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Pseudobiblia, She Wrote (1)

Jessica Fletcher, interpretata da Angela Lansbury, è forse la più nota delle pseudo-autrici della TV: è il momento di studiarne la bibliografia falsa!

So che esistono molti elenchi di “libri falsi” della Fletcher in Rete, così come molte altre informazioni, ma ho scelto volutamente di non seguirle per non farmi influenzare: quello che leggete viene direttamente dalla “fonte”.


Pseudobiblia, She Wrote
I “libri falsi” di J.B. Fletcher
(prima parte)

J.B. Fletcher nasce il 30 settembre 1984, quando nelle TV americane va in onda “The Murder of Sherlock Holmes” di Corey Allen, vero e proprio film che presenta un’arzilla vedova di Cabot Cove che insegna lingua inglese alla scuola locale.
Questo giustificherebbe la presenza di un dizionario Webster’s vicino al telefono…

… ma se insegna inglese, perché i suoi allievi hanno un manuale di italiano?

The Classic Italian

Scritta e creata da Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link, l’instancabile signora Fletcher – l’attrice ha 59 anni al momento della messa in onda, quindi possiamo considerarla anche l’età del personaggio – fa la vita ruspante e tonificante della tranquilla provincia, ed è talmente instancabile che oltre alle mille attività giornaliere… ha pure trovato il tempo per scrivere “per gioco” un romanzo.
Suo nipote Grady (Michael Horton) lo legge e se lo porta nella rutilante e pericolosa Chicago, dove lo fa leggere ad un editore che subito lo vuole stampare: da comare di paese, Jessica si ritrova romanziera da bestseller!

Probabilmente l’unica libreria di Cabot Cove

Il suo romanzo “The Corpse danced at Midnight” (il cadavere ballò a mezzanotte) è all’ottavo post della classifica dei più venduti: non è chiaro se solo a Cabot Cove o in tutto lo Stato.

L’entusiasmo del librario

Inizia un tour promozionale a Chicago con relativa satira dei media, dei giornalisti e della TV in generale. Non manca una seduta di autografi con gente che in realtà compra il romanzo in attesa che l’autrice diventi famosa, così da fare una facile speculazione economica.

La sorpresa di chi scala in breve le vette dei bestseller

Non mancano certo i problemi: un’autrice che di punto in bianco si ritrovi in vetta alle classifiche può ben sopportare… un paio di baffi!

I problemi della notorietà

Il film arriva tardi in Italia – su Raiuno, in prima serata il 1° giugno 1988, con il titolo “Chi ha ucciso Sherlock Holmes?” – ma in patria spopola subito e decreta l’inizio della relativa serie TV, com’era usanza dell’epoca. Negli anni Ottanta la differenza fra TV movieTV show era sottile e un gran numero di quelli che noi chiamiamo “telefilm” nascevano o si sviluppavano in film televisivi. (Trasmessi sempre a casaccio dalle nostre emittenti.)

Sette giorni dopo questo film televisivo – quindi la cosa era stata pianificata in partenza – va in onda in patria “Deadly Lady” (7 ottobre 1984), primo episodio della serie TV “Murder, She Wrote“, la cui celebre sigla ripropone sequenze prese dal precedente film.
Annunciata come in arrivo sulla RAI già dal 13 luglio 1987, in realtà qualcosa va storto e per l’arrivo in Italia del personaggio bisogna aspettare il citato 1° giugno 1988 per l’esordio di una serie che da allora si intitola “La signora in giallo“, in onda ancora oggi su Rete4 in pratica senza interruzioni.

Il primo passaggio televisivo italiano del primo episodio è del 29 giugno 1988, sempre su Raiuno, con il titolo “Delitto a Cabot Cove“.

Un semplice ticchettio sulla macchina da scrivere ci informa velocemente che Jessica è una romanziera, ma la cosa sembra già essere data per scontata sebbene siamo al primo episodio.
Va via la luce e la signora deve accendere una lampada per continuare a scrivere, così che vediamo alcuni libri su un tavolino: in casa Fletcher non esistono biblioteche, a quanto pare…
L’unico libro di cui si può leggere il titolo è quello all’estrema destra, e lo segnalo perché… è uno degli pseudobiblia della Fletcher!

Dirge for a Dead Dachshund

L’ospite Ralph (Howard Duff) nota il libro il giorno dopo, e dopo aver affermato di averlo adorato scopre con piacere che l’autrice è proprio la donna che lo sta ospitando in casa. Il romanzo è “Dirge for a Dead Dachshund“, titolo-scioglilingua che credo si possa tradurre con “Nenia per un bassotto morto”. (Che c’entri la mucca in copertina non saprei dirlo…)

Aspetta, io questa romanziera l’ho già vista…

Il problema è che il libro esce fuori essere una “copia di lavorazione”, non è ancora uscito in libreria: come ha fatto il gentile ospite della Fletcher a leggerlo? Ovviamente non l’ha fatto: era semplice piaggeria, perché sa bene che ai romanzieri piace ricevere complimenti, soprattutto se falsi.

Quindi ad inizio serie sappiamo che la nostra eroina, che si firma sempre e solo J.B. Fletcher, ha esordito con “The Corpse danced at Midnight“, ha in casa una bozza del plausibilmente imminente nuovo romanzo “Dirge for a Dead Dachshund” e la sua attività serale di scrittura fa pensare che un terzo titolo sia in cantiere.
Splendido, ma allora… perché nel secondo episodio allora viene presentata così?

«La famosa scrittrice di gialli: è l’autrice di sei bestseller e un film da un suo libro.»

Sei? E quando li ha scritti? Purtroppo non abbiamo altri indizi dall’episodio 1×02 “Birds of a Feather” (14 ottobre 1984), trasmesso in Italia da Raiuno il 15 giugno 1988 con il titolo “Delitto al Night“.

(continua)

L.

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Pubblicato da su novembre 8, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Piccoli crimini coniugali (2017)

I “libri falsi” di Elia Masi Horn

Esce nei cinema italiani il 6 aprile 2017 (fonte: ComingSoon.it) e la stessa Koch Media lo porta in DVD il 30 agosto successivo: è quindi molto breve la vita di “Piccoli crimini coniugali” di Alex Infascelli, uno dei migliori film italiani che ho visto negli ultimi anni. (E io odio i film italiani!)

Al contrario del prodotto nostrano medio, gli attori recitano… e non è assolutamente scontato. Non usano dialetti né sbiascicano parole, rese incomprensibili dal maledetto audio in presa diretta che tanto piace ai nostri registi. (Tanto agli stranieri dei festival che gli frega? Loro hanno i sottotitoli…)
Questo è un film, con una regia e due attori in stato di grazia che fanno quello che raramente gli attori italiani fanno: recitano. Non gigioneggiano, non cazzeggiano né bofonchiano: scandiscono in italiano un testo italiano. Ripeto, elementi per nulla scontati, in Italia.

Finora sembra ignoto a tutti i siti web, così lo specifico io: questo film è un’ottima trasposizione del testo omonimo (Petits crimes conjugaux, 2003) del franco-belga Éric-Emmanuel Schmitt (edizioni e/o 2004/2017).


La biblioteca di una coppia senza memoria

Esiste solo ciò che è ricordato. Il filosofo Maurizio Ferraris ha fatto l’esempio di un matrimonio celebrato fra malati di Alzheimer, dove tutti – gli sposi, i testimoni, l’officiante e gli invitati – soffrendo di quella malattia il giorno dopo non ricordano nulla di ciò che è avvenuto. Quel matrimonio è stato celebrato, se nessuno ricorda d’averlo fatto? È un evento reale?
La risposta forse va cercata nell’etimologia della parola greca che Omero usava per “realtà”, e che in genere viene tradotta con “verità”: alètheia.

L’alfa privativo seguito dal verbo lanthàno ci indicano che la parola significa letteralmente “non nascosto”, ma Piergiorgio Odifreddi fa notare come nella mitologia greca il fiume che faceva perdere la memoria a chi ne bevesse l’acqua si chiamava Lete, da una delle forme dello stesso verbo lanthàno: lèthe, “oblio”.
E se la realtà, la verità (a-lètheia) fosse ciò che non può essere dimenticato? Questo vorrebbe dire che ciò che si dimentica… non esiste più.

Quel matrimonio di cui parlava Ferraris, che il giorno dopo tutti hanno dimenticato, è dunque reale? A questa domanda sembrano rispondere i due sposi protagonisti di questa storia.


Un autore senza più memoria

Il celebre romanziere Elia Masi Horn (un Sergio Castellitto in grande spolvero) torna a casa con un vistoso cerotto sulla testa. È convalescente da una brutta caduta per le scale che gli ha provocato un’amnesia, forse temporanea: non ricorda nulla, né di sé né dell’amorevole moglie Lisa. (In realtà il personaggio interpretato splendidamente da Margherita Buy non sembra avere nome, così la chiamerò con quello del testo originale.)

Una coppia che ruota attorno ad un libro

La coppia che torna a casa dall’ospedale è formata da altre persone rispetto a quelle che erano prima, perché ora la realtà del loro matrimonio non esiste più, non essendoci più memoria. Lisa quindi comincia a ricostruirla raccontandola al marito smemorato, raccontandogli di quanto lui l’amasse, di quanto fosse pieno di attenzioni… e tanti altri particolari che non sembrano corrispondere con Elia: ciò che viene raccontato è l’immagine che la moglie ha del marito, non il vero marito.
Ma in fondo cos’è la realtà se non l’immagine che abbiamo di essa?

Il mistero del libro nascosto in bagno…

Quello che piano piano esce fuori è che la donna ama l’uomo, non l’artista. Lisa disprezza i romanzi scritti da Elia, ma più di tutto odia il narcisismo in essi presenti, come ben testimoniato dalle dediche.
Ecco la dedica che Elia ha inserito nel suo “Orgasmatron“.

«A me stesso, questo mio libro con tutto il mio affetto.
Sinceramente, io

Una dedica grondante edonismo

Sembrano essere tutte su questo tono, le dediche degli altri libri, mentre l’unica dedicata alla moglie si trova nel romanzo “Portami con te“:

«A mia moglie, la mia coscienza. La mia coscienza sporca. Il mio amore. Colui che la ama e che non la merita.»

Una coscienza sporca per moglie

Questo provoca una reazione violenta alla donna, che getta via il libro. «Una botta di passato, scusa eh?»
Qui nel testo originale c’è uno scambio di battute che viene stranamente cancellato nel film:

Gilles: Sono qua, non sono morto.
Lisa: No, ma il passato sì che è morto.

Qui la donna fa capire che quella amnesia è provvidenziale: è ora che il passato venga dimenticato, che muoia, per costruirne uno nuovo. Uno dove Elia (Gilles, nel testo originale) non abbia mai scritto l’odioso romanzo che sua moglie detesta più di ogni altra cosa al mondo. Un romanzo intitolato “Piccoli crimini coniugali“.

Il libro della discordia

Riporto dal romanzo (con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca) il passo in cui l’autore spiega il suo proprio romanzo.

«GILLES: Piccoli crimini coniugali, una raccolta di storie brevi. O meglio, una raccolta di pessime storie brevi, vista la teoria impregnata di pessimismo che vi e sviluppata. In questo libro ho dipinto la coppia come un’associazione di assassini. Da principio li unisce la violenza, quel desiderio che li porta a gettarsi l’uno sull’altra, che spinge il corpo di uno dentro quello dell’altra, quei colpi accompagnati da rantoli, sudore e gemiti, quella lotta che solo per esaurimento di forze si risolve in un armistizio chiamato piacere. Poi i due assassini, se intendono continuare la loro associazione scegliendo la tregua del matrimonio, si alleano per combattere contro la società. Cominciano a reclamare diritti, vantaggi e privilegi, ostentano i frutti delle loro risse, i figli, per ottenere silenzio e rispetto dagli altri. E qui la truffa assurge a capolavoro! I due nemici, adesso, giustificano tutto in nome della famiglia. La famiglia, alibi supremo delle loro millanterie! E come prima hanno fatto passare i loro abbracci brutali e goduriosi per un servizio reso alla razza umana, cosi ora possono distribuire schiaffi, calci e punizioni in nome dell’educazione, imporre la loro nocività, la loro stupidità e il loro rumore. La famiglia, ovvero l’egoismo vestito da altruismo…

«Poi gli assassini invecchiano, i loro figli se ne vanno per formare nuove coppie di assassini. Allora i vecchi predatori, non avendo più valvole di sfogo alla loro violenza, finiscono per prendersela l’uno con l’altra, come quando si erano conosciuti, ma utilizzando altri colpi invece dei colpi di reni. Ora i colpi si sono fatti più subdoli, da vere carogne. Tutto è permesso in questa guerra: i tic, le malattie, la sordità, l’indifferenza, il rimbambimento. Vince chi arriva a sotterrare l’altro. Ecco la vita coniugale, un’associazione di killer che si accaniscono sugli altri prima di infierire su loro stessi, un lungo cammino verso la morte che lascia la strada costellata di cadaveri. La coppia giovane è una coppia che cerca di sbarazzarsi degli altri. La coppia vecchia è una coppia dove ognuno cerca di sopprimere il partner. Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l’assassino.»

Non rivelo altro, perché la trama è piena di sorprese.


Al di là degli pseudobiblia di Elia, nella sua biblioteca – protagonista di gran parte della vicenda – troviamo anche moltissimi “libri veri”.

Una biblioteca lottizzata

Partendo da sinistra, sono ben evidenti le coste di “Fuori da un evidente destino” di Giorgio Faletti (Baldini & Castoldi 2015) che troviamo addirittura in due copie (la seconda è sulla destra, dietro la Torre Eiffel), “Mondo senza fine” (World Without End, 2007) di Ken Follett (Mondadori 2007) e “L’inverno del mondo” (Winter of the World, 2012) dello stesso autore (Mondadori 2012); “Cadaveri innocenti” (Death Du Jour, 1999) di Kathy Reichs (Rizzoli 1999) e “Il nome della rosa” (1980) di Umberto Eco (Bompiani 1980).
Mi è molto familiare quella costa di Scott Turow, dietro la piccola Torre Eiffel, ma non riesco a risalire al romanzo…

Come si vede, la marchetta è spalmata su varie case editrici: Mondadori, Baldini, Rizzoli, Bompiani, Einaudi, in basso nella foto Adelphi e sulla destra una sfilza di Sellerio. Se riuscite ad identificare qualche altro titolo, fatemi sapere.

Un tavolino pieno d’arte

Il tavolinetto davanti al camino sciaborda di libri d’arte, ma l’unico che riesco a riconoscere è la monografia su Helmut Newton (il primo a sinistra).


Riuscirà Elia a ritrovare la memoria? Riuscirà la “realtà” del passato a tornare, a non essere dimenticata? Per saperlo non vi rimane che vedere uno dei migliori film di quest’anno.

L.

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Pubblicato da su ottobre 23, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

[Pseudobiblia] Collision Course (2013)

Gli pseudobiblia, i “libri falsi”, si nascondono ovunque… anche in un filmaccio di serie Z come “Terrore ad alta quota” (Collision Course, 2013) del Maestro del Male Fred Olen Ray, che ho recensito nel mio blog Il Zinefilo.

Protagonista del film è l’attrice hawaiiana Tia Carrere, molto quotata nei primi anni Novanta, che interpreta Kate Parks, vedova di un pilota morto in un incidente ma soprattutto autrice di un saggio che analizza dettagliatamente proprio quell’incidente aereo: il titolo d’effetto è “Truth Under Fire” (la verità sotto il fuoco).

Proprio mentre aspetta di imbarcarsi su un volo, la Parks scopre che un assistente di volo, Jake Ross (David “Baywatch” Chokachi), è un suo lettore entusiasta, tanto che l’autrice gli lascia una dedica molto speciale su una copia del suo libro.

La Parks non sa che il volo che sta per prendere sarà parecchio movimentato, e insieme all’intero cast del film rischierà la vita quando un’esplosione solare (?) manderà in tilt ogni strumentazione della Terra (???) compresa quella dell’aereo su cui vola… Ok, l’ho detto che è un filmaccio di serie Z, no?

Tia Carrere ride della sceneggiatura del film

Finita l’avventura a bordo dell’aereo, l’esperienza appena vissuto suggerisce all’autrice un altro libro, fresco fresco: “Collision Course. How we saved Flight 108” (Rotta di collisione. Come abbiamo salvato il Volo 108).

Alzate gli occhi al cielo e non abbassate mai la guardia: gli pseudobiblia sono ovunque…

L.

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Pubblicato da su ottobre 9, 2017 in Pseudobiblia

 

I libri “esplosivi” di Imperium (2016)

Quante volte in questo blog ho raccontato come la finzione preceda sempre la realtà? Sembra un gioco di parole, sembra che la “precessione dei simulacri” sia una fantasia divertente: invece le prove serissime arrivano dai punti più impensabili. E ovviamente arrivano dalla finzione, non dalla realtà…

Prima dell’11 settembre 2001 ogni film americano ce la menava raccontandoci che il più grande attentato mai subìto da quel Paese è stato quello di Oklahoma City: guarda caso un attentato compiuto da americani su suolo americano, che quindi rendeva del tutto immotivato ogni azione contro quei cattivoni in Medio Oriente.
Malgrado facessero film che mostravano brutti arabi con le barbe incolte e i vestiti sporchi, la “mente” di quell’attentato è stata Timothy McVeigh, che non era un folle che sentiva le voci: era un sottufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, addestrato e cresciuto in quella cultura, che come un tumore ha colpito chi l’ha alimentato. Invece di andare a fare danni all’etero, forse gli americani dovrebbero cominciare a guardarsi bene in casa, visto che questo non è certo stato un caso isolato.

Mentre venivamo bombardati di film che ci mostravano quanto fosse cattivo il Texas che ancora nel ventesimo secolo che ancora aveva la pena di morte, McVeigh riceveva un’iniezione letale nell’Indiana, l’11 giugno 2001: spero non sfugga l’amarissima somiglianza di questa data a quell’altra

Perché racconto tutto questo? In fondo sembra una storia che conferma quanto la realtà venga costantemente modificata dalla finzione. Un americano compie un attentato su suolo americano e uccide 168 americani: è una notizia troppo assurda da dare al mondo, e la finzione si mette a lavoro, cancellando e modificando. Non è un caso infatti che la richiesta di McVeigh che la propria esecuzione fosse trasmessa in TV sia stata negata: avrebbe lasciato una prova tangibile e la realtà odia le prove. I grandi cattivi della storia non li vediamo mai morire…

Quindi la “morale” è la solita: la realtà viene rimaneggiata e rielaborata? No, perché quella realtà nasce dalla finzione!

Il bello degli americani è che rimuginano in continuazione sui propri sbagli e sui propri difetti, dimenticandosi di ciò che dicono all’estero. Così tutto quanto vi ho raccontato – che all’epoca non è stato raccontato, non con questa chiarezza – lo ritrovate in un breve dialogo all’interno del sorprendente piccolo film “Imperium” (2016), scritto e diretto dal giovane Daniel Ragussis ed interpretato da un bravissimo Daniel Radcliffe, in eterno tentativo di far dimenticare il suo Harry Potter.

Una cenetta al lume di candela… con un classicone in mano

Nate Foster (Radcliffe) è un giovane e promettente agente dell’FBI che vive per il suo lavoro e nelle pause pranzo legge “Il sindaco di Casterbridge” (The Mayor of Casterbridge, 1886) del britannico Thomas Hardy (Einaudi 1944). La sua capa Angela Zamparo (la sempre brava Toni Collette) un giorno affronta con lui il problema di Timothy McVeigh: perché quel soldato americano ha compiuto quel gesto terroristico? Viste la aderenze di McVeigh con gli ambienti suprematisti, cospirazionisti e tutto il circo danzante, la risposta sembra ovvia. non lo è.

Angela ci spiega che la dinamica dell’attentato non nasce dal nulla: è la realizzazione di qualcosa che McVeigh ha letto in un libro!

«Era un veterano della Guerra del Golfo, non era un malato, non aveva problemi psichiatrici e non era uno stupido. Era un suprematista con un piano ben preciso: un piano preso da un libro intitolato I diari di Turner. Parla di una guerra per sterminare i neri, ebrei e razze inferiori, e sai come inizia questa guerra? Il protagonista fa esplodere un camion bomba in un edificio federale. Timothy McVeigh voleva ricreare esattamente quella scena: aveva con sé il libro, quando venne arrestato. Voleva scatenare un conflitto razziale…»

Il romanzo dichiaratamente razzista “The Turner Diaries” (1978) porta in copertina il nome posticcio di Andrew Macdonald, pseudonimo di quel William Luther Pierce che ha fondato l’organizzazione National Alliance (formata da nazionalisti bianchi anti-ebrei) e il cui “pensiero” ha ispirato molte altre organizzazioni similari sparse negli Stati Uniti. Visto che Pierce è morto nel 2002, chissà cos’avrà pensato quando ha visto McVeigh concretizzare ciò che lui aveva immaginato nel 1978…

La CNN il 28 aprile 1997 ci racconta che durante il processo a McVeigh si è detto che nella sua auto, al momento dell’arresto, sono stati trovati brani (poi si dirà “pagine fotocopiate”) del romanzo di Macdonald: ecco una delle frasi sottolineate.

«Ma il reale valore di tutti i nostri attacchi di oggi sta nell’impatto psicologico, non nelle vittime del momento.»

Per la precisione, è una frase estratta dal capitolo IX, che si svolge nell’immaginario 9 novembre 1991.

Ignorato dall’editoria italiana, il romanzo razzista The Turner Diaries arriva nel nostro Paese in un modo davvero curioso.
L’eco del processo McVeigh ha scatenato tutte le grandi menti dello spettacolo, così Joe Dante il 15 marzo 1997 presenta l’incredibile film “La seconda guerra civile americana” (The Second Civil War, 1997), che immagina un futuro in cui gli Stati americani cominciano a farsi la guerra l’un l’altro.

Come potete vedere dalle date, il film esce un mese prima che venga detto in tribunale delle pagine del romanzo: già si sapeva prima del collegamento fra McVeigh e The Turner Diaries? Probabile, ma non conta molto: quello che conta è che nel 2014, di punto in bianco, la nostrana Bietti porta in Italia The Turner Diaries (con la traduzione di Diego Sobrà e cura di Giorgio Galli) e che titolo sceglie? Un davvero incredibile “La seconda guerra civile americana“… Con l’aggiunta del sottotitolo “Il romanzo che ha sconvolto l’America”.

Ecco come introduce il testo il direttore della collana Andrea Scarabelli:

«La prassi vorrebbe che che queste righe prendessero le distanze dal libro che avete tra le mani – e lo si farà, ma a modo nostro. La sconfessione, infatti, non colpirà unicamente i Turner Diaries, […] ma sarà rivolta a quello stesso ambiente che li ha prodotti, a quell’humus che ha offerto loro nutrimento e sostentamento, vale a dire la modernità. L’esistenza di libri come questo, infatti (e qui risiede il loro interesse, da un punto di vista sociologico), testimonia l’esistenza di dimensioni poco note del nostro presente. Dimensioni le quali, spesso ignorate, si impongono alla stampa grazie ai gesti scellerati di un Timothy McVeigh o, più recentemente, di un Anders Behring Breivik. Sono tutte punte di un iceberg inquietante che rivela la presenza di una materia oscura la quale imperversa accanto alle sorti magnifiche e progressive, nel sui segno si è aperta la fase storica che stiamo vivendo.»

Dunque l’indipendente Daniel Ragussis decide di raccontare una storia della modernità diversa dal solito. Mentre tutti i film di guerra ci mostrano i cattivi mediorientali con le barbe brutte e le teste di stracci, è il momento di tornare a guardare in casa propria, dove non si è mai sopita un’ideologia che ha quasi cent’anni d’età.
È dunque il momento che l’agente dell’FBI Nate Foster vada sotto copertura nei gruppi separatisti bianchi… cioè fra i nazisti.

Vademecum per andare sotto copertura

La capa Angela gli svela un segreto: per andare sotto copertura non servono doti fisiche, sta tutto nel controllare la situazione e gestire le persone. A tal proposito fa calare sul tavolo una copia di “L’arte di conquistar gli amici e il dominio sugli altri” (How to Win Friends and Influence People, 1937) di Dale Carnegie (Bompiani 1938), titolo che nel 1986 viene ritradotto sempre da Bompiani come “Come trattare gli altri e farseli amici“.

Gira che ti rigira, alla fine ‘sto libro sbuca sempre fuori…

Inizia per Nate Foster una lunga sessione di letture per entrare nella parte del nazista, separatista, razzista, cospirazionista e vari altri -ista. Si parte con una carrellata di libri che non poteva non iniziare con il libro più citato da chi lo teme: “La mia battaglia” (Mein Kampf, 1925) di un certo Adolf Hitler (Bompiani 1934).

In realtà sarebbe una frase da NON sottolineare…

Il nostro Nate evidenzia alcune frasi, come questa tratta dal capitolo XI, “Nazione e razza”:

«Il più forte deve dominare e non mescolarsi con il più debole».

Sembra strano, ma nelle edizioni italiane del libro non ho trovato né questa frase né alcun’altra presente nell’edizione inglese: che gli anglofoni abbiano del testo aggiuntivo rispetto alla versione italiana?

Ma ha comprato solo libri grossi?

La sessione di lettura continua con “The White Man’s Scripture” di Ronald Ken Smith, però altre fonti dicono che il libro è di Bernhardt “Ben” Klassen, separatista bianco fondatore della Church of the Creator.

Non a caso la copertina è bianca…

Poi tocca a “Essays of a Klansman” di Louis R. Beam jr., un “compendio dell’ideologia del Ku Klux Klan, i metodi organizzativi, la storia, le tattiche e le opinioni”, stando al sottotitolo.

Il libro più “moderno” della serie…

Infine è il turno di “Imperium” (1948) di Francis Parker Yockey, anche se originariamente si è firmato con lo pseudonimo Ulick Varange. Due anni prima Yockey, che lavorava per il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, aveva partecipato al Processo di Norimberga e molti pensano che questo l’abbia fatto avvicinare ad idee di destra: di sicuro rimane un personaggio molto controverso.

Un paio di libri per letture “divertenti”…

Il piano di letture è pronto, con l’aggiunta di “All-American Monster: The Unauthorized Biography of Timothy McVeigh” (1996) di Brandon M. Stickney: può cominciare l’auto-indottrinamento!

Una tranquilla seratina di letture naziste

Non mancano però pseudobiblia: in questa parata di libri veri, qualche “libro falso” ci può anche stare.

Non ruotate la testa a leggere il titolo, tanto non esiste!

Per esempio “Which Way European Man?” di Garry John Triple, un libro che vediamo solo capovolto e per un secondo: un libro che il sito Aryan Wisdom dice essere un palese omaggio a “Which Way Western Man?” (1978) dell’attivista William Gayley Simpson.

Non a caso c’è una luce bianca…

Nel film poi abbiamo il predicatore integralista Dallas Wolf (Tracy Letts), che conduce programmi alla radio e scrive libri: un uomo di spettacolo che porta avanti qualsiasi discorso ruoti intorno al potere bianco. Lo incontriamo proprio mentre sta pubblicizzando il suo libro “Genocide: The Murder of White America“.

Insomma, Imperium non è un film che mostra i soliti teppistelli rasati a zero che fanno a botte per strada, bensì pone l’accento sulla “cultura” integralista: sul fatto cioè che il nazismo vero, quello pericoloso, non lo si trova per strada ma fra i libri.

Un nazista amante dei libri e dell’arte…

Si potrebbe sbrigare tutto dicendo che l’americano medio, che odia i nazisti dell’Illinois (per citare Blues Brothers), guarda con sospetto chi legge troppo e quindi l’accostare ideologie oltranziste ai libri sia un colpo basso. Mi piace invece pensare che il discorso sia – o tenti di essere – più sottile, e un indizio me lo fornisce l’ultima frase pronunciata dal film:

«Comincia tutto dalle parole» (It all begins with the word).

L’ideologia crea l’integralismo, e l’ideologia è solo un insieme di parole creato basandosi appunto su idee: cioè concetti astratti che trovano compimento solo nella mente di chi ci crede. Quindi, come dicevo all’inizio, la realtà – anche la più sgradevole e violenta – nasce sempre dalla finzione…

L.

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Pubblicato da su agosto 28, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

[Pseudobiblia] Hanno cambiato faccia (1971)

Alberto Valle (Giuliano Esperanti) nella biblioteca di Nosferatu

Del film “Hanno cambiato faccia” (1971), scritto e diretto da Corrado Farina, e dei suoi libri “veri” ho già parlato: mi piace presentare anche lo pseudobiblion, il “libro falso” in esso presente.

Un libro trovato per caso

Già ho raccontato del perché Alberto Valle (Giuliano Esperanti) si trovi nella villa dell’ingegnere Giovanni Nosferatu (uno strepitoso Adolfo Celi): può la casa di un uomo così potente e misterioso non ospitare una ricca biblioteca piena di misteri?

Libro vero, edizione falsa

Mentre spulcia i corposi volumi della “Storia dei papi” di Ludwig von Pastor Alberto fa cadere per errore un libro, che raccolto risulta essere il “Manuale exorcistarum” del padre Candido Brognolo da Bergamo.

Il Manuale esiste eccome, lo si può consultare liberamente grazie a Google, così come esiste l’autore:

BRUGNOLI (Brognolo, Brognoli, Brognolus), Candido. – Nacque a Sarnico, nel Bergamasco, il 13 genn. 1607. Nel 1625 entrò nell’Ordine dei frati minori francescani e vi prese il nome di fra’ Candido da Samico. Laureatosi in filosofia e teologia, ne altemò l’insegnamento con la predicazione e con varie cariche (guardiano, definitore) in diversi conventi. Nel 1647 è a Roma. L’anno successivo è a Padova, dove incomincia a scrivere una delle sue opere più note, il Manuale exorcistarum, portato a termine a Bergamo nel 1650 e ivi pubblicato nel 1651. Munito dell’approvazione del consultore del S. Uffizio di Bergamo, del generale dell’Ordine e dei riformatori dello Studio di Padova, il Manuale ebbe larghissima diffusione in tre edizioni, fino alla proibizione della Congregazione dell’Indice del 2 sett. 1727.
(dal Dizionario Biografico Treccani degli Italiani, 1972)

Perché quindi parlare di questo Manuale in una rubrica dedicata ai libri falsi? Be’, perché l’edizione presentata nel film è ovviamente posticcia… e nell’originale qualsiasi riferimento alla casata dei Nosferatu!

Uno stemma un po’ semplice, per una casata così antica…

Infine, se avete 4.000 dollari da buttar via, comprate il Manuale da una libreria antiquaria di Roma…

Una settimana con Ivano

Per cinque giorni, in cinque rubriche, cinque aspetti diversi di questo film del 1971 che mi ha consigliato Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno:

  • Lunedì: “IPMP” con locandine e ritagli di giornali dell’epoca
  • Martedì: “Books in Movies” con citazioni librarie dal film
  • Mercoledì: “CitaScacchi” con una citazione scacchistica dal film
  • Giovedì: “Pseudobiblia” con il libro falso presentato nella pellicola
  • Venerdì: “Il Zinnefilo” con le grazie al vento di una delle protagoniste

L.

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Pubblicato da su luglio 27, 2017 in Pseudobiblia

 

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[Books in Movies] Fantozzi (1975)

Omaggio al ragioniere, “testimonial” del Giallo Mondadori

Per una di quelle coincidenze che ti lasciano un senso di inquietudine, ho scoperto questa citazione libraria a poche ore dalla scoperta della scomparsa di Paolo Villaggio, scoperta che a sua volta è arrivata dieci minuti dopo aver inserito nel mio blog “Il Zinefilo” un post comprendente il suo film “Sogni mostruosamente proibiti” (1982).
La scomparsa dell’attore ha portato molta gente a vedere i suoi film, in alcuni casi addirittura per la prima volta: magari Villaggio finalmente verrà visto, oltre che citato…

Il cinema italiano anni Settanta (e di sfuggita anche quello Ottanta) è una marchetta a cielo aperto, così se Tomas Milian era “ragazzo immagine” della casa editrice Garzanti (1974) e la poliziotta Edwige Fenech della Mondadori (1976), quest’ultima casa ha piazzato un suo libro anche in mano al ragioniere più famoso d’Italia, nel suo primo film: “Fantozzi” (marzo 1975).

Occhio, che non si corre con un libro in mano…

Durante il tragico weekend a Courmayeur, verso la fine del film, Fantozzi incontra la mitica contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, ben nota ai lettori dei divertentissimi romanzi di Villaggio. (Da ragazzino avevo le lacrime dal ridere ogni volta che rileggevo i suoi libri!)
Essendo figlia di una delle principali azioniste della Società, a Fantozzi era toccato il compito di «riportare d’urgenza alla stazione un libro giallo dal titolo “L’albicocco al curaro“»

Un vero e proprio “giallo in corsa”

Questa frase introduce il brevissimo sketch di Fantozzi che arriva tardi in stazione per consegnare detto libro giallo alla contessa, la quale mentre il treno acquista velocità pretende di sapere almeno il finale: al ragioniere non resta che leggere le pagine finali… in corsa!

«Mi dica almeno il nome dell’assassino.»
«L’assassino? Aspetti… è Dylan Chesterton junior.»

Tranquilli, non vi ho rivelato nulla, perché il libro citato è uno pseudobiblion, un “libro falso”.

Non è facile leggere di corsa

Come si può evincere dalla copertina mostrata brevemente, è il numero 205 (3 dicembre 1974) della collana “I Classici del Giallo Mondadori” (le cui uscite mensili trovate regolarmente schedate con dovizia di particolari nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.)
Si tratta del romanzo “È scomparso un caro ometto” (The First Time He Died, 1935, traduzione di Giuseppina Taddei) della ben nota Ethel Lina White, autrice più stimata che letta e che in Italia è in pratica conosciuta esclusivamente per il suo classico La signora scompare (1936), da cui l’omonimo film di Hitchcock: non a caso il citato romanzo dei Classici ha “scomparso” nel titolo, perché i titolatori italiani sono dei gran furbacchioni…

Un libro vero che diventa… “libro falso”

Ecco la quarta di copertina (dal sito Uraniamania):

«La maggior parte degli abitanti di Starminster si mostrò addolorata alla notizia della morte del signor Charles Baxter. Il defunto era molto popolare presso le donne, mentre gli uomini lo definivano un bravo ometto, definizione assai poco accurata, visto che la sua statura era molto al di sopra della media.
Di carattere mite e senza pretese, egli sparì dalla vita silenziosamente, come avrebbe potuto uscire da una festa, quando salutava con un cenno il padrone di casa e scivolava via, senza che nessuno si accorgesse della sua partenza. Un giorno si sparse casualmente la voce che il signor Charles era malato. La notizia che seguì scoppiò come una bomba nella sala dei biliardi del caffè del Grappolo. – Il povero Baxter è passato a miglior vita.»
Nel ’41, quando uscì, il «giallo» riscosse un grande successo anche per la vena umoristica che lo pervade. Ora, a distanza di parecchi anni, ve lo riproponiamo con molto piacere.

E Dylan Chesterton junior? Be’, se non ha il dono di esistere… ha il dono di essere virale! In rete troverete molti riferimenti a questo personaggio inesistente, compresa una “guerra civile” fra chi nella pronuncia sbiascicata di Villaggio ha voluto sentire Tesserton invece di Chesterton, quest’ultimo un chiaro omaggio al maestro del giallo.
E voi… da quale parte state?

L.

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[Pseudobiblia] El Diablo (1990)

La HBO è sempre stata regina del palinsesto televisivo, offrendo prodotti di alta qualità soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura. Così anche quando il 22 luglio 1990 trasmette un piccolo film western non si preoccupa solo di infarcirlo di bravi attori, ma anche di avere ottimi sceneggiatori.
Ecco così che El Diablo si ritrova a vantare crediti da capogiro alla sceneggiatura: il Maestro John Carpenter coadiuvato dai suoi fedeli Tommy Lee Wallace e Bill Phillips.

Prima di tutto, vi segnalo che oggi anche La Bara Volante parla di questo film!

Secondo di tutto, vi ricordo il mio speciale sugli Pseudobiblia Western.

Un film di nicchia trasmesso da una rete di nicchia…

La storia è all’apparenza semplice. Il perfido criminale El Diablo (Robert Beltran) rapisce la giovane Nettie (Sarah Trigger) e l’imbranato maestro di scuola Billy Ray Smith (Anthony Edwards) vuole andare a salvarla. Non può farlo da solo, che a malapena sa reggere in mano una pistola, così inizia un viaggio per l’altro West, quello pieno di miserie e vite distrutte, raccattando chiunque possa aiutarlo nell’impresa.
Alla sua improbabile posse si uniscono il vecchio nero Van Leek (il mitico Louis Gossett jr.) ed altri uomini di varia nazionalità ed estrazione, in un gruppo multiculturale e multirazziale di “salvatori” ben poco capaci.
Quando però c’è tanto cuore, la missione si risolve da sé.

Una posse davvero sconclusionata

Impossibile non avvertire sotto la pelle della storia il cuore di John Steinbeck, l’amato narratore dell’America rurale noto per rendere protagonisti gli ultimi della terra, i disperati e quelli senza più sogni: immagino che studiandosi ancora scuola, la sua eredità faccia parte del background culturale di ogni americano.
Al di là di questo però c’è qualcos’altro: il film indaga su un tema ben noto a chi segue questo blog, cioè la precessione del simulacro. La finzione precede sempre la realtà

La finzione letteraria precede sempre la realtà…

L’elemento che spinge il giovane ed impacciato Billy Ray è la speranza di trovare Kid Durango, l’eroe del West di cui legge le roboanti imprese nei libretti che compra: un simile pistolero e avventuriero saprà sicuramente aiutarlo nell’impresa di liberare la bella.
Dopo lungo viaggiare con la sua improbabile posse, Van Leek mantiene la promessa e porta il giovane al cospetto di Kid Durango… solo per scoprire che è un grigio scrittore di romanzi – interpretato dal bravo Joe Pantoliano – che l’unico West che ha conosciuto è il suo tavolo in una cantina.

Kid Durango, eroe… ma solo letterario

Esce fuori che le avventure di Kid Durango sono tutte basate rubando le imprese raccontate da Van Leek, abbellite e trasformate in narrativa d’intrattenimento: nessuno vuole sentire le storie di un nero che spara alle spalle, ma se le stesse storie sono vissute da un eroico bianco, che guarda i nemici negli occhi, ecco che diventano libri di successo.
Come già ho avuto modo di dire, la narrativa serve a raccontare storie vere “aggiustandole”, cioè rendendole false: solo al falso possiamo credere, così come Billy Ray è assolutamente convinto che le incredibili storie lette in un libro siano l’assoluta verità.

Non è facile spiegare che la finzione è pericolosa…

Quei pochi critici che hanno parlato di questo film hanno citato L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, che parla di come nel West comandi la leggenda, non la verità. Ed in effetti quello in cui concordano i due nuovi amici, il giovane Billy Ray e il rude Van Leek, è che il modo rozzo in cui si conclude la loro vicenda non va bene, e che quando lo racconteranno dovrà essere arricchito da elementi leggendari.
Quindi non solo la finzione (la leggenda) precede la realtà – visto che Billy Ray mette in pratica un’azione concreta partendo da una base di leggende che l’hanno affascinato – ma la segue, visto che la triste (sbagliata) realtà dovrà essere aggiustata prima di essere raccontata.
Insomma, cosa rimane della realtà se non vari gradi di narrativa più o meno aggiustata?

I nostri eroi al tavolo del romanziere

Merita di essere ricordato per intero il brano di un romanzo di Kid durango che Billy Ray legge ai suoi studenti all’inizio del film. La particolarità della scena è che mentre lui legge… il racconto diventa reale e dà l’avvio al film: è come se l’intera storia “vera” stesse nascendo dalle pagine “false” del romanzo.
Non stupisce quindi che appena uscita di scuola, la giovane Nettie si ritrovi davanti alla banda di criminali e sorrida: è convinta di essere ancora tra le pagina del romanzo di Durango. A cercare di infrangere l’indivisibile rapporto tra finzione e realtà ci prova Billy Ray, che le grida «Questa è realtà, Nettie: scappa!». Senza successo…

Ecco dunque l’incipit del romanzo “Il diavolo di polvere“, che in realtà corrisponde all’incipit del film stesso:

«Lo strato di rugiada che ricopriva la prateria sparì velocemente quando il sole apparve dietro le colline. La Luna rimase ancora un po’ lì, prima di rifugiarsi dietro l’orizzonte. Il giorno cominciava come altri migliaia di giorni in Arizona: questo finché non si vide una nuvola di polvere.

Apparve all’orizzonte, ombre di polvere si muovevano rapidamente a grande velocità, con uno scalpitio di zoccoli sul duro terreno. Man mano che il turbine si avvicinava si potevano scorgere debolmente le figure dei cavalli e dei cavalieri, con pistole su tutti e due i fianchi e bandoliere sul petto. Cavalcavano con tenacia, cavalcavano con uno scopo.

Quando furono in città tirarono le redini ai cavalli. La polvere attorno a loro si abbassò e si distinsero le facce. Facce scolpite dal forte sole messicano, facce segnate dalla violenza.

Quando gli abitanti della città videro i cavalieri istintivamente si ritirarono nell’oasi protettiva delle loro case. Molti commercianti entrarono in fretta nei loro negozi e chiusero la porta a chiave. Il buio era sceso, segni evidenti mostrarono che la città era pronta ad aspettarsi il peggio.
Fu molto chiaro perché fossero lì: avevano un appuntamento con la banca. E non per fare un versamento di dollari.»

Una citazione da Aliens (1986)?

Una curiosità. Si dice che da almeno dieci anni Carpenter avesse nel cassetto questa sceneggiatura, alla ricerca del modo per poterla trasformare in film, eppure ad un certo punto c’è una scena che sembra prendere in giro Aliens di James Cameron, uscito al cinema da soli quattro anni.
In quest’ultimo film l’androide Bishop giocava on un coltello passandoselo fra gli spazi vuoti delle dita a gran velocità: in El Diablo troviamo un tizio in una cantina che fa lo stesso… ma infilzandosi poi la mano! Chissà se è davvero una strizzata d’occhio o un elemento originale che precedeva il film di Cameron.

L.

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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Pseudobiblia

 

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