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Scalare montagne coi libri

Ci sono coincidenze che non si possono ignorare, così quando ho visto una recente produzione Netflix – il film “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard, noto nei Paesi anglofoni come The Climb – non ho potuto fare a meno di notare un’incredibile collegamento con un saggio letto qualche mese prima, “Sulla vetta del mondo. L’epica storia della prima scalata al K2” (Ghosts of K2, 2015) di Mick Conefrey (Newton Compton 2016). Un collegamento che oserei definire “magico”, visto che questa storia si apre con un “mago”…

1898. Aleister Crowley non è ancora l’affascinante figura oscura che stregherà l’Europa ed ispirerà a W. Somerset Maugham il romanzo “Il mago” (The Magician, 1908), non è ancora l’occultista, la “bestia”: è solo un ragazzo di 23 anni che fa amicizia con Oscar Eckenstein perché i due condividono una cocente passione: quella per l’alpinismo.
«Si trattava di un duo piuttosto mal assortito» ci racconta il citato Conefrey.

«Eckenstein era basso e muscoloso e, secondo lo scrittore britannico Geoffrey Winthrop Young, “aveva la barba e la corporatura dei nostri primi antenati”. Vestiva con sciatteria e indossava i sandali anche in città, e quando non era impegnato a esercitarsi con la cornamusa aveva invariabilmente in bocca una pipa che lo circondava di un forte sentore di Rutter’s Mitcham Shag, una delle marche di tabacco più forti e grezze tra quelle in commercio. Crowley, dal canto suo, si vestiva come un dandy e aveva l’aspetto magro ed emaciato di un esteta vittoriano, con una gran cascata di capelli che gli incorniciava il volto spiritato.»

Il sobrio Aleister Crowley

Eppure i due si compensano: Crowley era tanto loquace e amante della magia quanto Eckenstein era burbero e razionale. Riassume perfettamente Crowley stesso nelle sue “Confessions” (libro I):

«La combinazione era ideale. Eckenstein aveva tutte le qualità civili ed io quelle selvagge. […] Nella tecnica di arrampicamento Eckenstein ed io eravamo ancora più complementari. È impossibile immagniare due metodi più all’opposto. La sua arrampicata era invariabilmente pulita, ordinata ed intellegible; la mia poteva a malapena essere descritta come umana.»
(traduzione mia: gli altri passi sono invece tutti tradotti da Giovanni e Mario Zucca)

Dopo le montagne della Gran Bretagna e quelle delle Alpi, i due amici ambiscono a salire di livello, visto poi che funzionano particolarmente bene nelle loro scalate. Nel 1902 l’incredibile idea: perché non scaliamo il K2?

«Guy Knowles, all’inizio del suo diario mai pubblicato, spiega che Eckenstein e Crowley avevano scelto il K2 non perché rappresentasse una sfida così importante, ma perché non presentava “nessuna difficoltà tecnica da affrontare dal punto di vista alpinistico”. Per come la vedeva Knowles, i principali requisiti richiesti a chiunque volesse affrontare il K2 erano una grande disponibilità di tempo e denaro sufficiente per una vacanza di un anno in Oriente.»

Premesse sbagliate difficilmente portano a giusta conclusione, quindi l’impresa dei due solerti alpinisti non arriverà a buon fine: per sapere come finirà, vi consiglio lo splendido saggio di Conefrey, anche in digitale. Visto che entrambi hanno vissuto a lungo, posso già anticiparvi che non moriranno sulla montagna che non perdona.
Quello che mi interessa non è cosa sia successo sul K2, ma come Crowley si sia disposto ad affrontare una missione così impegnativa.

Cartina del K2 risalente al 1902, dal saggio Sulla vetta del mondo

Siamo ad Askole: l’ultima città in cui ci si possa fermare e fare rifornimenti, prima di affrontare il lungo viaggio per il K2 con le proprie forze. Non siamo nei super-tecnologici anni moderni, siamo in un periodo in cui l’alpinismo sta muovendo i primi passi, in cui l’esperienza di certe grandi imprese è poca e si viaggia un po’ a braccio. Crowley ed Eckenstein di solito scalavano da soli ma qui per forza devono ingaggiare dei portatori: non sono più due amici che vanno all’avventura, sono i capi di una spedizione di alpinisti e quindi c’è bisogno di tante scorte di cibo e di suppellettili.
I portatori non è che lavorino gratis e di soldi a disposizione non ce ne sono molti: è necessario che tutti si impegnino e si facciano sacrifici. Per esempio Crowley potrebbe evitare di portarsi la propria biblioteca sul K2

«Eckenstein chiese a ciascun membro della squadra di limitare il proprio bagaglio personale a non più di venti chili, provocando una discussione inaspettatamente accesa con Aleister Crowley. Il problema era la sua grossa collezione di libri. Gli altri alpinisti, disse, erano liberi di rinunciare a questo tipo di piaceri intellettuali e di comportarsi come selvaggi “quando traversavano un paese selvaggio”, ma lui non poteva vivere senza il suo Milton e il resto dei suoi volumi. Dichiarò addirittura che preferiva affamare il corpo, piuttosto che l’intelletto. Gli animi si scaldarono al punto che Crowley minacciò di abbandonare la spedizione, pur di non rinunciare alla sua biblioteca portatile.
Alla fine Eckenstein si arrese e la letteratura trionfò, ma al momento di lasciare Askole già c’erano segnali che la spedizione si stesse in qualche modo sfilacciando.»

Purtroppo questo è tutto quanto sappiamo del primo esperimento di portare una biblioteca in cima ad una montagna, visto che nessuno dei due protagonisti ha speso altre parole sulla questione: ci vorranno poco più di cento anni perché l’operazione si ripeta… anche se in piccolo.
Gli alpinisti portano libri durante le loro arrampicate? Non lo so, ma tanto il franco-algerino Nadir Dendoune non è un alpinista…

Nel 2008 il 36enne di Saint-Denis è salito agli onori della cronaca per essere stato il primo franco-algerino a raggiungere la vetta del mondo, cioè a scalare l’Everest lui che non era un alpinista. Ha raccontato la sua incredibile avventura nel memoriale “Un tocard sur le toit du monde” (2010), purtroppo inedito in Italia.

Per chi non sia di lingua francese la storia è stata raccontata dal bel film targato Netflix di cui parlavo all’inizio – “L’ascensione” (L’ascension, 2017) di Ludovic Bernard – in cui l’attore di colore Ahmed Sylla interpreta la versione romanzata di Dendoune, dal nome Samy Diakhaté.

Per dimostrare alla ragazza di cui è innamorato di non essere il solito ragazzo di periferia, spiantato, inaffidabile e alle cui parole non seguono mai i fatti, Samy parte per l’Everest semplicemente perché ha promesso di farlo: che si sappia che lui mantiene le proprie promesse. Come riuscirà nell’impresa lo lascio raccontare al film, quel che conta… è che si porta un libro sulla montagna più alta del mondo.

«Ti ho messo un romanzo nello zaino: mi raccomando, leggilo. Te l’ho dato perché ha un lieto fine.»

A parlare è la mamma di Samy, che come tutte le mamme si assicura che il figlio abbia ogni strumento possibile e immaginabile per affrontare la vita: e cosa più d’un romanzo può aiutare a capire il mondo?

Uno strumento indispensabile per scalare l’Everest

Sembrava quasi una frase buttata lì per caso, invece a metà film – quando il protagonista giunge all’ultimo paesino dove fare rifornimenti, in pratica nello stesso punto di Crowley anche se nei pressi di una montagna diversa – Samy tira fuori il libro, oggetto che a sorpresa diventa elemento fondamentale della trama.

«Jonathan non capiva perché Clara aveva deciso di non rivederlo più. La loro relazione durava da diversi anni e sebbene non fosse tutte rose e fiori la loro intesa…»

«Ma che razza di storia è?», sbotta il protagonista leggendo queste parole. «”L’amore impossibile“… impossibile da leggere!» E così scopriamo anche il titolo di quello che, fino a prova contraria, è uno pseudobiblion.

L’impossible amour, una lettura apparentemente impossibile

Se il libro è falso, non lo è invece l’idea di infilarlo nella storia, visto che già Dendoune nel suo memoriale ci descrive quest’opera:

«Ho tirato fuori un libro dalla mia borsa. È l’unico libro scritto in francese che ho trovato in un negozio a Namche. Dalla collezione Harlequin. Un romanzo rosa [roman à l’eau de rose]. Il suo titolo: L’Impossible Amour. La storia di una donna che era stufa della codardia del suo uomo. Ho cercato di immergermi nel testo. Mia madre non ha mai perso una puntata di Les Feux de l’amour [versione francese della soap opera americana nota in Italia come “Febbre d’amore“]. Le stavo dicendo che si trattava di finzione [fiction], ma lei ha risposto “No, figlio mio, è così che succede nella vita di tutti i giorni”.»
(traduzione mia)

Se da un lato la mamma che infila il libro nello zaino è una trovata del film, il resto è tutta farina del sacco di Dendoune. Durante il film verranno letti altri passi del romanzo, a testimonianza di come la fiction e la realtà si fondano.

Dal memoriale di Dendoune:

«Rimane ancora un lungo tratto di strada da percorrere. Tiro fuori il mio libro. La ragazza si ritrovava sola, di notte, ed era stata presa da tristezza. Florent le mancava, ma l’orgoglio le impediva di prendere il telefono e chiamarlo. Spesso, la sera, il ragazzo posava il suo portatile sul comodino e la guardava con occhi languidi, sperando che finalmente lei gli desse un segno di vita. I giorni passarono. Ancora niente. Ho riposto il romanzo.»

Dal film:

«”Forse siamo giunti al termine di questa bella storia, come una foglia in balia del vento d’autunno. Ma Clara sa che l’amore non è lontano, sente il bocciolo che nasce in fondo al suo cuore, come il fiore l’arrivo della primavera”.»

Mentre Samy procede, la donna che voleva impressionare è ora impressionata, ma soprattutto esce fuori che la guida tibetana di Samy ha un debole per i romanzi rosa: se il protagonista gli leggerà il romanzo – visto che la guida non legge il francese – allora lui lo addestrerà a migliorare il proprio stile di scalata. Anche grazie al romanzo rosa, dunque, Samy arriva in cima. Purtroppo non ho avuto modo di capire se questa trovata appartenga anche al memoriale di Dendoune, ma è facile di sì.

Un romanzo rosa abbatte ogni barriera culturale

Crowley ha dimostrato che portarsi una biblioteca sul K2 non è una buona idea: Dendoune ha dimostrato che basta un libro solo, per arrivare in cima all’Everest. L’importante è che quel libro parli della cosa più banale eppure più difficile di tutte: l’amore, che come l’Everest se ne sta là, indifferente. Sta a noi raggiungerlo.

«Il libro era spesso. La storia era banale. Ma allo stesso tempo, quella storia parlava a tutti. Dall’amore all’odio c’è solo un passo, con i ramponi o meno.»
Nadir Dendoune

L.

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Pubblicato da su febbraio 21, 2018 in Indagini, Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] The Face of an Angel (2014)

La Sound Mirror ed Eagle Pictures hanno portato in Italia un film che se non ci arrivava non è che si offendeva qualcuno. A distribuirlo con il vero titolo – “The Face of an Angel” (2014) – non avrebbe capito nessuno l’argomento trattato, e visto che siamo la patria della grande creatività, basta aggiungere un nome e il gioco è fatto: “Meredith. The Face of an Angel“.

C’era bisogno di un film britannico ambientato in Italia che raccontasse di un brutto caso di cronaca? No, non c’era bisogno. Però Michael Winterbottom ormai s’è innamorato dell’Italia, e dopo “Genova” (2008) e “The Trip to Italy” (2014) proprio non aveva voglia di abbandonare il Bel Paese, che tanto piace agli stranieri. E te credo, c’hanno le tasche piene e vanno nei posti più in e sciccosi: venite in coda agli uffici postali delle periferie cittadine, poi voglio vedere se vi passa l’amore per l’Italia…

Sebbene abbia cambiato i nomi, il film parla dell’omicidio di Meredith Kercher senza avere assolutamente nulla da dire sull’argomento. La tarma parte quando il registino Thomas (un Daniel Brühl antipatico più del solito) si imbatte in un libro che affronta lo scottante caso di cronaca e decide di girarci un film. Non vuole fare un documentario ma una fiction con protagonista un uomo che va alla ricerca della “verità” e trova cose strane.
Cosa sono le “cose strane”? Be’, mettetevi nei panni di un anglofono: cosa c’è di affascinante in Italia? L’inferno di Dante, no? Quindi ecco visioni sconclusionate di ciò che un anglofono crede sia la Divina Commedia.

Siamo a Siena – ok, l’omicidio originale è di Perugia ma qui si cambiano proprio tutti i nomi – e si sa che a Siena tutti stravedono per Dante Aligihieri: è ben noto l’amore profondo dei senesi per tutti i fiorentini…
Ovviamente Thomas è anglofono quindi sorseggia vino mentre dalla terrazza ammira la celebre campagna toscana: tutti gli italiani possono farlo, no? Thomas passa la serata a seguire sue connazionali per localini, si impasticca, pippa la qualsiasi, si ubriaca, va a donne, e insomma compie un profondo viaggio interiore alla ricerca… boh, ma che ne so, mica s’è capito che cacchio sta cercando…

Ah, c’è pure Valerio Mastandrea che fa un ruolo scritto male che non si sa cosa voglia dire. (Non è colpa sua, è proprio lo sceneggiatore che sta fuori di brutto.)

Il “libro falso” da cui nasce tutta la storia

Questo montarozzo fumante di stereotipi a tocchettini, tipico del cattivo gusto anglofono, nasce tutto da uno libro. Anzi, da uno pseudobiblion.
Come dicevo, il protagonista Thomas prende l’idea del viaggio dopo aver letto il libro “The Face of an Angel. The True Story of Student Killer Jessica Fuller” della giornalista Simone Ford, interpretata dalla sempre bella (ma gelida) Kate Beckinsale. E in effetti la sceneggiatura (va be’, chiamiamola così) di Paul Viragh (che di mestiere fa l’attore!) si basa proprio sul saggio di una giornalista: “Angel Face: Sex, Murder, and the Inside Story of Amanda Knox” (2010) scritto da Barbie Latza Nadeau.

Quarta di copertina con tanto di foto della pseudo-giornalista

Così come il “libro falso” mostrato in video è edito dalla Beast Books, cioè la stessa casa del vero libro della Nadeau, seguendo il medesimo gioco tra falso e reale la pseudo-giornalista Simone Ford ricalca la vera giornalista Nadeau, vivendo stabilmente in Italia.

Simone Ford (Kate Beckinsale) nei panni di Barbie Latza Nadeau

Ovviamente il protagonista mica incontra la giornalista in un baretto fetente di quartiere, con le patatine appese al muro. No, i due chiacchierano amabilmente da Rosati

E mettiamoci una marchetta a Rosati…

Thomas comunque non si accontenta della Ford e lo vediamo tirar fuori dalla valigia altri saggi, che a quanto mi sembar di vedere non trattano sempre l’argomento.

Una borsa piena di libri

Purtroppo non sono riuscito a stabilire se si tratti di libri veri o di saggi inventati appositamente per il film…

La morale dunque è che in Italia di sera la gente va per le strade indossando maschere strane – mica solo a Carnevale, no: tutto l’anno! – c’è Dante dappertutto e il vizio si annida ovunque. O almeno questo è il pensiero di tutti gli anglofoni che girano film sull’Italia.

La mia domanda è: quando poi un anglofono viene in Italia, si accorge che non è vero niente? Possibile che non noti che tutti i film stranieri sull’Italia sono solo imbarazzanti buffonate razziste? A quanto pare no…

L.

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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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I libri “gattosi” di BoJack Horseman (2017)

Nel mondo di BoJack Horseman umano ed animale è tutto fuso e ogni distinzione perde di senso: i libri non fanno eccezione. Siamo arrivati a quota quattro stagioni per la serie televisiva animata della Netflix che può vantare ottime sceneggiature e idee sorprendenti: per le recensioni rimando al blog “La Bara Volante”, che ha trattato la prima/seconda, terza e quarta stagione.

Nella puntata 4×02, “La vecchia casa dei Sugarman“, l’agente cinematografica Princess Carolyn – una gatta in carriera – presenta una piccola libreria di libri… gattosi!
Ecco la deliziosa lista dei titoli con le fusa (prrr).

  • Purrsepolis – credo che si rifaccia a “Persepolis” (Persepolis. Histoire d’une femme insoumise, 2000), fumetto dell’autrice iraniana Marjane Satrapi.
  • The Color Purrple – dal romanzo “Il colore viola” (The Color Purple, 1982) di Alice Walker
  • The Big Book of Pajamas –
  • Consider the Lobster – dall’antologia di saggi “Considera l’aragosta” (Consider the Lobster, 2005) di David Foster Wallace
  • Purrmese Days – dal romanzo “Giorni in Birmania” (Burmese Days, 1934) di George Orwell
  • Purrity – dal romanzo “Purity” (2015) di Jonathan Franzen
  • Romeow and Juliet – dal dramma “Romeo e Giulietta” (Romeo and Juliet, 1596) di William Shakespeare
  • Me Meow Pretty One Day – dalla raccolta di saggi umoristici “Me Talk Pretty One Day” (2000) del comico David Sedaris, fratello di quella Amy Sedaris che in originale dà la voce proprio a Princess Carolyn. (In Italia, Giovanna “Giò Giò” Rapattoni).
  • A Tale of Two Kitties – dal romanzo “Racconto di due città” (A Tale of Two Cities, 1859) di Charles Dickens

L.

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Pubblicato da su febbraio 7, 2018 in Pseudobiblia

 

[Archeo Edicola] Io la conoscevo bene (1965)

Adriana Astarelli è una cattiva ragazza, e quindi… legge “Demoniak“.

“Demoniak” n. 4 (maggio 1965) Il club dei serpenti

Ce lo racconta il romano Antonio Pietrangeli con il suo “Io la conoscevo bene” (1965), scritto da lui stesso insieme a Ruggero Maccari ed Ettore Scola. Uscito con grande clamore nelle sale italiane il 4 dicembre 1965, rimane sconosciuto al mondo dell’home video finché il film viene “riscoperto” e presentato in digitale dalla Mustang Entertainment (Cecchi Gori).

Intera pagina del quotidiano “La Stampa” del 28 novembre 1965
per pubblicizzare l’imminente uscita del film

Il 15 giugno 1965 – dopo aver comprato il citato numero di “Demoniak” – viene annunciato il primo ciak del film proprio al Lido di Ostia dove inizia la vicenda, dove cioè vediamo una ragazza comportarsi come una ragazza degli anni Sessanta non dovrebbe comportarsi secondo la morale vigente: libera e disinibita. E infatti legge i “fumetti neri”, quasi a mettere subito le carte in tavola e a marchiare il personaggio con il disprezzo dei benpensanti dell’epoca.

Però il male non viene dai fumetti, perché non è certo “Demoniak” ad abusare di lei nel retro del locale dove lavora…

Una splendida Stefania Sandrelli 19enne, da poco diventata famosa con Divorzio all’italiana (1961) e Sedotta e abbandonata (1964), interpreta Adriana, ragazza che dalla provincia rurale si trasferisce nella rutilante (e corrotta) città per cercare il successo. Per fare cioè lo stesso viaggio di un grande numero di giovani di bell’aspetto che, come lei, finiscono in pasto ad un sistema che non guarda in faccia a nessuno, visto che anche per gli attori uomini non è che la situazione sia rosea.

Un mondo lucente fatto solo di pubblicità

Sono passati sette anni da “Totò nella luna” (1958) ma l’Italia è ancora un Paese di ragazze in cerca di successo mediante foto più o meno “artistiche” pubblicate sulle rivistine che inondano le edicole.
Adriana infatti paga 10 mila lire all’intrallazzone Cianfanna (Nino Manfredi) perché una sua foto finisca nella rivista “Week-End: la rivista che lancia le dive“. Proprio come nel citato film di Totò, anche qui si testimonia di una vispa editoria che all’epoca arricchiva le proprie pagine di foto di giovani aspiranti attrici in cerca di essere “scoperte”, che nel frattempo finivano “scoperte” (nell’altro senso del termine) da chi sapeva approfittarne.

Il direttore della nota rivista “Week-End”

Uno dei vari amanti di Adriana è uno scrittore, di cui non conosciamo il nome, interpretato dal tedesco Joachim Fuchsberger, attore prolifico che lavorava molto fra Italia e Germania. Il suo ruolo è quello di romanziere famoso, la cui foto Arianna ha visto sul “Paese Sera”.
Vediamo inquadrato un libro fresco di stampa, un’antologia di racconti dell’autore.

Il nuovo libro dell’autore senza nome

Arianna (sfogliando un libro del romanziere): «320 pagine? Scrivi molto, tu, eh?»
Romanziere: «Come tutti quelli che non hanno niente da dire.»

Mi sa che non se ne parla di un autografo

La ragazza cerca qualche punto in contatto con l’uomo, la mattina dopo una plausibile notte di passione, ma visto che non canta e non balla il romanziere non sembra avere nulla in comune con lei.
Quando poi Adriana trova nella macchina da scrivere un abbozzo di nuovo romanzo, dove si parla di una ragazza di nome Milena, non capisce che la descrizione dell’autore può riferirsi in maniera perfetta a lei stessa:

«È una come tante altre. Le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente. Non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai: le umiliazioni non le sente, eppure povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni. Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni: zero; morale: nessuna. Neppure quella dei soldi, perché non è una puttana. Per lei “ieri” e “domani” non esistono, non vive neanche giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto: prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività. Per il resto, è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi. Con se stessa mai.»

Solo alla fine Adriana si è resa conto che il monologo ha riassunto tutta la sua vita fino ad allora, e con grande innocenza risponde:

Adriana: «Milena sono io, vero? Sono così? Una specie di… deficiente?»
Romanziere: «Ma no, al contrario: forse sei tu la più saggia di tutti.»

Non è chiaro se gli autori pensino davvero quest’ultima frase, ma di sicuro alla povera Adriana capita di tutto: in una ricerca del successo priva quasi di animosità, come se non nascesse da una vera passione ma più da un vuoto interiore, la ragazza subirà umiliazioni che è facile immaginare siano il simbolo di mille storie simili accadute sul serio a giovani aspiranti “attrici / soubrette / modelle” finite schiacciate in ingranaggi più grandi di loro.

Attorno ad Adriana ruota un mondo volgare e corrotto, fatto di alberghi di lusso ed abiti di marca, di attori famosi e tutto il circo danzante di abbrutimento umano, simboleggiato dallo spietato attore in auge Roberto (Enrico Maria Salerno) e il mesto caratterista in cerca di occasione Gigi Baggini (Ugo Tognazzi). Forse in mezzo al jet set volgare e immorale, ad amanti occasionali e spietati, ad intrallazzoni e ladruncoli che infestano la Capitale, l’unica occasione per Adriana è l’umile ma integro garagista Italo (Franco Nero). Saprà coglierla?

L.

P.S.
L’idea di cercare in questo film l’ho avuta dalla discussione “foto della rete” di Vintage Comics.

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Pubblicato da su dicembre 11, 2017 in Archeo Edicola, Pseudobiblia

 

Fake News: il profumo della storia

Venerdì scorso, 1° dicembre 2017, nella splendida nuova puntata del programma televisivo “Propaganda Live” (La7) il conduttore Diego Bianchi ha parlato molto di fake news, espressione inglese molto di moda di cui ha dato una perfetta traduzione italo-romana: ‘na stronzata.
In un servizio registrato Diego mostra in tempo reale come creare ad arte una notizia falsa (in uno pseudo-paesino italiano il prete locale toglie il bue dal presepe vivente per assecondare le richieste di alcuni immigrati lamentosi) come “spacciarla” nei gruppi giusti (dove cioè una notizia del genere verrebbe subito accolta perché in fondo è ampiamente cercata per fini propagandistici) e come pomparla a dovere. La notizia ha girato ed è stata considerata tale per un numero limitato di tempo, ma ha dimostrato com’è facile, anche per la panzana più sballata, rotolare ed ingigantirsi come una slavina nell’innevato mondo del social network.

Fra gli ospiti della puntata c’era Andrea Purgatori, giornalista e scrittore di lunga data recentemente approdato a La7 nel programma “Atlantide”. Questi prende la parola sull’argomento e dice:

«Le prime fake news sono state inventate dai servizi segreti durante la Guerra Fredda. Io ho visto lettere di Reagan false, ho visto manuali dei sovietici falsi, che si scambiavano, che uno metteva contro l’altro, per cui in realtà nasce tutto poi un po’ anche dalla politica, dal tentativo di utilizzare la falsa notizia come strumento di lotta politica.»

Qui tutti i miei sensi etruschi di pseudobibliofilo sono vibrati pesantemente. Mi sono voltato verso la sciabordante Biblioteca dei Libri Falsi che ho costruito, volume per volume, accanto al computer e mi sono venute in mente le parole di Luciano Canfora (di cui purtroppo non ho ritrovato la fonte, quindi dovrete fidarvi di me): storicamente, per giustificare una guerra si è sempre inventato un documento falso.

Lasciamo stare il fiume in piena di “notizie false” in ambito religioso, come gente che va in giro a dire nei social del tempo che qualcuno è risorto dopo tre giorni senza che nessuno poi chieda conferma e vada a cercare la fonte: anche rimanendo nella Storia, non esiste quasi epoca senza una fake news strumentalizzata per fini politici.
Visto che qualche giorno fa, 29 novembre 2017, Gian Antonio Stella ha presentato un articolo simile sul “Corriere della Sera” – Quella bufala di tredici secoli fa su Costantino – ne approfitto per una panoramica sulle fake news magari meno note della storia.


469 a.C.

Proprio il nostro Canfora ha dedicato un libro all’argomento, “La storia falsa” (Rizzoli 2008), che si apre con il falso tradimento di Pausania. Sappiamo dallo storico Tucidide che venne trovata una lettera in cui Pausania, «capo degli Spartani», chiedeva all’appena sconfitto Serse, re dei Persiani, di stilare un patto segreto di alleanza. Questa lettera venne usata per condannare Pausania per tradimento ed egli fu destinato ad una morte orribile, murato vivo.
Peccato che quella era una fake news: non c’era alcun tentativo di patto segreto, era stata solo una truffa per far cadere un avversario politico.

43 a.C.

Cicerone comincia a sudare quando arriva in Senato una lettera di Bruto – il cesaricida – il cui contenuto non sembra proprio scritto da questi. Tempo dopo sarà lo stesso Cicerone a raccontare l’accaduto a Bruto, così da far arrivare fino a noi l’aneddoto, e nella sua lettera A Bruto Cicerone racconta i suoi timori nel giudicare a gran voce falso il documento giunto in Senato: e se poi si fosse sbagliato? Le ripercussioni politiche sarebbero state gravissime.
Per fortuna è il giurista Labeone a prendere la parola in Senato e a sbugiardare il documento falso: stavolta la fake news non ha avuto effetto… O forse no? E se invece la lettera era vera e il suo effetto è stato annullato da Labeone? (Ne parla il già citato Canfora nel suo saggio.)

315

L’imperatore Costantino dona il potere alla Chiesa: questo editto è noto con il nome di Donazione di Costantino. Già dal Quattrocento si è cercato di spiegare la falsità di questo documento, ma ovviamente la Chiesa non ha gradito questi sforzi.
Per saperne di più pare che la fonte migliore sia “Lezioni di metodo storico” di Federico Chabod (Laterza 1969), ma non avendolo letto non mi esprimo.

1165

L’imperatore bizantino Manuele I Comneno riceve una lettera incredibile, che subito rigira ad altri potenti, come papa Alessandro III e Federico Barbarossa. In questo documento un potente inaspettato offre il suo aiuto e le sue immani ricchezze all’Occidente per affrontare gli islamici: è la celebre lettera del Prete Gianni, un falso che per secoli ha avuto ripercussioni in ogni angolo della cristianità.
La fake news riesce potente e tutti i cristiani credono ciecamente ad un uomo che sta per mettere le proprie enormi ricchezze al loro servizio: ovviamente non è vero nulla. Chi ha scritto questa falsa lettera? Umberto Eco ci racconta… che è stato Baudolino, «mendace di natura»!

Primi anni del 1600

In Polonia viene pubblicato anonimamente un libro esplosivo, dal titolo Monita Privata Societatis Jesu. Il testo afferma di presentare al lettore i vergognosi insegnamenti segreti che vengono inculcati agli allievi della Compagnia di Gesù, quei gesuiti che l’opinione pubblica già odia ma che ora diventano degni dell’indignazione più profonda: mediante queste “intercettazioni ante litteram“, l’anonimo autore racconta al lettore ogni odioso luogo comune anti-gesuita che il lettore già conosce, fornendogli così l’elemento fondamentale che permette alle fake news di prosperare: confermare l’opinione che il lettore già ha.
Il testo è un falso e nei secoli i gesuiti devono scrivere fiumi di inchiostro a dimostrarlo, ma contro i preconcetti neanche gli dèi possono nulla. La questione è trattata splendida mente da Sabina Pavone ne “Le astuzie dei gesuiti” (Salerno 2000).

Primi anni del 1700

L’Europa discute e litiga da almeno un secolo su un libro che in realtà nessuno ha mai visto: tutti recensiscono alla cieca il Trattato dei Tre Impostori, che dimostra come le tre grandi religioni monoteistiche si basino sul falso. Nei primissimi anni del ‘700 finalmente cominciano ad apparire copie di questo libro esplosivo, proprio quando tutti le cercavano, e per almeno un secolo è una truffa che rende benissimo: non importa cosa ci sia scritto, pubblicare un libro con quel titolo significa “soldi sull’unghia”.
Tutto ciò che le copie rimaste fino a noi dimostrano è che il contenuto dell’opera è puro luogo comune, tipiche fake news che confermano ciò che il lettore già sa: per saperne di più vi consiglio “Il libro maledetto” (Rizzoli 2013) di Georges Minois, ma anche “Arpe e il Trattato dei Tre Impostori“… di un certo Lucius Etruscus!

1814

Napoleone è stato ucciso dai cosacchi: non lo sapevate? Sapevatelo! La notizia è troppo bella per essere vera – e infatti non è vera – così subito la borsa europea schizza in alto… fino ad esplodere. Nell’inchiesta che ne segue viene condannato come colpevole l’ammiraglio Thomas Cochrane, mentre il ghostwriter di Alexandre Dumas prende appunti: la vicenda diventerà una delle “vendette” de “Il conte di Montecristo” (1846).

1865

Francia. L’8 luglio l’Accademia delle Scienze (Académie des sciences de l’Institut de France) si riunisce per festeggiare i duecento anni della propria fondazione. Per l’occasione lieta uno dei suoi membri – il matematico ultrasettantenne Michel Chasles – presentò all’attenzione dei colleghi due lettere, scritte da Jean de Rotrou al cardinale Richelieu: in esse il poeta incoraggiava il cardinale ad istituire a Parigi un’Accademia di letterari e scienziati. In pratica le lettere testimoniavano il pensiero che aveva dato vita a quella istituzione che stavano festeggiando. Nel corso degli anni Chasles presentò lettere sempre più incredibili, finché i suoi colleghi – indagando e dopo anni di discussioni – riuscirono ad arrivare alla verità: un falsario aveva venduto al vecchio matematico una cifra enorme di lettere balzane, pagate a peso d’oro.
Il contenuto delle lettere però commetteva l’errore più grande di una fake news: contravveniva al pensiero comune, quindi era facilmente sbugiardabile. (Sulla questione ho trovato dell’ottimo materiale che prima o poi presenterò.)

1919

Tredici mesi dopo la fine della Prima guerra mondiale viene pubblicato a Charlottenburg (Berlino) un piccolo libro che in pochissimo tempo farà il giro del mondo e segnerà per sempre l’immaginario collettivo: il titolo tedesco era “I segreti dei Savi di Sion“, quello inglese “Il pericolo ebraico. Protocolli dei Savi Anziani di Sion“. In italiano, “L’Internazionale ebraica. Protocolli dei ‘Savi Anziani’ di Sion“. Riciclando l’idea dei Monita seicenteschi, di nuovo si presentavano delle “intercettazioni” e si rivelavano i piani segreti che gli ebrei starebbero architettando: come sempre, luoghi comuni che i lettori già avevano quindi la diffusione (e l’apprezzamento) è stato enorme ed immediato. Tanti purtroppo credono ancora che sia un testo vero…
Sull’argomento ha davvero detto tutto Sergio Romano nel suo “I falsi protocolli” (Corbaccio 1992 / Longanesi 2011).

1997

Il 26 febbraio i giornali di Hong Kong pubblicano un testamento di Deng Xiaoping, morto il 19 febbraio precedente, in cui il politico chiede scusa per i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen nel 1989. Il governo cinese subito smentisce l’autenticità di quel testo, e Canfora – che racconta questo aneddoto nel suo citato saggio – ipotizza che sia stata una manovra degli “uomini nuovi” del Partito Comunista Cinese, che così facendo cercavano di sottolineare come le cose brutte del passato fossero tutte da attribuire a chi li aveva preceduti, non a loro.


Mille e mille altre fake news si potrebbero citare, ma questo è giusto un assaggio di quelle più gustose, di solito rappresentate da lettere o libri falsi, cioè costruiti ad arte per scopi politici.

Come ci si difende dalle fake news? Lo dicono tutti: andare a controllare le fonti. Siamo sicuri che questo funzioni? Temo di no.
Ecco un esempio incredibile di come non esista la minima difesa contro le notizie false.

Siamo alla fine dei mitici anni Settanta quando Gerd Heidemann entra in un negozietto di Aspergstrasse (Berlino Est) specializzato in cimeli bellici. L’uomo tornerà più volte a comprare reperti appartenuti ad Adolf Hitler, di cui è ghiotto collezionista, finché un giorno il gestore Kujau tira fuori un’arma:

«Sull’oggetto c’era un’etichetta con la grafia di Martin Bormann che affermava: “Con questa pistola il Führer si tolse la vita”»

Heidemann è felicissimo e fa quello che di solito nessuno fa: va ad informarsi e a controllare le fonti. Quali mai potranno essere le fonti in questo caso? Heidemann va a chiedere consiglio ad un amico, Otto Guensche… l’uomo che da giovane aveva aiutato a portare i corpi di Hitler e di Eva Braun fuori dal loro bunker e aveva raccolto personalmente l’arma usata per il suicidio dal pavimento del bunker, dove era caduta sfilandosi di mano a Hitler. Insomma, questa è la Madre di tutte le fonti!

Otto Guensche, che ha avuto per le mani la pistola di Hitler, prende in mano la pistola che questo Kujau vende nel suo negozio ed emette subito il suo giudizio: è una bufala. Hitler aveva una Walther da 7,65 millimetri mentre quella in vendita è una FN belga. Questo sì che è sventare una truffa.

Heidermann ringrazia l’amico… e compra la pistola venduta da Kujau, inserendola nella propria collezione e presentandola a tutti come la pistola con cui Hitler si tolse la vita. Perché la verità non è affascinante quanto una bugia a cui vogliamo credere.
E intanto sempre da Kujau Heidermann stava comprando dei quaderni di scuola, scritti nottetempo da Kujau stesso, che poi venderà per una cifra astronomica chiamandoli “I diari di Hitler”. Non a caso l’incredibile vicenda è così assurda che solo un affermato romanziere poteva raccontarla, indagando in prima persona: assolutamente consigliato il saggio-capolavoro “I diari di Hitler” (1986 / Mondadori 2001) di Robert Harris… proprio quel Robert Harris, autore di thriller a sfondo storico come Fatherland ed Enigma.

Siamo tutti condannati a credere a quanto già crediamo: ecco perché da 2.500 anni le fake news prosperano e prospereranno per sempre.

L.

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Pubblicato da su dicembre 4, 2017 in Pseudobiblia

 

Pseudobiblia, She Wrote (2)

Jessica Fletcher, interpretata da Angela Lansbury, è forse la più nota delle pseudo-autrici della TV: è il momento di studiarne la bibliografia falsa!

Pseudobiblia, She Wrote
I “libri falsi” di J.B. Fletcher
(seconda parte)

Ci siamo lasciati l’ultima volta chiedendoci quando mai avessero girato un film da un romanzo di J.B. Fletcher, e la risposta arriva dall’ordine evidentemente sbagliato di trasmissione degli episodi: malgrado risulti trasmesso originariamente due settimane dopo, l’episodio 1×03 (28 ottobre 1984), “Hooray for Homicide” – trasmesso in Italia l’8 giugno 1988 con il titolo “Il cadavere ballò a mezzanotte” -, si apre con il discusso produttore Jerry Lydecker (l’allora noto attore John Saxon) che sta dirigendo il citato film, ovviamente dal titolo “The Corpse danced at Midnight“.

«Intervistatore: il giallo della Fletcher è andato a ruba, prevedi che il tuo film otterrà altrettanto successo?
Lydecker: C’è tutto quello che piace ai giovani: musica, sesso e violenza.
Intervistatore: Be’, forse anche troppa violenza.
Lydecker: Che vuol dire, troppa?
Intervistatore: Mi riferisco alla scena in cui quel pazzo criminale arrostisce con il lanciafiamme un gruppo di ballerini.»

Il perfido produttore e una locandina di sicuro successo

La reazione della signora Fletcher è indignata: questo non è il suo libro!

Non sembra proprio un lavoro di J.B. Fletcher

Le sue proteste però si scontrano con una produzione intenzionata a farne un successo: «È un misto di Emmanuelle, Rambo e Flashdance

Ah be’, se ricorda Emmanuelle allora va bene…

Ovviamente la nostra J.B. – che qui scopriamo stare per Jessica Beatrice – non è per nulla d’accordo ma scopre di avere un contratto-capestro.
Dopo aver manifestato a tutti il suo disappunto, la Fletcher finirà nei guai quando il produttore Lydecker verrà trovato morto: la nostra eroina infatti è fra i sospettati perché potrebbe essersi vendicata dell’affronto subìto dal suo romanzo.

Risolto tutto per il meglio, si va avanti e nell’episodio 1×05 (18 novembre 1984), “Lovers and Other Killers” – in Italia, “Tra amanti e assassini” (6 luglio 1988) -, dove la Fletcher è invitata a tenere un corso universitario sulla scrittura di un giallo, e dove potrà esibirsi in alcune storiche scene che faranno parte per anni della sigla iniziale della serie.

Celeberrima immagine, con titolo del romanzo alle spalle

L’episodio non ha altro da offrire se non l’immagine di qualcuno intento a leggere questo benedetto romanzo della Fletcher.

La prova che qualcuno legge davvero questo romanzo

La produzione non ha certo stampato copertine finte per farle intravedere una volta sola, così nell’episodio 1×07, “We’re Off to Kill the Wizard” (9 dicembre 1984) – in Italia, “Il gran mago Orazio” (22 giugno 1988) – troviamo di nuovo il romanzo citato di sfuggita in 1×01, quando ancora non era dato alle stampe: “Epitaffio per un bassotto“.

«È un vero capolavoro!» è il commento entusiasta della lettrice, e il libro scompare nello stesso nulla in cui era apparso.

“Epitaffio per un bassotto”

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 29, 2017 in Pseudobiblia

 

[Pseudobiblia] Preacher e il Re degli Assassini

Il solerte Cassidy, del blog La Bara Volante, mi invia queste splendide chicche dall’episodio 2×06 della serie televisiva Preacher (2017).

Jesse (Dominic Cooper) e Cassidy (Joseph Gilgun) – che non è una coincidenza, visto che il nostro amichevole Cassidy di quartiere ha scelto quel nickname proprio in onore di questo personaggio! – per cercare informazioni sull’inarrestabile Santo degli assassini vanno in biblioteca, e qui parte una carrellata di pseudobiblia da leccarsi i baffi da pistolero.

Ignoro tutto sia del fumetto che della serie televisiva, quindi lascio la parola a Cassidy in persona:

«Siccome il Santo è diventato una specie di leggenda, su di lui esiste di tutto, romanzi rosa, fumetti (per altro quello che si vede è il vero speciale di Preacher dedicato al Santo degli assassini) e libri sul “Macellaio di Gettysburg”, soprannome che il Santo si è guadagnato sul campo.»

Ecco dunque altre splendide schermate, offerte da Cassidy:

L.

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Pubblicato da su novembre 22, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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