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Le ultime parole di Giulio Cesare

Compie dieci anni una delle mie primissime “indagini” letterarie, che all’epoca mandai in giro tramite mail ad un giro di amici. Mi sembra l’occasione giusta per ripescare, dal lontano 19 marzo 2008, l’ultimo fiato di Cesare…


Le ultime parole di Giulio Cesare

Il 15 marzo del 44 a.C. muore Caio Giulio Cesare, sotto le pugnalate dei cospiratori “nostalgici” della Repubblica che mal vedono il potere assoluto del signore di Roma: quest’evento è fra i più famosi della storia occidentale, ma raramente viene separato dal fascino drammatico delle ultime parole pronunciate da Cesare morente… Ma cosa disse egli prima di soccombere alle pugnalate?
Né storici né letterati erano presenti quel giorno a Campo Marzio, eppure sono proprio gli storici e i letterati che hanno creato, alimentato e propagato la leggenda delle ultime parole del grande romano.

Il primo a narrare la storia, più di cent’anni dopo gli eventi, è Svetonio (vissuto fra il 70 e il 126). Come membro della corte imperiale, lo storico aveva accesso a documenti di prima mano, ma è noto che usasse spesso e volentieri “voci di corridoio” e fonti non troppo attendibili. Nella sua celebre opera Vite dei Cesari (libro I, capitolo 82), egli scrive che

«[Tillo Cimbro] gli afferrò da entrambe le spalle la toga; poi, mentre Cesare gridava “Ma questa è violenza!”, uno dei due Casca lo ferì da dietro un poco sotto la gola. […] E così fu trafitto da ventitré ferite, emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola. Alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: “Kài sù, tèknon?”».

Quindi Svetonio ufficialmente scrive che Cesare morì «senza una parola», ma poi cede alla tentazione di riportare ciò che dei fantomatici “altri” avrebbero raccontato: che cioè il romano morendo esclamò, alla volta di Bruto, una frase in greco che vuol dire «anche tu, figlio?». Perché Cesare, in punto di morte, avrebbe dovuto esclamare una frase in greco? Probabilmente Svetonio si stava basando su fonti elleniche.

Ed è proprio un illustre greco, coevo di Svetonio, a narrare per ben due volte la morte di Cesare: si tratta di Plutarco di Cheronea (circa 46-127), autore delle Vite parallele, celebri biografie di personaggi famosi.
Nella Vita di Cesare (capitolo 66,8), Plutarco narra che Cesare ferito

«gridò in latino “Maledettissimo Casca, che fai?”, e l’aggressore gridò, in greco, al fratello “Fratello, aiuto”!».

Nella Vita di Brutus (capitolo 17), Plutarco parla di nuovo dell’avvenimento ma cambia un po’ le parole. Cesare ferito

«gridò in latino “Empio Casca, cosa fai?”. Poi Casca, rivolgendosi in greco a suo fratello, gli chiede di aiutarlo».

Da notare dunque che Svetonio (latino) dice che Cesare parlò in greco; Plutarco (greco) dice che Cesare parlò in latino… Ma al di là di questo, quand’è che si rivolge a Bruto? Tutti sappiamo infatti che Cesare, dibattendosi tra le famose pugnalate, quando vede il figlioccio Bruto fra i congiurati ha il vero colpo al cuore e lancia la celebre frase…

Plutarco, in entrambe le sue biografie, con parole un po’ diverse spiega che secondo alcuni autori (non prende posizione quindi in proposito) il signore di Roma, appena visto Bruto, si accasciò a terra tirandosi sulla testa la toga: un gesto per esprimere la rassegnazione a morire. Lo storico greco, però, non riporta alcuna frase detta da Cesare morente alla volta di Bruto.

Il bilancio, finora è chiaro. I primi storici a raccontare l’evento danno per certo che Cesare maledisse Publio Longo Casca (il primo dei congiurati a pugnalarlo), ma nessuno dei due riporta alcuna frase detta alla volta di Bruto: Plutarco tace, mentre Svetonio riporta solo delle vaghe voci. Come mai allora per i successivi duemila anni si è ignorato Casca e si è messo in bocca a Cesare il richiamo a Bruto?

Il primo di cui si ha traccia è William Shakespeare (1564-1616), che fornirà una delle più famose versioni dell’accaduto nel suo dramma Giulio Cesare (scritto probabilmente intorno al 1599). Il protagonista, colpito a morte, alla volta di Bruto esclama:

«“Et tu, Brute?”… e allora cadi, Cesare!»
(atto terzo, scena prima).

Nel 1861 il reverendo John Hunter aggiunge una nota a questa battuta:

«L’esclamazione non ha alcun riscontro diretto nella storia antica, comunque è riportata in alcuni lavori di drammaturgia del sedicesimo secolo».

Quindi Shakespeare non può rifarsi né a Plutarco né a Svetonio, che tacciono l’aneddoto: facile dunque che nel corso del tempo sia nata una tradizione a cui l’Et tu Brute? fa riferimento.

A Londra, nel 1641, all’Alta Corte del Parlamento “Mr. Smith of the Middle-Temple” inserirà nella sua arringa:

«Kai su teknon! disse Cesare al Senato; non era per la propria morte che si crucciava, bensì per il fatto che il proprio figlio alzasse la mano contro di lui per ucciderlo».

In Spagna, nel 1644, il celebre Francisco de Quevedo (1580-1645) scrive Vida de Marco Bruto rifacendosi alla versione di Plutarco: «esclamando ad alta voce, detto in latino: Maledetto Casca, che fai?». Quando Cesare vede Bruto, Quevedo si sente in dovere di precisare: «Svetonio scrive che egli disse in greco E tu fra questi? Anche tu, figlio?». Era troppo forte la carica emotiva di questa frase perché Quevedo rinunciasse ad usarla.

Il 14 luglio 1829 Giovan Battista Niccolini, in una lezione all’Accademia della Crusca, reciterà

«Tu quoque, Brute, fili mi, dovea scoter fortemente l’animo di quel Romano, e quel pensiero molto direbbe allo spirito, quantunque significato venisse con maggior numero di parole».

Come si vede, le ultime parole di Cesare mutano e di evolvono con l’andar del tempo, e la situazione non cambia con l’arrivo del Novecento.

Nel 1948 Thornton Wilder ricrea l’ambiente romano e la vita di Cesare in forma epistolare nel romanzo Le Idi di marzo (The Ides of March). Lo scrittore, però, evita di prendere posizione in merito alla morte del grande romano: per descrivere l’azione non fa altro che riportare dichiaratamente il testo di Svetonio, come a mettere agli atti la sua testimonianza.

Nel 1986 il giornalista e scrittore Antonio Spinosa, nel suo Cesare, il grande giocatore, ricrea la vicenda e dà anche una originale spiegazione del perché il romano abbia parlato in greco:

«Tullio Cimbro si faceva più insistente, e, come a richiamare la sua attenzione, lo tirò per la toga. Quello era il segnale che i cospiratori attendevano per estrarre i pugnali dalle pieghe delle toghe e colpire la vittima. Cesare poté appena accennare a una protesta contro il gesto di Cimbro. Non aveva finito di dire: “Ma questa è violenza”, che fu raggiunto dalla prima pugnalata. Da dietro lo aveva colpito Publio Casca, sotto la gola, verso la nuca, ma senza forza perché tremante di paura. Cesare, benché sanguinante, reagì con prontezza. Riuscì a strappare il pugnale dalle mani dell’attentatore e con quell’arma lo ferì a un braccio mentre esclamava: “Maledetto Casca, che fai?”. […] Era allo stremo delle forze quando il suo sguardo già offuscato incrociò gli spiritati occhi di Marco Bruto che gli vibrava una pugnalata all’inguine. Cesare si accasciò, si avvolse il capo con la toga, e, guardando per l’ultima volta l’assalitore, disse in greco: “Anche tu, Bruto, figlio mio”. Sempre usava il greco nei momenti di più intensa emozione. Non aggiunse altro. Con queste parole di profonda disperazione si chiudeva la sua vita».

Nel 2002 la scrittrice australiana Colleen McCullough affronta la morte di Cesare nel sesto libro del ciclo “I Signori di Roma”. Ne Le Idi di marzo (The October Horse) l’autrice è l’unica ad attenersi strettamente alle fonti storiche, ignorando le “voci di corridoio”:

«Benché lottasse strenuamente, Cesare non gridò e non disse nulla […] quella mente unica volse le residue energie al morire con la dignità intatta».

La McCullough non cede alle lusinghe che hanno tentato i suoi illustri predecessori, e quindi non riporta parole che appartengono più alla cultura popolare che alla storia.

Di tutt’altra pasta è La caduta dell’aquila (The Gods of War), romanzo storico del 2006 in cui Conn Iggulden si prende più licenze di quante siano mai state prese in passato.

Secondo Iggulden,

«[Cesare] lanciò un urlo quando Svetonio lo colpì e dalla spalla scese un rivolo di sangue. […] C’era sangue dappertutto; […] non smise di invocare aiuto, sapendo che avrebbe potuto sopravvivere anche alle ferite più gravi. […] “Aspettate” venne una voce lì accanto. Le mani insanguinate lo spinsero contro lo schienale del seggio e Caio Giulio, con un barlume di speranza, si voltò a guardare chi li aveva fermati. […] “Anche tu, Bruto?” Bruto avanzò tra i seggi e levò il pugnale davanti al viso di Caio Giulio. Aveva negli occhi un’espressione triste e trionfante, insostenibile. “Sì” rispose piano. “Allora uccidimi in fretta. Non posso vivere sapendolo” disse in un sussurro».

Va bene romanzare la storia, ma sicuramente Iggulden esagera: Svetonio che pugnala per primo, invece che Casca; Cesare che non smette di gridare aiuto quando tutti gli storici concordano che abbia taciuto; addirittura un breve dialogo con Bruto… Insomma, più che una rielaborazione romanzata ci sembra di essere davanti ad un vero falso storico.

Cos’ha detto veramente Cesare, in punto di morte, in che lingua e se veramente abbia detto qualcosa non lo sapremo mai. Non ha veramente importanza, però, perché ugualmente ha infiammato la fantasia ed acceso la creatività di venti secoli di storici e letterati.

Chiudiamo con un piccolo gioiello dell’argentino Jorge Luis Borges: La trama, del 1960 (raccolto nell’antologia “L’artefice”).

«Perché il suo orrore sia perfetto, Cesare, incalzato ai piedi di una statua dagl’impa­zienti pugnali dei suoi amici, scopre tra le facce e gli acciai quella di Marco Giunio Bruto, il suo protetto, forse suo figlio, e non si difende più ed esclama: «Anche tu, figlio mio!». Shakespeare e Quevedo raccolgono il patetico grido. Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; diciannove secoli dopo, nel sud della provincia di Buenos Aires, un gaucho è aggredito da altri gauchos e, nel cadere, riconosce un suo figlioccio e gli dice con mite rimprovero e lenta sor­presa (queste parole bisogna udirle, non leggerle): “Come, tu!”. Lo uccidono e non sa che muore affinché si ripeta una scena».

L.

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Pubblicato da su giugno 1, 2018 in Indagini

 

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Pseudobiblia Horror Rock

In questi giorni il saggista e studioso Eduardo Vitolo ha partecipato allo speciale “The Pleasure of Pain” del blog The Obsidian Mirror con un pezzo imperdibile su quanto il film Hellraiser (1987) abbia influenzato la scena heavy metal.
Per “lanciare” l’intervento di uno scrittore che mi fregio di conoscere da anni, ripesco uno splendido articolo che Eduardo ha scritto per la mia rubrica di ThrillerMagazine dedicata ai “libri falsi”: una primizia che meritava di essere riportata in luce!


Pseudobiblia Horror Rock

di Eduardo Vitolo

da ThrillerMagazine, 30 maggio 2012

Prese un libro tutto rilegato in pelle
Qualcosa che sa di non aver mai letto
E la prima pagina dice: attenzione, avete trovato la risposta
La successiva dice: vorrei che tu fossi morto
Non andare avanti
Mettilo da parte
Stai leggendo dalla Bibbia Nera

Così recita R.J. Dio, noto cantante italo americano dei gloriosi Black Sabbath, nel brano Bible Black (La Bibbia Nera) tratto da The Devil You Know, celebre album del 2009, che vede come protagonista la reunion del gruppo di Birmingham con la formazione degli anni ’80, sotto il monicker quantomeno “lampante” di Heaven and Hell.

Dio non è nuovo a temi horror/fantastici: già nel suo progetto solista si era sbizzarrito a raccontare una dimensione parallela dell’umana immaginazione, popolata da draghi, elfi, mostri innominabili, prodi guerrieri in armatura e imprese degne di essere cantate in un poema epico (possibilmente inventato di sana pianta dallo stesso cantante, autore anche di tutti i testi dei suoi dischi).

In The Devil You Know affronta il tema controverso del Diavolo e della sue opere malefiche che possono concretizzarsi anche in una Bibbia fittizia che invece di portare alla santità l’incauto lettore, conduce direttamente alla dannazione e alla morte.

Ma quando nasce questo connubio ombroso e maledetto tra innominabili pseudobiblia e umori mefistofelici tradotti nella musica rock?

Tornando indietro nel tempo precursori di questa discutibile “alleanza” sono i Necronomicon, misconosciuto combo tedesco, attivo dai primi anni ’70.

Capitanati dall’estroso chitarrista Norbert Breuer, i nostri si divertono a mischiare la psichedelia acida degli anni ’60 e il Kraut Rock tipico delle loro lande con atmosfere sulfuree e dark, ad opera del tastierista e organista Fistus Dickmann. Nell’unico album dato alle stampe nel 1972 e dal titolo allegro di Tips Zum Selbstmord (in italiano: “Consigli per il suicidio”) i Necronomicon infarciscono i loro brani di rimandi e citazioni al libro di Magia Nera scritto dall’arabo pazzo Abdul Alhazred. E se le pagine del libello inventato da H.P. Lovecraft possono portare alla follia oppure a una morte orribile, il gruppo tedesco ci mette sicuramente il suo, intessendo sonorità al limite dell’allucinato o del catacombale.

Ne verranno stampate solo 500 copie autoprodotte in vinile che subito (e di sicuro per l’aura luciferina emanata dai solchi del disco) diverranno croce e delizia dei collezionisti con cifre altissime (si parla di 1.500 euro a copia).

Non si tratta di un caso isolato: dagli anni ’80  l’universo variopinto del Metal attingerà a piene mani dalle pagine maledette del Necronomicon creando un ibrido di visioni repellenti e musiche adatte ai deliri letterari del Solitario di Providence.

Un gruppo Thrash Metal tedesco (ancora loro!) avrà nuovamente l’ardire di assumere il nome del libello demoniaco ideato da Lovecraft. Si tratta di un quartetto di Lörrach, piccolo paese al confine svizzero, autore di una manciata di dischi di culto dalla metà degli anni ’80 e tutt’ora in attività dopo una pausa negli anni ’90.

Ovviamente la musica dei Necronomicon non potrà che essere a tema: potente, veloce, occulta, satanica.

Il disco di debutto “omonimo”, pubblicato nel 1986 è un piccolo campionario degli orrori, tra invocazioni al maligno e non velati riferimenti alla demonologia inventata da Lovecraft.

Uno dei momenti “Alpha” del rock lovecraftiano, così come teorizzato nel saggio Horror Rock, la musica delle tenebre (Arcana, 2010)

Inevitabile che in seguito un’orda di metallari, infarciti di letture gotiche e fantascientifiche, abbia sentito il bisogno (invero proibito e quindi attraente) di raccontare nei loro testi, la malia mortale del Necronomicon. Gruppi estremi e repellenti, provenienti da ogni angolo del globo, contribuiranno a rimpolpare la schiera dei devoti all’Arabo Pazzo: dagli svedesi Hypocrisy agli americani Ripping Corpse, dai messicani Shub Nigurath ai canadesi Sacrifice, passando per Mercyful Fate, Deicide, Nile, Morbid Angel, Equimanthorn, Nox Arcana e decine di altri, le maledizioni del Necronomicon affollano l’etere di mezzo mondo, infettando padiglioni auricolari e portando inevitabilmente alla perdizione.

Non ne sarà immune nemmeno un “pazzoide” musicale come John Zorn, ardito sperimentatore d’avanguardia che nell’album Magick del 2004, si divertirà a mischiare free jazz e occulte divagazioni. Un viaggio pauroso e delirante negli abissi insondabili dell’esoterismo.

Il Libro di Skelos, è un trattato di Magia Nera, inventato dall’autore americano Robert E. Howard, collega e amico di Lovecraft.

Stampato in sole tre copie, viene usato dagli stregoni dell’Era Hyboriana per lanciare sortilegi, scatenare gli elementi, invocare demoni e riportare i morti in vita.

Poteva il Metal ignorare un topos letterario così oscuro ed epico insieme? Ci penseranno gli americani Manilla Road con l’album The Courts Of Chaos (Le Corti del Caos) pubblicato nel 1990. Il brano (una bonus track del disco) che prende il titolo dallo pseudobiblion howardiano è una cavalcata di otto minuti, divisa in quattro atti, tra atmosfere drammatiche e improvvise digressioni metalliche, atte a descrivere le proprietà malefiche delle formule contenute nel libro:

Tre libri di carne umana
Di Magia, vita e morte
Di ere perdute per l’uomo
Creazione dei dannati

E ancora

Come il Necronomicon,
E l’antica canzone dei bardi
Questi libri contengono molti indizi
Verso  le leggi della Magia e la verità
.

Ma non è solo il Metal (e in generale il Rock) il genere eletto per raccontare storie orrorifiche legate a libri inventati, ma mai così reali nelle descrizioni sonore dei protagonisti dell’Horror Rock.

I De Vermis Mysteriis (nome preso dal grimorio infernale inventato dallo scrittore Robert Bloch nel racconto Il Divoratore giunto dalle Stelle) sono un ensemble francese di musica ambient e elettronica, attivi dal 1993.

Nel disco The Philosophy Of Hatred (La Filosofia dell’Odio, 1996) si divertono a mischiare sinistri rumorismi, nerissime overture tastieristiche, e rabbiose evocazioni nel cuore delle catacombe di Parigi. Un album presto diventato di culto per gli amanti delle sonorità più cupe e gotiche.

Anche il Metal estremo, da sempre invischiato con temi demoniaci e satanici, non mancherà di portare omaggio all’infame pseudobiblion di Bloch con una serie di band e progetti dai più profondi abissi dell’underground musicale (o meglio infernale).

Nomi come Nergal (Grecia), Terrorgoat (Finlandia) e Nox In Tempesta (Germania) infarciscono le loro sfuriate black metal di lugubri riferimenti alle formule magiche del libro.

Persino i doomsters americani High On Fire, da sempre lovecraftiani convinti, si spingeranno oltre nel loro concept musicale, dedicando un intero album all’invenzione letteraria di Bloch, intitolato non a caso De Vermis Mysteriis e dato alle stampe nei primi mesi del 2012.

Dagli anni ‘70 (ma anche prima: avremo ancora occasione di parlarne) fino ai giorni nostri, l’universo a tinte scure dell’Horror Rock si abbevera copiosamente delle suggestioni esoteriche e controverse degli pseudobiblia letterari.

Una commistione innominabile che si agita, urlante e deforme, sotto l’epidermide della storia della musica, pulsando nelle vene di tanti estimatori e appassionati.

Perché come dice Jack lo Squartatore nel fortunato film del 2001 con Johnny Deep: «Questi simboli, la squadra, il pentacolo… anche un individuo profondamente ignorante e depravato come voi avverte che essi sono pregni di energia e di significato».

Quella stessa energia che alimenta, anno dopo anno, come un immondo sortilegio, quella dimensione “altra” della scena musicale, chiamata “Pseudobiblia Horror Rock”.


Chiudo ricordando gli splendidi saggi di Eduardo.

L.

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Pubblicato da su maggio 29, 2018 in Pseudobiblia

 

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[Books in Movies] Total Recall (2012)

Il 18 aprile 2018 il canale TV8 ha trasmesso Total Recall – Atto di forza (2012) Len Wiseman, finto remake del mitico Atto di forza (Total Recall, 1990) ispirato ai romanzi di Philip K. Dick. In realtà questo film moderno è un semplice sfoggio di effetti speciali ed ottime scene d’azione: non ha trama e non fa neanche finta di rifarsi al vecchio film, è un semplice flusso di potenza visiva. Curiosamente ha ricevuto molte critiche da chi invece di solito esalta il cinema superficiale: è diretto dallo stesso creatore di Underworld (2003) che è un film di rara bruttezza e stupidità, eppure riscuote grande credito fra il pubblico…

Sul Zinefilo ho presentato i rari titoli di testa italiani di Total Recall, ma ora è il momento di una simpatica chicca libraria.

Trasporto moderno, lettura antica

Durante il suo viaggio quotidiano in uno speciale macchinario, che lo porta dall’altra parte del pianeta, il protagonista Douglas Quaid (Colin Farrell) ne approfitta per leggere. Ovviamente è una simpatica scena in cui si strizza l’occhio al fatto che in un futuro super-tecnologico il protagonista legga quanto di più “vecchio” si possa pensare in un film del genere: un libro cartaceo.

Visto che il protagonista si ritroverà a vivere una specie di spy story, è una trovata divertente fargli leggere “La spia che mi amava” (The Spy Who Loved Me, 1962), da cui il film omonimo del 1977 con Roger Moore. È apparso in Italia nel 1966 nei “Romanzi” Garzanti con il titolo La spia che mi amò finché nel 1991 la Mondadori non l’ha ripresentato nei suoi Oscar con il titolo del film.
Per un attimo però mi è sembrato che la copertina indicasse un altro romanzo: You Only Live Twice, e per un personaggio che in realtà vive due vite… “si vive solo due volte” sarebbe stato un titolo perfetto!

Una spia inconsapevole che si “tiene aggiornato”

La particolarità dell’edizione mostrata è che fa parte della splendida collana che nel 2002 la Penguin Books americana ha dedicato ai romanzi con James Bond: una ristampa completa con splendide copertine disegnate da Richie Fahey.
Il blog The Book Bond ci informa che per la prima volta tutti i romanzi di Ian Fleming vengono presentati ai lettori americani, i quali tramite quelle copertine “scoprono” che le storie di James Bond sono ambientate negli anni Cinquanta/Sessanta: in precedenza gli editori americani avevano sempre usato copertine molto moderne, di più forte richiamo.

Ecco di seguito la copertina del romanzo usato nel film e di seguito le splendide altre copertine, prese dal blog citato: cliccate per ingrandire.

Penguin Books, settembre 2003

 

L.

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Pubblicato da su maggio 28, 2018 in Books in Movies

 

Mangiare i libri: la più antica forma di lettura

Visto che in questo blog sto riversando le mie indagini librarie non autorizzate, ricerche fatte nel corso di anni e apparse nei punti più disparati della Rete, è il momento di ripescare un viaggio a cui tengo molto: quello nella Parola Creatrice.

La realtà esiste se qualcuno la scrive, e da che mondo è mondo – cioè dalla sua genesi – la Parola crea usando la scrittura: propongo un percorso che ci porterà a conoscere i fili narrativi nati dala “scrittura creatrice”.

Nel novembre 2014 ho trasformato questa “indagine” in un eBook gratuitoliberamente scaricabile da qui nel solo formato .ePub – quindi se non vi va di leggere il testo che segue potete benissimo scaricare il libro e sfogliarvelo nel vostro lettore preferito.


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Pubblicato da su maggio 25, 2018 in Indagini

 

Cinecomics del Cuore – Ecco perché non ne ho! (4)

Dopo la tripla delusione di Tex, il Punitore e l’Uomo Ragno, mi si aprono gli anni Novanta, con un mare di film tratti da fumetti che non avevo mai letto. Giusto per citare i più noti: “Dick Tracy” (1990), “Tartarughe Ninja alla riscossa” (1990), “Rocketeer” (1991), “Il Corvo” (1994), “L’uomo ombra” (1994), “The Mask” (1994), “Dellamorte Dellamore” (1994), “Timecop” (1994), “Tank Girl” (1995), “Dredd” (1995), “Crying Freeman” (1995), “The Phantom” (1996), “Barb Wire” (1996), “Spawn” (1997), “Steel” (1997), “Blade” (1998), “Virus” (1999), “Mystery Men” (1999)…
Ma qualcuno seguiva davvero tutti i relativi fumetti originali, in Italia? Anche in quei casi in cui erano stati tradotti da noi, non è che fossero di facilissima reperibilità. Forse erano più noti gli animeAkira” (1988), “Battle Angel Alita” (1993) e “Ghost in the Shell” (1995), perché il fumetto giapponese era appena esploso ed era più facile trovarlo in giro.

Per fortuna non ero già più fan sperticato di Dylan Dog quando è uscito il film con Rupert Everett, l’unico possibile attore in grado di rifarsi al personaggio Bonelli: non ricordo se ho mai visto per intero il film – ricordo solo il “doppio impegno attoriale” della giovane Anna Falchi! – e proprio questa assenza di ricordo la dice lunga sulla mia stima del prodotto.

Superato il Duemila il cinema è morto e per guadagnare due spicci ha iniziato ad usare ogni mezzo possibile: quando ci si è resi conto che bastava dire “tratto dal fumetto…” per vendere meglio un film, il cinecomic è decollato potente e devastante. E falso. Infatti non mancano film tratti da fumetti che non sono tratti da fumetti: è un’operazione farlocca a tavolino, è come 2001 che è stato spacciato per “tratto dal romanzo di Clarke” invece Clarke scriveva il libro man mano che Kubrick dirigeva. Addirittura ci sono casi in cui nessuno ha mai visto il fantomatico fumetto da cui è stato tratto il film del momento, semplicemente perché non esiste, ma questa è un’altra storia..

La “morale” del viaggio è che sin da quando sono ragazzo mi capita di vedere film tratti da fumetti, la maggior parte dei quali non ho mai letto, e il risultato è sempre lo stesso: totale annullamento di tutto ciò che è buono nel fumetto per sottostare alle rigide (e pessime) regole del cinema. Perché sullo schermo non si può far vedere la maggior parte delle cose che un fumetto invece può mostrare, ecco perché sono due media differenti e perché dovrebbero andare per la loro strada, non fondersi e confondersi. (Ormai ci sono fumetti che sembrano un film: un pessimo film.)

Continuo a bazzicare il mondo del fumetto americano perché non so resistere alle tentazioni, ma sto quasi sempre alla larga da DC/Marvel, cercando nel vasto universo al di fuori della continuity/soap opera delle supertutine elementi propri del fumetti fin troppo spesso dimenticati: l’intrattenimento e la meraviglia. Sembra roba facile, ma non lo è affatto…

L.

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Pubblicato da su maggio 24, 2018 in Ricordi

 

Cinecomics del Cuore – Ecco perché non ne ho! (3)

Da piccolo ricordo che guardai ammirato i vari Superman che si alternavano in TV, e sono abbastanza sicuro di averne visto qualcuno al cinema parrocchiale del mio quartiere. Ma non ho mai letto il fumetto: sin da piccolo ho trovato imbarazzante un eroe che giri in pigiamino colorato, quindi mi sono tagliato via il 90% del fumetto americano in Italia sin da subito.


3. Super pigiami in azione

Non avevo mai letto una sola vignetta di Batman quando un mio compagno di classe mi invitò ad una proiezione gratuita del film di Tim Burton. “Batman” (1989) fu un’esplosione pubblicitaria titanica, credo che sia stato speso molto di più per gadget che per il film: ogni rivista presentava foto, ogni edicola e tabaccheria avevano mare di materiale con il logo e ovunque si era tutti immotivatamente eccitati: fanno il film di Batman! Essendo a Roma, la risposta sarebbe dovuta essere «E ’sti cazzi!» invece erano tutti enormemente eccitati. Come se non fosse mai apparso un supereroe al cinema o in TV… come se non ci fosse già stato l’Uomo Ragno…

Nei miei ricordi ero un minuscolo soldo di cacio quando vidi in TV “L’Uomo Ragno“, un film che in realtà – ho scoperto dopo – era una serie televisiva del 1977 che in Italia venne presentata “fusa” in tre film, prima trasmessi al cinema – com’era usanza dell’epoca, dove gli eroi televisivi passavano anche in sala – e poi dalla RAI in TV. (In seguito detti film passarono anche a Mediaset.)
Sembra incredibile, ma la prima volta che la RAI ha trasmesso l’Uomo Ragno era il settembre 1989, ed avevo 15 anni. Sicuramente ero un giovane idealista, perché altrimenti non si spiega il grande entusiasmo di vedere un film con un supereroe di cui non mi era mai fregato niente. Però ci sono gli effetti speciali, roba forte: come ho potuto giudicarli vagamente decenti, in un’epoca di Spielberg e Industrial Light & Magic? Va be’, ero un giovane sognatore…
Questo però non mi impedì di giudicare ben poca cosa quella serie di film, che ho prontamente dimenticato, rispolverandone il ricordo solo quando Spider-Man arrivò al cinema… Certo che questo Spider-Man assomiglia all’Uomo Ragno, chissà se è lo stesso personaggio, finito suo malgrado in un Paese itanglese…

Effetti speciali mirabolanti!

Circa un mese dopo l’Uomo Ragno, come vi dicevo, un mio compagno di liceo il cui padre lavorava come barista nel cinema New York di Roma (ormai scomparso. Il cinema, intendo) mi dice che può entrare gratis con un amico a vedere “Batman“: mi interessa? Va specificato che con questo compagno non eravamo amici, anzi: lui era il tipico stronzo della classe, ma per motivi misteriosi mi invitò al cinema. Temo che non abbia trovato proprio nessun altro disposto a vedere quel film…

Un cinema gratis non si rifiuta mai, così in un’epoca in cui l’espressione “grande schermo” indica ancora uno schermo grande, non un multisala costruito nello spazio di un monosala, mi vedo il grande “capolavoro” di Tim Burton: quando ancora le luci si stanno spegnendo per iniziare, un tizio vicino a me sussurra ad un altro «Me sa che è ’na cazzata». E non sono neanche iniziati i titoli di testa! Un vero Nostradamus, perché aveva ragione lui.
Il silenzio è pesante, quando Jack Nicholson fa le boccacce, quando Kim Basinger fa… boh, che faceva nella vita Kim Basinger oltre a fare Kim Basinger? Mai capito… Quando le splendide scenografie fanno da sfondo all’imbarazzo col cappuccio, con un bravissimo Michael Keaton che deve fingere una paralisi cerebrale e, con le movenze di un torso umano affetto da sclerosi, dire cose stupide con tono di voce rauco… la morte nel cuore si fa sentire.

Al mio ritorno a casa buttai via i gadget di Batman che avevo trovato: credo mi rimase solo un quaderno scolastico, che mi serviva per i compiti.

Per fortuna per molti anni ancora non avrei avuto notizia di “Capitan America” (1990) e “Nick Fury” (1998), e i vari seguiti di Batman li ho visti con un occhio solo, giusto per confermare che fossero immani cagate: assunto confermato. George Clooney ha rivelato recentemente che ancora oggi va alle convention con il solo scopo di chiedere scusa a tutti i fan per aver interpretato Batman!

Quindi ho chiuso con i super pigiamini? No, perché nell’estate del 2002 arriva in Italia “Spider-Man“, che tutti l’hanno dimenticato ma è lo stesso Uomo Ragno che girava TV: ora è Spider-Man e quindi è molto più figo. Quindi ricevo una proposta indecente: mio padre muore dalla voglia di vederlo ma non vuole andare al cinema da solo… non è che posso accompagnarlo?

Quel giorno del 2002 mi ritrovo a 28 anni infilato in un mini-sedile di un cinema multisala costruito nello spazio di un monosala, circondato da un’orda di ragazzini urlanti e caciaroni, a guardare per la milionesima volta le origini del personaggio le cui origini sono le più note della storia: forse solo la morte di Gesù è più nota della nascita di Spider-Man. Eppure questo non ha fermato il cinema dal riproporcele per altre mille volte…
Due ore mi sono sembrati due giorni, con gli effetti speciali da cartone animato e una storia così infantile, semplice e lineare che al confronto Superpippo è Dostoevskij. Cosa non si fa per i padri…

Il resto della Marvel l’ho visto perché vedo di tutto, ma siamo parecchio lontani anche dalla sola sufficienza: nessun super pigiamino mi ha mai donato altra sensazione che non fosse imbarazzo.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 23, 2018 in Ricordi

 

Cinecomics del Cuore – Ecco perché non ne ho! (2)

Prima di Tex leggevo solamente il settimanale “Topolino” (e relativi speciali Disney su cui potevo mettere le mani) e strisce comiche: Andy Capp, B.C., Sturmtruppen e via dicendo, in pubblicazioni trovate nella fumetteria dell’usato che frequentavo (Eureka, Linus, ecc). Chi mai potrebbe concepire un film nato da una striscia comica? È come se esistessero dei pazzi fuggiti da un manicomio che decidessero di fare un film dalle Sturmtruppen… andiamo, siamo seri… Come dite? L’hanno fatto? Due volte? Che grande Paese creativo che siamo…
Per fortuna la mia giovane mente non è stata fuorviata dalla visione dello “Sturmtruppen” (1976) di Salvatore Samperi, scandito dall’inintelligibile tema sonoro di Cochi e Renato, che “se la cantano per amore”.
L’apertura a Tex mi ha fatto scoprire che esisteva tanta narrativa diversa, tanto personaggi da scoprire, ed è stata una folgorazione… sulla via della punizione!


2. Il Punitore di se stesso

Purtroppo non ricordo come sono arrivato a conoscere Frank Castle, il Punitore, ma so che è stato amore potente e devastante. Tutti i buoni sentimenti instillati da decenni di Topolino sono stati spazzati via da una scarica di M16, tutte le battutine elementari sono esplose sotto i colpi di un Uzi, tutta la mia infanzia è crollata sotto i martellanti colpi di una M60. Tutte armi che mi ha fatto conoscere Castle durante la sua missione di morte e distruzione.

A cavallo del 1990 ero evidentemente l’unico in Italia a comprare il mensile “Il Punitore” della Star Comics, perché chiunque abbia incontrato, di qualunque età, al sentire Frank Castle risponde «Ah sì, adoro Garth Ennis». Che c’entra? Il bravo autore ha reinventato il personaggio nel Duemila, ma quello è il Punisher: io parlo del Punitore, che negli anni Ottanta zompettava in giro con la sua tuta nera – l’unica tutina che ho mai tollerato! – e con il suo inseparabile amico Microchip ordiva piani assurdi pieni di armi, che in appendice al volume venivano spiegate. Erano gli anni di Chuck Dixon, gli anni in cui Castle si ritrovava disegnato da un decano come Berni Wrightson, gli anni in cui girava in un furgone come l’A-Team e dove tutto era esagerato. Non era noir, era action, termine ormai ignoto al Duemila.
Dimentico dell’esperienza con Tex Willer, esultai a lungo quando scroprii sulla Guida TV che avrebbero trasmesso il film del Punitore!

Da ragazzo, una giornata poteva essere gioiosa a prescindere se alla sera c’era in TV un bel film che mi aspettava, ma questa “usanza emotiva” non è durata molto, perché più riponevo speranze nel film in questione più rimanevo regolarmente deluso. Ero però ancora fortemente positivo quel martedì 5 novembre 1991: ricordo ancora le emozioni di una giornata passata in dolce attesa della sera, quando sulla RAI avrei visto il più bel film del mondo… un film tratto dai fumetti del Punitore.

I titolisti italiani sono sempre stati dei pazzi ignari di se stessi, quindi non mi stupiva il titolo “Il vendicatore” (1989), mica puoi pretendere che un distributore sappia ciò che sta distribuendo. Dalla guida TV so che è protagonista Dolph Lundgren, ma rimango ottimista. Uno snello svedese biondone per interpretare un massiccio americano moro di vaghe origini italiane. Va be’, ora non stiamo a fare i puntigliosi: è un film sul Punitore, cosa può esserci di più bello al mondo?
Non ricordo altro. Devo essere svenuto. Ho dei flash con il protagonista dalla barba più brutta del mondo che gira in moto per le fogne, in lunghe scene ipnotiche: non fai in tempo a chiederti perché giri in moto nelle fogne che finisci in un vortice psichico da cui non puoi uscire. Non ricordo neanche l’arrivo dell’inutile Louis Gossett jr, forse neanche c’è, nel cast…

Come si fa a sbagliare un film sul Punitore? Devi prendere un tizio massiccio e fargli svuotare caricatori addosso ai cattivi. Metti un rapido flashback sulla moglie e i figli uccisi dalla mafia e tutto il resto è giustificato. Stop. Al massimo gli fai pensare qualcosa di semplice… ma di sicuro non lo fai parlare con Dio mentre sta nudo in ginocchio!

Stavolta non fa neanche tanto male, Tex mi ha fatto capire che non vanno mai confusi i fumetti con il cinema, quindi il dolore è solo una fitta sorda che dimentico in fretta. Non esiste un film sul Punitore. Oggi continuano a fare film sul Punisher, che ai fan magari piacciono, ma di sicuro non esiste un film sul Punitore. Quello vero, quello figlio del “durismo” anni ’70-’80, quello figlio dello stesso Mack Bolan che ha dato i natali a Rambo e Callaghan… quello che sterminava criminali quando il giovane Garth Ennis non aveva ancora preso una penna in mano.

C’è anche una serie TV sul Punisher, ma appunto è sul Punisher: a me piaceva il Punitore.

Vi ricordo il mio speciale Le origini del Punisher.

(continua)

L.

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Pubblicato da su maggio 22, 2018 in Ricordi

 
 
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