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La carbonara non esiste (2019)

La pasta alla carbonara è uno dei piatti più amati in Italia, non solo dai romani ma soprattutto dai romani, che ne rivendicano spesso la paternità: come tutte le convinzioni radicate, è ovviamente del tutto aleatoria e priva di qualsiasi fondamento. Anni fa, per una serie di coincidenze, scoprii che la storia della cucina è un’arte molto complessa e quel che peggio dove solo pochi professionisti sanno dire qualcosa di più della semplice chiacchiera da paese: Alessandro Trocino è uno di questi, così mette in disparte il proprio cuore e le proprie convinzioni per trattare dal punto di vista storico l’argomento più scottante per un italiano: chi ha inventato la carbonara? E quando?

Tutti i romani hanno una risposta a queste domande, ed è sempre sbagliata. Semplicemente perché non esiste uno straccio di prova che sia mai esistita la carbonara prima del secondo dopoguerra, e la sua nascita è avvolta in un dedalo di leggende e credenze popolari che intorbida il discorso e rende impossibile distinguere la panzana dalla prova storica.

22 settembre 1944, i soldati americani “liberatori” organizzano una cena di gala a Riccione per festeggiare la liberazione della città. A gestire l’importante cena, a cui parteciperanno personaggi illustri, viene chiamato un giovane cuoco bolognese, Renato Gualandi (scomparso nel 2016), scampato alla morte sul fronte jugoslavo. Le risorse sono poche e il cuoco può attingere giusto alle scorte militari: pancetta e tuorli d’uova in polvere; mescola tutto con crema di latte, crema di formaggio e alla fine una spolverata di pepe nero. Un successo. «Fu la necessità a spingermi a creare la carbonara».
Questo raccontato è solo uno dei tanti miti delle origini – anche se Gualandi non sembra aver spiegato quel nome, “carbonara”, che a tutt’oggi rimane di natura ignota, sommerso da decine di spiegazioni senza prove – raccontati dal delizioso libretto “La carbonara non esiste“, edito da Giunti nel settembre 2019.

Una lettura veloce e gustosa, che mette tanto appetito ma che fra uova e guanciale piazza un bel peso sullo stomaco: l’impossibilità di ricreare le “vere” origini di un piatto che deve il suo mistero all’abbondanza di storie, tutte apocrife, tutte senza prove e tutte “personali”. (Sono cioè racconti di chi afferma di aver inventato il piatto.)

La questione non è solo di gusto o di palato, coinvolge l’intera cultura italiana: quella che troppo spesso si riempie la bocca e la “pancia” di fantomatiche “tradizioni” che sono state inventate di sana pianta qualche anno prima e invece vengono spacciate per secolari. Ogni romano è convinto di far parte di una cultura millenaria, quando grasso che cola se la romanità nasce negli anni Cinquanta del Novecento: è allora infatti che certi miti e leggende poi sentiti come “tradizioni” sono esplose nell’immaginario collettivo.
Il problema di tutto questo è che a forza di credere che esistano quelle entità eteree chiamate “tradizioni” ci si dimentica che è tutto in costante evoluzione e mutamento, quindi si sale sul capitello di turno e si grida contro chi fa la carbonara in modo diverso, che la carbonara si fa così e così. Peccato esistano tante ricette della carbonara quanti suoi miti di fondazione, quindi con quale diritto qualcuno si arroga il diritto di indignarsi per una tradizione infranta?

Un delizioso libretto che parte dalla tavola per parlarci sia di ricerca storica – quella seria, che si basa sulle prove e non sul “sentito dire” – sia di cultura italiana, troppo spesso arroccata su tradizioni recenti e fuorvianti.

L.

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Pubblicato da su febbraio 28, 2020 in Recensioni

 

Scomparsi sull’Everest. Il mistero di Mallory ed Irvine (1999)

Ho avuto la fortuna di incontrare un altro bellissimo ed appassionantissimo saggio di alpinismo, o meglio un viaggio alle origini di una passione appena centenaria che fa avvicinare l’uomo ad un ambiente naturale da cui è assolutamente bandito: l’alta montagna. Della questione su come mai un cittadino come me d’un tratto da adulto abbia scoperto un passione cocente per le storie di montagna ne ho parlato qui.

Scomparsi sull’Everest. Il mistero della spedizione Mallory-Irvine” (Lost on Everest, 1999) di Peter Firstbrook – traduzione di V. Mingiardi, Il Saggiatore 2003 – è dapprima uno splendido excursus sugli incredibili sforzi britannici di studiare una regione a loro ignota come l’Himalaya, poi il recconto epico e tragico della missione sull’Everest che ha regalato al mondo delle montagne le sue vittime sacrificali e il suo mistero più affascinante.

L’8 giugno 1924 gli alpinisti inglesi George Mallory, esperto e talentuoso ma terribilmente pasticcione, ed Andrew Irvine, giovanissimo ed inesperto ma ardimentoso, partono dalla loro tenda per completare una missione nata con l’unico scopo di conquistare l’Everest, ed essere non solo i primi britannici ma i primi esseri umani a posare il piede sulla vetta. Che fine abbiano fatto i due… non si è mai più saputo.

Nei successivi decenni sono stati versati fiumi di inchiostro per ricostruire i fatti e proporre ipotesi, affrontando quello che è l’argomento principe della questione: i due hanno raggiunto la vetta? Molti pensano di sì, ma sono solo opinioni. Firstbrook ricostruisce con uno stile appassionante da thriller la missione e ci porta a conoscere così bene i protagonisti che ci sembrano nostri amici. Il Mallory del 1924 lo conosciamo così bene che non possiamo credere ad un banale incidente durante l’ascesa: una figura epica di quel calibro non può che aver continuato a scalare fino al cielo…

Erano davvero Mallory ed Irvine quei due puntini lontani che un loro compagno dice di aver visto in lontananza, quella giornata del 1924? È davvero quello il loro ultimo avvistamento? E perché non combacia con i dati a nostra disposizione? Per questa e mille altre domande Firstbrook nel 1999 ha partecipato ad una missione alpinistica con lo scopo preciso di ripercorrere il viaggio di Mallory ed Irvine per riuscire a capire cosa sia successo quel giorno del 1924: ciò che lui e la sua squadra troveranno fra i ghiacci eterni dell’Everest sarà più di quanto sperato, anche se purtroppo molte domande rimarranno per sempre senza risposta.

Una narrazione coinvolgente e irresistibile, uno studio su quel turbamento dell’anima per cui molti uomini sono incapaci di resistere al canto delle sirene di roccia, che li attirano in ambienti non adatti alla vita umana e li spingono a salire altezze inconcepibili. Per anni a Mallory hanno chiesto perché volesse scalare l’Everest, finché lui si è stufato e ha risposto seccato «Perché è lì». Basta leggere questo libro per capire che quella domanda è priva di senso. Mallory era l’Everest, era l’uomo-montagna che non riusciva a vivere a sé stante: per tutta la vita ha cercato l’altra sua metà, la roccia eterna, per trovare pace là dove riposano le leggende.

L.

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Pubblicato da su febbraio 21, 2020 in Recensioni

 

Natale fuori città (2018)

Stavolta è tutta colpa di Kukuviza del blog CineCivetta: è lei che fra l’orgia dei film di Natale è riuscita a scovare uno dei rari che non mi siano passati sotto gli occhi e me l’ha segnalato. Perché oltre all’ammmmmòre si parla anche di libri e librerie.

Si tratta di “Natale fuori città” (Christmas Around the Corner, 2018) diretto da Megan Follows, solita produzione canadese della MarVista – più nota per i suoi filmacci di Meteo Apocalypse – dedicata al Natale e all’ammmmòre.

Lo sceneggiatore è di Michael J. Murray, che ha iniziato negli anni Ottanta adattando testi di E.A. Poe per la TV ed è finito a sfornare Natale e ammmmòre con la pala. Tocca seguire il pubblico, e il pubblico sta cadendo sempre più in basso.

Claire (Alexandra Breckenridge) è non si sa cosa che non si sa come ha fatto quotare in borsa un piccolo blog di manicure e pedicure: tutti si aspettavano che da ogni parte del mondo investissero soldi nell’attività, che la gente si picchiasse pur di dare soldi a palate a Claire… invece sono arrivate solo le palate, come ci insegna Totò.
Claire segue una strana usanza americana e ha avuto «un anno difficile»: come si fa a valutare un intero anno? Io mi lamento se ho avuto una giornata difficile, magari una settimana impegnativa… ma un anno? Boh, io non me lo so immaginare, ma sento sempre più spesso personaggi di film lamentarsi di aver avuto un anno difficile, e di solito è la premessa a scelte più che discutibili: dopo un anno difficile, sai che c’è? Io me butto a Glastenbury nel Vermont, in mezzo al niente nel pieno dell’inverno a gestire una libreria vista in Rete. Che mi ricorda tanto la mamma…

Andare a gestire una libreria sperduta nel nulla: perfetta idea-vacanza

Inutile stare a farci ulteriori domande sul motore della vicenda, facciamo che Claire arriva a Glastenbury e niente è come sembra. Non ci sono i mercatini variopinti promessi dal sito ufficiale e la libreria da gestire sembra più un magazzino abbandonato pieno di carta.

Me l’immaginavo un po’ diversa, la libreria

Secondo voi, come può continuare la storia? Ovvio, come continua sempre: nel suo giro d’esplorazione del posto la protagonista incontra il manzo della vicenda – mucho macho ma molto micio – intento in qualcosa di gagliardo che faccia subito intrigare l’eroina. In questo caso si è uno zinzinino esagerato, perché Andrew (Jamie Spilchuk) viene presentato “fondente”, cioè in fonderia a creare non si sa cosa: sembra una scena presa di netto da Iron Man (2008) con Tony Stark che si martella da solo l’armatura!

Quando Andrew perde le chiavi di casa… ne forgia di nuove!

I bicipiti sudati fanno il loro effetto, malgrado la faccia da tonno sott’olio dell’aitante co-protagonista, che continua a seguire fedelmente le regole del genere e… non crede più nel Natale. Ahhh sento già valanghe d’ammmmòre intasarsi nel cuore della protagonista, che dovrà sciogliere il cuore di ghiaccio del Grinch fondente. Ah, e non c’è bisogno di dire che si comporta in modo brusco e cafone, come ogni uomo nelle storie romance prima di subire il fascino della protagonista e diventare un orsacchiottone che vomita amore dagli occhi.

Intanto basta sistemare un po’ la libreria perché i clienti arrivino, attirati da non si sa cosa, ma in fondo lo sceneggiatore ha iniziato l’attività sul finire degli Ottanta e quello è un marchio indelebile: non a caso ad un certo punto la giovane Claire dice espressamente la frase «Costruiscila e verranno»: siamo tutti figli de L’uomo dei sogni (Field of Dreams, 1989) e l’ossessione di Kevin Costner di costruire un campo per far arrivare gli spiriti dei giocatori passati ha segnato la narrativa.

Se costruisci la libreria, i lettori verranno

Così un giorno entra la giovane Alicia (Maya Harris-Harb) che chiede «Voi avete niente di O. Henry? Io ho letto “Il riscatto di capo rosso” a scuola, cerco “Il dono dei magi“.» Guarda caso, «il libro di Natale perfetto», gongola Claire. Oltre a citare due titoli non banali, la scena continua con la povera Alicia che cerca di rubare il libro in questione, non potendo permettersi di comprarlo: Claire si mostra risoluta ma scopriamo con piacere che “punisce” la ragazza lasciandole il libro con il compito di tornare poi a recensirlo.
Mi ha ricordato una scena simile del film Viaggio in Inghilterra (1993) di Richard Attenborough, dove il giovane ladro di libri dice a C.S. Lewis (l’autore di Narnia) che malgrado rubi libri per ristrettezze finanziarie è un lettore migliore di chi li compra solo per fare bella figura. Purtroppo la scena in questione non ha seguito, e scopro con raccapriccio… che è l’unico momento del film in cui si parla di libri.

Una scena ispirata, purtroppo l’ultima dove appaia un libro

Com’è ormai palese da romanzi e film la cui trama giri intorno ad una biblioteca, il pubblico a cui si riferiscono ama l’idea dei libri ma non i libri: ama riconoscersi in personaggi che amino i libri… non in personaggi che leggano libri.
Quindi in questo film la libreria protagonista centrale della vicenda fa di tutto tranne che vendere libri. Vende decorazioni, bomboniere, coccarde, campane per renne fanne a mano (ma davvero c’è richiesta?) e tutto ciò che non è libro. Organizza cene, colazioni, eventi e tutto quanto non c’entri nulla con la lettura. Perché non ambientare la vicenda in una salsamenteria? Sarebbe stato uguale.

Vogliamo poi mica farci mancare valanghe di luoghi comuni setolosi? Per cui tutte le donne della vicenda o cucinano o fanno le pulizie, mentre l’unico uomo della storia ovviamente sa riparare tutto in casa e per hobby fa il fabbro. Siamo in un paesino sperduto della provincia americana – quella protagonista di tutte le storie horror esistenti – e ovviamente tutti si vogliono bene e c’è massima tolleranza: c’è la negoziante asiatica, la coppia gay con figlio adottato, il prete bello e buono e pure il cane randagio amato da tutti. Ahhh quanto ammmmmmmmmmmmòre!

Nel vuoto pneumatico della solita storiellina harmony ci sarebbe stato bene qualche libro, ma d’altronde protagonista era una libreria: che c’entrano i libri?

Testimonianza del titolo italiano, esclusiva della TV

Chiudo lasciando traccia dell’edizione italiana esclusivamente televisiva. (Come tutti quelli del suo genere, questo film è inedito in home video.)

Personaggio Attore Doppiatore
Claire Alexandra Breckenridge Annalisa Usai
Andrew Jamie Spilchuk Matteo Brusamonti
Mrs T. Jane Alexander Rossana Bassani
Alicia Maya Harris-Harb Laura Cherubelli
Barb Paulyne Wei Ilaria Egitto

Edizione italiana a cura di LogoSound
Direzione del doppiaggio: Matteo Brusamonti

L.

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Pubblicato da su febbraio 3, 2020 in Recensioni

 

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Il meglio dei libri letti nel 2019

Stuzzicato dall’iniziativa del blog Nocturnia di Nick Parisi, provo anch’io a fare una panoramica sui libri che ho letto quest’anno, con un post che ho aggiornato durante tutto il 2019: se funziona, lo ripeterò l’anno prossimo.

Sono lontani i tempi in cui, da pendolare di mezzi pubblici, potevo arrivare a quote di 100 libri letti l’anno. Ora in maggior parte leggo per studio, per indagine, per ricerca e solo in minima parte per “piacere”.

Comunque ecco una selezione dei libri letti questo 2019, per i motivi più disparati.


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Pubblicato da su gennaio 1, 2020 in Recensioni

 

[Pseudobiblia] Small Town Christmas (2018)

Il Natale è l’occasione perfetta per raccontare dozzinali storielline d’amore banale infarcite di pseudobiblia: quale regalo migliore sotto l’albero… se non un “libro falso”?

Intravisto per caso su Paramount il 16 dicembre scorso, appena capito che il film televisivo canadese “Small Town Christmas” (2018) parlava sì d’ammmmòre ma anche di libri e scrittori, approfittando di una replica del giorno dopo ho subito registrato questa primizia, diretta da Maclain Nelson e sceneggiata da Dana Stone e Samantha Herman su soggetto di Bruce D. Johnson: tanti nomi, per così poco.

«E mentre camminava lungo le strade decorate di Derryville, Amanda finalmente si sentì a casa. Un luogo tranquillo, armonioso dove tutti conoscono le storie degli altri, buone o cattive che siano, e dove non è possibile incrociarsi senza fermarsi a salutare. Derryville era la casa che aveva sempre cercato. Guardandosi attorno Amanda capì che Derryville era il massimo durante il periodo natalizio. Sorrise per l’eccitazione, sapendo che sarebbe stata lì per le festività annuali, ma quest’anno sarebbe stato diverso: quest’anno sarebbe andata ben al di là dell’albero di Natale e dei soliti regali, perché quest’anno avrebbe aperto il suo cuore all’amore.»

Questo brano è tratto dal capitolo 12 di Small Town Christmas, l’imperdibile romanzo d’ammmmòre dell’esordiente biondissima Nell Phillips (Ashley Newbrough), letto in una presentazione in libreria davanti a gente immotivatamente entusiasta dell’evento.

Nell Phillips (Ashley Newbrough): romanziera circondata dal proprio romanzo

La scrittrice viene invitata alla trasmissione televisiva “Hello Chicago”, dove la conduttrice Riki (Alison Araya) riesce ad ottenere il grande scoop della sua carriera: sapere a quale cittadina si ispira l’immaginaria Derryville del romanzo. Una questione che proprio bruciava nel cuori dei lettori.
Scopriamo così che la Phillips ha scritto un intero romanzo basato su una città che non ha mai visto ma che un suo amico che non vede da anni gli ha raccontato, tempo prima. La cittadina si chiama Springdale, dove la bontà si taglia col coltello e l’amico perso di vista si chiama Emmett Turner (Kristoffer Polaha) e gestisce l’unica libreria del posto: la “Paige Turner”.

Un nome geniale, per una libreria

Gli autori si sono divertiti a chiamare Turner il proprietario, e Paige l’amata sorella scomparsa, così da giustificare il nome geniale della sua libreria, che si rifà al page-turner che indica un romanzo così avvincente (ma leggerino) che si legge in fretta senza riuscire a smettere, girando continuamente le pagine. “Volta-pagina” potremmo tradurre l’espressione.

Gli agenti di Jo Nesbø mi sa che hanno pagato più di tutti, per la visibilità

Comunque Emmett Turner è un maniaco psicopatico per il Natale, un festeggiatore seriale che secerne bontà zuccherosa da ogni poro, va in giro a dare coltellate di bene come un sociopatico morbidoso. Come sempre, il grado di approfondimento dei personaggi nelle storie d’ammmmòre anglofone è pari a un ciottolo levigato.

E quella è la sezione dell’ammmmmmòre

«La sonnacchiosa Derryville ruggisce di vita durante le festività natalizie come costretta dalla magia del Natale stesso», ecco un altro estratto da quello che viene presentato come il capolavoro del momento, un libro la cui trama l’autrice così riassume: «È la storia di una donna in carriera che è finita in una piccola città per le vacanze, e lì potrebbe trovare l’amore»: ahhhh che tramona eccezionale! Soprattutto nuova e fresca…
Ma a proposito di tramone originali, quando per il suo giro promozionale del libro la nostra Nell arriva a Springdale, lo fa a bordo di un’auto noleggiata che divide con un altro viaggiatore, rimasto appiedato: il biondo Brad (Preston Vanderslice), un buco di sceneggiatura orripilante.

L’espressione falsa e tirata di chi deve fingere che questa sia una bella storia

Brad è non si sa cosa e ci viene introdotto a pronunciare questa frase: «Le ricerche non mentono, è a Springdale che si festeggia il Natale più autentico d’America». Che vuol dire “autentico”? Il Natale americano è quanto di meno autentico esista nella storia delle festività natalizie, come fanno a decidere cosa sia autentico in un falso?
La sceneggiatura imbarazzante fallisce miseramente nel presentarci Brad come ’o malamente, cioè la figura tipica della sceneggiata napoletana – genere che rappresenta perfettamente il romance anglofono – che concupisce issa portandola via al protagonista, iss’. Insomma, la solita protagonista donna contesa da due uomini… ah, quanta freschezza!

Mmm quale trama romance scriverò ora? Ma sì, una donna e due uomini…

«Una separazione era sufficiente, Amanda aveva chiuso il suo cuore e aveva buttato via la chiave, ma mentre entrava in contatto con Derryville e i suoi abitanti era come se quella stessa città si impossessasse ancora della chiave. Mentre immaginava l’uomo che forse avrebbe conquistato il suo cuore Amanda pensava a lui: nessuno sarebbe mai stato alla sua altezza. Nessuno.»

Ci hanno pure riempito la libreria, con questo romanzo…

Mentre continuano a citarsi brani dello pseudobiblion della Phillips, dimostrando la totale nullità di un romanzo che tutti i personaggi fanno a botte per gridare quanto sia geniale, con sguardi falsi come il Natale di Springdale, lo psicopatico dell’ammmmòre Emmett è vittima di un altro inciampo di sceneggiatura.

Lo psicopatico del Natale e la nuova vittima del suo ammmmòre

Ci viene mostrato ad aiutare una bambina a fare i compiti e a parlare con una donna incinta, così pensiamo: ok, ha mollato la protagonista anni fa e si è fatto una famiglia. Poi la donna incinta esce fuori essere la moglie di un altro personaggio, e la bambina non è sua figlia bensì la nipotina, di cui deve occuparsi dopo la morte della sorella: da sei anni non tocca donna perché deve occuparsi della bambina, quindi Nell – che ovviamente non può filarsi quel robot senz’anima di Brad – torna con lui, e guarda caso anche lei è stata monaca di clausura per sei anni. I due possono ricominciare da dove si erano fermati sei anni prima.
Il tutto condito con trovate di sceneggiatura così imbarazzanti che al confronto il cinema di regime mussoliniano sembra un’opera rivoluzionaria!

Pensa, ti pagano pure per scrivere ’ste cazzate

Personaggi fissi nel loro ottuso ricalcare i passi di tutti i personaggi del romance, paralizzati nei loro schemi immutabili come fossero stati colpiti da frecce al curaro; una storia buffonesca per un’esecuzione fatta da automi: mi rifiuto di pensare che quelle forme vagamente umane che si muovono in video siano persone reali. Forse è un film fatto interamente al computer, perché i volti mostrati non hanno alcuna traccia di vita.

Scansati, cara, che ho un riflusso d’ammmmmòre

Mentre si vomita ammmmòre, zucchero e bontà in ogni scena, da metà film in poi il povero “libro falso” che dà titolo al film scompare per sempre, e che Nell Phillips sia una scrittrice non ha più alcun peso nella vicenda: è solo una donna innamorata che fa di tutto per portare il suo uomo nel suo mondo, come recita Woman in Love di Barbra Streisand.
Ma assolutamente geniale rimane il sistema con cui ci mostrano la romanziera intenta a buttare giù le bozze per il suo secondo romanzo. Come detto più volte, i film romantici sono evidentemente pensati per persone culturalmente ferme ad inizio Novecento, se non prima, quindi mostrare uno scrittore al PC non sta bene: tutte le scrittrici romance sono mostrate alla scrivania con carta e penna, e un computer spento accanto a loro. Qui si va oltre, perché la protagonista scrive il suo nuovo romanzo… sui post-it!

Ecco appena scritta la trama del prossimo grande romanzo di Nell Phillips

Lasciamo issa, iss’ e ’o malamente al loro destino circolare, ripetuto sempre identico nelle infinite storielline d’amore schematiche che infestano la narrativa, e via in cerca di nuove avventure: cioè di nuovi “libri falsi” dell’ammmmmmmmmmòre!

Chiudo come di consueto lasciando traccia del doppiaggio italiano, esclusivo per la TV essendo il film inedito in home video.

Personaggio Attore Doppiatore
Nell Phillips Ashley Newbrough Valentina Pollani
Emmett Turner Kristoffer Polaha Andrea Lavagnino
Brad Preston Vanderslice Andrea Beltramo
Caroline Lucas Lucia Walters Lucia Valenti
Marnie Bailey Skodje Erica Laiolo
Hayley Debs Howard Chiara Francese
Roy ? Roberto Accornero
Jenny Veronika Hadrava Stefania Giuliani
Signora Ferguson Linda Sorensen Patrizia Giangrand
Steve Ryan McDonell Walter Rivetti
Lance Ronald Patrick Thompson Maurizio Di Girolamo
Julia Michelle Choi-Lee Martina Tamburello

L.

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Pubblicato da su dicembre 23, 2019 in Pseudobiblia, Recensioni

 

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[Festival della Mente 2019] Barbara Mazzolai e i plantoidi

Nuovo appuntameneto con Festival della Mente 2019, di cui sto recuperando gli interventi ascoltandomeli in auto durante il tragitto casa-lavoro.

Meraviglioso e assolutamente imperdibile l’intervento di Barbara Mazzolai, biologa con un dottorato di ricerca in Ingegneria dei microsistemi e un master internazionale in Eco-Management alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: ma soprattutto, una comunicatrice efficace ed appassionante. Nel suo intervento ci fornisce una rapida panormica sulle soluzioni ingegneristiche che sono debitrici del mondo animale per la loro efficacia: quando si imita la natura, di solito tutto funziona meglio.

La biologa ha pubblicato queset’anno uno splendido saggio, La natura geniale. Come e perché le piante cambieranno (e salveranno) il pianeta (Longanesi, marzo 2019), e qui riassume per larghe somme le idee che l’hanno portata ad inventare il plantoide, la prima pianta-robot della storia!

In questi tempi di opportunistici e sedicenti movimenti femministi (o supposti tali) ci si aspetterebbe maggior risalto sul fatto che una donna italiana abbia appena stupito il mondo con un’invenzione incredibile, ma agli italiani la scienza interessa molto meno della pruriginosa cronaca nera. Eppure Mazzolai ha creato un robot che “cresce”, cioè tramite una minuscola stampante in 3D “allunga” le sue estremità imitando il comportamento delle piante: sto riassumendo, l’intervento è più complesso e più esplicativo, ma già così la trovo un’idea geniale.

Se prima solo l’equipaggio dell’Enterprise poteva andare “spavaldamente là, dove nessun uomo era mai stato prima”, ora anche i plantoidi potranno raggiungere luoghi impensabili per gli umani: andando spavaldamente là… dove nessun robot era mai stato prima!


Ascolta (o scarica) l’intervento:

I robot del futuro e le piante
Domenica 1° settembre 2019
[scarica in mp3]

Quando si parla di piante a nessuno verrebbe mai in mente di prenderle come modello da imitare per realizzare i robot del futuro, macchine in grado di operare in contesti al di fuori delle fabbriche e capaci di adattarsi ad ambienti estremi e mutevoli. Eppure oggi la tecnologia sta studiando le strategie di comunicazione chimica, di movimento e di difesa dei vegetali per trasferirle in macchine all’avanguardia al servizio dell’umanità. Barbara Mazzolai, inventrice del plantoide ‒ il primo robot ispirato al mondo delle piante che potrà trovare impiego in numerosi ambiti, dall’esplorazione spaziale al monitoraggio dell’ambiente ‒ racconta perché, per riuscire a immaginare un futuro ecosostenibile, è necessario che biologia e tecnologia procedano insieme nell’indagare i misteri della natura.


Guarda l’intervento:

L.

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Pubblicato da su dicembre 18, 2019 in Recensioni

 

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Pagine d’ammmmore (2015-16)

Poteva il mio viaggio nelle “biblioteche dell’ammmmore” rimanere indifferente davanti al palinsesto televisivo di Paramount? Il 9 e il 10 dicembre scorsi il canale ha trasmesso in rapida sequenza i due film televisivi che formano “The Bridge” (2015-2016), per l’occasione battezzato in Italia “Pagine d’amore” e “Pagine d’amore, parte seconda“: un nubifragio di melassa zuccherata e di sentimenti dozzinali come se avessero infilato dei MioMiniPony nel frullatore! Pura overdose di arcobaleno.
Jamie Pachino adatta per la regia di Mike Rohl il romanzo omonimo del 2012 di Karen Kingsbury, che Tre60 ha portato nelle librerie italiane nel 2014 con la traduzione di Anna Ricci: non ho il coraggio di leggermi Pagine d’amore romanzo, quindi mi limito a recensire il doppio film televisivo della Hallmark, la casa dell’ammmmore con tante “m”.

È un piacere ritrovare Ted McGinley e Faith Ford, attori che già interpretavano una coppia sposata nella divertente sit-com “Hope & Faith” (2003-2006). Qui sono Charlie e Donna, che si incontrano per caso in libreria, agguantando lo stesso libro: non c’è bisogno di aggiungere che scatta l’ammmmmmore. Due fotogrammi dopo sono sposati, un fotogramma dopo lei è incinta poi perde il figlio poi soffre e a trenta secondi dall’inizio del film Charlie decide di aprire una libreria dentro casa, chiamata “The Bridge”: sarà quello il loro figlio. Con tre ore totali di film, forse qualche fotogramma in più potevano utilizzarlo a spiegarci questi due personaggi…

Due attori destinati ad essere sposati in TV

Con un approfondimento emotivo degno di un modulo delle tasse abbiamo conosciuto la coppia che farà solo da sfondo alla vera vicenda, perché entrambi i film raccontano la travagliata (e vergognosamente banale) storia di Molly (Katie Findlay) e Ryan (Wyatt Nash). Lei, non ci crederete mai, è ricca sfondata perché il padre è un magnate di non si sa cosa, e appena lei mette piede al college incontra lui, bello, simpatico, affabile, che ovviamente suona la chitarra, compone canzoni, aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e dona reni come caramelle: fra i due sboccia l’amore come se esplodesse un orsetto tenerone, inondando tutto di liquame zuccheroso.

Come avrete capito, è un film dove l’ammmmmmore regna sovrano

Lui la porta nel suo luogo speciale, cioè la libreria “The Bridge”, che non è però una libreria: è un’abitazione privata piena di libri, dove la gente entra e fa di tutto tranne che leggere. Non dimentichiamo che nessuno legge ma i libri sono l’unico elemento accettato nelle storie d’amore: un paradosso che non troverà mai spiegazione.

“The Bridge”: la libreria che non sembra una libreria

Quindi al “The Bridge” la gente mangia, beve, chiacchiera, sonnecchia, russa e rutta, TUTTO piuttosto che leggere o comprare libri. Così conosciamo storie di gente di cui non ce ne frega niente ma occhio che è una sceneggiatura d’acciaio: le persone conosciute nel primo film saranno fondamentali nella trama del secondo. Che sceneggiatura diabolica!

Questo è l’unico libro letto in “The Bridge”: La casa nella prateria

Molly è una donna anglofona e le donne anglofone conosco esclusivamente le sorelle Brontë, in narrativa, e la Dickinson in poesia: basta, non esistono altri autori. Di nuovo è un paradosso: il pubblico anglofono non conosce nulla di letteratura ma adora sentir parlare di letteratura, quindi sceneggiatori e scrittori non possono citare che due o tre autori di lingua inglese in qualsiasi opera, anche la più intellettuale. Shakespeare e Dickens per gli uomini, Brontë e Dickinson per le donne. Fine.
Quindi ben due film dedicati ad una libreria riescono a NON citare un libro manco per sbaglio, a parte le edizioni personali della Brontë dei due personaggi, inquadrate per pochi fotogrammi.

Un libro che proprio non mi aspettavo, in una storia d’amore…

Ma se Pagine d’amore non parla di pagine, di cosa parla? Ovvio, d’ammmmmmmmmmmmore. Abbiamo issa, abbiamo iss’ e cosa manca? ‘O malamente.
Il cattivo della vicenda è il padre di Molly, un ricco che sospetto anche pervertito, in quanto ossessionato dalla figlia che controlla in ogni singolo secondo della sua vita, e non vuole che si innamori di uno spiantato ma che sposi il solito stronzo di turno. La narrativa romance infatti ha un grado di approfondimento pari ad un sudoku: la protagonista è sempre contesa fra due uomini, di cui uno è uno stronzo. Prima si mette con lui, perché alle donne piacciono gli stronzi (non lo dico io, lo dicono milioni di romanzi romance!) ma poi alla fine si mette col bravo.

Ma sì, buttiamoci un altro Jane Eyre

Qui ci vogliono tre ore di storia per mettersi col bravo, perché viene attuato in un film il biasimevole trucchetto che distrugge tutte le serie televisive: l’amore interrotto. Prendete una serie TV a caso, una qualsiasi, c’è sempre una stagione in cui decidono che uno dei protagonisti deve innamorarsi di una protagonista, e per 24 episodi avremo ogni puntata in cui lui sta per dichiararsi e succede qualcosa che lo fa ripensare, poi sta per dichiararsi lei e sul più bello viene interrotta e ci ripensa, e via per lunghe ore di spazzatura rosa.
Qui, per tre ore di filata, in una storia che copre addirittura sette anni di vita dei due amanti, succede sempre qualcosa nel momento esatto in cui si stanno per dichiarare l’ammmmore. Un amore di cartone, ovviamente, le cui motivazioni sono barzellette rosa da caserma d’amore. Alla trentesima interruzione continua, con relativo cambio d’idea del personaggio, è chiaro che The Bridge è pura pazzia rosa, è un orsetto gommoso stuprato da un unicorno con un arcobaleno acido come coperta.

E buttiamoci ancora un altro Jane Eyre!!!

Vi risparmio il guizzo di sceneggiatura del secondo film, dove il gestore della libreria che crede in Dio va sotto una macchina e finisce in coma, così la moglie atea comincia a credere e a pregare, mentre tutti i personaggi del primo film tornano a vomitare amore e zucchero, con un finale che definirei Apocalypse Love: l’amore definitivo che uccide il buon gusto a forza di bacetti. Un’apoteosi di ammmore che uccide, una storia imbarazzante tipica del romance, un genere narrativo il cui unico sforzo è ripetere quanto già detto ma in modi sempre più ovvi e banali. Non è facile, un minimo di brio o novità scappa a chiunque, quindi… massima stima!

Lascio infine traccia del doppiaggio italiano:

Personaggio Attore Doppiatore
Molly Callens Katie Findlay Francesca Manicone
Ryan Kelly Wyatt Nash Andrea Mete
Donna Faith Ford Francesca Fiorentini
Charlie Bartons Ted McGinley Saverio Indrio
Wade Callens Steve Bacic Mario Cordova
Edna Largo Alison Araya Emanuela D’Amico
Preston Carey Feehan Emiliano Coltorti
Ronnie Natasha Burnett Elena Liberati
Jeanette Kelly Anne Marie DeLuise Selvaggia Quattrini
Kristen Jones Andrea Brooks Joe Saltarelli

Doppiaggio: E.T.S.
Direzione del doppiaggio: Elio Zamuto.
Assistente al doppiaggio: Francesca Nicolosi.
Dialoghi italiani: Elisabetta Polci.
Fonico di mix: Simone Bertolotti.

L.

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Pubblicato da su dicembre 16, 2019 in Recensioni

 

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