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Marcello Simoni e i monaci senza nome

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Intervista a Marcello Simoni
(2013)

È arrivato in questi giorni in libreria L’isola dei monaci senza nome, il punto d’arrivo della saga del Rex Deus iniziata in digitale grazie ad una coraggiosa iniziativa Newton Compton. Ne parliamo con l’autore, quel Marcello Simoni che da anni presenta ai suoi lettori romanzi storici di grandissimo successo.

Sii onesto, quando è uscito in libreria “Il mercante dei libri maledetti” ti aspettavi un successo simile e duraturo, esteso anche agli altri tuoi romanzi?

Impossibile aspettarsi una cosa del genere. Il successo tuttavia non si qualifica soltanto in termini di copie vendute, ma anche per l’esperienza acquisita in così breve tempo. Lavorare sodo fa bene, specie se permette di coltivare le proprie passioni.

Durante le tue numerose presentazioni, in giro per l’Italia, c’è qualcosa che il tuo pubblico dà prova di apprezzare particolarmente dei tuoi libri? E soprattutto, ti piace girare per presentazioni?

I tour di presentazioni sono molto utili e li considero parte integrante del mestiere di scrivere, sia sotto l’aspetto promozionale che sul piano umano. Partecipo a circa un centinaio di eventi all’anno e trovo sempre stimolante il rapporto con il pubblico, specie quando posso scambiare idee e opinioni con i lettori. So di essere apprezzato per la fluidità dello stile di scrittura, che permette di scivolare dentro la storia e di immedesimarsi nei personaggi senza sforzo. Altra fonte di gradimento deriva dagli argomenti e dalle ambientazioni che scelgo di descrivere. Nessuna operazione di marketing, tuttavia. La struttura e i contenuti dei miei romanzi dipendono soltanto dai miei gusti personali e dalle mie suggestioni.

Il romanzo storico è un genere molto amato in Italia, ma proprio per questo la concorrenza è tanta e spietata: quale pensi sia la ricetta che rende speciale i tuoi romanzi?

Il fatto di essere rigorosamente documentati ma al tempo stesso votati a intrattenere. Se come primo scopo avessi quello di insegnare storia, non scriverei fiction ma saggistica. Per quanto la ricerca sia imprescindibile, gli elementi che rendono accattivante un romanzo sono la passione, l’odio, il mistero e la vendetta. Ovvero, i valori assoluti che rendono fratelli gli uomini di tutte le epoche.

Con il tuo “I sotterranei della cattedrale” (nella collana LIVE) hai dimostrato di saperti muovere bene anche in formati molto ridotti: ti piace di più scrivere romanzi di ampio respiro o storie più fulminanti?

Purché la trama mi sia congeniale, entrambe le cose. In linea di massima, però, mi trovo più a mio agio nella stesura di lunghi intrecci. Le forme del racconto e del romanzo breve sono a mio avviso una bella sfida. Nella sintesi si nasconde sempre un denso lavorio, finalizzato a rapire l’attenzione del lettore in poche righe. A tal riguardo, non scordiamoci della lezione calviniana della “leggerezza”, la più importante.

Con “Rex Deus” (nella collana Originals) sei stato fra i rari autori italiani che hanno saputo raccogliere la grande eredità del feuilleton di stampo storico: che effetto ti ha fatto scrivere seguendo il sentiero battuto da mostri sacri come Alexandre Dumas e Victor Hugo?

Credo sia stata una delle esperienze più stimolanti – narrativamente parlando – dopo la stesura del Mercante. Lavorare a una serie a episodi non ha significato soltanto ricalcare i passi dei padri del feuilleton, ma anche “svecchiare” il genere in vista di un risultato che potesse intrigare un pubblico contemporaneo. Ho dovuto lavorare di intreccio ma anche di “inquadratura”, e destreggiarmi tra il quadro storico, le battaglie navali, i misteri esoterici e le scene d’amore. Grazie a questa esperienza, ritengo di essere cresciuto stilisticamente.

Il tuo nuovo “L’isola dei monaci senza nome”, che raccoglie l’esperienza della saga di “Rex Deus”, è un traguardo importante: quando hai scritto la prima puntata, ci speravi in un futuro volume che la raccogliesse?

Hai detto bene, ci speravo. Ma è stata una bella sfida lavorare a un romanzo che mi inventavo giorno dopo giorno, senza basarmi su una sinossi. È stata un’autentica improvvisazione, impossibile tuttavia da condurre senza possedere dimestichezza nella narrazione. Il trucco è saper creare fin dall’inizio i presupposti – le variabili – necessari ad avviare un intreccio potenzialmente in grado di durare per anni. Tali presupposti li ho trovati nella storia (quella vera!) del protagonista. La vita di Cristiano d’Hercole dovette sul serio caratterizzarsi per un susseguirsi di vicende degne di un grande romanzo. Io non ho fatto altro che lasciarmi trascinare dall’entusiasmo.

Malgrado i romanzi storici abbondino in libreria, raramente è riscontrabile una passione e un’attenzione come la tua verso i testi antichi come parte fondamentale della storia. Nasce dal fatto che professionalmente hai studiato veramente su preziosi antichi libri?

Ho sempre amato i libri, sia per quello che contengono che per quello che rappresentano. Questa passione si estende agli oggetti antichi, quindi al desiderio di sfruttare la narrativa per “simulare” un’epoca passata. L’intento è far respirare la forma mentis di un’epoca, piuttosto che mettere in scena affreschi di grandi eventi storici. Sono interessato di più al quotidiano, ai piccoli oggetti, alle sensazioni che si provavano entrando in una taverna o in un monastero. Grazie alla conoscenza dei libri e alla citazione dei loro testi, invece, è possibile misurare la portata del pensiero di un’epoca passata, e comprendere con quanta arguzia gli uomini di quei tempi sapevano già interpretare il loro ruolo nel mondo.

La domanda finale è dedicata ai progetti futuri. Sappiamo che il Mercante sarà una trilogia: o forse possiamo sperare in più avventure del buon Ignazio? E la saga di Rex Deus continuerà con nuove avventure negli Originals?

Per ora tutto top secret, a parte il fatto che il “Mercante 3” uscirà in autunno e che mi sto accordando con Newton Compton per un nuovo e ambizioso progetto.

Per maggiori informazioni sul libro e per acquistare l’eBook (sia in ePub che in mobi), ecco il link.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 12 luglio 2013.

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Pubblicato da su novembre 10, 2017 in Interviste

 

Pseudobiblia, She Wrote (1)

Jessica Fletcher, interpretata da Angela Lansbury, è forse la più nota delle pseudo-autrici della TV: è il momento di studiarne la bibliografia falsa!

So che esistono molti elenchi di “libri falsi” della Fletcher in Rete, così come molte altre informazioni, ma ho scelto volutamente di non seguirle per non farmi influenzare: quello che leggete viene direttamente dalla “fonte”.


Pseudobiblia, She Wrote
I “libri falsi” di J.B. Fletcher
(prima parte)

J.B. Fletcher nasce il 30 settembre 1984, quando nelle TV americane va in onda “The Murder of Sherlock Holmes” di Corey Allen, vero e proprio film che presenta un’arzilla vedova di Cabot Cove che insegna lingua inglese alla scuola locale.
Questo giustificherebbe la presenza di un dizionario Webster’s vicino al telefono…

… ma se insegna inglese, perché i suoi allievi hanno un manuale di italiano?

The Classic Italian

Scritta e creata da Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link, l’instancabile signora Fletcher – l’attrice ha 59 anni al momento della messa in onda, quindi possiamo considerarla anche l’età del personaggio – fa la vita ruspante e tonificante della tranquilla provincia, ed è talmente instancabile che oltre alle mille attività giornaliere… ha pure trovato il tempo per scrivere “per gioco” un romanzo.
Suo nipote Grady (Michael Horton) lo legge e se lo porta nella rutilante e pericolosa Chicago, dove lo fa leggere ad un editore che subito lo vuole stampare: da comare di paese, Jessica si ritrova romanziera da bestseller!

Probabilmente l’unica libreria di Cabot Cove

Il suo romanzo “The Corpse danced at Midnight” (il cadavere ballò a mezzanotte) è all’ottavo post della classifica dei più venduti: non è chiaro se solo a Cabot Cove o in tutto lo Stato.

L’entusiasmo del librario

Inizia un tour promozionale a Chicago con relativa satira dei media, dei giornalisti e della TV in generale. Non manca una seduta di autografi con gente che in realtà compra il romanzo in attesa che l’autrice diventi famosa, così da fare una facile speculazione economica.

La sorpresa di chi scala in breve le vette dei bestseller

Non mancano certo i problemi: un’autrice che di punto in bianco si ritrovi in vetta alle classifiche può ben sopportare… un paio di baffi!

I problemi della notorietà

Il film arriva tardi in Italia – su Raiuno, in prima serata il 1° giugno 1988, con il titolo “Chi ha ucciso Sherlock Holmes?” – ma in patria spopola subito e decreta l’inizio della relativa serie TV, com’era usanza dell’epoca. Negli anni Ottanta la differenza fra TV movieTV show era sottile e un gran numero di quelli che noi chiamiamo “telefilm” nascevano o si sviluppavano in film televisivi. (Trasmessi sempre a casaccio dalle nostre emittenti.)

Sette giorni dopo questo film televisivo – quindi la cosa era stata pianificata in partenza – va in onda in patria “Deadly Lady” (7 ottobre 1984), primo episodio della serie TV “Murder, She Wrote“, la cui celebre sigla ripropone sequenze prese dal precedente film.
Annunciata come in arrivo sulla RAI già dal 13 luglio 1987, in realtà qualcosa va storto e per l’arrivo in Italia del personaggio bisogna aspettare il citato 1° giugno 1988 per l’esordio di una serie che da allora si intitola “La signora in giallo“, in onda ancora oggi su Rete4 in pratica senza interruzioni.

Il primo passaggio televisivo italiano del primo episodio è del 29 giugno 1988, sempre su Raiuno, con il titolo “Delitto a Cabot Cove“.

Un semplice ticchettio sulla macchina da scrivere ci informa velocemente che Jessica è una romanziera, ma la cosa sembra già essere data per scontata sebbene siamo al primo episodio.
Va via la luce e la signora deve accendere una lampada per continuare a scrivere, così che vediamo alcuni libri su un tavolino: in casa Fletcher non esistono biblioteche, a quanto pare…
L’unico libro di cui si può leggere il titolo è quello all’estrema destra, e lo segnalo perché… è uno degli pseudobiblia della Fletcher!

Dirge for a Dead Dachshund

L’ospite Ralph (Howard Duff) nota il libro il giorno dopo, e dopo aver affermato di averlo adorato scopre con piacere che l’autrice è proprio la donna che lo sta ospitando in casa. Il romanzo è “Dirge for a Dead Dachshund“, titolo-scioglilingua che credo si possa tradurre con “Nenia per un bassotto morto”. (Che c’entri la mucca in copertina non saprei dirlo…)

Aspetta, io questa romanziera l’ho già vista…

Il problema è che il libro esce fuori essere una “copia di lavorazione”, non è ancora uscito in libreria: come ha fatto il gentile ospite della Fletcher a leggerlo? Ovviamente non l’ha fatto: era semplice piaggeria, perché sa bene che ai romanzieri piace ricevere complimenti, soprattutto se falsi.

Quindi ad inizio serie sappiamo che la nostra eroina, che si firma sempre e solo J.B. Fletcher, ha esordito con “The Corpse danced at Midnight“, ha in casa una bozza del plausibilmente imminente nuovo romanzo “Dirge for a Dead Dachshund” e la sua attività serale di scrittura fa pensare che un terzo titolo sia in cantiere.
Splendido, ma allora… perché nel secondo episodio allora viene presentata così?

«La famosa scrittrice di gialli: è l’autrice di sei bestseller e un film da un suo libro.»

Sei? E quando li ha scritti? Purtroppo non abbiamo altri indizi dall’episodio 1×02 “Birds of a Feather” (14 ottobre 1984), trasmesso in Italia da Raiuno il 15 giugno 1988 con il titolo “Delitto al Night“.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 8, 2017 in Pseudobiblia

 

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21 grammi: il peso dell’anima

Nel giugno 2015 scrissi per il sito di Tanogabo una delle mie “indagini”, che poi subito raccolsi in eBook gratuito, liberamente scaricabile in formato .ePub.

Per festeggiare i 110 anni dell’idea alla base del saggio, ripresento qui il testo così da offrire anche questa “esperienza di lettura”.


21 grammi:
l’insostenibile (e fumosa)
leggerezza dell’anima

«Le labbra degli stolti ripetono sciocchezze, le parole dei prudenti sono pesate sulla bilancia». Questo ottimo precetto biblico (Siracide 21:25) solleva un curioso interrogativo, a volerlo interpretare alla lettera: come si possono pesare delle parole sulla bilancia? È una domanda sciocca, ovviamente, degna di finire sulle labbra degli stolti: le parole sono incorporee, come il fumo o meglio ancora come l’anima. E tutti sanno che non si può pesare né il fumo né l’anima… oppure si può?

L’11 marzo del 1907 appare sul “New York Times” una notizia destinata a rimanere impressa nell’immaginario popolare: il titolo recita «L’anima ha un peso, afferma un dottore». Chi è mai il dottore che ha rilasciato una simile dichiarazione? Si chiama Duncan MacDougall e il suo nome rimarrà legato per sempre alla sua teoria.

Duncan MacDougall

Il giornale ci racconta che sin dal 1901 il dottor MacDougall ha portato avanti, a livello personale, una serie di esperimenti davvero particolari.
In una casa di cura selezionava malati terminali di tubercolosi – patologia scelta perché la morte giunge con un numero minimo di contrazioni muscolari – e nei loro ultimi istanti faceva trasportare i loro letti su una grande bilancia.
Non sappiamo come questa idea sia nata nel dottore, ma eccolo lì ad osservare un paziente su una bilancia più di tre ore prima dell’ultimo respiro, tempo in cui «perse peso al ritmo di un’oncia all’ora» scriverà MacDougall nel suo studio 
The Soul: Hypothesis Concerning Soul Substance, pubblicato nell’aprile 1907 su “Journal of the American Society for Psychical Research” (New Series n. 2).
Esalato l’ultimo respiro, emesso l’ultimo rantolo, l’ago della bilancia si ferma… ma non prima di aver fatto un sensibile scatto: la scoperta di MacDougall è infatti che pochi istanti dopo il sopravvenire della morte c’è una perdita di peso di «tre quarti d’oncia», cifra complicata che diventerà famosa nella sua versione semplificata 21 grammi. «Abbiamo qui la prova per credere che la sostanza dell’anima non è eterea».

L’entusiasmo popolare che ha accolto questo risultato ha “nascosto” la totale casualità del dato. MacDougall infatti racconta di aver fatto in totale sei esperimenti – un numero irrilevante per essere scientificamente valido – di aver cioè pesato sei malati terminali fino alla loro dipartita… con risultati sempre diversi. Addirittura l’ultimo paziente, il sesto, è morto cinque minuti dopo essere stato posto sulla bilancia quindi i suoi dati sono, nelle parole di MacDougall stesso, «del tutto inaffidabili». Nei rapporti medici che il dottore stilava ad ogni morte di un paziente non c’è alcun riferimento a perdite di peso, perché – ci spiega lui stesso – erano troppo irrilevanti per essere registrate. Quindi ciò che abbiamo è solamente la sua parola riguardo ad un fenomeno che in realtà egli stesso, involontariamente, ci racconta come del tutto aleatorio e nebuloso.
Come sempre accade, discorsi senza alcun valore diventano verità assoluta

Per confermare i suoi dati sui pazienti umani, MacDougall è andato oltre ed ha fatto anche esperimenti similari su quindici cani: quelli però non erano malati terminali di tubercolosi… «I test ideali sui cani – ci spiega il buon dottore – sarebbero quelli su soggetti che stanno morendo per qualche malattia e quindi resi immobili ed incapaci di agitarsi. Non sono stato fortunato e non sono riuscito a trovare questo tipo di cani».
Il dottore “sfortunato” è così costretto ad ammettere che i suoi esperimenti sui cani potrebbero essere falsati, perché la morte non è stata naturale ed ha dovuto somministrare loro delle droghe per tenerli fermi sulla bilancia. Malgrado lui stesso riconosca poco valore a questi esperimenti, non resiste e rivela che durante gli esperimenti con i cani… gli animali 
non hanno perso alcun peso, una volta esalato l’ultimo respiro.

A leggere oggi di questi esperimenti sugli animali ci si gela il sangue nelle vene, ma bisogna sempre contestualizzare. Negli stessi anni in Russia il celebre Pavlov, lo scopritore e codificatore dei riflessi condizionati che noi ancora oggi chiamiamo “pavloviani”, addirittura si stupisce del fatto che i cani si lamentano quando esegue esperimenti su di loro: possibile che dei semplici animali reagiscano come delle persone vere?
È in questo clima anaffettivo nei confronti del mondo animale che va calato il “risultato scientifico” di MacDougall: il dottore trova giusto che i cani morendo non perdano peso, perché gli animali non hanno anima…

Con queste argomentazioni, non stupisce che in quel 1907 si scatenino dibattiti a non finire sulle pagine dei giornali, a cui spesso MacDougall risponde personalmente. Per esempio un certo dottor Augustus P. Clarke fa notare che alla morte di un corpo umano il brusco calo della temperatura sanguigna genera sudorazione, e questa può compensare quei grammi di perdita di peso, oltre a spiegare perché lo stesso fenomeno non è stato riscontrato sui cani, che non sudano. A queste obiezioni MacDougall risponde che dopo il decesso l’arresto della circolazione sanguigna impedisce la sudorazione di un corpo umano, quindi l’ipotesi è impossibile: non è chiaro chi dei due abbia ragione…

Per mesi il dibattito prosegue furente, e il fatto che MacDougall non abbia fatto altri esperimenti forse è indice che non ha gradito l’accoglienza popolare (o che non ha più avuto accesso a morituri da pesare!).

locandinaComunque da allora – o almeno da quando l’idea è penetrata nell’immaginario collettivo – 21 grammi è il peso dell’anima, e la cifra è destinata ad un altro mito: che cioè il film 21 grammi (2003) di Alejandro Iñárritu abbia qualcosa a che vedere con gli esperimenti pubblicati nel 1907. È un film che parla di scelte morali e “21 grammi” è un’espressione colloquiale per indicare l’anima: tutto qui. Questi discorsi hanno però distratto l’attenzione da un passaggio invece importantissimo del saggio di MacDougall: specificare che i cani non hanno perso peso alla morte… è stato il grande errore del dottore!

Se leggete in giro per Internet, troverete che la “scienza ufficiale” – non si sa chi, non si sa dove – non riconosce validità alla tesi di MacDougall sia per l’esiguità dei suoi pazienti sia per la non riproducibilità degli esperimenti. Curiosamente nessuno pare ricordare che non esiste una “tesi”, visto che su sei esperimenti si sono ottenuti sei risultati diversi! Curiosamente nessuno ricorda la fine dell’articolo del dottore, in cui afferma che questa perdita di peso del corpo dimostrerebbe la materialità dell’anima se confermata.
Se confermata?
Quindi MacDougall ammette che quanto ha appena scritto è solo uno spunto, una chiacchierata da bar, senza alcuna validità dimostrabile. Poi però pare che nel 2007 – non si sa chi, non si sa dove – l’esperimento sia stato ripetuto e confermato: alla sua morte, il corpo umano perde 21 grammi, cioè il peso dell’anima… Ma chi mai abbia ottenuto questo risultato non si sa.

La fallacità della fantomatica tesi di MacDougall sta, lo ripeto, proprio nell’esperimento con i cani, fondamentale perché dimostrerebbe che solo le persone perdono peso ergo il peso è quello dell’anima.

Ma per capire l’errore di MacDougall bisogna fare un passo indietro.

Di solito chi racconta la curiosa tesi di MacDougall dimentica di specificare che la pesatura dell’anima è tra le più antiche pratiche della storia umana, ed ha anche una parola che la indica: psicostasia (dall’originale greco ψυχοστασία, psiukostasía). Ricordo che “psiche” per i Greci era ciò che noi chiamiamo anima.

Nel quinto secolo avanti Cristo Eschilo intitola proprio Psicostasia un suo dramma che purtroppo è andato perduto: sappiamo solamente che in scena ad un certo punto appariva una grande bilancia e – duemila anni prima di MacDougall – gli attori vi salivano a simboleggiare la “pesata” delle anime dei guerrieri Memnone e Achille. Questa era sicuramente una citazione da Omero, nella cui Iliade troviamo Zeus sulla vetta del monte Gargano che pesa (con «auree bilance») le sorti di due guerrieri (in quel caso Achille ed Ettore), ma l’idea scenica di Eschilo sembra rifarsi visivamente e concettualmente ad un’immagine di pesatura dell’anima più vicina al Libro dei Morti egizio.

Alcuni millenni prima della nostra èra gli Egizi seppellivano i defunti illustri con una copia di un vero e proprio vademecum su come comportarsi durante il passaggio nell’Aldilà: noi oggi lo chiamiamo Libro dei Morti perché così lo battezzò Karl Richard Lepsius quando lo tradusse in inglese nel 1842, ma i geroglifici indicano qualcosa come Libro della venuta alla luce di giorno. Esistono molte versioni di questo testo, ritrovate in tombe molto lontane nel tempo anche di secoli, ma alcune linee base sono comuni: una di queste è proprio la psicostasia.

Celebre è il papiro ritrovato nella tomba dello scriba Hunefer, vissuto all’incirca nel 1300 a.C.

Papyrus of Hunefer

Da sinistra, vediamo Hunefer stesso guidato dal dio Anubi ad una grande bilancia, dove su un piatto c’è il cuore dello scriba e sull’altro una piuma, sotto gli occhi attenti del dio della scrittura Thot che registra la pesata. Se l’anima di Hunefer, simboleggiata dal suo cuore, peserà quanto una piuma e quindi sarà pura, lo scriba potrà accedere alla vita ultraterrena; se invece peserà più di una piuma, allora l’anima di Hunefer verrà data in pasto ad Ammit (“la divoratrice”), creatura mostruosa che fonde in sé i tre animali selvaggi dell’antico Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo. (Un recente film, The Pyramid, rielabora in chiave horror la pesata egizia e immagina la scoperta di una piramide sconosciuta in cui Anubi, un mostro a testa di cane, esegue letteralmente ciò che è mostrato nel papiro di Hunefer: estrae cioè il cuore dei malcapitati ricercatori e lo pone sul piatto di una bilancia.)

San Michele Arcangelo (1454)
Museo Diocesano di Camerino

L’idea, profondamente radicata nell’immaginario collettivo, viene trasmessa ad altre religioni, dallo zoroastrismo all’islam, e non le sfugge il cristianesimo. Nel sesto secolo avanti Cristo tra le parole del Libro di Giobbe troviamo: «mi pesi pure sulla bilancia della giustizia e Dio riconoscerà la mia integrità» (31,6). L’immagine di una divinità addetta alla pesata è troppo forte per non entrare nell’iconografia cristiana, così capita che l’Arcangelo Michele assuma le “funzioni” di Anubi, venendo ritratto con la bilancia in mano per pesare le anime. Lo si può trovare così in alcune rappresentazioni, da un affresco del Duecento (nella Chiesa medievale di Santa Maria ad Cryptas, a Fossa) a un dipinto del Cinquecento (firmato da Giulio Campi nel 1566 per il Duomo di Cremona): per almeno quattro secoli, dunque, in Europa si è a volte ritratto Michele in un atteggiamento che affonda le radici negli antichissimi culti egiziani.

L’avvento del Cristianesimo però ha inserito nell’idea della pesata un elemento in più: ha trasformato cioè l’anima in cenere…

Malgrado sia stata codificata solo nel Settecento da Lavoisier, la legge che regola la conservazione della massa è materia molto antica. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto scorre»: così recitava il celebre panta rei di Eraclito, a testimonianza che già secoli prima di Cristo era noto che la massa cambia forma senza né aumentare… né diminuire, con buona pace di MacDougall.

Nel secondo secolo dopo Cristo Luciano di Samosata, nella sua biografia del filosofo greco Demonatte, racconta un curioso aneddoto. Un giorno chiesero a Demonatte «quante mine di fumo si ottengono bruciando mille mine di legna?» e la risposta è istantanea: «pesa la cenere; quanto resta è fumo.» (Vita Demonactis, 39, 2-6.) Il filosofo greco ha semplicemente trovato il modo di pesare il fumo con una semplice operazione matematica, ma i latini contemporanei avevano tutt’altra concezione della cenere. Il poeta Giovenale, riflettendo sulla futilità della grandezza degli uomini, disse: «Expende Hannibalem, quot libras in duce summo invenies?» (Satire, X, 147-148) Se ponete sulla bilancia le ceneri di Annibale, quanto peseranno? Nulla, eppure è stato un sommo condottiero.

Checché ne dica Demonatte, dunque, la cenere non pesa nulla, e l’amara constatazione di Giovenale è testimoniata secoli prima da testi ebraici come il Libro di Isaia – «Ecco, le nazioni son come una goccia da un secchio, contano come il pulviscolo sulla bilancia; ecco, le isole pesano quanto un granello di polvere» (40,15) – o dal Libro dei Salmi: «sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini, insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio» (62,10).
Per quanto grandi siano le nazioni, non pesano più d’un granello di polvere; per quanto siano grandi gli uomini, siano essi Annibale o i figli di Adamo, la morte li rende cenere: una cenere che non pesa nulla. «
Aequat omnes cinis» dice Seneca (Epist. CII) anticipando di parecchio la Livella di Totò: la cenere pareggia tutti, perché nella morte non esistono più differenze… e si pesa tutti uguali!

Sposa in pieno questa tesi padre Giovanni Battista Manni della Compagnia di Gesù nel suo Quaresimale Primo (1681), nel capitolo intitolato “La Morte pesatrice delle grandezze terrene”: «O quanto è vero che su le bilance della morte, tu non pesi più che un vapore volante di fumo!»

San Michele Arcangelo (1450)
Rogier Van Der Weyden

Giovanni vuole dar forza alla propria tesi e si lancia in un racconto un po’ pencolante. Narra di un Filosofo greco il cui nome si fregia di non ricordare – malcelando un certo disprezzo per quella categoria di pensatori – che un giorno camminava con gli allievi ed essi gli chiesero d’un tratto quanto pesasse «una gran catasta di legna». È davvero una domanda curiosa da porre ad un uomo saggio: possibile che non avessero domande più importanti o “filosofiche”? Fatto sta che questo Filosofo senza nome ordinò che gli portassero un paio di bilance, e quando gli allievi fecero notare che servivano ben grandi bilance per tutta quella legna, il saggio uomo rispose che invece avrebbero dovuto esser piccole, perché per pesare quella gran catasta sarebbe bastata la mano di un fanciullo. Detto fatto, diede fuoco alla catasta di legna – fregandosene di eventuali proprietari – e rimase in silenzio finché l’ultima scintilla non si fu spenta: a quel punto pesò la cenere. E… non sappiamo mica che risultato ottenne!

Il buon padre Giovanni sta forse riciclando notizie di seconda o terza mano, non è escluso che stia riportando la storia del Demonatte di Luciano che ho già citato, ma di sicuro non ha ben chiaro la “morale” dell’aneddoto: anzi, Giovanni si dimostra totalmente disinteressato ai calcoli che il Filosofo dovette fare, perché interrompe la storia senza specificare il peso ottenuto dalla cenere. Il religioso ha usato questa storiella solo per rivolgersi agli «stolti ammiratori delle terrene grandezze», grandezze che se pesate per intere fanno «mostra bugiarda di peso immenso»: pesatele dopo che la morte ha ridotto tutto in cenere, e scoprirete che quelle ceneri pesano meno dell’aria. Insomma, usando un aneddoto che dimostra che le ceneri pesano, ha dimostrato che le ceneri non pesano

Malgrado venga storpiata in varie maniere, quest’idea di pesare qualcosa di intangibile sottraendolo per combustione all’oggetto originale attraversa i secoli, fino a stuzzicare la penna di Paul Auster: forse lo scrittore newyorkese è ignaro del pessimismo ebraico-latino (le ceneri non pesano) e dell’entusiasmo greco (le ceneri pesano), quando scrive la sceneggiatura per il film che l’ha lanciato (per poco) nel mondo cinematografico: Smoke (1995). Qui infatti il personaggio del romanziere Paul Benjamin (interpretato da William Hurt), appassionato di sigari, si presenta al pubblico raccontando di quando Sir Walter Raleigh scommise con la regina Elisabetta I di riuscire a pesare il fumo di un sigaro, impresa che sembrava ovviamente impossibile:

«Egli prese un sigaro intero, lo mise sulla bilancia e lo pesò. Poi lo accese e lo fumò, stando ben attento a far cadere la cenere sul piatto della bilancia. Quando finì, gettò il mozzicone sullo stesso piatto e pesò dunque ciò che rimaneva. Sottrasse così la cifra da quella del sigaro intero: la differenza era il peso del fumo.»

smoke-1995Quanto è vera questa storia? Davvero la Regina Elisabetta pagò questa scommessa a Raleigh? Curiosamente questa storiella ha avuto grande distribuzione in lingua inglese perché è raccontata in America First, antologia di aneddoti e curiosità stilate da Lawton B. Evans nel 1920: una raccolta di storielle senza alcun criterio e senza fonti, che non stupirebbe siano tutte nate dalla penna di Evans stesso. Purtroppo, essendo incerte e aleatorie, sono state tutte considerate storie verissime. (Non sfugga la data della raccolta: lo stesso anno della morte di Duncan MacDougall, quando probabilmente i necrologi avranno ricordato le sue “scoperte” intangibili mediante pesatura.)

Pesare il fumo è come pesare l’anima, ci spiega comunque Paul Auster, ma c’è chi non ha colto il sottile messaggio e ha preso sul serio l’idea, ripetendola con una sigaretta per calcolare la sua “anima”: mi riferisco a Michael J. McFadden, autore del saggio Dissecting Antismokers’ Brains (2004). Ha pesato una sigaretta intera, l’ha fumata e poi ha sottratto il peso del mozzicone e della cenere: il risultato è 7 grammi. Come mai l’anima umana pesa solo tre volte di più? Siamo molto più grandi di una sigaretta…

C’è però un particolare che sfugge sia a Luciano che a Sir Walter Raleigh, ma sono giustificati perché è un particolare ignoto ai loro tempi. (Meno giustificato è Paul Auster, che avrebbe dovuto saperlo ma in fondo stava raccontando un aneddoto “spirituale” riprendendolo da una leggenda popolare.) Se pesate le ceneri di qualsiasi cosa, quel che rimane non è solo il peso del fumo, perché il fuoco… non è gratis.
Affinché un qualsiasi materiale bruci c’è bisogno di qualcosa scoperto solo nel 1771, qualcosa che va considerato nella pesatura, e quel qualcosa è l’ossigeno.

Molte scoperte scientifiche sono state fatte “per sottrazione”: la somma o la sottrazione dei fenomeni non torna e quindi dev’esserci qualcosa. (Pianeti interi sono stati scoperti semplicemente perché “falsavano” i conti!) Nessuno aveva pensato che il peso del fumo fosse in realtà il peso dell’ossigeno che aveva alimentato il fuoco: quei 7 grammi calcolati da McFadden non sono l’“anima” della sigaretta bensì l’ossigeno che ha permesso la sua combustione.

Tutto si deve a un’intuizione che colpì il chimico inglese Joseph Priestley quando, nel 1774 (allo scuro degli esperimenti similari di altri studiosi europei), si accorse che dei topolini chiusi in una campana di vetro morivano prima di topolini che venissero rinchiusi con una piantina al loro fianco: era come se dalla piantina emanasse “qualcosa” che li faceva respirare più a lungo… Chiamò quel qualcosa dephlogisticated air, prima che per fortuna Lavoisier la ribattezzasse con un semplice oxygen.

Uccidere animali in modo crudele sembra una costante degli esperimenti, e non fece eccezione Erasistrato di Ceo, medico del terzo secolo avanti Cristo considerato uno dei fondatori della medicina scientifica ellenistica. Un papiro, cioè una sola fonte, ci racconta che Erasistrato chiuse in un recipiente un uccellino, lasciandolo morire di fame: confrontando il peso iniziale dell’animale, in vita, con quello del suo cadaverino comprensivo degli escrementi emessi in gabbia… Erasistrato si accorse che il peso non corrispondeva. L’uccellino, morendo, aveva perso peso, e la domanda consequenziale è dunque: come mai invece i cani di MacDougall sono morti mantenendo intatto il loro peso? Addirittura le sigarette perdono peso, cioè 7 grammi, perché i cani no?

Forse un corpo perde peso, subito dopo aver esalato l’ultimo respiro: in mancanza di esperimenti affidabili ognuno può dire la sua e pensare come meglio crede, sempre però tenendo conto che si tratta solo di chiacchiere senza fondamento.
Quello che è certo è che la cifra di 21 grammi è totalmente aleatoria – anzi, fumosa! – perché il suo stesso scopritore ha riportato sei cifre diverse negli unici sei esperimenti portati a termine: è solo un caso che l’immaginario collettivo abbia scelto 21 grammi e non un’altra cifra.

Perché i cani di MacDougall non hanno perso peso mentre l’uccellino di Erasistrato l’ha perso? Quest’ultimo aveva un’anima mentre i cani non ce l’hanno? Chiedetelo al padrone di un cane: non sarà per nulla d’accordo.

Anima portata in Cielo (1878)
di Adolph William Bouguereau

Che si tratti dunque della differenza tra l’ebraico Nephesh (corrispondente al greco psyche e al latino anima) che hanno anche gli animali e il Ruach (il greco pneuma e il latino spiritus) che ha solo l’uomo? Giovanni Paolo II nel 1990 citò il Salmo 104 per testimoniare la parità di tutte le creature di Dio – «[Se] togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere» – senza rendersi conto che stava ricostituendo un’equazione antica: togli il respiro (ossigeno) dalla materia, pesane la polvere che ottieni ed avrai il peso di quella materia. Che sia stata viva o meno.

Pesare fisicamente e concretamente l’anima è forse il modo sbagliato per accostarsi a quella che dovrebbe essere la più “intangibile” delle nostre qualità. Pesare l’anima è una metafora, e splendidamente la gestisce Angelo Maria Gabriele Di Stefano:

«Giunse alla fine il giorno della Redenzione: si mise il Figlio di Dio in una Croce, e questa appunto fu la vera, e fedel bilancia, che alzò la Divina Giustizia nel monte Calvario, e per mezzo di questa bilancia poté ciascuno conoscere quanto sia immenso il prezzo, ed il peso dell’Anima, che aveva perduta.» (da Guida dell’Anima cattolica, 1740)

In chiusura mi piace citare la messicana Ángeles Mastretta, che nel racconto Il peso dell’anima (“Puerto Libre”, 1993) dà tutt’altra misurazione: afferma che autorevoli maestri (non si sa chi) abbiano calcolato la riduzione di peso alla morte umana ed è di… 405 grammi!

Mezz’etto d’anima… che faccio, signora, lascio?

L.

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Pubblicato da su novembre 6, 2017 in Indagini

 

[Archeo Edicola] Le streghe (1967)


C’è stato un tempo in cui Clint Eastwood tenne in mano Diabolik

No, non è un sogno, è successo davvero, quando la cinematografia italiana era ai primi posti nel mondo e quando le star venivano a girare a Cinecittà. Quando Dino De Laurentiis produceva film non di sicuro successo, come quello ad episodi “Le streghe“, infarcendolo di star da capogiro: com’è possibile tirar fuori un prodotto così discutibile avendo a disposizione il meglio del meglio dell’epoca?

Mi concedo solo questo piccolo spruzzo di veleno, perché non voglio parlare della qualità del film. Visto però che me lo sono dovuto sorbire con grandissimo dolore – alla ricerca di una sequenza il cui screenshot avevo adocchiato in Rete – consentitemi di dire che l’ho odiato in ogni sua parte! (Fine della lamentela.)

Apparso in anteprima nel gennaio 1967, il film esce ufficialmente il 9 marzo successivo, però è frutto di una lunga lavorazione: una notizia-lampo del 20 settembre 1965 ci informa che il film è in lavorazione a Roma con la regia di Fellini, Visconti e De Sica. In seguito i primi due abbandonano il progetto.
Lo specifico perché troveremo dei fumetti del 1965 in un film del 1967…

Quinto ed ultimo episodio, “Una sera come le altre“, diretto niente di meno che da Vittorio De Sica.

I giovani Clint Eastwood e Silvana Mangano

Giovanna (l’onnipresente Silvana Mangano, protagonista dell’intero film) è una moglie degli anni Sessanta, casalinga delusa che sogna la bella vita ma si ritrova a passare le serate in casa, ostacolata nei suoi sogni frizzanti dal marito letargico Carlo: interpretato da un giovane incredibile Clint Eastwood.

Una classica coppia sposata del 1967

Discutendo con il marito del fatto di non sentirsi appagata, di sentirsi anzi frustrata, di voler tanto «accarezzare gli scampoli d’assenza» (come il Rapput di Claudio Bisio), Giovanna fa notare anche che loro figlio sta prendendo una brutta piega e di nascosto legge le brutte pubblicazioni dell’epoca.

«Sta prendendo una brutta strada, guarda cosa legge. Anche alla televisione hanno detto che è veleno.»

Una madre preoccupata per le letture del figlio

Nel mio Macchie Nere ho raccontato delle feroci critiche dell’epoca ma anche dei processi intentati agli editori che pubblicavano fumetti dai contenuti forti, i quali in brevissimo tempo si sono tutti estinti, lasciando Diabolik e poco altro. (Il tutto fortemente “bonificato”.)

«Alla televisione? E allora non è vero.»

Carlo risponde in modo molto più intelligente della maggior parte degli italiani. E ti credo, è straniero!

Un sonnolento Clint alle prese con i fumetti neri italiani

Diabolik, Kriminal, Gordon e Mandrake (prima parte)

Diabolik, Kriminal, Gordon e Mandrake (seconda parte)

Diabolik (seconda serie) n. 3 (febbraio 1965), Vendetta mortale (Astorina)
Kriminal n. 32 (30 dicembre 1965) Suspense oltre cortina (Corno)

Gordon n. 42 (28 febbraio 1966) quattro avventure (Fratelli Spada)

Mandrake, “I Classici dell’Avventura” n. 109 (1966)
Una missione speciale (Fratelli Spada)

Ivano Landi scova un altro fumetto della scena:
Superalbo de “L’uomo mascherato” n. 167 (20 febbraio 1966)
Furto alla caverna del teschio (Fratelli Spada)

Però il problema non è il figlio e le sue letture preoccupanti, bensì il fatto che i fumetti neri raccontano di veri uomini, quelli che fanno perdere la testa a Giovanna, e non come Carlo, che è perennemente assonnato e non fa sentire desiderata la moglie.

Mandrake che incanta Silvana Mangano

Parte una scena onirica in cui la Mangano passa a sbaciucchiarsi Mandrake, Phantom, Batman, Diabolik e Flash Gordon. (C’è un tizio con la tuta d’argento che non so chi sia.)

Mandrake, Phantom, tizio che non capisco, Batman, Diabolik e Flash Gordon

Il cortometraggio è molto d’attualità e cita tutte tematiche molto “calde” all’epoca, ma rimane principalmente un’incredibile testimonianza di quando Clint Eastwood tenne in mano Diabolik…

Per chiudere, nell’episodio “La Terra vista dalla Luna” diretto da Pier Paolo Pasolini, un uomo appena rimasto vedovo (Totò) gira la città in cerca di una nuova moglie, così da dare subito una nuova madre al figlio (Ninetto Davoli).

Lo sguardo tipico di chi legge “Pecos Bill” (Mondadori)

Tra i vari “inciampi”, il vedovo finisce a fare il galante con una prostituta diversamente attraente, intenta a leggere Pecos Bill, personaggio di Guido Martina lanciato nel 1949 da Mario Angelini, appena diventato direttore de “Gli Albi d’Oro” (Mondadori).

L.

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Pubblicato da su novembre 1, 2017 in Archeo Edicola

 

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Succubo: da demone ad aggettivo

My Dream, My Bad Dream (1915) di Fritz Schwimbeck

L’avvicinarsi di Halloween mi spinge ad affrontare un tema “diabolico”: cioè a parlare di quel demone medievale che nel Novecento divenne aggettivo dispregiativo!


Indice:


Succubò, succubì, succubà, succubè

Nella notte fra il 13 e il 14 novembre 1975, in una via di Vercelli, i due fidanzati Guido Badini e Doretta Graneris uccidono i genitori e i nonni di quest’ultima a colpi di pistola: nel processo non si è riuscito a stabilire chi abbia fisicamente premuto il grilletto, perché i due amanti si sono accusati a vicenda.

Il processo ha fatto molto clamore per via di rivelazioni scabrose a sfondo sessuale, e il ritratto che Guido fa della sua fidanzata non è certo quello della brava ragazza. I giudici cercano di sorvolare sui racconti torbidi, che non hanno attinenza con il caso d’omicidio, ma ecco come l’imputato giustifica le proprie parole:

«Ho raccontato dei gusti sessuali di Doretta solo perché sia chiaro che io sono sempre stato succubo della mia ragazza, e non so spiegarmi il motivo.»

Questa dichiarazione – tratta da “Doretta e Erika, Vercelli 1975. Novi Ligure 2001. Anatomia di due stragi famigliari” di Claudio Giacchino (Marsilio 2007) – a prima vista dimostra la “strategia” di Diego, di dimostrare cioè che lui non era altro che un mero esecutore per conto della fidanzata “dominatrice”, ma ad una seconda lettura sorge spontanea ben altra domanda: ma non si dice “succube”?

Se l’era chiesto anni prima anche il mitico Totò, che in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960) di Mario Mattioli viene bacchettato dalla figlia:

Totò: «Cosa vorresti insinuare, che tuo padre in casa non comanda niente? Che forse sono succube di tua madre?»

Figlia: «Succubo, si dice.»

Totò: «Ma non mi far ridere, s’è sempre detto succube: io da bambino dicevo succube, tutti dicono succube, adesso arriva lei e cambia le carte in tavola.»

Figlia: «Se non mi credi te lo faccio vedere sul dizionario. [leggendo] Succubo, succubi, succuba, succube…»

Totò: «Fai vedere… Eh già, hai ragione, Succubò, succubì, succubà, succubè. Cosa vuoi che ti dica? In questo dopoguerra non si capisce più niente: questi americani hanno cambiato tutto, hanno cambiato!»

«Eh già, hai ragione, Succubò, succubì, succubà, succubè»

Con buona pace del giusto sfogo di Totò, gli americani non c’entravano niente: era proprio da quando Totò era bambino, cioè dagli inizi del Novecento, che le due forme della parola andavano parallele.


Il demone succubo

Dal Medioevo all’Ottocento non ci sono mai stati dubbi: l’incubus e il succubus sono due demoni, maschio il primo e femmina il secondo.

Dell’incubo (la Cavalla della Notte e le sue varianti) ho già abbondantemente parlato, mentre per saperne di più sul succubo mi affido all’antropologo Alfonso M. Di Nola, che così scrive ne “Il diavolo” (Newton Compton 1987):

«Il lilu, la sua paredra lilitu (che riappare nell’Ebraismo) e l’ardat lili, serva del lilu, esecutrice dei suoi ordini, sono forse, in origine, rappresentazioni del vento e dell’uragano, ma, in conseguenza della loro semitizzazione, esprimono il decadimento della sessualità negli stati morbidi, il piacere infecondo e lussurioso, divelto dalla sua naturale destinazione riproduttiva le allucinazioni e le immagini oniriche di incubo-succubo, ben note nella patologia psico-sessuale e nella storia di tutta la stregoneria. Questi demoni sconvolgono l’ordine fisiologico dell’amore, che è fondamento della vita familiare e comunitaria, e perciò in particolare l’ardat lili è una vergine senza latte, una femmina che si unisce senza mai poter diventare madre, e che, dopo aver acceso nell’uomo la lussuria, non lo soddisfa.»

L’incubo e il succubo sono dunque due figure di demoni molto comuni nelle stregonerie, in quanto rappresentano i due aspetti del «piacere infecondo e lussurioso»: rispettivamente l’attivo il e il passivo.
Il letterato russo di inizio Novecento Valerij J. Brjusov, ne “L’angelo di fuoco” (Ognennyj angel, 1908), arricchisce il discorso:

«I demoni non possono moltiplicarsi per via naturale, dal momento che non hanno sesso e non sono sottoposti alla concupiscenza della carne. Tuttavia, a fini malvagi, spesso sono in grado d’avere contatti carnali con uomini e donne, in qualità di succubi e incubi, per cui un demone, che ha fatto in un caso la parte del succubo, conserva il seme che ha accolto, per usarne altrove, dove farà la parte dell’incubo.»
(Traduzione di Cesare G. De Michelis, edizioni e/o 1984)

Specifica più dettagliatamente il nostrano Franco Cardini, ne “Il signore della paura” (Mondadori 2007):

«Egli [il diavolo] è signore dei sogni come di qualunque altra illusione; può assumere un seducente aspetto femminile entrare nei sogni di un uomo, provocarne per mezzo di un coito illusorio l’eiaculazione, impadronirsi suscitando un vortice d’aria dello sperma così fuoruscito e iniettarlo nel grembo fecondo di una donna anch’essa addormentata, magari in un luogo lontanissimo da quello nel quale giace l’uomo. Può divertirsi a suscitare nella mente della donna così fecondata una seducente immagine maschile simile a quella dell’ignaro donatore del seme, oppure del tutto diversa; comunque, egli procura anche alla sua vittima femminile il piacere di un finto coito. Uomo e donna si sveglieranno, al mattino, turbati: ma, col tempo, crederanno di essere stati, appunto, vittime l’uomo di un dèmone succubo, come si dice, e la donna di un dèmone incubo.»

Insomma, siamo tutti d’accordo: l’incubo e il succubo sono nomi di due demoni, e Charles Baudelaire ce li sa anche descrivere, nella sua poesia “La musa malata” (La muse malade) da “I fiori del male” (Le Fleurs du mal, 1857) nella traduzione di Clemente Fusero (Dall’Oglio 1957):

«Le succube verdâtre et le rose lutin
T’ont-ils versé la peur et l’amour de leurs urnes?
.
Le cauchemar, d’un poing despotique et mutin,
T’a-t-il noyée au fond d’un fabuleux Minturnes?»
«Il succubo verdastro ed
il roseo folletto t’han forse versato
paura e amore dalle loro urne?
L’incubo, con un pugno dispotico e
caparbio, t’ha affogata in fondo a un
favoloso Minturno?»

Tutto questo, però, finisce con l’avvicinarsi del Novecento.


Il criminale succube

Sul finire dell’Ottocento la psichiatria e la psicoanalisi stanno vampirizzando le lingue per creare una propria terminologia. Più avanti l’ha fatto dichiaratamente Sigmund Freud quando tentò di spiegare quel panico che ci colpisce quando scopriamo che tutto ciò che credevamo familiare non lo è mai stato – quell’unheimlich di cui ho già abbondantemente parlato – ma c’è un’intera nuova scienza da alimentare: servono vocaboli da piegare alle proprie esigenze.

«Si noti come l’idea del sangue si associ sempre in questi amori patologici», leggiamo in un “Archivio di psichiatria” (1892),

«l’incube, quasi per provare la devozione sconfinata del succube, lo minaccia del sacrificio supremo della vita, e il succube gode al solo pensiero di poter dimostrare col martirio la grandezza del suo amore.»

Decenni dopo ne “L’arte di amare” (The Art of Loving, 1957; Mondadori 1963) Erich Fromm scrive:

«Il sadico è legato al succubo così come quest’ultimo è subordinato al primo».
(Traduzione di Marilena Damiani)

Qualcosa sta cambiando, da molto tempo, visto che in un “Trattato di medicina legale” del dottor Secondo Laura (Torino 1874) leggiamo che

«Succubo o cinedo dicesi il pederasta passivo; incubo o pederasta attivo, colui che nell’ano immette la propria asta virile.»

Mentre per poeti e scrittori l’Incubo e il Succubo sono demoni fino alla svolta del Novecento, per la comunità medico-scientifica è chiaro che quei due nomi stanno profondamente cambiando entità.

Nel 1900 Salvatore Ottolenghi, nel suo “La suggestione“, scrive:

«Fra gli anarchici, come fra tutti i delinquenti politici, vi sono i suggestionatori (o incubi), oratori di clubs e giornalisti, i suggestionati (o succubi), tra cui vi sono alienati, squilibrati e anche normali, condotti lentamente ad accogliere l’idea dell’assassinio».

Llith (1892) di John Collier

La deriva “psico-criminale” del termine è chiara, tanto che dalla fine dell’Ottocento sembra che solamente i testi giudiziari e in generale chi studia la psico-patologia usi la parola succube.

«Vi è il delinquente-nato, che suggestiona e corrompe il delinquente d’occasione, facendoselo schiavo (incubo e succubo)» (“La folla delinquente”, 1891)

«Vi sono alcune caratteristiche psicologiche comuni a tutti quei delinquenti che nelle coppie criminali rappresentano la parte di succube» (“La coppia criminale”, 1893)

«Seguendo la sua teoria il delitto sarebbe assai più grave per il solo fatto di essere stato commesso da due persone non solo, ma la temibilità del succube per la minima forza di resistenza opposta è pari a quella dell’incube.» (“Rivista di discipline carcerarie e correttive”, 1904)

«Ho sentito parlare di coppia criminale, di incube e di succube, di minore responsabilità del succube.» (“I rostri. Rassegna di vita forense”, 1930.)

«Nel caso di “coppia criminale” si ha da una parte un individuo energetico che, appunto con la forza della sua volontà e con l’azione persistente e sottile, tanto e con tanta abilità lavora che rende l’altro (il succube) a lui ubbidiente» (“Rivista di diritto penitenziario studi teorici e pratici”, 1934)

«Non è raro che l’isterico dominante s’accompagni, nella sua strada morbosa, ad un isterico dominato: è il complesso incube-succube, frequente, specialmente nel sesso femminile. Due isteriche passano la loro vita danneggiandosi a vicenda, l’una comandando, l’altra obbedendo.» (“Endocrinologia e Scienza della costituzione”, 1938)

«Può essere anzitutto l’incube a determinare dolosamente o colposamente la volontà criminosa nel succube, servendosi di lui come di un semplice strumento.» (“La Giustizia penale”, 1938)

Dunque possiamo dire che il progredire degli studi di psicologia e criminologia prendono il succubus della tradizione latina e lo trasformano nel succubo psico-criminale. E la “e” di succube?


Da succubo a succube

Il passaggio è graduale ma in pratica il succubus del latino medievale – che è entrato invariato in tutte le lingue europee – dalla fine dell’Ottocento acquista un doppio significato: demone “sessuale” sì, ma principalmente termine psico-legislativo per indicare chi è influenzabile.
Il resto lo fa la narrativa, che mischia le carte in tavola e fonde i due significati, prendendo la versione francese del termine (succube) e italianizzandola, alternandola senza alcuna regola con l’italiano succubo.

Il termine è entrato molto tardi nei nostri dizionari – in un Garzanti del 1951 è ancora assente! – quindi per cercare di avere un’idea del suo utilizzo dobbiamo rivolgerci alla narrativa italiana e ai nostri traduttori.

1909 (Salani) : «Riducendolo alla parte sbiadita del succubo», da “I sette capelli d’oro della fata Gusmara” di Carolina Invernizio

1940 (Mondadori): «Era un uomo completamente succubo della moglie», da “È troppo facile” (Murder is Easy, 1939) di Agatha Christie (Traduzione di Giovanna Gianotti Soncelli)

1945 (Mondadori): «cervello succubo», da “I Buddenbrook” (Buddenbrooks, 1901) di Thomas Mann (Traduzione di Ervino Pocar)

1945 (Valsecchi): «La colazione lautissima, durante la quale il ragioniere era rimasto dominus e quel futuro legislatore il succube», da “Le principesse di Montecavo” di Lorenzo Ruggi

1948 (Meridiana): «Ma certo il D’Annunzio vero non era quello che si manifestava ad un suo famosissimo succubo», da “Villa Tarantola e altri scritti” di Vincenzo Cardarelli

1960 (Longanesi): «Un coraggio succubo», da “Perché non sono cristiano” (Why I Am not a Christian, 1957) di Bertrand Russell (Traduzione di Tina Buratti)

1966 (Baldini e Castoldi): «Succubo della moglie», da “Cicerone voce di Roma” (A Pillar of Iron, 1965) di Taylor Caldwell (Traduzione di Agnese Silvestri Giorgi)

1966 (Mondadori): «Mi trovo ancora al centro di un imbroglio di cui sono succubo», da “Allegoria e Derisione. Una storia italiana“ di Vasco Pratolini

1967 (Mondadori): «Docile e succubo», da “Il balordo” di Piero Chiara

1969 (Rizzoli): «Il suo debole carattere lo rendeva succubo di una Corte reazionaria e velleitaria», da “L’Italia giacobina e carbonara” di Indro Montanelli

1971 (Bompiani): «Io ero il tuo succubo», da “Io e lui” di Alberto Moravia

Inutile proseguire dopo gli anni Settanta, essendo il termine ormai di larghissimo uso in entrambe le accezioni.


I nuovi succubi

Quindi dal Novecento in poi il demone succubus rimane solamente il “tipo psicologico”, succube o succubo che sia? Assolutamente no.

«La donna sexy che hai visto sgattaiolare dalla porta di casa era un Succubo cattivo»

Questa citazione da “Twilight: Breaking Dawn” (2008) di Stephenie Meyer (Traduzione di Luca Fusari, Fazi 2008) dimostra quanto dal Duemila il genere paranormal romance di lingua inglese abbia riscoperto un interesse vasto per quel demone femminile che noi abbiamo un po’ dimenticato. Il succubus del tardo latino è ormai personaggio amato dall'”horror rosa” di lingua inglese!

Traduco alcune trame di romanzi inediti in Italia, che considero rappresentativi del fenomeno:

Succubus Blues” (2007) di Richelle Mead, primo episodio della saga dedicata al personaggio di Georgina Kincaid:

“Succubus” (n.): Un attraente demone cambia-forma che seduce e dà piacere agli uomini mortali. “Patetico” (agg.): Un succubo con splendide scarpe ma senza vita sociale. Vedi: Georgina Kincaid.
Quando si tratta di lavori all’inferno, essere una succuba è affascinante. Una ragazza può ottenere ciò che vuole, un guardaroba da paura e uomini mortali che farebbero qualsiasi cosa anche solo per un semplice tocco. Certo, spesso pagano con le loro anime, ma questo è un dettaglio…
La vita di Georgina Kincaid, succuba di Seattle, è molto meno esotica. Il suo capo è un demone di mezza tacca con una passione per i film di John Cusack. I suoi migliori amici non hanno smesso di ingannarla riguardo al periodo in cui aveva la forma di una diavolessa, con tanto di ali e coda. E non riesce ad avere un appuntamento decente senza succhiar via un po’ di vita al ragazzo. Almeno c’è il suo lavoro diurno alla locale libreria: il che vuol dire libri gratis, tutta la cioccolata calda che riesce a bere ed accesso facile allo scritture di successo, e sexy, Seth Mortensen, meglio noto come Colui per cui lei farebbe di tutto pur di poterlo anche solo toccare ma non ci riesce.
Ora però i sogni su Seth devono aspettare. Qualcosa di sta muovendo nei bassifondi demoniaci di Seattle. E per una volta, tutti i suoi incantesimi e le sue belle frasi non aiuteranno, perché Georgina sta per scoprire che ci sono alcune creature là fuori che sia il Paradiso che l’Inferno vogliono tener fuori…


Succubus in the City” (2008) di Nina Harper, primo episodio della saga “Succubus”:

Dopo tremila anni di “una botta e via”, una ragazza vuole qualcosa di più.
Lavorare per Satana è un gran bell’affare. Il diavolo veste davvero Prada, e Lily può accedere a tutte le marche di grido che desidera, mangiare ogni tipo di cibo le piaccia e passare l’eternità con le sue tre amiche-demoni. Ma servire i cattivi ragazzi all’Inferno rende un po’… solitari.
Lily dà agli infami, agli strani e ai bugiardi la loro migliore (ed ultima) notte di sempre, ma è stanca di svegliardi accanto ad un montarozzo di cenere. Ora vuole un ragazzo che le rimanga accanto. E un uomo misterioso sta scaldando la situazione.
Nathan Coleman è un investigatore privato, diabolicamente bello, che deve porre a Lily alcune domande circa la scomparsa di un uomo. Ma qualcosa, o “qualcuno”, vuole morte Lily e le sue amiche, e Nathan sembra sapere più di quanto voglia ammettere. Può un mortale e una ragazza dall’Inferno trovare l’amore vero?


Gentlemen Prefer Succubi” (2009) di Jill Myles, primo episodio della saga “Succubus Diaries”

Chi sapeva che un angelo potesse mettere una ragazza in guai così diabolici?
Jackie Brighton si è svegliata in un cassonetto, questa mattina, e la giornata può solo andare peggio. La sua seconda taglia di reggiseno è in qualche modo diventata una quarta abbondante, la sua sessualità si è fatta insaziabile e apparentemente ha appena avuto la sua prima notte da “una botta e via”… con un angelo caduto. Tutto ciò che riesce a ricordare sono gli occhi azzurri e ipnotici di Noah… e uno straniero oscuro il cui morso l’ha trasformata in una sirena immortale con un prurito sessuale. Con l’aiuto di Noah, Jackie inizia ad adattarsi al suo nuovo stile di vita, finché manda accidentalmente Noah fra gli artigli della regina dei vampiri e si ritrova in una battaglia per un’antica aureola con il braccio destro della regina. Che risulta essere proprio quel vampiro che l’ha morsa. Come può una ragazza salvare il mondo quando il nemico è così irresistibile?


Succubus Lost” (2012) di Tiffany Allee, secondo episodio della saga “Otherworlder Enforcement Agency”:

Qualcuno sta rapendo ed incenerendo gli “altramondani” [non so come tradurre otherworlders!!!] sotto copertura, e la detective Marisol Whitman, una succuba, si dà da fare per trovare l’assassino prima che metta le mani sulla prossima vittima. La situazione esplode quando la sua giovane sorella scompare. Marisol brancola nel buio e riceve un aiuto inaspettato dall’agente dell’Otherworlder Enforcement Agency Valerio Costa.
Quando la pista che porta a tutti, dai vampiri alle streghe, si blocca, l’agente Costa ammette di sapere più di quanto ha detto. Il rapitore della sorella di Marisol è più versato nella magia di quanto la donna possa immaginare, e ormai è rimasto poco tempo. Per trovare la sorella Marisol dovrà unire i puntini di diversi casi e dovrà fidarsi di Costa: una salamandra che può bruciarla prima di riuscire a risolere il caso.


Conclusione

Fate attenzione, quando vi sveglierete la notte. Se sentite un’oppressione sul petto è un incubo, ma se invece è un succubo… forse l’oppressione la sentirete da altre parti…

L.

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Pubblicato da su ottobre 30, 2017 in Indagini, Linguistica

 

Gian Filippo Pizzo e il fanta-noir

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.

Visto che per il 2 novembre 2017 è prevista l’uscita del saggio “Guida al cinema Fantasy“, a cui partecipo con una panoramica sul wuxiapian, è il momento di ripescare questa mia intervista ad uno dei curatori.


Intervista a Gian Filippo Pizzo
(2011)

Da sempre presente nel campo della fantascienza (come conoscitore, amatore, scrittore e tanto altro) Gian Filippo Pizzo ha recentemente curato per la Bietti Editore l’antologia “Notturno alieno“, un’operazione coraggiosa ed unica nel suo campo: ha chiesto a ventidue autori, dei generi più disparati, di immaginare un futuro che fosse tanto fantascientifico quanto noir.

Non è facile “giocare” con due temi così storici e si rischia o di seguirne solo uno o ancor peggio nessuno dei due. Il risultato invece supera ogni più rosea aspettativa ed è sotto gli occhi dei lettori.

Abbiamo incontrato Gian Filippo Pizzo per parlare di questa coraggiosa “odissea” nel fanta-noir.

Come nasce l’idea di fondere il genere noir con quello fantascientifico?

In maniera quasi banale: dalla considerazione che il noir è al momento (e lo era già quando mi venne l’idea) il genere che “tira” di più, tanto che il termine è ormai praticamente diventato sinonimo di giallo o poliziesco, accezione su cui comunque non sono d’accordo. Mi sono chiesto se era possibile ambientare un noir su un altro pianeta (che non somigliasse al nostro) o in una astronave, rinunciando quindi all’ambientazione metropolitana o sub urbana che è tipica del noir. Infatti ho chiesto agli autori di cercare di evitare scenari già visti e di tentare di inserire l’atmosfera noir all’interno della science fiction più classica, in particolare evitando l’ambientazione in città degradate del prossimo futuro.

La fantascienza nelle librerie italiane sembra star dissolvendosi. Hai trovato difficoltà nel proporre un’opera di un genere a cui le librerie sembrano allergiche?

Credo che in libreria, soprattutto se si vuole tentare di catturare più lettori, si debbano proporre libri nuovi e originali. Antologie tipo “il meglio della fantascienza” oppure basate su argomenti tipici di questo genere (il viaggio nel tempo o gli universi paralleli, ad esempio) ormai non hanno più senso, perché grazie a cinema e TV il pubblico si è assuefatto a questi temi. Bisogna invece proporre tematiche più generali e in linea coi tempi, come ho fatto con questa raccolta, con la precedente Ambigue utopie – che aveva come soggetto la politica – e con una prossima che sarà dedicata alla religione (entrambe curate assieme a Walter Catalano). Tra parentesi, a proposito di librerie, ho notato in quelle che ho potuto visitare che Notturno alieno è regolarmente inserita nel settore della fantascienza: forse se ne mettessero qualche copia nel reparto noir se ne venderebbero di più!

Come ti sei trovato a gestire così tanti autori insieme? Considerando poi che alcuni provengono da generi diversi

Benissimo. Ormai sono decenni che mi occupo di fantascienza e conosco un po’ tutti in questo ambiente. Poi grazie alle loro segnalazioni sono venuto in contatto con altri… Devo dire che sono molto soddisfatto del rapporto che si è creato con la maggior parte di loro, perché accettano i miei rilievi e miei suggerimenti, oppure riescono a confutare le miei obiezioni, così alla fine il risultato è sempre valido. Naturalmente stiamo parlando di persone che pur non essendo in massima parte scrittori di mestiere sono pur sempre molto professionali, e questo facilita il lavoro.

Sapresti dirmi un autore di fantascienza e uno di noir a cui sei particolarmente legato?

Per la SF senza dubbio Philip K. Dick. In quanto al noir, devo confessare di non essere molto aggiornato e resto legato ai classici dell’hard boiled americano (Peter Cheyney, Raymond Chandler, Mickey Spillane e più di tutti Cornell Woolrich, ma anche Donald A. Westlake come Richard Stark) e forse di più ai francesi come André Le Breton.

Torniano a “Notturno alieno”. Viste le premesse, cioè la richiesta iniziale agli autori di evitare il déjà vu, sei soddisfatto del risultato?

Sì, senz’altro! Qualcuno ha riproposto l’ambientazione terrestre nel prossimo futuro, ma lo ha fatto con indubbia originalità. Altri hanno preso a modello spy-stories o hard boiled di impianto più classico, ma sono riusciti ad inserirli in un contesto nuovo. Tutti in ogni caso hanno rispettato l’assunto, che era quello di creare una atmosfera paragonabile a quella del noir, e per di più lo hanno fatto senza rinunciare al loro peculiare modo di esprimersi, mantenendo cioè il proprio stile. A parte questo, ossia a parte il tema della raccolta, credo che si tratti di una antologia molto rappresentativa della fantascienza italiana, con racconti molto validi stilisticamente ma anche che raccontano storie appassionanti e in qualche anche impegnate socialmente. Come curatore non potevo sperare di più, mi auguro che anche i lettori siano d’accordo.

È possibile secondo te portare su schermo cinematografico il fanta-noir? Ci sono già secondo te dei film che potrebbero entrare in questo genere?

Intendendolo nell’accezione più comune – cioè proprio quella che ho cercato di evitare nella antologia – c’è sicuramente Blade Runner, e poi Dark City, Strange Days, Sin City, forse anche Minority Report e V per Vendetta potrebbero rientrarvi. Temo che nuove produzioni in questo campo rischierebbero di sembrare scopiazzature da questi, bisognerebbe che ci fossero trovate diverse. Un background molto originale potrebbe essere quelle dei romanzi Infect@ e Toxic@ di Dario Tonani, ma non penso sia possibile tradurli visivamente.

Nel tuo cassetto di “antologista” ci sono già dei progetti per future commistioni di generi?

No, altre commistioni no. Credo sia difficilissimo operare in questo senso, mi pare che il tentativo di sposare il western con la SF non sia riuscito per nulla, e altre ibridazioni sono già state fatte, per sempio con il fanta-horror. Mi piacerebbe – ma è un desiderio, non un progetto – fare una antologia con racconti in cui i vampiri vengono trattati in maniera più moderna e più scientifica, allo stesso modo di Richard Matheson nel suo Io sono leggenda, ma non credo sia facile. Ho invece in programma una antologia ibrida, nel senso che i racconti apparterranno a più generi e il tratto comune sarà dato dal fatto che si tratta di “storie cattive” (cioè noir in senso lato). Ma si tratta di un progetto a più lunga scadenza, perché prima come ho accennato c’è la fanta-religione e prima ancora l’antologia horror a sfondo politico che fa da compagna ad Ambigue utopie (uscirà il prossimo anno e si intitolerà forse Sinistre presenze).

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 16 dicembre 2011.

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Pubblicato da su ottobre 27, 2017 in Interviste

 

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[Archeo Edicola] Peccato veniale (1974)

da “La Stampa”, 12 febbraio 1974

L’attento Ivano Landi – che, vi ricordo, ho intervistato quest’estate riguardo la sua grande passione per la storia dei fumetti – mi segnala un paio di fotogrammi dal film italiano “Peccato veniale” (1974) di Salvatore Samperi, con protagonisti Laura Antonelli ma soprattutto Alessandro Momo, morto in un tragico incidente di moto nove mesi dopo l’uscita di questo film, e sei giorni prima di compiere 18 anni.
Ivano gli ha dedicato un accorato omaggio.

Sceneggiato da Ottavio Jemma e Alessandro Parenzo e girato nella tarda estate del 1973, non so perché questo film – anticipatore di un certo tipo di commedia “estiva” all’italiana anni ’80, piena di scherzoni, di trovate pruriginose e di Lino Banfi! – sia ambientato negli anni Cinquanta pur senza specificarlo. Vediamo Sandro (Alessandro Momo) e la sua famiglia passare un’estate piena di musica e tormentoni dell’epoca – in cui è riconoscibile fra l’altro “Brivido blu” (1958) di Tony Dallara – e i protagonisti vanno al cinema a vedere “Totò lascia o raddoppia?” (1956). Curiosamente proveniente dallo stesso 1956 in cui è nato l’attore Momo.

Davantni a Lino Toffolo, Momo legge “Il Vittorioso”

Siamo dunque nella seconda metà degli anni Cinquanta – tanto che “Vitt: il rotocalco dei ragazzi” si chiama ancora “Il Vittorioso” – e mentre spia Laura (Antonelli) – temo che il film esista esclusivamente per sfruttare l’enorme eco di “Malizia“, uscito l’anno precedente con l’identico cast tecnico-artistico – il giovane e turbato Sandro fa finta di leggere un fumetto. Un fumetto dell’epoca, c’è da immaginare.

Foto ad alta definizione donata da Ivano

L’inquadratura non lascia adito a dubbi: si tratta del sesto e penultimo numero – con copertina di Antonio Canale – della collana “Il grande Blek e i predoni del mare“, terza serie della collana “Prateria”, albetti di 32 pagine che riproponevano le strisce del personaggio nato nel 1954.
Ignoro tutto del personaggio di Blek – di cui mi limito a conservare la miniatura della collana “Fumetti in 3D” – ma il sito SecretZone mi informa che questa terza serie è uscita nelle edicole dal 1° aprile al 1° luglio del 1957.

Copertina di Antonio Canale

Tutto torna… o quasi. Nell’estate del 1957 dunque Sandro sta leggendo il numero de “Il grande Blek” appena uscito in edicola, va al cinema a vedere il film di Totò ad un anno dalla sua uscita – ho controllato, e in quell’estate era ancora in palinsesto! – e ha in camera il poster “Il selvaggio” (1953) con Marlon Brando, arrivato nei cinema italiani nel 1955.
Ma c’è ancora un altro fumetto di cui parlare.

Un’altra prova che siamo negli anni Cinquanta

Come si vede in questa schermata di ottima qualità mandatami da Ivano, accanto al letto Sandro ha un’immagine – plausibilmente una copertina – della testata “Pantera Bionda“, uno degli storici fumetti italiani ispirati al mito cinematografico della Jungle Girl che sto pian piano analizzando nel mio blog Il Zinefilo.
C’è però un problema: in quella copertina Pantera Bionda è vestita!

Ivano ci regala questa “Pantera Bionda”

Apparsa in edicola il 24 aprile 1948, in piena voglia di dimenticare la censura fascista e in un clima di forte liberismo dei costumi, albo dopo albo “Pantera Bionda” dell’editore Pasquale Giurleo è costretta a rivestirsi sempre di più, per venire incontro alle fortissime critiche dei soliti “ben pensanti”: ovviamente il fumetto traviava i giovani, quindi dal minuscolo bikini dei primi numeri si passa al burka degli anni Cinquanta.

“Giungla in armi” (n. 5), nell’edizione del 19 giugno 1948 e nella ristampa del 21 agosto 1954

Dalla Guida al Fumetto Italiano scopro che nel 1954 Renato Bianconi rileva la testata ormai chiusa e ne ristampa tutti i numeri, “correggendo” i disegni e coprendo ogni centimetro di pelle. Il 21 agosto 1954 esce in edicola “Giungla in armi”, la cui copertina morigerata – ristampa di un numero uscito il 19 giugno 1948 – vediamo campeggiare sul letto di Sandro nel film.
Anche questo torna con l’assunto che la storia si svolga nell’estate del 1957.

Purtroppo non sono riuscito a capire che testata sia…

Quasi tutto torna, dicevo, perché rimane fuori il povero Tony Dallara: come fa a cantare nel 1957 una canzone del 1958? Non solo, il cantante si impone nel panorama musicale italiano solamente nel dicembre 1957 con il successo della sua canzone Come prima… il che vuol dire che nell’estate 1957 Tony Dallara neanche esisteva! Era ancora Antonio Lardera…

L.

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Pubblicato da su ottobre 25, 2017 in Archeo Edicola

 
 
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