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[Books in Movies] Mamma mia, che impressione! (1951)

Una delle belle edicole anni Cinquanta

Nel cinema italiano d’un tempo c’era sempre spazio per una edicola, come per esempio in questo “Mamma mia, che impressione!” (1951) di Roberto Savarese, con protagonista un giovane Alberto Sordi impegnato nel suo personaggio comico dell’epoca.

Il protagonista ogni mattina passa in edicola per leggere a sbafo il giornale e segnarsi su un taccuino notizie che possano essergli utili, scatenando quindi le comprensibili ire dell’edicolante.

Si vede bene “Epoca”?

Il quale però non si sottrae allo spirito della scena e rimane in posa plastica tenendo bene a favore di camera un numero di “Epoca“, settimanale che la Arnoldo Mondadori Editore ha fondato il 14 ottobre 1950, pochi mesi prima dell’uscita del film.

Citata in lavorazione già a febbraio, è nell’aprile 1951 che la pellicola arriva nei cinema, ma i legami con l’ottobre 1950 non finiscono qui.

Chi segue questa rubrica sa che la Mondadori investiva molto nelle “marchette filmiche”, quindi dallo stesso mese in cui è nato “Epoca” prende un numero della sua prestigiosa collana “Il Giallo Mondadori” e lo mette bene in primo piano (in basso a destra). Il titolo non riesco a leggerlo ma l’immagine di copertina mi sembra proprio quella del numero 99 (7 ottobre 1950), dal titolo “Di bene in meglio” (Gold comes in Bricks, 1940) di A.A. Fair (pseudonimo del celebre Erle Stanley Gardner).

Per finire, un bel primo piano de “La Domenica del Corriere” diretto da Eligio Possenti: all’epoca il settimanale più venduto d’Italia.

L.

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Pubblicato da su febbraio 19, 2018 in Books in Movies

 

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[Pseudobiblia] The Face of an Angel (2014)

La Sound Mirror ed Eagle Pictures hanno portato in Italia un film che se non ci arrivava non è che si offendeva qualcuno. A distribuirlo con il vero titolo – “The Face of an Angel” (2014) – non avrebbe capito nessuno l’argomento trattato, e visto che siamo la patria della grande creatività, basta aggiungere un nome e il gioco è fatto: “Meredith. The Face of an Angel“.

C’era bisogno di un film britannico ambientato in Italia che raccontasse di un brutto caso di cronaca? No, non c’era bisogno. Però Michael Winterbottom ormai s’è innamorato dell’Italia, e dopo “Genova” (2008) e “The Trip to Italy” (2014) proprio non aveva voglia di abbandonare il Bel Paese, che tanto piace agli stranieri. E te credo, c’hanno le tasche piene e vanno nei posti più in e sciccosi: venite in coda agli uffici postali delle periferie cittadine, poi voglio vedere se vi passa l’amore per l’Italia…

Sebbene abbia cambiato i nomi, il film parla dell’omicidio di Meredith Kercher senza avere assolutamente nulla da dire sull’argomento. La tarma parte quando il registino Thomas (un Daniel Brühl antipatico più del solito) si imbatte in un libro che affronta lo scottante caso di cronaca e decide di girarci un film. Non vuole fare un documentario ma una fiction con protagonista un uomo che va alla ricerca della “verità” e trova cose strane.
Cosa sono le “cose strane”? Be’, mettetevi nei panni di un anglofono: cosa c’è di affascinante in Italia? L’inferno di Dante, no? Quindi ecco visioni sconclusionate di ciò che un anglofono crede sia la Divina Commedia.

Siamo a Siena – ok, l’omicidio originale è di Perugia ma qui si cambiano proprio tutti i nomi – e si sa che a Siena tutti stravedono per Dante Aligihieri: è ben noto l’amore profondo dei senesi per tutti i fiorentini…
Ovviamente Thomas è anglofono quindi sorseggia vino mentre dalla terrazza ammira la celebre campagna toscana: tutti gli italiani possono farlo, no? Thomas passa la serata a seguire sue connazionali per localini, si impasticca, pippa la qualsiasi, si ubriaca, va a donne, e insomma compie un profondo viaggio interiore alla ricerca… boh, ma che ne so, mica s’è capito che cacchio sta cercando…

Ah, c’è pure Valerio Mastandrea che fa un ruolo scritto male che non si sa cosa voglia dire. (Non è colpa sua, è proprio lo sceneggiatore che sta fuori di brutto.)

Il “libro falso” da cui nasce tutta la storia

Questo montarozzo fumante di stereotipi a tocchettini, tipico del cattivo gusto anglofono, nasce tutto da uno libro. Anzi, da uno pseudobiblion.
Come dicevo, il protagonista Thomas prende l’idea del viaggio dopo aver letto il libro “The Face of an Angel. The True Story of Student Killer Jessica Fuller” della giornalista Simone Ford, interpretata dalla sempre bella (ma gelida) Kate Beckinsale. E in effetti la sceneggiatura (va be’, chiamiamola così) di Paul Viragh (che di mestiere fa l’attore!) si basa proprio sul saggio di una giornalista: “Angel Face: Sex, Murder, and the Inside Story of Amanda Knox” (2010) scritto da Barbie Latza Nadeau.

Quarta di copertina con tanto di foto della pseudo-giornalista

Così come il “libro falso” mostrato in video è edito dalla Beast Books, cioè la stessa casa del vero libro della Nadeau, seguendo il medesimo gioco tra falso e reale la pseudo-giornalista Simone Ford ricalca la vera giornalista Nadeau, vivendo stabilmente in Italia.

Simone Ford (Kate Beckinsale) nei panni di Barbie Latza Nadeau

Ovviamente il protagonista mica incontra la giornalista in un baretto fetente di quartiere, con le patatine appese al muro. No, i due chiacchierano amabilmente da Rosati

E mettiamoci una marchetta a Rosati…

Thomas comunque non si accontenta della Ford e lo vediamo tirar fuori dalla valigia altri saggi, che a quanto mi sembar di vedere non trattano sempre l’argomento.

Una borsa piena di libri

Purtroppo non sono riuscito a stabilire se si tratti di libri veri o di saggi inventati appositamente per il film…

La morale dunque è che in Italia di sera la gente va per le strade indossando maschere strane – mica solo a Carnevale, no: tutto l’anno! – c’è Dante dappertutto e il vizio si annida ovunque. O almeno questo è il pensiero di tutti gli anglofoni che girano film sull’Italia.

La mia domanda è: quando poi un anglofono viene in Italia, si accorge che non è vero niente? Possibile che non noti che tutti i film stranieri sull’Italia sono solo imbarazzanti buffonate razziste? A quanto pare no…

L.

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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

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Ti ucciderò, Happy Days

Potreste aver sentito parlare di questa serie

Lo ammetto, il titolo è un po’ un click bait, un’esca per far finire qui il distratto lettore occasionale: perché Lucius vuole uccidere Happy Days? Solo perché viene trasmesso ogni giorno ininterrottamente da quarant’anni? Che abbiamo perso migliaia di serie televisive perché c’era sempre e solo e unicamente Happy Days? Perché se adesso mi capita di sentire anche solo due note della sua sigla cado preda di convulsioni? Perché non ho mai capito cosa ci fosse di così stramaledettamente piacevole in questa serie da giustificare la sua replica eterna?
No… cioè sì… cioè no, non è di questo che voglio parlare: anche se non sembra, il titolo è puramente… librario!

La prima puntata, “All the Way” (1×01), risale al 15 gennaio 1974 ed arriva in Italia l’8 dicembre 1977 con il titolo “Fino in fondo” (fonte: Wikipedia). Fra una hit dell’epoca e un’altra, la vicenda si apre su Potsie (Anson Williams) che trascina fuori da un locale, con fare losco, l’amico Richie Cunningham (il futuro regista Ron Howard): ha qualcosa di “scottante” da mostrargli. Nel parcheggio il cospiratore Potsie mostra all’amico l’oggetto di tanta segretezza: la versione tascabile del romanzo “I, the Jury” di Mickey Spillane, pagata 25 centesimi.

Spaccio di libri nel parcheggio del locale

La serie televisiva è ambientata negli anni Cinquanta quindi è plausibile trovare la ristampa economica del celebre romanzo del 1947, prima avventura dello storico personaggio Mike Hammer dal luminoso futuro. (Anche se non so oggi, in un’Italia che non legge più da decenni, quanti ancora se lo ricordino.)

Mike Hammer interpretato da Stacy Keach in TV dal 1983 al 1998

L’edizione è quella della E.P. Dutton, storica casa editrice ancora “indipendente” all’epoca delle riprese: l’anno successivo sarà acquisita dalla tedesca Elsevier e nel 1986 entrerà a far parte dell’internazionale Penguin Group.
Purtroppo non sono riuscito a risalire all’edizione mostrata nel telefilm.

A pochissimi minuti dall’inizio del primo episodio, già il direttore del doppiaggio Marcello Duranti (fonte: AntonioGenna.it) incontra il primo problema: far pronunciare ai doppiatori il titolo del romanzo che viene inquadrato o il titolo italiano del libro, molto diverso? Sceglie la seconda opzione, e credo sia la scelta migliore: non solo perché eventuali spettatori interessati potevano così andarsi a cercare il romanzo di Spillane nell’edizione italiana, ma anche perché il titolo nostrano è molto più attinente al motivo per cui il libro è presentato.
I, the Jury, arriva in Italia già nel 1953 come secondo numero della collana “Serie Gialla” (Garzanti) con l’autorevole traduzione di Bruno Tasso e il titolo italiano “Ti ucciderò“.

Probabilmente il romanzo arriva in Italia perché nello stesso 1953 Harry Essex ne trae il film I, the Jury. Pensate che in Italia film e romanzo possano avere lo stesso titolo? Ovviamente è impossibile, così il film è stato distribuito come “La mia legge“. Ma il capolavoro arriva quando Richard T. Heffron gira nel 1982 un altro film tratto dallo stesso romanzo, chiamandolo ovviamente I, the Jury. Come viene distribuito in Italia? “Io, la giuria“..
Quindi nel nostro Paese, patria della creatività, abbiamo ben tre titoli diversi per un’unica storia…

Conquistare una ragazza con una lettura proibita

Tornando al primo episodio di Happy Days, Potsie ha organizzato un appuntamento al buio fra Richie e la bella Mary Lou Milligan (Kathy O’Dare), ragazza che ha fama d’essere “vissuta”. È uscita con gli studenti dell’ultimo anno quindi Richie, che è una matricola, parte svantaggiato: Potsie pensa che abbia bisogno di un “aiutino”, e Mickey Spillane è la soluzione perfetta.

«Le leggo il libro?»
«No, le leggi le parti più spinte. E perché capisca che per te è routine, quando leggi fai “ahahah”: ci ridi sopra. Ti prenderà per uno pratico.»

Il piano è machiavellico. All’epoca il genere hardboiled è considerato “roba da duri”, da uomini della strada, quindi secondo il ragionamento di Potsie uno che legga un romanzo di Spillane come se niente fosse sicuramente apparirà un duro agli occhi di una ragazza “navigata”.

Richie se la ride: per lui quella è acqua fresca

Richie accetta e quando nel locale si ritrovano al tavolo con la ragazza, e Potsie gli fa cenno di iniziare a “fare il duro”, il ragazzo con fare strafottente tira fuori il libro e comincia a leggere.

«Io ti ucciderò di Mickey Spillane. Copyright 1947 per la E.P. Dutton and Company. Tutti i diritti riservati. Nessun brano di quest’opera…»

Il piano non è andato come previsto, ma pare che lo stesso abbia funzionato: la ragazza sembra interessata a Richie. Quando poi la sera i due si ritrovano da soli, il ragazzo è talmente impacciato davanti ai chiari segnali che gli lancia Mary Lou, che preferisce darsi tono continuando la lettura del romanzo.

«I suoi occhi penetravano nei miei. In fondo ero un uomo. Mi buttai su di lei e portai la sua bocca sulla mia. Il suo corpo era tutto una fiamma…»

Nessuno può rimanere impacciato davanto a questo testo, soprattutto nei morigerati e bacchettoni anni Cinquanta. O comunque nell’immagine ideale che negli anni Settanta si voleva dare di quel periodo.

Galeotto fu Mickey Spillane

Richie legge solo degli estratti dalla fine del quinto capitolo del romanzo: ecco il passaggio completo, per gustare un po’ di rudezza del 1947.

I suoi occhi erano allacciati ai miei, sfavillanti. Occhi viola, di un viola acceso e selvaggio. La sua bocca era morbida, umida e provocante. Sembrava che non vedesse l’ora di sbarazzarsi del négligé. Una spallina era scivolata giù e il rosa metteva in evidenza la sua pelle abbronzata. Mi domandai come prendesse il sole. Non aveva i segni del costume da bagno. Allungò le gambe con un gesto studiato e inarcò la schiena come una gatta fuori misura, lasciando che la luce scivolasse sui muscoli guizzanti delle sue cosce nude.
Sono solo un essere umano. Mi chinai sopra di lei accogliendo la sua bocca sulla mia. Lei era protesa verso di me, le braccia strette attorno al mio collo. Il suo corpo era incandescente; la punta della sua lingua cercò la mia. Rabbrividiva sotto le mie mani dovunque la toccassi. Ora sapevo perché non era sposata. Un solo uomo non sarebbe mai stato capace di saziarla. Afferrai l’orlo del négligé e con un movimento brusco lo aprii, scoprendo il suo corpo snello e nudo. Lei rimase ad aspettare che i miei occhi avessero esaminato ogni millimetro della sua pelle abbronzata.
Presi il cappello e me lo calcai in testa. «Allora è tua sorella quella con la voglia sul fianco» le dissi alzandomi. «Ci vediamo».
Quasi mi sarei aspettato una valanga di insulti mentre mi dirigevo verso la porta, ma restai deluso. Invece udii una risatina debole e distante. Cosa avrei dato per sapere come aveva reagito Pat a quello spettacolo. D’un tratto mi ero reso conto che Mary Bellemy era come una trappola messa sulla mia strada mentre Pat proseguiva per la sua. Uh, be’, gliela avrei fatta pagare per quello scherzetto. Conoscevo un’attraente prostituta che lavorava sulla Terza Strada che amava fare scherzi di questo tipo, specialmente ai poliziotti. Più tardi magari…

L.

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Pubblicato da su febbraio 12, 2018 in Books in Movies

 

[Books in Movies] Signore e signori, buonanotte (1976)

Risale addirittura al 27 agosto 2017 la mail di Ivano Landi che mi segnala una deliziosa citazione letteraria in un film, che con la mia consueta velocità e prontezza… ci ho messo più di cinque mesi ad elaborare! Fare mille cose non sempre significa farle in tempi rapidi…
Visto che ieri sera, 4 febbraio 2018, RaiStoria ha mandato in onda il film “Signore e signori, buonanotte” (1976), è davvero il momento di parlarne.

In questo film antologico dal grande cast tecnico-artistico l’episodio su una numerosa ed affollata famiglia di Napoli viene “commentato” dal professor F.R. Schmidt, sociologo dell’Università di California: un modo per Paolo Villaggio di rispolverare il suo storico personaggio del Professor Kranz, tedesco di Cermania che porterà anche al cinema due anni dopo con il film omonimo, per la regia di Luciano Salce.
Per motivi misteriosi la signorina del filmato presenta il personaggio chiamandolo Ludwig Joseph Schmidt, malgrado la didascalia specifichi F.R…

Villaggio/Schmidt afferma di aver scoperto un piccolo saggio di Jonathan Swift, autore ben più noto in Italia per I viaggi di Gulliver – temo che sia noto solo per quello! – un discorso tenuto al Parlamento di Londra in cui si occupa della sovrappopolazione dei bambini irlandesi. Ovviamente Schmidt riassume a modo suo la soluzione dell’eccesso di bambini per le strade: un campo di concentramento seguito da bambini utilizzati come pietanze!

Per il discorso completo di Swift rimando a Filosofico.net, quello che mi preme è che nel film viene mostrato “Una modesta proposta” (A Modest Proposal, 1729) edito da R. Aregna, Editore di Fabriano, di cui non ho trovato notizia.
Portato in Italia da Casini già nel 1959, all’epoca del film esisteva solo l’edizione Sugar Editore 1967: forse stuzzicata dall’idea, la Rizzoli ristampa il saggio il successivo 1977.

Malgrado il saggio sia vero, dunque, quello mostrato dal film è in odore di pseudobiblion

L.

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Pubblicato da su febbraio 5, 2018 in Books in Movies

 

[Books in Movies] Insidious 3 (2015)

Nel mio blog “Il Zinefilo” sto portando avanti un ciclo dedicato alla saga di Insidious, l’horror a basso costo della Blumhouse che sbanca ogni botteghino ogni volta che esce in sala.
Ieri è stata la volta del terzo episodio, “Insidious 3. L’inizio” (Insidious: Chapter 3, 2015), in cui la protagonista Quinn (Stefanie Scott) è immobilizzata a letto dopo un incidente automobilistico che le ha spezzato le gambe: un’occasione perfetta per leggere “Arancia meccanica” (A Clockwork Orange, 1962) di Anthony Burgess, addirittura nella prima edizione Heinemann!

Prima edizione Heinemann 1962

Da notare poi che, scopiazzando da Labyrinth (1986), ad inizio film vediamo la giovane protagonista cercare di imparare a memoria la frase di una recita. Non ho trovato notizie in giro di “Separated by Lights“, quindi immagino sia uno pseudobiblion inventato per il film.

L.

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Pubblicato da su gennaio 31, 2018 in Books in Movies

 

[Books in Movies] Ricomincio da nudo (2017)

Il canale Netflix ormai è lanciatissimo e produce film e serie TV come se non esistesse un domani. Il suo enorme successo gli permette di dare spazio a tutti, con una produzione vasta che mi ricorda lo stile della casa editrice romana Newton Compton: tanto di tutto, perché è la somma che fa il totale. (Come diceva Totò.)

Visto che è tornato di moda il genere “giorno della marmotta” – in cui il protagonista rivive sempre lo stesso giorno finché non diventa più maturo – e visto che l’altra grande casa sforna-tutto, la Blumhouse, ha in programma di farne una versione horror con “Auguri per la tua morte” (ottobre 2017), perché non tornare alle origini e farne una commedia? L’11 agosto 2017 esce dunque in tuto il mondo “Ricomincio da nudo” (Naked, 2017) di Michael Tiddes, remake americano dello svedese “Naken” (2000) scritto e diretto da Torkel and Mårten Knutsson.

L’irresistibile Marlon Wayans, comico troppo poco apprezzato (almeno in Italia), interpreta Rob Anderson, il tipico pessimo partito per la figlia perfetta del riccone di turno, il quale vorrebbe delle nozze con un uomo più ricco e di successo. Svegliatosi nudo in ascensore dopo un addio al celibato misterioso, Rob dovrà scoprire cosa sia successo e soprattutto dovrà trovare dei vestiti. Il problema è che ha un’ora di tempo per farlo, perché scaduto questo tempo… si ritrova di nuovo nudo in ascensore. Non ho visto l’originale svedese ma questo Naked ha un buon ritmo e belle trovate: è un film che mi sento di consigliare.

Il tipico supplente di scuola privata…

Rob è un insegnante supplente e ad inizio film lo vediamo chiedere ai propri studenti quale romanzo preferiscano: “Il giovane Holden” (The Catcher in the Rye, 1951) di J.D. Salinger o “Il Signore delle Mosche” (Lord of the Flies, 1954) di William Golding.
«Holden Caulfield è un gran fico», commenta il saputello della classe, al che Rob risponde:

«Il fico è un albero da frutto. Holden Caulfield è un viziato, un figlio di papà dell’Upper East Side che frequenta una scuola esclusiva.»

Il doppiaggio italiano cerca di salvare la battuta originale, visto che non è facilmente traducibile.

«Holden Caulfield’s a pimp»
«No, Iceberg Slim is a pimp»

Il ragazzino saccente vorrebbe fare una battuta utilizzando uno slang che evidentemente non conosce, così dice che Holden “è un pappone” (pimp) e Rob lo corregge, citando Iceberg Slim, vero protettore che divenne romanziere ben noto nella comunità nera.
Spinto a commentare lui stesso, Rob dimostra di non apprezzare il romanzo di Salinger – mostrato mi sembra nell’edizione Bantam Books 1978.

«Holden Caulfield non durerebbe una settimana su quest’isola. Correrebbe in giro come un pivellino augurandosi solo che l’incubo finisca.»

È il suo frizzante commento, che testimonia come fra i due titoli preferisca quello di Golding – mostrato nell’edizione Perigee Penguin 2011.

Il Signore delle Mosche vince sempre…

Sull’altare il nostro Rob dovrà recitare la propria promessa matrimoniale, ma il problema è che non ne ha scritta nessuna. Perché non copiare da qualche classico?

Ispirarsi o copiare e basta?

Vediamo il personaggio seduto su panchina a leggere mentalmente:

«Per la prima volta ho trovato ciò che posso amare davvero»
(I have for the first time found what I can truly love)

La citazione dal romanzo “Jane Eyre” (1847) di Charlotte Brontë piace così tanto a Rob che durante il matrimonio comincia a declamare – esagerando – il resto del testo. Non è una buona scelta, quindi la “prossima volta” dovrà fare meglio…

Charlotte, ispirami tu

Quella inquadrata mi sembra proprio l’edizione Penguin Classics 1985 del romanzo, scelta fra le mille miliardi di edizioni più recenti forse perché ha in copertina il volto ben riconoscibile dell’autrice, al contrario del solito dipinto generico.

L.

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Pubblicato da su gennaio 26, 2018 in Books in Movies

 

[Books in Movies] The Deuce (2017)

Ho concluso la visione della prima stagione della serie televisiva “The Deuce“, titolo a cui qualcuno in Italia – del tutto a sproposito – ha aggiunto il sottotitolo “La via del porno” per evidenti scopi pubblicitari. Essendo una serie targata HBO, la storia ha tinte forti e sesso e violenza sono mostrati senza veli, come la casa ci ha abituati sin dagli anni Novanta.

Scritta tra l’altro dal romanziere americano George Pelecanos, la serie racconta di un quartiere malfamato della New York anni Settanta, chiamato appunto The Deuce (“il diavolo”, o “il maledetto”), dove comandano mafiosi e papponi nel cui libro paga sono iscritti tutti i tutori dell’ordine. Come in ogni situazione di equilibrio criminale, sono tutti corrotti quindi nessuno ha interesse a fare pulizia, mentre uomini onesti per cercare di sbarcare il lunario devono per forza scendere a patti con il male.

Una delle trame principali della serie è quella che vede la fine dei papponi da strada, le cui donne vivono ogni tipo di pericolo, in favore di una realtà che sta nascendo: il cinema a luci rosse che un cavillo giudiziario d’un tratto rende legale. La prima a capire dove soffi ora il vento è Candy (una strepitosa Maggie Gyllenhaal, anche co-produttrice della serie), prostituta non più giovanissima che è stanca di subire aggressioni e rischiare la vita ogni notte in strada: cerca un nuovo “sbocco professionale” e capisce che il cinema è il futuro. Cercherà di aiutare le colleghe ma non sarà facile: è un momento di transizione e pochi sono disposti a mettersi in gioco.

I titani della serie sono la citata Gyllenhaal, che si mette a nudo in ogni senso e mostra un fisico tutt’altro che da pornostar, nel tentativo di mostrare la situazione di madri di famiglia costrette dalla vita a prostituirsi. E ovviamente Jams Franco addirittura in un doppio ruolo, interpretando due gemelli: il bravo barista e il volgare intrallazzone. Due delle creature che popolano lo zoo chiamato The Deuce.
(Per una recensione più particolareggiata, volate su La Bara Volante!)

Curiosamente oltre a corpi nudi, maschili e femminili, la serie mostra anche libri.

Darlene (Dominique Fishback) scopre la lettura nel quartiere del vizio

Darlene (Dominique Fishback) è una giovane prostituta che è entrata nel giro solamente per fuggire da una provincia piena di violenza e prevaricazione. Durante la serie avrà la possibilità di redenzione morale grazie ad un vecchio cliente che invece di sesso le propone una lettura: “Le due città” (A Tale of Two Cities, 1859) di Charles Dickens.
È l’inizio di una passione per i libri, testimoniata dalla scena in cui la vediamo leggere la prima edizione di “In viaggio con la zia” (Travels with My Aunt, 1969) di Graham Greene (in Italia, Mondadori 1970).

Per uscire dal ghetto, si può viaggiare con la zia

Ci sono anche citazioni veloci e divertenti, come il tirapiedi di un boss che legge “Il padrino” (The Godfather, 1969) di Mario Puzo (in Italia, Dall’Oglio 1970), nella prima edizione tascabille Fawcett – con la fascetta gialla «Fastest Selling Book in Publishing History», “il libro venduto più velocemente nella storia dell’editoria”…

Ovviamente lo scagnozzo del boss legge “Il padrino

… e una prostituta in fuga che legge la “Critica della ragion pura” (Kritik der reinen Vernunft, 1781) di Kant, nell’edizione inglese…

Dice di non averlo capito, ma almeno l’ha letto…

Per finire, ecco il momento in cui la prostituta Lori (Emily Meade) capisce di avere talento per il cinema. Nell’immagine a destra vediamo una locandina di un film che non sembra esistere, un divertito omaggio inventato dalla produzione.

Emily Meade e (a destra) il film che non esiste

Esiste il film “Simon, King of the Witches” (1971), titolo psichedelico omaggiato da questo (a quanto pare inesistente) “Simone, Queen of the Witches“.

L.

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Pubblicato da su gennaio 19, 2018 in Books in Movies, Recensioni

 
 
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