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[Pseudobiblia] Piccoli crimini coniugali (2017)

I “libri falsi” di Elia Masi Horn

Esce nei cinema italiani il 6 aprile 2017 (fonte: ComingSoon.it) e la stessa Koch Media lo porta in DVD il 30 agosto successivo: è quindi molto breve la vita di “Piccoli crimini coniugali” di Alex Infascelli, uno dei migliori film italiani che ho visto negli ultimi anni. (E io odio i film italiani!)

Al contrario del prodotto nostrano medio, gli attori recitano… e non è assolutamente scontato. Non usano dialetti né sbiascicano parole, rese incomprensibili dal maledetto audio in presa diretta che tanto piace ai nostri registi. (Tanto agli stranieri dei festival che gli frega? Loro hanno i sottotitoli…)
Questo è un film, con una regia e due attori in stato di grazia che fanno quello che raramente gli attori italiani fanno: recitano. Non gigioneggiano, non cazzeggiano né bofonchiano: scandiscono in italiano un testo italiano. Ripeto, elementi per nulla scontati, in Italia.

Finora sembra ignoto a tutti i siti web, così lo specifico io: questo film è un’ottima trasposizione del testo omonimo (Petits crimes conjugaux, 2003) del franco-belga Éric-Emmanuel Schmitt (edizioni e/o 2004/2017).


La biblioteca di una coppia senza memoria

Esiste solo ciò che è ricordato. Il filosofo Maurizio Ferraris ha fatto l’esempio di un matrimonio celebrato fra malati di Alzheimer, dove tutti – gli sposi, i testimoni, l’officiante e gli invitati – soffrendo di quella malattia il giorno dopo non ricordano nulla di ciò che è avvenuto. Quel matrimonio è stato celebrato, se nessuno ricorda d’averlo fatto? È un evento reale?
La risposta forse va cercata nell’etimologia della parola greca che Omero usava per “realtà”, e che in genere viene tradotta con “verità”: alètheia.

L’alfa privativo seguito dal verbo lanthàno ci indicano che la parola significa letteralmente “non nascosto”, ma Piergiorgio Odifreddi fa notare come nella mitologia greca il fiume che faceva perdere la memoria a chi ne bevesse l’acqua si chiamava Lete, da una delle forme dello stesso verbo lanthàno: lèthe, “oblio”.
E se la realtà, la verità (a-lètheia) fosse ciò che non può essere dimenticato? Questo vorrebbe dire che ciò che si dimentica… non esiste più.

Quel matrimonio di cui parlava Ferraris, che il giorno dopo tutti hanno dimenticato, è dunque reale? A questa domanda sembrano rispondere i due sposi protagonisti di questa storia.


Un autore senza più memoria

Il celebre romanziere Elia Masi Horn (un Sergio Castellitto in grande spolvero) torna a casa con un vistoso cerotto sulla testa. È convalescente da una brutta caduta per le scale che gli ha provocato un’amnesia, forse temporanea: non ricorda nulla, né di sé né dell’amorevole moglie Lisa. (In realtà il personaggio interpretato splendidamente da Margherita Buy non sembra avere nome, così la chiamerò con quello del testo originale.)

Una coppia che ruota attorno ad un libro

La coppia che torna a casa dall’ospedale è formata da altre persone rispetto a quelle che erano prima, perché ora la realtà del loro matrimonio non esiste più, non essendoci più memoria. Lisa quindi comincia a ricostruirla raccontandola al marito smemorato, raccontandogli di quanto lui l’amasse, di quanto fosse pieno di attenzioni… e tanti altri particolari che non sembrano corrispondere con Elia: ciò che viene raccontato è l’immagine che la moglie ha del marito, non il vero marito.
Ma in fondo cos’è la realtà se non l’immagine che abbiamo di essa?

Il mistero del libro nascosto in bagno…

Quello che piano piano esce fuori è che la donna ama l’uomo, non l’artista. Lisa disprezza i romanzi scritti da Elia, ma più di tutto odia il narcisismo in essi presenti, come ben testimoniato dalle dediche.
Ecco la dedica che Elia ha inserito nel suo “Orgasmatron“.

«A me stesso, questo mio libro con tutto il mio affetto.
Sinceramente, io

Una dedica grondante edonismo

Sembrano essere tutte su questo tono, le dediche degli altri libri, mentre l’unica dedicata alla moglie si trova nel romanzo “Portami con te“:

«A mia moglie, la mia coscienza. La mia coscienza sporca. Il mio amore. Colui che la ama e che non la merita.»

Una coscienza sporca per moglie

Questo provoca una reazione violenta alla donna, che getta via il libro. «Una botta di passato, scusa eh?»
Qui nel testo originale c’è uno scambio di battute che viene stranamente cancellato nel film:

Gilles: Sono qua, non sono morto.
Lisa: No, ma il passato sì che è morto.

Qui la donna fa capire che quella amnesia è provvidenziale: è ora che il passato venga dimenticato, che muoia, per costruirne uno nuovo. Uno dove Elia (Gilles, nel testo originale) non abbia mai scritto l’odioso romanzo che sua moglie detesta più di ogni altra cosa al mondo. Un romanzo intitolato “Piccoli crimini coniugali“.

Il libro della discordia

Riporto dal romanzo (con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca) il passo in cui l’autore spiega il suo proprio romanzo.

«GILLES: Piccoli crimini coniugali, una raccolta di storie brevi. O meglio, una raccolta di pessime storie brevi, vista la teoria impregnata di pessimismo che vi e sviluppata. In questo libro ho dipinto la coppia come un’associazione di assassini. Da principio li unisce la violenza, quel desiderio che li porta a gettarsi l’uno sull’altra, che spinge il corpo di uno dentro quello dell’altra, quei colpi accompagnati da rantoli, sudore e gemiti, quella lotta che solo per esaurimento di forze si risolve in un armistizio chiamato piacere. Poi i due assassini, se intendono continuare la loro associazione scegliendo la tregua del matrimonio, si alleano per combattere contro la società. Cominciano a reclamare diritti, vantaggi e privilegi, ostentano i frutti delle loro risse, i figli, per ottenere silenzio e rispetto dagli altri. E qui la truffa assurge a capolavoro! I due nemici, adesso, giustificano tutto in nome della famiglia. La famiglia, alibi supremo delle loro millanterie! E come prima hanno fatto passare i loro abbracci brutali e goduriosi per un servizio reso alla razza umana, cosi ora possono distribuire schiaffi, calci e punizioni in nome dell’educazione, imporre la loro nocività, la loro stupidità e il loro rumore. La famiglia, ovvero l’egoismo vestito da altruismo…

«Poi gli assassini invecchiano, i loro figli se ne vanno per formare nuove coppie di assassini. Allora i vecchi predatori, non avendo più valvole di sfogo alla loro violenza, finiscono per prendersela l’uno con l’altra, come quando si erano conosciuti, ma utilizzando altri colpi invece dei colpi di reni. Ora i colpi si sono fatti più subdoli, da vere carogne. Tutto è permesso in questa guerra: i tic, le malattie, la sordità, l’indifferenza, il rimbambimento. Vince chi arriva a sotterrare l’altro. Ecco la vita coniugale, un’associazione di killer che si accaniscono sugli altri prima di infierire su loro stessi, un lungo cammino verso la morte che lascia la strada costellata di cadaveri. La coppia giovane è una coppia che cerca di sbarazzarsi degli altri. La coppia vecchia è una coppia dove ognuno cerca di sopprimere il partner. Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l’assassino.»

Non rivelo altro, perché la trama è piena di sorprese.


Al di là degli pseudobiblia di Elia, nella sua biblioteca – protagonista di gran parte della vicenda – troviamo anche moltissimi “libri veri”.

Una biblioteca lottizzata

Partendo da sinistra, sono ben evidenti le coste di “Fuori da un evidente destino” di Giorgio Faletti (Baldini & Castoldi 2015) che troviamo addirittura in due copie (la seconda è sulla destra, dietro la Torre Eiffel), “Mondo senza fine” (World Without End, 2007) di Ken Follett (Mondadori 2007) e “L’inverno del mondo” (Winter of the World, 2012) dello stesso autore (Mondadori 2012); “Cadaveri innocenti” (Death Du Jour, 1999) di Kathy Reichs (Rizzoli 1999) e “Il nome della rosa” (1980) di Umberto Eco (Bompiani 1980).
Mi è molto familiare quella costa di Scott Turow, dietro la piccola Torre Eiffel, ma non riesco a risalire al romanzo…

Come si vede, la marchetta è spalmata su varie case editrici: Mondadori, Baldini, Rizzoli, Bompiani, Einaudi, in basso nella foto Adelphi e sulla destra una sfilza di Sellerio. Se riuscite ad identificare qualche altro titolo, fatemi sapere.

Un tavolino pieno d’arte

Il tavolinetto davanti al camino sciaborda di libri d’arte, ma l’unico che riesco a riconoscere è la monografia su Helmut Newton (il primo a sinistra).


Riuscirà Elia a ritrovare la memoria? Riuscirà la “realtà” del passato a tornare, a non essere dimenticata? Per saperlo non vi rimane che vedere uno dei migliori film di quest’anno.

L.

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Pubblicato da su ottobre 23, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

[Books in Movies] Captain Fantastic (2016)

Lo scorso 23 maggio la Cecchi Gori ha portato in DVD e Blu-ray il film “Captain Fantastic” (id., 2016), scritto e diretto da Matt Ross, nome molto più noto come attore televisivo di lunga data: i “tecnologi” italiani sicuramente lo conoscono per il ruolo del ricco e vanesio imprenditore informatico Gavin Belson nella serie TV “Silicon Valley“.

Ross dà fondo ad ogni stereotipo culturale americano per creare un film che deve la sua riuscita solo alla straordinaria bravura degli attori – uno spettacolare Viggo Mortensen, un intensissimo Frank Langella anche se in un ruolo minore, e tutti i ragazzi protagonisti – e ad un innegabile gusto nella narrazione: l’assunto di base è molto meno intrigante della prova attoriale.

Ross infatti immagina una famiglia alternativa in cui Ben (Viggo Mortensen) fa crescere i suoi molti figli nella natura, insegna loro a combattere, a procurarsi il cibo con le proprie mani, a saper sopravvivere e ad evitare tutti i pericoli mortali della civiltà, cattiva e oppressiva. Però non sta allevando dei selvaggi, così ogni giorno i ragazzi studiano, o meglio: fanno quello che gli americani pensano che sia studiare.
All’inizio del film vediamo una scena di pochi secondi che dovrebbe dimostrare quanto i giovani siano acculturati, perché leggono libroni impegnativi non solo capendoli, malgrado la giovanissima età, ma addirittura divertendosi. Chi è che non si fa delle grasse risate con Dostoevskij o la teoria delle stringhe?

Purtroppo il maggior difetto del film è quello tipico del cinema americano quando parla di “cultura”. Avendo una concezione totalmente nozionistica – per loro cioè «fa scienza, sanza lo ritener, l’aver inteso», come dice Dante – la semplice acquisizione massiccia di dati in blocco è considerato apprendimento e addirittura cultura. Non dando la minima importanza alla sensibilità personale e all’educazione culturale, basta leggere un qualsiasi libro per apprendere ciò che in esso c’è scritto: leggi un libro di poesie? Sai la poesia. Leggi un saggio scientifico? Sei uno scienziato.
Sarebbe bello poter dire che lo sceneggiatore l’ha fatto apposta per mostrare la falla del ragionamento del protagonista, ma questa concezione della cultura la trovate in un qualsiasi altro film che affronti l’argomento: prendetene uno a caso, e troverete americani che imparano a memoria. Perché per loro ricordare è sapere. Capire non ha alcun significato, paradossalmente…

Dopo cena, a pancia piena, cosa c’è di meglio che chinarsi sui libri?

Detto questo, passiamo a vedere i libri che i protagonisti leggono nei primi minuti di film. Ovviamente sono tutti libri in inglese, malgrado ci venga detto che i ragazzi sappiano parlare correttamente in sei lingue.

“I fratelli Karamazov” (Brat’ja Karamazovij, 1879) di Fëdor M. Dostoevskij

Cosa c’è di meglio dopo cena, alla fioca e traballante luce di un falò, che leggersi un drammone russo come “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij? Se cresci in una foresta del Nord America, cacciando cervi per nutrirti e costruendoti cappelli con la pelle delle loro teste, sicuramente sei in grado di apprezzare l’anima russa di metà Ottocento. Io poi avevo 19 anni quando l’ho letto, amandolo profondamente, ma io sono un corrotto capitalista che mangia spazzatura, chi sono per giudicare?

“Armi, acciaio e malattie” (Guns, Germs and Steel, 1997) di Jared Diamond

Ho già raccontato la mia personale storia di lettura di “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni” di Jared Diamond, splendido testo divulgativo che però arriva a conclusioni discutibilissime: temo che la ragazzina che lo sta leggendo ne uscirà con idee molto confuse…

“La trama del cosmo” (The Fabric of the Cosmos, 2004) di Brian Greene

Ma quanto sono scienziati ‘sti ragazzi, che si leggono pure “La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà” di Brian Greene, perché basta leggere un libro sulla teoria delle stringhe per sapere quell’argomento.

“Middlemarch” (id., 1874) di George Eliot

Chiudiamo con un altro bel drammone ottocentesco, ma stavolta britannico come “Middlemarch” della George Eliot.

Viggo Mortensen si chiede come mai nessuno dei suoi figli legga fumetti

È ovviamente lodevole spingere i ragazzi e i bambini a leggere, ma un’esagerazione del genere dubito fortemente possa avere un qualche reale valore. La lettura è un processo di apprendimento, di crescita e di arricchimento morale: bruciare le tappe dubito che porti un qualsiasi risultato.
Chiudo con un ricordo personale, di quando in un documentario anglofono spiegavano i sintomi della “genialità” e come esempio di genio venne presentato un ragazzino che, con la voce strascicante, diceva di sapere a memoria tutto Shakespeare. Quello per voi è un genio? Allora ringrazio di non ricordare a memoria neanche il mio numero di telefono…

L.

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Pubblicato da su ottobre 18, 2017 in Books in Movies

 

[Books in Movies] Paprika (1991)

All’inizio non si nota, ma lo “sfondo” dei titoli di testa è una parte di Debora Caprioglio: chissà quale…

Le grandi menti pensano all’unisono, così quando Ivano Landi – che ho intervistato ad agosto – nel giugno di quest’anno mi ha segnalato un libro nel film “Paprika” (1991) di Tinto Brass per la mia rubrica, io avevo già da parte quella citazione sin dalla fine di marzo, quando ho presentato il film nel mio blog “Il Zinefilo” nella rubrica “Il Zinnefilo“. (L’argomento di detta rubrica si può evincere da quella “n” in più nel titolo…)
Perché ho raccolto una citazione a fine marzo, mi è stata risegnalata a giugno… e ne parlo solo ad ottobre? Perché a forza di fare mille cose insieme finisco per essere sempre in ritardo su tutto…

Paprika” di Tinto Brass, si diceva, film che oltre ad inquadrare i generosi, rigogliosi e procaci talenti di Debora Caprioglio si diverte anche a tirare uno “scherzo librario” che forse non è stato notato a dovere. Anche perché, onestamente, dubito che chiunque – io in primis – abbia prestato particolare attenzione a certi particolari.

Viaggio in treno anacronistico: rivista del 1956, romanzo del 1990…

Mi riferisco alla scena, intorno ai 40 minuti di film, in cui la protagonista viaggia in treno leggendo “Realtà illustrata“: non ho trovato gran che in rete, ma dai numeri messi in vendita su eBay mi pare di capire che si tratti di una rivista della seconda metà degli anni Cinquanta, e quindi è una scelta ponderata.
Il film infatti attraverso le vicissitudini di Paprika di Pola («culo che consola») racconta gli ultimi anni delle case chiuse italiane e della curiosa, strana e anche pericolosa fauna che vi ruotava intorno, prima che la legge 20 febbraio 1958, n. 75 – la celebre Legge Marlin – mettesse fine a quel mondo. Al mondo della case chiuse, ovviamente, mica a quello della prostituzione.

Se dunque Paprika legge una rivista dell’epoca in cui è ambientato il film… perché il signore che viaggia con lei legge un romanzo del 1990?

Ecco come spiare da dietro un libro…

Tinto Brass inquadra bene il romanzo perché vuole che si capisca bene che si sta divertendo a giocare con lo spettatore.

Mentre il film esce nelle sale il 15 febbraio 1991 – con ventilate accuse di “apologia di prostituzione” – sappiamo che il regista dà il primo ciak il 30 luglio 1990. Non si sa quando sia stata girata la scena del treno, ma guarda caso porta la data del 29 luglio 1990 il numero 2165 de “Il Giallo Mondadori” mostrato nel film: si tratta de “L’altra parte della città” (Another Part of the City, 1986) del prolificissimo romanziere poliziesco Ed McBain.
C’è però un problema bello grande: come si vede dall’immagine qui di lato… quella mostrata nel film non è la locandina del libro!

Il libro è quello… ma la copertina no!

Il titolo è indubitalmente quello, la trama che si scorge sulla quarta di copertina è indubitabilmente quella, la data di uscita corrisponde… ma perché c’è quella strana illustrazione? Che fine ha fatto la copertina illustrata da Prieto Muriana?

Un momento… ma quello è un occhio che spia attraverso una serratura… esattamente come il vecchietto che sta spiando le generose e procaci curve di Paprika… Vuoi vedere che quel furbone di Brass ha fatto un “fotomontaggio”? Guardate il primo piano della copertina: il cerchio bianco che incornicia l’illustrazione… sulla sinistra ha un’imperfezione…

Mi metto a scaltabellare cataloghi e database e la soluzione arriva velocemente: lo stesso 29 luglio 1990 esce in edicola “L’altra realtà” (The Far Reality, 1946/1973) di Henry Kuttner, “Urania” (Mondadori) n. 1132 con illustrazione di copertina di Vicente Segrelles… Illustrazione che ritrae un occhio che spia dalla serratura.
Lo stesso giorno Tinto è andato in edicola con forbici e colla, ed ha “fuso” due copertine della Mondadori per organizzare uno “scherzo librario” che sfido qualsiasi critico ad aver colto prima d’ora!

La domanda senza risposta è: perché Brass non ha usato direttamente il numero di “Urania” invece di fare questo collage? Posso ipotizzare che la Mondadori preferisse pubblicizzare il “Giallo” e che non avesse voglia di stampare una copertina ad hoc: quindi… via di forbici e colla!

Tutto questo non sarebbe mai successo senza l’energia positiva e creativa di Ivano, che non pago di segnalarmi libri nei film… me ne regala anche di “falsi”!

L.

da “La Stampa”, 16 febbraio 1991

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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Books in Movies

 

[Books in Movies] Pensando a te (1969)

Al Bano e Nino Taranto con un in mano un testo storico

È incredibile come uno dei dimenticabilissimi filmetti “canterini” di Al Bano e Romina possa ancora regalare spunti per post: già ho parlato della curiosa citazione scacchistica presente in “Pensando a te” (1969) di Aldo Grimaldi, ed ora tocca a quella libraria.

Nino Taranto torna bambino e fa cartoccetti da tirare con la penna-cerbottana

Nel film troviamo il cantante famoso Al Bani (interpretato indovinate un po? Bravi, da Al Bano) che viene spinto dal suo agente, amico ed ex professore di scuola Nino Taranto (davvero sprecato) ad imparare l’inglese così da andare in tournée all’estero. Va be’, non facciamoci troppe domande: serviva un trucchetto per far conoscere al protagonista maschile, sposato e padre di famiglia, una donnina belloccia – la prof di inglese interpretata da Helena Ronee, stellina sexy dell’epoca – perché anche un uomo retto come lui perda la testa: ah, la grande cinematografia italiana…
La cosa incredibile è che quando Romina scopre la tresca e caccia il marito di casa… passa lei per matta! Ah, la grande famiglia tradizionale italiana…

Calando un velo pietoso e misericordioso sulla trama di questo filmucolo, che serve solo a lanciare canzoni della celebre coppia canterina (“coppia” all’epoca), quello che conta è che quando Al Bano e Nino Taranto vanno a scuola serale di inglese mostrano di portarsi dietro un libro davvero storico: la “Nuova grammatica ragionata della lingua inglese” di Vincenzo Grasso e Ugo Bottalla, testo su cui penso abbiamo studiato tutti, in Italia…
In fondo è un’opera che unisce lo Stivale, visto che Grasso insegnava a Palermo e Bottalla a Venezia.

Le palermitane Edizioni Li Bassi hanno presentato il testo in prima edizione nel marzo 1958: vista la data del film e consultata la tabella delle ristampe, posso azzardare che quella mostrata nel film è la nona edizione (giugno 1966).

Come mi ricorda un mio appunto a matita all’interno della copia che conservo ancora (21ª edizione, settembre 1985), questo è stato il mio testo di inglese al liceo a partire dal 1990: se la memoria non mi inganna (e purtroppo spesso lo fa) ci ho studiato per due anni, durante il ginnasio.
Malgrado io abbia avuto la carriera scolastica funestata dai peggiori insegnanti mai apparsi su suolo italiano, per qualche misteriosa congiunzione astrale ho invece sempre avuto ottimi insegnanti di inglese sin dalle medie: era in pratica l’unica materia in cui riuscivo ad avere almeno una sufficienza sicura!

Purtroppo non ricordo il nome della professoressa di inglese che mi fece studiare sul Grasso-Bottalla, ma ricordo benissimo che era torinese, sebbene insegnasse a Roma.

Chiudo citando la bellissima cornice che fa da copertina al testo in ognuna delle ristampe, essendone in pratica il simbolo: dalla seconda di copertina scopro che è tratta dal De Gramatica di Marciano Capella (De septem artibus liberalibus, liber III, Venezia, Codice Marciano latino XIV, 335, del sec. XV, miniato da Attavante degli Attavanti).

L.

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Pubblicato da su settembre 29, 2017 in Books in Movies

 

I libri “esplosivi” di Imperium (2016)

Quante volte in questo blog ho raccontato come la finzione preceda sempre la realtà? Sembra un gioco di parole, sembra che la “precessione dei simulacri” sia una fantasia divertente: invece le prove serissime arrivano dai punti più impensabili. E ovviamente arrivano dalla finzione, non dalla realtà…

Prima dell’11 settembre 2001 ogni film americano ce la menava raccontandoci che il più grande attentato mai subìto da quel Paese è stato quello di Oklahoma City: guarda caso un attentato compiuto da americani su suolo americano, che quindi rendeva del tutto immotivato ogni azione contro quei cattivoni in Medio Oriente.
Malgrado facessero film che mostravano brutti arabi con le barbe incolte e i vestiti sporchi, la “mente” di quell’attentato è stata Timothy McVeigh, che non era un folle che sentiva le voci: era un sottufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, addestrato e cresciuto in quella cultura, che come un tumore ha colpito chi l’ha alimentato. Invece di andare a fare danni all’etero, forse gli americani dovrebbero cominciare a guardarsi bene in casa, visto che questo non è certo stato un caso isolato.

Mentre venivamo bombardati di film che ci mostravano quanto fosse cattivo il Texas che ancora nel ventesimo secolo che ancora aveva la pena di morte, McVeigh riceveva un’iniezione letale nell’Indiana, l’11 giugno 2001: spero non sfugga l’amarissima somiglianza di questa data a quell’altra

Perché racconto tutto questo? In fondo sembra una storia che conferma quanto la realtà venga costantemente modificata dalla finzione. Un americano compie un attentato su suolo americano e uccide 168 americani: è una notizia troppo assurda da dare al mondo, e la finzione si mette a lavoro, cancellando e modificando. Non è un caso infatti che la richiesta di McVeigh che la propria esecuzione fosse trasmessa in TV sia stata negata: avrebbe lasciato una prova tangibile e la realtà odia le prove. I grandi cattivi della storia non li vediamo mai morire…

Quindi la “morale” è la solita: la realtà viene rimaneggiata e rielaborata? No, perché quella realtà nasce dalla finzione!

Il bello degli americani è che rimuginano in continuazione sui propri sbagli e sui propri difetti, dimenticandosi di ciò che dicono all’estero. Così tutto quanto vi ho raccontato – che all’epoca non è stato raccontato, non con questa chiarezza – lo ritrovate in un breve dialogo all’interno del sorprendente piccolo film “Imperium” (2016), scritto e diretto dal giovane Daniel Ragussis ed interpretato da un bravissimo Daniel Radcliffe, in eterno tentativo di far dimenticare il suo Harry Potter.

Una cenetta al lume di candela… con un classicone in mano

Nate Foster (Radcliffe) è un giovane e promettente agente dell’FBI che vive per il suo lavoro e nelle pause pranzo legge “Il sindaco di Casterbridge” (The Mayor of Casterbridge, 1886) del britannico Thomas Hardy (Einaudi 1944). La sua capa Angela Zamparo (la sempre brava Toni Collette) un giorno affronta con lui il problema di Timothy McVeigh: perché quel soldato americano ha compiuto quel gesto terroristico? Viste la aderenze di McVeigh con gli ambienti suprematisti, cospirazionisti e tutto il circo danzante, la risposta sembra ovvia. non lo è.

Angela ci spiega che la dinamica dell’attentato non nasce dal nulla: è la realizzazione di qualcosa che McVeigh ha letto in un libro!

«Era un veterano della Guerra del Golfo, non era un malato, non aveva problemi psichiatrici e non era uno stupido. Era un suprematista con un piano ben preciso: un piano preso da un libro intitolato I diari di Turner. Parla di una guerra per sterminare i neri, ebrei e razze inferiori, e sai come inizia questa guerra? Il protagonista fa esplodere un camion bomba in un edificio federale. Timothy McVeigh voleva ricreare esattamente quella scena: aveva con sé il libro, quando venne arrestato. Voleva scatenare un conflitto razziale…»

Il romanzo dichiaratamente razzista “The Turner Diaries” (1978) porta in copertina il nome posticcio di Andrew Macdonald, pseudonimo di quel William Luther Pierce che ha fondato l’organizzazione National Alliance (formata da nazionalisti bianchi anti-ebrei) e il cui “pensiero” ha ispirato molte altre organizzazioni similari sparse negli Stati Uniti. Visto che Pierce è morto nel 2002, chissà cos’avrà pensato quando ha visto McVeigh concretizzare ciò che lui aveva immaginato nel 1978…

La CNN il 28 aprile 1997 ci racconta che durante il processo a McVeigh si è detto che nella sua auto, al momento dell’arresto, sono stati trovati brani (poi si dirà “pagine fotocopiate”) del romanzo di Macdonald: ecco una delle frasi sottolineate.

«Ma il reale valore di tutti i nostri attacchi di oggi sta nell’impatto psicologico, non nelle vittime del momento.»

Per la precisione, è una frase estratta dal capitolo IX, che si svolge nell’immaginario 9 novembre 1991.

Ignorato dall’editoria italiana, il romanzo razzista The Turner Diaries arriva nel nostro Paese in un modo davvero curioso.
L’eco del processo McVeigh ha scatenato tutte le grandi menti dello spettacolo, così Joe Dante il 15 marzo 1997 presenta l’incredibile film “La seconda guerra civile americana” (The Second Civil War, 1997), che immagina un futuro in cui gli Stati americani cominciano a farsi la guerra l’un l’altro.

Come potete vedere dalle date, il film esce un mese prima che venga detto in tribunale delle pagine del romanzo: già si sapeva prima del collegamento fra McVeigh e The Turner Diaries? Probabile, ma non conta molto: quello che conta è che nel 2014, di punto in bianco, la nostrana Bietti porta in Italia The Turner Diaries (con la traduzione di Diego Sobrà e cura di Giorgio Galli) e che titolo sceglie? Un davvero incredibile “La seconda guerra civile americana“… Con l’aggiunta del sottotitolo “Il romanzo che ha sconvolto l’America”.

Ecco come introduce il testo il direttore della collana Andrea Scarabelli:

«La prassi vorrebbe che che queste righe prendessero le distanze dal libro che avete tra le mani – e lo si farà, ma a modo nostro. La sconfessione, infatti, non colpirà unicamente i Turner Diaries, […] ma sarà rivolta a quello stesso ambiente che li ha prodotti, a quell’humus che ha offerto loro nutrimento e sostentamento, vale a dire la modernità. L’esistenza di libri come questo, infatti (e qui risiede il loro interesse, da un punto di vista sociologico), testimonia l’esistenza di dimensioni poco note del nostro presente. Dimensioni le quali, spesso ignorate, si impongono alla stampa grazie ai gesti scellerati di un Timothy McVeigh o, più recentemente, di un Anders Behring Breivik. Sono tutte punte di un iceberg inquietante che rivela la presenza di una materia oscura la quale imperversa accanto alle sorti magnifiche e progressive, nel sui segno si è aperta la fase storica che stiamo vivendo.»

Dunque l’indipendente Daniel Ragussis decide di raccontare una storia della modernità diversa dal solito. Mentre tutti i film di guerra ci mostrano i cattivi mediorientali con le barbe brutte e le teste di stracci, è il momento di tornare a guardare in casa propria, dove non si è mai sopita un’ideologia che ha quasi cent’anni d’età.
È dunque il momento che l’agente dell’FBI Nate Foster vada sotto copertura nei gruppi separatisti bianchi… cioè fra i nazisti.

Vademecum per andare sotto copertura

La capa Angela gli svela un segreto: per andare sotto copertura non servono doti fisiche, sta tutto nel controllare la situazione e gestire le persone. A tal proposito fa calare sul tavolo una copia di “L’arte di conquistar gli amici e il dominio sugli altri” (How to Win Friends and Influence People, 1937) di Dale Carnegie (Bompiani 1938), titolo che nel 1986 viene ritradotto sempre da Bompiani come “Come trattare gli altri e farseli amici“.

Gira che ti rigira, alla fine ‘sto libro sbuca sempre fuori…

Inizia per Nate Foster una lunga sessione di letture per entrare nella parte del nazista, separatista, razzista, cospirazionista e vari altri -ista. Si parte con una carrellata di libri che non poteva non iniziare con il libro più citato da chi lo teme: “La mia battaglia” (Mein Kampf, 1925) di un certo Adolf Hitler (Bompiani 1934).

In realtà sarebbe una frase da NON sottolineare…

Il nostro Nate evidenzia alcune frasi, come questa tratta dal capitolo XI, “Nazione e razza”:

«Il più forte deve dominare e non mescolarsi con il più debole».

Sembra strano, ma nelle edizioni italiane del libro non ho trovato né questa frase né alcun’altra presente nell’edizione inglese: che gli anglofoni abbiano del testo aggiuntivo rispetto alla versione italiana?

Ma ha comprato solo libri grossi?

La sessione di lettura continua con “The White Man’s Scripture” di Ronald Ken Smith, però altre fonti dicono che il libro è di Bernhardt “Ben” Klassen, separatista bianco fondatore della Church of the Creator.

Non a caso la copertina è bianca…

Poi tocca a “Essays of a Klansman” di Louis R. Beam jr., un “compendio dell’ideologia del Ku Klux Klan, i metodi organizzativi, la storia, le tattiche e le opinioni”, stando al sottotitolo.

Il libro più “moderno” della serie…

Infine è il turno di “Imperium” (1948) di Francis Parker Yockey, anche se originariamente si è firmato con lo pseudonimo Ulick Varange. Due anni prima Yockey, che lavorava per il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, aveva partecipato al Processo di Norimberga e molti pensano che questo l’abbia fatto avvicinare ad idee di destra: di sicuro rimane un personaggio molto controverso.

Un paio di libri per letture “divertenti”…

Il piano di letture è pronto, con l’aggiunta di “All-American Monster: The Unauthorized Biography of Timothy McVeigh” (1996) di Brandon M. Stickney: può cominciare l’auto-indottrinamento!

Una tranquilla seratina di letture naziste

Non mancano però pseudobiblia: in questa parata di libri veri, qualche “libro falso” ci può anche stare.

Non ruotate la testa a leggere il titolo, tanto non esiste!

Per esempio “Which Way European Man?” di Garry John Triple, un libro che vediamo solo capovolto e per un secondo: un libro che il sito Aryan Wisdom dice essere un palese omaggio a “Which Way Western Man?” (1978) dell’attivista William Gayley Simpson.

Non a caso c’è una luce bianca…

Nel film poi abbiamo il predicatore integralista Dallas Wolf (Tracy Letts), che conduce programmi alla radio e scrive libri: un uomo di spettacolo che porta avanti qualsiasi discorso ruoti intorno al potere bianco. Lo incontriamo proprio mentre sta pubblicizzando il suo libro “Genocide: The Murder of White America“.

Insomma, Imperium non è un film che mostra i soliti teppistelli rasati a zero che fanno a botte per strada, bensì pone l’accento sulla “cultura” integralista: sul fatto cioè che il nazismo vero, quello pericoloso, non lo si trova per strada ma fra i libri.

Un nazista amante dei libri e dell’arte…

Si potrebbe sbrigare tutto dicendo che l’americano medio, che odia i nazisti dell’Illinois (per citare Blues Brothers), guarda con sospetto chi legge troppo e quindi l’accostare ideologie oltranziste ai libri sia un colpo basso. Mi piace invece pensare che il discorso sia – o tenti di essere – più sottile, e un indizio me lo fornisce l’ultima frase pronunciata dal film:

«Comincia tutto dalle parole» (It all begins with the word).

L’ideologia crea l’integralismo, e l’ideologia è solo un insieme di parole creato basandosi appunto su idee: cioè concetti astratti che trovano compimento solo nella mente di chi ci crede. Quindi, come dicevo all’inizio, la realtà – anche la più sgradevole e violenta – nasce sempre dalla finzione…

L.

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Pubblicato da su agosto 28, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

[Books in Movies] Hanno cambiato faccia (1971)

Grazie ad Ivano Landi ho conosciuto un film di graffiante critica sociale dai molti spunti: per sapere come l’ho “sfruttato”, vi rimando alla fine del post.
Il film in questione è “Hanno cambiato faccia” (1971) scritto e diretto da Corrado Farina, che ci spiega come mai pensiamo che i vampiri non esistano: esistono eccome, semplicemente… hanno cambiato faccia!

Alberto Valle (Giuliano Esperanti) è un cittadino inquadrato e felice d’esserlo. Gli viene ventilata una promozione e viene inviato a conoscere il mega direttore galattico della sua azienda: l’ingegnere Giovanni Nosferatu (uno strepitoso Adolfo Celi). Questi è capo di una vasta serie di imprese variegate che in pratica coprono l’intera società civile: mediante spregiudicate campagne pubblicitarie e scelte commerciali, Nosferatu controlla la vita di tutti i cittadini.

Un titanico Adolfo Celi nel ruolo dell’ingegner Giovanni Nosferatu

In una riunione con l’oscuro presidente, la fida segretaria Corinna (l’algida Geraldine Hooper) legge: «Settore industrie chimiche, gruppo A. Vita sociale: da oltre tre settimane non viene preso nessun provvedimento disciplinare a carico dei dipendenti»
«E sono lieto di dire che non è stato necessario», interviene il responsabile del settore. «Il nostro severo controllo ha trasformato la disciplina in costume di vita.»

Andiamo, chi è che non ha letto decine di libri in questo modo?

Malgrado la sicurezza dimostrata dal responsabile, Nosferatu ha le prove che le cose non stanno proprio così. «Lei sa che ai dipendenti è stata proibita la lettura nelle ore di pausa?»
«Certo», conferma il responsabile, «e posso garantire…» Non può finire la frase, perché Nosferatu fa partire delle diapositive.

Ecco, forse così è un pochino più scomodo…

Vediamo scorrere in rapida sequenza alcune istantanee scattate nei pagni della fabbrica, dove contravvenendo alle regole i dipendenti leggono di nascosto. E cosa leggono?

E poi, via sotto il maglione…

Come si vede chiaramente dalle immagini, l’operaio disobbediente sta leggendo di nascosto in bagno l’opera più famosa di Ray Bradbury, davvero perfetta data la situazione.
Apparso in Italia originariamente nel 1956 per la milanese Aldo Martello Editore (collana “La Piramide” n. 34) con il titolo “Gli anni della fenice” (unica traduzione autorizzata di Giorgio Monicelli), il romanzo del 1953 riappare un decennio dopo per Mondadori – con la stessa traduzione – nella celebre collana “Oscar Mondadori” n. 78 (18 ottobre 1966), con il noto titolo “Fahrenheit 451“.
Della mia esperienza personale con il libro ho già parlato.

Per finire, mentre il protagonista fruga nella biblioteca di Nosferatu troviamo anche la raccolta della Geschichte der Päpste, la corposa opera del tedesco Ludwig von Pastor nota in Italia come “Storia dei papi“.

Una settimana con Ivano

Per cinque giorni, in cinque rubriche, cinque aspetti diversi di questo film del 1971 che mi ha consigliato Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno:

  • Lunedì: “IPMP” con locandine e ritagli di giornali dell’epoca
  • Martedì: “Books in Movies” con citazioni librarie dal film
  • Mercoledì: “CitaScacchi” con una citazione scacchistica dal film
  • Giovedì: “Pseudobiblia” con il libro falso presentato nella pellicola
  • Venerdì: “Il Zinnefilo” con le grazie al vento di una delle protagoniste

L.

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Pubblicato da su luglio 25, 2017 in Books in Movies

 

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[Books in Movies] GLOW (2017)

Ben pubblicizzata in Italia, non posso dire di essere soddisfatto della nuova serie TV di punta della celebre Netflix: la qualità è come sempre alta ma l’allungatura di brodo supera di gran lunga la sostanza. La prima stagione di “GLOW” dura dieci puntate – tutte apparse originariamente il 23 giugno 2017 – ma la trama ne copre forse tre, il che mi ha messo a dura prova, oltre il dispiacere di vedere una serie che sulla carta è ambientata nel mondo del wrestling femminile ma in realtà solamente in due o tre puntate vediamo qualche minuto di wrestling…

Ho divorato puntata dopo puntata quindi non posso dire che la serie non mi sia piaciuta, però per quasi l’intera durata ho provato un senso di delusione e non facevo che chiedermi “Ma dove cacchio sta andando ‘sta storia?”, quindi non posso certo dirmi soddisfatto.
Comunque per un’altra opinione vi rimando al blog Il Cumbrugliume.

Netflix comunque è una casa book friendly, quindi come nel caso di “Orange is the New Black” – serie infarcita di citazioni librarie – anche in questo “GLOW” troviamo citazioni, anche se di sfuggita.

Nella prima puntata la protagonista Ruth Wilder (interpretata dalla brava Alison Brie che non vedevo da quando faceva faville in “Community“) mentre aspetta in bagno di parlare con la direttrice del casting passa il tempo… con parole crociate e una copia apparentemente tascabile de “L’incendiaria” (Firestarter, 1980) di Stephen King (Sperling & Kupfer, 1982).

Ruth (Alison Brie) con accanto “L’incendiaria” (Firestarter, 1980) di Stephen King

Poi nella quarta puntata troviamo Sheila la Donna Lupo (Gayle Rankin) che legge una corposa edizione cartonata del celebre “Ayla figlia della Terra” (The Clan of the Cave Bear, 1980) di Jean M. Auel (Mondadori 1981), primo di una serie di fortunati romanzi ambientati in tempi preistorici. Curiosamente le avventure di uomini delle caverne viene etichettata con “fantasy”…

Sheila (Gayle Rankin) legge “Ayla figlia della Terra” (The Clan of the Cave Bear, 1980) di Jean M. Auel

Il romanzo di King l’ho letto molti anni fa – circa 25! – non ricordo una sola parola ma ricordo che mi è molto piaciuto. Lo stesso per quello della Auel, letto in tempi più recenti – tipo una decina d’anni fa – e molto apprezzato: però non ce l’ho fatta ad iniziare la lunga saga. Malgrado all’epoca le conoscenze paleoantropologiche fossero molto carenti, rispetto alle scoperte successive, lo stesso l’autrice riesce a creare un ottimo romanzo molto appassionante.

Malgrado la serie sia ambientata intorno al luglio 1985 – perché è appena uscito nei cinema Ritorno al futuro con Michael J. Fox – entrambi i libri citati sono del 1980.

L.

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Pubblicato da su luglio 18, 2017 in Books in Movies

 
 
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