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Letture obbligatorie odiose

Più volte in questo blog ho parlato di libri che mi sono stati assegnati come compiti scolastici e che poi mi sono entrati nel cuore – come per esempio Niente di nuovo sul fronte occidentale – ma dopo aver letto questo post della Cupa voliera del Conte Gracula mi sono detto: perché non parlare anche dei libri assegnati come compiti che ho odiato?


Piccolo mondo antico (1895) di Antonio Fogazzaro

Accettai con il sorriso sulle labbra il compito di leggere questo celebre testo del Fogazzaro, principalmente perché l’edizione Oscar Mondadori che i miei genitori mi comprarono era a dir poco stupenda: una copertina bucolica che scaldava il cuore e quella bella carta porosa e morbida che rendeva unici e deliziosi gli Oscar. Così quel 12 ottobre 1987 iniziai la lettura… che proseguì per 58 giorni mortalmente noiosi.

«Nonostante sia un classico, lo giudico noioso» ho lasciato scritto nel mio database: avevo 13 anni ed ero già molto diplomatico! Userei parole molto più forti per descrivere lo sfrangimento scrotale che provai in quei lunghi giorni di noiosa lettura, con una trama che non ha lasciato tracce nella mia memoria e uno stile che per fortuna ho dimenticato. Per lo più ho iniziato la lettura durante una delle mie lunghe malattie – gran parte della mia infanzia l’ho passata malato ma non ricordo di cosa! – e questo rendeva più pesante il tutto.

Non pago della tortura, però, volli provare “Malombra” dello stesso autore perché intrigato dalla trama: gravissimo errore…


Il giorno della civetta (1961) di Leonardo Sciascia

Immaginate un ragazzo delle scuole medie, che legge con piacere Jules Verne, L’isola del tesoro di Stevenson e altri classici per l’infanzia. È un ragazzo che usa la lettura come chiave d’accesso verso mondi vasti ed universi densi di forti emozioni, non ultima la paura. E ora spezzate questo giovane cuore assegnandogli per compito la lettura di un testo mostruoso… Il rischio che è il giovane non legga mai più in vita sua.

Il 26 marzo 1988, mentre ancora frequentavo la terza media, a me 14enne venne dato come compito la lettura di questo testo di Sciascia che a distanza di tanti anni ancora mi provoca violente reazioni. Non ricordo una sola parola e non voglio ricordarla, non ricordo la trama e non voglio ricordarla: ricordo solo l’orrore abominevole che mi provocava la lettura.
40 giorni di travaglio nefasto sono servivi a leggere questo… boh, non so neanche se sia un romanzo o un saggio. So solo che da allora odio Sciascia e tutto ciò che lo faccia ricordare.

Quando un paio d’anni dopo una professoressa di liceo propose alla classe una serie di testi a scelta, come compito, fra questi c’era “La strega e il capitano” di Sciascia. Mi sbrigai ad avvertire il mio amico compagno di banco dell’epoca di stare lontano e non guardare negli occhi quel romanzo, perché l’autore era il Male in persona. Non so perché nessuno mi dia mai retta, e quasi per sberleffo il mio amico lo scelse, attirato anche dal fatto che era il libro più piccolo di tutti quelli proposti.
La soddisfazione arrivò dopo, quando l’amico mi confidò l’abominevole orrore che rappresentava la lettura di quell’autore…

Ovviamente io esagero, Sciascia è una gloria nazionale e ho pienamente fede che la sua lettura sia importante, ma dubito fortemente che darla come compito delle scuole medie produca dei frutti: a me ha creato un orrore che mi tiene lontano dall’autore, che non leggerò mai più, neanche a pagamento.


Canne al vento (1913) di Grazia Deledda

Dio delle Città e dell’Immensità, se è vero che ci sei… perché fai assegnare come compito la lettura di romanzi regionali? No, aspetta, magari fossero regionali: neanche la parola “campanilismo” rende bene, perché la piazza del campanile è uno spazio geografico troppo ampio. Sono romanzi che per simboleggiare l’universale ti raccontano il particolare di una zona talmente geograficamente piccola da essere a malapena rilevata. In questo caso l’universale è la Sardegna, il particolare è il tavolino dove Deledda ha scritto ‘sta roba.

«Interessante panorama delle credenze e superstizioni di un paesino sardo» è la mia asettica e curiosa annotazione dell’epoca: ma che vuol dire? Temo che queste note diplomatiche erano dovute al fatto che mia madre poi le leggeva, quindi non potevo scrivere “che due coglioni ‘sto libro”.

Iniziato il 26 marzo 1990, finito 44 lunghi e infiniti giorni dopo, non ricordo altro se non la pesante pesantezza e la morte nel cuore quando dovevo leggerlo, con quelle pagine talmente pesanti che non si giravano mai…


Senilità (1898) di Italo Svevo

L’unica nota positiva di questo romanzo è che ne nacque una deliziosa e proficua discussione con la mia professoressa del liceo – Licia Ferro, che un giorno riuscirò a contattare e a dirle che in tutta la mia devastante carriera scolastica è stata l’unica insegnante che sia stato in grado di comunicare con me: la mia passione per le ricerche è nata grazie a lei, quindi ogni mio post, ogni mio libro e ogni mio saggio è suo debitore – va be’, dicevo che nacque con lei una discussione sul… “niente”.

In Senilità non succede niente, ma questa non può essere una recensione. Che vuol dire “niente”? Non è un romanzo d’avventura, non ci sono inseguimenti né corse, è il racconto dei pensieri del protagonista. Ma non era questo che intendevo, e cercavo di spiegare che proprio dove c’era “azione” era pesante il “niente”: il protagonista andava a trovare la sorella, poi faceva una passeggiata, poi faceva questo e poi faceva quello. Ecco, quello era “niente”. Quando rimaneva seduto a pensare, almeno era “qualcosa”…

Se ne parlò a lungo e fu divertente, ma è l’unico ricordo buono di un romanzo che ho lasciato scritto d’aver iniziato il 29 novembre 1990 e di aver mollato a metà dopo 12 giorni. Temo sia falso: non credo proprio di essere arrivato fino a metà… avrò saltato dieci pagine alla volta per fingere di arrivare a metà!

Onestamente devo dire che anni fa provai a rileggerlo e curiosamente ne ho tratto le stesse conclusioni: il primo capitolo è bellissimo ma poi crolla tutto nella noia più totale. Forse sono stato “marchiato” da quell’esperienza e non ne sono più uscito fuori…


Se trovo altri libri “odiosi”, farò un altro post.
E voi? Che libri odiosi avete letto, costretti da un compito scolastico?

L.

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Pubblicato da su settembre 5, 2017 in Uncategorized

 

[Archeo Edicola] Lui è peggio di me (1985)

Mi raccomando: riviste in vista…

Ah, gli anni Ottanta: un decennio di bombardamenti a tappeto di marchette!

Per caso si vede Diabolik?

Saranno pure passati trent’anni e oltre, ma la comicità dell’assurdo della coppia Renato Pozzetto / Adriano Celentano – già rodata in “Ecco noi per esempio…” (1977) – mi sembra funzioni ancora, o per lo meno a me fa ancora ridere. Il loro citato precedente film aveva ambizioni di trama e “contenuto” e onestamente non mi sembra riuscitissimo, mentre invece qui si abbandona ogni velleità e si lasciano i due personaggi liberi di fare quello che sanno fare meglio: assurdo cazzeggio. (Che detta così sembra facile, ma non lo è affatto.)

Ecco, così, che “Zombi” ancora non c’era visto…

In “Lui è peggio di me” (febbraio 1985), diretto da Enrico Oldoini e scritto da lui stesso insieme a Bernardino Zapponi, abbiamo così tante pubblicità tutt’altro che occulte che sembra di star vedendo la Mediaset dell’epoca: in pratica il film è un unico spot in cui si muovono i due attori. Automobili, indumenti, locali, alcolici: dite un prodotto, e qui ne trovate la pubblicità (non)occulta.
Poteva mancare l’editoria a fumetti, che in quegli anni era al massimo del suo fulgore?

Senti, ma… si sono visti Diabolik e Zombi?

Durante la scena dello scherzone, in cui Celentano si finge morente e Pozzetto ignaro lo va a trovare, abbiamo un gustoso assaggio dell’editoria da edicola dell’epoca. Così vediamo subito un bel “Diabolik” n. 25 (8 dicembre 1969), “Orchidea rossa” nell’edizione ristampata “Diabolik R” n. 153 (12 novembre 1984).
Poi, sempre in bella vista, abbiamo il mensile “Zombi“, nato nel marzo 1984 per Edizioni Elfo e che proprio in quel novembre presentava l’ultimo numero, cioè quello fra le mani di Pozzetto.

Ah, ma c’è pure Satanik?

Mentre i due attori disquisiscono sulla pronuncia di Tex – è Uiller o Viller? – la cinepresa inquadra il retro di una delle riviste di Pozzetto e leggiamo “Satanik“, ma poi nell’inquadratura successiva…

E Satanik? Che fine ha fatto?

… il retro della rivista è un altro! Magia del cinema.

C’è tempo anche per Totem

La fine dello sketch fa in tempo a mostrare, per giusto un fotogramma, la rivista “Totem“, nata nel febbraio 1980 per Nuova Frontiera: si vede solo uno spicchio della testata, ma solamente “Extra Totem” n. 31 (gennaio 1984) ha una testata che corrisponde a quella inquadrata, quindi sono abbastanza sicuro sia lui.

Una bella casa con tanti Topolini

Passando alla casa dove vivono i due protagonisti, la troviamo piena di tutto, e quindi anche piena di pubblicazioni da edicola. Abbiamo una bella collezione di albi di “Topolino” ma non mancano pubblicazioni più mature come “Alter” (Linus) della Milano Libri, che non sono riuscito meglio ad identificare…

A sinistra, c’è un Alter che vi guarda

Così come il mensile “Corto Maltese” sempre della Milano Libri, nata nell’ottobre 1983 come contenitore di vari fumetti. Qui vediamo il numero 6 (Anno II) del giugno 1984.

Poteva mancare Corto Maltese?

E le quote rosa? Andiamo, fin qui sono stati citati fumetti per maschietti più o meno cresciuti: e le signorine? Tranquille, seguendo le idee che avevano gli uomini negli anni Ottanta (ma non solo) riguardo l’universo femminile, abbiamo un’inquadratura che reputo perfetta…

Su… fai la Brava…

Vediamo la discinta attricetta di turno posare davanti alla testata “Brava“, mensile di lavori e arredamento del Corriere della Sera, perfetto per la brava donnina di casa.
Perché esistono solo due tipi di donna: la moglie che bada alla casa e la zoccola sul divano da tenersi come amante. Sono gli anni Ottanta, baby

L.

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Pubblicato da su settembre 1, 2017 in Archeo Edicola

 

Dove osano le Lego

Diversi fattori mi hanno spinto a scrivere questo testo, e tutti si sono concentrati sabato scorso: questo confronto fra cinque film di guerra di Vincenzo del blog “L’Ultimo Spettacolo” e questa classifica dei migliori 5 Lego dell’infanzia di Riccardo del blog “Il Bazar di Riky“, nuova frequentazione che ho scoperto in un post similare del blog “The Reign of Ema“: e tutti noi seguiamo le Lego di MikyMoz.
La fusione di film di guerra e giocattoli anni Ottanta mi hanno spinto a dire la mia su un argomento molto personale.

Uno storico film di guerra, ma forse non il migliore dell’epoca

Superata la Pasqua del 1984 i giornali informano che il Ministero del commercio estero italiano ha concesso l’autorizzazione per l’importazione di oltre duecento film, per un valore di 50 miliardi di vecchie lire, per essere trasmessi dai tre canali RAI. Perché mai quel ministero si è occupato di cinema? E perché si parla di film “sbloccati”?
Nei giorni successivi di quell’aprile 1984 ci viene spiegato che i produttori cinematografici italiani si erano sollevati contro l’eccessivo acquisto di pellicole straniere, che “rubavano spettatori” ai prodotti nostrani, così era dovuto intervenire il ministero per sbloccare la situazione, sborsando vari miliardi di lire – c’è chi dice 50, chi 25, chi di più, chi di meno: i giornali italiani le sparano sempre di tutti i colori! – per fornire alla televisione nazionale prodotti di altissima qualità.

Clint Eastwood e Richard Burton: due attori “leggermente” famosi!
(© 1968 Warner Bros)

Sono lontani i tempi in cui gli enti pubblici investivano per venire incontro alla gente, battendo il privato. Ricordo infatti che all’epoca il cinema era in mano a produttori privati, non come oggi che ogni inutile porcata immonda, che non guadagna un solo euro, è considerata di pubblica utilità e pagata con soldi nostri. Oggi il cinema italiano è fatto prelevando soldi dalle tasche di noi pochi che paghiamo le tasse, all’epoca invece i produttori privati ci mettevano soldi loro. Poi tanto arrivava il ministero a sborsare miliardi di soldi pubblici…

Il quell’aprile 1984 la RAI strombazza in giro, giustamente entusiasta, i grandi film americani che ha appena comprato per poter trasmettere in prima serata, assicurandosi poi che scomparissero tutti nel nulla, garantendo il minor numero possibile di repliche per il futuro. (Per fortuna in molti casi detti film sono stati comprati da altre reti e resi molto più disponibili.)
Abbiamo filmoni come Il dottor Zivago (1965, trasmesso da Raiuno il 6 maggio di quell’anno), I magnifici sette (1960, trasmesso da Raidue l’8 maggio), Irma la dolce (1963, trasmesso da Raitre il 16 maggio) e La grande fuga (1963, trasmesso da Raidue il 22 e 23 maggio). Ci sono anche pellicole più recenti, come Cavalieri selvaggi di John Frankenheimer (1971, trasmesso da Raiuno il 18 maggio) e La formula di John G. Avildsen (1980, trasmesso da Raidue il 15 maggio).

In pratica da quel maggio 1984 ogni giorno un canale RAI mandava in onda un filmone, nel disperato tentativo di fare concorrenza alle reti private – come per esempio quelle di Berlusconi, Canale 5 (dal 1981) e Italia1 (dal 1983) – e nel frettoloso calderone di una programmazione schizzata viene mandato in onda uno dei filmoni di guerra forse più noti che visti: Dove osano la aquile (Where Eagles Dare, 1968) di Brian G. Hutton.
Presentato a Londra il 22 gennaio 1969, il film aveva già esordito nelle sale italiane il 31 dicembre 1968. Dopo il passaggio sulla RAI dovrà aspettare l’ottobre 1986 per apparire in VHS, targata MGM/UA: oggi lo trovate in DVD e Blu-ray Warner Bros.

Quel 13 maggio 1984 avevo nove anni e mezzo – sono dell’ottobre 1974 – quando inchiodati davanti alla TV tutti in famiglia vedemmo Raiuno trasmettere la prima delle due puntate in cui fu diviso il film. Erano anni in cui due ore e mezzo erano considerate un minutaggio esagerato e quindi la RAI preferì spezzare in due giorni la visione: stando ovviamente attenta a trasmettere la prima parte proprio in contemporanea con l’imbattibile Drive-In di Italia1. Visto che io veneravo Drive-In e ho visto ogni puntata sin dall’inizio della trasmissione, immagino che non sarà stato piacevole per me perdere le curve di Carmen Russo in favore della faccia di cuoio di Clint Eastwood…

Secondo la mia percezione di bambino, il film durò tipo centoventi ore: rivisto oggi confermo e sottoscrivo il giudizio. Dove osano le aquile seguiva fedelmente i ritmi dell’epoca – non a caso gli americani amavano copiare dai giapponesi, perché ne condividevano i ritmi lentissimi! – ma con una differenza: non siamo davanti ad un kolossal che ai ritmi dilatati all’eccesso contrappone una secchiata di grandi attori che comunque ti riempiono lo schermo. Qui per tutta la durata dell’economico film ci sono solo Richard Burton e Clint Eastwood che fanno cose lente, stando sempre attenti a impiegare il massimo della lentezza in qualsiasi cosa facciano. Non ho letto il romanzo originale del 1967 di Alistair MacLean (Bompiani 1969) ma ho fede che la storia sia più “scoppiettante”.

«Durante l’ultima guerra mondiale, in una notte d’inverno, sette uomini e una donna sono paracadutati in un inaccessibile castello dove ha sede il Quartier Generale della Gestapo. Il loro obiettivo è duplice: liberare un generale americano che conosce i piani del “Giorno D” e stabilire l’identità di un agente che fa il doppio gioco e si è infiltrato nel servizio segreto inglese. Un’impresa disperata, un pugno d’uomini che affrontano temerariamente il pericolo: ma da che parte sta il pericolo, quando in ogni personaggio si cela un incontro imprevedibile, in ogni mossa un rovesciamento di scena? Un romanzo carico di suspense che rinnova il successo de I cannoni di Navarone
(trama dell’edizione Oscar Mondadori del romanzo.)

Stando sempre bene attenti a mantenere la stessa identica espressione facciale, Eastwood e Burton partono per una missione in cui la noia è l’unica parola d’ordine. Con lentezza degna di un film asiatico i due devono raggiungere lo Schloss Adler, il Castello delle Aquile, una fortezza austriaca arroccata su alte vette e raggiungibile esclusivamente mediante funivia. (Come location è stata utilizzata la splendida Fortezza di Hohenwerfen.)

«Istintivamente, quasi, Smith si arrestò per poter meglio osservare quella lontana costellazione e i suoi uomini si fermarono con lui. Schloss Adler, il castello delle aquile, sembrava irraggiungibile quasi quanto le montagne della luna. Senza parlare, gli uomini rimasero a guardare le luci in un lungo silenzio; si guardarono quindi l’un l’altro, poi, nuovamente per muto accordo, ripresero la propria strada, mentre gli stivali scricchiolavano sulla neve gelata.»
(traduzione di Ugo Carrega)

Lo Schloss Adler: il Castello delle Aquile

La trama del film non ha importanza, perché tutto porta all’unico fattore che ha reso la pellicola immortale, l’unico momento in quelle due serate del 1984 in cui mi sono destato dal sonno profondo: la fuga sulla funivia. Che detta così sembra poca roba, 33 anni fa la visione fu particolarmente esplosiva.

L’unico momento da ricordare del film

Nel 1984 non esisteva parental control e menate similari: i bambini vedevano gli stessi programmi degli adulti, e gli adulti vedevano programmi per adulti. (Usanza ormai dimenticata.) Quindi se un bravo americano, accucciato su una cabina di funivia sospesa nel vuoto, getta un nazista di sotto picconandogli un braccio… be’, nessuno si fa particolari problemi. Qualche anno dopo, nel 1988, al momento di fare il botto di spettatori con Il nome della rosa (1986) la RAI censurò le natiche sode della giovane paesana che si spupazza Adso, ma evidentemente picconare un nazista era considerato più family friendly.

Ma non gli mozzava le dita???

La cosa assurda è che io ho il ricordo perfetto e cristallino di aver visto Richard Burton picconare le dita del nazista, quindi sono rimasto profondamente deluso rivedendo la scena a tre decenni di distanza, scoprendo che invece viene semplicemente ferito il braccio, con due gocce di sangue finto. Avrei scommesso mille miliardi che la scena fosse molto più truculenta, tanto da farmela ricordare a tutti questi anni di distanza. Possibile che abbia visto una versione diversa del film?

Meravigliosa illustrazione di Frank McCarthy per la locandina originale del film

Comunque anche le locandine dell’epoca esaltano l’elemento più forte (e fondamentale) del film Dove osano le aquile: le sequenze sulla cabina sospesa nel vuoto.

Quel maggio del 1984 ero particolarmente fomentato per la visione di quest’ultima parte del film, quindi cercavo un modo per portare nel mio mondo quello scenario: volevo “giocare” con personaggi sospesi su una funivia, ma come fare? Ovvio: basta affidarsi alle Lego.

Quando negli anni Duemila si parla di Lego si parla di modellismo, di set, di linee, di film a cui si ispirano: nel 1984 le Lego erano costruzioni, cosa che poi hanno smesso di essere. E “costruzioni” significa che erano materiale per costruire qualsiasi cosa, bastava trovare il pezzo giusto o inventarsi un modo per usarne uno similare. Era un’epoca in cui i pezzi erano neutri perché quello che contava era la fantasia dell’utente finale: non c’erano film a cui ispirarsi, non c’erano personaggi standard, era tutto materiale assolutamente plasmabile. E c’erano libri che ti davano idee.

Sin da almeno il 1982 avevo uno di quei libri che oggi chiamano “Lego Idea Book” (n. 226, stampato in Germania nel 1981), un variopinto testo di 84 pagine che forniva idee per modellini non in commercio: aerei, astronavi, automobili e via dicendo. Quel numero, da pagina 66 a pagina 71, presentava istruzioni dettagliate su come costruire una funivia… e non poteva essere un caso! Era il Dio Lego che mi stava chiamando: voleva che io costruissi una funivia!

Cliccate per ingrandire le pagine

Il brutto degli “Idea Book” è che davano per scontato che tu avessi quintali di mattoncini in casa, quindi molte di quelle idee non riuscii a metterle in pratica per cronica mancanza di pezzi: è facile consigliare “prendi cinquanta mattoncini gialli”, molto più difficile trovarli.
Quel maggio – o comunque nelle immediate vicinanze – ho dovuto dare fondo ad ogni mattoncino, facendo i salti mortali per cercare di sopperire a tutti i pezzi che mi mancavano, non potendo fare nulla per il colore: ma come si faceva a trovare così tanti pezzi di colore rosso?

Presi degli elenchi telefonici per fare le Alpi – per fortuna sono di Roma, quindi bastano due elenchi per fare il Monte Bianco! – la parte più difficile fu usare lo spago di casa per fare i cavi della cabina, e ancora mi chiedo come accidenti ci sia riuscito. Comunque dopo faticosa costruzione un pomeriggio finalmente riuscii ad allestire sul tavolo della cucina una traballante ma convincente funivia.
Ok, la cabina non si muoveva come previsto, e se provavi a farla scorrere era più facile che crollasse tutto, ma alla fine lo feci: avevo reso reale, a casa mia, Dove osano le aquile!

Facciamo un salto di 33 anni ed arriviamo ad oggi, 2017: pensavo di finire qui il pezzo, ma poi la nostalgia canaglia mi ha colpito. La funivia è fuori discussione… ma perché non costruire la cabina per “scopi pubblicitari”?

Il colore grigio mi sembra molto più attinente al film

Mi fiondo sui miei vecchi Lego, gli stessi che usai tre decenni fa, e seguendo le istruzioni riportate – ma cambiando i colori, perché non ho tutti quei pezzi rossi! – ho costruito la cabina e ci ho messo sopra due personaggi, con tanto di piccozza, a ricreare la famosa scena del film.

Ok, forse la somiglianza con Richard Burton non è proprio schiacciante…

Ma aspetta… ho ancora la carta “montagnosa” del presepe utilizzata per il mio Natale su Eternia (2010): perché non usarla per farci le Alpi?

Mi sa che le Alpi non sono così “marroni”…

La pazzia sta lentamente prendendo il sopravvento e mi chiedo: ho due schermi accanto alle “Alpi”… perché non mettere un cavo a cui appendere la cabina? Ok, non ho cavi in casa ma una vecchia cuffia rotta che mi sono dimenticato di buttar via… Perfetto!

Sospesi tra due monitor con tanto di riflettori in basso!

Il film del 1968 rimane un caposaldo del genere warmovie ma non raggiunge minimamente la levatura di capolavori come Quella sporca dozzina (1967) o La grande fuga (1963), semplicemente perché vedere due soli personaggi che fanno cose per due ore e mezza… è davvero noioso! (Per carità, è un giudizio personale, ma oggettivamente siamo lontani dalla “grandiosità” dei film di guerra del periodo.)
Mi sono comunque divertito un mondo a stilare questo omaggio ad un film che mi ha segnato l’infanzia… proprio come hanno fatto le Lego!

Dove osano le Lego!

L.

P.S.
Per sapere tutto sulle uscite Lego in edicola, vi invito sul mio blog Myniature.

P.P.S.
Per le recensioni di altri film di guerra, vi rimando al mio blog Il Zinefilo.

P.P.P.S.
Per locandine italiane d’annata di film di guerra, vi rimando al mio blog IPMP.

 
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Pubblicato da su agosto 30, 2017 in Indagini

 

I libri “esplosivi” di Imperium (2016)

Quante volte in questo blog ho raccontato come la finzione preceda sempre la realtà? Sembra un gioco di parole, sembra che la “precessione dei simulacri” sia una fantasia divertente: invece le prove serissime arrivano dai punti più impensabili. E ovviamente arrivano dalla finzione, non dalla realtà…

Prima dell’11 settembre 2001 ogni film americano ce la menava raccontandoci che il più grande attentato mai subìto da quel Paese è stato quello di Oklahoma City: guarda caso un attentato compiuto da americani su suolo americano, che quindi rendeva del tutto immotivato ogni azione contro quei cattivoni in Medio Oriente.
Malgrado facessero film che mostravano brutti arabi con le barbe incolte e i vestiti sporchi, la “mente” di quell’attentato è stata Timothy McVeigh, che non era un folle che sentiva le voci: era un sottufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, addestrato e cresciuto in quella cultura, che come un tumore ha colpito chi l’ha alimentato. Invece di andare a fare danni all’etero, forse gli americani dovrebbero cominciare a guardarsi bene in casa, visto che questo non è certo stato un caso isolato.

Mentre venivamo bombardati di film che ci mostravano quanto fosse cattivo il Texas che ancora nel ventesimo secolo che ancora aveva la pena di morte, McVeigh riceveva un’iniezione letale nell’Indiana, l’11 giugno 2001: spero non sfugga l’amarissima somiglianza di questa data a quell’altra

Perché racconto tutto questo? In fondo sembra una storia che conferma quanto la realtà venga costantemente modificata dalla finzione. Un americano compie un attentato su suolo americano e uccide 168 americani: è una notizia troppo assurda da dare al mondo, e la finzione si mette a lavoro, cancellando e modificando. Non è un caso infatti che la richiesta di McVeigh che la propria esecuzione fosse trasmessa in TV sia stata negata: avrebbe lasciato una prova tangibile e la realtà odia le prove. I grandi cattivi della storia non li vediamo mai morire…

Quindi la “morale” è la solita: la realtà viene rimaneggiata e rielaborata? No, perché quella realtà nasce dalla finzione!

Il bello degli americani è che rimuginano in continuazione sui propri sbagli e sui propri difetti, dimenticandosi di ciò che dicono all’estero. Così tutto quanto vi ho raccontato – che all’epoca non è stato raccontato, non con questa chiarezza – lo ritrovate in un breve dialogo all’interno del sorprendente piccolo film “Imperium” (2016), scritto e diretto dal giovane Daniel Ragussis ed interpretato da un bravissimo Daniel Radcliffe, in eterno tentativo di far dimenticare il suo Harry Potter.

Una cenetta al lume di candela… con un classicone in mano

Nate Foster (Radcliffe) è un giovane e promettente agente dell’FBI che vive per il suo lavoro e nelle pause pranzo legge “Il sindaco di Casterbridge” (The Mayor of Casterbridge, 1886) del britannico Thomas Hardy (Einaudi 1944). La sua capa Angela Zamparo (la sempre brava Toni Collette) un giorno affronta con lui il problema di Timothy McVeigh: perché quel soldato americano ha compiuto quel gesto terroristico? Viste la aderenze di McVeigh con gli ambienti suprematisti, cospirazionisti e tutto il circo danzante, la risposta sembra ovvia. non lo è.

Angela ci spiega che la dinamica dell’attentato non nasce dal nulla: è la realizzazione di qualcosa che McVeigh ha letto in un libro!

«Era un veterano della Guerra del Golfo, non era un malato, non aveva problemi psichiatrici e non era uno stupido. Era un suprematista con un piano ben preciso: un piano preso da un libro intitolato I diari di Turner. Parla di una guerra per sterminare i neri, ebrei e razze inferiori, e sai come inizia questa guerra? Il protagonista fa esplodere un camion bomba in un edificio federale. Timothy McVeigh voleva ricreare esattamente quella scena: aveva con sé il libro, quando venne arrestato. Voleva scatenare un conflitto razziale…»

Il romanzo dichiaratamente razzista “The Turner Diaries” (1978) porta in copertina il nome posticcio di Andrew Macdonald, pseudonimo di quel William Luther Pierce che ha fondato l’organizzazione National Alliance (formata da nazionalisti bianchi anti-ebrei) e il cui “pensiero” ha ispirato molte altre organizzazioni similari sparse negli Stati Uniti. Visto che Pierce è morto nel 2002, chissà cos’avrà pensato quando ha visto McVeigh concretizzare ciò che lui aveva immaginato nel 1978…

La CNN il 28 aprile 1997 ci racconta che durante il processo a McVeigh si è detto che nella sua auto, al momento dell’arresto, sono stati trovati brani (poi si dirà “pagine fotocopiate”) del romanzo di Macdonald: ecco una delle frasi sottolineate.

«Ma il reale valore di tutti i nostri attacchi di oggi sta nell’impatto psicologico, non nelle vittime del momento.»

Per la precisione, è una frase estratta dal capitolo IX, che si svolge nell’immaginario 9 novembre 1991.

Ignorato dall’editoria italiana, il romanzo razzista The Turner Diaries arriva nel nostro Paese in un modo davvero curioso.
L’eco del processo McVeigh ha scatenato tutte le grandi menti dello spettacolo, così Joe Dante il 15 marzo 1997 presenta l’incredibile film “La seconda guerra civile americana” (The Second Civil War, 1997), che immagina un futuro in cui gli Stati americani cominciano a farsi la guerra l’un l’altro.

Come potete vedere dalle date, il film esce un mese prima che venga detto in tribunale delle pagine del romanzo: già si sapeva prima del collegamento fra McVeigh e The Turner Diaries? Probabile, ma non conta molto: quello che conta è che nel 2014, di punto in bianco, la nostrana Bietti porta in Italia The Turner Diaries (con la traduzione di Diego Sobrà e cura di Giorgio Galli) e che titolo sceglie? Un davvero incredibile “La seconda guerra civile americana“… Con l’aggiunta del sottotitolo “Il romanzo che ha sconvolto l’America”.

Ecco come introduce il testo il direttore della collana Andrea Scarabelli:

«La prassi vorrebbe che che queste righe prendessero le distanze dal libro che avete tra le mani – e lo si farà, ma a modo nostro. La sconfessione, infatti, non colpirà unicamente i Turner Diaries, […] ma sarà rivolta a quello stesso ambiente che li ha prodotti, a quell’humus che ha offerto loro nutrimento e sostentamento, vale a dire la modernità. L’esistenza di libri come questo, infatti (e qui risiede il loro interesse, da un punto di vista sociologico), testimonia l’esistenza di dimensioni poco note del nostro presente. Dimensioni le quali, spesso ignorate, si impongono alla stampa grazie ai gesti scellerati di un Timothy McVeigh o, più recentemente, di un Anders Behring Breivik. Sono tutte punte di un iceberg inquietante che rivela la presenza di una materia oscura la quale imperversa accanto alle sorti magnifiche e progressive, nel sui segno si è aperta la fase storica che stiamo vivendo.»

Dunque l’indipendente Daniel Ragussis decide di raccontare una storia della modernità diversa dal solito. Mentre tutti i film di guerra ci mostrano i cattivi mediorientali con le barbe brutte e le teste di stracci, è il momento di tornare a guardare in casa propria, dove non si è mai sopita un’ideologia che ha quasi cent’anni d’età.
È dunque il momento che l’agente dell’FBI Nate Foster vada sotto copertura nei gruppi separatisti bianchi… cioè fra i nazisti.

Vademecum per andare sotto copertura

La capa Angela gli svela un segreto: per andare sotto copertura non servono doti fisiche, sta tutto nel controllare la situazione e gestire le persone. A tal proposito fa calare sul tavolo una copia di “L’arte di conquistar gli amici e il dominio sugli altri” (How to Win Friends and Influence People, 1937) di Dale Carnegie (Bompiani 1938), titolo che nel 1986 viene ritradotto sempre da Bompiani come “Come trattare gli altri e farseli amici“.

Gira che ti rigira, alla fine ‘sto libro sbuca sempre fuori…

Inizia per Nate Foster una lunga sessione di letture per entrare nella parte del nazista, separatista, razzista, cospirazionista e vari altri -ista. Si parte con una carrellata di libri che non poteva non iniziare con il libro più citato da chi lo teme: “La mia battaglia” (Mein Kampf, 1925) di un certo Adolf Hitler (Bompiani 1934).

In realtà sarebbe una frase da NON sottolineare…

Il nostro Nate evidenzia alcune frasi, come questa tratta dal capitolo XI, “Nazione e razza”:

«Il più forte deve dominare e non mescolarsi con il più debole».

Sembra strano, ma nelle edizioni italiane del libro non ho trovato né questa frase né alcun’altra presente nell’edizione inglese: che gli anglofoni abbiano del testo aggiuntivo rispetto alla versione italiana?

Ma ha comprato solo libri grossi?

La sessione di lettura continua con “The White Man’s Scripture” di Ronald Ken Smith, però altre fonti dicono che il libro è di Bernhardt “Ben” Klassen, separatista bianco fondatore della Church of the Creator.

Non a caso la copertina è bianca…

Poi tocca a “Essays of a Klansman” di Louis R. Beam jr., un “compendio dell’ideologia del Ku Klux Klan, i metodi organizzativi, la storia, le tattiche e le opinioni”, stando al sottotitolo.

Il libro più “moderno” della serie…

Infine è il turno di “Imperium” (1948) di Francis Parker Yockey, anche se originariamente si è firmato con lo pseudonimo Ulick Varange. Due anni prima Yockey, che lavorava per il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, aveva partecipato al Processo di Norimberga e molti pensano che questo l’abbia fatto avvicinare ad idee di destra: di sicuro rimane un personaggio molto controverso.

Un paio di libri per letture “divertenti”…

Il piano di letture è pronto, con l’aggiunta di “All-American Monster: The Unauthorized Biography of Timothy McVeigh” (1996) di Brandon M. Stickney: può cominciare l’auto-indottrinamento!

Una tranquilla seratina di letture naziste

Non mancano però pseudobiblia: in questa parata di libri veri, qualche “libro falso” ci può anche stare.

Non ruotate la testa a leggere il titolo, tanto non esiste!

Per esempio “Which Way European Man?” di Garry John Triple, un libro che vediamo solo capovolto e per un secondo: un libro che il sito Aryan Wisdom dice essere un palese omaggio a “Which Way Western Man?” (1978) dell’attivista William Gayley Simpson.

Non a caso c’è una luce bianca…

Nel film poi abbiamo il predicatore integralista Dallas Wolf (Tracy Letts), che conduce programmi alla radio e scrive libri: un uomo di spettacolo che porta avanti qualsiasi discorso ruoti intorno al potere bianco. Lo incontriamo proprio mentre sta pubblicizzando il suo libro “Genocide: The Murder of White America“.

Insomma, Imperium non è un film che mostra i soliti teppistelli rasati a zero che fanno a botte per strada, bensì pone l’accento sulla “cultura” integralista: sul fatto cioè che il nazismo vero, quello pericoloso, non lo si trova per strada ma fra i libri.

Un nazista amante dei libri e dell’arte…

Si potrebbe sbrigare tutto dicendo che l’americano medio, che odia i nazisti dell’Illinois (per citare Blues Brothers), guarda con sospetto chi legge troppo e quindi l’accostare ideologie oltranziste ai libri sia un colpo basso. Mi piace invece pensare che il discorso sia – o tenti di essere – più sottile, e un indizio me lo fornisce l’ultima frase pronunciata dal film:

«Comincia tutto dalle parole» (It all begins with the word).

L’ideologia crea l’integralismo, e l’ideologia è solo un insieme di parole creato basandosi appunto su idee: cioè concetti astratti che trovano compimento solo nella mente di chi ci crede. Quindi, come dicevo all’inizio, la realtà – anche la più sgradevole e violenta – nasce sempre dalla finzione…

L.

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Pubblicato da su agosto 28, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (5)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Quinta ed ultima parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

La produzione italiana di fumetti è sempre stata molto attiva, eppure sembrano essere scomparsi velocemente tutti quei personaggi nostrani che non sono entrati nella Bonelli: secondo te qual è stata la formula vincente di questa casa per sbaragliare la concorrenza?

In realtà hanno retto alla prova del tempo anche serie come Diabolik e Alan Ford. Mentre molte testate Bonelli si sono comunque arrese, sebbene dopo anni di onorata carriera: Il comandante Mark, Il piccolo Ranger, Nick raider, Mister No… Quindi non penso che sia una questione di casa editrice bensì di personaggi azzeccati. Ma perché Diabolik? Perché Tex? Perché Zagor? Perché Alan Ford? Dubito che esista un carattere comune a dei personaggi così diversi tra loro che possa essere individuato e usato per spiegare la loro apparente “immortalità”. Magari qualcuno ha provato a farlo e ci è anche riuscito, ma io sono all’oscuro di tutto ciò.

Non sembra essere più tempo d’eroi, nel fumetto. A parte il blasonato (ma ignorato) fumetto francese, portato in edicola da Aurea e Cosmo, dal Duemila in Italia sopravvivono quasi solamente eroi nati nella prima metà del Novecento: possibile non sia più tempo d’eroi per i lettori di fumetti?

Il n. 21 di “Metal Hurlant”
del settembre 1977
si presenta con un splendida copertina di HR Giger (1940-2014)

Purtroppo, come ho specificato nella prima domanda, del fumetto successivo all’anno Duemila so solo per sentito dire e posso parlare con un minimo di cognizione di causa soltanto dei periodi antecedenti. Non avevo per esempio idea che il blasonato fumetto francese fosse allo stato attuale delle cose ignorato. Per quel che mi riguarda, ne fui attirato per la prima volta solo a metà degli anni ‘70, con la nascita della Humanoïdes Associés e la pubblicazione del primo numero di Métal Hurlant.

A molti, me compreso, apparve sul momento come una rivoluzione totale, un triplo salto mortale senza rete, ma mi bastò poi crearmi una visione un po’ più ampia dello stato reale del fumetto di quegli anni per accorgermi che in realtà l’ispirazione di fondo era ancora una volta americana e chiamava in causa la produzione più sofisticata dell’underground statunitense, in particolare quella di Vaughn Bodé, Jeff Jones e Richard Corben. E in definitiva, di tutto quello che pubblicavano, a me piacevano soltanto Arzak e Il Garage ermetico, entrambi del maestro Moebius. Le conseguenze in ogni caso ci furono, anche in Italia, con la nascita della rivista Cannibale e di due dei più appariscenti cloni grafici di Moebius: Andrea Pazienza e Milo Manara.

Io lasciai in ogni caso perdere presto ogni cosa. Almeno fino a quando non conobbi di persona, ed era il 1993, alcuni membri del gruppo di disegnatori riuniti intorno alle ceneri di Aedena, la casa editrice fondata nel 1984 da Moebius, Annestay e Bouysse. Moebius se ne era già andato, proprio in rottura con lo spirito di Aedena, da lui fondata, spirito compreso, in rottura con lo spirito della Humanoïdes Associés, che lui aveva contribuito a fondare in rottura…

Fronte e retro copertina del numero 1
della rivista underground italiana “Cannibale” del giugno 1977

Quell’anno, oltre al grande guru, Jean-Paul Appel-Guery, che aveva firmato i testi del famoso Voyage Intemporel disegnato da Sergio Macedo, conobbi in particolare Marc Bati, che aveva invece disegnato, su testi di Moebius – che si firmava però con il suo nome di battesimo Jean Giraud – la bella saga de Il Cristallo Maggiore.

Persi i contatti con tutti loro in modo definitivo dopo l’estate del 2001, quando le nuove circostanze della mia vita mi costrinsero a metter da parte le mie pur occasionali visite in Francia. E persi allo stesso tempo anche ogni contatto con la nuova produzione a fumetti francese, dopo che già avevo perso i contatti con quella del resto del mondo.

Per finire, una domanda altamente ipotetica. Hai la possibilità di far “scontrare” due fra i tuoi personaggi preferiti di sempre: chi faresti protagonista di questo “versus”?

Modesty Blaise
con l’inseparabile Willie Garvin
nella versione del suo primo,
indimenticato disegnatore:
Jim Holdaway (1927-1970)

Mi piacerebbe far scontrare tra loro Modesty Blaise e Satanik, due donne sessualmente disinibite ma dai princìpi etici molto diversi. Potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.

Inoltre, se posso approfittarne per un auto-omaggio, farei scontrare, in via più che altamente ipotetica in questo caso, il mio supergruppo australiano Dreamtime Returns, attivo negli anni ’60 e ’70 del Ventesimo secolo, con i Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons. Prendo, dal mio blog, i dati relativi alla formazione originale dei Dreamtime Returns:

1) un geologo australiano di nome Thomas Timberman;

2 e 3) due ragazzini italiani di nome Miriam e Emiliano (età 7-8 anni);

4) un vecchio sciamano aborigeno;

5) un meticcio australiano dall’età di circa venticinque anni;

6) un dingo magico che si muove al di qua e al di là del confine del Tempo del Sogno.

Ringrazio di cuore Ivano per questo viaggio nel fumetto in Italia.

L.

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Pubblicato da su agosto 25, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (4)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Quarta parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

Con la fine della guerra esplode la Mondadori: secondo te la “guerra” con la Nerbini è stato un bene o un male per i lettori?

Nel 1967 Hugo Pratt (1927-1995) realizza,
con Una ballata del mare salato,
il primo romanzo a fumetti (la futura graphic novel)

La Mondadori è stata, che io sappia, la prima casa editrice in Italia a proporsi con una mentalità da studio di produzione, con i personaggi che passano in modo naturale da sceneggiatore a sceneggiatore e da disegnatore a disegnatore. È grazie a questo nuovo modello imprenditoriale se dei personaggi – nel caso specifico quelli degli studi Disney – nati altrove e trapiantati in Italia, raggiungono per la prima volta dei livelli produttivi paragonabili, per quantità e qualità, a quelli del paese di origine. E in questo caso il nostro Paese, a livello europeo, ha davvero primeggiato.

Per il resto, hai senza dubbio ragione a dire che nell’Italia del dopoguerra la storia del fumetto made in Italy sembra fatta quasi solo di personaggi caduti in fretta nel dimenticatoio. Alcuni hanno goduto di vita relativamente lunga, altri breve o brevissima, ma tutti hanno avuto uno stesso identico destino: sopravvivere solo nell’immaginario nostalgico di chi se li è goduti nella propria infanzia.

A parte l’eccezione Tex, per il resto la storia del fumetto italiano extra-disneyano inizia, nella memoria collettiva, all’inizio degli anni ’60, con l’esplosione delle testate Bonelli nel loro nuovo formato (non più a striscia come all’inizio), e la nascita del fumetto nero. Fioriscono in parallelo la produzione più dichiaratamente per bambini della Bianconi e il filone dei fumetti per adulti, ma solo perché erotici e non certo perché la loro lettura richiedesse chissà quale impegno intellettuale.

Il famoso mensile “Eureka”
nel 1978 dedica una copertina ad Alfonso Pichierri,
direttore della nuova casa editrice Nerbini di Firenze

C’è inoltre la scuola autoriale, sia umoristica che avventurosa – con i vari Battaglia, Crepax, Pratt, Bonvi, ecc. – che si impone lentamente a partire dalla metà degli anni ’60, in contemporanea con gli inizi della presa di coscienza, anche in Italia, del fumetto come di una forma d’arte. È a questo punto che si comincia anche a scavare nel passato, alla ricerca di qualunque cosa, nel fumetto italiano antecedente agli anni ’60, possa esser considerata “arte” e nasce l’èra delle ristampe, fatta soprattutto di tirature limitate vendute a circuito chiuso, sebbene qualcosa faccia capolino anche nelle librerie, con i volumi strenna, e nelle edicole, con la risuscitata Nerbini di Alfonso Pichierri e gli immarcescibili Fratelli Spada.

Ma furono le stesse strisce storiche sindacate americane ad andare incontro, nel primo dopoguerra, a un totale sconvolgimento e riassestamento. Scomparse testate come L’Avventuroso, Jumbo, L’Audace, i personaggi anteguerra furono costretti a migrare verso altri lidi: Gordon, L’uomo mascherato, Mandrake, Cino e Franco su L’Avventura; Agente Segreto X-9 su Robinson. Fino al completo trionfo dei formati libretto e rivista rispetto a quello del quotidiano, che comunque non fu un terreno completamente perduto per il fumetto, perché poco dopo i nostri stessi quotidiani d’informazione, Il Giorno e Paese Sera per primi, cominciarono seguire l’esempio degli equivalenti americani e a pubblicare strisce importate dall’Inghilterra e dall’America.

La sconfinata attività editoriale di Luciano Secchi è sin troppo dimenticata, eppure ha cambiato per sempre la nostra percezione del fumetto, dalle strisce di Eureka ai supereroi Marvel. Quali sue testate preferivi?

Un tipico reperto da “busta”:
uno dei primi “Eureka Pocket”,
con l’inchiostro blu
colato fin sulla copertina

Rispondere a questa domanda è per me fin troppo facile. Mi basta solo parlare di dati oggettivi e ricordare che per lunghi anni (pochissimi in realtà, ma nella mia percezione dell’epoca sono stati quasi un’eternità) ho comprato con regolarità molte testate di supereroi Marvel, curate appunto, nella loro edizione italiana, da Luciano Secchi, e in più le sue tre creazioni principali: Kriminal, Satanik e Alan Ford, tutte pubblicazioni che uscivano allora per i tipi della Editoriale Corno, di cui Secchi era direttore editoriale.

Come hai giustamente ricordato, negli stessi anni la Corno pubblicava anche Eureka, la più diretta concorrente di Linus, di cui comunque non è mai riuscita a insidiare il primato nel cuore dei lettori e nell’occhio dei critici. Vorrei poter dire che la compravo ma non era così, perché il mio interesse per il fumetto umoristico non era altrettanto viscerale di quello per il fumetto d’avventura, sebbene non lo abbia mai ignorato del tutto. Guarda caso, la sola rivista della Corno che io abbia acquistato in quegli anni, anche se a pubblicazioni già interrotte, è stata Okay, che pubblicava storie recenti dei soliti classici eroi dell’avventura americani nati negli anni Trenta… insomma non si scappa. Un vero peccato che di Okay ne siano usciti solo quattro numeri…

L’ultimo numero di “Okay”,
sfortunata serie della Editoriale Corno
dedicata ai grandi eroi dell’avventura,
durata lo spazio di soli quattro albi

E sempre con abbondante ritardo mi ero procurato i primi sette Eureka Pocket dedicati nell’ordine a: L’uomo Mascherato, Mandrake, Gordon, Agente segreto X-9, Cino e Franco, Radio Pattuglia, Brick Bradford. Si trattava di scadenti riedizioni in bianco e nero delle vecchie produzioni Nerbini o Mondadori, ma ai miei occhi di bambino erano delle vere meraviglie che sembravano uscite direttamente da un mondo magico. Ma vale la pena spendere due parole anche su questo particolare del “ritardo”.

Esistevano, allora, delle cose che noi chiamavamo “buste”, cioè involucri di carta o di cellophane con riproposte di uscite di alcuni anni prima, in genere secondo la formula di più albi insieme rivenduti a un prezzo più basso di quello di copertina. Era grazie a queste “buste” che avevo ripopolato di numeri arretrati le mie collezioni di classici americani, soprattutto nelle edizioni dei Fratelli Spada. Non è però che te la facevano passare del tutto liscia; in qualche modo si doveva capire che quegli albi li avevi pagati meno del prezzo di vendita e i metodi utilizzati erano due: o una strisciata di inchiostro blu sul bordo superiore, che spesso colava fin sulla copertina – ed era il metodo che utilizzava la Corno –, oppure – ed era il metodo dei Fratelli Spada – una netta sforbiciata a uno degli angoli dell’albo, che per fortuna non andava a intaccare le vignette.

Tornando al nostro Luciano Secchi, forse meglio noto come Max Bunker, penso che il meglio di sé, in quegli anni, lo abbia dato con Alan Ford, ma io sono affettivamente più legato a Kriminal e Satanik. Amavo il fumetto nero in generale e leggevo, oltre a Diabolik, anche testate oggi dimenticate come Sadik o Zakimort. Per la verità, di italiano leggevo anche i fumetti western (tradotto: i fumetti Bonelli), ma curiosamente non hanno mai attecchito in profondità in me, e oggi come oggi il loro ricordo non mi smuove un bel nulla.

Satanik in un disegno di Magnus (Roberto Raviola, 1939-1996)

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 24, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 

Intervista a fumetti con Ivano Landi (3)

Marlowe vs Phantom: l’Etrusco incontra Ivano Landi! (disegno di Mario Caria)

Terza parte della mia chiacchierata con Ivano Landi del blog “Cronache del Tempo e del Sogno“, all’interno del mio viaggio nell'”Archeologia da Edicola“.

Ricordo che tutte le immagini, con relative didascalie, sono fornite da Ivano stesso.

Intervista a fumetti
con Ivano Landi

La Nerbini è sicuramente la casa italiana più famosa fino al secondo dopoguerra: nella tua esperienza di collezionista, come trattava i suoi fumetti? Erano prodotti di qualità o in serie?

Il n. 62 di “Gordon”
delle edizioni Fratelli Spada
con la copertina di Mario Caria

Comincerei in realtà a rispondere a questa domanda sulla Nerbini citando una diversa casa editrice, la Fratelli Spada. Per motivi anagrafici, è attraverso una pubblicazione di questa seconda casa editrice che io, all’età di sei anni, sono giunto in contatto per la prima volta con uno degli storici “personaggi Nerbini”: Gordon. Della mia “collezione” di allora faceva infatti parte, arrivato nelle mie mani attraverso percorsi che non sono assolutamente in grado di ricostruire, il numero 62, del 3 dicembre 1966, della testata Gordon dei Fratelli Spada, primo classico in assoluto a fare ingresso nella mia vita.

Apro, già che ci siamo, una parentesi e mi ricollego per un momento a una risposta precedente, dove ho detto che negli anni ’60 e all’inizio dei ’70 non sembrava esservi nessun vero interesse popolare per i personaggi nati negli ’30, che apparivano piuttosto confinati nel loro passato. Eppure, per quel che ne so, la casa editrice dei Fratelli Spada – che dal 1962 aveva ripreso a pubblicare le storie dei personaggi de L’Avventuroso dal punto in cui si era fermata la Nerbini – in quello stesso periodo prosperava… doveva quindi esistere, insieme ai vecchi nostalgici (categoria alla quale ormai appartengo di diritto), un numero adeguato di nuovi lettori interessati a qualcosa che si differenziasse dal fumetto “di massa”. Ho anche spiegato di aver conosciuto io stesso, in anni successivi, alcuni di questi lettori “diversi”, ma devo dire che faccio lo stesso molta fatica, ancora oggi, a immaginarli nell’ordine di quelle decine di migliaia che pure dovevano essere. Chiusa parentesi.

Continuando con la mia cronistoria, le pubblicazioni Nerbini le scoprii invece solo negli anni ’70, quando potei acquistare alcuni numeri della serie di trenta albi di Gordon uscita, nel formato gigante quadrato, tra il 1946 e il 1947. Ma furono soprattutto le ristampe della nuova Nerbini, in particolare di Jim della Giungla e Cino e Franco, a farmi scoprire, dal 1973, le vecchie serie anni ’30. L’antica casa editrice era stata infatti resuscitata nel 1971 da Alfonso Pichierri, un appassionato di fumetti del Sud Italia che si era trasferito a Firenze, e dalla moglie Giuliana Ghignoni, figlia di quel Gino Ghignoni che dopo aver collaborato con Mario Nerbini aveva a sua volta rilevato e diretto la casa editrice fino alla sua morte, avvenuta, credo, negli anni cinquanta.

Ristampa anastatica degli anni Settanta del primo numero di “Cino e Franco” anteguerra
a cura della rinata Nerbini di Alfonso Pichierri e Giuliana Ghignoni

Mi chiedi quale fosse il livello di qualità di tali pubblicazioni? Se parliamo in termini puramente estetici, di bellezza degli albi, mi viene da risponderti, del tutto soggettivamente, buono; se invece affrontiamo la questione dal punto di vista filologico, allora il discorso cambia.

Prima di tutto, come ho già detto, in America le strisce a fumetti avevano una destinazione di pubblico adulta, e sebbene non vi apparisse nessun vero nudo, si cercava comunque di mostrare quanta più pelle scoperta fosse lecito. E questo in Italia, dove i fumetti avevano un’altra destinazione, rappresentava un problema che gli addetti ai lavori erano chiamati a risolvere, in genere impiegando parte del loro tempo a rivestire da capo a piedi eroine seminude. Inutile dire che questa risoluzione del problema ne creava altri ben più gravi, almeno agli occhi dei futuri filologi del fumetto se non degli ignari lettori, e facilmente immaginabili, con il disegno originale che finiva per essere ricoperto o alterato da aggiunte spesso maldestre o intere vignette che sparivano nel nulla.

Censure italiche 1
La stessa vignetta della tavola domenicale di “Gordon” del 31 maggio 1936
nella versione apparsa in origine sui quotidiani americani (a sinistra)
e nella versione modificata della Nerbini (a destra)

Censure italiche 2
Un’altra vignetta tratta da una tavola domenicale di “Gordon” di Alex Raymond,
nella recente riedizione a cura delle editrice Comic Art (in alto)
e nella versione in cui appare nella collana “Gordon” dei Fratelli Spada (in basso),
che riprende la versione Nerbini

Censure italiche 3
Un altro esempio di modifica dei disegni di Alex Raymond
in un altro albo della stessa collana dei fratelli Spada

Censure italiche 4
Alcune vignette tratte da una storia di Mandrake del 1934
nella versione originale (in alto) e censurata (in basso)

Censure italiche 5
Tarzan di Burne Hogarth sottoposto al trattamento delle leggi vigenti nel 1938 in Italia.
La vignetta in bianco e nero, qui reintegrata
in un fascicolo della “Enciclopedia dei fumetti Sansoni” (1970),
era stata eliminata nel giornale a fumetti “L’audace”.
Il nome di Tarzan è inoltre mutato in Sigfrido e la storia anziché a Hogarth
è attribuita a dei non meglio precisati Amedeo Martini (testi) e Ulterius (disegni)


Se a questo poi si aggiunge il passaggio, in fase di stampa, dalla quadricromia alla tricromia (che aveva in ogni caso un suo fascino inequivocabile, tanto da diventare una sorta di marchio di fabbrica della Nerbini); il libero rimontaggio delle tavole e delle strisce, che in alcuni casi dovevano essere riadattate al formato degli albi; le traduzioni sommarie a opera di persone che avevano talvolta una conoscenza solo approssimativa dell’inglese e che si aiutavano con le immagini per ricostruire i testi di nuvolette e didascalie… credo sia chiaro come, a livello oggettivo, lo stato delle cose fosse ben lontano dalla situazione ottimale.

Un classico esempio della tricromia Nerbini, dove il blu compensa il mancato utilizzo del nero,
da una pagina del primo albo de “L’uomo mascherato” anteguerra (1937)

(continua)

L.

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Pubblicato da su agosto 23, 2017 in Archeo Edicola, Interviste

 
 
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