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Libri e biblioteche nei titoli italiani

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana i titoli sciabordino di riferimenti librari.

Spinto dalla curiosità e dalla costante ricerca di romanzi “veramente” bibliofili (non solo a chiacchiere), ho spulciato e leggiucchiato titoli palesemente “falsi” per vedere se l’apparenza inganna. L’apparenza, scopro, non inganna affatto: saranno sicuramente ottimi romanzi per chi ama il genere, ma quelli di cui vi parlo di seguito non hanno nulla a che vedere con libri o biblioteche.


Indice:



L’insegnante di inglese Amy Gail Hansen esordisce con questo romanzo: Il libro delle verità nascoste” (The Butterfly Sister, 2013), portato in Italia da Garzanti nel 2014 con la traduzione di Stefano Beretta.
Sicuramente la Hansen ha nel cassetto una tesi di laurea su Virginia Woolf o qualche sua ricerca personale, perché è proprio Una stanza tutta per sé il “libro delle verità nascoste” del farlocco titolo italiano.

La trama ufficiale:

Ruby vuole solo dimenticare. Vuole solo cancellare l’ultimo anno al Tarble College e nascondere nel profondo quel segreto che non ha confessato a nessuno. Eppure, quando crede che il peggio sia alle spalle si ritrova tra le mani il libro da cui tutto è cominciato. Il libro che custodisce le ombre del suo passato. È all’interno di una valigia: il bagaglio di Beth, una compagna di college che da pochi giorni è scomparsa. Ruby non poteva immaginare che Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf riuscisse ancora a toccare le note più recondite della sua anima. A riportarla faccia a faccia con le sue paure. Ma lei è l’unica a conoscere il suo fascino oscuro. Tra quelle pagine ha visto crescere un’ossessione per le scrittrici suicide, donne fragili che si sono abbandonate al gesto più estremo. Un’ossessione che giorno dopo giorno l’ha avvicinata sempre più a Mark, il suo professore di letteratura. Eppure Ruby non può lasciare che quest’incubo si impadronisca di nuovo di lei, proprio ora che Beth è sparita. Deve cercarla. La ragazza sa che c’è solo un luogo che racchiude tutte le risposte. L’ultimo posto in cui vorrebbe tornare: Tarble, la sua università. Lì dove ha imparato che ciò che conta è essere i migliori, a qualunque prezzo. Lì dove misteriosi tentativi di suicidio le parlano di un destino a cui è difficile sfuggire. Lì dove, nel silenzio degli antichi e bui corridoi, ogni traccia riconduce a quel libro su cui c’è ancora molto da svelare. Perché dietro un animo fragile può celarsi un grande coraggio e dietro un amore innocente qualcuno che colpisce dove fa più male. Il libro delle verità nascoste è un debutto indimenticabile, venduto in più di venti paesi. Amy Gail Hansen, con l’intensità della sua scrittura, ha conquistato stampa e lettori. La storia di una ragazza insicura ma determinata, che la vita ha messo alla prova. La storia di un luogo in cui la verità è solo un inganno. La storia di un passato che non vuole smettere di far sentire la sua voce.

Commento

Sono tanti i neo-laureati che vogliono giocarsi subito le nozioni che hanno fresche in testa e, consci del fatto che i saggi si vendono pochissimo, ci tirano fuori un romanzo. Visto che in questi tempi di crisi l’editoria predilige gli esordienti – perché vengono via con poco – ecco che siamo pieni di casi come la Hansen.
Per carità, il romanzo in questione è anche simpatico e lo stile è scorrevole e gradevole, ma certo il titolo fa pensare ad un thriller – in fondo la protagonista indaga su una vecchia compagna di liceo scomparsa – che in realtà tra le pagine è totalmente assente.

Non manca un “peccato di ingenuità” che contraddistingue gli autori troppo desideridosi di sfoggiare cultura: il fatto che più personaggi condividano lo stesso identico background culturale.
La protagonista infatti incontra un affascinante insegnante che guarda caso ama e conosce ogni singolo autore che lei ama, che cita esattamente i passaggi che lei adora degli autori che lei venera e sa esattamente tutto quanto sa lei: ma cos’è, un baccellone venuto dallo spazio che l’ha clonata? O la protagonista sta parlando allo specchio?
Di solito questi sono piccoli difetti di esordienti che basterebbe un po’ di esercizio per correggere: e per “esercizio” intendo leggere più romanzi di autori diversi, non solamente scrivere i propri.



Sempre nel 2014 la Garzanti porta in Italia – con la traduzione di quella Claudia Marseguerra che ho intervistato anni fa – “Lo strano caso dell’apprendista libraia” (The Bookstore, 2013), il romanzo d’esordio della britannica Deborah Meyler: come sempre, dall’inizio del Duemila, le case editrici preferiscono i romanzi di esordienti perché costano poco.

Da lodare poi l’ardita scelta della Meyler, una britannica che si è trasferita a New York dove ha lavorato in una piccola libreria per sei anni che scrive poi un romanzo su una britannica che si trasferisce a New York e inizia a lavorare per una piccola libreria…
Va bene che buona regola è scrivere di ciò che si conosce, ma è chiaro che quest’opera non ha alcuna velleità, né letteraria né di altro tipo: è il solito raccontino autobiografico trasformato in romanzo.

La trama ufficiale:

Esme ama ogni angolo di New York, e soprattutto quello che considera il suo posto speciale: “La Civetta”, una piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon ami passare i pomeriggi d’inverno e che nasconde insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway. Ed è lì che il destino decide di sorriderle quando sulla vetrina della libreria vede appeso un cartello: cercasi libraia. È l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perché a soli ventitré anni è incinta e non sa cosa fare: il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. Ma Esme non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Per fortuna ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George, che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo; Mary, che ha un consiglio per tutti; David e il suo sogno di fare l’attore. Poi c’è Luke, timido e taciturno, che comunica con lei con le note della sua chitarra. Sono loro a insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: Il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell viene a sapere del bambino e vuole tornare con lei. Esme si trova davanti a un bivio. Il suo più grande desiderio sta per realizzarsi, ma non è più la ragazza spaventata di un tempo e non sa più se è quello che vuole davvero. Perché a volte basta la pagina di un libro, una melodia sussurrata, una chiacchierata a cuore aperto con un nuovo amico per capire chi si è veramente. Perché Esme non è più un’apprendista libraia, ora è una libraia per scelta.
Lo strano caso dell’apprendista libraia è il romanzo più amato dalle librerie indipendenti americane. Grazie a loro è partito un passaparola tra i lettori che ne sono rimasti incantati. Deborah Meyler è convinta che l’esperienza più bella della sua vita sia stata lavorare in un negozio di libri e ha deciso di descriverla. Un romanzo che ricorda a tutti noi come il fascino delle librerie sia intramontabile. E che spesso quei luoghi pieni di scaffali polverosi nascondono sorprese inaspettate.

Commento

La trama attirerebbe anche chi non ama particolarmente i libri, ed infatti è questo il pubblico di riferimento, visto che se la protagonista avesse trovato lavoro in una pizzeria la trama non sarebbe cambiata di una virgola.
Protagonista del gradevole (anche se molto leggero) romanzo è una donna che deve decidere cosa fare della propria vita, se accontentarsi di una relazione amorosa un po’ pencolante o se lanciarsi nel vuoto, e poi c’è la gravidanza da gestire e tutto il resto già visto e letto ovunque. La differenza è che in questo caso la protagonista trova un lavoretto in una libreria dell’usato di New York, “La Civetta”, occasione che in realtà non serve ad altro che a buttare lì due autori a caso giusto per tirarsela da intellettuali.

Visto che vengono ampiamente citati in film e romanzi, questi negozietti di libri usati di New York devono essere molto amati in città, e passarsela bene: scopriamo che così non è.

«La realtà è che viviamo ogni giorno con il terrore di essere trasformati in un salone di bellezza o in uno Starbucks. Sono sopravvissute pochissime librerie in città, hanno chiuso quasi tutte. Arcadia, Book Ark, Endicott, Shakespeare and Company sul marciapiede di fronte, la meravigliosa libreria sulla Madison, solo per citarne qualcuna. La chiusura della Gotham è stata la mazzata finale per me. Ormai restano solo Barnes and Noble e Internet».

Se se la passano male le tanto amate e citate piccole e pittoresche librerie newyorkesi, che speranza hanno le librerie nostrane, che già non è che avessero chissà quale importanza per la popolazione?

La libreria fa da anonimo sfondo ad una narrazione di piccoli avvenimenti e piccoli personaggi, che onestamente non è che conquistino il cuore del lettore. Tutto è una enorme scusa per NON parlare di libri e libreria, preferendo qualsiasi altro argomento – anche la tassidermia – piuttosto che dover citare autori e titoli con il rischio concreto che il lettore medio li ignori.

Non dimentichiamoci poi che si tratta di una englishwoman in New York, parafrasando la celebre canzone di Sting, quindi si crea una strana scenetta.
Ad un cliente consiglia Il potere e la gloria di Graham Greene, ma quando esce fuori che è un romanzo inglese c’è il gelo: «Non vorrei che mi giudicasse troppo campanilista nella scelta degli autori», pensa la protagonista, «così cerco di farmi venire in mente anche uno scrittore americano.»
Ammazza, ‘sti americani in quanto a campanilismo non li frega nessuno!



L’indiana Anjali Banerjee è cresciuta in Canada e si è laureata in California. Ha scritto romanzi per giovani e per adulti, ma nessuno sembra in grado di differenziarli l’uno dall’altro.
Nel marzo 2012 la BUR porta in Italia uno dei suoi ultimi romanzi, “La libreria dei nuovi inizi” (Haunting Jasmine, 2011), con la traduzione di Roberta Cristofani e Valentina Zaffagnini.

La trama ufficiale:

Jasmine, trentenne in carriera col cuore spezzato, accetta l’invito della zia e si trasferisce per un mese a Shelter Island, al largo di Seattle, per occuparsi di una piccola libreria. Qui riscopre il gusto della lettura e poco per volta si accorge di uno strano fenomeno: i libri del negozio sembrano stregati, sanno “chiamare” i clienti per aiutarli a realizzare i loro desideri. C’è chi ritrova il sorriso, chi il coraggio di fare un passo rischioso. Quando ormai comincia a sospettare che le voci sui fantasmi che infestano la libreria siano vere, anche Jasmine si imbatte nel suo libro, quello di cui aveva disperatamente bisogno e che le cambierà la vita.
Una storia dolce e forte come un abbraccio, intessuta di sortilegi e meraviglie.

Commento

«Devo tornare in India. Voglio che tu ti prenda cura della libreria mentre non ci sono. Solo tu puoi farlo»: con questa stringatissima lettera in tasca, la protagonista arriva a Shelter Island (New York) per passare un mese a gestire l’attività della zia. «Quanto può essere difficile convincere qualcuno a comprare l’ultimo libro di Nora Ephron o Mary Higgins Clark?» si chiede.
In realtà sarà più duro del previsto, visto che la zia vuole che la sua Bippy rimanga giorno e notte in libreria, dormendo lì per essere sicura di non lasciarla mai incustodita. L’aspetto peggiore… è che non c’è internet!

La narrazione è fresca e lineare, come sempre, e la protagonista non si discosta dal solco del suo genere: è da sola contro il mondo, ha il cuore ferito ed ha alzato un muro di cinismo che la vita lentamente abbatterà. La zia è un peperino sopra le righe, i comprimari fanno il loro dovere senza mai uscire dalla parte e l’ottimismo la fa da padrone.
Cosa c’entrano i libri in questo classicone di genere?

Come dichiara già il titolo originale, libri e libreria in questa storia sono del tutto da tappezzeria, perché tutto ruota sul fatto che la protagonista ha il “terzo occhio” della zia e vede i fantasmi degli scrittori che infestano la libreria.
Non è una ghost story, non sono fantasmi cattivi, ma è il loro spirito che consiglia la giovane donna e la saggezza dei romanzi le perviene senza bisogno di leggere. Ovviamente gli autori citati sono tutti classici anglofoni, perché come sempre un libro sui libri è pensato per un pubblico che non legge, quindi non conosce altri libri all’infuori di quelli citati da chiunque. Shakespeare, Kipling, Emily Dickinson, giusto un T.S. Eliot e addirittura si osa citando il nome di Neruda, ma velocemente.

Tutti i clienti che entrano nel negozio fanno impazzire la protagonista con le loro strane richieste, ma si tratta sempre di libri di cucina, o al massimo qualche classico. E visto che l’autrice ha scritto anche romanzi per l’infanzia, ovviamente i clienti vengono a chiedere anche romanzi per l’infanzia, e conosciamo una pseudo-autrice con tanto di delizioso pseudobiblion: Gertrude Gertler con il suo nuovo romanzo per l’infanzia “Morbidosi in pigiama“.

Sicuramente un romanzetto che vola via d’un sol fiato, ma il contenuto è come lo stile con cui è scritto: veloce e superficiale.



Non c’è da stupirsi se il romanzo d’esordio di Cynthia Swanson sia già stato opzionato per diventare un film con Julia Roberts, invece c’è da rimanerci male quando si scopre un altro caso di titolo ingannevole: “La rivincita di una libraia” (The Bookseller, 2015), portato in Italia nel giugno 2017 da Garzanti con la traduzione di Roberta Scarabelli.

La trama ufficiale:

Si dice che la vita sia tutta una questione di scelte: si prende una strada, ma poi si vorrebbe tornare indietro, convinti che tutto avrebbe potuto essere diverso. È quello che sta capitando a Kitty che, a trentotto anni, delusa dall’uomo che credeva essere l’amore della sua vita, ha preferito restare sola e circondarsi di pochi affetti sicuri. La sua unica vera gioia è una piccola libreria che ha aperto insieme all’amica del cuore Frieda. Ora, però, è un momento difficile per gli affari. Kitty lo sa bene ma non ha intenzione di mollare, perché non riesce a immaginarsi una vita diversa da quella in cui si sente al sicuro.
Eppure, proprio adesso inizia a sognare di essere la bella Katharyn, una donna che ha fatto altre scelte. Accanto a lei un marito premuroso, tre splendidi figli, di cui fa la mamma a tempo pieno, e uno stuolo di amici che la ammirano e la fanno sentire amata.
All’inizio Kitty sembra non dare troppo peso a questi sogni che la visitano quasi ogni notte. Ma più cresce l’incertezza su quel che sarà di lei, più si chiede se non sia arrivato il momento di una svolta. Forse non è un caso che la vita che sogna sia tanto diversa dalla sua. Adesso Kitty non dovrà far altro che ascoltare il suo cuore e capire quali sono i suoi veri desideri. Perché il confine tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere è molto sottile e quando sogno e realtà si mescolano, le conseguenze sono del tutto imprevedibili.

Commento

«Conoscete Il popolo dell’autunno? È arrivato sugli scaffali appena lo scorso giugno, ma si prevede che sarà uno dei bestseller del 1962. Ray Bradbury si legge benissimo, e io consiglio caldamente il romanzo a chiunque metta piede nella libreria mia e di Frieda alla ricerca di qualcosa “che prenda davvero”.»

Così l’autrice ci fa sapere che siamo negli anni Sessanta, un curioso espediente che non sembra aver altro motivo se non riflettere sulla condizione della donna: essere due donne single che iniziano un’attività in proprio non è certo facile in quel periodo. Esce fuori che senza la firma di un uomo Kitty e Frieda non avrebbero mai potuto aprire la Sisters’ Bookshop, la “libreria delle sorelle”, quindi siamo di fronte ad una storia di denuncia sociale? No.
Quindi la protagonista, single per scelta, usa i libri come strumento di riscatto sociale e di auto-affermazione? Di nuovo: no.
Quindi…? No…

Questo è un romanzo di riflessione, nel senso che la protagonista all’approssimarsi dei 40 anni riflette sulla propria vita, sulle proprie scelte, sui propri amori, sui figli che non ha avuto, sulla vita, sull’universo e tutto quanto… Ma allora che c’entra la libreria che ha aperto? Ovviamente nulla: se avesse aperto una frutteria la trama non sarebbe cambiata di una sola virgola.
Kitty, la protagonista, si ritrova a fare sogni in cui vive una vita alternativa alla sua e lo strano fenomeno la fa riflettere sulle proprie scelte: questa è l’unica trama, e al di là di qualche titolo volante – sempre ovviamente anglofono – di libri non c’è traccia.



L’australiana Ashley Hay è una saggista che dal 2010 ha deciso di passare alla narrativa: il suo secondo romanzo, “La biblioteca sull’oceano” (The Railwayman’s Wife, 2013), è stato portato in Italia da Sperling & Kupfer nel 2017 con la traduzione di Velia Februari.

Come fa il titolo originale “La moglie del ferroviere” a diventare in italiano “La biblioteca sull’oceano”?

La trama ufficiale:

In una piccola città affacciata sull’oceano, c’è una biblioteca dove gli abitanti vanno in cerca di pace e di sogni.
Affidano le loro richieste ad Ani, bibliotecaria alle prime armi, una giovane donna già segnata da un destino crudele, che le ha strappato un pezzo di cuore e l’ha lasciata sola a crescere la sua bambina. Quell’impiego le è stato offerto per aiutarla ad andare avanti e, se lei ha accettato, è anche un po’ per il ricordo che serba della prima biblioteca mai visitata: una sala meravigliosa in cui aveva trovato rifugio in un giorno di pioggia, un luogo solenne che l’aveva incantata. Ora, tra le pagine dei libri, cerca le risposte che non sa darsi da sola e spera di rivivere almeno un briciolo di quella lontana magia.
Tra quei vecchi scaffali, anche il dottor Draper vorrebbe ritrovare la sua vita di un tempo, di quando ancora non aveva conosciuto la guerra e il senso di colpa per tutti coloro che non è riuscito a salvare. Mentre il suo amico Roy, che al fronte si è scoperto poeta, vaga alla ricerca delle parole perdute, quell’ispirazione venuta meno proprio ora che è circondato da tanta pace e bellezza.
Finché una poesia anonima ricevuta da Ani irrompe in quel tempo sospeso e riavvia il corso di quei tre destini, ormai intrecciati per sempre in un’unica trama.
Struggente e poetico, La biblioteca sull’oceano è un romanzo che parla di nuovi inizi e del potere salvifico della letteratura. Una storia di ritorno alla vita, che trafigge il cuore di speranza.

Commento

Credo per fede che questo sia un buon romanzo, come dimostra questa recensione del “Salotto dei Libri“. Di sicuro però chi ha scritto la quarta di copertina ha voluto inserirci a forza “libri” e “letteratura”, e nella trama sono davvero pura tappezzeria.
Gli anni del dopoguerra, paesaggi a non finire, descrizioni su descrizioni, romance e tanta riflessione al femminile: un classicone, insomma (non lo dico come critica) che però coi libri e con la biblioteca del titolo italiano non ha nulla a che vedere.


L.

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Pubblicato da su luglio 28, 2017 in Recensioni

 

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La biblioteca senza libri (2012)

Il 2 agosto 2012 il periodico “The New Republic” ha pubblicato un articolo dal titolo “The Bookless Library. Don’t deny the Change. Direct it wisely” (La biblioteca senza libri. Non negate il cambiamento, gestitelo saggiamente) a firma di David A. Bell, professore di Storia alla Princeton University.
La casa editrice italiana Quodlibet nel 2013 lo porta nel nostro Paese – con la traduzione di Andrea Girolami – come primo numero della collana digitale “Note Azzurre”, curata da Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni e Paolo Maccari.

Ecco la trama dell’eBook gratuito:

Che fine faranno le biblioteche e i bibliotecari nell’era digitale? Perché dovremmo mantenere costose strutture per ospitare tonnellate di carta, quando tutti i libri saranno disponibili in formato e-book? Come stanno cambiando le abitudini dei lettori? A queste e altre domande cerca di rispondere David A. Bell, professore di Storia a Princeton, in un brillante saggio che disegna una prospettiva rivoluzionaria, prendendo spunto dalle trasformazioni in atto in una delle biblioteche più grandi e avanzate al mondo, la New York Public Library.

Per l’occasione il testo di Bell, molto legato alla realtà americana, viene integrato con un intervento di Riccardo Ridi, professore di Bibliografia, di Biblioteconomia e di Biblioteconomia digitale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che dovrebbe aggiungere al tema un punto di vista più vicino alla realtà italiana.

«Quale sarà il ruolo delle biblioteche quando i lettori non avranno più bisogno di entrarci per consultare o prendere in prestito libri?»

Quando Bell scriveva non c’era ancora stata l’esplosione degli smartphone, quindi la sua visione risulta ancora più cauta: perché i lettori non abbiano più bisogno di entrare in biblioteca per consultare i libri ci vorranno secondo l’autore vent’anni di tempo – reputati troppo pochi da Ridi in appendice – e invece c’è voluto molto meno. Oggi tutti potenzialmente hanno la possibilità di portarsi appresso intere biblioteche in tasca: il problema è che nessuno lo fa. Questo è l’elemento che entrambi i saggisti non prendono in considerazione.

Il breve saggio è interessantissimo e ne consiglio la lettura a tutti, ma come per gli altri saggi che ho letto sulla “modernità digitale” – scritti di solito da chi non la vede di buon’occhio – dimentica un elemento che considero fondamentale: gli utenti. Solo un numero estremamente ridotto di persone ha la fortuna di frequentare biblioteche serie e funzionanti: la stragrande maggioranza della popolazione ne ignora l’esistenza, quindi la “trasformazione” di queste istituzioni rischia di essere un problema un po’ fumoso.

«Ormai già un quinto di tutti i libri venduti negli Stati Uniti sono e-book, e il numero è in rapido aumento.»

Ovviamente il mercato americano è sterminato, se si guarda a quello europeo saranno sicuramente cifre molto più modeste, ma il dato rimane: il digitale ha preso piede fra quei pochi che leggono, quindi la “rivoluzione” c’è già stata, è solamente questione di tempo. Perché chi dice di amare “l’odore della carta” – attenzione: non ama leggere, solo annusare! – poi magari compra solo un libro l’anno, nei casi più fortunati, quindi non ha il minimo peso nella questione.

«Una copia digitale dell’intera collezione di libri della Biblioteca del Congresso – qualcosa come trentatré milioni di volumi – potrebbe dunque entrare con facilità in una scatola da scarpe, il che rende semplice produrre migliaia di copie di salvataggio digitali di ogni libro mai stampato.»

Ovviamente questi discorsi non piacciono ai “tecno-allergici”, costretti di solito ad usare la tecnologia per lavoro e quindi odiandola a morte. Chi dovrebbe fare quelle copie?, si chiede il nostro Ridi. E poi passa il tempo e i file non vengono riconosciuti dai software successivi.
Questo significa che Ridi ha usato software di scrittura in tempi in cui li ho usati anch’io, quando cioè la compatibilità era un nemico: ognuno si faceva un proprio sistema di videoscrittura che non era leggibile da altri.

«Avete mai provato a recuperare un file memorizzato su un floppy-disc e creato con un programma che ormai non esiste più?)», si chiede Ridi. Sì, io ci ho provato e nel ’94 per un certo periodo è stato parte del mio lavoro, la trascodifica da sistemi assurdi verso un DOS più omogeneo.
Io sono passato dall’EasyScript del Commodore64 al WordStar del DOS fino ad arrivare nel 1995 circa al Microsoft Word: da quel momento il viaggio è finito. Io oggi, più di vent’anni dopo, posso ancora aprire i testi che ho scritto nel 1995, perché da allora i programmi alternativi al Word sono scomparsi. (E gli alternativi sono apribili, se usavano comunque il DOS come base.)
Quando è arrivato OpenOffice, che per molti è l’alternativa a Word, non c’è stato alcun problema perché i due formati sono compatibili (a meno che nel vostro documento abbiate messo roba strana).

Assistendo al fenomeno del libro digitale dal 1999, ho visto nascere e morire formati molto diversi, che potevano far pensare a futuri problemi di incompatibilità, ma esistono software di trascodifica fra questi formati, quindi non si perde niente. E poi l’ebook è semplice HTML in forma di libro, quindi ad altissima compatibilità.

«Quando in primavera il ciclo di Harry Potter è finalmente uscito in versione elettronica ha totalizzato un milione e mezzo di dollari in soli tre giorni.»

Questo indica che i lettori comprano l’eBook e spendono soldi: la rivoluzione ha già vinto, è solo questione di tempo prima che sia definitiva.
Tutto il resto del discorso è nostalgia mascherata da elitarismo. Le biblioteche sono posti di conoscenza dove la gente scambia sapere… ma dove? Certo, se come Bell avete il privilegio di entrare in una prestigiosa ed esclusiva biblioteca universitaria ci posso credere, ma i milioni di altre biblioteche dove le coppiette vanno a limonare, dove i ragazzi vanno a sghignazzare o altri a ripararsi dal freddo o dal caldo, non hanno alcuno spazio per conoscenza o sapere: sono solo luoghi pieni di odio per i libri…

Che fine ha fatto la pellicola fotografica? Si è estinta perché nessuno la usava più, con l’avvento della fotografia digitale. Perché nessuno si è dispiaciuto? Perché nessuno ha esaltato l’odore della pellicola? Eppure per esperienza personale trovo nettamente migliori le foto fatte su pellicola: hanno una profondità che nessuno smartphone potrà mai avere. Ma questo è un mio pregiudizio personale: la realtà è che nessuno comprava più la pellicola e questa si è estinta.
Già i libri cartacei hanno un mercato in picchiata totale da almeno vent’anni, quindi basta fare due più due…

Però le biblioteche conservano anche le riviste, che si perderebbero col digitale. Ma dove? È esattamente vero il contrario: il titanico numero di riviste che NESSUNO compra sono rimaste in vita – a succhiare soldi allo Stato – solo ed esclusivamente grazie al digitale: quello che vedete in edicola è l’1% delle riviste esistenti.
Per fortuna nel resto del mondo non sono così corrotti come gli italiani, quindi le riviste non possono contare su soldi dati gratis dalle tasse dei cittadini onesti, eppure lo stesso cadono come mosche: prestigiosi e storici giornali hanno chiuso i battenti perché nessuno li comprava. Fine del problema.
E le riviste passate? Quelle cioè già stampate? Per fortuna esistono gli scanner per salvarle in digitale…

Tutti i saggi che finora ho letto sul problema partono dal fatto che il digitale è cattivo, perché di solito chi scrive lo odia, e che il cartaceo è buono. Siamo tutti d’accordo, ma di solito chi pensa questo NON compra cartaceo, quindi la sua opinione è totalmente inutile. Solo chi spende soldi vota, solo chi vota cambia il mercato, e il mercato dice che il cartaceo costa troppo – sia per chi compra che per chi vende – e che i vantaggi del digitale superano di mille volte quelli della controparte. Questo fatto però nessuno lo analizza, perché il digitale è cattivo e il cartaceo è buono.
Curiosamente chi pensa questo, poi lo dice… scrivendo in digitale.

La rivoluzione ha già vinto, che piaccia o meno: resta da vedere quanto ci metterà il vecchio regime a capire che è meglio guidare il cambiamento che farsi investire…

L.

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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Recensioni, TecnoLibri

 

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Le letture pendant e la biblioteca omofoba

Ospito con immenso piacere una testimonianza inviatami da Ivano Satos del blog Beati Lotofagi e Kentucky Mon Amour. Chi frequenta questi blog e chi conosce Ivano si stupisce ogni volta della eterogeneità della sua formazione culturale e dei suoi interessi intellettuali, quindi è quasi naturale che sia scontrato con l’istruzione istituzionalizzata (e cancrenizzata).

Le letture pendant e la biblioteca omofoba
all’origine della scimmia ruspante

wpid-nddf-genet.jpegOgni cosa deve essere in tinta, abbinata, per una vita pendant. Da quando veniamo al mondo la verniciata rosata o celestata ci vien inferta con la sapienza e la velocità di un colpo di spazzola affibbiata dalle sapienti mani di un barbiere giunto al termine del suo lavoro. Verniciata spesso letale come quella dorata di Goldfinger.
L’approvazione generica non riguarda solo vestiario, capigliatura e ludiche spensieratezze. Corti/lunghi; pantaloni/gonna, pistola/bambola, calcio/danza. Il marchio generico interessa anche lettere generiche. Questo solco generico si instaura quindi anche in scaffalature bibliotecarie, trasformando quegli esseri, posti a guardia di tal cultura, in controllori non diversi dai pennoni innalzati a stazione, fischiettanti Wagneriano e direttori di traffici umani.

Quando terminai il corso fotografico della Fiaf, cominciai a soddisfar bisogni generici di ragazze generiche desiderosi di impressionar pellicola, non era ancora l’era del digitale, con la loro bellezza armata a rompighiaccio. Le continue richieste di stile vintage mi portarono a colmare mia cultura glamour. Non era l’era del digitale e l’adsl era un bene di pochi, si era ancora vittime di edicole, librerie, bottegai e… bibliotecari. Recatomi in biblioteca, compilai un modulo, lungo quanto una tesi di ingegneria nucleare, sulla richiesta di libri inerenti l’evoluzione della fotografia modaiola.

Tornatovi alcuni giorni dopo, venni chiamato a gran voce da impiegata, conoscitiva come digos di mia anagrafe a sol sguardo, mentre mimetizzava sollazzo con colpi di tosse. Recatomi in suo studiolo, continuai a domandarmi ragione di tal sogghigno, che l’avea mutata in scoppiettante motore. Con man convulsivante mi indicò un’enciclopedia che dir vetusta sarebbe corteggiamento necrofilo. Su tal pila di libri la stampa a caldo avea posto, in araldico rilievo, codeste parole: “Corso di taglio e cucito”. Avvampato in volto capii origine di tetanico ghigno della megera. Senza perder tempo a spiegare errore nella loro ricerca, comunicai di aver cambiato hobby e che ora mi serviva urgentemente Notre Dame des Fleurs di Jean Genet. La contemplazione della sua paresi, non più tetanica ma bulimica, fu la genesi del mio sorriso.

Sarei un ipocrita se affermassi che tal opera sia stata la prima a sbocciar nella mia mente in quel momento. La forza, la potenza, per chi ritiene di esser appassionato di scienze sociali, è anche quella di ammettere le proprie debolezze, e sfruttarle come origine di indagine, di analisi, volgendo così la debolezza a forza, nella consapevolezza che una resistenza viene sconfitta.
Prendete il più ambiguo degli esseri, individui in cui perfino l’esser un umano è posto in dubbio, e dubitate della sua virilità. Innescherete una reazione esotermica incognita. La messa in discussione della propria genericità, anche in esseri genericamente ambigui, attiva un moto primitivo di reazione. Una regressione alla polarità irrazionale più vicina al legariano che non all’uomo di Neanderthal. La prima risposta che mi venne da dare, ma che bloccai sul nascere, fu il titolo di qualche libro masculo, camiciato nero, un libro da capa pelata!

Il rischio è proprio questo. L’etichettatura generica dei libri, ma anche di giochi e professionalità, è un serpente che si morde la coda. Un incentivo alla frustrazione di quelle persone represse che per dimostrare la loro virilità e la loro stasi generica, dubitata anche solo in tempi andati, urlano e sbraitano, idealizzando come mascolina figura la scimmia distruttrice. La scimmia distruttrice che per evolversi rade il suo capo ma non lo suo culo. La scimmia inmandriata che non potendo ruminare decide di ruspare.

Ivano Satos

 
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Pubblicato da su luglio 8, 2015 in Note

 

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Odiare i libri. Biblioteche (3)

gambettoIo adoro gli scacchi: sono un cane a giocare ma adoro le citzioni in ogni forma di comunicazione. Ho scritto un racconto sull’argomento – La variante di Marlowe – e gestisco un sito e un blog dedicati alle citazioni scacchistiche di ogni natura.
Così quando ho scoperto che William Faulkner ha scritto un racconto a sfondo scacchistico – Gambetto di cavallo, recentemente ristampato da Einaudi – e che la Biblioteca X ce l’aveva in catalogo, mi sono fiondato nell’edificio pubblico dedicato alla misobiblìa (“odio per i libri”).

Dopo aver disperatamente frugato in ogni dove, il libro non lo trovo sugli scaffali quindi mi ritrovo costretto a rivolgermi alla bibliotecaria.
Sfortuna vuole che sia il turno della signora arcigna che già ho incontrato altre volte: sgrano una serie di mantra tibetani, mi carico di positività zen e mi presento con un sorriso a 34 denti (me ne attacco un paio in più per l’occasione).
Saluti e baci e poi piazzo la richiesta: “Ho visto sul vostro catalogo on line che avete il libro X ma non l’ho trovato sullo scaffale: potrei sapere se è fuori in prestito e, nel caso, prenotarmi non appena torna indietro?”
Lo so, domande così assurde e ridicole non andrebbero mai poste.

La bibliotecaria mi guarda come se fossi un cane parlante. Comincia ad armeggiare col PC con la padronanza di un monco, e mentre mi sto chiedendo quale parte della mia domanda non abbia capito mi chiede di ripeterle il libro che sto cercando.
Faulkner è autore abbastanza noto, ma scopro che invece la bibliotecaria non l’ha mai sentito e ci mettiamo mezz’ora per trovarlo in catalogo. “Eccolo” esclama soddisfatta la mentecatta.
“Sì – rispondo, – in catalogo ce l’avete, l’ho già visto on line da casa mia” deficiente, vorrei aggiungere ma ovviamente non si può. “Il problema è che non lo trovo sullo scaffale: è per caso in prestito?”
Anche la seconda volta la tizia non capisce la domanda, e invece di controllare se il libro sia fuori… si alza e va agli scaffali per prenderlo.

Dopo un’altra mezz’ora la Einstein in gonnella mi guarda, con lo sguardo vacuo di uno zombie, e mi dice: “non c’è”. Curioso: un’ora prima le avevo detto io la stessa cosa…
Per fortuna arriva la bibliotecaria di sostegno, la capa dell’ebete, e prende in mano la situazione…. ripetendo esattamente le stesse inutili operazioni dell’altra.

Dopo un’altra mezz’ora, il geniale duo di bibliotecarie ha l’illuminazione divina e giunge ad una conclusione inaspettata: il libro non c’è. Ma per fortuna la capa va oltre: probabilmente il libro, che non risulta in prestito, è andato perduto… Fine del discorso.

Talmente è stato lo shock di trattare con le megere bibliotecarie che ancora oggi, a distanza di anni, non sono riuscito a leggere quel raro libro di Faulkner: una grande firma rovinata dall’odio indifferente per i libri…

L.

 
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Pubblicato da su luglio 6, 2015 in Note

 

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Odiare i libri. Biblioteche (2)

Segretissimo1459Continuo il discorso sulle biblioteche, luogo interamente ed eternamente dedicato alla misobiblìa (“odio per i libri”).

Mi aggiro per la biblioteca X – non cito il nome per ovvie ragioni – quando mi cade l’occhio su uno scaffale quasi nascosto, messo in modo che sia difficile per il visitatore consultarlo.
Mi chino e, rimanendo nella posizione scomodissima che gli appassionati di bancarelle ben conoscono, consulto la massa indistinta di libri inzeppata nello scaffale. Con sommo gaudio scopro che sono dei “Segretissimo”, libri thriller della Mondadori molto rari perché nessuno li compra e nessuno li vuole leggere, a meno che non siano SAS o qualche rarissimo autore noto, e quei pochi che li comprano o li conservano gelosamente o li buttano via: sono “libri infranti”, che nessuno vuole anche solo toccare, e quindi mi scatenano forti emozioni.
Ravanando trovo qualche chicca, come un raro romanzo dell’Esecutore, personaggio action di Don Pendleton (o meglio, del suo ghostwriter) portato in Italia da Alan D. Altieri e Stefano Di Marino ma che non ha incontrato il favore dei lettori: nessun personaggio similare in realtà ha mai sfondato in Italia, e sì che da decenni si provano a proporre agli svogliati lettori italiani.

Insomma trovo questo libro raro (che vale molto meno della carta su cui è stampato) e mi avvio verso la satanica bibliotecaria. Tremante mi avvicino, saluto con rispetto, faccio la reverenza, faccio la penitenza, un salto qua e uno là e sono pronto per il gesto più odiato nel mondo bibliotecario: prendere un libro in affitto. «Si dice prestito» mi corregge con fare schifato l’impiegata, e ha ragione: non si dice infatti “stronza”, si dice “bibliotecaria”.
Sono davanti alla Nera Signora che Decide dei Libri, e ovviamente mi guarda come se io fossi un serial killer colto in flagrante. Mi squadra e si chiede perché io la stia disturbando, così sono costretto a sottolineare l’ovvio: vorrei (perché “voglio” è troppo presuntuoso) prendere in prestito questo libro.

La bibliotecaria mi guarda sempre più schifata, guarda il “Segretissimo” che ho in mano e dice, tra un conato di vomito e l’altro: “Non ha la fascetta”.
Sapevo che era troppo bello: il libro non è catalogato, e non si sa perché quello e i suoi compari siano finiti sullo scaffale, visto che prima vanno inseriti nel sistema bibliotecario. Sapete cosa significa inserire un libro nel SBN? Significa che la bibliotecaria deve fare il suo lavoro: riportare titolo, autore, anno, ISBN, titolo originale, traduttore, catalogazione Dewey… MA SIAMO PAZZI? Amnesty International è stata informata del trattamento disumano dedicato a questi impiegati?

Conscia di tutto questo, la bibliotecaria fa un rapido calcolo: aprire una pratica che comporta lunghe digitazioni per una merda di “Segretissimo” e per quel coglione che lo sta chiedendo in prestito? Si volta e mi congeda agitando una mano in aria. «Portatelo via, te lo regalo».
A saperlo, mi sarei preso l’intero scaffale…

Le bibliotecarie odiano tutto e tutti, vivono nutrendosi di odio e crudeltà, ma in particolare odiano i libri e chiunque li legga.
Sicuramente ci sono eccezioni, ma sono appunto solo questo: eccezioni in un mare di odio…

L.

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Pubblicato da su luglio 1, 2015 in Note

 

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Odiare i libri. Biblioteche (1)

fahrenheit451-fire

Quando si parla di misobiblia, “odio per i libri”, si deve per forza parlare di biblioteche.
Per anni sono stato confuso dalle idee utopistiche sulle biblioteche come depositi di preziosi tesori, ma poi sono dovuto scendere a patti con la realtà: sono inferni che selezionano bene i propri cerberi. Ci sarà un motivo se ogni importante biblioteca della storia ha conosciuto il fuoco, no? Nelle parole di Luciano Canfora, il fuoco è «devastante consorte dei libri d’ogni tempo», e i bibliotecari sono dei mangiafuoco…

Giro per biblioteche sin da ragazzo e sicuramente il caso ha voluto che incontrassi solo eccezioni, ma nelle tante biblioteche di Roma e provincia in cui sono stato non mi è rimasto un bel ricordo: trattare con le bibliotecarie è stato così devastante che ho deciso di non mettere più piede in edifici dediti esclusivamente all’odio librario.

Ecco cosa scrivo nel mio secondo racconto di Marlowe, Quel pomeriggio di un libro da cani (2010):

Forse non tutti sanno che durante i concorsi per diventare bibliotecari alcuni energumeni raccolgono i candidati, li portano nel bosco più vicino e per i successivi tre giorni li picchiano barbaramente con dei libri di varie dimensioni. Alla fine di questa lunga e inesorabile agonia, viene chiesto ai candidati se vogliano lavorare a stretto contatto con i libri: quelli che vomitano, imprecano e affermano che piuttosto si taglierebbero un braccio, vengono subito assunti.
Di solito chi lavora in una biblioteca preferirebbe di gran lunga vendere organi di bambini al mercato nero piuttosto che stare lì.

Eppure ho sempre avuto nella mente l’immagine del bibliotecario come saggio ispiratore dei lettori, spesso anche autore a sua volta. Per non parlare di esempi inarrivabili come i tre bibliotecari ciechi di Buenos Aires (Mármol, Groussac e Borges).
Insomma, avevo ideali troppo alti, e infatti cadendo hanno fatto il botto.
Cercherò di limitare il mio giusto sdegno per persone che fanno di tutto per allontanare la gente dai libri e mi limiterò a fatti concreti… dalla prossima puntata.

L.

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Pubblicato da su giugno 29, 2015 in Note

 

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eBook in Biblioteca

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Da oggi, lunedì 23 marzo 2015, al nascente progetto di portare anche i libri digitali nelle biblioteche italiane si unisce anche la Narcissus.me, che potremmo definire la mia “casa editrice”.
Lo confermerò nei prossimi giorni, ma a quanto pare da oggi tutti i miei libri digitali sono presenti nelle biblioteche che hanno aderito ai progetti digitali: sono cioè gratuitamente consultabili per un periodo di 14 giorni, proprio come se fossero libri cartacei. (Una protezione DRM si assicurerà che dopo 14 giorni l’eBook non si apra più!)

Quanto tutto questo funzionerà è ancora da stabilire, ma lo stesso mi sembra una bella iniziativa e mi piace riportare le due principali reti digitali che hanno permesso questo risultato.

ICOMA-MLOL

MediaLibraryOnLine è la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale. Ad oggi le biblioteche aderenti sono circa 3.900 in 15 regioni italiane e 5 paesi stranieri.  La piattaforma consente alle biblioteche di fornire il servizio di prestito digitale, sia dalle postazioni della biblioteca che da casa, dall’ufficio, dalla scuola, senza presentarsi fisicamente in biblioteca.

indaco-logo

ReteINDACO è oggi la più grande piattaforma digitale cui hanno aderito circa 1400 biblioteche e sistemi bibliotecari dislocati su tutto il territorio nazionale. Grazie a ReteINDACO le biblioteche possono offrire agli utenti il prestito gratuito di contenuti digitali: ebook ma anche musica, video, dizionari on-line, film, corsi di lingue, audiolibri, e.learning, videogiochi, banche dati, portali e così via.

Insomma, le premesse sono buone: vedremo come andrà e sarà divertente ritrovarmi nei cataloghi bibliotecari 😉

L.

 
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Pubblicato da su marzo 23, 2015 in Note

 

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