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[Figurine] Hanna & Barbera Show (1978)

Dallo Scrigno Etrusco dei Ricordi riporto alla luce i miei vecchi album delle figurine: oggi presento “Hanna & Barbera Show“.

“Semestrale n. 7 – 2° semestre 1978” con questa curiosa datazione riscopro davvero un pezzo di cuore etrusco! Ho ricordi troppo vividi ed emozioni troppo forti riguardando queste figurine, quindi dubito fortemente di aver avuto questi album nel 1978, quando avevo solo 4 anni: facile che i miei mi abbiano preso in edicola delle ristampe del 1980 o giù di lì. Oppure queste immagini si sono così fissate in profondità da rimanermi in pratica per sempre.

Malgrado da ragazzino abbia visto più volte i cartoni animati con questi personaggi protagonisti, all’epoca delle figurine le Reti del Berlusca non esistevano, quindi probabilmente li avrò seguiti sulla RAI, che già dal 1963 trasmetteva Braccobaldo. La mia sensazione, sull’onda dei ricordi, è però di aver conosciuto solo una parte di tutta questa secchiata di personaggi: credo proprio che mentre attaccavo le figurine molti di quei visi mi fossero ignoti, riscoperti solo anni dopo.

Visto che Italia1 ha poi replicato un milione di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di volte Gli antenati, quel titolo oggi è più famoso quindi neanche lo metto: in realtà all’epoca tutti i personaggi di Hanna & Barbera avevano bene o male la stessa importanza, e sono abbastanza sicuro che i piccoli canali locali facessero a gara a trasmetterne le avventure. E poi ricordo che Braccobaldo era il Re: non mi stupirebbe scoprire che è stato lui a portare in Italia la canzone Oh mia cara Clementina, che canticchiava regolarmente!

Adoravo tutti questi personaggi, ma i cartoni di alcuni ho visto e rivisto fino alla nausea: a caldo ricordo che Top Cat era un appuntamento imprescindibile e irrinunciabile, mentre Napo orso capo l’ho riscoperto solo molti anni dopo, forse perché era fra i meno replicati.

Da grande appassionato di arti marziali non potevo che adorare e venerare Hong Kong Phooey, noto in Italia a quanto pare come La furia di Hong Kong.

Alcune di queste figurine sono sbagliate, evidentemente avendo tanti doppioni a disposizione ho pensato bene di usarli per tappare qualche lacuna, ma per il resto è un album delizioso che mi stupisco di aver quasi completato – diciamo al 90%.

È un peccato che il patrimonio di Hanna & Barbera sia in pratica dimenticato: quanti ragazzini oggi si divertono con personaggi che appartengono ad un passato che sembra ormai preistorico? Oggi i Jetson sembrano gli Antenati, per quanto è vecchia la loro concezione!

L.

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Pubblicato da su aprile 4, 2018 in Ricordi

 

La mia educazione informatica 3. Amstrad PC1512DD

Non ricordo esattamente che fine abbia fatto il mio Commodore64 né quando sia uscito discretamente di scena: a naso credo che sul finire degli anni Ottanta sia finito sul pacchettone e poi regalato a qualche parente. Stesso discorso per l’MDT, che forse nello stesso periodo è stata restituita all’ufficio di mio padre. Fatto sta che nel 1988 entra in Casa Etrusca il primo PC, nel senso di personal computer: l’Amstrad PC1512DD.

Wikipedia dice che il suo prezzo superava il milione di lire ed è davvero incredibile come una normale famiglia monoreddito di basso profilo come la nostra potesse permetterselo. Penso rientri nel discorso cui accennavo nel post precedente: era un investimento per il futuro che aveva la priorità sul presente. In famiglia non andavamo mai al ristorante o in pizzeria (e quando dico “mai” non intendo “andavamo poco”, intendo letteralmente mai), non compravamo auto né case e in generale ci facevamo bastare quel che avevamo: a parte affitto e bollette, il 100% dello stipendio di mio padre finiva in “investimenti culturali”. Tonnellate di libri, secchiate di film, manciate di dischi, e quando c’era possibilità tecnologia come appunto quella citata. (Invece la mia paghetta svaniva in fumetti, ma questa è un’altra storia.)

Al contrario della semplice macchina da scrivere elettronica MDT e dell’elaboratore minimale C64, l’Amstrad era una macchina seria, con un sistema operativo – il mio primo incontro con l’MS-DOS – una memoria interna e ben due floppy disk da 5 pollici, così da poter copiare comodamente software e giochini.
Mi tolgo subito di mezzo il discorso videoludico: su quello schermo nero a caratteri bianchi i giochi facevano schifo, ma schifo sul serio. Erano delle linee mobili, e gli unici due che ricordo erano Test Drive, dove dovevi guidare un’auto su un certo percorso, e Faraon (o un titolo simile) dove dovevi orientarti in un labirinto. Rispetto al Commodore erano roba inguardabile, un mucchietto di linee in movimento, invece il gioco del calcio era divertente e con addirittura una grafica “potente”.

Quante matte risate con ’sto gioco…

L’Amstrad non serviva per giocare – anche se non nego lunghe sessioni di Arkanoid! – era bensì uno scrigno di tesori. Aveva una versione molto preistorica di Windows che in realtà usavo molto poco. Venendo dall’MDT e dal Commodore ero un “tastierista”: per me il mondo informatico era fatto da lettere, digitavo con la velocità del lampo con due dita, e da almeno il 1989 sapevo digitare a 10 dita sempre più velocemente: che ci facevo con Windows? Coi comandi da tastiera sapevo esattamente dov’ero e dove dovevo andare.

Feci la conoscenza con il comando “dir“, che serviva a mostrare il contenuto della directory, imparai un sacco di comandi che potevano incrociarsi fino a stringhe di testo lunghissime in cui ogni singola parola doveva essere esatta e nell’esatto ordine: del (delete), rename, list, copy, e via dicendo. Imparai il concetto di “attributi” di un file, l’uso di variabili per fare liste parziali – “dir c:\*.exe“, cioè mostrami tutti i file in C: con estensione .EXE – e mille altre cose.
Non ricordo se il computer arrivò con un suo manuale, ma penso di sì. Altrimenti non ho idea dove potrei aver trovato tutte queste informazioni…

L’Amstrad aveva un “coso” attaccato alla tastiera, un oggetto strano e dall’utilizzo misterioso che ho impiegato un po’ a capire: pare che si chiamasse “mouse“…
Sottolineo che il mouse era totalmente inutile con queste macchine, visto che ogni programma funzionava coi tasti e ti muovevi con le freccette: sapendo a memoria ogni tasto funzione di un software, che ci facevo col mouse?

Grafica informatica del 1990!

Tutt’altro discorso per il Dr. Halo: il mio primo incontro con un software di grafica!
Dr. Halo era il Photoshop dell’epoca, e non fatevi ingannare dalla schermata qua in alto: poteva gestire disegni molto più complessi di semplici figure geometriche. Non ci credete? Guardate la barra degli strumenti, in alto a sinistra, e ditemi se non sono le versioni primitive delle stesse icone di Photoshop!

Tutto fatto a mano, sangue compreso!

Per quattro anni ho sfruttato fino all’inverosimile Dr. Halo, usando una tecnica che oggi è ridicola ma all’epoca era geniale. Prendevo un disegno, ci mettevo sopra una carta trasparente – tipo velina – e ricalcavo le linee generali. Poi prendevo la velina e la appiccicavo sullo schermo dell’Amstrad con lo scotch, e con il mouse ricalcavo in Dr. Halo le linee disegnate. Qualche ritocco finale, e il gioco era fatto. Pensate che venisse fuori una porcata? Giudicate voi… per i parametri di un sedicenne che veniva dal Commodore!

Forse il viso mi è venuto un po’ stilizzato…

Nel 1990 o nel 1991 mia madre porta dall’ufficio un floppy che le ha passato un collega, con all’interno il software Print Master che consente di creare composizioni grafiche deliziose: biglietti d’auguri, manifesti e quant’altro con l’aggiunta di deliziosi disegnini a scelta. Inutile dire che parenti e amici dell’epoca hanno ricevuto fiumi di biglietti d’auguri fatti in casa. (Evidentemente le cartucce per la stampante all’epoca te le regalavano!)

Non ricordo da dove arrivò, ma WordStar è stato il software che mi ha cambiato la vita: per la prima volta potevo diventare editore di me stesso, curando ogni aspetto di ciò che scrivevo, dall’idea alla realizzazione grafica. Mediante l’utilizzo di comandi e tasti di scelta rapida potevi gestire un testo in maniera eccezionale.
Risale all’anno scolastico 1990-91 una tesina scolastica creata fondendo la grafica di PrintMaster con l’impaginazione di WordStar: un gioiellino che cercava di nascondere un testo non certo brillante…

Quando PrintMaster incontra WrodStar!

Purtroppo non riesco a ricordare se già sull’Amstrad ho iniziato a lavorare con WordStar, così ne approfitto per parlarne nella prossima puntata.
La stessa mancanza di memoria mi impedisce di raccontare che fine abbia fatto questo computer che mi ha dato tanto, ma credo sia finito in mano a qualche parente che non sapeva che farci, del tipo “voglio imparare l’informatica”, “voglio farci i conti di casa” o qualche altra frase stupida che si diceva allora.

Intanto un nuovo PC stava per arrivare…

L.

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Pubblicato da su aprile 2, 2018 in Ricordi

 

Cartaceo vs Digitale: Compatibilità

Più volte e da più fonti ho sentito criticare la scrittura digitale con un’obiezione che può sembrare corretta, pur non essendolo: il digitale diventa velocemente illeggibile, man mano che cambiano i sistemi operativi, mentre una scritta su un foglio è per sempre. “Possiamo ancora leggere manoscritti di tremila anni ma non possiamo più leggere testi digitali di trent’anni fa”.
Come dicevo, sembra un’obiezione condivisibile, ma non lo è.

Un difetto che non sopporto negli “opinionisti della Rete” è il considerare universale una loro esperienza personale. Non posso però affrontare questo discorso senza citare la mia esperienza, quindi dividerò il post in due parti: prima l’universale, poi il particolare.


Parte universale

I manoscritti che sono giunti fino a noi non sono più leggibili: quand’è stata l’ultima volta che avete letto in copto o in greco antico? Oggi possiamo leggere quegli antichi manoscritti perché dopo decenni di sforzi (e botte di fortuna) siamo riusciti a tradurre quelle lingue lontane e in alcuni casi dimenticate: abbiamo cioè creato un “software di conversione” per recuperare un testo scritto con un linguaggio base non compatibile con il nostro.
Consentitemi il gioco di parole: abbiamo creato un codec per il codex!

I manoscritti che hanno sfidato i millenni per arrivare fino a noi sono un numero infinitesimo rispetto a tutti i testi prodotti nelle varie epoche, e che si sono persi perché – quando non sono stati bruciati apposta – non hanno superato il logorio del tempo.
Quanti scheletri umani fossili abbiamo nei musei? Non lo so, diciamo un centinaio? (Probabilmente sono solo qualche decina) Pensate a tutte le persone vissute negli ultimi due o tre milioni di anni: ci sono rimasti forse cento scheletri. Sebbene questi ultimi siano durati addirittura di più dei manoscritti, non possiamo dire che la fossilizzazione sia un processo che garantisca la lunga durata, così come avere una piccola percentuale di manoscritti su papiro non vuol dire che quel sistema sia il più affidabile, vista l’enorme quantità di copie perdute nel tempo.

Esempio di “software umano di conversione”!

A parte i Manoscritti del Mar Morto, che fortunosamente sono rimasti sepolti in perfette condizioni climatiche per duemila anni, quei manoscritti a cui noi ci riferiamo per indicare la lunga durata della carta… prima di tutto non sono di carta! (Supporto non durevole per eccellenza.)
Quei manoscritti sono arrivati fino a noi perché in vari momenti della Storia sono stati ricopiati: a parte le incisioni su pietra, dei latini abbiamo le copie posteriori, non gli originali.
La lunga durata di un’opera è legata unicamente alla “ristampa”: chiedetelo ad Agatha Christie, l’autrice più ristampata del nostro Paese (in media una ristampa l’anno di ogni suo libro negli ultimi quarant’anni) perché economica e perché gli appassionati del giallo non sembrano conoscere altri autori.

Tutte le opere che noi consideriamo “classiche”, tutti i libri che ci vengono dall’antichità hanno potuto farlo non perché abbiano utilizzato una scrittura “fisica” che duri di più: ci sono arrivati perché sono stati più volte ricopiati. E quindi ci sono arrivati sbagliati.
Chi copia, aggiusta e spesso modifica pesantemente, tanto che il professore Luciano Canfora ha intitolato un suo delizioso volumetto “Il copista come autore“: spesso abbiamo perso l’opera originale, ci rimane solo l’interpretazione non sempre onesta di chi l’ha copiata. Così se la parola che sta per “epoche” viene scambiata per “animali”, poi esce fuori che Gesù è nato fra due animali (il bue e l’asinello) invece che tra due epoche..

Se vogliamo conservare ciò che è scritto nel tempo, dobbiamo non solo rifarci all’esempio dei manoscritti – che solo in piccola parte sono arrivati fino a noi – ma dobbiamo fare di più.
Come si fa, se sistemi operativi e formati continuano a cambiare? Qui serve la mia nota personale.


Parte personale

Come già ho raccontato all’inizio della mia educazione informatica, è almeno dal 1982 che produco testi digitali, quando cioè scrivevo utilizzando l’MDT: macchina priva addirittura di memoria interna e che consentiva solamente il salvataggio su floppy disk da 5 pollici. Anche quando negli anni Novanta si potevano ancora leggere quei dischetti, era impossibile trovare in giro un sistema operativo in grado di riconoscere un sistema chiusissimo come quello dell’MDT. Questi testi sono andati persi… ma non per questa ragione.

Per anni ho creato programmini su Commodore64 e sul finire degli Ottanta ho usato il suo EasyScript per scrivere i miei racconti: impossibile trovare in seguito un sistema in grado di leggere quei file, quindi ho perso tutto? No, ma non perché sia riuscito a leggere quei documenti.

Nei primi anni Novanta ho fatto quello che hanno fatto i monaci amanuensi nel Medioevo: ho vagliato ciò che volevo conservare… e l’ho duplicato a mano. Ho ignorato i saggi di caccia al granchio che scrivevo a 8 anni sull’MDT e invece ho ricopiato i miei racconti di quando ne avevo 14 e scrivevo sul C64.
Dal 1992 non ho più bisogno di copiare nulla a mano, perché è nata la compatibilità: quella stessa compatibilità che oggi è a torto negata.

L’Etrusco nel 1982

Fra i compiti che svolgevo nel primo ufficio dove ho lavorato, nel 1994, c’era quello di usare Bridge, un software che girava su DOS e trasformava documenti creati con una grande varietà di programmi in un testo più “universale”. (Non ricordo se salvavo in TXT o quale altro formato, ma in questo momento non ha importanza.) Avevo dei floppy disk da 2,5 pollici provenienti dai clienti più disparati e contenenti documenti scritti utilizzando i software più impensabili, e il mio compito era trovare la trascodifica migliore, che non fottesse gli accenti e sistemasse il più possibile gli schifi, prima di passarla agli impaginatori che avrebbero trattato il testo con il Macintosh (Apple).
Ovviamente potevo fare la trascodifica solamente dei programmi che erano compatibili con DOS, perché altrimenti i floppy disk non avrei potuto leggerli, eppure se all’epoca qualcuno si fosse interessato della questione avrei potuto recuperare anche i testi scritti con l’MDT e il Commodore64: perché entrambi questi sistemi chiusi e incompatibili utilizzavano il codice ASCII (nato nel 1968).

Classica tabela ASCII

Ancora oggi sui nostri PC, smartphone, tablet e roba varia noi utilizziamo l’ASCII (American Standard Code for Information Interchange), esattamente come i latini più di duemila anni fa utilizzavano le stesse identiche lettere che usiamo noi: un’iscrizione latina usa lettere che io conosco, è il senso che mi dà problemi e quindi ho bisogno di un programma di trascodifica. Allo stesso modo oggi potrei leggere un testo scritto con un sistema chiuso, il problema è che quel sistema chiuso non rende possibile “far uscire” il testo in sé.

L’idea dell’incompatibilità oggi è nata probabilmente dalla velocità con cui cambiano i formati digitali: non si fa in tempo ad imparare cosa sia l’ePub (libro digitale) che subito Amazon si inventa il suo proprio formato (.mobi). Il lettore Kindle, nato per i .mobi, non legge gli .ePub quindi tutti i libri scritti in quest’ultimo formato sono persi? Ovviamente no, perché qualsiasi libro digitale al suo inteno utilizza un sistema inventato nel 1993: l’HTML, che a sua volta utilizza gli stessi codici ASCII del Commodore, sebbene potenziati.
È ovvio che un testo scritto in Commodore è incompatibile se letto con il Kindle, ma solo perché le case fanno di tutto per chiudere un testo compatibile in pacchetti.

Sembra antichaglia ma è ancora leggibile!

Ogni testo scritto dal 1992 ad oggi è perfettamente compatibile e leggibile anche a trent’anni di distanza. Non ci credete? Aprite il vostro Microsoft Word e su “Apri” cliccate in basso a destra, su “Tutti i file”: nell’elenco troverete programmi come WordPerfect e Works che giravano già nei primissimi anni Novanta.
Oggi in quella lista non c’è più WordStar, con cui ho scritto oceani di testi, ma almeno fino alla fine degli anni Novanta c’era ed ho potuto recuperare ogni parola che ho scritto con un sistema considerato “incompatibile”, e invece più che compatibile. Comunque un qualsiasi documento di WordStar, programma scomparso decenni fa, è perfettamente leggibile: basta prendere il file e mettergli a mano estensione .TXT: perderete la formattazione – per quel poco che si poteva formattare in WordStar – ma il testo è tutto lì, pulito e disponibile.

WordStar: quanti ricordi…

Ad essere incompatibili sono i software, perché nel cieco e vano andare sempre avanti dei sistemi operativi si tende a bruciare i ponti per mere ragioni commerciali, ma questo non importa: non ho bisogno di far girare Word 6 per aprire un documento di Word 6, mentre è importante oggi IGNORARE il nuovo formato .docx: vi prego NON salvate i vostri documenti in .docx, ma cliccate su “Documento di Word 97-2003 .doc” e il vostro testo sfiderà i millenni.


Conclusione

Quei testi che noi crediamo giunti fino a noi, conservati per millenni, sono in realtà copie sbagliate e rimaneggiate che sono passate per così tante mani che ora sono solo una pallida ombra dei testi originali.
Il digitale, al contrario, permette una duplicazione perfetta, la creazione non di una copia bensì di un secondo originale, quindi anche se nel peggiore dei casi ci si ritrovi costretti a convertire dei testi, l’operazione non solo è ad errore zero, ma richiede un tempo irrisorio. Un’intera biblioteca può essere convertita in un’ora o qualcosa del genere: e oggi ancora non c’è bisogno di questo accorgimento.

Quando oggi vengono citati “formati diversi e incompatibili” stiamo parlando solamente di pacchetti venduti da aziende in cui potete benissimo metterci le mani: il testo è sempre lo stesso, che sia un eBook in .ePub, un documento in Word, un post su WordPress o un sito web. È tutto perfettamente compatibile!

Chiudo con un ultimo esempio personale. Sto scrivendo questo testo in .TXT semplice, inserendo i codici per i corsivi, i neretti e i fogli stile dei titoletti. Poi inserirò il testo in WordPress e diventerà un post, poi magari lo raccoglierò in eBook in ePub che, con Calibre, trasformerò anche in .mobi e in .PDF. Cinque formati diversi non compatibili fra di loro, ma il testo è lo stesso: scritto una volta sola utilizzando ASCII e HTML!

Gli strumenti dello scrittore digitale

Ah, e con meno di 20 euro vi potete comprare un lettore floppy disk USB per PC, quindi… non buttate i vostri vecchi documenti su floppy, perché potreste recuperarli!

L.

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Pubblicato da su marzo 30, 2018 in TecnoLibri

 

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[Figurine] La Pantera Rosa (1978)

Dallo Scrigno Etrusco dei Ricordi riporto alla luce i miei vecchi album delle figurine: oggi presento “The Pink Panther – La pantera rosa“.

Figurine EDIS, della Quaderni EDIS, è un marchio che a quanto ho capito faceva concorrenza alla Panini, ma le informazioni che ho trovato sono tutte legate alle figurine dei calciatori: essendo io nato in una famiglia totalmente disinteressata al calcio, non ho mai provato alcun interesse per questo mondo. Mi piace perciò testimoniare altre iniziative di queste Figurine EDIS.

“Anno XI – N. 4 – 1° sem. 1978” Così leggo nel colophon di un album che a sorpresa trovo quasi del tutto riempito, mentre di solito gli spazi che rimanevano bianchi erano tantissimi. Il problema era che un album o lo finivi ordinando le figurine alla casa, ed era fuori discussione, o facevi a cambio con i tuoi amici. Valli a trovare altri amici che non facessero solo ed unicamente figurine di calciatori! In tutta la mia infanzia non ho mai trovato un solo mio coetaneo che facesse un qualsiasi altro album di figurine diverso dai Calciatori Panini, quindi non ho mai potuto fare a cambio e quindi ho sempre avuto album mezzi vuoti. Però avevo valanghe di doppioni da attaccare ovunque!

Ora lo confesso: non ho mai sopportato i cartoni animati della Pantera Rosa! Non li capivo e onestamente mi mettevano ansia. Quei fondali finti ancora oggi, a riguardarli, mi riportano alla mente inquietudini ed emozioni forti dovute al fatto che non capivo che diavolo succedesse: la storia che presento in fondo mi metteva tanta ansia! In fondo avevo 4 anni, anche se forse feci l’album in una qualche ristampa successiva.

Ecco qualche schermata: cliccate per ingrandire.

L.

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Pubblicato da su marzo 28, 2018 in Ricordi

 

La mia educazione informatica 2. Commodore64

Proseguo a raccontare l’Educazione Informatica del Giovane Etrusco, grazie al lancio da parte di redbavon di una nuova catena di Sant’Antonio, anzi… una catena di SanTagTonio, anzi… SanTag nerdAntonio!

È ampiamente risaputo che il Commodore è stata l’invenzione con la “i” maiuscola, che ha trasportato gli anni Ottanta nel futuro digitale: per la prima volta nella storia dell’umanità delle singole persone – anche non appartenenti a caste elevate o a professionisti del settore – avevano accesso ad una potenza di calcolo per l’epoca inconcepibile. Il 99% degli utenti italiani alla fin fine usava quello strumento per giocare, sprecando così una grande opportunità: mi fregio di appartenere all’1% che oltre a giocare usava il Commodore per ben altri usi.

Un compagno di scuola delle elementari aveva il Commodore16 (e mi raccontava le sue partite al gioco Visitors, ispirato al fenomeno televisivo dell’epoca), mio cugino aveva il VIC-20 mentre in seguito non ricordo più chi mi disse di avere il Commodore128. Giusto per citare altre varianti e non sembrare razzista… quando poi dico che per me esiste solamente il Commodore64.
Per i più giovani ricordo che prima della TV a colori è esistita quella strana entità chiamata “televisore in bianco e nero”, che io ho avuto per i primi nove anni della mia vita: per me le divise di Star Trek erano tutte grige, così come grigia era la giacca di Lupin III, la pelle di Hulk e il corpo sbrilluccicante di Automan. Per me dunque i colori del Commodore battevano qualsiasi TV HD 3D e cacchiate varie di oggi.

Difficile dire quando sia entrato in casa, ma è più che sicuro che nel 1983 – all’età di 9 anni – programmavo fluentemente in Basic, il sistema operativo del Commodore che era un portento. Vado a memoria…

10 Input A
20 If A > 1 then goto 40
30 If A = 1 then goto 50
40 Print “Ciao Commodore”
50 Print “Addio Commodore”

Non prendete per buono queste righe perché sto citando a memoria: è solo per lodare l’ordine strutturale che un amante della poesia dell’ordine come me sa apprezzare. Ad ogni stringa di testo si dava un numero arbitrario lasciando per convenzione 10 unità fra una e l’altra, perché se dopo un po’ ci si accorgeva che si era saltata una riga, si poteva inserire. Anche se ormai stavi alla stringa 100, ti bastava numerare una stringa 15 e quella sarebbe stata elaborata fra 10 e 20: magari oggi i PC fossero così intelligenti…

Nel programmino che ho citato, magari sbagliando per via della memoria non buona, il concetto è che si dà una variabile, cioè il Commodore mostrava il tasto “?” e aspettava che tu digitassi qualcosa: se digitavi un qualsiasi numero maggiore di 1 (> 1) allora appariva la scritta “Ciao Commodore”, se invece digitavi 1 (= 1) allora appariva l’altra scritta. Era un sistema operativo genialmente semplice che poteva raggiungere livelli elevati di complessità. Era una scala: stava a te decidere a quale gradino fermarti.

Introduzione alla grafica Commodore

La memoria non mi aiuta per i comandi POKE, ma chi all’epoca li usava sa quante meraviglie questo codice apriva: era il comando per far muovere gli sprite, quegli “spiritelli” che potevi disegnare tu stesso. Aspetta che lo ripeto: un bambino di 9 anni che può creare immagini e farle muovere sul televisore di casa… Spero che i bambini di oggi e i loro occhi appannati sappiano provare una meraviglia che mette a dura prova il loro cuoricino…
Tramite una tabella presente nel manuale, disegnavo l’oggetto che mi interessava e calcolavo latitudine e longitudine: mediante la più pura delle ragioni cartografiche creavo immagini che poi potevi veder ballare sullo schermo. Il risultato temo non valesse lo sforzo, era davvero una montagna che partoriva un topolino, ma l’impegno creativo era già pura soddisfazione.

Consunta ed usatissima pagina su cui disegnavo gli sprite

Questo però non deve farvi pensare che io fossi un “secchione”, ho passato anch’io le mie belle centinaia di ore ai videogiochi, sebbene non abbia mai esagerato: sin da piccolo sono una schiappa totale quindi dopo essere morto mille volte guardavo l’orologio: era passata mezz’ora… ed ero ampiamente stufo!

A parte un gioco di battaglia navale su cartridge – cioè una scatoletta di plastica che si attaccava dietro il Commodore – non credo di aver mai comprato un solo gioco per C64: onestamente non credo esistesse neanche un negozio dove li vendevano! Fra i compagni di scuola delle elementari giravano così tanti giochi che non c’era proprio il bisogno di cercarne altri. Soprattutto perché non superavo mai i primi quadri.

Quante ore passate con ’sto gioco…

Andando a memoria, e io non ho memoria, i giochi che mi hanno lasciato traccia sono:

  • Bruce Lee (già da piccolo ero fan numero 1 del Maestro, quindi non potevo non adorare questo gioco, sebbene non c’entrasse nulla con Lee)
  • Neptune (un sub che doveva attraversare varie grotte, schivando i miei adorati granchi!)
  • Hero (con un jet pack sulle spalle volavi per caverne e ti sfracellavi ovunque)
  • Forbidden Forest (un arciere che sparava frecce a scheletri viventi e Dragoni: mitico!)
  • Jumpman jr. (Mado’ quanto ho giocato a questo arrampicatore di livelli saltando gli ostacoli!)
  • Popeye (che in pratica era una copia di Donkey Kong ma con i personaggi di Braccio di Ferro)
  • Pac Man (va be’, giusto agli inizi poi mi ha stufato presto)

Ho giocato a mille altri giochi ma non ne ricordo il nome. Invece meritano una menzione speciale due giochi con cui ho giocato molto spesso con mio padre, dividendo splendidi momenti insieme.

  • Dungeon (dovevi liberare degli ambienti dai mostri stando attento a non sparare al tuo compagno)
  • (The Way of the) Exploding Fist (gioco di karate molto realistico, per l’epoca)

Ho citato tutto a memoria, visto che questo è un viaggio nella memoria: non prendete questi nomi per esatti!

Quante sfide contro mio padre…

Un giorno ho scoperto – forse grazie a mio cugino – il Simon’s Basic, in pratica una specie di programma grafico del Basic: potevi disegnare elementi anche molto complessi ma purtroppo non ricordo molto altro, se non che l’ho usato tantissimo.
Arriva il 1988 e ormai ho 14 anni, e come molti ragazzi comincio a scrivere racconti. E come li scrivo? Ovvio: con il Commodore! A parte qualche sketch comico e da ragazzino un romanzo incompiuto basato sull’incantevole Creamy (!!!) non ho mai scritto nulla a mano.

Il Word del Commodore!

Il Basic aveva mille risorse, ed ecco EasyScript, in pratica il Word per Commodore. Funzionava alla grande solo che, in un’epoca pre-mouse, ti spostavi sul foglio con i tasti: non era comodissimo, ma vi assicuro che dopo un po’ si prendeva velocità e la qualità era alta.
I miei primi racconti li ho scritti con EasyScript e poi li stampavo: non ricordo se li ho salvati su dischetto, ma di sicuro ho ancora quelle stampe.

Lettore di floppy disk (da 5″) per Commodore

Ho usato la parola “dischetto” perché ad un certo punto i miei investirono in un implementazione del Commodore64, comprando quello che chiamavamo semplicemente “il drive“. Cioè un lettore di floppy disk da 5 pollici che rendeva mille volte più veloce il caricamento di giochi e programmi salvati, rispetto alla musicassetta che si usava di solito, lenta come un’agonia.
Vado a memoria, ma credo che quei primi floppy contenessero qualcosa come 300 kb a facciata, che per i giochi del Commodore64 era uno spazio pressoché infinito. Lo stesso a forza di caricarli di giochi toccava fare bene i calcoli.

Jackson Libri 1983

Chiudo con un appello. Non ho idea di quanto sia costato il Commodore64 nel 1983, ma sono più che sicuro che per una famiglia normale come la mia non sarà stato uno scherzo. Eppure i miei erano fermamente convinti a investire in qualcosa che era chiaro far parte del futuro, del futuro per me: volevano che imparassi da subito a gestire qualcosa che in seguito sarebbe stato difficile imparare a posteriori. (Anche se in realtà sono abbastanza convinto che mio padre mi abbia usato come scusa perché lo voleva pure lui il computer!)

Riviste di videogiochi non ricordo me ne abbiano mai comprate, ma riviste di “informatica” quelle sì: riviste che insegnavano i “misteri” dei computer anche ai non addetti ai lavori, e che in famiglia leggevamo tutti. Questo per dire: non voltate le spalle al futuro, sperando che quello non vi veda e si allontani. Non insegnate ai vostri figli ad aspettare che il futuro cada loro addosso, ma a capirlo mentre ancora sta arrivando.

L.

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Pubblicato da su marzo 26, 2018 in Ricordi

 

Annientamento (2018) La crisi della ragione cartografica

Ci sono una biologa, un’antropologa, una topografa e una psicologa… No, non è l’inizio di una barzelletta, bensì di una delle storie più sorprendenti del millennio.
Queste quattro donne non sanno come sono arrivate nell’Area X, ma io so come ci sono arrivato… e soprattutto grazie a chi ci sono arrivato.

Ho l’esigenza fisica di commentare con passione e a fondo il romanzo Annientamento (Annihilation, 2014) di Jeff VanderMeer, ma non me la prenderò se vorrete saltare questa parte (sebbene vi perderete degli spunti che vi invito ad approfondire). Per comodità metto un indice così potete girare meglio per la pagina.
Sottolineo che solamente un 10% del romanzo è finito (male) nel film, quindi raccontando del libro non vi rovino alcun colpo di scena del film. (Anche perché i colpi di scena lì sono talmente banali e scontati che è impossibile rovinarli!)

Tutte le citazioni del romanzo sono tradotte da Cristiana Mennella, a cui vanno i miei complimenti: non dev’essere stato facile tradurre un testo così particolare.


Indice:


Come sono entrato nell’Area X

«Voglio rendere grazie al divino
labirinto di effetti e di cause. […]
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce»

Jorge Luis Borges,
Altra poesia dei doni (1963)

La settimana scorsa Evit mi ha manda un tweet con (vado a memoria) una frase del tipo “Annihilation fa per te”, o qualcosa del genere. Io dimentico di rispondere, ma la mia risposta sarebbe stata ben poco ispirata: avrei risposto semplicemente “Cos’è Annihilation?” Dubito stia parlando di Mortal Kombat: Annihilation (1997).
Passa qualche giorno e venerdì 16 marzo leggo la recensione di Cassidy di un film di Alexa Garland che tanti aspettavano: io non lo aspettavo, neanche sapevo chi era Garland finché non ho visto il disarmante elenco dei suoi film, ma lo stesso sono rimasto intrigato. Un film distribuito da Netflix che copia dai migliori? Voglio vederlo!

Però da Cassidy scopro che è tratto da un romanzo, così in attesa di vedere il film comincio a spulciare il libro… Aspetta, ma è pubblicato da Einaudi? Da quando in qua una casa così blasonata tratta la narrativa fantastica? Gli unici Einaudi che ho letto di questo genere sono Su e giù per lo spazio tempo (1984) di Rudy Rucker – un fottuto capolavoro – e La notte del drive-in (1988) di Joe R. Lansdale – un fottuto capolavoro… Ma vuoi vedere che ’sto Annientamento potrebbe essere un buon romanzo?

Vado su Amazon e clicco sull’anteprima gratuita del romanzo.

«La torre, che in teoria non doveva esserci, affonda nel terreno in un punto appena prima che la foresta di pini neri faccia strada alla palude e poi ai canneti e agli alberi contorti delle pianure salmastre. Dietro le pianure salmastre e i canali naturali c’è l’oceano e, un po’ più in là sulla costa, un faro abbandonato. Tutta questa zona del paese è disabitata da decenni, per motivi non facili da raccontare.»

Quello che gli aspiranti romanzieri che infestano Kindle Unlimited coi loro eBook autoprodotti non hanno ben chiaro, è che un incipit scritto come cazzo si deve spinge il lettore a premere su “compra questo libro”. E questo è un incipit scritto come cazzo si deve.

C’è una torre che non c’è, c’è la foresta, c’è l’oceano e pure il faro… ma quanti altri elementi pregni di letteratura servono per capire che questo è un romanzo da leggere?
Prendo l’eBook e da allora è stata un’ossessione: da quel venerdì non sono più riuscito a vivere senza passare ogni istante disponibile a leggere sullo smartphone questo capolavoro.



Un romanzo cartografico

Un momento dopo Alice s’infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe poi fatto a uscire da quel posto.

Lewis Carroll,
Alice nel Paese delle Meraviglie (1865)

Annientamento di Jeff VanderMeer è fra le migliori opere letterarie che ho letto dall’inizio del nuovo millennio, oltre che il romanzo più squisitamente cartografico in cui abbia avuto l’onore di imbattermi.
Perché credo che VanderMeer abbia scritto la prima opera in assoluto capace di rappresentare in modo dettagliato la nuova modernità, la nuova realtà in cui noi viviamo almeno dall’inizio del Duemila. E come ogni realtà nasce da un’immagine, anche questa nuova realtà nasce da un’immagine. Nasce da una mappa. Anzi, dalla fine del dominio della mappa sulla nostra concezione del mondo.

Jeff VanderMeer e il Faro dell’Area X

Come Borges amava ricordare, G.K. Chesterton – il giallista noto per il suo personaggio di Padre Brown – in una poesia del 1927 immaginò che ai confini del mondo vi fosse un albero che è più e meno di un albero, «un albero posseduto da uno spirito», e che ai confini orientali ci fosse un’«altra cosa non precisamente uguale a se stessa, una torre per esempio, dalla forma malignamente deformata» (da A Second Childhood, in “Collected Poems”): queste figure «violente e inesplicabili» racchiudono il nostro mondo. Perciò non stupisce che la protagonista del romanzo ci racconti di una torre che solo lei vede tale, per le altre compagne d’avventura infatti è un tunnel.
Come fa una torre ad essere anche un tunnel? Vi propongo un trucco per capirlo. Prendete un foglio di carta e disegnate una torre, ora rovesciate la carta ed avrete un tunnel. C’è solo un problema: la torre non è sulla carta.

Siamo nell’Area X, una zona interessata da un misterioso Evento che ha creato un ambiente dove le leggi fisiche non sembrano più seguire il corso che noi conosciamo, e dove avvengono fenomeni dalla natura indefinibile: addirittura potrebbe trattarsi di semplice suggestione, indotta nella mente di chi entri in quell’area.
Molte missioni di volontari addestrati hanno provato ad entrare in una zona chiaramente figlia della narrativa tanto di Stanislaw Lem (il cui pianeta-oceano Solaris leggeva nella mente degli esploratori modificando la realtà) quanto dei fratelli Strugatsky (il cui Stalker e la sua misteriosa Zona do per scontato sia fonte letteraria primaria per VanderMeer), ma i più fortunati non sono più tornati indietro. Quelli che sono tornati… non erano più loro. Sembravano aver perso ogni scintilla di umanità.

Cinque donne (solo quattro nel romanzo) pronte a studiare l’Area X
(© 2018 Paramount Pictures)

Armate di fucili e pistole quanto di microscopio – ogni tecnologia digitale è vietata nell’Area X – le quattro scienziate sono state addestrate in ogni senso: la psicologa ha una serie di parole chiave per indurre ipnoticamente le sue compagne a certi comportamenti, se per caso la situazione dovesse mettersi male. E la situazione si mette male sin da subito. Perché la torre non è sulle mappe…

«La topografa e l’antropologa avevano espresso una specie di sollievo quando avevano visto il faro. La sua presenza sulla mappa e nella realtà le tranquillizzava, offriva un punto fermo. Conoscerne la funzione le tranquillizzava ulteriormente.»

Nell’Area X c’è una torre (che è un tunnel) e un faro: solo quest’ultimo è sulla mappa. Come si vede dal testo citato, la presenza sulla mappa dà sicurezza, perché l’autore ha preso quattro personaggi provenienti dalla nostra modernità, quella nata nel 1492 e in vigore fino almeno al 1969, anno in cui mentre erano tutti con la testa puntata verso la Luna e la missione americana che stava per sbarcarvi, due computer per la prima volta dialogavano fra di loro. Nessuno si accorse che quello era il vagito dell’Annientamento della nostra realtà.

Il Faro, con valenze diverse dal romanzo al film

Il geografo Franco Farinelli ci ha insegnato che quando nel 1492 Colombo partì per il suo viaggio attraverso l’oceano lasciava dietro di sé una Terra rotonda, come tutti sapevano sin dalla più lontana antichità: al suo ritorno, il navigatore portava con sé l’Annientamento. Perché da quel giorno la Terra era piatta. La Terra era ora una mappa, e tutto ciò che non era sulla mappa non esisteva.
Da allora, dall’inizio della modernità basata sul tempo e sullo spazio, la mappa è stata l’unica realtà a cui noi abbiamo guardato: l’immagine definiva il reale, la mappa definiva il mondo. E sulla mappa tutto ha un nome e tutto ha una funzione, e tutto ha una forma precisa.
Quella scintilla del 1969 invece ha portato ad un’epoca telematica dove spazio e tempo non hanno più significato, sono stati abbattuti, dove i nomi non hanno più molto valore: ciò che ci indica sono i nickname. Noi post-moderni dunque, ci informa VanderMeer, stiamo vivendo nell’Area X.

«In fondo cos’era una mappa, se non un modo per mettere in luce alcune cose e renderne invisibili altre?»

Nell’Area X il tempo e lo spazio non esistono: si può camminare per giorni in ogni direzione senza apparentemente arrivare da nessuna parte. Nell’Area X non esistono i nomi, infatti nel romanzo mai, neanche di sfuggita, viene usato un solo nome proprio: ognuno è rappresentato dalla propria funzione (cartografica). Nell’area X una torre può essere un tunnel e il faro è sempre più lontano di quello che sembra, quindi è una zona impossibile da rendere su mappa, né qualcuno ci prova. Perché in mancanza di tempo, di spazio e di nomi, la mappa non ha più alcun senso.
Ma noi siamo la cultura della mappa, ogni nostra concezione umana nasce da un’immagine scritta su carta: da millenni ogni nostra cultura nasce da parole scritte su supporti piatti, come possiamo concepire un’Area X dove la realtà sia fluida e non fissa? Rischiamo davvero di non vedere più ciò che ci circonda…

«Vedevo solo quello che avevo visto quando mi ero voltata a guardare il confine durante il tragitto verso il campo base: un nebuloso spazio bianco

Cos’altro serve per capire che le protagoniste sono finite in una mappa vuota, senza più nulla da poterci scrivere?

«Che cosa c’era al di là della mappa?»

La protagonista è giustamente atterrita: che mondo mai potrà esistere al di fuori della nostra ragione cartografica? Sicuramente sarà un mondo pieno di… meraviglie!

Alice davanti al tunnel del Bianconiglio
(Photo by Peter Mountain © 2018 Paramount Pictures)

L’Area X è il Paese delle Meraviglie e la discesa della protagonista nella Torre/tunnel è null’altro che la discesa di Alice nella tana del Bianconiglio. Ma stavolta tutto è diverso. Cosa c’era appeso alle pareti del tunnel sceso da Alice? C’erano carte geografiche, perché per quanto assurdo il Paese delle Meraviglie continuava a rispettare la modernità, a nascere da un’immagine e a dare senso alle mappe. La discesa della biologa non ha più alcun rapporto con la mappa e ciò che incontra è solo una “realtà liquida”, proprio per rifarsi ad un’espressione con cui il filosofo Zygmunt Bauman ha ribattezzato la modernità in cui noi viviamo: una “modernità liquida”.

«Camminavamo lentamente, sorreggendoci alla tabula rasa della parete destra per non perdere l’equilibrio.»

Cos’altro ci serve per capire che VanderMeer sta facendo compiere alle protagoniste una discesa che è l’esatto opposto di quella di Alice? Quest’ultima vedeva alle pareti delle mappe, le nostre scienziate invece sono costrette ad appoggiarsi ad una tabula rasa. Una tavola vuota, il nemico per eccellenza della nostra cultura.

L’ultimo avamposto moderno contro la post-modernità

Cosa esiste in questo nostro mondo moderno che sia privo di spazio e di tempo, in cui i nomi non esistano e la realtà sia costantemente “liquida”? Ovvio: il social network, in questo caso simboleggiato dal Faro. Qui infatti la protagonista trova valanghe di frasi lasciate da precedenti visitatori, strati di parole senza significato che non hanno altro valore se non per chi le ha scritte.

«Così tanti, con tanto bisogno di comunicare cose di poco conto.»

Questa è la modernità liquida, sembra avvertirci l’autore: strati di parole la cui distanza nello spazio e nel tempo non ha importanza, né il nome di chi le abbia scritte. Il Faro non è altro che un archivio di facebook, pieno di parole stratificate che nessuno rileggerà mai.
Ma la protagonista appartiene alla cultura della mappa, che non può concepire un mondo senza più corrispondenze: come cerca dunque di mantenere la propria sanità mentale? Dicendo:

«Pensai che sopra c’era tutto, e sotto non era rimasto niente.»

Quale realtà può mai corrispondere a questa descrizione? Solo la mappa può farlo, la carta sopra la quale c’è il nostro mondo e sotto la quale non c’è nulla.
Per millenni l’uomo ha lottato con “ciò che sta sotto” perché sicuramente è maligno: il prode Ulisse – il primo eroe della cultura occidentale – come è uscito dalla grotta di Polifemo, come cioè ha perpetrato un inganno ai danni di un rappresentante della cultura più antica rispetto all’eroe? Aggrappato al ventre di una pecora: stando cioè sotto ed anticipando quel concetto che nel Medioevo sarà chiamato “soggetto” (sub-iectus, “ciò che sta sotto”), e che alla cultura della mappa serve per calcolare la distanza dall'”oggetto” (ob-iectus, “cio che si vede”).
L’Area X non ha questo passato, non segue queste regole, visto che non esiste lo spazio e non c’è un sotto e non c’è un sopra, quindi non c’è né soggetto né oggetto: concetti inconcepibili per gli umani… così come gli umani sono inconcepibili per l’Area X.

Dalle varie missioni è capitato che dei membri ritornassero a casa, sebbene in realtà non sono mai tornati. Incapaci di rispondere a qualsiasi domanda, confusi e storditi, questi “ritornati” muoiono velocemente di cancro. Non sono chi dicono di essere, sono copie plausibilmente create dall’Area X che però sono “fallate”, in quanto l’entità non capisce il concetto di mappa: gli uomini che ritornano sono mappe sbagliate, cartine in cui i punti non hanno alcuna corrispondenza con il reale e quindi l’opera non ha alcun significato.

Ciò che l’Area X crede sia un essere umano
(© 2018 Paramount Pictures)

Capiamo questo sforzo (vano) di imitazione quando la protagonista trova una maschera in terra, una replica di volto umano che le “restituisce calma”.

«Quella maschera, chissà perché, mi restituì un po’ della calma che avevo perso durante la conversazione con la psicologa.»

È comprensibile quella reazione, perché la mappa è un volto, “la faccia della Terra”, come la mappa di Borges che era così complessa da finire per rappresentare il volto del proprio autore.

«Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.»
Jorge Luis Borges, Epilogo a “L’artefice” (1960)

Il volto è una mappa e quindi ci dà tranquillità, ma trovarla in terra rappresenta ben altro fenomeno: è un tentativo (fallito) dell’Area X di replicare gli ospiti che regolarmente vengono a visitarla, che è come creare una cartina ignorando ciò che si sta ritraendo e il significato dei nomi che si sta scrivendo. Il risultato è un oggetto senza senso, come appunto i “ritornanti”.

Ogni riferimento ad Aliens (1986) e alla sessualità malata di Giger credo sia voluto

Chiudo con un passo che mi rifiuto di credere sia casuale, poche righe che sono più che sicuro VanderMeer abbia ricalcato dal diario di bordo di Colombo alla data dell’11 ottobre 1492, il giorno dell’Annientamento del mondo classico, sostituito dalla modernità.
Prima di dirigersi al faro la protagonista vede un puntino luminoso provenire da quella costruzione:

«Mentre lo osservavo, il bagliore si spostò un pochino in alto a sinistra e si spense, riapparve qualche minuto dopo molto più in alto, poi si spense una volta per tutte. Aspettai che la luce tornasse, ma invano. Per qualche ragione, più la luce restava spenta, più diventavo inquieta, come se in questo strano posto una luce – qualunque luce – fosse un segno di civiltà.»

Nel buio dell’oceano, Colombo per primo affermò di aver visto terra – cioè il Nuovo Mondo – spiegando così come si erano svolti i fatti:

«L’Ammiraglio, alle dieci di sera, stando sul castello di poppa, vide una luce ma fu cosa sì poco certa che non ardì affermare essere terra […]. Dopo che l’Ammiraglio lo disse, detta luce si vide una volta o due ed era come una candelina di cera che si sopiva e si rinfocolava.»
(Diario del primo viaggio, Einaudi 1992)

Come spiegherà in seguito Colombo stesso, pensò che quella luce appartenesse alla candela di una processione, che si spengeva a tratti per via del vento. Esattamente come il navigatore, la biologa di Annientamento ha visto un nuovo mondo, quello dell’Area X, attraverso uno strumento tipico del nostro mondo, un fenomeno che nel 1492 si insinuò nella classicità spazzandola via pian piano, esattamente come l’Area X è destinata a spazzare via la modernità. Colombo ha visto un “punto di fuga”, ha cioè visto il punto dove le rette parallele – che nella geometria classica non si incontrano mai – possono incontrarsi: e possono farlo grazie alla prospettiva. Quella prospettiva che ha reso la Firenze del Quattrocento il Faro da cui si è irraggiata la modernità in ogni angolo del mondo.
La biologa vede lo stesso punto di fuga? Ovviamente no, perché lei ora si trova in una realtà dove spazio e tempo non esistono e quindi non ha senso parlare di rette parallele, che si uniscano o meno. Lei vede invece l’ultimo singulto, l’ultmo bagliore di quella luce che brillava sin dal 1492 e che ora è destinata a spegnersi.

Gli ultimi bagliori della modernità

La modernità, dove cioè il mondo è piatto, dove esiste lo spazio e il tempo, dove esistono i nomi e le corrispondenze fra soggetto e oggetto, è destinata a scomparire nella modernità  liquida in cui viviamo: una realtà digitale dove non esiste più la ragione cartografica che sosteneva il mondo, e dove dobbiamo imparare le nuove regole come tanti gatti di Schrödinger intrappolati nelle nostre scatole…

«Queste cose sono e non sono reali. Esistono e non esistono.»


«Nello spazio, cioè sulla tavola, una cosa o c’è o non c’è, o esiste o non esiste, o è disegnata o non è disegnata. Ma allora, se siamo costretti ad ammettere che lo spazio non vale più, come adesso siamo costretti ad ammettere, ciò significa una sola cosa: il ritorno di Polifemo, del mito, del globo, che sono esattamente la stessa cosa.»

Franco Farinelli,
Il globo, la mappa, il mondo (2003)



Un film minuscolo e banalissimo

Il romanzo esce nelle librerie americane il 4 febbraio 2014 e lo stesso anno la Paramount ne acquisisce i diritti. Inizia una lunga gestazione sia per la parte tecnica che artistica: VanderMeer ha tutto il tempo di pubblicare tanto il noiosissimo secondo titolo (6 maggio 2014) quando il terzo che non provo neanche a leggere (29 agosto 2014) prima ancora che entri in scena Alex Garland. Il quale fa finta di prendere il primo libro poi, quando tutti sono girati, lo getta nel cestino e comincia a scrivere una linearissima e banalissima versione fighetta de L’invasione degli ultracorpi (alieni giunti dallo spazio a replicarci) fuso con Il giorno dei trifidi (piante maligne che si replicano in mille forme), con qualche sgommata che alla lontana potrebbe far pensare ad alcune scelte visive di Stalker (1979), se vogliamo essere buoni e immaginare che alcune inquadrature ricche di detriti fusi con la natura siano un omaggio ad alcune scene di Tarkosvkij.

Signo’, so’ due etti di Tarkovskij: che faccio, lascio?

In fondo lo sceneggiatore londinese ha visto che se rifà i classici usando una fotografia “figa” e tanti bei colori pastello il pubblico sviene dal piacere. Nel 2014 ha attinto a piene mani dal racconto La casa di ieri (1952) del maestro Fritz Leiber – un uomo arriva su un’isola dove uno scienziato vive con una ragazza clonata – aggiunge noia, balletti, lungaggini inutili, tanti bei colori e paesaggi mozzafiato per tirar fuori l’inutile Ex machina – un uomo arriva su un’isola dove uno scienziato vive con una ragazza robot. Oggi è un film citato come a dire “Ammazza, è il ritorno grande genio di Ex machina” quando invece all’epoca erano tutti abbastanza concordi trattarsi di una minchiatina.
Copiare dai classici è sempre cosa buona e giusta, così Garland rifà il celebre film di Don Siegel – simbolo della paura dell’invasione comunista, cioè la base fondante della cultura americana – aggiungendo scene a cazzo per far finta di avere qualcosa a che fare con il romanzo di VanderMeer. Il che non è.

Garland mostra a VanderMeer i capitoli che ha spazzato via del suo romanzo
(Photo by Miya Mizuno © 2018 Paramount Pictures)

Il primo fotogramma di Annihilation – presentato in patria americana il 23 febbraio 2018 e trasmesso in italiano da Netflix il 12 marzo successivo – mostra un qualcosa che arriva dallo spazio e atterra su un faro: ammazza che sottigliezza! Si vede che Garland è uno di quei registi che vanno per sottrazione: sta tutto in quel detto e non detto…
A dieci secondi dall’inizio del film ci vengono snocciolati spazio, tempo e nomi: cioè tutto ciò che il romanzo NON rivela, proprio come il testo di VanderMeer non parla di UFI o “robe” venute dallo spazio.
Quello che segue è un temino scolastico con cui Garland riesce a dire cose di una banalità disarmante con la supponenza di stare inventando il cinema.

Un intero romanzo a NON parlare di UFO, e il film inizia con l’arrivo di un UFO

Garland è un ottimo regista e dal punto di vista tecnico Annientamento è uno splendido film, grazie soprattutto alla coloratissima, intensa ed inquietante fotografia di Rob Hardy, che è lo stesso di Ex machina: proprio dalla bellezza visiva di questo film nasce il problema.
Come il romanzo di VanderMeer dimostra, nella “modernità liquida” in cui noi viviamo il crollo di spazio, tempo e nomi rende inutile ogni cartina, e noi che siamo la cultura della mappa ci troviamo spaesati: ormai le immagini (cioè le mappe) non hanno più alcuna corrispondenza con quel reale che fino a poco tempo prima addirittura contribuivano a creare – la realtà è sempre nata da un’immagine, dal 1492 fino almeno alle porte del nuovo millennio – e non hanno più senso. Eppure il pubblico le ama di più.
Come dimostrano le grandi produzioni cinematografiche in maniera sempre più forte, soprattutto dalla seconda decade del nuovo millennio, l’immagine non veicola più il messaggio, come nelle mappe, bensì l’immagine è il messaggio.

Un’immagine splendida: peccato sia del tutto immotivata e inutile

Garland è sicuramente uno dei migliori cantori di questa nuova poetica, insieme a quell’altro grande paladino dell’inconsistenza che è Denis Villeneuve: sono autori che non hanno nulla da dire e non dicono nulla, perché sono moderni e quindi sanno che nulla va detto. Siamo tutti nell’Area X, nel pieno della crisi della ragione cartografica, dove ogni valore della cultura della mappa cessa di esistere e cosa rimane? Rimangono immagini senza più alcuna corrispondenza: immagini vuote. Ma belle, davvero belle. E tanto basta.

Che bella fotografia, peccato che i personaggi siano privi di forma

Per Todd McCarthy del “The Hollywood Reporter” (21 febbraio 2018) il film «è un feroce, ferale femmino-centrico aggiornamento dei grandi classici come La Cosa e Alien». Ma già Alien era femmino-centrico (female-centric)! Boh. Ovviamente il regista «dimostra una mano infallibile»: ma è una recensione o un’apologia da stampa di regime? Manca il “fiero cipiglio” poi siamo al completo.
«[Il finale] non potrete mai immaginarlo neanche se aveste visto centinaia di film di fantascienza, perché è qualcosa che non avete mai sentito prima: il bagliore». Mi sa che il “bagliore” (shimmer) ce l’aveva in testa il giornalista.

Vai con la luccicanza, il vero messaggio del film

La trametta del film è minima fino all’imbarazzo perché tanto a che serve? Una volta buttato lì un UFO, un coccodrillo, un mostrone che non c’entra una mazza ma riempie il minutaggio, supercazzole biologiche a spruzzo, fiori colorati, mitra smitraglianti e la luccicanza, che altro serve? Caffè, ammazzacaffè e poi tutti a casa.
L’importante è che tutto sia bello e soprattutto vuoto, con tanto di colpone di scena che fermati, ti dico fermati che era proprio impossibile aspettarselo, una sorpresa che purtroppo risulta scontata se uno ha visto anche solo un film in vita sua… Pure se uno nella vita ha visto solo Il maggiolino tutto matto è in grado di capire con un’ora di anticipo come finirà questo filmetto.

Questa è la nuova poetica: è bella… contrazione di beato nulla.



«La balena bianca è la Sfera, inafferrabile perché mobile, incartografabile impalcatura. E la morte di Achab, che diventa tutt’uno con la preda che insegue, prefigura la forma della fine della distinzione epistemologica tra soggetto e oggetto: la fine dell’uomo, non però per il “ritorno del linguaggio” ma perché la maglia dell’esistente (la rete) si stringe, ed esseri biotecnici iniziano a vivere.»

Franco Farinelli,
La crisi della ragione cartografica (2009)

L.

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Pubblicato da su marzo 23, 2018 in Recensioni

 

[Books in Movies] Hellraiser 8 (2005)

Katheryn Winnick si rilassa con Peter Benchley

Ho già parlato di questo ottavo episodio della terrificante saga di Hellraiser, qui mi preme citare la breve scena i cui la protagonista Chelsea (Katheryn Winnick) viene presentata intenta nella lettura dell’edizione paperback 1990 del romanzo “Rummies” (1989) di Peter Benchley, inedito in Italia.

La confusionaria trama di questo romanzo, già ampiamente dimenticato visto che le critiche dell’epoca non furono positive, non sembra avere nulla a che vedere con il film, quindi risulta davvero la curiosa presenza del libro in scena. Magari è un semplice oggetto di scena finito nel campionario dello scenografo o addirittura la copia personale di qualcuno del cast.

L.

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1 Commento

Pubblicato da su marzo 21, 2018 in Books in Movies

 
 
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