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Le ultime parole di Giulio Cesare

Compie dieci anni una delle mie primissime “indagini” letterarie, che all’epoca mandai in giro tramite mail ad un giro di amici. Mi sembra l’occasione giusta per ripescare, dal lontano 19 marzo 2008, l’ultimo fiato di Cesare…


Le ultime parole di Giulio Cesare

Il 15 marzo del 44 a.C. muore Caio Giulio Cesare, sotto le pugnalate dei cospiratori “nostalgici” della Repubblica che mal vedono il potere assoluto del signore di Roma: quest’evento è fra i più famosi della storia occidentale, ma raramente viene separato dal fascino drammatico delle ultime parole pronunciate da Cesare morente… Ma cosa disse egli prima di soccombere alle pugnalate?
Né storici né letterati erano presenti quel giorno a Campo Marzio, eppure sono proprio gli storici e i letterati che hanno creato, alimentato e propagato la leggenda delle ultime parole del grande romano.

Il primo a narrare la storia, più di cent’anni dopo gli eventi, è Svetonio (vissuto fra il 70 e il 126). Come membro della corte imperiale, lo storico aveva accesso a documenti di prima mano, ma è noto che usasse spesso e volentieri “voci di corridoio” e fonti non troppo attendibili. Nella sua celebre opera Vite dei Cesari (libro I, capitolo 82), egli scrive che

«[Tillo Cimbro] gli afferrò da entrambe le spalle la toga; poi, mentre Cesare gridava “Ma questa è violenza!”, uno dei due Casca lo ferì da dietro un poco sotto la gola. […] E così fu trafitto da ventitré ferite, emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola. Alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: “Kài sù, tèknon?”».

Quindi Svetonio ufficialmente scrive che Cesare morì «senza una parola», ma poi cede alla tentazione di riportare ciò che dei fantomatici “altri” avrebbero raccontato: che cioè il romano morendo esclamò, alla volta di Bruto, una frase in greco che vuol dire «anche tu, figlio?». Perché Cesare, in punto di morte, avrebbe dovuto esclamare una frase in greco? Probabilmente Svetonio si stava basando su fonti elleniche.

Ed è proprio un illustre greco, coevo di Svetonio, a narrare per ben due volte la morte di Cesare: si tratta di Plutarco di Cheronea (circa 46-127), autore delle Vite parallele, celebri biografie di personaggi famosi.
Nella Vita di Cesare (capitolo 66,8), Plutarco narra che Cesare ferito

«gridò in latino “Maledettissimo Casca, che fai?”, e l’aggressore gridò, in greco, al fratello “Fratello, aiuto”!».

Nella Vita di Brutus (capitolo 17), Plutarco parla di nuovo dell’avvenimento ma cambia un po’ le parole. Cesare ferito

«gridò in latino “Empio Casca, cosa fai?”. Poi Casca, rivolgendosi in greco a suo fratello, gli chiede di aiutarlo».

Da notare dunque che Svetonio (latino) dice che Cesare parlò in greco; Plutarco (greco) dice che Cesare parlò in latino… Ma al di là di questo, quand’è che si rivolge a Bruto? Tutti sappiamo infatti che Cesare, dibattendosi tra le famose pugnalate, quando vede il figlioccio Bruto fra i congiurati ha il vero colpo al cuore e lancia la celebre frase…

Plutarco, in entrambe le sue biografie, con parole un po’ diverse spiega che secondo alcuni autori (non prende posizione quindi in proposito) il signore di Roma, appena visto Bruto, si accasciò a terra tirandosi sulla testa la toga: un gesto per esprimere la rassegnazione a morire. Lo storico greco, però, non riporta alcuna frase detta da Cesare morente alla volta di Bruto.

Il bilancio, finora è chiaro. I primi storici a raccontare l’evento danno per certo che Cesare maledisse Publio Longo Casca (il primo dei congiurati a pugnalarlo), ma nessuno dei due riporta alcuna frase detta alla volta di Bruto: Plutarco tace, mentre Svetonio riporta solo delle vaghe voci. Come mai allora per i successivi duemila anni si è ignorato Casca e si è messo in bocca a Cesare il richiamo a Bruto?

Il primo di cui si ha traccia è William Shakespeare (1564-1616), che fornirà una delle più famose versioni dell’accaduto nel suo dramma Giulio Cesare (scritto probabilmente intorno al 1599). Il protagonista, colpito a morte, alla volta di Bruto esclama:

«“Et tu, Brute?”… e allora cadi, Cesare!»
(atto terzo, scena prima).

Nel 1861 il reverendo John Hunter aggiunge una nota a questa battuta:

«L’esclamazione non ha alcun riscontro diretto nella storia antica, comunque è riportata in alcuni lavori di drammaturgia del sedicesimo secolo».

Quindi Shakespeare non può rifarsi né a Plutarco né a Svetonio, che tacciono l’aneddoto: facile dunque che nel corso del tempo sia nata una tradizione a cui l’Et tu Brute? fa riferimento.

A Londra, nel 1641, all’Alta Corte del Parlamento “Mr. Smith of the Middle-Temple” inserirà nella sua arringa:

«Kai su teknon! disse Cesare al Senato; non era per la propria morte che si crucciava, bensì per il fatto che il proprio figlio alzasse la mano contro di lui per ucciderlo».

In Spagna, nel 1644, il celebre Francisco de Quevedo (1580-1645) scrive Vida de Marco Bruto rifacendosi alla versione di Plutarco: «esclamando ad alta voce, detto in latino: Maledetto Casca, che fai?». Quando Cesare vede Bruto, Quevedo si sente in dovere di precisare: «Svetonio scrive che egli disse in greco E tu fra questi? Anche tu, figlio?». Era troppo forte la carica emotiva di questa frase perché Quevedo rinunciasse ad usarla.

Il 14 luglio 1829 Giovan Battista Niccolini, in una lezione all’Accademia della Crusca, reciterà

«Tu quoque, Brute, fili mi, dovea scoter fortemente l’animo di quel Romano, e quel pensiero molto direbbe allo spirito, quantunque significato venisse con maggior numero di parole».

Come si vede, le ultime parole di Cesare mutano e di evolvono con l’andar del tempo, e la situazione non cambia con l’arrivo del Novecento.

Nel 1948 Thornton Wilder ricrea l’ambiente romano e la vita di Cesare in forma epistolare nel romanzo Le Idi di marzo (The Ides of March). Lo scrittore, però, evita di prendere posizione in merito alla morte del grande romano: per descrivere l’azione non fa altro che riportare dichiaratamente il testo di Svetonio, come a mettere agli atti la sua testimonianza.

Nel 1986 il giornalista e scrittore Antonio Spinosa, nel suo Cesare, il grande giocatore, ricrea la vicenda e dà anche una originale spiegazione del perché il romano abbia parlato in greco:

«Tullio Cimbro si faceva più insistente, e, come a richiamare la sua attenzione, lo tirò per la toga. Quello era il segnale che i cospiratori attendevano per estrarre i pugnali dalle pieghe delle toghe e colpire la vittima. Cesare poté appena accennare a una protesta contro il gesto di Cimbro. Non aveva finito di dire: “Ma questa è violenza”, che fu raggiunto dalla prima pugnalata. Da dietro lo aveva colpito Publio Casca, sotto la gola, verso la nuca, ma senza forza perché tremante di paura. Cesare, benché sanguinante, reagì con prontezza. Riuscì a strappare il pugnale dalle mani dell’attentatore e con quell’arma lo ferì a un braccio mentre esclamava: “Maledetto Casca, che fai?”. […] Era allo stremo delle forze quando il suo sguardo già offuscato incrociò gli spiritati occhi di Marco Bruto che gli vibrava una pugnalata all’inguine. Cesare si accasciò, si avvolse il capo con la toga, e, guardando per l’ultima volta l’assalitore, disse in greco: “Anche tu, Bruto, figlio mio”. Sempre usava il greco nei momenti di più intensa emozione. Non aggiunse altro. Con queste parole di profonda disperazione si chiudeva la sua vita».

Nel 2002 la scrittrice australiana Colleen McCullough affronta la morte di Cesare nel sesto libro del ciclo “I Signori di Roma”. Ne Le Idi di marzo (The October Horse) l’autrice è l’unica ad attenersi strettamente alle fonti storiche, ignorando le “voci di corridoio”:

«Benché lottasse strenuamente, Cesare non gridò e non disse nulla […] quella mente unica volse le residue energie al morire con la dignità intatta».

La McCullough non cede alle lusinghe che hanno tentato i suoi illustri predecessori, e quindi non riporta parole che appartengono più alla cultura popolare che alla storia.

Di tutt’altra pasta è La caduta dell’aquila (The Gods of War), romanzo storico del 2006 in cui Conn Iggulden si prende più licenze di quante siano mai state prese in passato.

Secondo Iggulden,

«[Cesare] lanciò un urlo quando Svetonio lo colpì e dalla spalla scese un rivolo di sangue. […] C’era sangue dappertutto; […] non smise di invocare aiuto, sapendo che avrebbe potuto sopravvivere anche alle ferite più gravi. […] “Aspettate” venne una voce lì accanto. Le mani insanguinate lo spinsero contro lo schienale del seggio e Caio Giulio, con un barlume di speranza, si voltò a guardare chi li aveva fermati. […] “Anche tu, Bruto?” Bruto avanzò tra i seggi e levò il pugnale davanti al viso di Caio Giulio. Aveva negli occhi un’espressione triste e trionfante, insostenibile. “Sì” rispose piano. “Allora uccidimi in fretta. Non posso vivere sapendolo” disse in un sussurro».

Va bene romanzare la storia, ma sicuramente Iggulden esagera: Svetonio che pugnala per primo, invece che Casca; Cesare che non smette di gridare aiuto quando tutti gli storici concordano che abbia taciuto; addirittura un breve dialogo con Bruto… Insomma, più che una rielaborazione romanzata ci sembra di essere davanti ad un vero falso storico.

Cos’ha detto veramente Cesare, in punto di morte, in che lingua e se veramente abbia detto qualcosa non lo sapremo mai. Non ha veramente importanza, però, perché ugualmente ha infiammato la fantasia ed acceso la creatività di venti secoli di storici e letterati.

Chiudiamo con un piccolo gioiello dell’argentino Jorge Luis Borges: La trama, del 1960 (raccolto nell’antologia “L’artefice”).

«Perché il suo orrore sia perfetto, Cesare, incalzato ai piedi di una statua dagl’impa­zienti pugnali dei suoi amici, scopre tra le facce e gli acciai quella di Marco Giunio Bruto, il suo protetto, forse suo figlio, e non si difende più ed esclama: «Anche tu, figlio mio!». Shakespeare e Quevedo raccolgono il patetico grido. Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; diciannove secoli dopo, nel sud della provincia di Buenos Aires, un gaucho è aggredito da altri gauchos e, nel cadere, riconosce un suo figlioccio e gli dice con mite rimprovero e lenta sor­presa (queste parole bisogna udirle, non leggerle): “Come, tu!”. Lo uccidono e non sa che muore affinché si ripeta una scena».

L.

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Pubblicato da su giugno 1, 2018 in Indagini

 

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[Un libro, una storia] Il libro segreto di Shakespeare

Era l’inverno del nostro scontento… no, scherzo: era l’inverno del 2011 quando l’uscita del film Anonymous (2011) di Roland Emmerich – un patinato filmettone dimenticabilissimo in cui si romanzava una vecchia ipotesi su chi fosse “veramente” Shakespeare – spinse la Newton Compton a portare nelle librerie italiane “Il libro segreto di Shakespeare“, titolo roboante – tipico dello stile della casa – che nascondeva un’operazione intrigante: nessun editore inglese aveva voluto stampare quel romanzo di Gene Ayres, nascosto sotto lo pseudonimo di John Underwood.

Da tempo mi intrigava la questione shakespeariana: come si fa a rimanere freddi davanti all’evidenza che non esiste la benché minima prova che un uomo chiamato William Shakespeare sia mai esistito? (È vero, in realtà le prove ci sono… ma sono tutte a posteriori, quando sono sono falsi smaccati.)
Mi appassionati alla questione, tramite la Newton riuscii a raggiungere ed intervistare l’autore di questo romanzo – intervista che ho ripescato per questo blog -, ho invitato la blogger Chiara Prezzavento a intervenire su ThrillerMagazine parlando del Bardo e ho scritto uno speciale sugli pseudobiblia che si divertono ad immaginare nuove opere del poeta britannico: il tutto poi trasformato nel saggio gratuito Mistero Shakespeare.

Insomma, è stato un periodo molto intenso e non sapevo che ero sul punto di cambiare completamente vita. (Di lì a poche settimane avrei cambiato sede lavorativa cambiando anche totalmente ogni singolo aspetto della mia vita dell’epoca.)
Però ad essere onesto mi è piaciuto di più il “contorno” – la ricerca, lo studio maniacale delle fonti per scrivere il mio saggio, la conoscenza con quel vulcano di Chiara, ecc. – che il romanzo in sé… Ora, a distanza di anni, posso anche confessarlo: Il libro segreto di Shakespeare non è poi tutto ‘sto gran che…

Ovviamente la copertina è un imbroglio, non ha minimamente a che fare con il film Anonymous, è semplicemente uno di quei thriller fasulli scritti per mascherare un saggio: siccome è universalmente noto che la saggistica non vende, né in Italia né altrove, l’autore ha preso la sua ottima ricerca e l’ha trasformata in un noioso thrillerino.
Malgrado Ayres/Underwood creda molto nella sua tesi, non è che presenti la famosa “pistola fumante”: non esiste la benché minima prova né che Shakespeare sia esistito né che non sia esistito. Non esistono prove di nulla, ma di nulla sul serio: è come risolvere un rebus avendo un foglio bianco davanti: puoi dire quello che ti pare…

Della trama del libro non ho memoria perché non merita alcuna memoria: ho riempito la prima pagina di appunti a matita ma non vale la pena studiarli. Mi piace invece ricordare quell’intenso periodo shakespeariano, in cui studiavo testi del Cinque-Seicento e in cui ripercorrevo le truffe per capire dove nascessero. E dove cercavo di capire come si fa a dire, oggi, tutto ciò che si dice di Shakespeare… visto che è tutto frutto di fantasia! Ma in fondo… la sua opera stessa è della stessa materia della fantasia…

L.

 
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Pubblicato da su aprile 10, 2017 in Uncategorized

 

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Strani compagni di letto

Vignetta apparsa sull'"Harper's Weekly Magazine"

Vignetta apparsa sull'”Harper’s Weekly Magazine”

Le elezioni italiane – quando ancora in Italia si votava – hanno spesso portato alla luce un problema che esiste sin da quando esiste la politica: chiunque vinca alla fine dovrà andare a braccetto con qualche suo avversario. Così qualche giornalista o politico rispolvera per l’occasione la frase classica che si usa in questi casi, un antico adagio mai passato di moda: la politica crea strani compagni di letto.
Bedfellows_PickwickÈ un’antica verità, che prima i candidati si sbranano (a favore di pubblico) e poi si stringono la mano con ampi sorrisi, perché altrimenti non potrebbero governare. È il caso di “indagare” sull’origine e l’evoluzione di questo modo di dire.

«Le avversità fanno accettare all’uomo strani compagni di letto» (Adversity brings a man acquainted with strange bedfellows): questo “vecchio proverbio”, come lo definisce l’autore stesso, lo ritroviamo come titolo del capitolo XLII de Il circolo Pickwick (The Posthumous Papers of the Pickwick Club), scritto nel 1836 dal giovane esordiente Charles Dickens. La frase non è spiegata, così come non è spiegata l’espressione che lo spagnolo Manuel Vázquez Montalbán utilizza molto più recentemente, nel romanzo L’uomo della mia vita (El hombre de mi vida, 2000): «La politica genera strani compagni di letto».
Come si può notare, queste due citazioni differiscono in modo profondo: dalle “avversità” di Dickens si è arrivati alla “politica” di Montalbán: cos’è successo nel frattempo? Per capirlo dobbiamo risalire alle origini dell’espressione.

"La Tempesta": Calibano e Trinculo

“La Tempesta”:
Calibano e Trinculo

Il padre di questa come di tante altre espressioni discorsive è il solito William Shakespeare, o chiunque intorno al 1610 abbia scritto La tempesta firmandosi con quel nome. In questo dramma, nella seconda scena del secondo atto troviamo il personaggio di Trinculo che – come capita molto spesso anche ai partiti italiani – per superare un uragano in arrivo è costretto ad allearsi con chi disprezza: l’orripilante Calibano. Turandosi il naso – sport nazionale italiano! – afferma: «Misery acquaints a man with strange bed-fellows».
«La sventura accoppia l’uomo con istrani compagni di letto» traduce Carlo Rusconi nel 1852; «La sventura costringe l’uomo a far la conoscenza di ben strani compagni di letto» traduce Gabriele Baldini nel 1963; mentre è deliziosa la versione di Giulio Carcano del 1858: «Strani sozj in letto pone all’uom la miseria.»
Per i 150 anni successivi alla tragedia la frase intera è parte integrante della lingua inglese, ma all’inizio dell’Ottocento qualcosa cambia: qualcuno osa parafrasare il Grande Bardo.

«Posso solo dire che la poitica, come la sventura, “costringe un uomo a conoscere strani compagni di letto”». Questa frase risale al 1795 e con essa il critico letterario e poeta (nonché scrittore satirico) William Gifford nel suo The Mævial riprende fra virgolette la citazione shakesperiana ma al misery aggiunge il politics: è chiaro già all’epoca che la politica non ha nulla di “pulito” ed è paragonabile alla sventura o alle avversità. Ovviamente non è un politico a dirlo, bensì uno scrittore satirico… che siano da sempre i comici a capire più dei politici?

La nuova accezione della frase prende piede e il numero del 10 marzo 1832 della rivista newyorkese “Workingman’s Advocate” è categorico: «Politics do make strange bedfellows», la politica – e solo quella! – crea strani compagni di letto. Lo ribadisce il celebre Edward George Bulwer-Lytton nel romanzo Una famiglia originale (The Caxtons, 1849) dove scrive: «Poverty has strange bedfellows», la povertà ha strani compagni di letto. Non li crea, secondo l’autore: li ha e basta.
Un ventennio dopo il saggista statunitense Charles Dudley Warner vuole partecipare al gioco e, parlando di alleanze improbabili fra nemici, nel romanzo My Summer in a Garden (1870) lancia il suo «Politics makes strange bedfellows». Torna la “creazione” e da allora la politica crea strani compagni di letto.

Vignetta apparsa sull'"Harper's Weekly Magazine" il 1° ottobre 1864, p. 640, in occasione di elezioni.

Vignetta apparsa sull'”Harper’s Weekly Magazine” il 1° ottobre 1864, p. 640, in occasione di elezioni.

In Italia l’espressione «La povertà fa conoscere all’uomo strani compagni di letto» è attestata già nel 1883 ne La sapienza del mondo, un dizionario di proverbi curato da A.F. Negro. Ma non sembra entrare subito nel linguaggio popolare: si dovranno aspettare i partiti politici per capire a pieno la frase…
Nel 1945,.quando il panorama politico italianao si “rinnova e riparte”, si comincia ad applicare l’espressione ad alcuni partiti, troppo diversi per stare insieme eppure eccoli lì a braccetto, come fa notare la rivista “Domani” dell’epoca. Nel 1970 per la rivista “L’Est” gli strani compagni di letto sono le minoranze etniche della Russia; “Panorama” nel 1982 considera tali gli ebrei e gli hippies visti nel film Lasciami baciare la farfalla di Hy Averback; riviste come “Italia Contemporanea”, “Mondoperaio”, “L’Europeo” e “L’Espresso” usano sempre più la frase in modo politico, citando sempre la seconda parte (“strani compagni di letto”) e mai la prima (“le avversità creano”).
In alcuni casi la fonte è citata, ma con l’andare del Novecento sfuma, e con la svolta del Duemila l’origine della frase è pressoché dimenticata. Così in uno dei primi numeri di “7” (supplemento del quotidiano Corriere della Sera) del 1999 troviamo l’accezione oggi meglio nota: «La politica crea strani compagni di letto».

Bedfellows_Hudson-LollobrigidaCon l’arrivo in Italia nel 1965 del film Strani compagni di letto (Strange playfellows), commedia romantica con Rock Hudson e Gina Lollobrigida, la frase è amplificata in ogni dove ed entra di prepotenza nel vocabolario italiano, troppo spesso dimenticandosi l’origine shakespeariana.

Sarà stato un comico populista quel Gifford, che nell’Ottocento osò paragonare la politica alla sventura? Possiamo tacciare di antipolitica tutti quelli che – anche inconsciamente – in due secoli hanno preso le avversità della vita che intendeva Shakespeare e le hanno trasformate in politica? Possiamo eccome… ma solo se costretti dal nostro “strano compagno di letto”.

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine l’8 marzo 2013 e poi l’ho rigirato anni dopo al sito dell’amico Tanogabo. Dopo quest’ultima apparizione sono stato contattato da un piccolo politico locale (dall’alta Italia, se non erro) che mi ha raccontato di aver passato dei guai perché ha usato questa celebre frase nei confronti di un’avversaria: né Shakespeare né altri fino al Novecento avrebbero mai ipotizzato l’entrata delle donne in politica, quindi ora la celebre frase acquista un doppio significato negativo!

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Pubblicato da su marzo 4, 2016 in Indagini

 

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Storie da non credere 4

SDNC04Oggi, 1° aprile, è il momento migliore per presentare un nuovo saggio della mia collana “Storie da non credere” dedicato ad una sorprendente falsificazione libraria, fatta di ritrovamenti incredibili, che portò ad organizzare per un 1° aprile di tanti anni fa una rappresentazione teatrale spostata però al successivo 2 aprile.
Se volete conoscere la vera storia dei falsi ritrovamenti di William Shakespeare, e del ragazzo di 17 anni che per due anni tenne in scacco i migliori critici di Londra, vi presento questo William Henry Ireland. Il ragazzo che fu Shakespeare.

Il 1° aprile del 1796 il dramma “Vortigern and Rowena” viene programmato al Drury Lane Theatre, il celebre teatro londinese da poco restaurato ed ampliato: visto che alcuni autorevoli critici hanno sollevato un polverone gridando al falso, sottolineando cioè che quel dramma di William Shakespeare miracolosamente ritrovato nella soffitta di un gentiluomo misterioso solleva più dubbi che certezze, si preferisce spostare la prima al successivo 2 aprile. Mettere in scena un’opera dal forte odore di falso proprio il giorno simbolo dello scherzo e della burla sarebbe stato l’apoteosi della beffa: il risultato però non cambia.
Per circa due anni, alla fine del Settecento, Londra ha creduto ciecamente a William Henry Ireland: il ragazzo di 17 anni che fu Shakespeare. Questa è la sua incredibile storia.
La collana “Storie da non credere” si occupa di truffe librarie o comunque di vicende legate a fenomenali ritrovamenti accompagnati da storie più attinenti alla sfera della fiction che alla realtà. Da secoli libri incredibili sono accompagnati da storie incredibili… che spesso sono appunto da non credere..

Come sempre trovate il saggio, al prezzo consueto di 0,99 euro, su Amazon, UltimaBooks e tante altre librerie online, che trovate qui.

L.

 
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Pubblicato da su aprile 1, 2015 in Note

 

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Slip the Bitch of War

Rita (Emily Blunt) dal film "Edge of Tomorrow" (2014)

Rita (Emily Blunt) dal film “Edge of Tomorrow” (2014)

Il 2008 è stato un anno di fuoco per gli Stati Uniti, in quanto il 4 novembre si è chiusa una accesa campagna elettorale con l’elezione di Barack Obama. Fra i vari protagonisti “in trincea” c’era anche l’agguerrita Hillary Clinton, determinata a fare la guerra per le presidenziali proprio come i suoi colleghi maschi.
Nell’aprile 2008 il political poet – suona davvero male in italiano dire “poeta politico”, ossimoro indigesto in questa terra dove mai le due attività sono state più distanti – Ian Reed rende onore ad Hillary con il poema Down-Hill (probabile gioco di parole tra downhill, “declino”, e le iniziali del cognome di Hillary). «Ha votato per la guerra, e ancora parla»: non sembra un poema lusinghiero…
Dopo aver paragonato Hillary ad un Amazzone e a Budicca (la fiera regina guerriera tanto cara agli inglesi) e dopo aver sottolineato le ombre della donna e la sua passione per la guerra, finisce citando due volte Shakespeare. Inneggia infatti i Democratici ad applaudire, a brindare e «unleash the warlike Hillary», riferimento al warlike Harry dell’Enrico V (Prologo, 5ª riga), ma a Reed non basta definire Hillary “bellicosa” (traduzione che rende poco il termine inglese, che sarebbe più divertente tradurre come “una che ci piace la guerra”).
È il momento di chiudere, e quindi inneggia i Democratici non solo a dare sfogo alla bellicosa Hillary, bensì «let slip the bitch of war»…

Va sottolineato che bitch in americano non ha nulla a che vedere con la prostituzione, è un dispregiativo usato in quantità massiccia ed equivale all’italiano “stronza”. (Per essere più offensivi gli americani usano whore o il curioso hoe, termine zoologico che indica… lo zoccolo dei mammiferi). Se il Marco Antonio di Shakespeare gridava «sguinzagliate i mastini della guerra» (Giulio Cesare, atto III, 290), Ian Reed grida: «sguinzagliate la stronza di guerra».
In breve tempo l’espressione bitch of war entra prepotentemente nello slang americano, ben lungi dall’essere un’offesa: e in italiano?

È ben radicata nella lingua italiana l’espressione “puttana di guerra”, ma a intervalli regolari viene dimenticata e ricordata. Per esempio recentemente un racconto pulp bizzarro dell’italiano sotto copertura Carlton Mellick III si intitola proprio Puttana da guerra, ma potrei citare qualcosa di molto più classico. «Sì, è vero. Sono e mi sento una puttana. Ma una puttana di guerra, loro invece saranno sempre puttane» leggiamo ne Il freddo nelle ossa di Franco Bompieri (Longanesi 1975). Noi italiani però con quell’espressione indichiamo chi esercita la professione più antica del mondo durante un periodo bellico per “rilassare” i soldati: bitch of war è tutt’altra cosa. È una donna che in qualsiasi momento può dichiarare guerra a chiunque.

Dove va a parare tutto questo discorso, qualcuno si chiederà?
Oltre all’aneddoto che ho scoperto in questi giorni e che trovo delizioso, mi sembra che la creatività nello scrivere sia un concetto molto simile: nella letteratura di intrattenimento è molto importante sguinzagliare quella stronza di guerra che è la creatività.
Se ci sono tanti soldi di mezzo ovviamente non vale, ma per un autore autopubblicato come me – e come tanti che ho conosciuto, una vera Self Published Legion – per cui la parola “guadagno” è inappropriata e si parla di qualche spicciolo, l’unico incentivo è divertirsi da matti a scrivere: e cosa c’è di più divertente di sguinzagliare la creatività e vedere dove ci porta?

Mi sono dilungato troppo, continuerò il discorso domani…

L.

 
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Pubblicato da su novembre 10, 2014 in Note

 

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