RSS

I libri “gattosi” di BoJack Horseman (2017)

Nel mondo di BoJack Horseman umano ed animale è tutto fuso e ogni distinzione perde di senso: i libri non fanno eccezione. Siamo arrivati a quota quattro stagioni per la serie televisiva animata della Netflix che può vantare ottime sceneggiature e idee sorprendenti: per le recensioni rimando al blog “La Bara Volante”, che ha trattato la prima/seconda, terza e quarta stagione.

Nella puntata 4×02, “La vecchia casa dei Sugarman“, l’agente cinematografica Princess Carolyn – una gatta in carriera – presenta una piccola libreria di libri… gattosi!
Ecco la deliziosa lista dei titoli con le fusa (prrr).

  • Purrsepolis – credo che si rifaccia a “Persepolis” (Persepolis. Histoire d’une femme insoumise, 2000), fumetto dell’autrice iraniana Marjane Satrapi.
  • The Color Purrple – dal romanzo “Il colore viola” (The Color Purple, 1982) di Alice Walker
  • The Big Book of Pajamas –
  • Consider the Lobster – dall’antologia di saggi “Considera l’aragosta” (Consider the Lobster, 2005) di David Foster Wallace
  • Purrmese Days – dal romanzo “Giorni in Birmania” (Burmese Days, 1934) di George Orwell
  • Purrity – dal romanzo “Purity” (2015) di Jonathan Franzen
  • Romeow and Juliet – dal dramma “Romeo e Giulietta” (Romeo and Juliet, 1596) di William Shakespeare
  • Me Meow Pretty One Day – dalla raccolta di saggi umoristici “Me Talk Pretty One Day” (2000) del comico David Sedaris, fratello di quella Amy Sedaris che in originale dà la voce proprio a Princess Carolyn. (In Italia, Giovanna “Giò Giò” Rapattoni).
  • A Tale of Two Kitties – dal romanzo “Racconto di due città” (A Tale of Two Cities, 1859) di Charles Dickens

L.

– Ultimi post simili:

Annunci
 
4 commenti

Pubblicato da su febbraio 7, 2018 in Pseudobiblia

 

[Books in Movies] Signore e signori, buonanotte (1976)

Risale addirittura al 27 agosto 2017 la mail di Ivano Landi che mi segnala una deliziosa citazione letteraria in un film, che con la mia consueta velocità e prontezza… ci ho messo più di cinque mesi ad elaborare! Fare mille cose non sempre significa farle in tempi rapidi…
Visto che ieri sera, 4 febbraio 2018, RaiStoria ha mandato in onda il film “Signore e signori, buonanotte” (1976), è davvero il momento di parlarne.

In questo film antologico dal grande cast tecnico-artistico l’episodio su una numerosa ed affollata famiglia di Napoli viene “commentato” dal professor F.R. Schmidt, sociologo dell’Università di California: un modo per Paolo Villaggio di rispolverare il suo storico personaggio del Professor Kranz, tedesco di Cermania che porterà anche al cinema due anni dopo con il film omonimo, per la regia di Luciano Salce.
Per motivi misteriosi la signorina del filmato presenta il personaggio chiamandolo Ludwig Joseph Schmidt, malgrado la didascalia specifichi F.R…

Villaggio/Schmidt afferma di aver scoperto un piccolo saggio di Jonathan Swift, autore ben più noto in Italia per I viaggi di Gulliver – temo che sia noto solo per quello! – un discorso tenuto al Parlamento di Londra in cui si occupa della sovrappopolazione dei bambini irlandesi. Ovviamente Schmidt riassume a modo suo la soluzione dell’eccesso di bambini per le strade: un campo di concentramento seguito da bambini utilizzati come pietanze!

Per il discorso completo di Swift rimando a Filosofico.net, quello che mi preme è che nel film viene mostrato “Una modesta proposta” (A Modest Proposal, 1729) edito da R. Aregna, Editore di Fabriano, di cui non ho trovato notizia.
Portato in Italia da Casini già nel 1959, all’epoca del film esisteva solo l’edizione Sugar Editore 1967: forse stuzzicata dall’idea, la Rizzoli ristampa il saggio il successivo 1977.

Malgrado il saggio sia vero, dunque, quello mostrato dal film è in odore di pseudobiblion

L.

– Ultimi post simili:

 
10 commenti

Pubblicato da su febbraio 5, 2018 in Books in Movies

 

Il vessillo di Massimiliano Colombo

Dall’aprile 2011 all’aprile 2016 ho pubblicato su ThrillerMagazine più di 60 interviste ad autori di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo: è il momento di ripescarle e riproporle.


Intervista a Massimiliano Colombo
(2012)

Dopo il suo esordio del 2011 (ma in realtà risalente a tempo prima, come vedremo), Massimiliano Colombo è entrato di prepotenza nel novero dei grandi autori italiani di romanzi storici.

Il recente Il vessillo di porpora (Piemme 2011) replica il successo ottenuto da La legione degli immortali (Piemme 2011) e c’è da ben sperare che l’autore – «esperto di storia antica e cose militari», come recita il sito di Piemme – ha in serbo per noi altri grandi romanzi storici.

L’abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.

Mi è sembrato di capire che “Il vessillo di porpora” è stato un romanzo dalla lavorazione travagliata: vuoi parlarcene?

Il vessillo di porpora è stato scritto in un momento di grande voglia di affermazione ma soprattutto di rabbia.

Ero reduce da un’estenuante ricerca di un editore per il mio primo libro che nessuno voleva pubblicare e che poi è stato alla fine autoprodotto. A quei tempi, quello che poi è diventato La legione degli immortali ancora si chiamava con il titolo che gli avevo dato io: L’Aquilifero. Un libro che, a dispetto del silenzio di tutti gli editori contattati e delle poche copie stampate, aveva riscosso grande entusiasmo di pubblico. Pensate poi che lo stesso libro, nelle mani di un editore di alto livello come Piemme è diventato un bestseller.

Ma quando ho cominciato a scrivere il Vessillo ancora non sapevo cosa sarebbe successo ai miei libri, sapevo solo che nessuno li voleva in Italia. Quindi avevo pensato di scrivere qualcosa per l’estero e Londra era il crocevia perfetto di una storia che avevo in mente di scrivere e che conteneva tutti gli elementi per diventare un romanzo accattivante: sesso, violenza, onore, gloria, estasi… tormento.

Protagonista di questa storia è uno dei simboli stessi di Londra, la sua statua svetta imponente davanti a Westminster come monito per tutti e incarna lo spirito stesso della City che guarda sempre avanti senza arrendersi mai.

Quella statua rappresenta “Budicca, la regina guerriera”.

Gli unici film di serie A in decenni a trattare la storia romana e ad arrivare in Italia (“Centurion” e “The Eagle”) sono ambientati durante le guerre in Britannia, così come il tuo romanzo: cosa c’è in Britannia di così affascinante per un autore?

La Britannia ha fascino, la sua storia e la sua cultura hanno un fascino particolare e poi dobbiamo pensare cosa ha rappresentato la conquista di quella terra per i romani. Da sempre l’Oceanus aveva tenuto separato il continente dalle nebbiose terre dell’isola. Per i romani la Britannia non era solo terra di potenziali ricchezze popolata di creature mitologiche, era molto di più di questo, era un posto fisico, ma anche un’idea. Attraversare l’ignoto e conquistare la Britannia era come conquistare gli dei stessi.

La politica romana nei confronti dei “barbari” mi ricorda quella degli americani nei confronti degli “indiani”: infatti in entrambi i casi le prime a subire ritorsioni erano le fattorie indifese. Che ne pensi dell’accostamento?

In ogni campagna di colonizzazione vi sono stati invasori meglio organizzati e armati dei locali. Generalmente poi i gruppi etnici locali sono frazionati, quindi poco o addirittura per nulla propensi a collaborare fra loro, facendo un unico fronte contro l’invasore. Alcuni fanno volontario atto di sottomissione, altri cercano di contrastare l’avanzata nemica, ma essendo militarmente inferiori non attaccano l’invasore nella classica battaglia campale, ma operano nelle guerriglia e con azioni isolate. Succede anche oggi.

Grande pregio del tuo romanzo, forse unico caso in Italia, è quello di dare risalto al troppo dimenticato personaggio di Boudicca, la regina guerriera dai capelli rossi. Secondo te perché in Italia questo affascinante personaggio quasi mitologico è pressoché ignoto?

Perché la gente è poco interessata alla storia e invece noi italiani, che siamo la culla della cultura, dovremmo ricordarci più spesso di cosa siamo stati capaci in passato.

Quando sono andato a Roma a presentare il libro mi sono reso conto, guardando la storia che trasuda dalla Città Eterna, di quanto sia effimera la nostra esistenza, ma di cosa sia capace l’uomo. L’ho avvertito camminando sulla via Sacra a Roma che porta dal Colosseo al Foro. Camminavo su pietre che avevano visto passare Cesare, Ottaviano, Vercingetorige in catene. Entrando nella Curia ho visto lo stesso mosaico calpestato dai senatori e ho sentito l’acustica di quel luogo, dove parlando con tono moderato si poteva essere ascoltati da tutti gli astanti e lì, guardando quei muri millenari ancora intatti mi sono chiesto quante decisioni importanti debbano avere ascoltato.

Poi, sono arrivato alla tomba di Cesare e l’ho trovata ricoperta di fiori, biglietti e cartoline. Lì ho capito che solo alcuni nascono per essere grandi ma che l’intera umanità può trarre beneficio dalle loro gesta. Godiamone tutti, apprezziamo ciò che di grande hanno fatto gli uomini.

Il tempo ci ricorda che il genere umano non subisce i medesimi mutamenti dell’uomo. L’umanità tutta, a differenza dell’individuo, non invecchia, non perde memoria, progredisce sempre e aumenta il proprio sapere. Ma ricordiamo che questo mondo, che sentiamo così nostro, è appartenuto ad altri e apparterrà ad altri ancora. Questo è l’unico fatto noto e certo della nostra esistenza, ma la Storia ricorderà ciò che abbiamo fatto e il ricordo che sopravvivrà di noi è l’unica immortalità che ci è concessa.

Il romanzo storico è un genere molto amato in Italia, ma troppo spesso punta tutto sulla fiction e molto poco sulla corretta ricostruzione storica, non solo degli ambienti ma anche del modo di pensare dell’epoca. Nel tuo romanzo ho trovato un perfetto equilibrio di questi due fattori: è voluto o ti sei dovuto controllare per non “esagerare” in una delle due parti?

Quando si ha a che fare con epoche così lontane bisogna per forza di cose ricorrere all’interpretazione… all’immaginazione, e senza l’immaginazione storica la storia convenzionale non potrebbe essere capita.

Gli elementi che la storia ci consegna sono le tessere di un mosaico che vanno incastrate con l’immaginazione. Unendo questi elementi avviene qualcosa di magico, lo schema emerge, i freddi dati storiografici diventano lo sfondo di una vicenda fatta di persone. Il giusto equilibro tra elementi e personaggi credo sia parte del mio stile di scrittura.

Ci sono autori stranieri di romanzi storici che ti piacciono particolarmente?

È sbagliato credere che io sia un divoratore di romanzi storici. Magari potessi esserlo, ma lavoro tutto il giorno e la sera mi documento e scrivo libri, non ho tempo per leggere se non i classici o i saggi che mi servono poi per la traccia delle mie trame. Ho comunque letto diversi libri e segnalo Steven Pressfield con Le porte di fuoco, João Aguiar con L’ora di Sertorio e l’inimitabile e unico Gore Vidal con il suo Giuliano. Questo è altamente consigliato.

Dalla nota finale sappiamo che hai realmente vestito panni romani e ti sei aggirato armato con perfette ricostruzioni di armi d’epoca: come hai vissuto questa esperienza?

Quando mi è capitato di condividere alcuni momenti con i rievocatori del gruppo di archeologia sperimentale Legio I Italica ho sentito qualcosa che nessun libro di storia mi avrebbe potuto insegnare. In un’alba caliginosa ho provato ad indossare nel silenzio di una riserva naturale una lorica segmentata. Vi posso garantire che nessun libro di storia avrebbe mai potuto descrivermi l’emozione della vestizione di una panoplia. Ripropormi quei gesti tra commilitoni dimenticati nel tempo. Io l’ho vissuto da revocatore e la cosa mi ha fatto pensare. Cosa provavano loro guardandosi in faccia prima della battaglia?

Cosa avrebbero pensato in quel momento, duemila anni prima, se dietro al colle ci fossero stati i nemici? Questa è la forza dell’immaginazione che la storiografia ufficiale non ti può dare.

Per finire, domanda di rito: progetti futuri? Continuerai nel romanzo storico?

Ma guarda, io mi sento proprio all’inizio di questo cammino. Il mio terzo romanzo, che a mio parere è il mio grande capolavoro, uscirà nell’autunno di quest’anno sempre per Piemme e io ho già in cantiere il quarto e delle idee per il quinto.

Continuerò quindi e mi auguro di poter raccontare la nostra storia anche all’estero anche se so che, contrariamente a quanto succede agli autori stranieri, è davvero difficile per un italiano superare i confini nazionali.

Difficile comunque non vuol dire che non ci si debba provare, perché nel momento in cui uno si impegna a fondo, infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. È questo lo spirito che mi ha sempre guidato ed è questo il consiglio che sento di dare a tutti voi.

Qualunque cosa voi possiate fare, o sognare di poter fare, incominciatela. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incominciatela adesso.

L.

P.S.
Questa intervista è stata pubblicata su ThrillerMagazine il 25 gennaio 2012.

– Ultime interviste:

 
Lascia un commento

Pubblicato da su febbraio 2, 2018 in Interviste

 

[Books in Movies] Insidious 3 (2015)

Nel mio blog “Il Zinefilo” sto portando avanti un ciclo dedicato alla saga di Insidious, l’horror a basso costo della Blumhouse che sbanca ogni botteghino ogni volta che esce in sala.
Ieri è stata la volta del terzo episodio, “Insidious 3. L’inizio” (Insidious: Chapter 3, 2015), in cui la protagonista Quinn (Stefanie Scott) è immobilizzata a letto dopo un incidente automobilistico che le ha spezzato le gambe: un’occasione perfetta per leggere “Arancia meccanica” (A Clockwork Orange, 1962) di Anthony Burgess, addirittura nella prima edizione Heinemann!

Prima edizione Heinemann 1962

Da notare poi che, scopiazzando da Labyrinth (1986), ad inizio film vediamo la giovane protagonista cercare di imparare a memoria la frase di una recita. Non ho trovato notizie in giro di “Separated by Lights“, quindi immagino sia uno pseudobiblion inventato per il film.

L.

– Ultimi post simili:

 
1 Commento

Pubblicato da su gennaio 31, 2018 in Books in Movies

 

Decifrato uno degli ultimi Rotoli del Mar Morto

Riposto questa incredibile notizia dal blog Il Fatto Storico.


Decifrato uno degli ultimi Rotoli del Mar Morto

26 gennaio 2018

Il Rotolo ricostruito agli infrarossi (University of Haifa)

I ricercatori dell’Università di Haifa sono riusciti a restaurare e decifrare uno degli ultimi Rotoli del Mar Morto non ancora tradotti. Scritto con un codice ebraico, il rotolo riporta un particolare calendario di 364 giorni utilizzato dalla comunità locale. Al suo interno sono annotati gli inizi delle stagioni – chiamati tekufah – e diverse feste religiose, come il Vino Nuovo, l’Olio Nuovo e il Nuovo Raccolto, tutte collegate alla festa ebraica dello Shavuot.

La collezione dei 900 Manoscritti del Mar Morto, scoperti nelle grotte di Qumran (Cisgiordania) oltre 70 anni fa, è avvolta nel mistero sin dalla sua scoperta.

La grotta 4, vicino a Qumran.
Qui, nel 1952, era stata scoperta la pergamena appena decifrata (Shutterstock)

Calendario antico

La ricercatrice post-dottorato Eshbal Ratzon e il professore Jonathan Ben-Dov hanno impiegato un anno a mettere insieme i 62 frammenti del manoscritto. Il testo fornisce informazioni sulla comunità delle persone che lo hanno scritto e sul loro calendario di 364 giorni. «Poiché questo numero può essere diviso in quattro e sette, le occasioni speciali cadevano sempre nello stesso giorno», affermano i due studiosi. «Il calendario di Qumran è immutabile». La pergamena chiama le celebrazioni in mezzo alle stagioni ‘Tekufah‘, che in ebraico moderno significa ‘periodo’. Tali celebrazioni erano note grazie ad altri testi ma finora non erano mai state citate ufficialmente. Descrive anche due eventi religiosi conosciuti grazie a un altro Rotolo del Mar Morto: il Vino Nuovo e l’Olio Nuovo – uniti alla Festa del Raccolto (Shavuot) rispettivamente 100 e 150 giorni dopo il primo Shabbat del Pesach (la Pasqua ebraica). Parla anche di una Festa delle Offerte del Legno che dovrebbe durare sei giorni, con due alberi offerti a Dio in ciascuno di quei giorni. Alcune date sembrano essere state scritte a margine tra le colonne del testo, dando l’impressione che siano state aggiunte da una seconda persona.

Crittografati

La decifrazione «ha presentato difficoltà eccezionali e ha richiesto sforzi straordinari, proprio come assemblare un puzzle», hanno scritto i ricercatori israeliani nello studio pubblicato sul Journal of Biblical Literature. «I frammenti più grandi misurano 3,9 x 2,8 cm, i più piccoli non vanno oltre l’1,5 x 1,5 cm». Il codice che viene utilizzato «è un semplice codice sostitutivo, ogni lettera rappresenta un segno designato. Alcuni di questi segni corrispondono a lettere paleo-ebraiche o greche, mentre altri sembrano arbitrari». Il paleo-ebraico è una forma di scrittura che già all’epoca, circa 2000 anni fa, non era molto utilizzata. Solo alcuni Rotoli del Mar Morto furono criptati, e la maggior parte di loro con lo stesso codice. Stranamente questi testi – come “La regola della Congregazione” e “Fasi della Luna” – erano ben noti nella comunità di Qumran, e non sembra contenessero segreti o saggezza nascosta: «L’obiettivo generale della crittografia a Qumran non è del tutto chiaro», hanno scritto Ratzon e Ben-Dov. «In genere sembra che fosse un mezzo per trasmettere prestigio agli iniziati, ma non un mezzo sicuro al 100% o che impedisse la comprensione agli altri membri della comunità».

Il mistero dei Rotoli

Essendo documenti religiosi, i Rotoli del Mar Morto sono circondati da un alone di mistero. Furono scritti tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., ma l’origine dei loro autori è controversa. Gli studiosi concordano, tuttavia, che i documenti – testi religiosi, apocalittici e calendari, oltre a inni e preghiere – furono scritti dagli abitanti del deserto della Giudea, secondo alcuni dagli Esseni. Circa 230 manoscritti si riferiscono a pratiche della Bibbia ebraica. Altri documenti “non biblici” descrivono credenze religiose e pratiche comunitarie invece che delle storie menzionate nella Bibbia. Le pergamene sono scritte per lo più in ebraico e in codice (il cosiddetto ‘Cryptic A’), sebbene ne siano state trovate anche in aramaico e greco. La maggior parte dei manoscritti sono in pergamena, ma alcuni erano su papiro e uno addirittura su rame. I rotoli provengono da 11 caverne scoperte tra il 1947 e il 1956. Nel 2017 gli archeologi ne hanno trovato una dodicesima, la quale tuttavia era stata saccheggiata a metà del XX secolo e al cui interno era rimasto solo un brandello di pergamena.

62 frammenti manoscritto mar morto grotta 4

I 62 pezzi del Rotolo messi insieme (University of Haifa)

Plate 241 dei frammenti
(Shay Halevi, Israel Antiquities Authority, The Leon Levy Library of the Dead Sea Scrolls)

Il professore Jonathan Ben-Dov (University of Haifa)

Università di Haifa

Live Science

National Geographic

Times of Israel

– Ultimi post simili:

 
2 commenti

Pubblicato da su gennaio 29, 2018 in TecnoLibri

 

Tag:

[Books in Movies] Ricomincio da nudo (2017)

Il canale Netflix ormai è lanciatissimo e produce film e serie TV come se non esistesse un domani. Il suo enorme successo gli permette di dare spazio a tutti, con una produzione vasta che mi ricorda lo stile della casa editrice romana Newton Compton: tanto di tutto, perché è la somma che fa il totale. (Come diceva Totò.)

Visto che è tornato di moda il genere “giorno della marmotta” – in cui il protagonista rivive sempre lo stesso giorno finché non diventa più maturo – e visto che l’altra grande casa sforna-tutto, la Blumhouse, ha in programma di farne una versione horror con “Auguri per la tua morte” (ottobre 2017), perché non tornare alle origini e farne una commedia? L’11 agosto 2017 esce dunque in tuto il mondo “Ricomincio da nudo” (Naked, 2017) di Michael Tiddes, remake americano dello svedese “Naken” (2000) scritto e diretto da Torkel and Mårten Knutsson.

L’irresistibile Marlon Wayans, comico troppo poco apprezzato (almeno in Italia), interpreta Rob Anderson, il tipico pessimo partito per la figlia perfetta del riccone di turno, il quale vorrebbe delle nozze con un uomo più ricco e di successo. Svegliatosi nudo in ascensore dopo un addio al celibato misterioso, Rob dovrà scoprire cosa sia successo e soprattutto dovrà trovare dei vestiti. Il problema è che ha un’ora di tempo per farlo, perché scaduto questo tempo… si ritrova di nuovo nudo in ascensore. Non ho visto l’originale svedese ma questo Naked ha un buon ritmo e belle trovate: è un film che mi sento di consigliare.

Il tipico supplente di scuola privata…

Rob è un insegnante supplente e ad inizio film lo vediamo chiedere ai propri studenti quale romanzo preferiscano: “Il giovane Holden” (The Catcher in the Rye, 1951) di J.D. Salinger o “Il Signore delle Mosche” (Lord of the Flies, 1954) di William Golding.
«Holden Caulfield è un gran fico», commenta il saputello della classe, al che Rob risponde:

«Il fico è un albero da frutto. Holden Caulfield è un viziato, un figlio di papà dell’Upper East Side che frequenta una scuola esclusiva.»

Il doppiaggio italiano cerca di salvare la battuta originale, visto che non è facilmente traducibile.

«Holden Caulfield’s a pimp»
«No, Iceberg Slim is a pimp»

Il ragazzino saccente vorrebbe fare una battuta utilizzando uno slang che evidentemente non conosce, così dice che Holden “è un pappone” (pimp) e Rob lo corregge, citando Iceberg Slim, vero protettore che divenne romanziere ben noto nella comunità nera.
Spinto a commentare lui stesso, Rob dimostra di non apprezzare il romanzo di Salinger – mostrato mi sembra nell’edizione Bantam Books 1978.

«Holden Caulfield non durerebbe una settimana su quest’isola. Correrebbe in giro come un pivellino augurandosi solo che l’incubo finisca.»

È il suo frizzante commento, che testimonia come fra i due titoli preferisca quello di Golding – mostrato nell’edizione Perigee Penguin 2011.

Il Signore delle Mosche vince sempre…

Sull’altare il nostro Rob dovrà recitare la propria promessa matrimoniale, ma il problema è che non ne ha scritta nessuna. Perché non copiare da qualche classico?

Ispirarsi o copiare e basta?

Vediamo il personaggio seduto su panchina a leggere mentalmente:

«Per la prima volta ho trovato ciò che posso amare davvero»
(I have for the first time found what I can truly love)

La citazione dal romanzo “Jane Eyre” (1847) di Charlotte Brontë piace così tanto a Rob che durante il matrimonio comincia a declamare – esagerando – il resto del testo. Non è una buona scelta, quindi la “prossima volta” dovrà fare meglio…

Charlotte, ispirami tu

Quella inquadrata mi sembra proprio l’edizione Penguin Classics 1985 del romanzo, scelta fra le mille miliardi di edizioni più recenti forse perché ha in copertina il volto ben riconoscibile dell’autrice, al contrario del solito dipinto generico.

L.

– Ultimi post simili:

 
7 commenti

Pubblicato da su gennaio 26, 2018 in Books in Movies

 

Fembot: il primo nome della donna robot

1976: la prima apparizione di una fembot

Prima del 1984, con l’invenzione della parola gynoid (di cui parlerò in un altro post), non è noto alcun tentativo di dare un nome alle donne artificiali. Chissà se qualche antropologo ha mai studiato il disprezzo e l’odio maschile per le donne meccaniche che lui stesso costruisce, fino a giungere all’estremo insulto di negare loro un nome.
L’unico tentativo prima di quella data sembra essere stato un obbrobrio lessicale del 1976: fembot, possibile (ma non dichiarata) contrazione di female robot.

La donna bionica
contro la donna meccanica

Negli anni Settanta i palinsesti televisivi statunitensi sono dominati dalla fortunata serie “L’uomo da sei milioni di dollari” e dalla “compagna”, la serie spin offLa donna bionica“, Nel 1976 i rispettivi protagonisti (Steve Austin e Jaime Sommers) uniscono le proprie forze bioniche per una storia in tre puntate divise tra le due serie: “Uccidete Oscar” (Kill Oscar), “La donna bionica” episodi 2×05 (27 ottobre 1976) e 2×06 finale (3 novembre 1976) soggetto di Arthur Rowe e Oliver Crawford, teleplay di William T. Zacha, con un intermezzo ne “L’uomo da sei milioni di dollari” 4×06 (31 ottobre 1976).

Uno scienziato pazzo sembra rifarsi (senza ovviamente dichiararlo) al buffo Dr. Goldfoot delle commedie italo-americane degli anni Sessanta e decide di costruire delle donne avvenenti per scopi spionistico-criminali:

«Io le chiamo fembot».

Il dottor Franklin (John Houseman) con la sua invenzione: la fembot

Così nella prima puntata il dottor Franklin (interpretato da John Houseman) spiega la sua creazione al committente, il barone Constantine (Jack Colvin).

«Sono donne assolutamente perfette. Sono programmabili, belle, soprattutto obbedienti: ma anche micidiali, a seconda della mia volontà.»

In realtà a Franklin era stata commissionata una macchina per il controllo del tempo atmosferico, ma lo scienziato ha un piano infallibile: sostituirà le segretarie dei potenti del Servizio Segreto con le sue fembot e così potrà avere accesso a tutte le fenomenali risorse a loro disposizione. La donna bionica Jaime Sommers (Lindsay Wagner) rimarrà ferita dallo scontro con le due fembot segretarie, così interviene l’uomo da sei milioni di dollari in persona Steve Austin (Lee Majors), che scopre la base da cui opera il dottor Franklin ed interviene. Gabbato anche lui dallo scienziato, nella terza ed ultima puntata Jaime e Steve dovranno unire le loro forze per raggiungere l’isola di Franklin per fermare i suoi piani malefici.

Da sinistra: una fembot, l’uomo da sei milioni di dollari Steve Austin (Lee Majors)
e la donna bionica Jaime Sommers (Lindsay Wagner)

La storia ha un seguito nel doppio episodio “Una notte a Las Vegas” (Fembots in Las Vegas, 3×03-04, 24 settembre e 1° ottobre 1977). Il dottor Franklin è ormai morto in carcere eppure la fembot Peggy Callahan (sempre interpretata da Jennifer Darling) torna in funzione negli archivi dell’Agenzia dove era in deposito: a guidarla è il figlio del dottor Fraklin, Carl (interpretato da Michael Burns). Questi vuole vendicare il padre e si impadronisce di un’arma potentissima: per non usarla, vuole che si consegnino spontaneamente i responsabili della morte paterna.

Le fembot del Dottor Male

Questo curioso neologismo – lasciato intatto dal doppiaggio italiano – rimane un termine strettamente legato alla serie TV e non entra nel linguaggio comune. Solamente quel fine esteta di Austin Powers avrà il coraggio di riprendere il termine.

Nel primo film della serie (International Man of Mystery, 1997) di Jay Roach, con sceneggiatura di Mike Myers, la spietata Frau Farbissina (interpretata da Mindy Sterling) costruisce per conto del Dottor Male (Mike Myers) un gruppo di cinque robot letali di forma femminile, chiamandole fembot: sono personaggi senza nome interpretati da Cheryl Bartel, Cindy Margolis, Donna W. Scott, Barbara Ann Moore e Cynthia Lamontagne.

Austin Powers e le fembot (© 1997 New Line Cinema)

La particolarità delle fembot è che attraggono la vittima con le loro doti sensuali per poi ucciderla con delle mitragliatrici poste nel petto, le cui canne fuoriescono come capezzoli: nel film le chiamano machine gun jubblies.

Machine gun jubblies: nel doppiaggio del film, “mitragliatette”

Il doppiaggio italiano mantiene la scelta oculata degli anni Settanta e lascia intatto il termine, ma quando nel secondo film si cita velocemente il termine, viene reso con… autopa!

Il Dottor Male ha trasformato la moglie di Powers in “autopa”, resa italiana di fembot

Nel terzo Austin Powers il termine non viene citato, ma nei titoli iniziali la cantante Britney Spears si presta ad interpretare una fembot, con tanto di mitragliatrice pettorale.

L’invasione (ignota)
delle fembot letterarie

La narrativa non ha mai preso in considerazione il termine fembot e non sembrano esistere romanzi che utilizzino questo terribile neologismo. O almeno, romanzi pubblicati da un editore. Dall’avvento del digitale, però, il mondo letterario si è diviso in due: c’è la narrativa “classica” e l’autopubblicazione. Cioè quell’Armata delle Tenebre di scrittori che non trovano spazio nel mondo editoriale mediato da case editrici e decidono di fare tutto per conto proprio. In Italia è una realtà poco avvertita, perché è un Paese di non lettori, ma in lingua inglese nel giro di pochi anni si può dire che gli autori autopubblicati hanno eguagliato in numero quelli selezionati dalle case editrici.
E questo vuol dire che dal 1976… rinascono le fembot.

Nel 2009 troviamo D.B. Story (immagino uno pseudonimo, com’è usanza quasi totale in questo ambiente) che racconta a puntate le avventure delle donne robot del futuro, racconti brevi digitali accomunati dal titolo “The Fembot Chronicles“, a testimonianza che nell’inglese parlato quel termine è sempre rimasto, anche se sotto traccia.

Le storie alternano racconti e saggi immaginari provenienti da un futuro in cui si sia particolarmente sviluppata la robotica, con interazioni – anche amorose – fra umani e robot. Più precisamente, fra uomini e fembot. Nel giro di tre anni l’autore inonda il mondo digitale di racconti a 99 centesimi – o gratis, con Amazon KindleUnlimited – con volta per volta delle donne robotiche diverse, fino a creare un vero e proprio vasto universo narrativo.
Non mancano nuove scelte lessicali, visto che nel 2011 sempre D.B. Story dedica un vero e proprio romanzo (400 pagine!) ad una donna artificiale di nome Synthia, delizioso gioco fra Cynthia e Synthetic che tornerà nel dicembre 2012 con “Synthia 3000: A Fembot’s Tale” di Terra Stella.

Nel 2012 la collana di narrativa robotica dal titolo ammiccante “RILF: Robots I’d Like to Find” (Robot che mi piacerebbe trovare), che gioca con il ben più celebre MILF (Giovane mamma che mi piacerebbe “conoscere biblicamente”), presenta il racconto “The Fembot of Norway” di Doc Bot Cole (plausibilmente un nome fittizio).
Il capolavoro però arriva nell’ottobre 2012 con la serie di romanzi “Fembots versus Zombies” di Xavier Cecil. Nel futuro i pochi sopravvissuti all’apocalisse zombie dovranno studiare un’arma per neutralizzare la costante minaccia dei morti viventi: costruiscono così dei robot umanoidi per combattere gli zombie. E già che sono lì, per farci anche qualche pratica moralmente discutibile.

Il 2013 si apre con Samantha Faulkner che presenta il primo di tanti racconti autopubblicati con protagonista Fembot Sally, e il primo titolo omaggia una antica tradizione robotica: “I, Fembot“.

«Rubare diamanti e sedurre agenti segreti rientra in una tipica giornata di lavoro per una femme fatale robotica. Sally è una commessa del reparto profumi di Burlington’s, il negozio posto di fronte ad una sinistra organizzazione internazionale nota come Organization. Sally non è un essere umano bensì una replicante [android replicant], progettata per curare il lavoro del grande magazzino.
Un ladro di gioielli richiama l’attenzione del MI6 e quando l’agente segreto Steve Blunt è incaricato di investigare, Fembot Sally deve usare tutte le sue abilità robotiche per evitargli trappole mortali.»

Da notare come l’autrice nel dubbio butti sul tavolo tutti i termini possibili: fembot, android, replicant. Così acchiappiamo tutti i gusti.
Fembot Sally inizia a vivere una serie di avventure – che usano una copertina fissa modificata in modo simpatico volta per volta – per un totale di almeno sette eBook, raccolti lo stesso 2013 nel volume “The Adventures of Fembot Sally“.
Intanto però nel novembre 2013 arriva B. Cameron Lee con il romanzo “The Femmebots Revolt“, regalandoci una variante del termine.

«Le vendite di femmebot sono in crescita, il mercato è alle stelle, tutti sono felici. Non è così? Il capo delle vendite, Brad Jenson, è nel suo ufficio della Love Dolls Inc. che guarda allibito le notizie in TV che provano il contrario. Formose femmebots con volti perfettamente copiati dalle star del cinema che gridano per le strade, sventolando cartelli con su scritto “NON VOGLIAMO ESSERE USATE” e “I DROIDI CHIEDONO UGUALI DIRITTI”. Bambole sessuali con dei diritti? Femmebots in sciopero? Più alcun piacere per i loro padroni? Il futuro non sembra più roseo per Brad. Lui che ha recentemente perso l’amore della sua vita, una femmebot Marilyn 330CC. Appena attivata, se n’è andata da sola via dalla Love Dolls Inc. per non si sa dove.
Intanto c’è un nuovo caso per il detective Mike Deacon, l’unico della omicidi che possa lavorare in sicurezza ai bassi livelli. L’ultima vittima di omicidio è stata rubata dall’obitorio da femmebots che lavorano per un misterioso padrone. Seguite Mike Deacon e la sua compagna robotica [female android companion], Charmaine, nello strano mondo sotterraneo dei bassi livelli, dove intrigo, spionaggio e pericolo mortale portano alla mente che si cela dietro la Grande Rivolta delle Femmebot.»

Non pago di aver inventato l’accezione “femmebot”, l’autore si lancia in un incredibile “female android”: è come se per indicare una donna io dicessi “è un maschio femminile”…
Se non basta una rivolta, nel marzo 2014 abbiamo addirittura una “Fembot Armada“, racconto di Ava Simone.

«Nell’anno 2150 le donne umane [human female species] vivono separate dagli uomini, in colonie rigidamente controllate chiamate LUNA. Quando si ritrovano la popolazione che diminuisce e capiscono di aver bisogno degli uomini, costruiscono dei robot donna [female robots] fatti appositamente per una funzione: andare nel mondo a raccogliere il seme per la sopravvivenza della colonia femminile.»

Mi permetto di battere le mani per la genialità di questa trama!
Non tutte le fembot però vengono per amare: nello stesso momento scoppia una guerra, cioè “Fembot Wars“, una serie di racconti di Eero Tarik con uno scontro di civiltà, anzi: di umanità.

«Era inevitabile che, raggiunto un certo livello tecnologico, gli uomini avrebbero creato robot femminili [female robots] da tenere come compagnia, preferendoli poi alle donne. La società ha raggiunto un compromesso, ma non tutti sono d’accordo: ci sono uomini che vogliono liberarsi dalle loro fembot e ci sono fembot che hanno un piano, un sogno di un mondo libero da umani.
Questo è l’inizio delle Fembot Wars, un’epica serie di fantascienza.»

Fra una guerra e l’altra, nel 2014 fa in tempo ad uscire un romanzo breve di Mindi Flyth dal titolo “He Became Her Fembot“. Ma che titolo è? “Lui divenne il fembot di lei”? Come fa un uomo a diventare un robot donna?

«I QT sono ragazze artificiali [android girls] che vivono per soddisfare ogni vostro desiderio, e Jamie Tinker è famoso in tutto il mondo per essere l’uomo che le ha create. Ma Jamie ha un oscuro segreto: ha rubato le sue idee dalla brillante ex moglie Eliza, dopo aver le spezzato il cuore e rovinato la vita. Quel che è peggio è che lui ha costruito i QT sulle sembianze di lei. Ora Eliza sta pianificando la sua vendetta… e Jamie sta per scoprire cosa significa diventare una fembot, programmata per soddisfare il piacere di chiunque, uomo o donna, la compri.»

Malgrado l’assurdità dell’espressione “android girls” (ragazze a forma d’uomo), sicuramente la trama è intrigante e sottilmente perversa.
Il 2015 però preme e a febbraio Paul Zante presenta “Mistress Dyke’s Fembot Factory“, viaggio perverso nei piaceri robo-umani, e non è certo l’unico caso in cui le donne robot sono usate per narrativa estrema: ne sa qualcosa Chrissy Wild e il suo “Femdom Fembots“.

«Il futuro è qui, ed appartiene alla razza femminile.
Tim ha provato ad andare avanti come maschio inferiore in un mondo di donne dominatrici. Le sue padrone l’hanno controllato ma ad addestrarlo sono state le sue bellissime fembot.
Tim giace sulla schiena ed accetta tutto ciò che le fembot sentono che lui meriti: in una società a predominanza femminile, Tim accetta che lui meriti una punizione.
Mentre giace sulla schiena e viene soffocato dal bellissimo corpo della fembot, Tim non può far altro che provare amore per la sua sua superiore donna robot. Può esistere un amore del genere? Nel futuro, tutto può accadere…»

Perché questi autori continuano a considerare le donne una “razza”, invece che un genere? Comunque questa narrativa estrema è talmente sviluppata negli autori autopubblicati (e non solo) che la parte robotica non poteva rimanerne fuori.
E l’amore? Possibile non ci sia amore tenero per le fembot? Rispondono J.E. e M. Keep e il loro “The Fembot: A Dark Dystopian Romance” del novembre 2015.

«In un futuro non molto distante le donne non sono altro che elettrodomestici, venduti e programmati per singoli utilizzi.
Andrea è speciale: lei è tutta naturale. Prima che Mister Raynor la comprasse era anche brillante, sagace: una procedura medica si è occupata di questo, ed ora lei ha solo una cosa in mente. Il piacere.
In un mondo ultra-ricco, lei è solo un piacevole giocattolo, un’esperienza unica. Ma un uomo la vuole. Non per come era, non per come potrebbe essere, ma per come è.»

Questa non l’ho capita: l’ultima frase è un classicone del romance, tutte le donne vorrebbero sentirselo dire. (E ovviamente non capita a nessuna). Ma donne normali, non lobotomizzate come la protagonista: che vuol dire che un uomo la ama per quello che è, se è il fantasma di ciò che è stata? Boh, misteri del romance

Il 2016 è un anno di sperimentazione, di incroci di varie parole per giocare con la pseudo-desinenza “bot”, considerata erroneamente la parte che simboleggia l’essenza di un robot. Malgrado sia una convinzione sbagliata, è ormai entrata prepotentemente nel linguaggio moderno.
Se Adam Abels usa un delizioso citazionismo per la sua Clockwork Woman, che gioca con il titolo A Clockwork Orange (in Italia, “Arancia meccanica”), Valentina DiMarco nell’ottobre 2016 ci parla della sua “The Wife Bot“.

«Sono sempre stata sottomessa a mio marito, ma ora avevo finalmente il corpo perfetto: ero pronta ad assumere il ruolo della vita per lui…
La sottomessa casalinga Chelsea farebbe di tutto per compiacere suo marito Ethan, sexy e brillante. Sfortunatamente, l’ordinaria e piatta Chelsea non si sente degna del di lui desiderio. Nel desiderio disperato di compiacerlo decide di provare la sua nuova invenzione… e diventare la sua perfetta moglie robotica [wife bot].
Impiantando un piccolo chip sotto pelle, Ethan può modificare l’aspetto della moglie e trasformarla nella donna dei suoi (di lui) sogni: voluttuosa, splendida e pronta a soddisfare ogni esigenza fisica.
Cosa succederà quando Ethan metterà le mani sulla sua nuova Chelsea incrementata?»

Malgrado sia solo un raccontino di 19 pagine, mi sembra che ci siano così tanti assunti moralmente discutibli che la lettura mi sento di sconsigliarla, se non per farsi due risate.
Se Samantha Sparx si ricorda dei nomi corretti per la sua Robot Virgin e Oliver Crowley fa giri di parole come Electric Love Machine, C.J. Masters nel marzo 2017 inaugura una serie di raccontini con un neologismo nel titolo: “Being His Pleasurebot“.

«Le fembot di questa serie sono costruite per compiacere i propri signori in ogni modo possibile. Se lei fa un buon lavoro, potrà andare a vivere in una nuova casa. Riusciranno le fembot di queste storie a trovare una nuova casa?»

A maggio del 2017 si ritorna un po’ alle origini con “Fembots” di Alastair Macleod: non più il solerte ambizioso giovane scrittore ma stavolta un attempato romanziere canadese, evidentemente in cerca di nuovi mari in cui navigare.

«Una piccola azienda tessile scozzese introduce le Fembots: avanzate donne robotiche [humanoid robot women] per la linea di produzione. Attraenti e capaci, riusciranno queste Fembots ad essere accettate dalle lavoratrici donne? Cosa succederà quando le donne saranno incoraggiate a portarsele a casa, e quale effetto avranno sui loro uomini?
Sarà questa la vera sfida per il futuro?»

Nel luglio del 2017 siamo ancora ai sogni di perversioni sado-robotiche con “Turned into a Fembot” di Lisa Change, storia di una donna che diventa robot slave girl: schiava robotica.

«Nel caldo soffocante del deserto californiano lo scienziato miliardario Jacob Flex sta per completare un’incredibile invenzione. Insieme alla sua sexy assistente Jen, Jacob ha scoperto i segreti della vita: il modo di dare un’anima ai robot. Ma cosa succede quando quell’anima appartiene a Jacob Flex stesso?
Ritrovatosi nel corpo di una splendida fembot bionda, la sua forma maschile distrutta e riprogrammato per dare piacere ad ogni uomo o donna che incroci la sua strada, presto Jacob scopre di essere un incubo assurdo. Intrappolato nella formosa e bollente [busty bimbo-bot] Candie, Jacob scoprirà cosa voglia dire essere un oggetto sessuale.»

Specializzata in racconti transgender, non stupisce che l’autrice si facchia chiamare “Change”…
L’estate 2017 è lunga così Deep Damage (ma dove li pescano questi pseudonimi?) fa in tempo a scrivere racconti hardcore gothic science fiction (qualsiasi genere sia) per la serie “Patrick Bateman Experience” di Dona Diabla. I titoli delle due antogie sono più che esplicativi: “Fembot Torture” e “Fembot Destroyer“.
Bando ai racconti, a novembre KT McColl presenta un vero romanzo breve: “The Last Fembot“.

«Jude non è nessuno. Preso da bambino nella fratellanza, dopo l’Ultimate Sin, ha faticato nei campi per tutta la sua vita adulta. Il suo obiettivo era tenere insieme il proprio corpo e la propria anima, e non attrarre mai l’attenzione.
Il mondo come lui lo conosce va in frantumi quando scopre che probabilmente l’ultima fembot al modo si trova in una casa abbandonata. Ancora in vita.
Jude decide di riattivarla e vedere dove la programmazione di lei può portarli.»

Ovviamente li porta al sesso, unico tema che interessa chi si occupa di donne robotiche.

Troviamo ben due neologismi nel racconto che Valentina DiMarco presenta nel novembre 2017: “Fembot: A Bimbofication Story“.

«Heath era cresciuto con l’idea che sua moglie dovesse essere docile e sottomessa. Ora lui era il mio maestro, ed io ero la sua creazione, perfetta e sexy, una donna progettata per soddisfare ogni sua necessità sessuale.»

Nello slang sembra essere entrato questo nome, “bimbo”, che in effetti cala a pennello per le fembot: si riferisce ad una giovane bella donna, tanto formosa quanto poco intelligente. In pratica indica proprio il concetto principale delle fembot, donne costruite da uomini quindi belle non in grado di rispondere per le rime ai propri “maestri”.
La stessa Valentina DiMarco ha sfornato racconti su racconti sull’argomento, da “The Bimbo Blueprint” a “The Bimbo Game“, così come Viktoria Skye ha presentato “Bimbo Wife, Happy Life” e “Bath Bomb Bimbo“.

A dicembre Reed James inizia una serie di racconti accomunati dal titolo “Fembot Harem”, il cui primo titolo è “Testing the Nubile Fembot“.

«Scott si occupa di testare i prodotti della compagnia per cui lavora, ma si ritrova frustrato fra la sua collega sexy dai capelli rossi e la sua capa milf. Per sua fortuna la ragazza dei suoi sogni gli viene recapitata a casa. Un sexbot cattivella!
Scott deve risvegliare l’innocente e sexy fembot e farle conoscere i piaceri del suo corpo, ed è solo l’inizio di un harem crescente di donne e sexbot danneggiati.»

Mentre Reed si lancia in vari racconti su questo tema, l’anno 2017 si chiude con “Rosa 2000: Your Stepford Wife Fembot guide” di Pink Martini e Dona Diabla.

«Nel futuro le fembot saranno tutto ciò che rimane dopo che egli uomini avranno distrutto le donne. Rosa 2000 è un robot costruito originariamente per essere una moglie e madre perfetta. L’androide (!) è così abile nella mimica umana che è praticamente indistinguibile da una qualsiasi donna.»

Non è una trama chiarissima: a che serve una donna robot identica alle donne che gli uomini hanno distrutto? Va be’, è un raccontino, non si può chiedere troppo.

Il 2018 è appena iniziato e già la vita letteraria autopubblicata delle fembot sembra attiva proprio come gli anni precedenti: quanto ci vorrà prima che il termine, pencolante ed orribile, entri in pianta stabile nella lingua parlata?

L.

 
20 commenti

Pubblicato da su gennaio 24, 2018 in Indagini, Leggende nane, Linguistica

 
 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: