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[Estate 2019] Intervista a Scilla Bonfiglioli

16 Ago

Illustrazione da “The Child’s World” di Brown, Tate e Withers

Per l’iniziativa “Estate 2019: Leggiamo italiano” ho incontrato Scilla Bonfiglioli, vincitrice del Premio Sergio Altieri che l’ha portata questo agosto in edicola con l’esplosivo battesimo di un’eroina di “Segretissimo”.


Per fare la tua conoscenza, non ti chiedo dati anagrafici ma le tue passioni: cosa appassiona Scilla Bonfiglioli e le fa scorrere il sangue nelle vene?

Tutto quello che è arte mi piace o finisce per interessarmi. Ho una formazione accademica in storia del teatro e ho lavorato in teatro diversi anni: il palco è il regno della divinità Dioniso, che in quanto a passione non ha niente da invidiare a nessuno. Anche se non lavoro più in scena o per la scena, l’amore per quest’arte non mi ha mai abbandonata.

Amo la letteratura, senza distinzione, quella di genere e i classici. Mi dispiace, anzi, che in un paese come l’Italia la narrativa di genere venga messa spesso su un gradino più basso, quando invece riesce a dimostrare di essere così vivida e vitale.

Negli ultimi anni ho sviluppato una passione viscerale per la street art: costringo amici e conoscenti a fermarsi nei posti più improbabili delle città per fotografare mostri, dèi ed eroi dipinti sui muri e che trasformano le periferie in musei a cielo aperto.

E, infine, amo le arti marziali. Ci vorrebbero mille vite per poterle praticare tutte.

Nel tuo profilo biografico su “Segretissimo” è riportato che sei praticante di aikido e karate: nella scrittura sei disciplinata come nelle arti marziali o sono due passioni che seguono vie separate?

La pratica delle arti marziali, negli anni, mi ha molto disciplinata sotto tanti aspetti. Ma non è riuscita a tenermi a bada del tutto. Non sono capace di rimanere troppo dentro a righe e forme prestabilite e se divento brava in qualche ambito, finisco sempre per sforare in un altro.

Con la scrittura, cerco di comportarmi bene: scrivo tutti i giorni, costruisco un metodo e sperimento con costanza… questo significa che sono un disastro nel resto della quotidianità.

Hai recentemente vinto il Premio Sergio Altieri, un riconoscimento legato ad un genere narrativo che molti considerano “per maschi”: cosa ne pensi della “ghettizzazione sessuale” dei generi narrativi?

Fin da bambina ho sempre letto quello che volevo e non ho mai ricevuto imposizioni dall’alto. Leggere qualcosa o non leggerla a seconda di quello che hai tra le gambe è assurdo, la cosa interessante, anzi, è leggere soprattutto quello che è più lontano da noi. Trovo qualsiasi tipo di ghettizzazione asfissiante e quando qualcuno mi dice “guarda che lì non ci puoi andare” a me viene una sovrumana voglia di farlo. Mi rendo conto che è immaturo, eh? Ci sto lavorando.

Ad agosto “Segretissimo Special” presenta il tuo romanzo spy action “Fuoco su Baghdad“: che effetto ti fa entrare in questa storica collana?

Toglie un po’ il fiato. Da anni divoro i romanzi di Stefano Di Marino, alias Stephen Gunn. Il mio racconto breve Un’ombra sulla Luna, vincitore del Premio Segretissimo nel 2017, ha avuto la fortuna di essere stato pubblicato in appendice a uno dei suoi libri – Il Professionista. Legione straniera, “Segretissimo” n. 1638 – e già quella è stata un’emozione enorme.

Inoltre la collana di Segretissimo ospita Andrea Franco, ovvero Rey Molina: un ottimo scrittore che seguo con piacere e che considero un amico. Poi ci sono Stefano Gallerani, vincitore del Premio Altieri nel 2018, e Andrea Carlo Cappi, di cui amo l’eroina Nightshade. Insomma, è stato un po’ come entrare in un luogo esotico, ma già amato e già conosciuto.

Sono davvero poche le eroine apparse nelle pagine della collana, ma Zagara riesce subito a conquistarsi il suo posto d’onore. Come ti sei trovata ad integrare un personaggio femminile in un genere che molti considerano prettamente maschile?

Se Zagara riuscisse a conquistarsi un posto nel cuore dei lettori, ne sarei più che felice. Credo che sia un personaggio che possa piacere a un pubblico maschile proprio in quanto donna. Tira le fila della propria storia, fa quello che deve essere fatto e non si tira indietro nonostante le ferite aperte. Ho cercato di modellarla un po’ come una gatta: è affascinante, disinibita e sa usare la propria sensualità come un’autentica Bond Girl, ma prima di tutto è una creatura libera.

La moda narrativa troppo spesso imperante prevede sempre il Mito delle Origini, invece tu parti subito con il tuo personaggio “attivo”, per poi raccontarci come è “nato”. È stato un tuo gusto o una precisa scelta per riallacciarti al canone storico del genere d’azione?

Volevo che Zagara potesse essere un personaggio seriale e che avesse potenzialmente una vita d’avventure infinita. Senza nessun vero inizio e senza nessuna fine, quindi. Che si partisse da un punto e che quel punto potesse essere uno qualsiasi per avvicinarsi a lei, per seguirla e per amarla.

A suo modo, però, questa potrebbe essere letta anche come una storia di origine: incontriamo Zagara da sola, dopo una vita intera con Nero. Da qui in poi, continua lei.

Nella trama ha una grande importanza la scottante questione curda che infiamma il Medio Oriente: è un argomento che ti sta a cuore o era uno scenario irresistibile per una spy story?

Il Medio Oriente, con le infinite spine che lo stringono ogni giorno e la forza che continua a dimostrare resistendo, è di certo uno scenario irresistibile per un romanzo di questo genere. Ma la questione curda è un argomento molto delicato a cui mi sono avvicinata negli anni. Le continue ordalie che il popolo curdo ha dovuto attraversare sono un pugno nello stomaco. Eppure il loro grido d’aiuto continua a non venire ascoltato da nessuno, perché non hanno niente da offrire sull’altare dell’economia globale. Non ho certo la speranza di potere aiutare granché, ma sarebbe bello se questa storia facesse incuriosire sull’argomento anche un solo lettore, che poi cercasse informazioni di altro tipo e arrivasse ad avvicinarsi a una realtà come quella curda.

I luoghi, le persone, la politica locale, il deserto… le tue descrizioni sono perfette, io dico che sei stata nei luoghi di cui parli e hai incontrato le persone che descrivi. Oppure è tutta arte narrativa?

Ti ringrazio moltissimo per le tue parole. Non sono mai stata in Iraq, purtroppo. Deve essere un posto splendido, sotto la crudeltà e le ferite che lo dilaniano. Ho cercato di studiarlo da vicino attraverso tutte le testimonianze di prima mano che sono riuscita a trovare, e ho provato a fare del mio meglio per dargli vita. Il posto più vicino a quelli che ho descritto in cui sono stata è la Turchia e ne ho un ricordo magnifico. Ho provato a ricreare quei colori e quegli odori, per la mia storia.

A proposito di esperienze “vere”: me lo consigli un sorso di Sazerac Rye Whiskey?

E come potrei non farlo? Sarebbe bello, anzi, brindare insieme.

Spero di cuore che ti commissionino subito un’altra avventura di Nero&Zagara: nel caso, hai già pronto un nuovo soggetto?

Lo spero anch’io e grazie per il tuo sostegno! Nel caso, sì, ho in mente qualcosina. Alla fine di Fuoco su Baghdad, abbiamo lasciato Zagara in sella alla sua Honda Goldwing diretta in un posto preciso, dove la aspettano un nemico potente e un luogo che ha avuto grande peso nella sua vita. Quello che potrebbe succedere quando ci arriverà è tutto da raccontare.

A luglio ti abbiamo trovata nel gruppo di autori della serie “L’ottavo peccato” (Delos Store) con il romanzo breve “L’ira del mostro“. Che effetto ti ha fatto scrivere di un personaggio da condividere con altri?

È stata un’esperienza fantastica. Ilario Belviso è nato come una creatura di Andrea Franco, che è stato il curatore della serie oltre che l’autore dell’opera che l’ha conclusa. Ilario, tuttavia, è cresciuto ed è diventato un personaggio che ha respirato e si è fatto persona attraverso otto autori diversi in un lavoro corale che ho trovato entusiasmante. Mi sono completamente innamorata di lui, delle sue mostruosità e del suo percorso. Mi piacerebbe che fosse amato dai lettori come mi ci sono affezionata io.

Un’altra tua puntatina nel thriller è “Come scatole cinesi“, racconto lungo scritto per la collana “Delos Crime” diretta da Fabio Novel. Cosa ricordi di quell’avventura di un italiano a Pechino?

Il protagonista di quel romanzo breve è Girfalco Nembi, un avvocato un po’ particolare che si trova a gestire gli affari di un cliente italiano in Cina. Mentre è impegnato nelle terre d’Oriente, il suo giovane assistente si barcamena, dall’altra parte del mondo, di un intrigo criminale che collega i due paesi.

Per la stesura di questo racconto lungo ho beneficiato dell’esperienza di un caro amico avvocato che si è trovato personalmente a gestire un evento simile a Pechino, dopo sette ore di volo e incontri con la malavita cinese che avrebbero fatto invidia a un film di Tarantino.

Girfalco Nembi e i suoi comprimari sono approdati anche su Mondadori con il racconto Pagare cara una pelle – in Giallo 24, “Il Giallo Mondadori Extra” (2013) – ambientato nel teatro anatomico di Bologna. Potrei avere in serbo qualche progetto, per loro, ma chissà.

Una tua passione è sicuramente il fantasy: risale al 2013 l’inizio della serie “L’ultima soglia” per Delos: cosa ricordi di quei quattro episodi?

Si tratta di un romanzo fantasy distribuito in quattro uscite per la collana “Fantasy Tales”, una delle mie prime pubblicazioni. È una storia che si nutre della mitologia norrena, delle leggende nordiche e dei miti delle loro divinità. Si sviluppa tra il mondo dei vivi e quello dei morti ma, soprattutto, ci si intreccia in mezzo. La morte è il più grande mistero esistente per chi è in vita e i protagonisti sono spinti a trovare la chiave non per risolverlo, che è impossibile, ma per accettarlo più serenamente possibile.

Nel tuo curriculum non manca certo l’horror, con la tua partecipazione alla saga “The Tube” di Franco Forte: com’è stato partecipare ad un universo horror già pre-impostato?

Sono una grande fan di “The Walking Dead”. Sì, anche adesso che se ne è andato Rick Grimes e che la stanno tirando per le lunghe, non posso farci niente. Quando mi è capitato di partecipare alla stesura di uno (poi sono diventati due) degli episodi di The Tube ero alle stelle.

Mi sono trovata a lavorare da sola, ma su un pacchetto di personaggi, trame e sottotrame in condivisione con chi già aveva scritto prima di me e di cui dovevo necessariamente tenere conto. Ho giocato a riempire un punto vuoto, in particolare, tornando alle origini dell’immaginario dello zombie, quindi recuperando i miti di Haiti, soprattutto nella figura del bokor, che gli zombie li governa. È stato un esperimento intrigante di sicuro.

Infine una domanda multipla per dare un consiglio estivo ai nostri lettori: un posto da visitare in vacanza, un film da vedere (o rivedere) e un libro da leggere, oltre ovviamente ai tuoi.

Questa domanda è la più difficile! Provo.

Giappone, dove vorrei tanto andare io e non ci sono ancora riuscita; The Old Man and The Gun (2018), il canto del cigno di Robert Redford che ho adorato, soprattutto in lingua originale; e E dopo tanta notte strizzami le occhiaie (2019), di Andrea G. Pinketts, che è semplicemente geniale, come da G lì in mezzo.


Chiudo ringraziando Scilla Bonfiglioli per la disponibilità.

L.

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Pubblicato da su agosto 16, 2019 in Interviste

 

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