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[Books in Movies] Venga a prendere il caffè da noi (1970)

Stavolta sono stato più veloce ad elaborare il consiglio datomi da Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo del Sogno“, che dopo Il commissario Pepe (1969) mi segnala un altro film con Ugo Tognazzi immerso in citazioni librarie.

Girato da Alberto Lattuada all’inizio del 1970 e tratto dal romanzo La spartizione (1964) di Paolo Chiara – autore che si guadagna anche un piccolo ruolo – “Venga a prendere il caffè da noi” esce nei nostri cinema nell’ottobre successivo. Dal 2012 è disponibile in DVD RaroVideo.

Fulcro del film è la famiglia Tettamanzi, tre sorelle rimaste orfene ed ereditiere di un cospicuo capitale, oltre che di una grande villa a Luino: non passa molto prima che uomini poco innamorati ma molto interessati inizino a corteggiarle.
Così abbiamo il giovane sbandato Paolino (Jean-Jacques Fourgeaud), pieno di debiti di gioco, che vede nella sorella minore Tarsilla (Francesca Romana Coluzzi) l’occasione di sposare una ricca donna e accedere ai suoi soldi. Il ragazzo però è maldestro, non ha la classe di Emerenziano Paronzini (Ugo Tognazzi), freddo e calcolatore, che prima analizza centimetro per centimetro la proprietà Tettamanzi e poi attua il suo piano con matematica precisione. Il Destino saprà ricompensare i due uomini secondo quanto meritano.

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Pubblicato da su luglio 5, 2019 in Books in Movies

 

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[Una storia, un libro] La perla

John Steinbeck - La perlaUno degli aspetti migliori delle estati della mia adolescenza è stato il frequentare una libreria dell’usato ad Ostia, località marittima vicino Roma che solo in tempi recenti viene citata per storie di malavita da fiction.
Dalla metà circa degli anni Ottanta e per quasi tutti i Novanta è stata protagonista di epiche cacce al libro e/o fumetto per la mia famiglia.

Nell’agosto del 1994 una di queste cacce mi ha fruttato questa deliziosa edizione Tascabili Bompiani (ottava ristampa, febbraio 1988) de “La perla” (The Pearl, 1947) di John Steibeck, che ho divorato in un solo giorno quel 20 agosto.

Uno dei ricordi più belli del periodo è tornare a casa con il “bottino” e mettersi a leggerlo, e visto che queste cacce sono sempre avvenute d’estate – quasi sempre in periodi di ferie – ci si univa la libertà da impegni a rendere tutto ancora più bello.

Steinbeck ti prende a pugni lo stomaco fingendo di raccontarti una storia semplice, e questo breve testo di meno di 100 pagine è appunto un colpo basso: credi si tratti di una favola, invece rimane con un grandissimo amaro in bocca per la durezza della vicenda raccontata.
Quel 20 agosto 1994 ho dunque provato tante emozioni diverse, tutte intense e tutte indimenticabili…

L.

 
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Pubblicato da su gennaio 18, 2016 in Note

 

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[Un libro, una storia] Carrie

Copertina di Aurelia Raffo

Copertina di Aurelia Raffo

In un tempo remoto, in una galassia lontana lontana, la grandezza dei libri era decisa dalla storia: se l’autore aveva bisogno di cento pagine, il libro era di cento pagine; se gliene servivano 200, quelle si prendeva e così via. Il crollo del mercato librario ha portato le case editrici a pretendere dagli autori solo volumi enormi, altrimenti non si rientra anche solo del costo della carta: i romanzi da cento pagine sono ormai un ricordo lontano.

Un ricordo di un periodo in cui Stephen King non era nessuno ma aveva una storia da 170 pagine da raccontare: una storia dal titolo “Carrie“. Appena riscosso un minimo d notorietà, il numero di pagine è cresciuto verticalmente…

A Natale del 1991 ero un diciassettenne da qualche mese totalmente innamorato di Stephen King, conosciuto non tanto per i suoi film ma perché da almeno un anno vedevo mio padre divorare rapito i suoi romanzoni: trovato in libreria Carrie, fresco di ristampa Bompiani, mi pappai in un lampo quel piccolo gioiellino.
Tra il 24 e il 25 dicembre 1991 mi sono divorato un libro di 170 pagine: un record, per i miei tempi di lettura dell’epoca.

In casa non si vedevano film horror quindi solo molto tempo dopo ho potuto vedere il film omonimo di Brian De Palma del 1976, Carrie: lo sguardo di Satana, che conoscevo giusto sotto forma di qualche spezzone visto negli speciali di Ciak in TV: come mi succede SEMPRE, il film mi lasciò freddo, perché era una versione semplicistica del romanzo. Ancora non sapevo che l’unico modo per apprezzare un film tratto da un romanzo – almeno per i miei gusti – è vederlo PRIMA di leggere l’originale.
Di Carrie 2: La furia (1999) e Lo sguardo di Satana: Carrie (2013) credo sia meglio non parlare e osservare un minuto di raccoglimento per operazioni così fallimentari.

Da bravo adolescente, capii perfettamente ogni turbamento di Carrie, ogni odio verso i compagni di scuola bastardi – tutti ne abbiamo avuti, tutti ne avranno sempre – capii perfettamente il sentirsi sempre fuori luogo, sempre sbagliato, sempre inadatto. Ogni parola di quel libretto – con in copertina gli occhi disegnati da Aurelia Raffo che ti fissavano l’anima – era perfetta e se King avesse scritto una sola pagina di più avrebbe distrutto l’incanto.
Quel Natale del 1991, io e Carrie facemmo amicizia, e da allora un pezzo di lei è sempre con me…

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 14, 2015 in Note

 

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