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Guida al cinema di spionaggio (2018)

Dopo aver presentato degli spunti di una storia narrativa spy in Italia, non poteva lasciarmi indifferente l’uscita di un corposo saggio dal titolo irresistibile: Guida al cinema di spionaggio, edito da Odoya nella stessa collana in cui umilmente ho parlato di wuxipian, ma soprattutto scritto da Stefano Di Marino, un vero “Professionista” dello spy in Italia!
Ecco la pagina ufficiale Odoya del saggio disponibile anche su Amazon.

Da più di vent’anni il milanese Di Marino scrive a spron battuto romanzi e racconti spy action – anche con lo pseudonimo Stephen Gunn – e chi lo conosce sa che da sempre è un fortissimo appassionato di cinema di genere di ogni età, quindi sarà perdonato il mio giudizio personale nel definirlo fra le persone migliori a trattare l’argomento.
In queste 500 pagine Di Marino dà un’ampia panoramica di un genere cinematografico che ogni volta che è stato dato per estinto è tornato in auge, più forte che mai.

Più sotto riporto un’intervista esclusiva con Di Marino per parlare del suo nuovo saggio e del suo lavoro, ma prima ricordo che ogni tre mesi esce in edicola un volume antologico dal titolo “Il Professionista Story“, un’opera che sta riproponendo in ordine tutti i romanzi firmati Stephen Gunn usciti nella collana “Segretissimo” (Mondadori), con in più inediti e tante sorprese.

Ringrazio l’autore per la disponibilità e partiamo per il viaggio nell’universo spy.


La trama ufficiale

Il cinema di spionaggio è entrato nell’immaginario collettivo con la figura di James Bond, ma ha una storia molto più antica e complessa. Questo libro ne ripercorre le vicende con piglio agile e narrativo attraverso un itinerario seguito cronologicamente, con capitoli specifici dedicati a personaggi e fenomeni di rilievo, senza dimenticare il cinema asiatico e la commedia.

Dalla carriera folgorante di 007 e l’opera del suo autore Ian Fleming allo spionaggio più intellettuale e letterario di John le Carré, senza dimenticare i film interpretati da icone del genere come Michael Caine e le serie di successo, da Mission: Impossible a Jason Bourne, sino alle recenti pellicole di American Assassin (2017) o Red Sparrow (2018) e allo sviluppo del genere in film come Blackhat di Michael Mann (2015), che individua nel cyberterrorismo l’ultima frontiera del filone. Ma l’universo dello spy movie offre anche molte altre varianti con pellicole di qualità dirette da grandi registi che, almeno una volta, si sono cimentati nel filone.

Da Mata Hari alle spie dell’OSS durante il secondo conflitto mondiale, dalla Guerra Fredda alla caccia a Osama Bin Laden, il cinema di spionaggio ha seguito la cronaca, mescolando i temi del Noir, del racconto d’avventura esotica; un genere cinematografico che rappresenta il nostro sguardo verso un mondo oscuro e affascinante che accompagna l’attualità e la Storia.

Un testo indispensabile per ogni appassionato ma anche una guida esaustiva per chi ricorda solo le figure più note del genere e desidera approfondirne la conoscenza.


L’incipit dell’introduzione:

Una missione molto speciale

Scrivo spy story da quando ero adolescente. La passione nacque in maniera che potrei definire casuale o fortuita ma, ora che ci penso, forse era destino così. Sin da ragazzino sono stato un avidissimo lettore di fumetti e romanzi d’avventura. A dodici anni avevo già terminato tutti i romanzi di Emilio Salgari disponibili (in un tempo in cui venivano spesso ristampati). In particolare ero affascinato dai cicli dei Pirati della Malesia e da quelli orientali. Da lì nasce la mia passione per l’Asia, coltivata con innumerevoli viaggi, libri saggistici e romanzi, per le arti marziali e la fotografia di luoghi lontani. Cercavo qualcosa che potesse sostituire il mio desiderio di esotismo… e di erotismo. Dopotutto l’adolescenza era alle porte e certe esigenze cercavano sfoghi, ancor prima fantastici che reali.

Così mi capitò per caso di scovare (abbastanza ben nascosto ma non inviolabile) un cassettone in casa dei miei genitori che raccoglieva la collezione di “Segretissimo“, rivista popolare dedicata a tanti eroi costruiti sul modello di James Bond, che all’epoca furoreggiava nelle sale cinematografiche, e illustrate dal padre di un mio amico, Carlo Jacono, che ha dato corpo all’icona del romanzo di spionaggio: la donnina seminuda con la pistola accompagnata da uno sfondo esotico e qualche scena di azione. Tutto un mondo nuovo che si apriva davanti a me.

Dopo qualche insistenza e il vaglio della “censura familiare”, ebbi accesso a quella straordinaria biblioteca che diventò il punto di partenza per scoprire il mondo della spy story in tutte le sue sfumature. Sempre “casualmente”, in quel periodo, assistetti a una riedizione estiva di 007: Si vive solo due volte con Sean Connery. C’era l’Oriente, un protagonista carismatico, le arti marziali, scenari e coreografie mozzafiato e, devo ammetterlo, una magnifica sequenza in cui il protagonista metteva a nudo (lasciando intendere un più ardito proseguimento…) la magnifica schiena di Karin Dor, sussurrando «Cosa non farei per l’Inghilterra». Di colpo tutte le mie fantasie e pulsioni creative di quegli anni trovarono una direzione.

Pur coltivando un interesse generale per la narrativa popolare, la spy story divenne la mia “Via”. E così, dai primi racconti scritti su quadernetti a righe, a quelli battuti sulla prima Olivetti Lettera 22 sino al computer, sono arrivato qui a quasi ventitré anni di romanzi di spionaggio pubblicati su “Segretissimo” solo nella serie de II Professionista e tantissime altre storie del genere. Sempre con un occhio alla narrativa scritta ma soprattutto al cinema. Un medium che ha esaltato e ridefinito le regole di questo filone e ancora oggi, con cambiamenti e mutamenti di rotta, ci regala ogni anno alcune magnifiche storie d’avventura, d’intrigo ed emozione.


Intervista esclusiva a Stefano Di Marino

Conoscendo la tua passione per il genere, 500 pagine mi sembrano poche! Cos’hai provato a condensare in un saggio conoscenze che ti porti dietro da una vita?

Missione difficile! Scherzi a parte, 512 pagine sono un bel malloppo. Ho messo davvero tutto quello che ho amato nel genere e anche di più. Mi sarebbe piaciuto scrivere una parte sulle serie TV e i fumetti dedicati allo spionaggio, ma sarebbe diventato un libro di 1.000 pagine e sarebbe stato davvero troppo. Io credo che ci sia veramente un pezzo della mia vita, della mia passione. Tengo a precisare che i film citati li ho tutti e li ho anche rivisti tutti. Sono veramente orgoglioso anche di aver potuto dedicare lo spazio che meritavano agli scrittori che hanno ispirato il genere.

Ogni volta che la narrativa di genere viene data per spacciata, torna in vita più forte di prima. Ti è mai successo di sentirti dire che scrivi di argomenti “passati di moda”?

Continuamente. La mia è una lotta costante contro queste idee che circolano nel mondo dell’editoria per favorire questa o quella corrente che vanno di moda anche a scapito del mercato. Io credo fermamente che l’editoria si faccia con i buoni libri, con quelli originali e quelli che sanno percorrere in modo intelligente strade classiche. Non credo nella pedissequa riproposta dei cloni del successo del momento. E finiamola di dire che gli uomini non leggono. Chiedetevi un po’ chi sono i lettori che collezionano tutti i libri del loro autore preferito, spendendoci anche molti soldi? La narrativa di genere non è né maschile né femminile, è un intrattenimento per tutti che non segue le mode. Per cui a volte si ripropongono filoni ritenuti morti e che invece non lo sono e a volte si tentano strade nuove. Con la consapevolezza che anche un pulp è un’opera che richiede creatività.

Hai scritto di ogni genere e non ti sei mai tirato indietro davanti ad una sfida: accetteresti quella di scrivere per il cinema di spionaggio? E che tipo di film scriveresti?

Scrivere per il cinema era il mio sogno. Il cinema italiano è morto. Dieci anni fa scrissi un soggetto per Dino De Laurentiis… Non gli andava mai bene nulla, e forse non sapeva bene cosa voleva. Alla fine, dopo 36 revisioni, mi prese un soggetto che pagò regolarmente (Dino era un signore) ma che non contrattualizzò né fu realizzato. Fine della discussione. Se potessi mi piacerebbe scrivere un film del Professionista. Ma un fuori serie, slegato dai romanzi, perché cinema e libri sono cose un po’ diverse. Una storia di spionaggio attuale, ritmata, lontana dai modelli classici. Mi piacerebbe avere Jeffrey Dean Morgan. Una storia di spionaggio tra Europa e Iran, magari…

A fine saggio fornisci i titoli di 10 film e 10 romanzi da leggere assolutamente: quanto ti è costato stringere la rosa dei candidati a così pochi titoli? C’è qualche film o romanzo rimasto fuori dalla lista che ti va di citare qui?

È stata davvero la prova più difficile. È una scelta per neofiti, giusto per introdursi all’argomento. Chi ama il genere e magari ha la pretesa di scriverlo dovrebbe vedere TUTTO!

Il tuo personaggio storico, Chance Renard, è l’unico eroe d’azione “lettore”, e nel corso dei suoi 23 anni di vita ci ha spesso citato i libri che stava leggendo. Cosa ne penserebbe il Professionista di questo saggio sul cinema spy? Se lo porterebbe in missione o è troppo pesante?

Io credo che se lo leggerebbe a casa (a Gangland o a Parigi) per una serata di relax…le storie, però, le ha tutte nel cuore…

Il presidente Trump sta regalando al mondo narrativo tantissimi spunti per storie che credevamo relegate al periodo della Guerra Fredda, se non addirittura al puro complottismo. Per caso nel tuo cassetto c’è pronto qualche soggetto nato grazie alla politica estera di questo presidente americano?

Direttamente con Trump no, ma nei prossimi romanzi (già scritti e consegnati) si parla della Brexit, della Corea del Nord e in un lavoro che sto ultimando adesso c’è una bella escursione a Bengasi che resta una zona caldissima. Certo ritorna la Guerra Fredda e poi ci sono i legami con il narcotraffico…

Nel saggio non ho trovato i fumetti, e in fondo i grandi titoli spy a vignette non hanno mai trovato una efficace distribuzione nel nostro Paese. Pensi che questo medium in Italia non sia forte a sufficienza nel campo spy? Avresti qualche titolo ghiotto da consigliarci?

Come dicevo non ho potuto per ragione di spazio parlare anche di fumetti spy. Ma ce ne sono moltissimi, soprattutto all’estero. Le serie XIII, Alpha, Largo Winch (che ha avuto due film e una bella serie di romanzi pubblicati da “Segretissimo” nei tempi eroici) sono solo esempi. A tutti consiglio la serie di avventure su 007 pubblicate dalla Panini, sono ottime.

Per finire, tanti vorrebbero di diventare scrittori per professione, di potersi cioè mantenere con la scrittura e non relegarla al “tempo libero”. Che consiglio daresti a quanti sognano di intraprendere questa professione?

Armatevi di pazienza, determinazione e passione. Purtroppo il momento editoriale è durissimo e la crisi ha portato gli squali nelle nostre acque… ma se, come me, avete davvero una passione per la scrittura e non solo per vedere il vostro nome in copertina, ce la farete.


Il sommario del saggio:

  1. I ferri del mestiere
  2. Dai primi del XX secolo alla Seconda guerra mondiale
  3. Spie in guerra. Infiltrati, sabotatori, eroi per forza
  4. La Guerra Fredda
  5. DOSSIER CONFIDENZIALE 1
    Il cinema di John Le Carré
  6. La spia diventa eroe
  7. MISSIONE SPECIALE 1
    Il cinema di James Bond. Il mito di 007
  8. DOSSIER RISERVATO PER SUA MAESTÀ
    L’anti Bond. Il cinema di spionaggio con Michael Caine
  9. DOSSIER CONFIDENZIALE 2
    Il cinema di OSS117 e SAS. Personaggi letterari e film
  10. I Jamesbondoni e tutti gli altri
  11. Terroristi, spie, complotti e Medio Oriente
  12. DOSSIER RISERVATO PER IL PRESIDENTE
    Jason Bourne. Il cinema tratto da Robert Ludlum
  13. Il cinema di Mission Impossible
  14. Il cinema di Tom Clancy
  15. Il cinema di spionaggio fino all’11 settembre
  16. MISSIONE SPECIALE 2
    Il cinema della guerra al Terrore
  17. Tutte le spie del nuovo millennio
  18. DOSSIER CONFIDENZIALE 3
    Il cinema di spionaggio asiatico
  19. Il cinema spy diventa combat
  20. Il cinema delle spie tra commedia e risate
  21. CONCLUSIONE
    Rapporto di fine missione
  22. APPENDICE 1 – SPIONAGGIO E CINEMA
    10 film da vedere per capire il genere
  23. APPENDICE 2 – SPIONAGGIO E LETTERATURA
    10 romanzi da leggere per capire il genere
  24. Elenco dei film citati

Guida al cinema di spionaggio
ISBN: 978-88-6288-455-6
Pagine: 512 
Brossura con bandelle
Formato: 15,5×21 cm
Data di pubblicazione: Marzo 2018
Editore: Odoya
Tutti i libri dell’ autore: Stefano Di Marino

Inoltre vi ricordo:


Guida al cinema fantasy
ISBN: 978-88-6288-419-8
Pagine: 336 
Brossura con bandelle
Formato: 15,5×21 cm
Data di pubblicazione: ottobre 2017
Editore: Odoya
Tutti i libri degli autori: Andrea LazzerettiGian Filippo PizzoWalter Catalano

L.

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Pubblicato da su maggio 14, 2018 in Interviste, Recensioni

 

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In morte di un talebano (2011)

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista cumulativa sulla morte di Bin Laden
(2011)

L’uomo giusto ucciso al momento giusto: forse “troppo” giusto,
visto che questo lavoro di intelligence assomiglia ad un escamotage letterario.
Il parere di alcuni scrittori esperti di thriller

In questi giorni siamo tutti travolti da quell’espediente letterario che Antonio D’Orrico chiama “l’Effetto Vincenzoni”: quando non sapete come portare avanti una storia, fate apparire un personaggio con la pistola in pugno. Le disgrazie che stavano travagliando il mondo in questi primi mesi del 2011 non sembravano trovare una soluzione, e la storia stava diventando stagnante: nel romanzo mondiale serviva un personaggio con la pistola in pugno a sbloccare la situazione e a distogliere l’attenzione da una trama traballante.

Da giorni ogni organo di informazione si sta consumando per trasmettere una notizia vaga, per mostrare immagini che non ha, per presentare prove che non ci sono e per intervistare esperti che non sanno in realtà nulla: perché se il personaggio ha la pistola in pugno, non è certo una smoking gun, non è cioè quella “pistola fumante” che toglie ogni dubbio nelle storie gialle.

Nel romanzo della presidenza Barack Obama – facente parte del lungo Ciclo del Romanzo planetario – serviva un colpo di scena, il momento topico che cattura l’attenzione e dona nuova luce alla storia: l’uccisione – data ormai per certa – di Bin Laden è la trovata perfetta arrivata al momento giusto: un consumato romanziere non avrebbe saputo fare di meglio, in quanto a tempismo. Però è risaputo che i “buoni” letterari hanno sempre bisogno di un “cattivo” al loro livello: i super-cattivi non muoiono mai, altrimenti come farebbero i buoni a sapere che sono buoni?

Vista l’elevata percentuale romanzesca in un’operazione di intelligence che ha piuttosto il sapore dell’escamotage letterario, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti cosa ne pensino di questo improvviso sviluppo nel Romanzo di Obama.


Ettore Maggi. «Se avessi scritto un thriller fantapolitico in cui comparivano Obama e Osama, da patito del conspiracy thriller quale sono, in realtà Osama bin Laden non è mai esistito. Il vero bin Laden era morto nel 1980 in Afghanistan, combattendo con i mujaheddin, contro l’Armata Rossa, nel Makbat al Kihdamat. Ma la sua morte era stata tenuta nascosta dagli uomini del fronte anti sovietico, per non demoralizzare i suoi combattenti (un po’ come la storia del Cid Campeador, oppure come il guerrigliero sandinista Rafael in Sotto tiro).

Il suo nome è stato utilizzato successivamente dalla CIA, creando una biografia del personaggio, dato che con la fine della Guerra Fredda veniva a mancare un “nemico”. E ora, appunto, il “nemico” non serviva più…

Ora il “nemico” Osama doveva essere eliminato dal “presidente” Obama, per ridare prestigio a un presidente in declino…»


Stefano Di Marino (alias Stephen Gunn). «Premetto che ho a disposizione solo pochi elementi. Certamente le coincidenze temporali della fine della caccia a Osama sono sospette. Di solito malgrado si annuncino minuziose cacce condotte dai servizi segreti questi personaggi cadono perché hanno perso l’appoggio della loro rete. Successe la stessa cosa con Carlos.

Da qui a preordinare esattamente la morte di Osama (ammesso che sia lui) con le nuove elezioni che comunque si svolgeranno tra diversi mesi, in cui l’effetto sarà comunque affievolito, mi pare esagerato. Non impossibile o improbabile, solo un po’ forzato. Da oggi alle nuove elezioni Obama avrà modo probabilmente di confrontarsi con situazioni che potrebbero portarlo alle stelle o seppellirlo.

Al momento sicuramente per chi ha vissuto dramamticamente l’11 settembre sicuramente l’impatto emotivo è forte ma tra qualche mese? Io credo che la lotta per la Casa Bianca sarà vinta sopratuttto da chi riuscirà a uscirsene con il cosiddetto “coniglio dal cappello” e invertire la crisi economica. Alla fine, al momento del voto, contano soprattutto i riflessi economici a breve termine.»


Giancarlo Narciso (alias Jack Morisco). «Mi sembra del tutto normale che l’ufficio stampa della Casa Bianca cavalchi il più possibile la notizia. E non dimentichiamoci che l’espediente di anticipare o ritardare – entro limiti ragionevoli – la diffusione di notizie che possono influenzare l’opinione pubblica è una pratica quotidiana di tutti i governi basati sul consenso – e quale governo non lo è? Con l’uccisione di Osama bin Laden è stata vinta una battaglia simbolica e le vittorie sono sempre enfatizzate da chi governa e trascurate dalle opposizioni.

Poi però ricordiamoci che alcuni mostri della politica sono stati molto bravi a gestire anche le sconfitte, come per esempio John Fitzgerald Kennedy che a proposito del fiasco della Baia dei Porci, dichiarò: “La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana”.

In sostanza venne apprezzato per essersi assunto la piena responsabilità. E vorrei vedere, la colpa era in gran parte sua, contro il parere della CIA aveva modificato il piano originale ereditato dalla amministrazione Eisenhower, che prevedeva lo sbarco in un’altra località, più facilmente difendibile della Baia dei Porci; inoltre all’ultimo momento aveva negato l’autorizzazione a fare entrare in campo l’aviazione, come originariamente si era impegnato a fare.

Per concludere, non ci vedo spazio per troppa dietrologia e troverei l’evento assolutamente utilizzabile in un romanzo. Dovrebbe essere però presentato come un evento normale, non come una rivelazione dell’ultima pagina.»


Andrea Carlo Cappi (alias François Torrent). «Tutto quello che riguarda Osama bin Laden è sempre stato molto misterioso, dai rapporti d’affari della sua famiglia con la famiglia Bush – che hanno introdotto una curiosa componente personale nel confronto tra integralismo islamico e Stati Uniti – ai contatti tra la CIA e lo stesso bin Laden nell’estate 2001, prima dell’attacco agli USA, fino alla sua presunta morte ipotizzata più volte in questo decennio. Non c’è mai stato niente di chiaro in questa storia, con un personaggio che compariva ogni tanto su uno schermo senza che si riuscisse a capire se i suoi annunci fossero recenti oppure registrazioni risalenti a molto prima della loro diffusione; bin Laden sembrava uno spauracchio che ogni tanto saltava fuori e che veniva usato come pretesto per operazioni come la guerra in Iraq, che in realtà non aveva niente a che vedere con al Qaeda. Sembrava quasi che facesse comodo a tutti, tanto ai terroristi quanto ai guerrafondai americani.

Se ora è morto davvero – e si presume di sì, perché dopo un annuncio così ufficiale una smentita da parte di Barack Obama sarebbe imbarazzante – non possiamo nemmeno essere sicuri se “lo scontro a fuoco” in una città non lontana da Peshawar sia avvenuto da poco, oppure qualche giorno fa e quindi se la notizia sia stata diffusa a caldo oppure in un momento che l’amministrazione USA ha ritenuto opportuno. In un momento, peraltro, in cui l’ultima avventura della fantomatica Guerra al Terrore – l’attacco alla Libia – si sta risolvendo in una missione più incompiuta delle altre. Obama – un riformatore moderato che è capitato in uno dei momenti storici peggiori, diventandone il capro espiatorio agli occhi degli americani (un po’ come Zapatero per gli spagnoli) – ha bisogno di guadagnare punti. La recessione globale non è colpa di Obama, così come la morte di bin Laden non è merito suo, ma al pubblico piace la gente che appare in TV facendo annunci trionfalistici… noi in Italia ne sappiamo qualcosa. Quindi l’idea che il presidente nero abbia fatto fuori il capo delle “teste di stracci” può renderlo meno sgradito alle folle di americani che, tra una costa e l’altra, non capiscono niente di politica internazionale o di guerre ma vogliono ascoltare notizie di vittoria.

C’è anche la polemica sul Pakistan, che da una parte raccoglie fondi dagli USA per combattere il terrorismo, dall’altra continua a essere il rifugio dei talebani come lo era negli anni ’80 per i mujaheddin in funzione antisovietica (solo che all’epoca i guerriglieri islamici per noi erano “i buoni”). Una versione dice che l’operazione contro bin Laden è stata portata a termine con l’aiuto dell’intelligence pakistano, un’altra invece che è stata realizzata a sua insaputa. Forse oggi bin Laden non contava più nulla, sempre ammesso che dieci anni fa fosse lui il “genio del male” e non il portavoce di qualcun altro. Oppure era ancora lui a muovere i fili e quindi, più che un semplice atto di giustizia o di vendetta, si è trattato di una necessaria mossa strategica.

Mi viene da pensare un’idea che non condivido, ma che fa parte della filosofia di uno dei miei personaggi: in certi momenti della storia, un singolo tiratore scelto che elimina un individuo pericoloso prima che compia prevedibili disastri commette di sicuro un omicidio, ma salva tutte le vite che andranno perdute in seguito. Come ho detto, è un’idea che non approvo e che condanno risolutamente, ma non posso fare a meno di pensare che un proiettile in testa a Gheddafi durante la sua ultima gita a Roma forse avrebbe evitato la guerra in corso sull’altra sponda del Mediterraneo. Ma la famiglia bin Laden era in affari con George Bush padre e figlio, così come Gheddafi era in affari con la Fiat, quindi si comincia a sparargli contro solo quando per nascondere le loro vittime ci vuole un tappeto troppo grosso.»


Chiudiamo con una constatazione. La morte del cattivo, nei romanzi, è il segno che il libro è finito: il buono e il cattivo, qualunque sia il loro operato, vengono seppelliti insieme dal calare della copertina. Forse il Romanzo di Obama avrebbe dovuto prendere forma seriale: mille avventure del suo protagonista garantite solo a patto che il super-cattivo non muoia mai!

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 4 maggio 2011.

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5 commenti

Pubblicato da su febbraio 23, 2018 in Interviste

 

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Il vessillo di Massimiliano Colombo

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista a Massimiliano Colombo
(2012)

Dopo il suo esordio del 2011 (ma in realtà risalente a tempo prima, come vedremo), Massimiliano Colombo è entrato di prepotenza nel novero dei grandi autori italiani di romanzi storici.

Il recente Il vessillo di porpora (Piemme 2011) replica il successo ottenuto da La legione degli immortali (Piemme 2011) e c’è da ben sperare che l’autore – «esperto di storia antica e cose militari», come recita il sito di Piemme – ha in serbo per noi altri grandi romanzi storici.

L’abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.

Mi è sembrato di capire che “Il vessillo di porpora” è stato un romanzo dalla lavorazione travagliata: vuoi parlarcene?

Il vessillo di porpora è stato scritto in un momento di grande voglia di affermazione ma soprattutto di rabbia.

Ero reduce da un’estenuante ricerca di un editore per il mio primo libro che nessuno voleva pubblicare e che poi è stato alla fine autoprodotto. A quei tempi, quello che poi è diventato La legione degli immortali ancora si chiamava con il titolo che gli avevo dato io: L’Aquilifero. Un libro che, a dispetto del silenzio di tutti gli editori contattati e delle poche copie stampate, aveva riscosso grande entusiasmo di pubblico. Pensate poi che lo stesso libro, nelle mani di un editore di alto livello come Piemme è diventato un bestseller.

Ma quando ho cominciato a scrivere il Vessillo ancora non sapevo cosa sarebbe successo ai miei libri, sapevo solo che nessuno li voleva in Italia. Quindi avevo pensato di scrivere qualcosa per l’estero e Londra era il crocevia perfetto di una storia che avevo in mente di scrivere e che conteneva tutti gli elementi per diventare un romanzo accattivante: sesso, violenza, onore, gloria, estasi… tormento.

Protagonista di questa storia è uno dei simboli stessi di Londra, la sua statua svetta imponente davanti a Westminster come monito per tutti e incarna lo spirito stesso della City che guarda sempre avanti senza arrendersi mai.

Quella statua rappresenta “Budicca, la regina guerriera”.

Gli unici film di serie A in decenni a trattare la storia romana e ad arrivare in Italia (“Centurion” e “The Eagle”) sono ambientati durante le guerre in Britannia, così come il tuo romanzo: cosa c’è in Britannia di così affascinante per un autore?

La Britannia ha fascino, la sua storia e la sua cultura hanno un fascino particolare e poi dobbiamo pensare cosa ha rappresentato la conquista di quella terra per i romani. Da sempre l’Oceanus aveva tenuto separato il continente dalle nebbiose terre dell’isola. Per i romani la Britannia non era solo terra di potenziali ricchezze popolata di creature mitologiche, era molto di più di questo, era un posto fisico, ma anche un’idea. Attraversare l’ignoto e conquistare la Britannia era come conquistare gli dei stessi.

La politica romana nei confronti dei “barbari” mi ricorda quella degli americani nei confronti degli “indiani”: infatti in entrambi i casi le prime a subire ritorsioni erano le fattorie indifese. Che ne pensi dell’accostamento?

In ogni campagna di colonizzazione vi sono stati invasori meglio organizzati e armati dei locali. Generalmente poi i gruppi etnici locali sono frazionati, quindi poco o addirittura per nulla propensi a collaborare fra loro, facendo un unico fronte contro l’invasore. Alcuni fanno volontario atto di sottomissione, altri cercano di contrastare l’avanzata nemica, ma essendo militarmente inferiori non attaccano l’invasore nella classica battaglia campale, ma operano nelle guerriglia e con azioni isolate. Succede anche oggi.

Grande pregio del tuo romanzo, forse unico caso in Italia, è quello di dare risalto al troppo dimenticato personaggio di Boudicca, la regina guerriera dai capelli rossi. Secondo te perché in Italia questo affascinante personaggio quasi mitologico è pressoché ignoto?

Perché la gente è poco interessata alla storia e invece noi italiani, che siamo la culla della cultura, dovremmo ricordarci più spesso di cosa siamo stati capaci in passato.

Quando sono andato a Roma a presentare il libro mi sono reso conto, guardando la storia che trasuda dalla Città Eterna, di quanto sia effimera la nostra esistenza, ma di cosa sia capace l’uomo. L’ho avvertito camminando sulla via Sacra a Roma che porta dal Colosseo al Foro. Camminavo su pietre che avevano visto passare Cesare, Ottaviano, Vercingetorige in catene. Entrando nella Curia ho visto lo stesso mosaico calpestato dai senatori e ho sentito l’acustica di quel luogo, dove parlando con tono moderato si poteva essere ascoltati da tutti gli astanti e lì, guardando quei muri millenari ancora intatti mi sono chiesto quante decisioni importanti debbano avere ascoltato.

Poi, sono arrivato alla tomba di Cesare e l’ho trovata ricoperta di fiori, biglietti e cartoline. Lì ho capito che solo alcuni nascono per essere grandi ma che l’intera umanità può trarre beneficio dalle loro gesta. Godiamone tutti, apprezziamo ciò che di grande hanno fatto gli uomini.

Il tempo ci ricorda che il genere umano non subisce i medesimi mutamenti dell’uomo. L’umanità tutta, a differenza dell’individuo, non invecchia, non perde memoria, progredisce sempre e aumenta il proprio sapere. Ma ricordiamo che questo mondo, che sentiamo così nostro, è appartenuto ad altri e apparterrà ad altri ancora. Questo è l’unico fatto noto e certo della nostra esistenza, ma la Storia ricorderà ciò che abbiamo fatto e il ricordo che sopravvivrà di noi è l’unica immortalità che ci è concessa.

Il romanzo storico è un genere molto amato in Italia, ma troppo spesso punta tutto sulla fiction e molto poco sulla corretta ricostruzione storica, non solo degli ambienti ma anche del modo di pensare dell’epoca. Nel tuo romanzo ho trovato un perfetto equilibrio di questi due fattori: è voluto o ti sei dovuto controllare per non “esagerare” in una delle due parti?

Quando si ha a che fare con epoche così lontane bisogna per forza di cose ricorrere all’interpretazione… all’immaginazione, e senza l’immaginazione storica la storia convenzionale non potrebbe essere capita.

Gli elementi che la storia ci consegna sono le tessere di un mosaico che vanno incastrate con l’immaginazione. Unendo questi elementi avviene qualcosa di magico, lo schema emerge, i freddi dati storiografici diventano lo sfondo di una vicenda fatta di persone. Il giusto equilibro tra elementi e personaggi credo sia parte del mio stile di scrittura.

Ci sono autori stranieri di romanzi storici che ti piacciono particolarmente?

È sbagliato credere che io sia un divoratore di romanzi storici. Magari potessi esserlo, ma lavoro tutto il giorno e la sera mi documento e scrivo libri, non ho tempo per leggere se non i classici o i saggi che mi servono poi per la traccia delle mie trame. Ho comunque letto diversi libri e segnalo Steven Pressfield con Le porte di fuoco, João Aguiar con L’ora di Sertorio e l’inimitabile e unico Gore Vidal con il suo Giuliano. Questo è altamente consigliato.

Dalla nota finale sappiamo che hai realmente vestito panni romani e ti sei aggirato armato con perfette ricostruzioni di armi d’epoca: come hai vissuto questa esperienza?

Quando mi è capitato di condividere alcuni momenti con i rievocatori del gruppo di archeologia sperimentale Legio I Italica ho sentito qualcosa che nessun libro di storia mi avrebbe potuto insegnare. In un’alba caliginosa ho provato ad indossare nel silenzio di una riserva naturale una lorica segmentata. Vi posso garantire che nessun libro di storia avrebbe mai potuto descrivermi l’emozione della vestizione di una panoplia. Ripropormi quei gesti tra commilitoni dimenticati nel tempo. Io l’ho vissuto da revocatore e la cosa mi ha fatto pensare. Cosa provavano loro guardandosi in faccia prima della battaglia?

Cosa avrebbero pensato in quel momento, duemila anni prima, se dietro al colle ci fossero stati i nemici? Questa è la forza dell’immaginazione che la storiografia ufficiale non ti può dare.

Per finire, domanda di rito: progetti futuri? Continuerai nel romanzo storico?

Ma guarda, io mi sento proprio all’inizio di questo cammino. Il mio terzo romanzo, che a mio parere è il mio grande capolavoro, uscirà nell’autunno di quest’anno sempre per Piemme e io ho già in cantiere il quarto e delle idee per il quinto.

Continuerò quindi e mi auguro di poter raccontare la nostra storia anche all’estero anche se so che, contrariamente a quanto succede agli autori stranieri, è davvero difficile per un italiano superare i confini nazionali.

Difficile comunque non vuol dire che non ci si debba provare, perché nel momento in cui uno si impegna a fondo, infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. È questo lo spirito che mi ha sempre guidato ed è questo il consiglio che sento di dare a tutti voi.

Qualunque cosa voi possiate fare, o sognare di poter fare, incominciatela. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incominciatela adesso.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 25 gennaio 2012.

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Pubblicato da su febbraio 2, 2018 in Interviste

 

Conan (2011) Un’intervista barbarica

In occasione dell’uscita di Conan the Barbarian (2011) con Jason Momoa, che come tutti i grandi flop è stato giudicato un capolavoro ben prima d’essere visto, organizzai quest’intervista su ThrillerMagazine. Mi piace ripescarla in questi giorni in cui Centauria riporta Conan in edicola.


Parafrasando il latino Publio Terenzio Afro, niente del mondo fantastico è alieno a Michele Tetro. Saggista, narratore, giornalista, critico appassionato e molto altro ancora (recentemente è stato fra i curatori di Mondi Paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film, Edizioni Della Vigna), nel 2004 ha pubblicato per Falsopiano il saggio Conan il  barbaro. L’epica di John Milius, un testo illuminante che analizza ogni aspetto della saga del celebre Cimmero, dalla concezione del suo autore Robert E. Howard a quella del primo cineasta ad interessarsene, John Milius.

Oggi il saggio andrebbe aggiornato con l’arrivo nelle sale di Conan the Barbarian (in 3D) di Marcus Nispel, con l’hawaiano Jason Momoa nel ruolo che lanciò nel 1982 l’austriaco Arnold Schwarzenegger. Il confronto tra i due attori, tra i due film, tra i due registi (Richard Fleischer, autore di un sequel di Conan nel 1984 di solito si evita di ricordarlo) sta da mesi infiammando blog, forum, gruppi e dovunque ci si incontri per lanciarsi in commenti infiammati. (Commenti su cui contano i produttori del recente film, visto che finite le polemiche sarà dimenticato più velocemente di un batter d’ali cimmero!)

Malgrado la nomea di “critico talebano”, il Tetro rimane autore di un saggio approfondito sul nostro Barbaro (e, non va dimenticato, di una tesi di laurea sulla Fantasia eroica e Medioevo inventato nell’opera di Robert E. Howard) quindi una fonte autorevole a cui chiedere un commento sul recente prodotto dell’inevitabile “virus del remake” che ha ormai completamente infettato il cinema statunitense.

Non ce ne voglia Daria Bignardi, ma è questa la vera intervista barbarica!

Prima di tutto una questione fondamentale… cìmmeri o cimmèri?

Un quesito che non troverà soluzione neanche dovessi esplorare tutti i pozzi di Arallu. Il termine si trova indistintamente con l’accento sulla prima e sulla seconda sillaba. Senz’altro Howard si sarà basato su testi tutt’altro che accademici per la ricerca o l’invenzione della sua nomenclatura, quindi l’accurata accentazione avrà lasciato il tempo che trovava. Penso lo abbia inteso come “cìmmeri”, con accento sulla prima sillaba, che in inglese è “cimmerian”. In effetti, se consideriamo i cimmeri del mito (quelli omerici) e della storia (la popolazione euroasiatica affine agli iranici che originariamente si stanziò in Crimea), è facile che l’accento scivoli sulla seconda sillaba, con pronuncia alla greca, da “kimmèrioi”. Ma ho sempre sentito gli appassionati di Conan accentare il termine a loro esclusiva propensione.

È stato detto e ripetuto che non si può confrontare il nuovo film con i due classici, ma noi siamo convinti che un cimmero non tema confronti: cosa ne pensi di Conan l’Hawaiano rispetto a Conan il Barbaro?

È vero, un film va giudicato per quello che è, inserito nel suo tempo e contesto. Ma per certe pellicole è impossibile evitare un confronto con l’originale predecessore, specie se abbiamo a che fare con un cult-movie che origina da un personaggio ormai entrato nell’immaginario collettivo ed esplorato in tutti i media a nostra disposizione. In questo caso poi, il personaggio narrativo di Howard non è certo il termine di paragone (quando mai, purtroppo, Howard lo è stato al cinema?), lo è invece il film di Milius. Soffermarsi sull’infanzia di Conan, sugli insegnamenti bellici-filosofici del padre, sul suo massacro da parte di un guerriero-stregone che vuole ridisegnare il mondo a suo dittatoriale piacere, sulla brama di vendetta, sul simbolismo della spada e sui suoi virtuosismi in mano al barbaro… tutte situazione derivate a Milius e assenti in Howard. Lecito chiedersi quindi il perché di un remake così derivativo.

Se c’è una cosa che trovo, e uso il termine per quel che è, idiota al massimo è sentir giustificare l’esistenza di remake o riproposte di eroi seriali o comunque già portati alla ribalta al cinema con film famosi con il concetto di “servono nuove chiavi di lettura per gli spettatori giovani”. E quali sono queste chiavi? Montaggio forsennato e adrenalinico del tipo “non capisci una mazza di quel che succede”, soppressione totale dell’attendibilità, CGI a gogò, nonsense a ripetizione, botte e botti, violenza all’originalità. Insomma, per venire incontro alle nuove leve di giovani spettatori si deve sempre farli passare per poveri deficienti. Volgarizzare il mito, snaturarlo, bambocciarlo… quando invece si potrebbe ottenere l’effetto opposto semplicemente tornando con onestà alle fonti originali.

Un esempio? Proprio l’infanzia di Conan, che sia Milius (con splendide capacità autoriali) sia Nispel (con mediocre dozzinalità) descrivono segnata dalla brama di vendetta per la morte dei genitori trucidati dal negromante guerriero di turno. Un tema caro ai cineasti di genere degli anni Ottanta, quello della vendetta motore dell’azione, cui soggiacciono sia Rambo che Mad Max, giusto per citare due personaggi famosi nati in quegli anni. Ma trent’anni dopo la prima versione cinematografica non si poteva fare qualcosa di diverso e più originale, magari (incidentalmente) più fedele addirittura al Conan howardiano? Come descrivere il barbaro per quello che era, un giovane outsider insofferente alle leggi tribali, al soffocante mondo di superstizione e arretratezza dei montanari, divorato da una cocente curiosità di conoscere il mondo oltre le montagne, la civiltà, l’Eldorado, propenso a mandare a quel paese usi e costumi tradizionali per lanciarsi invece alla ricerca dell’avventura più pura. Che cosa fantastica sarebbe stata: originalità di concept, fedeltà a Howard, modernità della situazione… figurarsi.

Milius e Nispel reinterpretano a loro modo il personaggio di Howard: quale delle due versioni pensi sarebbe piaciuta allo scrittore texano?

Howard probabilmente sarebbe stato travolto dal piacere di vedere un suo eroe portato sul grande schermo, quindi magari avrebbe apprezzato entrambe le versioni. D’altro canto, suscettibile com’era, forse si sarebbe incazzato di brutto fin dal principio per le libertà prese in entrambi i film. Facile pensare che avrebbe fatto tutte e due le cose. Credo però che la versione di Milius lo avrebbe davvero conquistato per un motivo totalmente assente in quella di Nispel: l’immedesimazione profonda del regista nella materia trattata. Che poi era la stessa messa in campo ogni volta nei racconti di Howard dallo scrittore stesso. L’avrebbe senz’altro percepita, avrebbe colto nello spirito del regista affinità col suo. E sarebbe stato vero, Milius stesso confessava ciò nelle interviste uscite a ridosso del film, una profonda affinità con l’animo dello scrittore, entrambi soli contro tutti, osteggiati da mille nemici (reali o immaginari), consci della loro solitudine nel sistema delle cose, diversi dall’entourage comune, fuori luogo nel loro tempo. Adoro immaginare John e Howard guardare assieme il magnifico spettacolo di gigantesche nuvole bianche che si addensano all’orizzonte, là ove un uomo può essere davvero libero…

Arnold Schwarzenegger e John Milius sul set di Conan il Barbaro

Conan ha conosciuto una vita a fumetti che ancora oggi è viva e vegeta (anche se non sempre arriva in Italia): credi che il cimmero disegnato sia più fedele all’originale rispetto ai film (e telefilm) girati?

Be’, non dimentichiamo che l’intera saga narrativa howardiana dedicata a Conan è stata più volte tradotta in vignette nel corso degli anni, a partire da Barry Windsor Smith, passando per John Buscema e Ernie Chan, arrivando fino al recentissimo Gary Nord, quasi sempre in modo fedelissimo al testo scritto. Il fumetto ha anche contribuito ad allargare i confini dell’Era Hyboriana, introducendo personaggi interessantissimi come Red Sonja (mutuato da un racconto storico di Howard) o il guerriero stregone Zula, rinsaldando i legami con altri eroi seriali come Kull di Valusia, addirittura Solomon Kane…

Muovendosi attraverso il genuino canone howardiano il fumetto è stato davvero fedele ai sogni e le visioni di Howard, impreziosendoli il più delle volte. Poi ha anche strafatto: pensiamo ai “What if…” con improbabili incontri di Conan con supereroi come Spiderman, Wolverine, Capitan America, Thor… Certo la dimensione fumettistica ha contribuito moltissimo ad installare nell’immaginario collettivo il personaggio, così come è comunemente riconosciuto.

Jason Momoa, il nuovo Conan (© 2011 Lionsgate)

Inseguimenti a cavallo, assalti alla diligenza, arrembaggi coi pirati, scene d’amore con tanto di musica d’atmosfera: nell’ultimo “Conan” cinematografico c’è davvero di tutto… manca solo Conan, no?

Più precisamente, manca Howard. È tutto qui il problema. È sempre mancato, in ogni riduzione cinematografica, tranne quella di Milius, dove però era presente in forma sublimata. Ma forse intendevi un’altra cosa, con la tua domanda. Ricordiamoci che lo stesso Howard, quando scriveva negli anni Trenta, era solito prendere ispirazione dal cinema del suo periodo, soprattutto da pellicole avventurose ed esotiche come “Il ladro di Bagdad”, “Zorro”, “Robin Hood”, interpretate da attori come Douglas Fairbanks e dirette da Cecil B. De Mille, Fred Niblo, Michael Curtiz, Raoul Walsh… Nella sua rutilante immaginazione trasfondeva poi tutto nella mutevole e variegata Era Hyboriana, dove era possibile capire in precedenza, sulla base della connotazione geografica degli scenari dei racconti, se si sarebbe trattato di un racconto dalle atmosfere da Mille e una Notte, western, cappa e spada, avventura esotica, thriller, horror… Un bel patchwork di elementi differenti, spesso in contrasto tra loro ma perfettamente oliati dalla trascinante capacità di scrittura di Howard e dal suo credere fermamente in ciò che faceva. I suoi mondi sono reali proprio per questo, per questa capacità di renderli vivi, tridimensionali, anche con poche incisive pennellate. Perciò se in un film di Conan ravvisi tanti generi che vengono a confluire in uno, quello propriamente del fantastico, non è cosa negativa… se fatta bene. Se fatta con lo spirito di Howard. Altrimenti sì che è un bel paciocco… e quest’ultimo Conan è un bel paciocco.

Anche i detrattori più incalliti apprezzano però l’interpretazione di Momoa: tu che ne pensi? E visto che siamo barbari, non temiamo un confronto con Schwarzenegger

Forse l’apprezzano perché il film è così brutto che quel che si salva, a forza, va cercato proprio nell’attore protagonista, che comunque è ben lungi dal fare un Conan howardiano. Lo ricorda in certe frasi, desunte dai racconti originali, in certi atteggiamenti spavaldi, in un mood tenebroso e accigliato, in una sornioneria che rivela scaltrezza sotto l’aspetto di barbaro non civilizzato. Però poi vedi primissimi piani di occhi castani, al posto «dei vulcanici occhi azzurri», fronte aggrottata e prominente alla klingon incazzato, ammiccamenti oculari tipo Mel Gibson, americani anzichenò…

Ti dirò, non è che mi importi moltissimo sapere chi possa interpretare meglio Conan, se Schwarzenegger o Momoa… se tale interpretazione non rispecchia l’originale narrativo. Tra i due preferisco ancora Schwarzenegger, senza essere poi suo fan. Mi sarebbe piaciuto vedere nei panni del cimmero, a suo tempo, il caratterista Sonny Landham, che faceva l’indiano sensitivo nel primo “Predator”: c’è una scena dove scoppia a ridere che mi ha ricordato alla grande proprio Conan…

I due Conan: Arnold Schwarzenegger e Jason Momoa

Il serpentone verso la fine ti sembra una citazione del “vecchio” Conan?

Il film è strapieno di citazioni, copia e incolla, spesso solo copia e basta. No, non ho ravvisato in quella sequenza una citazione o un omaggio particolare del film di Milius. È solo un inevitabile e gratuito sfoggio di CGI, di rigore in questi tempi. Non mi è neppure sembrato ben fatto, in realtà, come tutti gli altri effetti digitali del film, goffi e stravisti.

Curiosa poi l’idea della nave che viene trasportata “a mano” per terra, derivata direttamente da “Uomo bianco, va’ col tuo Dio” di Richard Sarafian, per non parlare del “Fitzcarraldo” di Werner Herzog.

La corsa con le uova a cui i giovani cimmeri devono sottostare come rito d’iniziazione ha dei riscontri in Howard o si rifà semplicemente ad una scena straordinariamente simile in “Rapa Nui”?

Ovviamente non ha nessun riscontro con Howard, che non si è mai soffermato sull’infanzia di Conan. È una sequenza imbarazzante, non solo perché clone di quella vista in “Rapa Nui”, ma perché fa venire in mente le nostrane sagre paesane più che un nordico rito di iniziazione. Insomma, ma chi può immaginare dei cimmeri che per conquistarsi l’onore di combattere non devono rompere un uovo di corsa?

Anche il seguito della scena, con i pitti che sembrano uroni del Nord America, mi ha lasciato alquanto indeciso se star male o scoppiare a ridere. Vero è che Howard stesso nel racconto conaniano “Oltre il fiume nero” intese rievocare gli scontri tribali tra cimmeri, pitti e aquiloniani come ancestrale retaggio delle lotte tra coloni e nativi d’America, ma qui è grottesco…

In generale, quindi, come ti è sembrato questo nuovo film?

Una boiata, purtroppo e prevedibilmente. Sembra che nulla funzioni, né nell’insieme né considerando singole parti. La storia è di una banalità spaventosa, riesce quasi a far sembrare un capolavoro il sequel di Richard Fleischer “Conan il distruttore”, che pure era già di suo un innocuo fumettone. Inutile in quanto non innovativa la parte sull’infanzia di Conan, dove già si comincia a ridere tra uova e pitti-mohicani, tremenda la nuova “filosofia” della spada del padre di Conan, e poi di male in peggio, con situazioni trite e ritrite, esasperazione di una violenza comunque “finta”, un continuo e totalmente insensato mulinar di lame da parte del barbaro, pure a cavallo durante un inseguimento, ma sarebbe lungo proseguire ad evidenziare pecche. Mi ha dato l’idea di un filmetto del venerdì sera, già evaporato nel ricordo il sabato successivo.

Non so proprio cosa poter evidenziare in senso positivo: le musiche sono ininfluenti, le location squallide, i caratteristi amorfi, il ritmo fracassone e monocorde al tempo stesso, il finale telefonato. E tutto questo senza voler fare paragoni coi precedenti, perché così la cosa diventerebbe pure divertente. Ma ti dirò cosa è davvero fallimentare in questo film, e che invece decretò il successo di quello di Milius, oltre alla già citata immedesimazione alla materia trattata tipica del regista e dello scrittore. Qui manca l’afflato epico dell’avventura, l’idea di stare vivendo, con le parole di Milius «qualcosa di grande». Quella solennità dell’impresa, quell’ariosità spettacolare dell’immagine, quella colonna sonora “drammatizzante”, quel verismo di ambientazioni, quella fisicità di ruoli che fecero del film di Milius un vero cult-movie. Il vero senso dell’avventura, avventura epica ancor più che fantastica (genere quest’ultimo poco simpatico a Milius e infine abbandonato pure da Howard, che prima di morire decise di dedicarsi esclusivamente al western).

Nel film di Nispel non c’è nulla di tutto questo, sembra raffazzonato alla meglio, i cambi di ambientazione rivelano una singolare monotonia di location, si parte dalla Cimmeria, si attraversa Zingara, si arriva in Hyrkania con una colpevole faciloneria che avrebbe fatto ridere pure Emilio Salgari, esperto in trasferimenti “lampo”, e con questo si serve pure Howard, due veloci citazioni nominali e tanti saluti. È un film disonesto nei confronti di Howard, e fin qui era palese aspettarselo, ma anche nei confronti del pubblico, perché serve piatti insipidi, rancidi e forse pure scaduti. E rivela impietosamente l’incapacità di stupire dell’attuale heroic fantasy cinematografica. Forse se si fosse intitolato “Tarazum il barbaro” sarebbe stato meglio, almeno gli spettatori avrebbero potuto dire «una cazzatina, sì, simpatici però quei richiami o omaggi a Howard, in alcune scene, in alcuni atteggiamenti del protagonista».

Concludo, individuando forse il solo aspetto positivo del film di Nispel, quello che più ho gradito e giusto per non essere il solito tetro talebano: la parola “Fine”. Sperando sia tale.

Photo by Simon Varsano (© 2011 Lionsgate)

L.

P.S.
Intervista apparsa originariamente su ThrillerMagazine il 26 agosto 2011.

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Pubblicato da su gennaio 4, 2018 in Interviste

 

Il diaboliKo Miki Moz

Come già anticipato dal comunicato Astorina, oggi – 1° dicembre 2017 – esce in edicola il numero 850 di “Diabolik“, un’avventura speciale per festeggiare i 55 anni del personaggio.

La settimana scorsa ho rispolverato un’intervista d’annata al disegnatore Matteo Buffagni, oggi invece presento un’intervista diaboliKa fresca fresca ad un grandissimo lettore appassionato del personaggio: Miki Moz, del blog Moz O’Clock, «il blog nerd, geek, retro & pop».

Miki Moz e Diabolik


Moz O’Clock è il tempio del pop di ogni età: qual è il tuo rapporto con i fumetti?

Ho imparato a leggere, coi fumetti. Mi sono anche appassionato alle lingue straniere, coi fumetti. Direi che sono l’espressione artistica più importante della mia vita.

Compie 55 anni il Re del Terrore, l’unico fumetto nero sopravvissuto ad una “stagione selvaggia“: da quanto tempo lo leggi regolarmente?

Lo leggo regolarmente da quando avevo otto anni circa. Lo colleziono, però, dal giugno 1996. “Cento guerrieri d’oro” è l’albo con cui ho iniziato ufficialmente la collezione.

Secondo te qual è il segreto di Diabolik, l’elisir della sua lunga vita?

Il segreto è cambiare restando uguale e fedele a se stesso. Diabolik vive una sorta di eterno presente naïf. Funziona anche perché non è mai sfociato nella volgarità, né verbale né disegnata. Nemmeno suggerita.

Preferisci la “prima versione”, con il signore del male che uccide tutti, o la “versione moderna”, con un Diabolik attento a non fare del male?

Mi piace ogni sfumatura di Diabolik. Oggi trovo un po’ superata la fase di fine anni ’90, caratterizzata da un certo buonismo che era figlio di quel tempo. Ma era solo una fase, per fortuna.

Sapresti citarmi la storia che ti è piaciuta di più e quella che ti ha deluso di più?

Tra le delusioni, cito l’albo del quarantennale “Ritorno all’Isola di King“, perché sembrava dovesse raccontarci qualcosa – anche solo un piccolo accenno sul passato – e invece fu una sorta di bluff. La mia preferita è la doppia storia “La vittoria di Ginko / L’ultimo rifugio“, dove Eva muore, Ginko sequestra ogni rifugio e ricchezza ai due criminali, e Diabolik finisce sulla ghigliottina. Ovviamente, andrà a finire in tutt’altro modo…

Hai mai avuto la tentazione di scrivere un soggetto per Diabolik?

Certamente. La prima volta nel 1997, su due fogli protocollo scrissi una storia vera e propria ambientata in un paese sudamericano, con una piramide inca da esplorare. Ultimamente ho dato delle mie idee, ma pare non siano state prese in considerazione. In particolare, suggerivo di far apparire qualche membro della famiglia Kant, la banda di Walter Dorian, e un nuovo nemico che faccia da personaggio semi-fisso, rivale sia di Diabolik sia di Ginko. Avevo fornito anche un’idea su un bottino: essendo comparse già due Rose di Diamanti, pensavo sarebbe interessante dire che in tutto sono cinque, sparse in altrettanti continenti. Ogni tanto si poteva tirar fuori una nuova Rosa, mettendo in competizione con Diabolik anche altre bande o specialisti, in modo da aver un fil rouge continuativo sparso negli anni, con il nostro ladro intento a completare una “collezione” già annunciata.

Collezione diaboliKa di Miki Moz

Se un domani provassero di nuovo a fare un film su Diabolik, che attori vedresti nel suo ruolo? E in quello di Eva Kant?

Beh, stiamo aspettando la serie su Sky, anche se va per le lunghe (e pare essersi arenata, nonostante i nomi coinvolti…). In ogni caso, sceglierei attori misconosciuti, non credo ci siano oggi volti noti adatti ad interpretare – per somiglianza – i nostri due idoli, ma nemmeno Ginko.

Hai mai visto la serie animata tratta dal personaggio? Che ne pensi?

Ho visto la serie Saban (due giorni fa stavo pure per comprare il cofanetto DVD), non mi piace ma capisco la necessità televisiva di cambiare qualcosa. Interessante la figura di Dane, figlio di King. Per il resto, è una tipica serie occidentale per ragazzini, che di Diabolik porta solo il nome.

Per finire, hai già iniziato l’album delle figurine diaboliKe? E dove attaccherai tutti i doppioni?

Yes, comperato immediatamente e per fortuna – fino a ora – ho solo due doppioni! Non so cosa ne farò: li conservo, li scambio, li attacco su un secondo album?


Ringrazio Miki Moz per la disponibilità e, per finire, ecco alcune tavole di Matteo in anteprima del numero 850 (dicembre 2017).


L.

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Pubblicato da su dicembre 1, 2017 in Interviste

 

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Il diaboliKo Matteo Buffagni

Matteo Buffagni e una sua copertina diaboliKa (foto da postcardcult.com)

Come già anticipato dal comunicato Astorina, il 1° dicembre uscirà il numero 850 di “Diabolik“, un’avventura speciale per festeggiare i 55 anni del personaggio. Per l’occasione i disegni saranno affidati a Matteo Buffagni, che da anni cura le copertine della testata.

Il 12 dicembre 2013 ho intervistato Matteo per ThrillerMagazine per parlare del cambio di veste grafica della storica testata: ripresento di seguito quell’intervista.


Intervista a Matteo Buffagni

da ThrillerMagazine, 12 dicembre 2013

Anteprima di dicembre 2017

La storica testata “Diabolik” si rinnova con l’inizio del 2014 e presenta alcune novità nella grafica, mentre si conferma la presenza fissa di Matteo Buffagni alla cura delle copertine.

Classe 1984, proveniente dalla Scuola Internazionale del Fumetto di Firenze ed ora insegnante di Anatomia Dinamica in quella di Reggio Emilia, Buffagni dal 2011 collabora anche con la Marvel per cui ha curato svariati numeri della serie “Dark Wolverine”.

Lo abbiamo incontrato per parlare di questa sua esperienza diaboliKa.

Cominciamo con una domanda a bruciapelo: cosa si prova a curare le copertine di un personaggio storico come Diabolik?

Da grandi opere derivano grandi responsabilità! In realtà la prima sensazione che ho avuto è quella che si prova davanti ad un avvenimento fuori dalla propria portata: un misto di timore e incredulità… e forse a dirla tutta non me ne sono ancora reso conto.

Detto questo, sono chiaramente entusiasta della notizia e farò il possibile perché LUI* (*alias il direttore Mario Gomboli) non rimanga deluso.

La tua gavetta è stata lunga: vuoi parlarci delle tue “origini” artistiche?

Se per gavetta vogliamo intendere la mia passione per il disegno devo ammettere che risale ai miei primi passi, ma se parliamo di quella lavorativa vera a propria penso di potermi definire un privilegiato, dato che all’istituto artistico e alla Scuola Internazionale di Comics è seguito subito un periodo di collaborazione nello studio di Giuseppe Palumbo in quasi concomitanza con l’inizio della mia prima e unica opera francese [Vestiges, Clair de Lune 2010]; da lì, in meno di due anni, ho iniziato a collaborare con Marvel e Astorina, il resto lo sapete già.

Sappiamo che hai disegnato un personaggio Marvel estremo come Daken, il figlio di Wolverine: cosa puoi raccontarci di questa esperienza?

Fui scelto per portare a termine la serie iniziata dal nostro Giuseppe Camuncoli, con il quale ho anche avuto il privilegio poi di lavorare sia alla scuola di Reggio Emilia che su alcune pagine per “Capitan America”, e l’ho fatto cercando di rispettare sia l’impronta dark che la caratterizzazione del personaggio, ovviamente mediata dal mio stile.

È stata la mia prima esperienza alla Casa delle Idee e non posso che ricordarla come uno dei momenti più belli della mia vita, professionale e non.

Torniamo al Re del Terrore: come sei arrivato alle copertine di Diabolik?

In realtà ancora non lo so, penso che sia piaciuta molto la mia copertina del numero di luglio 2012 “Sentenze di morte”, e che forse Mario Gomboli abbia deciso di puntare sul cavallo giovane.

O forse non è così, magari dietro c’è un complotto e nulla è come sembra…

Ti chiedo un paragone forse impossibile ma di sicuro intrigante: fumetti americani e italiani, c’è differenza di fondo o è tutto nella mano del disegnatore?

La differenza a mio parere c’è e sta nel “making of”: in Italia vi sono ritmi più tranquilli e c’è una maggiore attenzione nelle revisioni, almeno per quello che riguarda la mia esperienza, rispetto agli USA, questo garantisce sempre uno standard più che buono ai lavori nostrani, anche se a volte il ritmo serrato e la maggiore permissività degli americani, soprattutto verso i disegnatori, sono stati terreno fertile per alcuni grandi artisti.

Infine, c’è qualche consiglio che ti senti di dare ai giovani disegnatori che sognano di curare future copertine?

Io consiglierei solo di mantenere un profilo basso, darsi dei traguardi ambiziosi e lavorare sodo per raggiungerli, perché nella mia breve carriera da insegnante ho notato una grande mancanza di praticità da parte dei ragazzi, mista a un’incapacità di portare a termine i propri progetti.

Quindi se volete diventare ricchi e famosi, partecipate a un reality, che in questo lavoro la strada è lunga e in salita, leggermente in salita, che non te ne rendi conto, ma ti sega le gambe, e se non si ha ben in testa l’arrivo spesso ci si perde a metà.


Per finire, ecco alcune tavole di Matteo in anteprima del numero 850 (dicembre 2017).


L.

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Pubblicato da su novembre 24, 2017 in Interviste

 

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30 giorni di notte (4) Claudio Vergnani

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Claudio Vergnani

(da ThrillerMagazine, 16 maggio 2013)

Oggi incontriamo Claudio Vergnani, l’apprezzato autore di romanzi come Il 18° vampiro, Il 36° giusto ed è ancora in libreria con I vivi i morti e gli altri: tutti targati Gargoyle Books.

Domenica 19 maggio, infine, l’autore sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino – ore 16,00, pad. 2, stand n. 138 della Gargoyle Books – per incontrare i lettori.

Un commento a caldo subito dopo la lettura di “Di nuovo notte”

Spietato. Immaginifico. Un rullo compressore.

Sei un apprezzato autore “vampiresco”: cosa ne pensi dei protagonisti succhia-sangue di “30 giorni di notte”?

Ho avuto l’impressione di creature essenzialmente sadiche ed estremamente dirette nell’infliggere sofferenza. Non ci sono vie traverse nelle loro azioni. Niente bizantinismi o crudeltà sopraffine. Aggressività, ferocia ed efferatezza, le loro carte da visita. Una malvagità pura, con la quale non è possibile scendere a patti. Non sono creature che seducono, sono creature che sbranano. Nessun compromesso, nessuna pietà. Uccidono la speranza, prima ancora che il corpo delle loro vittime. E la fine arriva con un lungo urlo di sofferenza finale.

Non trovi che nei fumetti, come nei romanzi, le storie di vampiri godano di maggior libertà espressiva e innovatività rispetto alle loro produzioni cinematografiche?

Il cinema ha molti assi da giocare – in primo luogo, soprattutto oggi, gli effetti speciali – ma di certo non tutti. Lo dimostra certa modestia e ripetitività nelle sceneggiature, credo, così anche la moda dei remake. Il fumetto può invece colmare il gap con il talento visionario del disegnatore, che spesso fa la differenza, a parità di sceneggiatura. Ma non è il caso di questo volume, che può contare non solo sull’ottimo Kieth, che cambia registro in più di un’occasione pur mantenendo sempre un’altissima efficacia (cosa abbastanza rara, quando si sperimenta. In Italia l’ho visto fare a Enoch, per esempio) ma anche su una storia a dir poco ansiogena nella sua linearità. E – magari tra le righe, sapientemente nascosta in mezzo a tanta crudeltà – anche su una sottile ironia che contrasta con l’ondata d’angoscia che trasmette.

Che ne pensi di uno scrittore come Joe R. Lansdale?

Ammetto di averlo scoperto molto tardi. Diciamo due o tre anni fa, quando un lettore paragonò un mio personaggio ad uno dei suoi. Ovviamente mi informai. Ritengo che quando non si addormenta – come capita a tutti – sia una delle poche voci originali e incisive (e fuori dal coro) che questi ultimi due decenni ci abbiano regalato. Può anche essere che le sue opere più conosciute non siano le più incisive, ma di sicuro, quando padroneggia la sua materia, è in grado di regalare gioiellini unici (vedi ad esempio Bubba Ho-Tep, per dirne uno) Nel volume in questione, il suo apporto traspare anche dalle forti, tremende figure di donne (positive e negative) che ci presenta, oltre all’idea a dir poco allucinata di far apparire nientemeno che… Il Golem nel pieno di un racconto di vampiri. Questa commistione tra il pulp e il colpo di scena efficace è proprio il suo stile. O una parte del suo stile. J

Buio, freddo e isolamento: da romanziere, non credi che siano ingredienti di prima qualità per raccontare una storia di forte tensione?

Mi viene da sorridere. Sarebbe il mio sogno.


L.

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Pubblicato da su novembre 16, 2017 in Interviste, Recensioni

 

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