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In morte di un talebano (2011)

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista cumulativa sulla morte di Bin Laden
(2011)

L’uomo giusto ucciso al momento giusto: forse “troppo” giusto,
visto che questo lavoro di intelligence assomiglia ad un escamotage letterario.
Il parere di alcuni scrittori esperti di thriller

In questi giorni siamo tutti travolti da quell’espediente letterario che Antonio D’Orrico chiama “l’Effetto Vincenzoni”: quando non sapete come portare avanti una storia, fate apparire un personaggio con la pistola in pugno. Le disgrazie che stavano travagliando il mondo in questi primi mesi del 2011 non sembravano trovare una soluzione, e la storia stava diventando stagnante: nel romanzo mondiale serviva un personaggio con la pistola in pugno a sbloccare la situazione e a distogliere l’attenzione da una trama traballante.

Da giorni ogni organo di informazione si sta consumando per trasmettere una notizia vaga, per mostrare immagini che non ha, per presentare prove che non ci sono e per intervistare esperti che non sanno in realtà nulla: perché se il personaggio ha la pistola in pugno, non è certo una smoking gun, non è cioè quella “pistola fumante” che toglie ogni dubbio nelle storie gialle.

Nel romanzo della presidenza Barack Obama – facente parte del lungo Ciclo del Romanzo planetario – serviva un colpo di scena, il momento topico che cattura l’attenzione e dona nuova luce alla storia: l’uccisione – data ormai per certa – di Bin Laden è la trovata perfetta arrivata al momento giusto: un consumato romanziere non avrebbe saputo fare di meglio, in quanto a tempismo. Però è risaputo che i “buoni” letterari hanno sempre bisogno di un “cattivo” al loro livello: i super-cattivi non muoiono mai, altrimenti come farebbero i buoni a sapere che sono buoni?

Vista l’elevata percentuale romanzesca in un’operazione di intelligence che ha piuttosto il sapore dell’escamotage letterario, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti cosa ne pensino di questo improvviso sviluppo nel Romanzo di Obama.


Ettore Maggi. «Se avessi scritto un thriller fantapolitico in cui comparivano Obama e Osama, da patito del conspiracy thriller quale sono, in realtà Osama bin Laden non è mai esistito. Il vero bin Laden era morto nel 1980 in Afghanistan, combattendo con i mujaheddin, contro l’Armata Rossa, nel Makbat al Kihdamat. Ma la sua morte era stata tenuta nascosta dagli uomini del fronte anti sovietico, per non demoralizzare i suoi combattenti (un po’ come la storia del Cid Campeador, oppure come il guerrigliero sandinista Rafael in Sotto tiro).

Il suo nome è stato utilizzato successivamente dalla CIA, creando una biografia del personaggio, dato che con la fine della Guerra Fredda veniva a mancare un “nemico”. E ora, appunto, il “nemico” non serviva più…

Ora il “nemico” Osama doveva essere eliminato dal “presidente” Obama, per ridare prestigio a un presidente in declino…»


Stefano Di Marino (alias Stephen Gunn). «Premetto che ho a disposizione solo pochi elementi. Certamente le coincidenze temporali della fine della caccia a Osama sono sospette. Di solito malgrado si annuncino minuziose cacce condotte dai servizi segreti questi personaggi cadono perché hanno perso l’appoggio della loro rete. Successe la stessa cosa con Carlos.

Da qui a preordinare esattamente la morte di Osama (ammesso che sia lui) con le nuove elezioni che comunque si svolgeranno tra diversi mesi, in cui l’effetto sarà comunque affievolito, mi pare esagerato. Non impossibile o improbabile, solo un po’ forzato. Da oggi alle nuove elezioni Obama avrà modo probabilmente di confrontarsi con situazioni che potrebbero portarlo alle stelle o seppellirlo.

Al momento sicuramente per chi ha vissuto dramamticamente l’11 settembre sicuramente l’impatto emotivo è forte ma tra qualche mese? Io credo che la lotta per la Casa Bianca sarà vinta sopratuttto da chi riuscirà a uscirsene con il cosiddetto “coniglio dal cappello” e invertire la crisi economica. Alla fine, al momento del voto, contano soprattutto i riflessi economici a breve termine.»


Giancarlo Narciso (alias Jack Morisco). «Mi sembra del tutto normale che l’ufficio stampa della Casa Bianca cavalchi il più possibile la notizia. E non dimentichiamoci che l’espediente di anticipare o ritardare – entro limiti ragionevoli – la diffusione di notizie che possono influenzare l’opinione pubblica è una pratica quotidiana di tutti i governi basati sul consenso – e quale governo non lo è? Con l’uccisione di Osama bin Laden è stata vinta una battaglia simbolica e le vittorie sono sempre enfatizzate da chi governa e trascurate dalle opposizioni.

Poi però ricordiamoci che alcuni mostri della politica sono stati molto bravi a gestire anche le sconfitte, come per esempio John Fitzgerald Kennedy che a proposito del fiasco della Baia dei Porci, dichiarò: “La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana”.

In sostanza venne apprezzato per essersi assunto la piena responsabilità. E vorrei vedere, la colpa era in gran parte sua, contro il parere della CIA aveva modificato il piano originale ereditato dalla amministrazione Eisenhower, che prevedeva lo sbarco in un’altra località, più facilmente difendibile della Baia dei Porci; inoltre all’ultimo momento aveva negato l’autorizzazione a fare entrare in campo l’aviazione, come originariamente si era impegnato a fare.

Per concludere, non ci vedo spazio per troppa dietrologia e troverei l’evento assolutamente utilizzabile in un romanzo. Dovrebbe essere però presentato come un evento normale, non come una rivelazione dell’ultima pagina.»


Andrea Carlo Cappi (alias François Torrent). «Tutto quello che riguarda Osama bin Laden è sempre stato molto misterioso, dai rapporti d’affari della sua famiglia con la famiglia Bush – che hanno introdotto una curiosa componente personale nel confronto tra integralismo islamico e Stati Uniti – ai contatti tra la CIA e lo stesso bin Laden nell’estate 2001, prima dell’attacco agli USA, fino alla sua presunta morte ipotizzata più volte in questo decennio. Non c’è mai stato niente di chiaro in questa storia, con un personaggio che compariva ogni tanto su uno schermo senza che si riuscisse a capire se i suoi annunci fossero recenti oppure registrazioni risalenti a molto prima della loro diffusione; bin Laden sembrava uno spauracchio che ogni tanto saltava fuori e che veniva usato come pretesto per operazioni come la guerra in Iraq, che in realtà non aveva niente a che vedere con al Qaeda. Sembrava quasi che facesse comodo a tutti, tanto ai terroristi quanto ai guerrafondai americani.

Se ora è morto davvero – e si presume di sì, perché dopo un annuncio così ufficiale una smentita da parte di Barack Obama sarebbe imbarazzante – non possiamo nemmeno essere sicuri se “lo scontro a fuoco” in una città non lontana da Peshawar sia avvenuto da poco, oppure qualche giorno fa e quindi se la notizia sia stata diffusa a caldo oppure in un momento che l’amministrazione USA ha ritenuto opportuno. In un momento, peraltro, in cui l’ultima avventura della fantomatica Guerra al Terrore – l’attacco alla Libia – si sta risolvendo in una missione più incompiuta delle altre. Obama – un riformatore moderato che è capitato in uno dei momenti storici peggiori, diventandone il capro espiatorio agli occhi degli americani (un po’ come Zapatero per gli spagnoli) – ha bisogno di guadagnare punti. La recessione globale non è colpa di Obama, così come la morte di bin Laden non è merito suo, ma al pubblico piace la gente che appare in TV facendo annunci trionfalistici… noi in Italia ne sappiamo qualcosa. Quindi l’idea che il presidente nero abbia fatto fuori il capo delle “teste di stracci” può renderlo meno sgradito alle folle di americani che, tra una costa e l’altra, non capiscono niente di politica internazionale o di guerre ma vogliono ascoltare notizie di vittoria.

C’è anche la polemica sul Pakistan, che da una parte raccoglie fondi dagli USA per combattere il terrorismo, dall’altra continua a essere il rifugio dei talebani come lo era negli anni ’80 per i mujaheddin in funzione antisovietica (solo che all’epoca i guerriglieri islamici per noi erano “i buoni”). Una versione dice che l’operazione contro bin Laden è stata portata a termine con l’aiuto dell’intelligence pakistano, un’altra invece che è stata realizzata a sua insaputa. Forse oggi bin Laden non contava più nulla, sempre ammesso che dieci anni fa fosse lui il “genio del male” e non il portavoce di qualcun altro. Oppure era ancora lui a muovere i fili e quindi, più che un semplice atto di giustizia o di vendetta, si è trattato di una necessaria mossa strategica.

Mi viene da pensare un’idea che non condivido, ma che fa parte della filosofia di uno dei miei personaggi: in certi momenti della storia, un singolo tiratore scelto che elimina un individuo pericoloso prima che compia prevedibili disastri commette di sicuro un omicidio, ma salva tutte le vite che andranno perdute in seguito. Come ho detto, è un’idea che non approvo e che condanno risolutamente, ma non posso fare a meno di pensare che un proiettile in testa a Gheddafi durante la sua ultima gita a Roma forse avrebbe evitato la guerra in corso sull’altra sponda del Mediterraneo. Ma la famiglia bin Laden era in affari con George Bush padre e figlio, così come Gheddafi era in affari con la Fiat, quindi si comincia a sparargli contro solo quando per nascondere le loro vittime ci vuole un tappeto troppo grosso.»


Chiudiamo con una constatazione. La morte del cattivo, nei romanzi, è il segno che il libro è finito: il buono e il cattivo, qualunque sia il loro operato, vengono seppelliti insieme dal calare della copertina. Forse il Romanzo di Obama avrebbe dovuto prendere forma seriale: mille avventure del suo protagonista garantite solo a patto che il super-cattivo non muoia mai!

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 4 maggio 2011.

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Pubblicato da su febbraio 23, 2018 in Interviste

 

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Stefano Di Marino: King of Action

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Stefano Di Marino

Arriva nelle edicole il nuovo attesissimo romanzo con protagonista Chance Renard il Professionista, Nome in codice: Loki (Segretissimo n. 1581) di Stephen Gunn. Come “contenuto speciale” del volume, c’è anche un racconto – Sanguenero – che Stefano Di Marino ha scritto riallacciandosi al “periodo francese” di Chance rimasto in sospeso con Pietrafredda (Perdisapop 2009).

actionCome se non bastasse il gradito ritorno dell’eroe che – ne abbiamo parlato recentemente – è in cima alle vendite della collana dedicata all’azione e allo spionaggio, Stefano Di Marino ha lavorato su più fronti per dare ai suoi lettori, fra ottobre e novembre, una vera e propria indigestione di action.

Proprio Action è il titolo della rivista nuova di zecca che il nostro ha creato e curato personalmente, distribuita in formato digitale dalla dbooks.it. Il primo numero ha come contenuto speciale un racconto inedito proprio del Professionista, e c’è da sperare che ogni futura uscita vanti questo bonus.

Sempre in campo digitale Di Marino, dopo l’uscita in solitaria de Il sentiero dei mille sospiri, ha pubblicato in eBook Appuntamento a Samaringa, inaugurando la collana “I Romanzi di Action”.

Come se non bastasse tutto questo, è imminente l’inizio della collana Gli Indistruttibili: una serie dei migliori film d’azione che la Gazzetta dello Sport porta in edicola e che Di Marino cura con dei booklet esplosivi.

Insomma, un vero e proprio tour de force che solamente un King of Action poteva gesire: ma come farà? Quale sarà mai il suo segreto?
Ne abbiamo parlato con l’interessato.

Andiamo in ordine di apparizione. Cos’è e come è nata “Action”?

Action è nata quasi per scherzo. Avevo creato una finta cover per una rivista d’azione e, pubblicandola su facebook, ho ricevuto una marea di commenti che mi incoraggiavano a continuare. Poi mi ha contattato Andrea Fattori della Dbooks che già editava Per il sangue versato in digitale e mi ha proposto di creare una rivsta gemella di Altri Sogni. a quel punto ho cominciato a crederci anche io. Ho radunato le idee, studiato il format e… chiamato gli amici più… fedeli all’appello. In poco tempo avevo quasi due numeri già fatti. Abbiamo cominciato con un numero particoalrmente “succoso” con molti interventi a tutto campo dai racconti, ai reportages, agli approfondimenti. Anche diverse firme femminili cui tengo molto come Cristiana Astori e Francesca Scotti con le foto giapponesi di Sara Piazza. E poi gli amici di sempre, Cappi, Pugno, Ballerini Puviani, tu stesso e tanti altri. Ma aspettatevi un continuo ricambio a ogni numero.

Al fianco della rivista digitale, c’è la riproposizione (riveduta e ragionata) di tuoi romanzi in formato eBook: quanto sono stati “rivisti” in confronto all’originale uscita cartacea?

Una rilettura c’è sempre. Appuntamento a Smaringa lo scrissi più di venti anni fa e andava ripulito. Ma la trama che era quella di una storia avventurosa dei tempi della Guerra Fredda è rimasta la stessa.

Torna in edicola il Professionista, il tuo personaggio storico: cosa ci dici in due parole di questo nuovo romanzo?

Come sempre una grandissima soddisfazione vedere in edicola il nuovo Chance che ormai si avvicina ai 16 anni di vita. Nome in codice: Loki è una classica storia di spionaggio che si sposta tra Osaka, Madrid, la Siberia passando per Austria e Turchia. Il Professionista è più che mai solo, infiltrato in un complesso ingranaggio con tutti gli elementi dello spionaggio ma anche tanta azione, glamour, belle donne. Il ritmo, a mio parere, è la carta vincente. E poi un regalo per me e per i lettori. Sanguenero è un romanzo breve che rappresenta il seguito ideale di Pietrafredda. una storia in prima persona, forte ma anche con inaspettate introspezioni. Riuscirà Chance a salvarsi dalla vendetta del clan Geraci? Era parecchio che ce lo chiedevamo.

Dopo il cinema marziale, sta per uscire il cinema d’azione presentato da te: cosa ci puoi dire?

È per me una grandissima soddisfazione essere chiamato dal team della Gazzetta che si occupa di iniziative legate al cinema. Gian Luca Varano e Alessandro Paletti mi hanno chiesto di collaborare al programma che voleva proporre i superclassici dell’azione e di scrivere i testi dei booklet. Dopo la serie dedicata al kung fu, è un altro riconoscimento nel campo dell’azione pura in forma narrativa che ritengo importante. Appuntamento in edicola il 4 novembre con Gli Indistruttibili.

Nel futuro imminente Segretissimo darà molto spazio a Chance Renard, con ristampe e molti nuovi episodi. Cosa prova un autore di fronta alla stima crescente di un suo personaggio da parte dei lettori?

Prima di tutto una grandissima riconoscenza. Senza i lettori non esiste il Professionista. E lo dico pubblicamente a tutti quelli che mi scrivono sul Blog del Professionsita e su facebook quanto sul Blog di Segretissimo. Se ho la grande soddisfazione di poter continuare a scrivere le storie di Chance, andando anche a frugare con episodi inediti nella sua storia, lo devo a voi. Io, per parte mia, mi impegno a darvi sempre il meglio della mia creatività.

Per finire, una domanda “spinosa”. Secondo te la formula dei tuoi romanzi funziona di per sé o c’è bisogno della tua personale “tripletta” (preparazione, talento, sudore)?

Lo dico sinceramente. Anche nella narrativa di genere che si pensa un po’ “prefatta” e forzatamente aderente ai format è necessario scrivere con il “cuore”. Non ridete è così. Se non ci credete voi, non lo farà neanche il lettore. Io penso che la mia dote principale sia veramente l’entusiasmo, la passione che metto nelle mie storie. C’è ovviamente la tecnica, la professionalità, l’impegno giornaliero ma… se non ci credete voi, chi volete che ci creda? E se un po’ queste storie vi piacciono, vuol dire che ho ragione…

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 3 novembre 2011.

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Pubblicato da su febbraio 3, 2017 in Interviste

 

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[Professione Traduttore] Stefano Di Marino

Riportare in poche righe la carriera di Stefano Di Marino è impossibile!

Ha tradotto ogni genere di romanzi: dalla fantascienza – Naufragio su Giri di Vernor Vinge – alla fantasy – Conan e la spada di Skelos di Andrew J. Offutt – dall’horror – Video Kill di Joanne Fluke – alla novelization – la serie Resident Evil presentata da Urania.

Per la collana Segretissimo ha portato in Italia tre romanzi del russo Brent Ghelfi con il personaggio di Volk: L’artiglio del lupo (n. 1545), L’ombra del lupo (n. 1556) e Dossier Venona (n. 1570).

Trovate l’autore sia in cartaceo che in digitale, e ricordo che a giugno è uscita la sua nuova raccolta antologica Il Professionista Story, dedicata a ristampe ed inediti delle imprese del suo personaggio d’elezione, mentre trovate ancora in edicola questo luglio 2016 il nuovo inedito di Chance Renard: L’oro di Skorpia (Segretissimo n. 1631).

Quand’è che hai deciso di diventare un traduttore? E, se non l’hai deciso, come ti ci sei trovato in mezzo?

Ho cominciato a tradurre nel 1989 quando lavoravo nella redazione di Urania. Volevo cimentarmi con racconti brevi per capire meglio come fosse questo lavoro. Poi quando ho cominciato a lavorare da free lance ho iniziato a tradurre perché era una fonte di lavoro continuativa e, tutto sommato, divertente.


Secondo te è più faticoso tradurre un romanzo o scriverlo?

A volte scherzo quando dico che tradurre è come lavorare in miniera. Scrivere un romanzo è esprimere se stessi. Moltissima soddisfazione ma esige un grande sforzo di concentrazione per breve tempo. La traduzione invece può protrarsi anche per molte ore senza esaurirti psicologicamente. Però quando smetti a volte hai il cervello in pappa. Il tempo si ferma e per il periodo in cui traduci, non ti accorgi che passa.

Se hai tradotto da più lingue, quale secondo te è più “confortevole” nel passaggio all’italiano?

Quella che usi di più. Io parlo correntemente francese ma lo traduco poco, a volte quando devo riportare la struttura sintattica francese sulla pagina italiana adottandola, devo pensarci un po’ su. L’inglese lo parlo meno ma lo pratico sui testi tutti i giorni, quindi mi riesce più semplice adattarlo all’italiano. Parlo di adattamenti perché ogni lingua ha le sue strutture che non possono essere riportate in maniera pedissequa. Devo sempre pensare che sto traducendo un romanzo d’evasione che finirà nella versione italiana nelle mani di un lettore che vuol leggere un testo scorrevole.

Ti è capitato di tradurre un autore che proprio non sopporti?

Sì per motivi alimentari. Ricordo un paio di romanzi di fantascienza femminista per Urania e alcuni saggi totalmente strampalati di tipo New Age per Sperling. La fatica è doppia.

Il testo che più ti ha fatto ammattire a tradurre? E quello che invece più ti ha divertito?

Guarda, sinceramente come difficoltà Il fiume al centro del mondo di Simon Winchester che è un autore letterario di alto livello, ma l’argomento (il fiume Yangtse) era così interessante… Poi forse la Biografia di Eastwood di Richard Shinkel ma nelle parti in cui riportava brani di articoli di giornale della critica Catherine Kael che odiava Eastwood e scriveva in un modo astruso senza dir nulla veramente. Recentemente ricordo con grandissimo piacere i romanzi del mio amico Brent Ghelfi per Segretissimo.

C’è stato qualche romanzo (o saggio) che, traducendolo, hai avuto una gran voglia di aver scritto tu?

In effetti Il fiume al centro del mondo di cui ti parlavo.

Ti è mai capitato di aver voglia di “aggiustare” qualche passaggio mal scritto? Secondo te un bravo traduttore aggiusta o lascia così com’è?

È un terreno estremamente infido. Nel mio ramo, che è appunto la narrativa d’intrattenimento, devi sempre pensare al fruitore finale che esige un testo scorrevole e comprensibile. Il segreto non sta tanto nel conoscere la lingua straniera ma l’italiano. Io essendo anche narratore un minimo di padronanza della lingua ce l’ho. A volte mi è capitato di tradurre testi non ancora editati in originale come Osaska Dead di Stephen Graham su Il Giallo Mondadori l’anno scorso [numero 3027 della collana. n.d.r.]. Era un testo ancora non del tutto rifinito. Ho corretto dove mi pareva fosse logico farlo ma ho lasciato una piccola discrepanza per cui c’era un personaggio sdoppiato che forse un editor avrebbe fatto  riscrivere all’autore. Ma… è meglio che ognuno faccia il suo mestiere.

La traduzione cine-televisiva ha dei limiti (tempistica, ritmo, labiale degli attori, ecc.): c’è un corrispettivo di questi limiti in quella cartacea (come per esempio il numero di pagine del libro finito)? E se sì, quanto possono influire questi limiti sul lavoro di traduzione?

Rispetto alla TV o anche al fumetto non si presentano limiti rigidissimi. Però devi tener conto che in italiano un testo si allunga di circa un 20% mentre esigenze redazionali possono richiedere un’asciugatura(eliminazione di aggettivi o considerazioni messe prettamente per allungare il brodo) di circa un 10% dell’originale.

Per finire, qual è il libro (o la serie di libri) di cui vai più fiero di aver curato la traduzione?

Negli ultimi anni come ti dicevo la serie di Volk di Ghelfi. Poi c’è un James Bond del mio amico Raymond Benson (007: Tempo di uccidere [Segretissimo n. 1413 del 2000]) che mi ha dato particolarmente piacere. Il mio sogno resta tradurre SAS – autore che conosco benissimo e che sono convinto di poter rendere al meglio. Di Gérard De Villiers ho tradotto in passato un bel noir, L’affare Zouzou [raccolto in SuperSegretissimo n. 11 del 1999] e adesso l’Antologia Erotica di SAS [che uscirà in allegato alla collana a lui dedicata.]… vederemo…

L.

P.S.
Questo articolo è apparso originariamente su ThrillerMagazine il 17 ottobre 2011.

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Pubblicato da su luglio 29, 2016 in Interviste, Traduttori

 

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Quale futuro per SAS?

SAS200
Questo luglio esce in edicola il 197° romanzo di Gérard de Villiers, il compianto prolifico autore scomparso lo scorso ottobre, e con l’avvicinarsi del fatidico suo ultimo romanzo, il 200°, la domanda è: cosa succederà al suo personaggio Malko Linge, detto SAS?
Malgrado dalle ultime decadi sia argomento relegato alle discussioni di appassionati e specialisti, il successo travolgente dei romanzi di de Villers è storia italiana sin nel profondo. Da più di 50 anni è l’autore seriale più venduto del nostro Paese, fa incassare cifre da capogiro e ogni sua singola avventura è stata ristampata più volte. (Per avere un’idea del fenomeno, ecco la schedatura completa degli Archivi di Uruk.)

Apparso in un mondo editoriale fortemente dominato da personaggi d’azione seriali, con le case editrici in lotta per accaparrarsi l’eroe di turno, SAS ha sconfitto ogni concorrenza: sono tutti scomparsi dal territorio italiano, i suoi contendenti, ed è rimasto solo lui. L’unico in grado di sfidarlo è Chance Renard, il Professionista, di Stephen Gunn alias Stefano Di Marino, l’autore italiano che domina da vent’anni il mondo seriale italiano. Ma tutti gli eroi stranieri che erano entrati a frotte nel nostro Paese, hanno dovuto tutti lasciare il passo a SAS.

Capire il fenomeno esula dalle mie possibilità, io mi limito solo a notare che malgrado il totale disinteresse di stampa e TV, di critici e recensori, di appassionati e professionisti, malgrado insomma nessuno ne parli da decenni… SAS vende tanto, tantissimo, dagli Sessanta ad oggi: non esistono crisi, non esistono mode, non esistono salti generazionali o influssi mediatici che reggano. A dimostrazione che la pubblicità agisce solo su chi non ha un proprio gusto (non è un giudizio, visto che i soldi di chi non ha gusto sono buoni lo stesso!) perché le ultime volte che un giornale diverso da Segretissimo ha pubblicizzato SAS eravamo nei primi anni Novanta.
Ma allora torna la domanda: che si fa ora, che il flusso di nuovi romanzi sta per arrestarsi? Fra tre romanzi (quindi, plausibilmente, fra circa un paio d’anni) sarà tutto finito. O no?

In attesa che la Mondadori ci faccia sapere qualcosa, e non sarà certo in tempi brevi, posso solo pensare a cosa è successo alla morte di altri autori seriali.
Quando nel 1995 è morto Don Pendleton, forse pochi se ne sono accorti, visto che ancora oggi escono regolarmente romanzi con il suo nome in copertina. Il suo eroe Mack Bolan ha abbondantemente superato la soglia dei 400 libri malgrado il suo autore da tempo immemore non lo segua più: una volta delineato il personaggio, basta affidarlo ad un gruppo di ghostwriter e il gioco è fatto.
Ma mentre Pendleton i primi libri di Bolan li ha scritti sul serio (e uno è pure artivato in Italia!) altri autori sono stati falsi sin dall’inizio. Fra gli anni Sessanta e Ottanta il mondo anglofono e francofono ha visto un’esplosione titanica di personaggi seriali d’azione firmati da nomi improbabili che spesso nascondevano due o più scrittori. Per citare qualche esempio di spessore, c’era Nick Carter che riprendeva in chiave spy-action il celebre poliziotto del pulp di inizi Novecento (come lo aveva ripreso il nostro Bonvi per le sue strisce comiche e Totò per un il film del 1950 “Le sei mogli di Barbablù”) così come c’era l’ispettore Callahan (che, non si sa bene perché, diventa Callaghan in Italia!) e tantissimi altri eroi (meno noti da noi) scritti da eserciti di ghostwriter che sfornavano testi a raffica.
Alcuni di questi “fantasmi” si facevano anche un nome scrivendo da soli, come Dan T. Streib, ma sono casi rari.

Dunque il destino di SAS è di essere continuato da un ghostwriter? E perché no? Volendo malignare, non si può escludere che già da tempo il vecchio e malato de Villers non abbia già optato per questa soluzione.
Come reagirà il pubblico ai tempi di internet? Prima nessuno sapeva niente, così un autore poteva morire e continuare a scrivere, ma oggi?

Un’altra ipotesi è anche la più quotata anche fra i discografici: il fortunato ritrovamento di inediti nei lasciti di artisti defunti.
Ma quanti inediti potrà mai aver lasciato il povero de Villers? Quanto potrà durare una soluzione del genere?
Non è escluso che si inizi con questa scusa per poi passare alla soluzione dei ghostwriter.

Voi cosa ne pensate? Quale sarà il futuro di SAS?

L.

 
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Pubblicato da su luglio 22, 2014 in Note

 

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Note al testo 7 (10)

Chi sarà mai il personaggio chiamato solamente “il duro” nel racconto “Le magnifiche sette“, scaricabile liberamente?
http://luciusetruscus.altervista.org/marlowe/marlowe.htm
Scopriamolo insieme.

Nel precedente racconto, “Dieci piccoli scrittori”, mi ero divertito a prendere in prestito un personaggio letterario come la Guerrera, dai romanzi di Marilù Oliva, per reinterpretarlo a mio modo e calarlo nell’universo marlowiano. In questo testo successivo mi sono chiesto: perché non ripetere l’operazione con il personaggio di un altro autore che conosco? La soluzione era davvero semplice anche se molto più impegnativa: Chance Renard, meglio noto come il Professionista!

Marlowe lo incontra in treno, durante il suo viaggio a Bologna per indagare su un misterioso testo di sette sataniche.

Ad ogni occasione gettavo un occhio verso di lui finché non riuscii a leggere bene il titolo del suo libro: “Duri a Marsiglia” di Fusco. In effetti il testo si sposava bene con il viaggiatore: si vedeva che era un tipo granitico, “duro” (lo testimoniava anche un lobo d’orecchio mozzato, testimonianza di chissà quante battaglie passate) e con un sigaro spento a ballare tra le labbra.

Non ci sarebbe davveri bisogno d’altro per identificare Chance Renard, il più longevo personaggio della narrativa italiana (nel 2015 festeggerà 20 anni di vita letteraria!) oltre che l’unico action man al mondo a leggere libri!
“Duri a Marsiglia” è un’opera molto citata dal suo autore, Stephen Gunn alias Stefano Di Marino, così come il particolare del lobo viene ricordato spesso nelle descrizioni del personaggio. Insomma, chi lo conosce lo riconosce, chi non lo conosce… lo conosca! 😉

Ovviamente non sono in grado di ricreare il “vero” Renard, quindi mi soni limitato a tenerlo molto sottotono pur dandogli una parte che reputo moltk divertente: il confronto di un duro d’azione con il povero innocuo Marlowe genera quell’attrito che giudico delizioso.
Il Duro tornerà in almeno altri due racconti, anche se in piccole parti (brevi semplicemente perché non sono capace di dargli lo spessore giusto), quindi non mi resta che rimandarvi a future note al testo.

L.

 
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Pubblicato da su aprile 4, 2014 in Note

 

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Note dell’autore 4

Invito a cena con Tolstoj” è il primo racconto che ho scritto ridendo dall’inizio alla fine!
Come ho già detto, io scrivo “in preda” all’ispirazione, aggiustando davvero poco di ciò che scrivo di getto: spesso l’idea iniziale cambia in corso di scrittura, anche se in questi primi racconti non ci sono state variazioni di rilievo dal plot iniziale. È un sistema di scrittura altamente sconsigliato per chi voglia scrivere a livello professionale: visto che io non ho queste aspirazioni, posso lasciarmi andare al flusso di ciò che scrivono le mie dita e poi divertirmi a rileggere.
Gestire più personaggi è un lavoraccio e una cena in un “nido di nobili” (per usare il titolo di un celebre romanzo di Turghenev) era una bella idea ma davvero impossibile da gestire per uno che – come me – non fa bozze o schemi o biografie dei personaggi. Il racconto in questione, come tutti questi primi racconti, l’ho scritto di getto nella esatta sequenza in cui lo leggete, e quindi dovevo barcamenarmi per ridurre al minimo i personaggi anche in una sala piena di gente.

Esce fuori il Marlowe che ama comprare cose, che dall’ideologia del “compenso in libri” si rende conto che con i soldi ci si possono fare più cose. Da stereotipo si sta sgretolando in essere umano, che disprezza lo spreco di soldi semplicemente perché avrebbe voglia lui di spenderli in altro modo.

In un mare di citazioni – come il sigaro Montecristo in omaggio al ciclo omonimo di Stefano Di Marino – faccio rilevare “Il club dei suicidi” di Stevenson, un racconto che mi si è appiccicato addosso ed è diventato parte di me: non potevo non citarlo in un’occasione del genere. Una ventina d’anni fa mi frullava per la mente l’idea di scriverne una versione moderna, ma bisognerebbe essere uno scrittore per farlo: io non lo sono! 😉

«Ho già trovato un editore interessato alle mie memorie, sa? Mi ha proposto il titolo di Confessioni, ma io titubo» feci l’aria titubante, «mi sono detto: ma che sono, Sant’Agostino?» Spero si capisca il gioco sul fatto che sia Tolstoj che Agostino hanno scritto un memoriale dal titolo “Confessioni”…

A proposito di citazioni velate, quando l’ispettore chiede a Marlowe se abbia apprezzato la recitazione dei due attori-cani, lo spirito della scena deriva direttamente da una sequenza di “Amore e guerra” di Woody Allen, una scena che dopo trent’anni mi fa ancora scompisciare!
Alle truppe fanno vedere uno spettacolino “igienico” per metterle in guardia dalle malattie veneree contratte da rapporti occasionali, e poi chiedono a Woody:
«Che ne dici della commedia?»
«Ah, fiaccia, non mi ha mai catturato, benché il dottore recitasse con slancio e con verve, e la ragazza abbia avuto momenti pregnanti, una maliziosa satira di costume contemporaneo, molto furba: va più al cuore che alla testa.»
Le parole sono diverse, ovviamente, ma lo spirito della mia scena è identico 😉

L.

woody

 
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Pubblicato da su luglio 26, 2013 in Note

 

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