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Food Porn (2016)

Ci sono meccanismi che sfuggono totalmente alla mia comprensione, e pratiche socialmente accettate ed anzi esaltate che costituiranno per sempre un mistero ai miei occhi: una di queste è l’ossessione per il food porn. Non intendo la passione per il cibo, che mangiare piace anche a me, intendo l’ossessionante esplosione multimediale che c’è stata negli ultimi anni.
Quando mi è capitato sotto gli occhi fortuitamente il saggio “Food porn. L’ossessione del cibo in TV e nei social media” (2016) di Luisa Stagi – ricercatrice presso il DISFOR (Dipartimento di Scienze della Formazione) dell’Università degli studi di Genova – credevo di aver trovato una bella “fonte di spiegazioni”. Purtroppo così non è stato, anche se è stata una bella lettura.

Metto subito in chiaro che il testo è molto interessante e ben scritto, è pieno di informazioni ben documentate quindi è sicuramente un saggio da consigliare, ma il problema è che analizza un fenomeno con dovizia di particolari lasciando molto in sottofondo la spiegazione di detto fenomeno, che è quello che cercavo io.

Per semplificare per food porn pare si intenda quell’usanza per cui si fotografa il cibo, e la mia domanda è: perché in più di cento anni dalla nascita della fotografia mai nessun privato ha avuto l’idea di fotografare il proprio piatto? Perché solamente dopo l’inizio degli anni Duemila è esplosa questa pratica?
La risposta più ovvia è che ora fare foto è semplice e gratuito, ma mi permetto di dissentire. Sia perché le prime macchinette digitali sono apparse negli anni Novanta, sia perché anche chi scattava mille foto l’anno non ha mai, MAI, pensato a fotografare il proprio cibo.

Ho partecipato a più matrimoni e compleanni di quanto mi sarebbe piaciuto, e in ognuno di essi ho portato telecamera e macchinetta fotografica. Ho inquadrato, registrato e ritratto cose che voi umani non potreste neanche immaginare, e sempre capitava che mi facessero un gesto e – contando sul fatto che ero io a pagare lo sviluppo delle foto – mi chiedessero di fotografare qualcuno o qualcosa. Una foto con la nonna, una foto allo sposo con la cravatta tagliata, al pupo che con le dita nel naso, al cane che fa la cacca, al nonno che dorme. E queste erano le richieste migliori…
Mai nessuno, in vari decenni di feste in cui ho scattato foto “a gratis”, mi ha mai chiesto di fotografare un qualsiasi cibo. Perché invece ora ristoranti e pizzerie sono pieni di gente che si fotografa i piatti? Magari la risposta è semplice, ma intanto rimano in attesa che qualcuno si ponga la domanda.

Le mode fanno fare cose strane alla gente che le segue, e il food porn è sicuramente la più simpatica delle stranezze che nascono e muoiono, ma il problema è che questa è solo la punta dell’iceberg della cucina, che ha invaso ogni singolo aspetto della multimedialità. Trasmissioni di cucina esistono da quando esiste la TV e – ci ricorda l’autrice – libri di cucina vengono stampati da quando esiste la stampa, ma allora – mi chiedo io – perché dopo il Duemila c’è stata un’impennata che dura da vent’anni e non accenna a smettere? Cos’è cambiato con il nuovo millennio?

Una vaga risposta sono comunque riuscito ad ottenerla, dal saggio, o comunque un’idea: il fatto che dopo il Duemila l’estetica sia diventata di un’importanza raramente riscontrabile in precedenza. E il food porn e ogni trasmissione di cucina e ogni libro di cucina non ha NULLA a che vedere con il cibo. Ha tutto a che vedere con l’estetica: ciò che conta è l’impiattamento e l’aspetto esteriore, non se ciò che hai messo nel piatto ti piacerà e ti sazierà. (Qualità invece principali per qualsiasi pasto.)

Se di cibo non so nulla, di cinema sono più ferrato, seguendolo appassionatamente da più di trent’anni. E sebbene ci sia un ritardo, sicuramente nella seconda decade del Duemila il cinema “alto”, quello osannato dalla critica, è basato esclusivamente, maniacalmente, ciecamente sulla vuota estetica. (Sembra un pleonasmo, visto che l’estetica è per definizione pura apparenza, quindi vuota, ma lo intendo come rafforzativo.)
Quella pura superficialità che una volta sarebbe stata criticata aspramente come esperienza vana, vaga e vacua, oggi invece è definita “arte”. Non importa la trama, non importa che sia una boffonata da far raccapriccio: se un film è girato in modo esteticamente accattivante allora è un capolavoro. Quindi vale lo stesso discorso di un cibo ben impiattato, al di là se sia buono o meno.

Dopo averli paventati per decenni, sono arrivati i tempi in cui il messaggero è il messaggio: ciò che conta è la bellezza delle lettere, non ciò che esse dicano. Cibo e cinema partono dallo stesso assunto – sono entrambi esperienze puramente superficiali che però ambiscono a “riempire” in profondità – ed arrivano allo stesso risultato: un piacere superficiale ed inappagante. Formula perfetta per qualsiasi dipendenza. Rimanere eternamente insoddisfatti dal cibo ci spinge a cercarne altro: che sia questo il segreto del successo della culinaria multimediale di questi anni?

Arrival (2016), esempio di splendida esperienza superficiale ma vuota

La mia ricerca continua, magari dovrò aspettare anni prima che qualche studioso azzardi una spiegazione di tutto questo superficiale interesse per un’esperienza già superficiale di suo – mangiare è un bisogno fisiologico, ogni tanto andrebbe ricordato – e magari sappia spiegarmelo. Per il cinema, invece, sarà finita la civiltà sulla Terra prima che qualche critico o studioso dirà qualcosa di diverso dalla vulgata comune, quindi la questione non sarà mai affrontata.

L.

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Pubblicato da su febbraio 9, 2018 in Recensioni

 

[Books in Movies] The Deuce (2017)

Ho concluso la visione della prima stagione della serie televisiva “The Deuce“, titolo a cui qualcuno in Italia – del tutto a sproposito – ha aggiunto il sottotitolo “La via del porno” per evidenti scopi pubblicitari. Essendo una serie targata HBO, la storia ha tinte forti e sesso e violenza sono mostrati senza veli, come la casa ci ha abituati sin dagli anni Novanta.

Scritta tra l’altro dal romanziere americano George Pelecanos, la serie racconta di un quartiere malfamato della New York anni Settanta, chiamato appunto The Deuce (“il diavolo”, o “il maledetto”), dove comandano mafiosi e papponi nel cui libro paga sono iscritti tutti i tutori dell’ordine. Come in ogni situazione di equilibrio criminale, sono tutti corrotti quindi nessuno ha interesse a fare pulizia, mentre uomini onesti per cercare di sbarcare il lunario devono per forza scendere a patti con il male.

Una delle trame principali della serie è quella che vede la fine dei papponi da strada, le cui donne vivono ogni tipo di pericolo, in favore di una realtà che sta nascendo: il cinema a luci rosse che un cavillo giudiziario d’un tratto rende legale. La prima a capire dove soffi ora il vento è Candy (una strepitosa Maggie Gyllenhaal, anche co-produttrice della serie), prostituta non più giovanissima che è stanca di subire aggressioni e rischiare la vita ogni notte in strada: cerca un nuovo “sbocco professionale” e capisce che il cinema è il futuro. Cercherà di aiutare le colleghe ma non sarà facile: è un momento di transizione e pochi sono disposti a mettersi in gioco.

I titani della serie sono la citata Gyllenhaal, che si mette a nudo in ogni senso e mostra un fisico tutt’altro che da pornostar, nel tentativo di mostrare la situazione di madri di famiglia costrette dalla vita a prostituirsi. E ovviamente Jams Franco addirittura in un doppio ruolo, interpretando due gemelli: il bravo barista e il volgare intrallazzone. Due delle creature che popolano lo zoo chiamato The Deuce.
(Per una recensione più particolareggiata, volate su La Bara Volante!)

Curiosamente oltre a corpi nudi, maschili e femminili, la serie mostra anche libri.

Darlene (Dominique Fishback) scopre la lettura nel quartiere del vizio

Darlene (Dominique Fishback) è una giovane prostituta che è entrata nel giro solamente per fuggire da una provincia piena di violenza e prevaricazione. Durante la serie avrà la possibilità di redenzione morale grazie ad un vecchio cliente che invece di sesso le propone una lettura: “Le due città” (A Tale of Two Cities, 1859) di Charles Dickens.
È l’inizio di una passione per i libri, testimoniata dalla scena in cui la vediamo leggere la prima edizione di “In viaggio con la zia” (Travels with My Aunt, 1969) di Graham Greene (in Italia, Mondadori 1970).

Per uscire dal ghetto, si può viaggiare con la zia

Ci sono anche citazioni veloci e divertenti, come il tirapiedi di un boss che legge “Il padrino” (The Godfather, 1969) di Mario Puzo (in Italia, Dall’Oglio 1970), nella prima edizione tascabille Fawcett – con la fascetta gialla «Fastest Selling Book in Publishing History», “il libro venduto più velocemente nella storia dell’editoria”…

Ovviamente lo scagnozzo del boss legge “Il padrino

… e una prostituta in fuga che legge la “Critica della ragion pura” (Kritik der reinen Vernunft, 1781) di Kant, nell’edizione inglese…

Dice di non averlo capito, ma almeno l’ha letto…

Per finire, ecco il momento in cui la prostituta Lori (Emily Meade) capisce di avere talento per il cinema. Nell’immagine a destra vediamo una locandina di un film che non sembra esistere, un divertito omaggio inventato dalla produzione.

Emily Meade e (a destra) il film che non esiste

Esiste il film “Simon, King of the Witches” (1971), titolo psichedelico omaggiato da questo (a quanto pare inesistente) “Simone, Queen of the Witches“.

L.

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Pubblicato da su gennaio 19, 2018 in Books in Movies, Recensioni

 

L’ignoto ignoto (2017)

Durante un viaggio a Londra l’editore Giuseppe Laterza scopre per caso un libricino che lo diverte e lo appassiona, così nell’aprile 2017 lo traduce e lo presenta in Italia: nasce così “L’ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi” (The Unknown Unknown. Bookshops and the delight of not getting what you wanted, 2014) di Mark Forsyth.
Il risultato cioè è un libretto più corto del suo titolo!

Forsyth è – ci spiega una nota – «tra i più noti linguisti e commentatori della lingua inglese, in Gran Bretagna», e quindi neanche lui riesce ad evitare il difetto che colpisce tutti i suoi colleghi: cita solo narrativa di lingua inglese, come se non esistesse altro né mai altro è esistito. Se c’è da fare un paragone, se c’è da andare agli albori, se c’è da parlare di schemi, viaggiamo nella narrativa inglese dall’Ottocento al Seicento: prima semplicemente non esisteva narrativa…
(Troviamo citato giusto Guerra e pace ma come esempio di libro da non leggere perché troppo grande!)

Forsyth parte da una frase di Donald Rumsfeld – il quasi paradosso che dà il titolo al saggio – per distinguere una terza categoria di libri. Abbiamo infatti 1) i libri che abbiamo letto, che cioè conosciamo e magari possediamo, 2) i libri che non abbiamo letto, e che non abbiamo intenzione di leggere, come appunto Guerra e pace, e poi – aggiunge l’autore – 3) I libri che non conosciamo e che non sappiamo di non conoscere.
Serve l’ingenua tracotanza tipicamente anglofona per scoprire, con fanciullesco stupore, che nel mondo esiste qualcosa anche al di là della propria percezione.

L’autore ha scoperto che esistono libri di cui lui non era informato, e la cosa lo ha colpito. Possibile che ci siano autori che quando pubblicano il proprio libro poi non vanno a bussare alla porta di casa Forsyth? «Oh, Mark, guarda che io ho scritto questo libro: interessa?» Sia che lo legga o meno, comunque l’autore vuole essere informato su tutto. L’importante è che ovviamente sia in lingua inglese, visto che non esistono altre lingue al mondo. (Un secondo saggio sarà scritto quando Forsyth scoprirà che esistono altre lingue al mondo, ma per ora giace felice nella sua morbida pananglofonia.)

Cosa propone dunque l’autore alle librerie? Semplice: che invece di mettere quei libracci modaioli in vetrina, si organizzino per vendere solo pochissimi titoli: tutti scelti fra quelli che Forsyth non conosce. La libreria in pratica è un posto per andare a scoprire chicche, è un chicchificio dove si possono trovare libri ignoti a Mark Forsyth: ogni giorno un incaricato sottopone i titoli all’autore e se questi li conosce vengono buttati via.

Per non sembrare un vecchio accademico, Forsyth specifica subito che lui i libri li ordina da Amazon e se li fa arrivare a casa, servizio indiscutibilmente comodo: quindi già ha fatto sapere che questa nuova filosofia delle librerie a lui non interessa sul serio, visto che non ci va. Gli mancano i tempi in cui aveva tempo per spiluccare libri in libreria, ma ora deve bere e deve fare passeggiate – sue esatte parole, non mi invento niente! – quindi non ha tempo e si sbriga con Amazon.
E qui ovviamente arriva il pistolotto immancabile: gli eBook non sono veri libri, solo i cartacei lo sono. Perché i libri cartacei li puoi sfogliare, i digitali no. (Fra le nozioni ignote all’autore c’è quella dell’uso del touchscreen, per cui scorrendo col dito si può sfogliare anche un eBook, ma non è certo mia intenzione svelare il mondo ad un Candido così innocente.)

Le librerie on line ti propongono solo cose che tu già conosci, non ti propongono le chicche – cioè l’ignoto – che a te potrebbe piacere. Ed in effetti è difficile che se compri un libro di astronomia Amazon ti proponga un saggio sull’allevamento di capre di montagna. Quindi cosa propone l’autore? Su Amazon non si esprime, lui invita i lettori ad andare in librerie chicchificie dove non trovano libri, trovano solo due o tre chicche. Una volta che le hai comprate, puoi anche non tornarci più. Lui intanto continua a comprare su Amazon e a sfogliare libri, che di leggerli non ne ha tempo.

Il discorso generale è condivisibile, a tutti piacerebbe conoscere qualche chicca sconosciuta che ci intrighi, esattamente come a me ha intrigato il titolo di questo opuscolo (30 pagine totali!): eppure io non l’ho trovato in un chicchificio, addirittura l’ho trovato nel tanto vituperato Amazon. Perché chi cerca qualcosa trova, se invece uno passa le serate a bere e le mattinate a passeggiare – attività ben specificate dall’autore – è difficile che trovi qualche libro particolare.

Un saggio che vi consiglio solo per farvi grasse risate in faccia a Mark Forsyth e alla sua devastante pananglofonia.

L.

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Pubblicato da su gennaio 12, 2018 in Recensioni

 

Elogio dell’ombra (1969) Adelphi 2017

Que otros se jacten de las páginas que han escrito;
a mí me enorgullecen las que he leído

L’ottimo Tommaso Scarano continua a curare per la Adelphi l’opera immane di ripresentare in italiano le opere di Jorge Luis Borges, che sono più di quanto voi umani possiate immaginare. E come ogni anno, da molti anni, io sono fra i primi e più entusiasti acquirenti dell’uscita di turno.
Questo novembre è il turno dell’uscita, nella collana “Biblioteca Adelphi” (n. 677), di “Elogio dell’ombra” (Elogio de la sombra), volume pubblicato originariamente a Buenos Aires il 24 agosto 1969: cioè il giorno in cui Borges compiva 70 anni.

Già abbondantemente noto in Italia grazie a Franco Lucentini, che nel 1955 l’aveva tradotto per Einaudi, la stessa casa lo presenta in italiano nel 1971 con la traduzione del consueto Francesco Tentori Montalto, curatore fedele delle opere del Maestro.
Tommaso Scarano sta ritraducendo tutto, in questa lunga opera di rielaborazione e studio borgesiano, e non possiamo che essergliene grati. Ciò non vuol dire che dobbiamo dimenticare l’impegno di Tentori Montalto, per questo tutti i versi che riporto di seguito li presento nella doppia traduzione.

«La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’universo. Questo o quel verso fortunato non può inorgoglirci, perché è dono del Caso o dello Spirito; solo gli errori sono nostri. Spero che il lettore scopra nelle mie pagine qualcosa che possa meritare il loro ricordo; in questo mondo la bellezza è comune.»

Così Borges conclude il suo Prologo, quell’introduzione deliziosa che il bonaerense ha trasformato in arte, scrivendone così tanti – per sé e per altri – inventando in pratica uno stile.
Quanti altri autori conoscete che introducono un proprio lavoro augurandosi che i lettori alla fine ricorderanno gli errori in esso presente?

Il volume raccoglie poesie già apparse precedentemente. La prima è “Giovanni 1,14“.

Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sul palmo,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
sarà almeno la sua eco.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte e rimpiango l’odore
di quella bottega di falegname.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Non sarà minor enigma questa pagina
di quelle dei Miei libri sacri
né delle altre che ripetono
le bocche ignare
credendole di un uomo e non oscuri
specchi dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà,
ancora una volta acconsento al linguaggio,
che è tempo successivo e simbolo.
Chi gioca con un bambino gioca con qualcosa
di vicino e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Fui tra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di una magia
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, imprigionato in un corpo
e nell’umiltà di un’anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la stessa.
Conobbi la speranza e il timore,
i due volti del vago futuro.
Conobbi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
gli incerti labirinti della ragione,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, osannato e appeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Vidi coi Miei occhi cose mai vedute:
la notte e le sue stelle.
Conobbi il levigato, il sabbioso, il disuguale, il ruvido,
il sapore del miele e della mela,
l’acqua nella gola della sete,
il peso di un metallo nel palmo della mano,
la voce umana, il rumore di passi sull’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto grido degli uccelli.
Conobbi pure l’amarezza.
Ho affidato a un uomo qualunque questa scrittura;
non sarà mai quello che voglio dire,
non sarà che il suo riflesso.
Dalla Mia eternità cadono questi segni.
Altri, non chi ora ne è l’amanuense, scriva la poesia.
Domani sarò una tigre fra le tigri
e annuncerò la Mia legge alla foresta,
o un grande albero in Asia.
A volte penso con nostalgia
all’odore di quella bottega di falegname.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

Mi piace riportare anche la poesia “Labirinto“.

Non ci sarà sortita. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine. È di ferro il tuo destino,
così il giudice. Non attender l’urto
del toro umano la cui strana forma
plurima colma d’orrore il groviglio
dell’infinita pietra che s’intreccia.
Non esiste. Non aspettarti nulla.
Neanche nel nero annottare la fiera.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Non ci sarà una porta mai. Sei dentro
e la fortezza è tutto l’universo
e non ha lato dritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che il rigido percorso
che inesorabilmente si biforca,
che inesorabilmente si biforca,
abbia fine. È di ferro il tuo destino
come il tuo giudice. Non aspettare
l’urto dell’uomo toro la cui strana
forma plurale dà orrore al groviglio
di pietra che si intreccia senza fine.
Non esiste. Non puoi sperare nulla.
Neanche la fiera nel nero crepuscolo.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

Il 5 dicembre 1985, durante un’intervista, Armando Verdiglione legge questa poesia in italiano a Borges, il quale commenta: «È molto bello, eppure l’ho scritto io. Sono molto sorpreso. Non mi assomiglia affatto. Comunque, l’ho scritto, è qui, migliorato con la traduzione. La ringrazio di questa rivelazione, un vero satori come dicono i buddhisti. È una sorpresa indimenticabile. Bisogna dimenticare per ritrovare». Aneddoto raccontato in Una vita di poesia (Spirali 1986).

Non posso non riportare il capolavoro “Il guardiano dei libri” (El guardián de los libros).

Là sono i giardini, i templi, e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti che son l’unica sapienza
che agli uomini concede il Firmamento,
la dignità di quell’imperatore
la cui serenità venne riflessa dal mondo, specchio suo,
così che i campi davano i loro frutti
e i torrenti rispettavano le sponde,
l’unicorno ferito che ritorna per indicare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell’orbe;
tali cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.I tartari vennero dal Nord
su piccoli criniti puledri;
annientarono gli eserciti
che il Figlio del Cielo aveva inviati per punire la loro empietà,
eressero piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il malvagio con il giusto,
uccisero lo schiavo incatenato che vigila la porta,
conobbero le donne, le scordarono
e andarono oltre, al Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell’alba dubitosa
il padre di mio padre salvò i libri.
Sono qui nella torre dove giaccio
e ricordano i giorni stati d’altri,
gli stranieri, gli antichi.Mancano i giorni ai miei occhi. I palchetti
son alti, non ci arrivano i miei anni.
Leghe di polvere e sonno cingono la torre.
A che ingannarmi?
La verità è che non seppi mai leggere,
ma mi consolo pensando
che immaginato e passato sono tutt’uno
per un uomo che è stato
e contempla quel che fu la città
e torna ora ad essere deserto.
Che cosa m’impedisce di sognare
che decifrai un tempo la sapienza
e tracciai con attenta mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Sono il custode dei libri,
che sono forse gli ultimi,
giacché nulla sappiamo dell’Impero
e del Figlio del Cielo.
Sono là nei loro alti palchetti,
remoti e prossimi a un tempo,
visibili e segreti come gli astri.
Là sono i templi, là sono i giardini.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Sono là i giardini, i templi e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti, unica sapienza
che il Firmamento accordi agli uomini,
il prestigio di quell’imperatore
la cui serenità fu riflessa dal mondo, suo specchio,
così che ogni campo dava i suoi frutti
e i torrenti rispettavano le proprie sponde,
l’unicorno ferito che ritorna per annunciare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell’universo;
queste cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.I tartari giunsero dal Nord
su piccoli puledri dalle lunghe criniere;
annientarono gli eserciti
inviati dal Figlio del Cielo a castigo degli empi,
innalzarono piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il perverso e il Giusto,
uccisero lo schiavo incatenato a guardia della porta,
usarono e dimenticarono le donne
e proseguirono verso Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell’alba incerta
il padre di mio padre salvò i libri.
Eccoli, nella torre dove giaccio,
memoria dei giorni antichi e diversi
che furono d’altri.Non ci sono giorni nei miei occhi. I ripiani
sono altissimi e interdetti ai miei anni.
Leghe di sonno e polvere cingono la torre.
Perché ingannarmi?
In verità, io non ho mai saputo leggere,
ma mi consola il pensiero
che immaginato e accaduto si equivalgono
per un uomo che è stato
e contempla la città di una volta
ritornare un deserto.
Cosa mi vieta di sognare che un giorno
ho decifrato la sapienza
e tracciato con attenta mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Custodisco i libri,
che forse sono gli ultimi,
perché nulla sappiamo dell’Impero
e del Figlio del Cielo.
Sono là sugli alti ripiani,
vicini e lontani a un tempo,
segreti e visibili come gli astri.
Sono là i giardini, i templi.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

Ecco la nota al testo di Scarano:

«Borges immagina il monologo del vecchio e cieco bibliotecario cinese Hsiang dopo l’invasione mongola di Gengis Khan, agli inizi del XIII secolo. Il v. 3 cita i sessantaquattro esagrammi dell’I Ching (Libro dei Mutamenti), antico testo oracolare cinese; Borges ne tratta nel saggio “Sui classici” (in Altre inquisizioni, pp. 199-201) e vi si ispira nel sonetto “Per una versione dell’«I Ching»” (in La moneta di ferro, p. 85). Il v. 10 («l’unicorno ferito che ritorna per annunciare la fine») si riferisce alla morte di Confucio; la leggenda è rievocata in Vidas paralelas. «Quando nacque Confucio un unicorno percorse la regione. Per forma e dimensione assomigliava a un bue. La madre del Maestro cinse il corno dell’animale con un nastro. Settantasette anni dopo l’unicorno riapparve e lo uccisero; il nastro era rotto. Confucio disse: “L’unicorno è tornato, sono trascorsi gli anni: il giorno della mia morte è vicino”» (Cuentos brevesy extraordinarios, p. 29).

Non ho scelto il labirinto e la biblioteca per caso, ma lo lascio spiegare a Scarano:

«Nell’opera di Borges uno dei simboli più pregnanti dell’inconoscibilità del reale è il labirinto, l’altro è la biblioteca; entrambi rappresentano l’universo, nel suo doppio statuto di cosmo e di caos. Geometrico e ordinato, il labirinto ha un centro che lo giustifica, e che è la meta da raggiungere (nel mito, il Minotauro; nel simbolo, la ragione delle cose, il senso dell’universo), ma quella geometria precisa, ripetuta, non guida, smarrisce: il percorso labirintico equivale a un gioco di specchi che non permette mai di sapere dove ci si trovi davvero.»

Non posso non chiudere con un incipit a me particolarmente caro, quello della poesia “Un lettore“:

Altri menino vanto delle pagine che hanno scritto;
il mio orgoglio sta in quelle che ho letto.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Altri si vantino delle pagine che han scritto;
io vado fiero di quelle che ho letto.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

L.

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Pubblicato da su novembre 27, 2017 in Recensioni

 

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30 giorni di notte (6) Michele Tetro

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Michele Tetro

(inedito!)

In principio, almeno per me, vi fu il film, 30 giorni di buio, diretto da David Slade nel 2007, che vidi tempo dopo la sua uscita al cinema, in un periodo in cui le saghe vampiriche cine-narrative si erano trasformate in quel desolante sottoprodotto chiamato paranormal-romance, di cui Twilight è tristo alfiere, con moderni succhia-sangue belli come manichini e altrettanto evocativi, impegnati in happy-gloomy days mortalmente soporiferi per il sottoscritto, ancor puro, finanche talebanico, hammeriano DOC, convinto che un vampiro debba essere davvero… un vampiro.

Il film in questione, lungi dall’essere in sé opera totalmente originale o innovativa (difficile oggi raggiungere questo obiettivo, senza snaturare gli assunti delle tematiche in questione), aveva, sempre secondo il Tetro parere, almeno tre assi nella propria manica. Il primo, più evidente, riportare il vampiro nella sua dimensione ideale di creatura sozza, laida, sanguinaria, lontana anni-luce da una positiva identificazione dello spettatore in codesto essere ributtante, più animale che essere umano (cosa che già non è), bramoso solo del prezioso liquido rosso e dei tocchi di carne che ne sono impregnati. Nessuna morbosa attrazione da parte femminile di draculesca memoria (con buona pace di zio Christopher Lee), nessuna sfumatura romantica nella sua natura di solitaria creatura della notte (qui i vampiri solitari non sono, anzi sono legati tra loro da vincoli quasi tribali), nessun comportamento basato su sentimenti ancora identificabili nel novero delle umane attitudini (bestie, anzi bestiacce da combattere e uccidere, e basta).

Secondo motivo d’interesse, l’inedita ambientazione dove prende corpo la vicenda, forse l’elemento di fascino più potente del film: l’isolatissima cittadina boreale di Barrow, un piccolo agglomerato di moderne baracche nel nord estremo dell’Alaska, dove appunto per un periodo annuale di trenta giorni il sole non sorge dall’orizzonte, riservando agli abitanti un pesante mese di buio crepuscolare. Che pacchia invece per un gruppo di vampiri assetati e affamati, che con il non-morto del mito conservano la sacrosanta paura della luce solare, in grado di carbonizzarli dolorosamente. Barrow esiste davvero, è il villaggio più settentrionale degli USA, ma le riprese si sono svolte quasi agli antipodi, in Nuova Zelanda. Scenario straordinariamente evocativo già di suo, con le sue ombre, il suo silenzio, i suoi cieli plumbei, le sue distese di neve e ghiaccio, il cui biancore è destinato a far risaltare i fiumi di sangue che scorreranno.

Terzo elemento, una spiccata fedeltà alla miniserie a fumetti quasi omonima (30 giorni di notte, titolo originale più corretto, primo episodio uscito nel 2002), realizzata da Steve Niles ai testi e da Ben Templesmith ai disegni, pubblicata da MagicPress, che oggi vanta diversi episodi e addirittura dei romanzi ispirati alla vicenda.

L’albo a fumetti mantiene vivi tutti gli elementi positivi della pellicola finora elencati, anzi, attraverso il suo particolare media, ottiene risultati fin superiori a livello iconografico, fortemente peculiari: tavole affascinanti nella loro grevità, chiaroscuri paesaggistici di forte presa, personaggi interessanti e dal tratto inusitato, che mi rimanda molto a certi lavori lovecraftiani di Alberto Breccia. Insomma, un raro caso in cui leggere e poi vedere (o il contrario) una certa storia riserva piacevoli sorprese in entrambi i casi.

Non ho avuto ancora occasione (per ora) di guardare il sequel uscito nel 2010, 30 giorni di buio II, di Ben Ketai, né leggere i successivi episodi a fumetti della saga, quindi il 12° volume edito da MagicPress che ho tra le mani, 30 giorni di buio: di nuovo notte, ha costituito per me il prosieguo ideale di questa storia… con gustose variazioni fin dai nomi presenti in copertina, non più gli originali Niles e Templesmith bensì i comunque benvenuti Joe R. Lansdale e Sam Kieth.

Già il nome di Lansdale ai testi ha fornito una chiave di lettura positivamente prevedibile: ci sarebbe stato da divertirsi, al di là degli orrori che avrei potuto incontrare sfogliando le pagine. E infatti la verve dello scrittore texano si è fatta sentire negli scambi di battute dei personaggi, che spingono a sorridere nonostante la gravità della situazione che li vede protagonisti, ricordandomi per certi versi il suo brillante adattamento di Conan: Il canto dei morti, dove la seriosità del genere si stemperava in un quasi comico slapstick verbale tra gli eroi. E, naturalmente, nonostante la trama sembri originarsi direttamente dal capostipite (pochi superstiti umani in fuga tra i ghiacci dopo la distruzione di Barrow, seguiti da implacabili vampiri vendicativi), un prologo risalente alla Seconda Guerra Mondiale promette un curioso ed inedito svolgimento di nuovi eventi, riallacciandosi ad un altro Mito, non più quello del vampiro ma quello ebraico del (udite, udite)… Golem istesso, altra figura iconografica del genere horror, qui recuperata e risciacquata nel sangue (moderno, stavolta).

Senza anticipare troppo della storia, che vede i fuggiaschi di Barrow (appena meno animaleschi dei loro putridi inseguitori, costretti al cannibalismo per sopravvivere tra i ghiacci) incappare in un team scientifico alle prese con un misterioso contenitore rinvenuto in un iceberg e abbandonato da un U-Boot nazista 60 anni prima, possiamo dire che i ghiacci si arrosseranno nuovamente di emoglobina sparsa, vuoi dagli increduli scienziati, vuoi dai ridotti superstiti barrowiani, vuoi dai bramosi vampiri stessi, che dovranno affrontare un’inaspettata nemesi proveniente dal passato.

Tre personaggi leader tutti al femminile (la guida degli umani, ormai rotta a tutti gli orrori, la capo-scienziata, destinata a veicolare una terribile forza soprannaturale, e la bieca vampira, assetata di vendetta oltre che di Rh positivo), colti dal tratto grottesco di Sam Keith, che stempera (o esaspera?) l’orrore con sequenze flashback disegnate con stile quasi infantile, che potrebbe lasciare dapprima interdetti i cultori del genere. Che però non saranno delusi, se il loro desiderio fosse trovare qualcosa di davvero originale in questa fortunata saga al sangue. E quel Golem con il reggiseno sugli occhi… ah, basta. Va letto. E ben venga il seguito che le vignette finali sembrerebbero presagire.


L.

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Pubblicato da su novembre 18, 2017 in Recensioni

 

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30 giorni di notte (5) Andrea Carlo Cappi

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Andrea Carlo Cappi

(da ThrillerMagazine, 17 maggio 2013)

In principio erano solo trenta. Quando oltre dieci anni fa, nel 2002, lo sceneggiatore Steve Niles e il disegnatore Ben Templesmith realizzarono 30 giorni di notte, nato inizialmente come soggetto cinematografico. Era una storia di vampiri molto particolare uscita in tre albi e poi raccolta in volume, salutata con entusiasmo da Clive Barker. Come è forse ormai noto, la vicenda era ambientata a Barrow, cittadina sperduta tra i ghiacci dell’Alaska in cui la notte dura ben trenta giorni: il luogo ideale perché i vampiri, non più vincolati dall’obbligo di ripararsi dalla luce del sole, possano spadroneggiare sulla popolazione; ma le cose poi si complicano, tanto per gli esseri umani quanto per gli stessi vampiri.

Dopo numerosi sequel (editi in Italia dalla MagicPress, una serie di romanzi e due film, i trenta giorni si sono moltiplicati e le ambientazioni si sono estese ben oltre i confini di Barrow. Ma è proprio da qui, nel luogo in cui tutto è cominciato, che comincia la storia di Di nuovo notte, il volume appena giunto in Italia. Anche se, per essere rigorosi, questo episodio comincia a bordo di un sommergibile tedesco nel 1943 e contiene flashback che vanno indietro nel tempo fino a prima dell’apparizione dell’uomo sulla Terra. Perché l’autore della sceneggiatura è nientemeno che Joe R. Lansdale.

Non credo che lo scrittore texano abbia bisogno di presentazioni. Basti giusto ricordare che, oltre alla sua ironica serie noir con protagonisti Hap e Leonard e a romanzi di vario genere (anche più di un genere per volta), tra cui il breve ma geniale Bubba-Ho-Tep da cui è stato tratto il film omonimo, Joe è un cultore dei fumetti. Oltre al lavoro su Batman, cui ha dedicato anche narrativa non a fumetti e sceneggiature di cartoni animati, dopo una serie su Conan il barbaro, ecco che lo scrittore porta il suo prezioso contributo a un’altra saga.

In Di nuovo notte Lansdale prende le mosse dalla fuga di un gruppo di sopravvissuti dalla Barrow infestata dai vampiri, raccontandone l’avventuroso esodo tra le gelide piane dell’Alaska, fino all’incontro con un gruppo di scienziati che hanno appena ripescato – causa scioglimento dei ghiacci – un enorme contenitore metallico che reca le insegne del Terzo Reich e da cui provengono strani e inspiegabili rumori. Da qui la vicenda unisce elementi che potremmo definire mitologici (ma che preferisco non svelare, dato che è una delle sorprese della storia) alla storia della Seconda guerra mondiale, per poi sfociare in uno scontro che unisce horror e western con una delle situazioni ormai comuni a entrambi i generi: l’assedio dei protagonisti, circondati da preponderanti e malevole forze avversarie. In luogo del fortino, una stazione scientifica che riporta alla mente La cosa da un altro mondo in tutte le sue versioni. E ciò che potrebbe salvare gli esseri umani dall’attacco dei sempre più assetati vampiri, per gli assediati potrebbe rivelarsi non meno letale dei dannati succhiatori di sangue.

Un Lansdale dalla fantasia senza freni, dunque, con i disegni di Sam Kieth colorati dallo stesso Kieth e da Jay Fotos. Disegni che potrei definire “insoliti” se già la parte artistica di tutta la saga di 30 giorni di notte non fosse atipica rispetto al fumetto convenzionale. Ma in questo caso la definizione non è del tutto fuori luogo, dato che una delle sequenze più terrificanti della vicenda – che non ha a che vedere né con vampiri né con altre creature più o meno mostruose, bensì con la dura legge della sopravvivenza umana – è rappresentata in un flashback dallo stile volutamente infantile, che non ne sminuisce affatto le atrocità. Dopo questi nuovi trenta giorni, viene da chiedersi cosa potrà fare il prossimo sceneggiatore per alzare ancora di più la posta.


L.

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Pubblicato da su novembre 17, 2017 in Recensioni

 

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30 giorni di notte (4) Claudio Vergnani

Dal 13 al 17 maggio 2013 ho presentato su ThrillerMagazine una serie di recensioni molto particolari: ho chiesto a cinque romanzieri italiani di leggere lo stesso fumetto di Joe R. Lansdale, appena distribuito dalla MagicPress, e condividere le loro impressioni.
Da oggi, e per tutta la settimana, ripresento quelle recensioni, con un bonus: il quinto autore la cui recensione – arrivata in ritardo – è rimasta sempre inedita. Dopo la mia presentazione, oggi, e quindi la mia recensione, da domani scoprirete la passione a fumetti di cinque autori italiani.


30 giorni di notte:
Claudio Vergnani

(da ThrillerMagazine, 16 maggio 2013)

Oggi incontriamo Claudio Vergnani, l’apprezzato autore di romanzi come Il 18° vampiro, Il 36° giusto ed è ancora in libreria con I vivi i morti e gli altri: tutti targati Gargoyle Books.

Domenica 19 maggio, infine, l’autore sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino – ore 16,00, pad. 2, stand n. 138 della Gargoyle Books – per incontrare i lettori.

Un commento a caldo subito dopo la lettura di “Di nuovo notte”

Spietato. Immaginifico. Un rullo compressore.

Sei un apprezzato autore “vampiresco”: cosa ne pensi dei protagonisti succhia-sangue di “30 giorni di notte”?

Ho avuto l’impressione di creature essenzialmente sadiche ed estremamente dirette nell’infliggere sofferenza. Non ci sono vie traverse nelle loro azioni. Niente bizantinismi o crudeltà sopraffine. Aggressività, ferocia ed efferatezza, le loro carte da visita. Una malvagità pura, con la quale non è possibile scendere a patti. Non sono creature che seducono, sono creature che sbranano. Nessun compromesso, nessuna pietà. Uccidono la speranza, prima ancora che il corpo delle loro vittime. E la fine arriva con un lungo urlo di sofferenza finale.

Non trovi che nei fumetti, come nei romanzi, le storie di vampiri godano di maggior libertà espressiva e innovatività rispetto alle loro produzioni cinematografiche?

Il cinema ha molti assi da giocare – in primo luogo, soprattutto oggi, gli effetti speciali – ma di certo non tutti. Lo dimostra certa modestia e ripetitività nelle sceneggiature, credo, così anche la moda dei remake. Il fumetto può invece colmare il gap con il talento visionario del disegnatore, che spesso fa la differenza, a parità di sceneggiatura. Ma non è il caso di questo volume, che può contare non solo sull’ottimo Kieth, che cambia registro in più di un’occasione pur mantenendo sempre un’altissima efficacia (cosa abbastanza rara, quando si sperimenta. In Italia l’ho visto fare a Enoch, per esempio) ma anche su una storia a dir poco ansiogena nella sua linearità. E – magari tra le righe, sapientemente nascosta in mezzo a tanta crudeltà – anche su una sottile ironia che contrasta con l’ondata d’angoscia che trasmette.

Che ne pensi di uno scrittore come Joe R. Lansdale?

Ammetto di averlo scoperto molto tardi. Diciamo due o tre anni fa, quando un lettore paragonò un mio personaggio ad uno dei suoi. Ovviamente mi informai. Ritengo che quando non si addormenta – come capita a tutti – sia una delle poche voci originali e incisive (e fuori dal coro) che questi ultimi due decenni ci abbiano regalato. Può anche essere che le sue opere più conosciute non siano le più incisive, ma di sicuro, quando padroneggia la sua materia, è in grado di regalare gioiellini unici (vedi ad esempio Bubba Ho-Tep, per dirne uno) Nel volume in questione, il suo apporto traspare anche dalle forti, tremende figure di donne (positive e negative) che ci presenta, oltre all’idea a dir poco allucinata di far apparire nientemeno che… Il Golem nel pieno di un racconto di vampiri. Questa commistione tra il pulp e il colpo di scena efficace è proprio il suo stile. O una parte del suo stile. J

Buio, freddo e isolamento: da romanziere, non credi che siano ingredienti di prima qualità per raccontare una storia di forte tensione?

Mi viene da sorridere. Sarebbe il mio sogno.


L.

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Pubblicato da su novembre 16, 2017 in Interviste, Recensioni

 

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