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La nostra storia (2019)

Continua il mio doloroso viaggio nei filmettini d’amore dozzinale che TV8 trasmette a chili ogni giorno, seguendo il filo conduttore di libri falsi, pseudo-scrittori o librerie che fanno da sfondo agli eventi: in quest’ultimo caso rientra “La nostra storia” (The Story of Us, 2019) di Scott Smith, inedito in Italia al di fuori dei passaggi televisivi, come per esempio quello del 17 maggio 2020 in cui l’ho visto.

La sceneggiatrice Tracy Andreen si limita a cambiare qualche frase da un copione-base standard che gira per ogni casa editrice. Questo prevede che una protagonista sognatrice veda la propria vita stravolta dall’arrivo di speculatori che vogliono sottrarle l’attività amata, cattivi che agiscono in persona dell’uomo che lei una volta amava e che invece ora è tornato nel paese natio per portare distruzione. Alla fine l’ammmòre trionferà.
Stavolta l’attività “da sogno” della protagonista è una libreria, ma come sempre accade se fosse stata una salsamenteria non sarebbe cambiata una virgola: come ogni altra storia anglofona di amore per i libri, mai nessun amore per i libri è testimoniato, perché dei libri non frega niente a nessuno. È l’idea di amare i libri che permea ogni storia d’amore di carta o filmica.

Dunque Jamie (Maggie Lawson) è la proprietaria di “True Love – Bookstore & Cafe“, la zuccherosa e titanica libreria di Waterford che avrà tipo 500 metri quadrati di negozio: ma a Waterford le proprietà immobiliari le regalano?
Com’è noto nessuna libreria campa vendendo libri, perché a nessuno frega niente dei libri, così Jamie vende anche prodotti da pasticceria e da caffetteria, il tutto in una giungla di fiori da far piangere un allergico al polline e mille altre trovate di sceneggiatura che niente hanno a che fare con i libri.

Una libreria che vende tutto tranne libri

Non stupisce che l’unico momento della vicenda in cui Jamie venga ritratta a toccare dei libri… è sulla scala per sistemarli a due metri d’altezza. Perché una libreria dovrebbe disporre dei libri dove nessun cliente può arrivare? Semplice, perché nessun cliente vuole libri, altrimenti le librerie non avrebbero bisogno di vendere mille altre cose per restare in vita.

Una delle trovate di Jamie per salvare la libreria dai cattivi imprenditori che vogliono buttare giù tutto per costruire cose cattive, è pubblicizzare sul giornale locale il ritrovamento di vecchie cartoline di San Valentino lasciate da vecchi clienti: questa è una libreria dell’amore, grida Jamie ai quattro venti. Quindi, di nuovo, un’altra prova che nelle storie di librerie i libri non c’entrano nulla.
Visto che gli autori si sono vergognati di aver ambientato una vicenda in una libreria senza libri, fanno iniziare il film con una ridicola scena “libraria”.

Toh, che ci fanno due libri in libreria?

Vediamo niquadrati “La principessa sposa” (The Princess Bride, 1973) di William Goldman, da cui il film La storia fantastica (1987) di Rob Reiner, e “La casa della gioia” (The House of Mirth, 1905) di Edith Wharton. Due classici di lingua inglese, perché nelle storie anglofone esistono solo questo tipo di libri.
Un cliente vorrebbe regalare un libro alla sua ragazza per San Valentino, e crede le piacciano i libri romantici e divertenti, tanto per far capire il livello di conoscenza della sua dolce metà: Jamie gli fa notare che la “gioia” nel titolo della Wharton è sarcastico. Se davvero lei vuole innamorarsi e farsi grasse risate, è decisamente meglio “Molto rumore per nulla” (Much Ado About Nothing, circa 1599) del solito immancabile Shakespeare.

E te pare che non sbucava fuori Shakespeare?

Tanto per ricordare quanto Jamie sia una sognatrice amante dei libri, visto che niente nella storia lo dimostra, facciamo che sia una scrittrice in erba e la vediamo intenta a lavorare alle prime righe del suo romanzo “L’amore può uccidere” (Love Can Be Murder). Ovviamente una storiellina d’amore, non c’erano dubbi.
La trovata muore qui, il fatto che lei scriva (o tenti di farlo) non verrà più citato e non ha alcun peso nella vicenda. Tanto per avere un’idea della qualità di queste sceneggiature.

Il mondo è in attesa del romanzo che Jamie sta scrivendo…

La vicenda prosegue banale e scontata fino alla nausea. L’uomo che torna al paesello ritrova la vita genuina di una volta, ritrova l’ammmòre e banalità varie: riuscirà a spezzare i sogni della donna che un tempo ha amato? Immaginatevi come procede la storia: bravi, avete indovinato tutto, parola per parola.
In questa lanosa dozzinalità non c’è spazio per i libri: avete mai visto un libro in libreria? Non scherziamo: qui si parla di ammmòre, di proposte di matrimonio, di bigliettini d’amore, di amore negato, di amore taciuto, di amore sognato, di amore immaginato da Piero Pelù (quello vero, eh?), di speculazione immobiliare e di sogni d’infanzia: il primo che parla di libri lo meniamo!

Ma ancora questo libro? Non ne hanno altri da mostrare?

D’un tratto succede qualcosa, qualcuno impazzisce e lascia su un tavolo un libro moderno, addirittura contemporaneo: “It Begins in Betrayal” (2018) di Iona Whishaw, ottavo episodio della serie “Lane Winslow Mystery”. Perché inquadrare per qualche fotogramma questo libro? Se l’intento è pubblicizzarlo, perché non inquadrarlo più a lungo? Non lo so, ma è davvero raro che un libro contemporaneo appaia in questi filmetti.

Il mistero del libro contemporaneo inquadrato senza motivo

Rinnovo la mia perplessità sull’usanza del romance anglofono di ambientare un numero impressionante di storie in librerie o biblioteche pur ignorando completamente (e oserei dire astiosamente) il mondo dei libri: sono più onesti i romance ambientati nei vigneti, nelle fattorie o nei laboratori di fragranze (su TV8 ne trovate per tutti i gusti!) almeno lì è normale che non ci siano libri. Quelli ambientati in libreria invece lasciano solo interdetti.

L.

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Pubblicato da su giugno 5, 2020 in Recensioni

 

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Natale fuori città (2018)

Stavolta è tutta colpa di Kukuviza del blog CineCivetta: è lei che fra l’orgia dei film di Natale è riuscita a scovare uno dei rari che non mi siano passati sotto gli occhi e me l’ha segnalato. Perché oltre all’ammmmmòre si parla anche di libri e librerie.

Si tratta di “Natale fuori città” (Christmas Around the Corner, 2018) diretto da Megan Follows, solita produzione canadese della MarVista – più nota per i suoi filmacci di Meteo Apocalypse – dedicata al Natale e all’ammmmòre.

Lo sceneggiatore è di Michael J. Murray, che ha iniziato negli anni Ottanta adattando testi di E.A. Poe per la TV ed è finito a sfornare Natale e ammmmòre con la pala. Tocca seguire il pubblico, e il pubblico sta cadendo sempre più in basso.

Claire (Alexandra Breckenridge) è non si sa cosa che non si sa come ha fatto quotare in borsa un piccolo blog di manicure e pedicure: tutti si aspettavano che da ogni parte del mondo investissero soldi nell’attività, che la gente si picchiasse pur di dare soldi a palate a Claire… invece sono arrivate solo le palate, come ci insegna Totò.
Claire segue una strana usanza americana e ha avuto «un anno difficile»: come si fa a valutare un intero anno? Io mi lamento se ho avuto una giornata difficile, magari una settimana impegnativa… ma un anno? Boh, io non me lo so immaginare, ma sento sempre più spesso personaggi di film lamentarsi di aver avuto un anno difficile, e di solito è la premessa a scelte più che discutibili: dopo un anno difficile, sai che c’è? Io me butto a Glastenbury nel Vermont, in mezzo al niente nel pieno dell’inverno a gestire una libreria vista in Rete. Che mi ricorda tanto la mamma…

Andare a gestire una libreria sperduta nel nulla: perfetta idea-vacanza

Inutile stare a farci ulteriori domande sul motore della vicenda, facciamo che Claire arriva a Glastenbury e niente è come sembra. Non ci sono i mercatini variopinti promessi dal sito ufficiale e la libreria da gestire sembra più un magazzino abbandonato pieno di carta.

Me l’immaginavo un po’ diversa, la libreria

Secondo voi, come può continuare la storia? Ovvio, come continua sempre: nel suo giro d’esplorazione del posto la protagonista incontra il manzo della vicenda – mucho macho ma molto micio – intento in qualcosa di gagliardo che faccia subito intrigare l’eroina. In questo caso si è uno zinzinino esagerato, perché Andrew (Jamie Spilchuk) viene presentato “fondente”, cioè in fonderia a creare non si sa cosa: sembra una scena presa di netto da Iron Man (2008) con Tony Stark che si martella da solo l’armatura!

Quando Andrew perde le chiavi di casa… ne forgia di nuove!

I bicipiti sudati fanno il loro effetto, malgrado la faccia da tonno sott’olio dell’aitante co-protagonista, che continua a seguire fedelmente le regole del genere e… non crede più nel Natale. Ahhh sento già valanghe d’ammmmòre intasarsi nel cuore della protagonista, che dovrà sciogliere il cuore di ghiaccio del Grinch fondente. Ah, e non c’è bisogno di dire che si comporta in modo brusco e cafone, come ogni uomo nelle storie romance prima di subire il fascino della protagonista e diventare un orsacchiottone che vomita amore dagli occhi.

Intanto basta sistemare un po’ la libreria perché i clienti arrivino, attirati da non si sa cosa, ma in fondo lo sceneggiatore ha iniziato l’attività sul finire degli Ottanta e quello è un marchio indelebile: non a caso ad un certo punto la giovane Claire dice espressamente la frase «Costruiscila e verranno»: siamo tutti figli de L’uomo dei sogni (Field of Dreams, 1989) e l’ossessione di Kevin Costner di costruire un campo per far arrivare gli spiriti dei giocatori passati ha segnato la narrativa.

Se costruisci la libreria, i lettori verranno

Così un giorno entra la giovane Alicia (Maya Harris-Harb) che chiede «Voi avete niente di O. Henry? Io ho letto “Il riscatto di capo rosso” a scuola, cerco “Il dono dei magi“.» Guarda caso, «il libro di Natale perfetto», gongola Claire. Oltre a citare due titoli non banali, la scena continua con la povera Alicia che cerca di rubare il libro in questione, non potendo permettersi di comprarlo: Claire si mostra risoluta ma scopriamo con piacere che “punisce” la ragazza lasciandole il libro con il compito di tornare poi a recensirlo.
Mi ha ricordato una scena simile del film Viaggio in Inghilterra (1993) di Richard Attenborough, dove il giovane ladro di libri dice a C.S. Lewis (l’autore di Narnia) che malgrado rubi libri per ristrettezze finanziarie è un lettore migliore di chi li compra solo per fare bella figura. Purtroppo la scena in questione non ha seguito, e scopro con raccapriccio… che è l’unico momento del film in cui si parla di libri.

Una scena ispirata, purtroppo l’ultima dove appaia un libro

Com’è ormai palese da romanzi e film la cui trama giri intorno ad una biblioteca, il pubblico a cui si riferiscono ama l’idea dei libri ma non i libri: ama riconoscersi in personaggi che amino i libri… non in personaggi che leggano libri.
Quindi in questo film la libreria protagonista centrale della vicenda fa di tutto tranne che vendere libri. Vende decorazioni, bomboniere, coccarde, campane per renne fanne a mano (ma davvero c’è richiesta?) e tutto ciò che non è libro. Organizza cene, colazioni, eventi e tutto quanto non c’entri nulla con la lettura. Perché non ambientare la vicenda in una salsamenteria? Sarebbe stato uguale.

Vogliamo poi mica farci mancare valanghe di luoghi comuni setolosi? Per cui tutte le donne della vicenda o cucinano o fanno le pulizie, mentre l’unico uomo della storia ovviamente sa riparare tutto in casa e per hobby fa il fabbro. Siamo in un paesino sperduto della provincia americana – quella protagonista di tutte le storie horror esistenti – e ovviamente tutti si vogliono bene e c’è massima tolleranza: c’è la negoziante asiatica, la coppia gay con figlio adottato, il prete bello e buono e pure il cane randagio amato da tutti. Ahhh quanto ammmmmmmmmmmmòre!

Nel vuoto pneumatico della solita storiellina harmony ci sarebbe stato bene qualche libro, ma d’altronde protagonista era una libreria: che c’entrano i libri?

Testimonianza del titolo italiano, esclusiva della TV

Chiudo lasciando traccia dell’edizione italiana esclusivamente televisiva. (Come tutti quelli del suo genere, questo film è inedito in home video.)

Personaggio Attore Doppiatore
Claire Alexandra Breckenridge Annalisa Usai
Andrew Jamie Spilchuk Matteo Brusamonti
Mrs T. Jane Alexander Rossana Bassani
Alicia Maya Harris-Harb Laura Cherubelli
Barb Paulyne Wei Ilaria Egitto

Edizione italiana a cura di LogoSound
Direzione del doppiaggio: Matteo Brusamonti

L.

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Pubblicato da su febbraio 3, 2020 in Recensioni

 

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Pagine d’ammmmore (2015-16)

Poteva il mio viaggio nelle “biblioteche dell’ammmmore” rimanere indifferente davanti al palinsesto televisivo di Paramount? Il 9 e il 10 dicembre scorsi il canale ha trasmesso in rapida sequenza i due film televisivi che formano “The Bridge” (2015-2016), per l’occasione battezzato in Italia “Pagine d’amore” e “Pagine d’amore, parte seconda“: un nubifragio di melassa zuccherata e di sentimenti dozzinali come se avessero infilato dei MioMiniPony nel frullatore! Pura overdose di arcobaleno.
Jamie Pachino adatta per la regia di Mike Rohl il romanzo omonimo del 2012 di Karen Kingsbury, che Tre60 ha portato nelle librerie italiane nel 2014 con la traduzione di Anna Ricci: non ho il coraggio di leggermi Pagine d’amore romanzo, quindi mi limito a recensire il doppio film televisivo della Hallmark, la casa dell’ammmmore con tante “m”.

È un piacere ritrovare Ted McGinley e Faith Ford, attori che già interpretavano una coppia sposata nella divertente sit-com “Hope & Faith” (2003-2006). Qui sono Charlie e Donna, che si incontrano per caso in libreria, agguantando lo stesso libro: non c’è bisogno di aggiungere che scatta l’ammmmmmore. Due fotogrammi dopo sono sposati, un fotogramma dopo lei è incinta poi perde il figlio poi soffre e a trenta secondi dall’inizio del film Charlie decide di aprire una libreria dentro casa, chiamata “The Bridge”: sarà quello il loro figlio. Con tre ore totali di film, forse qualche fotogramma in più potevano utilizzarlo a spiegarci questi due personaggi…

Due attori destinati ad essere sposati in TV

Con un approfondimento emotivo degno di un modulo delle tasse abbiamo conosciuto la coppia che farà solo da sfondo alla vera vicenda, perché entrambi i film raccontano la travagliata (e vergognosamente banale) storia di Molly (Katie Findlay) e Ryan (Wyatt Nash). Lei, non ci crederete mai, è ricca sfondata perché il padre è un magnate di non si sa cosa, e appena lei mette piede al college incontra lui, bello, simpatico, affabile, che ovviamente suona la chitarra, compone canzoni, aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e dona reni come caramelle: fra i due sboccia l’amore come se esplodesse un orsetto tenerone, inondando tutto di liquame zuccheroso.

Come avrete capito, è un film dove l’ammmmmmore regna sovrano

Lui la porta nel suo luogo speciale, cioè la libreria “The Bridge”, che non è però una libreria: è un’abitazione privata piena di libri, dove la gente entra e fa di tutto tranne che leggere. Non dimentichiamo che nessuno legge ma i libri sono l’unico elemento accettato nelle storie d’amore: un paradosso che non troverà mai spiegazione.

“The Bridge”: la libreria che non sembra una libreria

Quindi al “The Bridge” la gente mangia, beve, chiacchiera, sonnecchia, russa e rutta, TUTTO piuttosto che leggere o comprare libri. Così conosciamo storie di gente di cui non ce ne frega niente ma occhio che è una sceneggiatura d’acciaio: le persone conosciute nel primo film saranno fondamentali nella trama del secondo. Che sceneggiatura diabolica!

Questo è l’unico libro letto in “The Bridge”: La casa nella prateria

Molly è una donna anglofona e le donne anglofone conosco esclusivamente le sorelle Brontë, in narrativa, e la Dickinson in poesia: basta, non esistono altri autori. Di nuovo è un paradosso: il pubblico anglofono non conosce nulla di letteratura ma adora sentir parlare di letteratura, quindi sceneggiatori e scrittori non possono citare che due o tre autori di lingua inglese in qualsiasi opera, anche la più intellettuale. Shakespeare e Dickens per gli uomini, Brontë e Dickinson per le donne. Fine.
Quindi ben due film dedicati ad una libreria riescono a NON citare un libro manco per sbaglio, a parte le edizioni personali della Brontë dei due personaggi, inquadrate per pochi fotogrammi.

Un libro che proprio non mi aspettavo, in una storia d’amore…

Ma se Pagine d’amore non parla di pagine, di cosa parla? Ovvio, d’ammmmmmmmmmmmore. Abbiamo issa, abbiamo iss’ e cosa manca? ‘O malamente.
Il cattivo della vicenda è il padre di Molly, un ricco che sospetto anche pervertito, in quanto ossessionato dalla figlia che controlla in ogni singolo secondo della sua vita, e non vuole che si innamori di uno spiantato ma che sposi il solito stronzo di turno. La narrativa romance infatti ha un grado di approfondimento pari ad un sudoku: la protagonista è sempre contesa fra due uomini, di cui uno è uno stronzo. Prima si mette con lui, perché alle donne piacciono gli stronzi (non lo dico io, lo dicono milioni di romanzi romance!) ma poi alla fine si mette col bravo.

Ma sì, buttiamoci un altro Jane Eyre

Qui ci vogliono tre ore di storia per mettersi col bravo, perché viene attuato in un film il biasimevole trucchetto che distrugge tutte le serie televisive: l’amore interrotto. Prendete una serie TV a caso, una qualsiasi, c’è sempre una stagione in cui decidono che uno dei protagonisti deve innamorarsi di una protagonista, e per 24 episodi avremo ogni puntata in cui lui sta per dichiararsi e succede qualcosa che lo fa ripensare, poi sta per dichiararsi lei e sul più bello viene interrotta e ci ripensa, e via per lunghe ore di spazzatura rosa.
Qui, per tre ore di filata, in una storia che copre addirittura sette anni di vita dei due amanti, succede sempre qualcosa nel momento esatto in cui si stanno per dichiarare l’ammmmore. Un amore di cartone, ovviamente, le cui motivazioni sono barzellette rosa da caserma d’amore. Alla trentesima interruzione continua, con relativo cambio d’idea del personaggio, è chiaro che The Bridge è pura pazzia rosa, è un orsetto gommoso stuprato da un unicorno con un arcobaleno acido come coperta.

E buttiamoci ancora un altro Jane Eyre!!!

Vi risparmio il guizzo di sceneggiatura del secondo film, dove il gestore della libreria che crede in Dio va sotto una macchina e finisce in coma, così la moglie atea comincia a credere e a pregare, mentre tutti i personaggi del primo film tornano a vomitare amore e zucchero, con un finale che definirei Apocalypse Love: l’amore definitivo che uccide il buon gusto a forza di bacetti. Un’apoteosi di ammmore che uccide, una storia imbarazzante tipica del romance, un genere narrativo il cui unico sforzo è ripetere quanto già detto ma in modi sempre più ovvi e banali. Non è facile, un minimo di brio o novità scappa a chiunque, quindi… massima stima!

Lascio infine traccia del doppiaggio italiano:

Personaggio Attore Doppiatore
Molly Callens Katie Findlay Francesca Manicone
Ryan Kelly Wyatt Nash Andrea Mete
Donna Faith Ford Francesca Fiorentini
Charlie Bartons Ted McGinley Saverio Indrio
Wade Callens Steve Bacic Mario Cordova
Edna Largo Alison Araya Emanuela D’Amico
Preston Carey Feehan Emiliano Coltorti
Ronnie Natasha Burnett Elena Liberati
Jeanette Kelly Anne Marie DeLuise Selvaggia Quattrini
Kristen Jones Andrea Brooks Joe Saltarelli

Doppiaggio: E.T.S.
Direzione del doppiaggio: Elio Zamuto.
Assistente al doppiaggio: Francesca Nicolosi.
Dialoghi italiani: Elisabetta Polci.
Fonico di mix: Simone Bertolotti.

L.

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Pubblicato da su dicembre 16, 2019 in Recensioni

 

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Innamorarsi in libreria (2019)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


Terza avventura per la Libreria dei Cuori Solitari della londinese Annie Darling, dal titolo “Innamorarsi in libreria” (Crazy in Love at the Lonely Hearts Bookshop, 2018), in Italia per Sperling & Kupfer con la traduzione di Chiara Brovelli.

La trama ufficiale:

Nina O’Kelly, con il suo stile da pin up, i suoi tatuaggi e i capelli che cambiano colore almeno una volta a settimana, è l’anima chiassosa e caotica della piccola libreria Happy Ever After, nel cuore di Londra. Grande fan di Cime tempestose, il romanzo che le ha cambiato la vita e l’ha spinta a uscire dal suo guscio, Nina adora lanciarsi in un appuntamento dietro l’altro alla ricerca del suo personalissimo Heathcliff, l’uomo che le farà girare la testa, la trascinerà in un turbine di passione e le farà scoprire la forza del vero amore.
Quando in libreria arriva Noah, suo ex compagno di scuola nerd, tramutatosi in analista di mercato con tanto di noiosi completi blu marino, Nina lo degna a stento di uno sguardo perché non rientra nei canoni del bad boy.
Ma il cuore, si sa, ha ragioni che la ragione non comprende, e Nina si renderà presto conto che talvolta l’amore si cela laddove meno te lo aspetti. E che non sempre è con un Heathcliff che vuoi passare il resto della vita.
Innamorarsi in libreria è una storia d’amore emozionante, dolce e divertente, perfetta per tutte le inguaribili romantiche e ideale per chi non sa resistere al fascino dei grandi classici.

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Pubblicato da su agosto 2, 2019 in Recensioni

 

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A Gift to Remember: romanzo e film

Avendo conosciuto per puro caso il film tratto da un romanzo di Melissa Hill, con tanto di bibliofilia e pseudobiblia, ho pensato di fare una recensione doppia: del libro e del film.

Prima viene ovviamente il romanzo, “A Gift to Remember” (2013) dell’autrice irlandese Melissa HIl, portato in Italia nel 2014 da Rizzoli con il titolo “All’improvviso a New York“.

La protagonista è Darcy Archer, trentenne appassionata di libri che lavora in una piccola libreria di Manhattan: se già questo sembra uno stereotipo vivente ed implausibile, sappiate che è la parte più “credibile” della storia. Perché l’autrice deve riversare in questo personaggio una gran quantità di luoghi comuni, e non è affatto facile.
Melissa Hill sa che le lettrici di romance amano l’idea di amare i libri – che non è la stessa cosa di amare i libri – ma sa anche che il lettore medio anglofono ha una straordinaria ignoranza letteraria. Come ogni autore che deve parlare di libri, anche la nostra Hill adotta il solito stratagemma: cita solamente quei due o tre nomi che sa per certo essere noti ai suoi lettori.

Già il nome del personaggio fa capire il solito, inevitabile amore per Jane Austen, che è l’unica autrice nota alle donne di lingua inglese. Poi però sarebbe bene citare almeno altri due nomi: visto che la protagonista si lancia in infiniti pipponi su quanto preferisca leggere che frequentare gente, su quanto ami i libri molto più che gli uomini («Nessun uomo in carne e ossa sarà mai all’altezza degli eroi fittizi per cui vai pazza»), dopo aver detto che passa la sua vita a rileggere Austen si rischia la figuraccia: una che non legge altro che Austen non fa proprio la figura della bibliofila.
Quindi va be’, Melissa Hill si spinge a citare altri due autori. Charles Dickens e William Shakespeare. Gli unici autori noti alle persone di lingua inglese. Perché non esistono autori di altre lingue.

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Pubblicato da su marzo 8, 2019 in Pseudobiblia

 

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La biblioteca sull’oceano (2013)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


L’australiana Ashley Hay è una saggista che dal 2010 ha deciso di passare alla narrativa: il suo secondo romanzo, “La biblioteca sull’oceano” (The Railwayman’s Wife, 2013), è stato portato in Italia da Sperling & Kupfer nel 2017 con la traduzione di Velia Februari.

Come fa il titolo originale “La moglie del ferroviere” a diventare in italiano “La biblioteca sull’oceano”?

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Pubblicato da su ottobre 1, 2018 in Recensioni

 

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La rivincita di una libraia (2015)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


Non c’è da stupirsi se il romanzo d’esordio di Cynthia Swanson sia già stato opzionato per diventare un film con Julia Roberts, invece c’è da rimanerci male quando si scopre un altro caso di titolo ingannevole: “La rivincita di una libraia” (The Bookseller, 2015), portato in Italia nel giugno 2017 da Garzanti con la traduzione di Roberta Scarabelli.

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Pubblicato da su settembre 24, 2018 in Recensioni

 

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La libreria dei nuovi inizi (2011)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


L’indiana Anjali Banerjee è cresciuta in Canada e si è laureata in California. Ha scritto romanzi per giovani e per adulti, ma nessuno sembra in grado di differenziarli l’uno dall’altro.
Nel marzo 2012 la BUR porta in Italia uno dei suoi ultimi romanzi, “La libreria dei nuovi inizi” (Haunting Jasmine, 2011), con la traduzione di Roberta Cristofani e Valentina Zaffagnini.

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Pubblicato da su settembre 17, 2018 in Recensioni

 

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Lo strano caso dell’apprendista libraia (2013)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


Sempre nel 2014 la Garzanti porta in Italia – con la traduzione di quella Claudia Marseguerra che ho intervistato anni fa – “Lo strano caso dell’apprendista libraia” (The Bookstore, 2013), il romanzo d’esordio della britannica Deborah Meyler: come sempre, dall’inizio del Duemila, le case editrici preferiscono i romanzi di esordienti perché costano poco.

Da lodare poi l’ardita scelta della Meyler, una britannica che si è trasferita a New York dove ha lavorato in una piccola libreria per sei anni che scrive poi un romanzo su una britannica che si trasferisce a New York e inizia a lavorare per una piccola libreria…
Va bene che buona regola è scrivere di ciò che si conosce, ma è chiaro che quest’opera non ha alcuna velleità, né letteraria né di altro tipo: è il solito raccontino autobiografico trasformato in romanzo.

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Pubblicato da su settembre 14, 2018 in Recensioni

 

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Il libro delle verità nascoste (2013)

Negli ultimi anni ha preso sempre più piede una curiosa usanza editoriale per cui un qualsiasi accenno alla bibliofilia all’interno del titolo italiano di un libro sembra aumentarne le vendite: non so se funziona davvero, ma è innegabile che nel periodo in cui si legge meno nella storia italiana… i titoli sciabordino di riferimenti librari.


L’insegnante di inglese Amy Gail Hansen esordisce con questo romanzo: “Il libro delle verità nascoste” (The Butterfly Sister, 2013), portato in Italia da Garzanti nel 2014 con la traduzione di Stefano Beretta.
Sicuramente la Hansen ha nel cassetto una tesi di laurea su Virginia Woolf o qualche sua ricerca personale, perché è proprio Una stanza tutta per sé il “libro delle verità nascoste” del farlocco titolo italiano.

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Pubblicato da su settembre 3, 2018 in Recensioni

 

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