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Il meglio dei libri letti nel 2019

Stuzzicato dall’iniziativa del blog Nocturnia di Nick Parisi, provo anch’io a fare una panoramica sui libri che ho letto quest’anno, con un post che ho aggiornato durante tutto il 2019: se funziona, lo ripeterò l’anno prossimo.

Sono lontani i tempi in cui, da pendolare di mezzi pubblici, potevo arrivare a quote di 100 libri letti l’anno. Ora in maggior parte leggo per studio, per indagine, per ricerca e solo in minima parte per “piacere”.

Comunque ecco una selezione dei libri letti questo 2019, per i motivi più disparati.


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Pubblicato da su gennaio 1, 2020 in Recensioni

 

Omaggio al 1999 musicale

Mi riduco all’ultimo giorno del 2019 per qualcosa che da un anno intero avevo intenzione di fare: commemorare la musica che mi è piaciuta nel 1999, in una specie di ventennale di un anno che considero particolarmente significativo, dal punto di vista musicale. Almeno per i miei gusti.

Il 1999 è stato per me un anno di grandi cambiamenti e di transizione, anche se solo dopo ho potuto definirlo così, in cui ho dovuto lasciare un lavoro che mi piaceva (perché non più pagato!) e cominciare a fare lavoretti decisamente spiacevoli: chissà che non sia questo ad avermi fatto apprezzare di più la musica, grande lenitrice di sofferenze umane.


Skunk Anansie

Il mio primo grande amore di questo 1999 è sicuramente il gruppo Skunk Anansie, che è stato molto di più della somma delle sue parti. Lo testimonia il fatto che nessuna delle canzoni di Skin solista mi piace: senza quel sound speciale del gruppo, non è la stessa cosa.
Intravisti qua e là, gli Skunk li ho riscoperti ed apprezzati in un 1999 in cui ho consumato le mie orecchie con i loro tre album, amando ogni singola canzone e consumando la musicassetta in cui le avevo tutte registrate. Sì, giovani all’ascolto: nel 1999 giravo con un walkman a cassetta, perché era l’unico modo a mia disposizione per sentire musica fuori casa.

L’album Post Orgasmich Chill, del marzo 1999, è così titanico che ogni parola per descriverlo è inutile: se lo conoscete sapete che è assoluto, se non lo conoscete… non sapete che vi perdete!
In TV gustavo i videoclip di Lately e Secretly, ed impazzivo per Follow Me Down (scelta addirittura da Pavarotti per un duetto con Skin!), qui scelgo di ricordare Charlie Big Potato: un videoclip “sporco” e inquietante che ho davvero amato.


Will Smith

All’estremo lato opposto c’è Will Smith e il suo Willennium, l’album che ci avrebbe portato dai Novanta al Duemila, tema ovviamente caldo in quel 1999 in cui si parlava di Y2K (il virus che avrebbe distrutto Internet) e ci si chiedeva se davvero tutti i datari si sarebbero azzerati, riportandoci nel 1900 invece che nel 2000. Non a caso il delizioso videoclip Will 2K mostra il nostro eroe viaggiare nel tempo sulle note di un remake di Rock the Casbah (1979) dei The Clash, ripercorrendo anche cent’anni di stili di danza.

Ma la canzone che infiammò il mio 1999 non può essere che quella scritta per il peggio film del secolo, quella che prende I Wish (1976) di Stevie Wonder (con lui stesso a partecipare al videoclip), ci infila il ritornello di Wild Wild West (1987) del mitico Kool Moe Dee (cantato da lui stesso, anche lui invitato nel videoclip), chiama quella incredibile voce di Sisqo a rieseguire il ritornello di Stevie e il mix è completo: non sarà originale, ma vi assicuro che nel 1999 c’era da andare a fuoco con Wild Wild West.


Sisqo

A proposito di Sisqo, proprio in quel 1999 esce il suo Unleash the Dragon, con un’edizione di rara eleganza che denota lo stile da vero sciampista del cantante, e forte del suo duetto con Will Smith mi sono spinto a dare una possibilità a questa speranza del Soul… oh, andiamo, giù la maschera: se non fosse stato per le chiappe al vento nessuno avrebbe ascoltato Sisqo!

Con musica d’archi ispirata alla Eleanor Rigby (1966) dei Beatles, e in particolare all’incipit della cover di Wes Montgomery (grazie, Wikipedia!).Thong Song è il più grande tributo d’amore al tanga e a ciò… che gli ruota attorno!

Al grido di “Fammi vedere il tanga”, Sisqo ha scaldato l’ultimo anno dei Novanta, dimostrando quanto il contenuto delle canzoni non abbia alcun valore!


Bomfunk MC’s

Non importava l’ora, non importava il giorno: se vi sintonizzavate con MTV nel 1999 quasi sicuramente avreste beccato il videoclip “caldo” del momento: Freestyler dei Bomfunk MC’s, che in realtà è esploso maggiormente nel 2000 ma già si è affacciato nel ’99.

Il ritmo era trascinante e non faceva fare domande sul testo, sul cui contenuto non ho mai avuto alcuna curiosità, subodorando un vuoto ben peggiore di Capitan Mutanda Sisqo. Non importava, quel ragazzino coi capelli rasta che nel suo viaggio in metropolitana “stoppava” la gente era un motivo più che sufficiente per rimanere ogni volta immobili a vedersi l’intero video.

L’unico mio cruccio è per il meraviglioso assolo di chitarra che apre il brano: non si potrebbe avere una canzone tutto con quello?

Questo 2019 gli autori hanno festeggiato il ventennale del celebre video rigirandolo con le dovute reinterpretazioni.


Butterfly

Di gruppi, gruppetti e groppuscoli ne nascono mille al secondo e di solito durano molto meno del tempo che ci vuole a pronunciare il loro nome. Mettiamoci poi che siamo ai confini dell’impero mediatico, in un’Italia dove arrivano giusto gli schizzi – quando siamo fortunati – della produzione musicale internazionale, quindi magari i Crazy Town sono stati un gruppone da applauso, ma l’unica cosa che merita di essere salvata è il loro contributo al 1999 con Butterfly.


Britney Spears

Basta girarci intorno: il 1999 è l’anno di Britney, bitch!

Non so se in Italia qualcuno conosceva le sue trasmissioni da bambina, insieme a Justin Timberlake, io l’ho conosciuta solo in quest’anno come cantantina pop e … Baby One More Time (singolo che dava il nome all’album) era roba seria!

Misteriosamente il videoclip era rarissimo beccarlo in TV, al contrario di tutti quelli qui citati che passavano mille volte al giorno. Non so se avesse una distribuzione diversa o cosa, ma curiosamente all’epoca ho avuto modo di sentire più la canzone che vedere il video.

Impossibile non citare la versione della nostra Paola Cortellesi


Backstreet Boys

Già che siamo a parlare di pop, quell’anno è uscito Larger Than Life dei Backstreet Boys. A parte Everybody non ho mai seguito il gruppo, però questa canzone mi piaceva e ricordo che era finita nel mio walkman


Lou Bega

«Di padre italiano e madre siciliana», così venne presentato Lou Bega nell’anno che ne ha decretato un successo titanico in tutto il mondo, con una ripetizione ad nauseam della sua Mambo Number Five che ha portato all’immediata saturazione del genere e relativa immediata scomparsa del cantante.

È un peccato, perché Little Bit of Mambo è un ottimo album, soprattutto per chi come me ha una madre appassionata di Perez Prado e negli anni Ottanta ha dovuto ascoltare (contro voglia) una raccolta di suoi mambo: conoscevo bene il Mambo Number Five di Perez Prado quando ho scoperto la frizzantissima reinterpretazione di Bega, ed è stato subito amore.

Certo, la diecimiliardesima volta che l’ho sentito ho iniziato a stufarmi, soprattutto perché in quel periodo si sentiva ovunque, in qualsiasi contesto, quindi velocemente è venuta a nausea. Ma i primi giorni in cui l’ho scoperta l’ho molto amata.

Il videoclip non mi è mai piaciuto, ma per fortuna era rarissimo beccarlo in TV.


Bella prova (per un bianco)

Chiudo con un brano che in realtà è del 1998 ma ho scoperto nel 1999 e ascoltato fino al sanguinamento delle orecchie, sempre a volume rigorosamente “massacra-timpani”. L’unico modo per ascoltare l’avventura di chi voleva essere Ice Cube… e invece è Vanilla Ice!

Quindi alzate al massimo le casse o il volume delle cuffie per Pretty Fly (For a White Guy) degli Offspring.

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 30, 2019 in Uncategorized

 

[Pseudobiblia] Small Town Christmas (2018)

Il Natale è l’occasione perfetta per raccontare dozzinali storielline d’amore banale infarcite di pseudobiblia: quale regalo migliore sotto l’albero… se non un “libro falso”?

Intravisto per caso su Paramount il 16 dicembre scorso, appena capito che il film televisivo canadese “Small Town Christmas” (2018) parlava sì d’ammmmòre ma anche di libri e scrittori, approfittando di una replica del giorno dopo ho subito registrato questa primizia, diretta da Maclain Nelson e sceneggiata da Dana Stone e Samantha Herman su soggetto di Bruce D. Johnson: tanti nomi, per così poco.

«E mentre camminava lungo le strade decorate di Derryville, Amanda finalmente si sentì a casa. Un luogo tranquillo, armonioso dove tutti conoscono le storie degli altri, buone o cattive che siano, e dove non è possibile incrociarsi senza fermarsi a salutare. Derryville era la casa che aveva sempre cercato. Guardandosi attorno Amanda capì che Derryville era il massimo durante il periodo natalizio. Sorrise per l’eccitazione, sapendo che sarebbe stata lì per le festività annuali, ma quest’anno sarebbe stato diverso: quest’anno sarebbe andata ben al di là dell’albero di Natale e dei soliti regali, perché quest’anno avrebbe aperto il suo cuore all’amore.»

Questo brano è tratto dal capitolo 12 di Small Town Christmas, l’imperdibile romanzo d’ammmmòre dell’esordiente biondissima Nell Phillips (Ashley Newbrough), letto in una presentazione in libreria davanti a gente immotivatamente entusiasta dell’evento.

Nell Phillips (Ashley Newbrough): romanziera circondata dal proprio romanzo

La scrittrice viene invitata alla trasmissione televisiva “Hello Chicago”, dove la conduttrice Riki (Alison Araya) riesce ad ottenere il grande scoop della sua carriera: sapere a quale cittadina si ispira l’immaginaria Derryville del romanzo. Una questione che proprio bruciava nel cuori dei lettori.
Scopriamo così che la Phillips ha scritto un intero romanzo basato su una città che non ha mai visto ma che un suo amico che non vede da anni gli ha raccontato, tempo prima. La cittadina si chiama Springdale, dove la bontà si taglia col coltello e l’amico perso di vista si chiama Emmett Turner (Kristoffer Polaha) e gestisce l’unica libreria del posto: la “Paige Turner”.

Un nome geniale, per una libreria

Gli autori si sono divertiti a chiamare Turner il proprietario, e Paige l’amata sorella scomparsa, così da giustificare il nome geniale della sua libreria, che si rifà al page-turner che indica un romanzo così avvincente (ma leggerino) che si legge in fretta senza riuscire a smettere, girando continuamente le pagine. “Volta-pagina” potremmo tradurre l’espressione.

Gli agenti di Jo Nesbø mi sa che hanno pagato più di tutti, per la visibilità

Comunque Emmett Turner è un maniaco psicopatico per il Natale, un festeggiatore seriale che secerne bontà zuccherosa da ogni poro, va in giro a dare coltellate di bene come un sociopatico morbidoso. Come sempre, il grado di approfondimento dei personaggi nelle storie d’ammmmòre anglofone è pari a un ciottolo levigato.

E quella è la sezione dell’ammmmmmòre

«La sonnacchiosa Derryville ruggisce di vita durante le festività natalizie come costretta dalla magia del Natale stesso», ecco un altro estratto da quello che viene presentato come il capolavoro del momento, un libro la cui trama l’autrice così riassume: «È la storia di una donna in carriera che è finita in una piccola città per le vacanze, e lì potrebbe trovare l’amore»: ahhhh che tramona eccezionale! Soprattutto nuova e fresca…
Ma a proposito di tramone originali, quando per il suo giro promozionale del libro la nostra Nell arriva a Springdale, lo fa a bordo di un’auto noleggiata che divide con un altro viaggiatore, rimasto appiedato: il biondo Brad (Preston Vanderslice), un buco di sceneggiatura orripilante.

L’espressione falsa e tirata di chi deve fingere che questa sia una bella storia

Brad è non si sa cosa e ci viene introdotto a pronunciare questa frase: «Le ricerche non mentono, è a Springdale che si festeggia il Natale più autentico d’America». Che vuol dire “autentico”? Il Natale americano è quanto di meno autentico esista nella storia delle festività natalizie, come fanno a decidere cosa sia autentico in un falso?
La sceneggiatura imbarazzante fallisce miseramente nel presentarci Brad come ’o malamente, cioè la figura tipica della sceneggiata napoletana – genere che rappresenta perfettamente il romance anglofono – che concupisce issa portandola via al protagonista, iss’. Insomma, la solita protagonista donna contesa da due uomini… ah, quanta freschezza!

Mmm quale trama romance scriverò ora? Ma sì, una donna e due uomini…

«Una separazione era sufficiente, Amanda aveva chiuso il suo cuore e aveva buttato via la chiave, ma mentre entrava in contatto con Derryville e i suoi abitanti era come se quella stessa città si impossessasse ancora della chiave. Mentre immaginava l’uomo che forse avrebbe conquistato il suo cuore Amanda pensava a lui: nessuno sarebbe mai stato alla sua altezza. Nessuno.»

Ci hanno pure riempito la libreria, con questo romanzo…

Mentre continuano a citarsi brani dello pseudobiblion della Phillips, dimostrando la totale nullità di un romanzo che tutti i personaggi fanno a botte per gridare quanto sia geniale, con sguardi falsi come il Natale di Springdale, lo psicopatico dell’ammmmòre Emmett è vittima di un altro inciampo di sceneggiatura.

Lo psicopatico del Natale e la nuova vittima del suo ammmmòre

Ci viene mostrato ad aiutare una bambina a fare i compiti e a parlare con una donna incinta, così pensiamo: ok, ha mollato la protagonista anni fa e si è fatto una famiglia. Poi la donna incinta esce fuori essere la moglie di un altro personaggio, e la bambina non è sua figlia bensì la nipotina, di cui deve occuparsi dopo la morte della sorella: da sei anni non tocca donna perché deve occuparsi della bambina, quindi Nell – che ovviamente non può filarsi quel robot senz’anima di Brad – torna con lui, e guarda caso anche lei è stata monaca di clausura per sei anni. I due possono ricominciare da dove si erano fermati sei anni prima.
Il tutto condito con trovate di sceneggiatura così imbarazzanti che al confronto il cinema di regime mussoliniano sembra un’opera rivoluzionaria!

Pensa, ti pagano pure per scrivere ’ste cazzate

Personaggi fissi nel loro ottuso ricalcare i passi di tutti i personaggi del romance, paralizzati nei loro schemi immutabili come fossero stati colpiti da frecce al curaro; una storia buffonesca per un’esecuzione fatta da automi: mi rifiuto di pensare che quelle forme vagamente umane che si muovono in video siano persone reali. Forse è un film fatto interamente al computer, perché i volti mostrati non hanno alcuna traccia di vita.

Scansati, cara, che ho un riflusso d’ammmmmòre

Mentre si vomita ammmmòre, zucchero e bontà in ogni scena, da metà film in poi il povero “libro falso” che dà titolo al film scompare per sempre, e che Nell Phillips sia una scrittrice non ha più alcun peso nella vicenda: è solo una donna innamorata che fa di tutto per portare il suo uomo nel suo mondo, come recita Woman in Love di Barbra Streisand.
Ma assolutamente geniale rimane il sistema con cui ci mostrano la romanziera intenta a buttare giù le bozze per il suo secondo romanzo. Come detto più volte, i film romantici sono evidentemente pensati per persone culturalmente ferme ad inizio Novecento, se non prima, quindi mostrare uno scrittore al PC non sta bene: tutte le scrittrici romance sono mostrate alla scrivania con carta e penna, e un computer spento accanto a loro. Qui si va oltre, perché la protagonista scrive il suo nuovo romanzo… sui post-it!

Ecco appena scritta la trama del prossimo grande romanzo di Nell Phillips

Lasciamo issa, iss’ e ’o malamente al loro destino circolare, ripetuto sempre identico nelle infinite storielline d’amore schematiche che infestano la narrativa, e via in cerca di nuove avventure: cioè di nuovi “libri falsi” dell’ammmmmmmmmmòre!

Chiudo come di consueto lasciando traccia del doppiaggio italiano, esclusivo per la TV essendo il film inedito in home video.

Personaggio Attore Doppiatore
Nell Phillips Ashley Newbrough Valentina Pollani
Emmett Turner Kristoffer Polaha Andrea Lavagnino
Brad Preston Vanderslice Andrea Beltramo
Caroline Lucas Lucia Walters Lucia Valenti
Marnie Bailey Skodje Erica Laiolo
Hayley Debs Howard Chiara Francese
Roy ? Roberto Accornero
Jenny Veronika Hadrava Stefania Giuliani
Signora Ferguson Linda Sorensen Patrizia Giangrand
Steve Ryan McDonell Walter Rivetti
Lance Ronald Patrick Thompson Maurizio Di Girolamo
Julia Michelle Choi-Lee Martina Tamburello

L.

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Pubblicato da su dicembre 23, 2019 in Pseudobiblia, Recensioni

 

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[Festival della Mente 2019] Barbara Mazzolai e i plantoidi

Nuovo appuntameneto con Festival della Mente 2019, di cui sto recuperando gli interventi ascoltandomeli in auto durante il tragitto casa-lavoro.

Meraviglioso e assolutamente imperdibile l’intervento di Barbara Mazzolai, biologa con un dottorato di ricerca in Ingegneria dei microsistemi e un master internazionale in Eco-Management alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: ma soprattutto, una comunicatrice efficace ed appassionante. Nel suo intervento ci fornisce una rapida panormica sulle soluzioni ingegneristiche che sono debitrici del mondo animale per la loro efficacia: quando si imita la natura, di solito tutto funziona meglio.

La biologa ha pubblicato queset’anno uno splendido saggio, La natura geniale. Come e perché le piante cambieranno (e salveranno) il pianeta (Longanesi, marzo 2019), e qui riassume per larghe somme le idee che l’hanno portata ad inventare il plantoide, la prima pianta-robot della storia!

In questi tempi di opportunistici e sedicenti movimenti femministi (o supposti tali) ci si aspetterebbe maggior risalto sul fatto che una donna italiana abbia appena stupito il mondo con un’invenzione incredibile, ma agli italiani la scienza interessa molto meno della pruriginosa cronaca nera. Eppure Mazzolai ha creato un robot che “cresce”, cioè tramite una minuscola stampante in 3D “allunga” le sue estremità imitando il comportamento delle piante: sto riassumendo, l’intervento è più complesso e più esplicativo, ma già così la trovo un’idea geniale.

Se prima solo l’equipaggio dell’Enterprise poteva andare “spavaldamente là, dove nessun uomo era mai stato prima”, ora anche i plantoidi potranno raggiungere luoghi impensabili per gli umani: andando spavaldamente là… dove nessun robot era mai stato prima!


Ascolta (o scarica) l’intervento:

I robot del futuro e le piante
Domenica 1° settembre 2019
[scarica in mp3]

Quando si parla di piante a nessuno verrebbe mai in mente di prenderle come modello da imitare per realizzare i robot del futuro, macchine in grado di operare in contesti al di fuori delle fabbriche e capaci di adattarsi ad ambienti estremi e mutevoli. Eppure oggi la tecnologia sta studiando le strategie di comunicazione chimica, di movimento e di difesa dei vegetali per trasferirle in macchine all’avanguardia al servizio dell’umanità. Barbara Mazzolai, inventrice del plantoide ‒ il primo robot ispirato al mondo delle piante che potrà trovare impiego in numerosi ambiti, dall’esplorazione spaziale al monitoraggio dell’ambiente ‒ racconta perché, per riuscire a immaginare un futuro ecosostenibile, è necessario che biologia e tecnologia procedano insieme nell’indagare i misteri della natura.


Guarda l’intervento:

L.

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Pubblicato da su dicembre 18, 2019 in Recensioni

 

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Pagine d’ammmmore (2015-16)

Poteva il mio viaggio nelle “biblioteche dell’ammmmore” rimanere indifferente davanti al palinsesto televisivo di Paramount? Il 9 e il 10 dicembre scorsi il canale ha trasmesso in rapida sequenza i due film televisivi che formano “The Bridge” (2015-2016), per l’occasione battezzato in Italia “Pagine d’amore” e “Pagine d’amore, parte seconda“: un nubifragio di melassa zuccherata e di sentimenti dozzinali come se avessero infilato dei MioMiniPony nel frullatore! Pura overdose di arcobaleno.
Jamie Pachino adatta per la regia di Mike Rohl il romanzo omonimo del 2012 di Karen Kingsbury, che Tre60 ha portato nelle librerie italiane nel 2014 con la traduzione di Anna Ricci: non ho il coraggio di leggermi Pagine d’amore romanzo, quindi mi limito a recensire il doppio film televisivo della Hallmark, la casa dell’ammmmore con tante “m”.

È un piacere ritrovare Ted McGinley e Faith Ford, attori che già interpretavano una coppia sposata nella divertente sit-com “Hope & Faith” (2003-2006). Qui sono Charlie e Donna, che si incontrano per caso in libreria, agguantando lo stesso libro: non c’è bisogno di aggiungere che scatta l’ammmmmmore. Due fotogrammi dopo sono sposati, un fotogramma dopo lei è incinta poi perde il figlio poi soffre e a trenta secondi dall’inizio del film Charlie decide di aprire una libreria dentro casa, chiamata “The Bridge”: sarà quello il loro figlio. Con tre ore totali di film, forse qualche fotogramma in più potevano utilizzarlo a spiegarci questi due personaggi…

Due attori destinati ad essere sposati in TV

Con un approfondimento emotivo degno di un modulo delle tasse abbiamo conosciuto la coppia che farà solo da sfondo alla vera vicenda, perché entrambi i film raccontano la travagliata (e vergognosamente banale) storia di Molly (Katie Findlay) e Ryan (Wyatt Nash). Lei, non ci crederete mai, è ricca sfondata perché il padre è un magnate di non si sa cosa, e appena lei mette piede al college incontra lui, bello, simpatico, affabile, che ovviamente suona la chitarra, compone canzoni, aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e dona reni come caramelle: fra i due sboccia l’amore come se esplodesse un orsetto tenerone, inondando tutto di liquame zuccheroso.

Come avrete capito, è un film dove l’ammmmmmore regna sovrano

Lui la porta nel suo luogo speciale, cioè la libreria “The Bridge”, che non è però una libreria: è un’abitazione privata piena di libri, dove la gente entra e fa di tutto tranne che leggere. Non dimentichiamo che nessuno legge ma i libri sono l’unico elemento accettato nelle storie d’amore: un paradosso che non troverà mai spiegazione.

“The Bridge”: la libreria che non sembra una libreria

Quindi al “The Bridge” la gente mangia, beve, chiacchiera, sonnecchia, russa e rutta, TUTTO piuttosto che leggere o comprare libri. Così conosciamo storie di gente di cui non ce ne frega niente ma occhio che è una sceneggiatura d’acciaio: le persone conosciute nel primo film saranno fondamentali nella trama del secondo. Che sceneggiatura diabolica!

Questo è l’unico libro letto in “The Bridge”: La casa nella prateria

Molly è una donna anglofona e le donne anglofone conosco esclusivamente le sorelle Brontë, in narrativa, e la Dickinson in poesia: basta, non esistono altri autori. Di nuovo è un paradosso: il pubblico anglofono non conosce nulla di letteratura ma adora sentir parlare di letteratura, quindi sceneggiatori e scrittori non possono citare che due o tre autori di lingua inglese in qualsiasi opera, anche la più intellettuale. Shakespeare e Dickens per gli uomini, Brontë e Dickinson per le donne. Fine.
Quindi ben due film dedicati ad una libreria riescono a NON citare un libro manco per sbaglio, a parte le edizioni personali della Brontë dei due personaggi, inquadrate per pochi fotogrammi.

Un libro che proprio non mi aspettavo, in una storia d’amore…

Ma se Pagine d’amore non parla di pagine, di cosa parla? Ovvio, d’ammmmmmmmmmmmore. Abbiamo issa, abbiamo iss’ e cosa manca? ‘O malamente.
Il cattivo della vicenda è il padre di Molly, un ricco che sospetto anche pervertito, in quanto ossessionato dalla figlia che controlla in ogni singolo secondo della sua vita, e non vuole che si innamori di uno spiantato ma che sposi il solito stronzo di turno. La narrativa romance infatti ha un grado di approfondimento pari ad un sudoku: la protagonista è sempre contesa fra due uomini, di cui uno è uno stronzo. Prima si mette con lui, perché alle donne piacciono gli stronzi (non lo dico io, lo dicono milioni di romanzi romance!) ma poi alla fine si mette col bravo.

Ma sì, buttiamoci un altro Jane Eyre

Qui ci vogliono tre ore di storia per mettersi col bravo, perché viene attuato in un film il biasimevole trucchetto che distrugge tutte le serie televisive: l’amore interrotto. Prendete una serie TV a caso, una qualsiasi, c’è sempre una stagione in cui decidono che uno dei protagonisti deve innamorarsi di una protagonista, e per 24 episodi avremo ogni puntata in cui lui sta per dichiararsi e succede qualcosa che lo fa ripensare, poi sta per dichiararsi lei e sul più bello viene interrotta e ci ripensa, e via per lunghe ore di spazzatura rosa.
Qui, per tre ore di filata, in una storia che copre addirittura sette anni di vita dei due amanti, succede sempre qualcosa nel momento esatto in cui si stanno per dichiarare l’ammmmore. Un amore di cartone, ovviamente, le cui motivazioni sono barzellette rosa da caserma d’amore. Alla trentesima interruzione continua, con relativo cambio d’idea del personaggio, è chiaro che The Bridge è pura pazzia rosa, è un orsetto gommoso stuprato da un unicorno con un arcobaleno acido come coperta.

E buttiamoci ancora un altro Jane Eyre!!!

Vi risparmio il guizzo di sceneggiatura del secondo film, dove il gestore della libreria che crede in Dio va sotto una macchina e finisce in coma, così la moglie atea comincia a credere e a pregare, mentre tutti i personaggi del primo film tornano a vomitare amore e zucchero, con un finale che definirei Apocalypse Love: l’amore definitivo che uccide il buon gusto a forza di bacetti. Un’apoteosi di ammmore che uccide, una storia imbarazzante tipica del romance, un genere narrativo il cui unico sforzo è ripetere quanto già detto ma in modi sempre più ovvi e banali. Non è facile, un minimo di brio o novità scappa a chiunque, quindi… massima stima!

Lascio infine traccia del doppiaggio italiano:

Personaggio Attore Doppiatore
Molly Callens Katie Findlay Francesca Manicone
Ryan Kelly Wyatt Nash Andrea Mete
Donna Faith Ford Francesca Fiorentini
Charlie Bartons Ted McGinley Saverio Indrio
Wade Callens Steve Bacic Mario Cordova
Edna Largo Alison Araya Emanuela D’Amico
Preston Carey Feehan Emiliano Coltorti
Ronnie Natasha Burnett Elena Liberati
Jeanette Kelly Anne Marie DeLuise Selvaggia Quattrini
Kristen Jones Andrea Brooks Joe Saltarelli

Doppiaggio: E.T.S.
Direzione del doppiaggio: Elio Zamuto.
Assistente al doppiaggio: Francesca Nicolosi.
Dialoghi italiani: Elisabetta Polci.
Fonico di mix: Simone Bertolotti.

L.

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Pubblicato da su dicembre 16, 2019 in Recensioni

 

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Cosa significa essere blog [San TagTonio]

Matthew Broderick nel film WarGames (1983)

Più dico che non partecipo alle catene di San TagTonio, più finisco per parteciparci. Mettiamola così: aderisco molto poco, rispetto agli inviti che ricevo. Non è che me la voglia tirare, non è che “mi si nota di più se non partecipo”, è che da quando una decina di anni fa sono diventato social ho scoperto che esistono più classifiche rispetto alle cose in esse contenute: dopo le prime cento volte, in cento giorni, ho smesso di partecipare a tag e classifiche e graduatorie. Però ogni tanto, passato un congruo intervallo, cedo agli inviti. Cassidy e il Conte Gracula non mi “nominano” in queste catene perché sanno che non vi partecipo, perché allora partecipo dopo essere stato invitato a farlo da Sam Simon di VengonoFuoriDalleFottutePareti? La risposta è semplice: non lo so. Stavolta mi andava…

Per non offendere nessuno, diciamo che partecipo perché mi va, senza vincolo di invito…


Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad aprire un blog?

Già l’ho raccontato più volte ma la ripetizione è purtroppo l’anima (nera) dei tag. Nel 2013 è nato il blog NonQuelMarlowe perché ho iniziato a stampare in eBook gratuiti i racconti che avevo scritto dal 2010 con il personaggio dell’investigatore bibliofilo Marlowe. Nel 2014 ho iniziato a sfornare anche altri tipi di racconti – tipo zombie! – e a venderli a prezzi simbolici di 99 centesimi. Diventato spietato affarista, e letto in tutti i blog di self publishing che il modo migliore per promuovere i propri libri è aprire un blog, mi sono buttato in quest’attività. Capito che era un consiglio falso, ormai avevo scoperto che il mondo dei blog mi piaceva molto di più di quello del self publishing.

Festeggiati i 40 anni con il mio primo (ed unico) romanzo, con di nuovo Marlowe protagonista, la narrativa ha lasciato il passo alla voglia di inondare la blogosfera dei contenuti più disparati, lasciando libero sfogo alle passioni che per tanto tempo avevo tenuto sopite. Dall’universo di Aliens alle citazioni scacchistiche, da miniature e pupazzetti ai fumetti.

Come nasce l’idea dietro ai tuoi post?

Curando esclusivamente blog tematici, non sono le idee il problema: il problema è sistemarle e soprattutto tirar fuori qualcosa che mi diverta scrivere. Possibilmente cercando materiale per “condirla”, soprattutto se si tratta di idee inflazionate e già apparse ovunque. Di solito cerco di evitare argomenti già affrontati da mille altri blog, a meno di non avere qualcosa di particolare da raccontare o di avere proprio voglia di parlarne.

Le idee sono tantissime e sono tutte lì ma, come dicevo, il problema è organizzarle. Di solito mi lascio guidare dall’emozione e comincio a raccogliere materiale, poi magari mi stufo e sospendo: quando mi riprenderà la passione, avrò materiale pronto. Il ciclo “ghostwriting” l’ho iniziato nel 2010 e solamente questo 2019 l’ho presentato in una forma accettabile sul blog: non è che il materiale avesse bisogno di dieci anni per essere raccolto, ma non riuscivo a trovare lo stile giusto e aspettavo sempre il ritorno di passione per poter affrontare tutto ciò che avevo lasciato scritto in giro.

Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Per fortuna ho iniziato quando esistevano già gli smartphone: quando nel 2010 sono diventato vice-curatore di ThrillerMagazine.it ho fatto cose incredibili per riuscire a lavorare, non esistendo ancora la tecnologia “comoda” di oggi.

Ho provato vari sistemi, utilizzando anche l’app di WordPress che però fa schifo: sono più le volte che mi mangia il testo di quelle che lo salva. Dopo tante delusioni sono tornato alla scrittura più “primitiva”: uso un semplice “blocco note” (TextEditor, ma qualsiasi va bene) e scrivo già utilizzando i codici HTML necessari (neretti, corsivi, fogli di stili ecc.): completato tutto il testo, lo carico in WordPress da PC utilizzando la finestra HTML. Portarcelo non è facile: prima mi limitavo ad inviarmi per mail il file .txt ma ultimamente dà problemi quindi incollo il testo nel messaggio di posta, che alla fine è uguale.

Da casa rimane da fare il lavoro più impegnativo, cioè preparare le foto e impaginare il pezzo, ma avendo già tutto il testo pronto diventa più facile. Fermo restando che post più impegnativi li ho “costruiti” pian piano, giorno dopo giorno, su WordPress da casa.

Quanto impieghi per un post e come inserisci il blogging nel tuo tempo libero?

Dipende dai blog e dai post. Per esempio, una semplice citazione scacchistica (foto con qualche riga di testo) può volerci pochissimo, una scheda di un libro per Uruk di solito richiede una mezz’oretta mentre i più semplici post del Zinefilo “a buttar via”, non meno di due ore. Se invece poi sono post più corposi, il tempo si conta a giorni: per le traduzioni di articoli di solito vado sui due o tre giorni.

Va specificato però che non passo mai del tempo consecutivo sui post, semplicemente perché non ce l’ho ma anche perché sono costretto ad una lavorazione più frammentata. Essendo questo un hobby, posso dedicargli solo il tempo libero, e questo raramente è “tutto insieme”: ogni minuto o manciata di secondi che capita di avere a disposizione va sfruttato, ogni fila alla posta o tempo morto a lavoro o attesa che la cassa del supermercato si svuoti. Ogni momento è buono per l’esecuzione fisica, mentre per riordinare idee e pensare a cosa scrivere c’è molto più tempo: raramente sono impegnato in occupazioni così interessanti da non avere tempo di pensare a come organizzare un post. Vogliamo parlare dei riti sociali della macchinetta del caffè? Mi basta un sorriso ebete sulla faccia mentre mi parlano del nuovo reality o dei migliori ristoranti di Roma, e il gioco è fatto: io intanto faccio mente locale su quali post ho in scadenza…

Come ho già detto, io lavoro per addizione – essendo la mia una “dipendenza” (addiction). Ho lo smartphone pieno di file di testo con bozze di progetti futuri che non so neanche come, se e quando usciranno. Appena mi capita aggiungo un qualcosa, una riga, una parola, una data, uno spunto, e via così finché il pezzo non mi sembra concluso. Ripeto, non sono tutti così i miei post: viaggio all’incirca sugli ottomila post pubblicati su otto blog, è sicuro che troverete un sacco di roba scritta al volo, ma anche il post all’apparenza più “frivolo” nasconde dietro un sacco di passaggi che portano via un mare di tempo. Ho un blog che si limita a presentare locandine italiane d’annata con giusto il titolo del film e altri dati: eppure la fatica che faccio per trovare e sistemare quelle locandine è superiore all’effetto finale.

Qual è il tuo rapporto con i social network e come sono legati al tuo blog?

Nel 2003 circa, bruciato dalla lettura del meraviglioso ciclo dei robot di Asimov, cercavo disperatamente qualcuno con cui parlarne: non esistendo romani che leggessero, sono approdato su Yahoo! Groups. Inaridita l’esperienza del gruppo di lettori “Libridine”, intorno al 2006 ho scoperto il Forum di Altieri, pieno di scrittori ed esperti, gente di una simpatia e disponibilità incredibile e mi sono trovato come in Paradiso. Purtroppo nel 2008 tutti sono andati su facebook e ho dovuto seguirli, scoprendo l’inferno delle litigate da mercato e delle polemiche sterili. Dal 2014 ho alternato blog e social ma quest’ultimo mondo crollava sempre di più: la mia fortuna è stata essere cacciato da facebook durante una purga staliniana contro gli pseudonimi. Il tempo guadagnato è stato immenso, perché parti delle giornate andavano via nel cercare di parlare con chi non ti rispondeva e nel difendersi da commentatori seriali molesti.

Abbandonato quel monno ’nfame, ho scoperto che nei blog tutti possono sentirti commentare. Facebook è la piazza del paese, dove arrivi, ti metti seduto e inizi a berciare e a tirare letame in giro sperando che qualcuno ti attacchi così da farti la litigata quotidiana e diventare un eroe digitale. I blog sono case private, dove entri con l’educazione necessaria e parli con cognizione di causa, altrimenti il padrone di casa ti caccia a pedate e nessuno lo sa, quindi non puoi farti i tuoi seguaci della polemica. Questo fa sì che ci sia una scrematura a monte e soprattutto che ci si inizi a conoscere fra appassionati, che si riconoscono e si cercano nei rispettivi blog, allargando il discorso e conoscendo altri appassionati. Astenersi perditempo…

Vedi questa “crisi” del blogging in prima persona, al punto da aver avuto la tentazione di trasferirti in pianta stabile sui social?

Quando nel 2013 ho aperto il mio primo blog – questo, da cui sto scrivendo – già tutti parlavano della crisi dei blog. Così come in un vecchio documentario Vittorio De Sica si lamentava della crisi del cinema. In Italia c’è sempre crisi, in tutti i campi, siamo abituati tanto da non aver più senso utilizzare quella parola. Se prima e dopo sono uguali, non si parla di crisi. Prima c’era crisi, oggi c’è crisi, domani ci sarà crisi, quindi non esiste la crisi. E per il blog vale lo stesso.

Se invece per blog si intende strumento di visibilità con cui guadagnare soldi mediante inserti pubblicitari, allora magari la crisi si sente: non so, non guadagno nulla dai blog quindi non saprei dire.


Questo testo va considerato valido per tutte le future catene di San TagTonio che verteranno sul mondo del blogging!

L.

 
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Pubblicato da su dicembre 10, 2019 in Uncategorized

 

[45 giri] Fiabe sonore – Biancaneve

La mia collega Ivana, sapendo la mia patologica passione per collezionare ogni tipo di roba gratuita si trovi in giro (quindi più un “accumulatore seriale” che un collezionista!), si è presentata un giorno con una busta piena di copertine di vecchi 45 giri: i vinili sono andati persi, sono rimaste solo le copertine. Tutto materiale privo di valore, quindi, ma irresistibile: perché non presentare qualche chicca anche qui? Sarà come fare insieme una visita in un mercatino dell’usato…

Purtroppo non ha datazione questo disco a 45 giri dei Fratelli Fabbri Editori, a quanto sembra di capire allegato ad un’uscita da edicola con lo stesso nome, “Fiabe sonore“, ma mi ricorda di quando da piccolo ascoltavo con piacere dischi come questo.

Mentre vado a ricercare nell’Archivio Etrusco i 45 giri della mia infanzia – che credo siano ancora lì, da qualche parte – ne approfitto per ricordare che le fiabe dei fratelli Grimm erano molto più “sanguigne”, e per l’occasione segnalo la “fiaba fan fiction” (non so se si dica così) Cappuccetto rosso di DeniseCecilia, la cui forza secondo me sta nella ricercatezza nel linguaggio e nel creare immagini.

L.

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Pubblicato da su novembre 25, 2019 in Uncategorized

 

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