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[Pseudobiblia] Libri falsi sparsi (2)

Gli pseudobiblia sono ovunque, di “libri falsi” ne è pieno il piccolo e grande schermo, ma non sempre hanno un peso sostanzioso nella storia narrata: a volte è un semplice condimento. Ecco dunque titoli sparsi, con poco peso ma tanto divertimento.


Una foto di copertina per nulla impostata

Alice (Anaïs Demoustier) viene assunta dal sindaco di Lione Théraneau (Fabrice Luchini) per suggerirgli delle idee, ma soprattutto per attuare il titolo “Alice e il sindaco” (Alice et le maire, 2019), scritto e diretto da Nicolas Pariser (in DVD 2020 e disponibile su Prime Video)
Théraneau prima di essere sindaco si sente filosofo politico e ha scritto un libro – “Encore et toujours plus (de progrès)!“, che tradotto con Google Translate è “Ancora e sempre di più (progresso)!” – che nel film non sembra piacere a nessuno… men che meno al suo autore!

Non si legge la pseudo-trama, ma giusto per completezza

Il film è uno di quei prodotti francesi che credevo non esistessero più, quelli che parlano di politica e del ruolo degli intellettuali nella società contemporanea, approfittando di un canovaccio appena accennato che solo vagamente potrebbe sembrare un film. Non sembri una critica, il cinema intellettuale “parlato” è ormai una rarità e merita di essere gustato, nel rumore di fondo.


Cucina e ammmòre

Il filmetto romantichello “Cucinare con amore” (Cooking with Love, 2018) di Jem Garrard, beccato su TV8 il 6 giugno 2020, mi ha fatto credere in una nuova chicca libraria invece c’è solo una veloce citazione di un libro – “Piatti rustici a chilometro zero” (Rustic Plates: Farm to Table) – scritto dal protagonista chef Steven Harris (Brett Dalton), due stelle Michelin.

Due attori di profondo spessore…

La direttrice televisiva Kelly Mader (Ali Liebert, che abbiamo conosciuto come libraia in A Gift to Remember) deve sostituire al volo una cuoca toffolosa di un programma per bambini e si ritrova a gestire lo scorbutico cuoco stellato, cattivissimo. Ovviamente l’ammmmòre farà il resto.

Tie’, pure autografato, che vale di più

Purtroppo lo pseudobiblion appare solo in due fotogrammi, è davvero  buttato via senza impegno.


Uno scaffale particolarmente… canino!

Per il mio speciale sugli “Eroi della Z” mi è capitato un episodio della serie TV “X-Files” (6×16, Alpha, 28 marzo 1999) dove di sfuggita viene inquadrato uno scaffale con dei libri scritti da uno dei personaggi della storia, la specialista in cani Karin Berquist (Melinda Culea).
Eccome come vengono chiamati nel doppiaggio italiano:

  • Il lupo, questo sconosciuto” (The Wolf Inside)
  • I cani non mentono” (Dogs Don’t Lie)
  • Migliori degli umani” (Better Than Human)

Purtroppo è giusto una vaga citazione.

Una curiosità. L’ultimo libro a destra, nella foto, è “Liar’s Poker” (1989), biografia dello speculatore di Wall Street Michael Lewis, che la LUISS ha portato in Italia solo nel 2018 con il titolo Il gioco dei bugiardi. Come sopravvivere a Wall Street: che c’entra al fianco di libri sullo studio di cani e lupi? Che sia un sottile richiamo… a un lupo di Wall Street?

L.

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Pubblicato da su giugno 26, 2020 in Pseudobiblia

 

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Libri da ardere (In ricordo di Zafón)

Il 19 giugno scorso ci ha lasciati il romanziere Carlos Ruiz Zafón a causa del Gran Male. Per l’occasione il ricordo dei giornalisti è stato ovviamente per “L’ombra del vento” (La sombra del viento, 2002), definito (forse in modo esagerato) come uno dei migliori romanzi degli ultimi decenni: ho molto amato quel libro.

Nel 2010 ero completamente perso nel mio lungo viaggio negli pseudobiblia, scoprendo un gioco infinito spalmato su cinquecento anni di letteratura. Avevo una rubrica su ThrillerMagazine.it chiamata appunto “Pseudobiblia. Storie di libri che non esistono” dove raccontavo il frutto delle mie ricerche: appena scoperto che uno scrittore di Barcellona aveva pubblicato la storia di un “libro falso” e delle vite che lo circondano… potevo rimanere indifferente?

All’epoca andavo a lavoro in treno, il che significava lunghe attese alle stazioni e lunghi viaggi su un “vagone da pendolari”: in linguaggio ferroviario significa “vagone che conta meno di zero quindi il primo che chiede la precedenza la ottiene”. Non stupisce che leggevo in media dai cento ai centoventi libri l’anno. (Anche perché non avevo centinaia di articoli da scrivere!)
Il ricordo più caro de L’ombra del vento è alla Stazione Tuscolana di Roma, un sabato mattina in cui il treno proprio non ne vuol sapere di passare e questo mi rincuora: soon felice del ritardo perché così posso finire entro la settimana una lettura che mi ha appassionato nei giorni precedenti.

Stavo lì, seduto su una scomoda panchina di ferro a tenere in mano un fascio di fogli con stampato, in corpo ridotto, la parte finale dell’eBook del libro – quando ancora non esistevano gli eBook – e mordevo il freno per la fine della vicenda. Questo non vuol dire che L’ombra del vento sia un romanzo unico, è una normalissima storia d’amore da feuilleton che per sua natura ti appassiona e ti tiene col fiato sospeso. Ma il tutto è arricchito da uno pseudobiblion e soprattutto da qualcuno che vuole bruciare i libri. Perché da che esistono i libri, c’è sempre qualcuno che vuole bruciarli.

Quando trovai altri esempi di storie di libri arsi, pensai di inserire il romanzo di Zafón nello speciale che recupero in omaggio all’autore scomparso.


Libri da ardere

da ThrillerMagazine.it
20 aprile 2010

Triste destino quello degli pseudobiblia: per giustificare il fatto che in realtà non esistono, dopo un intero romanzo in cui vicende umane si intrecciano intorno a loro, ecco che arriva il fuoco a rimettere le cose in ordine. Lo abbiamo già visto con il rarissimo secondo libro della “Poetica” di Aristotele, creato da Umberto Eco per il suo romanzo “Il nome della rosa”: sia il libro che un’intera biblioteca svaniscono fra le fiamme di un’implacabile realtà, che non ne vuol sapere di accettare l’esistenza di libri falsi.
Quelli qui presentati sono altri tre esempi di pseudobiblia finiti in cenere, gli ultimi due accomunati anche da un altro elemento, ma andiamo con ordine.

Nel 1994 il più imponente attacco alla bibliofilia arriva da una breve pièce teatrale pubblicata anche in libreria, “Libri da ardere” (Les Combustibles), a firma della belga Amélie Nothomb.

Siamo in un non meglio specificato futuro, dove i sopravvissuti ad un olocausto vivono al freddo ed al gelo delle città. La civiltà, come noi la conosciamo, non esiste più, né tutti i servizi che essa offriva: primo fra tutti il riscaldamento.
L’autrice ci presenta solo tre personaggi (il professore, Daniel e Marina) come simbolo dell’umanità sopravvissuta che tenta disperatamente di continuare a vivere, e soprattutto di non perdere l’“umanità”. Ma non è facile quando il freddo attanaglia il corpo, e tutto il combustibile in giro è stato usato e finito… O forse no?

MARINA: Professore, la stufa si è spenta.
IL PROFESSORE: Lo so, Marina. Non ho più niente da bruciare.
MARINA (guardando la libreria): E quelli?
IL PROFESSORE: Gli scaffali? Sono di metallo.
MARINA: No, i libri.
(Silenzio imbarazzato).
DANIEL: Non è roba da ardere, Marina.

Marina propone l’improponibile, l’inammissibile: bruciare i libri per riscaldarsi! Non solo i bibliofili sentirebbero la pelle accapponarsi, ma anche tutti quelli che sanno bene che i libri sono gli scrigni nei quali è racchiusa l’umanità, la prova che l’Uomo è esistito, nel bene e nel male, e che ha saputo lasciare traccia di sé. Bruciare un libro significa soddisfare un futile ed assolutamente temporaneo bisogno personale (riscaldarsi) ma anche distruggere l’umanità universale… Però il freddo attanaglia le membra, e non è così facile resistere.

Il professore, ovviamente, è contrario in modo fermo a questo “immondo falò”, arrivando a proporre di bruciare Marina stessa, che «non è di alcuna utilità»!
È addirittura contrario a bruciare “Il ballo dell’osservatorio”, detestata opera dell’ancor più detestato scrittore Blatek: per quanto il professore odi questo libro non può concepire di bruciarlo… perché ha passato la vita professionale ad imbastire lezioni universitarie per criticarlo, e se quello svanisse la sua vita sarebbe stata allora inutile…

Sappiamo che Il ballo dell’osservatorio è «una splendida storia d’amore fra due adolescenti», i quali si conoscono ad un corso di improvvisazione. Non sappiamo altro di questo pseudobiblion, se non che – nella sua “stupidità” – è sicuramente più ricco di valore artistico della vita reale.

Per tutta la vicenda il libro rischierà di essere bruciato, un’opera considerata insulsa dal professore ma che potrebbe riscaldare tutti per un po’. Cosa è più importante? Il valore “concreto”, materiale dei libri, la loro funzione nella realtà – e quindi è più che giusto sacrificarli per ottenere calore – oppure il loro valore intrinseco, slegato all’apparenza dalla realtà ma sua base fondante – e quindi è preferibile morire ma lasciare traccia di sé tramite questi?

Ai lettori di “Libri da ardere” scoprire la scelta dell’autrice…


«Ma perché un autore dovrebbe privare i lettori della possibilità di comprare il suo libro?» si chiede il protagonista de “L’ultimo libro” (2008) di Zoran Živković. Eppure gli pseudobiblia qui di seguito presentati hanno un destino comune, oltre a quello di finire in fiamme: è il loro autore a volerli bruciare, dopo averne recuperate tutte le copie esistenti, usando anche maniere violente se i relativi proprietari si oppongono.

Franz Westen nota due libri su una scrivania. «Quello che stava sopra, rilegato in tela color grigio sporco, era aperto al frontespizio, su cui si leggeva, nella composizione grafica e nei caratteri utilitaristici che lo qualificavano come un prodotto di fine Ottocento (il cattivo lavoro di un cattivo tipografo, senza alcuna preoccupazione di ordine artistico): “Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica”, di Thibaut De Castries». Stiamo parlando di “Nostra Signora delle Tenebre” (Our Lady of Darkness, 1978) di Fritz Leiber, e lo pseudobiblion in questione è fatto risalire al 1890.

Il titolo si riferisce alla tecnica di predire il futuro mediante la lettura delle grandi città.

«Predire il futuro e varie altre cose. E, a quanto pare, servirsi di questa conoscenza per fare magia. Anche se De Castries la definisce “una nuova scienza”, come se lui fosse un altro Galileo. Comunque, De Castries era molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città. E per l’“olio di carbone” (gasolio) e per il gas naturale. E anche per l’elettricità».

Non si sa niente del suo autore, ma il libro è più

«un diario di fogli bianchi, di carta di riso, sottile come la carta velina, ma più opaca, rilegato in tessuto di seta a coste che doveva essere color rosa tea, prima di sbiadire. Gli appunti, scritti con una stilografica dalla punta molto fine, e con un inchiostro viola, occupano circa un quarto del volume. Le altre pagine sono in bianco.»

Merita ora d’essere citato un estratto del Megalopolisomanzia:

«In ogni periodo storico ci sono sempre state una o due città appartenenti al genere mostruoso, come Babele ovvero Babilonia, Ur-Lhassa, Ninive, Siracusa, Roma, Samarcanda, Tenochtitlan, Pechino; ma noi viviamo nell’epoca delle metropoli (o delle necropoli), in cui queste maledizioni gravide di disastri sono numerose e minacciano di congiungersi e di avviluppare il mondo nella sostanza funebre ma multipotente delle città. Abbiamo bisogno di un Pitagora Nero perché spii la maligna disposizione delle nostre mostruose città e i loro immondi canti urlati, così come il Pitagora Bianco spiava la disposizione delle sfere celesti e le loro sinfonie cristalline, venticinque secoli fa.»

Il Megalopolisomanzia diverrà vittima di un destino molto comune fra gli pseudobiblia: il fuoco! «Nei suoi ultimi anni di vita, – viene raccontato a Franz – De Castries ha cambiato idea e ha cercato di rintracciarne tutte le copie, per bruciarle. E c’è riuscito! Quasi. Si sa che si è comportato in modo assai vendicativo nei confronti delle persone che si rifiutavano di cedere la loro copia. Per la verità, era un vecchio odioso e aggiungerei (anche se detesto i giudizi morali) malvagio. Comunque, quella sera non mi è sembrato il caso di dirti che possedevo quella che allora ritenevo l’unica copia superstite del libro.»

Una curiosità: il protagonista del romanzo di Leiber è convinto che il testo di De Castries fosse finito nelle mani dello scrittore e poeta Clark Ashton Smith, il quale ne avrebbe tratto spunti per i suoi lavori. Di sicuro è un gioco stuzzicante immaginare che uno libro inesistente sia finito nelle mani di un autore esistente, il quale a sua volta l’abbia usato per creare libri inesistenti! Smith, sicuramente influenzato dall’amicizia con H.P. Lovecraft, è stato autore di pseudobiblia come il famoso Libro di Eibon, di cui si è precedentemente parlato in questa rubrica.


«Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati»: così inizia il meraviglioso romanzo di Carlos Ruiz Zafón, “L’ombra del vento” (La sombra del viento, 2001). L’opera dell’autore spagnolo rappresenta uno dei rari casi di pseudobiblia “europei”, e sicura fra i più “bibliofili”.

Come si diceva, la storia inizia quando il protagonista fa la conoscenza della più bella pseudobiblioteca dopo quella di Babele di borgesiana memoria.

«Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalle geometrie impossibili. Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando. “Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel.”»

È assolutamente necessario lasciare la descrizione di questo posto alle parole del padre di Daniel:

«Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. […] Nessuno sa con certezza da quanto tempo esista o chi l’abbia creato. Ti posso solo ripetere quello che mi disse mio padre: quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro viene cancellato dall’oblio, noi, i custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno. Adesso hanno soltanto noi, Daniel.»

Questa novella ed affascinante Biblioteca di Babele sembra nata per accogliere pseudobiblia, ed è proprio uno di questi che viene affidato alle cure del giovane Daniel: si intitola L’ombra del vento ed è firmato Julián Carax.

«Si tratta di uno dei duemilacinquecento esemplari pubblicati nel 1936 a Barcellona dalla casa editrice Cabestany. […] Ma l’edizione originale non è questa, bensì quella uscita a Parigi nel novembre del 1935 per i tipi di Galliano & Neuval.» Queste brevi note editoriali non basteranno ad inquadrare un libro assolutamente sfuggente, che ha in più una particolarità… sta letteralmente svanendo! «“Sai quante copie come questa ci sono sul mercato?” “Migliaia, immagino.” “Nessuna” precisò Barceló. “Eccetto la tua. Tutte le altre sono state bruciate.”»

Ma chi è che si è preso la briga di bruciare tutte le copie de L’ombra del vento? Daniel incontra subito il misterioso “distruttore”: è Julián Carax in persona! È l’autore del libro che ha passato la vita a recuperare quasi tutte le copie della propria opera. Per farne cosa?, gli chiede il giovane protagonista: «L’unica cosa che si deve fare, Daniel» è la risposta di Carax «Bruciarli».
Il motivo che spinge Carax a cercare e bruciare i propri libri sta tutto nella storia de L’ombra del vento, contenuta a sua volta ne L’ombra del vento di Zafón, come un gioco di scatole cinesi.

Perché forse questa è la storia umana, come diceva Carlyle: un’infinita storia nella storia, a cui tutti contribuiscono… ma qui siamo in piena Accademia Pessoa, e questa è un’altra storia…

L.

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Pubblicato da su giugno 22, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] The Michaels (2014)

Nella mia quotidiana e instancabile “caccia ai titoli italiani”, il 20 maggio 2020 ho beccato su TV8 “Cercasi Michael disperatamente” (The Michaels, 2014) di Bradford May, uno dei miliardi di filmetti romantichelli trasmessi dal canale ogni giorno. Per pochi secondi ho perso il titolo, quindi la caccia è stata vana, ma poi dopo un po’ mi rendo conto che uno dei protagonisti è uno scrittore, e mi sono detto: vuoi vedere che ci scappa fuori qualche ghiotto pseudobiblion?

La storia verte su Katherine Bixby (Larisa Oleynik), rampante avvocatessa divorzista che non crede più nell’amore – deliziosi due suoi clienti particolarmente combattivi, Elliott Gould e Beverly D’Angelo in una divertente comparsata nel ruolo di due coniugi che si azzuffano durante il divorzio – finché la sua amica del cuore la trascina da una manicure che si dice abbia poteri medianici. La donna non ne ha, è subito specificato, ma sa che alle clienti piace credere alle profezie.
Katherine è una donna moderna, quindi dice di non credere alle maghe ma ovviamente ci crede con tutta se stessa. La maga-manicure fa un po’ di scena, poi le casca l’occhio su una rivista di gossip dove c’è un tizio di nome Michael e lancia la sua previsione: “Ti metterai con un uomo di nome Michael”.

Da qui parte la storia romantichella frizzante con Katherine che subisce l’azione della sua amica, che inizia a farla uscire con uomini discutibili ma che si chiamano Michael. Poi il registro cambia e si passa all’unica trama nota agli anglofoni: una donna che deve decidere fra due uomini, parimenti belli, parimenti affermati, e parimenti innamorati di lei. Ah, quanta originalità!
Dal passato arriva Michael, bello come il sole e avvocato per le giuste cause. Sembra l’uomo giusto, ma non sembra gradire le schizzate e irritanti serate che organizza Katherine per metterlo alla prova. No, l’uomo giusto si è capito dall’inizio del film: è Tom Stanfield (Brant Daugherty), che però si chiama appunto Tom. La nostra Katherine saprà andare contro la potente previsione della maga? Tranquilli, Tom ha un cane di nome Michael…

Scommettiamo che il Michael giusto… si chiama Tom?

Ciò che qui interessa è che Tom Stanfield ha appena pubblicato un libro dove ha riversato tutto il suo dolore per l’amata moglie morta, condividendo il suo dolore zuccheroso con frasi tali che farebbero perdere la pazienza pure a Buddha. Tom è di una bontà che ti vien voglia di picchiarlo.

«Posso dire quanto sia stato incredibilmente coraggioso averlo scritto? È già difficile dire a qualcuno quello che senti, figuriamoci al mondo intero.»
«Quando ami qualcuno così tanto, non è coraggioso: è necessario.»

Le lettrici fanno a botte per il “cuore aperto” di Tom

Dunque l’insopportabilmente buono Tom ha scritto “An Open Heart“, ha aperto il suo cuore scrivendo pura melassa, di quella che fa impazzire le lettrici. Una delle quali commenta ad una sua amica:

«Se dovessi sposarmi e poi morire tragicamente, vorrei che mio marito scrivesse un libro come tributo alla mia vita.»

Il primo vero successo di Tom come autore

Questo però è solo il secondo libro di Tom, perché il suo vero debutto è stato “Il diario” (The Diary): morta la moglie, ci spiega una lettrice, Tom è andato a leggersi il di lei diario scoprendo l’inaspettato.

«Si rese conto che di tutte le cose che credeva di aver sbagliato a lei non importava: quando lui lavorava troppo, litigavano perché ciò che davvero conta sono le piccole cose.»

Quale marito non leggerebbe il diario della moglie per capire dove lui ha sbagliato?

L’insopportabilmente buono Tom

Tom e Katherine sono i testimoni di nozze dei loro amici – che come ogni altro americano della storia vuole andare in viaggio di nozze a Parigi, non esistendo altre città in Francia – quindi dovranno stare a contatto per tutta la vicenda, finché la protagonista non capirà che il Michael della sua vita… si chiama Tom!

Un frizzante romantichello che va per la sua strada senza scossoni, e che almeno ci regala due ghiotti pseudobiblia che grondano amore zuccheroso da ogni pagina.

L.

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Pubblicato da su maggio 29, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Libri falsi sparsi (1)

Gli pseudobiblia sono ovunque, di “libri falsi” ne è pieno il piccolo e grande schermo, ma non sempre hanno un peso sostanzioso nella storia narrata: a volte è un semplice condimento. Ecco dunque titoli sparsi, con poco peso ma tanto divertimento.


Volete abbracciare il Diavolo? Ecco il libro che fa per voi

L’altro giorno mi è capitato di rivedere “La mossa del diavolo” (Bless the Child, 2000; in DVD Medusa 2010) di Chuck Russell, uno di quei tristissimi film satanici che hanno infestato gli anni a cavallo del nuovo millennio, e come quelli senza assolutamente nulla di nuovo da dire sull’argomento. Peccato, perché l’inizio era intrigante, ma poi tutto scade nella barzelletta che non fa ridere.

Quando c’è un cattivo, state tranquilli che è britannico

Si sa che il cattivo nei film americani deve avere un accento strano, quindi di solito è britannico: qui abbiamo il perfido Eric Stark (Rufus Sewell) che ha fondato una sua setta e ovviamente nel suo palazzo trovi il banchetto con il suo libro: “Do What You Will, Will What You Do“, che non viene citato nel doppiaggio quindi non abbiamo una versione italiana: credo si possa azzardare un “Fai quel che vuoi, vuoi quel che fai”, o roba simile. Un libro di auto-aiuto per diventare satanici!

Voglio dimenticare questo film, ma non ci riesco…

Come detto, il libro è mostrato solo nei fotogrammi qui ritratti, e non ha alcuna importanza nella vicenda.


“Stregoneria”, un titolo semplice ma efficace

Sempre in campo satanista c’è “Rosemary’s Baby” (1968) di Roman Polanski (in DVD Universal 2001), fedele versione filmica dell’ottimo romanzo di Ira Levin.

Questo “Witchcraft” di Stella Lauden dovrebbe essere un libro falso, visto che non sembra esistere al di fuori del film, comunque per il resto dei film “nascosti” nella pellicola di Polanski rimando al blog Libri nei film.


Tutto ciò che si sa di Harold Alcott

Nutrivo molte speranze da “Matrimonio con l’ex” (The Wilde Wedding, 2017) di Damian Harris (in DVD Universal 2018) soprattutto per via del cast e perché Patrick Stewart interpreta il romanziere Harold Alcott. Sicuramente ci sarà qualche deliziosa pennellata pseudobiblica… invece zero carbonella.

Onestamente non credo neanche di aver finito il film, quindi non fidatevi del mio giudizio, ma che io ricordi due soli titoli leggibili – “Longevity” e “Pace in the Mirror” – è tutto ciò che di pseudobiblico ho ottenuto dal film.


Quel volto non mi è nuovo…

Stesso discorso per “Quella sera dorata” (The City of Your Final Destination, 2009) di James Ivory (in DVD Cecchi Gori 2011), tratto da un romanzo di Peter Cameron.

Sì, decisamente mi sembra proprio lui…

Mi ero ripromesso di studiare bene questo racconto di un viaggio alla scoperta dello scrittore Jules Gund, di cui vediamo solo la copertina del libro “The Gondola“, e perché abbia la faccia di Anthony Hopkins, ma onestamente non ne ho più trovato la voglia. Intanto lo presento qui, poi magari un giorno approfondirò.


Ridi, ridi, con la crisi dell’editoria che c’è…

L’immotivato entusiasmo dello pseudo-autore che apre l’imbarazzante “Sotto il sole della Toscana” (Under the Tuscan Sun, 2003) di Audrey Wells (in DVD Touchstone 2004), tratto dal romanzo Frances Mayes, fa il paio con la vergognosa vergognosa del solito filmaccio basato sugli asfittici luoghi comuni che gli americani hanno sull’Italia, e che gli italiani adorano, visto che non si lamenta mai nessuno. Per fortuna la CineCivetta non perdona!

Ecco, vedi? Già non c’è più niente da ridere…

La scena apre il film e assistiamo alla presentazione del romanzo “Tatiana’s Clouds” di William Radzik che, stando alle parole del suo autore, non sarebbe mai nato senza il valido aiuto della sua professoressa di scrittura creativa, cioè la protagonista della vicenda. Non sappiamo altro del libro, e non credo abbiamo perso gran che.


Tipica faccia da pseudo-autore romantico

Il romantichello “Amore tra le righe” (Language of a Broken Heart, 2011) di Rocky Powell già nell’aprile dell’anno scorso mi aveva regalato una citazione scacchistica, e da allora mi tengo in archivio il suo libro falso in attesa di presentarlo. Il protagonista Nick Brown (interpretato dallo sceneggiatore Juddy Talt) è uno scrittore in crisi creativa, ma questo non ha assolutamente alcun peso nella vicenda, visto che è una storiellina d’ammmòre dozzinale come TV8 ne trasmette tutti i giorni.

Tie’, volantino pubblicitario di un libro inesistente!

Love Loss” viene tradotto dall’emittente con “Perdere l’amore“: sarà mica una citazione da Massimo Ranieri? Molto simpatica la grafica della “o” di “Love” che cade in basso al libro, peccato che niente di tutto questo venga più citato nel film.

L.

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Pubblicato da su maggio 8, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] IT – Capitolo due (2019)

Non ho ritenuto valesse la pena recensire IT – Capitolo uno (): figurarsi IT – Capitolo due (2019). Per saperne di più su quest’ultimo film di Andy Muschietti rimando a La Bara Volante di Cassidy o a L’Ultimo Spettacolo di Vincenzo: sono un amante nostalgico della miniserie del 1990, legata alla mia adolescenza, mentre questo dittico moderno mi puzza troppo di “filmetto pieno di jumpscare che piacciono tanto ai giovani”, non vale la pena perderci tempo.

MI piace invece segnalare la ghiottissima scena pseudobiblica presente nel secondo film, pochi secondi che valgono più dell’intero dittico.

Questo è uno scrittore falso, interpretato da un attore vero

Uno scrittore falso entra in un negozio e incontra uno scrittore vero… Non è l’inizio di una barzelletta, ma il delizioso gioco imbastito da Muschietti, che prende lo pseudo-romanziere Bill Denbrough, interpretato da James McAvoy, e lo fa incontrare con un negoziante interpretato da Stephen King, romanziere vero che storicamente ha sempre amato fare capolino qua e là negli horror, soprattutto quelli tratti dai suoi lavori.

Questo è un attore falso, interpretato da uno scrittore vero

«Romanziere di successo in un società dove ci sono pochi romanzieri e sono una piccola minoranza fra loro quelli tanto fortunati da sbarcare il lunario grazie al proprio mestiere.»

Così è descritto Bill Denbrough da Stephen King nel romanzo IT (1986), e proprio come in una storia kinghiana personaggio e autore si incontrano, dando vita ad un siparietto imperdibile. Visto che il povero King riceve continue critiche sui suoi finali, che non sarebbero all’altezza del corpo del romanzo, decide di vendicarsi… affibbiando questo difetto a Denbrough! GIà nel romanzo non è che lo trattasse bene…

Si era tolto qualcosa dalla tasca della giacca e in uno stato d’animo di torbido stupore Kay aveva visto che era un romanzo in edizione tascabile. La copertina era quasi completamente nera con il titolo in lettere metallizzate di colore rosso e l’immagine di un gruppo di ragazzi in cima a un dirupo affacciato su un fiume. The Black Rapids.
«Chi è questo coglione?»
«Come? Che cosa?»
«Denbrough. Denbrough.»

Nel libro Denbrough ha scritto una bozza per la riduzione cinematografica Universal del suo secondo romanzo, The Black Rapids, e Muschietti pensa bene di far trovare una copia di questo pseudobiblion nel negozio di King.

Un libro falso che diventa vero in un film… ma comunque falso!

Il Denbrough filmico chiede al gestore se vuole che glielo autografi, ma – massimo del disprezzo – questi rifiuta.

Dài, magari te lo autografo a matita

Anche perché il finale di quel romanzo fa schifo!

Abituati alle critiche, vero-falso scrittore

Il tutto si consuma in una manciata di secondi ma è puro divertissement della stessa materia dei “libri falsi”, oltre ad un messaggio chiaro del Re ai suoi lettori: avete stufato con le critiche sui finali deludenti!

Il Re ha parlato!

L.

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Pubblicato da su maggio 1, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] UFO-biblia 2: Code Name: Eternity (1999)

La passione per gli UFO-biblia non conosce limiti

Dopo aver introdotto il concetto di UFO-biblia, cioè quei “libri falsi” che parlano di incontri ravvicinati di vario tipo, le mie varie ricerche mi hanno fatto inciampare in un delizioso nuovo caso, che merita di essere citato.

Ignoravo l’esistenza della serie televisiva “Code Name: Eternity” (2000), arrivata in Italia su TV satellitare (a pagamento) nell’estate del 2002. La serie racconta dell’alieno Ethaniel (Cameron Bancroft) caduto sulla Terra, che con l’aiuto della dottoressa Keating (Ingrid Kavelaars) deve ritrovare suo fratello, “caduto” insieme a lui, ma soprattutto fermare i perfidi piani di distruzione del perfido Benning (Andrew Gillies).

Ho visto i primi tre episodi e non posso dire che mi abbia conquistato, sebbene sia un prodotto dignitoso, però nell’episodio 1×03 “Minaccia dallo spazio” (The Hunter) entrano in ballo dei ghiotti pseudobiblia.

Chissà che la “dieta aliena” funzioni davvero…

In questa puntata infatti entra in scena uno dei futuri co-protagonisti, Byder (Joseph Baldwin: nessuna parentela con la famigerata dinastia!), che si presenta subito come amante del paranormale, delle cospirazioni e soprattutto grande lettore di UFO-biblia!

«Fotografie di alieni tristi e macilenti (Alien Photos), La dieta aliena. Sangue di mucca e acido di batteria (Alien Diet) e il pezzo forte: Il duplice programma alieno (Twofold Alien Agenda), cioè distruggere l’umanità e accoppiarsi con quante più terrestri possibile.»

La scena dura pochi secondi, ma l’obiettivo fa in tempo ad inquadrare i tre libri citati dal personaggio: sarebbe stato bello riuscire a leggerne gli pseudo-autori ma l’inquadratura, e la qualità video, non lo permettono.

Chi non ama foto di alieni tristi?

Chissà che Byder nei successivi episodi non tiri fuori altri “libri falsi” dalla sua collezione, ma non so se continuerò a vedere la serie: nel caso aggiornerò il post.

L.

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Pubblicato da su aprile 24, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Bentornata a casa (2015)

Il 2 aprile scorso per puro caso scopro che su TV8 sta per andare in onda un altro dei famigerati filmetti romantici dozzinali a sfondo pseudobiblico: come faccio a resistere? Infilo la pendrive e metto REC!
La particolarità di “Bentornata a casa” (Welcome Home, 2015) di James Head, introvabile in italiano al di fuori di questi passaggi televisivi,

Il titolo italiano in esclusiva

Il compianto attore televisivo Luke Perry interpreta Stewart Paylor, che com’è facile immaginare… è uno scrittore senza più idee, proprio come i tanti che riempiono le recensioni di questo blog.

Stewart Paylor, uno scrittore un po’… accartocciato

La sua ultima opera pubblicata è “La chiave dell’idraulico” (Plumber’s Wrench), che un giornalista definisce «una raccolta di racconti estremamente reali sulla condizione umana, ambientati sia nei palazzi signorili sia nelle case popolari, e tutti ruotano attorno ad un personaggio che si chiama Lou», che scopriamo essere la versione letteraria del padre dell’autore. Questi, idraulico, ogni sera raccontava al figlio le storie di persone che aveva incontrato durante il giorno, e Paylor alla fine ha cominciato ad utilizzare tutto quel materiale per dei racconti.
In pratica il successo di Paylor è dovuto al lavoro di qualcun altro (in questo caso il padre) che gli ha fornito tante storie che poi ha elaborato per i suoi racconti. Ora però che il padre non c’è più… chi gli darà nuove idee?

Uno scrittore che passa il tempo a dormire sulla tastiera

Secondo lo stereotipo americano basta pubblicare un romanzo per diventare ricchi – oh, magari è pure vero, forse hanno provvigioni diverse in America – ma di sicuro basta un inciampo per diventare indigenti. Quindi Paylor è molto preoccupato dal suo “blocco”, perché se ritarda a consegnare i primi capitoli del suo nuovo libro la banca è già lì pronta a togliergli la casa.
Con questi pensieri in testa, una sera Paylor torna a casa da una vacanza e trova degli intrusi: una mamma e i suoi due figli piccoli!

Anche le senzatetto adorano i romanzi di Stewart Paylor

A questo punto il film deraglia completamente e va a spiaccicarsi su un palo della luce fatto di zucchero. In pratica agli autori non frega un accidente di raccontare la storia di un romanziere in crisi, allo sceneggiatore improvvisato Jonathan Zeichner viene chiesto un drammone mariomerolesco, superficiale come sanno esserlo solo le storie americane, che tratti l’argomento dei senzatetto. Visto che quella americana è una cultura che crede fermamente che debbano esistere degli indigenti, così chi ha i soldi ha più soddisfazione, ogni tanto il senso di colpa cerca sfoghi imbarazzanti e ridicoli come questo film.
Il problema non è raccontare la storia di una madre “barbona”, il problema è scriverla da schifo così che il problema si trasformi in una buffonesca versione homeless di Cenerentola.

Quale romanziere non mangia spaghetti mentre scrive?

Per una serie di eventi assurdi e incredibili, la famiglia Rognati-Sfigatelli passa da ricca a mangiare sul marciapiedi nel giro di un minuto, ma il nostro romanziere Paylor si dimostra freddo alla questeione: si è trovato della gente in casa e vuole mandarla via.
E tutti lo guardano male: ma come, mandi via degli estranei che sono entrati di nascosto in casa tua? Ma dove ce l’hai il cuore? (Una situazione così ridicola è ancora più stupida in una storia americana, una cultura che ha fatto dello sparare in faccia agli estranei una filosofia di vita!)

Spetta che m’è venuta un’ideona per il prossimo libro…

Come abbiamo visto, Paylor ha scritto un libro rielaborando tutte le storie raccontategli dal padre, ed ora si ritrova davanti una donna, Camille, che passa ogni istante della sua vita a raccontare l’assurda sequenza di disgrazie e jallame vario che l’attanaglia sin dal suo primo vagito in questo monno ’nfame: il passo successivo mi sembra abbastanza ovvio.
Il ciclo sul ghostwriting ci ha mostrato che gli scrittori sono sempre pronti a rubare le storie di altri per trasformarle in proprie opere, e Paylor non fa certo differenza: nasce dunque la bozza del suo nuovo romanzo, “Gli ospiti indesiderati” (The Uninvited Guests). Paylor è un romanziere così pigro e arido che non si sforza manco di trovare un titolo un po’ meno didascalico…

Un “libro falso” di vita breve, quindi ancora più falso!

Camille (Cassandra Sullivan) è una donna che dorme sotto i ponti, mangia quando può e scappa dalla polizia, insieme ad una bambina muta per il trauma e un ragazzino pronto a diventare ladro matricolato. Ma tutto questo è niente di fronte allo sdegno nello scoprire che un romanziere sta per trasformare in libro di successo le storie che lei racconta gratis ogni istante della sua inutile vita.
Rinuncia all’ospitalità di Paylor e torna a mangiare per strada, perché non può vivere al caldo sapendo che le storie che lei racconta a chiunque incontri possano essere divulgate… Quando pensi che questi filmetti televisivi americani abbiano toccato il fondo, scopri che stavano solo iniziando a scavare.

Meno male che almeno questo scrittore usa il PC, invece del solito blocco di carta

Di banalità in caduta di stile, di stupidità in cretinata, la storia procede ridicola nella qualità media del prodotto, anche stavolta non sembra scattare l’ammmòre fra romanziere e “musa a propria insapute”, bensì un contratto d’affari: visto che le storie sono sue, anche se Paylor riscrive tutto lo stesso offre alla donna i diritti d’autore del libro, così da potersi rialzare dalla barboneria. Un regalo fatto così, senza manco ’na bottarella…
Per chiudere il gioco, il “vero” romanzo ad essere pubblicato ha ovviamente il titolo del film, “Welcome Home“, e per onestà il sottotitolo è “Lived by Cassandra, Jake & Vera Wyser“. Il cognome della donna è Wyser? Ok, vuol dire “cursore”, ma in realtà sempra wiser, “saggio”. Sarà mica un riferimento al povero saggio che arricchisce il ricco arido? Quanta banalità di grana grossa regalata a piene mani.

Il “vero” romanzo falso!

La Up Entertainment non è certo la Hallmark, la qualità dello zucchero smielato è bassina e l’ammmòre è scarso, ma la voglia di raccontare storie imbarazzantemente superficiali è tutta lì, potente, a riempire tutti gli schermi americani e italiani.
Speriamo che la prossima volta il romanziere protagonista sia un po’ più creativo nel suo rubare le storie.

Il romanzo è così una palla… che l’autore ne firma una!

L.

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Pubblicato da su aprile 15, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] UFO-biblia

Recupero dal 2011, quasi a festeggiarne i dieci anni, questo mio vecchio viaggio fra i “libri falsi” a tema extraterrestre: avrei giurato di averlo già raccolto nel blog, quindi appena scoperto che così non era… eccolo qua!


UFO-biblia

Gli alieni e una loro invasione – in qualsiasi modo – è il tema più caro alla fantascienza cinematografica statunitense, che non parla quasi d’altro dalla sua nascita. Quello che interessa a questa rubrica, però, sono gli pseudobiblia, i “libri falsi”: ecco di seguito tre di questi libri che hanno per argomento incontri o invasioni aliene, tratti da altrettanti film statunitensi.

Il primo titolo lo troviamo nel film “Progeny. Il figlio degli alieni” (Progeny, 1998) diretto da Brian Yuzna e scritto da Aubrey Solomon su soggetto di Stuart Gordon (celebre regista di piccoli film di culto).

Il dottor Craig Burton (Arnold Vosloo) ha appena saputo dalla moglie che stanno per avere un bambino: è una notizia che di solito rende felice una famiglia che lo stava aspettando da tanto tempo, ma invece porta grande turbamento nel dottore. Questo perché la data del concepimento coincide con il 20 settembre, una notte strana e terrificante in cui la coppia ha vissuto un blackout: mancano due ore dalle loro memorie… I due facevano l’amore, poi c’è stato “qualcosa”… e la donna è rimasta incinta. Gli sforzi di Burton lo fanno giungere ad una conclusione impossibile: quello che sta crescendo nel ventre di sua moglie non è suo figlio… bensì figlio di alieni!

Per tutto il film non sappiamo se il protagonista sta impazzendo o se è l’unico a vedere le cose come stanno realmente, ma di sicuro sappiamo che una mano a cadere gli viene fornita dalla conoscenza in TV del dottor Bertram Clavell (Brad Dourif). Durante una trasmissione viene intervistato questo dottore e viene pubblicizzato il suo libro: “Incontri personali”. «Contiene una serie di interviste con persone che sono state rapite», spiega l’autore.

Una copia dello pseudobiblion “Incontri personali”, purtroppo inquadrata malissimo

Leggendo il libro, Burton scopre che ciò che gli è successo avviene più frequentemente di quanto credesse. «In questo libro spiega tutto», racconta a sua moglie, parlando del dottor Clavell. «La luce blu, le due ore…» Pare superfluo aggiungere che non viene creduto, né dalla moglie né da nessun altro. Quando la situazione diventerà tragica, quando sia lui che la moglie soffriranno di allucinazioni con alieni che li sondano in ogni dove, Burton alla fine cede e contatta personalmente il dottor Clavell, il quale è ben lieto di dare una mano, e spiega:

«Vede, quello che è accaduto a lei e sua moglie non è così insolito come può pensare. Ci sono tutti gli elementi tipici di un rapimento ad opera degli alieni. I miei archivi sono pieni di cartelle con migliaia di questi casi: io classifico i dati, è così che ho iniziato, come indagine statistica. Molto probabilmente ho analizzato il maggior caso possibile di casi legati a questo argomento: sono tutti diversi, ma per alcuni particolari decisamente simili».

L’intervento del dottore, però, non aiuterà certo il povero protagonista, trascinato ancora di più nel baratro dell’ossessione e della paranoia: lo porterà al punto di voler fare a tutti i costi abortire la moglie, facendo scelte non certo dettate dal suo Giuramento d’Ippocrate.

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Arriva al terzo episodio la serie di film ispirati al racconto “Mimesi” (Mimic, 1942) di Donald A. Wollheim: “Mimic 3 – Sentinel” (2003), è scritto e diretto da J.T. Petty e girato interamente in Romania.

Marvin Montrose (Karl Geary) è uno degli ultimi bambini nati con il morbo di Striklers – la Progenie di Giuda (Judas Breed), cioè la terribile piaga delle blatte protagonista del secondo film della serie. Ora ha 24 anni ma una vita “normale” gli è negata: un gran numero di allergie, oltre all’asma e alla balbuzie, gli impediscono di passare molto tempo all’aria aperta. Vive nella sua camera e l’unica sua passione è spiare con l’obiettivo della sua macchina fotografica la vita del suo quartiere, fotografando, testimoniando e creando collage artistici. Lui e la sorella conoscono ormai tutti gli abitanti fin nei loro intimi segreti, così non sfugge loro che sta succedendo qualcosa di inquietante in zona: un cadavere, un ferito, gente che scompare… non sono indizi che passino inosservati.

La polizia non crede al giovane – com’è ovvio in questo tipo di storie – quindi  Marvin, sua sorella Rosy e Carmen (la ragazza che ama) dovranno improvvisarsi investigatori nella prima parte del film, quella cioè che sembra una specie di versione fantascientifica del classico “La finestra sul cortile”. Invece di un assassino, infatti, abbiamo una blatta che sta pian piano uccidendo tutto il vicinato!

Durante le “indagini”, Marvin scopre che quello che credeva un semplice condomino – che ha sempre chiamato con nomignolo di “Lo spazzino” – è in realtà il dottor Justin Whistler (Lance Henriksen), autore del libro “L’uovo re. Riproduzione della progenie di Giuda” (The King Egg. Judas Breed Reproduction): cosa c’entra un autorevole scienziato ricercatore con quella faccenda? E cosa combina misteriosamente ogni notte?

Il dottor Justin Whistler (Lance Henriksen) in veste da sera

La risposta non tarda ad arrivare. La “pace” con le blatte è solo apparenza: uova di maschi fertili si trovano sottoterra, e il dottor Whistler ne vende di nascosto ammettendo placidamente: «quell’uovo rappresenta per me i soldi per fuggire il più lontano dalla civiltà.» Ma due scarafaggi-guerrieri battono la zona per cercare di salvare le uova: sarà con loro che tutti dovranno fare i conti.

L’imperdibile pseudobiblion del dottor Whistler

«Abbiamo già perso», esclama il dottore. «È finita.» Malgrado gli strenui sforzi dei protagonisti, la guerra con le blatte lascia ben poche speranze…

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Un omicidio misterioso dà lo spunto allo scrittore Rick Castle (Nathan Fillon) per lanciarsi nei suoi capricci da ricco bambinone. Stiamo parlando della serie televisiva “Castle”, che per due stagioni ha viaggiato su binari squisitamente bibliofili per poi approdare, dalla terza stagione in poi, nella commedia poliziesca. Nel nono episodio dell’annata, “Incontri ravvicinati di tipo omicida” (Close Encounters of the Murderous Kind, 2010), diretto da Bethany Rooney e scritto da Shalisha Francis, Castle e la vera detective Beckett (Stana Katic) sono alle prese con una vittima che sembra legata a filo doppio con il fantasioso mondo dei rapimenti alieni e dell’ancor più fantasiosa congiura degli Uomini in Nero. L’episodio è una scusa per passare in rassegna tutti i più triti luoghi comuni su questi due argomenti – che agli americani stanno a cuore più di ogni altra cosa nell’universo.

L’unico elemento che salva uno degli episodi peggiori di una già pessima stagione è la fugace apparizione dell’ufologo Benny Stryker, il cui libro è stato trovato accanto alla vittima. Il personaggio è interpretato dall’immarcescibile Lance Henriksen, celebre caratterista di centinaia di film e nell’immaginario collettivo rimasto legato al suo ruolo da protagonista della serie “Millennium”.

L’ufologo Benny Stryker (Lance Henriksen)

Stryker è un celebre ufologo ed autore del saggio “Presi del quarto tipo” (Taken by the Fourth Kind): visto che il testo è stato trovato sul corpo di una donna uccisa, la domanda nasce spontanea… è stata rapita e uccisa da alieni? Ovviamente – come pare essere consuetudine di questa terza stagione – Castle parteggia subito per l’ipotesi più inverosimile, appunto la pista aliena. Indagando, esce fuori che la vittima ha avuto una conversazione telefonica di trenta minuti con Stryker, il giorno in cui è stata uccisa. «Un’astrofisica e un ufologo…» si chiede Beckett. «Non sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa?» (come l’acqua e l’olio, in originale). Esce fuori che anni prima i due erano colleghi, prima che la donna decidesse che la passione di Stryker per gli UFO incrinasse la credibilità delle ricerche e lo facesse cacciare. Da allora, l’ufologo ce l’ha a morte… con la donna che ora è morta.

“Presi del quarto tipo” (Taken by the Fourth Kind), il vostro nuovo libro falso preferito

Castle e Beckett vanno ad incontrare Stryker, il quale sta tenendo un corso di auto-aiuto.

«Imprigionati in una fredda stanza bianca. Facce deformi ti fissano dall’alto. Sono immagini che ci tormenteranno ma che allo stesso tempo ci uniranno, e ci ricorderanno sempre che non è stata una nostra scelta: noi siamo stati scelti

La conversazione con l’ufologo getta benzina sul fuoco: esce fuori che prima di morire la vittima l’ha chiamato perché ha avuto un “contatto alieno”, ed ora Stryker è convinto che sia stato il Governo – o meglio, gli Uomini in Nero – ad aver messo a tacere l’astrofisica perché non rivelasse ciò che aveva scoperto.

Purtroppo, dopo i primi minuti dell’episodio il nostro ufologo scompare dalla vicenda: peccato, visto che era l’elemento più interessante della puntata.

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Insomma, la passione per gli UFO, i rapimenti alieni e le invasioni varie non finirà mai, e riempirà ancora tante pagine di libri veri e, per nostra fortuna, anche di “libri falsi”.

L.

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Pubblicato da su aprile 6, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Le verità (2019)

Sicuramente avrà fatto un figurone a Venezia e agli altri festival cinematografici dov’è stato presentato, ma appunto quello di Hirokazu Koreeda ha il pungente e non sempre piacevole sapore di un “film da festival”, cioè un prodotto furbetto confezionato in modo tale da sembrare raffinato e mascherare il vuoto totale alla sua base.

Sono sicuro che i giornalisti si saranno sperticati in lodi su quanto sia ancora affascinante Catherine Deneuve, che da 120 anni è l’unica cosa che si può dire di un’attrice che nessuno ricorda più l’ultima volta che abbia recitato: perché non fate i complimenti al suo reparto truccatori? Sono loro che fanno tutto il lavoro, lei si limita a stare là, ferma come una statua di cera.

Da questo livore si dovrebbe capire la mia profonda delusione nei riguardi di questo film, che aveva tutti gli elementi per essere un’opera deliziosa e invece è riuscita a crollare drammaticamente in basso pur partendo da una base non certo altissima: sto parlando di “Le verità” (La vérité, 2019), distribuito dal 4 marzo scorso in DVD BiM.

Il succo della storia è che Fabienne Dangeville (Catherine Deneuve) è una vecchia attrice vanesia che ha appena pubblicato un libro di memorie, ovviamente auto-celebranti ed auto-incensanti, e per l’occasione stanno girando un film sulla sua vita, con lei stessa come protagonista alternata ad una giovane attrice che la interpreterà da ragazza.

Per l’occasione arriva la figlia Lumir (Juliette Binoche) e suo marito Hank (Ethan Hawke), un attore americano che vivacchia nell’ambiente e con sospetti problemi di alcolismo. Appena iniziato a leggere il libro Lumir sbianca e rimprovera la madre: non una sola singola frase di quella biografia è vera, è un’enorme montagna di bugie auto-elogianti da far venir la nausea. La Dangeville si spaccia come madre amorevole e moglie esemplare, quando tutti sanno che non gliene è mai fregato niente né della figlia né tanto meno del marito.

Una falsa biografia: in entrambe i sensi dell’espressione!

Il piatto ricco è speziato da problemi secondari, come la gelosia verso la giovane attrice che la interpreta – che ha echi in una brutta storia del passato, con un’attrice rivale che la Dangeville avrebbe “sistemato” a dovere – il disprezzo per il lavoro da attore di Hank e un maggiordomo più affezionato che rispettoso. Tutto buono… ma tutto buttato via.

Stancamente si dipana una sceneggiatura vuota che punta tutto sul fatto che lo spettatore già nella prima mezz’ora abbia capito tutto dello svolgimento della vicenda – cioè quella che vi ho raccontato qui – e quindi il regista e sceneggiatore tira i remi in barca. A che serve parlare oltre? Tanto c’è la Deneuve che è sempre bella, ai giornalisti non importa altro. (In fondo nessun giornalista era nato quando la Deneuve recitava da persona viva.)
Superata la mezz’ora il film semplicemente si perde in borbottii e parlotti che portano verso il nulla: l’inconcludenza superficiale è l’unica sensazione che rimane di un film che sicuramente sarà piaciuto ai festival e ai giornalisti senza nulla da recensire.

Però rimane una ghiotta pseudo-biografia…

L.

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Pubblicato da su marzo 30, 2020 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Third Person (2013)

Ieri sera su IRIS è andato in onda “Third Person” (2013), film corale scritto e diretto da Paul Haggis (in DVD RaiCinema 2015) con un cast stellare: visto che una delle storie raccontate parla di uno scrittore in crisi e un romanzo che non riesce a “nascere”, mi sembra l’occasione giusta per parlarne. Visto che è dal 2015 che vorrei recensire il film ma dimenticandomene sempre!

Come dicevo il film è una parata di grandi nomi, sia americani che italiani. Malgrado infatti faccia finta di essere ambientato in varie capitali europee, tutti gli esterni sono palesemente girati nella Capitale. Il momento più “alto” è quando Riccardo Scamarcio fa il barista maleducato.

La storia che qui interessa è quella di Michael (Liam Neeson), un romanziere che a giudicare dallo stile di vita possiamo immaginare di successo: sappiamo che ha addirittura vinto un Premio Pulitzer. Sta vivendo in albergo dopo essersi separato dalla moglie Elaine (Kim Basinger) e qui è raggiunto dalla giovane amante Anna (Olivia Wilde). Se la narrativa ci ha insegnato qualcosa, è che più sono famosi i romanzieri più sono banalotti nelle loro storie personali: questa storia non teme rivali, in quanto a banalità.

Uno scrittore in crisi

Al di là della sua scontata crisi di mezza età che l’ha portato fra le braccia della urticante Anna, Michael sta faticosamente lavorando al suo nuovo romanzo ma c’è un problema: «Credo che faccia schifo» è il suo giudizio. Non la pensa così il suo agente letterario, ma comunque mette le mani avanti: non lo pubblicherà. Il settore editoriale è cambiato, non c’è spazio per il genere che scrive Michael. «Sto vendendo libri di cucina scritti da stelle dei reality», si lamenta l’agente. Da quest’ultimo abbiamo uno scorcio sulla carriera dell’autore:

«Il tuo primo libro era folgorante, era feroce e brutale, senza pietà né pudore. Dio, sudavo mentre correggevo le bozze per quanto eri stato audace. Il secondo libro un po’ meno. Il terzo, il quarto… Ora costruisci personaggi a caso soltanto per giustificare la tua vita.»

I fatti stanno così: Michael ha perso il suo tocco, la sua arte. Il suo nuovo romanzo viene definito «imbarazzante», quindi la storia è bella che finita. A meno che…
A meno che l’autore non ritrovi la spietatezza che gli ha dato la fama. Per esempio la spietatezza di scrivere il suo nuovo romanzo parlando della sua amante e dei suoi terribili e umilianti segreti, qualcosa che la esporrà al giudizio di tutti per vendere più libri. Basta, come spietatezza?

Uno scrittore spietato e la sua prima vittima: la sua ispirazione

Di cosa parla il romanzo che sta scrivendo Michael e che non ha titolo? «Parla di un uomo che prova emozioni solo attraverso i personaggi che crea», e questa semplice descrizione ci fa subito pensare che i tanti personaggi del film corale siano in realtà solo estensioni dell’ispirazione del romanziere. Infatti le varie storie che sembrano slegate e quel che peggio banalotte – con tanto di stereotipi grezzi – non appena Michael decide di essere spietato… diventano tutte storie spietate. I personaggi si fanno crudeli e cominciamo a vedere i collegamenti che uniscono le varie vicende. Che in fondo… potrebbero essere tutte la stessa vicenda.

Non svelo il finale, che potrebbe avere anche più d’una interpretazione, ma l’unica frase che conosciamo e che finirà di sicuro nel nuovo romanzo è «Bianco è il colore della menzogna». E Anna, la sua amante, è sempre vestita di bianco… Che questo film si rifaccia al genere ghostwriting?

L.

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Pubblicato da su gennaio 20, 2020 in Pseudobiblia

 

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