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I libri “esplosivi” di Imperium (2016)

Quante volte in questo blog ho raccontato come la finzione preceda sempre la realtà? Sembra un gioco di parole, sembra che la “precessione dei simulacri” sia una fantasia divertente: invece le prove serissime arrivano dai punti più impensabili. E ovviamente arrivano dalla finzione, non dalla realtà…

Prima dell’11 settembre 2001 ogni film americano ce la menava raccontandoci che il più grande attentato mai subìto da quel Paese è stato quello di Oklahoma City: guarda caso un attentato compiuto da americani su suolo americano, che quindi rendeva del tutto immotivato ogni azione contro quei cattivoni in Medio Oriente.
Malgrado facessero film che mostravano brutti arabi con le barbe incolte e i vestiti sporchi, la “mente” di quell’attentato è stata Timothy McVeigh, che non era un folle che sentiva le voci: era un sottufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, addestrato e cresciuto in quella cultura, che come un tumore ha colpito chi l’ha alimentato. Invece di andare a fare danni all’etero, forse gli americani dovrebbero cominciare a guardarsi bene in casa, visto che questo non è certo stato un caso isolato.

Mentre venivamo bombardati di film che ci mostravano quanto fosse cattivo il Texas che ancora nel ventesimo secolo che ancora aveva la pena di morte, McVeigh riceveva un’iniezione letale nell’Indiana, l’11 giugno 2001: spero non sfugga l’amarissima somiglianza di questa data a quell’altra

Perché racconto tutto questo? In fondo sembra una storia che conferma quanto la realtà venga costantemente modificata dalla finzione. Un americano compie un attentato su suolo americano e uccide 168 americani: è una notizia troppo assurda da dare al mondo, e la finzione si mette a lavoro, cancellando e modificando. Non è un caso infatti che la richiesta di McVeigh che la propria esecuzione fosse trasmessa in TV sia stata negata: avrebbe lasciato una prova tangibile e la realtà odia le prove. I grandi cattivi della storia non li vediamo mai morire…

Quindi la “morale” è la solita: la realtà viene rimaneggiata e rielaborata? No, perché quella realtà nasce dalla finzione!

Il bello degli americani è che rimuginano in continuazione sui propri sbagli e sui propri difetti, dimenticandosi di ciò che dicono all’estero. Così tutto quanto vi ho raccontato – che all’epoca non è stato raccontato, non con questa chiarezza – lo ritrovate in un breve dialogo all’interno del sorprendente piccolo film “Imperium” (2016), scritto e diretto dal giovane Daniel Ragussis ed interpretato da un bravissimo Daniel Radcliffe, in eterno tentativo di far dimenticare il suo Harry Potter.

Una cenetta al lume di candela… con un classicone in mano

Nate Foster (Radcliffe) è un giovane e promettente agente dell’FBI che vive per il suo lavoro e nelle pause pranzo legge “Il sindaco di Casterbridge” (The Mayor of Casterbridge, 1886) del britannico Thomas Hardy (Einaudi 1944). La sua capa Angela Zamparo (la sempre brava Toni Collette) un giorno affronta con lui il problema di Timothy McVeigh: perché quel soldato americano ha compiuto quel gesto terroristico? Viste la aderenze di McVeigh con gli ambienti suprematisti, cospirazionisti e tutto il circo danzante, la risposta sembra ovvia. non lo è.

Angela ci spiega che la dinamica dell’attentato non nasce dal nulla: è la realizzazione di qualcosa che McVeigh ha letto in un libro!

«Era un veterano della Guerra del Golfo, non era un malato, non aveva problemi psichiatrici e non era uno stupido. Era un suprematista con un piano ben preciso: un piano preso da un libro intitolato I diari di Turner. Parla di una guerra per sterminare i neri, ebrei e razze inferiori, e sai come inizia questa guerra? Il protagonista fa esplodere un camion bomba in un edificio federale. Timothy McVeigh voleva ricreare esattamente quella scena: aveva con sé il libro, quando venne arrestato. Voleva scatenare un conflitto razziale…»

Il romanzo dichiaratamente razzista “The Turner Diaries” (1978) porta in copertina il nome posticcio di Andrew Macdonald, pseudonimo di quel William Luther Pierce che ha fondato l’organizzazione National Alliance (formata da nazionalisti bianchi anti-ebrei) e il cui “pensiero” ha ispirato molte altre organizzazioni similari sparse negli Stati Uniti. Visto che Pierce è morto nel 2002, chissà cos’avrà pensato quando ha visto McVeigh concretizzare ciò che lui aveva immaginato nel 1978…

La CNN il 28 aprile 1997 ci racconta che durante il processo a McVeigh si è detto che nella sua auto, al momento dell’arresto, sono stati trovati brani (poi si dirà “pagine fotocopiate”) del romanzo di Macdonald: ecco una delle frasi sottolineate.

«Ma il reale valore di tutti i nostri attacchi di oggi sta nell’impatto psicologico, non nelle vittime del momento.»

Per la precisione, è una frase estratta dal capitolo IX, che si svolge nell’immaginario 9 novembre 1991.

Ignorato dall’editoria italiana, il romanzo razzista The Turner Diaries arriva nel nostro Paese in un modo davvero curioso.
L’eco del processo McVeigh ha scatenato tutte le grandi menti dello spettacolo, così Joe Dante il 15 marzo 1997 presenta l’incredibile film “La seconda guerra civile americana” (The Second Civil War, 1997), che immagina un futuro in cui gli Stati americani cominciano a farsi la guerra l’un l’altro.

Come potete vedere dalle date, il film esce un mese prima che venga detto in tribunale delle pagine del romanzo: già si sapeva prima del collegamento fra McVeigh e The Turner Diaries? Probabile, ma non conta molto: quello che conta è che nel 2014, di punto in bianco, la nostrana Bietti porta in Italia The Turner Diaries (con la traduzione di Diego Sobrà e cura di Giorgio Galli) e che titolo sceglie? Un davvero incredibile “La seconda guerra civile americana“… Con l’aggiunta del sottotitolo “Il romanzo che ha sconvolto l’America”.

Ecco come introduce il testo il direttore della collana Andrea Scarabelli:

«La prassi vorrebbe che che queste righe prendessero le distanze dal libro che avete tra le mani – e lo si farà, ma a modo nostro. La sconfessione, infatti, non colpirà unicamente i Turner Diaries, […] ma sarà rivolta a quello stesso ambiente che li ha prodotti, a quell’humus che ha offerto loro nutrimento e sostentamento, vale a dire la modernità. L’esistenza di libri come questo, infatti (e qui risiede il loro interesse, da un punto di vista sociologico), testimonia l’esistenza di dimensioni poco note del nostro presente. Dimensioni le quali, spesso ignorate, si impongono alla stampa grazie ai gesti scellerati di un Timothy McVeigh o, più recentemente, di un Anders Behring Breivik. Sono tutte punte di un iceberg inquietante che rivela la presenza di una materia oscura la quale imperversa accanto alle sorti magnifiche e progressive, nel sui segno si è aperta la fase storica che stiamo vivendo.»

Dunque l’indipendente Daniel Ragussis decide di raccontare una storia della modernità diversa dal solito. Mentre tutti i film di guerra ci mostrano i cattivi mediorientali con le barbe brutte e le teste di stracci, è il momento di tornare a guardare in casa propria, dove non si è mai sopita un’ideologia che ha quasi cent’anni d’età.
È dunque il momento che l’agente dell’FBI Nate Foster vada sotto copertura nei gruppi separatisti bianchi… cioè fra i nazisti.

Vademecum per andare sotto copertura

La capa Angela gli svela un segreto: per andare sotto copertura non servono doti fisiche, sta tutto nel controllare la situazione e gestire le persone. A tal proposito fa calare sul tavolo una copia di “L’arte di conquistar gli amici e il dominio sugli altri” (How to Win Friends and Influence People, 1937) di Dale Carnegie (Bompiani 1938), titolo che nel 1986 viene ritradotto sempre da Bompiani come “Come trattare gli altri e farseli amici“.

Gira che ti rigira, alla fine ‘sto libro sbuca sempre fuori…

Inizia per Nate Foster una lunga sessione di letture per entrare nella parte del nazista, separatista, razzista, cospirazionista e vari altri -ista. Si parte con una carrellata di libri che non poteva non iniziare con il libro più citato da chi lo teme: “La mia battaglia” (Mein Kampf, 1925) di un certo Adolf Hitler (Bompiani 1934).

In realtà sarebbe una frase da NON sottolineare…

Il nostro Nate evidenzia alcune frasi, come questa tratta dal capitolo XI, “Nazione e razza”:

«Il più forte deve dominare e non mescolarsi con il più debole».

Sembra strano, ma nelle edizioni italiane del libro non ho trovato né questa frase né alcun’altra presente nell’edizione inglese: che gli anglofoni abbiano del testo aggiuntivo rispetto alla versione italiana?

Ma ha comprato solo libri grossi?

La sessione di lettura continua con “The White Man’s Scripture” di Ronald Ken Smith, però altre fonti dicono che il libro è di Bernhardt “Ben” Klassen, separatista bianco fondatore della Church of the Creator.

Non a caso la copertina è bianca…

Poi tocca a “Essays of a Klansman” di Louis R. Beam jr., un “compendio dell’ideologia del Ku Klux Klan, i metodi organizzativi, la storia, le tattiche e le opinioni”, stando al sottotitolo.

Il libro più “moderno” della serie…

Infine è il turno di “Imperium” (1948) di Francis Parker Yockey, anche se originariamente si è firmato con lo pseudonimo Ulick Varange. Due anni prima Yockey, che lavorava per il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, aveva partecipato al Processo di Norimberga e molti pensano che questo l’abbia fatto avvicinare ad idee di destra: di sicuro rimane un personaggio molto controverso.

Un paio di libri per letture “divertenti”…

Il piano di letture è pronto, con l’aggiunta di “All-American Monster: The Unauthorized Biography of Timothy McVeigh” (1996) di Brandon M. Stickney: può cominciare l’auto-indottrinamento!

Una tranquilla seratina di letture naziste

Non mancano però pseudobiblia: in questa parata di libri veri, qualche “libro falso” ci può anche stare.

Non ruotate la testa a leggere il titolo, tanto non esiste!

Per esempio “Which Way European Man?” di Garry John Triple, un libro che vediamo solo capovolto e per un secondo: un libro che il sito Aryan Wisdom dice essere un palese omaggio a “Which Way Western Man?” (1978) dell’attivista William Gayley Simpson.

Non a caso c’è una luce bianca…

Nel film poi abbiamo il predicatore integralista Dallas Wolf (Tracy Letts), che conduce programmi alla radio e scrive libri: un uomo di spettacolo che porta avanti qualsiasi discorso ruoti intorno al potere bianco. Lo incontriamo proprio mentre sta pubblicizzando il suo libro “Genocide: The Murder of White America“.

Insomma, Imperium non è un film che mostra i soliti teppistelli rasati a zero che fanno a botte per strada, bensì pone l’accento sulla “cultura” integralista: sul fatto cioè che il nazismo vero, quello pericoloso, non lo si trova per strada ma fra i libri.

Un nazista amante dei libri e dell’arte…

Si potrebbe sbrigare tutto dicendo che l’americano medio, che odia i nazisti dell’Illinois (per citare Blues Brothers), guarda con sospetto chi legge troppo e quindi l’accostare ideologie oltranziste ai libri sia un colpo basso. Mi piace invece pensare che il discorso sia – o tenti di essere – più sottile, e un indizio me lo fornisce l’ultima frase pronunciata dal film:

«Comincia tutto dalle parole» (It all begins with the word).

L’ideologia crea l’integralismo, e l’ideologia è solo un insieme di parole creato basandosi appunto su idee: cioè concetti astratti che trovano compimento solo nella mente di chi ci crede. Quindi, come dicevo all’inizio, la realtà – anche la più sgradevole e violenta – nasce sempre dalla finzione…

L.

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Pubblicato da su agosto 28, 2017 in Books in Movies, Pseudobiblia

 

[Books in Movies] Hanno cambiato faccia (1971)

Grazie ad Ivano Landi ho conosciuto un film di graffiante critica sociale dai molti spunti: per sapere come l’ho “sfruttato”, vi rimando alla fine del post.
Il film in questione è “Hanno cambiato faccia” (1971) scritto e diretto da Corrado Farina, che ci spiega come mai pensiamo che i vampiri non esistano: esistono eccome, semplicemente… hanno cambiato faccia!

Alberto Valle (Giuliano Esperanti) è un cittadino inquadrato e felice d’esserlo. Gli viene ventilata una promozione e viene inviato a conoscere il mega direttore galattico della sua azienda: l’ingegnere Giovanni Nosferatu (uno strepitoso Adolfo Celi). Questi è capo di una vasta serie di imprese variegate che in pratica coprono l’intera società civile: mediante spregiudicate campagne pubblicitarie e scelte commerciali, Nosferatu controlla la vita di tutti i cittadini.

Un titanico Adolfo Celi nel ruolo dell’ingegner Giovanni Nosferatu

In una riunione con l’oscuro presidente, la fida segretaria Corinna (l’algida Geraldine Hooper) legge: «Settore industrie chimiche, gruppo A. Vita sociale: da oltre tre settimane non viene preso nessun provvedimento disciplinare a carico dei dipendenti»
«E sono lieto di dire che non è stato necessario», interviene il responsabile del settore. «Il nostro severo controllo ha trasformato la disciplina in costume di vita.»

Andiamo, chi è che non ha letto decine di libri in questo modo?

Malgrado la sicurezza dimostrata dal responsabile, Nosferatu ha le prove che le cose non stanno proprio così. «Lei sa che ai dipendenti è stata proibita la lettura nelle ore di pausa?»
«Certo», conferma il responsabile, «e posso garantire…» Non può finire la frase, perché Nosferatu fa partire delle diapositive.

Ecco, forse così è un pochino più scomodo…

Vediamo scorrere in rapida sequenza alcune istantanee scattate nei pagni della fabbrica, dove contravvenendo alle regole i dipendenti leggono di nascosto. E cosa leggono?

E poi, via sotto il maglione…

Come si vede chiaramente dalle immagini, l’operaio disobbediente sta leggendo di nascosto in bagno l’opera più famosa di Ray Bradbury, davvero perfetta data la situazione.
Apparso in Italia originariamente nel 1956 per la milanese Aldo Martello Editore (collana “La Piramide” n. 34) con il titolo “Gli anni della fenice” (unica traduzione autorizzata di Giorgio Monicelli), il romanzo del 1953 riappare un decennio dopo per Mondadori – con la stessa traduzione – nella celebre collana “Oscar Mondadori” n. 78 (18 ottobre 1966), con il noto titolo “Fahrenheit 451“.
Della mia esperienza personale con il libro ho già parlato.

Per finire, mentre il protagonista fruga nella biblioteca di Nosferatu troviamo anche la raccolta della Geschichte der Päpste, la corposa opera del tedesco Ludwig von Pastor nota in Italia come “Storia dei papi“.

Una settimana con Ivano

Per cinque giorni, in cinque rubriche, cinque aspetti diversi di questo film del 1971 che mi ha consigliato Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno:

  • Lunedì: “IPMP” con locandine e ritagli di giornali dell’epoca
  • Martedì: “Books in Movies” con citazioni librarie dal film
  • Mercoledì: “CitaScacchi” con una citazione scacchistica dal film
  • Giovedì: “Pseudobiblia” con il libro falso presentato nella pellicola
  • Venerdì: “Il Zinnefilo” con le grazie al vento di una delle protagoniste

L.

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Pubblicato da su luglio 25, 2017 in Books in Movies

 

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[Books in Movies] GLOW (2017)

Ben pubblicizzata in Italia, non posso dire di essere soddisfatto della nuova serie TV di punta della celebre Netflix: la qualità è come sempre alta ma l’allungatura di brodo supera di gran lunga la sostanza. La prima stagione di “GLOW” dura dieci puntate – tutte apparse originariamente il 23 giugno 2017 – ma la trama ne copre forse tre, il che mi ha messo a dura prova, oltre il dispiacere di vedere una serie che sulla carta è ambientata nel mondo del wrestling femminile ma in realtà solamente in due o tre puntate vediamo qualche minuto di wrestling…

Ho divorato puntata dopo puntata quindi non posso dire che la serie non mi sia piaciuta, però per quasi l’intera durata ho provato un senso di delusione e non facevo che chiedermi “Ma dove cacchio sta andando ‘sta storia?”, quindi non posso certo dirmi soddisfatto.
Comunque per un’altra opinione vi rimando al blog Il Cumbrugliume.

Netflix comunque è una casa book friendly, quindi come nel caso di “Orange is the New Black” – serie infarcita di citazioni librarie – anche in questo “GLOW” troviamo citazioni, anche se di sfuggita.

Nella prima puntata la protagonista Ruth Wilder (interpretata dalla brava Alison Brie che non vedevo da quando faceva faville in “Community“) mentre aspetta in bagno di parlare con la direttrice del casting passa il tempo… con parole crociate e una copia apparentemente tascabile de “L’incendiaria” (Firestarter, 1980) di Stephen King (Sperling & Kupfer, 1982).

Ruth (Alison Brie) con accanto “L’incendiaria” (Firestarter, 1980) di Stephen King

Poi nella quarta puntata troviamo Sheila la Donna Lupo (Gayle Rankin) che legge una corposa edizione cartonata del celebre “Ayla figlia della Terra” (The Clan of the Cave Bear, 1980) di Jean M. Auel (Mondadori 1981), primo di una serie di fortunati romanzi ambientati in tempi preistorici. Curiosamente le avventure di uomini delle caverne viene etichettata con “fantasy”…

Sheila (Gayle Rankin) legge “Ayla figlia della Terra” (The Clan of the Cave Bear, 1980) di Jean M. Auel

Il romanzo di King l’ho letto molti anni fa – circa 25! – non ricordo una sola parola ma ricordo che mi è molto piaciuto. Lo stesso per quello della Auel, letto in tempi più recenti – tipo una decina d’anni fa – e molto apprezzato: però non ce l’ho fatta ad iniziare la lunga saga. Malgrado all’epoca le conoscenze paleoantropologiche fossero molto carenti, rispetto alle scoperte successive, lo stesso l’autrice riesce a creare un ottimo romanzo molto appassionante.

Malgrado la serie sia ambientata intorno al luglio 1985 – perché è appena uscito nei cinema Ritorno al futuro con Michael J. Fox – entrambi i libri citati sono del 1980.

L.

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Pubblicato da su luglio 18, 2017 in Books in Movies

 

Anita Hill e il pelo pubico dell’Esorcista

Ogni storia vera è preceduta da un romanzo…

Più volte ho citato in questo blog l’espressione “la precessione dei simulacri”, che ho conosciuto grazie al geografo-filosofo Franco Farinelli il quale la analizzava prendendola dal filosofo Jean Baudrillard: significa che la mappa viene prima del territorio, che l’immagine del mondo viene prima del mondo… e quindi che la finzione viene prima della realtà.
Le conferme di questo arrivano dappertutto… anche da una controversa vicenda legale americana.

La questione di Anita Hill l’ho conosciuta attraverso il film televisivo che la celebre HBO ne ha tratto: “Confirmation” (trasmesso originariamente il 16 aprile 2016) di Rick Famuyiwa, con Kerry Washington nel ruolo da protagonista.

Kerry Washington nel ruolo di Anita Hill (© 2015 HBO Films)

Nel 1991 il giudice afroamericano Clarence Thomas doveva essere riconfermato alla Corte Suprema e si stavano svolgendo le audizioni in Senato: avendo l’appoggio di George W. Bush, Thomas era in una botte di ferro. Ma all’improvviso subisce l’accusa più infamante di tutte, per gli americani: molestie sessuali, anche se solo verbali. (Beati gli americani che non hanno accuse di truffa, corruzione, furto e mafia…)

Wendell Pierce nel ruolo del giudice Thomas (© 2015 HBO Films)

Ad accusarlo è la sua collaboratrice dell’epoca alla Commissione per le Pari Opportunità: Anita Hill.
Nel processo che ne nascerà, dall’enorme eco mediatica, la donna viene assistita dall’avvocatessa Catharine MacKinnon, che nel 1986 aveva ideato e fatto approvare la legge che definisce reato civile le molestie sessuali, divenendo da allora paladina del femminismo. Lo stesso non riesce a far vincere la sua cliente, e quando nell’ottobre 1991 la MacKinnon viene in Italia per tenere una conferenza all’Università di Roma “La Sapienza”, alla giornalista de “la Repubblica” Anna Maria Mori così racconta:

«La sua [di Anita] accusa è stata respinta per ragioni in qualche modo “formali”: i fatti erano avvenuti precedentemente all’approvazione della mia legge sulle molestie sessuali, che data dall’86. E il reato in questione è di quelli che, secondo la mia stessa legge, cadono in prescrizione dopo 180 giorni. Ma non è vero, è riduttivo dire oggi che Anita Hill ha perso: ha vinto, se non altro per aver avuto dalla sua, e per la prima volta in America di fronte a un fatto del genere, il trenta per cento dell’opinione pubblica. La Hill è riuscita a portare dalla sua parte la maggioranza delle donne americane, per la sua straordinaria credibilità: perché è nera, e accusava un giudice nero come lei; perché ha una forte personalità, e un’alta autorità professionale e scientifica.»
(da “la Repubblica”, 29 ottobre 1991)

L’esito negativo del processo è l’aspetto minore, quasi ignorato della vicenda: la tempesta mediatica che ne è seguita ha giocato sulla divisione del pubblico fra chi credeva in Anita e chi no. In mancanza di prove, è stato un gioco al massacro sull’onda emotiva.

Per esempio l’autorevole casa editrice Macmillan presenta nel 1993 il saggio “The Real Anita Hill. The Untold Story” del giornalista David Brock, che amplia un testo scritto nel 1992 per il giornale “American Spectator”.
Brock parteggia per il giudice a sbugiarda la Hill, ma è tutto falso. Il giornalista stesso ritratterà tutto in “Blinded by the Right. The Conscience of an Ex-Conservative” (2002), in cui affermò di aver inventato le accuse perché voleva sostenere la causa dei repubblicani, affermando che tutti sapevano che il giudice Thomas amava situazioni pruriginose. (Inoltre parla di agenti dell’FBI che l’avevano messo al corrente di fatti riguardanti la Hill che poi hanno negato.)
Cosa può esserci di “reale” in tutto questo?

Nel saggio “Strange Justice. The Selling of Clarence Thomas” (1994) le giornaliste Jane Mayer e Jill Abramson raccontano che il giudice Thomas aveva un noto interesse per il mondo pornografico sin dai tempi scolastici, e che suoi amici l’hanno udito fare apprezzamenti sessuali anche in altri casi, oltre a quelli che Anita Hill ha denunciato. Tutto questo agli occhi degli americani suona oltremodo scandaloso, perché loro non hanno la più corrotta classe politica della storia: se un pezzo grosso ha visto un porno o fa una battutina ambigua per gli americani è il massimo dell’ignominia. In Italia fa curriculum per la Presidenza del Consiglio…
Il libro comunque è un bestseller ed è nominato per un National Book Award: anche se non viene mai detto, il sottotesto è che un giudice della Corte Suprema abbia mentito sotto giuramento.

Quindi il giudice Thomas era un porco e Anita Hill aveva ragione? Quindi il Sistema ha rigettato le accuse della donna per proteggere lo status quo? Quindi la verità in tribunale non esiste, esiste solo l’interesse (cioè l’immagine)? Non sembra importare molto, perché l’unica cosa che conta è che l’opinione pubblica si sia azzuffata per anni sulla questione, basandosi esclusivamente sulle chiacchiere: cioè sull’immagine. E l’immagine viene sempre prima della realtà…
Nell’ottobre del 2010, forse per rinfrescare la questione e avere un altro po’ di attenzione dei media, Virginia Thomas – la moglie del giudice – ha informato i giornalisti di aver lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di Anita Hill chiedendo, anzi pretendendo le scuse per le infamanti accuse avanzate 19 anni prima. Un gesto ridicolo che dimostra quanto la pubblicità, positiva o negativa, venda sempre.

Cosa sta agitando in aria il senatore Hatch?

Fra i racconti di molestie sessuali, Anita Hill ha testimoniato che il giudice Thomas un giorno stava bevendo una bibita quando si avvicinò a lei e chiese «Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca?» (Who has put pubic hair on my Coke?).
Con tutto il rispetto per la donna, al di là di un certo cattivo gusto forse parlare di “avance sessuale” mi sembra un po’ esagerato, comunque dopo questa testimonianza il senatore Orrin C. Hatch, dello Utah, controbatte in modo plateale: sventolando cioè in aula una copia del romanzo “L’esorcista” (The Exorcist, 1971) di William Peter Blatty.

Dylan Baker nel ruolo del senatore Hatch

ORRIN HATCH: Ha mai letto questo libro?
CLARENCE THOMAS: No.
ORRIN HATCH: L’esorcista.
CLARENCE THOMAS: No, senatore.
ORRIN HATCH: Ha mai visto il film?
CLARENCE THOMAS: Ho visto solo la scena con il letto che fluttua.
ORRIN HATCH: […] Lei afferma di non aver mai pronunciato la frase “Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca?” […] A pagina 70 di questa particolare edizione de L’esorcista, [legge] «Oh Burke», sospirò Sharon. Sta descrivendo l’incontro fra il senatore e il regista, «Denny lo informò che – cito – c’era un pelo pubico estraneo che galleggiava nel mio gin.» Lei pensa che sia una coincidenza? [Anita Hill] vuole farci credere che lei ha detto queste cose per strapparle un appuntamento: cosa ne pensa, giudice?
CLARENCE THOMAS: Senatore, credo che l’intera faccenda sia malsana.
(da The Complete Transcripts of the Clarence Thomas – Anita Hill Hearings. October 11, 12, 13, 1991, a cura di Anita Miller, Academy Chicago Publishers 1994.)

Entra così in ballo il “simulacro”: per screditare l’accusatrice si invoca il sospetto che la donna si sia ispirata al romanzo del 1971 di William Peter Blatty per la sua accusa. La realtà (l’accusa della Hill) è preceduta dalla finzione (il romanzo di Blatty).

L’esperto di comunicazione Charles Osgood, all’epoca sotto contratto con la CIA, scoprì che associare il romanzo sulla possessione satanica ad Anita Hill colpì l’opinione pubblica molto più profondamente di qualsiasi reale prova, come racconta Douglas Rushkoff in “Media Virus! Hidden Agendas in Popular Culture” (1994).
«Se lei [Anita Hill] l’avesse paragonato ad un insetto, Hatch probabilmente avrebbe agitato in aria una copia delle Metamorfosi di Kafka», ha affermato Garry Wills nell’articolo Thomas’s Confirmation: The True Story, da “New York Review of Books”, 2 febbraio 1995.

La questione viene risolta sbrigativamente con del sarcasmo. «Come nelle tragedie di Shakespeare, anche il processo Thomas-Hill ha avuto momenti di commedia», commenta Scott Douglas Gerber nella sua biografia “First Principles: The Jurisprudence of Clarence Thomas” (1999).

La questione Thomas-Hill è spinosa e ancora nel 2016, in occasione del citato film televisivo, si è fermi al “non detto”: l’attrice protagonista si agita in video come se fosse stata stuprata dal giudice, mentre racconta di aver subìto battutacce di cattivo di gusto – sicuramente esecrabili ma molto lontane da una violenza fisica – mentre l’attore che interpreta Thomas ha lo sguardo colpevole e si guarda in giro come se avesse nel portabagagli il cadavere di qualcuno. La sceneggiatrice Susannah Grant non può dirlo apertamente, perché il processo ha dato ragione al giudice, ma il sottotesto del film è che Anita aveva ragione: il che, però, non spiega nulla.

L’umorismo di cui viene ammantata la scena del senatore Hatch che sventola la copia de L’esorcista non spiega perché l’accusa della Hill sia così simile ad una frase presente nel libro. Se la Hill ha detto la verità, come tutti ci suggeriscono, allora anche quella frase è stata pronunciata dal giudice: per caso lui stava citando il romanzo di Blatty? Nessuno ne parla.
Eppure è lì la chiave di tutto: dimostra che nel teatro mediatico che è la politica, il copione precede sempre la messa in scena: la finzione precede sempre la realtà.

«Sembra ci sia un pelo di un pube estraneo nel mio drink»
(There seems to be an alien pubic hair in my drink)
dal film L’esorcista (The Exorcist, 1973) di William Friedkin

Essendo Blatty autore sia del romanzo che della sceneggiatura del film, la “frase incriminata” è presente in entrambi:

«Burke, naturalmente» sospirò Sharon. Scegliendo le parole, le descrisse la scenetta tra il senatore e il regista. Dennings, come se niente fosse, parlando col senatore aveva detto che pareva vi fosse «pelo di pube altrui che sguazza nel mio gin». Poi con tono vagamente, accusatore, aveva soggiunto: «Io questo pelo non lo avevo mai visto prima d’ora. E lei?».
(da L’esorcista, Mondadori 1971, traduzione di Mario Basaglia)

Il giudice Thomas era un esperto di film porno, visto che nelle sue allusioni sessuali alla Hill cita anche il celebre porno-divo superdotato Long Dong Silver, quindi magari ha preso la scena summenzionata de L’esorcista e l’ha “fusa” con la celebre scena della Coca-Cola del film Gola profonda (Deep Throat, 1972) e ne è nata una punchline perfetta per la cultura pop: Who has put pubic hair on my Coke?.
Nessuno dunque ha mai indagato né risposto alla precisa domanda posta dal giudice Thomas: possibile nessuno abbia mai appurato chi abbia messo quel pelo pubico nella Coca-Cola? Possibile che nessuno abbia fatto qualcosa in proposito? Be’, non è risaputo ma… qualcuno ha fatto qualcosa

Il 14 ottobre 1991, indignato da quanto affermato nel processo Thomas-Hill, Lazlo Toth – dirigente della Coca-Cola Company – scrive che dopo ore passate a discutere su come la società dovrebbe reagire, «francamente credo che la tattica migliore sia ignorare del tutto la questione». Il 28 ottobre successivo il vice-presidente Earl T. Leonard concorda con questo piano d’azione, ma Toth ha un sassolino nella scarpa che si deve togliere.
Lo stesso 14 ottobre scrive al senatore Joseph Biden jr., esperto in questioni di accuse a sfondo sessuale, lamentandosi del fatto che durante il processo Thomas-Hill nessuno in aula si sia preoccupato di chiedere scusa alla Coca-Cola per una testimonianza così sordida.

«La testimonianza della professoressa Anita Hill, secondo la quale il giudice Clarence Thomas avrebbe detto “Chi ha messo un pelo pubico sulla mia Coca”, è una delle cose più disgustose e repulsive che ho mai sentito sulla TV nazionale, ma lei ha permesso che i senatori degli Stati Uniti ripetessero la frase ancora ed ancora!»

Perché il nome della ditta non è stato omesso, visto che non aveva alcuna rilevanza ai fini processuali?, si chiede l’indignato Toth.
La rivista che riporta questa corrispondenza – “Mother Jones Magazine”, maggio-giugno 1992 – si premura di specificare che a quest’ultima lettere non c’è stata alcuna replica.
Questa dovrebbe essere ricordata come la parte divertente della storia, non quella relativa alla citazione da L’esorcista: non c’è niente di divertente nella precessione dei simulacri… perché è questa che comanda ciò che noi impropriamente chiamiamo realtà!

Che il famoso pelo… provenga dalla barba di Babbo Natale?

L.

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Pubblicato da su luglio 12, 2017 in Books in Movies, Indagini

 

[Books in Movies] Fantozzi (1975)

Omaggio al ragioniere, “testimonial” del Giallo Mondadori

Per una di quelle coincidenze che ti lasciano un senso di inquietudine, ho scoperto questa citazione libraria a poche ore dalla scoperta della scomparsa di Paolo Villaggio, scoperta che a sua volta è arrivata dieci minuti dopo aver inserito nel mio blog “Il Zinefilo” un post comprendente il suo film “Sogni mostruosamente proibiti” (1982).
La scomparsa dell’attore ha portato molta gente a vedere i suoi film, in alcuni casi addirittura per la prima volta: magari Villaggio finalmente verrà visto, oltre che citato…

Il cinema italiano anni Settanta (e di sfuggita anche quello Ottanta) è una marchetta a cielo aperto, così se Tomas Milian era “ragazzo immagine” della casa editrice Garzanti (1974) e la poliziotta Edwige Fenech della Mondadori (1976), quest’ultima casa ha piazzato un suo libro anche in mano al ragioniere più famoso d’Italia, nel suo primo film: “Fantozzi” (marzo 1975).

Occhio, che non si corre con un libro in mano…

Durante il tragico weekend a Courmayeur, verso la fine del film, Fantozzi incontra la mitica contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, ben nota ai lettori dei divertentissimi romanzi di Villaggio. (Da ragazzino avevo le lacrime dal ridere ogni volta che rileggevo i suoi libri!)
Essendo figlia di una delle principali azioniste della Società, a Fantozzi era toccato il compito di «riportare d’urgenza alla stazione un libro giallo dal titolo “L’albicocco al curaro“»

Un vero e proprio “giallo in corsa”

Questa frase introduce il brevissimo sketch di Fantozzi che arriva tardi in stazione per consegnare detto libro giallo alla contessa, la quale mentre il treno acquista velocità pretende di sapere almeno il finale: al ragioniere non resta che leggere le pagine finali… in corsa!

«Mi dica almeno il nome dell’assassino.»
«L’assassino? Aspetti… è Dylan Chesterton junior.»

Tranquilli, non vi ho rivelato nulla, perché il libro citato è uno pseudobiblion, un “libro falso”.

Non è facile leggere di corsa

Come si può evincere dalla copertina mostrata brevemente, è il numero 205 (3 dicembre 1974) della collana “I Classici del Giallo Mondadori” (le cui uscite mensili trovate regolarmente schedate con dovizia di particolari nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“.)
Si tratta del romanzo “È scomparso un caro ometto” (The First Time He Died, 1935, traduzione di Giuseppina Taddei) della ben nota Ethel Lina White, autrice più stimata che letta e che in Italia è in pratica conosciuta esclusivamente per il suo classico La signora scompare (1936), da cui l’omonimo film di Hitchcock: non a caso il citato romanzo dei Classici ha “scomparso” nel titolo, perché i titolatori italiani sono dei gran furbacchioni…

Un libro vero che diventa… “libro falso”

Ecco la quarta di copertina (dal sito Uraniamania):

«La maggior parte degli abitanti di Starminster si mostrò addolorata alla notizia della morte del signor Charles Baxter. Il defunto era molto popolare presso le donne, mentre gli uomini lo definivano un bravo ometto, definizione assai poco accurata, visto che la sua statura era molto al di sopra della media.
Di carattere mite e senza pretese, egli sparì dalla vita silenziosamente, come avrebbe potuto uscire da una festa, quando salutava con un cenno il padrone di casa e scivolava via, senza che nessuno si accorgesse della sua partenza. Un giorno si sparse casualmente la voce che il signor Charles era malato. La notizia che seguì scoppiò come una bomba nella sala dei biliardi del caffè del Grappolo. – Il povero Baxter è passato a miglior vita.»
Nel ’41, quando uscì, il «giallo» riscosse un grande successo anche per la vena umoristica che lo pervade. Ora, a distanza di parecchi anni, ve lo riproponiamo con molto piacere.

E Dylan Chesterton junior? Be’, se non ha il dono di esistere… ha il dono di essere virale! In rete troverete molti riferimenti a questo personaggio inesistente, compresa una “guerra civile” fra chi nella pronuncia sbiascicata di Villaggio ha voluto sentire Tesserton invece di Chesterton, quest’ultimo un chiaro omaggio al maestro del giallo.
E voi… da quale parte state?

L.

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[Books in Movies] Orange is the New Black (2017)

Anche quest’anno è passata veloce ma intensa l’emozione di guardare tutta d’un fiato la stagione televisiva di “Orange is the New Black“, grazie al fatto che Neftlix la presenta tutta intera. Come ho ampiamente dimostrato l’anno scorso con questo post, la serie è la più bibliofila della TV… e subito sono stato smentito!
Per un commento della stagione rimando a La Bara Volante, “colpevole” della mia passione per questa serie.

Purtroppo questa quinta stagione ha spazzato via tutte le citazioni librarie che invece erano presenti in quasi ogni episodio nella stagione precedente: ce ne sono purtroppo solo un paio.

La prima appare subito, nel primo episodio, ed è un omaggio: il libro che si vede è lo stesso identico che nella stagione precedente veniva sistemato da Poussey (Samira Wiley) nella biblioteca del carcere…

Episodio 5×01, inquadratura di The Longest Way Home (2012) di Andrew McCarthy
omaggio allo stesso libro inquadrato nell’episodio 4×03

Episodio 5×06, I doni dell’imperfezione (The Gifts of Imperfection, 2010) di Brené Brown (Ultra, 2012)

Episodio 5×07, Chiamalo sonno (Call it Sleep, 1934) di Henry Roth (Lerici 1964)

Come si vede è davvero pochino, per una serie che mostrava in media un libro ad episodio: speriamo di rifarci l’anno prossimo…

L.

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Pubblicato da su giugno 30, 2017 in Books in Movies

 

[Books in Movies] Poltergeist (1982)

Craig T. Nelson che finge di leggere ma in realtà guarda la TV

Con mia grande soddisfazione continuano le segnalazioni ghiottissime, e questa settimana seguendo il consiglio di The Obsidian Mirror ho rivisto con occhi più attenti il celebre film horror “Poltergeist. Demoniache presenze” (1982) diretto da Tobe Hooper dietro lo sguardo attento e pressante di Steven Spielberg.
Per sapere tutto sul film rimando ai blog The Obsidian MirrorLa Bara Volante e Malastrana VHS.

Giuro che non ci avevo mai fatto caso, ma in pratica Poltergeist è un unico, enorme, lungo spot televisivo: va bene che Spielberg e il suo compagno di merende George Lucas sono due che prima di pensare alla trama di un film già hanno firmato contratti per il merchandising, ma qui si è un tantino esagerato con il product placement: ogni inquadratura contiene una “marchetta” a qualcosa. Magari non tutti sono spot pagati, magari c’è qualche omaggio, ma di sicuro una televendita televisiva ha meno pubblicità!
Per diverse fanta-chicche vi rimando al ricco post del mio blog 30 anni di Aliens: qui mi preme parlare di… Ronald Reagan!

Una canna e un libro su Reagan: accoppiata fatale!

Come Obsidian Mirror mi segnala, quando i coniugi Freeling – Diane (una JoBeth Williams bella come il sole) e Steve (il mito Craig T. Nelson) – si ritirano nella loro camera da letto, ad inizio film, davanti alla TV immancabilmente accesa avvengono due riti all’apparenza contrapposti. Diane si rolla quella che plausibilmente è una canna, mentre Steve si dedica ad una lettura schizofrenica, passando con gli occhi dallo schermo della TV al libro. E che libro!

Si tratta di “Reagan: the Man, the President“, una biografia scritta da alcuni corrispondenti del “The New York Times” capitanati da Hedrick Smith. (Che per misteriose ragioni viene spesso scritto Hendrick, con la “n”.)
Edito da Macmillan nel 1980, prima ancora che iniziasse il mandato di Ronald Reagan come Presidente degli Stati Uniti d’America (20 gennaio 1981 – 20 gennaio 1989), il saggio arriva già nel 1981 in Italia – prima del film! – grazie alla mitica Editoriale Corno, con la traduzione di Alda Carrer ed Elide Martini. (Due notissime traduttrici dell’epoca.)
Da notare che la Corno ha ristampato il libro già nel 1982: chissà che non l’abbia fatto quando ha visto su grande schermo il testo citato…

Prima edizione Macmillan 1980 – Prima edizione Editoriale Corno 1981

La rivista “Peoplecosì parla del libro il 16 febbraio 1981

«Invitare un quintetto di giornalisti del “Times” a scrivere saggi su che tipo di presidente sarà Ronald Reagan, e come saranno i prossimi quattro anni, dà come risultato una serie di caute valutazioni provvisorie. Hedrick Smith di Washington discute la visione del mondo di Reagan e valuta le sue qualità di leader. Robert Lindsey di Los Angeles stila una biografia e racconta gli anni di Reagan come governatore della California. Adam Clymer, che ha coperto la campagna del 1980, descrive il Regan politico. Richard Burt, definito “corrispondente della Sicurezza Nazionale”, contribuisce con un breve capitolo intitolato “Arms and the Man”. Leonard Silk, esperto d’economia, racconta che la politica economica interna di Reagan per i quattro anni a venire rimane qualcosa di misterioso, il che non è un modo promettente per iniziare un capitolo che dovrebbe quanto meno lanciare qualche reale previsione. Per chi avesse letto i giornali negli ultimi sei mesi, non c’è niente di nuovo. Ma va data una A al “Times” per l’ambizione e l’aver fatto uscire questo libro così in fretta. (Macmillan, $9.95)»

Steven Spielberg, Tobe Hooper e Craig T. Nelson
Dalla foto mi sembra evidente CHI veramente ha diretto il film…

Non mi intendo molto di politica americana, ma leggo che Reagan era repubblicano come Nelson, mentre Spielberg è democratico. Quindi abbiamo un autore democratico che mette una biografia d’un repubblicano in mano ad un attore repubblicano, un libro che parla di qualcuno che sta per arrivare a cambiare il Paese… letto in una casa in qui “qualcosa” sta per arrivare a spaventare tutti a morte. Insomma, siamo autorizzati a pensare a uno scherzetto niente male, tirato da Spielberg alla nuova classe politica appena instaurata.

Purtroppo nella novelization del 1982 di James Khan (“Urania” n. 940, 20 marzo 1983, trad. di Marco e Dida Paggi) del libro non c’è traccia.

«Steve sedeva sul letto in pantaloni corti; si stava arrotolando uno spinello mentre guardava un vecchio film con Humphrey Bogart alla TV. Diane saltò sul letto e si sedette accanto a lui.
[…] Si baciarono. Sullo schermo della TV ai piedi del letto Humphrey Bogart stava baciando Lauren Bacall. Su un tavolino accostato alla parete due statuine si facevano l’inchino.»

La scena viene descritta sbrigativamente e del libro su Reagan non c’è traccia: che sia un’aggiunta successiva di Spielberg?

L.

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Pubblicato da su giugno 27, 2017 in Books in Movies

 
 
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