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[Un libro, una storia] Il libro segreto di Shakespeare

Era l’inverno del nostro scontento… no, scherzo: era l’inverno del 2011 quando l’uscita del film Anonymous (2011) di Roland Emmerich – un patinato filmettone dimenticabilissimo in cui si romanzava una vecchia ipotesi su chi fosse “veramente” Shakespeare – spinse la Newton Compton a portare nelle librerie italiane “Il libro segreto di Shakespeare“, titolo roboante – tipico dello stile della casa – che nascondeva un’operazione intrigante: nessun editore inglese aveva voluto stampare quel romanzo di Gene Ayres, nascosto sotto lo pseudonimo di John Underwood.

Da tempo mi intrigava la questione shakespeariana: come si fa a rimanere freddi davanti all’evidenza che non esiste la benché minima prova che un uomo chiamato William Shakespeare sia mai esistito? (È vero, in realtà le prove ci sono… ma sono tutte a posteriori, quando sono sono falsi smaccati.)
Mi appassionati alla questione, tramite la Newton riuscii a raggiungere ed intervistare l’autore di questo romanzo – intervista che ho ripescato per questo blog -, ho invitato la blogger Chiara Prezzavento a intervenire su ThrillerMagazine parlando del Bardo e ho scritto uno speciale sugli pseudobiblia che si divertono ad immaginare nuove opere del poeta britannico: il tutto poi trasformato nel saggio gratuito Mistero Shakespeare.

Insomma, è stato un periodo molto intenso e non sapevo che ero sul punto di cambiare completamente vita. (Di lì a poche settimane avrei cambiato sede lavorativa cambiando anche totalmente ogni singolo aspetto della mia vita dell’epoca.)
Però ad essere onesto mi è piaciuto di più il “contorno” – la ricerca, lo studio maniacale delle fonti per scrivere il mio saggio, la conoscenza con quel vulcano di Chiara, ecc. – che il romanzo in sé… Ora, a distanza di anni, posso anche confessarlo: Il libro segreto di Shakespeare non è poi tutto ‘sto gran che…

Ovviamente la copertina è un imbroglio, non ha minimamente a che fare con il film Anonymous, è semplicemente uno di quei thriller fasulli scritti per mascherare un saggio: siccome è universalmente noto che la saggistica non vende, né in Italia né altrove, l’autore ha preso la sua ottima ricerca e l’ha trasformata in un noioso thrillerino.
Malgrado Ayres/Underwood creda molto nella sua tesi, non è che presenti la famosa “pistola fumante”: non esiste la benché minima prova né che Shakespeare sia esistito né che non sia esistito. Non esistono prove di nulla, ma di nulla sul serio: è come risolvere un rebus avendo un foglio bianco davanti: puoi dire quello che ti pare…

Della trama del libro non ho memoria perché non merita alcuna memoria: ho riempito la prima pagina di appunti a matita ma non vale la pena studiarli. Mi piace invece ricordare quell’intenso periodo shakespeariano, in cui studiavo testi del Cinque-Seicento e in cui ripercorrevo le truffe per capire dove nascessero. E dove cercavo di capire come si fa a dire, oggi, tutto ciò che si dice di Shakespeare… visto che è tutto frutto di fantasia! Ma in fondo… la sua opera stessa è della stessa materia della fantasia…

L.

 
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Pubblicato da su aprile 10, 2017 in Uncategorized

 

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[Pulp] L’eroina di Michel Zévaco

Proseguendo il viaggio nelle rarissime edizioni italiane del pulp d’annata – o feuilleton, in questo caso – incontriamo un nome importante della narrativa d’appendice francese, molto amato anche in Italia, dove veniva chiamato Michele Zévaco.

Michel Zévaco è originario di Ajaccio come Napoleone Bonaparte, è stato un insegnante ma anche un anarchico, un ufficiale ma anche un romanziere. Dimenticato oggi da tutti, dal 1900 – all’età di quarant’anni – iniziò a pubblicare romanzi a puntate sui giornali con grande successo, raccontando gli intrighi del passato romanzesco della Francia con quei personaggi che avevano già reso celebre Alexandre Dumas. Non a caso in questo testo che vi riporto c’è il cattivissimo Richelieu!
Dal 1906 al 1918 (data della sua morte) pubblica regolarmente le sue avventure romanzesche sul quotidiano “Le Matin”, che subito le rivende al nostrano “La Stampa”: per anni Zévaco intrattiene i lettori italiani di inizio Novecento, giorno dopo giorno, prima che l’oblio completo lo inghiotta.

Vi propongo l’inizio de “L’eroina“, traduzione italiana – senza firma – de L’héroïne (1908, raccolta in volume da Fayard nel 1910).
Apparso a puntate su “La Stampa” dal 9 agosto 1910 al 9 marzo 1911, in Italia il romanzo viene raccolto in volume dalla milanese Bietti e Reggiani nel 1922 con la traduzione del professor Giovanni Vaccaro: ristampato nel 1924, 1934 e 1942. Nel 1947 lo ristampa Bietti come L’eroina. Il cardinale Richelieu.
Per quanto sono riuscito ad appurare, non esiste la donna protagonista di questa storia, sebbene perfettamente calata in un ambiente strettamente storico.

Come sempre specifico che ho lasciato tutto esattamente come apparso in Italia più di un secolo fa, per testimoniare anche di com’era l’italiano di inizio Novecento.


I.
Anna di Lespars

Solo, immobile nel sontuoso salone, rigido nel rosso vestito, ricoperto da un milione e cinquecento mila lire di merletti e di diamanti, lo prendereste per qualche tetro e magnifico personaggio di Filippo di Champagne che un dolore avesse fatto vivere per un istante e discendere dalla sua cornice dorata…
Con una mano si appoggia alla stemmata spalliera di una poltrona; con l’altra si ricopre gli occhi; giacchè è di quelli che fanno piangere il mondo, ma di cui nessuno deve vedere le lagrime…
E’ giovane ancora. I suoi baffi ed il pizzo sono neri. Il viso è fine e violento, con una larga fronte liscia, pallidissima. I suoi abituali atteggiamenti svelano l’eccessivo sentimento che lo domina: l’orgoglio.
Nel profondo silenzio, egli medita e piange…
Nel vasto silenzio del suo palazzo popolato da una moltitudine di persone colme di rispetto; nel tetro silenzio di Parigi domata, nel tragico silenzio della Francia ridotta all’obbedienza…
Quest’uomo porta un nome formidabile.
Si chiama Richelieu!
Il palazzo cardinalizio è appena finito. In quel mattino di marzo 1626. Richelieu l’inaugura con una messa solenne, che dirà egli stesso, nella sua cappella dove ha invitata la Corte, i suoi amici, i suoi nemici, tutti, per mostrar loro il suo fasto ed affascinarli con la sua opulenza.
Ed ecco ciò che in questo minuto egli rantola in fondo alla sua mente:
— Ella non viene!… Per mezzo d’un servitore, come ad un servitore, mi ha fatto sapere che poco le importa di questa cerimonia, consacrazione del mio potere!… Ella mi schiaccia col suo disprezzo. Umiliato, vinto, abbattuto da quella donna Io, che ho legato un regno!… O mia regina! O statua di marmo! A qual cielo andrò ad involare il sacro fuoco che dovrà animarti?… Che fare? Che cosa intraprendere? Con quale gloria coprirmi, perchè ella, finalmente, se ne avveda?… Avvenire di splendore, gioie del potere illimitato e della illimitata ricchezza, sangue, vita, tutto darei per uno sguardo d’Anna d’Austria!… E’ finito… Ella non verrà!
In questo secondo, una voce, presso di lui, mormora:
— Monsignore, Sua Maestà la Regina è giunta, in questo momento, nella cappella!
Il cardinale trasalisce.
Dinanzi a lui s’inchina un monaco, dalla testa ossuta, angolosa, dal sorriso cinico od ingenuo, dall’occhio stupido od impudente, dalla figura di spadaccino, sotto alla tonaca – un gran diavolo di cappuccino, lungo e magro, in cui si vede la spia ad un miglio di distanza.
Richelieu, pallidissimo, prende il braccio del monaco, e fremente:
— Corignano! Corignano! Che dici?…
— Dico che la vedrete accordarvi il suo primo sorriso!
— T’inganni! – balbetta il cardinale.
— Dico che, se volete, ella è vostra!
— Monaco! Monaco! Perdi il senno?…
— Andiamo, dunque, monsignore!
— Fra Corignano credo vi abbia provato che conosce il suo mestiere. Sa vedere, ascoltare, e, all’occasione, dire la sua parolina.
— Hai detto qualche cosa, tu? – dice fremendo Richelieu. – Vediamo! Che cosa hai potuto dire?…
— Monsignore, vengo dal Louvre, dove ho veduto la signora di Givray, la vostra ambasciatrice… accreditata presso la regina. Ascoltate. Eminenza: Caterina la Grande ha avuto le Tuileries; il Re ha il suo Louvre: Maria dei Medici ha il Lussemburgo. Solamente Anna d’Austria non ha nulla!… E voi, monsignore, voi avete, mi capite? avete questo palazzo, maestoso come le Tuileries, vasto come il Louvre, elegante come il Lussemburgo…
— Oh! – balbetta il cardinale, febbrilmente. – Quale sogno!… Oh! se fosse possibile ch’ella degnasse…
— Accettare?… Ah! monsignore, voi siete un ministro geniale, ma non conoscete le donne come il povero Corignano!… Anch’io ho la mia politica, tutta a vostro servizio. Ho, dunque, collocata la mia parolina, nell’orecchio della signora di Givray. Ho detto… in fede mia: ho avuto l’audacia di dire che questo palazzo, che stupisce il mondo, non è stato costruito per il cardinale, ma per una illustre principessa, e…
— Termina! Termina! – dice palpitando Richelieu.
— E l’illustre principessa aspetta una conferma delle mie parole!… Monsignore, quando volete ch’io porti al Louvre la lettera che ora scriverete ad Anna d’Austria?
Il cardinale soffoca un grido d’insensata speranza, chiude gli occhi, si comprime il petto con ambo le mani ed abbagliato, inebriato, con l’accento della passione:
— Questa sera… verso la mezzanotte… nel mio palazzo di piazza Reale… ti aspetterò!
In quel momento, un uomo vestito di nero si allontanava dalla portiera, dietro cui ascoltava, traversa l’oscuro gabinetto, in cui era a spiare, passa in una galleria e si perde nei corridoi del palazzo cardinalizio…
Corignano si è inchinato umilmente; poi, si è diretto verso la porta del salone, che apre, e là s’incontra con qualcuno che entra: grosso, basso, panciuto, una sorta d’aborto, dal viso scialbo, pieno d’inquietudine, altra fisionomia di spia.
— Rascasse! – mormora il cappuccino. – Sempre fra i miei piedi, dunque?
— Corignano! – esclama l’altro. – Sempre mio rivale, allora?
— Voi mi annoiate, mio piccolo Rascasse!
— Voi m’irritate, mio gran Corignano!
Corignano si curva per fulminare, con una maledizione, il rivale. Ritto sulla punta dei piedi, Rascasse mastica un insulto. E, divorati dalla gelosia, i due spioni, in corso, si minacciano:
— Ci rivedremo!…
Richelieu è rimasto anelante, come un disgraziato sul punto di soccombere alla miseria, cui sopravvenga una favolosa fortuna. Rascasse, tutto ricoperto di polvere, viaggiatore che non si è dato il tempo di mutar di vestito, si avanza trotterellando e moltiplica gl’inchini, per attirar l’attenzione del suo padrone…
Il cardinale, finalmente, lo vede.
Repentinamente, amore, passione, desiderio sfrenato, tutto sparisce dal suo spirito. Quel viso fiammeggiante diviene astuto. Quegli occhi, che fissavano la chimera, in fondo ad un miraggio, divengono glacialmente inquisitori.
Il ministro esita a parlare. Forse, teme la risposta all’interrogazione che gli brucia sulle labbra. E, d’un tratto:
— La signora di Lespars?
La spia si raddrizza e, in un soffio, lascia cadere questa sola parola:
— Morta!…
Il cardinale resta pensoso. Una ruga solca quella fronte implacabile. Il suo acuto sorriso è solo a svelare che la risposta è qual’era desiderata. L’odio dev’essere, in quell’uomo, terribile come l’amore… Egli osserva lo spione curvo dinanzi a lui, ed a voce bassa:
— E’ morta… bene! Dimmi, ora, chi l’ha… aiutata a morire?…
Rascasse freme. Egli è, forse, al momento decisivo in cui una semplice menzogna assicura la vita d’un uomo. Lotta. Esita. Poi, d’un tratto, dentro di se:
— Bah! Il signor di Saint-Priac non oserà mai denunziarsi da sè stesso!
— Sono stato io, monsignore… io!
— Rascasse, tu sei un buon servitore. Passa dal mio tesoriere: egli ti aspetta. La parola che hai detta vale il suo peso d’oro. Basta, per il momento. Questa sera, nel mio palazzo, mi dirai i particolari del tuo viaggio ad Angers e del come è avvenuta la cosa. Ora vai.
— Un istante, monsignore. Io avrei dovuto esser qui quindici giorni fa, giacchè la signora di Lespare è morta il 23 febbraio. Ora, se mi sono indugiato è stato perchè ho cercato qualcuno che ho studiato durante un mese… e che mi è scivolato di mano al momento in cui stavo per… basta! Si ritroverà!
— Di chi, di che cosa vuoi parlare? A me non piacciono i rapporti oscuri, signor Rascasse.
— Perdonatemi, monsignore. Si tratta della figlia di quella nobile signora… si tratta di Anna di Lespare!
— Anna!… Quella bambina!…
— Quella bambina ispirava la madre! – mormora sordamente lo spione. – Monsignore, ci siamo ingannati!
Il cardinale ha un brivido.
— Bisognava lasciar vivere la madre ed uccidere la figlia! – termina la spia, trasportata da un’ambizione che, forse, è al disopra delle sue forze.
Il fredd’occhio del cardinale getta un lampo. E Rascasse aggiunge:
— Il pericolo era là. Eminenza! Ella mi è sfuggita: senza di che avrebbe già raggiunta la madre. Dov’è ora? Ah! vedete, monsignore, vi dico, davvero, che dieci uomini ribelli non hanno l’energia di quella fanciulla. Ella viene a voi, forse! E se ciò è, badate, ah! badate! Non si sa nè tremare, nè perdonare, nè deporre le armi, quando si èchiamati Anna di Lespars!…
Richelieu ha aggrottate le sopracciglia. Egli medita, calcola, combina. Non si tratta più d’un sogno d’amore, si tratta di un pensiero di delitto. E’ la paziente meditazione del mostruoso ragno che domanda a sè stesso da quale estremità incomincierà la sua mortale tela. Egli erca. Il suo pensiero duro, inaccessibile alla pietà, entra senza esitazione nei meandri che giungono al delitto… La quistione che dibatte non è di sapere se risparmierà o se ucciderà! E’ di stabilire come prenderà quella bambina per la gola ed in quale orrendo trabocchetto la precipiterà tutta palpitante… E, d’un tratto, raddrizza il capo ed alza le spalle… Ha trovato!…
— Rascasse, hai veduto ad Angers, quel barone di Saint-Priac?
— Sì, monsignore – risponde la spia, che reprime un fremito. – Si è messo in cammino per Parigi contemporaneamente a me, munito della lettera d’udienza che gli permetterà d’essere ammesso, senza ritardo, presso Vostra Eminenza. Prezioso acquisto, monsignore! Ventitrè anni, niente scrupoli, pronto ad intraprendere tutto, capace di tutto comprendere, spirito vivace, braccio solido, e, all’estremità di questo braccio, una spada forse ancora più terribile di quella del famoso Trencavel stesso.
— Trencavel? – interroga il cardinale.
— Il maestro di scherma, la cui sala è la più frequentata di Parigi. Io lo conoscono. Ancora un altro che dovreste acquistare, monsignore!
— Vedremo. I rapporti dicono che quel Saint-Priac è innamorato della signorina Lespars. E’ vero?
— Venderebbe la sua anima al diavolo, se questi gli offrisse Anna… L’ha già venduta – aggiunge dentro di sè Rascasse, pensoso – poichè, per impadronirsi della figlia, egli ha…
— Ebbene! – dice freddamente Richelieu, il cu sguardo s’illumina d’una luce funesta. – Non ti occupare di quella giovanetta, Rascasse. Mi hai sbarazzato della madre… Saint-Priac mi sbarazzerà della figlia!…
— E come, monsignore?…
— Sposandola! – risponde Richelieu con un fine sorriso.
E la spia, l’uomo delle opere di morte, Rascasse non può fare a meno di rabbrividire!… E, quando ad un cenno, si ritira, balbetta:
— Saint-Priac speso d’Anna di Lespars!… Saint-Priac!… Orribile, questo è orribile!
Allora il cardinale Richelieu picchia su di un timbro. Un solenne servitore entra e spalanca le due porte a doppio battente, situate di faccia. Una dà su di un’immensa galleria, l’altra sulla cappella. Il salone si riempie di gentiluomini, di vescovi, di canonici, d’arcivescovi…
Richelieu prende le insegne della sua dignità cardinalizia e si avanza, circondato da quel grandioso corteo di prelati, che intuonano un canto simile ad un inno di gloria. Nella cappella, prodigio di lusso e d’arte, suonano gli organi, nubi d’incenso si alzano dagli incensieri d’oro massiccio e vanno ad oscurare la luce delle candele, sopportate da candelabri incrostati di pietre preziose. E’ un quadro d’incomparabile magnificenza. Ed in questo quadro, simile ad una visione d’irreale splendore, è un’assemblea di un’impressionante maestà, composta di Luigi XIII, Anna d’Austria, Maria de’ Medici, Gastone d’Anjou, Vendôme, Bourbon, i Condè, i Robin, i Chevreuse, Ornano, Solssons, Montmorency, Chalais, folla di signori d’alta nobiltà, ressa di principesse, tutta l’aristocrazia, la Corte tutta in Corte di Francia, curva dinanzi ad un uomo!…
Poichè è all’uomo che va quella religiosa adorazione, non al prelato che deve officiare.
Allora, sembra che Richelieu sia più augusto e più forte del Re!
Allora, sembra che, su quei grandi della terra, prosternati, passi una raffica di spavento.
Richelieu si è fermato un istante all’entrata della cappella. Drittissimo, raggiante di superbia, egli vede chinarsi tutte quelle teste illustri e prova la vertigine del potere…
D’un tratto, al momento d’incamminarsi verso l’altare, vacilla, colpito in piena apoteosi: laggiù in fondo alla cappella, vi è una donna che resta ritta in piedi e lo guarda in viso, e lo sfida con tutto il suo atteggiamento!…
Una giovanetta bionda, con occhi neri. Bella, fiera, scintillante d’audacia…
Richelieu impallidisce dalla rabbia. Richelieu trema. Egli mette nei suoi occhi sfolgoranti tutta la minaccia, tutta l’anatema. E la giovinetta rende urto per urto, maledizione per maledizione, ella è una viva dichiarazione di guerra…
Guerra ad oltranza! Guerra a morte!…
E quando il cardinale, con passo convulsivo, sale verso il tabernacolo, è livido di odio o di terrore, poichè quella che ha veduta così, viene in nome del diritto e della giustizia, della vendetta, ed è con voce tremante che mormora:
— La figlia di Enrico IV!… La figlia della morta!… Anna di Lespars!…
Figlia di Enrico IV!…
Ella è, dunque, sorella di Alessandro di Bourbon e di Cesare di Vendôme? Sorella di monsieur, duca d’Anjou! Sorella di Luigi XIII, re di Francia!…
Quale dramma è in quella nascita reale? Chi è quella signora di Lespars, di cui abbiamo ora appreso l’assassinio? Di quale fallo fu colpevole o di quale tranello fu vittima? Sono queste «delle ignote da cercare» e un problema da risolvere nulla di più, nulla di meno.
Quella che porta il nome di Anna di Lespars e che ha, forse, diritto ad un posto sui gradini del trono, come Enrichetta, figlia di Gabriella d’Estrées, è uscita dalla cappella al momento in cui incominciava la cerimonia. Con un’eroica bravata ella ha voluto gridare gli occhi al padrone di tutto e tutti.
— Eccomi! Guardami. Io ti guardo. E’ fatto. Il guanto è gettato…

L.

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Pubblicato da su aprile 7, 2017 in Pulp

 

La vendetta è un piatto che va servito freddo

Ricardo Montalban da “Star Trek II – L’ira di Khan” (1982)

Esistono espressioni e modi di dire la cui origine è nebulosa e spesso impossibile da definire. Le “prove fossili” di una frase sono i testi in cui è citata, ma se questi non ne citano a loro volta la fonte diventa più impegnativo ricostruirne il percorso evolutivo. Non mancano espressioni il cui utilizzo si perde nei vortici dei fiumi di inchiostro della letteratura, così come esistono modi di dire di cui tutti sono convinti di poter indicare l’origine (senza in realtà averne la prova). Infine, esiste almeno una frase che possiede tutti questi attributi più uno davvero curioso: quasi sempre viene attribuita ad una cultura diversa rispetto a chi la cita.L’espressione è ben nota a tutti, e tutti sono convinti di sapere da dove derivi, ma in realtà tutto ciò che ricordano è solo l’ultima volta che è stata resa celebre da un film…

 

«Revenge is a dish best served (eaten) cold». Che la vendetta sotto forma di portata sia servita (served) o sia mangiata (eaten), va comunque fatto quand’è fredda.

È una frase che definire celebre è davvero riduttivo: un numero impressionante di autori l’ha utilizzata in romanzi di ogni lingua ed età ma, curiosamente, è meglio nota al grande pubblico grazie ad opere cinematografiche. Una delle ultime celebri apparizioni è avvenuta agli inizi del Duemila quando la frase «La vendetta è un piatto che va servito freddo» campeggia come citazione d’apertura del film “Kill Bill, parte I” (2003) di Quentin Tarantino. Per la prima volta il “grande citatore” si preoccupa di riportare la fonte di ciò che sta citando, così sappiamo che quanto abbiamo letto è «Un antico proverbio Klingon».

La celebre schermata da “Kill Bill” di Tarantino

Proprio come Tarantino, chiunque fosse appassionato di cinema negli anni Ottanta ha ben stampato nella mente la scena di “Star Trek II. L’ira di Khan” (1982) in cui il personaggio interpretato da Ricardo Montalban, rivolgendosi al capitano Kirk, gli ricorda che esiste un “vecchio proverbio Klingon”. «bortaS bIr jablu’DI’reH QaQqu’ nay»: ecco l’aspra versione della frase nel linguaggio klingoniano, usata già nel 1993 da Victor Milan per il suo romanzo From the Depths.

Siamo allora d’accordo che è una frase dell’universo cinematografico di Star Trek? Ovviamente no, perché dieci anni prima la si ritrova in bocca a Marlon Brando ne “Il padrino” (The Godfather, 1972) e già nel 1971 il regista Pasquale Squitieri si maschera da William Redford e firma lo spaghetti western “La vendetta è un piatto che si serve freddo“, distribuito in Francia come La vengeance est un plat qui se mange froid e negli Stati Uniti come Vengeance is a Dish Eaten Cold. Che sia stato il nostro Squitieri a sdoganare la frase al cinema? Ovviamente no anche questa volta, perché già la si trova nel 1949 in “Sangue blu” (Kind Hearts and Coronets) di Robert Hamer.

In ogni caso, la fortuna cinematografica dell’espressione è solamente un riflesso dell’enorme successo che la stessa ha riscosso nel mondo letterario sin da… già, sin da quando?

 

Esiste una leggenda metropolitana per cui il primo a citare la frase esatta sia stato niente meno che Pierre Ambroise François Choderlos de Laclos nel suo celeberrimo “Le relazioni pericolose” (Les liasons dangereuse, 1782), in cui si troverebbe questa espressione: «La vengeance est un plat qui se mange froid». Davanti all’innegabile evidenza che non esiste niente del genere nel testo, i più irriducibili risolvono la questione dicendo che comunque il romanzo è tutto incentrato sulla vendetta, il che non risolve nulla: di vendetta si parla sin dai poemi omerici e babilonesi, ma non è che si debba far risalire a loro l’espressione.

Chiedendo aiuto ai manuali specializzati, scopriamo che il “The Facts on File Dictionary of Proverbs” di Martin H. Manser (2002) la fa risalire alla data 1885 senza spiegare bene su quali basi lo affermi, mentre l'”Everlasting Wisdom” (una raccolta di citazioni curata da Daniel Weis nel 2010) la attribuisce all’educatore tedesco Wilhelm Wander, vissuto nell’Ottocento. Addirittura pare che Napoleone III nel 1870 si sia lanciato in un «Die Rache ist ein Gericht, das man kalt verspeisen muss».

Al di là di queste supposizioni mancanti di prove certe, la più antica fonte sicura ed attestata della frase risale al 1841, quando appare in Francia “Mathilde. Mémoires d’une jeune femme“, scritto da Eugène Sue. «La vengeance se mange très-bien froid[e]». Quindi la frase l’ha inventata Sue? Ovviamente no: l’autore cita la frase in corsivo e specifica: «comme on dit vulgairement». Non l’ha inventato lui il detto, si limita a riportarlo e basta, “volgarmente parlando”.

Possiamo comunque dire che l’origine della frase è francese? Seguiamo questa pista.

 

«I francesi hanno un detto…»: ce lo conferma J.F. Freedman nel suo romanzo “Linea di difesa” (1991). Non ci credete? Ecco cosa scrivono allora Anne e Serge Golon ne “La vittoria di Angelica” (La victoire d’Angélique, 1985), uno dei celebri romanzi della loro eroina: «“La vendetta è un piatto da gustare freddo”. E ripetendosi questo proverbio, scoppiava in una risata stridula. “Molto freddo!”.» Se non siete ancora convinti, ci si può affidare al nostro Indro Montanelli, che nel suo “L’Italia giacobina e carbonara” (1969) ci spiega: «Da buon còrso, Napoleone sapeva che la vendetta è un piatto da mangiare freddo.»

Insomma, siamo d’accordo che è un detto francese, anche se… «In Libia, comunque, c’è un’espressione simile al detto francese “La vendetta è un piatto che va gustato freddo”». Nelson DeMille, nel suo “L’ora del leone” (The Lion’s Game, 2000) ci conferma che è una frase francese ma ci dice anche che in Libia ce n’è una simile: esiste dunque anche una pista africana? «Gli arabi dicono che la vendetta è un piatto che si gusta freddo»: secondo Julia Navarro e il suo “La bibbia d’argilla” (La Biblia de barro, 2006), esiste allora anche una pista araba?

Perché un’autrice spagnola non ipotizza una nascita nella propria cultura? Eppure nella raccolta di proverbi “La sapienza del popolo” (1868) è attestato un proverbio spagnolo molto simile: «Aspetta tempo e loco a far la tua vendetta, che la non si può mai far bene in fretta.» È un concetto similare: che esista davvero una pista spagnola?

Ne è sicuro Stephen King, che apre il suo racconto “La Cadillac di Nolan” (dall’antologia Incubi & Deliri, 1993) con la frase «La vendetta è un piatto da servire freddo» seguita da: «PROVERBIO SPAGNOLO». Gli dà corda Sidney Sheldon ne “La rabbia degli angeli” (Rage of Angels, 1980): «Gli spagnoli hanno ragione, pensava Michael Moretti: la vendetta è un piatto da consumare freddo.»

Esiste però una pista che sarebbe “pericoloso” ignorare, cioè quella nata nel 1969: «Don Corleone assentì. “La vendetta è un piatto che si gusta meglio freddo”, enunciò», e quando il Padrino enuncia, le discussioni finiscono!

Il romanzo di Mario Puzo ha influenzato milioni di italiani sparsi nel mondo, tanto che durante un’intervista del 1997 a Jim Harrison, in occasione dell’uscita del suo libro “Revenge“, egli racconta che l’idea del romanzo gli è venuta quando la sua agente letteraria di origini siciliane gli rivelò un “motto” italiano… ma a quell’epoca tutti gli italiani erano convinti che la frase fosse un proverbio Klingon! Qualcuno deve averglielo fatto notare, eppure Harrison non demorde, così quando usa la stessa frase due anni dopo, per il romanzo “Just Before Dark“, specifica di nuovo che la vendetta va servita fredda, «as they say in Palermo». Basta con queste teorie Klingon, sembra dire l’autore, è una frase di origine palermitana. Ma quanti a Palermo l’hanno mai usata quest’espressione?

Comunque gli danno ragione Claude Arnaud nel suo “Chamfort, a biography” (1992), «Vengeance, as the italians say, is a dish best served cold», e Jilliane Hoffman nel romanzo “L’ultimo testimone” (Last Witness, 2005): «come dicevano i genitori italiani di Dominick: “La vendetta è un piatto che va servito freddo”».

E se infine fosse di origine… fantasy? «Gli affiorò nella mente uno dei molti detti di Grysstha: la vendetta è un piatto che si gusta meglio freddo» ci racconta David Gemmell ne “L’ultima spada del potere” (Last Sword of Power, 1988).

 

Insomma, la scena è confusa ma ogni autore afferma senz’ombra di dubbio la provenienza del detto, senza peritarsi di presentare un qualche tipo di prova: sa bene infatti che ad essere più precisi si finisce per dare il fianco a possibili confutazioni. Per esempio Jon A. Jackson nel suo “Dead Folks” (1999) è convinto che la frase l’abbia creata Edgar Allan Poe, senza ovviamente essere in grado di presentare alcuna prova: molto più furbi quelli che invece invocano fumosi proverbi o antichi e vaghi detti di altre culture.

L’espressione “vendicativa” la si ritrova in un numero vasto di romanzi e saggi – addirittura in “Figure intercambiabili” di Wang Meng, testo cinese del 1934 – e per fortuna non tutti cercano di convincere il lettore dell’origine culturale: alcuni si divertono ad arricchirla.

«La vendetta è un piatto che, a differenza del brodo, va servito freddo; meglio ancora: un po’ alla volta» ci spiega Cesare Marchi in “Quando eravamo povera gente” (1988). «D’altronde si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo, magari con un po’ di limone» gli fa eco Francesco Venturi in “Polder” (1998). «La vendetta è un piatto che le persone per bene mangiano freddo. Bisogna lasciare ai cafoni e ai barbieri di reagire a sangue caldo ai torti ricevuti.» conclude Ignazio Silone ne “Il seme sotto la neve” (1950).

In attesa del prossimo film che porti in auge il detto, e in attesa di scoprire le sue fumose origini, non rimane che chiudere con il pepato Joe R. Lansdale di “Capitani oltraggiosi” (Captains Outrageous, 2001): «Il vecchio detto secondo cui la vendetta è un piatto che si gusta freddo è una stronzata. La vendetta è dolce solo nel calore del momento.»

Irresistibile vignetta da Facciabuco

L.

P.S.
Questo articolo, come tanti altri, è ospitato anche nella sezione “Inviati speciali” di Tanogabo.

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Pubblicato da su aprile 5, 2017 in Indagini

 

[Un libro, una storia] Ossessione

Ho già parlato del periodo, ormai venticinque anni fa, in cui ho perso la testa per Stephen King e mi sono letto quasi tutti i suoi libri disponibili all’epoca (a parte quelli fantasy,che è un genere che non sopporto).
Questo “Ossesione” (Rage, 1977), appartenente ai romanzi firmati originariamente Richard Bachman, è stato l’inizio di tutto: il primo romanzo di King che abbia mai letto.
È il n. 140 (anno X ) dei “Grandi Tascabili Bompiani” (10 settembre 1990) con traduzione del consueto Tullio Dobner.

L’appunto lasciato a matita – che mi stupisce abbia resistito 26 anni! – attesta che ho letto questo libro dal 18 al 19 maggio 1991. Come spesso succedeva all’epoca ero a letto malato – credo influenza, ma stavo così spesso male che alla fine non mi facevo più domande – e quindi avevo più tempo per leggere. All’epoca c’era una TV per ogni nucleo familiare, il che voleva dire che quando stavi a letto malato non potevi far altro che leggere o dormire. E io non ho mai dormito durante le malattie, sebbene abbia sempre invidiato chi riusciva a farlo.
Quando stavo meglio potevo spostarmi al “letto grande”, cioè quello dei miei genitori, e guardare la TV, ma lo stesso c’era tanto tempo per leggere.

Visto che mio padre si stava divorando libri su libri di questo Stephen King, perché non provare a leggere questo libretto di duecento pagine? Affrontare i suoi libroni tipo IT o Christine non ci pensavo proprio – sebbene poi li ho divorati ed amati – ma questo snello potevo ancora provarlo.
Della trama ricordo poco, se non sbaglio il protagonista era un giovane che prendeva in ostaggio la classe – molto prima che “diventasse di moda” farlo! – e sotto la minaccia di un’arma veniva a galla la difficoltà dell’adolescenza e le piccole grandi bugie che i giovani si dicono. (Soprattutto a se stessi.)

Avevo 17 anni quindi era l’età perfetta per leggerlo, e dev’essermi piaciuto parecchio perché ho lasciato un “10” come voto. Da lì si è aperto il fiume kinghiano che mi ha portato a leggere più di venti suoi romanzi in circa tre anni.
Ricordo ancora quella branda su cui tutto è cominciato, e credo di avere ancora la piccola abat-jour che illuminò la mia lettura. Giace da tempo in quell’archivio scomposto che è il mio pacchettone, visto che dall’avvento dei tablet non ho più bisogno di illuminazione per leggere a letto…

L.

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Pubblicato da su aprile 3, 2017 in Uncategorized

 

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[Pulp] Il Re Mistero di Gaston Leroux

Concluso il viaggio nelle origini di Lupin, è il momento di parlare di un suo connazionale nonché coetaneo. Di Gaston Leroux ho parlato in occasione della nascita del suo Fantasma dell’Opera, semplicemente perché del prolifico autore è l’unico testo noto in Italia: insieme a Il delitto della camera gialla è il suo romanzo più ristampato, con più di venti edizioni fino ad oggi e circa quattro traduzioni diverse. Una briciola, nel paniere dell’autore.

Malgrado oggi nessun italiano lo ricordi, nel nostro Paese è uscito in lingua italiana un’opera nera e misteriosa di Leroux, apparsa a puntate dal 6 maggio al 21 agosto 1909 sul quotidiano “La Stampa”, vero erede nostrano dei quotidiani parigini con i racconti a puntate. In questa formula infatti il romanzo di Leroux era uscito, su “Le Matin”, dal 24 ottobre 1908 al 9 febbraio 1909.
L’Italia dunque presentava in anteprima il nuovo re del terrore francese… per poi dimenticarsene completamente. Non esistono tracce di una qualsiasi raccolta in volume di questo romanzo, quindi oggi – 31 marzo 2017 – rispolvero quest’opera dopo più di un secolo di totale silenzio nel nostro Paese.

Essendo io un pazzo, mi sono digitato a mano, parola per parola, il testo rovinato e smangiucchiato apparso sulle copie del quotidiano di inizio secolo, prendendolo dal suo archivio libero on line.
Vi riporto solamente i primi due capitoli, preceduti da un’introduzione che fa parte integrante della trama. Sappiate che questa è l’unica occasione di leggere in italiano un’opera che nessun nostro compaesano conosceva di Leroux.
Specifico che ho mantenuto il testo italiano dell’epoca, con le discutibili scelte grammaticali e l’insopportabile “è” (con accento grave) in ogni occasione, anche quando andrebbe utilizzata la “é” (con accento acuto). L’ho fatto per farvi fare un tuffo nell’Italia del 1908, che leggeva le avventure del Re del mistero…

Prima però un omaggio a tutti gli amanti delle cospirazioni, dei Rosa-Croce e Cavalieri della Uallera d’oro vari: il profilo del personaggio tratto da “Jules Verne e l’esoterismo. I viaggi straordinari, i Rosa+Croce, Rennes le Chateau” (Jules Verne, initié et initiateur, 1984), di Michel Lamy, a cura di Gianfranco de Turris, trad. di Milvia Faccia, Edizioni Mediterranee, Roma 2005

Questo illustre amante della ricerca di tesori che fu Gaston Leroux ci lasciò il suo proprio Robur: Le Roi Mystère. Strana storia, in verità, quella del capo di malviventi, con un cuore grande, dotato di un senso innato della giustizia, che ha qualcosa dell’ingenuo e nel contempo di un essere invincibile, un personaggio dedito a raddrizzare torti servendosi del furto, a metà tra Montecristo e Robin Hood, e insieme Cartouche e Mandrin, che regna come un vero Re nell’ombra, conservando però uno spirito anarchico. Regna su un mondo sotterraneo, una sorta di Agartha nelle viscere di Parigi. È il Re delle Catacombe. Non è forse anch’egli un Re Perduto?

Strane quelle due lettere che si videro un mattino dipinte in rosso sulle porte della prigione della Roquette, proprio come strani apparvero nel XVII secolo i manifesti della Rosa+Croce sui muri di Parigi. Le due lettere R.C. rappresentano la firma del Re delle Catacombe. Ma perché mai egli firma R.C., quando Gaston Leroux intitola il suo romanzo Le Roi Mystère (vale a dire R.M.) e il vero nome di questo personaggio è Robert Pascal (ossia R.P.)? In effetti, come potrebbe essere altrimenti, visto che Gaston Leroux voleva, proprio come Jules Verne, scrivere un testo d’ispirazione rosicruciana? R.C. è certamente, come abbiamo visto, la firma dei Rosa+Croce, ma il legame con Robur il Conquistatore non si ferma qui, e su una porta possiamo leggere: ROBUR mortis viri saluss et sublimitus, profundis, longitudo, latitudo. Avete ancora dei dubbi? Allora leggete il romanzo. Vedrete Gaston Leroux descrivere il suo personaggio come un Padrone del Bene e del Male. Il Re Mistero non esita a dire: «Io sono più forte della morte!… Io sono la vita!». Egli è uno dei “Padroni del mondo”. Infatti, non appare egli equalmente sotto la forma del misterioso conte di Teramo-Girgenti che, proprio come Saint-Germain e Cagliostro, si presume vissuto sotto Enrico IV e in possesso del segreto per resuscitare i morti (segreto che consiste parzialmente nell’andare a passare le aque tutte le estati?) «”Io non resuscito”, disse il conte. “Io vengo resuscitato. A tal fine, è sufficiente che in alcune condizioni date si pronuncino davanti al mio cadavere alcune parole in virtù delle quali io torno alla vita”». D’altro canto, il titolo di uno dei capitoli è “Ti risveglierai tra i morti”.

Ce n’è per tutti i gusti…

Il Re Mistero
(Le roi mystère)
di Gaston Leroux

Nella prefazione che egli scrisse alla più bella storia del mondo, l’autore dei Tre Moschettieri racconta come consultando vecchie carte nella Biblioteca Reale, fu sorpreso da tre nomi: Athos, Porthos e Aramis che colpirono così vivamente la sua fantasia da indurlo a ricercare a chi potessero avere appartenuti e a scrivere – una volta saputolo – tante meravigliose avventure. I tempi eroici sono passati: non v’è più nulla da scoprire nelle biblioteche; non vi sono nemmeno più degli Alessandro Dumas. L’unica risorsa che ci resta è il reportage che non compulsa i libri, ma la vita contemporanea. Il reportage, appunto, mi condusse ad una curiosa scoperta, ad un punto di partenza per ricerche molto interessanti ancorchè fuori dei libri. Un giorno, ecco, desideroso di risalire all’origine del famoso affare politico-giudiziario passato durante il Secondo Impero, sotto il titolo: «Lo scandalo delle ferrovie ottomane» e restato sempre un po’ oscuro, lo sfogliavo in raccolta dei primi numeri del giornale L’Epoque e la mia attenzione cadde sopra un trafiletto in cima al quale erano scritte a grossi caratteri le due maiuscole R. C. seguite da un enorme punto interrogativo.
Ecco testualmente, quello che lessi: «Se ci occupassimo un po’ meno del dramma che si svolge in questo momento davanti al Corpo legislativo, l’opinione pubblica si commuoverebbe forse per il fatto più unico che raro, che è avvenuto stamani in piazza della Roquette. Non si è dimenticato che Desjardies attende nella Grande-Roquette il coltello del carnefice. Ebbene! noi possiamo affermare che, la notte scorsa, la ghigliottina è venuta. La stampa non era stata prevenuta; ma intanto, verso le quattro e mezza, il patibolo è stato montato. Ai primi languori dell’alba – però – il carnefice ed i suoi aiutanti smontarono la ghigliottina senza aver tagliato la testa a nessuno. Erano stati mal dati o mal compresi gli ordini relativi all’esecuzione? Forse l’imperatore – dopo avere rifiutato la grazia al Desjardies – si era deciso all’ultimo momento, contro tutte le convenienze, a fare arrestare il corso della suprema giustizia? Non bisogna dimenticare che Desjardies è la prima vittima dello scandalo delle ferrovie ottomane e – nonostante il suo abbominevole assassinio – non è forse il più colpevole. Altri hanno ucciso, non v’è dubbio; altri ce la giustizia imperiale non seguirà mai… e che conserveranno la loro testa sulle spalle. In alto loco si sarebbe avuto dunque qualche tardivo rimorso al momento di sacrificare una delle personalità meno compromesse in questo prodigioso imbroglio finanziario? Insomma, non sappiamo che cosa pensare, nè che inventare davanti a questo fatto innegabile: il boia se n’è andato com’era venuto, con le mani in tasca e il paniere vuoto. E in questa storia è pure bizzarra la scoperta di due lettere cabalistiche dipinte in rosso sulla grande porta della prigione: R. C. Che cosa significano? Chi ce lo dirà? Nessuno! Perchè nessuno ha tempo di occuparsi di cose all’infuori della tragicommedia che si sta preparando nei corridoi di Palazzo Borbone!»
Impressionato da queste strane parole, mi misi a ricercare in altri giornali della stessa epoca qualche traccia dello straordinario avvenimento: ma non ne trovai nessuno. Solo sotto la data dell’indomani trovai una nota ufficiale riprodotta da tutti i giornali e che diceva:
«L’Epoque ha pubblicato ieri un trafiletto relativo all’esecuzione di Desjardies. Siamo autorizzati a smentirlo categoricamente. L’esecutore delle alte opere non è stato punto scomodato e i suoi legni di giustizia non sono stati mossi dal capannone in cui vengono custoditi. Si potrebbe trovare l’origine d’una così inverosimile storie nell’errore commesso da un ufficiale della prefettura di polizia, il quale, credendo che l’esecuzione dovesse aver luogo in quella notte là, aveva inutilmente distribuito i suoi agenti per il servizio d’ordine».
E lo stesso giorno l’Epoque faceva ammenda onorevole: «Noi siamo stati ingannati ieri da uno dei nostri giovani redattori di cui ci siamo subito sbarazzati. Un alto funzionario della Prefettura è venuto a darci tutte le spiegazioni desiderabili riguardo all’errore che ha messo in moto tutto il servizio ordinario d’ordine per le esecuzioni».
Ma nè la nota dell’Agenzia ufficiale, nè la rettifica dell’Epoque riuscirono a convincermi. Trovai he avevano qualche cosa di misterioso, di inquietante. A chi conosce un poco le abitudini combattive della stampa doveva apparire almeno strana la facilità con la quale l’Epoque prendeva atto della smentita ufficiale senza muovere nessuna critica alla Prefettura di polizia che aveva commesso un errore deplorevole. La perfetta serenità con la quale tutti i giornali registravano la disavvedutezza prefettizia mi turbò straordinariamente. E che dire delle due iniziali rosse trovate sulla porta della prigione: R. C.? Nessuno ne parlava? Nessuno si preoccupava di spiegare l’enigma, nè di smentirlo? Si poteva forse credere che si trattasse di un cattivo scherzo? Non lo pensavo. Uno scherzo ha sempre l’aria di dir qualche cosa; ma che voleva significare quel R.C. sulla porta della prigione dei condannati a morte? In tutto ciò v’era secondo me del mistero ed io non avrei avuto pace fino a quando non avessi trovati il «giovane redattore» così, precipitosamente licenziato e quell’ufficiale della Prefettura cui si attribuiva un errore tanto grossolano. L’uno e l’altro vivevano ancora ed ambedue furono il punto di partenza di un’inchiesta che durò parecchi anni e come resultato della quale io vi presento questo romanzo le cui emozionanti peripezie saranno tanto più gustate in quanto si ricordi che certe figure e certi avvenimenti hanno messo già a rumore il mondo. La realtà si è mostrata, nell’ultima metà del secolo scorso, così gelosa della chimera che non v’è più nulla da inventare sulla terra, nemmeno per un romanziere.

*
PARTE PRIMA
La potenza delle tenebre
I. Qualche cosa brilla nella notte

V’è un luogo più triste, più tetro, più misterioso di quell’angolo di Parigi che circonda la piazza della Roquette? Dove sorgeva la vecchia prigione, recentemente demolita, sono sorte alte case; ma il luogo resta lugubre lo stesso per la prigione che ancora esiste dall’altro lato della piazza e che è destinata ai giovani detenuti. Tomba per quelli che sono appena giunti sulla soglia della vita; più terribile di tutte le tombe.
All’epoca del nostro racconto la grande Roquette da lunghi anni innalzava i suoi muri neri davanti alla piccola Roquette. Talvolta la porta della «piccola» s’apriva per lasciare uscire qualche adolescente pallido per aver sepolto là dentro qualche anno prezioso della sua giovinezza; la prima cosa che egli vedeva era la porta della «grande» sinistra e immensa come se l’avessero elevata apposta sulla soglia dell’avvenire di lui. L’una e l’altra prigione erano separate da qualche pietra, piedistallo del patibolo. Se il giovanetto distoglieva gli occhi da questo lugubre quadro egli scorgeva a sinistra un’altra porta, quella del cimitero: il Père-Lachaise. Allora fuggiva a destra e discendeva rapidamente verso la vita, verso la libertà, verso Parigi, da quella parte della strada della Roquette che mette in piazza Voltaire, chiamata allora la piazza del Principe Eugenio.
In essa, precisamente, noi trasportiamo il lettore, la notte del 13 dicembre 186…, alle quattro precise.
Questa strada – sì lugubre durante il giorno per le sue case basse, le botteghe oscure di mercanzie mortuarie, gli spacci di vino sempre pieni di vagabondi e di prostitute – diventava talvolta gaia nella notte, allorchè la plebaglia uscita dai bassi fondi della capitale si avviava verso la piazza della Roquette per assistere allo spettacolo d’una testa che cade sotto la mannaia. Fannulloni, curiosi di tutti i ceti, carrozze delle più quotate mondane di Parigi, fiacres carichi di studenti, si urtavano, s’intrecciavano, si accumulavano dietro un primo cordone di agenti i quali non lasciavano passare che i privilegiati muniti di biglietto speciale rilasciato dalla prefettura.
Nella notte da cui s’inizia questo racconto, la via della Roquette che durante la nottata precedente era stata affollata per la voce corsa dell’immediata esecuzione di Desjardies, aveva ripreso il suo aspetto consueto. Stanchi della vana attesa anche i più curiosi se n’erano andati.
Ora, qualche minuto dopo le quattro, quando tutto riposava e tutto era silenzioso, nella strada del quartiere apparvero all’improvviso numerosi agenti. I capi parlavano tra di loro e davano gli ordini a bassa voce. Quasi subito giunse la truppa: non era mai stata tanta ed occupò la piazza della Roquette col medesimo silenzio misterioso. I plotoni furono schierati in quadrilatero intorno al patibolo. Una finestra all’angolo della via della Roquette, sopra uno spaccio di vini che portava l’insegna: «A la renaissance du bon vin», s’aprì d’un tratto; ma un uomo di cui era impossibile scorgere la faccia, – non solo per l’oscurità, bensì anche perchè teneva il cappello abbassato sugli occhi, – si staccò da un gruppo di ufficiali, andò sotto di essa, pronunciò qualche parola con voce sorda e la finestra si richiuse. Quest’ultimo coperto da un ampio mantello col bavero alzato fin sopra le orecchie tornò verso il gruppo degli ufficiali e chiamato a sè uno di loro gli disse:
– Fate innestare la baionetta in canna. Dovete aspettarvi di tutto…
– Non è possibile!…
– Credetemi, di tutto. In ogni caso vi avvertirò. Ho posto agenti a fare la sentinella dappertutto… Ne ho riempito il Père-Lachaise.
Ciò detto, l’uomo misterioso si avviò verso i gendarmi a cavallo, che in quel momento entrarono nella piazza dalla parte della grande Roquette e si disposero davanti alla porta della prigione. L’uomo discese allora verso la piazza Principe Eugenio.
Per quanto le evoluzioni della truppa fossero state fatte in silenzio, qualcosa cominciava ad agitarsi nella parte bassa della via della Roquette. Si aprirono delle finestre, una bottega levò le bande: intanto che un lattivendolo svegliava i casigliani della piazza Principe Eugenio col suo vociare. Tuttavia la strada della Roquette si manteneva deserta, sempre occupata dai soldati e dagli agenti. Ma ecco che verso le cinque parecchie vetture sfilarono e una mezza dozzina di persone, avviluppate in pesanti pelliccie, ne discesero per dirigersi verso la bassa di una delle più vecchie case della via. Picchiavano con fare misterioso a quell’uscio che si apriva e si richiudeva rapidamente.
Accanto ad esso, nell’ombra, l’uomo dal lungo mantello osservava attentamente i nuovi venuti ed era là immobile da una mezz’ora, allorquando si avvicinò ad un individuo alto e robusto che scendeva da una vettura. Si levò il cappello e gli disse:
– Lasciatemi entrare con voi, signore. Sarà più prudente.
– No, Dixmere, è meglio che restiate fuori. Ma se tra un’ora non sarò uscito, invadete la bicocca.
E l’uomo che era sceso dalla carrozza picchiò alla stessa porta, prima due colpi e poi altri due.
Quando la porta si richiuse dietro di lui egli si trovò in una oscurità profonda. Una voce gli chiese:
– Cosa volete?
– R. C.
Intanto l’uomo dal lungo mantello risalì verso la piazza della Roquette, attrattovi da un luccichio sinistro. Fra la mannaia del carnefice che scintillava di già nel suo telaio.

*
II. Due gentiluomini a cena.

Sulla piazza il carnefice e i suoi aiutanti avevano sbrigato la loro faccenda coscienziosamente, senza fretta, come richiede, del resto, lo strumento di giustizia. Non è più il tempo in cui si uccideva alla bene e meglio ed il carnefice era costretto a rifarsi da capo diverse volte per tagliare una testa: il boia moderno è un orologiaio e un architetto; ha la sua livella e il suo filo a piombo. Erano circa le cinque e mezza allorchè l’uomo dal lungo mantello – senza dubbio ufficiale della polizia – pareva occupato a prendere gravi disposizioni nella tema di un avvenimento straordinario, gironzolando davanti allo spaccio di vini sopra ricordato. A quella finestra, che è stata riaperta, s’è affacciato un uomo che gli ha fatto un cenno ritirandosi immediatamente. Dopo un momento, in basso, una porta si apre e ne esce qualcuno che ha un pacchetto sotto il braccio e la richiude accuratamente. L’ufficiale di polizia non si muove, ma gli chiede, senza girare il capo:
– Sei tu, Rompicollo?
E l’altro, sempre chinato sulla sua senatura gli sussurra:
– Dixmer?
– Non pronunciare il mio nome – risponde Dixmer senza spostarsi di un dito. – Sai tu dov’è che la cosa si fa?
– Al «Coniglio che fuma».
– Tutto è pronto?
– Tutto!
E l’uomo battè una mano sul suo pacchetto.
– E chi è che si muove?
– L’Avoltoio in persona.
– Benone. Dirai all’Avoltoio che tutto è pronto per agire dalla parte della via Vacquerie, se sarà necessario. Ho là cento uomini di Montrouge dentro un cantiere. Deve capire come sia meglio, soprattutto per me che dirigo il servizio d’ordine, che la cosa si faccia in silenzio.
– Oh, l’Avoltoio ci conta!
– Addio.
Lasciamo ora che Dixmer faccia coscienziosamente la sua ispezione per seguire Rompicollo che col suo pacco sotto il braccio si era avviato nella buia strada della Folie-Regnault; camminava già da cinque minuti allorchè un’ombra si staccò dal marciapiede e gli venne incontro. Quando gli fu vicino essa disse:
– R. C.
E Rompicollo rispose:
– Pantheon.
L’ombra si accompagnò a Rompicollo ed ebbe con lui un rapido colloquio.
– Li hai visti passare?
– Sì, or ora… Devono aver preso la via più lunga dietro la piccola Roquette e tornar poi sui loro passi; hanno oltrepassato il «Coniglio che fuma»e rifatto il passaggio della Folie-Regnault. Infine sono entrati nell’osteria dal retrobottega.
– E l’Avoltoio?
– L’ho veduto passare. Egli vi è entrato dalla porta principale con Zampa d’oca.
– Sono entrati altri?
– Una dozzina. Devono essere anch’essi della partita, ma non li ho riconosciuti.
– Benissimo. Torna pure al tuo posto. Se quegli altri arrivassero, non li commovere, ma fischia non appena li vedi. Non occorre altro.
L’ombra tornò al suo posto, Rompicollo continuò la sua strada e dopo aver percorso una trentina di metri circa, si arrestò davanti alla porta a vetri del «Coniglio che fuma».
Un grosso coniglio rosso, comodamente seduto sulle zampe posteriori occupato a fumare in una lunga pipa era stato grossolanamente dipinto su di una insegna di zinco che dondolava qua e là spinta dal vento. Il freddo era vivo in quella notte di dicembre, un freddo aspro e secco che annunziava un’imminente nevicata. Sui vetri della porta dell’osteria un artista frettoloso aveva disegnato in rosso lo stemma della casa, il coniglio e la pipa, ma quei vetri erano talmente annebbiati dal freddo che nulla si poteva distinguere di ciò che accadeva nella sala della trattoria.
Rompicollo salì lentamente i quattro scalini che conducevano a quella porta ed entrò nella sala con aria noncurante, le mani in tasca, la sigaretta in bocca, senza guardar alcuno, come se nulla e nessuno di tutti gli avventori che riempivano quella sala, suscitasse il suo interesse. Egli gettò soltanto una rapida e strana occhiata ad una porta a vetri che dalla sala comune conduceva ad una piccola stanza.
Là dentro, due gentiluomini cenavano. Nulla di particolare veramente nelle loro maniere indicava ch’essi fossero di nobile razza, ma la loro tenuta corretta, i dettagli accurati del nero ed elegante abbigliamento faceva supporre ch’essi appartenessero ad una classe sociale superiore alla media.
L’un d’essi era alto e secco, l’altro invece basso e tarchiato.
Il primo, dopo aver accuratamente coperto lo sparato candido della camicia e il nero soprabito col tovagliolo, coll’attenzione meticolosa di un uomo d’ordine che ha in orrore le macchie, intinse un pezzetto di pane nell’intingolo che aveva nel piatto e disse al compagno:
– Scusami, signor Prospero, ma davvero ch’io credeva che si lavorasse di più di quanto voi mi dite: facevo il conto su dodicimila franchi per lo meno…
– Eh! nelle buone annate certamente, ma ormai non ci sono più buone annate per noi… In altri tempi, allorchè si viaggiava si arrivava perfino a guadagnare diciottomila, ma ora non si viaggia quasi più… Pensare che il Governo dà seimila franchi solamente di stipendio fisso e in questo il Governo non è proprio giusto, signor Dionigi… No, no, credetemi, il mestiere è in ribasso e voi incominciate la carriera in tempi assai difficili. E noi dunque, come volete voi che viva con mille e settecento franchi? Bisogna nutrirsi, alloggiarsi, vestirsi e con un certo decoro, sempre di panno nero, il che costa un occhio, senza contare il cappello a cilindro… Questo pezzo di coniglio ancora, signor Dionigi?…
– Grazie signor Prospero: è un coniglio squisito.
– Oh, la trattoria è ottima… Anche col povero Marchese venivo sempre qui, ad aspettare l’alba… Ci si sta tranquilli…
– Di che morì dunque, quel povero Marchese?
– Di mal di petto. All’ultima esecuzione tossiva con tanta insistenza che il condannato stesso, mentre noi gli facevamo la «toeletta» ne era tutto sbigottito. Ah! A proposito del condannato, ricordatevi signor Dionigi di non esitare a spingerlo sulla bascula. Quando vi dirò hop! sollevatelo un poco, e con un colpo, lanciatelo fino alla lunetta: io gli afferro subito la testa pei capelli e la tiro così… perchè sapete, certi tentano sempre di ritirare la testa e allora si corre il rischio di tagliare loro il mento. In quanto poi ad abbassare la mannaia, non ci pensate, è affare del principale. Egli non ha che da premere il bottone: non è certo una faccenda complicata. Tutta la fatica è per noi, ma non la ricompensa. In fondo siamo mal visti… la gente non dice nulla, ma siamo mal visti. Solo le donne, qualche volta…
– Ah! le donne?!…
– Sì, in viaggio.
– Raccontatemi, signor Prospero…
– Eh signor Dionigi è cosa semplice, noi eccitiamo la loro curiosità. A Marsiglia per esempio, quando ci siamo andati per Scanjean, col povero Marchese il quale non era punto bello e tossiva tossiva… bisognava vedere come certe donne lo perseguitavano…
– Donne del gran mondo?…
– Oh no! Quelle non oserebbero. Ma le altre, le mondane per esempio, ma le mondane eleganti, intendiamoci… Due di esse, a Marsiglia volevano pagarci la cena, al Marchese e a me.
– E allora, signor Prospero?
– Nulla, signor Dionigi,, sono un uomo ammogliato io!…
– Ma il povero Marchese era – mi pare – celibe.
– Sì, ma non si può fare ciò che si vuole…
– Tuttavia, in viaggio…
– In viaggio come altrove signor Dionigi. Non bisogna dimenticare che noi rappresentiamo il Governo.
Così discorrendo, i due commensali finivano di assaporare il gustoso coniglio, senza affrettarsi, poichè sapevano di aver ancora una buona mezz’ora a loro disposizione: il giorno non accennava a comparire e ognuno sa che le esecuzioni legali devono essere fatte ai primi raggi dell’aurora. A un certo momento il signor Dionigi, che suo malgrado pensava al suo condannato, domandò:
– Che cosa ha dunque fatto, questo tale? Non mi ricordo più la sua storia…
Il signor Prospero rispose:
– Oh, io non mi occupo mai dei fatti loro!… Ciò non ha alcun interesse per noi.
– Tuttavia… ci si deve sentir più incoraggiati, allorchè si sa che il condannato è molto colpevole.
– Peuh!… Ciò è affare dei giurati. Ciò che ha fatto quel Desjardies… Ah! caro: ha assassinato Lamblin, sapete, quell’impiegato… A quell’epoca il delitto fece rumore, poi non se ne parlò più… Ma non vi pare che il cameriere ci dimentichi?…
– Davvero… Mangerei ancora volentieri un pezzo di formaggio. Ma eccolo!
Il cameriere entrò in quel momento, con aria affaccendata, portando il formaggio, una fila di piatti, alcune posate. I due convitati lo guardarono con una certa sorpresa.
– E’ curioso – disse il signor Prospero, appena egli fu uscito. – Mi pare che non fosse questo il cameriere che ci serviva prima.
– Pare anche a me…
Dopo un silenzio, il signor Prospero continuò:
– Dicono che quel Desjardies fosse un uomo molto per bene, molto educato. Tanto meglio per noi! Certe volte abbiamo fra le mani dei condannati così sporchi, da restarne disgustati al momento della «toeletta»… Dicono anche che egli ha una figlia, una bella signorina che ha voluto andar a parlare alla Corte d’Assise, ma non l’hanno lasciata entrare. Poi voleva andare a gettarsi ai piedi dell’Imperatore; naturalmente ella è soltanto arrivata al portinaio della Tulleries.
– Che cosa voleva?…
– Pretendeva dimostrare che suo padre era innocente. Storie! Il padre fu sorpreso in flagrante delitto dal Procuratore imperiale stesso e dal capo gabinetto del ministero della guerra. E…
E in quel punto la porta s’aprì, e con estrema sorpresa il signor Prospero e il signor Dionigi videro entrare invece del cameriere, un operaio che andò silenziosamente a sedere al tavolo vicino ai nostri due commensali.
– Toh – fece a bassa voce il signor Prospero, alquanto interdetto. – Il trattore m’aveva assicurato che noi saremmo stati soli, in questa stanza.
Qui il signor Prospero si tacque, mentre il suo stupore e quello del suo compagno crescevano a dismisura: un altro operaio entrò, poi un altro e un altro ancora… In pochi secondi la stanzetta ne fu piena, tutti i tavoli furono occupati. L’ultimo operaio che entrò chiuse la porta e tutti gli altri continuarono a serbare uno strano e impressionante silenzio.

*
(Il resto della storia…
giace nel dimenticatoio dell’editoria italiana!)

L.

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Pubblicato da su marzo 31, 2017 in Pulp

 

Nel nome di Rambo

Questo pezzo, iniziato ad assemblare settimane fa, è un omaggio a Tomas Milian, scomparso il 22 marzo scorso: il primo vero Rambo del cinema…

Chiamatemi Rambo

Un uomo solitario entra in città lasciandosi alle spalle un passato di violenza che ancora lo opprime: ha le migliori intenzioni ma il suo destino è di scatenare una guerra.
Lo accoglie un uomo di legge e lo chiama per nome: Rambo. No… non quel Rambo!

Uno dei titoli storici di Umberto Lenzi

Questo incipit non ha nulla a che vedere con il film Rambo (ottobre 1982, in Italia dal dicembre successivo), ma si tratta del soggetto di una delle celebri crime story italiane che hanno riempito le sale negli anni Settanta: “Il giustiziere sfida la città” di Umberto Lenzi, dove il protagonista Tomas Milian – agli inizi di una carriera che lo porterà a girare in Italia venti film in tre anni, prima di indossare la tuta del Monnezza – interpreta un uomo forse non onesto ma di sicuro giusto, e infatti il film in Europa è stato distribuito con il titolo anglofono One Just Man, che mi piace leggere come un gioco di parole tra “un solo uomo” e “un uomo giusto”.
Questo giustiziere solitario che scatenerà una guerra in città si chiama Rambo, in omaggio al film con Sylvester Stallone… Eh no, proprio no: perché il Rambo di Tomas Milian esce nei cinema italiani nell’agosto del 1975!

Quando un uomo di nome Rambo incontra un tutore della legge… sono sempre guai

Stupisce trovare il nome Rambo citato con tanta enfasi, ed affibbiato ad un personaggio d’azione dai capelli scuri e mossi, in un film che preceda di ben sette anni il successo cinematografico della pellicola con Stallone, e a questo punto mi chiedo: possibile che tale enfasi nasca solo dal libro?
Nel marzo 1972 (anche se i collezionisti parlano di una “vera prima edizione” del 1971) lo scrittore David Morrell pubblica un romanzo dal successo travolgente: “First Blood“. Quando nel 1973 la Feltrinelli lo porta in Italia con la traduzione di Donata Migone nasce un problema: cosa diavolo è un “first blood”?

Il giovane Jesse Harker è poco più di un ragazzino a cui è stata messa sul petto una spilla da sceriffo, una responsabilità palesemente più grande di lui: saprà farsi valere? Saprà uccidere quando sarà necessario?
Questo il soggetto di First Blood (1953), secondo romanzo di Jack Schaefer dopo il grande successo dell’esordiente Il cavaliere della valle solitaria (Shane, 1949). In omaggio al compito del suo giovane protagonista, chiamato a diventare grande tramite l’uccisione di qualcuno, l’autore sceglie un termine inglese molto usato in contesti venatori: First Blood, il cui concetto potrebbe essere tradotto in italiano come “battesimo del sangue”.

Malgrado in Italia la caccia sia stata praticata da sempre e fino a tempi recenti, non sembra esistere un suo vocabolario così che non è facile tradurre le varie espressioni con “blood” usate tutt’oggi dagli anglofoni. L’ho scoperto nella narrativa di genere dedicata ai Predator, gli alieni cinematografici specializzati nella caccia entrati nell’immaginario multimediale. La loro società tribale viene scandita in Young Blood, Blooded Warrior, Un-Blooded Warrior, Bad Blood e via dicendo, tutte espressioni che non conoscono in italiano se non termini vaghi: sarà per questo che tutto ciò che riguarda i Predator è inedito nella nostra lingua?

Quando la Feltrinelli porta nelle nostre librerie First Blood pensa bene di non azzardare traduzioni troppo interpretative, e il risultato è un letterale Primo sangue, che può solo vagamente far pensare ad uno dei tanti significati dell’espressione, cioè il “primo sangue versato” in una qualsiasi competizione, che sia sportiva o militare.
Non stupisce che quando nel 1983 la Editoriale Corno ristampa il libro di Morrell lo battezza semplicemente Rambo.
Insomma, First Blood è un concetto un po’ vago e neanche si capisce bene cosa c’entri con la storia del romanzo, ma la vera domanda forse è un’altra: che razza di nome è “Rambo”?

Quando nel 1637 lo svedese Peter Gunnarsson Rambo scese dalla nave Kalmar Nyckel e mise piede nella colonia New Sweden (negli Stati Uniti del nord), portava in una scatola dei semi che avrebbe piantato per portare nel Nuovo Mondo un po’ di frutta della sua terra. Si dice che gli alberi nati da quei semi abbiano fornito all’America del futuro uno dei suoi frutti più tipici: la mela Rambo. (Non sono riuscito a stabilire se questa varietà sia mai arrivata nel nostro Paese.)

Lapide commemorativa per l'”inventore” della mela Rambo

È invece il “caldo” 1968 quando il venticinquenne David Morrell vede alla TV due reportage: uno dal Vietnam, con soldati armati di M16 che si aggiravano tra i fuochi, e un altro dall’America, dove alcune cittadine vittime di violenza avevano chiamato la Guardia Nazionale, con soldati armati di M16 che si aggiravano tra i fuochi… E se le due cose fossero più collegate di quanto già non sembri?
«E se scrivessi un libro nel quale la guerra del Vietnam arriva in America?» racconta di essersi chiesto l’autore, in una Introduzione purtroppo assente dalle edizioni italiane. «Non c’è stata una guerra su suolo statunitense sin dalla fine della Guerra Civile nel 1865. Con l’America spaccata in due sulla questione del Vietnam, forse era tempo di scrivere un romanzo che desse risalto alla divisione filosofica nella nostra società, che mostrasse la brutalità della guerra sotto i nostri nasi.»

Reduci solitari e sceriffi zelanti: mix esplosivo

Tutto questo bel discorso di Morrell si scontra con un fatto che non sembra conoscere, o che faccia finta di non conoscere: dal 1969 – un anno dopo l’idea primigena di David – il mondo della narrativa d’azione è cambiato per sempre con la nascita di un eroe destinato a conquistare i decenni successivi… visto che è ancora in attività!
Forgiato dal Vietnam e tornato in America con il suo carico di violenza, quando la sua famiglia viene uccisa dalla Mafia un uomo capisce che non esiste legge né giustizia se non quella fatta con le proprie mani. Nel 1969 nasce Mack Bolan, l’Esecutore: ogni “giustiziere” che avete incontrato – dallo Skorpio dei fumetti sudamericani al Punisher della Marvel – è “figlio” di Mack Bolan. Lo è anche l’eroe di David Morrell, checché ne dica (o non ne dica) il romanziere.

Mack Bolan: il padre di tutti i giustizieri cine-letterari

Ma insomma com’è che si chiama questo reduce del Vietnam, “figlio” di Mack Bolan, che si fa giustizia da solo in patria?
«Il suo nome sarebbe stato… Mi scervellai sul suo nome più di ogni altra cosa», racconta Morrell nella citata Introduzione. Mentre ci pensa continua a leggere Rimbaud, quando un suo amico francese gli dice l’esatta pronuncia di quel nome. Indovinate qual è? Rambò… «Un’ora dopo, mia moglie tornò a casa dalla spesa. Disse di aver comprato delle mele di un tipo che non aveva mai sentito prima: Rambo. Il nome di uno scrittore francese e il nome di un tipo di mele si scontrarono, ed io avvertii la potenza dell’impatto».

Sylvester Stallone nei panni … di una mela che si chiama come un poeta francese!

Il 10 luglio 1973 sul quotidiano “La Stampa” un giornalista che si firma “c.m.” recensisce brevemente ma in maniera entusiastica il romanzo “Primo sangue”, che la Feltrinelli vende al prezzo di 3.000 lire. (Non un prezzo basso, visto che i tascabili Oscar Mondadori costavano 750 lire.)
«Libro sorprendente. Rambo, rientrato dal Vietnam, viene stritolato dalla civiltà “normale”, ma prima si batte come se fosse ancora in periodo di guerriglia. Tecnica eccellente, ritmo serrato. Un capolavoro del genere.»
Possibile che questo romanzo abbia avuto un successo tale che solo due anni dopo Tomas Milian si faccia chiamare Rambo senza dare spiegazioni? Possibile che un successo del genere nell’immaginario collettivo non abbia poi lasciato la benché minima traccia? Ogni citazione a Rambo è riferita unicamente ed esclusivamente al film con Stallone: il romanzo di Morrell non lo calcola mai nessuno, se non gli appassionati o gli specialisti del settore, men che meno il film di Umberto Lenzi.
Per fortuna ci sono ancora grandi appassionati del cinema di genere come Daniele Magni e Silvio Giobbio, che nel 2005 stilano un dizionario del cinema poliziesco italiano dal titolo Cinici, infami e violenti, riveduto ed ampliato nel 2010. Alla voce Il giustiziere sfida la città si legge:

«Una curiosità: il nome Rambo deriva proprio dal libro First Blood, lo stesso da cui venne tratto, sette anni più tardi, il film con Sylvester Stallone. Racconta [Umberto] Lenzi che [Tomas] Milian, che era stato affascinato dal libro, avrebbe voluto intitolare la pellicola col nome del personaggio, ma la produzione rifiutò ritenendo che nessuno sarebbe mai andato a vedere un film intitolato Rambo. La cosa si commenta da sola…»

Fa davvero impressione pensare che è esistito un tempo così vicino in cui in Italia erano i libri a forgiare l’immaginario collettivo…

In chiusura, va menzionato il nostro Terence Hill, che nel 2013 ha raccontato a “Vero” (notizia ripetuta poi da “Il Messaggero” nel 2014) che era Los Angeles quando nei primi anni Ottanta gli fu assegnato il ruolo di Rambo nel film di Ted Kotcheff, e che il suo manager dell’epoca voleva che lui accettasse assolutamente. Il nostro Terence però si trovava bene a fare film con Bud Spencer e così, invece di un rifiuto che non sarebbe stato accettato, prese moglie e figli e se ne andò dalla città senza dire niente a nessuno.
Ce lo vedete Trinità nei panni di John Rambo? Molto più credibile Tomas Milian…

Tomas Milian (1933–2017), il cubano che ha segnato nel profondo il cinema di genere italiano

L.

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Pubblicato da su marzo 29, 2017 in Indagini

 

[Un libro, una storia] Misery

Agli inizi del 1991 arrivò nei cinema italiani Misery non deve morire di Rob Reiner, pronto a lanciare la carriera di Kathy Bates, e ovviamente la Sperling & Kupfer si sbrigò a ristampare il romanzo Mistery (1987) di Stephen King, apparso solo nel 1988 in prima edizione, con la consueta traduzione di Tullio Dobner.
Curiosamente invece di presentare la locandina del film, come consuetudine per far capire che il legame con il romanzo, questa edizione Sperling Paperback “Superbestseller” n. 114, stampata nell’aprile 1991, mostra la bella illustrazione di Bob Giusti, consueto “copertinista” di King dell’epoca.

Ancora non ero schiavo della “Febbre di King” quando adocchiai questo romanzo in libreria, nella mitica “Tuttilibri” di via Appia a Roma che purtroppo, ho scoperto in questi giorni, dopo decenni di onorato servizio – sin dagli anni Ottanta è stata l’UNICA libreria del quartiere più popoloso della Capitale – ha ceduto sotto i colpi del franchising: ora è una fighettosa LaFeltrinelli.
Nel 1991 era ancora una libreria enorme in cui potevi trovare di tutto, anche testi fuori dai cataloghi ufficiali e dai logaritmi di vendita.

Quel giorno dunque vidi per caso il titolo e mi chiesi: vorrà dire “miseria”? Chissà di che parla. Finì così il mio interesse per il romanzo di King, che non giunse fino a girare il libro per leggere la trama.
Poi invece mi invaghii dell’autore e ho divorato questo splendido romanzo dal 7 al 15 agosto di quel 1991, lasciandomi sconvolgere da ogni pagina e sobbalzando nei punti che differivano dal film. Per quanto mi sia piaciuta la pellicola, per quanto posso ricordare è più “leggera” rispetto al romanzo, com’è naturale visto l’argomento, quindi – come sempre mi succede – leggere un romanzo dopo aver visto il film ha significato amare entrambi. (Vedere un film dopo il romanzo da cui è tratto è sempre tremendamente deludente, almeno per me.)

Com’era mia usanza dell’epoca, ho letto questo romanzo a letto ogni sera, prima di dormire. Eppure King non è propriamente un “autore da comodino”: Ricordo ancora la sera in cui Annie tagliò via il pollice di Paul: chiusi il libro e pensai… e ora chi dorme?

L.

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Pubblicato da su marzo 27, 2017 in Uncategorized

 

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