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Editoria digitale: intervista cumulativa (2011)

Ripesco dal “passato” questa mia intervista cumulativa che feci a vari romanzieri, di generi diversi, per sapere cosa ne pensassero dell’editoria digitale, all’epoca appena emergente nell’immaginario collettivo.
Chissà se gli stessi autori oggi confermano quanto pensavano allora…


Editoria digitale:
intervista cumulativa

da ThrillerMagazine, 31 maggio 2011

L’eBook e il suo mondo rappresenta un pericolo per il cartaceo
o queste due editorie potranno convivere pacificamente?
L’abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti

Siamo di fronte a un nuovo stadio evolutivo nella vita del libro? Come sempre, quando si parla di evoluzione, la risposta va lasciata ai nostri successori: gli studiosi del futuro penseranno alla nostra epoca e la chiameranno “di transizione”… Oppure tutto si risolverà nel nulla.

Si sa, tutto cambia ma niente cambia. Nel IV secolo d.C. giunge a compimento un passaggio epocale nella storia del libro: la forma del rotolo viene ormai abbandonata per lasciare spazio al più utilizzato codex. Nel 1975 lo studioso Guglielmo Cavallo elenca così i motivi di questo passaggio: «la forma più maneggevole meglio si adattava alla lettura, al trasporto in viaggio, all’uso scolastico; ed ancora la capacità di contenuto, tanto più grande di quella del rotolo, ben rispondeva alle esigenze di selezione o sistemazione»: non sembra che stia parlando degli eBook?

Nel 1895 il bibliofilo francese Octave Uzanne in un racconto ipotizzava la fine del supporto cartaceo e l’apparire di una nuova tecnologia che avrebbe stravolto l’uso dei libri fatto fino ad allora. Nel 1951 il celebre Isaac Asimov immaginava che nel 2157 si sarebbe letto su schermi interattivi. Gli esempi non mancano per dimostrare che di editoria digitale se ne parla da tanto tempo, anche se con nomi diversi. Perché questa corrisponde alla regola aurea che ha accompagnato l’evoluzione del libro: da forme costose e tecnicamente complesse si passa sempre a supporti più leggeri, comodi e soprattutto economici.

Nel citato IV secolo l’avvento del codex, del concetto di libro come noi oggi lo conosciamo, venne visto con raccapriccio dai cultori del rotolo, ma l’evoluzione la si può rallentare: non la si può fermare. Però, va specificato, per moltissimo tempo sia il rotolo che il codex hanno convissuto.

Oggi forse (e sottolineo forse) ci troviamo di fronte ad un nuovo modo di intendere il libro: l’eBook è più snello, più comodo, più “portatile” e – in alcuni casi – decisamente più economico di un libro cartaceo. Se questa non risulterà essere solo una moda passeggera, ci aspettano parecchi anni di amichevole accostamento fra le due editorie.

Per avere un’idea di come viene percepita questa fantomatica evoluzione editoriale, abbiamo chiesto a degli scrittori professionisti la loro opinione in proposito. Il risultato è variopinto ma comunque incoraggiante.


Barbara Baraldi. Sin dal suo esordio nel 2007 con “La ragazza dalle ali di serpente”, è una scrittrice “cartacea” che in pochi anni si è imposta nel panorama giallo-noir italiano. È da poco uscito in libreria il suo nuovo romanzo, Scarlett – Il bacio del demone (Mondadori)

Sono feticista della carta stampata, del profumo delle pagine, delle sottolineature, dei libri prestati e dei libri regalati, e tuttavia mi sono avvicinata all’eBook con una certa curiosità, per cercare di capire cosa c’era di nuovo. La comodità di non dover decidere quale libro portare in viaggio, un peso in meno nella valigia e pile più piccole sul comodino. La possibilità di acquistare titoli di catalogo senza dover interrogare ogni libraio nel giro di una trentina di chilometri. Qualcuno dice che nell’ambito dei manuali tecnici l’eReader è già diventato irrinunciabile, e io non posso che auspicare che lo stesso avvenga per i testi scolastici, dato che la dimensione e il peso degli zaini degli studenti è fuori controllo da un pezzo.

Credo che prenderà piede anche per la narrativa, perché, alla fine, ciò che conta in un libro sono le parole che ci sono scritte. Forse in Italia un po’ più tardi del resto d’Europa perché, si sa, molti italiani sono convinti che i libri siano noiosi e che per raccontare storie ci siano già il cinema, le fiction e le soap. Alla domanda se ci sarà più spazio per i piccoli editori o, addirittura, per l’autoproduzione, la mia risposta è: perché no? A fronte della diminuzione dei costi e dei vincoli della distribuzione, ci sarà sempre più spazio per chi lavora bene. E poi il prezzo si è già livellato su livelli accettabili, al punto che si può acquistare una novità, anche di un grande editore, per meno di 7 euro. Cifre impensabili fino a qualche tempo fa, e che mi fanno ben sperare per le sorti della narrativa italiana, soprattutto per le nuove generazioni di lettori, nati in un mondo fortemente tecnologico, ma dall’animo inguaribilmente romantico.


Stefano Di Marino. Scrittore di lunga data la cui bibliografia ha fatto impazzire più di un compilatore! Da sempre è legato al mondo cartaceo, ma – avventuriero nello spirito – ha anche tentato le strade del digitale.

Esattamente un  anno fa ho partecipato con Andrea Carlo Cappi, Altieri, Franco Forte, Valeria Montaldi e Alessio Lazzati a un corso organizzato dal professor Andrea Rossetti alla Statale di  Milano che aveva per argomento “editoria e nuove tecnologie”. Un bell’auditorio di 300 studenti che, però, mi parvero lettori non forti e piuttosto refrattari ad usare l’editoria elttronica anche per studio. Devo dire che all’epoca ne sapevo ben poco e potevo parlare solo delle possibilità fornite dall’elettronica per la promozione e le ricerche nel mio lavoro. Di eBook e altri prodotti del genere ancora non si parlava, o almeno io non ne parlavo. In meno di un anno ho pubblicato due eBook [“Per il sangue versato” e “Il labirinto di Lucrezia”] e mi appresto a varare con altri una serie di iniziative che spero vi stupiranno piacevolmente. A parte ciò devo dire che al momento la situazione mi sembra la seguente.

– Un ritorno economico per gli autori – e spesso per gli editori – è ancora da venire. Le percentuali sono più alte di quello che è il mercato tradizionale in cartaceo ma la fruizione poca. In ogni caso meglio esserci da principio, soprattutto per chi, come me, ha un vasto repertorio da poter riutilizzare e che magari resterebbe nel dimenticatoio.

– la discriminante fondamentale adesso è il prezzo. Se il testo ha un prezzo onesto o comunque basso ha possibilità di venire acquistato, altrimenti il lettore preferisce il cartaceo.

– le riviste hanno un futuro solo in digitale. Costi di produzione, stampa e diffusione, nonché  problemi di stoccaggio da parte del lettore mi portano a pensare che sia molto più conveniente realizzarle in digitale.

– aver venduto un po’ di modelli di reader non ha aumentato il numero dei lettori. Il lettore è quello che si prende il suo tempo per leggere effettivamente il libro. Se il gioco è scaricare cento volumi che poi non guardo mai, vi assicuro che dura poco. Il lettore forte, quello che colleziona invece può essere invogliato con recuperi “onesti” nel prezzo. Mi pare che le grosse case editrici questo non lo abbiano ancora capito.

– alla fine, come in tutte le cose, dopo la novità resteranno in piedi solo quelli che lavorano seriamente.


Fabio Novel. Collaboratore di ThrillerMagazine nonché fenomenale intervistatore, ha provato entrambe le strade: cartaceo e digitale.

L’eBook è il futuro del libro? Se questa dovesse essere la domanda cardine, non me la sentirei di dare una risposta.

Non me la sentirei perché (io, ma sono convinto nemmeno gli editori) non ho un adeguato numero di elementi concreti (di fatti) che mi consentano di fare delle valutazioni deduttive di tale portata che abbiano adeguata concretezza.

E non me la sentirei perché, in fondo, ammetto che un futuro senza libri cartacei mi mette tristezza, e lo trovo in parte anche pericoloso (un volume potrebbe sopravvivere ad un medioevo prossimo venturo, dubito possa farlo un file – ma non voglio ora suonare pessimista!). Insomma: sì, anch’io sono profondamente affezionato al libro classico. Cartaceo. All’oggetto-libro, insomma, oltre che al contenuto che veicola. Con tutti gli aspetti positivi, ma anche maniacali, che tale approccio comporta.

Ma se non posso/voglio sbilanciarmi a rispondere se l’eBook sia, o meno, il futuro del libro, posso/voglio invece affermare che a mio avviso ha un presente e soprattutto un futuro per scrittori e lettori, e pure per editori capaci di sfruttarne le prerogative anche a loro beneficio.

È una grande innovazione. Come tutti i cambiamenti, reca in sé vantaggi e svantaggi. Ma, per quel che mi riguarda, gli aspetti positivi superano per ora quelli negativi. Ne cito solo alcuni…

Per quanto riguarda i bestseller, e ormai buona parte dei libri, il lettore può scegliere subito se spendere per l’hardcover o per la versione digitale (ad un costo minore, dove però l’abbattimento allo stato attuale è purtroppo in genere non rilevante – per ragioni che possiamo immaginare ma non per questo condividere), o aspettare al solito delle versioni tascabili o supertascabili. Una versione eBook del tascabile sarebbe ancora più conveniente!

Le pubblicazioni in digitale facilitano l’archiviazione e le ricerche. Questo lo reputo particolarmente utile per gli abbonamenti a riviste, e in taluni casi anche per la saggistica, laddove si ritiene possa costituire elemento di successiva ricerca, oltre che di piacere di lettura presente. Chi è abbonato a riviste, soprattutto se settimanali, sa quanto spazio fisico vadano rapidamente ad occupare, e la loro “terminazione” è inevitabilmente ciclica, spesso dolorosa perché vissuta come spreco di materiale potenzialmente utile. Un peccato. La scelta di un abbonamento in PDF è una valida soluzione di ripiego. Purché si abbia un eReader o quantomeno un laptop. Altrimenti, in viaggio o a letto la vedo dura…

L’eBook ha dato la possibilità a tanti autori di proporsi anche autonomamente, fuori dalla cerchia delle mura editoriali. Che se da un lato garantiscono (in buona parte dei casi, purtroppo con svariate eccezioni) la professionalità di filtri qualitativi preparati e seri in termini di editing (poi, si può sempre sindacare sulle scelte/opinioni/preferenze/pregiudizi degli editor, ma raramente si tratta di persone impreparate) e non solo. Però gli editori non sono ONLUS, lavorano per il profitto. Fanno scelte, giuste o sbagliate, di mercato. E per questo alcuni romanzi, in taluni casi persino ottimi per soggetto e scrittura, non riescono a trovare pubblicazione. Rimanendo a decomporsi nei cassetti o a perdersi negli hard disk di autori in preda alla frustrazione. Con l’eBook, anche questi romanzi possono trovare la via per farsi leggere, magari solo da quattro gatti, amici di facebook, oppure persino da un fracco di gente (non succede ancora in Italia, ma di casi internazionali di successi prima nel web e poi in cartaceo ce ne sono stati) disposta ad acquistarli. È una chance, almeno. E siccome si scrive per farsi leggere, non per atto di onanismo letterario… Si può obiettare, correttamente per alcuni aspetti, che ci vorrebbe comunque il filtro di un editore che si faccia garante di qualità ed editing. Io dico che questo non è un obbligo. Io preferisco di sicuro propormi con un editore alle spalle. Ma non mi tirerò indietro nell’agire da indipendente, il giorno che lo riterrò opportuno su qualche progetto. In questi casi, lo scrittore è artigiano. È libero. Nudo di fronte al lettore, si prende i suoi rischi. Ma son tutti suoi. Con pochi benefici, visto che di soldi ne girano pochi, o niente. E il lettore non va sottostimato. Se un romanzo non piace, se è scritto con i piedi, se non è corretto, il lettore castiga l’autore, anche se lo ha pagato poco. O se si è scaricato un file gratuito. Se invece è contento, passa parola.

L’eBook può costituire poi una seconda chance per libri fuori catalogo. Non ristampati. O non ristampabili perché, almeno in previsione, non hanno i numeri per vendere un numero di copie tale da rientrare negli investimenti. E potrebbe esserlo per tutti quei romanzi che escono nelle collane da edicola della Mondadori, per esempio, che pure raggiungono numeri di lettori che in libreria sarebbero invidiati, ma che pagano purtroppo il limite della mensilità. Farli uscire a distanza di sei mesi/un anno in una collana parallela di e-Urania, e-Segretissimo e e-Gialli Mondadori non sarebbe male.  Non dico di recuperare il passato, che sarebbe difficile, ma di impostare il futuro. Un rischio, in questo caso, purtroppo lo vedo. Che un giorno qualcuno possa pensare di sostituire le collane da edicola con quelle digitali. Sarebbe un suicidio per queste serie storiche.

L’eBook è giovane. Allo stato attuale non ha (in Italia) un giro d’affari significativo. Ma crescerà.

Come autore, mi sento motivato a muovermi anche in questa direzione. La reincarnazione digitale del mio “Scatole siamesi” (Nord 2002, DelosBooks 2010) mi sta dando soddisfazioni in tal senso.

Vediamo un po’ cosa ci riserva il libro, nel suo futuro…


Marilù Oliva. Inviata speciale di ThrillerMagazine, dopo anni di collaborazioni editoriali è divenuta scrittrice a pieno titolo nel 2009, con “Repetita”. È imminente l’uscita del suo nuovo romanzo (cartaceo) Fuego.

Premesso che il libro-oggetto (e oggetto di culto) resterà ancora insostituibile, io guardo con grande attenzione alla realtà dell’eBook. Credo che i due sistemi possano procedere di pari passi ancora per qualche decennio, proprio in virtù delle diverse modalità di fruizione e, di conseguenza, della diversa utilità dell’oggetto cartaceo o elettronico. Le mie previsioni (puramente intuitive, quindi non scientifiche, lo sottolineo) dicono che entro mezzo secolo il libro di carta sarà oggetto da collezione.

Certo, già oggi i vantaggi dell’eBook sono differenti: da quelli commerciali come l’immediata reperibilità, la visibilità, a quelli più pratici: lo spazio compresso, il minor impatto sull’ecosistema. Niente, però, almeno per la nostra generazione, potrà sostituire il fascino della carta da sfogliare, soprattutto se sulla carta sono impresse opere notevoli.

Infine, come ha sottolineato Giacomo Brunoro, co-direttore della casa editrice digitale La Case: «Quello che è successo con gli mp3 nel mondo della musica dovrebbe far riflettere…»


Giovanni De MatteoBlogger e scrittore di fantascienza. Nel 2007 pubblica il romanzo fantascientifico Sezione π² da cui viene tratta anche una serie a fumetti. Recentemente ha pubblicato in eBook (prodotto dalla DigitPub nella collana 40k) il romanzo breve Codice Arrowhead.

Sono convinto che l’editoria digitale rappresenti una sfida e che lo faccia in più sensi. Non solo per ragioni strettamente legate al mercato, che potrebbe avvantaggiarsi del dinamismo comportato dalla transizione e dall’ingresso in scena di nuovi soggetti capaci di mettere in discussione gli equilibri ormai consolidati, acquisiti sul libro cartaceo; ma anche e forse soprattutto dal punto di vista della proposta di contenuti. Il libro elettronico mette in condizione autori ed editori di cimentarsi con lunghezze solitamente sacrificate sulla carta. La diffusione del romanzo popolare, per molti altri versi benefica e benedetta, ha prodotto anche delle distorsioni grottesche: troppi editori brancolano alla costante ricerca del bestseller di turno e ci impongono l’incontestabile certezza che non si possa piazzare una novella al prezzo di 5 euro, siccome a parità di prezzo il lettore preferirebbe un romanzo in edizione economica a un romanzo breve. Dopotutto le case editrici non sono enti di beneficenza, sebbene in un mondo utopico la qualità dovrebbe essere la loro prima preoccupazione, svincolata da ogni ragione di profitto. Purtroppo questa non è un’utopia socialista e sotto una certa soglia i costi della carta e della stampa renderebbero del tutto improduttiva l’impresa.

E pensare che sulla dimensione del racconto e della novella sono maturati i generi, dalla letteratura poliziesca al fantastico, fino alla fantascienza. L’eBook può ripristinare gli equilibri a favore delle forme più compatte di letteratura. Velocità, dinamismo, flessibilità sono dopotutto qualità che si adattano alla perfezione ai nuovi mezzi di fruizione: monitor, tablet, eReader. Un ritorno alle origini? Forse, ma di sicuro con un approccio nuovo, al passo coi tempi. E l’anonimato garantito dallo strumento elettronico (niente copertina, niente titolo, niente autore in bella mostra a beneficio degli estranei che ci circondano sul treno e nei luoghi pubblici) potrebbe anche aiutare il rilancio dei generi popolari, oltre che della narrativa breve: quante persone, dopotutto, si sentono a loro agio esibendo l’ultimo tomo di Umberto Eco in metropolitana, e quanti invece trovano il coraggio di sfoggiare l’ultima copia del Giallo, di Segretissimo oppure di Urania? Con tutto ciò che questo potrebbe comportare anche sul fronte della riscoperta di classici che ormai giacciono sepolti nei cataloghi delle nostre amate collane del mass market, quelle ancora in vita e quelle purtroppo estinte. Quanti titoli varrebbe la pena riproporre al pubblico facendo leva sui minori costi garantiti dalle produzioni elettroniche? Innumerevoli, ne sono convinto: avremmo solo l’imbarazzo della scelta per cominciare.

Sono un po’ più scettico invece sulla possibilità rappresentata dall’eBook come canale alternativo all’editoria tradizionale: per evitare che il mercato finisca soffocato sotto il peso del dilettantismo, troppo spesso camuffato dietro l’etichetta apparentemente disallineata dell’autoproduzione, non si può e non si deve sacrificare la cura riservata alle produzioni cartacee, pensando di poter fare a meno dei diversi attori che intervengono nella filiera del libro: curatori, editor, correttori di bozze, copertinisti, impaginatori, etc. sono e restano indispensabili per la riuscita del libro, almeno tanto quanto l’autore che lo ha concepito.

Niente è più reazionario, in un momento di potenziale rivoluzione, della velleità di rinunciare all’esperienza (e alla costruzione di esperienza) di professionisti. Anche il settore del libro elettronico ne ha bisogno.

Non escludo che si possano instaurare delle vere e proprie sinergie tra la carta e il digitale. Di sicuro, è solo preservando la qualità che esigiamo dalle edizioni cartacee, che l’eBook potrebbe funzionare davvero come detonatore per una lotta di classe in ambito editoriale, determinando la rivincita dei piccoli (editori, libri, autori) contro i colossi (i titani dell’editoria, i mattoni degli scaffali, i moloch delle lettere), la rivalsa degli ultimi sui primi, fino a pervenire a un nuovo equilibrio. In tutti i sensi. È presto per affermarlo con certezza. Ma è un auspicio che nessuno ci vieta di coltivare.


Maurizio “ScarWeld” Landini. Blogger, scrittore e compositore, sta per uscire in cartaceo con il romanzo fantascientifico Il Corpo della fame (Wild Boar).

Personalmente trovo molto stimolante il supporto eBook, sia per la narrativa che per il fumetto e non penso che il digitale possa escludere il cartaceo. Non entrando nel merito del dibattito economico ed ecologico, spero che questo supporto si sviluppi in futuro come un mezzo per comunicare una forma d’intrattenimento nuova, qualcosa di diverso dal cartaceo, quindi non alternativo ma complementare.


Andrea Carlo Cappi. Scrittore “cartaceo” di lunga data nonché traduttore di grandi firme. Ha recentemente tentato la strada del digitale… senza saperlo!

Essendo l’unico superstite di una famiglia che aveva più libri che soldi e se aveva soldi li spendeva in libri, sono fisicamente legato al “cartaceo”… che suona un po’ come “Cretaceo” e quindi preistorico. E, per quanto io detesti i dattiloscritti, ingombranti e poco maneggevoli, ne ho persino conservato qualcuno tra quelli su cui ho lavorato nel corso degli anni: la prima stesura (con qualche differenza rispetto a quella finale) di una novelization di 007 di Raymond Benson, quella del suo capolavoro “Le ore del male” e quella di uno degli ultimi libri di Richard Stark (non l’originale, purtroppo, solo una fotocopia del testo scritto foglio su foglio su una delle macchine da scrivere del defunto maestro del noir).

Nello stesso tempo però sono grato al mondo dei PC, senza il quale starei ancora correggendo gli errori di battitura del primo romanzo (ero un po’ un disastro alla macchina da scrivere) e all’universo di Internet, e mi rendo conto che ci sono enormi possibilità diverse. Per dirne una, lavorare al webmagazine www.borderfiction.com è diverso da lavorare su “M-Rivista del Mistero” come ho fatto per nove anni: è come contribuire a un numero unico e in perenne arricchimento di un’immensa megarivista interconnessa.

Quindi l’editoria digitale, tuttora in fieri, apre notevoli e interessanti possibilità. Ma tra questo e dire che è l’editoria che sostituirà quella convenzionale… ce ne corre.

In primo luogo, credo che l’unico territorio in cui funzioni attualmente siano gli USA. Perché? Anche se credo che la percentuale di lettori di libri, negli Stati Uniti, sia persino inferiore a quella in Italia, il numero totale di lettori – che si estende, grazie all’uso della lingua inglese, al Canada, alle Isole Britanniche e a un mondo intero popolato di anglofoni –  è immenso. Questo spiega perché si consumi un numero enorme di hardcover, di tascabili anche di infimo livello e ovviamente ora anche di eBook, tutti di produzione americana. Le cifre di vendita sono più che sufficienti a garantire il rientro economico per chi li produce. Ciononostante alcuni autori americani, negli stessi USA, sono poco conosciuti, non vendono molto, a volte non vengono neppure pubblicati e – se il marketing editoriale non si mette di traverso – hanno molto più successo in Italia. Un esempio su tutti: Joe R. Lansdale.

Ma il mercato americano è quello che ha spinto alcuni autori, constatata la debolezza della promozione dei loro editori cartacei, ad avviare un’editoria indipendente fatta di autopubblicazione in eBook o in stampa on demand (rese possibili, naturalmente, dalla notorietà già acquisita in cartaceo e da un grande lavoro di autopromozione). Forse in futuro ci saranno anche autori USA bestseller nati esclusivamente su Internet e cresciuti solo in eBook.

Ma il mercato italiano, cartaceo o digitale che sia, si basa sui lettori italiani, ancora piuttosto legati al libro “vero”. Si possono fare operazioni interessanti, come ripubblicare titoli ormai introvabili di autori considerati “secondari” dai grandi gruppi editoriali (e dunque non più ristampati) eppure molto seguiti dal pubblico. Oppure pubblicare testi atipici (come certe raccolte di racconti, per qualche ragione considerate impubblicabili da molti editori cartacei, a meno che l’autore non sia di moda al momento). Oppure pubblicare testi brevi di rapido consumo ma di difficile collocazione nell’editoria convenzionale.

Tuttavia posso riportare il caso del mio “Le grandi spie”, che per una decina di mesi è stato il secondo libro più venduto di tutta la produzione di Vallardi Editore (dopo le ricette TV di Benedetta Parodi, che gode ovviamente di una notorietà superiore alla mia. Poi è uscito il secondo libro di ricette TV di Bendetta Parodi e sono passato al terzo posto). Un discreto successo, per un libro che è al tempo stesso una raccolta di storie dal vero e un libro di consultazione destinato a restare tale nel tempo. Proprio per questo ha avuto senso che ne venisse realizzata anche la versione eBook, a un prezzo leggermente inferiore. Eppure la versione eBook, secondo i dati che mi sono appena arrivati, non ha praticamente venduto. Be’, forse perché nessuno sapeva che esistesse, nemmeno io: era un’opzione contenuta nel contratto, ma ho scoperto che esisteva solo di recente e per puro caso, da Internet. Dal che sospetto che l’editoria digitale italiana possa avere gli stessi problemi dell’editoria non digitale: l’incapacità di raggiungere le decine di migliaia di lettori potenzialmente interessati a determinate opere (quelli che il marketing editoriale chiama sprezzante “lettori di nicchia”) ostinandosi a promuovere sempre lo stesso tipo di prodotto, il presunto bestseller costruito a tavolino per catturare il vasto mercato di non-lettori-abituali a scapito dei forti lettori, spesso delusi dalle mode del momento.

Ma in tutto questo c’è un’ultimo dettaglio non trascurabile a favore del libro cartaceo. Come diceva Isaac Asimov già oltre trent’anni fa, in un articolo intitolato, mi pare, “La supercassetta”: un libro si può leggere sempre e ovunque, senza timore che gli si scarichino le batterie.


Alessandro Girola. Blogger e scrittore, ha recentemente presentato l’eBook autoprodotto Scene selezionate della Pandemia GiallaÈ attivo da molto tempo nel mondo degli eBook, prima che divenissero “famosi”.

A mio parere l’editoria digitale può essere al contempo un’alternativa e un valido completamento di quella tradizionale.

Mi viene sempre da sorridere quando leggo le continue diatribe tra i sostenitori del cartaceo e quelli degli eBook. Come se una cosa deve necessariamente escludere l’altra. Io, da lettore, continuo tranquillamente a comprare libri e al contempo mi piace l’idea di poter acquistare romanzi, anche in lingua originale, con un semplice click e di poterli iniziare a leggere senza aspettare un secondo.

Da scrittore invece non posso negare che la possibilità di proporre i miei lavori in formato digitale è un grande vantaggio. Innanzitutto mi evita i tempi elefantiaci dell’editoria tradizionale, con attese che vanno da sei mesi a un anno. Una cosa intollerabile, in un mondo oramai abituato a ritmi ben più elevati. E poi, mi spiace dirlo ma è così, gli eBook e ancor più le autoproduzioni permettono a chiunque di pubblicare ciò che ha scritto, anche senza avere santi in Paradiso (o in redazione).

Certo, va da sé che proprio con le autoproduzioni si immette sul mercato una marea di materiale in larga parte scadente. E quindi? Sarà il pubblico a decidere cosa merita di “vivere” e cosa invece no. È selezione naturale, quella legge che di solito lascia spazio ai meritevoli. L’editoria tradizionale italiana da troppo tempo si è chiusa in una sorta di oasi protetta. Non c’è rischio, non si va oltre alla cerchia di autori noti e arcinoti. Il risultato? Un indebolimento della proposta generale. Un mercato quasi autoreferenziale.

Forse gli eBook saranno da sprone a migliorare, a superare certi schemi, a rivedere un mercato che oramai segue quasi esclusivamente le mode d’importazione (di solito nemmeno le migliori).

Quindi… eBook? Sì grazie!


L.

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Pubblicato da su ottobre 20, 2017 in Interviste

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (Fine)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

A Socrate prima e a Platone poi sarebbe piaciuto che la conoscenza si veicolasse esclusivamente attraverso il dialogo, ma per questo serve una voce e le voci svaniscono. (Almeno quelle buone: le voci stupide e fastidiose si moltiplicano all’infinito.) Quindi in mancanza della rosa originaria a noi non rimane altro che accontentarci del nome della rosa: della parola che la indica.
Non è una brutta situazione, perché tutto ciò che noi chiamiamo realtà nasce da un’immagine divulgata mediante parole…

«Cresciamo imitando, e poco alla volta la mimesi genera quello che appare come un comportamento spontaneo, una coscienza, dei significati. È in questo senso che c’è una priorità della lettera sullo spirito, o, più esattamente, che lo spirito è una modificazione della lettera, una sua derivazione: se non ci fosse lettera, non ci sarebbe quel sottoprodotto della lettera che è lo spirito, proprio come se non ci fosse memoria non ci sarebbe quell’effetto collaterale della memoria che è il pensiero.»

Non ho mai conosciuto di persona il professor Maurizio Ferraris né quindi posso dialogare socraticamente con lui: mi accontento di essere rimasto folgorato sulla strada di Damasco dal suo imprescindibile saggio “Anima e iPad” (Guanda 2011).

Come ci insegna il professor Franco Farinelli, quando Colombo partì per le Americhe la Terra era rotonda, com’era noto ad ogni uomo di cultura dall’antica Grecia in poi: quando il navigatore tornò, la Terra era diventata piatta. Era diventata una mappa, e dal Quattrocento ad oggi nella cultura occidentale è la mappa a dettare la realtà: se il territorio non corrisponde alla mappa… è un problema del territorio.

La mappa è piatta perché piatta è la tabula della nostra mente, dove scriviamo le nostre memorie e tutto ciò che ci qualifica “umani”: dove cioè scriviamo le lettere che modificano la realtà che ci circonda per cercare di capirla. Di dominarla.
Un sogno romantico è avere il controllo su questa tabula

AMLETO: […] Ricordarti? Oh sì, povero spirito, finché esisterà memoria in questo globo demente! Ricordarti? Ma io cancellerò dalla tavola della mente i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dall’esperienza; e il tuo comando solo vivrà nel libro del mio cervello, sgombro d’ogni altro intento!
(atto I, scena V, traduzione di Eugenio Montale)

“Hamlet and the Ghost” (1789) di Johann Heinrich Füssli

Così il corrucciato principe di William Shakespeare si lascia prendere da uno slancio in cui si prefigge di “resettare” la sua “tavola della mente” (table of my memory), contrapposta ad un “globo demente” (distracted globe): lascerà spazio solo per la vendetta nei confronti del padre ucciso, nel “libro del mio cervello”. Curiosamente l’autore scrive «the book and volume of my brain», quasi a sottolineare l’eterna dualità libraria troppo spesso dimenticata: esiste il bìblos e il biblìon, il libro e l’opera, il contenitore e il contenuto, la buccia e il frutto. Quando si esalta il “profumo della carta” o la bellezza di un volume, si sta parlando del contenitore superficiale: non del contenuto.

Molto antica e radicata in noi è l’immagine della mente come “tavola della memoria” (per dirla come Shakespeare) dove inseriamo tutto ciò che consideriamo importante e tralasciamo tutto ciò che non conosciamo, e questa tecnica la adottiamo da millenni… perché è la tecnica delle tavolette d’argilla degli antichi popoli, strumento utilizzato per scrivere solo il conoscibile. (Di solito conteggi amministrativi, roba noiosa.)
Il passaggio dalla tavoletta al tablet non esiste: perché semplicemente sono la stessa cosa.

Tavoletta (tablet) di Uruk, con foglio Excel dell’epoca…

Che sia un iPad, un pad, uno smartphone o qualche altro nome per indicare la tecnologia di turno non ha importanza: dopo millenni l’umanità è tornata all’origine, è tornata alla tavoletta. Ad una superficie piatta su cui proiettare esattamente la tabula mentale, con tutti i suoi ricordi e tutta la sua descrizione e modello della realtà. Compresi i libri, che oggi molti (tipo me) leggono in abbondanza su questo nuovo formato: rinunciare al contenitore ci permette di aumentare esponenzialmente il contenuto. Socrate non approverebbe, ma tanto non lo saprà mai…

Chiudo dunque il cerchio affrontando la questione sollevata dall’amico redbavon: ai miei figli posso lasciare i libri che ho amato per passare loro questa passione, mentre con gli eBook questo “passaggio” perde di senso. Il digitale è evanescente, si perde il concetto del “tramandare”.

Una risposta facile è anche la meno esplicativa: passare libri ai figli significa passare carta ingombrante, e da anni nel mio blog racconto di “libri infranti”, volumi regalati con tanto di dedica che vengono prontamente gettati via, così come ho testimoniato di intere biblioteche gettate nel secchione, perché è una regola ferrea che ogni collezionista librario è circondato da parenti che getteranno via la sua intera collezione alla prima occasione. Tutto questo è troppo facile, la questione è più sottile.

La questione è che regalare un libro è regalare carta. Nel migliore dei casi, quando cioè si tratti di libri particolarmente pregni, si regala un contagio memetico che si spera attecchirà nella mente del lettore, ma non c’è alcuna sicurezza in questo.
Tutt’altro discorso è regalare una tabula: un tablet con all’interno la propria memoria. Regalare cioè ai propri figli la “tavola della propria memoria”. È come regalare la memoria di Shakespeare, riallacciandosi a Borges, solo che è la propria memoria che si passa ai figli. Non un libro, non cento libri, ma tutti i libri che si è considerati importanti, tutti i documenti, le foto, le tabelle, le schede, gli studi, i grafici, i giochi e le stupidate che hanno formato la propria personalità.

Donare è l’istinto più alto in una persona, ma qual è uno fra i doni più importanti che la nostra cultura cristiana ci ha insegnato? Gesù che dona agli apostoli… cosa? Il suo spirito? No, quello lo dona al Padre quando si ritrova sulla Croce («Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito», Luca 23,46): agli apostoli e, per estensione, a tutti i fedeli dona il proprio corpo e il proprio sangue (Marco 14,22-24), a suggello di un patto. Noi, che valiamo molto meno di Gesù, paradossalmente possiamo andare oltre…

«Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che ognuno di noi, mostrando il proprio iPad o l’hard disk esterno su cui conserva i propri archivi, può sin da ora dire: “Questo è il mio corpus”.»

Con questa citazione di Ferraris chiudo il viaggio nella Memoria esterna che è la nostra anima, quella tavola dei ricordi in cui inseriamo tutto ciò che ci rende ciò che siamo, nel bene o nel male. Non possiamo cancellarla a piacere, come si prefiggeva il povero Amleto, non possiamo salvarla su un formato esterno, come immaginava Clarke e Rucker, ma possiamo donarla come sognò Borges: possiamo donare la nostra intera memoria, fallace come ogni memoria, incompleta e inesatta, come ogni Memoria l’uomo ha cercato di salvare, affidandola a supporti piatti, che fossero di argilla o di cristalli liquidi.

Non possiamo donare il ricordo (mnèmes) né la sapienza (sofìas), ma possiamo donare l’archivio (bibliothèke), e la memoria digitale ci consente teoricamente di donare tutto ciò che abbiamo letto nella nostra vita, o almeno tutto ciò che consideriamo importante tramandare. Che poi dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad accettarlo… be’, questo è un altro discorso.

L.

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Pubblicato da su settembre 18, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (4)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il dio Theuth

Quando si cerca di conservare la memoria con “strumenti esterni”, abbiamo visto, il risultato è sempre o deludente o dannoso: la narrativa fantastica ha scoperto nel futuro ciò che già nel passato affermava Socrate, circa duemilacinquecento anni prima di tutti gli esempi che ho riportato.

Il saggio di Atene raccontava di una leggenda egiziana che aveva sentito, in cui fra le molte invenzioni del dio Theuth – i numeri, il calcolo, la geometria, l’astronomia, il gioco della scacchiera, i dadi e via dicendo – la più dannosa era la scrittura (gràmmata). Il dio andò dal re dell’Egitto Thamus e gli espose tutti i vantaggi di ciò che aveva inventato, e arrivato alla scrittura disse:

«Questa scoperta, o re, renderà gli Egizi più sapienti [sofotèrus] e più capaci di ricordo [mnemonicotèrus]. È stato trovato un rimedio [fàrmacon] che dà ricordo [mnèmes] e sapienza [sofìas].»
(274e, traduzione di Enrico Turolla, Rizzoli 1953)

Queste parole ovviamente scandalizzano il re Thamus tanto quanto Socrate che le sta raccontando. Ecco come risponde il re saggio al dio:

«Tu sei il padre della scrittura; e il tuo amore t’ha fatto dire il contrario di ciò ch’essa può fare. La tua scoperta infatti indurrà nell’anime l’oblio, perché non si farà più esercizio di memoria. Gli uomini, vedi, non ricorderanno più da soli nella loro interiorità; bensì per l’aiuto d’una scrittura esteriore; per mezzo di segni che provengono da fuori.»
(275a)

Socrate non usa questa leggenda egizia per criticare la scrittura, anzi, la considera un ottimo «farmaco non della memoria ma del richiamare alla memoria»: una volta che si è giunti alla conoscenza, è giusto scriverla per fissarla e per rinfrescare la memoria nel tempo. Ciò che inganna è credere che solo dalla scrittura arrivi la conoscenza.

«Ne verranno uomini che nozioni molte anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l’aria di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non saggi.»
(275b)

Socrate sembra aver descritto facebook con due millenni di anticipo!

La scrittura è come la pittura, conclude il filosofo, imita la verità ma non è la verità. Così a leggere il pensiero scritto di un saggio non si diventa sofòn, saggi, ma semplicemente doxòsofoi, letteralmente “portatori di saggezza”.

Spesso commentando questa tematica si è parlato di contrapposizione fra oralità e scrittura, in realtà è una questione molto più sottile: si tratta di interattività. Socrate spiega che se leggi un libro, se cioè leggi la conoscenza che un saggio divulga, non hai possibilità di chiedere spiegazioni, non puoi interrogare il libro se non hai capito qualcosa. E, caso decisamente peggiore, puoi convincerti di aver capito il pensiero dell’autore senza averlo mai interrogato dal vivo, e puoi andare in giro a storpiarne la conoscenza o ad usarla in qualcosa per cui non è adatta.

Insomma, scrivere serve solo all’autore per fissare la memoria, perché la conoscenza si ottiene solo tramite il dialogo. Il problema però… è che questo pensiero di Socrate lo conosciamo perché ce lo racconta Platone nel Fedro (circa 370 a.C.), cioè lo conosciamo perché qualcuno l’ha scritto, qualcuno l’ha riscritto, qualcuno l’ha ricopiato, qualcuno lo ha tramandato, qualcuno lo ha stampato, qualcuno lo ha ristampato e alla fine è arrivato fino a noi, tramite continue ristampe spesso economiche, cioè per le tasche di tutti. Da alcuni anni l’opera omnia di Platone è accessibile in formato digitale economico in modo da risultare fruibile da chiunque, esattamente quello che Platone non avrebbe mai voluto.

Non possiamo più interrogare Socrate né il suo allievo Platone, che sposò in pieno la filosofia del maestro e la tramandò, quindi dobbiamo scendere a compromessi. Non abbiamo più la rosa, abbiamo solo un lontano ricordo del nome della rosa: dobbiamo farcelo bastare.

Socrate ha ragione a dire che scrivere significa estrarre la memoria dalla nostra mente e concretizzarla così che ne rimaniamo privi. Il filosofo sicuramente avrà avuto una memoria formidabile, ma mi sento sicuro nell’affermare che nel mio hard disk ci sono “memorie” che neanche mille Socrati avrebbero potuto gestire. Il problema è se vogliamo sapere a memoria un libro… o leggerne mille senza saperli a memoria. (Non potendo più interagire con gli autori, in ogni caso otterremo solo l’apparenza della conoscenza, stando al filosofo greco.)

Ognuno è libero di fare la sua scelta, ma il genere umano nella sua storia ha sempre inconsciamente optato per la seconda azione.

«Dato che le informazioni possono essere immagazzinate e recuperate in modi assai diversi, abbiamo denominato “Sistema di Memoria Artificiale” (SMA) ogni oggetto materiale creato e utilizzato per registrare, conservare, trattare, trasmettere e leggere informazioni.

Così scrive Francesco d’Errico ne Le prime informazioni registrate, all’interno di “Dal segno alla scrittura” (Le Scienze Dossier n. 12, estate 2002).

Sin dai lontani tempi preistorici l’umanità ha usato le risorse più disparate per “masterizzare la propria memoria”: estrarla dal formato analogico della propria mente – incompleta, immanente e totalmente inaffidabile – e trasformarla nel formato in voga nei vari periodi, cioè qualcosa non solo di concreto e leggibile ad altri, ma anche qualcosa di replicabile. Sin dall’antichità dunque il genere umano ha trasformato il ricordo (mnèmes) e la sapienza (sofìas) in archivio (bibliothèkais).

(continua lunedì: mi serve una pausa per il lungo approfondimento su “Dunkirk” nel Zinefilo, questo venerdì!)

L.

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Pubblicato da su settembre 14, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (3)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

È la scelta dei ricordi che dà la misura di una vita umana, dicevo nel precedente post, e ce lo conferma Rudy Rucker nel racconto “Morte soft” (Soft Death, da “The Magazine of Fantasy and Science Fiction”, settembre 1986; Nord 1994), delizioso gioco di parole con soft-ware. Ricordo che Rucker è diventato famoso proprio con il romanzo Software che ha dato vita alla Tetralogia del Ware: Software (1982), Wetware (1988), Freeware (1997) e Realware (2000).

Il protagonista scopre con sgomento di avere solo tre settimane di vita, e l’essere ricco per una volta non può aiutarlo. Oppure sì? Viene avvicinato da un certo Yung che gli fa avere uno strano biglietto da visita: “MORTE SOFT S.p.A. Conservazione e Trasmissione Scientifica dell’Anima”.

Dietro altissimo compenso – la metà del patrimonio – questa ditta offre l’immortalità al protagonista, perché «l’immortalità è il software.»

«Parlando in astratto, lo schema di informazioni esiste anche in assenza del corpo, ma perché tale schema possa considerarsi vivo, ha bisogno di una sovrastruttura. La sovrastruttura della Morte Soft è costituita da quel computer là fuori. Se vuole, sono in grado di estrarle dal corpo l’intero schema di informazioni software e di codificarlo nella macchina.»
(traduzione di Giampiero Roversi)

Scopriamo che nei server della Morte Soft ci sono tanti altri ricconi che hanno scelto quella soluzione: costretti a rinunciare ad un corpo morente, il loro software senziente vive all’interno di computer. Il protagonista accetta ma scopre che la procedura lo vede molto più protagonista del previsto.

«Solo lei conosce il suo sistema simbolico» gli viene detto, quindi non serve a niente “prelevare” l’intera memoria e immagazzinarla in un computer, come invece faceva Clarke nel 1948: è il soggetto che deve raccontare la sua vita alla macchina in modo che a salvarsi non sia la somma dei ricordi ma solo quello che il soggetto ritiene essere fondante a ciò che egli chiama “se stesso”.

Per le successive due settimane il protagonista parlerà di sé ad una “scatola della vita” – una specie di computer portatile senziente – raccontando tutto ciò che ricorda della propria vita ma soprattutto raccontando ciò che ritiene di aver imparato dalla propria esistenza. Parla dell’infanzia e della maturità, degli amori e degli odi, scoprendo quello che già Borges aveva detto: «La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.» (Ed è curioso che Rucker pubblichi il racconto proprio l’anno della morte dell’argentino.)

Il protagonista di Morte Soft si pentirà del suo gesto, cioè di trasformare la propria coscienza – che risulta essere semplicemente ciò che ricordiamo della nostra memoria – in un freddo software ordinato, visto che è proprio la memoria disordinata a renderci ciò che siamo.
E alla stessa conclusione arriverà Martha (Hayley Atwell), la protagonista dell’episodio 2×01 – “Torna da me” (Be Right Back, 11 febbraio 2013; in Italia, 19 marzo 2013) – della fortunata (anche se ormai irrimediabilmente rovinata) serie televisiva “Black Mirror”.

Martha ha da poco perso suo marito Ash (Domhnall Gleeson) ed è in piena elaborazione del lutto quando sua sorella la avverte di averla iscritta, suo malgrado, ad un servizio molto particolare: un software che mediante l’analisi approfondita di tutte le “tracce” lasciate da Ash nei social network, e-mail e via dicendo, ricostruisce la sua personalità con cui interagire. Non solo per iscritto ma anche per voce.

Fra la notizia di aspettare un figlio che dovrà crescere da sola e il dolore per la perdita, Martha cede e si ritrova ad arricchire il software: ribaltando la situazione di Rudy Rucker la donna comincia a parlare a lungo dei ricordi e delle esperienze: non di se stessa, bensì del marito. E se i “clienti” nel racconto di Rucker vivevano all’interno di un server, nel 2013 la dematerializzazione consente allo sceneggiatore (nonché creatore della serie) Charlie Brooker una battuta azzeccata: per indicare dove si trova, l’Ash digitale risponde

«I’m remote, I’m in the cloud».

Il doppiaggio italiano, messo evidentemente alle strette, non sa come rendere il gioco di parole con cloud e si limita a tradurre

«Sono un sistema remoto: vivo tra le nuvole».

Nei trent’anni che intercorrono fra il racconto di Rudy Rucker e l’episodio di Charlie Brooker il mondo è cambiato profondamente… ma neanche tanto. Non vanno più di moda i server fisici a cui si preferisce il cloud, come se quest’ultimo non fosse il semplice collegamento “etereo” con server fisici.

Il protagonista di Rucker ha un cedimento quando arriva il momento di rinunciare al corpo fisico, mentre l’Ash digitale informa Martha che il passaggio successivo è inserire il software in un hardware: inserire la sua “coscienza digitale” in un corpo fisico. (Curiosamente l’originale parla semplicemente di «another level», un altro livello, ma il doppiaggio italiano preferisce inserire un giudizio di valore: «c’è un livello superiore», come se la fisicità fosse superiore al digitale.)

Martha compra un corpo fisico in tutto e per tutto identico a suo marito, costruito seguendo le foto, i filmati e ogni tipo di ricordo digitale esistente. Una volta inserito il software, la replica è perfetta: Ash è ritornato in vita. Ovviamente non è così, è solo un robot senza personalità che si limita a reagire agli impulsi seguendo ciò che Ash ha lasciato scritto, e che siamo lontani dalla modernità è dimostrato dal fatto che il sintetico chiede a Martha se le farebbe piacere se lui fingesse di mangiare, imitando un comportamento umano. La stessa idea usata da Isaac Asimov negli anni Quaranta per uno dei racconti di Io, Robot.

Salvare la memoria dunque non serve a salvare la personalità, anzi se ci concentriamo solo sulla conservazione dei ricordi rischiamo di perdere la chiave che ci permette di interpretarli, così che in mano non ci rimane altro che parole vuote.
Tutto questo è lontano dalla modernità: tutto questo lo diceva qualcuno già due millenni fa…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (2)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Il celebre scienziato-romanziere Arthur C. Clarke ne “La città e le stelle” (The City and the Stars, 1956; Mondadori 1957; rielaborazione del racconto Against the Fall of Night apparso su “Startling Stories” nel novembre 1948) aveva immaginato la futura città di Diaspar dove tutto viene conservato. Ma proprio tutto.

«In passato gli uomini avevano costruito città, e alcune erano durate secoli, altre millenni, finché il Tempo non ne aveva cancellato perfino i nomi. Solo Diaspar aveva sfidato l’Eternità e si era difesa contro il logorio delle epoche e la decadenza.»
(traduzione di Hilja Brinis)

A Diaspar ci sono strutture che immagazzinano l’intera memoria dei propri abitanti, per preservare l’immagine dei loro ricordi, e queste strutture si chiamano Banche Memoria. Memory Banks oggi è un termine noto che ci ritroviamo ad usare per indicare le molte e varie forme di conservazione dei dati informatici che abbiamo a disposizione, ma nel 1948 Clarke è stato un pioniere nell’utilizzo del termine. Paradossalmente molto tempo prima che venisse adottato dall’informatica divenne una delle parole chiave delle “scienze alternative”.

«L’immaginazione include impressioni visive, olfattive, gustative, sonore, in breve tutte le possibili percezioni. Sono impressioni fabbricate in base a modelli giacenti nei depositi della memoria [memory banks] combinati tramite idee e costruzioni concettuali.»

Questo brano è tratto da “Dianetics. La forza del pensiero sul corpo” (Dianetics: The Modern Science of Mental Health, 1950) di L. Ron Hubbard, ottimo scrittore di fantascienza passato alla molto più remunerativa religione. Con la progressiva distribuzione delle sue idee il concetto di memory banks passa ad altre “filosofie” e “religioni” alternative: fino almeno agli anni Ottanta che si parlasse di vita oltre la morte – con la sopravvivenza della memoria oltre il corpo – o di auto-consapevolezza del potere della propria mente, le memory banks di Clarke fanno spesso capolino.

Il primo ad usare l’espressione
memory banks in “Star Trek”

L’unico ambito scientifico (per così dire) in cui l’espressione è usata risale al 1966, quando un misterioso naufrago sale a bordo dell’astronave Enterprise e racconta di essere cresciuto da solo su un pianeta, imparando a parlare ascoltando le voci registrate in memory banks (ma il doppiaggio italiano preferisce «diario di bordo»). Sto parlando dell’episodio 1×02 (o 1×08) della primissima serie televisiva “Star Trek“, risalente al 15 settembre 1966.

L’espressione la si può ritrovare in altri episodi e tredici anni dopo la usa lo scrittore Alan Dean Foster quando scrive il romanzo “Star Trek. The Motion Picture” (1979; Mondadori 1980) tratto dal proprio soggetto cinematografico, firmandosi però Gene Roddenberry.

«La grande macchina Vejur si accorse appena dell’inezia che aveva toccato la sua mente. Ma poiché il Creatore gli aveva comandato di registrare tutte le esperienze, grandi o piccole che fossero, Vejur esaminò attentamente l’insignificante presenza che era penetrata nei suoi banchi di memoria [memory banks].»
(traduzione di Mario Galli)

Il termine è ampiamente attestato nell’universo espanso di Star Trek, venendo citato in un gran numero di romanzi di ogni età.

Tutto questo può sembrare una digressione, invece se torniamo alla futura città di Diaspar immaginata da Clarke scopriamo che sono tutti frutti dello stesso albero: cioè del concetto platonico secondo cui ciò che noi chiamiamo realtà è solo una proiezione di forme custodite altrove. Magari in Banche Memoria…

A forza di chiamarlo “mondo delle idee”, abbiamo perso il concetto originale del termine idèa usato da Platone, credendo che esso indichi la verità più profonda delle cose, quand’è esattamente il contrario: idèa significa “forma esteriore”. Non stupisce dunque che Clarke immagina che le forme dei palazzi della città cambino in continuazione secondo i gusti degli abitanti, seguendo schemi già presenti nelle memory banks.

«Come tutto ciò che esisteva a Diaspar, non si sarebbero mai logorati, né avrebbero subito alcun cambiamento a meno che il loro modello-base non fosse stato cancellato da un atto cosciente di volontà.»

Oltre alle “istruzioni” per le sue strutture, in queste Banche Memoria vive anche la maggioranza degli abitanti della città, in stasi e in attesa di un ricambio che permetta alla popolazione di non ristagnare mai.

Quasi ogni abitante eterno (o supposto tale) della città passa un proprio periodo artistico e si mette a dipingere. Ognuno poi espone le proprie opere per strada in modo che i passanti le ammirino e le giudichino, lasciando un voto in un sistema che anticipa di molto facebook: un’altra delle tante invenzioni di Clarke che poi hanno visto la luce. L’opera che riceve più voti positivi (oggi diremmo like) ha l’onore di essere inserita nelle Banche Memoria della città, così da rimanere per sempre nell’immaginario collettivo degli abitanti che, se vogliono, possono in futuro ricrearla.

E le opere che non piacciono? Qui Clarke è taglientissimo:

«Le opere di minore successo seguivano il destino di tutti i quadri sfortunati. O venivano dissolte nei loro elementi originali, o finivano nelle abitazioni degli amici dell’artista.»

Come ogni ricostruzione futuristica di città perfetta, la trama prevede che il giovane protagonista faccia di tutto per fuggire e andare alla scoperta di uno stile di vita più “naturale”, che di solito corrisponde a quello del lettore della storia.

Al di là di questo, Clarke sembra fiducioso che la fedele registrazione e relativa conservazione dell’immagine dei ricordi in Banche Memoria garantisca un risultato più costruttivo di quanto pensi Borges. Immagina cioè una popolazione che ha raggiunto l’immortalità perché ogni individuo registra i propri ricordi passandoli ad un altro: i corpi sono intercambiabili ma la memoria rimane.
Forse Clarke riesce a far funzionare il sistema perché nella sua Diaspar più che una registrazione totale dei ricordi c’è una certa scelta. Ed è la scelta che dà la misura di una vita umana, come ci spiegherà un autore molto diverso.

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 12, 2017 in Indagini

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (1)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Una notte Jorge Luis Borges ricevette in sogno la memoria di Shakespeare.

Si trovava nel Michigan per un giro di conferenze su suolo americano e, stando a quanto racconterà nel 1979 all’intervistatore Antonio Carrizo (in Borges el memorioso, 1983), in realtà sognò semplicemente una frase: «Ti vendo la memoria di Shakespeare». Folgorato da questa idea regalatagli dall’Ispirazione, il Maestro di Buenos Aires si mise a scrivere «un racconto fantastico, nel quale un erudito riceve la memoria di Shakespeare, ma che non gli serve a nulla», come racconta all’intervistatore Costanzo Costantini nel 1981 a Roma (in Jorge Luis Borges, Sovera 2003).

Ad Harold Alvarado Tenorio, che lo intervista per un pezzo apparso sul quotidiano colombiano “El Tiempo” solo il 18 ottobre 1981 (raccolto in Io, poeta di Buenos Aires, Datanews 2006), anticipa entusiasta: «Sarà il mio miglior racconto, come lo sono tutti i miei racconti prima di essere scritti, un racconto fantastico». Il risultato non fu all’altezza delle aspettative.

L’amico Alberto Manguel, che gli fu vicino fino alla fine, in Con Borges (2004, Adelphi 2005) racconta:

«Negli ultimi anni della sua vita cercò di scrivere un racconto intitolato La memoria di Shakespeare (che finì col pubblicare, giudicandolo però sempre inferiore a ciò che aveva in mente)».

Il racconto è l’ultimo che Borges scriverà, ed appare il 15 maggio 1980 sul giornale di Buenos Aires “Clarín”: ristampato in edizione privata nel 1982, riappare solo come conclusione della raccolta postuma Obras completas (1989). Paradossalmente sarà dimenticato in Italia – malgrado parli di memoria – e vedrà la luce solo nel 2004, in appendice a Il Libro di Sabbia (Adelphi) con la traduzione di Ilide Carmignani.

Borges era il peggior detrattore di se stesso quindi anche se il racconto non soddisfa gli alti standard letterari dell’autore rimane comunque un’ulteriore prova del suo sottile genio.

Siamo in un convegno shakespeariano e il protagonista incontra il misterioso Daniel Thorpe: nel 2004 l’ottimo curatore Tommaso Scarano ci indica l’evidente richiamo a Thomas Thorpe, il primo editore dei sonetti di Shakespeare.

Dopo una discussione su quanto sia impossibile donare oggetti eccezionali – come per esempio l’anello di Salomone – Thorpe invita il protagonista nella sua stanza e gli fa un’offerta incredibile:

«Le offro la memoria di Shakespeare dai più remoti giorni dell’infanzia fino agli inizi d’aprile del 1616.»

Spiega che quando era medico militare un soldato agonizzante usò il suo ultimo fiato per donargli questa memoria. Thorpe, per non scontentare un uomo morente, accettò, convinto che a parlare fossero solo la febbre e l’agonia, ma il risultato ha ovviamente dell’incredibile.

«Ora possiedo due memorie. La mia personale e quella di Shakespeare, che in parte io sono. Ma forse è meglio dire che due memorie mi possiedono. C’è una zona in cui si confondono. C’è un volto di donna che non so a quale secolo attribuire.»

Il protagonista, che ha votato la propria vita al Grande Bardo, non ha alcuna esitazione quando Thorpe gli ribadisce l’offerta, ed esclama a gran voce:

«Accetto la memoria di Shakespeare.»

Lascio al lettore curioso andare a scoprire come il protagonista rimarrà deluso di questo dono eccezionale, scoprendo che la genialità letteraria che lui amava di Shakespeare non risiedeva certo nella sua semplice memoria. Ciò che conta è una delle disincantate constatazioni del protagonista:

«La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.»
(La memoria del hombre no es una suma; es un desorden de posibilidades indefinidas)

Eppure decenni prima qualcuno era giunto a tutt’altre conclusioni…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 11, 2017 in Indagini

 

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Leggere: il futuro digitale (2001)

Tutti sappiamo cos’è successo l’11 settembre 2001, e come sempre quando avviene una grande disgrazia tutto ciò che l’ha preceduta, e che non ha alcun legame con essa, viene dimenticato.
Dieci giorni prima dell’evento che ha segnato l’infausto inizio del millennio è morta in un incidente aereo Aaliyah, nuova promessa dell’hip pop subito approdata in grandi produzioni cinematografiche che anche in Italia stavano riscuotendo un minimo di interesse. Nessuno si è accorto della sua morte, come il 3 luglio scorso temo non abbia ricevuto l’omaggio che meritava la scomparsa della tedesca Solvi Stubing, che ha avuto la sfortuna di morire insieme a Paolo Villaggio…

Dove voglio arrivare con questa lugubre premessa? Al fatto che davvero pochi hanno notato una previsione sull’editoria digitale, lanciata sul “The New York Review of Books” il 5 luglio 2001, e nei mesi successivi davvero a pochi è importata la questione.
Eppure quel giorno il 73enne editore Jason Epstein è riuscito a scrivere un testo tanto lungimirante quanto fuori tema, tanto illuminato quanto ingenuo: a più di quindici anni di distanza quella previsione riesce ad essere azzeccata quanto sballata…

Epstein scriveva quando i libri digitali si potevano leggere unicamente sullo schermo del PC di casa, o al massimo del PC della biblioteca locale: non certo una valida alternativa al cartaceo. Chi mai sarebbe stato così pazzo da leggere libri seduto davanti al PC? (Io, ovviamente, che li leggevo in quel modo già dal ’99, ma questa è un’altra storia.)
Eppure un addetto ai lavori come Epstein non può fare a meno di notare che è quello l’andazzo, che tutti i fattori indicano che l’editoria digitale non è un campo da ignorare o disprezzare. Così cosa pensa? Vaticina un futuro molto simile a quello che si è avverato.

«Il coincidere di Internet con la trasmissione istantanea e il recupero del testo digitale è un evento epocale, paragonabile all’impatto dei caratteri mobili di stampa sulla civiltà europea di mezzo millennio fa, ma con implicazioni che coinvolgono il mondo intero. Nel futuro digitale, gruppi di scrittori, editor, pubblicisti e manager di siti Web ovunque nel mondo si uniranno per fondare le proprie società editoriali Web-based e vendere direttamente i loro libri ai lettori.»
(da Cultura Digitale, traduzione di Delfina Vezzoli)

L’editore immagina un futuro di libri digitali da stampare on demand. Liberi dalle pastoglie degli editori e dei distributori, coi loro mille difetti e costi, gli autori pubblicano direttamente in digitale e vendono personalmente in tutto il mondo. (Chi scrive è un anglofono, e come tutti gli anglofoni è sinceramente convinto che in tutto il mondo si parli inglese!)
Chi dall’altra parte del mondo compra il libro, lo fa in digitale così risparmia un bel po’ di soldi. Poi si reca sotto casa dove si sarà aperto uno dei nuovi negozi immaginati da Epstein… e se lo fa stampare in una copia del tutto indistinguibile da un libro “classico”. Questo azzera l’ingente e annoso problema dei resi – peste nera dell’editoria di cui gli idealisti e gli autori troppo spesso ignorano l’esistenza – e spazza al suolo la mafia della distribuzione: chi vuole va a stamparsi il libro e il costo – acquisto più stampa – sarà sempre inferiore ad una tiratura cartacea a cui vanno aggiunti i costi di distribuzione, spedizione e mille altri fattori.

È innegabile che in pratica Epstein abbia anticipato ciò che oggi avviene con le case editrici digitali.
Io, che sono un autore auto-pubblicato, metto il mio libro digitale disponibile alla vendita in tutto il mondo, grazie ad un intermediario che si trattiene una percentuale a copertura dei costi, e chi compra il mio libro se vuole può farselo stampare. Non esistono i negozi immaginati da Epstein (che io sappia), ma è la casa editrice stessa a offrire il servizio: tutti i miei libri – nati e venduti in digitale – possono essere acquistati in copia cartacea: a casa vi arriverà un libro, non un eBook. (Dubito però che il libro stampato sia qualitativamente simile a quella di un libro “vero”.)
Quindi Epstein è stato un Nostradamus dell’editoria? Non proprio, perché è partito da un presupposto sbagliato: che la gente volesse leggere.

Dal 2001 ad oggi la discesa a picco dei lettori ha combaciato con l’impennata svettante degli autori: tutti scrivono, ma nessuno legge. Il digitale è comodo perché abbatte i costi di produzione, ma stampare un eBook su carta non ha senso: semplicemente perché chi compra un eBook non ha bisogno di carta.
Chi esalta “l’odore della carta” spesso non è un lettore attivo: ama l’oggetto libro, non la lettura, quindi chi esalta tanto il cartaceo di solito non compra libri, o non ne compra tanti da avvertire il problema del cartaceo. Chi compra eBook legge, e legge tanto, quindi si è abituato alla comodità dello schermo – smartphone o tablet che sia – e non sente minimamente bisogno di alcuna stampa.

Magari sono troppo integralista e siamo ancora in una fase di passaggio che dia ragione ad Epstein, ma dubito che ci sia un numero importante di persone che compra libri in digitale e poi se li fa mandare a casa in forma cartacea…

L.

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Pubblicato da su luglio 26, 2017 in Recensioni

 

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