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Telefilm: meglio una, ma fatta bene

Avete presente quei colleghi d’ufficio che vogliono fare i simpatici a tutti i costi? Ce n’è almeno uno in ogni gruppo umano, e vi martella di slogan e battute sempre uguali che alla fine vi entrano nel cervello e distruggono tutto, anche se opponete la più strenua resistenza. A questo punto uso come titolo una delle battute del “simpaticone” che mi è toccato in sorte.

Io lavoro in un ufficio dove il lavoro è diviso in schede: fare una scheda è considerato ovviamente un lavoro da sfaticati, da perdigiorno, e così il collega simpatico – per giustificare il suo poco lavoro – lancia il suo slogan. «Una, ma fatta bene».
Si riferisce al fatto che è preferibile lavorare una sola scheda in modo preciso, piuttosto che farne tante, fare bella figura coi capi ma poi aver lavorato male. Però è anche ovvio il riferimento sessuale all’antica verità: non conta la quantità ma la qualità.

Io prendo la frase e la rigiro al mondo delle stagioni televisive: a volte è meglio una sola stagione, ma fatta bene…

Scrivo questo perché ultimamente sono rimasto profondamente deluso da ben due serie TV in rapida sequenza: “Hand of God” (2014) e “Broadchurch” (2013).

Non amo i troni di spade, i camminamorti e le storie di mala italiane, quindi un buon 90% della programmazione TV me la perdo. Sono sempre alla ricerca di serie che puntino tutto su una buona sceneggiatura – degli effetti speciali me ne sono sempre fregato – e per trovarne serve davvero la mano di Dio…
Così quando per puro caso ho scoperto la serie Amazon “Hand of God“, interpretata per di più dal mitico Ron Perlman, mi ci sono avventato come uno zombie su un cervello umano!

Ron Perlman è pronto a guidarvi…

Creata da Ben Watkins (proveniente dalla lunga “Burn Notice” che non mi ha mai fatto impazzire), la serie inizia con un Ron Perlman in grande spolvero, che parla tutte le lingue immerso in una fontana, al centro di una piazza, in preda ad una crisi religiosa. Sembrerebbe il solito matto che si può trovare in ogni città… peccato che sia un autorevole giudice, appartenente alla ricca e potente famiglia che in pratica ha fondato la città stessa.

Crystal (una strepitosa Dana Delany) e Pernell Harris (Ron Perlman) stanno soffrendo perché ormai il coma del proprio figlio è irreversibile e la moglie di quest’ultimo vuole staccare la macchina che lo tiene in vita e lasciar morire in pace il marito. Pernell non può permetterlo… perché suo figlio gli parla ancora, gli appare in visione e lo sta pressando con una richiesta ben precisa: punisci i colpevoli.
Il figlio di Pernell non è in coma per caso: ha tentato il suicidio dopo che la moglie gli è stata stuprata davanti agli occhi da ignoti. C’è del marcio in quello che è avvenuto, ci sono interessi più grandi di un semplice atto criminale, e Pernell deve scoprirlo prima che stacchino il respiratore al figlio. E deve farlo anche a costo di passare per matto: non si scherza con i messaggi che Dio ti manda, e se devi uccidere per seguirli… dov’è il problema?

Hand of God” è una serie nerissima, cattiva, spietata, dove non ci sono buoni o cattivi: ci sono solo varie sfumature di male. Ognuno è sporco, dal redentore al redento, e ognuno ha qualcosa da nascondere. Ed è disposto ad uccidere pur di tenerla nascosta.
Una sceneggiatura d’acciaio accompagna dei personaggi perfetti fino all’ultima, incredibile, inesorabile ed irresistibile puntata… Poi però esce una seconda stagione.

Classica foto pubblicitaria

Dalla fine degli anni Novanta è chiaro a tutti che, a parte pochissimi casi – che si contano sulle dita di una mano monca – le serie televisive non finiscono mai, parafrasando una vecchia canzone di Luca Carboni. Non esiste il concetto di “ultima puntata”: quella ce l’hanno le miniserie, che sono infatti semplicemente film lunghi. Le serie televisive non finiscono, proprio perché i produttori decidono in base alla reazione del pubblico se continuare o meno. Se si è fortunati c’è un’ultima puntata che non lascia troppe cose in sospeso, così se la serie viene chiusa non si soffre troppo.
Non rivelo come finisce “Hand of God” ma era davvero sconsigliabile una seconda stagione: cos’altro vuoi dire? Cos’altro vuoi aggiungere? Eppure l’hanno fatto.

Essendo passato quasi un anno, mi sono rivisto l’ultima puntata della prima stagione prima di iniziare la seconda. Ero elettrizzato perché ero felice di continuare una delle serie che più ho amato degli ultimi tempi. Così è stata più bruciante la delusione…
La seconda stagione in pratica non ha sceneggiatura, i personaggi si muovono a casaccio allungando il più possibile il brodo, visto che il soggetto prende sì e no due puntate… ma ad esserne programmate sono dieci! Ogni frase è inutile, ogni “colpo di scena” è fiacco e gratuito, ogni parola detta è puro riempitivo. Dopo una prima stagione ad orologeria, un capolavoro di sceneggiatura, trovare ‘sta robaccia noiosa e fastidiosa è stata una profonda delusione… ma mai come con “Broadchurch“…

Era il periodo di “True Detective“, tutti impazzivano per il nulla graficamente curato e mentre io prendevo appunti per irridere quel soggetto – il risultato lo potete leggere in “True Marlowe e il Re in Giallo” – intanto mi godevo quel capolavoro dal titolo “Broadchurch“, che all’epoca tutti ignoravano in favore della recitazione inutilmente sbiascicata del True Detective…

Siamo nel Somerset, in Inghilterra, dove lo splendido picco del West Bay Beach apre la storia: su quella spiaggia viene trovato un bambino morto, e rapidamente si capisce che è stato ucciso.
Se Agatha Christie ci ha insegnato qualcosa, è che nei paesini britannici il delitto è sempre in agguato, anche se di solito la cronaca locale è molto meno violenta. Così la piccola comunità di Broadchurch viene sconvolta dall’accaduto: chi mai può essere stato così crudele da uccidere un bambino? Fino ad allora il peggior crimine commesso era qualche atto di vandalismo da parte di qualche giovane annoiato, ora invece esce fuori addirittura l’infanticidio?

La detective locale Ellie Miller (una Olivia Colman di una bravura abbacinante) si ritrova d’un tratto messa da parte: il suo posto viene infatti riassegnato all’esterno Alec Hardy (David “Doctor Who” Tennant), che viene dalla grande città ed è più preparato. In realtà Hardy si ritrova in quel paesino perché deve far sbollire il clamore legato al suo ultimo caso, che per un errore madornale ha permesso ad un assassino di bambine di cavarsela: ora Hardy deve fare in modo di non commettere lo stesso errore.
La prima cosa giusta è chiamare come aiutante proprio la Miller, che essendo del posto conosce meglio le persone.

Inizia una storia completamente diversa dai stantii format alla “Midsomer Murders“: la tradizione del delitto nel piccolo villaggio inglese è talmente folta ed abusata che l’unico modo di creare un prodotto buono era prenderne subito le doverose distanze.
Fra l’analisi del caso e quella della famiglia del bambino morto si dipana una sceneggiatura sorprendente: sono otto puntate che non potete interrompere e che vi segneranno nel profondo. Ho rivisto in questi giorni tutta d’un fiato l’intera stagione, e anche se la ricordavo bene e sapevo perfettamente ogni colpo di scena… lo stesso non riuscivo a smettere! Quando una sceneggiatura è così splendida e i personaggi sono titanici – interpretati da attori che dire bravi è dire poco – il “colpevole” non importa: è la storia ad essere meravigliosa. E la storia non aveva minimamente bisogno di essere continuata…

Due grandissimi interpreti… ma solo nella prima stagione!

La seconda stagione di “Broadchurch” cerca miseramente di rinfrescare l’interesse dello spettatore con un “colpo di scena” discutibile, che dà il via ad altre otto puntate di una noia mortale. L’arrivo di un personaggio nuovo – interpretato da una Charlotte Rampling sempre brava – non aiuta perché si vede che tutta la storia sta su con lo sputo, si sente che gli sceneggiatori hanno avuto l’ordine di inventarsi qualcosa, dato il grande successo in patria della serie – il paese dove è stata girata è diventato meta turistica! – ma non hanno la minima idea di cosa inventarsi.
La seconda stagione è un epilogo allungato della prima, con storielle noiosissime e prive di qualsiasi interesse, ma è niente in confronto alla terza, iniziata da poco in Italia e che non sono riuscito a sopportare oltre il secondo o terzo episodio…

Dopo aver sfruttato senza criterio la trama della prima stagione, perché non provare ad usare i personaggi per un’altra storia? Così la terza stagione si apre con un caso pieno di mistero: una tizia è andata ad una festa con 50 maschi ubriachi, si è ubriacata pure lei… e indovinate com’è finita? Dove sarebbe il mistero?
Con un ritmo degno di un film espressionista asiatico iniziano le indagini più lente e noiose della storia, con tutti i “sospettati” che hanno l’aria di chi ha tanto da nascondere, l’aria di spie colte sul fatto, di gente che ha i piani per la conquista del mondo… Tutto cioè è montato in modo posticcio e ridicolo e rende assolutamente inguardabile la stagione.

Una prima stagione da capolavoro

Sia “Hand of God” che “Broadchurch” sono prime stagioni capolavoro, serie da guardare e riguardare per gustarsi la loro sceneggiatura da applauso. Poi però hanno voluto continuare e sono cadute come un sacco di patate: è vero allora che è meglio una, ma fatta bene…

L’estate scorsa ho passato le ferie letteralmente inchiodato a vedermi “The Family” (2016) di Jenna Bans: per fortuna quella è rimasta una serie a singola stagione, perché è perfetta in ogni fotogramma. Non aggiungete altro, vi prego!

Una serie-capolavoro per fortuna rimasta alla prima geniale stagione

L.

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Pubblicato da su agosto 9, 2017 in Recensioni

 

Libri e biblioteche nei titoli italiani

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana i titoli sciabordino di riferimenti librari.

Spinto dalla curiosità e dalla costante ricerca di romanzi “veramente” bibliofili (non solo a chiacchiere), ho spulciato e leggiucchiato titoli palesemente “falsi” per vedere se l’apparenza inganna. L’apparenza, scopro, non inganna affatto: saranno sicuramente ottimi romanzi per chi ama il genere, ma quelli di cui vi parlo di seguito non hanno nulla a che vedere con libri o biblioteche.


Indice:



L’insegnante di inglese Amy Gail Hansen esordisce con questo romanzo: Il libro delle verità nascoste” (The Butterfly Sister, 2013), portato in Italia da Garzanti nel 2014 con la traduzione di Stefano Beretta.
Sicuramente la Hansen ha nel cassetto una tesi di laurea su Virginia Woolf o qualche sua ricerca personale, perché è proprio Una stanza tutta per sé il “libro delle verità nascoste” del farlocco titolo italiano.

La trama ufficiale:

Ruby vuole solo dimenticare. Vuole solo cancellare l’ultimo anno al Tarble College e nascondere nel profondo quel segreto che non ha confessato a nessuno. Eppure, quando crede che il peggio sia alle spalle si ritrova tra le mani il libro da cui tutto è cominciato. Il libro che custodisce le ombre del suo passato. È all’interno di una valigia: il bagaglio di Beth, una compagna di college che da pochi giorni è scomparsa. Ruby non poteva immaginare che Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf riuscisse ancora a toccare le note più recondite della sua anima. A riportarla faccia a faccia con le sue paure. Ma lei è l’unica a conoscere il suo fascino oscuro. Tra quelle pagine ha visto crescere un’ossessione per le scrittrici suicide, donne fragili che si sono abbandonate al gesto più estremo. Un’ossessione che giorno dopo giorno l’ha avvicinata sempre più a Mark, il suo professore di letteratura. Eppure Ruby non può lasciare che quest’incubo si impadronisca di nuovo di lei, proprio ora che Beth è sparita. Deve cercarla. La ragazza sa che c’è solo un luogo che racchiude tutte le risposte. L’ultimo posto in cui vorrebbe tornare: Tarble, la sua università. Lì dove ha imparato che ciò che conta è essere i migliori, a qualunque prezzo. Lì dove misteriosi tentativi di suicidio le parlano di un destino a cui è difficile sfuggire. Lì dove, nel silenzio degli antichi e bui corridoi, ogni traccia riconduce a quel libro su cui c’è ancora molto da svelare. Perché dietro un animo fragile può celarsi un grande coraggio e dietro un amore innocente qualcuno che colpisce dove fa più male. Il libro delle verità nascoste è un debutto indimenticabile, venduto in più di venti paesi. Amy Gail Hansen, con l’intensità della sua scrittura, ha conquistato stampa e lettori. La storia di una ragazza insicura ma determinata, che la vita ha messo alla prova. La storia di un luogo in cui la verità è solo un inganno. La storia di un passato che non vuole smettere di far sentire la sua voce.

Commento

Sono tanti i neo-laureati che vogliono giocarsi subito le nozioni che hanno fresche in testa e, consci del fatto che i saggi si vendono pochissimo, ci tirano fuori un romanzo. Visto che in questi tempi di crisi l’editoria predilige gli esordienti – perché vengono via con poco – ecco che siamo pieni di casi come la Hansen.
Per carità, il romanzo in questione è anche simpatico e lo stile è scorrevole e gradevole, ma certo il titolo fa pensare ad un thriller – in fondo la protagonista indaga su una vecchia compagna di liceo scomparsa – che in realtà tra le pagine è totalmente assente.

Non manca un “peccato di ingenuità” che contraddistingue gli autori troppo desideridosi di sfoggiare cultura: il fatto che più personaggi condividano lo stesso identico background culturale.
La protagonista infatti incontra un affascinante insegnante che guarda caso ama e conosce ogni singolo autore che lei ama, che cita esattamente i passaggi che lei adora degli autori che lei venera e sa esattamente tutto quanto sa lei: ma cos’è, un baccellone venuto dallo spazio che l’ha clonata? O la protagonista sta parlando allo specchio?
Di solito questi sono piccoli difetti di esordienti che basterebbe un po’ di esercizio per correggere: e per “esercizio” intendo leggere più romanzi di autori diversi, non solamente scrivere i propri.



Sempre nel 2014 la Garzanti porta in Italia – con la traduzione di quella Claudia Marseguerra che ho intervistato anni fa – “Lo strano caso dell’apprendista libraia” (The Bookstore, 2013), il romanzo d’esordio della britannica Deborah Meyler: come sempre, dall’inizio del Duemila, le case editrici preferiscono i romanzi di esordienti perché costano poco.

Da lodare poi l’ardita scelta della Meyler, una britannica che si è trasferita a New York dove ha lavorato in una piccola libreria per sei anni che scrive poi un romanzo su una britannica che si trasferisce a New York e inizia a lavorare per una piccola libreria…
Va bene che buona regola è scrivere di ciò che si conosce, ma è chiaro che quest’opera non ha alcuna velleità, né letteraria né di altro tipo: è il solito raccontino autobiografico trasformato in romanzo.

La trama ufficiale:

Esme ama ogni angolo di New York, e soprattutto quello che considera il suo posto speciale: “La Civetta”, una piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon ami passare i pomeriggi d’inverno e che nasconde insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway. Ed è lì che il destino decide di sorriderle quando sulla vetrina della libreria vede appeso un cartello: cercasi libraia. È l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perché a soli ventitré anni è incinta e non sa cosa fare: il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. Ma Esme non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Per fortuna ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George, che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo; Mary, che ha un consiglio per tutti; David e il suo sogno di fare l’attore. Poi c’è Luke, timido e taciturno, che comunica con lei con le note della sua chitarra. Sono loro a insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: Il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell viene a sapere del bambino e vuole tornare con lei. Esme si trova davanti a un bivio. Il suo più grande desiderio sta per realizzarsi, ma non è più la ragazza spaventata di un tempo e non sa più se è quello che vuole davvero. Perché a volte basta la pagina di un libro, una melodia sussurrata, una chiacchierata a cuore aperto con un nuovo amico per capire chi si è veramente. Perché Esme non è più un’apprendista libraia, ora è una libraia per scelta.
Lo strano caso dell’apprendista libraia è il romanzo più amato dalle librerie indipendenti americane. Grazie a loro è partito un passaparola tra i lettori che ne sono rimasti incantati. Deborah Meyler è convinta che l’esperienza più bella della sua vita sia stata lavorare in un negozio di libri e ha deciso di descriverla. Un romanzo che ricorda a tutti noi come il fascino delle librerie sia intramontabile. E che spesso quei luoghi pieni di scaffali polverosi nascondono sorprese inaspettate.

Commento

La trama attirerebbe anche chi non ama particolarmente i libri, ed infatti è questo il pubblico di riferimento, visto che se la protagonista avesse trovato lavoro in una pizzeria la trama non sarebbe cambiata di una virgola.
Protagonista del gradevole (anche se molto leggero) romanzo è una donna che deve decidere cosa fare della propria vita, se accontentarsi di una relazione amorosa un po’ pencolante o se lanciarsi nel vuoto, e poi c’è la gravidanza da gestire e tutto il resto già visto e letto ovunque. La differenza è che in questo caso la protagonista trova un lavoretto in una libreria dell’usato di New York, “La Civetta”, occasione che in realtà non serve ad altro che a buttare lì due autori a caso giusto per tirarsela da intellettuali.

Visto che vengono ampiamente citati in film e romanzi, questi negozietti di libri usati di New York devono essere molto amati in città, e passarsela bene: scopriamo che così non è.

«La realtà è che viviamo ogni giorno con il terrore di essere trasformati in un salone di bellezza o in uno Starbucks. Sono sopravvissute pochissime librerie in città, hanno chiuso quasi tutte. Arcadia, Book Ark, Endicott, Shakespeare and Company sul marciapiede di fronte, la meravigliosa libreria sulla Madison, solo per citarne qualcuna. La chiusura della Gotham è stata la mazzata finale per me. Ormai restano solo Barnes and Noble e Internet».

Se se la passano male le tanto amate e citate piccole e pittoresche librerie newyorkesi, che speranza hanno le librerie nostrane, che già non è che avessero chissà quale importanza per la popolazione?

La libreria fa da anonimo sfondo ad una narrazione di piccoli avvenimenti e piccoli personaggi, che onestamente non è che conquistino il cuore del lettore. Tutto è una enorme scusa per NON parlare di libri e libreria, preferendo qualsiasi altro argomento – anche la tassidermia – piuttosto che dover citare autori e titoli con il rischio concreto che il lettore medio li ignori.

Non dimentichiamoci poi che si tratta di una englishwoman in New York, parafrasando la celebre canzone di Sting, quindi si crea una strana scenetta.
Ad un cliente consiglia Il potere e la gloria di Graham Greene, ma quando esce fuori che è un romanzo inglese c’è il gelo: «Non vorrei che mi giudicasse troppo campanilista nella scelta degli autori», pensa la protagonista, «così cerco di farmi venire in mente anche uno scrittore americano.»
Ammazza, ‘sti americani in quanto a campanilismo non li frega nessuno!



L’indiana Anjali Banerjee è cresciuta in Canada e si è laureata in California. Ha scritto romanzi per giovani e per adulti, ma nessuno sembra in grado di differenziarli l’uno dall’altro.
Nel marzo 2012 la BUR porta in Italia uno dei suoi ultimi romanzi, “La libreria dei nuovi inizi” (Haunting Jasmine, 2011), con la traduzione di Roberta Cristofani e Valentina Zaffagnini.

La trama ufficiale:

Jasmine, trentenne in carriera col cuore spezzato, accetta l’invito della zia e si trasferisce per un mese a Shelter Island, al largo di Seattle, per occuparsi di una piccola libreria. Qui riscopre il gusto della lettura e poco per volta si accorge di uno strano fenomeno: i libri del negozio sembrano stregati, sanno “chiamare” i clienti per aiutarli a realizzare i loro desideri. C’è chi ritrova il sorriso, chi il coraggio di fare un passo rischioso. Quando ormai comincia a sospettare che le voci sui fantasmi che infestano la libreria siano vere, anche Jasmine si imbatte nel suo libro, quello di cui aveva disperatamente bisogno e che le cambierà la vita.
Una storia dolce e forte come un abbraccio, intessuta di sortilegi e meraviglie.

Commento

«Devo tornare in India. Voglio che tu ti prenda cura della libreria mentre non ci sono. Solo tu puoi farlo»: con questa stringatissima lettera in tasca, la protagonista arriva a Shelter Island (New York) per passare un mese a gestire l’attività della zia. «Quanto può essere difficile convincere qualcuno a comprare l’ultimo libro di Nora Ephron o Mary Higgins Clark?» si chiede.
In realtà sarà più duro del previsto, visto che la zia vuole che la sua Bippy rimanga giorno e notte in libreria, dormendo lì per essere sicura di non lasciarla mai incustodita. L’aspetto peggiore… è che non c’è internet!

La narrazione è fresca e lineare, come sempre, e la protagonista non si discosta dal solco del suo genere: è da sola contro il mondo, ha il cuore ferito ed ha alzato un muro di cinismo che la vita lentamente abbatterà. La zia è un peperino sopra le righe, i comprimari fanno il loro dovere senza mai uscire dalla parte e l’ottimismo la fa da padrone.
Cosa c’entrano i libri in questo classicone di genere?

Come dichiara già il titolo originale, libri e libreria in questa storia sono del tutto da tappezzeria, perché tutto ruota sul fatto che la protagonista ha il “terzo occhio” della zia e vede i fantasmi degli scrittori che infestano la libreria.
Non è una ghost story, non sono fantasmi cattivi, ma è il loro spirito che consiglia la giovane donna e la saggezza dei romanzi le perviene senza bisogno di leggere. Ovviamente gli autori citati sono tutti classici anglofoni, perché come sempre un libro sui libri è pensato per un pubblico che non legge, quindi non conosce altri libri all’infuori di quelli citati da chiunque. Shakespeare, Kipling, Emily Dickinson, giusto un T.S. Eliot e addirittura si osa citando il nome di Neruda, ma velocemente.

Tutti i clienti che entrano nel negozio fanno impazzire la protagonista con le loro strane richieste, ma si tratta sempre di libri di cucina, o al massimo qualche classico. E visto che l’autrice ha scritto anche romanzi per l’infanzia, ovviamente i clienti vengono a chiedere anche romanzi per l’infanzia, e conosciamo una pseudo-autrice con tanto di delizioso pseudobiblion: Gertrude Gertler con il suo nuovo romanzo per l’infanzia “Morbidosi in pigiama“.

Sicuramente un romanzetto che vola via d’un sol fiato, ma il contenuto è come lo stile con cui è scritto: veloce e superficiale.



Non c’è da stupirsi se il romanzo d’esordio di Cynthia Swanson sia già stato opzionato per diventare un film con Julia Roberts, invece c’è da rimanerci male quando si scopre un altro caso di titolo ingannevole: “La rivincita di una libraia” (The Bookseller, 2015), portato in Italia nel giugno 2017 da Garzanti con la traduzione di Roberta Scarabelli.

La trama ufficiale:

Si dice che la vita sia tutta una questione di scelte: si prende una strada, ma poi si vorrebbe tornare indietro, convinti che tutto avrebbe potuto essere diverso. È quello che sta capitando a Kitty che, a trentotto anni, delusa dall’uomo che credeva essere l’amore della sua vita, ha preferito restare sola e circondarsi di pochi affetti sicuri. La sua unica vera gioia è una piccola libreria che ha aperto insieme all’amica del cuore Frieda. Ora, però, è un momento difficile per gli affari. Kitty lo sa bene ma non ha intenzione di mollare, perché non riesce a immaginarsi una vita diversa da quella in cui si sente al sicuro.
Eppure, proprio adesso inizia a sognare di essere la bella Katharyn, una donna che ha fatto altre scelte. Accanto a lei un marito premuroso, tre splendidi figli, di cui fa la mamma a tempo pieno, e uno stuolo di amici che la ammirano e la fanno sentire amata.
All’inizio Kitty sembra non dare troppo peso a questi sogni che la visitano quasi ogni notte. Ma più cresce l’incertezza su quel che sarà di lei, più si chiede se non sia arrivato il momento di una svolta. Forse non è un caso che la vita che sogna sia tanto diversa dalla sua. Adesso Kitty non dovrà far altro che ascoltare il suo cuore e capire quali sono i suoi veri desideri. Perché il confine tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere è molto sottile e quando sogno e realtà si mescolano, le conseguenze sono del tutto imprevedibili.

Commento

«Conoscete Il popolo dell’autunno? È arrivato sugli scaffali appena lo scorso giugno, ma si prevede che sarà uno dei bestseller del 1962. Ray Bradbury si legge benissimo, e io consiglio caldamente il romanzo a chiunque metta piede nella libreria mia e di Frieda alla ricerca di qualcosa “che prenda davvero”.»

Così l’autrice ci fa sapere che siamo negli anni Sessanta, un curioso espediente che non sembra aver altro motivo se non riflettere sulla condizione della donna: essere due donne single che iniziano un’attività in proprio non è certo facile in quel periodo. Esce fuori che senza la firma di un uomo Kitty e Frieda non avrebbero mai potuto aprire la Sisters’ Bookshop, la “libreria delle sorelle”, quindi siamo di fronte ad una storia di denuncia sociale? No.
Quindi la protagonista, single per scelta, usa i libri come strumento di riscatto sociale e di auto-affermazione? Di nuovo: no.
Quindi…? No…

Questo è un romanzo di riflessione, nel senso che la protagonista all’approssimarsi dei 40 anni riflette sulla propria vita, sulle proprie scelte, sui propri amori, sui figli che non ha avuto, sulla vita, sull’universo e tutto quanto… Ma allora che c’entra la libreria che ha aperto? Ovviamente nulla: se avesse aperto una frutteria la trama non sarebbe cambiata di una sola virgola.
Kitty, la protagonista, si ritrova a fare sogni in cui vive una vita alternativa alla sua e lo strano fenomeno la fa riflettere sulle proprie scelte: questa è l’unica trama, e al di là di qualche titolo volante – sempre ovviamente anglofono – di libri non c’è traccia.



L’australiana Ashley Hay è una saggista che dal 2010 ha deciso di passare alla narrativa: il suo secondo romanzo, “La biblioteca sull’oceano” (The Railwayman’s Wife, 2013), è stato portato in Italia da Sperling & Kupfer nel 2017 con la traduzione di Velia Februari.

Come fa il titolo originale “La moglie del ferroviere” a diventare in italiano “La biblioteca sull’oceano”?

La trama ufficiale:

In una piccola città affacciata sull’oceano, c’è una biblioteca dove gli abitanti vanno in cerca di pace e di sogni.
Affidano le loro richieste ad Ani, bibliotecaria alle prime armi, una giovane donna già segnata da un destino crudele, che le ha strappato un pezzo di cuore e l’ha lasciata sola a crescere la sua bambina. Quell’impiego le è stato offerto per aiutarla ad andare avanti e, se lei ha accettato, è anche un po’ per il ricordo che serba della prima biblioteca mai visitata: una sala meravigliosa in cui aveva trovato rifugio in un giorno di pioggia, un luogo solenne che l’aveva incantata. Ora, tra le pagine dei libri, cerca le risposte che non sa darsi da sola e spera di rivivere almeno un briciolo di quella lontana magia.
Tra quei vecchi scaffali, anche il dottor Draper vorrebbe ritrovare la sua vita di un tempo, di quando ancora non aveva conosciuto la guerra e il senso di colpa per tutti coloro che non è riuscito a salvare. Mentre il suo amico Roy, che al fronte si è scoperto poeta, vaga alla ricerca delle parole perdute, quell’ispirazione venuta meno proprio ora che è circondato da tanta pace e bellezza.
Finché una poesia anonima ricevuta da Ani irrompe in quel tempo sospeso e riavvia il corso di quei tre destini, ormai intrecciati per sempre in un’unica trama.
Struggente e poetico, La biblioteca sull’oceano è un romanzo che parla di nuovi inizi e del potere salvifico della letteratura. Una storia di ritorno alla vita, che trafigge il cuore di speranza.

Commento

Credo per fede che questo sia un buon romanzo, come dimostra questa recensione del “Salotto dei Libri“. Di sicuro però chi ha scritto la quarta di copertina ha voluto inserirci a forza “libri” e “letteratura”, e nella trama sono davvero pura tappezzeria.
Gli anni del dopoguerra, paesaggi a non finire, descrizioni su descrizioni, romance e tanta riflessione al femminile: un classicone, insomma (non lo dico come critica) che però coi libri e con la biblioteca del titolo italiano non ha nulla a che vedere.


L.

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Pubblicato da su luglio 28, 2017 in Recensioni

 

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Leggere: il futuro digitale (2001)

Tutti sappiamo cos’è successo l’11 settembre 2001, e come sempre quando avviene una grande disgrazia tutto ciò che l’ha preceduta, e che non ha alcun legame con essa, viene dimenticato.
Dieci giorni prima dell’evento che ha segnato l’infausto inizio del millennio è morta in un incidente aereo Aaliyah, nuova promessa dell’hip pop subito approdata in grandi produzioni cinematografiche che anche in Italia stavano riscuotendo un minimo di interesse. Nessuno si è accorto della sua morte, come il 3 luglio scorso temo non abbia ricevuto l’omaggio che meritava la scomparsa della tedesca Solvi Stubing, che ha avuto la sfortuna di morire insieme a Paolo Villaggio…

Dove voglio arrivare con questa lugubre premessa? Al fatto che davvero pochi hanno notato una previsione sull’editoria digitale, lanciata sul “The New York Review of Books” il 5 luglio 2001, e nei mesi successivi davvero a pochi è importata la questione.
Eppure quel giorno il 73enne editore Jason Epstein è riuscito a scrivere un testo tanto lungimirante quanto fuori tema, tanto illuminato quanto ingenuo: a più di quindici anni di distanza quella previsione riesce ad essere azzeccata quanto sballata…

Epstein scriveva quando i libri digitali si potevano leggere unicamente sullo schermo del PC di casa, o al massimo del PC della biblioteca locale: non certo una valida alternativa al cartaceo. Chi mai sarebbe stato così pazzo da leggere libri seduto davanti al PC? (Io, ovviamente, che li leggevo in quel modo già dal ’99, ma questa è un’altra storia.)
Eppure un addetto ai lavori come Epstein non può fare a meno di notare che è quello l’andazzo, che tutti i fattori indicano che l’editoria digitale non è un campo da ignorare o disprezzare. Così cosa pensa? Vaticina un futuro molto simile a quello che si è avverato.

«Il coincidere di Internet con la trasmissione istantanea e il recupero del testo digitale è un evento epocale, paragonabile all’impatto dei caratteri mobili di stampa sulla civiltà europea di mezzo millennio fa, ma con implicazioni che coinvolgono il mondo intero. Nel futuro digitale, gruppi di scrittori, editor, pubblicisti e manager di siti Web ovunque nel mondo si uniranno per fondare le proprie società editoriali Web-based e vendere direttamente i loro libri ai lettori.»
(da Cultura Digitale, traduzione di Delfina Vezzoli)

L’editore immagina un futuro di libri digitali da stampare on demand. Liberi dalle pastoglie degli editori e dei distributori, coi loro mille difetti e costi, gli autori pubblicano direttamente in digitale e vendono personalmente in tutto il mondo. (Chi scrive è un anglofono, e come tutti gli anglofoni è sinceramente convinto che in tutto il mondo si parli inglese!)
Chi dall’altra parte del mondo compra il libro, lo fa in digitale così risparmia un bel po’ di soldi. Poi si reca sotto casa dove si sarà aperto uno dei nuovi negozi immaginati da Epstein… e se lo fa stampare in una copia del tutto indistinguibile da un libro “classico”. Questo azzera l’ingente e annoso problema dei resi – peste nera dell’editoria di cui gli idealisti e gli autori troppo spesso ignorano l’esistenza – e spazza al suolo la mafia della distribuzione: chi vuole va a stamparsi il libro e il costo – acquisto più stampa – sarà sempre inferiore ad una tiratura cartacea a cui vanno aggiunti i costi di distribuzione, spedizione e mille altri fattori.

È innegabile che in pratica Epstein abbia anticipato ciò che oggi avviene con le case editrici digitali.
Io, che sono un autore auto-pubblicato, metto il mio libro digitale disponibile alla vendita in tutto il mondo, grazie ad un intermediario che si trattiene una percentuale a copertura dei costi, e chi compra il mio libro se vuole può farselo stampare. Non esistono i negozi immaginati da Epstein (che io sappia), ma è la casa editrice stessa a offrire il servizio: tutti i miei libri – nati e venduti in digitale – possono essere acquistati in copia cartacea: a casa vi arriverà un libro, non un eBook. (Dubito però che il libro stampato sia qualitativamente simile a quella di un libro “vero”.)
Quindi Epstein è stato un Nostradamus dell’editoria? Non proprio, perché è partito da un presupposto sbagliato: che la gente volesse leggere.

Dal 2001 ad oggi la discesa a picco dei lettori ha combaciato con l’impennata svettante degli autori: tutti scrivono, ma nessuno legge. Il digitale è comodo perché abbatte i costi di produzione, ma stampare un eBook su carta non ha senso: semplicemente perché chi compra un eBook non ha bisogno di carta.
Chi esalta “l’odore della carta” spesso non è un lettore attivo: ama l’oggetto libro, non la lettura, quindi chi esalta tanto il cartaceo di solito non compra libri, o non ne compra tanti da avvertire il problema del cartaceo. Chi compra eBook legge, e legge tanto, quindi si è abituato alla comodità dello schermo – smartphone o tablet che sia – e non sente minimamente bisogno di alcuna stampa.

Magari sono troppo integralista e siamo ancora in una fase di passaggio che dia ragione ad Epstein, ma dubito che ci sia un numero importante di persone che compra libri in digitale e poi se li fa mandare a casa in forma cartacea…

L.

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Pubblicato da su luglio 26, 2017 in Recensioni

 

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La biblioteca senza libri (2012)

Il 2 agosto 2012 il periodico “The New Republic” ha pubblicato un articolo dal titolo “The Bookless Library. Don’t deny the Change. Direct it wisely” (La biblioteca senza libri. Non negate il cambiamento, gestitelo saggiamente) a firma di David A. Bell, professore di Storia alla Princeton University.
La casa editrice italiana Quodlibet nel 2013 lo porta nel nostro Paese – con la traduzione di Andrea Girolami – come primo numero della collana digitale “Note Azzurre”, curata da Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni e Paolo Maccari.

Ecco la trama dell’eBook gratuito:

Che fine faranno le biblioteche e i bibliotecari nell’era digitale? Perché dovremmo mantenere costose strutture per ospitare tonnellate di carta, quando tutti i libri saranno disponibili in formato e-book? Come stanno cambiando le abitudini dei lettori? A queste e altre domande cerca di rispondere David A. Bell, professore di Storia a Princeton, in un brillante saggio che disegna una prospettiva rivoluzionaria, prendendo spunto dalle trasformazioni in atto in una delle biblioteche più grandi e avanzate al mondo, la New York Public Library.

Per l’occasione il testo di Bell, molto legato alla realtà americana, viene integrato con un intervento di Riccardo Ridi, professore di Bibliografia, di Biblioteconomia e di Biblioteconomia digitale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che dovrebbe aggiungere al tema un punto di vista più vicino alla realtà italiana.

«Quale sarà il ruolo delle biblioteche quando i lettori non avranno più bisogno di entrarci per consultare o prendere in prestito libri?»

Quando Bell scriveva non c’era ancora stata l’esplosione degli smartphone, quindi la sua visione risulta ancora più cauta: perché i lettori non abbiano più bisogno di entrare in biblioteca per consultare i libri ci vorranno secondo l’autore vent’anni di tempo – reputati troppo pochi da Ridi in appendice – e invece c’è voluto molto meno. Oggi tutti potenzialmente hanno la possibilità di portarsi appresso intere biblioteche in tasca: il problema è che nessuno lo fa. Questo è l’elemento che entrambi i saggisti non prendono in considerazione.

Il breve saggio è interessantissimo e ne consiglio la lettura a tutti, ma come per gli altri saggi che ho letto sulla “modernità digitale” – scritti di solito da chi non la vede di buon’occhio – dimentica un elemento che considero fondamentale: gli utenti. Solo un numero estremamente ridotto di persone ha la fortuna di frequentare biblioteche serie e funzionanti: la stragrande maggioranza della popolazione ne ignora l’esistenza, quindi la “trasformazione” di queste istituzioni rischia di essere un problema un po’ fumoso.

«Ormai già un quinto di tutti i libri venduti negli Stati Uniti sono e-book, e il numero è in rapido aumento.»

Ovviamente il mercato americano è sterminato, se si guarda a quello europeo saranno sicuramente cifre molto più modeste, ma il dato rimane: il digitale ha preso piede fra quei pochi che leggono, quindi la “rivoluzione” c’è già stata, è solamente questione di tempo. Perché chi dice di amare “l’odore della carta” – attenzione: non ama leggere, solo annusare! – poi magari compra solo un libro l’anno, nei casi più fortunati, quindi non ha il minimo peso nella questione.

«Una copia digitale dell’intera collezione di libri della Biblioteca del Congresso – qualcosa come trentatré milioni di volumi – potrebbe dunque entrare con facilità in una scatola da scarpe, il che rende semplice produrre migliaia di copie di salvataggio digitali di ogni libro mai stampato.»

Ovviamente questi discorsi non piacciono ai “tecno-allergici”, costretti di solito ad usare la tecnologia per lavoro e quindi odiandola a morte. Chi dovrebbe fare quelle copie?, si chiede il nostro Ridi. E poi passa il tempo e i file non vengono riconosciuti dai software successivi.
Questo significa che Ridi ha usato software di scrittura in tempi in cui li ho usati anch’io, quando cioè la compatibilità era un nemico: ognuno si faceva un proprio sistema di videoscrittura che non era leggibile da altri.

«Avete mai provato a recuperare un file memorizzato su un floppy-disc e creato con un programma che ormai non esiste più?)», si chiede Ridi. Sì, io ci ho provato e nel ’94 per un certo periodo è stato parte del mio lavoro, la trascodifica da sistemi assurdi verso un DOS più omogeneo.
Io sono passato dall’EasyScript del Commodore64 al WordStar del DOS fino ad arrivare nel 1995 circa al Microsoft Word: da quel momento il viaggio è finito. Io oggi, più di vent’anni dopo, posso ancora aprire i testi che ho scritto nel 1995, perché da allora i programmi alternativi al Word sono scomparsi. (E gli alternativi sono apribili, se usavano comunque il DOS come base.)
Quando è arrivato OpenOffice, che per molti è l’alternativa a Word, non c’è stato alcun problema perché i due formati sono compatibili (a meno che nel vostro documento abbiate messo roba strana).

Assistendo al fenomeno del libro digitale dal 1999, ho visto nascere e morire formati molto diversi, che potevano far pensare a futuri problemi di incompatibilità, ma esistono software di trascodifica fra questi formati, quindi non si perde niente. E poi l’ebook è semplice HTML in forma di libro, quindi ad altissima compatibilità.

«Quando in primavera il ciclo di Harry Potter è finalmente uscito in versione elettronica ha totalizzato un milione e mezzo di dollari in soli tre giorni.»

Questo indica che i lettori comprano l’eBook e spendono soldi: la rivoluzione ha già vinto, è solo questione di tempo prima che sia definitiva.
Tutto il resto del discorso è nostalgia mascherata da elitarismo. Le biblioteche sono posti di conoscenza dove la gente scambia sapere… ma dove? Certo, se come Bell avete il privilegio di entrare in una prestigiosa ed esclusiva biblioteca universitaria ci posso credere, ma i milioni di altre biblioteche dove le coppiette vanno a limonare, dove i ragazzi vanno a sghignazzare o altri a ripararsi dal freddo o dal caldo, non hanno alcuno spazio per conoscenza o sapere: sono solo luoghi pieni di odio per i libri…

Che fine ha fatto la pellicola fotografica? Si è estinta perché nessuno la usava più, con l’avvento della fotografia digitale. Perché nessuno si è dispiaciuto? Perché nessuno ha esaltato l’odore della pellicola? Eppure per esperienza personale trovo nettamente migliori le foto fatte su pellicola: hanno una profondità che nessuno smartphone potrà mai avere. Ma questo è un mio pregiudizio personale: la realtà è che nessuno comprava più la pellicola e questa si è estinta.
Già i libri cartacei hanno un mercato in picchiata totale da almeno vent’anni, quindi basta fare due più due…

Però le biblioteche conservano anche le riviste, che si perderebbero col digitale. Ma dove? È esattamente vero il contrario: il titanico numero di riviste che NESSUNO compra sono rimaste in vita – a succhiare soldi allo Stato – solo ed esclusivamente grazie al digitale: quello che vedete in edicola è l’1% delle riviste esistenti.
Per fortuna nel resto del mondo non sono così corrotti come gli italiani, quindi le riviste non possono contare su soldi dati gratis dalle tasse dei cittadini onesti, eppure lo stesso cadono come mosche: prestigiosi e storici giornali hanno chiuso i battenti perché nessuno li comprava. Fine del problema.
E le riviste passate? Quelle cioè già stampate? Per fortuna esistono gli scanner per salvarle in digitale…

Tutti i saggi che finora ho letto sul problema partono dal fatto che il digitale è cattivo, perché di solito chi scrive lo odia, e che il cartaceo è buono. Siamo tutti d’accordo, ma di solito chi pensa questo NON compra cartaceo, quindi la sua opinione è totalmente inutile. Solo chi spende soldi vota, solo chi vota cambia il mercato, e il mercato dice che il cartaceo costa troppo – sia per chi compra che per chi vende – e che i vantaggi del digitale superano di mille volte quelli della controparte. Questo fatto però nessuno lo analizza, perché il digitale è cattivo e il cartaceo è buono.
Curiosamente chi pensa questo, poi lo dice… scrivendo in digitale.

La rivoluzione ha già vinto, che piaccia o meno: resta da vedere quanto ci metterà il vecchio regime a capire che è meglio guidare il cambiamento che farsi investire…

L.

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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Recensioni, TecnoLibri

 

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Alla scoperta dei mostri del mare con Richard Ellis

Era il 2005 quando su una bancarella comprai a 3 euro un corposo saggio in edizione cartonata di Richard Ellis dedicato al calamaro gigante, scoprendo un saggista spettacolare e un narratore appassionante. Ellis sa farti girare per tutte le materie scientifiche con la divertita gioia di chi ama raccontare.
Ecco perché non ho esitato ad intraprendere la lettura – o sarebbe meglio dire la consultazione a lungo termine – del titanico saggio “Mostri del mare. Serpenti marini, manati, globster, calamari giganti, piovre, squali, balene e altre creature degli abissi” (Monsters of the Sea, 1994) che Piemme (specializzata in saggi intrigantissimi di ampio respiro) ha portato in Italia nel 2000 con la traduzione di Francesco Saba Sardi.

Mari ed oceani nascondono una quantità inimmaginabile di creature incredibili, eppure… alla fin fine l’immaginario collettivo ha davvero ben poca fantasia. I “mostri del mare” sono davvero pochi, in confronto a quanti potrebbero essercene.
Balene, squali, polipi, calamari, ovviamente di dimensioni titaniche ma alla fin fine sono questi gli unici mostri giganti che conosciamo. Ellis li prende uno ad uno – con l’aggiunta di mostri di Loch Ness ed altri casi stuzzicantissimi – e li analizza e ce li racconta, anche attraverso le leggende che li riguardano.

Ellis è un grande narratore e quindi il testo è appassionante e prende subito, anche se le vaste dimensioni del saggio hanno permesso all’autore di vagare davvero per oceani di parole, sviscerando ogni argomento fin nei minimi particolari. Come dicevo forse non è un libro da leggere ma da consultare, data la vasta ampiezza della narrazione, ma se siete appassionati di storie e leggende di animali incredibili e vi piace la buona divulgazione, Ellis è l’autore che fa per voi… e non vi dispiacerà seguirlo per le sue lunghe rotte.

La criptozoologia e roba simile è sempre una trappola pronta a scattare, ed essendo Ellis uno studioso serio deve ben spiegare che non esiste una “scienza ufficiale” che nega l’esistenza dei mostri: molte incredibili creature sono entrate nei manuali nel momento in cui è stata comprovata la loro esistenza, ma se altre rimangono voci di terza o quarta mano, non si può prenderle per vere così, sulla fiducia. Questo non vuol dire che chi crede nei mostri fantastici sbaglia, la fantasia non è mai una colpa, ma diventa seccante nel momento che pretende di chiamare “scienza” la chiacchiera da taverna.

Come Ellis racconta con dovizia di particolari, di fonti e date, sono tantissimi i ritrovamenti di esseri spiaggiati che sfuggono a qualsiasi tipo di catalogazione, e qui purtroppo entra in ballo una comunità scientifica non preparata o comunque non organizzata: campioni che si perdono, foto fatte male, testimonianze ritrattate… tutto questo non fa fare bella figura ai ricercatori, ma è anche vero che quando trovi un “blob” di due quintali sulla spiaggia – cioè un enorme tappeto di materia connettiva senza niente che faccia pensare ad un animale, se non la composizione fisica – non è che puoi mantenere il sangue freddo.

Dalle storie di marinai alle storie di scienziati, dai romanzieri agli appassionati: tutti hanno voce in capitolo in questa sontuosa opera assolutamente imperdibile.
Me la sono sbocconcellata in questi mesi, leggendola nei ritagli di tempo e durante le merende – cosa c’è di meglio che sgranocchiare gallette di mais in compagnia di titanici mostri marini? – e quando è finito mi è venuto da dire: “già finito?” In realtà sono mesi che lo leggo, eppure sembra ieri che l’ho iniziato…

Un’ultima nota devo farla alla traduzione italiana, che ha dei passaggi quanto meno discutibili.

«Bavendam, che sommozzava più a nord dell’équipe di Cousteau»

La Treccani mi informa che “sommozzatore” deriva dal napoletano “sommozzare”, «spingersi verso il fondo marino per pescare, tuffarsi nell’acqua» , però mi sento di dire che il verbo non ha avuto lo stesso successo del sostantivo.
Capisco che i traduttori italiani devono costantemente scontrarsi contro la facilità che la lingua inglese ha di “verbizzare” tutto e contro la difficoltà italiana di farlo, però onestamente è davvero brutto quel “sommozzava”, tanto che mi sembra quasi una presa in giro…

«Al terzo tentativo l’octopus ha avulso il tappo»

Il celebre esperimento – mediante il quale si è scoperto che i polpi sono intelligenti quanto un cane, però lo stesso ce li mangiamo senza problemi – mi è stato rovinato da quell'”avulso” che mi fa troppo ridere: mi ricorda un vecchio sketch di Carlo Verdone.
Per carità, il termine esiste, però visto che ha più il significato di «strappato, staccato via» – il che non è corretto, visto che parliamo di un tappo svitato – perché non usare, che so…. “svitato”?
Da ragazzino ho avuto il piacere di vedere la puntata di Quark dove hanno ricreato l’esperimento di Cousteau e, davanti alla telecamera, un polipo ha svitato un barattolo che conteneva un granchietto, dimostrando un’abilità intuitiva sconosciuta negli altri animali del suo ambiente.

«un comportamento ereditario che testifica di una delle straordinarie abitudini degli octopodi»

Anche qui, siamo tutti d’accordo che il verbo “testificare” esiste però… ma santo polipo, non era più semplice usare “testimonia”?

Per carità, è solo un mio puntiglio che ho voluto “testificare” in questo post, perché per il resto è una lettura piacevolissima e senza problemi.

L.

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Pubblicato da su luglio 7, 2017 in Recensioni

 

Tre libri per cambiare un mondo

Questo post avrei dovuto scriverlo a maggio, quando “Urania” n. 1642 ha riportato in edicola “Domani il mondo cambierà” di Michael Swanwick, ma visto che grazie al digitale il libro sarà per sempre disponibile, questo piccolo ritardo si annulla.

Ne approfitto quindi per ripescare un testo breve che ho scritto il 23 agosto 2005 sul gruppo Yahoo! “Libridine”: recuperarlo non è stato facile, perché da anni non accedevo a Yahoo! e mi ha chiesto un campione di sangue prima di farmi entrare di nuovo!
Arricchisco quel mio vecchio intervento di trame e link vari: spero possa essere utile questa segnalazione.

Tre libri
per cambiare un mondo

Ho letto tre libri (due questo mese, uno anni fa) molto simili e vorrei discutere delle differenze.
Ecco i libri e le trame ufficiali:

Domani il mondo cambierà” (Stations of the Tide, 1991) di Michael Swanwick
Urania n. 1236 (24 lugliio 1994)
Vincitore del Premio Nebula 1991 assegnato dall’Associazione degli Scrittori Americani di Fantascienza (SFWA), Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.


Diga sul pianeta Hestia” (Hestia, 1979) di C.J. Cherryh
Urania n. 933 (12 dicembre 1982)

Se non sapessimo che l’autore di questo romanzo (ormai celebre negli USA) è una donna, non esiteremmo a lodare in primo luogo la sua straordinaria delicatezza di fantasia e di stile. Ma come evitare che alcuni lettori non pensino subito a un “romanzo rosa”, benché l’avventura sia spaziale e il lugubre, degradato, piovoso pianeta Hestia sia popolato da rozzi ubriaconi? Metteremo l’accento, dunque, piuttosto sulla robustezza dell’intreccio e sull’eccezionale qualità di un “suspense” che non ha nulla di particolarmente femminile, né di particolarmente maschile, ma è per così dire un suspense unisex, ovverosia per tutti.

 

 


È difficile essere un dio” (Trydno byt’ bogom, 1966) di Boris ed Arkadi Strugatski
Urania n. 1109 (10 settembre 1989)
La razza umana ha conquistato le stelle. E nella Galassia ha scoperto l’esistenza di un’altra forma di vita, di un’altra civiltà evoluta. Un nuovo, immane compito attende gli uomini, quello di sorvegliare affinché le varie culture di sviluppino armonicamente. Molte sono le persone che, col rango di osservatore, vengono disseminate sul pianeta, ma non per tutti è facile rimanere distaccati dagli avvenimenti che si succedono. Il compito principale di un osservatore è solo quello di guardare e riferire, ma non tutti sanno, o vogliono, disgiungere il cuore dalla mente. Cosa succederà se qualcuno cercherà d’intervenire nei fatti di un’altra cultura? Quali saranno le ripercussioni a livello planetario prima, galattico poi? Sul classico tema dell’utopia, un romanzo carico di tensioni, gravido di domande le cui risposte interessano tutti.


 

Tutti e tre questi romanzi raccontano le vicende di un osservatore esterno, un terrestre, inviato in una colonia umana su un altro pianeta per cercare di risolvere una situazione problematica. In queste storie le colonie terrestri sono ad un livello bassissimo di tecnologia, né fanno qualcosa per cambiare la situazione: si aspettano l’aiuto della Terra (Cherryh e Swanwick) o si fanno bastare quel che hanno (Strugatski). L’osservatore esterno ha le mani legate, ma dovrà in qualche modo aiutare la popolazione della colonia che, per quanto lui disprezzi, suscita comunque un certo rispetto.
Tre storie molto simili, dunque, ma profondamente differenti nei contenuti.

Il romanzo della Cherryh è una godevolissima storia di “frontiera”. I coloni devono costruire una diga che distruggerà il territorio di alcuni alieni autoctoni, per nulla disposti a dar spazio agli invasori. Ricorda molto una storia western fra indiani e cowboy, e possiamo dire che la “morale” della storia sia: colonizzare va bene, ma bisogna rispettare chi ci sta attorno.

Il romanzo di Swanwick ha connotazioni decisamente religiose. Il terrestre infatti deve cercare Gregorian, messia che vuole salvare la gente della colonia rendendola indipendente dalla Terra. Gregorian è nato da madre vergine, la quale è stata “fecondata” da un uomo venuto dal cielo. (ricorda niente?). La storia si basa molto su elementi mistico-religiosi, uniti ad una (forse troppo) forte dose di esoterismo.

Il leit-motiv del romanzo degli Strugatski, invece, è: per salvare gli uomini, un dio deve scendere nel fango insieme a loro, ma appena lo fa… non è più un dio.
L’osservatore esterno è frustrato perché la gente della colonia non evolve, non sviluppa una società complessa, ma rimane ad un modello medievale. In confronto agli autoctoni, il terrestre è come un dio ma la responsabilità è pesante: spingere la comunità verso un non meglio specificato progresso o lasciare che nuoti nel proprio fango? L’osservatore, come ogni dio che si rispetti, non dà segni né indicazioni. Ma prima o poi dovrà intervenire, ed assumere su di sé la responsabilità di tutta una civiltà.

L.

A destra, il celebre regista Werner Herzog
nella parte dell’amico di Don Rumata (Edward Zentara)

P.S.

Ricordo che da È difficile essere un dio è stato tratto uno splendido film, di cui parlo nel mio speciale Strugatsky Forever del blog “Il Zinefilo“..

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Pubblicato da su luglio 3, 2017 in Recensioni

 

Animali notturni (2016) La vita e l’opera

animali-notturniIl 17 novembre 2016 è uscito in Italia un film molto particolare e che non so neanche se ho capito fino in fondo, ma quando arriva la parola “fine” lo sgomento iniziale – con la convinzione che il regista si sia perso qualcosa per strada – lascia subito il posto ad una chiave interpretativa che affonda in un tema a me caro: il rapporto tra la vita e la narrativa.

Il film è “Animali notturni” (Nocturnal Animals, 2016) diretto con mano sicura da Tom Ford, che adatta per lo schermo il romanzo “Tony e Susan” (Tony and Susan, 1993) di Austin Wright, giunto in Italia nel 1994 per Rizzoli (trad. Mario Biondi), ristampato poi nel 2011 da Adelphi (trad. Laura Noulian).
Sottolineo che non ho ancora letto il romanzo, quindi parlo solamente del film.

Come si è passati dal titolo Tony e Susan ad Animali notturni? È la solita voglia cinematografica di mischiare le carte in tavola? Sì e no, perché il cambiamento di titolo serve a sottolineare maggiormente una sottigliezza metanarrativa.
La ricca e smorfiosa Susan Morrow (la gelida Amy Adams) ha tutto ciò che l’americano medio considera “di successo”: una enorme casa fredda ed inospitale, soldi da buttar via in cose brutte che altri definiscono belle e un marito bello e ricco, che ovviamente la ignora per correre la cavallina. Insomma, Susan è una donna “arrivata”. Ma non è sempre stata così.

La sempre gelida Amy Adams

La sempre gelida Amy Adams

Un tempo Susan aveva dei sogni normali ed amava un uomo normale, cioè povero ma ricco di difetti, un uomo che tutti non hanno mai esitato a definire “fallito”: Edward Sheffield (il sempre bravo Jake Gyllenhaal).
Sposare quest’uomo è un errore e la madre di Susan la mette in guardia… quindi lei lo sposa. E ovviamente va male: la frustrazione per un romanzo che non riesce a scrivere rende Edward amaro e alla fine la coppia scoppia. Ora, da 15 anni, Susan vive la vita giusta per lei e considera l’ex marito uno sgradevole ricordo.
Finché un giorno riceve un manoscritto: finalmente Edward ha scritto il suo romanzo e glielo fa leggere in anteprima.
Un romanzo intitolato “Animali notturni“.

tony-susanNel romanzo originale di Wright abbiamo due titoli, nel film invece è uno solo. Apparentemente il film si intitola come il manoscritto di Edward perché è questo il protagonista della storia, ma suggerisco un’altra interpretazione: la scelta del regista-autore è quella di mettere subito in chiaro che è tutto un gioco metanarrativo, che è una storia che parla di una storia che parla di se stessa.
Perché quando Susan inizia a leggere il manoscritto… scopre che i protagonisti sono lei ed Edward, anche se con un altro nome. Sono Tony e Susan…

Noi non vediamo mai Edward, non sappiamo chi sia oggi, dopo 15 anni dalla separazione con Susan: ciò che noi spettatori vediamo è Tony, il personaggio scritto da Edward, che ha la sua faccia e apparentemente vive le stesse situazioni. Ma ben presto un evento di forte impatto – che non rivelo – fa capire chiaramente che le due vite letterarie non sono più uguali. Qualcosa è successo, qualcosa è esploso, qualcosa si è rotto… e la vita di Tony e Susan nel manoscritto non corrisponde più a quella “vera”.

Mediante un ispirati gioco di flashback e dissolvenze Tom Ford ci mostra un dedalo di storie e situazioni che creano un quadro generico sfuggente ma chiaro.
La vita di Susan è stata come quella di chiunque altro: squallida, piena di rimpianti, di rimorsi e di dolori ingoiati a forza. Lo stesso quella di Edward, ma evidentemente l’uomo deve venire a conoscenza di un segreto del passato della coppia e trova finalmente la spinta per completare il suo romanzo. E cosa scrive?

Jake Gyllenhaal nel ruolo di Tony (© Merrick Morton/Focus Features)

Jake Gyllenhaal nel ruolo di Tony (© Merrick Morton/Focus Features)

Siamo tutti cresciuti con la fiction e in essa sfoghiamo le frustrazioni quotidiane. La vendetta è una tematica antica quanto la letteratura e grande consolatrice: visto che nessuno si riesce a vendicare nella vita vera, cerca rifugio nella finzione.
Il dolore di Edward  per lo squallore della vita con Susan lo spinge a modificarla, a renderla molto più noir, a prendere la vigliaccheria e farne topos cine-letterario, a prenderne il rimpianto e a farne elemento drammatico.
Così mentre Susan legge e scopriamo le brutture della vita “normale”, in ciò che legge scopriamo che Edward si è trasformato in un Tony molto più simile al Giustiziere della notte e alla tradizione del vengeance che ad una qualsiasi vita vera.

Cos’è la letteratura se non un modo bello per dire cose brutte? Cos’è la narrativa se non uno strumento affascinante per raccontare miserie e dolori? Chi può dunque rimproverare ad Edward di aver voluto riscrivere la propria vita, trasformandola in una affascinante caccia all’uomo? Con tanto di rude sceriffo del Texas, interpretato dal sempre titanico Michael Shannon. (Quando il grande pubblico “scoprirà” quello che è il nuovo migliore attore in circolazione, sarà sempre troppo tardi.)

Il sempre intenso Michael Shannon

Il sempre intenso Michael Shannon

Devastata dalla lettura di una vita squallida trasformata in storia edificante ed appassionante, Susan vuole incontrare quell’ex marito che ha disprezzato per anni, vuole forse riallacciare un rapporto che in fondo non ha mai capito. Ma non si può incontrare un personaggio letterario, perché Susan commette il più imperdonabile degli errori: confonde l’uomo con l’artista. Dà appuntamento ad Edward confondendolo con Tony…

Ripeto, dopo essere rimasto frastornato da un film indefinibile, questo è quanto ci ho letto io: non escludo che non c’entri nulla con quanto pensava il regista-autore, ma rimane comunque una chiave di lettura plausibile.
Per una recensione diversa ma meritevole, rimando al blog “La Bara Volante” di Cassidy – il presidente del Michael Shannon Fan Club!!! – e “L’Ultimo Spettacolo“.

L.

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Pubblicato da su gennaio 2, 2017 in Pseudobiblia, Recensioni

 
 
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