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Anita Hill e il pelo pubico dell’Esorcista

Ogni storia vera è preceduta da un romanzo…

Più volte ho citato in questo blog l’espressione “la precessione dei simulacri”, che ho conosciuto grazie al geografo-filosofo Franco Farinelli il quale la analizzava prendendola dal filosofo Jean Baudrillard: significa che la mappa viene prima del territorio, che l’immagine del mondo viene prima del mondo… e quindi che la finzione viene prima della realtà.
Le conferme di questo arrivano dappertutto… anche da una controversa vicenda legale americana.

La questione di Anita Hill l’ho conosciuta attraverso il film televisivo che la celebre HBO ne ha tratto: “Confirmation” (trasmesso originariamente il 16 aprile 2016) di Rick Famuyiwa, con Kerry Washington nel ruolo da protagonista.

Kerry Washington nel ruolo di Anita Hill (© 2015 HBO Films)

Nel 1991 il giudice afroamericano Clarence Thomas doveva essere riconfermato alla Corte Suprema e si stavano svolgendo le audizioni in Senato: avendo l’appoggio di George W. Bush, Thomas era in una botte di ferro. Ma all’improvviso subisce l’accusa più infamante di tutte, per gli americani: molestie sessuali, anche se solo verbali. (Beati gli americani che non hanno accuse di truffa, corruzione, furto e mafia…)

Wendell Pierce nel ruolo del giudice Thomas (© 2015 HBO Films)

Ad accusarlo è la sua collaboratrice dell’epoca alla Commissione per le Pari Opportunità: Anita Hill.
Nel processo che ne nascerà, dall’enorme eco mediatica, la donna viene assistita dall’avvocatessa Catharine MacKinnon, che nel 1986 aveva ideato e fatto approvare la legge che definisce reato civile le molestie sessuali, divenendo da allora paladina del femminismo. Lo stesso non riesce a far vincere la sua cliente, e quando nell’ottobre 1991 la MacKinnon viene in Italia per tenere una conferenza all’Università di Roma “La Sapienza”, alla giornalista de “la Repubblica” Anna Maria Mori così racconta:

«La sua [di Anita] accusa è stata respinta per ragioni in qualche modo “formali”: i fatti erano avvenuti precedentemente all’approvazione della mia legge sulle molestie sessuali, che data dall’86. E il reato in questione è di quelli che, secondo la mia stessa legge, cadono in prescrizione dopo 180 giorni. Ma non è vero, è riduttivo dire oggi che Anita Hill ha perso: ha vinto, se non altro per aver avuto dalla sua, e per la prima volta in America di fronte a un fatto del genere, il trenta per cento dell’opinione pubblica. La Hill è riuscita a portare dalla sua parte la maggioranza delle donne americane, per la sua straordinaria credibilità: perché è nera, e accusava un giudice nero come lei; perché ha una forte personalità, e un’alta autorità professionale e scientifica.»
(da “la Repubblica”, 29 ottobre 1991)

L’esito negativo del processo è l’aspetto minore, quasi ignorato della vicenda: la tempesta mediatica che ne è seguita ha giocato sulla divisione del pubblico fra chi credeva in Anita e chi no. In mancanza di prove, è stato un gioco al massacro sull’onda emotiva.

Per esempio l’autorevole casa editrice Macmillan presenta nel 1993 il saggio “The Real Anita Hill. The Untold Story” del giornalista David Brock, che amplia un testo scritto nel 1992 per il giornale “American Spectator”.
Brock parteggia per il giudice a sbugiarda la Hill, ma è tutto falso. Il giornalista stesso ritratterà tutto in “Blinded by the Right. The Conscience of an Ex-Conservative” (2002), in cui affermò di aver inventato le accuse perché voleva sostenere la causa dei repubblicani, affermando che tutti sapevano che il giudice Thomas amava situazioni pruriginose. (Inoltre parla di agenti dell’FBI che l’avevano messo al corrente di fatti riguardanti la Hill che poi hanno negato.)
Cosa può esserci di “reale” in tutto questo?

Nel saggio “Strange Justice. The Selling of Clarence Thomas” (1994) le giornaliste Jane Mayer e Jill Abramson raccontano che il giudice Thomas aveva un noto interesse per il mondo pornografico sin dai tempi scolastici, e che suoi amici l’hanno udito fare apprezzamenti sessuali anche in altri casi, oltre a quelli che Anita Hill ha denunciato. Tutto questo agli occhi degli americani suona oltremodo scandaloso, perché loro non hanno la più corrotta classe politica della storia: se un pezzo grosso ha visto un porno o fa una battutina ambigua per gli americani è il massimo dell’ignominia. In Italia fa curriculum per la Presidenza del Consiglio…
Il libro comunque è un bestseller ed è nominato per un National Book Award: anche se non viene mai detto, il sottotesto è che un giudice della Corte Suprema abbia mentito sotto giuramento.

Quindi il giudice Thomas era un porco e Anita Hill aveva ragione? Quindi il Sistema ha rigettato le accuse della donna per proteggere lo status quo? Quindi la verità in tribunale non esiste, esiste solo l’interesse (cioè l’immagine)? Non sembra importare molto, perché l’unica cosa che conta è che l’opinione pubblica si sia azzuffata per anni sulla questione, basandosi esclusivamente sulle chiacchiere: cioè sull’immagine. E l’immagine viene sempre prima della realtà…
Nell’ottobre del 2010, forse per rinfrescare la questione e avere un altro po’ di attenzione dei media, Virginia Thomas – la moglie del giudice – ha informato i giornalisti di aver lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di Anita Hill chiedendo, anzi pretendendo le scuse per le infamanti accuse avanzate 19 anni prima. Un gesto ridicolo che dimostra quanto la pubblicità, positiva o negativa, venda sempre.

Cosa sta agitando in aria il senatore Hatch?

Fra i racconti di molestie sessuali, Anita Hill ha testimoniato che il giudice Thomas un giorno stava bevendo una bibita quando si avvicinò a lei e chiese «Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca?» (Who has put pubic hair on my Coke?).
Con tutto il rispetto per la donna, al di là di un certo cattivo gusto forse parlare di “avance sessuale” mi sembra un po’ esagerato, comunque dopo questa testimonianza il senatore Orrin C. Hatch, dello Utah, controbatte in modo plateale: sventolando cioè in aula una copia del romanzo “L’esorcista” (The Exorcist, 1971) di William Peter Blatty.

Dylan Baker nel ruolo del senatore Hatch

ORRIN HATCH: Ha mai letto questo libro?
CLARENCE THOMAS: No.
ORRIN HATCH: L’esorcista.
CLARENCE THOMAS: No, senatore.
ORRIN HATCH: Ha mai visto il film?
CLARENCE THOMAS: Ho visto solo la scena con il letto che fluttua.
ORRIN HATCH: […] Lei afferma di non aver mai pronunciato la frase “Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca?” […] A pagina 70 di questa particolare edizione de L’esorcista, [legge] «Oh Burke», sospirò Sharon. Sta descrivendo l’incontro fra il senatore e il regista, «Denny lo informò che – cito – c’era un pelo pubico estraneo che galleggiava nel mio gin.» Lei pensa che sia una coincidenza? [Anita Hill] vuole farci credere che lei ha detto queste cose per strapparle un appuntamento: cosa ne pensa, giudice?
CLARENCE THOMAS: Senatore, credo che l’intera faccenda sia malsana.
(da The Complete Transcripts of the Clarence Thomas – Anita Hill Hearings. October 11, 12, 13, 1991, a cura di Anita Miller, Academy Chicago Publishers 1994.)

Entra così in ballo il “simulacro”: per screditare l’accusatrice si invoca il sospetto che la donna si sia ispirata al romanzo del 1971 di William Peter Blatty per la sua accusa. La realtà (l’accusa della Hill) è preceduta dalla finzione (il romanzo di Blatty).

L’esperto di comunicazione Charles Osgood, all’epoca sotto contratto con la CIA, scoprì che associare il romanzo sulla possessione satanica ad Anita Hill colpì l’opinione pubblica molto più profondamente di qualsiasi reale prova, come racconta Douglas Rushkoff in “Media Virus! Hidden Agendas in Popular Culture” (1994).
«Se lei [Anita Hill] l’avesse paragonato ad un insetto, Hatch probabilmente avrebbe agitato in aria una copia delle Metamorfosi di Kafka», ha affermato Garry Wills nell’articolo Thomas’s Confirmation: The True Story, da “New York Review of Books”, 2 febbraio 1995.

La questione viene risolta sbrigativamente con del sarcasmo. «Come nelle tragedie di Shakespeare, anche il processo Thomas-Hill ha avuto momenti di commedia», commenta Scott Douglas Gerber nella sua biografia “First Principles: The Jurisprudence of Clarence Thomas” (1999).

La questione Thomas-Hill è spinosa e ancora nel 2016, in occasione del citato film televisivo, si è fermi al “non detto”: l’attrice protagonista si agita in video come se fosse stata stuprata dal giudice, mentre racconta di aver subìto battutacce di cattivo di gusto – sicuramente esecrabili ma molto lontane da una violenza fisica – mentre l’attore che interpreta Thomas ha lo sguardo colpevole e si guarda in giro come se avesse nel portabagagli il cadavere di qualcuno. La sceneggiatrice Susannah Grant non può dirlo apertamente, perché il processo ha dato ragione al giudice, ma il sottotesto del film è che Anita aveva ragione: il che, però, non spiega nulla.

L’umorismo di cui viene ammantata la scena del senatore Hatch che sventola la copia de L’esorcista non spiega perché l’accusa della Hill sia così simile ad una frase presente nel libro. Se la Hill ha detto la verità, come tutti ci suggeriscono, allora anche quella frase è stata pronunciata dal giudice: per caso lui stava citando il romanzo di Blatty? Nessuno ne parla.
Eppure è lì la chiave di tutto: dimostra che nel teatro mediatico che è la politica, il copione precede sempre la messa in scena: la finzione precede sempre la realtà.

«Sembra ci sia un pelo di un pube estraneo nel mio drink»
(There seems to be an alien pubic hair in my drink)
dal film L’esorcista (The Exorcist, 1973) di William Friedkin

Essendo Blatty autore sia del romanzo che della sceneggiatura del film, la “frase incriminata” è presente in entrambi:

«Burke, naturalmente» sospirò Sharon. Scegliendo le parole, le descrisse la scenetta tra il senatore e il regista. Dennings, come se niente fosse, parlando col senatore aveva detto che pareva vi fosse «pelo di pube altrui che sguazza nel mio gin». Poi con tono vagamente, accusatore, aveva soggiunto: «Io questo pelo non lo avevo mai visto prima d’ora. E lei?».
(da L’esorcista, Mondadori 1971, traduzione di Mario Basaglia)

Il giudice Thomas era un esperto di film porno, visto che nelle sue allusioni sessuali alla Hill cita anche il celebre porno-divo superdotato Long Dong Silver, quindi magari ha preso la scena summenzionata de L’esorcista e l’ha “fusa” con la celebre scena della Coca-Cola del film Gola profonda (Deep Throat, 1972) e ne è nata una punchline perfetta per la cultura pop: Who has put pubic hair on my Coke?.
Nessuno dunque ha mai indagato né risposto alla precisa domanda posta dal giudice Thomas: possibile nessuno abbia mai appurato chi abbia messo quel pelo pubico nella Coca-Cola? Possibile che nessuno abbia fatto qualcosa in proposito? Be’, non è risaputo ma… qualcuno ha fatto qualcosa

Il 14 ottobre 1991, indignato da quanto affermato nel processo Thomas-Hill, Lazlo Toth – dirigente della Coca-Cola Company – scrive che dopo ore passate a discutere su come la società dovrebbe reagire, «francamente credo che la tattica migliore sia ignorare del tutto la questione». Il 28 ottobre successivo il vice-presidente Earl T. Leonard concorda con questo piano d’azione, ma Toth ha un sassolino nella scarpa che si deve togliere.
Lo stesso 14 ottobre scrive al senatore Joseph Biden jr., esperto in questioni di accuse a sfondo sessuale, lamentandosi del fatto che durante il processo Thomas-Hill nessuno in aula si sia preoccupato di chiedere scusa alla Coca-Cola per una testimonianza così sordida.

«La testimonianza della professoressa Anita Hill, secondo la quale il giudice Clarence Thomas avrebbe detto “Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca”, è una delle cose più disgustose e repulsive che ho mai sentito sulla TV nazionale, ma lei ha permesso che i senatori degli Stati Uniti ripetessero la frase ancora ed ancora!»

Perché il nome della ditta non è stato omesso, visto che non aveva alcuna rilevanza ai fini processuali?, si chiede l’indignato Toth.
La rivista che riporta questa corrispondenza – “Mother Jones Magazine”, maggio-giugno 1992 – si premura di specificare che a quest’ultima lettere non c’è stata alcuna replica.
Questa dovrebbe essere ricordata come la parte divertente della storia, non quella relativa alla citazione da L’esorcista: non c’è niente di divertente nella precessione dei simulacri… perché è questa che comanda ciò che noi impropriamente chiamiamo realtà!

Che il famoso pelo… provenga dalla barba di Babbo Natale?

L.

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Pubblicato da su luglio 12, 2017 in Books in Movies, Indagini

 

[Archeo Edicola] Pierino contro tutti (1981)

Pierino infrattato con Topolino

Citazione dal film “Pierino contro tutti” (1981), titolo scelto in evidente citazione di “Fantozzi contro tutti” (1980) con Paolo Villaggio.

Durante una delle tante scenette del film, Pierino (Alvaro Vitali) si apparta per un bisognino (anzi, un “bisognone”) e quando viene chiamato dalla maestra si giustifica dicendo che sta leggendo “Topolino“.
La scenetta non ha alcun senso quindi do per scontato sia una marchettona al celebre settimanale edito da Mondadori: perché però usare un numero così vecchio per l’epoca?

Grazie infatti all’intervento del blogger Ivano Landi scopro che l’albo di “Topolino” inquadrato è il numero 951 del 17 febbraio 1974: perché utilizzare un numero di ben sette anni precedente al momento dell’uscita del film?
Dal numero 1305 (30 novembre 1980) la veste grafica del settimanale è cambiata: se l’intento è pubblicizzare “Topolino”, perché non mostrarne la veste nuova?

Forse non c’è nessun mistero, forse è semplicemente una gag che non fa ridere con un fumetto qualsiasi, il che sarebbe davvero triste…

L.

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Pubblicato da su luglio 11, 2017 in Archeo Edicola

 

Alla scoperta dei mostri del mare con Richard Ellis

Era il 2005 quando su una bancarella comprai a 3 euro un corposo saggio in edizione cartonata di Richard Ellis dedicato al calamaro gigante, scoprendo un saggista spettacolare e un narratore appassionante. Ellis sa farti girare per tutte le materie scientifiche con la divertita gioia di chi ama raccontare.
Ecco perché non ho esitato ad intraprendere la lettura – o sarebbe meglio dire la consultazione a lungo termine – del titanico saggio “Mostri del mare. Serpenti marini, manati, globster, calamari giganti, piovre, squali, balene e altre creature degli abissi” (Monsters of the Sea, 1994) che Piemme (specializzata in saggi intrigantissimi di ampio respiro) ha portato in Italia nel 2000 con la traduzione di Francesco Saba Sardi.

Mari ed oceani nascondono una quantità inimmaginabile di creature incredibili, eppure… alla fin fine l’immaginario collettivo ha davvero ben poca fantasia. I “mostri del mare” sono davvero pochi, in confronto a quanti potrebbero essercene.
Balene, squali, polipi, calamari, ovviamente di dimensioni titaniche ma alla fin fine sono questi gli unici mostri giganti che conosciamo. Ellis li prende uno ad uno – con l’aggiunta di mostri di Loch Ness ed altri casi stuzzicantissimi – e li analizza e ce li racconta, anche attraverso le leggende che li riguardano.

Ellis è un grande narratore e quindi il testo è appassionante e prende subito, anche se le vaste dimensioni del saggio hanno permesso all’autore di vagare davvero per oceani di parole, sviscerando ogni argomento fin nei minimi particolari. Come dicevo forse non è un libro da leggere ma da consultare, data la vasta ampiezza della narrazione, ma se siete appassionati di storie e leggende di animali incredibili e vi piace la buona divulgazione, Ellis è l’autore che fa per voi… e non vi dispiacerà seguirlo per le sue lunghe rotte.

La criptozoologia e roba simile è sempre una trappola pronta a scattare, ed essendo Ellis uno studioso serio deve ben spiegare che non esiste una “scienza ufficiale” che nega l’esistenza dei mostri: molte incredibili creature sono entrate nei manuali nel momento in cui è stata comprovata la loro esistenza, ma se altre rimangono voci di terza o quarta mano, non si può prenderle per vere così, sulla fiducia. Questo non vuol dire che chi crede nei mostri fantastici sbaglia, la fantasia non è mai una colpa, ma diventa seccante nel momento che pretende di chiamare “scienza” la chiacchiera da taverna.

Come Ellis racconta con dovizia di particolari, di fonti e date, sono tantissimi i ritrovamenti di esseri spiaggiati che sfuggono a qualsiasi tipo di catalogazione, e qui purtroppo entra in ballo una comunità scientifica non preparata o comunque non organizzata: campioni che si perdono, foto fatte male, testimonianze ritrattate… tutto questo non fa fare bella figura ai ricercatori, ma è anche vero che quando trovi un “blob” di due quintali sulla spiaggia – cioè un enorme tappeto di materia connettiva senza niente che faccia pensare ad un animale, se non la composizione fisica – non è che puoi mantenere il sangue freddo.

Dalle storie di marinai alle storie di scienziati, dai romanzieri agli appassionati: tutti hanno voce in capitolo in questa sontuosa opera assolutamente imperdibile.
Me la sono sbocconcellata in questi mesi, leggendola nei ritagli di tempo e durante le merende – cosa c’è di meglio che sgranocchiare gallette di mais in compagnia di titanici mostri marini? – e quando è finito mi è venuto da dire: “già finito?” In realtà sono mesi che lo leggo, eppure sembra ieri che l’ho iniziato…

Un’ultima nota devo farla alla traduzione italiana, che ha dei passaggi quanto meno discutibili.

«Bavendam, che sommozzava più a nord dell’équipe di Cousteau»

La Treccani mi informa che “sommozzatore” deriva dal napoletano “sommozzare”, «spingersi verso il fondo marino per pescare, tuffarsi nell’acqua» , però mi sento di dire che il verbo non ha avuto lo stesso successo del sostantivo.
Capisco che i traduttori italiani devono costantemente scontrarsi contro la facilità che la lingua inglese ha di “verbizzare” tutto e contro la difficoltà italiana di farlo, però onestamente è davvero brutto quel “sommozzava”, tanto che mi sembra quasi una presa in giro…

«Al terzo tentativo l’octopus ha avulso il tappo»

Il celebre esperimento – mediante il quale si è scoperto che i polpi sono intelligenti quanto un cane, però lo stesso ce li mangiamo senza problemi – mi è stato rovinato da quell'”avulso” che mi fa troppo ridere: mi ricorda un vecchio sketch di Carlo Verdone.
Per carità, il termine esiste, però visto che ha più il significato di «strappato, staccato via» – il che non è corretto, visto che parliamo di un tappo svitato – perché non usare, che so…. “svitato”?
Da ragazzino ho avuto il piacere di vedere la puntata di Quark dove hanno ricreato l’esperimento di Cousteau e, davanti alla telecamera, un polipo ha svitato un barattolo che conteneva un granchietto, dimostrando un’abilità intuitiva sconosciuta negli altri animali del suo ambiente.

«un comportamento ereditario che testifica di una delle straordinarie abitudini degli octopodi»

Anche qui, siamo tutti d’accordo che il verbo “testificare” esiste però… ma santo polipo, non era più semplice usare “testimonia”?

Per carità, è solo un mio puntiglio che ho voluto “testificare” in questo post, perché per il resto è una lettura piacevolissima e senza problemi.

L.

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Pubblicato da su luglio 7, 2017 in Recensioni

 

[Books in Movies] Fantozzi (1975)

Omaggio al ragioniere, “testimonial” del Giallo Mondadori

Per una di quelle coincidenze che ti lasciano un senso di inquietudine, ho scoperto questa citazione libraria a poche ore dalla scoperta della scomparsa di Paolo Villaggio, scoperta che a sua volta è arrivata dieci minuti dopo aver inserito nel mio blog “Il Zinefilo” un post comprendente il suo film “Sogni mostruosamente proibiti” (1982).
La scomparsa dell’attore ha portato molta gente a vedere i suoi film, in alcuni casi addirittura per la prima volta: magari Villaggio finalmente verrà visto, oltre che citato…

Il cinema italiano anni Settanta (e di sfuggita anche quello Ottanta) è una marchetta a cielo aperto, così se Tomas Milian era “ragazzo immagine” della casa editrice Garzanti (1974) e la poliziotta Edwige Fenech della Mondadori (1976), quest’ultima casa ha piazzato un suo libro anche in mano al ragioniere più famoso d’Italia, nel suo primo film: “Fantozzi” (marzo 1975).

Occhio, che non si corre con un libro in mano…

Durante il tragico weekend a Courmayeur, verso la fine del film, Fantozzi incontra la mitica contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, ben nota ai lettori dei divertentissimi romanzi di Villaggio. (Da ragazzino avevo le lacrime dal ridere ogni volta che rileggevo i suoi libri!)
Essendo figlia di una delle principali azioniste della Società, a Fantozzi era toccato il compito di «riportare d’urgenza alla stazione un libro giallo dal titolo “L’albicocco al curaro“»

Un vero e proprio “giallo in corsa”

Questa frase introduce il brevissimo sketch di Fantozzi che arriva tardi in stazione per consegnare detto libro giallo alla contessa, la quale mentre il treno acquista velocità pretende di sapere almeno il finale: al ragioniere non resta che leggere le pagine finali… in corsa!

«Mi dica almeno il nome dell’assassino.»
«L’assassino? Aspetti… è Dylan Chesterton junior.»

Tranquilli, non vi ho rivelato nulla, perché il libro citato è uno pseudobiblion, un “libro falso”.

Non è facile leggere di corsa

Come si può evincere dalla copertina mostrata brevemente, è il numero 205 (3 dicembre 1974) della collana “I Classici del Giallo Mondadori” (le cui uscite mensili trovate regolarmente schedate con dovizia di particolari nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.)
Si tratta del romanzo “È scomparso un caro ometto” (The First Time He Died, 1935, traduzione di Giuseppina Taddei) della ben nota Ethel Lina White, autrice più stimata che letta e che in Italia è in pratica conosciuta esclusivamente per il suo classico La signora scompare (1936), da cui l’omonimo film di Hitchcock: non a caso il citato romanzo dei Classici ha “scomparso” nel titolo, perché i titolatori italiani sono dei gran furbacchioni…

Un libro vero che diventa… “libro falso”

Ecco la quarta di copertina (dal sito Uraniamania):

«La maggior parte degli abitanti di Starminster si mostrò addolorata alla notizia della morte del signor Charles Baxter. Il defunto era molto popolare presso le donne, mentre gli uomini lo definivano un bravo ometto, definizione assai poco accurata, visto che la sua statura era molto al di sopra della media.
Di carattere mite e senza pretese, egli sparì dalla vita silenziosamente, come avrebbe potuto uscire da una festa, quando salutava con un cenno il padrone di casa e scivolava via, senza che nessuno si accorgesse della sua partenza. Un giorno si sparse casualmente la voce che il signor Charles era malato. La notizia che seguì scoppiò come una bomba nella sala dei biliardi del caffè del Grappolo. – Il povero Baxter è passato a miglior vita.»
Nel ’41, quando uscì, il «giallo» riscosse un grande successo anche per la vena umoristica che lo pervade. Ora, a distanza di parecchi anni, ve lo riproponiamo con molto piacere.

E Dylan Chesterton junior? Be’, se non ha il dono di esistere… ha il dono di essere virale! In rete troverete molti riferimenti a questo personaggio inesistente, compresa una “guerra civile” fra chi nella pronuncia sbiascicata di Villaggio ha voluto sentire Tesserton invece di Chesterton, quest’ultimo un chiaro omaggio al maestro del giallo.
E voi… da quale parte state?

L.

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[Pseudobiblia] El Diablo (1990)

La HBO è sempre stata regina del palinsesto televisivo, offrendo prodotti di alta qualità soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura. Così anche quando il 22 luglio 1990 trasmette un piccolo film western non si preoccupa solo di infarcirlo di bravi attori, ma anche di avere ottimi sceneggiatori.
Ecco così che El Diablo si ritrova a vantare crediti da capogiro alla sceneggiatura: il Maestro John Carpenter coadiuvato dai suoi fedeli Tommy Lee Wallace e Bill Phillips.

Prima di tutto, vi segnalo che oggi anche La Bara Volante parla di questo film!

Secondo di tutto, vi ricordo il mio speciale sugli Pseudobiblia Western.

Un film di nicchia trasmesso da una rete di nicchia…

La storia è all’apparenza semplice. Il perfido criminale El Diablo (Robert Beltran) rapisce la giovane Nettie (Sarah Trigger) e l’imbranato maestro di scuola Billy Ray Smith (Anthony Edwards) vuole andare a salvarla. Non può farlo da solo, che a malapena sa reggere in mano una pistola, così inizia un viaggio per l’altro West, quello pieno di miserie e vite distrutte, raccattando chiunque possa aiutarlo nell’impresa.
Alla sua improbabile posse si uniscono il vecchio nero Van Leek (il mitico Louis Gossett jr.) ed altri uomini di varia nazionalità ed estrazione, in un gruppo multiculturale e multirazziale di “salvatori” ben poco capaci.
Quando però c’è tanto cuore, la missione si risolve da sé.

Una posse davvero sconclusionata

Impossibile non avvertire sotto la pelle della storia il cuore di John Steinbeck, l’amato narratore dell’America rurale noto per rendere protagonisti gli ultimi della terra, i disperati e quelli senza più sogni: immagino che studiandosi ancora scuola, la sua eredità faccia parte del background culturale di ogni americano.
Al di là di questo però c’è qualcos’altro: il film indaga su un tema ben noto a chi segue questo blog, cioè la precessione del simulacro. La finzione precede sempre la realtà

La finzione letteraria precede sempre la realtà…

L’elemento che spinge il giovane ed impacciato Billy Ray è la speranza di trovare Kid Durango, l’eroe del West di cui legge le roboanti imprese nei libretti che compra: un simile pistolero e avventuriero saprà sicuramente aiutarlo nell’impresa di liberare la bella.
Dopo lungo viaggiare con la sua improbabile posse, Van Leek mantiene la promessa e porta il giovane al cospetto di Kid Durango… solo per scoprire che è un grigio scrittore di romanzi – interpretato dal bravo Joe Pantoliano – che l’unico West che ha conosciuto è il suo tavolo in una cantina.

Kid Durango, eroe… ma solo letterario

Esce fuori che le avventure di Kid Durango sono tutte basate rubando le imprese raccontate da Van Leek, abbellite e trasformate in narrativa d’intrattenimento: nessuno vuole sentire le storie di un nero che spara alle spalle, ma se le stesse storie sono vissute da un eroico bianco, che guarda i nemici negli occhi, ecco che diventano libri di successo.
Come già ho avuto modo di dire, la narrativa serve a raccontare storie vere “aggiustandole”, cioè rendendole false: solo al falso possiamo credere, così come Billy Ray è assolutamente convinto che le incredibili storie lette in un libro siano l’assoluta verità.

Non è facile spiegare che la finzione è pericolosa…

Quei pochi critici che hanno parlato di questo film hanno citato L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, che parla di come nel West comandi la leggenda, non la verità. Ed in effetti quello in cui concordano i due nuovi amici, il giovane Billy Ray e il rude Van Leek, è che il modo rozzo in cui si conclude la loro vicenda non va bene, e che quando lo racconteranno dovrà essere arricchito da elementi leggendari.
Quindi non solo la finzione (la leggenda) precede la realtà – visto che Billy Ray mette in pratica un’azione concreta partendo da una base di leggende che l’hanno affascinato – ma la segue, visto che la triste (sbagliata) realtà dovrà essere aggiustata prima di essere raccontata.
Insomma, cosa rimane della realtà se non vari gradi di narrativa più o meno aggiustata?

I nostri eroi al tavolo del romanziere

Merita di essere ricordato per intero il brano di un romanzo di Kid durango che Billy Ray legge ai suoi studenti all’inizio del film. La particolarità della scena è che mentre lui legge… il racconto diventa reale e dà l’avvio al film: è come se l’intera storia “vera” stesse nascendo dalle pagine “false” del romanzo.
Non stupisce quindi che appena uscita di scuola, la giovane Nettie si ritrovi davanti alla banda di criminali e sorrida: è convinta di essere ancora tra le pagina del romanzo di Durango. A cercare di infrangere l’indivisibile rapporto tra finzione e realtà ci prova Billy Ray, che le grida «Questa è realtà, Nettie: scappa!». Senza successo…

Ecco dunque l’incipit del romanzo “Il diavolo di polvere“, che in realtà corrisponde all’incipit del film stesso:

«Lo strato di rugiada che ricopriva la prateria sparì velocemente quando il sole apparve dietro le colline. La Luna rimase ancora un po’ lì, prima di rifugiarsi dietro l’orizzonte. Il giorno cominciava come altri migliaia di giorni in Arizona: questo finché non si vide una nuvola di polvere.

Apparve all’orizzonte, ombre di polvere si muovevano rapidamente a grande velocità, con uno scalpitio di zoccoli sul duro terreno. Man mano che il turbine si avvicinava si potevano scorgere debolmente le figure dei cavalli e dei cavalieri, con pistole su tutti e due i fianchi e bandoliere sul petto. Cavalcavano con tenacia, cavalcavano con uno scopo.

Quando furono in città tirarono le redini ai cavalli. La polvere attorno a loro si abbassò e si distinsero le facce. Facce scolpite dal forte sole messicano, facce segnate dalla violenza.

Quando gli abitanti della città videro i cavalieri istintivamente si ritirarono nell’oasi protettiva delle loro case. Molti commercianti entrarono in fretta nei loro negozi e chiusero la porta a chiave. Il buio era sceso, segni evidenti mostrarono che la città era pronta ad aspettarsi il peggio.
Fu molto chiaro perché fossero lì: avevano un appuntamento con la banca. E non per fare un versamento di dollari.»

Una citazione da Aliens (1986)?

Una curiosità. Si dice che da almeno dieci anni Carpenter avesse nel cassetto questa sceneggiatura, alla ricerca del modo per poterla trasformare in film, eppure ad un certo punto c’è una scena che sembra prendere in giro Aliens di James Cameron, uscito al cinema da soli quattro anni.
In quest’ultimo film l’androide Bishop giocava on un coltello passandoselo fra gli spazi vuoti delle dita a gran velocità: in El Diablo troviamo un tizio in una cantina che fa lo stesso… ma infilzandosi poi la mano! Chissà se è davvero una strizzata d’occhio o un elemento originale che precedeva il film di Cameron.

L.

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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Archeo Edicola] Zucchero, miele e peperoncino (1980)

Un assonnato Renato Pozzetto accanto agli eroi a fumetti della Bonelli

Immagini tratte dal terzo degli episodi che compongono il film “Zucchero, miele e peperoncino” (1980) di Sergio Martino, dove Renato Pozzetto inizia l’attività di tassista in proprio con esiti fallimentari.
Il film esce in sala il 17 ottobre 1980: cosa c’era nelle edicole italiane al momento delle sue riprese?

Vediamo Pozzetto all’alba davanti ad un’edicola, e chissà se la Sergio Bonelli Editore ha pagato per avere bene in mostra i suoi cavalli di battaglia dell’epoca…

Dall’alto abbiamo la collana ammiraglia “Tex” con l’albo n. 194 (dicembre 1976) dal titolo “Uomini senza paura“, nella ristampa “Tex Tre Stelle” dell’aprile 1980.

In basso a sinistra c’è il secondo eroe della casa, “Zagor“, con “La scure e la sciabola“, n. 118 (14 maggio 1975): com’è possibile che sia lì, quest’albo, visto che l’unica altra ristampa nota è il “TuttoZagor” del marzo 1993?
Da eBay scopro che nel marzo 1980 quest’albo è stato ristampato e, per distinguerlo dal precedente, ha la scritta rossa Zagor sulla costa.

Al fianco di Zagor si vede un’albo rovesciato così da mostrare la pubblicità sulla quarta di copertina, che ritrae un “Bonelli non BonelIi”. il “Judas” di Ennio Missaglia era infatti edito dalla DAIM Press, nome precedente il più celebre “Sergio Bonelli Editore”, ed ha avuto una breve vita fra il 1979 e il 1980: per un pelo riesce ad essere citato in questo film.
Molto probabilmente quell’albo è il numero 8 (aprile 1980) però rovesciato, così che dall’inquadratura vediamo la pubblicità del numero 9 (maggio 1980), “Capro espiatorio“.

Il terzo eroe è “Mister No“, all’epoca il più giovane del gruppo, che qui presenta l’albo n. 59 (aprile 1980) dal titolo “Catturatelo vivo!“.

Chiude la fila di nuovo “Zagor“, stavolta inedito: si tratta del n. 177 (14 aprile 1980) dal titolo “Il ritorno di Guitar Jim“.

Ecco dunque ricreata quell’edicola dell’aprile 1980:

Si vedono anche dei fumetti dei Barbababà, sulla sinistra, ma non saprei identificarli.

L.

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Pubblicato da su luglio 4, 2017 in Archeo Edicola

 

Tre libri per cambiare un mondo

Questo post avrei dovuto scriverlo a maggio, quando “Urania” n. 1642 ha riportato in edicola “Domani il mondo cambierà” di Michael Swanwick, ma visto che grazie al digitale il libro sarà per sempre disponibile, questo piccolo ritardo si annulla.

Ne approfitto quindi per ripescare un testo breve che ho scritto il 23 agosto 2005 sul gruppo Yahoo! “Libridine”: recuperarlo non è stato facile, perché da anni non accedevo a Yahoo! e mi ha chiesto un campione di sangue prima di farmi entrare di nuovo!
Arricchisco quel mio vecchio intervento di trame e link vari: spero possa essere utile questa segnalazione.

Tre libri
per cambiare un mondo

Ho letto tre libri (due questo mese, uno anni fa) molto simili e vorrei discutere delle differenze.
Ecco i libri e le trame ufficiali:

Domani il mondo cambierà” (Stations of the Tide, 1991) di Michael Swanwick
Urania n. 1236 (24 lugliio 1994)
Vincitore del Premio Nebula 1991 assegnato dall’Associazione degli Scrittori Americani di Fantascienza (SFWA), Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.


Diga sul pianeta Hestia” (Hestia, 1979) di C.J. Cherryh
Urania n. 933 (12 dicembre 1982)

Se non sapessimo che l’autore di questo romanzo (ormai celebre negli USA) è una donna, non esiteremmo a lodare in primo luogo la sua straordinaria delicatezza di fantasia e di stile. Ma come evitare che alcuni lettori non pensino subito a un “romanzo rosa”, benché l’avventura sia spaziale e il lugubre, degradato, piovoso pianeta Hestia sia popolato da rozzi ubriaconi? Metteremo l’accento, dunque, piuttosto sulla robustezza dell’intreccio e sull’eccezionale qualità di un “suspense” che non ha nulla di particolarmente femminile, né di particolarmente maschile, ma è per così dire un suspense unisex, ovverosia per tutti.

 

 


È difficile essere un dio” (Trydno byt’ bogom, 1966) di Boris ed Arkadi Strugatski
Urania n. 1109 (10 settembre 1989)
La razza umana ha conquistato le stelle. E nella Galassia ha scoperto l’esistenza di un’altra forma di vita, di un’altra civiltà evoluta. Un nuovo, immane compito attende gli uomini, quello di sorvegliare affinché le varie culture di sviluppino armonicamente. Molte sono le persone che, col rango di osservatore, vengono disseminate sul pianeta, ma non per tutti è facile rimanere distaccati dagli avvenimenti che si succedono. Il compito principale di un osservatore è solo quello di guardare e riferire, ma non tutti sanno, o vogliono, disgiungere il cuore dalla mente. Cosa succederà se qualcuno cercherà d’intervenire nei fatti di un’altra cultura? Quali saranno le ripercussioni a livello planetario prima, galattico poi? Sul classico tema dell’utopia, un romanzo carico di tensioni, gravido di domande le cui risposte interessano tutti.


 

Tutti e tre questi romanzi raccontano le vicende di un osservatore esterno, un terrestre, inviato in una colonia umana su un altro pianeta per cercare di risolvere una situazione problematica. In queste storie le colonie terrestri sono ad un livello bassissimo di tecnologia, né fanno qualcosa per cambiare la situazione: si aspettano l’aiuto della Terra (Cherryh e Swanwick) o si fanno bastare quel che hanno (Strugatski). L’osservatore esterno ha le mani legate, ma dovrà in qualche modo aiutare la popolazione della colonia che, per quanto lui disprezzi, suscita comunque un certo rispetto.
Tre storie molto simili, dunque, ma profondamente differenti nei contenuti.

Il romanzo della Cherryh è una godevolissima storia di “frontiera”. I coloni devono costruire una diga che distruggerà il territorio di alcuni alieni autoctoni, per nulla disposti a dar spazio agli invasori. Ricorda molto una storia western fra indiani e cowboy, e possiamo dire che la “morale” della storia sia: colonizzare va bene, ma bisogna rispettare chi ci sta attorno.

Il romanzo di Swanwick ha connotazioni decisamente religiose. Il terrestre infatti deve cercare Gregorian, messia che vuole salvare la gente della colonia rendendola indipendente dalla Terra. Gregorian è nato da madre vergine, la quale è stata “fecondata” da un uomo venuto dal cielo. (ricorda niente?). La storia si basa molto su elementi mistico-religiosi, uniti ad una (forse troppo) forte dose di esoterismo.

Il leit-motiv del romanzo degli Strugatski, invece, è: per salvare gli uomini, un dio deve scendere nel fango insieme a loro, ma appena lo fa… non è più un dio.
L’osservatore esterno è frustrato perché la gente della colonia non evolve, non sviluppa una società complessa, ma rimane ad un modello medievale. In confronto agli autoctoni, il terrestre è come un dio ma la responsabilità è pesante: spingere la comunità verso un non meglio specificato progresso o lasciare che nuoti nel proprio fango? L’osservatore, come ogni dio che si rispetti, non dà segni né indicazioni. Ma prima o poi dovrà intervenire, ed assumere su di sé la responsabilità di tutta una civiltà.

L.

A destra, il celebre regista Werner Herzog
nella parte dell’amico di Don Rumata (Edward Zentara)

P.S.

Ricordo che da È difficile essere un dio è stato tratto uno splendido film, di cui parlo nel mio speciale Strugatsky Forever del blog “Il Zinefilo“..

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Pubblicato da su luglio 3, 2017 in Recensioni

 
 
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