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Leggere: il futuro digitale (2001)

Tutti sappiamo cos’è successo l’11 settembre 2001, e come sempre quando avviene una grande disgrazia tutto ciò che l’ha preceduta, e che non ha alcun legame con essa, viene dimenticato.
Dieci giorni prima dell’evento che ha segnato l’infausto inizio del millennio è morta in un incidente aereo Aaliyah, nuova promessa dell’hip pop subito approdata in grandi produzioni cinematografiche che anche in Italia stavano riscuotendo un minimo di interesse. Nessuno si è accorto della sua morte, come il 3 luglio scorso temo non abbia ricevuto l’omaggio che meritava la scomparsa della tedesca Solvi Stubing, che ha avuto la sfortuna di morire insieme a Paolo Villaggio…

Dove voglio arrivare con questa lugubre premessa? Al fatto che davvero pochi hanno notato una previsione sull’editoria digitale, lanciata sul “The New York Review of Books” il 5 luglio 2001, e nei mesi successivi davvero a pochi è importata la questione.
Eppure quel giorno il 73enne editore Jason Epstein è riuscito a scrivere un testo tanto lungimirante quanto fuori tema, tanto illuminato quanto ingenuo: a più di quindici anni di distanza quella previsione riesce ad essere azzeccata quanto sballata…

Epstein scriveva quando i libri digitali si potevano leggere unicamente sullo schermo del PC di casa, o al massimo del PC della biblioteca locale: non certo una valida alternativa al cartaceo. Chi mai sarebbe stato così pazzo da leggere libri seduto davanti al PC? (Io, ovviamente, che li leggevo in quel modo già dal ’99, ma questa è un’altra storia.)
Eppure un addetto ai lavori come Epstein non può fare a meno di notare che è quello l’andazzo, che tutti i fattori indicano che l’editoria digitale non è un campo da ignorare o disprezzare. Così cosa pensa? Vaticina un futuro molto simile a quello che si è avverato.

«Il coincidere di Internet con la trasmissione istantanea e il recupero del testo digitale è un evento epocale, paragonabile all’impatto dei caratteri mobili di stampa sulla civiltà europea di mezzo millennio fa, ma con implicazioni che coinvolgono il mondo intero. Nel futuro digitale, gruppi di scrittori, editor, pubblicisti e manager di siti Web ovunque nel mondo si uniranno per fondare le proprie società editoriali Web-based e vendere direttamente i loro libri ai lettori.»
(da Cultura Digitale, traduzione di Delfina Vezzoli)

L’editore immagina un futuro di libri digitali da stampare on demand. Liberi dalle pastoglie degli editori e dei distributori, coi loro mille difetti e costi, gli autori pubblicano direttamente in digitale e vendono personalmente in tutto il mondo. (Chi scrive è un anglofono, e come tutti gli anglofoni è sinceramente convinto che in tutto il mondo si parli inglese!)
Chi dall’altra parte del mondo compra il libro, lo fa in digitale così risparmia un bel po’ di soldi. Poi si reca sotto casa dove si sarà aperto uno dei nuovi negozi immaginati da Epstein… e se lo fa stampare in una copia del tutto indistinguibile da un libro “classico”. Questo azzera l’ingente e annoso problema dei resi – peste nera dell’editoria di cui gli idealisti e gli autori troppo spesso ignorano l’esistenza – e spazza al suolo la mafia della distribuzione: chi vuole va a stamparsi il libro e il costo – acquisto più stampa – sarà sempre inferiore ad una tiratura cartacea a cui vanno aggiunti i costi di distribuzione, spedizione e mille altri fattori.

È innegabile che in pratica Epstein abbia anticipato ciò che oggi avviene con le case editrici digitali.
Io, che sono un autore auto-pubblicato, metto il mio libro digitale disponibile alla vendita in tutto il mondo, grazie ad un intermediario che si trattiene una percentuale a copertura dei costi, e chi compra il mio libro se vuole può farselo stampare. Non esistono i negozi immaginati da Epstein (che io sappia), ma è la casa editrice stessa a offrire il servizio: tutti i miei libri – nati e venduti in digitale – possono essere acquistati in copia cartacea: a casa vi arriverà un libro, non un eBook. (Dubito però che il libro stampato sia qualitativamente simile a quella di un libro “vero”.)
Quindi Epstein è stato un Nostradamus dell’editoria? Non proprio, perché è partito da un presupposto sbagliato: che la gente volesse leggere.

Dal 2001 ad oggi la discesa a picco dei lettori ha combaciato con l’impennata svettante degli autori: tutti scrivono, ma nessuno legge. Il digitale è comodo perché abbatte i costi di produzione, ma stampare un eBook su carta non ha senso: semplicemente perché chi compra un eBook non ha bisogno di carta.
Chi esalta “l’odore della carta” spesso non è un lettore attivo: ama l’oggetto libro, non la lettura, quindi chi esalta tanto il cartaceo di solito non compra libri, o non ne compra tanti da avvertire il problema del cartaceo. Chi compra eBook legge, e legge tanto, quindi si è abituato alla comodità dello schermo – smartphone o tablet che sia – e non sente minimamente bisogno di alcuna stampa.

Magari sono troppo integralista e siamo ancora in una fase di passaggio che dia ragione ad Epstein, ma dubito che ci sia un numero importante di persone che compra libri in digitale e poi se li fa mandare a casa in forma cartacea…

L.

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Pubblicato da su luglio 26, 2017 in Recensioni

 

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La biblioteca senza libri (2012)

Il 2 agosto 2012 il periodico “The New Republic” ha pubblicato un articolo dal titolo “The Bookless Library. Don’t deny the Change. Direct it wisely” (La biblioteca senza libri. Non negate il cambiamento, gestitelo saggiamente) a firma di David A. Bell, professore di Storia alla Princeton University.
La casa editrice italiana Quodlibet nel 2013 lo porta nel nostro Paese – con la traduzione di Andrea Girolami – come primo numero della collana digitale “Note Azzurre”, curata da Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni e Paolo Maccari.

Ecco la trama dell’eBook gratuito:

Che fine faranno le biblioteche e i bibliotecari nell’era digitale? Perché dovremmo mantenere costose strutture per ospitare tonnellate di carta, quando tutti i libri saranno disponibili in formato e-book? Come stanno cambiando le abitudini dei lettori? A queste e altre domande cerca di rispondere David A. Bell, professore di Storia a Princeton, in un brillante saggio che disegna una prospettiva rivoluzionaria, prendendo spunto dalle trasformazioni in atto in una delle biblioteche più grandi e avanzate al mondo, la New York Public Library.

Per l’occasione il testo di Bell, molto legato alla realtà americana, viene integrato con un intervento di Riccardo Ridi, professore di Bibliografia, di Biblioteconomia e di Biblioteconomia digitale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che dovrebbe aggiungere al tema un punto di vista più vicino alla realtà italiana.

«Quale sarà il ruolo delle biblioteche quando i lettori non avranno più bisogno di entrarci per consultare o prendere in prestito libri?»

Quando Bell scriveva non c’era ancora stata l’esplosione degli smartphone, quindi la sua visione risulta ancora più cauta: perché i lettori non abbiano più bisogno di entrare in biblioteca per consultare i libri ci vorranno secondo l’autore vent’anni di tempo – reputati troppo pochi da Ridi in appendice – e invece c’è voluto molto meno. Oggi tutti potenzialmente hanno la possibilità di portarsi appresso intere biblioteche in tasca: il problema è che nessuno lo fa. Questo è l’elemento che entrambi i saggisti non prendono in considerazione.

Il breve saggio è interessantissimo e ne consiglio la lettura a tutti, ma come per gli altri saggi che ho letto sulla “modernità digitale” – scritti di solito da chi non la vede di buon’occhio – dimentica un elemento che considero fondamentale: gli utenti. Solo un numero estremamente ridotto di persone ha la fortuna di frequentare biblioteche serie e funzionanti: la stragrande maggioranza della popolazione ne ignora l’esistenza, quindi la “trasformazione” di queste istituzioni rischia di essere un problema un po’ fumoso.

«Ormai già un quinto di tutti i libri venduti negli Stati Uniti sono e-book, e il numero è in rapido aumento.»

Ovviamente il mercato americano è sterminato, se si guarda a quello europeo saranno sicuramente cifre molto più modeste, ma il dato rimane: il digitale ha preso piede fra quei pochi che leggono, quindi la “rivoluzione” c’è già stata, è solamente questione di tempo. Perché chi dice di amare “l’odore della carta” – attenzione: non ama leggere, solo annusare! – poi magari compra solo un libro l’anno, nei casi più fortunati, quindi non ha il minimo peso nella questione.

«Una copia digitale dell’intera collezione di libri della Biblioteca del Congresso – qualcosa come trentatré milioni di volumi – potrebbe dunque entrare con facilità in una scatola da scarpe, il che rende semplice produrre migliaia di copie di salvataggio digitali di ogni libro mai stampato.»

Ovviamente questi discorsi non piacciono ai “tecno-allergici”, costretti di solito ad usare la tecnologia per lavoro e quindi odiandola a morte. Chi dovrebbe fare quelle copie?, si chiede il nostro Ridi. E poi passa il tempo e i file non vengono riconosciuti dai software successivi.
Questo significa che Ridi ha usato software di scrittura in tempi in cui li ho usati anch’io, quando cioè la compatibilità era un nemico: ognuno si faceva un proprio sistema di videoscrittura che non era leggibile da altri.

«Avete mai provato a recuperare un file memorizzato su un floppy-disc e creato con un programma che ormai non esiste più?)», si chiede Ridi. Sì, io ci ho provato e nel ’94 per un certo periodo è stato parte del mio lavoro, la trascodifica da sistemi assurdi verso un DOS più omogeneo.
Io sono passato dall’EasyScript del Commodore64 al WordStar del DOS fino ad arrivare nel 1995 circa al Microsoft Word: da quel momento il viaggio è finito. Io oggi, più di vent’anni dopo, posso ancora aprire i testi che ho scritto nel 1995, perché da allora i programmi alternativi al Word sono scomparsi. (E gli alternativi sono apribili, se usavano comunque il DOS come base.)
Quando è arrivato OpenOffice, che per molti è l’alternativa a Word, non c’è stato alcun problema perché i due formati sono compatibili (a meno che nel vostro documento abbiate messo roba strana).

Assistendo al fenomeno del libro digitale dal 1999, ho visto nascere e morire formati molto diversi, che potevano far pensare a futuri problemi di incompatibilità, ma esistono software di trascodifica fra questi formati, quindi non si perde niente. E poi l’ebook è semplice HTML in forma di libro, quindi ad altissima compatibilità.

«Quando in primavera il ciclo di Harry Potter è finalmente uscito in versione elettronica ha totalizzato un milione e mezzo di dollari in soli tre giorni.»

Questo indica che i lettori comprano l’eBook e spendono soldi: la rivoluzione ha già vinto, è solo questione di tempo prima che sia definitiva.
Tutto il resto del discorso è nostalgia mascherata da elitarismo. Le biblioteche sono posti di conoscenza dove la gente scambia sapere… ma dove? Certo, se come Bell avete il privilegio di entrare in una prestigiosa ed esclusiva biblioteca universitaria ci posso credere, ma i milioni di altre biblioteche dove le coppiette vanno a limonare, dove i ragazzi vanno a sghignazzare o altri a ripararsi dal freddo o dal caldo, non hanno alcuno spazio per conoscenza o sapere: sono solo luoghi pieni di odio per i libri…

Che fine ha fatto la pellicola fotografica? Si è estinta perché nessuno la usava più, con l’avvento della fotografia digitale. Perché nessuno si è dispiaciuto? Perché nessuno ha esaltato l’odore della pellicola? Eppure per esperienza personale trovo nettamente migliori le foto fatte su pellicola: hanno una profondità che nessuno smartphone potrà mai avere. Ma questo è un mio pregiudizio personale: la realtà è che nessuno comprava più la pellicola e questa si è estinta.
Già i libri cartacei hanno un mercato in picchiata totale da almeno vent’anni, quindi basta fare due più due…

Però le biblioteche conservano anche le riviste, che si perderebbero col digitale. Ma dove? È esattamente vero il contrario: il titanico numero di riviste che NESSUNO compra sono rimaste in vita – a succhiare soldi allo Stato – solo ed esclusivamente grazie al digitale: quello che vedete in edicola è l’1% delle riviste esistenti.
Per fortuna nel resto del mondo non sono così corrotti come gli italiani, quindi le riviste non possono contare su soldi dati gratis dalle tasse dei cittadini onesti, eppure lo stesso cadono come mosche: prestigiosi e storici giornali hanno chiuso i battenti perché nessuno li comprava. Fine del problema.
E le riviste passate? Quelle cioè già stampate? Per fortuna esistono gli scanner per salvarle in digitale…

Tutti i saggi che finora ho letto sul problema partono dal fatto che il digitale è cattivo, perché di solito chi scrive lo odia, e che il cartaceo è buono. Siamo tutti d’accordo, ma di solito chi pensa questo NON compra cartaceo, quindi la sua opinione è totalmente inutile. Solo chi spende soldi vota, solo chi vota cambia il mercato, e il mercato dice che il cartaceo costa troppo – sia per chi compra che per chi vende – e che i vantaggi del digitale superano di mille volte quelli della controparte. Questo fatto però nessuno lo analizza, perché il digitale è cattivo e il cartaceo è buono.
Curiosamente chi pensa questo, poi lo dice… scrivendo in digitale.

La rivoluzione ha già vinto, che piaccia o meno: resta da vedere quanto ci metterà il vecchio regime a capire che è meglio guidare il cambiamento che farsi investire…

L.

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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Recensioni, TecnoLibri

 

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Alla scoperta dei mostri del mare con Richard Ellis

Era il 2005 quando su una bancarella comprai a 3 euro un corposo saggio in edizione cartonata di Richard Ellis dedicato al calamaro gigante, scoprendo un saggista spettacolare e un narratore appassionante. Ellis sa farti girare per tutte le materie scientifiche con la divertita gioia di chi ama raccontare.
Ecco perché non ho esitato ad intraprendere la lettura – o sarebbe meglio dire la consultazione a lungo termine – del titanico saggio “Mostri del mare. Serpenti marini, manati, globster, calamari giganti, piovre, squali, balene e altre creature degli abissi” (Monsters of the Sea, 1994) che Piemme (specializzata in saggi intrigantissimi di ampio respiro) ha portato in Italia nel 2000 con la traduzione di Francesco Saba Sardi.

Mari ed oceani nascondono una quantità inimmaginabile di creature incredibili, eppure… alla fin fine l’immaginario collettivo ha davvero ben poca fantasia. I “mostri del mare” sono davvero pochi, in confronto a quanti potrebbero essercene.
Balene, squali, polipi, calamari, ovviamente di dimensioni titaniche ma alla fin fine sono questi gli unici mostri giganti che conosciamo. Ellis li prende uno ad uno – con l’aggiunta di mostri di Loch Ness ed altri casi stuzzicantissimi – e li analizza e ce li racconta, anche attraverso le leggende che li riguardano.

Ellis è un grande narratore e quindi il testo è appassionante e prende subito, anche se le vaste dimensioni del saggio hanno permesso all’autore di vagare davvero per oceani di parole, sviscerando ogni argomento fin nei minimi particolari. Come dicevo forse non è un libro da leggere ma da consultare, data la vasta ampiezza della narrazione, ma se siete appassionati di storie e leggende di animali incredibili e vi piace la buona divulgazione, Ellis è l’autore che fa per voi… e non vi dispiacerà seguirlo per le sue lunghe rotte.

La criptozoologia e roba simile è sempre una trappola pronta a scattare, ed essendo Ellis uno studioso serio deve ben spiegare che non esiste una “scienza ufficiale” che nega l’esistenza dei mostri: molte incredibili creature sono entrate nei manuali nel momento in cui è stata comprovata la loro esistenza, ma se altre rimangono voci di terza o quarta mano, non si può prenderle per vere così, sulla fiducia. Questo non vuol dire che chi crede nei mostri fantastici sbaglia, la fantasia non è mai una colpa, ma diventa seccante nel momento che pretende di chiamare “scienza” la chiacchiera da taverna.

Come Ellis racconta con dovizia di particolari, di fonti e date, sono tantissimi i ritrovamenti di esseri spiaggiati che sfuggono a qualsiasi tipo di catalogazione, e qui purtroppo entra in ballo una comunità scientifica non preparata o comunque non organizzata: campioni che si perdono, foto fatte male, testimonianze ritrattate… tutto questo non fa fare bella figura ai ricercatori, ma è anche vero che quando trovi un “blob” di due quintali sulla spiaggia – cioè un enorme tappeto di materia connettiva senza niente che faccia pensare ad un animale, se non la composizione fisica – non è che puoi mantenere il sangue freddo.

Dalle storie di marinai alle storie di scienziati, dai romanzieri agli appassionati: tutti hanno voce in capitolo in questa sontuosa opera assolutamente imperdibile.
Me la sono sbocconcellata in questi mesi, leggendola nei ritagli di tempo e durante le merende – cosa c’è di meglio che sgranocchiare gallette di mais in compagnia di titanici mostri marini? – e quando è finito mi è venuto da dire: “già finito?” In realtà sono mesi che lo leggo, eppure sembra ieri che l’ho iniziato…

Un’ultima nota devo farla alla traduzione italiana, che ha dei passaggi quanto meno discutibili.

«Bavendam, che sommozzava più a nord dell’équipe di Cousteau»

La Treccani mi informa che “sommozzatore” deriva dal napoletano “sommozzare”, «spingersi verso il fondo marino per pescare, tuffarsi nell’acqua» , però mi sento di dire che il verbo non ha avuto lo stesso successo del sostantivo.
Capisco che i traduttori italiani devono costantemente scontrarsi contro la facilità che la lingua inglese ha di “verbizzare” tutto e contro la difficoltà italiana di farlo, però onestamente è davvero brutto quel “sommozzava”, tanto che mi sembra quasi una presa in giro…

«Al terzo tentativo l’octopus ha avulso il tappo»

Il celebre esperimento – mediante il quale si è scoperto che i polpi sono intelligenti quanto un cane, però lo stesso ce li mangiamo senza problemi – mi è stato rovinato da quell'”avulso” che mi fa troppo ridere: mi ricorda un vecchio sketch di Carlo Verdone.
Per carità, il termine esiste, però visto che ha più il significato di «strappato, staccato via» – il che non è corretto, visto che parliamo di un tappo svitato – perché non usare, che so…. “svitato”?
Da ragazzino ho avuto il piacere di vedere la puntata di Quark dove hanno ricreato l’esperimento di Cousteau e, davanti alla telecamera, un polipo ha svitato un barattolo che conteneva un granchietto, dimostrando un’abilità intuitiva sconosciuta negli altri animali del suo ambiente.

«un comportamento ereditario che testifica di una delle straordinarie abitudini degli octopodi»

Anche qui, siamo tutti d’accordo che il verbo “testificare” esiste però… ma santo polipo, non era più semplice usare “testimonia”?

Per carità, è solo un mio puntiglio che ho voluto “testificare” in questo post, perché per il resto è una lettura piacevolissima e senza problemi.

L.

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Pubblicato da su luglio 7, 2017 in Recensioni

 

Tre libri per cambiare un mondo

Questo post avrei dovuto scriverlo a maggio, quando “Urania” n. 1642 ha riportato in edicola “Domani il mondo cambierà” di Michael Swanwick, ma visto che grazie al digitale il libro sarà per sempre disponibile, questo piccolo ritardo si annulla.

Ne approfitto quindi per ripescare un testo breve che ho scritto il 23 agosto 2005 sul gruppo Yahoo! “Libridine”: recuperarlo non è stato facile, perché da anni non accedevo a Yahoo! e mi ha chiesto un campione di sangue prima di farmi entrare di nuovo!
Arricchisco quel mio vecchio intervento di trame e link vari: spero possa essere utile questa segnalazione.

Tre libri
per cambiare un mondo

Ho letto tre libri (due questo mese, uno anni fa) molto simili e vorrei discutere delle differenze.
Ecco i libri e le trame ufficiali:

Domani il mondo cambierà” (Stations of the Tide, 1991) di Michael Swanwick
Urania n. 1236 (24 lugliio 1994)
Vincitore del Premio Nebula 1991 assegnato dall’Associazione degli Scrittori Americani di Fantascienza (SFWA), Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.


Diga sul pianeta Hestia” (Hestia, 1979) di C.J. Cherryh
Urania n. 933 (12 dicembre 1982)

Se non sapessimo che l’autore di questo romanzo (ormai celebre negli USA) è una donna, non esiteremmo a lodare in primo luogo la sua straordinaria delicatezza di fantasia e di stile. Ma come evitare che alcuni lettori non pensino subito a un “romanzo rosa”, benché l’avventura sia spaziale e il lugubre, degradato, piovoso pianeta Hestia sia popolato da rozzi ubriaconi? Metteremo l’accento, dunque, piuttosto sulla robustezza dell’intreccio e sull’eccezionale qualità di un “suspense” che non ha nulla di particolarmente femminile, né di particolarmente maschile, ma è per così dire un suspense unisex, ovverosia per tutti.

 

 


È difficile essere un dio” (Trydno byt’ bogom, 1966) di Boris ed Arkadi Strugatski
Urania n. 1109 (10 settembre 1989)
La razza umana ha conquistato le stelle. E nella Galassia ha scoperto l’esistenza di un’altra forma di vita, di un’altra civiltà evoluta. Un nuovo, immane compito attende gli uomini, quello di sorvegliare affinché le varie culture di sviluppino armonicamente. Molte sono le persone che, col rango di osservatore, vengono disseminate sul pianeta, ma non per tutti è facile rimanere distaccati dagli avvenimenti che si succedono. Il compito principale di un osservatore è solo quello di guardare e riferire, ma non tutti sanno, o vogliono, disgiungere il cuore dalla mente. Cosa succederà se qualcuno cercherà d’intervenire nei fatti di un’altra cultura? Quali saranno le ripercussioni a livello planetario prima, galattico poi? Sul classico tema dell’utopia, un romanzo carico di tensioni, gravido di domande le cui risposte interessano tutti.


 

Tutti e tre questi romanzi raccontano le vicende di un osservatore esterno, un terrestre, inviato in una colonia umana su un altro pianeta per cercare di risolvere una situazione problematica. In queste storie le colonie terrestri sono ad un livello bassissimo di tecnologia, né fanno qualcosa per cambiare la situazione: si aspettano l’aiuto della Terra (Cherryh e Swanwick) o si fanno bastare quel che hanno (Strugatski). L’osservatore esterno ha le mani legate, ma dovrà in qualche modo aiutare la popolazione della colonia che, per quanto lui disprezzi, suscita comunque un certo rispetto.
Tre storie molto simili, dunque, ma profondamente differenti nei contenuti.

Il romanzo della Cherryh è una godevolissima storia di “frontiera”. I coloni devono costruire una diga che distruggerà il territorio di alcuni alieni autoctoni, per nulla disposti a dar spazio agli invasori. Ricorda molto una storia western fra indiani e cowboy, e possiamo dire che la “morale” della storia sia: colonizzare va bene, ma bisogna rispettare chi ci sta attorno.

Il romanzo di Swanwick ha connotazioni decisamente religiose. Il terrestre infatti deve cercare Gregorian, messia che vuole salvare la gente della colonia rendendola indipendente dalla Terra. Gregorian è nato da madre vergine, la quale è stata “fecondata” da un uomo venuto dal cielo. (ricorda niente?). La storia si basa molto su elementi mistico-religiosi, uniti ad una (forse troppo) forte dose di esoterismo.

Il leit-motiv del romanzo degli Strugatski, invece, è: per salvare gli uomini, un dio deve scendere nel fango insieme a loro, ma appena lo fa… non è più un dio.
L’osservatore esterno è frustrato perché la gente della colonia non evolve, non sviluppa una società complessa, ma rimane ad un modello medievale. In confronto agli autoctoni, il terrestre è come un dio ma la responsabilità è pesante: spingere la comunità verso un non meglio specificato progresso o lasciare che nuoti nel proprio fango? L’osservatore, come ogni dio che si rispetti, non dà segni né indicazioni. Ma prima o poi dovrà intervenire, ed assumere su di sé la responsabilità di tutta una civiltà.

L.

A destra, il celebre regista Werner Herzog
nella parte dell’amico di Don Rumata (Edward Zentara)

P.S.

Ricordo che da È difficile essere un dio è stato tratto uno splendido film, di cui parlo nel mio speciale Strugatsky Forever del blog “Il Zinefilo“..

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Pubblicato da su luglio 3, 2017 in Recensioni

 

Animali notturni (2016) La vita e l’opera

animali-notturniIl 17 novembre 2016 è uscito in Italia un film molto particolare e che non so neanche se ho capito fino in fondo, ma quando arriva la parola “fine” lo sgomento iniziale – con la convinzione che il regista si sia perso qualcosa per strada – lascia subito il posto ad una chiave interpretativa che affonda in un tema a me caro: il rapporto tra la vita e la narrativa.

Il film è “Animali notturni” (Nocturnal Animals, 2016) diretto con mano sicura da Tom Ford, che adatta per lo schermo il romanzo “Tony e Susan” (Tony and Susan, 1993) di Austin Wright, giunto in Italia nel 1994 per Rizzoli (trad. Mario Biondi), ristampato poi nel 2011 da Adelphi (trad. Laura Noulian).
Sottolineo che non ho ancora letto il romanzo, quindi parlo solamente del film.

Come si è passati dal titolo Tony e Susan ad Animali notturni? È la solita voglia cinematografica di mischiare le carte in tavola? Sì e no, perché il cambiamento di titolo serve a sottolineare maggiormente una sottigliezza metanarrativa.
La ricca e smorfiosa Susan Morrow (la gelida Amy Adams) ha tutto ciò che l’americano medio considera “di successo”: una enorme casa fredda ed inospitale, soldi da buttar via in cose brutte che altri definiscono belle e un marito bello e ricco, che ovviamente la ignora per correre la cavallina. Insomma, Susan è una donna “arrivata”. Ma non è sempre stata così.

La sempre gelida Amy Adams

La sempre gelida Amy Adams

Un tempo Susan aveva dei sogni normali ed amava un uomo normale, cioè povero ma ricco di difetti, un uomo che tutti non hanno mai esitato a definire “fallito”: Edward Sheffield (il sempre bravo Jake Gyllenhaal).
Sposare quest’uomo è un errore e la madre di Susan la mette in guardia… quindi lei lo sposa. E ovviamente va male: la frustrazione per un romanzo che non riesce a scrivere rende Edward amaro e alla fine la coppia scoppia. Ora, da 15 anni, Susan vive la vita giusta per lei e considera l’ex marito uno sgradevole ricordo.
Finché un giorno riceve un manoscritto: finalmente Edward ha scritto il suo romanzo e glielo fa leggere in anteprima.
Un romanzo intitolato “Animali notturni“.

tony-susanNel romanzo originale di Wright abbiamo due titoli, nel film invece è uno solo. Apparentemente il film si intitola come il manoscritto di Edward perché è questo il protagonista della storia, ma suggerisco un’altra interpretazione: la scelta del regista-autore è quella di mettere subito in chiaro che è tutto un gioco metanarrativo, che è una storia che parla di una storia che parla di se stessa.
Perché quando Susan inizia a leggere il manoscritto… scopre che i protagonisti sono lei ed Edward, anche se con un altro nome. Sono Tony e Susan…

Noi non vediamo mai Edward, non sappiamo chi sia oggi, dopo 15 anni dalla separazione con Susan: ciò che noi spettatori vediamo è Tony, il personaggio scritto da Edward, che ha la sua faccia e apparentemente vive le stesse situazioni. Ma ben presto un evento di forte impatto – che non rivelo – fa capire chiaramente che le due vite letterarie non sono più uguali. Qualcosa è successo, qualcosa è esploso, qualcosa si è rotto… e la vita di Tony e Susan nel manoscritto non corrisponde più a quella “vera”.

Mediante un ispirati gioco di flashback e dissolvenze Tom Ford ci mostra un dedalo di storie e situazioni che creano un quadro generico sfuggente ma chiaro.
La vita di Susan è stata come quella di chiunque altro: squallida, piena di rimpianti, di rimorsi e di dolori ingoiati a forza. Lo stesso quella di Edward, ma evidentemente l’uomo deve venire a conoscenza di un segreto del passato della coppia e trova finalmente la spinta per completare il suo romanzo. E cosa scrive?

Jake Gyllenhaal nel ruolo di Tony (© Merrick Morton/Focus Features)

Jake Gyllenhaal nel ruolo di Tony (© Merrick Morton/Focus Features)

Siamo tutti cresciuti con la fiction e in essa sfoghiamo le frustrazioni quotidiane. La vendetta è una tematica antica quanto la letteratura e grande consolatrice: visto che nessuno si riesce a vendicare nella vita vera, cerca rifugio nella finzione.
Il dolore di Edward  per lo squallore della vita con Susan lo spinge a modificarla, a renderla molto più noir, a prendere la vigliaccheria e farne topos cine-letterario, a prenderne il rimpianto e a farne elemento drammatico.
Così mentre Susan legge e scopriamo le brutture della vita “normale”, in ciò che legge scopriamo che Edward si è trasformato in un Tony molto più simile al Giustiziere della notte e alla tradizione del vengeance che ad una qualsiasi vita vera.

Cos’è la letteratura se non un modo bello per dire cose brutte? Cos’è la narrativa se non uno strumento affascinante per raccontare miserie e dolori? Chi può dunque rimproverare ad Edward di aver voluto riscrivere la propria vita, trasformandola in una affascinante caccia all’uomo? Con tanto di rude sceriffo del Texas, interpretato dal sempre titanico Michael Shannon. (Quando il grande pubblico “scoprirà” quello che è il nuovo migliore attore in circolazione, sarà sempre troppo tardi.)

Il sempre intenso Michael Shannon

Il sempre intenso Michael Shannon

Devastata dalla lettura di una vita squallida trasformata in storia edificante ed appassionante, Susan vuole incontrare quell’ex marito che ha disprezzato per anni, vuole forse riallacciare un rapporto che in fondo non ha mai capito. Ma non si può incontrare un personaggio letterario, perché Susan commette il più imperdonabile degli errori: confonde l’uomo con l’artista. Dà appuntamento ad Edward confondendolo con Tony…

Ripeto, dopo essere rimasto frastornato da un film indefinibile, questo è quanto ci ho letto io: non escludo che non c’entri nulla con quanto pensava il regista-autore, ma rimane comunque una chiave di lettura plausibile.
Per una recensione diversa ma meritevole, rimando al blog “La Bara Volante” di Cassidy – il presidente del Michael Shannon Fan Club!!! – e “L’Ultimo Spettacolo“.

L.

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Pubblicato da su gennaio 2, 2017 in Pseudobiblia, Recensioni

 

Malapunta (2011) di Morgan Perdinka

danilo-arona-malapuntaGrazie alle Segnalazioni di dicembre del blog Nocturnia di Nick Parisi scopro che le Edizioni XII liquidano il loro intero catalogo al 50% di sconto. Oltre ad invitarvi a spulciare il loro catalogo on line, ne approfitto per parlare di uno dei loro titoli a cui sono più legato: Malapunta (2011) di Danilo Arona.
La meravigliosa copertina che vedete qui di lato è una delle tante meravigliose che la casa editrice ha sfoggiato per i suoi romanzi: questa in particolare è firmata da Jessica Angiulli e Lucio Mondini.

È stato un agosto intenso quello del 2011, quando andavo a lavoro in una Roma afosa e caotica – l’immagine della Capitale che si svuota per le vacanze non esiste più dagli anni Novanta – su mezzi pubblici infernali ma con in borsa questo meraviglioso romanzo. E con una matita con cui sottolineare a più non posso.

Per l’occasione recupero la recensione che scrissi il 18 agosto 2011 su ThrillerMagazine.

Malapunta

Destino comune delle creature è quello di ribellarsi ai propri creatori: la situazione si fa spinosa quando diviene vago il confine tra i due. Morgan Perdinka è una creatura, non esiste se non nell’invenzione di Danilo Arona, il creatore… o viceversa? Nella bibliografia del Perdinka troviamo alcuni libri scritti da Arona, il quale anche quando confessa apertamente l’atto di creazione non è mai definitivo, come se lasciasse spiragli ad altre verità. La differenza tra la creatura e il creatore è talmente flebile che non vale la pena stare ad indagare oltre e prendiamo per buona la definizione di Arona che apre la sua prefazione:

«In uno di questi universi esisteva Morgan Perdinka, lo scrittore».

Da questa situazione poco chiara – aggravata dal fatto che alcune librerie online non riportano Arona fra gli autori! – scaturisce Malapunta. Dopo aver conosciuto la morte di Morgan Perdinka (ne L’estate di Montebuio, Gargoyle Books 2009), ora ne approfondiamo l’opera con un suo romanzo del 2003 “ritrovato” e presentato da Arona e da una sibillina Chiara Bordoni, che destabilizza il lettore con una prefazione crudele:

«Morgan e il suo libro, Malapunta, sono in modo per niente rassicurante la stessa entità.»

Malapunta è una piccola isola, tra la Toscana e la Corsica, dove si sogna. Gli unici cinque abitanti, più o meno ufficiali, sono lì per i motivi più diversi ma sono tutti accomunati dai sogni: straordinariamente simili e straordinariamente letali. Non serve altro nelle capaci mani dell’autore (Perdinka o Arona che sia) per tessere una trama sottile che avvolga l’intero mondo, l’intero universo e l’intero tempo: come può una roccia in mezzo al mare – «quel sasso emerso che sfidava il cielo e la logica con il suo carico di enigmi» – farci riflettere sull’universo? Semplice: tramite i sogni.

Sarebbe facile e sbrigativo definire Malapunta come una porta verso altre dimensioni: il guaio è che stiamo parlando della nostra dimensione. Comunque è sempre una porta, e come un’altra celebre porta (quella di Rashō, detta Rashōmon) vede il ripetersi delle storie a seconda del punto di vista di alcuni personaggi, perché la realtà è (purtroppo) unica, ma viene vissuta (orribilmente) da ognuno in modo diverso.

I libri di Arona fanno male dentro, creano dolore nell’anima perché l’autore riesce ad arrivare in punti che non credevamo di avere sensibili. Quanto sarebbe bello poter accusare lo scrittore di star inventando tutto, di star distorcendo la realtà per fini romanzeschi… ma il problema è che i suoi libri ci fanno capire che siamo noi ad aver distorto la realtà per poter andare avanti, per poter chiudere gli occhi la notte senza intravedere demoni dai capelli lunghi…

Quando si chiude Malapunta si prova la stessa sensazione provata da ogni libro di Arona: qualcosa è cambiato, anche se non si sa cosa. Molti libri ci cambiano dentro: i suoi libri cambiano invece il nostro esterno, la nostra realtà non è più la stessa dopo aver letto un titolo di Arona! È come se svegliasse sensori, idee, ingranaggi che siamo riusciti a tenere sopiti e li mettesse in fibrillazione. Ci fa ricordare eventi passati che avevamo rimosso, o forse ci convince di ricordare qualcosa in realtà mai avvenuta, ma il risultato è lo stesso: ci ritroviamo con la sensazione che la nostra realtà è cambiata… ed è tutta colpa di Arona!

«Malapunta è come certi deserti dell’Africa. Ti entra dentro e fa nascere brutti pensieri. E sogni. Sogni talmente densi che si confondono con la realtà».

Come illustrato alla perfezione dalla copertina del libro, l’universo dai capelli lunghi che vive nelle nostre menti avvolge tutto, e forse solo da Malapunta possiamo iniziare a prenderne coscienza.

Un romanzo intenso e doloroso che manda in frantumi lo specchio che noi chiamavamo realtà. «Lo specchio si è spezzato – recita Max von Sydow ne L’ora del lupo bergmaniano – ma cosa riflettono i frantumi?» C’è solo da augurarsi che non riflettano dei lunghi capelli…

L.

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Pubblicato da su dicembre 5, 2016 in Recensioni

 

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Noir (2016): tre sfumature di nero

Noir_MathesonHo letto in questi giorni l’antologia “Noir” con cui TimeCrime (Fanucci) presenta tre storie nere d’annata di un maestro come Richard Matheson: due già edite singolarmente ed un grande recupero da applauso.
Prima di parlarvene, vi ricordo che la scheda completa la trovate nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.

Richard Matheson è un nome molto noto ai lettori di fantascienza o di quel genere letterario che non so identificare se non come “Twilight Zone”, visto che l’autore scriveva per la celebre serie Ai confini della realtà. Ma scriveva anche per i telefilm presentati da Alfred Hitchcock e questo testimonia un altro genere amato da Matheson: il noir.
Sicuramente non è a questo genere che l’autore deve la sua fama, e lo dimostra il fatto che dopo gli anni Cinquanta i suoi romanzi neri sono quasi dimenticati: ci vorrà l’antologia Noir degli anni Ottanta (ripresentata ora per intero in Italia) per ricordare il suo periodo “pulp”, quando i suoi romanzi venivano venduti per pochi spicci… anche in Italia!
Ma andiamo con ordine.

someone-is-bleedingIl primo romanzo, Someone is Bleeding, ha avuto decisamente più fortuna rispetto agli altri due. Appare in volume nel 1953 e poi nell’ottobre ’55 Matheson lo “restringe” per trasformarlo nel racconto The Frigid Flame, apparso su “Justice” e poi raccolto nell’ottima antologia del 1997 American Pulp (Mondadori 2001, Traduzione di Annalisa Carena). Fanucci recupera il romanzo originale nel 2007 e lo pubblica come Ricatto mortale (traduzione di Simona Fefè) ed ora lo fa ritradurre da Stefano A. Cresti con il titolo Qualcuno si agita.

La trama è davvero un “classicone”. È la storia infinita di un uomo che si innamora di una donna sbagliata, dal passato tormentato col brutto vizio di non lasciarla cambiare vita. La classica storia della discesa all’inferno di un amore malato impossibile da estirpare, di una femme fatale votata alla distruzione degli uomini che l’amano.
Il protagonista è David Newton, un romanziere che si innamora di Peggy, una ragazza che è chiaro sin da subito aver avuto un passato burrascoso, ma al cuor non si comanda ed inizia una storia che cessa ben presto di essere “normale”. C’è un avvocato, Vaughan, che è molto protettivo nei confronti della donna e mette subito in guardia David: Peggy è una donna fragile che ha ucciso il suo primo marito.
Ovviamente ogni verità può essere distorta, soprattutto quando ci sono altri interessi in ballo, e David è pronto a difendere Peggy fino all’inferno… anche quando l’uomo che una notte l’ha aggredita viene trovato ucciso.
EsecutoreUna storia nerissima dai continui risvolti che non poteva intrigare i francesi, grandi estimatori del “noir”. Pubblicato già nel 1955 dalla blasonata Gallimard con il titolo Les seins de glace (traduzione di F.M. Watkins) la storia arriva al cinema nel 1974 con il film omonimo di Georges Lautner, giunto subito in Italia con il ridicolo e fuorviante titolo Esecutore oltre la legge.

L’assurdo titolo italiano si spiega con il fatto che i distributori volevano dare agli spettatori un film d’azione con Alain Delon, messo bene in mostra in tutte le locandine, invece il film era qualcosa di completamente diverso.
Il celebre Lautner (regista e sceneggiatore) mette mano al testo di Matheson e trasforma il romanziere David Newton in François Rollin (interpretato dal bravo Claude Brasseur), autore di radiodrammi che incontra la bionda Peggy (Mireille Darc) e se ne innamora, malgrado venga messo in guardia dall’avvocato Marc Rilson (Alain Delon). Il tono frizzante con cui inizia il film rende ancor più duro il passaggio alla parte nera.
La partecipazione di Delon al film è minima, la storia segue abbastanza fedelmente il romanzo di Matheson tranne nel finale (che non svelo), ma che è diametralmente opposto a quello letterario… e solo nel fotogramma finale si spiega (vagamente) il ridicolo titolo italiano.

Fury on SundayRisale di nuovo al 1953 anche il secondo romanzo, Fury on Sunday, che già la Fanucci ha presentato nel 2009 come Tre ore di pura follia (traduzione di Rosangela Bonsignorio) e che qui fa ritradurre al citato Cresti con il titolo Domenica di rabbia.
Nel 1971 questo romanzo, con il titolo Jour de fureur e la traduzione del consueto F.M. Watkins, finirà nella celebre “Série Noire” (Gallimard) e Matheson cercherà di portare il soggetto al cinema, senza riuscirci.

Protagonista è Vincent, un uomo che ha subìto un torto da persone che credeva amiche e che è stato tradito da Ruth, la donna che amava e che gli ha spezzato il cuore sposando il suo migliore amico. Non possiamo biasimare Vincent se ha maturato del rancore verso persone che credeva vicine, anche perché – come se non bastasse – Vincent non può più suonare il pianoforte: aveva un bel futuro come pianista, davanti, ma un incidente gliel’ha strappato via.
Vincent non ha più nulla, ha solo tanta buona musica in testa che suona tra sé e sé agitando una mano. È l’unica consolazione rimasta all’uomo durante le sue lunghe giornate al manicomio… Perché Vincent è un pazzo: un pazzo pericoloso con manie di persecuzione.
Evaso dal manicomio avrà solo poche ore per pareggiare i conti con gli amici di un tempo e riabbracciare la donna che ama: e se per raggiungere questo scopo dovrà fare un bagno di sangue… non c’è problema.

Matheson si dimostra abile nel tessere una trama ad orologeria che non lascia un attimo di respiro, ma l’apoteosi di questa sua tecnica “mozzafiato” è proprio il suo romanzo meno noto e meno ristampato: Ride the Nightmare, il terzo ed ultimo (e migliore) di questa antologia, reso con il semplice titolo Incubo.
Paradossalmente è il primo dei tre ad essere uscito in Italia, nel 1960, come Cavalca l’incubo (“I Gialli Ponzoni” n. 34) ma quelle vecchie pubblicazioni rimangono rarità per collezionisti… Nello stesso 1960 la Gallimard lo presenta come De la part des copains, tradotto da Bruno Martin per la collana “Poche Noire”.

ride_nightmare_consulÈ una serata come le altre in casa Martin, quando lo squillo di un telefono preannuncia disgrazie: la voce di un uomo sgradevole vuole parlare con Chris Philipps, e la moglie Helen non riesce a convincere l’interlocutore che ha sbagliato numero, che quella è casa Martin.
Alla fine aveva ragione l’uomo, che si presenta in casa e minaccia Chris con una pistola: ma come, non ha detto alla moglie che è un rapinatore di banche ricercato?

Chris ha cercato di cambiare vita e per quindici anni c’è riucito. Ha sposato Helen, una brava donna, ed insieme hanno avuto una figlia, Connie. Hanno un negozio di musica e vivono il sogno americano… peccato però che sia tutto basato su una menzogna: Chris Martin non esiste, è solo una finzione.
Quando il malvivente minaccia la figlia, Chris lo aggredisce e lo uccide: ora sta alla moglie Helen decide se chiamare la polizia, e distruggere la loro vita, o aiutarlo a sbarazzarsi del corpo e cercare di continuare la vita di tutti i giorni.

Il passato non è facile a morire, così arriveranno gli altri due ex complici di Chris, scappati di galera, che ricattano l’uomo per avere soldi con cui pagarsi la fuga oltre confine. Inizia un gioco spietato di equilibri criminali, di ricatti e violenza, di alleanze e tradimenti che renderanno infernale la trama.

Ride the NightmareMatheson nel 1962 trasforma il proprio romanzo in sceneggiatura per l’episodio Gli amici ritornano (1×11) della celebre serie televisiva “L’Ora di Alfred Hitchcock” (che ho interamente schedato per gli Archivi di Uruk).

Hugh O’BrianGena Rowlands interpretano i coniugi Martin che si vedono crollare addosso il passato di lui, e la regia di Bernard Girard rende l’episodio oscuro e nerissimo, sottolineando alla perfezione il contrasto tra la vita precedente dei due personaggi e quella attuale, crollata nel baratro del nero.

Di nuovo i francesi si interessano alla trama nerissima e nel 1970 una co-produzione franco-italiana porta al cinema De la part des copains di Terence Young. Il titolo italiano è l’evocativo L’uomo dalle due ombre.
Stavolta tocca a Charles Bronson e Liv Ullmann interpretare i coniugi Martin – anche se diventano Joe e Fabienne – affrontare gli uomini spietati del passato di lui, uno dei quali interpretato dal mitico James Mason.
1970 Cold Sweat 2Il tono del film è molto meno nero del romanzo e dell’episodio hitchcockiano, assomigliando più ad uno dei film d’azione con Bronson tipici dell’epoca: comunque la storia funziona anche se riadattata per il cinema da un team di sceneggiatori “d’annata”. (Tra di loro c’è Jo Eisinger, che ha iniziato la carriera con il film Gilda del 1946!)

Tre romanzi d’altri tempi, dunque, di quegli anni Cinquanta che anche in Italia volevano dire “storie criminali”.
Nei primi due titoli Matheson è quasi costretto ad inserire elementi forti per dare soddisfazione a chi spendeva 25 centesimi: donne svestite costrette a subire violenza anche per giustificare le immagini di copertina. Nel terzo la violenza diventa più psicologica, con meno effetti pulp e più situazioni “criminali”, ma tutti e tre i romanzi sono accomunati… dalla musica!

Il romanziere David Newton conquista Peggy perché condivide con lei la passione per la musica classica (“la buona musica”), il pazzo Vincent ha la mente piena di brani classici che “esegue” battendo con la mano sulla gamba e infine Chris Martin è titolare di un negozio di musica.
Non stupisce questa passione di Matheson, perché la musica classica – che alcuni trovano impropriamente “rilassante” – è un ingranaggio dove ogni elemento è efficace nel punto esatto in cui viene posto, è un alternarsi continuo di tensione e rilassamento, di colpi di scena e svolgimenti armonici. Insomma, è come uno scritto di Richard Matheson.

Sebbene dunque nessuno dei tre romanzi dell’antologia Noir sia inedito – anche se sfido chiunque a trovare una copia di Cavalca l’incubo! – rimane una splendida lettura per gustare appieno la “deriva nera” di un autore diventato celebre per la fantascienza.

L.

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Pubblicato da su marzo 9, 2016 in Recensioni

 

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