro che lasciarmi trascinare dall’entusiasmo.

Malgrado i romanzi storici abbondino in libreria, raramente è riscontrabile una passione e un’attenzione come la tua verso i testi antichi come parte fondamentale della storia. Nasce dal fatto che professionalmente hai studiato veramente su preziosi antichi libri?

Ho sempre amato i libri, sia per quello che contengono che per quello che rappresentano. Questa passione si estende agli oggetti antichi, quindi al desiderio di sfruttare la narrativa per “simulare” un’epoca passata. L’intento è far respirare la forma mentis di un’epoca, piuttosto che mettere in scena affreschi di grandi eventi storici. Sono interessato di più al quotidiano, ai piccoli oggetti, alle sensazioni che si provavano entrando in una taverna o in un monastero. Grazie alla conoscenza dei libri e alla citazione dei loro testi, invece, è possibile misurare la portata del pensiero di un’epoca passata, e comprendere con quanta arguzia gli uomini di quei tempi sapevano già interpretare il loro ruolo nel mondo.

La domanda finale è dedicata ai progetti futuri. Sappiamo che il Mercante sarà una trilogia: o forse possiamo sperare in più avventure del buon Ignazio? E la saga di Rex Deus continuerà con nuove avventure negli Originals?

Per ora tutto top secret, a parte il fatto che il “Mercante 3” uscirà in autunno e che mi sto accordando con Newton Compton per un nuovo e ambizioso progetto.

Per maggiori informazioni sul libro e per acquistare l’eBook (sia in ePub che in mobi), ecco il link.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 12 luglio 2013.

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Pubblicato da su novembre 10, 2017 in Interviste

 

Gian Filippo Pizzo e il fanta-noir

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Visto che per il 2 novembre 2017 è prevista l’uscita del saggio “Guida al cinema Fantasy“, a cui partecipo con una panoramica sul wuxiapian, è il momento di ripescare questa mia intervista ad uno dei curatori.


Intervista a Gian Filippo Pizzo
(2011)

Da sempre presente nel campo della fantascienza (come conoscitore, amatore, scrittore e tanto altro) Gian Filippo Pizzo ha recentemente curato per la Bietti Editore l’antologia “Notturno alieno“, un’operazione coraggiosa ed unica nel suo campo: ha chiesto a ventidue autori, dei generi più disparati, di immaginare un futuro che fosse tanto fantascientifico quanto noir.

Non è facile “giocare” con due temi così storici e si rischia o di seguirne solo uno o ancor peggio nessuno dei due. Il risultato invece supera ogni più rosea aspettativa ed è sotto gli occhi dei lettori.

Abbiamo incontrato Gian Filippo Pizzo per parlare di questa coraggiosa “odissea” nel fanta-noir.

Come nasce l’idea di fondere il genere noir con quello fantascientifico?

In maniera quasi banale: dalla considerazione che il noir è al momento (e lo era già quando mi venne l’idea) il genere che “tira” di più, tanto che il termine è ormai praticamente diventato sinonimo di giallo o poliziesco, accezione su cui comunque non sono d’accordo. Mi sono chiesto se era possibile ambientare un noir su un altro pianeta (che non somigliasse al nostro) o in una astronave, rinunciando quindi all’ambientazione metropolitana o sub urbana che è tipica del noir. Infatti ho chiesto agli autori di cercare di evitare scenari già visti e di tentare di inserire l’atmosfera noir all’interno della science fiction più classica, in particolare evitando l’ambientazione in città degradate del prossimo futuro.

La fantascienza nelle librerie italiane sembra star dissolvendosi. Hai trovato difficoltà nel proporre un’opera di un genere a cui le librerie sembrano allergiche?

Credo che in libreria, soprattutto se si vuole tentare di catturare più lettori, si debbano proporre libri nuovi e originali. Antologie tipo “il meglio della fantascienza” oppure basate su argomenti tipici di questo genere (il viaggio nel tempo o gli universi paralleli, ad esempio) ormai non hanno più senso, perché grazie a cinema e TV il pubblico si è assuefatto a questi temi. Bisogna invece proporre tematiche più generali e in linea coi tempi, come ho fatto con questa raccolta, con la precedente Ambigue utopie – che aveva come soggetto la politica – e con una prossima che sarà dedicata alla religione (entrambe curate assieme a Walter Catalano). Tra parentesi, a proposito di librerie, ho notato in quelle che ho potuto visitare che Notturno alieno è regolarmente inserita nel settore della fantascienza: forse se ne mettessero qualche copia nel reparto noir se ne venderebbero di più!

Come ti sei trovato a gestire così tanti autori insieme? Considerando poi che alcuni provengono da generi diversi

Benissimo. Ormai sono decenni che mi occupo di fantascienza e conosco un po’ tutti in questo ambiente. Poi grazie alle loro segnalazioni sono venuto in contatto con altri… Devo dire che sono molto soddisfatto del rapporto che si è creato con la maggior parte di loro, perché accettano i miei rilievi e miei suggerimenti, oppure riescono a confutare le miei obiezioni, così alla fine il risultato è sempre valido. Naturalmente stiamo parlando di persone che pur non essendo in massima parte scrittori di mestiere sono pur sempre molto professionali, e questo facilita il lavoro.

Sapresti dirmi un autore di fantascienza e uno di noir a cui sei particolarmente legato?

Per la SF senza dubbio Philip K. Dick. In quanto al noir, devo confessare di non essere molto aggiornato e resto legato ai classici dell’hard boiled americano (Peter Cheyney, Raymond Chandler, Mickey Spillane e più di tutti Cornell Woolrich, ma anche Donald A. Westlake come Richard Stark) e forse di più ai francesi come André Le Breton.

Torniano a “Notturno alieno”. Viste le premesse, cioè la richiesta iniziale agli autori di evitare il déjà vu, sei soddisfatto del risultato?

Sì, senz’altro! Qualcuno ha riproposto l’ambientazione terrestre nel prossimo futuro, ma lo ha fatto con indubbia originalità. Altri hanno preso a modello spy-stories o hard boiled di impianto più classico, ma sono riusciti ad inserirli in un contesto nuovo. Tutti in ogni caso hanno rispettato l’assunto, che era quello di creare una atmosfera paragonabile a quella del noir, e per di più lo hanno fatto senza rinunciare al loro peculiare modo di esprimersi, mantenendo cioè il proprio stile. A parte questo, ossia a parte il tema della raccolta, credo che si tratti di una antologia molto rappresentativa della fantascienza italiana, con racconti molto validi stilisticamente ma anche che raccontano storie appassionanti e in qualche anche impegnate socialmente. Come curatore non potevo sperare di più, mi auguro che anche i lettori siano d’accordo.

È possibile secondo te portare su schermo cinematografico il fanta-noir? Ci sono già secondo te dei film che potrebbero entrare in questo genere?

Intendendolo nell’accezione più comune – cioè proprio quella che ho cercato di evitare nella antologia – c’è sicuramente Blade Runner, e poi Dark City, Strange Days, Sin City, forse anche Minority Report e V per Vendetta potrebbero rientrarvi. Temo che nuove produzioni in questo campo rischierebbero di sembrare scopiazzature da questi, bisognerebbe che ci fossero trovate diverse. Un background molto originale potrebbe essere quelle dei romanzi Infect@ e Toxic@ di Dario Tonani, ma non penso sia possibile tradurli visivamente.

Nel tuo cassetto di “antologista” ci sono già dei progetti per future commistioni di generi?

No, altre commistioni no. Credo sia difficilissimo operare in questo senso, mi pare che il tentativo di sposare il western con la SF non sia riuscito per nulla, e altre ibridazioni sono già state fatte, per sempio con il fanta-horror. Mi piacerebbe – ma è un desiderio, non un progetto – fare una antologia con racconti in cui i vampiri vengono trattati in maniera più moderna e più scientifica, allo stesso modo di Richard Matheson nel suo Io sono leggenda, ma non credo sia facile. Ho invece in programma una antologia ibrida, nel senso che i racconti apparterranno a più generi e il tratto comune sarà dato dal fatto che si tratta di “storie cattive” (cioè noir in senso lato). Ma si tratta di un progetto a più lunga scadenza, perché prima come ho accennato c’è la fanta-religione e prima ancora l’antologia horror a sfondo politico che fa da compagna ad Ambigue utopie (uscirà il prossimo anno e si intitolerà forse Sinistre presenze).

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 16 dicembre 2011.

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Pubblicato da su ottobre 27, 2017 in Interviste

 

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Editoria digitale: intervista cumulativa (2011)

Ripesco dal “passato” questa mia intervista cumulativa che feci a vari romanzieri, di generi diversi, per sapere cosa ne pensassero dell’editoria digitale, all’epoca appena emergente nell’immaginario collettivo.
Chissà se gli stessi autori oggi confermano quanto pensavano allora…


Editoria digitale:
intervista cumulativa

da ThrillerMagazine, 31 maggio 2011

L’eBook e il suo mondo rappresenta un pericolo per il cartaceo
o queste due editorie potranno convivere pacificamente?
L’abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti

Siamo di fronte a un nuovo stadio evolutivo nella vita del libro? Come sempre, quando si parla di evoluzione, la risposta va lasciata ai nostri successori: gli studiosi del futuro penseranno alla nostra epoca e la chiameranno “di transizione”… Oppure tutto si risolverà nel nulla.

Si sa, tutto cambia ma niente cambia. Nel IV secolo d.C. giunge a compimento un passaggio epocale nella storia del libro: la forma del rotolo viene ormai abbandonata per lasciare spazio al più utilizzato codex. Nel 1975 lo studioso Guglielmo Cavallo elenca così i motivi di questo passaggio: «la forma più maneggevole meglio si adattava alla lettura, al trasporto in viaggio, all’uso scolastico; ed ancora la capacità di contenuto, tanto più grande di quella del rotolo, ben rispondeva alle esigenze di selezione o sistemazione»: non sembra che stia parlando degli eBook?

Nel 1895 il bibliofilo francese Octave Uzanne in un racconto ipotizzava la fine del supporto cartaceo e l’apparire di una nuova tecnologia che avrebbe stravolto l’uso dei libri fatto fino ad allora. Nel 1951 il celebre Isaac Asimov immaginava che nel 2157 si sarebbe letto su schermi interattivi. Gli esempi non mancano per dimostrare che di editoria digitale se ne parla da tanto tempo, anche se con nomi diversi. Perché questa corrisponde alla regola aurea che ha accompagnato l’evoluzione del libro: da forme costose e tecnicamente complesse si passa sempre a supporti più leggeri, comodi e soprattutto economici.

Nel citato IV secolo l’avvento del codex, del concetto di libro come noi oggi lo conosciamo, venne visto con raccapriccio dai cultori del rotolo, ma l’evoluzione la si può rallentare: non la si può fermare. Però, va specificato, per moltissimo tempo sia il rotolo che il codex hanno convissuto.

Oggi forse (e sottolineo forse) ci troviamo di fronte ad un nuovo modo di intendere il libro: l’eBook è più snello, più comodo, più “portatile” e – in alcuni casi – decisamente più economico di un libro cartaceo. Se questa non risulterà essere solo una moda passeggera, ci aspettano parecchi anni di amichevole accostamento fra le due editorie.

Per avere un’idea di come viene percepita questa fantomatica evoluzione editoriale, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti la loro opinione in proposito. Il risultato è variopinto ma comunque incoraggiante.


Barbara Baraldi. Sin dal suo esordio nel 2007 con “La ragazza dalle ali di serpente”, è una scrittrice “cartacea” che in pochi anni si è imposta nel panorama giallo-noir italiano. È da poco uscito in libreria il suo nuovo romanzo, Scarlett – Il bacio del demone (Mondadori)

Sono feticista della carta stampata, del profumo delle pagine, delle sottolineature, dei libri prestati e dei libri regalati, e tuttavia mi sono avvicinata all’eBook con una certa curiosità, per cercare di capire cosa c’era di nuovo. La comodità di non dover decidere quale libro portare in viaggio, un peso in meno nella valigia e pile più piccole sul comodino. La possibilità di acquistare titoli di catalogo senza dover interrogare ogni libraio nel giro di una trentina di chilometri. Qualcuno dice che nell’ambito dei manuali tecnici l’eReader è già diventato irrinunciabile, e io non posso che auspicare che lo stesso avvenga per i testi scolastici, dato che la dimensione e il peso degli zaini degli studenti è fuori controllo da un pezzo.

Credo che prenderà piede anche per la narrativa, perché, alla fine, ciò che conta in un libro sono le parole che ci sono scritte. Forse in Italia un po’ più tardi del resto d’Europa perché, si sa, molti italiani sono convinti che i libri siano noiosi e che per raccontare storie ci siano già il cinema, le fiction e le soap. Alla domanda se ci sarà più spazio per i piccoli editori o, addirittura, per l’autoproduzione, la mia risposta è: perché no? A fronte della diminuzione dei costi e dei vincoli della distribuzione, ci sarà sempre più spazio per chi lavora bene. E poi il prezzo si è già livellato su livelli accettabili, al punto che si può acquistare una novità, anche di un grande editore, per meno di 7 euro. Cifre impensabili fino a qualche tempo fa, e che mi fanno ben sperare per le sorti della narrativa italiana, soprattutto per le nuove generazioni di lettori, nati in un mondo fortemente tecnologico, ma dall’animo inguaribilmente romantico.


Stefano Di Marino. Scrittore di lunga data la cui bibliografia ha fatto impazzire più di un compilatore! Da sempre è legato al mondo cartaceo, ma – avventuriero nello spirito – ha anche tentato le strade del digitale.

Esattamente un  anno fa ho partecipato con Andrea Carlo Cappi, Altieri, Franco Forte, Valeria Montaldi e Alessio Lazzati a un corso organizzato dal professor Andrea Rossetti alla Statale di  Milano che aveva per argomento “editoria e nuove tecnologie”. Un bell’auditorio di 300 studenti che, però, mi parvero lettori non forti e piuttosto refrattari ad usare l’editoria elttronica anche per studio. Devo dire che all’epoca ne sapevo ben poco e potevo parlare solo delle possibilità fornite dall’elettronica per la promozione e le ricerche nel mio lavoro. Di eBook e altri prodotti del genere ancora non si parlava, o almeno io non ne parlavo. In meno di un anno ho pubblicato due eBook [“Per il sangue versato” e “Il labirinto di Lucrezia”] e mi appresto a varare con altri una serie di iniziative che spero vi stupiranno piacevolmente. A parte ciò devo dire che al momento la situazione mi sembra la seguente.

– Un ritorno economico per gli autori – e spesso per gli editori – è ancora da venire. Le percentuali sono più alte di quello che è il mercato tradizionale in cartaceo ma la fruizione poca. In ogni caso meglio esserci da principio, soprattutto per chi, come me, ha un vasto repertorio da poter riutilizzare e che magari resterebbe nel dimenticatoio.

– la discriminante fondamentale adesso è il prezzo. Se il testo ha un prezzo onesto o comunque basso ha possibilità di venire acquistato, altrimenti il lettore preferisce il cartaceo.

– le riviste hanno un futuro solo in digitale. Costi di produzione, stampa e diffusione, nonché  problemi di stoccaggio da parte del lettore mi portano a pensare che sia molto più conveniente realizzarle in digitale.

– aver venduto un po’ di modelli di reader non ha aumentato il numero dei lettori. Il lettore è quello che si prende il suo tempo per leggere effettivamente il libro. Se il gioco è scaricare cento volumi che poi non guardo mai, vi assicuro che dura poco. Il lettore forte, quello che colleziona invece può essere invogliato con recuperi “onesti” nel prezzo. Mi pare che le grosse case editrici questo non lo abbiano ancora capito.

– alla fine, come in tutte le cose, dopo la novità resteranno in piedi solo quelli che lavorano seriamente.


Fabio Novel. Collaboratore di ThrillerMagazine nonché fenomenale intervistatore, ha provato entrambe le strade: cartaceo e digitale.

L’eBook è il futuro del libro? Se questa dovesse essere la domanda cardine, non me la sentirei di dare una risposta.

Non me la sentirei perché (io, ma sono convinto nemmeno gli editori) non ho un adeguato numero di elementi concreti (di fatti) che mi consentano di fare delle valutazioni deduttive di tale portata che abbiano adeguata concretezza.

E non me la sentirei perché, in fondo, ammetto che un futuro senza libri cartacei mi mette tristezza, e lo trovo in parte anche pericoloso (un volume potrebbe sopravvivere ad un medioevo prossimo venturo, dubito possa farlo un file – ma non voglio ora suonare pessimista!). Insomma: sì, anch’io sono profondamente affezionato al libro classico. Cartaceo. All’oggetto-libro, insomma, oltre che al contenuto che veicola. Con tutti gli aspetti positivi, ma anche maniacali, che tale approccio comporta.

Ma se non posso/voglio sbilanciarmi a rispondere se l’eBook sia, o meno, il futuro del libro, posso/voglio invece affermare che a mio avviso ha un presente e soprattutto un futuro per scrittori e lettori, e pure per editori capaci di sfruttarne le prerogative anche a loro beneficio.

È una grande innovazione. Come tutti i cambiamenti, reca in sé vantaggi e svantaggi. Ma, per quel che mi riguarda, gli aspetti positivi superano per ora quelli negativi. Ne cito solo alcuni…

Per quanto riguarda i bestseller, e ormai buona parte dei libri, il lettore può scegliere subito se spendere per l’hardcover o per la versione digitale (ad un costo minore, dove però l’abbattimento allo stato attuale è purtroppo in genere non rilevante – per ragioni che possiamo immaginare ma non per questo condividere), o aspettare al solito delle versioni tascabili o supertascabili. Una versione eBook del tascabile sarebbe ancora più conveniente!

Le pubblicazioni in digitale facilitano l’archiviazione e le ricerche. Questo lo reputo particolarmente utile per gli abbonamenti a riviste, e in taluni casi anche per la saggistica, laddove si ritiene possa costituire elemento di successiva ricerca, oltre che di piacere di lettura presente. Chi è abbonato a riviste, soprattutto se settimanali, sa quanto spazio fisico vadano rapidamente ad occupare, e la loro “terminazione” è inevitabilmente ciclica, spesso dolorosa perché vissuta come spreco di materiale potenzialmente utile. Un peccato. La scelta di un abbonamento in PDF è una valida soluzione di ripiego. Purché si abbia un eReader o quantomeno un laptop. Altrimenti, in viaggio o a letto la vedo dura…

L’eBook ha dato la possibilità a tanti autori di proporsi anche autonomamente, fuori dalla cerchia delle mura editoriali. Che se da un lato garantiscono (in buona parte dei casi, purtroppo con svariate eccezioni) la professionalità di filtri qualitativi preparati e seri in termini di editing (poi, si può sempre sindacare sulle scelte/opinioni/preferenze/pregiudizi degli editor, ma raramente si tratta di persone impreparate) e non solo. Però gli editori non sono ONLUS, lavorano per il profitto. Fanno scelte, giuste o sbagliate, di mercato. E per questo alcuni romanzi, in taluni casi persino ottimi per soggetto e scrittura, non riescono a trovare pubblicazione. Rimanendo a decomporsi nei cassetti o a perdersi negli hard disk di autori in preda alla frustrazione. Con l’eBook, anche questi romanzi possono trovare la via per farsi leggere, magari solo da quattro gatti, amici di facebook, oppure persino da un fracco di gente (non succede ancora in Italia, ma di casi internazionali di successi prima nel web e poi in cartaceo ce ne sono stati) disposta ad acquistarli. È una chance, almeno. E siccome si scrive per farsi leggere, non per atto di onanismo letterario… Si può obiettare, correttamente per alcuni aspetti, che ci vorrebbe comunque il filtro di un editore che si faccia garante di qualità ed editing. Io dico che questo non è un obbligo. Io preferisco di sicuro propormi con un editore alle spalle. Ma non mi tirerò indietro nell’agire da indipendente, il giorno che lo riterrò opportuno su qualche progetto. In questi casi, lo scrittore è artigiano. È libero. Nudo di fronte al lettore, si prende i suoi rischi. Ma son tutti suoi. Con pochi benefici, visto che di soldi ne girano pochi, o niente. E il lettore non va sottostimato. Se un romanzo non piace, se è scritto con i piedi, se non è corretto, il lettore castiga l’autore, anche se lo ha pagato poco. O se si è scaricato un file gratuito. Se invece è contento, passa parola.

L’eBook può costituire poi una seconda chance per libri fuori catalogo. Non ristampati. O non ristampabili perché, almeno in previsione, non hanno i numeri per vendere un numero di copie tale da rientrare negli investimenti. E potrebbe esserlo per tutti quei romanzi che escono nelle collane da edicola della Mondadori, per esempio, che pure raggiungono numeri di lettori che in libreria sarebbero invidiati, ma che pagano purtroppo il limite della mensilità. Farli uscire a distanza di sei mesi/un anno in una collana parallela di e-Urania, e-Segretissimo e e-Gialli Mondadori non sarebbe male.  Non dico di recuperare il passato, che sarebbe difficile, ma di impostare il futuro. Un rischio, in questo caso, purtroppo lo vedo. Che un giorno qualcuno possa pensare di sostituire le collane da edicola con quelle digitali. Sarebbe un suicidio per queste serie storiche.

L’eBook è giovane. Allo stato attuale non ha (in Italia) un giro d’affari significativo. Ma crescerà.

Come autore, mi sento motivato a muovermi anche in questa direzione. La reincarnazione digitale del mio “Scatole siamesi” (Nord 2002, DelosBooks 2010) mi sta dando soddisfazioni in tal senso.

Vediamo un po’ cosa ci riserva il libro, nel suo futuro…


Marilù Oliva. Inviata speciale di ThrillerMagazine, dopo anni di collaborazioni editoriali è divenuta scrittrice a pieno titolo nel 2009, con “Repetita”. È imminente l’uscita del suo nuovo romanzo (cartaceo) Fuego.

Premesso che il libro-oggetto (e oggetto di culto) resterà ancora insostituibile, io guardo con grande attenzione alla realtà dell’eBook. Credo che i due sistemi possano procedere di pari passi ancora per qualche decennio, proprio in virtù delle diverse modalità di fruizione e, di conseguenza, della diversa utilità dell’oggetto cartaceo o elettronico. Le mie previsioni (puramente intuitive, quindi non scientifiche, lo sottolineo) dicono che entro mezzo secolo il libro di carta sarà oggetto da collezione.

Certo, già oggi i vantaggi dell’eBook sono differenti: da quelli commerciali come l’immediata reperibilità, la visibilità, a quelli più pratici: lo spazio compresso, il minor impatto sull’ecosistema. Niente, però, almeno per la nostra generazione, potrà sostituire il fascino della carta da sfogliare, soprattutto se sulla carta sono impresse opere notevoli.

Infine, come ha sottolineato Giacomo Brunoro, co-direttore della casa editrice digitale La Case: «Quello che è successo con gli mp3 nel mondo della musica dovrebbe far riflettere…»


Giovanni De MatteoBlogger e scrittore di fantascienza. Nel 2007 pubblica il romanzo fantascientifico Sezione π² da cui viene tratta anche una serie a fumetti. Recentemente ha pubblicato in eBook (prodotto dalla DigitPub nella collana 40k) il romanzo breve Codice Arrowhead.

Sono convinto che l’editoria digitale rappresenti una sfida e che lo faccia in più sensi. Non solo per ragioni strettamente legate al mercato, che potrebbe avvantaggiarsi del dinamismo comportato dalla transizione e dall’ingresso in scena di nuovi soggetti capaci di mettere in discussione gli equilibri ormai consolidati, acquisiti sul libro cartaceo; ma anche e forse soprattutto dal punto di vista della proposta di contenuti. Il libro elettronico mette in condizione autori ed editori di cimentarsi con lunghezze solitamente sacrificate sulla carta. La diffusione del romanzo popolare, per molti altri versi benefica e benedetta, ha prodotto anche delle distorsioni grottesche: troppi editori brancolano alla costante ricerca del bestseller di turno e ci impongono l’incontestabile certezza che non si possa piazzare una novella al prezzo di 5 euro, siccome a parità di prezzo il lettore preferirebbe un romanzo in edizione economica a un romanzo breve. Dopotutto le case editrici non sono enti di beneficenza, sebbene in un mondo utopico la qualità dovrebbe essere la loro prima preoccupazione, svincolata da ogni ragione di profitto. Purtroppo questa non è un’utopia socialista e sotto una certa soglia i costi della carta e della stampa renderebbero del tutto improduttiva l’impresa.

E pensare che sulla dimensione del racconto e della novella sono maturati i generi, dalla letteratura poliziesca al fantastico, fino alla fantascienza. L’eBook può ripristinare gli equilibri a favore delle forme più compatte di letteratura. Velocità, dinamismo, flessibilità sono dopotutto qualità che si adattano alla perfezione ai nuovi mezzi di fruizione: monitor, tablet, eReader. Un ritorno alle origini? Forse, ma di sicuro con un approccio nuovo, al passo coi tempi. E l’anonimato garantito dallo strumento elettronico (niente copertina, niente titolo, niente autore in bella mostra a beneficio degli estranei che ci circondano sul treno e nei luoghi pubblici) potrebbe anche aiutare il rilancio dei generi popolari, oltre che della narrativa breve: quante persone, dopotutto, si sentono a loro agio esibendo l’ultimo tomo di Umberto Eco in metropolitana, e quanti invece trovano il coraggio di sfoggiare l’ultima copia del Giallo, di Segretissimo oppure di Urania? Con tutto ciò che questo potrebbe comportare anche sul fronte della riscoperta di classici che ormai giacciono sepolti nei cataloghi delle nostre amate collane del mass market, quelle ancora in vita e quelle purtroppo estinte. Quanti titoli varrebbe la pena riproporre al pubblico facendo leva sui minori costi garantiti dalle produzioni elettroniche? Innumerevoli, ne sono convinto: avremmo solo l’imbarazzo della scelta per cominciare.

Sono un po’ più scettico invece sulla possibilità rappresentata dall’eBook come canale alternativo all’editoria tradizionale: per evitare che il mercato finisca soffocato sotto il peso del dilettantismo, troppo spesso camuffato dietro l’etichetta apparentemente disallineata dell’autoproduzione, non si può e non si deve sacrificare la cura riservata alle produzioni cartacee, pensando di poter fare a meno dei diversi attori che intervengono nella filiera del libro: curatori, editor, correttori di bozze, copertinisti, impaginatori, etc. sono e restano indispensabili per la riuscita del libro, almeno tanto quanto l’autore che lo ha concepito.

Niente è più reazionario, in un momento di potenziale rivoluzione, della velleità di rinunciare all’esperienza (e alla costruzione di esperienza) di professionisti. Anche il settore del libro elettronico ne ha bisogno.

Non escludo che si possano instaurare delle vere e proprie sinergie tra la carta e il digitale. Di sicuro, è solo preservando la qualità che esigiamo dalle edizioni cartacee, che l’eBook potrebbe funzionare davvero come detonatore per una lotta di classe in ambito editoriale, determinando la rivincita dei piccoli (editori, libri, autori) contro i colossi (i titani dell’editoria, i mattoni degli scaffali, i moloch delle lettere), la rivalsa degli ultimi sui primi, fino a pervenire a un nuovo equilibrio. In tutti i sensi. È presto per affermarlo con certezza. Ma è un auspicio che nessuno ci vieta di coltivare.


Maurizio “ScarWeld” Landini. Blogger, scrittore e compositore, sta per uscire in cartaceo con il romanzo fantascientifico Il Corpo della fame (Wild Boar).

Personalmente trovo molto stimolante il supporto eBook, sia per la narrativa che per il fumetto e non penso che il digitale possa escludere il cartaceo. Non entrando nel merito del dibattito economico ed ecologico, spero che questo supporto si sviluppi in futuro come un mezzo per comunicare una forma d’intrattenimento nuova, qualcosa di diverso dal cartaceo, quindi non alternativo ma complementare.


Andrea Carlo Cappi. Scrittore “cartaceo” di lunga data nonché traduttore di grandi firme. Ha recentemente tentato la strada del digitale… senza saperlo!

Essendo l’unico superstite di una famiglia che aveva più libri che soldi e se aveva soldi li spendeva in libri, sono fisicamente legato al “cartaceo”… che suona un po’ come “Cretaceo” e quindi preistorico. E, per quanto io detesti i dattiloscritti, ingombranti e poco maneggevoli, ne ho persino conservato qualcuno tra quelli su cui ho lavorato nel corso degli anni: la prima stesura (con qualche differenza rispetto a quella finale) di una novelization di 007 di Raymond Benson, quella del suo capolavoro “Le ore del male” e quella di uno degli ultimi libri di Richard Stark (non l’originale, purtroppo, solo una fotocopia del testo scritto foglio su foglio su una delle macchine da scrivere del defunto maestro del noir).

Nello stesso tempo però sono grato al mondo dei PC, senza il quale starei ancora correggendo gli errori di battitura del primo romanzo (ero un po’ un disastro alla macchina da scrivere) e all’universo di Internet, e mi rendo conto che ci sono enormi possibilità diverse. Per dirne una, lavorare al webmagazine www.borderfiction.com è diverso da lavorare su “M-Rivista del Mistero” come ho fatto per nove anni: è come contribuire a un numero unico e in perenne arricchimento di un’immensa megarivista interconnessa.

Quindi l’editoria digitale, tuttora in fieri, apre notevoli e interessanti possibilità. Ma tra questo e dire che è l’editoria che sostituirà quella convenzionale… ce ne corre.

In primo luogo, credo che l’unico territorio in cui funzioni attualmente siano gli USA. Perché? Anche se credo che la percentuale di lettori di libri, negli Stati Uniti, sia persino inferiore a quella in Italia, il numero totale di lettori – che si estende, grazie all’uso della lingua inglese, al Canada, alle Isole Britanniche e a un mondo intero popolato di anglofoni –  è immenso. Questo spiega perché si consumi un numero enorme di hardcover, di tascabili anche di infimo livello e ovviamente ora anche di eBook, tutti di produzione americana. Le cifre di vendita sono più che sufficienti a garantire il rientro economico per chi li produce. Ciononostante alcuni autori americani, negli stessi USA, sono poco conosciuti, non vendono molto, a volte non vengono neppure pubblicati e – se il marketing editoriale non si mette di traverso – hanno molto più successo in Italia. Un esempio su tutti: Joe R. Lansdale.

Ma il mercato americano è quello che ha spinto alcuni autori, constatata la debolezza della promozione dei loro editori cartacei, ad avviare un’editoria indipendente fatta di autopubblicazione in eBook o in stampa on demand (rese possibili, naturalmente, dalla notorietà già acquisita in cartaceo e da un grande lavoro di autopromozione). Forse in futuro ci saranno anche autori USA bestseller nati esclusivamente su Internet e cresciuti solo in eBook.

Ma il mercato italiano, cartaceo o digitale che sia, si basa sui lettori italiani, ancora piuttosto legati al libro “vero”. Si possono fare operazioni interessanti, come ripubblicare titoli ormai introvabili di autori considerati “secondari” dai grandi gruppi editoriali (e dunque non più ristampati) eppure molto seguiti dal pubblico. Oppure pubblicare testi atipici (come certe raccolte di racconti, per qualche ragione considerate impubblicabili da molti editori cartacei, a meno che l’autore non sia di moda al momento). Oppure pubblicare testi brevi di rapido consumo ma di difficile collocazione nell’editoria convenzionale.

Tuttavia posso riportare il caso del mio “Le grandi spie”, che per una decina di mesi è stato il secondo libro più venduto di tutta la produzione di Vallardi Editore (dopo le ricette TV di Benedetta Parodi, che gode ovviamente di una notorietà superiore alla mia. Poi è uscito il secondo libro di ricette TV di Bendetta Parodi e sono passato al terzo posto). Un discreto successo, per un libro che è al tempo stesso una raccolta di storie dal vero e un libro di consultazione destinato a restare tale nel tempo. Proprio per questo ha avuto senso che ne venisse realizzata anche la versione eBook, a un prezzo leggermente inferiore. Eppure la versione eBook, secondo i dati che mi sono appena arrivati, non ha praticamente venduto. Be’, forse perché nessuno sapeva che esistesse, nemmeno io: era un’opzione contenuta nel contratto, ma ho scoperto che esisteva solo di recente e per puro caso, da Internet. Dal che sospetto che l’editoria digitale italiana possa avere gli stessi problemi dell’editoria non digitale: l’incapacità di raggiungere le decine di migliaia di lettori potenzialmente interessati a determinate opere (quelli che il marketing editoriale chiama sprezzante “lettori di nicchia”) ostinandosi a promuovere sempre lo stesso tipo di prodotto, il presunto bestseller costruito a tavolino per catturare il vasto mercato di non-lettori-abituali a scapito dei forti lettori, spesso delusi dalle mode del momento.

Ma in tutto questo c’è un’ultimo dettaglio non trascurabile a favore del libro cartaceo. Come diceva Isaac Asimov già oltre trent’anni fa, in un articolo intitolato, mi pare, “La supercassetta”: un libro si può leggere sempre e ovunque, senza timore che gli si scarichino le batterie.


Alessandro Girola. Blogger e scrittore, ha recentemente presentato l’eBook autoprodotto Scene selezionate della Pandemia GiallaÈ attivo da molto tempo nel mondo degli eBook, prima che divenissero “famosi”.

A mio parere l’editoria digitale può essere al contempo un’alternativa e un valido completamento di quella tradizionale.

Mi viene sempre da sorridere quando leggo le continue diatribe tra i sostenitori del cartaceo e quelli degli eBook. Come se una cosa deve necessariamente escludere l’altra. Io, da lettore, continuo tranquillamente a comprare libri e al contempo mi piace l’idea di poter acquistare romanzi, anche in lingua originale, con un semplice click e di poterli iniziare a leggere senza aspettare un secondo.

Da scrittore invece non posso negare che la possibilità di proporre i miei lavori in formato digitale è un grande vantaggio. Innanzitutto mi evita i tempi elefantiaci dell’editoria tradizionale, con attese che vanno da sei mesi a un anno. Una cosa intollerabile, in un mondo oramai abituato a ritmi ben più elevati. E poi, mi spiace dirlo ma è così, gli eBook e ancor più le autoproduzioni permettono a chiunque di pubblicare ciò che ha scritto, anche senza avere santi in Paradiso (o in redazione).

Certo, va da sé che proprio con le autoproduzioni si immette sul mercato una marea di materiale in larga parte scadente. E quindi? Sarà il pubblico a decidere cosa merita di “vivere” e cosa invece no. È selezione naturale, quella legge che di solito lascia spazio ai meritevoli. L’editoria tradizionale italiana da troppo tempo si è chiusa in una sorta di oasi protetta. Non c’è rischio, non si va oltre alla cerchia di autori noti e arcinoti. Il risultato? Un indebolimento della proposta generale. Un mercato quasi autoreferenziale.

Forse gli eBook saranno da sprone a migliorare, a superare certi schemi, a rivedere un mercato che oramai segue quasi esclusivamente le mode d’importazione (di solito nemmeno le migliori).

Quindi… eBook? Sì grazie!


L.

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Pubblicato da su ottobre 20, 2017 in Interviste

 

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