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[Scrivere di menare] Il Professionista 3 (1996)

yakuza-connectionTerzo appuntamento con le scene di lotta della saga di Chance Renard, il Professionista. Questa settimana tocca a Appuntamento a Shinjuku (Segretissimo n. 1311, 28 luglio 1996), ampliato dall’autore in Yakuza Connection (TEA, settembre 2005).

Con un urlo di rabbia Mimy fece per scagliarsi verso la bionda e il santone, ma qualcosa venne a sbarrarle la strada. Uno degli Yakuza del commando arrivato dalla rampa. Giacca plastificata gialla, occhio sbarrato, bava alla bocca. Probabilmente era pieno di anfetamina. In pugno una wakizashi, una corta spada da samurai. Affilata come un rasoio. Nonostante l’era delle armi elettroniche gli Yakuza preferivano i buoni vecchi sistemi per sbudellarsi. Peggio per loro. Mimy alzò il braccio armato premendo il grilletto con rabbia. Il colpo partì impreciso mancando lo Yakuza. Ma lei non ebbe l’opportunità di sparare di nuovo. Il carrello scattò all’indietro mentre il percussore batteva a vuoto. Aveva finito i colpi.

Mimy non perse tempo neppure a imprecare. Evitò il fendente che lo Yakuza le sferrò con un urlo selvaggio. Mentre oscillava sul tronco aveva già impugnato il coltello che teneva infilato nella manica. Bastava una leggera rotazione del polso per farlo scivolare dalla custodia nel palmo della mano. Le dita si serrarono sull’impugnatura di pelle di manta, aderente come una seconda pelle. La lama era stata progettata dalla Cold Steel, una fabbrica che si ostinava a imporre nomi occidentali a prodotti di fattura squisitamente nipponica. Quel particolare modello leggermente ricurvo a due tagli in punta era denominato Steel Fang, zanna d’acciaio. Mimy preferiva chiamarlo con il nome che da sempre avevano usato le donne samurai per quel tipo di pugnale: kaiken. Una lama che, in passato, era servita equamente per suicidi rituali e assassini di concubine gelose.

Mimy disegnò nel vuoto un asterisco scintillante. Non udiva che il sibilo delle due lame. Provò una fitta di dolore bruciante al bicipite sinistro. La wakizashi l’aveva lambita attraverso uno squarcio nella giacca. Lo Yakuza emise un grido di vittoria, già certo di averla in pugno. Con un movimento sinuoso Mimy tagliò muscoli, tendini e arterie prima sul braccio armato del giapponese, poi scese sulla coscia. L’uomo arretrò stordito dallo shock provocato dall’improvvisa perdita di sangue. Fu in quel momento che Mimy ruotò su se stessa allargando la sua favolosa capigliatura come un ventaglio di seta. Eseguì un calcio circolare all’indietro sollevandosi di qualche centimetro appena dal terreno ma concentrando tutta la potenza del colpo nel tacco dello scarponcino, che si schiantò sul collo dello Yakuza con un rumore di legno spezzato. L’uomo lasciò la spada rotolando sul pavimento esanime. Mimy non si fermò neppure a controllare il risultato della sua azione, ruotò sul pavimento e si rimise in ginocchio. Doveva cambiare caricatore, un’operazione eseguita migliaia di volte durante l’addestramento. Per farlo doveva lasciare il pugnale. Non trovò di meglio che infilarlo tra i denti; la mano libera corse ai caricatori. Inserì il serbatoio nuovo nel calcio della Beretta spingendo il primo colpo in canna con un movimento fluido.

[…]

Lentamente Chance si volse verso Matsu Azuma. Si maledisse per aver posato il Bolt-Gun, tratto in inganno dalla mancanza di resistenza nella centrale energetica.

«Vuoi morire con me, Azuma?»

Il giapponese gli rivolse un sorriso folle. «E perché no?» Con un gesto teatrale l’ispettore della Squadra Speciale lasciò cadere la mitraglietta ormai scarica sfoderando un pugnale a doppio taglio. «Divertiamoci», sussurrò.

Chance era disarmato. Un pensiero gli attraversò la mente. Non aveva nulla da perdere. Doveva neutralizzare quel folle entro cinque minuti o erano tutti condannati. Senza esitazioni si gettò in avanti, scartando all’ultimo istante sulla destra.

Tratto in inganno da quell’inaspettata reazione Azuma sciabolò un colpo a vuoto. Un secondo dopo erano a contatto. Chance mosse le mani alla ricerca di qualcosa da afferrare. Intuì più che vedere il colpo ascendente di Azuma. Parò con il dorso dell’avambraccio. La lama gli lacerò la tuta liberando nell’aria una scia rossastra. Il dolore sembrò infondere a Chance una carica di nuova energia. Scalciò andando a cogliere il ginocchio del suo avversario con la scarpa rinforzata. Vide il dolore sul volto del giapponese e ciò lo galvanizzò spingendolo a raddoppiare i suoi sforzi.

Le dita si serrarono sul polso armato di Azuma. Quanti secondi erano trascorsi dall’inizio del combattimento?

Azuma ruotò su se stesso sorprendendolo con un colpo di gomito allo sterno. Chance provò un dolore da togliere il fiato, ma riuscì a mantenere la presa sul polso. Entrò nella guardia dell’ispettore colpendolo con una ginocchiata al basso ventre. Ci fu un rabbioso scambio da entrambe le parti. Chance non aveva una visione chiara dello scontro, reagiva per istinto. Avvertì in bocca un sapore metallico. Il suo sangue. Azuma era riuscito a liberare il braccio armato. Compi un ventaglio luminoso con la lama davanti a sé. Gli occhi sfavillavano di odio. Chance lo vide caricare un calcio, ma il movimento fu lento. La punta dello scarponcino lo colse solo di striscio al fianco. Il Professionista invece si gettò a corpo morto su di lui. Erano nuovamente a contatto diretto. Lo colpì con una testata in pieno viso. Con un lamento, Azuma bloccò a metà il suo attacco mulinando un colpo a vuoto con il pugnale.

Adesso!

Chance gli afferrò il polso torcendolo verso il basso. Accompagnò la lama, che s’infilò tra le costole del giapponese senza incontrare resistenza. Azuma strabuzzò gli occhi sputando un fiotto di bava insanguinata. Parve voler opporre resistenza ancora per un istante, poi si accasciò sul terreno.

L.

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Pubblicato da su ottobre 25, 2016 in Uncategorized

 

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[Scrivere di menare] Il Professionista 2 (1995)

stephen-gunn-corsican-optionSecondo appuntamento con le scene di lotta della saga di Chance Renard, il Professionista. Questa settimana tocca a L’eredità Cargese (Segretissimo n. 1289, 24 settembre 1995), ampliato dall’autore in Corsican Option (TEA, febbraio 2005).

«Andiamo via.» Con un calcio Chance aprì il portello del boccaporto che conduceva sul ponte. Non avevano che da raggiungere la BMW. C’erano quasi riusciti quando davanti a loro si aprì un altro boccaporto. Daewoo emerse con lo sguardo da folle e il viso sporco di sangue. Impugnava una corta lama triangolare. «Sei morto», ringhiò. Nessuna possibilità di affrontare un esperto di combattimento con il coltello a mani nude. Chance estrasse il suo pugnale facendosi scudo con la valigetta. Il primo fendente del coreano andò a incocciare contro il rivestimento metallico. Con rabbia Daewoo lasciò la presa sull’arma che scivolò nel fiume. Senza perdersi d’animo, il coreano ruotò su se stesso sciabolando un calcio all’indietro che mancò Chance di pochi millimetri. Daewoo era scatenato, anche a mani nude era pericolosissimo. Riacquistando l’equilibrio, tentò un altro calcio. Per fortuna Chance era pronto a reagire. Teneva il pugnale con la lama riversa sull’avambraccio. Eseguì un movimento corto e quasi impercettibile, andando incontro alla gamba tesa dell’asiatico. La lama lacerò la stoffa dei pantaloni e la carne nuda della tibia, causando un getto di sangue scuro.

Con un urlo Daewoo ritrasse l’arto ferito, incapace di organizzare una difesa. Chance gli era già addosso: questa volta lo colpì con l’impugnatura del coltello affondando il pomolo nello sterno. Ferito e completamente senza fiato, Daewoo barcollò per un istante prima di finire nella Senna.

[…]

Chance non avrebbe avuto un’altra occasione. Lasciò partire un fendente corto con il palmo della mano e raggiunse Dario tra la mascella e il collo. Con un colpo di tosse soffocato il sicario fu scaraventato indietro, perse il pugnale rimasto infisso nel pavimento. Alla luce incerta della torcia i due uomini riguadagnarono una posizione più stabile, in piedi, ginocchia flesse, il petto ansimante per lo sforzo e la tensione. Dario distese le gambe facendo appello alla potenza dei quadricipiti. Dotato naturalmente, si era fatto un punto d’onore di apprendere varie tecniche di combattimento corpo a corpo. Chance vide il calcio girato saltato partire ma non riuscì a evitare completamente il colpo. Lo stivaletto di Dario lo percosse di striscio al volto, lasciandolo frastornato. Il sicario atterrò sul pavimento con uno rumore secco. Con stupefacente disinvoltura caricò il ginocchio sinistro e lasciò partire un calcio circolare doppiato cogliendo entrambe le volte il bersaglio di punta. Fitte di dolore al ginocchio e al plesso solare proiettarono di fronte agli occhi di Chance una nebbia di luci avvampanti. Rischiò di perdere il controllo, ma l’istinto e la rabbia del combattente sperimentato ebbero la meglio. Scivolò in avanti entrando nella guardia di Dario e lasciò partire una scarica di ganci e montanti, accompagnando ogni colpo con la giusta rotazione di anche e spalle, imprimendogli maggior potenza con le gambe. Più massiccio di Dario, il Professionista fece valere tutta la sua potenza e concluse la combinazione con un colpo circolare sferrato con la tibia che percosse duramente la coscia del sicario.

Dario non era venuto per duellare e, considerata la difficoltà di quel confronto che aveva creduto di poter risolvere con la sorpresa, decise di svincolarsi. Eseguì una finta inducendo Chance ad arretrare di un mezzo passo per schivare con gli avambracci serrati e ammortizzare un attacco che non venne. Con uno scatto Dario si tuffò verso la finestra poco distante che attraversò coprendosi alla meglio il viso con le braccia. Il fragore della vetrata che andava in pezzi fu assordante. Chance raccolse la pistola e si precipitò alla finestra, il respiro mozzo. Dario era un vero atleta, eseguì una capriola, rialzandosi con un abile impiego dei muscoli delle cosce e del dorso, poi schizzò via a zigzag scomparendo nella macchia di siepi. Inutile tentare un tiro.

L.

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Pubblicato da su ottobre 18, 2016 in Uncategorized

 

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[Scrivere di menare] Il Professionista 1 (1995)

stefano-di-marino-commando-ombraIl primo autore italiano che ho conosciuto in grado di appassionarmi con ottime descrizioni di combattimenti è stato Stefano Di Marino, autore del personaggio più longevo e prolifico della narrativa italiana: Chance Renard, Il Professionista. Proprio questo ottobre trovate in edicola il nuovo volume antologico del personaggio che presento qui.

Nel 1995 inizia la vita letteraria di Renard e vorrei presentare le migliori scene di combattimento dai suoi romanzi: l’operazione parte con un auspicio positivo… visto che nel primo romanzo Chance combatte contro Lucio!
Estratto dal romanzo “Raid a Kourou“, “Segretissimo” (Mondadori) n. 1279 – ampliato e ristampato come “Commando Ombra” da TEA nel 2004.

Chance decise in una frazione di secondo. Al momento attuale Lucio era in posizione di superiorità, se non altro come condizione fisica generale. Se avessero ingaggiato un duello gli avrebbe potuto fare molto male. Non restava che seguire il consiglio dell’istruttore filippino della Legione: «Chi esita, mediterà disteso».

Senza aspettare neppure che Lucio si mettesse in guardia Chance gli sferrò un calcio all’interno del ginocchio. Fu un colpo corto, poco spettacolare ma dolorosissimo. Chance aveva imparato a battersi secondo le regole del Kali, un sistema di combattimento completo insegnato nelle Filippine. Armato o disarmato sapeva come cavarsela nel corpo a corpo. Con un gemito di dolore Lucio si piegò su se stesso per una frazione di secondo, poi, dominando la sofferenza, si scagliò in avanti mulinando i pugni. Il dolore al ginocchio, però, lo tradì rendendo incerta la sua azione. Chance intercettò il suo braccio prima che potesse raggiungere il bersaglio. Con una serie rapidissima di colpi sferrati con il gomito e il dorso della mano percosse Lucio da direzioni imprevedibili afferrandolo poi per il collo. Il ginocchio del giovane scattò due volte in rapida successione piantandosi prima sulla coscia, quindi nel fegato del siciliano. Fu sufficiente una torsione del busto accompagnata da una spinta per mandare Lucio a gambe levate.

Il siciliano rotolò sul patio riacquistando l’equilibrio con fatica. Ansimava e perdeva sangue dalla bocca. I lineamenti erano deformati in una smorfia. «E va bene, mi hai colpito di sorpresa» sibilò infilando la mano nella tasca dei jeans. «Adesso facciamo sul serio.»

Nel buio liberò la lama di un balisong, un coltello a farfalla nascosto in un manico d’acciaio. La lama scintillò producendo un suono metallico, mentre il polso di Lucio roteava disegnando un otto nel vuoto. Un secondo dopo l’italiano aveva assunto una posizione offensiva protendendo la lama davanti a sé mentre l’altra mano aperta era pronta ad afferrare l’avversario. Chance sapeva valutare la pericolosità di un avversario a prima vista. La posizione del busto leggermente inclinata in avanti, le gambe flesse con il peso equamente distribuito sulle punte dei piedi e il modo con cui Lucio teneva la lama, braccio piegato vicino al corpo per sottrarlo a una presa dell’avversario, lo qualificavano come un esperto in quel genere di combattimento. Affrontarlo con un’arma sarebbe stato difficile, senza, equivaleva a un suicidio.

Forse Lucio lesse qualcosa di simile alla paura nei suoi occhi e vi trovò un ulteriore stimolo alla sfida. «Vieni, piccolo, fammi vedere quanto sei bravo!»

«Basta così!» ordinò una voce alle loro spalle. «Non siamo qui per farci a pezzi tra noi. Abbiamo bisogno di essere integri per la missione.»

L.

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Pubblicato da su ottobre 11, 2016 in Uncategorized

 

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[Scrivere di menare] Città amara (1969)

citta-amaraQuesta settimana incontriamo quello che gli americani considerano un classico della loro narrativa contemporanea: “Città amara” (Fat City, 1969) di Leonard Gradner. In Italia il romanzo è arrivato solamente nel 2006, quando Fazi lo presenta come Fat City per poi ristamparlo nel 2015 come Città amara, sempre con la traduzione di Stefano Tummolini.

Cavalcando il successo del libro, nel 1972 il celebre John Huston ne ha girato un fedelissimo quanto noiosissimo film – con due ottimi giovani attori come Stacy Keach (nel ruolo di Tully) e Jeff Bridges – che ho recensito nel mio blog Il Zinefilo.

Ecco come il protagonista Tully disputa il suo incontro più importante.

Quando attraversò il corridoio tra mille facce che si voltavano a guardarlo, Arcadio Lucero era già sul ring, con la sua vestaglia di raso nero dai ricami cremisi e il suo impassibile profilo indiano. Sul retro della sua vestaglia, ricamata con dei lustrini scintillanti di color verde, blu, rosso e oro, c’era un’immagine della Vergine di Guadalupe. Con alle spalle Gil Solis e Luis Ortega, che quella sera gli facevano da secondi, aspettava pressoché immobile, con le braccia lungo i fianchi, dondolando pigramente la testa. Tully, mentre seguiva Ruben su per gli scalini e passava in mezzo alle corde con la stessa eccitazione di quand’era agli esordi, provava solo una grande impazienza: era la sensazione di essere arrivato finalmente al dunque, dopo tanti rinvii. In piedi sul ring, con un asciugamano sulla testa, ormai non voleva far altro che combattere, e farla finita.

L’annuncio del nome di Lucero scatenò le grida dei suoi sostenitori, nella galleria mezza piena.
I secondi sfilarono la vestaglia a Tully, facendola passare sui guantoni; poi gli fissarono in bocca il paradenti, e finalmente si ritrovò da solo nell’angolo, con le braccia ancora abbronzate per il lavoro nei campi e il torso pallido, con le due rondini in volo tatuate sui pettorali.

«Stagli lontano», fu l’ultima frase che sentì prima del suono della campana. Ma il messicano non gli venne sotto: rimase ad aspettarlo alle corde. Il primo attacco non sortì alcun effetto. Cautamente, Tully indietreggiò, saltellando; poi ripartì in avanti col sinistro, e Lucero, accusando il colpo sull’ammaccatura del naso, oscillò all’indietro sulle corde. Poi rimase lì appoggiato, senza spostarsi, mentre Tully fintava per poi ripartire all’attacco, prima un diretto e poi un gancio, contro le pazienti cicatrici del messicano. Quindi si beccò un colpo che non aveva neanche visto partire. Afferrandosi al braccio di Lucero, fu colpito un’altra volta, dritto sopra al cuore. Indietreggiò, fece qualche salto, poi un bel respiro, e mentre ripartiva in avanti, Lucero si catapultò dalle corde verso di lui e lo colpì con violenza. Alla fine del round, nell’angolo, trovò ad attenderlo due facce scure.
Lucero continuò a combattere attaccato alle corde, certe volte addirittura sedendosi su quella di mezzo. Ma solo alla fine del secondo round, quando gli piazzò un profondo sinistro nella pancia e lo sentì grugnire, Tully realizzò che, forse, quella lentezza non era strategica.

L’acqua gli colò giù per la testa. Poi gli aprirono i calzoncini, e sentì un freddo gelido sui genitali. Ruben gli passò le mani sulla faccia come un barbiere, piegandogliela, strofinandogliela, picchiettandola con le dita e imbrattandogli la pelle di vaselina. Poi gli avvicinò alla bocca la bottiglia d’acqua, avvolta nella garza, e Tully fece una smorfia, si voltò e sputò nel secchio.

«L’ho colpito allo stomaco».

«Non dargli tregua. Fallo muovere».

«Sullo stomaco è debole».

Lucero aspettava nell’angolo e Tully gli si avventò addosso, colpendolo al corpo. Lo tenne, ma prima di staccarsi gli assestò un destro sul rene, continuando a sfiorargli gli occhi coi pollici e le stringhe dei guantoni, mentre Lucero lo spingeva via. Poi si fermò a distanza e abbassò la guardia, ma il messicano non lo seguì. Allora restò dov’era, saltellando e facendo qualche finta; poi smise anche di saltare e, immobile, con le braccia lungo i fianchi, mentre qualche boooh risuonava nella galleria, alzò il mento invitandolo a farsi sotto. Lucero si avvicinò, ma mentre Tully indietreggiava, si fermò ancora e restò ad aspettare. Proprio non c’era verso di smuoverlo. Allora Tully, con riluttanza, si avvicinò di nuovo, abbassando il sinistro per assestargli un gancio sul corpo. Ma un lampo bianco e improvviso lo mandò in terra. Steso di schiena, mentre cercava di raddrizzarsi con le gambe in orizzontale, vide le luci in alto, e i drappeggi azzurri e marroni che scendevano dal vertice del soffitto, da cui pendeva una gigantesca nappa dorata: l’intera scena era come frantumata da una linea in diagonale, tutta a zigzag, come la crepa in una finestra. Non ricordava di essersi alzato, né come fosse arrivato alla fine del round. Ricordava solo le luci, la nappa dorata e i drappeggi infranti, e poi il bruciore dell’ammoniaca negli occhi nell’angolo di Lucero, dove l’aveva seguito dopo il suono della campana, e dove Ruben era corso a prenderlo per riportarlo al suo sgabello. Ora la linea a zigzag tagliava le corde. L’acqua fredda gli scivolava lungo la testa. Sentì che gli passavano un tampone dentro a una ferita sopra all’occhio. Quando alzò lo sguardo verso Ruben, non riuscì a vedergli il mento. Tutto scintillava in modo indistinto, e aveva delle fitte che gli andavano da sopra la testa fino alle tempie e alla base del cranio. Sentì di nuovo l’ammoniaca sotto al naso, e riuscì a scorgere il mento di Ruben, ma staccato dal resto della faccia.

«Come ti senti?». L’arbitro, con la linea a zigzag che gli pulsava in mezzo alla faccia e il mento spostato da una parte, lo stava scrutando attentamente.

«Bene».
«Sta bene», disse Ruben. E quando suonò la campana, lo spinse via dallo sgabello.

Lucero attraversò di corsa il ring, e Tully subito si coprì, venne colpito e si attaccò alle braccia dell’avversario. Si appoggiò a lui e lo tenne stretto, cercando di proteggersi il taglio, lo colpì una volta con la testa e venne allontanato con una spinta. Poi fu colpito un’altra volta, e di nuovo si aggrappò alle braccia del messicano. L’arbitro li strattonava e li spingeva da parte; vennero separati. Incitato dalla folla, Lucero ripartì alla carica, e Tully indietreggiò, piegandosi e schivando i colpi, e menando pugni nell’aria. Verso la fine del round, la linea a zigzag era scomparsa dal suo campo visivo, e Lucero, respirando con la bocca, andava più lento. Tully lo colpì forte nello stomaco poco prima del suono della campana.

Nei round che seguirono, Lucero rallentò ancora di più, come se lottasse per restare in piedi, più che per vincere, colpendo a vuoto quand’era incalzato, e spesso non colpendo affatto, quando Tully gli sferrava un colpo tenendosi a distanza. Accontentandosi di guadagnare punti con qualche piccola schermaglia, Tully colpiva e poi si allontanava. Al decimo round il messicano affrettò il passo, ma Tully gli sferrò una botta violenta e, dopo la campana, Lucero rimase attaccato alla corda, esausto, col viso rivolto al tappeto.

All’annuncio che Tully aveva vinto, Ruben lo fece alzare in piedi, lo afferrò per le cosce e, barcollando, lo sollevò. Gli applausi furono piccoli e sparuti. Più convinte, invece, le espressioni di scherno. L’asciugamano cadde dalla testa di Tully, mentre i due giravano per tutto il ring. Tully alzava e abbassava le braccia, nel tentativo di restare in equilibrio. Poi i suoi piedi atterrarono di nuovo sul tappeto, e Lucero, con gli occhi gonfi ridotti a due fessure e le narici imbottite di sangue, gli cinse il collo con le braccia. Testa contro testa, con le labbra insanguinate, fecero un ghigno al fotografo della stampa locale, con l’arbitro che alzava il braccio di Tully e Ruben dietro che cercava di coprirgli le spalle con la vestaglia di raso color porpora, sporgendo il suo faccione oltre la schiena di Tully e guardando verso l’obiettivo.

Le luci del ring erano già spente, il pubblico in piedi e i corridoi intasati, quando Lucero, con addosso la vestaglia nera col disegno di lustrini, si fermò a testa china e alzò i pugni, per ricevere un ultimo, magro applauso dai suoi connazionali delusi. Poi lasciò il ring seguito da Tully e, a una certa distanza l’uno dall’altro, i due rientrarono negli spogliatoi, accompagnati dai rispettivi secondi.

Col naso indolenzito e rigido, e una fila di cerotti a tappargli la ferita sul sopracciglio gonfio, Tully uscì nell’atrio, dove i pugili che avevano combattuto quella sera erano riuniti insieme ai loro manager. Arcadio Lucero, che ora indossava il cappotto di cammello e le scarpe gialle con le ghette e i tacchi da cowboy, col suo viso tondo e solenne se ne stava con Gil Solis, Ruben, Babe e Owen Mackin. Mackin, un uomo anziano con l’apparecchio acustico e il naso largo e storto, gli stava dando una pacca sulla spalla, e gridava: «Bravo ragazzo. Ci piaci. Bravo ragazzo». E vedendo Tully, gridò: «Hai fatto un bell’incontro, Billy».

L.

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Pubblicato da su ottobre 4, 2016 in Uncategorized

 

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[Scrivere di menare] Bambole pericolose (2010)

2997-barbara-baraldi-bambole-pericoloseStavolta l’incontro di boxe (più o meno ufficiale) si svolge tra due donne, ed è tratto dal romanzo “Bambole pericolose” di Barbara Baraldi, “Il Giallo Mondadori” n. 2997 (4 febbraio 2010).

Ecco un estratto di menare:

L’energia che scorre nello spazio definito dal ring è incontenibile. Due donne, due visioni dell’incontro. Eva: la voglia di dare il meglio di sé, di superare i limiti. Melanie: schiacciare, mortificare l’avversario.

Adrenalina. Rabbia.

Il secondo e ultimo round è appena cominciato. Nessun preliminare allo scontro diretto. La frenesia si è impadronita del combattimento e ha inghiottito le contendenti in un vortice di colpi veloci, potenti, decisi, schivate rapide, corpi in perenne, febbrile movimento.

Melanie, testa bassa, un bulldozer all’attacco. Avanza infilando combinazioni di jab e diretti imponenti. Il suo pugno sinistro si abbatte contro la guardia dell’avversaria come il cannone di una contraerea. Punta al volto, lavora di braccia terminando le sequenze con calci laterali brevi e velocissimi.

Eva si sente troppo vicina alla rivale per eseguire combinazioni elaborate e tiene salda la guardia, schiva e contrattacca. Contrasta l’impeto della sudamericana con folate di calci bassi e brevi catene di montanti al fegato.

«Dài, Mendes! Stendi quella fighetta!» grida qualcuno dal pubblico.

Melanie costringe Eva contro le corde del ring con uno spintone.

Prima ammonizione.

Non sembra farci caso, intenta a tempestare la rivale all’angolo con una serie di ganci serrati. La stringe in una morsa e alza il ginocchio con violenza colpendola al basso ventre.

Seconda ammonizione.

L’arbitro grida: «Alla prossima avrai il secondo punteggio negativo!» E poi: «Break! Break!»

La furia sudamericana punta il ginocchio contro l’avversaria e la martella con una batteria di ganci al fegato, gli occhi iniettati di sangue, poi infila una gomitata che fende l’aria con un sibilo e le sfiora il mento.

«Time stop!» sbraita l’arbitro, separando le due atlete con il proprio corpo.

Segnala a Melanie il suo secondo punteggio negativo e tra i fischi del pubblico le intima di finirla con i comportamenti scorretti. I giudici scuotono la testa.

Franco si precipita all’angolo. «Come stai? Ma l’arbitro che cazzo fa? Io avrei già interrotto l’incontro, qui finisce male! Sistemati il caschetto.»

Eva si passa il guantone davanti al viso e aggiusta le protezioni alla bell’e meglio. Non ha perso lo sguardo impassibile.

Il tempo ricomincia a scorrere. La bionda scatta repentinamente a lato con un saltello, scarta l’avversaria e abbatte su di lei un potentissimo pugno in rotazione, seguito da un inarrestabile gancio destro. Poi calcio basso, calcio medio e ancora un tornado di calci bassi.

Melanie incassa e risponde con un montante sinistro e un gancio destro che Eva schiva con una vorticosa spinta della schiena.

La sudamericana sibila qualcosa tra i denti e parte con la tibia diretta verso la coscia della rivale. Eva incassa con una smorfia di dolore, ma riprende subito il suo sguardo glaciale e infrange la guardia di Melanie con un calcio ad ascia e una serie di jab che le martellano il volto, sparpagliandole i capelli e sbruffando tutt’intorno migliaia di piccole perle di sudore acido.

Uno scambio di occhiate. «Estás morta» ripete Melanie.

In risposta, Eva scivola giù dalla sua visuale caricando una spazzata circolare all’indietro che trascina la sudamericana di lato e ne sposta il baricentro.

«Risparmia il fiato per colpire, stronza» sibila quasi senza muovere le labbra. Un ventriloquo indemoniato. È il segnale che fa perdere definitivamente le staffe a Melanie.

«Puttana!» strilla buttandosi su di lei come una fiera. Le due rovinano a terra unite in un abbraccio maligno.

L’arbitro urla, alza il cartellino dell’ammonizione e poi si precipita su di loro per tentare di separarle, ma la iena brasiliana lo inchioda al pavimento con un pugno rovesciato che gli fracassa il setto nasale e schizza piccole macchie scarlatte per tutto il pianale del ring.

A cavalcioni, picchia selvaggia cercando di centrare Eva al volto. I pugni chiusi davanti a sé in posizione di difesa, la ragazza bionda scalcia e scalpita tentando di divincolarsi dalla morsa della furia assatanata.

Brusio tutt’intorno. La voce del giudice centrale strilla con tutto il fiato: «Stop!»

Melanie continua a martellare con pugni alla cieca, ma Eva con un colpo di reni riesce a disarcionarla e liberarsi. Con una capriola all’indietro si rialza in piedi.

Un secondo dopo, il ring è il campo desolato dove si è consumata una battaglia forsennata. Il volto dell’arbitro una maschera di sangue. Due energumeni della sicurezza apparsi da chissà dove irrompono nel quadrato immobilizzando Melanie e trascinandola fuori tra gli schiamazzi del pubblico, le urla furibonde dei giudici e gli strilli disarticolati della brasiliana che si torce e sgomita, scalpita e scalcia.

Poco dopo, Eva è dichiarata vincitrice. Non sembra soddisfatta, avrebbe preferito stracciare l’altra al conteggio dei punti.
L’applauso del pubblico è scrosciante, ma non le evita di scorgere minacce come sibili in una lingua sconosciuta.

L.

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Pubblicato da su settembre 27, 2016 in Uncategorized

 

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[Scrivere di menare] Fighter (2007)

fighterChe fantasia, questi titoli di romanzi: per fortuna dopo The Fighter si è pensato di togliere l’articolo per il romanzo dello stesso anno, uscito dunque in Italia semplicemente come Fighter.
Uscito nel 2007 per la milanese BD, il romanzo di Craig Davidson viene ristampato nel 2010 come n. 3007 della collana “Il Giallo Mondadori”: la traduzione è sempre di Marco Schiavone.

Ecco un estratto di menare:

La stretta di mano di un vero combattente era sempre morbida. Forse perché le loro mani erano tenere dopo mesi di pugni al sacco e guanti e avversari. O forse, dopo aver fatto così tanti danni sul ring, non possedevano alcun desiderio di far male fuori dal quadrato, anche quello minimo che poteva derivare da una ferrea stretta di mano.
Paul e Tommy si strinsero le mani molto, molto gentilmente.
«Mi dispiace per quello che succederà,» disse Paul.
«Di cosa vuoi dispiacerti?» Tommy diede un buffetto sulla spalla di Paul. Il suo sorriso era in qualche modo svergognato. «Ci andrò giù piano con te.»
«Per favore, non farlo.»

Il primo pugno colpì Paul alla spalla. Non c’era forza in esso: se fosse possibile tirare un pugno benintenzionato, Tommy ci era riuscito. Ma era stato abbastanza da sbilanciarlo e saltellò all’indietro, per poi lanciarsi rapido contro il torace di Tommy. Tommy aumentò la pressione su Paul, cingendogli il collo con il braccio, obbligandolo a stare a testa in giù e rendendogli difficile respirare. Paul fissava il proprio ombelico mentre il grosso bastardo lo colpiva alle costole. Non troppo duro, abbastanza da farlo soffrire.

Sentì le proprie costole rimpicciolirsi intorno ai polmoni, il ritmo sincopato del suo cuore, la sensazione di essere vicino al proprio corpo come mai prima d’allora.

Il braccio di Tommy scivolò giù dal collo di Paul. Paul si riprese e lanciò un destro alla testa del suo avversario; Tommy schivò e il colpo raggiunse il lato della sua gola, mentre il suo destro attraversava le braccia di Paul per colpirlo sotto il mento. Il dolore fiorì all’interno del cranio di Paul, non in un solo fiore, ma in giardini, un dolore di chiodi arroventati infilati sparsi sullo scalpo.

Tommy fu sorpreso dal ragazzo che non andava giù. Il ragazzo Kilbride sarebbe caduto a pezzi, ma questo sorrise e basta, con il sangue che riempiva le fessure tra i denti. È malato, pensò Tommy, allo stesso modo del povero Garth Briscoe.

Paul attaccò, mancando il bersaglio, quindi Tommy lo colpì con un pugno pesante. Le lacrime riempirono gli occhi di Paul mentre una distinta nota di sofferenza suonava sul suo viso e colpiva il centro del suo cervello. Fu colpito ancora, più duro di quanto fosse mai stato colpito prima: il naso si compattò, i capillari brucianti brucianti. Il mondo divenne rosso e Paul cadde in quel rossore, come in un sogno. Il suolo correva ad accoglierlo. Vide una macchia rossa del suo sangue a forma di ventilatore, poi di farfalla, luccicare e poi penetrare nelle crepe e nei nodi del tappeto.

Suonò il gong.

Paul barcollò fino al suo angolo come un uomo reduce da tre giorni di bevute ininterrotte. Sorrideva.

Lou lo aiutò a trovare lo sgabello. La faccia di Paul pareva qualcosa che poteva essere firmata da Goya: una fronte neanderthaliana sopra le sopracciglia e un dente infilato nel paradenti, appeso a una striscia di pelle.

«Tieni duro.» Lou infilò le dita nella bocca di Paul e, con una torsione decisa, strappò via il dente. «Se ingoi più di mezzo litro starai male,» gli disse mentre il sangue riempiva la bocca di Paul. «Che diavolo, tanto non te ne cresceranno di nuovi, no?»

Usò il solfuro ferrico per cauterizzare il buco sanguinante nella bocca di Paul. Paul inghiottì compulsivamente, l’acido gli bruciò l’esofago.

«Sto cercando di andarci piano. Ma è ingordo.»
Reuben passò la testa di Tommy con una spugna bagnata. «Che cosa ti aspettavi? L’altra volta hai avuto un deficiente, ora un acchiappapugni.»
«Masochista,» corresse Tommy.
«Continua a pressarlo. Non devi dare spettacolo per questi cretini.»
«E se non va giù?»
«Allora devi farlo andare giù.»
«Potrei fargli davvero male.»
«Cristo, Tom, come pensi che finisca altrimenti?»

Finì dopo trentatré secondi dall’inizio della seconda ripresa. E finì in questo modo.

Due uomini combattevano nel ring illuminato brutalmente, i fischi dei loro pugni a suonare una canzone mortale. Paul provava una gioia puramente perversa nel sentire le mani di un altro uomo sul proprio corpo, seppure con violenza. Tommy trovò il tessuto morbido sotto il cuore di Paul con un montante cattivo; Paul ansimò come se un palanchino gli fosse stato conficcato nel torace.
Tommy vide l’opportunità: il ragazzo lasciava aperta la guardia ogni volta che provava un destro. Fai in fretta, pensò Tommy. Mandalo a nanna.

Tommy piantò i piedi per terra e si impegnò in un montante destro che emerse dal suo petto come un missile Stinger decollato da un silo nei campi.

Il pugno mancò per mezzo centimetro.
Considerate questa distanza per un momento.
Il vostro dito indice, diciamo. Alla base della vostra unghia, dove incontra il suo letto – dove l’unghia incontra la carne – quella mezzaluna biancastra. È chiamata la lunula, dal latino luna. La lunula non dovrebbe essere più di mezzo centimetro nel suo punto più alto; un po’ di più se la vostra unghia è soggetta a manicure, con il cuticolo spinto all’ingiù.

Il pugno di Tommy mancò per una lunula. Per un’ala di falena. Mezzo centimetro. Ma in maniera cruciale mancò di una vita intera, o di parecchie. Mancò per i quarantatré anni di Tommy e i quarantacinque di Reuben, per i ventisei di Paul e i sedici di Rob. Mancò tutte le possibilità che esistevano nella frazione di secondo precedente e di tutte quelle che sarebbero potute esistere dopo.
Quando il pugno di Tommy filò al lato del suo mento, Paul fece un passo di lato e reagì istintivamente. La mascella di Tommy era serrata: l’arteria mascellare interna che va dalla cima del capo al cuore era stretta, il sangue si raccoglieva intorno alle tempie.
Fu un pugno fortunato, del tipo che potete vedere se guardate tanti incontri.

Paul era nel posto giusto, Tommy in quello sbagliato. Le circostanze erano a favore di Paul, e contro Tommy. Tutti laggiù sapevano chi era il combattente migliore; neanche una scommessa era stata piazzata su Paul vincente.
Un pugno fortunato, è tutto. Succede.

Paul sentì come se un grappolo molto piccolo, e molto maturo, fosse stato schiacciato dalle sue nocche.
Oppure messa in altro modo.
Dicono che ogni sostanza che appare solida è, al suo livello più basso, nient’affatto solida. Tutto è composto da atomi, nuclei di protoni e neutroni attorno a cui orbitano gli elettroni. Una enorme distanza separa gli elettroni dai loro nuclei: immaginate la luna che ruota intorno alla terra, o la terra che orbita intorno al sole, e avrete un’idea. Dicono che se si rimuovono tutti quegli spazi vuoti, e si comprime tutto il resto insieme, l’Empire State Building potrebbe stare in un cucchiaino per il tè: un cucchiaino pieno di materia pura del peso approssimativo di 19,800 tonnellate.

Il pugno di Paul colpì Tommy come l’Empire State Building fatto cadere da un cucchiaino di tè.

Nell’istante in cui il pugno colpì, mentre gli occhi di Tommy scivolavano involontariamente all’indietro, Paul avrebbe voluto riprenderselo, come se il pugno fosse stato un insulto che poteva ritirare. Scusa, scusa, non volevo. Stavano combattendo, certo, provando a mettere al tappeto o costringere alla resa l’avversario, ma il suono della testa di Tommy che colpiva le tavole – un orribile rumore di frattura come una lumaca schiacciata – interruppe qualunque incantesimo lo avesse avvolto e ora Paul poteva solo guardare Tommy che cercava di rialzarsi fallendo miseramente, il sangue che correva fuori dal naso mentre lui fissava vacuo, con uno strano sorriso disorientato.

E quando Tommy cadde, cercando di afferrare Paul perché era l’unica cosa raggiungibile, Paul fu lì a prenderlo. Cullò il grosso collo muscoloso di Tommy, il suo denso peso privo di vita come un sacco di cemento sudato. La testa di Tommy dondolava, con gli occhi aperti, la lingua penzolante oltre il piatto paradenti nero.

Qualche secondo e Reuben spingeva via Paul e si inginocchiava di fianco a suo fratello. Cercò di pulire il sangue con un asciugamano, ma ce n’era dannatamente troppo e non la smetteva di uscire. Il sudore sulle braccia di Tommy era gelido e la sua testa sembrava tutta sbagliata; Reuben aveva male allo stomaco a pensare che dentro tutto era rotto e fosse solo la pelle a tenere tutto assieme.
«Chiama un’ambulanza!»
«Non funziona così,» disse Manning a Reuben. «Devi occupartene tu.»
«Occuparmene come?»
«Come puoi.» Manning incrociò le braccia. «Dove vuoi, ma non qui.»

L.

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Pubblicato da su settembre 20, 2016 in Uncategorized

 

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[Scrivere di menare] Nelmondodimezzo (2015)

nelmondodimezzoEcco degli estratti “di menare” dal romanzo “Nelmondodimezzo. Il romanzo di Mafia capitale” (2015) di Massimo Lugli – Newton Compton (luglio 2015).
Il testo che segue è preso dall’anteprima GoogleBooks del romanzo, che trovate anche in versione Kindle.

Essendo nato e cresciuto a Roma, mi piace questa descrizione di Lugli, che ricrea perfettamente un ambiente da palestra che era molto comune un tempo, quando cioè bazzicavo alcune fantasiose palestre romane.

«Ajimè». Il comando in giapponese mi sorprese. Ma come si dice “combattete” nel kung fu? Frugai nei recessi della memoria ma fui interrotto dall’urlo selvaggio di mio figlio. Come un giaguaro affamato, Paolo si scaraventò sul suo avversario, un ragazzo della sua età appena un po’ più alto di lui, che non attese la carica ma, a sua volta, gli si lanciò contro. Nessuno studio, nessuna posizione di guardia: uno scambio selvaggio di calci e pugni con pochissima tecnica, ma una brutalità che in quarant’anni di arti marziali avevo visto solo sui ring di free fight o in qualche sperduto torneo di boxe tailandese.

M’irrigidii mio malgrado guardando Paolo, il mio educato, gentile figlio quattordicenne, afferrare la gamba dell’avversario con un braccio, proiettarlo a terra, cadere su di lui e cercare di bloccarlo con le ginocchia mentre lo tempestava di pugni in faccia, L’altro, Giuseppe, reagì agganciandogli la vita con le gambe, in una tecnica classica dei ju jutsu brasiliano o delle arti marziali miste, che ne erano derivate e tentare di capovolgere la situazione mettendolo schiena a terra. L’incontro divenne una lotta goffa e ansimante, con i due contendenti che cercavano di applicare una chiave articolare o una, presa al collo e, appena trovavano un po’ di spazio, sì colpivano ferocemente con pugni e gomitate. Il mio sguardo sempre più allarmato si spostò sul maestro, sperando di sentire il comando di stop, break o come cazzo sì ordinava di interrompere il combattimento. Niente da fare: sifu Giancarlo se ne stava tranquillo, a braccia incrociate, ad assistere al massacro con un’espressione indecifrabile, a metà tra l’indulgente e il divertito.

I due ragazzi continuarono a contorcersi per un po’ e poi, finalmente, il sifu intervenne e li separò, riportandoli a distanza. Paolo e l’avversario si guardavano con odio, fremendo dalla voglia di continuare a combattere. Un nuovo comando, una seconda, feroce carica. Paolo centrò Giuseppe con un calcio frontale in pieno petto che lo sbalzò a terra. Un istante dopo mio figlio gli fu addosso, lo colpì con un paio di calci all’addome, doppiò con una serie di pugni a catena fino a quando l’altro batté la mano a terra in segno di resa. Rialzandosi, Giuseppe si asciugò un rivolo di sangue che gli sgorgava dal naso. Ignorai lo sguardo trionfante di Paolo mentre il maestro alzava il braccio verso di lui proclamandolo vincitore.

Quell’incontro non mi era piaciuto affatto ma, del resto, niente, in quella scuola, mi piaceva: la grottesca tenuta del sifu: una giacca nera cinese completa di alamari ma senza maniche per mettere in mostra le braccia muscolose e piene di tatuaggi, con una sorta di fascia d’oro alla vita e pantaloni svasati, il simbolo dello stile, una tigre rampante tra due sciabole incrociate, la panoplia di spade, alabarde, nunchaku, asce e altre armi tradizionali in un angolo, l’espressione spaventata, furente o allarmata dei ragazzi che aspettavano il loro turno ma, soprattutto, l’assenza della foto, quasi obbligatoria nelle palestre di kung fu, del Si-Jo, il “Nonno”, il maestro del maestro o il caposcuola a cui faceva riferimento lo stile. Sifu Giancarlo, molto probabilmente, aveva inventato una sua disciplina personale, assemblando tecniche di arti diverse in cui mi era sembrato dì riconoscere un po’ di Shaolin classico, un po’ di boxe tailandese, un pizzico di ju jutsu e una spolverata di lotta libera. Rimpiangevo la prima scuola di goju ryu di mio figlio, con i suoi rituali sofisticati, la cortesia obbligatoria verso l’avversario, la rigidissima disciplina, i karategi bianchi che si differenziavano solo per il colore della cintura, i diplomi in giapponese e in italiano del Sensei che poteva dimostrare di aver superato un lunghissimo tirocinio prima di ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Le arti cinesi vantano una tradizione plurisecolare ma, in mancanza di una federazione unica, chiunque abbia grinta e faccia tosta può improvvisarsi maestro e quel posto, più che un luogo di formazione fisica e spirituale, mi sembrava una scuola di picchiatori. Ma erano considerazioni da tenere per me, almeno per adesso. La rabbia con cui Paolo aveva umiliato l’avversario la diceva lunga e probabilmente France aveva ragione: a quell’età, bastava pochissimo per scatenare un conflitto tra un padre ormai attempato e un figlio adolescente che cercava a sua strada.

La lezione si concluse con il saluto classico: pugno destro nella mano sinistra e un leggero inchino al maestro, poi mio figlio scomparve nella doccia assieme agli altri allievi e immaginai gli scherzi, le battute, gli schizzi d’acqua e le prese in giro da spogliatolo che avevo vissuto per anni e anni nel mio peregrinare da un’arte marziale all’altra, in una ricerca incessante che, alla fine, mi aveva fatto approdare alla danza gentile e letale del tal ki kung. Anch’io, in fondo, avevo cambiato spesso disciplina, ma la svolta di Paolo e tutta quella violenza selvaggia mi preoccupavano. Non sono tanto le botte in sé ma lo spirito con cui si affronta il combattimento a cambiare tutto.

«Che ne dice, signor Corvino?», la voce del maestro mi fece sobbalzare. Mi si era avvicinato alle spalle in silenzio mentre gli allievi più grandi della lezione successiva cominciavano a scaldarsi con qualche esercizio di stretching.

«Be’… Molto efficace», tergiversai. «Certo, fa un po’ impressione vedere dei ragazzi di quell’età che si picchiano in quel modo».

«Ma lei non era un praticante di arti marziali?». Il tono del sifu era improvvisamente aggressivo, quel tizio mi dava istintivamente sui nervi. Vidi un ciondolo d’oro penzolargli al collo e mi sembrò di riconoscere un fiore di prugno stilizzato.

«Be’, sì, da ragazzo ho fatto parecchio karate e…»

«Che stile?»

«Kyokushin kai».

«Be’, non è esattamente danza classica…», ma la sua ironia, evidentissima, lo smentiva. Il classico stronzo che considera tutte le altre discipline una pura perdita di tempo.

«No, anche noi picchiavamo duro ma… Non so… Forse combattimenti erano un po’ più controllati… Del resto sono tanti anni che non pratico karate», aggiunsi conciliante. «Ora faccio tai chi, roba da vecchietti». La sua espressione spiegò chiaramente cosa pensava del “Pugilato dei supremo fondamento”: roba da finocchi o da pensionati.

«I miei allievi imparano a combattere, non a ballare», pontificò. «In uno scontro di strada non ci sono regole, non c’è un arbitro che interrompe se uno si fa male. Conta solo sopravvivere. È questo che cerco di insegnare a suo figlio e agli and ragazzi». Quante volte avevo sentito quelle scempiaggini? In uno scontro di strada non c’è tecnica, si va al sodo, bla bla. La realtà della strada è un coatto che ti rompe la testa a mazzate o che tira fuori il coltello o addirittura il ferro a tradimento ed ero sicuro di conoscerla meglio di quel pomposo imbecille. Scossi la testa e lui interpretò il gesto nel modo peggiore.

«Se vuole può provare…», mi sfidò indicando il tatami. «Uno scambio di tecniche leggero leggero, tanto per saggiare i suoi riflessi». Probabilmente stava cercando l’occasione per massacrarmi di botte davanti a mio figlio. Sorrisi tristemente.

«Ho quasi sessant’anni, sifu Giancarlo», calcai di proposito sul titolo, tanto per fargli capire che lo consideravo indegno dì fregiarsene. «Alla mia età certe cose interessano poco. Contano più l’aspetto spirituale, la coltivazione dell’energia interna, mantenersi in forma senza traumi…». Fece una smorfia nauseata e aprì la bocca per interrompermi o provocarmi di nuovo ma, in quel momento, Paolo ricomparve in tuta, con i capelli umidi sotto il cappuccio della felpa e la borsa a tracolla. Il suo aspetto da pulcino marziale mi strappò un sorriso di tenerezza che lui ignorò mentre si rivolgeva al maestro.

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L.

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Pubblicato da su settembre 15, 2016 in Uncategorized

 

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