RSS

Archivi categoria: Recensioni

Guida al cinema di spionaggio (2018)

Dopo aver presentato degli spunti di una storia narrativa spy in Italia, non poteva lasciarmi indifferente l’uscita di un corposo saggio dal titolo irresistibile: Guida al cinema di spionaggio, edito da Odoya nella stessa collana in cui umilmente ho parlato di wuxipian, ma soprattutto scritto da Stefano Di Marino, un vero “Professionista” dello spy in Italia!
Ecco la pagina ufficiale Odoya del saggio disponibile anche su Amazon.

Da più di vent’anni il milanese Di Marino scrive a spron battuto romanzi e racconti spy action – anche con lo pseudonimo Stephen Gunn – e chi lo conosce sa che da sempre è un fortissimo appassionato di cinema di genere di ogni età, quindi sarà perdonato il mio giudizio personale nel definirlo fra le persone migliori a trattare l’argomento.
In queste 500 pagine Di Marino dà un’ampia panoramica di un genere cinematografico che ogni volta che è stato dato per estinto è tornato in auge, più forte che mai.

Più sotto riporto un’intervista esclusiva con Di Marino per parlare del suo nuovo saggio e del suo lavoro, ma prima ricordo che ogni tre mesi esce in edicola un volume antologico dal titolo “Il Professionista Story“, un’opera che sta riproponendo in ordine tutti i romanzi firmati Stephen Gunn usciti nella collana “Segretissimo” (Mondadori), con in più inediti e tante sorprese.

Ringrazio l’autore per la disponibilità e partiamo per il viaggio nell’universo spy.


La trama ufficiale

Il cinema di spionaggio è entrato nell’immaginario collettivo con la figura di James Bond, ma ha una storia molto più antica e complessa. Questo libro ne ripercorre le vicende con piglio agile e narrativo attraverso un itinerario seguito cronologicamente, con capitoli specifici dedicati a personaggi e fenomeni di rilievo, senza dimenticare il cinema asiatico e la commedia.

Dalla carriera folgorante di 007 e l’opera del suo autore Ian Fleming allo spionaggio più intellettuale e letterario di John le Carré, senza dimenticare i film interpretati da icone del genere come Michael Caine e le serie di successo, da Mission: Impossible a Jason Bourne, sino alle recenti pellicole di American Assassin (2017) o Red Sparrow (2018) e allo sviluppo del genere in film come Blackhat di Michael Mann (2015), che individua nel cyberterrorismo l’ultima frontiera del filone. Ma l’universo dello spy movie offre anche molte altre varianti con pellicole di qualità dirette da grandi registi che, almeno una volta, si sono cimentati nel filone.

Da Mata Hari alle spie dell’OSS durante il secondo conflitto mondiale, dalla Guerra Fredda alla caccia a Osama Bin Laden, il cinema di spionaggio ha seguito la cronaca, mescolando i temi del Noir, del racconto d’avventura esotica; un genere cinematografico che rappresenta il nostro sguardo verso un mondo oscuro e affascinante che accompagna l’attualità e la Storia.

Un testo indispensabile per ogni appassionato ma anche una guida esaustiva per chi ricorda solo le figure più note del genere e desidera approfondirne la conoscenza.


L’incipit dell’introduzione:

Una missione molto speciale

Scrivo spy story da quando ero adolescente. La passione nacque in maniera che potrei definire casuale o fortuita ma, ora che ci penso, forse era destino così. Sin da ragazzino sono stato un avidissimo lettore di fumetti e romanzi d’avventura. A dodici anni avevo già terminato tutti i romanzi di Emilio Salgari disponibili (in un tempo in cui venivano spesso ristampati). In particolare ero affascinato dai cicli dei Pirati della Malesia e da quelli orientali. Da lì nasce la mia passione per l’Asia, coltivata con innumerevoli viaggi, libri saggistici e romanzi, per le arti marziali e la fotografia di luoghi lontani. Cercavo qualcosa che potesse sostituire il mio desiderio di esotismo… e di erotismo. Dopotutto l’adolescenza era alle porte e certe esigenze cercavano sfoghi, ancor prima fantastici che reali.

Così mi capitò per caso di scovare (abbastanza ben nascosto ma non inviolabile) un cassettone in casa dei miei genitori che raccoglieva la collezione di “Segretissimo“, rivista popolare dedicata a tanti eroi costruiti sul modello di James Bond, che all’epoca furoreggiava nelle sale cinematografiche, e illustrate dal padre di un mio amico, Carlo Jacono, che ha dato corpo all’icona del romanzo di spionaggio: la donnina seminuda con la pistola accompagnata da uno sfondo esotico e qualche scena di azione. Tutto un mondo nuovo che si apriva davanti a me.

Dopo qualche insistenza e il vaglio della “censura familiare”, ebbi accesso a quella straordinaria biblioteca che diventò il punto di partenza per scoprire il mondo della spy story in tutte le sue sfumature. Sempre “casualmente”, in quel periodo, assistetti a una riedizione estiva di 007: Si vive solo due volte con Sean Connery. C’era l’Oriente, un protagonista carismatico, le arti marziali, scenari e coreografie mozzafiato e, devo ammetterlo, una magnifica sequenza in cui il protagonista metteva a nudo (lasciando intendere un più ardito proseguimento…) la magnifica schiena di Karin Dor, sussurrando «Cosa non farei per l’Inghilterra». Di colpo tutte le mie fantasie e pulsioni creative di quegli anni trovarono una direzione.

Pur coltivando un interesse generale per la narrativa popolare, la spy story divenne la mia “Via”. E così, dai primi racconti scritti su quadernetti a righe, a quelli battuti sulla prima Olivetti Lettera 22 sino al computer, sono arrivato qui a quasi ventitré anni di romanzi di spionaggio pubblicati su “Segretissimo” solo nella serie de II Professionista e tantissime altre storie del genere. Sempre con un occhio alla narrativa scritta ma soprattutto al cinema. Un medium che ha esaltato e ridefinito le regole di questo filone e ancora oggi, con cambiamenti e mutamenti di rotta, ci regala ogni anno alcune magnifiche storie d’avventura, d’intrigo ed emozione.


Intervista esclusiva a Stefano Di Marino

Conoscendo la tua passione per il genere, 500 pagine mi sembrano poche! Cos’hai provato a condensare in un saggio conoscenze che ti porti dietro da una vita?

Missione difficile! Scherzi a parte, 512 pagine sono un bel malloppo. Ho messo davvero tutto quello che ho amato nel genere e anche di più. Mi sarebbe piaciuto scrivere una parte sulle serie TV e i fumetti dedicati allo spionaggio, ma sarebbe diventato un libro di 1.000 pagine e sarebbe stato davvero troppo. Io credo che ci sia veramente un pezzo della mia vita, della mia passione. Tengo a precisare che i film citati li ho tutti e li ho anche rivisti tutti. Sono veramente orgoglioso anche di aver potuto dedicare lo spazio che meritavano agli scrittori che hanno ispirato il genere.

Ogni volta che la narrativa di genere viene data per spacciata, torna in vita più forte di prima. Ti è mai successo di sentirti dire che scrivi di argomenti “passati di moda”?

Continuamente. La mia è una lotta costante contro queste idee che circolano nel mondo dell’editoria per favorire questa o quella corrente che vanno di moda anche a scapito del mercato. Io credo fermamente che l’editoria si faccia con i buoni libri, con quelli originali e quelli che sanno percorrere in modo intelligente strade classiche. Non credo nella pedissequa riproposta dei cloni del successo del momento. E finiamola di dire che gli uomini non leggono. Chiedetevi un po’ chi sono i lettori che collezionano tutti i libri del loro autore preferito, spendendoci anche molti soldi? La narrativa di genere non è né maschile né femminile, è un intrattenimento per tutti che non segue le mode. Per cui a volte si ripropongono filoni ritenuti morti e che invece non lo sono e a volte si tentano strade nuove. Con la consapevolezza che anche un pulp è un’opera che richiede creatività.

Hai scritto di ogni genere e non ti sei mai tirato indietro davanti ad una sfida: accetteresti quella di scrivere per il cinema di spionaggio? E che tipo di film scriveresti?

Scrivere per il cinema era il mio sogno. Il cinema italiano è morto. Dieci anni fa scrissi un soggetto per Dino De Laurentiis… Non gli andava mai bene nulla, e forse non sapeva bene cosa voleva. Alla fine, dopo 36 revisioni, mi prese un soggetto che pagò regolarmente (Dino era un signore) ma che non contrattualizzò né fu realizzato. Fine della discussione. Se potessi mi piacerebbe scrivere un film del Professionista. Ma un fuori serie, slegato dai romanzi, perché cinema e libri sono cose un po’ diverse. Una storia di spionaggio attuale, ritmata, lontana dai modelli classici. Mi piacerebbe avere Jeffrey Dean Morgan. Una storia di spionaggio tra Europa e Iran, magari…

A fine saggio fornisci i titoli di 10 film e 10 romanzi da leggere assolutamente: quanto ti è costato stringere la rosa dei candidati a così pochi titoli? C’è qualche film o romanzo rimasto fuori dalla lista che ti va di citare qui?

È stata davvero la prova più difficile. È una scelta per neofiti, giusto per introdursi all’argomento. Chi ama il genere e magari ha la pretesa di scriverlo dovrebbe vedere TUTTO!

Il tuo personaggio storico, Chance Renard, è l’unico eroe d’azione “lettore”, e nel corso dei suoi 23 anni di vita ci ha spesso citato i libri che stava leggendo. Cosa ne penserebbe il Professionista di questo saggio sul cinema spy? Se lo porterebbe in missione o è troppo pesante?

Io credo che se lo leggerebbe a casa (a Gangland o a Parigi) per una serata di relax…le storie, però, le ha tutte nel cuore…

Il presidente Trump sta regalando al mondo narrativo tantissimi spunti per storie che credevamo relegate al periodo della Guerra Fredda, se non addirittura al puro complottismo. Per caso nel tuo cassetto c’è pronto qualche soggetto nato grazie alla politica estera di questo presidente americano?

Direttamente con Trump no, ma nei prossimi romanzi (già scritti e consegnati) si parla della Brexit, della Corea del Nord e in un lavoro che sto ultimando adesso c’è una bella escursione a Bengasi che resta una zona caldissima. Certo ritorna la Guerra Fredda e poi ci sono i legami con il narcotraffico…

Nel saggio non ho trovato i fumetti, e in fondo i grandi titoli spy a vignette non hanno mai trovato una efficace distribuzione nel nostro Paese. Pensi che questo medium in Italia non sia forte a sufficienza nel campo spy? Avresti qualche titolo ghiotto da consigliarci?

Come dicevo non ho potuto per ragione di spazio parlare anche di fumetti spy. Ma ce ne sono moltissimi, soprattutto all’estero. Le serie XIII, Alpha, Largo Winch (che ha avuto due film e una bella serie di romanzi pubblicati da “Segretissimo” nei tempi eroici) sono solo esempi. A tutti consiglio la serie di avventure su 007 pubblicate dalla Panini, sono ottime.

Per finire, tanti vorrebbero di diventare scrittori per professione, di potersi cioè mantenere con la scrittura e non relegarla al “tempo libero”. Che consiglio daresti a quanti sognano di intraprendere questa professione?

Armatevi di pazienza, determinazione e passione. Purtroppo il momento editoriale è durissimo e la crisi ha portato gli squali nelle nostre acque… ma se, come me, avete davvero una passione per la scrittura e non solo per vedere il vostro nome in copertina, ce la farete.


Il sommario del saggio:

  1. I ferri del mestiere
  2. Dai primi del XX secolo alla Seconda guerra mondiale
  3. Spie in guerra. Infiltrati, sabotatori, eroi per forza
  4. La Guerra Fredda
  5. DOSSIER CONFIDENZIALE 1
    Il cinema di John Le Carré
  6. La spia diventa eroe
  7. MISSIONE SPECIALE 1
    Il cinema di James Bond. Il mito di 007
  8. DOSSIER RISERVATO PER SUA MAESTÀ
    L’anti Bond. Il cinema di spionaggio con Michael Caine
  9. DOSSIER CONFIDENZIALE 2
    Il cinema di OSS117 e SAS. Personaggi letterari e film
  10. I Jamesbondoni e tutti gli altri
  11. Terroristi, spie, complotti e Medio Oriente
  12. DOSSIER RISERVATO PER IL PRESIDENTE
    Jason Bourne. Il cinema tratto da Robert Ludlum
  13. Il cinema di Mission Impossible
  14. Il cinema di Tom Clancy
  15. Il cinema di spionaggio fino all’11 settembre
  16. MISSIONE SPECIALE 2
    Il cinema della guerra al Terrore
  17. Tutte le spie del nuovo millennio
  18. DOSSIER CONFIDENZIALE 3
    Il cinema di spionaggio asiatico
  19. Il cinema spy diventa combat
  20. Il cinema delle spie tra commedia e risate
  21. CONCLUSIONE
    Rapporto di fine missione
  22. APPENDICE 1 – SPIONAGGIO E CINEMA
    10 film da vedere per capire il genere
  23. APPENDICE 2 – SPIONAGGIO E LETTERATURA
    10 romanzi da leggere per capire il genere
  24. Elenco dei film citati

Guida al cinema di spionaggio
ISBN: 978-88-6288-455-6
Pagine: 512 
Brossura con bandelle
Formato: 15,5×21 cm
Data di pubblicazione: Marzo 2018
Editore: Odoya
Tutti i libri dell’ autore: Stefano Di Marino

Inoltre vi ricordo:


Guida al cinema fantasy
ISBN: 978-88-6288-419-8
Pagine: 336 
Brossura con bandelle
Formato: 15,5×21 cm
Data di pubblicazione: ottobre 2017
Editore: Odoya
Tutti i libri degli autori: Andrea LazzerettiGian Filippo PizzoWalter Catalano

L.

– Ultimi post simili:

Annunci
 
5 commenti

Pubblicato da su maggio 14, 2018 in Interviste, Recensioni

 

Tag:

L’enciclopedista criminale torna in libreria

Scopro che la casa editrice Adelphi porta da questo aprile in libreria il saggio “Il professore e il pazzo” di Simon Winchester con la traduzione di Maria Cristina Leardini: cioè la non dichiarata riproposizione dello splendido The Professor and the Madman (1998), già edito da Mondadori nel 1999 con il titolo “L’assassino più colto del mondo“, con la traduzione di Cristina Leardini. A quanto pare è bastato aggiungere un “Maria” alla traduttrice per farlo sembrare un testo nuovo…

In realtà questa operazione di recupero credo sia dettata dal fatto che è in lavorazione il film The Professor and the Madman, scritto e diretto dall’iraniano Farhad Safinia, con Sean Penn e Mel Gibson nei ruoli protagonisti. Questo mi spinge a ripescare una mia vecchia recensione, scritta dopo l’appassionante lettura del testo di Winchester, per rinfrescare l’incredibile storia. Che, come tutte le incredibili storie, non è vera…

Secondo voi chi fa il professore e chi il matto?


La nascita dell’Oxford Dictionary

Il 29 gennaio 1884 è una data che meriterebbe di essere ricordata con una particolare enfasi: è la data infatti dell’uscita della prima dispensa dell’Oxford Dictionary of English.

Tutti noi, bene o male, abbiamo un dizionario in casa e lo diamo per scontato. Ma prima di quella data nessun inglese possedeva un dizionario, per il semplice fatto.. che non esistevano! Noi in Italia avevamo il Dizionario dell’Accademia della Crusca sin dal Seicento (sebbene sicuramente non si trovasse nelle case di tutti), ma gli altri Paesi ne erano sprovvisti.
Fior fiore di pensatori e letterati avevano già creato delle proprie “raccolte di parole”, sia per aiutarsi nella scrittura sia per amore della lingua, ma non erano veri e propri dizionari. Solo nel 1857 venne lanciato un progetto dalle dimensioni titaniche: raccogliere TUTTE le parole della lingua inglese, con TUTTI i significati che queste potevano assumere.

Fu James Murray a portare a termine quest’opera immane, durata vari decenni.

Mel Gibson nei panni di James Murray
© VIPIRELAND.COM

Il professor Murray adottò un metodo semplice ma geniale. Grazie ad accordi con varie biblioteche, raccolse migliaia di volumi e fece pubblicare degli annunci su giornali: a chi avesse voluto aiutarlo, Murray avrebbe spedito a casa un volume chiedendo all’interessato di leggerlo, segnarsi tutte le parole e tutti i significati di queste all’interno del testo, e rispedire il tutto a Murray stesso.

Per l’occasione Murray costruì una piccola bacheca di legno in grado di accogliere qualche centinaio di schede: tanto più di quelle non si aspettava di riceverne, dai solerti volontari. Possiamo immaginare il suo stupore quando nei primi mesi del progetto si vide inondare casa di migliaia e migliaia di schede!
L’adesione a questo progetto fu enorme, e Murray dovette assumere del personale per gestire tutte le schede che arrivavano e spedire i libri.

Nel corso degli anni, fra i tantissimi collaboratori del progetto, ce n’era uno che spiccava di gran lunga: il dottor William Minor.

Sean Penn nel ruolo del dottor William Chester Minor

Le sue schede erano sempre tante e perfette: non necessitavano di correzione e finivano subito nel Dictionary. Murray iniziò un rapporto epistolare con Minor, trovandolo una persona colta e di buona conversazione. Dopo l’uscita della prima dispensa, Murray decise di incontrare di persona l’uomo che più di tutti aveva contribuito alla stesura dell’Oxford Dictionary.

Murray viaggiò fino al paese di Minor e, seguendo le indicazioni ricevute per lettera, entrò in una grande e lussuosa villa. Il maggiordomo lo scortò fino allo studio del padrone, e qui Murray prese subito la parola, rivolto all’uomo alla scrivania. Dopo essersi presentato, disse subito: «Sono profondamente onorato di incontrarvi, professor Minor».

L’uomo alla scrivania guardò allibito Murray, e gli rispose che era desolato ma c’era stato un errore increscioso: lui era il direttore del manicomio criminale, nel quale William Minor era rinchiuso da vent’anni!

James Murray

Questa storia, come si seppe in seguito, è troppo perfetta per essere vera. Infatti fu inventata da un giornalista nel 1915 per raccontare la nascita dell’Oxford Dictionary. Non cambia però la sostanza dei fatti: William Minor, sebbene avesse contribuito in grandissima parte alla stesura del Dictionary, era stato condannato ad essere rinchiuso a vita in un manicomio criminale. In guerra, infatti, il suo sistema nervoso era crollato e tornato a casa mostrò subito segni di squilibrio nonché manie di persecuzione. Quando in preda al delirio sparò ad un uomo, uccidendolo, il tribunale decise che non poteva essere lasciato in libertà.

Nella sua piccola cella, nel corso degli anni, Minor aveva raccolto un’infinità di libri, comprati per corrispondenza o donati da associazioni umanitarie. In un giornale aveva letto dell’iniziativa di Murray e visto che di tempo ne aveva a volontà, vi aveva aderito anima e corpo.

Murray e Minor si incontrarono in realtà sei anni prima della storia inventata, e da allora divennero buoni amici, partecipando così ad una fra le più ardite iniziative editoriali di sempre. Un’iniziativa titanica che in fondo poteva essere portata avanti solo da due pazzi: uno per i libri, l’altro… pazzo vero!


L.

– Ultimi post simili:

 
10 commenti

Pubblicato da su aprile 6, 2018 in Indagini, Recensioni

 

Annientamento (2018) La crisi della ragione cartografica

Ci sono una biologa, un’antropologa, una topografa e una psicologa… No, non è l’inizio di una barzelletta, bensì di una delle storie più sorprendenti del millennio.
Queste quattro donne non sanno come sono arrivate nell’Area X, ma io so come ci sono arrivato… e soprattutto grazie a chi ci sono arrivato.

Ho l’esigenza fisica di commentare con passione e a fondo il romanzo Annientamento (Annihilation, 2014) di Jeff VanderMeer, ma non me la prenderò se vorrete saltare questa parte (sebbene vi perderete degli spunti che vi invito ad approfondire). Per comodità metto un indice così potete girare meglio per la pagina.
Sottolineo che solamente un 10% del romanzo è finito (male) nel film, quindi raccontando del libro non vi rovino alcun colpo di scena del film. (Anche perché i colpi di scena lì sono talmente banali e scontati che è impossibile rovinarli!)

Tutte le citazioni del romanzo sono tradotte da Cristiana Mennella, a cui vanno i miei complimenti: non dev’essere stato facile tradurre un testo così particolare.


Indice:


Come sono entrato nell’Area X

«Voglio rendere grazie al divino
labirinto di effetti e di cause. […]
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce»

Jorge Luis Borges,
Altra poesia dei doni (1963)

La settimana scorsa Evit mi ha manda un tweet con (vado a memoria) una frase del tipo “Annihilation fa per te”, o qualcosa del genere. Io dimentico di rispondere, ma la mia risposta sarebbe stata ben poco ispirata: avrei risposto semplicemente “Cos’è Annihilation?” Dubito stia parlando di Mortal Kombat: Annihilation (1997).
Passa qualche giorno e venerdì 16 marzo leggo la recensione di Cassidy di un film di Alexa Garland che tanti aspettavano: io non lo aspettavo, neanche sapevo chi era Garland finché non ho visto il disarmante elenco dei suoi film, ma lo stesso sono rimasto intrigato. Un film distribuito da Netflix che copia dai migliori? Voglio vederlo!

Però da Cassidy scopro che è tratto da un romanzo, così in attesa di vedere il film comincio a spulciare il libro… Aspetta, ma è pubblicato da Einaudi? Da quando in qua una casa così blasonata tratta la narrativa fantastica? Gli unici Einaudi che ho letto di questo genere sono Su e giù per lo spazio tempo (1984) di Rudy Rucker – un fottuto capolavoro – e La notte del drive-in (1988) di Joe R. Lansdale – un fottuto capolavoro… Ma vuoi vedere che ’sto Annientamento potrebbe essere un buon romanzo?

Vado su Amazon e clicco sull’anteprima gratuita del romanzo.

«La torre, che in teoria non doveva esserci, affonda nel terreno in un punto appena prima che la foresta di pini neri faccia strada alla palude e poi ai canneti e agli alberi contorti delle pianure salmastre. Dietro le pianure salmastre e i canali naturali c’è l’oceano e, un po’ più in là sulla costa, un faro abbandonato. Tutta questa zona del paese è disabitata da decenni, per motivi non facili da raccontare.»

Quello che gli aspiranti romanzieri che infestano Kindle Unlimited coi loro eBook autoprodotti non hanno ben chiaro, è che un incipit scritto come cazzo si deve spinge il lettore a premere su “compra questo libro”. E questo è un incipit scritto come cazzo si deve.

C’è una torre che non c’è, c’è la foresta, c’è l’oceano e pure il faro… ma quanti altri elementi pregni di letteratura servono per capire che questo è un romanzo da leggere?
Prendo l’eBook e da allora è stata un’ossessione: da quel venerdì non sono più riuscito a vivere senza passare ogni istante disponibile a leggere sullo smartphone questo capolavoro.



Un romanzo cartografico

Un momento dopo Alice s’infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe poi fatto a uscire da quel posto.

Lewis Carroll,
Alice nel Paese delle Meraviglie (1865)

Annientamento di Jeff VanderMeer è fra le migliori opere letterarie che ho letto dall’inizio del nuovo millennio, oltre che il romanzo più squisitamente cartografico in cui abbia avuto l’onore di imbattermi.
Perché credo che VanderMeer abbia scritto la prima opera in assoluto capace di rappresentare in modo dettagliato la nuova modernità, la nuova realtà in cui noi viviamo almeno dall’inizio del Duemila. E come ogni realtà nasce da un’immagine, anche questa nuova realtà nasce da un’immagine. Nasce da una mappa. Anzi, dalla fine del dominio della mappa sulla nostra concezione del mondo.

Jeff VanderMeer e il Faro dell’Area X

Come Borges amava ricordare, G.K. Chesterton – il giallista noto per il suo personaggio di Padre Brown – in una poesia del 1927 immaginò che ai confini del mondo vi fosse un albero che è più e meno di un albero, «un albero posseduto da uno spirito», e che ai confini orientali ci fosse un’«altra cosa non precisamente uguale a se stessa, una torre per esempio, dalla forma malignamente deformata» (da A Second Childhood, in “Collected Poems”): queste figure «violente e inesplicabili» racchiudono il nostro mondo. Perciò non stupisce che la protagonista del romanzo ci racconti di una torre che solo lei vede tale, per le altre compagne d’avventura infatti è un tunnel.
Come fa una torre ad essere anche un tunnel? Vi propongo un trucco per capirlo. Prendete un foglio di carta e disegnate una torre, ora rovesciate la carta ed avrete un tunnel. C’è solo un problema: la torre non è sulla carta.

Siamo nell’Area X, una zona interessata da un misterioso Evento che ha creato un ambiente dove le leggi fisiche non sembrano più seguire il corso che noi conosciamo, e dove avvengono fenomeni dalla natura indefinibile: addirittura potrebbe trattarsi di semplice suggestione, indotta nella mente di chi entri in quell’area.
Molte missioni di volontari addestrati hanno provato ad entrare in una zona chiaramente figlia della narrativa tanto di Stanislaw Lem (il cui pianeta-oceano Solaris leggeva nella mente degli esploratori modificando la realtà) quanto dei fratelli Strugatsky (il cui Stalker e la sua misteriosa Zona do per scontato sia fonte letteraria primaria per VanderMeer), ma i più fortunati non sono più tornati indietro. Quelli che sono tornati… non erano più loro. Sembravano aver perso ogni scintilla di umanità.

Cinque donne (solo quattro nel romanzo) pronte a studiare l’Area X
(© 2018 Paramount Pictures)

Armate di fucili e pistole quanto di microscopio – ogni tecnologia digitale è vietata nell’Area X – le quattro scienziate sono state addestrate in ogni senso: la psicologa ha una serie di parole chiave per indurre ipnoticamente le sue compagne a certi comportamenti, se per caso la situazione dovesse mettersi male. E la situazione si mette male sin da subito. Perché la torre non è sulle mappe…

«La topografa e l’antropologa avevano espresso una specie di sollievo quando avevano visto il faro. La sua presenza sulla mappa e nella realtà le tranquillizzava, offriva un punto fermo. Conoscerne la funzione le tranquillizzava ulteriormente.»

Nell’Area X c’è una torre (che è un tunnel) e un faro: solo quest’ultimo è sulla mappa. Come si vede dal testo citato, la presenza sulla mappa dà sicurezza, perché l’autore ha preso quattro personaggi provenienti dalla nostra modernità, quella nata nel 1492 e in vigore fino almeno al 1969, anno in cui mentre erano tutti con la testa puntata verso la Luna e la missione americana che stava per sbarcarvi, due computer per la prima volta dialogavano fra di loro. Nessuno si accorse che quello era il vagito dell’Annientamento della nostra realtà.

Il Faro, con valenze diverse dal romanzo al film

Il geografo Franco Farinelli ci ha insegnato che quando nel 1492 Colombo partì per il suo viaggio attraverso l’oceano lasciava dietro di sé una Terra rotonda, come tutti sapevano sin dalla più lontana antichità: al suo ritorno, il navigatore portava con sé l’Annientamento. Perché da quel giorno la Terra era piatta. La Terra era ora una mappa, e tutto ciò che non era sulla mappa non esisteva.
Da allora, dall’inizio della modernità basata sul tempo e sullo spazio, la mappa è stata l’unica realtà a cui noi abbiamo guardato: l’immagine definiva il reale, la mappa definiva il mondo. E sulla mappa tutto ha un nome e tutto ha una funzione, e tutto ha una forma precisa.
Quella scintilla del 1969 invece ha portato ad un’epoca telematica dove spazio e tempo non hanno più significato, sono stati abbattuti, dove i nomi non hanno più molto valore: ciò che ci indica sono i nickname. Noi post-moderni dunque, ci informa VanderMeer, stiamo vivendo nell’Area X.

«In fondo cos’era una mappa, se non un modo per mettere in luce alcune cose e renderne invisibili altre?»

Nell’Area X il tempo e lo spazio non esistono: si può camminare per giorni in ogni direzione senza apparentemente arrivare da nessuna parte. Nell’Area X non esistono i nomi, infatti nel romanzo mai, neanche di sfuggita, viene usato un solo nome proprio: ognuno è rappresentato dalla propria funzione (cartografica). Nell’area X una torre può essere un tunnel e il faro è sempre più lontano di quello che sembra, quindi è una zona impossibile da rendere su mappa, né qualcuno ci prova. Perché in mancanza di tempo, di spazio e di nomi, la mappa non ha più alcun senso.
Ma noi siamo la cultura della mappa, ogni nostra concezione umana nasce da un’immagine scritta su carta: da millenni ogni nostra cultura nasce da parole scritte su supporti piatti, come possiamo concepire un’Area X dove la realtà sia fluida e non fissa? Rischiamo davvero di non vedere più ciò che ci circonda…

«Vedevo solo quello che avevo visto quando mi ero voltata a guardare il confine durante il tragitto verso il campo base: un nebuloso spazio bianco

Cos’altro serve per capire che le protagoniste sono finite in una mappa vuota, senza più nulla da poterci scrivere?

«Che cosa c’era al di là della mappa?»

La protagonista è giustamente atterrita: che mondo mai potrà esistere al di fuori della nostra ragione cartografica? Sicuramente sarà un mondo pieno di… meraviglie!

Alice davanti al tunnel del Bianconiglio
(Photo by Peter Mountain © 2018 Paramount Pictures)

L’Area X è il Paese delle Meraviglie e la discesa della protagonista nella Torre/tunnel è null’altro che la discesa di Alice nella tana del Bianconiglio. Ma stavolta tutto è diverso. Cosa c’era appeso alle pareti del tunnel sceso da Alice? C’erano carte geografiche, perché per quanto assurdo il Paese delle Meraviglie continuava a rispettare la modernità, a nascere da un’immagine e a dare senso alle mappe. La discesa della biologa non ha più alcun rapporto con la mappa e ciò che incontra è solo una “realtà liquida”, proprio per rifarsi ad un’espressione con cui il filosofo Zygmunt Bauman ha ribattezzato la modernità in cui noi viviamo: una “modernità liquida”.

«Camminavamo lentamente, sorreggendoci alla tabula rasa della parete destra per non perdere l’equilibrio.»

Cos’altro ci serve per capire che VanderMeer sta facendo compiere alle protagoniste una discesa che è l’esatto opposto di quella di Alice? Quest’ultima vedeva alle pareti delle mappe, le nostre scienziate invece sono costrette ad appoggiarsi ad una tabula rasa. Una tavola vuota, il nemico per eccellenza della nostra cultura.

L’ultimo avamposto moderno contro la post-modernità

Cosa esiste in questo nostro mondo moderno che sia privo di spazio e di tempo, in cui i nomi non esistano e la realtà sia costantemente “liquida”? Ovvio: il social network, in questo caso simboleggiato dal Faro. Qui infatti la protagonista trova valanghe di frasi lasciate da precedenti visitatori, strati di parole senza significato che non hanno altro valore se non per chi le ha scritte.

«Così tanti, con tanto bisogno di comunicare cose di poco conto.»

Questa è la modernità liquida, sembra avvertirci l’autore: strati di parole la cui distanza nello spazio e nel tempo non ha importanza, né il nome di chi le abbia scritte. Il Faro non è altro che un archivio di facebook, pieno di parole stratificate che nessuno rileggerà mai.
Ma la protagonista appartiene alla cultura della mappa, che non può concepire un mondo senza più corrispondenze: come cerca dunque di mantenere la propria sanità mentale? Dicendo:

«Pensai che sopra c’era tutto, e sotto non era rimasto niente.»

Quale realtà può mai corrispondere a questa descrizione? Solo la mappa può farlo, la carta sopra la quale c’è il nostro mondo e sotto la quale non c’è nulla.
Per millenni l’uomo ha lottato con “ciò che sta sotto” perché sicuramente è maligno: il prode Ulisse – il primo eroe della cultura occidentale – come è uscito dalla grotta di Polifemo, come cioè ha perpetrato un inganno ai danni di un rappresentante della cultura più antica rispetto all’eroe? Aggrappato al ventre di una pecora: stando cioè sotto ed anticipando quel concetto che nel Medioevo sarà chiamato “soggetto” (sub-iectus, “ciò che sta sotto”), e che alla cultura della mappa serve per calcolare la distanza dall'”oggetto” (ob-iectus, “cio che si vede”).
L’Area X non ha questo passato, non segue queste regole, visto che non esiste lo spazio e non c’è un sotto e non c’è un sopra, quindi non c’è né soggetto né oggetto: concetti inconcepibili per gli umani… così come gli umani sono inconcepibili per l’Area X.

Dalle varie missioni è capitato che dei membri ritornassero a casa, sebbene in realtà non sono mai tornati. Incapaci di rispondere a qualsiasi domanda, confusi e storditi, questi “ritornati” muoiono velocemente di cancro. Non sono chi dicono di essere, sono copie plausibilmente create dall’Area X che però sono “fallate”, in quanto l’entità non capisce il concetto di mappa: gli uomini che ritornano sono mappe sbagliate, cartine in cui i punti non hanno alcuna corrispondenza con il reale e quindi l’opera non ha alcun significato.

Ciò che l’Area X crede sia un essere umano
(© 2018 Paramount Pictures)

Capiamo questo sforzo (vano) di imitazione quando la protagonista trova una maschera in terra, una replica di volto umano che le “restituisce calma”.

«Quella maschera, chissà perché, mi restituì un po’ della calma che avevo perso durante la conversazione con la psicologa.»

È comprensibile quella reazione, perché la mappa è un volto, “la faccia della Terra”, come la mappa di Borges che era così complessa da finire per rappresentare il volto del proprio autore.

«Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.»
Jorge Luis Borges, Epilogo a “L’artefice” (1960)

Il volto è una mappa e quindi ci dà tranquillità, ma trovarla in terra rappresenta ben altro fenomeno: è un tentativo (fallito) dell’Area X di replicare gli ospiti che regolarmente vengono a visitarla, che è come creare una cartina ignorando ciò che si sta ritraendo e il significato dei nomi che si sta scrivendo. Il risultato è un oggetto senza senso, come appunto i “ritornanti”.

Ogni riferimento ad Aliens (1986) e alla sessualità malata di Giger credo sia voluto

Chiudo con un passo che mi rifiuto di credere sia casuale, poche righe che sono più che sicuro VanderMeer abbia ricalcato dal diario di bordo di Colombo alla data dell’11 ottobre 1492, il giorno dell’Annientamento del mondo classico, sostituito dalla modernità.
Prima di dirigersi al faro la protagonista vede un puntino luminoso provenire da quella costruzione:

«Mentre lo osservavo, il bagliore si spostò un pochino in alto a sinistra e si spense, riapparve qualche minuto dopo molto più in alto, poi si spense una volta per tutte. Aspettai che la luce tornasse, ma invano. Per qualche ragione, più la luce restava spenta, più diventavo inquieta, come se in questo strano posto una luce – qualunque luce – fosse un segno di civiltà.»

Nel buio dell’oceano, Colombo per primo affermò di aver visto terra – cioè il Nuovo Mondo – spiegando così come si erano svolti i fatti:

«L’Ammiraglio, alle dieci di sera, stando sul castello di poppa, vide una luce ma fu cosa sì poco certa che non ardì affermare essere terra […]. Dopo che l’Ammiraglio lo disse, detta luce si vide una volta o due ed era come una candelina di cera che si sopiva e si rinfocolava.»
(Diario del primo viaggio, Einaudi 1992)

Come spiegherà in seguito Colombo stesso, pensò che quella luce appartenesse alla candela di una processione, che si spengeva a tratti per via del vento. Esattamente come il navigatore, la biologa di Annientamento ha visto un nuovo mondo, quello dell’Area X, attraverso uno strumento tipico del nostro mondo, un fenomeno che nel 1492 si insinuò nella classicità spazzandola via pian piano, esattamente come l’Area X è destinata a spazzare via la modernità. Colombo ha visto un “punto di fuga”, ha cioè visto il punto dove le rette parallele – che nella geometria classica non si incontrano mai – possono incontrarsi: e possono farlo grazie alla prospettiva. Quella prospettiva che ha reso la Firenze del Quattrocento il Faro da cui si è irraggiata la modernità in ogni angolo del mondo.
La biologa vede lo stesso punto di fuga? Ovviamente no, perché lei ora si trova in una realtà dove spazio e tempo non esistono e quindi non ha senso parlare di rette parallele, che si uniscano o meno. Lei vede invece l’ultimo singulto, l’ultmo bagliore di quella luce che brillava sin dal 1492 e che ora è destinata a spegnersi.

Gli ultimi bagliori della modernità

La modernità, dove cioè il mondo è piatto, dove esiste lo spazio e il tempo, dove esistono i nomi e le corrispondenze fra soggetto e oggetto, è destinata a scomparire nella modernità  liquida in cui viviamo: una realtà digitale dove non esiste più la ragione cartografica che sosteneva il mondo, e dove dobbiamo imparare le nuove regole come tanti gatti di Schrödinger intrappolati nelle nostre scatole…

«Queste cose sono e non sono reali. Esistono e non esistono.»


«Nello spazio, cioè sulla tavola, una cosa o c’è o non c’è, o esiste o non esiste, o è disegnata o non è disegnata. Ma allora, se siamo costretti ad ammettere che lo spazio non vale più, come adesso siamo costretti ad ammettere, ciò significa una sola cosa: il ritorno di Polifemo, del mito, del globo, che sono esattamente la stessa cosa.»

Franco Farinelli,
Il globo, la mappa, il mondo (2003)



Un film minuscolo e banalissimo

Il romanzo esce nelle librerie americane il 4 febbraio 2014 e lo stesso anno la Paramount ne acquisisce i diritti. Inizia una lunga gestazione sia per la parte tecnica che artistica: VanderMeer ha tutto il tempo di pubblicare tanto il noiosissimo secondo titolo (6 maggio 2014) quando il terzo che non provo neanche a leggere (29 agosto 2014) prima ancora che entri in scena Alex Garland. Il quale fa finta di prendere il primo libro poi, quando tutti sono girati, lo getta nel cestino e comincia a scrivere una linearissima e banalissima versione fighetta de L’invasione degli ultracorpi (alieni giunti dallo spazio a replicarci) fuso con Il giorno dei trifidi (piante maligne che si replicano in mille forme), con qualche sgommata che alla lontana potrebbe far pensare ad alcune scelte visive di Stalker (1979), se vogliamo essere buoni e immaginare che alcune inquadrature ricche di detriti fusi con la natura siano un omaggio ad alcune scene di Tarkosvkij.

Signo’, so’ due etti di Tarkovskij: che faccio, lascio?

In fondo lo sceneggiatore londinese ha visto che se rifà i classici usando una fotografia “figa” e tanti bei colori pastello il pubblico sviene dal piacere. Nel 2014 ha attinto a piene mani dal racconto La casa di ieri (1952) del maestro Fritz Leiber – un uomo arriva su un’isola dove uno scienziato vive con una ragazza clonata – aggiunge noia, balletti, lungaggini inutili, tanti bei colori e paesaggi mozzafiato per tirar fuori l’inutile Ex machina – un uomo arriva su un’isola dove uno scienziato vive con una ragazza robot. Oggi è un film citato come a dire “Ammazza, è il ritorno grande genio di Ex machina” quando invece all’epoca erano tutti abbastanza concordi trattarsi di una minchiatina.
Copiare dai classici è sempre cosa buona e giusta, così Garland rifà il celebre film di Don Siegel – simbolo della paura dell’invasione comunista, cioè la base fondante della cultura americana – aggiungendo scene a cazzo per far finta di avere qualcosa a che fare con il romanzo di VanderMeer. Il che non è.

Garland mostra a VanderMeer i capitoli che ha spazzato via del suo romanzo
(Photo by Miya Mizuno © 2018 Paramount Pictures)

Il primo fotogramma di Annihilation – presentato in patria americana il 23 febbraio 2018 e trasmesso in italiano da Netflix il 12 marzo successivo – mostra un qualcosa che arriva dallo spazio e atterra su un faro: ammazza che sottigliezza! Si vede che Garland è uno di quei registi che vanno per sottrazione: sta tutto in quel detto e non detto…
A dieci secondi dall’inizio del film ci vengono snocciolati spazio, tempo e nomi: cioè tutto ciò che il romanzo NON rivela, proprio come il testo di VanderMeer non parla di UFI o “robe” venute dallo spazio.
Quello che segue è un temino scolastico con cui Garland riesce a dire cose di una banalità disarmante con la supponenza di stare inventando il cinema.

Un intero romanzo a NON parlare di UFO, e il film inizia con l’arrivo di un UFO

Garland è un ottimo regista e dal punto di vista tecnico Annientamento è uno splendido film, grazie soprattutto alla coloratissima, intensa ed inquietante fotografia di Rob Hardy, che è lo stesso di Ex machina: proprio dalla bellezza visiva di questo film nasce il problema.
Come il romanzo di VanderMeer dimostra, nella “modernità liquida” in cui noi viviamo il crollo di spazio, tempo e nomi rende inutile ogni cartina, e noi che siamo la cultura della mappa ci troviamo spaesati: ormai le immagini (cioè le mappe) non hanno più alcuna corrispondenza con quel reale che fino a poco tempo prima addirittura contribuivano a creare – la realtà è sempre nata da un’immagine, dal 1492 fino almeno alle porte del nuovo millennio – e non hanno più senso. Eppure il pubblico le ama di più.
Come dimostrano le grandi produzioni cinematografiche in maniera sempre più forte, soprattutto dalla seconda decade del nuovo millennio, l’immagine non veicola più il messaggio, come nelle mappe, bensì l’immagine è il messaggio.

Un’immagine splendida: peccato sia del tutto immotivata e inutile

Garland è sicuramente uno dei migliori cantori di questa nuova poetica, insieme a quell’altro grande paladino dell’inconsistenza che è Denis Villeneuve: sono autori che non hanno nulla da dire e non dicono nulla, perché sono moderni e quindi sanno che nulla va detto. Siamo tutti nell’Area X, nel pieno della crisi della ragione cartografica, dove ogni valore della cultura della mappa cessa di esistere e cosa rimane? Rimangono immagini senza più alcuna corrispondenza: immagini vuote. Ma belle, davvero belle. E tanto basta.

Che bella fotografia, peccato che i personaggi siano privi di forma

Per Todd McCarthy del “The Hollywood Reporter” (21 febbraio 2018) il film «è un feroce, ferale femmino-centrico aggiornamento dei grandi classici come La Cosa e Alien». Ma già Alien era femmino-centrico (female-centric)! Boh. Ovviamente il regista «dimostra una mano infallibile»: ma è una recensione o un’apologia da stampa di regime? Manca il “fiero cipiglio” poi siamo al completo.
«[Il finale] non potrete mai immaginarlo neanche se aveste visto centinaia di film di fantascienza, perché è qualcosa che non avete mai sentito prima: il bagliore». Mi sa che il “bagliore” (shimmer) ce l’aveva in testa il giornalista.

Vai con la luccicanza, il vero messaggio del film

La trametta del film è minima fino all’imbarazzo perché tanto a che serve? Una volta buttato lì un UFO, un coccodrillo, un mostrone che non c’entra una mazza ma riempie il minutaggio, supercazzole biologiche a spruzzo, fiori colorati, mitra smitraglianti e la luccicanza, che altro serve? Caffè, ammazzacaffè e poi tutti a casa.
L’importante è che tutto sia bello e soprattutto vuoto, con tanto di colpone di scena che fermati, ti dico fermati che era proprio impossibile aspettarselo, una sorpresa che purtroppo risulta scontata se uno ha visto anche solo un film in vita sua… Pure se uno nella vita ha visto solo Il maggiolino tutto matto è in grado di capire con un’ora di anticipo come finirà questo filmetto.

Questa è la nuova poetica: è bella… contrazione di beato nulla.



«La balena bianca è la Sfera, inafferrabile perché mobile, incartografabile impalcatura. E la morte di Achab, che diventa tutt’uno con la preda che insegue, prefigura la forma della fine della distinzione epistemologica tra soggetto e oggetto: la fine dell’uomo, non però per il “ritorno del linguaggio” ma perché la maglia dell’esistente (la rete) si stringe, ed esseri biotecnici iniziano a vivere.»

Franco Farinelli,
La crisi della ragione cartografica (2009)

L.

– Ultimi post simili:

 
10 commenti

Pubblicato da su marzo 23, 2018 in Recensioni

 

The Place (2017) Fotocopia splendida

Medusa Video e Warner Bros hanno da pochi giorni portato in videoteca – in DVD e Blu-ray – il nuovo film di Paolo Genovese, reduce dal grande successo di Perfetti sconosciuti (2016). Stupisce che dopo una sceneggiatura originale così splendida Genovese si sia dedicato all’antica arte italiana del “copia e incolla”, sebbene di alta qualità, così come stupisce che – sebbene sia ben noto, anche all’IMDb – né nei titoli di testa né in quelli di coda si faccia riferimento al fatto che questo è un remake… pardon, è la fotocopia di una miniserie americana. (Chi l’ha visto al cinema mi dice che su schermo ha letto la scritta “Tratto da…”, ma sulla copia in DVD non l’ho trovata: sarà stata nascosta da qualche parte?)

Il film è splendido e mi ha inchiodato dal primo all’ultimo fotogramma. Provo fastidiosa avversione per gli attori italiani perché sono totalmente incapaci di parlare senza mangiarsi parole, bofonchiare e rendersi incomprensibili in mille modi diversi, complice l’odiosa pluridecennale moda italiana dell’audio “in presa diretta”: quando qualcuno parla, perché non ci mettiamo in sottofondo tutti i rumori della città?
Questo fortissimo difetto del cinema italiano – che all’estero ignorano perché tanto possono leggere i sottotitoli – mi ha impedito di gustare quell’altra fotocopia, quella di Francesca Archibugi: “Il nome del figlio” (2015), pallida resa italiana del frizzantissimo e splendido francese “Cena tra amici” (Le prénom, 2012), sceneggiato dallo stesso autore del testo teatrale originale.

Per questo “The Place” dunque mi rifarei alla fotocopia “Benvenuti al sud” (2010) di Luca Miniero, sì fotocopia dell’originale “Giù al nord” (Bienvenue chez les Ch’tis, 2008) di Dany Boon ma riadattato e soprattutto recitato da attori che si fanno capire quando parlano. E in Italia è rarissimo.

Come mai non leggo Christopher Kubasik nei crediti?

Per paura di ricordare male, mi sono rivisto le incredibili e spettacolari cinque puntate della miniserie “The Booth at the End” (2010) scritta dal newyorkese Christopher Kubasik, che all’epoca ho conosciuto per caso: l’attore protagonista – il più che prolifico caratterista Xander Berkeley – in quegli anni faceva furore come super-cattivo della serie “Nikita” (2010) quindi appena uscì una nuova serie con lui protagonista non me la sono voluta perdere.
Rivedere “The Booth at the End” dopo “The Place” è un’esperienza che consiglio, perché fa capire quanto profondamente il film italiano abbia copiato e quanto profondamente sia stato in grado di creare qualcosa di nuovo.

«Jenny mi ha detto che realizzi desideri»
«Non è così: io offro possibilità»

«Martina dice che te realizzi i sogni della gente»
«Diciamo che offro delle possibilità»

In alcuni casi i dialoghi sono talmente identici che viene da immaginarsi Paolo Genovese chiede a Giorgio Locuratolo di passargli il doppiaggio italiano della miniserie. I personaggi ovviamente sono identici ma scorrendo gli episodi escono fuori piccole differenze, ed è qui che si capisce l’ottimo lavoro che è stato fatto: i personaggi sostituiti (il pittore originale diventato un cieco), i cambiamenti subiti da alcune storie e l’aggiunta della cameriera (Sabrina Ferilli) non sono semplici piccole modifiche per non fare proprio la figura del copione. Sono pennellate che prendono un quadro e lo trasformano in un altro, che oserei definire migliore.

Una miniserie capolavoro… ma il film italiano è meglio!

Pur mantenendo intatta ed identica la storia originale, “The Place” aggiunge e toglie in modo ispirato e crea qualcosa di nuovo, con addirittura un finale – che non rivelo – aperto a tutt’altra interpretazione rispetto a quello della miniserie. L’evoluzione dei personaggi mi sembra migliore in questa resa italiana, perché è come se fossero tagliati di peso dall’originale per essere migliorati nella loro trasposizione italiana.

Ogni desiderio è scritto e per esaudirlo bisogna fare qualcosa. Spesso di spiacevole

Una parola di elogio a Valerio Mastandrea, attore che non ho mai stimato fino alla sua incredibile prova in Perfetti sconosciuti, da togliersi il cappello. Qui si supera e quel che è più incredibile supera l’originale, e non era facile. La prova di Berkeley avrebbe messo a dura prova chiunque ma Mastandrea, i suoi silenzi e la sua immobilità carica di pathos riesce nell’impresa. Da lodare il suo continuo agitarsi intorno al librone che accompagna sempre il personaggio: lo apre, lo chiude, ci scrive, lo sposta, lo spolvera… ma il tutto senza manierismo, senza farsi mai notare. Solo quando il film è entrato nel vivo ti rendi conto dell’importanza di tutto ciò che il personaggio ha fatto, e questo dal cinema italiano – più attento ai peti che ai gesti – non lo si aspetta mai.

L’uomo che dà da mangiare ai mostri…

In conclusione, la mia domanda è: visto che il mio connazionale romano Paolo Genovese ha dato prova di saper scrivere, e saperlo fare molto bene, che bisogno c’è di ricopiare un prodotto senza scriverlo nei crediti? Sarà mica ansia da prestazione? In fondo Perfetti sconosciuti è piaciuto così tanto in Europa che è già pronta la versione spagnola – “Perfectos desconocidos” (2017) di Álex de la Iglesia – ed è in arrivo la versione francese – “Le jeu” (2018) di Fred Cavayé.
Ma in fondo Genovese è così, lui è un “miglioratore” sin dai tempi di “Una famiglia perfetta” (2012), versione italiana dello spagnolo “Familia” (1996) di Fernando León de Aranoa: la distanza di vent’anni e il relativo cambio di mode cinematografiche rende ingiusto il confronto, comunque la versione italiana è nettamente superiore all’originale.

Vista l’alta qualità, dunque, viva Paolo il Miglioratore: vedremo cosa ricopierà in futuro, migliorandolo…

L.

– Ultimi post simili:

 
18 commenti

Pubblicato da su marzo 5, 2018 in Recensioni

 

Food Porn (2016)

Ci sono meccanismi che sfuggono totalmente alla mia comprensione, e pratiche socialmente accettate ed anzi esaltate che costituiranno per sempre un mistero ai miei occhi: una di queste è l’ossessione per il food porn. Non intendo la passione per il cibo, che mangiare piace anche a me, intendo l’ossessionante esplosione multimediale che c’è stata negli ultimi anni.
Quando mi è capitato sotto gli occhi fortuitamente il saggio “Food porn. L’ossessione del cibo in TV e nei social media” (2016) di Luisa Stagi – ricercatrice presso il DISFOR (Dipartimento di Scienze della Formazione) dell’Università degli studi di Genova – credevo di aver trovato una bella “fonte di spiegazioni”. Purtroppo così non è stato, anche se è stata una bella lettura.

Metto subito in chiaro che il testo è molto interessante e ben scritto, è pieno di informazioni ben documentate quindi è sicuramente un saggio da consigliare, ma il problema è che analizza un fenomeno con dovizia di particolari lasciando molto in sottofondo la spiegazione di detto fenomeno, che è quello che cercavo io.

Per semplificare per food porn pare si intenda quell’usanza per cui si fotografa il cibo, e la mia domanda è: perché in più di cento anni dalla nascita della fotografia mai nessun privato ha avuto l’idea di fotografare il proprio piatto? Perché solamente dopo l’inizio degli anni Duemila è esplosa questa pratica?
La risposta più ovvia è che ora fare foto è semplice e gratuito, ma mi permetto di dissentire. Sia perché le prime macchinette digitali sono apparse negli anni Novanta, sia perché anche chi scattava mille foto l’anno non ha mai, MAI, pensato a fotografare il proprio cibo.

Ho partecipato a più matrimoni e compleanni di quanto mi sarebbe piaciuto, e in ognuno di essi ho portato telecamera e macchinetta fotografica. Ho inquadrato, registrato e ritratto cose che voi umani non potreste neanche immaginare, e sempre capitava che mi facessero un gesto e – contando sul fatto che ero io a pagare lo sviluppo delle foto – mi chiedessero di fotografare qualcuno o qualcosa. Una foto con la nonna, una foto allo sposo con la cravatta tagliata, al pupo che con le dita nel naso, al cane che fa la cacca, al nonno che dorme. E queste erano le richieste migliori…
Mai nessuno, in vari decenni di feste in cui ho scattato foto “a gratis”, mi ha mai chiesto di fotografare un qualsiasi cibo. Perché invece ora ristoranti e pizzerie sono pieni di gente che si fotografa i piatti? Magari la risposta è semplice, ma intanto rimano in attesa che qualcuno si ponga la domanda.

Le mode fanno fare cose strane alla gente che le segue, e il food porn è sicuramente la più simpatica delle stranezze che nascono e muoiono, ma il problema è che questa è solo la punta dell’iceberg della cucina, che ha invaso ogni singolo aspetto della multimedialità. Trasmissioni di cucina esistono da quando esiste la TV e – ci ricorda l’autrice – libri di cucina vengono stampati da quando esiste la stampa, ma allora – mi chiedo io – perché dopo il Duemila c’è stata un’impennata che dura da vent’anni e non accenna a smettere? Cos’è cambiato con il nuovo millennio?

Una vaga risposta sono comunque riuscito ad ottenerla, dal saggio, o comunque un’idea: il fatto che dopo il Duemila l’estetica sia diventata di un’importanza raramente riscontrabile in precedenza. E il food porn e ogni trasmissione di cucina e ogni libro di cucina non ha NULLA a che vedere con il cibo. Ha tutto a che vedere con l’estetica: ciò che conta è l’impiattamento e l’aspetto esteriore, non se ciò che hai messo nel piatto ti piacerà e ti sazierà. (Qualità invece principali per qualsiasi pasto.)

Se di cibo non so nulla, di cinema sono più ferrato, seguendolo appassionatamente da più di trent’anni. E sebbene ci sia un ritardo, sicuramente nella seconda decade del Duemila il cinema “alto”, quello osannato dalla critica, è basato esclusivamente, maniacalmente, ciecamente sulla vuota estetica. (Sembra un pleonasmo, visto che l’estetica è per definizione pura apparenza, quindi vuota, ma lo intendo come rafforzativo.)
Quella pura superficialità che una volta sarebbe stata criticata aspramente come esperienza vana, vaga e vacua, oggi invece è definita “arte”. Non importa la trama, non importa che sia una boffonata da far raccapriccio: se un film è girato in modo esteticamente accattivante allora è un capolavoro. Quindi vale lo stesso discorso di un cibo ben impiattato, al di là se sia buono o meno.

Dopo averli paventati per decenni, sono arrivati i tempi in cui il messaggero è il messaggio: ciò che conta è la bellezza delle lettere, non ciò che esse dicano. Cibo e cinema partono dallo stesso assunto – sono entrambi esperienze puramente superficiali che però ambiscono a “riempire” in profondità – ed arrivano allo stesso risultato: un piacere superficiale ed inappagante. Formula perfetta per qualsiasi dipendenza. Rimanere eternamente insoddisfatti dal cibo ci spinge a cercarne altro: che sia questo il segreto del successo della culinaria multimediale di questi anni?

Arrival (2016), esempio di splendida esperienza superficiale ma vuota

La mia ricerca continua, magari dovrò aspettare anni prima che qualche studioso azzardi una spiegazione di tutto questo superficiale interesse per un’esperienza già superficiale di suo – mangiare è un bisogno fisiologico, ogni tanto andrebbe ricordato – e magari sappia spiegarmelo. Per il cinema, invece, sarà finita la civiltà sulla Terra prima che qualche critico o studioso dirà qualcosa di diverso dalla vulgata comune, quindi la questione non sarà mai affrontata.

L.

– Ultimi post simili:

 
16 commenti

Pubblicato da su febbraio 9, 2018 in Recensioni

 

[Books in Movies] The Deuce (2017)

Ho concluso la visione della prima stagione della serie televisiva “The Deuce“, titolo a cui qualcuno in Italia – del tutto a sproposito – ha aggiunto il sottotitolo “La via del porno” per evidenti scopi pubblicitari. Essendo una serie targata HBO, la storia ha tinte forti e sesso e violenza sono mostrati senza veli, come la casa ci ha abituati sin dagli anni Novanta.

Scritta tra l’altro dal romanziere americano George Pelecanos, la serie racconta di un quartiere malfamato della New York anni Settanta, chiamato appunto The Deuce (“il diavolo”, o “il maledetto”), dove comandano mafiosi e papponi nel cui libro paga sono iscritti tutti i tutori dell’ordine. Come in ogni situazione di equilibrio criminale, sono tutti corrotti quindi nessuno ha interesse a fare pulizia, mentre uomini onesti per cercare di sbarcare il lunario devono per forza scendere a patti con il male.

Una delle trame principali della serie è quella che vede la fine dei papponi da strada, le cui donne vivono ogni tipo di pericolo, in favore di una realtà che sta nascendo: il cinema a luci rosse che un cavillo giudiziario d’un tratto rende legale. La prima a capire dove soffi ora il vento è Candy (una strepitosa Maggie Gyllenhaal, anche co-produttrice della serie), prostituta non più giovanissima che è stanca di subire aggressioni e rischiare la vita ogni notte in strada: cerca un nuovo “sbocco professionale” e capisce che il cinema è il futuro. Cercherà di aiutare le colleghe ma non sarà facile: è un momento di transizione e pochi sono disposti a mettersi in gioco.

I titani della serie sono la citata Gyllenhaal, che si mette a nudo in ogni senso e mostra un fisico tutt’altro che da pornostar, nel tentativo di mostrare la situazione di madri di famiglia costrette dalla vita a prostituirsi. E ovviamente Jams Franco addirittura in un doppio ruolo, interpretando due gemelli: il bravo barista e il volgare intrallazzone. Due delle creature che popolano lo zoo chiamato The Deuce.
(Per una recensione più particolareggiata, volate su La Bara Volante!)

Curiosamente oltre a corpi nudi, maschili e femminili, la serie mostra anche libri.

Darlene (Dominique Fishback) scopre la lettura nel quartiere del vizio

Darlene (Dominique Fishback) è una giovane prostituta che è entrata nel giro solamente per fuggire da una provincia piena di violenza e prevaricazione. Durante la serie avrà la possibilità di redenzione morale grazie ad un vecchio cliente che invece di sesso le propone una lettura: “Le due città” (A Tale of Two Cities, 1859) di Charles Dickens.
È l’inizio di una passione per i libri, testimoniata dalla scena in cui la vediamo leggere la prima edizione di “In viaggio con la zia” (Travels with My Aunt, 1969) di Graham Greene (in Italia, Mondadori 1970).

Per uscire dal ghetto, si può viaggiare con la zia

Ci sono anche citazioni veloci e divertenti, come il tirapiedi di un boss che legge “Il padrino” (The Godfather, 1969) di Mario Puzo (in Italia, Dall’Oglio 1970), nella prima edizione tascabille Fawcett – con la fascetta gialla «Fastest Selling Book in Publishing History», “il libro venduto più velocemente nella storia dell’editoria”…

Ovviamente lo scagnozzo del boss legge “Il padrino

… e una prostituta in fuga che legge la “Critica della ragion pura” (Kritik der reinen Vernunft, 1781) di Kant, nell’edizione inglese…

Dice di non averlo capito, ma almeno l’ha letto…

Per finire, ecco il momento in cui la prostituta Lori (Emily Meade) capisce di avere talento per il cinema. Nell’immagine a destra vediamo una locandina di un film che non sembra esistere, un divertito omaggio inventato dalla produzione.

Emily Meade e (a destra) il film che non esiste

Esiste il film “Simon, King of the Witches” (1971), titolo psichedelico omaggiato da questo (a quanto pare inesistente) “Simone, Queen of the Witches“.

L.

– Ultimi post simili:

 
10 commenti

Pubblicato da su gennaio 19, 2018 in Books in Movies, Recensioni

 

L’ignoto ignoto (2017)

Durante un viaggio a Londra l’editore Giuseppe Laterza scopre per caso un libricino che lo diverte e lo appassiona, così nell’aprile 2017 lo traduce e lo presenta in Italia: nasce così “L’ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi” (The Unknown Unknown. Bookshops and the delight of not getting what you wanted, 2014) di Mark Forsyth.
Il risultato cioè è un libretto più corto del suo titolo!

Forsyth è – ci spiega una nota – «tra i più noti linguisti e commentatori della lingua inglese, in Gran Bretagna», e quindi neanche lui riesce ad evitare il difetto che colpisce tutti i suoi colleghi: cita solo narrativa di lingua inglese, come se non esistesse altro né mai altro è esistito. Se c’è da fare un paragone, se c’è da andare agli albori, se c’è da parlare di schemi, viaggiamo nella narrativa inglese dall’Ottocento al Seicento: prima semplicemente non esisteva narrativa…
(Troviamo citato giusto Guerra e pace ma come esempio di libro da non leggere perché troppo grande!)

Forsyth parte da una frase di Donald Rumsfeld – il quasi paradosso che dà il titolo al saggio – per distinguere una terza categoria di libri. Abbiamo infatti 1) i libri che abbiamo letto, che cioè conosciamo e magari possediamo, 2) i libri che non abbiamo letto, e che non abbiamo intenzione di leggere, come appunto Guerra e pace, e poi – aggiunge l’autore – 3) I libri che non conosciamo e che non sappiamo di non conoscere.
Serve l’ingenua tracotanza tipicamente anglofona per scoprire, con fanciullesco stupore, che nel mondo esiste qualcosa anche al di là della propria percezione.

L’autore ha scoperto che esistono libri di cui lui non era informato, e la cosa lo ha colpito. Possibile che ci siano autori che quando pubblicano il proprio libro poi non vanno a bussare alla porta di casa Forsyth? «Oh, Mark, guarda che io ho scritto questo libro: interessa?» Sia che lo legga o meno, comunque l’autore vuole essere informato su tutto. L’importante è che ovviamente sia in lingua inglese, visto che non esistono altre lingue al mondo. (Un secondo saggio sarà scritto quando Forsyth scoprirà che esistono altre lingue al mondo, ma per ora giace felice nella sua morbida pananglofonia.)

Cosa propone dunque l’autore alle librerie? Semplice: che invece di mettere quei libracci modaioli in vetrina, si organizzino per vendere solo pochissimi titoli: tutti scelti fra quelli che Forsyth non conosce. La libreria in pratica è un posto per andare a scoprire chicche, è un chicchificio dove si possono trovare libri ignoti a Mark Forsyth: ogni giorno un incaricato sottopone i titoli all’autore e se questi li conosce vengono buttati via.

Per non sembrare un vecchio accademico, Forsyth specifica subito che lui i libri li ordina da Amazon e se li fa arrivare a casa, servizio indiscutibilmente comodo: quindi già ha fatto sapere che questa nuova filosofia delle librerie a lui non interessa sul serio, visto che non ci va. Gli mancano i tempi in cui aveva tempo per spiluccare libri in libreria, ma ora deve bere e deve fare passeggiate – sue esatte parole, non mi invento niente! – quindi non ha tempo e si sbriga con Amazon.
E qui ovviamente arriva il pistolotto immancabile: gli eBook non sono veri libri, solo i cartacei lo sono. Perché i libri cartacei li puoi sfogliare, i digitali no. (Fra le nozioni ignote all’autore c’è quella dell’uso del touchscreen, per cui scorrendo col dito si può sfogliare anche un eBook, ma non è certo mia intenzione svelare il mondo ad un Candido così innocente.)

Le librerie on line ti propongono solo cose che tu già conosci, non ti propongono le chicche – cioè l’ignoto – che a te potrebbe piacere. Ed in effetti è difficile che se compri un libro di astronomia Amazon ti proponga un saggio sull’allevamento di capre di montagna. Quindi cosa propone l’autore? Su Amazon non si esprime, lui invita i lettori ad andare in librerie chicchificie dove non trovano libri, trovano solo due o tre chicche. Una volta che le hai comprate, puoi anche non tornarci più. Lui intanto continua a comprare su Amazon e a sfogliare libri, che di leggerli non ne ha tempo.

Il discorso generale è condivisibile, a tutti piacerebbe conoscere qualche chicca sconosciuta che ci intrighi, esattamente come a me ha intrigato il titolo di questo opuscolo (30 pagine totali!): eppure io non l’ho trovato in un chicchificio, addirittura l’ho trovato nel tanto vituperato Amazon. Perché chi cerca qualcosa trova, se invece uno passa le serate a bere e le mattinate a passeggiare – attività ben specificate dall’autore – è difficile che trovi qualche libro particolare.

Un saggio che vi consiglio solo per farvi grasse risate in faccia a Mark Forsyth e alla sua devastante pananglofonia.

L.

– Ultimi post simili:

 
11 commenti

Pubblicato da su gennaio 12, 2018 in Recensioni

 
 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: