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Quante scimmie ci vogliono per fare Shakespeare?

Venerdì 9 marzo 2018 il comico Maurizio Crozza, nella sua puntata di “Fratelli di Crozza“, ha dato per certa una teoria che da tempo è screditata, essendo poco più di una leggenda letteraria. Non è ovviamente un errore del comico – i cui autori palesemente raffazzonano al volo notizie vaghe raccolte in giro per il web – è che nell’immaginario collettivo è ancora forte la convinzione che un milione di scimmie che battano a caso su dei tasti, dato tempo a sufficienza, alla fine produrrebbero l’intera opera di Shakespeare.

È il momento di raccontare una storia falsa che affonda le radici in duemila anni di leggende: per farlo, ripesco una mia passata “indagine”.

Una seduta creativa “scimmiesca” dalla serie animata I Griffin


Di scimmie e di dadi

apparso originariamente
su ThrillerMagazine il 1° marzo 2013

Far scrivere a delle scimmie un’opera shakespeariana
è come lanciar dadi con su incise delle lettere sperando di ottenere qualcosa:
ecco la storia di un paradosso
che ha attraversato duemila anni di storia della conoscenza

Cicerone

Quarantaquattro anni prima della nascita di Cristo, Marco Tullio Cicerone inserisce un passaggio di grande importanza nella sua opera De natura deorum (La natura degli dèi). Possibile, si chiede l’autore, che qualcuno davvero ancora creda che il mondo sia il «risultato dell’incontro fortuito» di elementi solidi? Per spiegare l’assurdità di questa convinzione, Cicerone concepisce un esempio per assurdo: è come se lanciando

«un mucchio di pezzetti d’oro, con su incise le ventuno lettere dell’alfabeto, possano formarsi gli Annali di Ennio. Ignoro se la casualità possa creare anche solo un verso».

Il celebre letterato latino si rifà ad una lotta che nei secoli precedenti ha acceso gli animi dei grandi pensatori greci, una questione che sarebbe rimasta “scottante” nei millenni a venire: l’atomismo. Possibile che un mondo così perfetto, dove tutto funziona con millimetrica precisione, sia null’altro che un mucchio di atomi disposti a casaccio? Quest’idea ha infiammato le menti di molti grandi pensatori, che spesso si sono guadagnati critiche feroci – Dante nell’Inferno si scaglia contro l’atomista Democrito, «che ’l mondo a caso pone» (IV, 136) – e che per quasi duemila anni ha creato una specie di rivalità tra fazioni: chi dice che tutto è creato dal caso, chi dice che in tutto c’è un disegno. L’ovvia presenza nel discorso del pensiero religioso intorbida le acque e rende ancora più accesi gli animi.

Non stupisce quindi che diciotto secoli dopo la frase di Cicerone troviamo lo stesso esempio per assurdo in un’opera del canonico Salvatore Mancino – professore dell’Università di Palermo – che, scagliandosi contro l’atomismo di Denis Diderot, esordisce con questo esempio paradossale: «Asserisca [Diderot] che una tra le infinite combinazioni casuali delle lettere dell’alfabeto abbia potuto produrre l’Iliade» (da Elementi di filosofia, 1846).

Che siano gli Annali di Ennio o l’Iliade di Omero, la tesi è chiara: delle parole gettate a caso non potranno mai formare un’opera completa.

Fra Cicerone e Mancino troviamo “I viaggi di Gulliver” (1726) di Jonathan Swift, nella cui terza parte l’autore si diverte alle spalle di inventori e filosofi “alla moda” del suo tempo immaginando l’Accademia di Lagado come se fosse la Libreria di San Vittore del Rabelais: un posto pieno di prodigi ridicoli.

Illustrazione di Grandville

In una stanza dell’Accademia incontriamo uno strano professore che, grazie a quaranta aiutanti, utilizza una macchina di propria invenzione: grazie a dei dadi con su scritte «tutte le parole della lingua del paese e tutti gli accidenti de’ loro tempi, modi, numeri, declinazioni e coniugazioni, ma senza nessun ordine» traduce Gaetano Barbieri nella Milano del 1842. (Nella stessa edizione viene riportata una ricostruzione grafica curata dal celebre illustratore Jean-Ignace-Isidore Gérard, detto Grandville, che è riportata qui accanto.) Dopo un procedimento che fa ruotare detti dadi, il risultato è un insieme di parole che volta per volta la macchina muta nell’ordine.

Lavorando sei ore al giorno da molti anni, il risultato è una grande raccolta di libri che l’inventore mostra con orgoglio: un guazzabuglio di frasi sconnesse (broken sentences) da cui però in futuro sarà possibile trarre un corpus unico che contenga tutte le arti e le scienze del mondo. Swift non parla di scimmie – in realtà si sta divertendo a prendere in giro Raimondo Lullo e la sua Ars magna, secondo cui identificati i concetti logici base si potrebbero poi “mixare” per tirare fuori ogni tipo di discorso filosofico – ma il procedimento è lo stesso: dato tempo sufficiente, l’utilizzo di quella macchina, cioè gettare dadi a caso, darà prima o poi un’opera completa.

Illustrazione di Grandville per la macchina da stampa casuale di Lagado

Una decina d’anni dopo l’affermazione di Mancino in Inghilterra appare un’opera controversa che è pronta a cambiare per sempre il modo di vedere il mondo: “L’origine delle specie” (On The Origin of Species, 1859) di Charles Darwin. Nel concetto di evoluzione che Darwin va tracciando sembrano fondersi le due fazioni di cui si parlava prima: l’evoluzione non è casuale, non può esserlo, ma è un insieme di procedimenti che entra in funzione all’apparire di un evento casuale (come una mutazione genetica o uno squilibrio ambientale). Quindi il mondo non è regolato dal caso, ma neanche da un progetto divino: invece di cercare un terreno comune, il risultato è che sono scontenti tutti – atomisti e non – e le polemiche si inaspriscono.

Thomas Huxley

In questo momento nasce un aneddoto, quasi sicuramente apocrifo: nella storia del pensiero umano, comunque, raramente la verità ha avuto un qualche peso.

Un giorno del 1860 l’evoluzionista ed agnostico Thomas Huxley – autore di saggi come Evoluzione ed etica e Il diavolo nei dettagli nonché nonno del celebre Aldous Huxley, l’autore de Il mondo nuovo – organizza con dei compagni di Oxford un dibattito agguerrito sull’evoluzionismo, a cui partecipa anche l’arcivescovo Samuel Wilberforce. Il “duello” fra i due è rimasto celebre, e ad un certo punto Huxley se ne esce con una provocazione chiedendo all’arcivescovo di mettergli a servizio sei scimmie con una macchina da stampa: dato abbastanza tempo, afferma che quelle scimmie potranno riprodurre non solo le opere di William Shakespeare, ma tutti i volumi della British Library.

Quanto ci sia di vero in tutto questo è difficile da stabilire: Huxley ha più volte riportato, in epistolari ed autobiografie, il suo dibattito con Wilberforce ma da nessuna parte è riportata la provocazione “scimmiesca”.

Sir James Hopwood Jeans

In realtà è un aneddoto apocrifo, nato semplicemente dal fatto che nel 1930 Sir James Hopwood Jeans nel suo saggio “The Mysterious Universe“, scrive questa frase: «Credo sia stato Huxley a dire che sei scimmie…» e via dicendo. Così come alcune delle pagine scritte a caso dalle scimmie potrebbero contenere opere shakespeariane – spiega Jeans, – così solo alcune delle miriadi di stelle in cielo si sono unite a formare quello che noi chiamiamo galassia.

Grazie ad una falsa attribuzione, dunque, Huxley risulta essere l’ignaro creatore dell’ipotesi scimmiesca, idea storpiata da continui rimaneggiamenti tanto da infiammare gli anni Trenta del Novecento con un concetto contrario a quello che era esistito nei precedenti duemila anni: lettere scritte a caso ora possono creare un’opera completa.

L’argomento non sfugge ad un giovane critico letterario di nome Jorge Luis Borges che, dalle pagine della rivista “Sur”, nel 1939 lo cita all’interno di un pezzo giornalistico di grande lirismo narrativo: La biblioteca total (raccolto in seguito in Borges en «Sur» (1931-1980), Emecé, Buenos Aires 1999). Il testo in questione diviene la base strutturale per il celebre racconto “La Biblioteca di Babele” (1941), ed alla provocazione di Huxley (o che lui pensa essere di Huxley) Borges risponde in modo divertito: invece di sei scimmie con una macchina da stampa, «a rigor di logica basterebbe una sola scimmia immortale».

Finisce qui l’interesse borgesiano per le scimmie scrittrici: non sa egli che quasi sessant’anni dopo questo suo minimo interesse sarà amplificato a dismisura. Borges infatti nel 2000 diventa personaggio co-protagonista di un piccolo romanzo giallo-letterario: “Borges e gli oranghi eterni” (Borges e os orangotangos eternos), portato in Italia nel 2013 da Atmosphere Libri. L’autore, il brasiliano Luís Fernando Veríssimo, immagina una convention internazionale di appassionati di E.A. Poe a cui partecipa anche il Maestro di Buenos Aires, che aiuterà il protagonista a risolvere un delitto. Fra i mille temi trattati – tutti difficilmente assimilabili all’opera borgesiana – c’è anche quello delle scimmie scrittrici… che però diventano oranghi!

«È stato John Dee il primo a parlare dell’Orango Eterno» fa dire Verissimo a Borges: non solo sposta indietro la questione delle scimmie scrittrici di almeno quattrocento anni, ma mette in bocca a Borges un nome (quello di Dee) che egli non ha mai pronunciato! «Dotato di una penna resistente, di inchiostro sufficiente e di una superficie infinita – racconta il Borges apocrifo del romanzo di Verissimo, – avrebbe finito per scrivere tutti i libri conosciuti, oltre a creare alcune opere originali». Il ragionamento fallace è alieno alla concezione borgesiana: l’inserimento dell’infinito nell’equazione fa sì che sia ridicolo pensare che questo orango crei solo le opere conosciute. Semmai creerà tutte le combinazioni esistenti delle lettere, cioè un numero titanico di opere inintelligibili (come aveva predetto Borges nella sua Biblioteca di Babele): un esercito di libri pieni di lettere a casaccio, di cui solo un’infima parte corrisponderebbe ad opere note.

Luis Fernando Verissimo

E poi già nel 1893 Lewis Carroll, nella sua opera onirica “Sylvie e Bruno“, aveva fatto affermare dal suo personaggio Arthur che le lettere sono finite, quindi sono finite anche le possibili loro combinazioni, per quanto di numero molto elevato. («Molto presto i letterati non si chiederanno “che libro scrivere?”, bensì “quale libro?”»)

Non pago di aver inventato un Borges esperto di John Dee e del Necronomicon – argomenti che non trovarono mai l’interesse del poeta bonaerense – Verissimo attribuisce ad uno studioso del Cinquecento il possesso di un animale sconosciuto all’Europa finché nel 1641 arrivò in braccio a Nicolaas Tulp (che raccontò chiamarsi orang-utan, che in malese significa “uomo della foresta”). È vero comunque che a John Dee vengono attribuite infinità di “cose strane”, e gli autori del fantastico – e fantasiosi autori di pseudo-saggistica – hanno amato attribuirgli scoperte e invenzioni che vanno a braccetto con l’impossibile, quindi attribuirgli anche un Orango Eterno non è certo la più implausibile delle tesi.

Alla fine, allora, sei scimmie e una macchina da stampa possono dare vita all’opera di Shakespeare? Un Orango Eterno può creare ogni incrocio di parole possibile, quindi anche le opere a noi conosciute? Malgrado la sicurezza dell’inventore del paradosso, l’astronomo Jean Jeans – «può capitare che un gruppo di atomi di riunisca in una cellula vivente: dato sufficiente tempo, questo accadrà di sicuro, così come accadrà di sicuro che sei scimmie, dato sufficiente tempo, scriveranno un sonetto di Shakespeare» (The Mysterious Universe, pag. 5-6) – la risposta “tecnica” può essere una sola: ovviamente no.

I matematici più ottimisti affermano che la probabilità che questo avvenga non è zero, quindi c’è in effetti una possibilità contro un numero vergognosamente alto di possibilità contrarie. E stiamo parlando del tempo intercorso dalla nascita dell’universo ad oggi: circa una ventina di miliardi di anni.

Papà Richard Dawkins

«Se potessimo avere a disposizione un esercito sterminato di 10 alla 46 scimmie – spiega sarcastico Richard Dawkins nel passaggio de “L’orologiaio cieco” (The Blind Watchmaker, 1986) in cui analizza il paradosso, – ognuna con la sua macchina per scrivere? In tal caso una di esse batterebbe solennemente la frase: “Methinks it is like a weasel” [un verso shakespeariano], e un’altra scriverebbe quasi certamente: “Cogito, ergo sum”. Il problema, ovviamente, è che noi non potremmo mai mettere assieme un numero così sterminato di scimmie. Se tutta la materia dell’universo fosse trasformata in carne di scimmie, non avremmo ancora scimmie a sufficienza».

Forse non è questo il modo di trattare la provocazione di Cicerone e la contro-provocazione di James Jeans. Il fatto che le opere letterarie non vengano create con lancio di dadi, e che Shakespeare (o chi per lui) scrisse le sue opere in numero incredibilmente esiguo di anni – al contrario di qualsiasi scimmia dattilografa! – dovrebbe far capire che i metodi della creazione sono altri. Che Shakespeare non ha creato dal nulla la sua opera: ogni sua riga – come ogni riga scritta da essere umano – nasce da qualcosa scritto precedentemente; ogni parola è l’evoluzione di una parola “primitiva” così come ogni concetto è un momento di un fiume lessicale.

Nell’immaginario, le scimmie sapranno sempre scrivere Shakespeare…

Dove nasce tutto questo? Dove nascono i concetti, le parole e le frasi umane? Dove nascono le opere letterarie? In quella mente umana che sa scegliere, non casualmente, quelle combinazioni lessicali che più sappiano “infettarla”. Come sapevano bene gli oracoli greci, che

«segnando i dadi con lettere, e gittando le sorti, nelle parole, che risultavano dalle accoppiate sillabe, leggevano la risposta fatale»

come scrive il nostro Baldassarre Bonifacio nella sua seicentesca opera “La Regina de’ Cieli“. Gli oracoli non avevano bisogno di un tempo infinito perché, con le loro lettere scritte su dadi, si formassero dei concetti: bastava solo un lancio, al resto pensava le mente umana.

Montgomery Clift ed Elizabeth Taylor in Improvvisamente l’estate scorsa (1959)

Ma noi continuiamo a parlare di scimmie e di dadi – sia in positivo che in negativo – perché vogliamo inserire a tutti costi l’elemento religioso: vogliamo che sia Dio a fare tutto e non delle scimmie che battano tasti a caso. Ma Dio non gioca a dadi, come ci ha spiegato Albert Einstein, o se lo fa li va a lanciare dove non possiamo vederli, come ha detto Richard Feynman. Forse il problema è che siamo noi a cercare Dio nei dadi, quindi questo pezzo va chiuso assolutamente citando il Tennessee Williams di “Improvvisamente l’estate scorsa” (Suddenly, Last Summer, 1958), prima pièce teatrale poi film di successo.

«Siamo tutti fanciulli in un grande asilo e cerchiamo di comporre il nome di Dio con i dadi sbagliati».

L.

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Pubblicato da su marzo 16, 2018 in Indagini

 

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Elogio dell’ombra (1969) Adelphi 2017

Que otros se jacten de las páginas que han escrito;
a mí me enorgullecen las que he leído

L’ottimo Tommaso Scarano continua a curare per la Adelphi l’opera immane di ripresentare in italiano le opere di Jorge Luis Borges, che sono più di quanto voi umani possiate immaginare. E come ogni anno, da molti anni, io sono fra i primi e più entusiasti acquirenti dell’uscita di turno.
Questo novembre è il turno dell’uscita, nella collana “Biblioteca Adelphi” (n. 677), di “Elogio dell’ombra” (Elogio de la sombra), volume pubblicato originariamente a Buenos Aires il 24 agosto 1969: cioè il giorno in cui Borges compiva 70 anni.

Già abbondantemente noto in Italia grazie a Franco Lucentini, che nel 1955 l’aveva tradotto per Einaudi, la stessa casa lo presenta in italiano nel 1971 con la traduzione del consueto Francesco Tentori Montalto, curatore fedele delle opere del Maestro.
Tommaso Scarano sta ritraducendo tutto, in questa lunga opera di rielaborazione e studio borgesiano, e non possiamo che essergliene grati. Ciò non vuol dire che dobbiamo dimenticare l’impegno di Tentori Montalto, per questo tutti i versi che riporto di seguito li presento nella doppia traduzione.

«La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’universo. Questo o quel verso fortunato non può inorgoglirci, perché è dono del Caso o dello Spirito; solo gli errori sono nostri. Spero che il lettore scopra nelle mie pagine qualcosa che possa meritare il loro ricordo; in questo mondo la bellezza è comune.»

Così Borges conclude il suo Prologo, quell’introduzione deliziosa che il bonaerense ha trasformato in arte, scrivendone così tanti – per sé e per altri – inventando in pratica uno stile.
Quanti altri autori conoscete che introducono un proprio lavoro augurandosi che i lettori alla fine ricorderanno gli errori in esso presente?

Il volume raccoglie poesie già apparse precedentemente. La prima è “Giovanni 1,14“.

Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sul palmo,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
sarà almeno la sua eco.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte e rimpiango l’odore
di quella bottega di falegname.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Non sarà minor enigma questa pagina
di quelle dei Miei libri sacri
né delle altre che ripetono
le bocche ignare
credendole di un uomo e non oscuri
specchi dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà,
ancora una volta acconsento al linguaggio,
che è tempo successivo e simbolo.
Chi gioca con un bambino gioca con qualcosa
di vicino e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Fui tra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di una magia
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, imprigionato in un corpo
e nell’umiltà di un’anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la stessa.
Conobbi la speranza e il timore,
i due volti del vago futuro.
Conobbi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
gli incerti labirinti della ragione,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, osannato e appeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Vidi coi Miei occhi cose mai vedute:
la notte e le sue stelle.
Conobbi il levigato, il sabbioso, il disuguale, il ruvido,
il sapore del miele e della mela,
l’acqua nella gola della sete,
il peso di un metallo nel palmo della mano,
la voce umana, il rumore di passi sull’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto grido degli uccelli.
Conobbi pure l’amarezza.
Ho affidato a un uomo qualunque questa scrittura;
non sarà mai quello che voglio dire,
non sarà che il suo riflesso.
Dalla Mia eternità cadono questi segni.
Altri, non chi ora ne è l’amanuense, scriva la poesia.
Domani sarò una tigre fra le tigri
e annuncerò la Mia legge alla foresta,
o un grande albero in Asia.
A volte penso con nostalgia
all’odore di quella bottega di falegname.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

Mi piace riportare anche la poesia “Labirinto“.

Non ci sarà sortita. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine. È di ferro il tuo destino,
così il giudice. Non attender l’urto
del toro umano la cui strana forma
plurima colma d’orrore il groviglio
dell’infinita pietra che s’intreccia.
Non esiste. Non aspettarti nulla.
Neanche nel nero annottare la fiera.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Non ci sarà una porta mai. Sei dentro
e la fortezza è tutto l’universo
e non ha lato dritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che il rigido percorso
che inesorabilmente si biforca,
che inesorabilmente si biforca,
abbia fine. È di ferro il tuo destino
come il tuo giudice. Non aspettare
l’urto dell’uomo toro la cui strana
forma plurale dà orrore al groviglio
di pietra che si intreccia senza fine.
Non esiste. Non puoi sperare nulla.
Neanche la fiera nel nero crepuscolo.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

Il 5 dicembre 1985, durante un’intervista, Armando Verdiglione legge questa poesia in italiano a Borges, il quale commenta: «È molto bello, eppure l’ho scritto io. Sono molto sorpreso. Non mi assomiglia affatto. Comunque, l’ho scritto, è qui, migliorato con la traduzione. La ringrazio di questa rivelazione, un vero satori come dicono i buddhisti. È una sorpresa indimenticabile. Bisogna dimenticare per ritrovare». Aneddoto raccontato in Una vita di poesia (Spirali 1986).

Non posso non riportare il capolavoro “Il guardiano dei libri” (El guardián de los libros).

Là sono i giardini, i templi, e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti che son l’unica sapienza
che agli uomini concede il Firmamento,
la dignità di quell’imperatore
la cui serenità venne riflessa dal mondo, specchio suo,
così che i campi davano i loro frutti
e i torrenti rispettavano le sponde,
l’unicorno ferito che ritorna per indicare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell’orbe;
tali cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.I tartari vennero dal Nord
su piccoli criniti puledri;
annientarono gli eserciti
che il Figlio del Cielo aveva inviati per punire la loro empietà,
eressero piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il malvagio con il giusto,
uccisero lo schiavo incatenato che vigila la porta,
conobbero le donne, le scordarono
e andarono oltre, al Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell’alba dubitosa
il padre di mio padre salvò i libri.
Sono qui nella torre dove giaccio
e ricordano i giorni stati d’altri,
gli stranieri, gli antichi.Mancano i giorni ai miei occhi. I palchetti
son alti, non ci arrivano i miei anni.
Leghe di polvere e sonno cingono la torre.
A che ingannarmi?
La verità è che non seppi mai leggere,
ma mi consolo pensando
che immaginato e passato sono tutt’uno
per un uomo che è stato
e contempla quel che fu la città
e torna ora ad essere deserto.
Che cosa m’impedisce di sognare
che decifrai un tempo la sapienza
e tracciai con attenta mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Sono il custode dei libri,
che sono forse gli ultimi,
giacché nulla sappiamo dell’Impero
e del Figlio del Cielo.
Sono là nei loro alti palchetti,
remoti e prossimi a un tempo,
visibili e segreti come gli astri.
Là sono i templi, là sono i giardini.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Sono là i giardini, i templi e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti, unica sapienza
che il Firmamento accordi agli uomini,
il prestigio di quell’imperatore
la cui serenità fu riflessa dal mondo, suo specchio,
così che ogni campo dava i suoi frutti
e i torrenti rispettavano le proprie sponde,
l’unicorno ferito che ritorna per annunciare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell’universo;
queste cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.I tartari giunsero dal Nord
su piccoli puledri dalle lunghe criniere;
annientarono gli eserciti
inviati dal Figlio del Cielo a castigo degli empi,
innalzarono piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il perverso e il Giusto,
uccisero lo schiavo incatenato a guardia della porta,
usarono e dimenticarono le donne
e proseguirono verso Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell’alba incerta
il padre di mio padre salvò i libri.
Eccoli, nella torre dove giaccio,
memoria dei giorni antichi e diversi
che furono d’altri.Non ci sono giorni nei miei occhi. I ripiani
sono altissimi e interdetti ai miei anni.
Leghe di sonno e polvere cingono la torre.
Perché ingannarmi?
In verità, io non ho mai saputo leggere,
ma mi consola il pensiero
che immaginato e accaduto si equivalgono
per un uomo che è stato
e contempla la città di una volta
ritornare un deserto.
Cosa mi vieta di sognare che un giorno
ho decifrato la sapienza
e tracciato con attenta mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Custodisco i libri,
che forse sono gli ultimi,
perché nulla sappiamo dell’Impero
e del Figlio del Cielo.
Sono là sugli alti ripiani,
vicini e lontani a un tempo,
segreti e visibili come gli astri.
Sono là i giardini, i templi.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

Ecco la nota al testo di Scarano:

«Borges immagina il monologo del vecchio e cieco bibliotecario cinese Hsiang dopo l’invasione mongola di Gengis Khan, agli inizi del XIII secolo. Il v. 3 cita i sessantaquattro esagrammi dell’I Ching (Libro dei Mutamenti), antico testo oracolare cinese; Borges ne tratta nel saggio “Sui classici” (in Altre inquisizioni, pp. 199-201) e vi si ispira nel sonetto “Per una versione dell’«I Ching»” (in La moneta di ferro, p. 85). Il v. 10 («l’unicorno ferito che ritorna per annunciare la fine») si riferisce alla morte di Confucio; la leggenda è rievocata in Vidas paralelas. «Quando nacque Confucio un unicorno percorse la regione. Per forma e dimensione assomigliava a un bue. La madre del Maestro cinse il corno dell’animale con un nastro. Settantasette anni dopo l’unicorno riapparve e lo uccisero; il nastro era rotto. Confucio disse: “L’unicorno è tornato, sono trascorsi gli anni: il giorno della mia morte è vicino”» (Cuentos brevesy extraordinarios, p. 29).

Non ho scelto il labirinto e la biblioteca per caso, ma lo lascio spiegare a Scarano:

«Nell’opera di Borges uno dei simboli più pregnanti dell’inconoscibilità del reale è il labirinto, l’altro è la biblioteca; entrambi rappresentano l’universo, nel suo doppio statuto di cosmo e di caos. Geometrico e ordinato, il labirinto ha un centro che lo giustifica, e che è la meta da raggiungere (nel mito, il Minotauro; nel simbolo, la ragione delle cose, il senso dell’universo), ma quella geometria precisa, ripetuta, non guida, smarrisce: il percorso labirintico equivale a un gioco di specchi che non permette mai di sapere dove ci si trovi davvero.»

Non posso non chiudere con un incipit a me particolarmente caro, quello della poesia “Un lettore“:

Altri menino vanto delle pagine che hanno scritto;
il mio orgoglio sta in quelle che ho letto.

(traduzione di Francesco Tentori Montalto
Einaudi 1971)
Altri si vantino delle pagine che han scritto;
io vado fiero di quelle che ho letto.

(traduzione di Tommaso Scarano
Adelphi 2017)

L.

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Pubblicato da su novembre 27, 2017 in Recensioni

 

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Cartaceo vs Digitale: Memoria (1)

Avevo promesso a redbavon di Pictures of You e al Conte Gracula della Cupa Voliera che avrei detto la mia sulla questione del “Cartaceo vs Digitale“, ma mi serve un po’ di “rincorsa”, così la premessa al discorso mi è venuta troppo lunga per un post: ho preferito organizzare un viaggio a puntate per questa settimana del blog.
Potrà sembrare che la prendo alla lontana, ma è il discorso a provenire da molto lontano…

Una notte Jorge Luis Borges ricevette in sogno la memoria di Shakespeare.

Si trovava nel Michigan per un giro di conferenze su suolo americano e, stando a quanto racconterà nel 1979 all’intervistatore Antonio Carrizo (in Borges el memorioso, 1983), in realtà sognò semplicemente una frase: «Ti vendo la memoria di Shakespeare». Folgorato da questa idea regalatagli dall’Ispirazione, il Maestro di Buenos Aires si mise a scrivere «un racconto fantastico, nel quale un erudito riceve la memoria di Shakespeare, ma che non gli serve a nulla», come racconta all’intervistatore Costanzo Costantini nel 1981 a Roma (in Jorge Luis Borges, Sovera 2003).

Ad Harold Alvarado Tenorio, che lo intervista per un pezzo apparso sul quotidiano colombiano “El Tiempo” solo il 18 ottobre 1981 (raccolto in Io, poeta di Buenos Aires, Datanews 2006), anticipa entusiasta: «Sarà il mio miglior racconto, come lo sono tutti i miei racconti prima di essere scritti, un racconto fantastico». Il risultato non fu all’altezza delle aspettative.

L’amico Alberto Manguel, che gli fu vicino fino alla fine, in Con Borges (2004, Adelphi 2005) racconta:

«Negli ultimi anni della sua vita cercò di scrivere un racconto intitolato La memoria di Shakespeare (che finì col pubblicare, giudicandolo però sempre inferiore a ciò che aveva in mente)».

Il racconto è l’ultimo che Borges scriverà, ed appare il 15 maggio 1980 sul giornale di Buenos Aires “Clarín”: ristampato in edizione privata nel 1982, riappare solo come conclusione della raccolta postuma Obras completas (1989). Paradossalmente sarà dimenticato in Italia – malgrado parli di memoria – e vedrà la luce solo nel 2004, in appendice a Il Libro di Sabbia (Adelphi) con la traduzione di Ilide Carmignani.

Borges era il peggior detrattore di se stesso quindi anche se il racconto non soddisfa gli alti standard letterari dell’autore rimane comunque un’ulteriore prova del suo sottile genio.

Siamo in un convegno shakespeariano e il protagonista incontra il misterioso Daniel Thorpe: nel 2004 l’ottimo curatore Tommaso Scarano ci indica l’evidente richiamo a Thomas Thorpe, il primo editore dei sonetti di Shakespeare.

Dopo una discussione su quanto sia impossibile donare oggetti eccezionali – come per esempio l’anello di Salomone – Thorpe invita il protagonista nella sua stanza e gli fa un’offerta incredibile:

«Le offro la memoria di Shakespeare dai più remoti giorni dell’infanzia fino agli inizi d’aprile del 1616.»

Spiega che quando era medico militare un soldato agonizzante usò il suo ultimo fiato per donargli questa memoria. Thorpe, per non scontentare un uomo morente, accettò, convinto che a parlare fossero solo la febbre e l’agonia, ma il risultato ha ovviamente dell’incredibile.

«Ora possiedo due memorie. La mia personale e quella di Shakespeare, che in parte io sono. Ma forse è meglio dire che due memorie mi possiedono. C’è una zona in cui si confondono. C’è un volto di donna che non so a quale secolo attribuire.»

Il protagonista, che ha votato la propria vita al Grande Bardo, non ha alcuna esitazione quando Thorpe gli ribadisce l’offerta, ed esclama a gran voce:

«Accetto la memoria di Shakespeare.»

Lascio al lettore curioso andare a scoprire come il protagonista rimarrà deluso di questo dono eccezionale, scoprendo che la genialità letteraria che lui amava di Shakespeare non risiedeva certo nella sua semplice memoria. Ciò che conta è una delle disincantate constatazioni del protagonista:

«La memoria dell’uomo non è una somma, è un disordine di possibilità indefinite.»
(La memoria del hombre no es una suma; es un desorden de posibilidades indefinidas)

Eppure decenni prima qualcuno era giunto a tutt’altre conclusioni…

(continua)

L.

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Pubblicato da su settembre 11, 2017 in Indagini

 

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Gli errori di Borges 3: Scaffali

Jorge Luis Borges nel 1969

Jorge Luis Borges nel 1969

Grazie ad un post della Fondazione Elia Spallanzani, sono venuto a conoscenza di un “errore involontario” di Borges, cioè qualcosa di cui il Maestro di Buenos Aires non è colpevole trattandosi di una strana traduzione italiana.

Nel 1934 Borges scrive un saggio breve che apparirà anni dopo (agosto 1939) sul n. 59 della rivista “Sur”, poi raccolto nell’antologia “Borges en «Sur» (1931-1980)” (Emecé 1999). In questo suo delizioso “La biblioteca total” l’argentino racconta le tappe storico-filosofiche dell’idea di creare una biblioteca che raccolga non solo tutti i libri scritti ma anche tutti i libri che si possano scrivere.
Stuzzicato da queste idee e ispirato dal suo lavoro alla Biblioteca comunale, egli stesso si lancia nella creazione di uno dei suoi racconti più famosi in assoluto: “La biblioteca di Babele“. Curiosamente è anche fra i racconti che meno piacciono al Borges maturo, che lo bollerà sempre come “racconto kafkiano” e per i quarant’anni successivi eviterà minuziosamente di spendere altre parole sul testo che in realtà l’ha reso maggiormente celebre.

La risposta più lunga mai data ad una domanda sull’argomento l’ha ricevuta il nostro Costanzo Costantini (“Jorge Luis Borges: colloqui esclusivi”, Sovera 2003) a cui nel 1977 Borges così parla del suo testo:

«Ho espresso in quel racconto l’idea che l’universo, che altri chiamano biblioteca, sia infinito, e che viviamo sperduti nell’universo. Non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Vi ho espresso inoltre l’idea che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, ma che la biblioteca perdurerà. In altre parole, ho cercato di esprimervi il sentimento della solitudine, dell’angoscia, dell’inutilità che ci pervade, del mistero che circonda il mondo e noi stessi.»

jorge-luis-borges-finzioni-einaudi-1995Veniamo dunque all'”errore”. Nel primo paragrafo del celeberrimo racconto troviamo:

«La distribución de las galerías es invariable. Veinte anaqueles, a cinco largos anaqueles por lado, cubren todos los lados menos dos; su altura, que es la de los pisos, excede apenas la de un bibliotecario normal.»

Le parole che ho evidenziato in neretto sono quelle “sensibili”. Quando infatti nel 1955 per la prima volta Franco Lucentini porta in Italia l’autore argentino, traducendo Finzioni per l’Einaudi, traduce in maniera a dir poco discutibile:

«La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale.»

Perché venti scaffali diventano venticinque, costringendo il “meno due” a diventare “meno uno”? E perché l’altezza di un bibliotecario normale, usata come termine di paragone, si trasforma nell’altezza di una biblioteca normale, che davvero non ha senso?

Tutte le edizioni Einaudi e Mondadori del testo – compresa quella dei “Meridiani” – riportano questa traduzione decisamente errata di Lucentini, che conosce una correzione solamente quando nel 2003 Antonio Melis riprende in mano il testo e lo ritraduce per Adelphi:

«La distribuzione delle gallerie è invariabile. Venti scaffali, cinque lunghi scaffali per lato, coprono tutti i lati tranne due; la loro altezza, che è quella dei piani, supera di poco quella d’un bibliotecario normale»

Purtroppo Melis è avaro di note, ma nella fascetta della trama ci informa che ha lavorato sulla seconda edizione delle Ficciones di Borges, quella cioè del 1956 che ovviamente Lucentini non ha potuto conoscere, visto che è posteriore di un anno al suo lavoro.
Dunque cosa dobbiamo dedurre? Che fino al 1956 il testo di Borges riporta Venticinque, da cui la traduzione di Lucentini, e poi riporta Venti? Possibilissimo: ricordo che il poeta bonaerense ha modificato i propri testi un gran numero di volte. Ogni ristampa va intesa sempre come una “revisione”.

Però Manuel Ferrer nel suo “Borges y la nada” (1971) specifica che

«En la versión primera de 1941, decía: “Veinticinco anaqueles, … todos los lados menos uno”. Suponemos una irónica sonrisa de Borges cuando lo rectificaba

Dunque Ferrer afferma che nella prima versione della Biblioteca di Babele risalente al 1941 il testo riporta “venticinque scaffali / meno uno”, e che quindi nel 1944 già erano diventati venti, con Borges sorridente che corregge il numero. Il nostro Lucentini ha dunque seguito la prima versione del testo e non quella contenuta in “Finzioni” del 1944 che girava per il mondo? (Tranne l’America, dove a quanto pare arriva solo nel maggio del 1962 per la cura di Anthony Kerrigan. Ovviamente con “venti scaffali”…)

Purtroppo dare una risposta precisa è molto difficile: l’edizione del 1944 è dimenticata, sostituita da quella del 1956: il primo collezionista che la trova… faccia un fischio!

Per finire, vorrei ricordare che prendere sul serio i numeri in Borges non è una buona idea, perché l’argentino badava più alla suono e al ritmo delle frasi che alla precisione matematica di ciò che scriveva. I suoi errori stanno a testimoniare che dell’affidabilità oggettiva non si interessava molto.
Quindi la risposta “definitiva” sulla questione per me rimane quella data da Borges stesso alla rivista “The New Yorker” (19 settembre 1970), in un suo pezzo autobiografico oggi contenuto ne “Elogio dell’ombra” (Einaudi):

«Quando scrissi la storia kafkiana La biblioteca di Babele mi proponevo di fare una versione da incubo di quella biblioteca comunale [dove lavoravo], e certi dettagli del testo non hanno alcun significato particolare. I numeri dei libri e degli scaffali che si trovano nel racconto erano esattamente quelli che avevo sottomano. Alcuni critici molto ingegnosi si sono preoccupati di quelle cifre e le hanno generosamente fornite di significati mistici.»

L.

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Pubblicato da su novembre 30, 2016 in Uncategorized

 

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Gli errori di Borges 2: Il Labirinto

meraviglie_mondoContinuo a parlare di “errori di Borges” ma sempre precisando che in caso di non conformità… è la realtà a sbagliare, non il Maestro argentino!

Tra il 250 a.C. e il 226 a.C., quindi per un breve periodo di circa venticinque anni, il mondo classico ha potuto godere di tutte e sette quelle che nel 200 a.C. Filone di Bisanzio definirà Meraviglie del Mondo.Qualche decennio dopo Antipatro di Sidone in una sua opera (Antologia greca, IX, 58) scrive:

«Ho posto gli occhi sulle grandi mura
di Babilonia antica, su cui resta
una strada per carri, e sulla statua
di Zeus presso l’Alfeo, ed i giardini
pensili, ed il Colosso del dio Sole,
e il gran lavoro dell’alte piramidi
e di Mausolo la gran tomba; ma
quando io vidi la casa d’Artemide
che sormonta le nubi, perser tutte
codeste meraviglie il lor splendore
e allora dissi: “Invero, mai il Sole
vide una grandezza così ampia”.»

Questi versi rappresentano il primo elenco delle Sette meraviglie del mondo, opere subito andate distrutte e che oggi sono rappresentate solo dalla superstite piramide di Cheope.
1982-vazquez-colloqui-con-borgesBorges amava il mondo classico e non poteva non subire il fascino di queste sette opere che si sono guadagnate l’ammirazione di poeti e scrittori. Nell’aprile del 1973, in occasione dell’edizione italiana del racconto El Congreso per Franco Maria Ricci, la fida María Esther Vázquez intervista Borges – testo poi incluso nell’antologia “Colloqui con Borges” (Novecento 1982) – e gli chiede «Quando, dove e perché appare come tema il labirinto?»
Ecco la risposta dell’argentino:

«Ricordo un libro con un’incisione in metallo delle sette meraviglie del mondo, fra le quali c’era il labirinto di Creta: un edificio simile a un’arena, con finestre molto esigue, come fessure. Io da bambino pensavo che se avessi esaminato bene quel disegnò, aiutandomi con una lente, sarei potuto arrivare a scorgere il Minotauro.»

La bellezza di questa risposta ci fa distrarre da un fatto: il Labirinto di Cnosso di Creta non è annoverato tra le sette meraviglie del mondo!

  1. La piramide di Cheope a Giza
  2. I giardini pensili di Babilonia
  3. La statua criselefantina di Zeus a Olimpia
  4. Il tempio di Artemide a Efeso
  5. Il colosso di Rodi
  6. Il mausoleo di Alicarnasso
  7. Il faro di Alessandria

1980-sette-nottiNo, non ci sono labirinti, sebbene Borges continui a ripeterlo. Nella seconda delle “Sette notti” (1980; in Italia, Feltrinelli 1983) scrive:

«Direi che ho due incubi che possono confondersi. L’incubo del labirinto, che è dovuto, in parte, a una incisione su acciaio che vidi in un libro francese quando ero piccolo. In questa incisione si vedevano le sette meraviglie del mondo e tra queste il labirinto di Creta. Il labirinto era un grande anfiteatro, un anfiteatro molto alto.»

Possibile che nessuno abbia mai avuto il coraggio di far notare l’errore a Borges?

«Due incubi ossessionarono Borges per tutta la vita: gli specchi e il labirinto. Il labirinto, scoperto per la prima volta da bambino in un’incisione su rame delle Sette Meraviglie del mondo, gli incuteva la paura di “una casa senza porte” al centro della quale lo attendeva un mostro»

Così racconta Alberto Manguel nel suo delizioso saggio biografico “Con Borges” (With Borges, 2004; Adelphi 2005): e sì che Manguel ha vissuto molto tempo a strettissimo contato con il poeta di Buenos Aires…

Insomma, Borges sin da quando da bambino ha guardato l’illustrazione di chissà che libro è rimasto convinto che il Labirinto fosse una delle sette meraviglie del mondo. Certo che poteva andare a controllare… ed ecco che sono caduto nel tranello. Perché controllare… se è la realtà ad essere sbagliata?

1977-norahQuando nel 1977 la milanese Il Polifilo pubblica “Norah“, un volumetto che Borges dedica all’amata sorella, il traduttore e curatore Domenico Porzio va a trovare il poeta e chiacchiera con lui. Ad un certo punto Borges gli racconta delle sue lezioni tenute nelle università americane e delle domande in merito che gli rivolgono gli studenti.

«Può capitare citando Shaw in una lezione di sentirsi chiedere, da studenti, chi mai fosse. Avevo elencato in una lezione le sette meraviglie del mondo nella tradizione classica e un giovane mi chiese che cosa erano i giardini di Babilonia.».

Quindi Borges sapeva benissimo quali fossero le meraviglie del mondo, le elencava nelle sue molte conferenze e quindi la conclusione potrebbe essere che non si tratta di un “errore”, inserirvi il Labirinto di Cnosso, bensì un aggiustamento della realtà. E visto che nessuno l’ha mai corretto, ora anche il Labirinto fa parte delle sette meraviglie.

juan-villoro-il-libro-selvaggioVolete la prova che ora la realtà è modificata? Nel 2008 il professore universitario e romanziere messicano Juan Villoro scrive un’autentica delizia bibliofila dal titolo “Il libro selvaggio” (El libro salvaje), edito in Italia da Salani nel 2010 e che vi consiglio caldamente: è uno scrigno ricco di amore per la letteratura e di giochi con i libri.
A pagina 62 leggiamo:

«Eratostene, bibliotecario di Alessandria, colui che ha calcolato la circonferenza della Terra. La biblioteca di Alessandria era una delle sette meraviglie del mondo.»

No, neanche la celebre biblioteca era nel novero delle sette meraviglie, ma ormai la realtà è mutata e Villoro ha tutto il diritto di giocare come il bonaerense cieco, che infatti è ampiamente citato nel romanzo.

«Apri le tende così la stanza brillerà come una pagina di Borges.»

Il vero elenco delle sette meraviglie non ha più importanza, perché Borges l’ha riscritto e ha dato il via ad un’opera di rimodellamento della realtà a cui tutti possono giocare: sta a voi, ora, creare il vostro personale elenco delle meraviglie…

L.

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Pubblicato da su novembre 23, 2016 in Uncategorized

 

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Gli errori di Borges 1: Virgilio

Jorge Luis Borges a Buenos Aires nel 1974

Jorge Luis Borges
a Buenos Aires nel 1974

Come oso? Come si permette una nullità come me di affermare che Jorge Luis Borges, il Maestro di Buenos Aires, abbia commesso degli errori? E invece oso, perché il poeta era il primo ad amare gli errori e a considerarli “veri”.
Non ci credete? Ecco un esempio a mo’ di introduzione.

Nell’edizione del 1952 del Dizionario Larousse vi si legge:

«Borges (José Luis), poeta argentino, n. nel 1900, caposcuola del movimento ultraista» (p. 1118).

Oltre alla data sbagliata (al posto del corretto 1899) e al fatto di essere “caposcuola”, al nostro viene cambiato anche il nome: da Jorge a José. Non è una novità, quell’edizione ce l’ha con i poeti argentini, e infatti sbaglia la data di nascita di Esteban Echeverría (scrive 1809 invece di 1805) e Leopoldo Lugones (1869 invece di 1874).

C’è un aneddoto che Borges racconta al giovane Fernando Sorrentino nel 1969, nel ciclo di interviste raccolte in “Sette conversazioni: (Mondadori 1999).

«Una volta incontrai un pugile, credo si chiamasse Selpa. Io ero con Emma Risso Platero, uscivamo da un ristorante di calle Esmeralda, e Selpa mi palesò la sua esistenza e mi abbracciò. Io mi sentivo leggermente a disagio, ma, al tempo stesso, grato, no? Selpa, invece di chiamarmi Jorge Luis Borges, mi chiamò José Luis Borges, e io mi resi conto che non era uno sbaglio, ma una correzione. Perché Jorge Luis Borges è molto duro; invece José Luis Borges suona molto più attenuato. Perché ripetere un suono così brutto come orge? Credo che non urga ripetere orge, no? Credo che, col tempo, figurerò nella storia della letteratura come José Luis Borges».

Quando Sorrentino gli fa notare che il Larousse lo chiama già José, così risponde il poeta:

«Va bene: di solito gli errata dicono la verità».

Rarissima cover italiana del 1984 (dai miei archivi personali)

Rarissima cover italiana del 1984
(dai miei archivi personali)

Borges ama gli errori e ne ha compiuti, durante la sua sterminata opera: non parlo solo di ciò che ha scritto, ma anche del fiume di interviste a cui ha partecipato in tarda età.
Partendo da un presupposto preciso – non è Borges che sbaglia, è la realtà che è imprecisa! – ecco un classico “errore borgesiano”, che dimostra quanto la realtà non sia altro che uno dei tanti nomi della letteratura.

«Ibant obscuri sola sub nocte per umbram»

Quest è un celebre esametro di Virgilio che Borges ha abbondantemente citato in più occasioni come esempio di ipallage che, come ci spiega l’Enciclopedia Treccani, è una «Figura retorica che consiste nel riferire a un termine quel che è proprio di un altro termine della stessa frase: dare classibus Austros (Virgilio) “dare i venti alle navi” in luogo di “dare le navi ai venti”.» Ok, non è proprio una figura retorica di ampio uso nel parlare comune…

Il brano citato è tratto dall’Eneide, libro VI, verso 381. «Andavamo senza luce nella notte solitaria, attraverso la tenebra», lo traduce Mario Ramous. «Andavan quei per la solinga via, nell’ombra avvolti», preferisce Adriano Bacchielli (Paravia 1963), il quale commenta:

«È l’atmosfera di un sogno di certi sogni d’angoscia in paesaggi irreali e squallidi, dove il senso dell’incubo e dello smarrimento si confonde con un senso di tristezza e di nostalgia per qualche cosa che si è lasciata e che non si ricorda, in un viaggio che si fa contro voglia, ma che si sente il dovere e la necessità di fare».

In “Beda il Venerabile” (raccolto nell’antologia del 1966 “Letterature germaniche medioevali”, Theoria 1984; Adelphi 2014) Borges racconta:

«Un lieve errore – Beda non scrive umbram, bensì umbras – prova che il verso è stato citato a memoria e, di conseguenza, la familiarità dello storico sassone con Virgilio».

La situazione è questa. Quando nel 1951 Borges scrive (con la fidata María Esther Vázquez) la prima versione dell’antologia Antiguas literaturas germánicas già sa dell’errore di Beda il Venerabile, che scrive umbras invece di umbram, e gli viene un’idea molto borgesiana: ripetere l’errore, per puro piacere letterario.
Quando nel 1960 pubblica l’antologia “L’Artefice” (Rizzoli 1963; “Meridiani” Mondadori 1985; Adelphi 1999-2016) la apre con “A Leopoldo Lugones”, un testo in omaggio dell’amato poeta suo connazionale… che contiene una citazione sbagliata da Virgilio!

«Ibant obscuri sola sub nocte per umbras»

Credere che sia un semplice errore di battitura, lo stesso identico errore di Beda il Venerabile, è arido: più ghiotto immaginarsi Borges inserire volutamente un errore che crei un filo letterario fino a Beda e che unisca tutti e due a Virgilio.
Bisogna però anche immaginarsi la delusione del poeta argentino davanti all’inaspettato: temo che nessuno se ne sia accorto! Come faccio a dirlo? Perché nel 1974 Borges rivede L’Artefice per inserirlo nella sua grande raccolta Obras completas… e l’errore sparisce! Umbras torna ad essere il corretto umbram e il filo con Beda è infranto…

Quello che Borges non sa, è che gli editori italiani non stanno a guardare queste quisquilie: pubblicano quello che trovano senza porsi domande. Così l’edizione Rizzoli e “Meridiani” Mondadori, che sono la stessa cosa, riportano ancora umbras, perché si rifanno alla prima edizione del testo, mentre Adelphi si rifà alle Obras completas e riporta umbram. I redattori della Rizzoli e della Mondadori si sono accorti che Virgilio era citato sbagliato? Avranno lasciato così per non “toccare” Borges? Non si sa, non essendoci note esplicative, però questa stranezza editoriale mi ha permesso di ricostruire la storia – inedita, che io sappia – di uno dei più belli e letterari errori di Borges.

L.

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Pubblicato da su novembre 16, 2016 in Uncategorized

 

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Il mistero del Fervore di Borges

occhi-di-borgesIl 27 ottobre scorso Fazi Editore, come numero 9 della sua collana “Darkside”, ha presentato una nuova indagine del commissario Ponzetti: un romanzo dal titolo eccezionale di Gli occhi di Borges, firmato da Giovanni Ricciardi.
In esso viene rubata la prima edizione di Fervor di Buenos Aires, un’antologia poetica che rappresenta la prima pubblicazione in volume di Jorges Luis Borges. Ecco come viene raccontato il curioso “lancio pubblicitario” dell’opera:

«Allora Borges era molto giovane, e tornava pieno di idee nuove da un lungo soggiorno in Europa con la famiglia. Il padre gli finanziò la pubblicazione di questa raccolta poetica, che secondo me è anche la più bella che abbia mai composto. Ma se ne stamparono solo trecento copie, che in gran parte Borges regalò frettolosamente, perché doveva tornare presto in Europa a causa della grave malattia agli occhi di cui soffriva il padre, che si curava da un famoso medico svizzero. A quel tempo Borges frequentava in punta di piedi un importante centro di incontro degli intellettuali più all’avanguardia di Buenos Aires, la rivista “Nosotros”. E siccome era amico del segretario di questo circolo, quando seppe che doveva ripartire gli consegnò una certa quantità di copie pregandolo di infilarle nelle tasche dei cappotti dei poeti e dei critici che partecipavano agli incontri. Poi partì, e al suo ritorno scoprì di essere diventato quasi una celebrità».

La storia è molto bella e come tutte le storie belle che riguardano Borges… non bisogna crederci troppo!

Il Fervore del giovane Borges

fervore-di-buenos-aires-adelphiNel 1923 il giovane bonaerense Jorge Luis Borges pubblica in tiratura limitata Fervor de Buenos Aires, 45 poesie con un prologo ed incisioni curate dalla sorella Norah.

Se le pagine di questo libro consentono qualche verso felice, mi perdoni il lettore la scortesia di averle usurpate io, previamente. I nostri nulla differiscono di poco; è banale e fortuita la circostanza che sia tu il lettore di questi esercizi, ed io il loro estensore.

Con questa dedica «A chi mai leggerà», Borges apre quella che rimarrà la sua raccolta poetica più travagliata e rimaneggiata, tanto che oggi possiamo solo immaginare la sua reale forma originaria.
Il 24enne ragazzo argentino dalle ambizioni poetiche scrisse per evocare

«la mia casa, i suburbi amici, e insieme con coteste strade e ritiri che sono cara devozione del mio tempo, quel che in esse seppi di amore, di pene e di dubbi… Senza mire all’avvenire né rimpianti di ciò che fu, i miei desideri intendono esaltare l’attuale visione porteña, la sorpresa e la meraviglia dei luoghi che le mie passeggiate assumono. Così come i Latini, attraversando un boschetto, mormoravano Numen inest – qui si nasconde la Divinità –, il mio verso parla per dichiarare lo stupore delle strade deificate dalla speranza o dal ricordo…»

Quella che avete appena letto è la traduzione italiana del Prologo originario, assente oggi dalle edizioni dell’opera: l’ha presentato e tradotto Cesco Vian nel suo Invito alla lettura di Jorge Luis Borges (Mursia 1980).
Sempre Vian ci racconta che da questa prima opera Borges, con grande rigore autocritico, ha tenuto fuori tutte le poesie che aveva già pubblicato sulle riviste locali negli anni precedenti: è solo la prima di un lungo percorso di auto-mutilazione dell’autore. I testi che scriverà negli anni successivi Borges li ha ripudiati tutti ed ha aspettato pazientemente che scomparissero dalla memoria: solamente quando il suo nome ha acquistato fama mondiale e tutti gli editori sono andati a “frugare” nella sua bibliografia sono riapparsi. (E per arrivare in Italia hanno dovuto attendere trent’anni dalla morte del loro autore…)

Il quartiere Palermo nel 1923, l’anno in cui fu pubblicato Fervore di Buenos Aires

Il quartiere Palermo nel 1923, l’anno in cui fu pubblicato Fervore di Buenos Aires

Il mito della nascita

È Borges stesso a raccontarci la nascita di Fervor nelle pagine del suo Abbozzo di Autobiografia, articolo curato da Norman Thomas Di Giovanni ed apparso il 19 settembre 1970 su “The New Yorker”; in seguito, ed ancora oggi, raccolto nell’antologia Elogio dell’ombra (Einaudi 1971):

«Il libro fu stampato in gran fretta in cinque giorni perché si rendeva necessario un nostro nuovo viaggio in Europa. (Mio padre aveva bisogno di farsi visitare gli occhi dal suo medico ginevrino). Avevo previsto sessantaquattro pagine, ma il manoscritto era più lungo e all’ulti­mo momento – misericordiosamente – si dovettero lasciare fuori cinque poesie. Non ricordo nulla di quelle poesie.»

fervor-de-buenos-aires-1Borges el memorioso ricordava tutto: quando dice di non ricordare sta solo mentendo, per poter chiudere velocemente un discorso!

«Il libro fu pubblicato con estrema disinvoltura. Non ci fu lettura di bozze, non c’era un indice, e le pagine non erano numerate. Mia sorella fece una xilografia per la copertina, e ne feci stampare trecento copie. In quei giorni pubblicare un libro era un’avventura piuttosto privata. Non mi venne neanche in mente di mandare delle copie alle librerie o ai critici. La maggior parte le regalai.
Ricordo uno dei miei metodi di distribuzione. Avendo notato che molti di quelli che andavano negli uffici di “Nosotros” – una delle più vecchie e più serie riviste letterarie di quel tempo – lasciavano i cappotti appesi agli attaccapanni dell’anticamera, portai cinquanta o cento copie ad Alfredo Bianchi, uno dei redattori. Bianchi mi guardò stupefatto e disse: — Non ti aspetterai mica che ti venda questi libri, vero? — No, — risposi. — Anche se li ho scritti io non sono pazzo fino a questo punto. Pensavo di chiederti il favore d’infilarne qualcuno nelle tasche di quei cappotti. — Lui, gentilmente, lo fece. Quando tornai dopo un anno d’assenza scoprii che molti dei proprietari dei cappotti avevano letto le mie poesie e che qualcuno le aveva perfino recensite. Fu in quel modo che mi feci una piccola reputazione come poeta.»

Il mito delle tasche

Anche il libro di Ricciardi racconta affascinato la storia delle tasche: l’idea di un grande letterato in erba che infili la propria opera prima nelle tasche di ignari lettori è troppo deliziosa per non rimanere impressa.

Nel marzo 1976, durante un ciclo di interventi e interviste all’Univesità dell’Indiana divenuto il saggio Borges at Eighty (1982; in Italia, Conversazioni americane, Editori Riuniti 1984), ecco una domanda del curatore Willis Barnstone con relativa veloce risposta:

Barnstone: È vero che avete infilato di nascosto copie di quel libro nelle tasche dei critici e che poi, cambiata idea, avete cercato di recuperare le copie dalle librerie?

Borges: Sì, è una storia vera. È così improbabile che è vera. È proprio accaduta.

2003-costanzo-costantini-colloqui-esclusiviIl 6 maggio 1977 il giornalista e scrittore Costanzo Costantini incontra Borges a Roma e, in un’intervista diventata il saggio Jorge Luis Borges: colloqui esclusivi (presentato solo nel 2003 dalla romana Sovera), chiede al poeta se il lettore abbia importanza per lui. Ecco la riposta:

«Sì, per me il lettore è molto importante, ma, quando scrivo, non penso al lettore, non penso al pubblico. Il primo libro di poesia che scrissi, Fervore di Buenos Aires, nel 1923, e che pubblicai a mie spese, non lo mandai a nessuno. Lo mandai soltanto ad alcuni amici. Anzi, non lo mandai neppure agli amici. Pregai un’amica che dirigeva una rivista letteraria di metterne delle copie nelle tasche dei cappotti dei redattori e dei visitatori appesi in anticamera. Ne diedi una copia anche a mio padre, il quale si rifiutò di apportarvi correzioni. “Nessuno può aiutare nessuno, ognuno deve salvarsi da solo”, mi disse.»

Nel 2002 Fernando Savater ripete la storia in Borges (in Italia, Laterza 2003):

«Di Fervore di Buenos Aires fu pubblicata una tiratura modesta di trecento esemplari. La maggior parte furono distribuiti o regalati dall’autore stesso, a volte servendosi di espedienti curiosi, come quando si presentò di persona alla rivista “Nosotros”, una delle pubblicazioni letterarie più antiche e prestigiose, e chiese il permesso di infilare una copia del libro nelle tasche dei cappotti pendenti dall’attaccapanni, che appartenevano presumibilmente a gente di lettere più o meno famosa.»

Il mito è ormai creato e, come tutti i miti, è diverso a seconda di chi lo racconta. Borges nel 1970 dice di aver chiesto al redattore Alfredo Bianchi di infilare copie del Fervor nelle tasche dei cappotti, ma già nel ’76 la domanda di Barnstone rivela una mutazione: dopo aver messo i libri nelle tasche, avviene il ripensamento e Borges gira le librerie per farne sparire copie del suo libro. (Libro che in realtà in libreria non è mai arrivato!) Il Maestro di Buenos Aires amava queste ficciones quindi non ha smentito il suo interlocutore, ma gli ha risposto nel più borgesianamente esplicito modo possibile: è una storia così improbabile… che dev’essere vera.
Poi nel ’77 al nostro Costantini prima racconta che mandò Fervor solo agli amici, poi no, neanche agli amici, solo ad un’amica che dirigeva una rivista letteraria: ma non era Alfredo Bianchi della rivista “Nosotros”? L’uomo che ha infilato fisicamente i libri in tasca, prima che nelle versioni successive del mito diventasse Borges stesso ad infilarceli…

Questo è Borges, un uomo che ha vissuto come ha scritto: giocando con i lettori e cambiando costantemente la realtà.

Il mito dell’ultraismo

2002-fernando-savater-borgesTornato dall’Europa nel 1921, il giovane Borges è ricco di uno spirito ultraista che decenni dopo rinnegherà, cercando più e più volte di “ripulire” le poesie di Fervor.
Nel citato articolo biografico del 1970 scrive:

«Ormai non posso che rammaricarmi dei miei eccessi ultraisti. Dopo quasi mezzo secolo, mi sto ancora sforzando di far dimenticare quel goffo periodo della mia vita.»

Quando negli anni Cinquanta il nome di Borges è una stella del firmamento argentino – e addirittura si affaccia anche in Italia – l’amico J.E. Clemente riesce a convincerlo a pubblicare per la Emecé dei volumi con le sue Obras completas 1923-1953, che però non sarà una ricerca filologica: il bonaerense rimaneggerà i suoi testi anche pesantemente, cassando ciò che il Borges del 1954 non tollera del giovane Borges. L’altro non è più se stesso, è solo un giovane poeta con idee strane che ha bisogno di essere rimesso in riga.

Il citato Cesco Vian ha confrontato alcune poesie dell’opera prima e dopo il rimaneggiamento del 1954.

«Il confronto conduce alla conclusione che in tutti i casi il Borges maturo del 1954 si è corretto in meglio, sostituendo o eliminando termini pedanti, altisonanti o triviali, come allende, impetuoso, formidable, ecc. a beneficio di un’espressione più semplice e pregnante.
Altrettanto degno di rilievo è il fatto che in Fervor de Buenos Aires sopravvive – caso unico – una lirica del rinnegato periodo ultraista. È la penultima, “Campos atardecidos” [Campi al tramonto], già pubblicata nella rivista “Ultra” di Madrid, col titolo “Aldea”:»

Nel 1969 Borges torna a “manomettere” il suo testo: un uomo di settant’anni che “aggiusta” delle poesie scritte a 24… Come si giustifica?

«Non ho riscritto il libro. Ho mitigato i suoi eccessi barocchi, ho limato asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze e, nel corso di questo compito talora grato e talora scomodo, ho sentito che quel ragazzo che nel 1923 lo scrisse era già essenzialmente – che significa essenzialmente? – il signore che adesso si rassegna o corregge. Siamo la stessa cosa; tutti e due diffidiamo del fallimento e del successo, delle scuole letterarie e dei loro dogmi; tutti e due siamo devoti di Schopenhauer, di Stevenson e di Whitman. Per me, Fervore di Buenos Aires prefigura quanto avrei fatto dopo. Per ciò che lasciava intravedere, per ciò che prometteva in qualche modo.»

1982-vazquez-colloqui-con-borgesNel citato articolo biogafico del 1970 Borges scrive:

«Temo che il libro fosse un gran mattone: c’erano troppe cose dentro. Eppure, quando ci ripenso, mi pare di non essere mai andato molto oltre quel libro. Mi pare che tutto quello che ho scritto in seguito abbia soltanto sviluppato dei temi che avevo trattato lì dentro, e che in tutta la mia vita non abbia fatto che riscrivere quell’unico libro»

Si sente il germe del cambiamento d’opinione: dopo vent’anni a cercare di modificare lo spirito di Fervor, qualcosa è cambiato, ed intervistato nel 1973 dall’amica ed allieva María Esther Vázquez (Colloqui con Borges, Novecento 1982), il nostro afferma il contrario di tutto quanto fin qui scritto:

Vázquez: Quale dei suoi primi tre libri – Fervore di Buenos Aires, Quaderno San Martin e Luna di fronte – le ha dato maggiori soddisfazioni?

Borges: Il primo: Fervore di Buenos Aires, perché mi ci riconosco ancora, anche se fra le righe.

Ormai è chiaro, Borges è diventato pienamente come la letteratura: non esiste verità, solo modi diversi di raccontare storie false.

L.

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Pubblicato da su novembre 9, 2016 in Indagini

 

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