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I Quattro Codici (1971)

Durante le ricche bancarelle di questa estate 2017 ho trovato una curiosità a cui davvero non ho saputo resistere, visto che è bastato 1 euro per portarla via: un’edizione in unico volume intitolata “I Quattro Codici”, una raccolta dei quattro codici per le udienze civili e penali in formato… be’, non direi proprio tascabile, anche se l’intento era quello.

Di solito questi quattro codici – civile, penale, procedura civile e procedura penale – sono stampati singolarmente, ma l’Editore Ulrico Hoepli di Milano nel 1971 presenta una curiosa edizione tascabile in volume unico, con fascette segnalibro ma soprattutto con un delizioso sistema per poter passare da un codice all’altro: delle scanalature nelle pagine.

Come si vede dalle foto, quattro “voragini” permettono agevolmente di utilizzare i quattro codici raggiungendoli velocemente, poi inserire uno dei quattro segnalibri nel punto prescelto. Malgrado la scomodità dell’edizione – per nulla tascabile – trovo comunque geniale questo sistema di “scelta rapida”.

L.

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Pubblicato da su luglio 31, 2017 in TecnoLibri

 

La biblioteca senza libri (2012)

Il 2 agosto 2012 il periodico “The New Republic” ha pubblicato un articolo dal titolo “The Bookless Library. Don’t deny the Change. Direct it wisely” (La biblioteca senza libri. Non negate il cambiamento, gestitelo saggiamente) a firma di David A. Bell, professore di Storia alla Princeton University.
La casa editrice italiana Quodlibet nel 2013 lo porta nel nostro Paese – con la traduzione di Andrea Girolami – come primo numero della collana digitale “Note Azzurre”, curata da Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni e Paolo Maccari.

Ecco la trama dell’eBook gratuito:

Che fine faranno le biblioteche e i bibliotecari nell’era digitale? Perché dovremmo mantenere costose strutture per ospitare tonnellate di carta, quando tutti i libri saranno disponibili in formato e-book? Come stanno cambiando le abitudini dei lettori? A queste e altre domande cerca di rispondere David A. Bell, professore di Storia a Princeton, in un brillante saggio che disegna una prospettiva rivoluzionaria, prendendo spunto dalle trasformazioni in atto in una delle biblioteche più grandi e avanzate al mondo, la New York Public Library.

Per l’occasione il testo di Bell, molto legato alla realtà americana, viene integrato con un intervento di Riccardo Ridi, professore di Bibliografia, di Biblioteconomia e di Biblioteconomia digitale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che dovrebbe aggiungere al tema un punto di vista più vicino alla realtà italiana.

«Quale sarà il ruolo delle biblioteche quando i lettori non avranno più bisogno di entrarci per consultare o prendere in prestito libri?»

Quando Bell scriveva non c’era ancora stata l’esplosione degli smartphone, quindi la sua visione risulta ancora più cauta: perché i lettori non abbiano più bisogno di entrare in biblioteca per consultare i libri ci vorranno secondo l’autore vent’anni di tempo – reputati troppo pochi da Ridi in appendice – e invece c’è voluto molto meno. Oggi tutti potenzialmente hanno la possibilità di portarsi appresso intere biblioteche in tasca: il problema è che nessuno lo fa. Questo è l’elemento che entrambi i saggisti non prendono in considerazione.

Il breve saggio è interessantissimo e ne consiglio la lettura a tutti, ma come per gli altri saggi che ho letto sulla “modernità digitale” – scritti di solito da chi non la vede di buon’occhio – dimentica un elemento che considero fondamentale: gli utenti. Solo un numero estremamente ridotto di persone ha la fortuna di frequentare biblioteche serie e funzionanti: la stragrande maggioranza della popolazione ne ignora l’esistenza, quindi la “trasformazione” di queste istituzioni rischia di essere un problema un po’ fumoso.

«Ormai già un quinto di tutti i libri venduti negli Stati Uniti sono e-book, e il numero è in rapido aumento.»

Ovviamente il mercato americano è sterminato, se si guarda a quello europeo saranno sicuramente cifre molto più modeste, ma il dato rimane: il digitale ha preso piede fra quei pochi che leggono, quindi la “rivoluzione” c’è già stata, è solamente questione di tempo. Perché chi dice di amare “l’odore della carta” – attenzione: non ama leggere, solo annusare! – poi magari compra solo un libro l’anno, nei casi più fortunati, quindi non ha il minimo peso nella questione.

«Una copia digitale dell’intera collezione di libri della Biblioteca del Congresso – qualcosa come trentatré milioni di volumi – potrebbe dunque entrare con facilità in una scatola da scarpe, il che rende semplice produrre migliaia di copie di salvataggio digitali di ogni libro mai stampato.»

Ovviamente questi discorsi non piacciono ai “tecno-allergici”, costretti di solito ad usare la tecnologia per lavoro e quindi odiandola a morte. Chi dovrebbe fare quelle copie?, si chiede il nostro Ridi. E poi passa il tempo e i file non vengono riconosciuti dai software successivi.
Questo significa che Ridi ha usato software di scrittura in tempi in cui li ho usati anch’io, quando cioè la compatibilità era un nemico: ognuno si faceva un proprio sistema di videoscrittura che non era leggibile da altri.

«Avete mai provato a recuperare un file memorizzato su un floppy-disc e creato con un programma che ormai non esiste più?)», si chiede Ridi. Sì, io ci ho provato e nel ’94 per un certo periodo è stato parte del mio lavoro, la trascodifica da sistemi assurdi verso un DOS più omogeneo.
Io sono passato dall’EasyScript del Commodore64 al WordStar del DOS fino ad arrivare nel 1995 circa al Microsoft Word: da quel momento il viaggio è finito. Io oggi, più di vent’anni dopo, posso ancora aprire i testi che ho scritto nel 1995, perché da allora i programmi alternativi al Word sono scomparsi. (E gli alternativi sono apribili, se usavano comunque il DOS come base.)
Quando è arrivato OpenOffice, che per molti è l’alternativa a Word, non c’è stato alcun problema perché i due formati sono compatibili (a meno che nel vostro documento abbiate messo roba strana).

Assistendo al fenomeno del libro digitale dal 1999, ho visto nascere e morire formati molto diversi, che potevano far pensare a futuri problemi di incompatibilità, ma esistono software di trascodifica fra questi formati, quindi non si perde niente. E poi l’ebook è semplice HTML in forma di libro, quindi ad altissima compatibilità.

«Quando in primavera il ciclo di Harry Potter è finalmente uscito in versione elettronica ha totalizzato un milione e mezzo di dollari in soli tre giorni.»

Questo indica che i lettori comprano l’eBook e spendono soldi: la rivoluzione ha già vinto, è solo questione di tempo prima che sia definitiva.
Tutto il resto del discorso è nostalgia mascherata da elitarismo. Le biblioteche sono posti di conoscenza dove la gente scambia sapere… ma dove? Certo, se come Bell avete il privilegio di entrare in una prestigiosa ed esclusiva biblioteca universitaria ci posso credere, ma i milioni di altre biblioteche dove le coppiette vanno a limonare, dove i ragazzi vanno a sghignazzare o altri a ripararsi dal freddo o dal caldo, non hanno alcuno spazio per conoscenza o sapere: sono solo luoghi pieni di odio per i libri…

Che fine ha fatto la pellicola fotografica? Si è estinta perché nessuno la usava più, con l’avvento della fotografia digitale. Perché nessuno si è dispiaciuto? Perché nessuno ha esaltato l’odore della pellicola? Eppure per esperienza personale trovo nettamente migliori le foto fatte su pellicola: hanno una profondità che nessuno smartphone potrà mai avere. Ma questo è un mio pregiudizio personale: la realtà è che nessuno comprava più la pellicola e questa si è estinta.
Già i libri cartacei hanno un mercato in picchiata totale da almeno vent’anni, quindi basta fare due più due…

Però le biblioteche conservano anche le riviste, che si perderebbero col digitale. Ma dove? È esattamente vero il contrario: il titanico numero di riviste che NESSUNO compra sono rimaste in vita – a succhiare soldi allo Stato – solo ed esclusivamente grazie al digitale: quello che vedete in edicola è l’1% delle riviste esistenti.
Per fortuna nel resto del mondo non sono così corrotti come gli italiani, quindi le riviste non possono contare su soldi dati gratis dalle tasse dei cittadini onesti, eppure lo stesso cadono come mosche: prestigiosi e storici giornali hanno chiuso i battenti perché nessuno li comprava. Fine del problema.
E le riviste passate? Quelle cioè già stampate? Per fortuna esistono gli scanner per salvarle in digitale…

Tutti i saggi che finora ho letto sul problema partono dal fatto che il digitale è cattivo, perché di solito chi scrive lo odia, e che il cartaceo è buono. Siamo tutti d’accordo, ma di solito chi pensa questo NON compra cartaceo, quindi la sua opinione è totalmente inutile. Solo chi spende soldi vota, solo chi vota cambia il mercato, e il mercato dice che il cartaceo costa troppo – sia per chi compra che per chi vende – e che i vantaggi del digitale superano di mille volte quelli della controparte. Questo fatto però nessuno lo analizza, perché il digitale è cattivo e il cartaceo è buono.
Curiosamente chi pensa questo, poi lo dice… scrivendo in digitale.

La rivoluzione ha già vinto, che piaccia o meno: resta da vedere quanto ci metterà il vecchio regime a capire che è meglio guidare il cambiamento che farsi investire…

L.

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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Recensioni, TecnoLibri

 

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La crisi del libro italiano del 1911

La crisi è un’entità che in Italia per indicarla si usa da sempre il tempo presente: c’è crisi. C’è oggi, c’era ieri, c’era l’anno scorso, c’era dieci anni fa, c’era cent’anni fa. In ogni momento noto, in Italia puoi dire «C’è crisi» e tutti ti danno ragione.
Come si fa a prendere un termine che indica qualcosa di temporaneo e renderlo perenne? L’espressione «C’è crisi» indica che prima non c’era crisi, e adesso c’è. Invece in Italia c’è sempre stata crisi, quindi non ha più senso usare quella parola: bisogna usare invece “normalità”. In Italia la normalità è la crisi.

da "La Stampa", 14 settembre 1911

da “La Stampa”,
14 settembre 1911

Ce lo dimostra il giornalista Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), scrittore, giornalista e critico letterario che pubblicherà il suo primo romanzo, Rubè, solo nel 1921. Dieci anni prima di diventare romanziere, Borgese scrive sul quotidiano “La Stampa” di Torino un lungo e particolareggiato articolo sulla “crisi del libro”… perché già nel 1911 in Italia c’era la crisi del libro. Come c’è anche oggi…
Di nuovo, che senso ha usare il termine “crisi” per una realtà che dura da un secolo?

L’Italia in cui scrive Borgese è un altro Paese rispetto al nostro, degli anni Duemila. È un Italia di 35 milioni di abitanti – la metà circa di oggi – con quell’alto tasso di analfabetismo che oggi è ventilato ma che all’epoca c’era sul serio. È un’Italia in cui si stampano 10 mila nuovi libri all’anno, mentre l’Istat nel 2010 parlava di circa 60 mila, senza contare le ristampe che portano la cifra a livelli vertiginosi: Il Post (citando fonti GFK) parla di un milione di libri per il 2015!

La domanda sorge spontanea: se meno lettori con meno libri fanno parlare di crisi… com’è possibile che cent’anni dopo, con il doppio dei lettori e sei volte più libri si continui a parlare di crisi? Si torna di nuovo al discorso lessicale: in Italia, la crisi è la nuova normalità…

Vi riporto per intero questo delizioso e imperdibile approfondimento di Borgese, all’epoca critico letterario e non ancora romanziere, che lascio nell’esatta grafia presentata da “La Stampa”: tutti gli accenti sulle “e” sono sbagliati, oggi, ma evidentemente all’epoca si usava così. Ho lasciato tutto identico anche per lasciar traccia della lingua italiana del 1911.
Ho solamente aggiunto degli “accapo” per comodità di lettura: l’originale è un malloppone unico che metterebbe a dura prova un qualsiasi lettore… in tempo di crisi.

L.

La crisi del libro

di G.A. Borgese
da “La Stampa”, 14 settembre 1911

Alcuni egregi romanzieri e novellieri d’Italia, incitati da Giulio Bechi, da Lucio d’Ambra e da Giustino L. Ferri, hanno ampiamente discusso sul giornale romano l’Alfiere intorno alla crisi del libro. L’argomento non è nuovo; di troppa affluenza d’autori e di troppo scarsa avidità da parte dei lettori si lamentano gli editori italiani nè più nè meno che i tedeschi e i francesi, e contro l’avarizia del pubblico e degli editori brontolano gli autori in Germania e in Francia come in Italia.

L’industria del libro è in crisi un po’ dappertutto, e suppongo sia stata più o meno in crisi in tutte le epoche, essendo la sua condizione di vita fra le più singolari che si possano immaginare. Poichè il libro non soddisfa nessuna elementare bisogno fisiologico e nemmeno si può annoverare fra quei generi di lusso che la moda comanda, il consumo di carta stampata può oscillare fra limiti lontanissimi ed estremamente variabili. I rapporti che legano la richiesta all’offerta sono, in questo campo, assai più aleatorii ed infinitamente meno immediati che in qualunque altro; tanto più che, mentre una categoria di operai può facilmente volgersi a un altro genere di produzione, se il genere fino allora prodotto non incontra il gusto del pubblico, è assurdo supporre che una generazione di romanzieri possa di punto in bianco cambiar mestiere, se gli acquirenti non affluiscono alla bottega.

A giudicare dalle apparenze, si direbbe che, per ciò che riguarda il libro, l’offerta determina direttamente la richiesta: quanto più numerosi sono gli editori, tanto più son numerosi gli alunni delle Muse; e, quanto più spesso si ripete la tentazione di una bella copertina e di un titolo saporoso, tanto più spesso capita che il passante le ceda. E qualunque cosa di vero anche nelle apparenze più paradossali ci dev’essere.

Ma, naturalmente, non tutti i libri che si scrivono han la ventura di piacere a un editore e non tutte le copie di un libro che si stampa riescono a sedurre un passante. Ciò è banale e fatale, al tempo stesso: considerati nella grande massa, saran sempre gli autori ad aver bisogno degli editori e saran sempre gli autori e gli editori collegati ad aver bisogno del pubblico. Non potrà mai avvenire che l’industria editoriale soddisfi tutti gli autori che si credon degni d’essere rivelati nè che il pubblico di un paese assorba tutte le copie di tutti i libri che l’industria editoriale di quel paese mette in commercio.

La produzione del libro procede per via di faticosi esperimenti; ogni editore brancola finchè abbia acchiappato un autore che per il suo genio o per la sua volgarità possa raggiungere le dieci o le centomila copie di tiratura; e, quando l’ha acchiappato, giova anche alla produzione dei mediocri; e, se non ha buon naso, si barcamena alla peggio fra l’oscurità e il fallimento.

Per ogni autore lanciato, quanta decente penuria in questi poveri auto-profeti del capolavoro futuro! Per ogni editore milionario, quanti conti che non tornano! Gli editori falliti, i manoscritti inediti, le copie invendute: ecco i tre fattori che, sommati, costituiscono la perenne ed invincibile crisi del libro.

Se ne può parlare senza falsi pudori, perchè, se è vero che alla fin fine ciascuno ha quel che si merita, è anche vero che questa fine delle fini non giunge a una scadenza determinata. La gloria, come il Dio giustiziere del proverbio popolare, non paga il sabato; e potrebb’essere che, mentr’io scrivo, si maceri nella fame e nell’oscurità un artista a voi ed a me ignoto, ma che nei secoli futuri farà impallidire l’aureola di un Pascoli o di un D’Annunzio.

Ora non è presumibile che gli scrittori e le scrittrici dell’Alfiere ignorino questi mediocri luoghi comuni e che abbiano perso il lor tempo in un’inchiesta i cui risultati dovrebbero mirare a curare, sic et simpliciter, la crisi del libro. Dev’esserci, in Italia, una crisi speciale, di questo paese e di questo momento: una crisi più grave, più pericolosa, più precisa nelle sue cause e nei suoi effetti, e perciò tale che si debba e si possa pensare a combatterla.

Chi avrebbe osato parlare, in questo tono, di una crisi del libro, or sono dieci o vent’anni? Le ditte fallite, gli autori inediti, le copie invendute c’erano allora come ci son ora: ma quanti nomi di romanzieri e di poeti erano gloriosamente diffusi nella coscienza della nazione!

Ricordo, come mi capita, senza distinguere i grandi dai mediocri, Carducci, D’Annunzio, Pascoli, Barrili, De Amicis, Verga, Capuana, Matilde Serao, Mantegazza, Stecchetti, Fogazzaro. E non son tutti. Certo nessuno di questi aveva ammucchiato il patrimonio di un Dumas o di un Hugo (non è colpa mia, se a proposito d’arte debbo oggi parlare il poco fiorito linguaggio d’un agente di borsa); ma sarebbe stolto lamentarsi che la Gazzetta di Radicofani non abbia la tiratura del Daily Mail e che i poeti bulgari non si ristampino con la frequenza di Shakespeare.

In quell’epoca che va dal 1880 al 1905 o giù di lì, dalla meteora sommarughiana all’egemonia di Treves, dall’avvento del naturalismo e del classicismo alla morte di Carducci, di De Amicis e di Barrili, un popolo come il nostro, non eccessivamente numeroso in paragone delle grandi masse umane che parlano inglese o tedesco o russo, povero di denaro, in gran parte analfabeta, sprovvisto di colonie, di dominii, di fascino intellettuale sull’Europa colta, che da circa tre secoli stimava superfluo imparare la sua lingua, questo piccolo e gramo popolo fece per i suoi scrittori tutto quel che potè.

Furono parecchi i romanzi che salirono oltre le ventimila copie, i libri di versi che giunsero alle quattro o alle cinquemila, gli scrittori che, con un po’ di cattivo gusto, avrebbero potuto scolpire sulla loro villa le parole che Paolo Mantegazza scolpì sulla sua Serenella: la penna mi fece questi qui. Se qualche romantico avesse allora deplorato la crisi del libro, l’editore dei romanzieri alla moda avrebbe avuto buon giuoco rispondendogli: fammi un libro come questi, e dell’amara risposta appena sarebbe bastato a consolarlo il più mellifluo dei critici, facendogli osservare che non basta aver genio per aver fortuna e che ogni annunziatore di cose grandi deve salire il suo Calvario di fatica o di miseria.

~

Ma oggi nè la brutalità dell’editore nè l’adulazione del critico basterebbero a risolvere la questione. Poichè è avvenuto questo singolarissimo fatto: che da una decina d’anni la serie delle fortune letterarie s’è interrotta in Italia. Se s’eccettua un drammaturgo, Sem Benelli, venuto su con grande clamore negli ultimi due anni, si può dire che i più famosi o han varcato la cinquantina o stanno già per toccarla: Pascoli, D’Annunzio, Roberto Bracco, Di Giacomo. Ma questi erano già celebri quindici, venti, qualcuno anche trent’anni fa, e l’Italia non è il paese ove l’età della gloria coincida con l’età del laticlavio.

Come si spiega dunque questo singolare fenomeno, in virtù del quale la strada maestra della letteratura italiana sembra sia andata a finire in un cortile senza uscita! Di quelli che son venuti dopo si può dir male e si può anche dir bene: il critico che li legge (checchè pensino gli autori che discutono la crisi del libro, non è ancora venuto alla luce del sole il critico che possa leggere tutti i diecimila volumi che ogni anno si stampano in Italia) molto spesso chiude l’opera con un gesto di scoramento, ma qualche volta dà pur fiato alla sua tromba per annunciare con tutto l’impeto di un accumulato entusiasmo che c’è ancora una strofa da mandare a memoria, che c’è ancora una pagina di prosa da leggere ad alta voce.

Ma nemmeno quei quattro o cinque fra poeti e novellieri giovani, che son piaciuti ai critici più scrupolosi, son riusciti a raggiungere il successo; nessuno ha saputo divenir popolare in largo senso, assumere una figura nazionale, sovrastare alla sua opera, essere egli stesso, come personaggio e come simbolo, una creazione.

Ad un volume di bei racconti è succeduto un precoce e interminabile crepuscolo; a una lirica affascinante una serie di uggiose ripetizioni. Così è, o così sembra: certo è che, mentre per solito gli scrittori fortunati si stancano di scrivere prima assai che il coro dei lodatori si taccia, in Italia gli annunziatori dei «grandi giovani» si stancano in un par d’anni lasciando in asso la nuova gloria dianzi con tanto fervore preconizzata.

Si capisce che la fortuna sia magra ed incostante e che il secondo volume di un giovane (giovani in questo disastroso significato sono ormai utti in Italia quelli che non han raggiunto il quarantacinquesimo anno) non sia atteso come un avvenimento. Dite voi quale romanziere possa contare sulla centesima parte della curiosità che suscita intorno a sè la Leila di Fogazzaro.

Si capisce che sia così, ma non si capisce perchè. Non mancano le grandi case editrici pronte ormai ad accogliere, pur di provare, anche gli oscuri; ed ogni anno vien fuori un paio di piccoli editori benigni, che la letteratura giovane, se non ci fosse, vorrebbero magari inventarla.

Gli italiani del Regno sono oggi trentacinque milioni, con una percentuale di analfabeti che di giorno in giorno va calando, con un grado di benessere economico che di giorno in giorno va salendo. L’interesse alla vita spirituale è indubbiamente più forte oggi che non fosse vent’anni fa. E i precedenti sono tutti in favore dei giovani autori, giacchè, se venti o trent’anni or sono, dopo la sciagurata catalessi nella quale la nostra letteratura subito prima e dopo le guerre nazionali giacque disfatta, era molto difficile credere che un nuovo libro italiano potesse compensar la spesa dell’acquisto e il tempo della lettura, questa fede è divenuta più facile ora che gl’italiani hanno avuto in D’Annunzio il lirico più potente degli ultimi tempi e in Verga uno dei più formidabili romanzieri d’Europa.

La nostra opinione delle cose italiane è fortunatamente cresciuta. Che più? La Francia che sullo scorcio del secolo XIX invadeva il nostro mercato con libri di prim’ordine, lo invade ancora, ma con roba contro cui non dovrebb’essere difficile lottare. Altro è sostenere la concorrenza di un Maupassant, altro è sostenere la concorrenza di un Prévost.

E ciò non pertanto, imperversa la crisi del libro. E gli autori ne cercano le cagioni. Chi parla di male arti degli editori – quasi che gli editori fossero mai stati altro da quel che sono o quasi che si potesse, con una qualche parvenza di giustizia, bollare d’uno stesso marchio tutta una categoria d’industriali, nella quale non mancano nè i galantuomini nè gl’idealisti; chi parte in guerra contro i dilettanti e i guastamestieri – come se fossero un portato dei nuovi tempi e come se l’arte fosse un mestiere e come se alla letteratura si dovesse arrivare per gerarchia professionale; chi giudica disastrosa la concorrenza del giornale – dimenticando che nessuna statistica ha dato finora ragione a chi pretendeva che la rivista dovesse soffocare il libro e che il giornale dovesse eliminare la rivista.

E propongono anche rimedii, i quali vanno da una qualche organizzazione sindacale degli scrittori a una specie di protezionismo del romanzo d’appendice nostrano contro l’importazione straniera. Questa, non so come possa realizzarsi; o, quanto all’associazione degli scrittori, ammiro con amaro entusiasmo l’ingenuità di chi non intende come il più gretto degli editori divenga un modello d’imparzialità e di buon gusto, se si paragona a una combriccola di letterati.

Ma, se c’è qualche abuso da correggere, se c’è qualche onesto vantaggio da raggiungere, credo che nessuno scrittore voglia essere così schifiltoso da trarsi in disparte. Che facciano dunque alcune proposte precise perchè sia possibile discuterne.

Ma la precisione non si ottiene senza un po’ di coraggio. E a me sembra che gli scrittori e le scrittrici che finora hanno risposto all’inchiesta abbiano peccato di eccessivo pudore: i più mediocri per non umiliarsi; i più meritevoli (ci son pure) di fortuna maggiore per non umiliare i colleghi. E così si sono aggirati senza requie in questo circolo vizioso: il romanzo, la novella, la poesia italiana dei giovani sono eccellenti; e il pubblico non ne vuol sapere.

Come mai quest’assurdo? Come mai quest’ingiustizia? E il quesito sembra insolubile, appunto perchè si dà come dimostrata la prima asserzione: che la letteratura italiana d’oggi sia eccellente, mentre proprio quest’asserzione avrebbe bisogno di più prove. Che il tale abbia stampato un buon romanzo e ne abbia venduto cento copie, può essere ed è; ma la mala sorte di un individuo si comprende, quando si voglia riconoscere che il pubblico, stanco per la generale nullità della produzione odierna, finisce per coinvolgere anche le rare eccezioni nella sua giusta indifferenza. E, poichè i libri non son come le derrate, che s’han da comperare fresche, e di libri belli ce n’è sempre a dovizia, e quando non sono i nostri sono stranieri e quando non sono moderni sono antichi, il pubblico compra libri più di prima (i conti dei resi sono lì a dimostrarlo), ma per leggere in ferrovia, compra le futilità francesi, che almeno son messe insieme con una tecnica sicura, e per nutrirsi o spirito si volge alle questioni scientifiche, filosofiche e storiche.

Il progredire degli studi e delle curiosità spirituali si deve in parte alla decadenza della letteratura amena, come la decadenza della letteratura amena si deve in parte a quel progresso di cultura, da cui i «puri artisti» italiani son rimasti fuori e in paragone del quale fanno la figura di gente arretrata e ignorante. Tutto ciò è amaro, ma son convinto che i migliori fra i nostri romanzieri e novellieri, presi uno per uno, mi darebbero ragione.

La stessa preoccupazione economica non è un segno di mediocre vitalità artistica? Anche qui, presi uno per uno, quelli che han partecipato all’inchiesta sono ingenui ottimisti; ma nell’insieme rivelano un doloroso scadimento dell’ideale letterario. Certo, non si vive di solo ideale; ma è anche troppo noto che quegli artisti, cui la povertà costringe a chieder tutto al loro lavoro spirituale, vissero sempre in condizioni tragiche: costretti a rinunziare all’autonomia e qualche volte alla dignità morale nelle Corti, ove avevano almeno la sicurezza del pane e la tranquillità dello sviluppo interiore; liberi, sì, moralmente, ma costretti a un lavoro da forzati che o li corrompe o li uccide, nella società democratica che compra i capolavori a tonnellate e poi contratta sul peso.

Le poche eccezioni, quasi tutte del secolo XIX, quando insieme ai romanzieri fiorirono del resto anche i poeti «morti di fame», non portano nulla alla regola. L’esercizio dell’arte e del pensiero è anch’esso una specie di santità, e se può portare a un vescovado, può anche portare al martirio; e chi s’incammina per quella via sa che, novantanove su cento, non eviterà la miseria se non sottoponendosi a un surménage rovinoso.

Che fare dunque per salvare il libro italiano? Forse un rimedio radicale ci sarebbe: invocare una vergognosa legge protezionistica che equiparasse la letteratura ai formaggi e ai salami. E forse il secolo XX ci arriverà. Ma dai nostri autori vorremmo ben altro: vorremmo che, pur mentre meditano, come hanno ben ragione, sui modi onorevoli che si possono escogitare per salvaguardare i loro diritti economici, riflettessero anche sulle presenti condizioni della letteratura italiana. Di tante battaglie di rinnovamento che si combatterono nel secolo XIX, di tanti romanticismi o naturalismi e verismi e simbolismi e classicismi, di tante rivolte e di tante discipline, non sarebbe rimasta altra eco che un puro quesito economico!

La letteratura italiana d’oggi è proprio così contenta di sè stessa da credere non le rimanga altro che percepire i suoi diritti in contanti! Non crede di doversi sottoporre a un esame di coscienza o ad una fanatica furia di rinnovamento? Ho troppa stima di parecchi fra gli scrittori che han dato il loro incitamento o il loro nome all’inchiesta per non essere persuaso che nel dubbio che mi tormenta si tormentino anch’essi.

Come la società nella quale intristisce, così anche la sua povera arte è corrosa dalle cure quotidiane. Guardate quanti drammi o tragedie ogni anno, o quanto scarsa in paragone la messe di opere narrative! Pare un problema letterario e non è. Poichè basterebbe che un ministro facesse stanziare cinquantamila lire annue per darle ai migliori romanzieri, ed ecco che da ogni drammaturgo verrebbe fuori un romanziere. Ma il suo romanzo di domani non varrebbe nè più nè meno che il suo dramma di ieri.

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Pubblicato da su marzo 1, 2017 in TecnoLibri

 

Cartaceo vs Digitale: il grande match

Ancora si discute animatamente su quale formato sia migliore per i libri, se il cartaceo o il digitale, quindi trovo ancora attuale questo mio pezzo del 2012 sull’argomento. L’ho scritto dopo aver partecipato ad un evento letterario di Roma e avrebbe dovuto essere un reportage per ThrillerMagazine, invece vari problemi tecnici l’hanno fatto slittare ed è rimasto praticamente inedito. (È apparso nel maggio 2014 sulla rivista amatoriale per blogger The Circle Review, ma non so se è ancora in giro.)

Ricordo che su 2.500 anni di lamentele riguardo cambio di tecnologia libraria ho scritto una serie di post che vi invito a ripescare.

Cartaceo versus Digitale
Il grande match

Illustrazione di Oscar Chiconi

Nel 1986 Isaac Asimov (che aveva l’occhio lungo) inserì queste poche righe nel suo romanzo “Fondazione e Terra” (Foundation and Earth, Mondadori 1987):

«Pelorat aveva in mano la sua biblioteca (il minidisco in cui era racchiusa una vita di ricerche sui miti e le leggende) e si ritirò in camera, dove teneva il suo piccolo lettore.»

Forse lo scrittore non aveva idea della lunga gittata di una delle sue tante intuizioni geniali: volendo, oggi è possibile girare con una piccola biblioteca in tasca proprio come la descrive Asimov nel suo romanzo. Ma il problema è questo: volerlo.

Passano gli anni e i libri in digitale prendono sempre più piede, con un incremento inversamente proporzionale al giudizio comune: più li si disprezza, più crescono rigogliosi. Più si lanciano in aria frasi come “non posso rinunciare all’odore della carta”, più il digitale acquista forza: perché la carta non è il messaggio, ne è solo il veicolo. “Un libro lo devi toccare”: no, un libro lo devi leggere, e le potenzialità del digitale – scelta della fonte, del carattere e del colore, invece di sottostare a scelte editoriali a volte illeggibili – sono impensabili per il cartaceo.

Oggi viviamo tempi eccezionali, gli stessi che visse in modo traumatico Platone quando si passò dall’oralità alla scrittura, e gli stessi dei primi cristiani quando si passò dal rotolo al volume, o gli stessi ancora dei primi del Cinquecento quando si adottò la stampa a caratteri mobili, e così via. Ogni rivoluzione dell’editoria ha portato lamentele, ogni volta si sono alzati tutti a dire che “non potevano rinunciare” a qualcosa, ma l’evoluzione non è democratica, non fa sondaggi d’opinione né elezioni: se qualcosa ha i numeri per funzionare, funzionerà.

Quanti amanti della pietra si sono infuriati di fronte alla nascita della scrittura su papiro? Quanti estimatori della pergamena hanno malvisto l’introduzione della carta? Ogni volta c’è stato qualcuno che si è alzato e ha sputato il proprio giudizio contrario alla novità del momento, come chi oggi dice frasi incredibili come “L’unico modo giusto di leggere è su carta”: quindi i diecimila anni in cui non si è scritto su carta sono stati del tutto inutili? Che gran perdita di tempo…

Il Viaggiatore del Tempo di H.G. Wells scopre con orrore che nel futuro non rimarrà nulla dell’editoria: «mi accorsi che gli stracci scuri che pendevano dalle pareti erano resti di libri ridotti a pezzi da chi sa quanto tempo, poiché ogni traccia di stampa era scomparsa da essi». Essendo egli uno scrittore, la costernazione è tangibile: «Confesso che pensai soprattutto alle “Relazioni filosofiche” e ai miei diciassette saggi sulla fisica ottica».
Più dell’egoistica preoccupazione del personaggio, ciò che colpisce è che con tutta la sua genialità Wells non fu in grado di immaginare un futuro diverso per i libri, al contrario invece del buon Asimov.

Comunque è vero, i libri cartacei sono sopravvissuti nel tempo più di quanto un qualsiasi supporto digitale potrà mai sperare di fare: abbiamo libri cartacei del Quattrocento, pergamene dell’anno Mille e papiri di tremila anni fa. Impossibile pensare che un qualsiasi supporto digitale possa durare anche solo un millesimo di questo tempo. Ma bisogna fare alcune doverose precisazioni.

Il destino dei libri nel futuro di H.G. Wells

Il destino dei libri nel futuro di H.G. Wells

I libri che hanno «attraversato gli oceani del tempo» (per dirla come Dracula!) non sono quelli che noi oggi abbiamo in casa: data la pessima qualità della carta, i nostri volumi casalinghi difficilmente supereranno qualche decina di anni di età. I libri millenari sono stati scritti su un tipo di carta resistente che da tempo non può più venir usata, per ovvi motivi di costi. Meglio ancora sarebbe scrivere su papiro che, se conservato in ambienti secchi o comunque a clima controllato, può sfidare i millenni.

Tutto questo appartiene ad un passato lontano: i libri cartacei che tutti noi abbiamo in casa non sopravviveranno alle sabbie del tempo. Neanche il digitale lo farà, ma c’è una differenza sostanziale: un libro cartaceo che si sta per distruggere lo si può solo guardare con dispiacere; un libro in digitale lo si può copiare all’infinito su supporti sempre più nuovi e resistenti. Il lavoro che agli amanuensi medievali richiedeva anni, se non decenni, ora può essere compiuto in qualche secondo, o male che vada in alcuni minuti.

Il lettore deluso Rod Taylor dal film L'uomo che visse nel futuro (1960) di George Pal

Il lettore deluso Rod Taylor dal film L’uomo che visse nel futuro (1960) di George Pal

Insomma, l’argomento è spinoso e sfaccettato, e il feticismo intorbida la discussione: nel rumore di voci che si appellano a quanto sia bello annusare i libri, a quanto sia bella la carta, a quanto sia amabile l’odore dei libri, a quanto sia bello stringere il cartaceo e mille altre obiezioni… non si sente mai una voce di chi vuole semplicemente leggere i libri, che è alla fin fine lo scopo finale della loro essenza.

Per cercare di capire a che punto era la questione, nel 2012 ho partecipato ad un festival letterario nella Capitale chiamato “Libri Come”, nella speranza di capirci qualcosa di più.

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libricome1«Another brick in the wall» cantavano i Pink Floyd: un’altra “breccia” nel muro. È vero, non è questa la traduzione esatta e l’espressione si usa per indicare qualcosa di solido, ma curiosamente il mattone inglese (brick) ha la stessa radice da cui l’italiano “breccia”. Proveniente dalle antiche lingue germaniche, è una parola che indica una parte spezzata, separata da un qualcosa più grande: ma mentre il brick inglese indica la parte, la breccia italiana indica il vuoto che ha lasciato nel venir separata.

Cosa c’entra tutto questo con la Festa del Libro e della Lettura “Libri Come”? La risposta si trova in una delle sale che hanno accolto l’evento, dove era visibile un’imponente installazione concepita da Alicia Martín: una enorme parete di mattoni con una breccia composta da una montagna di libri. I volumi che si fondono con i mattoni spezzati lasciano interdetti: sono i libri che hanno spezzato il muro, o è il muro di libri che viene spezzato ogni giorno di più?

Nella splendida cornice dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, struttura d’eccellenza del mondo musicale della città, dall’8 all’11 marzo 2012 si è svolta la terza manifestazione di Libri Come, dedicata al mondo del libro e della lettura: in una città come la capitale questa iniziativa è una ventata d’aria fresca.

Accoglie il pubblico un libro titanico posto sul piazzale, con scritti fra le sue pagine tutti gli eventi della manifestazione. Lo ammiro e mi preparo a gustare una parata “di libri e di lettura”, come promette il logo dell’evento.

Comincio a camminare in cerca della “parata”, ma oltre a ragazzini che giocano a pallone e alla folla che ha invaso il bar, formando code incredibili, non sembra esserci vita nella zona. Per fortuna un gentilissimo addetto alla sicurezza indica una porticina che dà in una catacomba: quello è lo spazio riservato a “Libri Come”.

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Installazione di Alicia Martín

L’angusto abitacolo – forse un omaggio alle catacombe di quei primi cristiani grazie ai quali è attecchita la “tecnologia” del libro contro quella del rotolo di papiro? – si rivela subito uno spazio accogliente e deliziosamente arredato. L’atmosfera è calda e ben dispone il visitatore.

Dalle pareti ammiccano le gigantografie che compongono l’iniziativa Bookshelfporn. Le foto di Zach Schrock guidano il curioso nella “pornografia per amanti di libri” e d’un tratto ci si ritrova calati in piena bibliofilia che, come tutte le filìe, è una perversione intima.
Il fotografo apparentemente ritrae libri su scaffali con a volte qualche simpatico “effetto speciale”, ma il bibliofilo – l’amante vizioso di libri – coglie l’aspetto pornografico: quello non è amore per il contenuto dei libri, ma pruriginosa attrazione materiale per ciò che li contiene. I libri sono lì a mostrarsi senza veli o pudori, senza moralismi o catalogazioni; si lasciano toccare da mani curiose, si lasciano frugare da sconosciuti e impilare in posizioni d’ogni sorta. Non sono libri da leggere o amare, sono libri da sfogliare.

Con i sensi offuscati dall’amore osceno per le copertine dei libri – non per il loro contenuto – lascio la “pornografia libraria” di Schrock pronto a lanciarmi nel cuore della manifestazione, a spogliarmi cioè dell’amore mercenario per la carta e ad elevarmi all’amore intellettuale per ciò che in essa è stato scritto. Scoprendo l’antica verità che l’editoria non è lì a parlar d’amore, ma a vendere libri…

In tre sale della struttura si tengono contemporaneamente presentazioni di piccola e media editoria, conferenze che danno la possibilità ad autori – a volte emergenti, a volte già noti – di avere un rapporto stretto con il pubblico e di far conoscere la propria opera. O per lo meno queste erano le intenzioni, perché in realtà tutto avviene tranne questo.

Le tre sale in questione sono sommerse di tecnologia d’ogni tipo – cavi d’ogni razza, colore e dimensione, led a vari gradi di luminosità, altoparlanti, prolunghe, trasformatori, spine inserite o in attesa di inserimento – ma è ovvio, mi dico: senza tecnologia il messaggio non arriva a molte persone. (Curioso, continuo a dirmi: è proprio per far arrivare il messaggio a più persone che è stata inventata la tecnologia del libro, quel libro che gli illuminati vogliono proteggere dalla tecnologia che gli consentirebbe di raggiungere ancora più persone, ma che pubblicizzano usando la tecnologia…)

Bookshelfporn di Zach Schrock

Bookshelfporn di Zach Schrock

Il flusso sconnesso dei miei pensieri è interrotto dal costante rumore di fondo dell’universo contemporaneo: lo squillo del cellulare. Pronto? Sono a Libri Come. Come? Sì, a Libri Come. No, non posso parlare. (Ossimorica follia gridare al cellulare che non si può parlare!)
Nel ronzio perenne di vibrazioni e squilli, di gente che vuole comunicare il fatto di non poter comunicare – o di non avere assolutamente nulla da comunicare (Pronto? Che fai? Niente, sono qui.) – arriva l’autore portando la calcificazione di se stesso fra le mani: il suo libro. Scavalca un nido di vipere (in realtà i cavi dell’installazione audio-video) e cerca spazio su un tavolo ingombro di microfoni, altri cavi, spine e spinotti: al centro della barbara tecnologia pone il suo monolito nero… il suo libro di carta. Fra un netbook e un notebook, finalmente un book.

Si comincia a parlare del libro in una stanza priva di libri, fra gente che non ha libri in mano né in borsa – ma, statene certi, ha almeno due o tre cellulari che squilleranno senza sosta – in una struttura dove ci sono più libri nelle foto alle pareti che esposti; in una struttura che sciaborda di volantini gratuiti che parlano di libri, e di pochissimi libri (a pagamento); in una struttura che appende alle pareti splendidi ritratti autoriali firmati da Tommaso Pincio, autori talmente famosi da stupirsi quando una signora esalta a voce alta la bellezza di Kafka e poi si chiede «Non conosco questo Ballard» (Signora mia, cos’ha letto negli ultimi quarant’anni?).
In un tempio del libro assente, del libro anzi negato, dove gli autori si guardano appesi al muro e i libri (senza titolo) si ammucchiano in oscene e conturbanti foto di scaffali, cosa mai può comunicare un autore al pubblico? O meglio, cos’altro può comunicare rispetto a ciò che presumibilmente ha fatto tramite la tecnologia del libro stampato?

Il pubblico è attento e interessato, gli autori appassionati e molto comunicativi; il personale è gentile e disponibile; gli orari sono rispettati e il tutto è organizzato in modo impeccabile. Cosa stona allora? La risposta arriva spontanea: che diamine ci facciamo tutti qui?

Ritratto di James G. Ballard (2012) di Tommaso Pincio

Ritratto di James G. Ballard (2012)
di Tommaso Pincio

Sia noi spettatori che l’autore fino a qualche ora prima di “Libri Come” eravamo davanti ad uno schermo (PC, netbook, notebook, iPhone o qualsiasi altra piattaforma) a comunicare fra di noi, secondo i nostri ritmi e i nostri gusti; poi ci siamo alzati, ci siamo messi la tecnologia in tasca, abbiamo affrontato un viaggio scomodo per arrivare all’Auditorium Parco della Musica, abbiamo cercato a lungo un parcheggio, ci siamo riseduti, l’autore ha cominciato a dire le stesse cose che qualche ora prima stava dicendo on line, noi abbiamo tirato fuori la tecnologia che fino a qualche ora prima avevamo in casa, e abbiamo continuato a comunicare.
Qualcuno ha ripreso gli interventi con videocamera e iPhone, addirittura un autore – per citare un brano di un libro che ha letto – ha tirato fuori il suo palmare e ha cominciato a leggere da una foto scattata ad un libro aperto. Questa è la Festa della Tecnologia, non del Libro, ma attenzione: non è una critica, è la constatazione che la breccia nel muro del libro si amplierà sempre di più se non si prende atto che il desiderio di fondo è comunicare, non vendere carta ai perversi bibliofili (come chi scrive!).

Uno dei moderatori dell’evento ha citato un celebre passo di Platone (ne parlerò più avanti): cambierebbe qualcosa se quel passo amato fosse stato scritto sulla parete di un bagno? Cosa conta, il contenuto o il contenitore?

Secondo molti – allergici alla tecnologia – solo il libro cartaceo può veicolare il messaggio. Ma a “Libri Come” erano assenti libri cartacei: c’erano iPhone, Kindle (in vendita nei BibletStore della Telecom), netbook, palmari e ogni altra sorta di tecnologia. Gli unici libri cartacei erano quelli scritti dagli autori delle conferenze e quelli utilizzati nella citata opera d’arte di Alicia Martín.

La breccia si allarga e l’editoria sta cercando di vendere le briciole e le breccole (parole entrambi derivanti dalla stessa radice di brick) senza occuparsi, od occupandosi ben poco, di ricostruire la parete. Ci pensano i lettori, questi bricconcelli (idem come sopra), a ricostruirsi ognuno la parete che preferisce: chi vuole comunicare non ha bisogno di convegni come mediatori, come dimostrato dal fatto che durante i detti convegni grandi fette del pubblico comunicava con altri tramite cellulare. Eventi e manifestazioni sono per l’amore mercenario, per vendere carta a bibliofili che pagano per sfogliare con mani scabrose le pagine nude, da sfogliare con lascivia. (Come chi scrive, che ha comprato, ha toccato, ha sfogliato, ma non ha letto nulla! Ci sarà tempo, dopo, per l’amore della lettura.)

anima_ipadChi non crede al caso amerà sapere che la libreria dell’Auditorium aveva in vendita il geniale “Anima e iPad” di Maurizio Ferraris. Il filosofo torinese, certamente in controtendenza, non vede affatto la fine dell’editoria: lucidamente ne testimonia la trasformazione.
Già ora la tavola, il pad, l’erede della tabula come simbolo della mente, permette ai lettori bricconi di colmare la breccia nella parete (anch’essa tavola, anche se verticale) dell’editoria cartacea. Ci sarà sempre carta da sfogliare, ma chi legge vuole leggere sempre di più e soprattutto è disposto anche a rinunciare a parte del contenitore in cambio di più contenuti.
Gli editori in gamba dovrebbero capire che ciò che loro possono offrire è la qualità del contenuto, indipendentemente dal contenitore. E che non dovrebbero lavorare solo per gli amanti della carta, ma anche per i lettori (e non sempre sono le stesse persone).

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L’eterno Franco Farinelli ci racconta che quando Cristoforo Colombo tornò dal suo viaggio la Terra, da sferica che era, divenne piatta: il navigatore l’aveva adattata ad una mappa, e da allora il mondo che noi conosciamo è piatto. Perché piatta è la tabula della nostra mente, dove scriviamo e cancelliamo, inseriamo e collezioniamo come sull’iPad, che è una tavola piatta. È un gioco divertente leggere un libro tridimensionale, ma ciò che ricordiamo lo ricordiamo piatto.
Come l’autore citato che ha letto da uno schermo piatto di un iPhone piatto la foto piatta di un libro tridimensionale; come le foto porno-librarie di Zach Schrock, che rendono piatte perversioni bibliofile tridimensionali; come i ritratti di Tommaso Pincio, che rendono piatti autori in carne e ossa; come piatto è lo schermo delle videocamere attraverso il quale alcuni spettatori hanno assistito alle conferenze.

Se dunque “Libri Come” ha dimostrato qualcosa, è che il mondo è sempre più piatto: sta agli editori capire che l’unico oggetto tridimensionale dell’evento erano le rovine librarie della Martín, fuse ai mattoni infranti.

L.

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Pubblicato da su febbraio 8, 2017 in TecnoLibri

 

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Tecnologia libraria 16. Profezie sbagliate

Marshall McLuhan, che negli anni '70 vaticinò la morte del cartaceo in favore dell'audio

Marshall McLuhan, che negli anni ’70 vaticinò la morte del cartaceo in favore dell’audio

Malgrado pochissimi in Italia sappiano leggere e non tutti conoscano la stessa lingua italiana, il Novecento si apre con un continuo decreto di morte per il libro.
Ormai le tirature dei quotidiani sono molto alte e più di un profeta vaticina che il libro è destinato a scomparire.

A difenderlo è Gabriele D’Annunzio, che testimonia come l’editoria abbia saputo mantenere in vita il suo prodotto abbassando sempre di più i prezzi e la qualità: si sente l’amarezza dietro questo… Il libro è salvo, ma a quale prezzo?

Vent’anni dopo Guillaume Apollinaire profetizza la morte del libro, «all’alba dei mezzi nuovi che sono il cinema e il fonografo».
La voce sostituirà la carta, dunque, e negli anni Settanta questo concetto viene ripreso e professato da un celebre sociologo, Marshall McLuhan, che vaticinò la morte dello scritto (medium freddo) di fronte alla parola trasmessa (medium caldo).

Hanno sbagliato tutti: TUTTO è morto… perché si è trasformato in digitale. Cinema, fonografo, giornali, radio e libri: tutto è diventato digitale e solamente in questo formato continua ad essere fruito.
Quale sarà il destino di ciò che rimane del “reale”, lo racconteranno gli storici futuri…

Giunge al termine questa panoramica, sperando comunque di riuscire a trovare nuovi “nostalgici” da segnalare.

L.

 
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Pubblicato da su novembre 11, 2015 in TecnoLibri

 

Tecnologia libraria 15. L’amarezza di Manzoni

"Alessandro Manzoni" (1835) di Giuseppe Molteni

“Alessandro Manzoni” (1835) di Giuseppe Molteni

Mentre gli autori italiani non vivono certo di scrittura – solo dal 1840 in poi gli editori pagano gli autori, ma sempre e solo per testi commissionati, mai per opere scritte “spontaneamente” – gli autori europei di bestseller si arricchiscono a profusione.

Nel 1830 a Milano si conoscono ben cinque traduzioni complete delle opere del britannico Walter Scott. Mentre gli scrittori italiani su commissione guadagnano quanto un maestro di scuola e meno di un impiegato pubblico, nel 1830 in Francia scoppia la rivoluzione del feuilleton, che fa arricchire tutti: gli editori che incassano cifre inimmaginabili, gli autori (nascono miti come Balzac e Dumas) a cui vengono commissionati testi a peso d’oro e… i ghostwriter, che scrivono a spron battuto quei testi che gli autori blasonati non hanno tempo e voglia di completare.

I soldi sono tanti per tutti: mentre in Inghilterra il giovane Charles Dickens diventa una star, in Francia nel 1862 Victor Hugo propone i suoi Miserabili al miglior offerente, vagliando proposte molto corpose da parte di tutti gli editori del Paese.

Il più grande bestseller del periodo arriva però da un Paese finora esterno al giro dei librai ed editori: dopo essere uscito a puntate su un giornale, nel 1862 l’americana Harriet Beecher Stowe pubblica in volume La capanna dello zio Tom vendendo in un solo anno 100 mila copie. Un successo strepitoso anche per gli standard odierni!
Nel giro di pochissimo tempo il romanzo americano vende un numero spropositato di copie, mentre in Italia Silvio Pellico deve accontentarsi di 30 mila copie (comprese quelle abusive) del suo Le mie prigioni, fra i romanzi più venduti del periodo. Romanzo che paradossalmente in Francia venderà 100 mila copie!

Anche se con cifre più basse, il mercato italiano dei bestseller è lo stesso vivace: Pinocchio di Collodi, Cuore di De Amicis e I Malavoglia di Verga conquistano il Paese e vendono tantissimo, facendo grandi le rispettive case editrici.

Le altissime vendite de I promessi sposi creano però uno strano fenomeno: il proliferare di “copie pirata” che annacquano i guadagni di Alessandro Manzoni, tanto da spingerlo a diventare editore egli stesso di una ristampa riccamente illustrata.
Spese ingenti quantità di denaro e costruita la prima officina silografica italiana, l’impresa finirà nel fallimento: mentre tutti i suoi colleghi europei si arricchiscono, Manzoni non riuscirà neanche a coprire le spese e dovrà impantanarsi in una causa ventennale con la casa Le Monnier: la prima causa italiana per violazione sul diritto d’autore.

Si può capire dunque che Manzoni facesse la parte del nostalgico criticando l’eccessiva popolarità delle edizioni, che spingevano a ristampe illegali che rovinavano i guadagni.

Per approfondire: Accademia della Crusca, L’editoria italiana nell’era digitale (2014)

L.

 
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Pubblicato da su novembre 4, 2015 in TecnoLibri

 

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Tecnologia libraria 14. La furia di Leopardi

"Ritratto di Giacomo Leopardi" (1826) di Luigi Lolli

“Ritratto di Giacomo Leopardi” (1826) di Luigi Lolli

Agli inizi dell’800 la nebulosità legislativa favorisce ristampe illegali e per gli editori guadagnare stabilmente non è facile. Appena trasferitosi a Milano, la nuova capitale del libro, l’editore Antonio Fortunato Stella cerca di ingraziarsi i conti di Recanati pubblicando nel 1816 un testo del loro giovane figlio, un certo Giacomo Leopardi.

Solo nel 1840 nasce la figura dell’“editore capitalista”: basta supplicare e mendicare favori e guadagni da nobili e signorotti locali, ora l’editoria è un’attività commerciale in piena regola.
Il mercato c’è (i bassi prezzi hanno trasformato ampie fasce popolari in lettori) e c’è anche la distribuzione (fondamentale la capillarità delle poste italiane, che permettono anche ai tantissimi paesini sperduti nelle campagne di essere raggiunti dai libri): servono imprenditori capaci di far incontrare gli autori con i lettori.

Malgrado i nostalgici storcano la bocca, questo è il secolo della letteratura popolare: che sia narrativa “alta” o “bassa”, ormai è per i ceti popolari che si pensano le edizioni.

Quando dunque il citato Leopardi si ritrova a dover pubblicare i suoi Canti a proprie spese, perché non ci sono editori interessati, si può comprendere lo spirito con cui pronuncia questa frase: «Oggidì viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti, che dei mediocri».

Per approfondire: Accademia della Crusca, L’editoria italiana nell’era digitale (2014)

L.

 
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Pubblicato da su ottobre 28, 2015 in TecnoLibri

 
 
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