RSS

[Pulp] L’uomo senza nome di Louis Létang

Questa settimana presento i primi due capitoli di un testo del giornalista ed apprezzato autore di feuilleton Louis Létang (1855-1938), nome ignoto ai lettori italiani se non per due pubblicazioni del 1915 della collana “I Romanzi del Corriere della Sera” (Figlia di regina e Il delitto del chirurgo).

Non sono riuscito a trovare una data sicura della prima apparizione di Jean Misère, essendo sia l’autore che i suoi romanzi del tutto persi nell’oblio, ma di sicuro il romanzo viene presentato a puntate su “La Stampa” dal 16 settembre 1910 al 6 gennaio 1911, con il titolo “L’uomo senza nome“.

Quella che mostro di lato è un’immagine di quando il romanzo è apparso a puntate sul quotidiano “Le Midi Socialiste” a partire dal 13 luglio 1911.


L’uomo senza nome

I.
Nella neve

Un vento ghiacciato, tagliente, fischiante, sollevava turbini di neve. Le poche lanterne che i borghesi di Parigi appendevano la sera, per ordine reale, agli angoli di ogni via, si erano spente. Sulla città addormentata, silenziosa come una necropoli, pesava una oscurità fitta, nella quale si distinguevano appena le banche facciate delle case. Il vento si ingolfava furiosamente nei vari stretti e tortuosi del Marais, spazzando in tutti i sensi gli strati sempre più spessi che ricoprivano il suolo, staccando e sperdendo nello spazio i mucchi che si formavano sulla grondaie dei tetti e facendo rotolare fino agli angoli delle vie i fiocchi bianchi che, nelle tenebre, cadevano su Parigi.
Tutte le porte e le finestre erano accuratamente chiuse; alla chiesa di San Paolo suonavano le undici.
In quell’oscurità e in quella tempesta una donna camminava. La neve le si era appiccicata alla lunga pelliccia e pareva avvolgerla in un sudario immacolato simile a quello di cui i Cantori del Nord vestono le giovani vergini delle loro leggende.
Qualche soffio potente, odio o amore, la spingeva senza dubbio in mezzo a quella tempesta glaciale e solo poteva darle l’energia febbrile la risoluzione tenace che la facevano trionfare, senza scoraggiarsi, di tutte le difficoltà e di tutti gli ostacoli. Chinando la testa e stringendo colle mani illividite dal freddo la pelliccia che il vento le strappava di dosso ella camminava con passo rapido e pesante, insensibile ai dolori fisici, insensibile alla furia degli elementi scatenati. Tuttavia sul crocicchio della vecchia via del Tempio e della via dei Francs-Bourgois ella fu obbligata di fermarsi barcollando. Le correnti dei venti provenienti da quattro direzioni opposte combattevano, incontrandosi in quel punto, venendo a battaglia. Era una mischia furiosa, un caos infernale, frammezzo al quale si udivano urli e fischi fantastici tali da spaventare chiunque non fosse stato quella donna eroica. Ella si fermò un istante, più per raccogliersi che per esitare, poi, chiudendo gli occhi, si slanciò nuovamente nella tormenta. L’uragano l’avvolse nei suoi nembi gelati come una preda: i piedi di lei affondarono nella neve ammucchiata; il cappuccio della pelliccia,violentemente strappato, lasciò nudo un viso di fanciulla delicato e bello, ma livido dal terrore istintivo che produce sempre su un individuo qualsiasi la minaccia della morte. Le trecce nere della capigliatura, trattenute dal cappuccio, caddero sulle spalle e in un attimo furono tutte bianche.
Spaventevole ironia! Le forze più potenti e più pericolose della natura riunite contro una debole donna, quasi una bambina!
Un momento di debolezza, un capogiro, uno svenimento poteva essere per lei la morte!
Con uno sforzo supremo di volontà trattenne il grido che stava per uscire dalle labbra e usando di tutte le sue forze con una specie di collera selvaggia, riuscì ad attraversare il passo pericoloso. Allora, senza ripigliar fiato, approfittando di un momento di calma relativa, corse per un cento passi ed andò a fermarsi davanti ad una palazzina, le cui finestre erano oscuratamente chiuse. Un filo di luce passava pertanto fra le fessure della finestra.
Ansante, col viso contratto da dolorosa commozione, la giovinetta contemplò lungamente il debole raggio luminoso. Era per indubbiamente una rivelazione, una prova, perchè si avvicinò al muro e, immobile, stette in ascolto.
Insieme ai singhiozzi del vento ella intese riso, canti, cozzi di bicchieri. Di fuori la tempesta, dentro l’orgia!
Ad un tratto trasalì fortemente. Una voce d’uomo, piena, sonora, vibrante e beffarda, aveva intuonato una canzone oscena. La fanciulla non distingueva le parole, ma il canto giungeva chiaro, distinto, ironicamente accompagnato dai lugubri gemiti dell’uragano. Il ritornello della canzone fu allegramente ripreso da altre voci d’uomini e di donne.
Appoggiata al muro, coi piedi nella neve, collo sguardo fisso, ella ascoltava sempre, ma non capiva più. Una lotta terribile si combatteva in lei. Con brusco movimento rialzò i capelli che le si erano appiccicati alla fronte e alle tempie, poi contemplò il cielo scuro. Il suo sguardo cercò nell’oscurità infinita un punto luminoso, una stella, un raggio, un bagliore. Nulla! Immutabile e tenebroso, il firmamento le stendeva sulla testa la sua immensità desolante. Allora l’espressione del suo viso cambiò; all’angoscia superstiziosa che l’aveva per un istante animata successe una risolutezza selvaggia ed irremovibile. Ella si rialzò lentamente e col braccio fece nelle tenebre un gesto energico.
– Sì!… – ella disse con voce ferma, come per rispondere ad un ordine della sua volontà.
E si diresse, rigida e grave, verso la porticina dalla quale si entrava nella palazzina.
Nell’interno echeggiavano sempre le risa e i canti.
La fanciulla prese sotto alla pelliccia una chiave che introdusse nella serratura.
Cedendo alla pressione della sua mano fremente, la porta si aprì.
Ella entrò, lasciando dietro a sè la porta spalancata.
Doveva conoscere in casa, perchè si introdusse senza esitare in un andito oscuro e camminò rapidamente e silenziosamente, senza far più rumore di un’ombra. In fondo al corridoio trovò una porta, dalla quale penetrò in un salottino buio, quindi andò a fermarsi dietro a un uscio di comunicazione che metteva nella sala dalla quale uscivano le grida e i canti. Aprì l’uscio, e dallo spiraglio elle tende che lo coprivano dalla parte della sala, guardò ed ascoltò.
Un lampadario carico di candele e quattro candelabri posti sulle mensole ai quattro lati della sala inondavano di luce la tappezzeria in velluto rosso rialzate da frangie in oro e facevano scintillare due grandi trofei, nei quali erano riunite tutte le armi conosciute in quell’epoca, dalla spada pesante e gigantesca degli antichi cavalieri, fino a quella sottile e fine dei gentiluomini d’allora. Nel fondo, fra le due finestre che guardavano in istrada, tutta la parete era coperta da una tappezzeria rappresentante, in rilievo, uno stemma azzurro cosparso di fiori di giglio in oro ed attraversato da una striscia d’argento ciò che significata che il padrone di casa era discendente, dal ramo bastardo, dei re di Francia. Nel monumentale camino in marmo bianco ardeva un gran fuoco.
Sdraiati su grandi seggioloni, quattro gentiluomini colle giubbe sbottonate, più che a metà ebbri, ridevano e conversavano con donne seminude sedute accanto a loro.
– Dunque, Gastone, – diceva un d’essi rivolgendosi ad un giovane signore, il quale, colla testa rovesciata sulla spalla d’una sua vicina, canterellava un’aria di caccia, – il tuo ritorno fra noi è proprio sincero, definitivo, e il tuo amore serio, semiconiugale è davvero finito?
– Il cielo ne sia eternamente lodato! – rispose con gesto ironico colui ch’era stato interpellato col nome di Gastone. – Ah! cari amici, ve lo dico in verità, fuggite come la peste tutte le donne capaci di perseguitare un galantuomo, più di otto giorni di seguito, del loro sempiterno amore!
– Oh! signor duca! – gridarono in coro le quattro donne.
– Signore, silenzio! – riprese Gastone in tono di comando. – Pel momento non avete voce in capitolo… E poi, d’altronde… lasciamo quell’argomento… Ninon, dammi da bere.
Prese la coppa; Ninon gliela riempì fino all’orlo.
– Allora parti proprio domattina? Sei deciso?
– Deciso parto tra qualche ora senza indugiare nemmeno un momento.
– Per la Spagna?
– Sì, pel paese delle andaluse e delle castigliane.
– Guardati però; le spagnuole, caro cugino, sono vendicative, ed ho inteso raccontare, non avendo mai avuto il periglioso piacere di esperimentare la cosa per mio conto, che esse vanno spesso e volentieri incontro agli amanti infedeli col pugnale alla mano.
– Basta! esagerazione pura!… – interruppe Gastone ridendo. – Le donne, spagnuole o francesi che siano, gridano, piangono, minacciano, ma non colpiscono mai.
– Allora tu non temi la disperazione, nè la vendetta della signorina D’Arbelles?
– In fede mia, no! Ma temo, più del supplizio, i suoi interminabili lamenti, i suoi pianti e le sue maledizioni. Ed è per evitarli per sempre che lascio Parigi in tutta la fretta, incaricato di una missione segreta e probabilmente molto spiacevole per Sua Maestà Cattolica Carlo II. Ahimè! cari amici, a meno che voi veniate a trovarmi a Madrid, ho paura che non ci rivedremo per un pezzo…
– Dunque la abbandoni senza rimpianto quella povera fanciulla?
– Senza il più lieve rimpianto.
– Eppure la dicono ammirabilmente bella!
– Bellissima, caro mio; ma tanto noiosa! Figurati che, col pretesto che ella è madre di un grazioso bambino di sei mesi, vuole assolutamente che io la sposi; io, duca della Tremblade nipote di Enrico IV! Che ne dici della pretesa?
– Esorbitante, impossibile! – dissero in coro tutti i gentiluomini…
– Ella assicura… che in altri tempi… ho formalmente promesso di sposarla. Non me ne sovvengo, ma potrebbe anche darsi. Chissà quali e quante sciocchezze ho detto e fatto dopo quindici mesi di amore sentimentale che m’avevano rotto la testa e irritato i nervi. Amici, guardatevi dalle lunghe e serie passioni; vivano i facili amori, e al diavolo la signorina D’Abelles!…
E Gastone abbracciò e baciò fragorosamente la sua vicina, dicendo:
– Stasera sono innamorato di Ninon, e bevo alla mia libertà!
Con un gesto da vincitore portò la coppa alle labbra, ma ad un tratto il suo viso illividì ed egli posò sul tavolo la coppa intatta.
Bianca come un fantasma, avvolta nel sudario di neve, una donna, sollevando la tenda che l’aveva tenuta nascosta fino a quel momento, s’avanzò verso Gastone. Fissando su lui uno sguardo di sprezzo, con voce lenta e accento sdegnoso:
– Duca della Tremblade – ella disse, – sei un miserabile e un vile!

II.
Giovanna D’Arbelles

Quell’apparizione aveva strappato un grido di sorpresa ai gentiluomini, un urlo di terrore alle donne più paurose e più superstiziose.
Un silenzio di morte successe improvvisamente all’allegro frastuono. Il duca della Tremblade si alzò con brusco movimento poi ricadde sul seggiolone col viso contratto dalla collera, dalla vergogna e da un vago timore, di cui non conosceva nè prevedeva la causa.
– Giovanna! – egli esclamò abbassando gli occhi davanti a lo sguardo fiammeggiante della fanciulla.
Silenziosi, visibilmente impressionati da quella scena, sebbene si sforzassero di conservare la loro fisionomia beffarda, i tre amici di Gastone guardavano con ammirazione profonda quella Giovanna D’Arbelles, di cui il duca aveva parlato tanto leggermente.
Dritta, rigida, col braccio teso, con atteggiamento da sibilla, ella pareva, nella sua bellezza scultoria, la statua di marmo mandata da Dio per colpire Don Giovanni spergiuro e libertino. Gli occhi neri, grandi scintillanti, implacabili, si fissavano su Gastone della Tremblade con orrore e ripugnanza, come se avesse finalmente scoperta l’anima vile e perversa dell’uomo che ella aveva amato. Sulle sue labbra violacee s’era quasi agghiacciato il respiro e una ruga le solcava le pallide gote agli angoli della bocca. Incorniciata dalla pesante capigliatura nera, ancora cosparsa di fiocchi di neve che andavano sciogliendosi lentamente, quella testa di donna oltraggiata aveva una espressione di dolore, di sdegno, di odio sprezzante, dominata da una risoluzione terribile e fatale.
Il duca di Tremblade aveva avuto un momento di stupore ed aveva chinato lo sguardo, pallido e senza voce. Ma improvvisamente passò la mano sulla fronte, come per scacciare quel timore vago da cui era stato assalito al momento dell’apparizione della signorina D’Arbelles e prendendo sul tavolo la coppa ancora piena, la vuotò d’un tratto. Il viso stanco gli si colorì, sulle labbra apparve un sorriso forzato, e prendendo un’aria spigliata, si rovesciò sul seggiolone e incrociò lentamente le gambe l’una sull’altra. Gli era nato in mente il pensiero che la signorina D’Arbelles non fosse stata spinta a tal passo che dalla gelosia. Dopo gli insulti si aspettava di udire i pianti e le suppliche. Dopo tutto, quella scena lusingava il suo orgoglio, e voleva mostrarsi superbo e sdegnoso alla presenza degli amici.
– Perdio! – egli disse con tono ironico: – ecco un’entrata veramente tragica e inaspettata! Ci ascoltavi dunque, mia cara Giovanna?
– Sì, – ella rispose: – ascoltavo e intesi tutto!
La voce era sorda, fischiante e usciva a stento dal petto oppresso.
– Bella scoperta, in fede mia! – continuò Gastone senza osservare il lampo di minaccia che guizzò nelle pupille di Giovanna. – Propositi di giovani pazzi che hanno allegramente cenato. Ma venire con questo tempo orribile è davvero un’imprudenza. Devi essere gelata.
Allungò la mano per prendere quella della fanciulla che le pendeva inerte al fianco.
Ella indietreggiò con orrore e il duca della Tremblade rimase imbarazzato.
– Suono subito – egli riprese vivamente – per dar ordine di ravvivare il fuoco, affinchè ti possa asciugare e riscaldare.
– No, – ella disse. – Il freddo importa poco quando la morte ci è vicina…
– Quali parole lugubri e quale accento fatale! – esclamò Gastone, tentando di sorridere. – E’ l’influenza di questa notte terribile, di questa bufera infernale che ti fa parlare a quel modo e che t’ispira quei pensieri sinistri. Non so davvero capire quale idea tu abbia avuto per venir qui sola ed a quest’ora… ma comunque sia, discendiamo, ti prego, da quelle altezze tragiche e parliamo ragionevolmente. Io parto domattina, e confesso di averti accuratamente tenuta nascosta la mia partenza. Ho dato stasera da cena ai miei amici e mi confesso anche di quello. Ma se ho creduto agire così, è stato nel nostro comune interesse. Ho voluto evitare la scena straziante degli addii, che tu, invece, pare sii venuta a cercare… Ebbene, sia pure! Sono a tua disposizione e mi dichiaro pronto a darti tutte le spiegazioni che sarai per chiedermi. Se però trovassi il luogo male adatto, o qualche scrupolo t’impedisse di parlare davanti ai miei amici, ti propongo, più del tuo che nel mio interesse, di uscire da questa sala e di andare nel piccolo oratorio che conosci.
Giovanna D’Arbelles lo guardò con fierezza suprema.
– Non ho vigliaccherie, nè spergiuri sulla coscienza, io, – ella disse con accento di sprezzo; – e tu solo devi arrossire davanti ai tuoi compagni d’orgia.
A quelle parole i tre gentiluomini s’alzarono cerimoniosamente.
– Il duca Luigi di Bellemonti – disse inchinandosi davanti alla signorina D’Arbelles il giovane signore che chiamava Gastone suo cugino.
– Il marchese Gontran di Croixmare, – disse il secondo con eguale saluto.
– Il conte Giorgio di Presles, – disse l’ultimo.
E tutti e tre ripresero i loro posti, gravi quanto più potevano parerlo.
– Signori, – disse ironicamente Gastone, – vi chiedo scusa per questo tragico intermezzo che non contavo offrirvi. Non era nel programma, ve lo assicuro, e se avessi potuto prevederlo, avrei fatto di tutto per risparmiarvelo.
I gentiluomini non risposero. Quel sarcasmo faceva loro penosa impressione, e Giovanna era così stranamente bella che, malgrado la loro leggerezza, il loro scetticismo, le loro opinioni libertine sulle donne, si sentivano commossi, impietositi dalla sua sventura, sorpresi dalla sua energia, meraviglia dell’espressione di fierezza selvaggia della sua fisionomia.
La fanciulla aveva finto di non udire le ultime parole di Gastone. Ella lo guardava con persistenza ostinata, come se avesse cercato in quest’uomo, che sapeva vile e spregievole, la traccia di qualche nobile sentimento che potesse far trasalire il suo cuore di madre, che potesse ancora farlo vibrare.
Ma scosso lentamente la testa, il suo sguardo divenne duro e minaccioso, e lasciò cadere una ad una, con accento breve e con tono altero, queste parole:
– Duca della Tremblade, se tu avessi sedotta e disonorata la figlia di un povero ufficiale, dissimulando il tuo nome e il tuo titolo, nascondendo sotto la maschera dei più generosi ed elevati sentimenti le tue passioni basse e vergognose, sarebbe stata una infamia odiosa, che ti avrei perdonata, perchè io sola avrei dovuto soffrire, piangere, morire. Se tu avessi straziato il mio cuore, rubandomi quiete e onore, se mi avessi fatto dubitare di tutto ciò che è grande, nobile, generoso, se mi avessi fatto maledire cento volte la vita e cento volte desiderare la morte, tutto ciò non mi avrebbe strappato, davanti a te, nè un sospiro, nè una lagrima. Scocciata, maledetta dal padre, disprezzata da tutti, sarei fuggita, e nessuno avrebbe mai più conosciuto il luogo di mia dimora!… Ma ciò che non voglio!…
La voce della giovane donna era divenuta stridente, i suoi occhi lampeggiavano. Fece un passo e posò la mano tremante e convulsa sulla spalliera del seggiolone, sul quale Gastone era sempre sdraiato, col sorriso sulle labbra, come se avesse ascoltato qualche discorso piacevole e insignificante.
– Ciò che non voglio, – ella continuò, – è che mio figlio, tuo figlio, duca della Tremblade, entri nella vita più miserabile e più diseredato del figlio di un mendico; non voglio che egli sia un bastardo rinnegato dal proprio padre, che, per lui, il passato sia una vergogna, e l’avvenire una minaccia! Raccolgo in questo momento tutti i giuramenti che mi facesti e te li getto in viso! Duca, guardati!… Fino a stasera ho pianto, ho supplicato, mi sono trascinata ai tuoi piedi, e tu hai riso delle mie lagrime, hai riso dei miei dolori. Ora tutto è esaurito; mi sono convinta che nessuna fibra generosa può vibrare in te, e mi rivolgo alla tua vigliaccheria. Lo vedi: i miei occhi sono asciutti, la ima bocca non prega più, ma minaccia. Trema, perchè sento in me una energia fatale, una risoluzione sinistra, e se abbandoni nostro figlio…
– Ebbene, che farai, mia bella Giovanna – interruppe il duca, alzando verso lei il volto beffardo.
Ella lo guardò negli occhi per un istante, con intensità spaventevole, poi disse, con voce fremente:
– Ti ucciderò!
Gastone sentì un lungo brivido corrergli per le vene. Gettò attorno alla sala uno sguardo inquieto, furtivo, come se avesse cercato un rifugio, un’uscita per fuggire. I suoi tre amici seguivano on ironica curiosità, sul suo viso, la traccia delle impressioni, che andavano succedendosi in lui. In loro presenza non bisognava aver paura di una donna. Per orgoglio, egli dissimulò i suoi timori, e si mise a ridere fragorosamente.
– Mi ucciderai!… Ma sei pazza, cara Giovanna… Non farti nemmeno udire a dire simili sciocchezze… E a chi ti servirebbe la mia morte?
– A vendicarmi!… – ella rispose, con voce cupa.
Vi fu qualche momento di silenzio.
– Senti, – riprese ad una tratto Giovanna; – fra cinque minuti suonerà mezzanotte. Ti dò quei cinque minuti per riflettere e rispondermi.
E col braccio teso indicava un orologio, che guarniva la mensola del caminetto.
– Cinque minuti! – ripetè astone, ridendo; – cinque minuti per decidere della sorte della mia vita… Davvero, è un po’ poco: permetti, carina, che trovi la dilazione troppo breve e la pretesa per lo meno singolare… Tu non rifletti, bella Giovanna, che stasera non mi trovo menomamente disposto ad occuparmi di cose tanto serie, gravi ed anche pericolose. Pensa un poco che direbbe re Luigi XIV, mio cugino, se mi ammogliassi senza il suo permesso. Sarebbe capace di mandarmi a marcire alla Bastiglia, e ti confesso che nutro un santo orrore per quella tetra prigione.
Tacque un momento, poi, rivolgendosi agli amici:
– Vediamo, miei buoni amici, – continuò; – aiutatemi voi e fate comprendere a questa cara bambina cui l’amore fa delirare, che un nipote di Enrico IV non può disporre di sè come un commesso di negozio!…
– Caro cugino, – rispose il duca di Bellemoni – permetteteci di rimaner neutri in questo grave dibattimento, come dicono i magistrati. Noi non conosciamo abbastanza la quistione e non abbiamo diritto di far rimostranze alla signorina D’Arbelles. Ciò sarebbe mancare gravemente alle leggi della più comune galanteria.
Quel rifiuto formale di difendere la sua causa esasperò Gastone della Tremblade; le sue sopracciglia si corrugarono improvvisamente, un sospiro maligno sostituì il sorriso beffardo che si disegnava sulle sue labbra un momento prima.
– Eh! perdio! – egli disse con violenza. – Dichiaro a tutti, senza frasi nè preamboli, che se dovessi sposare le mie amanti, vi sarebbero cinquanta duchesse della Tremblade, appunto cinquanta di troppo. Hai capito, Giovanna?
– Un rauco grido uscì dalla gola della fanciulla, una fiamma le avvampò il viso contratto da angoscia atroce, la sua mano strinse un pugnale che aveva tenuto fino a quel momento nascosto sotto alla pelliccia, ed ella rimase qualche istante immobile, collo sguardo fisso, come istupidita.
Evidentemente il colpo mortale risentito era stato troppo violento e troppo brusco e la ragione della povera donna pericolava.
Ad un tratto il suono argentino dell’orologio la fece trasalire.
– Mezzanotte!… – ella gridò con voce smarrita.
Il suo braccio si stese con forza, e il duca Gastone della Tremblade, che aveva tentato sollevarsi dal seggiolone, ricadde inerte gettando un grido che gli uscì dalla gola come un rantolo. Giovanna D’Arbelles gli aveva conficcato nel petto un lungo pugnale.
Colpita al viso dal sangue che zampillava dalla ferita, la giovane donna indietreggiò spaventata, coprendosi gli occhi colle mani.
Quel delitto era stato compiuto tanto rapidamente, che nessuno degli spettatori aveva potuto opporsi. Vedendo Gastone cadere e udendo il gemito che gli era uscito dal petto, i tre gentiluomini erano accorsi.
– Sciagurata! – disse il duca di Bellemont guardando severamente Giovanna; – che hai fatto!
Ella stesse qualche istante senza rispondere, poi gridò tre volte.
– Giustizia! Giustizia! Giustizia!
Improvvisamente dette in uno scoppio di riso acuto, spaventevole, sinistro, un riso nel quale s’udivano singhiozzi; poi si slanciò fuori dalla sala facendo gesti strani, mormorando parole incoerenti e gridando ogni tanto con tutte le sue forze:
– Mezzanotte!… Giustizia!…

L.

– Ultimi post simili:

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 9, 2017 in Pulp

 

Libri infranti: Anna Karenina (1928)

Proprio come La tabacchiera dell’imperatore (1941) e Memorie (1926), anche questo “libro infranto” proviene dalla biblioteca dei miei genitori, nella quale riposa da decenni.

Si tratta del primo volume della celebre “Anna Karenina” di Leone Tolstoi (Lev N. Tolstoj), edito dalla milanese Casa Editrice Bietti nel 1928, data che non è seguita da alcun numero romano, segno che il fascismo ancora non richiedeva questa aggiunta.

Come si vede dalla scritta, questo libro è stato firmato il 3 gennaio 1929 da una certa Paola qualcosa (non sono mai stato bravo a leggere la calligrafia!): mi dà l’idea che non sia un regalo, ma la semplice firma di un libro comprato per uso personale.

Dagli anni Ottanta questo libretto riposa nella biblioteca della mia famiglia.

L.

– Ultimi post simili:

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 8, 2017 in Libri infranti

 

Sorte a Venezia, ovvero: classici senza spoiler

Tutte le copertine di questo post sono finte, pure elaborazioni grafiche per dare un’idea di come sarebbero i “classici de-spoilerizzati”.

Dai tempi della serie televisiva Lost, in cui i quotidiani in edicola facevano a gara a sparare immotivatamente i colpi di scena visti negli episodi andati in onda in America, il pubblico italiano ha imparato l’ennesima parola anglofona: spoiler.
“Spoiler Alert”, “Attenzione: Spoiler”, “Inizio Spoiler”, “Fine Spoiler”: blog, siti, forum e social sciabordano di queste scritte che mettono in guardia il lettore perché si stanno rivelando elementi fondamentali di una qualche trama. Che siano film, telefilm, videogiochi, fumetti o quant’altro, dopo un periodo in cui la gente ti fermava per strada per rivelarti chi moriva in Grey’s Anatomy, è scoppiata la Mania dello Spoiler: oggi rivelare a qualcuno un qualsiasi particolare di una qualsiasi storia è socialmente simile ad averlo picchiato a sangue!

Teoricamente è giusto che un “utente” (lettore/spettatore) abbia diritto a navigare tranquillo senza che gli venga svelato il finale di qualcosa, ma è anche vero che la regola aurea recita: “non googlare mai ciò che stai seguendo a puntate!
L’Italia è sempre indietro, quindi qualsiasi cosa tu stia vedendo o leggendo comunque in rete c’è qualcuno che ti sta avanti e ne sta parlando. Arginare tutto questo è impossibile, ma d’un tratto si è tutto rovesciato. Ora se riveli qualcosa rischi grosso…

Non so se qualcuno ricorda ancora il Natale in cui uscì al cinema Star Wars VII. La trasmissione in diretta del Veglione di Capodanno della RAI ebbe la malaugurata idea di mandare in onda in sovrimpressione gli SMS degli spettatori: parolacce e bestemmie erano quasi scontate, ma passò anche un messaggio che rivelava la sorte di un personaggio del film in questione.
La Guerra agli Spoiler è una cosa seria: le polemiche scoppiate con la RAI solo di facciata riguardavano le bestemmie, perché la rabbia maggiore era… un “colpo di scena” rovinato di Star Wars. (La lobby di Star Wars potente è…) (Ah, e per i poveri di spirito specifico che ovviamente sto scherzando!)

Questa guerra ha recentemente colpito anche i classici della letteratura, quelli cioè che un tempo erano talmente noti che esulavano dalle frasi che tutti abbiamo pronunciato davanti a qualcuno che l’avesse già letto: «Non mi dire niente, che devo ancora leggerlo!» Avete mai fermato qualcuno che stava per rivelarvi il finale dell’Odissea? Vi siete mai tappate le orecchie perché qualcuno vicino a voi stava parlando dei Promessi sposi? Credo proprio di no.
In questo clima di terrore da spoiler si cominciano a guardare di malocchio titoli con “morte” nel titolo, perché… be’, perché annunciano la morte di un personaggio del romanzo… e questo è lo spoiler peggiore di tutti!

Già vi ho parlato di Chiara Prezzavento, instancabile appassionata di letteratura inglese nonché mille altre cose: fra cui l’aver collaborato con me nel parlare del Mistero Shakespeare.
In questo post del suo blog “Senza errori di stumpa” ha raccontato come una rappresentazione teatrale del grande classico Delitto e castigo abbia sollevato critiche… per un titolo che rivela già parte della trama!

La domanda dunque è: in questi tempi di guerra allo spoiler, quanto passerà prima che qualche genio proponga di “de-spoilerare” i titoli dei grandi classici?
Chiara si è lanciata in alcune proposte che considero geniali:

  • Il destino di Ivan Il’ic
  • Che ne è stato del commesso viaggiatore?
  • Fato incerto a Venezia,
  • Una delle estati di Klingsor
  • Una fase della storia della Casa degli Usher

Spero non ci sia bisogno di riportare i veri titoli di questi classici…

Per carità, io per primo odiavo quando le maestre e professoresse mi ripetevano il mantra «Mica è un giallo: non importa se sai come va a finire, lo devi leggere perché è scritto bene», quindi non dico che certi libri debbano per forza rivelare il finale, ma se un testo non punta tutto sul colpo di scena finale, che importa saperlo già prima?
I film di M. Night Shyamalan si basano tutti esclusivamente sul colpo di scena finale, tolto il quale del film non rimane assolutamente nulla: un classico ti entra dentro e ti parla al di là della trama o del “colpevole” da scoprire.

Tornando a Delitto e castigo, le pene di Raskol’nikov esulano dal “giallo alla tenente Colombo”: già sappiamo tutti dalla prima pagina che è il giovane ad uccidere la vecchia, esattamente come nei telefilm di Colombo conosciamo subito l’omicidio. Che ci sarà un “castigo” non è un colpo di scena rovinato: avete mai letto un romanzo dove l’assassino la fa franca, prospera e ride in faccia alla giustizia? Di solito, almeno con i classici, questo non succede… (Succede nella realtà, ed è per questo che si legge: la letteratura corregge la realtà.)

Chiedetelo al povero Jean Valjean: si è rifatto una vita e ha fatto mille volte più bene rispetto a quella minuscola briciola di male compiuta… eppure dovrà pagare per quella. (Tranquilli, non ho rivelato nulla de I miserabili!)

Forse siamo troppo abituati alla soap opera mascherata che imperversa nella narrativa contemporanea, dove sono più importanti le vicende dei personaggi di come sono scritte, dove sapere “che fine fa” un personaggio supera di gran lunga il gusto di come è descritto. Per questo un colpo di scena rovinato è un peccato grave, molto di più che sapere quale dei fratelli Karamazov è il vero assassino del padre… ah, non sapevate che papà Karamazov muore? Su, non fate quelle facce: non sapete mica chi l’ha ucciso…

E voi, avete storie da spoiler da raccontarmi? Vi farebbe tanto dispiacere se qualcuno vi “rovinasse” un classico, anche se ha la parola “morte” nel titolo?
In fondo se iniziate a leggere C’è un cadavere in biblioteca di Agatha Christie, non lamentatevi se il titolo vi spoilera cosa viene trovato in biblioteca…

L.

 
10 commenti

Pubblicato da su giugno 7, 2017 in Uncategorized

 

[Books in Movies] La dottoressa del distretto militare (1976)

“Raccolta Guerra d’Eroi” n. 6 in mano ad Alvaro Vitali

Essendo io appassionato di “Archeo Edicola“, cioè un argomento che nessuno tratta e quindi privo di “fonti autorevoli”, considero fondamentale ogni fonte… anche la più scalcinata!

La rubrica “Books in Movies” non la voglio limitare ai soli libri (malgrado il titolo) e la intendo ben disposta ad accogliere anche i fumetti, soprattutto quando trovo testimonianze di un passato vispo come nel caso del film “La dottoressa del distretto militare” (21 agosto 1976) di Nando Cicero.

Il film è fatto con lo stampino da un team affiatato di attori. C’è il bellino (Alfredo Pea), la bonona (Edwige Fenech), lo scemo che fa battutacce (Alvaro Vitali), il capo inguaiato (Mario Carotenuto), l’integralista che fa satira sociale (Gianfranco D’Angelo) e Jimmy il Fenomeno che gira libero. Molti film del periodo presentano questa formazione sempre identica.

Un’espressione più che eloquente!

Gran parte di questo film si svolge nell’infermeria militare di una casera, dove i protagonisti fanno di tutto per risultare malati ed evitare il servizio militare. Vari attori sono inquadrati con in mano un fumetto ma solo quando lo prende Alvaro Vitali possiamo vederne un primo piano.
Si tratta della Raccolta numero 6 della mitica testata “Guerra d’Eroi“, nata il 28 maggio 1965 per l’altrettanto mitica Editoriale Corno. Per molti anni il fumetto di guerra è stato molto sviluppato nel nostro Paese, prima di venir totalmente dimenticato in un’opera di finto revisionismo moralistico. (I biechi e vergognosi film di propaganda bellica americana vanno bene, mentre semplici storie di avventure d’altri tempi non vanno più bene.)

Il volume in questione ristampa i seguenti quattro numeri della testata:

  • 386 (novembre 1972) Morte di un Wimpey
  • 388 (novembre 1972) Appuntamento con la morte
  • 389 (dicembre 1972) Un fucile per Mc Coy
  • 390 (dicembre 1972) Fuoco!

Lo trovate in vendita su Kijiji (non so ancora per quanto): non conosco il venditore e specifico che non prendo commissioni! È che segnalare la sua inserzione mi sembra il minimo, visto che è stato così gentile da inserire così tante preziose informazioni…

Visto che il cinema italiano anni ’70 e ’80 era una semplice scusa per il product placement – modo di classe per definire le marchette nei film – la domanda sorge spontanea: la Editoriale Corno ha pagato la produzione del film per mostrare quel fumetto bene in primo piano o è un semplice caso? Visto che di solito ogni inquadratura dei film italiani dell’epoca era studiata per pubblicizzare prodotti, credo che l’apparizione di “Guerra d’Eroi” non sia affatto casuale.

Infine, risulta difficile datare la raccolta. Sembra che sia uscita nel 1974 ma il film è stato girato nel giugno 1976: la produzione ha usato una copia presa su bancarella o la Corno gliene ha passata una dai propri archivi?

L.

– Ultimi post su Books in Movies:

– Ultimi post su Archeo Edicola:

 
13 commenti

Pubblicato da su giugno 6, 2017 in Archeo Edicola, Books in Movies

 

Disturbante: una parola inquietante

“New York City XXVI”, illustrazione di H.R. Giger

Mi è capitato di discutere con Evit di Doppiaggi Italioti riguardo la parola “disturbante”, che ho usato per descrivere l’effetto che mi fanno le illustrazioni di H.R. Giger, perché esce fuori che l’uso della parola sarebbe improprio: si tratterebbe infatti di un inglesismo, di una traduzione imprecisa del disturbing che usano gli anglofoni.

La cosa mi si è instillata nella mente e non mi ha dato tregua: dovevo assolutamente aprire una “indagine non autorizzata”!

~

Quando andavo alle elementari e leggevo “Topolino”, pieno di scritte onomatopeiche, cominciai a dire «sniffare» semplicemente perché quando uno dei personaggi a fumetti odorava qualcosa leggevo “sniff sniff” nelle vignette. Possiamo lamentarci quanto vogliamo dell’italianizzazione del verbo to sniff, ma ormai fa parte della nostra lingua, che nasce proprio come storpiatura del latino e che in ogni epoca ha avuto chi si lamentava delle “modifiche”. Modifiche che oggi comunque fanno parte integrante della nostra lingua.

Io stesso per tanto tempo mi sono lanciato contro le storture e gli “esterismi”, finché ho mollato la presa semplicemente perché anche le parole più storiche della nostra lingua alla loro origine erano storpiature, esterismi o semplici errori.

Sicuramente all’epoca qualcuno si lamentò del fatto che la “y greca” veniva letta in due modi diversi, e si lamentò: «perché dal greco iùsteros avete tirato fuori utero e isteria? Mettetevi d’accordo se si legga “i” o “u”!» D’altronde dalla radice indoeuropea ak- siamo stati capaci di tirare fuori ascia e accetta

La nostra lingua è un mare di stranezze fuse insieme, spesso a casaccio, quindi perché mi stupisce che “disturbante” possa essere un’errata traduzione del disturbing inglese?

~

Nell’Ottocento non c’erano dubbi sull’uso medico e giuridico della parola “disturbante”.

«Una tosse secca, ma non disturbante né violenta» (dal Dizionario universale delle arti e scienze di Efraimo [Ephraim] Chambers, 1772); «locale condizione disturbante» (dal Dizionario compendiato delle scienze mediche, 1831); «azione disturbante od irritativa» (dal Dizionario classico di medicina interna ed esterna, 1837). E dal punto di vista giuridico la questione è chiara: «clamori e canti disturbanti la pubblica quiete» (da Annali della giurisprudenza italiana, 1873).

Insomma, disturbante viene da disturbare e quindi vuol dire… qualcosa che disturba. Ma se disturba il fisico e, come nel caso di «clamori e canti», disturba l’udito… perché non posso usare il termine per indicare qualcosa che disturba la mia mente?

~

Il latino disturbo lo usava Cicerone con il senso di «sovverte l’umana società» (disturbat vitae societatem) ma anche come «distruggere una legge», perché il verbo ha più significati. Seneca per esempio già lo usa con il significato di «sconvolgere», anche se in senso fisico: e se io mi sento “sconvolto” in senso morale? In fondo la particella dis- è solo un rafforzativo di turbare: se io mi sento emotivamente turbato, perché non dovrei usare l’antico termine latino e chiamare disturbante la causa del mio turbamento?

Licia del blog Terminologia etc. si scaglia contro l’uso di “disturbante” nei lanci pubblicitari dei film horror, perché i distributori italiani si limitano a tradurre impropriamente l’originale disturbing.

In italiano disturbante vuol dire “che disturba” e quindi che dà noia o fastidio, che intralcia, oppure che interrompe la quiete pubblica o privata, ma non significa “angosciante” (cfr. disturbare e turbare).

Non discuto sul “falso amico”, cioè sull’errore di traduzione per cui l’italiano disturbante non è la tradizione corretta dell’inglese disturbing, perché non condivido il fatto che la parola nostrana non indichi anche angoscia: se mi sento turbato, la differenza con angosciato è davvero labile e difficilmente identificabile.

Dalla fine degli anni Novanta il termine disturbante ha un significato “ampio” che esula da questioni di traduzioni inglesi imprecise, visto che la usa l’eminente archeologo Andrea Carandini: «l’intuizione si trova sempre intrecciata alla ragione, disturbante o benefica che essa appaia» (Archeologia del mito, 2002). Un'”intuizione disturbante” non può riferirsi alla salute o alla quiete pubblica: si sta parlando di qualcosa di interiore, di un turbamento morale che è proprio il senso che do io al termine.

Visto che, come dicevo, dagli anni Novanta è usato quasi esclusivamente in questo senso provo ad andare indietro per vedere se trovo altri esempi.

~

«Il mondo è fondamentalmente un posto ordinato, con un elemento disturbante di irrazionalità», ci dice Hakim Bey nel suo Immediatismo! (1995); «Era stato lui a proporre di venire a Richmond per discutere il da farsi, e ora che erano qui la vista della casetta era davvero disturbante», risponde Antonia S. Byatt in Possessione (1990).

Dagli anni Settanta ci giungono due esempi deliziosi. «Se ai nostri occhi il contegno di una data persona appare deludente o disturbante, oppure in contrasto con le nostre aspettative, occorre tener presente che siamo al cospetto di una fase meramente transitoria» (Leo Buscaglia, Amore, 1972); «Vi è qualcosa di orribilmente disturbante nella forma umana quando è simulata da creature non di origine simile» (Frank Belknap Long, I segugi di Tindalos, 1946 ma tradotto in Italia nel 1979).

Ancora dal 1993 arrivano due esempi illuminanti. «L’adolescente tentava di disfarsi a tutti i costi di un’infanzia disturbante nel suo prolungarsi, di cui si vergognava» (Giorgio Abraham, Le età della vita, 1993); «Uno stimolo di intensità elevata e disturbante produce una reazione di trasalimento, con una persistente ed accentuata accelerazione della frequenza cardiaca» (Luigia Camaioni, Manuale di psicologia dello sviluppo, 1993).

Quest’ultimo esempio non sembra scritto apposta per il cinema horror, i cui lanci pubblicitari amano usare la parola disturbante?

~

Stuzzicato da Evit stesso, sono andato a spulciare anche sui quotidiani (in particolare “La Stampa”, da cui sono tratte le citazioni che seguono), detentori se non della grammatica italiana almeno del linguaggio popolare. E il discorso è identico: la parola è usata senza problemi, al di là della sua “nascita”.

«Fra noi, persone più vicine a quella che diciamo civiltà, […] il pensiero di morire è un pensiero noioso, disturbante, indelicato.»
16 gennaio 1909

«La congiunzione del Sole con Mercurio apporterà un elemento disturbante sulle facoltà mentali.»
7 febbraio 1942

«È già disturbante che i personaggi siano “il marchese”, “la marchesa” e “lo studente”…»
2 settembre 1970

«Non ha risposte che non siano nel suo disturbante teatro su cui i critici offrono più stima che lodi»
17 aprile 1979

Mi sento di dire che “disturbante” è una parola della lingua italiana, almeno dal Novecento…

~

In conclusione, non discuto sull’errore di traduzione, ma rivendico come “italiana” – oltre che di largo uso – l’accezione morale della parola disturbante, per indicare quella sensazione che si prova di fronte a qualcosa di non piacevole. Qualcosa che disturba.

Per questo chiudo con uno splendido passaggio di Aldo Carotenuto dal suo La chiamata del daimon (1989):

«Se riteniamo che la psiche abbia bisogno di convivere e di relazionarsi con le sue fratture, con i suoi fallimenti, con le sue parti malate, l’inorgoglirsi dell’Io che, dopo una fase prolungata di stabilità, crede di aver ucciso e seppellito il suo alter ego disturbante, fa riapparire quest’ultimo con nuova e maggiore forza.»

Forse è proprio questo che indica la parola disturbante: quella parte di noi che cerchiamo sempre di uccidere e seppellire ma che regolarmente riappare…

L.

– Ultimi post simili:

 
23 commenti

Pubblicato da su giugno 5, 2017 in Indagini

 

[Pulp] La mummia verde (3) di Fergus Hume

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Terzo appuntamento con il romanzo The Green Mummy (1908) di Fergus Hume (1859-1932), apparso unicamente a puntate in italiano cent’anni fa – sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 – con il titolo Chi è l’assassino? e mai più riapparso finora.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!


Chi è l’assassino?

V.
Mistero

Al grido straziante di Anna seguì un silenzio profondo. La funebre scoperta aveva atterrito agli astanti. Cerea in viso, Lucia erasi appoggiata al braccio di Riccardo per non cedere. Questi fissava, inebetito, cogli occhi dilatati il cadavere; il solo professore non dava segno di commozione; egli appariva semplicemente seccato. Cacatua, immobile ed indifferente al fianco della cassa, guardava stupito ora gli astanti, ora il morto: un selvaggio, non poteva certo dimostrare la stessa sensibilità nervosa di un uomo civile. Braddock fu il primo a riprender l’uso della parola. Nel suo egoismo di scienziato e di monomane, gli salì alle labbra la domanda:
— Dov’è la mummia di Inca Casas?
a vedova Anna, che si lamentava prostrata al suolo, nel suo tragico dolore, urlò:
— Cerca la mummia! L’assassino!… E’ lui che ha ucciso il mio povero ragazzo!
— Che cosa bestemmia costei? — domandò il dottore con voce ruvida, cogli occhi fissi sul morto. — Ho ucciso il vostro figliuolo?… Come avrei potuto farlo?… Quale vantaggio me ne sarebbe derivato?
— Dio lo sa! Dio lo sa!… E lo sapete anche voi!… — sospirò la povera donna.
— Signora Bolton, voi delirate! — esclamò Hope, abbassandosi per sollevarla. — Andate via da questo triste luogo. Verrà Lucia con voi…
Ma la vedova non volle intendere consiglio. Lucia, incapace a resistere più a lungo alla scena macabra, si allontanò ad un cenno cortese di Hope.
— Il mio figliuolo è morto! Il mio Syd è morto! E’ nella cassa, tagliato a pezzi!
— Non dite corbellerie! Io non vedo nessuna ferita! — gridò il professore, esasperato.
La vedova balzò vicino alla cassa quasi in un impeto di collera feroce:
— Sì, sì, l’hanno assassinato — gridò — lasciatemi cercare dove hanno straziate le sue carni…
Ma Riccardo fu pronto a trattenerla. — Voi non potete toccarla! Dobbiamo attendere la polizia!
— La Polizia? Già la Polizia! — mormorò Braddock. — Avete perfettamente ragione, Riccardo, bisogna mandare a Pierside per denunziare il furto della mummia verde…
— Per annunziare l’assassinio di mio figlio, piuttosto!… Assassinato da voi, vecchio maledetto! Se non l’aveste mandato sin laggiù, a casa del diavolo, non sarebbe finito così… Ma la giustizia vi impiccherà, non dubitate, vecchio malvagio!
A Braddock venne meno la poca calma rimastagli e afferrato per un braccio Cacatua, si gettò contro la vedova e Riccardo, spingendoli fuori dalla sala di cui rinchiuse tosto la porta a chiave.
— Voi, Riccardo, siete stato testimone che il cadavere non è stato toccato nè rimosso. Voi siete stato presente all’apertura della cassa, avete veduto che un cadavere privo di valore scientifico è stato sostituito alla mummia preziosa… E con tutto ciò questa strega d’inferno osa…
Riccardo tentò di placarlo. — Basta, basta, non dite così! Questa povera donna è soprafatta dal dolore, non sa quel che si dica. Andrò a chiamare la polizia a….
— No, può andare Cacatua a Pierside per chiamare l’ispettore. Il delegato e voi terrete la chiave del museo; voi e la polizia sarete in tal modo sicuri che il corpo non è stato toccato. E voi, Anna, andatevene a casa, e non mettete più piede qui se non per farmi le scuse delle parole che mi avete rivolto…
La vedova, venuto meno il primo impulso collerico e disperato, stavasene accasciata e tremante su di una seggiola.
— Devo rimanere accanto al mio ragazzo! — supplicava la vedova, sfatta dal dolore. — Professore… non era mia intenzione dirvi…
— Basta, andatevene, vi ho detto! — gridò Braddock, battendo furiosamente i piedi al suolo.
— Venite con me, Anna — invitò Lucia, riavutasi alquanto. — Venite nella mia camera. Vi darò qualche cordiale. E voi, babbo, non parlatele in tal guisa; dovreste comprendere…
— Conducetela via, ripeto! Che se ne vada, che se ne vada! Non basta aver perduto la mummia ed un buon assistente?… una mummia di un infinito valore storico ed archeologico! Debbo anche sopportare gli insulti di quella vecchia isterica!
E col pugno stretto minacciò il cielo, la vedova, Riccardo e perfino il fido Cacatua.
Lucia, visto che avrebbe perduto tempo e parole, senza frapporre indugio trascinò la vecchia singhiozzante al piano superiore. Attratte dal rumore, le persone di servizio erano accorse, e la loro vista contribuì ad accrescere la collera del professore, il quale si avanzò verso di loro gridando come un ossesso.
— In cucina, in cucina, vi dico!
— Ma se è accaduta qualche disgrazia… — obbiettò timidamente il giardiniere.
— Tutto è disgrazia in questa casa d’inferno oggi! La mummia non c’è più; Bolton è stato ucciso; la Polizia arriva!…
E il dott. Braddock uscì precipitosamente nella via. Qualche istante dopo si imbattè nel medico condotto del paese.
— Dottore, dottore, venite subito! Ho bisogno di voi! Fate presto!… Fate presto, avete capito? dottore!…
Il medico, che giudicava il professore come un originale, si avvicinò con calma, sorridendo.
— Che bisogno avete di me? Vi minaccia forse un insetto apoplettico? L’inquietarsi non giova, professore. — E colla mano gli battè amichevolmente sulla spalla per calmarlo. — Siete già abbastanza acceso in viso: se poi stimolate l’afflusso di sangue al cervello…
— Robinson voi siete pazzo! Voi non comprendete mai nulla. Io sto perfettamente bene, per vostra norma!
— Allora è forse la signorina Kendal?…
— Sta bene anche la signorina Kendal. E’ Bolton che…
— E’ finalmente ritornato colla vostra mummia?
— La mummia? — gridò Braddock, pestando i piedi al suolo. — La mummia non è arrivata!
— Ciò mi sorprende.
— Posso sorprendervi in misura assai maggiore! Venite! — Ed il professore afferrato il medico con violenza pel braccio, lo trasse nell’interno della casa.
— Adagio, adagio, se non vi dispiace. — disse il medico, che incominciava sinceramente a dubitare che lo studio eccessivo avesse alterate le facoltà mentali dello scienziato. — Ebbene, che dicevate di Bolton?
— Dicevo che è morto!
— Morto!
— Assassinato, a quanto pare. Nella cassa, abbiamo trovato lui in luogo della mummia. Andiamo a vedere. Ma no! — In così dire il professore respinse il medico colla stessa violenza di poc’anzi. — Dobbiamo aspettare la polizia. E’ necessario che tutti sappiano che il corpo non è stato toccato. Ho mandato a chiamare l’ispettore di Pierside. Ed ora avrò un’infinità di fastidi, di seccature ed il mio lavoro subirà un gravissimo ritardo per colpa di questo stupido Bolton che mi giunge qui assassinato!
— Vi sarete forse ingannato!… — azzardò il medico.
— Ingannato? Ingannato? Andate a vedere se mi sono ingannato?
— Da chi è stato assassinato?
— Ditemelo voi se lo sapete!
— In qual modo almeno è stato assassinato? Con armi da fuoco, da taglio o…
— Non lo so… non lo so!… Auff, che seccatura! Perdere Bolton, un assistente modello!… Non so davvero come potrò fare senza di lui!… Sua madre è stata qui ed ha fatto un chiasso infernale!…
— Non potete muovergliene rimprovero, alla fin fine… Bolton era il suo unico figliuolo.
— Io non contesto il loro rapporto di parentele, che il diavolo vi porti! Essa per altro non avrebbe dovuto mai… Ah! — D’un balzo il professore fu sull’uscio. — Ecco qui Hope, col delegato Painter! Entrate, entrate! Il medico è già qui. Riccardo, voi avete la chiave; voi signor Painter, vedrete che il signor Hope ha la chiave. Aprite la porta, apritela presto e vediamo che pasticcio è questo orrendo delitto…
— Delitto! — chiese il delegato, il quale aveva già appreso da Hope di che cosa si trattava e desiderava ora conoscere che cosa ne pensasse il professore.
— Sì, delitto! Delitto! Ma non sapete che ho perduto la mia mummia?
— Io pensavo all’assassinato…
— Come volete! Certo Bolton sarà stato assassinato; non credo che da solo sarebbe riuscito ad uccidersi ed a imballarsi nella cassa! Ma io mi preoccupo della mummia, signor Painter. Pensate che si tratta di una mummia — ammesso che sappiate che cosa questa parola significa — di una mummia che mi è costata novecento sterline!… Entriamo dunque: non perdiamo il tempo in discorsi inutili; la porta è aperta. Ho mandato Cacatua ad avvisare l’ispettore di Pierside. Sarà qui a minuti. Nel frattempo voi dottore, potete esaminare il corpo, e voi, Painter, potete dirmi che cosa pensate del furto della mummia.
— L’assassino ha rubato la mummia ed ha sostituito nella cassa il corpo della vittima, — disse Riccardo, mentre entravano nel museo.
— Questo lo sappiamo tutti! — replicò Braddock in tono di scherno. — Noi abbiamo bisogno di conoscere il nome dell’assassino per vendicare Bolton e rientrare in possesso della mummia… Quale perdita! Quasi mille sterline!
Riccardo si trattenne dall’obbiettare che in realtà le mille sterline le aveva perdute lui: il rilievo in quell’istante non avrebbe giovato a nulla. Il delegato Painter, un uomo giovane d’età e di limitata intelligenza, osservava frattanto la cassa ed il morto. La cassa, di grandi dimensioni, robusta, in legno di teak, ne conteneva un’altra di stagno, la quale doveva essere stata chiusa a fuoco. L’individuo ignoto che aveva estratto la mummia per sostituirla col corpo dell’ucciso, aveva inciso e rotto con uno strumento tagliente i punti di saldatura. Nell’interno della seconda cassa giaceva disteso il cadavere, sopra un denso strato di paglia. Il viso era olivastro, gli occhi dilatati e fissi. Il medico fece passare la sua mano sotto la testa, e trattenendo a stento un’esclamazione di sorpresa, si affrettò a snodare il fazzoletto di lana che avvolgeva il collo del morto. Una cordicella rossa, simile a quelle che si adoperano per le tende delle finestre, serrava la gola del cadavere.
— L’hanno strangolato! — esclamò il dottore. — Guardate, l’assassino ha lasciato la corda, e l’ha nascosta, sovrapponendovi il fazzoletto del povero Bolton!
— Come potete sapere che sia di Bolton? — interrogò il delegato.
— Questo fazzoletto gli è stato regalato dalla madre sua prima della partenza. Me l’ha mostrato la vedova stessa…
— Quando Bolton ha fatto ritorno? — domandò ancora Painter.
— Ieri, nel pomeriggio, verso le quattro, — rispose Braddock.
— Lo stato del corpo dimostra che è stato ucciso questa notte… Se permettete, — Painter esaminò il cadavere.
Ma il delegato crollò il capo. — Credo sia bene attendere l’arrivo dell’ispettore. Povero Syd! Chi mai l’avrà ucciso?…

V.
L’inchiesta

Il mattino successivo il piccolo villaggio di Gortley aveva acquistato di buon dritto un posticino nella storia. La notizia del fatto straordinario si propalò, si divulgò con la rapidità del baleno. Tutti seppero che una mummia di grande valore, diretta all’insigne scienziato Braddock, era stata trafugata e che al suo posto, nella cassa che la conteneva era stato rinvenuto il cadavere di Bolton, l’assistente dello scienziato. Le tenebre più fitte avvolgevano il furto e l’assassino.
L’ispettore Dale era frattanto giunto al Palazzo delle Piramidi; qualche ora dopo erano arrivati gli agenti privati che il professore stesso aveva chiamato da Londra; ma nessuno aveva saputo scoprire il menomo indizio atto ad illuminare il misterioso delitto.
I giornali dedicavano colonne e colonne, coi più ampi particolari dell’avvenimento.
Ecco per sommi capi le notizie ch’erano date in pascolo all’avida curiosità del pubblico:
Il vapore Diver, al comando di Giorgio Harvey, si ormeggiava verso le ore quattro del pomeriggio di mercoledì al molo di Pierside e circa due ore dopo ne sbarcava Sidney Bolton, con una cassa contenente una mummia verde di grande valore scientifico. Non potendo quella sera stessa, a cagione dell’ora tarda, trasportare la cassa al Palazzo delle Piramidi, Bolton l’aveva fatta collocare in una camera della locanda del «Marinaio», che si trova a pochissima distanza dal molo e di fama piuttosto equivoca, e nella stessa locanda aveva Bolton preso alloggio. Il trattore ed una cameriera della locanda l’avevano visto per l’ultima volta verso le otto, ora in cui, dopo aver sostato un istante per bere una piccola tazza di birra, erasi ritirato per riposarsi. In tale frattempo aveva anche lasciato istruzioni — istruzioni udite anche dalla cameriera — per l’invio al mattino seguente della cassa al professore Braddock al Palazzo delle Piramidi in Gartley. Bolton aveva lasciato comprendere che avrebbe potuto abbandonare la locanda di buon mattino per precedere la cassa a destinazione e per avvisare il professore, naturalmente ansioso, che la preziosa mummia era arrivata felicemente. Egli aveva pagato il piccolo conto, lasciando il denaro occorrente per il trasporto della cassa sino a Breford per fiume e da Breford alle Piramidi su di un carro. Durante il discorso non aveva tradito agitazione nè lasciato intravvedere che meditasse un suicidio; anzi erasi dimostrato perfettamente tranquillo e veramente contento di essere giunto in Inghilterra.
Alle undici del mattino seguente, dopo aver ripetutamente bussato senza ottenere risposta, il trattore era entrato nella camera, che aveva trovato vuota, segno evidente che Bolton, a seconda di quanto aveva detto, doveva essere uscito di buon mattino per precedere la cassa. Il trattore aveva però osservato, con un certo stupore, che il letto appariva intatto. Seguendo le istruzioni ricevute, aveva poi consegnata la cassaad una persona di fiducia per il trasporto a Gartley. La cassa, aperta, aveva rivelato agli occhi attoniti del professore Braddock il cadavere di Bolton, il suo assistente, già rigido e con una cordicella rossa avvolta strettamente al collo. Subito — così dicevano i giornali — il professore aveva avvertito la polizia e chiamato per coadiuvarla nella ricerca del colpevole, alcuni dei migliori agenti privati di Londra. Nessun risultato, nessun indizio, non ostante le ricerche assidue e l’abilità ben nota delle persone cui era affidata la soluzione dell’enigma, erasi ancora potuto ottenere..
Il fatto naturalmente venne discusso, analizzato e tutti furono d’avviso che l’incapacità di cui la polizia e gli altri agenti davano prova in tale circostanza era davvero inesplicabile. Ed in realtà non riusciva troppo facile comprendere come l’assassino avesse potuto uccidere Bolton, rimuovere la mummia dalla cassa, collocare in questa il corpo della vittima, fare insomma tutto questo po’ po’ di roba in una locanda in cui, al momento del misfatto, si trovava una dozzina di passeggieri, senza lasciar traccie, nè essere notato da alcuno. Meno facile ancora era l’ammettere come il delinquente avesse potuto fuggire con un oggetto di forma tanto singolare e facilmente rimarcabile qual’era una mummia avvolta in bende verdi, fatte di «Mamas» del Perù. Se l’individuo aveva derubato ed ucciso per ricavare un profitto pecuniario dalla mummia sarebbe stato indubbiamente arrestato al primo tentativo di venderla; se poi l’anima della faccenda era qualche arrabbiato archeologo, questi non avrebbe certo potuto venirne in possesso clandestinamente, ad insaputa della Loggia. Tale possesso lo avrebbe indubbiamente esposto, in un periodo di tempo più o meno breve, all’arresto. E mentre i giornali commentavano ed i lettori discutevano, il ladro ed il bottino eransi dileguati, senza lasciare traccia, come per effetto di magia. La curiosità era stimolata a tal punto che una rivista settimanale aveva creduto opportuno di presentarsi in soccorso della polizia, offrendo una palazzina nel centro di Londra, in regalo a chi avesse saputo trovare pel primo la soluzione del mistero. Il numero dei poliziotti dilettanti pertanto si accrebbe, si moltiplicò , divenne legione.
Riccardo era dolente dell’accaduto; gli spiaceva la fine miseranda incontrata da Bolton e gli spiaceva la perdita delle mille sterline. Il furto della mummia veniva improvvisamente ad annullare il beneficio che da quel prestito egli si era ripromesso. Ma più dolente e furioso di lui era il professore. La mancanza di denaro gli impediva di promettere un premio a chi lo avesse aiutato nella ricerca della preziosa mummia verde e ciò lo accasciava al massimo grado. Riccardo, cui il professore erasi rivolto per avere la somma necessaria, aveva opposto un reciso rifiuto.
L’ispettore Date, annuendo alle preghiere della vedova Anna, aveva fatto trasportare il corpo di Bolton in casa della madre, ove venne poi nella giornata seguente esaminato dai magistrati incaricati dell’inchiesta, raccoltisi, per la circostanza, in una delle sale della locanda del Marinaio.
Il Coroner, un vecchio magistrato ambizioso e bilioso, mostrava ai dodici giurati che lo circondavano il piano della locanda, richiamando la loro attenzione sul fatto che la camera occupata dal defunto, trovavasi a pian terreno e che guardava sul molo, a pochi passi dal fiume.
— Voi vedete, o signori, che la difficoltà per l’assassino di fuggire colla mummia non è poi tale come è stata presupposta. Egli ha dovuto semplicemente aprire la finestra, porgere la mummia al complice che probabilmente trovavasi lì presso, nascosto dall’ombra della notte. Avrà poi, senza alcun dubbio, deposto il bottino in una barca già predisposta vicino al molo, trasportandolo quindi col favore delle tenebre in luogo sicuro.
L’ispettore Date, un uomo alto, magro, dall’espressione severa, obbiettò che non eravi indizio alcuno dell’esistenza d’un complice. — Ciò che voi date come certo può veramente corrispondere alla realtà, ma noi non possiamo accettare la vostra ipotesi, ipotesi che si basa su disposizioni di luogo che non si collegano finora coll’operato dell’assassino.
— Non era mio intendimento dare all’ipotesi un carattere affermativo, signor ispettore Date, e, d’altra parte, contraddicendomi, voi ci fate perdere un tempo prezioso. Se avete qualche osservazione a fare, fatela pure, ma suffragandola con prove… se pur ne avete.
— Non credo che neppur voi possiate disporre di testimonianze che vi permettano di stabilire l’identità del colpevole, — rispose in tono glaciale l’ispettore, ben deciso a non cedere ai modi altezzosi del Coroner.
— L’assassino è scomparso e non solo nessuno sa nulla di lui, ma nessuno ha potuto darsi ragione della chiusura del cadavere del giovane Bolton nella cassa.
— La ragione è ovvia! L’assassino aveva bisogno della mummia.
— Perché?
— Il perché lo troveremo.
— Va bene. Ora vorremmo sapere perché l’assassino ha strangolato il povero Bolton.
— Noi conosciamo questa ragione; dobbiamo per altro stabilire il motivo per cui l’assassino ha rubato la mummia; e mi permetto di farvi notare, signor ispettore, che sino a questo momento non si sa neppure il sesso dell’assassino. Potrebbe essere una donna…
Il professor Braddock, il quale stavasene seduto in un angolo ed era d’umore più irascibile del solito, si alzò per contraddire.
— Non vi è proprio nessuna ragione di credere che si tratti di una donna!
— Voi, signore, non siete stato interrogato! Osservo pertanto che l’ispettore Date non ha testimonianze da produrre.
Date si fece di fuoco. Egli ed il Coroner erano acerrimi nemici e non si risparmiavano certo quando le circostanze li mettevano di fronte. Ma quel giorno Date volle moderarsi per tema di qualche pettegolezzo sui giornali a suo danno e, pronunciate poche parole di risposta, chiamò il professore, il quale fece in modo ruvido e sollecito la deposizione voluta. Disse come egli sembrasse ridicolo, superfluo tanto affaccendarsi a discutere sul corpo di Bolton dal momento che non era ancora stata ritrovata la mummia; e soggiunse che, per altro, poiché sperava che la scoperta dell’assassino avrebbe potuto condurre alla scoperta anche della mummia, acconsentiva a rispondere alle domande che il Coroner avesse creduto opportuno di rivolgergli.
In complesso il professore aveva ben poco da dire. Parlò dell’avviso pubblicato su alcuni giornali stranieri, secondo il quale una mummia avvolta in bende verdi era posta in vendita a Malta e riferì sull’invio del suo assistente colà per comprarla e trasportarla a casa sua Ciò che era regolarmente fatto, sino all’arrivo dell’assistente a Pierside. Il resto ognuno lo sapeva, per il tramite dei giornali.
— Ed alla stampa non dò punto ragione! — concluse Braddock.
— Che cosa volete dire con ciò? — chiese subito il coroner.
— Voglio dire che questi giornali, colla notorietà data all’affare dai loro pettegolezzi, non fanno che mettere in guardia l’assassino.
— Perchè non l’assassina?
— Assurdità! Assurdità! La mia mummia non è stata rubata da una donna. Che diavolo volete che una donna se ne faccia della mia mummia?
— Professore, vi prego di usar modi più cortesi.
— Quando però mi farete delle domande più sensate, avvocato.
— Il morto aveva nemici?
— No, non ne aveva; non era celebre, nè ricco, nè intelligente abbastanza per suscitare l’invidia o l’odio di chicchessia. Era semplicemente un buon ragazzo attivo che mi serviva a meraviglia. Sua mamma è una lavandaia del villaggio ed il ragazzo era solito portare ogni settimana la biancheria a casa mia. Avendo notato le sue buone disposizioni, l’avevo preso alle mie dipendenze, insegnandogli a collaborare ai miei lavori.
— Lavori archeologici?
— Lavori archeologici, se vi piace. Ma non fate domande inopportune!
— Siate più rispettoso, professore — ripetè il coroner, accendendosi in viso. — Sapreste indicare il nome di qualche persona che avrebbe potuto desiderare di entrare in possesso della mummia?
— Potrei fare il nome di una dozzina di scienziati i quali potevano desiderare al pari di me di venire in possesso della mummia verde. Ad esempio…
— Corbellerie! Corbellerie, professore! — Uomini dello stampo di quelli cui accennate non commetterebbero mai un assassinio o un atto qualsiasi in opposizione alla legge per impadronirsi di una mummia.
— Io non vi ho detto di ritenerli capaci di uccidere. Voi mi avete chiesto il nome di chi avrebbe potuto desiderare di possedere la mummia ed io ho risposto a tenore della vostra domanda.
— La mummia portava qualche gioiello che potesse eccitare la cupidigia di qualcuno?
— Come volete ch’io possa saperlo? La mummia non l’ho mai veduta. I gioielli eventualmente col corpo della mummia dovrebbero trovarsi nelle bende.
— Non avete altro da dire che possa gettare un poco di luce sul mistero?
— No. Bolton, a norma delle istruzioni ricevute avrebbe dovuto far trasportare la cassa sotto la sua sorveglianza personale alle Piramidi, cosa che non ha fatto. Il perché non lo so.
Finita la deposizione del professore venne chiamato il medico, il quale disse che il defunto era stato strangolato mediante una cordicella rossa, simile a quelle che si adoperano per i cortinaggi delle finestre; e aggiunse che dall’esame del cadavere, egli aveva giudicato che la morte doveva risalire a circa dodici ore prima del momento in cui venne aperta la cassa.
— Periodo di tempo abbastanza lungo! — mormorò il Coroner. — Il corpo presentava delle ferite?
— No; se ve ne fossero state le avreste notate anche voi quando avete osservato il cadavere.
Venne chiamata poscia la vedova Anna. Questa narrò, singhiozzando, delle buone qualità del suo figliuolo, del sogno avuto poche notti prima e finì col chiedere come avrebbe potuto ancora vivere essendole morto l’unico suo figliuolo. Il Coroner rispose che non aveva facoltà di risolvere tale questione e quindi la congedò.
Apparve allora Samuel Quess, il trattore della locanda. Era un uomo grasso, tarchiato, di capelli rossi: lo si sarebbe detto un marinaro, non un locandiere. Ed infatti le prime sue risposte rivelarono subito che egli era stato capitano di mare e che erasi ritirato perché stanco di tale vita randagia. Fece la sua testimonianza in modo rozzo, ma sincero e perfettamente attendibile. Disse press’a poco quello che era apparso sui giornali. Egli si trovava in quella notte nella locanda, insieme alla moglie, ai due bambini ed al personale di servizio. Bolton erasi ritirato in camera, avvertendo che si sarebbe forse alzato presto per recarsi a Gartley e che aveva pagato una sterlina per far trasportare la cassa sino al villaggio. Non avendolo più veduto al mattino successivo, il teste aveva eseguito le istruzioni ricevute, col risultato a tutti noto. Aggiunse inoltre che non sapeva che cosa la cassa contenesse.
— Che cosa avete supposto che contenesse? — chiese il Coroner, prontamente.
— Semplicemente degli indumenti o qualche oggetto speciale comprato all’estero, — rispose il locandiere tranquillamente.
— Ve ne aveva parlato il signor Bolton?
— No, aveva detto semplicemente che giungeva dall’isola di Malta, ch’io conosco assai bene, essendovi spesse volte sbarcato durante la mia carriera di marinaio.
— Non aveva accennato a nemici?
— No.
— Si era dimostrato preoccupato?
— Tutt’altro. Sembrava invece lietissimo di aver riposto piede in patria.
Il Coroner fece parecchie altre domande, seguite da alcune dell’ispettore Date; ma le risposte del testo furono sempre chiare, o per quanto si poteva giudicare, complete.
u chiamata poscia Elisa Flight, la cameriera della locanda, la quale riferì alcune circostanze non ancora dette nè ai giornalisti, nè alla polizia e neppure al suo padrone. Richiesta della ragione di tale silenzio, rispose che aveva taciuto nella speranza che venisse stabilito qualche ricompensa per chi avesse saputo dare qualche indicazione in proposito e che non essendone stata promessa alcuna, era ora ben disposta dire quanto sapeva.
Affermò pertanto che Bolton erasi ritirato verso le otto nella sua camera, che questa guardava sul molo, e che verso le nove, o poco dopo, essendo essa uscita per scambiare qualche parola col suo innamorato, aveva scorto nell’oscurità che la finestra di Bolton era aperta e che questi parlava con una vecchia donna avvolta in uno scialle. Essa non aveva potuto vedere il viso della donna, nè giudicare della sua statura, giacchè aveva fretta d’incontrarsi coll’innamorato.
Di ritorno alla locanda,verso le dieci, la finestra era chiusa e non traspariva alcuna luce. Evidentemente Bolton doveva dormire.
— A dire il vero, — Elisa soggiunse — non ho capito subito l’importanza di questi particolari…
— Li avete esposti nella loro integrità?
— Sì, signore, — rispose con accento sincero la ragazza. — La porta poi…
— Ebbene? La porta…
— Il signor Bolton aveva chiuso l’uscio; questa circostanza mi è nota perchè poco dopo le otto, non sapendo che egli si fosse già ritirato nella sua camera, aveva tentato di entrare per accertarmi se il letto fosse in perfetto ordine. Subito egli mi avvertì che era già a letto. Quella era una bugia, dal momento che verso le nove l’ho visto parlare con una donna dalla finestra.
— Voi, un momento fa, avete detto una vecchia donna, — obbiettò il Coroner. — Come avete potuto dire che fosse vecchia?
— Ma io non ho voluto dire che fosse vecchia nè giovane: ho detto così per dire, — spiegò la giovane candidamente. — La notte era troppo buia per poter giudicare dall’età.
— Sopra la finestra vi è un lampione a gas. Non illuminava a sufficienza?
— Sì, ma io non ho dato, al momento, alcuna importanza al tutto e non vi ho prestato che una insignificante attenzione…
— E dell’uscio sapete dir altro?
— L’uscio, che trovai chiuso poco dopo le otto della sera precedente, l’ho invece trovato aperto al mattino verso le undici, quando entrai, dopo essermi accertata, bussando ben forte, che nella camera non eravi alcuno. Ed allora ho osservato che la persiana della finestra era abbassata e che la finestra era chiusa.
— Cioò si comprende benissimo — spiegò il Coroner. — Il signor Bolton, dopo il suo colloquio con la donna, ha abbassato le persiane ed ha rinchiuso la finestra. Al mattino, uscendo ha aperto l’uscio.
— Mille scuse, signore, non credo che abbia aperto l’uscio, perchè venne poi rinvenuto cadavere nella cassa…
Il Coroner avrebbe voluto trovarsi cento piedi sotto terra. Un risolino maligno era apparso sul labbro dell’ispettore.
— Non lui, ma bensì l’assassino ha aperto la porta — si corresse il Coroner a denti stretti.
— Non so quando avrebbe potuto far ciò — obbiettò Elisa. — Alle sei del mattino ero già alzata e l’entrata, sia quella anteriore che quella posteriore della locanda, era chiusa. Erano alzati anche i padroni e le persone di servizio, ed ognuno accudiva alle proprie faccende nei varii locali. Come avrebbe l’assassino potuto uscire senza essere scorto da qualcuno di noi?
La giovane Elisa Flight venne poi chiamata una seconda volta per farle dire se riconoscesse nella vedova Anna la donna avvolta in uno scialle, da lei osservata in colloquio con Bolton; ma la sua risposta fu negativa. D’altra parte la vedova aveva già dimostrato, mercè la testimonianza di tre suoi conoscenti, che nella notte del delitto essa si era coscienziosamente ubbriacata in casa propria, e che si sarebbe pertanto trovata nella assoluta impossibilità materiale di recarsi colle proprie gambe in un luogo qualsiasi.
La Commissione d’inchiesta finì col rinunciare per il momento a sciogliere la questione, potendo semplicemente provare che la cordicella con cui Bolton era stato strangolato era stata strappata ai cortinaggi della camera stessa in cui era avvenuto l’assassinio.
— Ebbene, che dobbiamo fare, ora? — chiese Riccardo al professore, uscendo dalla locanda.
— Ve lo dirò quando avrò parlato con Random.

L.

– Ultimi post simili:

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 2, 2017 in Pulp

 

I miei anni ’80: gli anni Etruschi!

Rispondo alla chiamata di Ivano Landi, come già fatto da Cassidy, e partecipo anch’io all’iniziativa di MikiMoz: I miei anni ’80.

Ecco le regole base:

  • 1. Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni ’80, in base ai vari macroargomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell’epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! Chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette);
  • 2. Avvisare Moz dell’eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento sul post originario!
  • 3. taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

Cinema

Non so quanto costasse un biglietto del cinema nei primi anni Ottanta, ma di sicuro doveva essere una cifra molto bassa, visto che i miei genitori mi ci portavano a getto continuo. Un buon 80% delle mie richieste di giocattoli riceveva un “no” come risposta – anche perché ero un gargarozzone e chiedevo qualsiasi cosa! – ma non ricordo una sola volta in cui abbia proposto di andare al cinema e abbia ricevuto un rifiuto.

In realtà una volta ci fu, nel 1982 circa. Avevo otto anni e volevo vedere E.T. al cinema, ma mia madre si oppose perché temeva che mi mettessi paura, trattandosi di un mostro alieno. Aveva ragione, mi mettevo paura molto facilmente – durante la puntata dei Visitors in cui si toglievano la pelle avevo vomitato dalla tensione – ma volevo assolutamente vedere il film. Mi lanciai così in una performance da Premio Oscar, interpretando il ruolo del bambino affranto che non conoscerà mai più la felicità nella vita perché gli stavano strappando la gioia di vedere quel film. I miei occhi bassi e il broncio fecero effetto, e così mi portarono a vedere il film: non mi misi paura ma piansi come un rubinetto, nel finale…

Sotto casa avevamo un cinema parrocchiale che censurava i film ma evidentemente costava poco. La sala era gigantesca – per fortuna la malattia dei multisala era ancora lontana – non esistevano tonnellate di divieti e in sala vigeva l’anarchia più totale. Immaginatevi una sala popolare con secchiate di ragazzini urlanti, genitori che fumano come turchi, dove tutti mangiano quintali di schifezze durante l’intera durata del film e buttano tutto per terra. Quando uscivi, ti sembrava di tornare da una zona di guerra, e se un bambino cadeva sul pavimento lo lasciavano lì: ripulirlo da quella sporcizia sarebbe stato impossibile…

Film

Prima che in casa nostra entrasse un videoregistratore (nel 1986) non esistevano i film. La RAI ogni tanto faceva qualcosa per sbaglio, ma di solito erano film con Celentano. Sulle reti di Berlusconi invece ci si divertiva di più, e potevi beccare del nudismo gratuito in qualsiasi orario, ma le decine di ore di spot pubblicitari erano qualcosa di insopportabile.
Per i film dunque c’era il cinema. In sala ho visto tutti i film di Bud Spencer e Terence Hill usciti all’epoca, tutti i cartoni animati Disney che beccavo in programmazione, e poi tutto il resto. Da Wargames a Ghostbusters, da Il sommergibile più pazzo del mondo a Fracchia la belva umana (uno dei più grandi capolavori della storia dell’umanità!)

Poi arrivò l’epoca d’oro delle videoteche e mi sono fatto male, ma male davvero. All’inizio in famiglia affittavamo solo film per il weekend (venerdì, sabato e domenica, quindi “solo” tre film) mentre durante la settimana vedevamo telefilm registrati per “andare avanti” la pubblicità, poi ben presto siamo passati ad un film a sera, registrando titoli dai canali del Biscione, che nel frattempo cominciava a comprare cose decenti.
Qualsiasi film sia stato distribuito nelle videoteche italiane dal 1986 è stato da me vagliato, quando non affittato: ero uno scrutatore professionista di videoteche! Nel 1990 avevo in tasca la tessera di ben sei videoteche diverse, sparse per Roma, e non parlo di Blockbuster: parlo di videoteche vere, con titoli che nessun essere umano dovrebbe vedere…

Comics

Non c’era molta scelta: per anni ed anni ho letto fino ad imparare a memoria ogni storia del settimanale “Topolino“. Il primo numero comprato risale all’incirca al 1981, e ho smesso di comprarlo sul finire degli Ottanta. Era la mia pubblicazione di riferimento, anche se non capivo nulla di tutti quegli articoli di calcio.
Nella seconda metà degli Ottanta ho scoperto i “fumettari”, cioè i negozi dell’usato dove costava tutto la metà, e che addirittura accettavano cambi. Scoprii così i fumetti di Geppo, che adoravo, e qualche altro eroe di tempi passati. Ma soprattutto scoprii “Eureka” e le altre riviste con le strisce comiche, che da allora consumai in quantità industriali.
Sin dagli inizi degli Ottanta per casa giravano le antologie di Andy Capp, poi scoprii le Sturmtruppen, riscoprii Nilus (che adoravo sin dalle elementari) e in generale sono sempre stato circondato da abbondanti quintali di strisce comiche, e conservo ancora tutte quelle che sono riuscito a salvare dalle sabbie del tempo.

Nel 1988 circa ho ceduto alla passione paterna per Tex Willer e ho iniziato lunghi anni di letture texiane: nei fumettari ho venduto tutti i miei Topolini per comprare Tex, mentre per Dylan Dog non si poteva: nel 1988-89 Dylan era Dio e la gente vendeva la madre per averlo: figuriamoci se accettavano cambi!
Sul finire degli Ottanta scoprii il Punitore della Marvel, che poi divenne The Punisher, e da allora l’ho amato e letto per molti anni. Solo l’anno scorso mi ha deluso profondamente per com’è stato trattato e mi ci sono allontanato.

I supereroi Marvel non mi sono mai capitati, e quando ne ho provato a leggere qualcuno – trovato a poco nelle ceste dei fumettari – non c’ho capito una mazza. Così ho perso l’imprinting e ancora oggi non mi piacciono.

Giochi

Nei primi anni Ottanta c’erano tanti giochi da tavola, che adoravo, Monopoli in primis, ma soprattutto non c’era ancora il regime di totale ed abissale odio per i giochi da tavola che avrebbe colpito il mondo di lì a poco. Io sono leggenda, perché sono l’ultima persona al mondo ad amare il gioco della Tombola: ogni Natale popolazioni di esseri con i volti contratti dalla forza con cui odiano quel gioco venivano ad ammirarmi stupiti, chiedendosi come potesse esistere una forma di vita che ama la Tombola. Oggi le stesse persone spendono soldi per giocare alla Tombola d’azzardo on line.

Io adoravo il Paroliere, prima che l’intera popolazione mondiale venisse sostituita da odiatori di Paroliere. Poi qualche anno fa orde di persone mi fermavano per strada chiedendomi perché fossi l’unico uomo al mondo a non essere iscritto a Razzle, cioè il Paroliere on line: sono fatto così, io sono leggenda…
Ovviamente oggi tutti quelli che odiano i giochi da tavola dicono di aver amato i giochi da tavola: non credeteci.

Per i pupazzi invece i miei gusti sono decisamente mainstream: Masters of the Universe e Lego come se piovesse, come se non esistesse un domani. Non ho mai accettato altro in regalo per feste o compleanni! Ancora oggi conservo tutti i Masters e i Lego che mi sono passati per le mani.

Da più piccolo giocavo tantissimo con una serie di pupazzetti della Walt Disney (made in 1978) che oggi sono abbastanza da collezionisti, e per fortuna conservo ancora in perfetto stato. Ho passato ore felici con la serie di Pippo Olimpionico, ma quando nel 1983 su Topolino vidi la pubblicità di Skeletor… tutto è cambiato…

Meno fortunata è stata la mia serie di pupazzetti di Goldrake, che oggi sarebbe un gioiello prezioso: giocandoci in giro alla fine li ho persi uno per uno, e mi sono rimasti giusto un paio di personaggi di cui non ricordo neanche il nome! Comunque nei primissimi anni Ottanta ho avuto diversi Goldrake, Jeeg Robot e via dicendo, ma purtroppo li portavo a scuola e li perdevo, standoci malissimo. Da allora non ho mai più perso un solo giocattolo…

Ah, e ho amato fortissimamente i Micronauti: peccato non essere riuscito a conservarne nessuno.

Videogames

Andavo alle elementari quando mio padre portò a casa il Commodore64, quindi parliamo della prima metà degli anni Ottanta. Essendo io leggenda, sono l’unico che usava il computer per programmare, più che per giocare. Adoravo scrivere in Basic: Input, Poke, Goto, che comandi meravigliosi. Tutto il mondo si trasformava in matematica e come Beautiful Mind io ero lì a cogliere il collegamento di ogni cosa…

Poi giocavo anche, ma vista la mia totale incapacità nei giochi mia madre non dovette insistere più di tanto nell’imporre un limite al tempo passato a giocare: mi stufavo molto presto perché perdevo sempre ed era alquanto frustrante. Tra i giochi che più mi hanno portato via tempo c’era Jumpman’s Junior, Dungeon e Bruce Lee. Avevo decine e decine di giochi, copiati in giro, ma questi erano gli unici in cui riuscivo ad arrivare ai livelli alti.

Poi ovviamente il mio cuore era per The Last Ninja 1 e 2, che però era impossibile da giocare per una schiappa come me.
Il primo ed unico videogioco comprato per C64 è stato Predator 2, ma essendo del 1991 è fuori dal discorso…

Non ho mai infilato una sola lira nei videogiochi da bar, sia perché nel mio quartiere erano rari (ce li aveva solo un bar dalla fama non cristallina), sia perché… non ce l’avevo quella lira! (O meglio, la paghetta me la spendevo in altre cose.) E poi tanto avrei perso in due secondi, sarebbe stato solo uno spreco di soldi.

Televisione

Non ho mai conosciuto qualcuno che da ragazzino avesse delle regole riguardo alla TV, cioè orari in cui guardarla per evitare di diventarne drogato. Comunque io avevo questi orari, ma non mi sono mai pesati: sono riuscito lo stesso a guardarmi tonnellate di tutto!

I miei ricordi più vecchi e più cari sono quando vedevo Jeeg Robot con mia madre, che si appassionava alla trama. Poi c’è stato il periodo in cui su TVR Voxson alle 19 c’era in rapida sequenza Lupin III e la serie L’incredibile Hulk, che duravano circa dieci ore l’uno perché non esisteva ancora la regolamentazione degli spot pubblicitari. Durante Lupin III, cartone dalla durata di circa 20 minuti, passavano decine di spot pubblicitari sempre dannatamente identici: Pellicce Annabella, «È Pallini un gran mistrà», Vecchia Romagna sigillo nero, Crystal Ball e tanti altri. Ricordo molto più gli spot che gli episodi della prima stagione di Lupin, in cui non ci capivo niente: anche perché ogni cinque minuti c’era un’interruzione. (Perché Margot ora la chiamano Fujiko? Le TV non stavano certo attenti alla continuity…)

Crescendo ho visto ogni cartone animato trasmesso in TV fino almeno alla seconda metà degli anni Ottanta: da Goldrake a Candy Candy, da Trider G7 a Georgie. Non ero tra quelli che volevano solo “roba da maschi”, io volevo TUTTO. Che parlassero di immigrati in Australia, di turbamenti d’amore, di spietati college femminili, di tennis o di golf, io vedevo tutto: perché già allora sentivo che la narrativa non aveva confini, e che una buona storia è una buona storia, qualunque siano i protagonisti.

Poi arrivò l’epoca dei telefilm, e anche qui ho fatto il botto. Non ricordo molto dei primi anni Ottanta – se non milioni di episodi di Perry Mason – ma di sicuro con l’arrivo del videoregistratore in casa nel 1986 iniziammo a registrare la serie TV durante il giorno per poi vederle di sera. Essendo in tre a decidere, alla fine ci siamo assestati su certi titoli famosi: Starsky & Hutch, Simon & Simon e Riptide li abbiamo visti fino alla nausea, mentre per le sit-com abbiamo imparato a memoria I Jefferson, Casa Keaton e poco altro.

La televisione in casa mia non è mai stata sintonizzata su un gioco a premi, con la curiosa eccezione di “BIS” di Mike Bongiorno, il gioco dei rebus di cui avevo anche la versione da tavola! Rimane un mistero il perché di questa eccezione…
Avevo circa 9 anni quando mia madre subì un’operazione seria e per un certo periodo sono stato solo a casa con mia nonna, che in pratica era un’estranea per me. Lei mi fece conoscere “Il pranzo è servito” condotto da Corrado, che credo d’aver trovato divertente, ma è stata una breve parentesi: non ho mai più seguito alcun gioco, né altro prodotto di intrattenimento televisivo.

Per finire, nei primi anni Ottanta esattamente come ogni altro mio coeataneo la domenica era il giorno dedicato al nostro dio: un dio chiamato “Drive-In“. Per anni e anni il lunedì a scuola si ripetevano gli sketch dei comici preferiti e si commentavano le curve di Carmen Russo. Mi si dice che i bambini non pensano alle femminucce: io e i miei compagni di elementari ci pensavamo eccome. Magari non avevamo ben chiaro cosa fare, ma che volevamo fare qualcosa era assolutamente sicuro. E le ballerine di “Drive-In” ce lo ricordavano ogni settimana…

Cibo

Mai interessato minimamente al cibo. Il mio cuore batteva per le Fiesta, ma quelle vere: quelle con il liquore Strega dentro.

Adoravo le merendine Montebovi ma avrei mangiato del cioccolato anche in testa a un lebbroso. Ricordo quant’era buono lo yogurt al malto, che finiti gli anni Ottanta non ho più ritrovato. (Quello che oggi viene spacciato per tale non gli assomiglia neanche alla lontana.)

Non ho mai guardato quello che c’era nel piatto, mangiavo e basta quindi non ho altro da dire sul cibo.

Libri

Da bambino non mi piaceva leggere, così i miei dovevano impormelo. Perché sapevano che potevo anche scalciare, ma poi iniziato a leggere mi appassionavo e mi piaceva tantissimo. Avevo casa piena di libri per l’infanzia com’erano concepiti all’epoca: cioè ottimi libri per qualsiasi età, non le stupidate per ragazzini.

Erano libri in cui si moriva e si uccideva, in cui c’era il male senza veli. Negli anni Ottanta si consideravano opere l’infanzia “Incompreso” (Misunderstood, 1869) di Florence Montgomery, cioè la lenta agonia mortale di un bambino davanti all’indifferenza del padre; “I ragazzi della Via Paal” (A Pal utcai fiuk, 1906) di Ferenc Molnár, la lenta agonia mortale di un bambino vittime delle guerre di bande; “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues, 1929) di Erich Maria Remarque, la lenta morte di un giovane in trincea. Quando ho conosciuto le avventure di Jules Verne ho tirato un sospiro di sollievo, perché non moriva nessuno!

Tranne Verne, che mi piaceva tantissimo ma non mi commuoveva, ad ogni fine di romanzo piangevo a dirotto, anche con “Il fantasma di Canterville” (The Canterville Ghost, 1887) di Oscar Wilde, un autore che sapeva straziarti il cuore come pochi. Tecnicamente il fantasma era già morto, ma dopo aver risolto le sue questioni l’happy ending arrivava quando finalmente poteva abbandonare la sua forma di fantasma… e in pratica era come se morisse!

La noia mortale invece arrivava dai punti più inaspettati. Senza saperlo già da bambino frequentavo le novelization – romanzi tratti da film – e ricordo la bruttezza epica di “E.T.” di William Kotzwinkle e la noia mortale di “Starman” di Alan Dean Foster.

C’era però anche la saggistica, che ho sempre amanto sin da bambino. Erano anni in cui le arti marziali spopolavano in ogni dove, ma non le stupide bambinate con le tartarughe: le arti marziali vere.
Nella metà degli anni Ottanta avevo sul comodino, fissi, la biografia di Bruce Lee di Alex Ben Block – la prima scritta, la prima a non avallare tesi mistico-leggendarie ma addirittura a presentare il referto medico dell’autopsia – e “Ninja: l’arte dell’invisibilità” (1986) di Bruno Abietti, perché già a 12 anni ero fuori di testa per i ninja. (Quelli veri.)

Shopping

Mai comprato un solo capo di vestiario negli anni Ottanta. Credo che la prima volta che ho speso dei soldi miei per qualcosa da indossare sia stato nel 1995, quando mi serviva un giaccone nuovo perché andavo a lavoro in motorino e faceva un freddo dannato con la giacca a vento vecchia di vent’anni!

Ricordo dell’epoca

L’Etrusco nel 1982

Anno 1982. L’Etrusco a 8 anni già digita al computer un saggio! (Uno studio sulla pesca dei granchi sugli scogli, attività estiva per la quale andavo pazzo! Tranquilli, non ho mai ucciso volutamente un granchio: li catturavo col retino, li guardavo nel secchiello e poi li liberavo.)
Il computer è un terminale di videoscrittura MDT, un sarcofago del peso di una tonnellata del tutto privo di memoria interna: si scriveva salvando direttamente su floppy disk da 5 pollici, e se andava via la corrente perdevi tutto. Aveva uno schermo minuscolo (andando a memoria, mi sa che erano tipo 10 pollici) ma all’epoca era l’ultima frontiera dell’editoria. Su una macchina come quella, nel 1989 circa, ho imparato a digitare a dieci dita. Vista la mole sconfinata di testi che ho digitato da allora, è stata un’idea azzeccata!

L.

 
14 commenti

Pubblicato da su maggio 31, 2017 in Uncategorized

 
 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: