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Appunti tra parentesi (5)

Walter Matthau scrittore nel film "Due sotto il divano" (Hopscotch, 1980)

Walter Matthau scrittore nel film “Due sotto il divano” (Hopscotch, 1980)

Oggi “retorica” è una gran brutta parola, una volta invece – diciamo all’incirca fino alla metà del Novecento, prima della nascita del concetto di “linguaggio da strada” – voleva semplicemente dire “arte dello scrivere bene”.
Per fare un esempio, una pratica che la retorica metteva in guardia dall’utilizzare era l’allitterazione. «Lascia l’ascia e accetta l’accetta»: questo gioco di parole, che concepii alle elementari, illustra quanto suoni male quando due parole simili si ritrovano vicine in una frase. Non è che sia sbagliato, è solo… che suona male.
Troppi, ancora oggi, usano quasi con orgoglio l’allitterazione e non solo non ci badano: la inseriscono volutamente dovunque possono, ma questo è un altro discorso.

Come la retorica per il contenuto, ci sono regole anche per la forma: sapevate che qualsiasi segno di interpunzione (virgola, punto, ecc.) vuole uno spazio dopo e non prima? Vi sembra ovvio? Per molti non lo è.
Che c’entra tutto questo con il Selfish Publishing? C’entra, perché a meno che non vi affidiate ad un editor capace – mi permetto di consigliare Germano M., che non sa di questa mia citazione quindi se la trovate di cattivo gusto prendetevela solo con me 😛 – sarete voi che dovrete occuparvi anche della veste grafica del vostro testo.
E che ci vuole?, sento dire: ci sono i correttori e gli automatismi vari dei programmi di word processing. Fanno tutto loro, no? Certo, e magari poi il forno si pulisce da solo, come quel vecchio storico spot pubblicitario…

Se non vi fidate di software nati in mondi anglofoni, dove cioè non esistono accenti e gli apostrofi sono strane eccezioni (mentre in italiano ci sono più apostrofi e accenti che parole nel dizionario), allora dovrete avere un piccolo occhio di riguardo.

— “” «» ’

Questi sono i segni fondamentali che dovrete usare qualsiasi cosa scriviate, da un romanzo a un saggio, in digitale o in cartaceo: e tutti questi segni non sono in tastiera. Dovrete assicurarvi che gli automatismi dei vari word processor non facciano casini.
Se siete scrittori attenti solo al contenuto e non alla forma, buon per voi e smettete pure di leggermi: però poi non vi offendete se quelli come me, lettori molto sensibili anche alla forma, smettono di leggere quello che scrivete perché infastiditi da un’impaginazione sciatta.

Seccato dal peccato umano, Dio volle punirci con l’apostrofo, ed Egli disse: «Che da default sia solo un trattino verticale, quando invece la veste editoriale vuole la sua versione “svirgolata”. Che i dialoghi siano tutti contraddistinti dal trattone grande mentre la tastiera fornisce solo quello piccolo, e che infine le virgolette giuste siano quelle all’inglese, così l’uomo dovrà impazzire perché nulla di tutto questo è in tastiera.»

Ovviamente non è andata così, ma le tastiere su cui tutti scriviamo sembrano studiate per darci più problemi possibile.

Se scrivete in Microsoft Word ci penserà lui a trasformare apostrofi, virgolette e (impostandolo) anche i trattoni: ma se usate tutto il resto sarete voi a dover assicurarvi della correttezza di questi segni.
Se per esempio siete scrittori “tra parentesi”, se cioè scrivete molto usando il testo base in .TXT perché prevedete un forte uso del codice HTML, allora sarete voi stessi che dovrete fare “a manovella”.
Il rutilante mondo dell’ASCII vi offre questi codici:

’ = ALT+0146
“ = ALT+0147
” = ALT+0148
— = ALT+0151

Seeee, e mo’ devo digitare questi codici mentre scrivo?, vi starete chiedendo: lo so, è scandaloso chiedere ad uno scrittore di scrivere, ma ovviamente esiste un’alternativa: battete sui tasti quello che vi pare e poi passare tutto al vostro editor di fiducia. Non avete un editor di fiducia o non potete investire nell’editing? Allora vi toccherà adottare qualche piccolo accorgimento.

Dopo aver scritto con i codici da tastiera, quelli semplici ma inesatti per una impaginazione editoriale, alla fine potreste fare un bel “Cerca e sostituisci”: cerca trattino – e sostituisci con ALT+0151 e via dicendo. Stando ovviamente accorti a quello che sostituite, per evitare di far danni.
Ah, dimenticavo di dirvi che Bill Gates vi odia, così se cercate virgoletta semplice ” e sostituite con virgolette all’inglese “… non funziona. Uno degli automatismi di Word gli rende impossibile riconoscere i due formati, così per sostituire ecco cosa fare:

1. Aprite Microsoft Word.
2. Vedete la piccola barra strumenti in alto a sinistra? Cliccate sulla freccettina alla sua destra con il tasto sinistro del mouse.
3. Selezionate “Altri comandi”.
4. Cliccate su “Comandi più utilizzati” e selezionate “Tutti i comandi”.
5. Scorrete l’elenco fino alla lettera C e selezionate “Correzione automatica virgolette…”.
6. Cliccate su “Aggiungi” così che la voce appaia sulla finestra di destra.
7. Vi apparirà una pallina verde nella barra degli strumenti.
8. Da ora in poi, perché il vostro Word riconosca al differenza tra ” e “ basterà cliccare una vlta la palletta verde.
9. Ora però mentre scrivete non vi cambia più in automatico virgolette e apostrofi, così ripremete e torna tutto come prima.

Vi sembra una procedura mostruosamente arzigogolata per qualcosa di estremamente semplice? Sono d’accordo: l’alternativa è mandare a quel paese i Word Processor e scrivere tutto in HTML: ve la sentite? Piano piano…

Usare quei caratteri che negli anni Ottanta si chiamavano “fuori cassa” – caratteri cioè che esistono nel codice ASCII ma non trovano spazio sulla tastiera – vi dà un vantaggio: dovunque inserirete il vostro testo, rimarrà come l’avete scritto. I vari programmi di gestione del testo vi riempiranno di spazzatura invisibile che, quando andrete a trasportare il testo da una parte all’altra, potrebbe crearvi dei problemi. Non dico che ve li creerà di sicuro, ma se si può evitare l’evitabile credo sia meglio.

Vi auguro buon weekend, e se giunti fin qui siete in preda alla confusione, ottimo: vuol dire che cercherete una soluzione invece di ignorare il problema 😉

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 27, 2015 in Note

 

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Appunti tra parentesi (4)

Un cane scrittore o uno scrittore cane?

Un cane scrittore o uno scrittore cane?

Dove porta il discorso che sto affrontando in questi post? Che un autore selfish debba sapere tanto scrivere un romanzo quanto elaborarlo in HTML? La risposta è categorica, e cioè dipende!
Se potete permettervi di passare il vostro testo a dei professionisti che ve lo trasformano in eBook, fatelo e vivete tranquilli. Se invece siete selfish, cioè autori che affrontano in prima persona ogni singolo aspetto del proprio lavoro, che non ci guadagnano se non briciole e che quindi cercano di tenere i costi radenti lo zero, allora sarebbe preferibile un minimo di infarinatura.

È onestamente utopistico profetizzare un futuro in cui gli interessati al Selfish Publishing scrivano direttamente in HTML i loro libri o saggi, ma cercare di avvicinarsi a quella idea porta solo cose buone.
Ricordo che una pagina HTML ha la complessità che si vuole darle, nulla di più: al di là di un < head > all’inizio e un < /head > alla fine tutto il resto è rumore di fondo che si può anche ridurre all’osso. Visto che qualsiasi cosa voi scriviate in HTML sarà riconosciuta dalla maggior parte dei software grafici in ambito Windows, vale la pena almeno pensarci un po’ su.

Prendiamo questo esempio:

Capitolo 1.
Era una notte buia e tempestosa e il sole bruciava alto nel cielo,
tanto che tutti si chiedevano: – Come mai c’è il sole di notte?

Un testo semplice, senza corsivi né alcun tipo di abbellimento… Ne siete convinti?
Dopo averlo scritto, l’autore self lo invia al proprio impaginatore di fiducia e il lavoro è finito. L’autore selfish invece inserisce il testo in un qualsiasi software di grafica e si rende conto di una cosa: quel “Capitolo 1” dovrebbe essere più grande… Insomma, è un capitolo, mica è testo. E poi vorrei che apparisse nel sommario: come fare?
Sceglie dunque dal suo software grafico il foglio stile per i capitoli e il risultato gli piace: lavoro finito. Certo, perché è un solo capitolo: il mio romanzo Le mani di Madian ha circa 70 capitoli… capite che diventa una gran rottura applicare un foglio stile per 70 volte, con l’altissimo rischio di saltare qualche numero o, peggio ancora, che poi ci siano problemi nella creazione dell’.ePub e si debba ricominciare daccapo!

E poi un momento: vedo un trattino, un piccolo “-” che sta lì piccolo piccolo. Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che non si usa il trattino per i dialoghi bensì il “trattone”: non ci sono gli automatismi di alcuni software (tipo WordPress) ad aiutarvi, per cui dovete fare tutto da soli. E se il mio romanzo ha mille dialoghi? Mi devo mettere a sostituire a mano mille trattini?
Ecco, queste riflessioni si riferiscono ad una riga di testo semplicissimo: figuratevi un romanzo o addirittura un corposo saggio pieno di riferimenti, corsivi, neretti e link.

Ripeto: se avete qualcuno che lavori per voi, ottimo, ma se siete da soli è meglio che già durante la scrittura teniate conto di alcuni fattori.
In questo caso specifico, invece del trattino “-” vi consiglio di sforzarvi un pochino: tenete premuto il tasto ALT (quello a sinistra, perché quello a destra non funziona: grazie Bill Gates!), e con la mano destra premete sulla tastierina numerica 0151 (assicuratevi che sia attivo il Num Lock, altrimenti non funziona).
ALT+0151 pianterà un bel trattone — dove inizia il dialogo, e la cosa bella è che rimarrà per sempre lì, indipendentemente dalle trascodifiche future che farete subire al vostro testo! Questo è un aiuto concreto all’autore selfish: preme cinque tasti e non dovrà mai più preoccuparsi del trattone.
Se siete pigri, potete benissimo aspettare di aver finito il romanzo e fare poi un “Cerca e Sostituisci”: cerca [spazio]-[spazio] e sostituisci con [spazio]ALT+0151[spazio]. Ma dovete essere bravi per le sostituzioni automatiche, perché se poi vi sballa qualcosa non la ritrovate più. (Piccolo consiglio che vi do, investite del tempo a diventare bravi con i parametri di ricerca, perché vi tornerà sicuramente utile.)

Possibile che un risultato così semplice si raggiunga con un processo così complicato? Sì, perché i computer vi odiano e i software vi disprezzano, e tutto il mondo digitale cerca costantemente di fottere il vostro lavoro: sta a voi scegliere se combattere in prima persona, ogni maledetto giorno, o pagare qualcuno che combatta per voi…

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 25, 2015 in Note

 

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Appunti tra parentesi (3)

Mitica schermata del Commodore64

Mitica schermata del Commodore64

Come sto raccontando in questo ciclo di post, il mondo digitale è un insieme di codici di apertura seguiti dai corrispettivi di chiusura. Un autore selfish, che cioè segua personalmente ogni passaggio della pubblicazione del proprio libro digitale, deve sapere cosa sta facendo in ogni singola fase del suo lavoro: magari non gli servirà, magari potrà usare varie scorciatoie, ma sapere cosa realmente sta facendo lo aiuterà sempre.

Se io scrivo un saggio pieno di corsivi e di neretti, di citazioni e di link testuali, devo sapere che creare tutta questa roba in Word o in Open Office è totalmente inutile: nel momento in cui trascinate il vostro testo nel software per creare eBook potrebbero nascere mille problemi.
Già sento qualcuno dire che invece a lui va tutto bene e non ha problemi: buon per te, amico, ma devi sapere che ti ha semplicemente detto culo. Per citare il grandissimo Chris Rock, io posso guidare un’auto con i piedi ma questo non vuol dire che sia il sistema migliore.

10 Print “Ciao Commodore”

Chi si ricorda questa riga di comando in BASIC per il mitico Commodore64?
Era il semplicissimo comando, riportato da tutti i manuali dell’epoca, per far apparire la scritta «Ciao Commodore» sullo schermo. Si poteva fare di più:

10 Print “Quanto fa 1 + 1?”
20 Input A
20 If A = 2 then goto 30
30 Print “Risposta esatta”

Questo programmino stupidissimo (che cito a memoria, non escludo errori!) fa sì che il Commodore ti ponga una domanda (Quanto fa 1 + 1?) e se rispondi 2 appare la scritta “Risposta esatta”. Roba da elementari che però aiutava a sviluppare quello che temo oggi manchi in molti che lavorano al computer: la visione d’insieme.
Le quattro righe che ho riportato non sono slegate: ognuna va messa in ordine e deve tenere conto di quelle che la precedono e quelle che la seguono. Così poi quando arrivò il MS DOS i comandi non andavano messi a casaccio, c’era sempre una gerarchia e un ordine da seguire:

copy c:\immagini\*.jpg c:\immagini\copia

Questa semplice stringa di DOS (anche qui citata a memoria) copiava le immagini .JPG da una parte all’altra del proprio hard disk e non funzionava se si scrivevano in ordine diverso i vari elementi.
Oggi, con Windows 7, 8, 10 o che diavolo sia, tutto questo vale ancora, solo che viene tenuto nascosto sotto le “finestre”. Credo che chi voglia affrontare il selfish publishing debba almeno sapere che il suo testo non è un’idea platonica che vaga di cielo in cielo: è testo scritto con codici ASCII ed elaborato con codici HTML, qualsiasi sia il software con cui si lavora.

A seguire nuove appassionanti chiacchierate digitali…

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 24, 2015 in Note

 

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Appunti tra parentesi (2)

matrixChi ha iniziato a smanettare il mondo digitale sin dall’infanzia, sa che è tutto apparenza: l’unica realtà è il DOS per la programmazione e l’HTML per la visualizzazione grafica. Parlo ovviamente del mondo Windows: il Mac è un’altra cosa e non ti permette di “smanettare” quindi non lo prenderò in considerazione in questi appunti.
I “giovani d’oggi” che si sono avvicinati all’informatica con già i software a finestra hanno un forte handicap: credono che quella sia la realtà, mentre tutto il mondo è stringa, tutto il mondo è codice. È come il film Matrix: c’è la realtà che vedi e poi quella “vera”.

Per me la golden age era quando a cavallo del 1990 facevo tutto da riga di comando di DOS. Mentre però nel BASIC del Commodore64 i “comandi” erano tutti all’interno del software e per farli eseguire bastava scriverli (vuoi un listato? Scrivi “list” e vai), nel DOS erano tutti esterni, e la versione base ti dava giusto quelli essenziali. Così c’era la caccia in ogni dove alle applicazioni .EXE – tra amici informatici ci si passava di tutto, e in assenza di internet le “fonti esterne” erano i floppy o dischetti venduti in edicola! – ed ero riuscito a coprire un gran numero di operazioni con semplici codici stringa, compreso far partire la musica da un CD semplicemente digitando un codice. All’epoca potevi fare tutto, e l’unico limite era la velocità con cui riuscivi a comporre codici sullo schermo. (Io digito a 10 dita sin dai 14 anni, ma questa è un’altra storia.)

Schermata tipo di Microsoft DOS con le variabili da poter applicare a un comando

Schermata tipo di Microsoft DOS con le variabili da poter applicare a un comando

Come raccontavo nel precedente post, oggi chi si dedica al Selfish Publishing – in cui l’autore esegue personalmente ogni singolo passaggio dell’autopubblicazione – deve sapere che il suo libro non è un file .DOC o, se usa Open Office, un file .ODT: queste estensioni sono pura aria fritta. Un autore selfish quando scrive deve tenere presente che sarà lui stesso a creare un eBook (.epub) da caricare nelle librerie digitali. (Se pubblica solo su Amazon, dovrà creare un .mobi ma il discorso è lo stesso.)
Quando uno scrittore self “classico” gioca con Word, preme il suo bel pulsantino per mettere in corsivo una frase o magari formatta il paragrafo in maniera frizzante, per lui il lavoro finisce lì. Uno scrittore selfish sa che quando riverserà il testo digitale nel software per creare un eBook quel corsivo e quella formattazione potrebbero creare problemi, per ciò deve prendere provvedimenti.

adobe indesign cs4Se per impaginare il vostro libro usate Quark XPress – il più grande software editoriale mai apparso sulla terra, ma non un gran che per il digitale – non perderete i vostri accorgimenti grafici, ma non potrete applicare al vostro testo dei fogli stili che magari vi sarete preparati precedentemente: quello che copiate, così rimane, perché appena ci mettete il dito svacca tutto.
Se utilizzate Adobe InDesign – la peggiore porcata «da quando l’uomo inventò il cavallo» (cit.) ma già più efficiente nel digitale – avrete gli stessi problemi ma in più una bella sorpresa: la versione CS4 sbaglia i corsivi
Come fa un software a “sbagliare”? Semplice: se scrivete un codice in DOS e il risultato è sbagliato, è colpa vostra; se utilizzate un software grafico e il risultato è sbagliato, la colpa è sua. Perché il mondo è un codice, e se quel codice è sbagliato la realtà viene fuori sbagliata.
Adobe InDesign CS4 utilizza un codice per i corsivi che la maggior parte dei lettori di eBook non riconosce: non è colpa dei lettori, bensì di InDesign che usa male i codici HTML. Poi nella versione 5 hanno “quasi” sistemato il problema e probabilmente nella 6 sarà tutto a posto, ma questo vi fa capire come un autore non selfish non sia mai sicuro quando si affida esclusivamente agli automatismi o a software che “fanno tutto loro”.

Mi sto dilungando quindi riassumo la morale della questione: un autore selfish deve avere una infarinatura di HTML perché gli eBook sono una nuova versione grafica di una semplicissima pagina HTML: potrete usare il più sofisticato software di grafica ma il risultato è una semplice sfilza di codici che potreste creare voi stessi scrivendo semplicemente in un file .TXT.

Non è ovviamente una questione semplice, ma a questo punto continuerò la prossima volta.

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 23, 2015 in Note

 

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Appunti tra parentesi (1)

shining«You know that we are living in a material world», così cantava Madonna negli anni Ottanta, ma oltre al mondo “materiale” (che poi sarebbe meglio tradurre con “materialistico”) viviamo da un po’ di tempo anche in un mondo “immateriale”. Negli ultimissimi tempi l’arte antica del Self Publishing, per cui un autore sceglie di investire in prima persona sulla propria scrittura, ha dato vita al Selfish Publishing (di cui ho già parlato): un autore cioè si occupa in prima persona di ogni singola tappa del percorso che porterà all’autopubblicazione.
Questo è possibile solo perché viviamo un immaterial world.

Autore che deve fare tutto da solo!

Autore che deve fare tutto da solo!

Fino a poco tempo fa era impossibile per una singola persona scrivere un libro e contemporaneamente avere le conoscenze tipografiche e le possibilità (monetarie e tecniche) per arrivare a stamparlo, e tantissimi autopubblicati hanno ripiegato su prodotti artigianali come semplici fotocopie rilegate con le puntine. Il progresso tecnologico ha reso economici molti processi di stampa e si è assistito ad un fenomeno curioso: i prodotti professionali hanno drasticamente perso qualità (perché le case editrici sono al risparmio forzoso) mentre quelli dilettanteschi sono migliorati esponenzialmente.
Non è però di questo che voglio parlare, non è il material world che mi interessa: voglio parlarvi dell’immaterial world… quello tra parentesi!
Che vuol dire “tra parentesi”? Be’, date un’occhiata ai corsivi che ho usato nel paragrafo precedente: sono preesistenti all’inserimento del testo in WordPress. Ma procediamo con ordine.

easyscriptChi come me lavora testi digitali sin dai primi anni Ottanta, ricorderà i primordi del word processing: tacendo dell’Easy Script per Commodore64 (che comunque svolgeva egregiamente il suo lavoro), il mitico WordStar per DOS era perfetto ma aveva un difettuccio: non aveva i corsivi. Un giorno, non ricordo da dove, arrivò il know how, la Conoscenza: uscì fuori una procedura che se la applicavi ti stampava in corsivo. Stupendo!
Piccolo problema: stampava tutto in corsivo! No problem: stampavo una pagina in tondo con lo spazio vuoto dove volevo le parole in corsivo, infilavo di nuovo il foglio nella stampante, regolavo il punto giusto su cui avevo fatto un segno, e stampavo solo le parole in corsivo. È semplice matematica, baby
L’avvento di Microsoft Word ha avuto due effetti: ha infranto la matematica (se invece in WordStar mettevi una parola lì, lì rimaneva per sempre) ma ha reso molto più facili alcuni abbellimenti grafici.

WordStar per DOS: quanti ricordi...

WordStar per DOS: quanti ricordi…

Perché sto insistendo con i corsivi? Che c’entrano con le parentesi?
È presto detto: nel passato c’è il futuro… Come dite? Non vi è chiaro? Allora spiego meglio.
Nel 1982 scrivevo saggi digitali sulla caccia al granchio. (Potete non crederci, ma è la pura verità!) Come potevo io, un ragazzino di 8 anni, scrivere qualcosa di “digitale” nei materialistici anni Ottanta? Lo facevo nella tipografia dove lavorava mio padre, fornita di pesantissimi sarcofagi con uno schermo che dubito superasse gli 8 pollici: si chiamavano MDT ed erano macchine da scrivere senza alcuna memoria interna, si scriveva direttamente su floppy disk. (Quelli da 5 pollici, mica i fighi 2,5″ degli anni Novanta!)

L'Etrusco a 8 anni!

L’Etrusco a 8 anni!

Perché sto citando questi apparecchi preistorici? Perché quando scrivevi un testo e avevi bisogno del corsivo, non dovevi fare altro che inserire un codice all’inizio e alla fine della frase in corsivo: la macchina da stampa avrebbe fatto il resto.
Easy Script non aveva nulla del genere perché in Basic non esisteva il corsivo, e WordStar funzionava diversamente. Microsoft Word aveva già introdotto i pulsanti da premere e così a molti non viene spontaneo pensare al corsivo come a qualcosa di “fisico”: nell’immaterial world sopravvive solo ciò che è material. Perché quello che vedete su Word o Open Office è solo aria, una visualizzazione senza alcuna importanza, che svanirà per magia appena passate il vostro testo in un altro software, a meno che questo non lo riconosca. E come può un software riconoscere il corsivo di un altro? Perché il “vero” corsivo è quello tra parentesi: parentesi aperta (<), una bella lettera “i” a parentesi chiusa (>). Se siete wikipediani, vale lo stesso discorso ma con le parentesi quadre.

Il corsivo non esiste: esiste solo <i> in apertura e </i> in chiusura, così come <b> </b> per il neretto e via dicendo. Chi vuole darsi al Selfish Publishing dovrà tener conto dei codici HTML perché sono loro che comandano l’immaterial world: sia che scriviate un eBook, che pubblichiate un post su WordPress, un articolo per una webzine o una pagina di Wikipedia, dovrete avere a che fare con il codice HTML. Se usate i suoi dettami, avrete scritto un testo universale che andrà bene su qualsiasi piattaforma: se avrete usato scorciatoie e automatismi, rischiate di dover rimettere le mani sul vostro testo… a meno che qualcuno non lo faccia per voi.
Visto che mi sono dilungato, continuerò la prossima volta.

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 20, 2015 in Note

 

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Appunti tra parentesi (0)

naviDa domani inizierò un discorso sul Self Publishing – anzi sul Selfish Publishing – che si dividerà in più puntate, ma prima vorrei fare una specie di introduzione sull’argomento.

Era la fine del 2010 o l’inizio del 2011 – purtroppo non so essere più preciso, vado a memoria – quando scoprii il saggio Navi Fantasma di Alessandro Girola. Se non ricordo male era gratuito, all’epoca, ma potrei sbagliare: comunque lo presi e già pregustavo la lettura, ma… ehi, che razza di formato sarebbe questo .EPUB? Quattro lettere? Da quando in qua esistono estensioni con quattro lettere? Nel 1997 creai una personalissima Enciclopedia delle Estensioni – ben 161 voci con la relativa specifica del programma da cui deriva – e non ce n’erano di quattro lettere: al massimo qualcuna di due, roba di sistema, ma quattro no…

Cocciuto come un somaro ma curioso come una scimmia, cominciai a giocare con questo nuovo formato usato da Alex. Esistevano ovviamente dei software di lettura per PC, ma il problema è che – allora come oggi – non ho possibilità di leggere al mio PC di casa: in un periodo in cui non esistevano i tablet, dovevo girare con una pendrive e leggere libri appoggiandomi a qualsiasi computer potessi. Ero anche pendolare e viaggiavo con il mio inseparabile Asus che però viaggiava a Linux: come glielo caricavo un software windows per gli ePub?
L’etologo Desmond Morris ci ha insegnato che l’uomo è sostanzialmente una scimmia nuda, così mi comportai come la scimmia protagonista della celebre sequenza di 2001: presi uno strumento e cominciai a percuotere l’oggetto che mi incuriosiva… Ma non nello stile Kubrick, bensì in quello della mitica parodia di Zoolander

Il mio modo di aggredire l’ebook di Alex fu di prenderlo… e rinominarlo! Cancellai .EPUB e scrissi .RAR, così, tanto per provare… E avvenne il miracolo!
Scoprii che ebook sono semplici contenitori di pagine web, testi scritti in HTML che “proiettati” sui lettori sembrano libri in tutto e per tutto.
Navi Fantasma me lo dovetti leggere in .html (che sono sempre quattro lettere, ma quando stilai la mia enciclopedia si chiamava ancora .HTM) ma presi nota: tutto il mondo è apparenza, la vera realtà è scritta in HTML

A domani per l’inizio del viaggio digital-editoriale.

L.

 
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Pubblicato da su febbraio 19, 2015 in Note

 

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Grafia grafica – Scrivi ciò che puoi disegnare

Jesus-writes-on-sandIn alcuni miei pezzi e nel mio saggio breve gratuito “La Falsa Novella. I Vangeli inventati dagli autori di thriller” ho parlato del celebre passo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù è chino a scrivere in terra: visto che egli è annoverato fra quei maestri del pensiero dell’antichità che non hanno mai scritto nulla, è particolarmente intrigante il pensiero di cosa stesse scrivendo in terra, ma né l’evangelista né altri sembrano aver avuto la stessa curiosità.
Ma non è di questo che voglio parlare, bensì del verbo utilizzato da Giovanni per l’azione di Gesù: grafen.

Solo in tempi relativamente recenti la scrittura si è separata dal disegno, eppure a ricordarci di un passato condiviso è il fatto che ancora oggi la radice greca graf- si usa tanto per la grafica che per la grafia. Forse Gesù disegnava in terra, così come ogni scrittura si basa sull’utilizzo di elementi grafici: cos’è l’alfabeto se non la raccolta di disegnini?
Dove voglio arrivare con questa storia? Semplicemente alla mia scoperta di un fenomeno curioso: la grafia grafica

Come ho raccontato ultimamente, mi sono dato al Selfish Publishing, cioè all’autopubblicazione egoistica, e mi sono reso conto di un fenomeno curioso: forse per la prima volta nella Storia del Libro un autore deve dare la stessa importanza tanto al testo quanto alla copertina. Anzi, voglio esagerare: per la prima volta nella Storia del Libro un autore parte dalla copertina per scrivere un testo!
Mi spiego. Non ho possibilità di pagare copertine o copertinisti, così curo personalmente le copertine dei miei eBook, ma le mie conoscenze di grafica sono limitate. Da agosto, da quando cioè sono entrato nel grande mondo del Self Publishing, sto a rotta di collo studiando software grafici e tutorial a raffica, cercando di migliorare in continuazione, ma resta il fatto che sono un autodidatta con un numero limitato (anzi, limitatissimo) di risorse.
Ho scoperto così che ciò che riesco a disegnare… influisce pesantemente su ciò che scrivo…

Il famoso Fuoco Etrusco!

Il famoso Fuoco Etrusco!

Ovviamente va tutto preso con le dovute proporzioni, ma la Grafia Grafica è qualcosa che mi sta stuzzicando: scrivere tenendo sempre ben a mente ciò che si è in grado di rappresentare, così da poterlo mettere in copertina… Sarebbe una evoluzione o una devoluzione della scrittura?
Visto che mai nella storia umana ci si è trovati davanti a questo fenomeno… siamo tutti pionieri!
Vi tengo aggiornati…

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 24, 2014 in Note

 

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Uncover the Cover

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Scoprire la copertina, questo è il gran dilemma. Perché la copertina di un libro è lì, come una statua è nascosta nel blocco di marco che la contiene: si tratta solo di dare martellate finché non esce fuori.

Trovare copertine per i miei eBook è immensamente più difficile che scriverli, ma non avendo possibilità di spenderci soldi e seguendo la folle voglia di fare del Selfish Publishing, dell’autopubblicazione egoistica, continuo a dare martellate al blocco di marmo. Per i racconti gratuiti di Marlowe ho ceduto e ho fatto delle copertine standard tutte uguali, ma per gli eBook a pagamento non mi va. (Ho usato copertine base standard per la serie “Storie da non credere”, tanto sono saggi brevi che non compra nessuno, quindi piuttosto che perdere tempo con le singole cover preferisco approfondire i contenuti: magari poi li raccolgo insieme con una bella copertina.)

Per scoprire cosa fare e cosa non fare nel mondo delle copertine è imperativo leggere il ciclo di post di Mala Spina, pieno di esempi e di idee ghiotte.
Ancor prima di leggere questi post ho cercato di barcamenarmi fra la semplice copertina minimalista, da compitino scolastico, e la super-copertina spettinante che tanto non potrei permettermi. Già prima di scrivere un testo ho in mente la super-copertina stupenda che servirebbe la Lucas Arts per assemblare in tutte le sue mille parti, poi inizio a martellare finché non scopro invece la copertina che posso creare sul serio.
Non potendo investire in un “copertinista” (dubito di arrivare ad una quota di vendite tale da potermelo permettere) devo ovviamente contare solo sulle mie conoscenze grafiche, e sono contento di poter finalmente trovare utilità personale negli anni di lavori per altri e di spiluccamenti di programmi vari.

Idea
Chiudo (per ora) testimoniando che quando si vuole iniziare ad auto-pubblicarsi non basta scrivere: si inizia a fare mille cose per cui non si è pronti ma che, pure a infimi livelli, danno un sacco di soddisfazione alla fine 😉

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 10, 2014 in Note

 

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Selfless Publishing

multitasking-insanityIl mio post di ieri sul Selfish Publishing, sull’autopubblicazione egoistica, può aver fatto pensare che io faccia tutto da solo e non abbia bisogno di nessuno: ovviamente non è così, è stata giusto una provocazione (leggi “schizzata di veleno”) contro i grandi autori che si affidano ad un esercito di professionisti e che quindi alla fine non sono autori del proprio prodotto finale. Al massimo vi hanno contribuito.
Quando li intervisti non sanno ovviamente cosa dire, visto che non devono a se stessi il proprio risultato, mentre se intervistate me dovrete prendermi a bastonate per farmi azzittare, visto che curo dalla copertina all’ultima parola dei miei eBook, dal lancio pubblicitario ad ogni singola ricerca per i contenuti.

snoopy_writingLo stesso, dicevo, non si scrive per se stessi bensì per gli altri (ecco il Selfless Publishing, la pubblicazione “altruista”): sia perché li si voglia istruire, sia perché li si voglia informare o (come nel mio caso) si voglia semplicemente condividere con loro qualcosa di appassionante, l’obiettivo di ogni scrittore dovrebbe essere raggiungere i lettori. Ovviamente non è così, scrivere è un mestiere che prevede quotidianità e ripetitività, matematica e marketing e dove il lettore è l’ultima ruota del carro, visto che ciò che conta sono gli acquirenti.
Forte della mia debolezza, mi elevo sulla mia infima statura e approfittando dell’unicità di essere nessuno posso fare lo spocchioso e dire che più delle vendite mi interessa comunicare con i lettori, che siano acquirenti o meno. Il fatto di avere molti eBook in download gratuito dovrebbe dimostrare la mia buona fede… ma non è escluso che se dovessi diventare famoso cambierei subito idea e diventerei il più spietato e venale degli scrittori!!! ^_^

self pubbing vs trad pubbingComunicare è difficile, e non parlo solo di contenuti: una volta creato l’eBook bisogna farlo girare, così ne approfitto per rubare bassamente i consigli dati in rete da blogger come Alessandro Girola, scrittore autopubblicato della prima ora alla cui esperienza vado sempre ad attingere. Ho sposato a pieno una delle sue regole auree – il modo migliore di pubblicizzare un libro è scrivere un altro libro – e, egoista che non sono altro, l’ho fatta mia. Sarà Selfish Publishing, ma parte dalla considerazione che ci sono altri più bravi in giro e bisogna assolutamente imparare da loro.

Conoscere tanti altri scrittori autopubblicati mi ha permesso di vedere cosa fanno, studiare le loro impaginazioni, le loro fonti, le loro copertine, il loro modo di agire, fare mille domande e mettere insieme le risposte alla ricerca del mio stile. Sarò uno scrittore egoista, perché l’obiettivo è appunto il mio stile, ma guardo sempre agli altri per imparare.

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 9, 2014 in Note

 

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Selfish Publishing

Woody Allen ne "Il prestanome" (1976), dove interpreta uno scrittore brillante e di successo... che non ha nulla da dire su quanto scrive

Woody Allen ne “Il prestanome” (1976), dove interpreta uno scrittore brillante e di successo… che non ha nulla da dire su quanto scrive

Ieri su ThrillerMagazine ho pubblicato un’intervista esclusiva ad un autore di thriller internazionali e, come tutte le interviste ad autori internazionali che ho pubblicato, è totalmente inutile. Il collega Pino Cottogni ha posto ottime domande che potevano dare l’occasione all’autore di parlare a lungo, ma come al solito gli autori non hanno un accidente da dire: soprattutto riguardo ai loro romanzi, che teoricamente dovrebbero essere la più alta forma di comunicazione.
mannequinQuando però è una rivista modaiola e blasonata che li intervista, allora si sciolgono e si lasciano andare. Che bella copertina. Grazie, ma non l’ho scelta io. Che bel titolo. Grazie, ma non l’ho scelto io. Che grafica accattivante. Grazie, ma non l’ho scelta io. Che bel carattere leggibile e riposante. Grazie, ma non l’ho scelto io. Ottima la scelta delle librerie in cui presentare il libro. Grazie, ma non le ho scelte io. Tornerà il tuo personaggio? Non lo so, dipende dal contratto. Ma allora lei chi è? Perché si è seduto al posto dell’autore?
Insomma, cari autori internazionali di bestseller che non fate niente e non avete niente da dire, una risata digitale vi seppellirà!

Il Self Publishing non si adatta ai grandi autori di bestseller, perché loro sono abituati a non fare nulla, a girare per festival e sorridere a favore di camera: sono abituati ai Selfie, non al Self.
Anche togliendo i bravi autori che hanno l’idea giusta e una scrittura intrigante – che vengono fatti subito fuori dal mercato se no fanno fare brutta figura ai cialtroni – un grande autore di bestseller ha per lo più un team di stagisti che lavora notte e giorno per lui, che gli prepara un testo che corrisponda a tutti i criteri e risolva tutte le equazioni, lui spilucca qualcosa, poi arrivano i correttori di bozza, gli editor, i copyrighter, i ghostwriter e un esercito di altri intermediari, compresi addetti al marketing e ottimi pubblicitari, che alla fine porta il libro al successo. E ti credo che quando è intervistato l’autore non ha una mazza da dire…
Tutto questo ha funzionato e funziona tuttora, ma è ovviamente un sistema che tiene fuori quel mostro orrendo e sgradevole che porta il nome di “uno che ha voglia di dire qualcosa, per quanto stupido sia”.

self-publish-cartoonAppassionati scrittori e arguti saggisti, un po’ segugi e un po’ cani, si sono da tempo affidati all’editoria a pagamento, con il risultato di perdere un sacco di soldi per avere nulla in mano. Anzi no, per avere casa piena di libri da andare a vendere porta a porta. Anche qui non c’è nulla di male, Dostoesvkij stesso ha seguito questa via, come ho raccontato in questo articolo. C’è un’altra via da percorrere per chi non voglia perdere soldi? Io credo di sì, ma bisogna darsi da fare… darsi tanto da fare.

multitasking_93455Il Self Publishing non basta: serve il Selfish Publishing, l’autopubblicazione totalmente ed egoisticamente “da sé”.
Molti pensano che autopubblicare sia battere al PC quattro pensierini in croce e caricarli in qualche libreria digitale: ci sarà pure chi lavora così, ma il Selfish Publishing sto scoprendo essere ben altro.

Da quando sono entrato in questo mondo, ho scoperto un oceano sconfinato di lavori da fare, di mansioni da svolgere, di sangue da sputare per un risultato che molti giudicherebbero totalmente insoddisfacente, ma è la sfida stessa a dare la forza di continuare.
Sono io il mio team di stagisti, sono io il mio copyrighter e il mio ghostwriter, sono io il mio agente pubblicitario, il mio direttore del marketing e anche quel bastardo del capufficio che controlla sempre se sto lavorando a sufficienza o se sto leggendo in bagno; sono io il mio copertinista e il mio grafico, sono io il mio impaginatore, sono io quello che sceglie la fonte, la dimensione, la giustificazione del testo e quel fottuto spazio fra i paragrafi che serve un rito voodoo per rimuovere; sono io che decido se la trama è una minchiata o se il saggio è finito fuori tema, sono io che non faccio indagini di mercato perché non posso permettermele e quindi vado a cacchio seguendo un’emozione che nessun autore di bestseller conosce: la voglia di comunicare qualcosa che mi piace e che mi piacerebbe piacesse. E se “mi piacerebbe piacesse” si dice o meno, se sia grammaticalmente corretto, lo decido io!!! (Spero si capisca che quest’ultima affermazione è uno scherzo ^_^)

Insomma, oggi tanti si lamentano che sta scomparendo l’artigianato: ecco, il Selfish Publishing è vero artigianato digitale, perché è interamente fatto a mano dall’autore, dalla copertina all’ultima parola scritta.
Questo non vuol dire che sia giusto così, ci mancherebbe altro, ma il fatto che non ci sia un team numeroso dietro un eBook non vuol dire automaticamente che non sia una cosa seria. Anzi, vuol solo dire che l’autore ha sputato molto più sangue: il risultato può essere una buffonata, ma questo lo deciderà il lettore (si spera) dopo la lettura…

Ora vi saluto, che devo andare a studiare software grafici per migliorare la qualità delle copertine…

L.

 
4 commenti

Pubblicato da su ottobre 8, 2014 in Note

 

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