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I Risultati della Ricerca per: ‘cose preziose’

[Un libro, una storia] Cose preziose

Stephen King - Cose prezioseFebbraio 1992: ormai Stephen King è l’autore della mia vita e sono intossicato di lui. Per la prima volta da quando ho cominciato a leggerlo esce in libreria un romanzo nuovo. non una ristampa, non il recupero di roba vecchia, non la solita fregatura tipica dell’epoca – un’antologia qualsiasi, con un raccontino di King e il suo nome scritto a caratteri cubitali in copertina – no, proprio un vero nuovo romanzo.
Camminando sospeso in aria, esco dalla libreria con Cose preziose (Needful Things, 1991) della Sperling & Kupfer (1992) con la consueta traduzione di Tullio Dobner.

L’illustrazione di Rob Wood è spettacolare (più sotto riporto la più ampia edizione originale) e sento solo un leggero bruciore: sono le 31.500 lire che ho lasciato alla cassa. Una cifra da far girare la testa, ma il Re le merita tutte.
Questo libro non l’ho letto: l’ho vissuto… Per 28 giorni, dal 9 febbraio al 7 marzo 1992.

All’epoca l’ho letto quasi in contemporanea con un compagno di liceo e qualche citazione ce la siamo scambiata, ma poca roba: per me la lettura è qualcosa di molto personale, e questo romanzo lo è doppiamente. Perché King sta mettendo a nudo quel cocente senso del possesso che mi annebbiava la vista. (L’annebbia ancora, ma all’epoca di più: un diciottenne prova ogni sentimento moltiplicato per tre!)

Solo io potevo capire quello che l’autore stava scrivendo, e l’autore sa bene che ogni fan dice la stessa cosa, e quindi il suo personaggio è uno convinto che solo lui può apprezzare certe “cose preziose”. E infatti io ho sempre trattato questo libro come una “cosa preziosa”, malgrado chi si comporta in questo modo viene ben bastonato nella vicenda.

Ah, a proposito della vicenda, molti anni dopo ho scoperto che è bellamente scopiazzata da Richard Matheson, che King ha sempre chiamato “maestro”.
In un suo vecchio racconto – The Distributor (da “Playboy”, marzo 1958), noto in Italia come Il dispensatore (“Shock”, Mondadori 1984) o Il nuovo vicino di casa (“Incubo a seimila metri”, Fanucci 2003) – il grande Richard racconta di un tizio che arriva in un quartiere e mette in scena un suo strano gioco: ruba una cosa ad un vicino ed incolpa l’altro vicino, e così facendo crea una ragnatela di odio che non può che finir male. Esattamente quello che fa il perfido Leland Gaunt: un omaggio? Boh…
Si potrebbe dire che magari quel racconto è talmente famoso negli USA che non c’era bisogno di citarne la fonte, in fondo è il segreto del successo di Tarantino: copia da film talmente famosi che non c’è bisogno di citarli.
In ogni caso vale la regola aurea: copia sempre dai migliori… e Matheson è il migliore dei migliori!

Sebbene ricordi solo vaghi sprazzi della trama, ricordo la lettura di questo romanzo come un’emozione profonda e avvolgente: una delle ultime vissute con King…

L.

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Pubblicato da su luglio 18, 2016 in Uncategorized

 

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Auguri al Re: buon compleanno, Stephen King!

Oggi, 21 settembre, compie 73 “stagioni diverse” un ragazzetto di cui potreste aver sentito parlare: un certo Stephen King.

Per l’occasione festeggiamo con qualche amico, per esempio Cassidy che ci parla di Misery non deve morire (1990) e Sam Simon del film Christine (1983), di cui ricordo anche la recensione di Cassidy e la recensione libraria di Pirkaff.

Il mondo del web sciaborda di recensioni di opere a lui legate, ma mi piace ricordarvi i post di Doppiaggi italiaoti, le recensioni librarie di Pirkaff, la recensione del Moro di The Dome e le locandine italiane d’annata di diversi suoi film sul mio IPMP.

Come l’Etrusco ricorda il Re

Ci sono immagini decisamente migliori del Re, ma ho scelto questa perché il 27 settembre 1991 arrivò nei cinema italiani A volte ritornano (1991) e per l’occasione i trailer che andavano su tutti i canali riciclarono le scene che King aveva girato per il trailer del suo Brivido (1986): io ero nel pieno della mia passione totale per i suoi romanzi, e vedere il Re che mi guardava dalla TV con occhi spiratati era pura estasi.
Questa immagine in alto arriva da una registrazione di trent’anni fa, perché il Re è sempre con i suoi lettori. Anche quelli, come me, che non lo leggono più da decenni.

Ma i lettori non sono solo “in carne e ossa”: anche i personaggi di finzione leggono King, onore riservato ad un numero incredibilmente esiguo di autori, quasi sempre morti. Stephen King è tra i rari autori viventi letti da personaggi di cinema e TV.


Guarda chi legge King

Un ottimo modo di iniziare un film

Dal film L’albero del male (1990): è la prima volta che ho visto King citato in un’altra opera.

La guardia Bayley (Alan Aisenberg) si prepara al turno di notte…

Il turno di guardia notturno passa prima, con IT a farti compagnia

Come si vede, nel 2016 lo stesso romanzo finirà nelle mani di una delle guardie della serie TV “Orange is the New Black” (episodio 4×11).

L’attentissimo sceriffo Michael Ironside si rilassa con Stephen King!

Un’altra guardia notturna, stavolta interpretata dal mitico Michael Ironside, preferisce passare il suo turno con il romanzo Shining (1977).

Cosa sta leggendo questo detenuto?

E dài, fate un po’ di luce?

Solo “dopo” scopriamo il libro

Dopo le guardie, vediamo un detenuto – nella quarta stagione di “Agents of S.H.I.E.L.D.” (2016) – leggere l’edizione spagnola di Pet Sematary (1983), cioè Cementerio de animales.

Serata libro e torta?

Lo stesso romanzo è fra i tanti di King citati dalla serie TV “Fresh Off the Boat”, in cui dall’episodio 1×03 (2015) la protagonista Jessica Huang (Constance Wu) appare spesso intenta a leggere il Re con la sua “amica bianca”.

Certo, sarebbe un libro da leggere… chiusi in auto!

L’amica bianca e il suo consiglio librario

Il Re mette d’accordo tutti!

Abituato da sempre ad apparire qua e là nei film horror, Stephen King un giorno… ha addirittura incontrato un personaggio scritto da lui basandosi su se stesso!

Questo è uno scrittore falso, interpretato da un attore vero

Questo è un attore falso, interpretato da uno scrittore vero

Questo delizioso gioco letterario è l’unica scena del film IT (2019) che meriti di essere ricordata.


Io e il Re

Nel corso del tempo, nel mio blog “Non quel Marlowe”, ho raccontato esperienze personali legate a libri che ho amato: ecco le storie legate ad alcuni dei romanzi di King che ho letto in gioventù.

Ancora auguri, Stephen.

L.

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Pubblicato da su settembre 21, 2020 in Books in Movies

 

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[Un libro, una storia] Christine

stephen-king-christineDal 19 maggio al 5 giugno 1991 ho letto uno dei libri che mi sono più cari di Stephen King: Christine. La macchina infernale (1983), nell’edizione Bestsellers Oscar Mondadori n. 107 (ottobre 1988) con la traduzione di… indovinate un po? Tullio Dobner. Quanti romanzi di King avrà tradotto? Un mare…

Già qualche anno prima avevo visto il film di John Carpenter – per la cui recensione rimando assolutamente al blog La Bara Volante – per cui da una parte avevo già in testa i personaggi ma ero anche contento di allargare il discorso: sapevo che il romanzo sarebbe stato infinitamente più bello e non sono stato contraddetto..
È vero, sono passati 25 anni, eppure non riesco a ricordare nulla della storia: le immagini del film hanno cancellato tuto il resto, sebbene ovviamente il romanzo sia mille volte meglio. E sì che l’ho letto avidamente ed assaporato ogni parola, ma solo qualche vago sprazzo mi si affaccia alla mente…

Il tema è lo stesso che poi ho ritrovato in Cose preziose: il possesso maniacale che porta alla perdizione, alla rinuncia dell’umanità per amore di cose inanimate. (Che poi, in questi romanzi, tanto inanimate non sono!)
Ho sempre sentito forte il tema del possesso e sentivo che era una perversione che portava sofferenza, quindi questo romanzo colpiva giù nel profondo di me: non avevo un’auto e anche dopo non mi è mai importato nulla delle “quattro ruote” (che per me, appunto, sono solo quattro ruote), ma capivo l’universalità del concetto.

Mi spiace non aver conservato nulla della lettura, se non la sensazione di averla amata. Forse basta questo…

L.

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Pubblicato da su settembre 12, 2016 in Uncategorized

 

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Conan (2011) Un’intervista barbarica

In occasione dell’uscita di Conan the Barbarian (2011) con Jason Momoa, che come tutti i grandi flop è stato giudicato un capolavoro ben prima d’essere visto, organizzai quest’intervista su ThrillerMagazine. Mi piace ripescarla in questi giorni in cui Centauria riporta Conan in edicola.


Parafrasando il latino Publio Terenzio Afro, niente del mondo fantastico è alieno a Michele Tetro. Saggista, narratore, giornalista, critico appassionato e molto altro ancora (recentemente è stato fra i curatori di Mondi Paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film, Edizioni Della Vigna), nel 2004 ha pubblicato per Falsopiano il saggio Conan il  barbaro. L’epica di John Milius, un testo illuminante che analizza ogni aspetto della saga del celebre Cimmero, dalla concezione del suo autore Robert E. Howard a quella del primo cineasta ad interessarsene, John Milius.

Oggi il saggio andrebbe aggiornato con l’arrivo nelle sale di Conan the Barbarian (in 3D) di Marcus Nispel, con l’hawaiano Jason Momoa nel ruolo che lanciò nel 1982 l’austriaco Arnold Schwarzenegger. Il confronto tra i due attori, tra i due film, tra i due registi (Richard Fleischer, autore di un sequel di Conan nel 1984 di solito si evita di ricordarlo) sta da mesi infiammando blog, forum, gruppi e dovunque ci si incontri per lanciarsi in commenti infiammati. (Commenti su cui contano i produttori del recente film, visto che finite le polemiche sarà dimenticato più velocemente di un batter d’ali cimmero!)

Malgrado la nomea di “critico talebano”, il Tetro rimane autore di un saggio approfondito sul nostro Barbaro (e, non va dimenticato, di una tesi di laurea sulla Fantasia eroica e Medioevo inventato nell’opera di Robert E. Howard) quindi una fonte autorevole a cui chiedere un commento sul recente prodotto dell’inevitabile “virus del remake” che ha ormai completamente infettato il cinema statunitense.

Non ce ne voglia Daria Bignardi, ma è questa la vera intervista barbarica!

Prima di tutto una questione fondamentale… cìmmeri o cimmèri?

Un quesito che non troverà soluzione neanche dovessi esplorare tutti i pozzi di Arallu. Il termine si trova indistintamente con l’accento sulla prima e sulla seconda sillaba. Senz’altro Howard si sarà basato su testi tutt’altro che accademici per la ricerca o l’invenzione della sua nomenclatura, quindi l’accurata accentazione avrà lasciato il tempo che trovava. Penso lo abbia inteso come “cìmmeri”, con accento sulla prima sillaba, che in inglese è “cimmerian”. In effetti, se consideriamo i cimmeri del mito (quelli omerici) e della storia (la popolazione euroasiatica affine agli iranici che originariamente si stanziò in Crimea), è facile che l’accento scivoli sulla seconda sillaba, con pronuncia alla greca, da “kimmèrioi”. Ma ho sempre sentito gli appassionati di Conan accentare il termine a loro esclusiva propensione.

È stato detto e ripetuto che non si può confrontare il nuovo film con i due classici, ma noi siamo convinti che un cimmero non tema confronti: cosa ne pensi di Conan l’Hawaiano rispetto a Conan il Barbaro?

È vero, un film va giudicato per quello che è, inserito nel suo tempo e contesto. Ma per certe pellicole è impossibile evitare un confronto con l’originale predecessore, specie se abbiamo a che fare con un cult-movie che origina da un personaggio ormai entrato nell’immaginario collettivo ed esplorato in tutti i media a nostra disposizione. In questo caso poi, il personaggio narrativo di Howard non è certo il termine di paragone (quando mai, purtroppo, Howard lo è stato al cinema?), lo è invece il film di Milius. Soffermarsi sull’infanzia di Conan, sugli insegnamenti bellici-filosofici del padre, sul suo massacro da parte di un guerriero-stregone che vuole ridisegnare il mondo a suo dittatoriale piacere, sulla brama di vendetta, sul simbolismo della spada e sui suoi virtuosismi in mano al barbaro… tutte situazione derivate a Milius e assenti in Howard. Lecito chiedersi quindi il perché di un remake così derivativo.

Se c’è una cosa che trovo, e uso il termine per quel che è, idiota al massimo è sentir giustificare l’esistenza di remake o riproposte di eroi seriali o comunque già portati alla ribalta al cinema con film famosi con il concetto di “servono nuove chiavi di lettura per gli spettatori giovani”. E quali sono queste chiavi? Montaggio forsennato e adrenalinico del tipo “non capisci una mazza di quel che succede”, soppressione totale dell’attendibilità, CGI a gogò, nonsense a ripetizione, botte e botti, violenza all’originalità. Insomma, per venire incontro alle nuove leve di giovani spettatori si deve sempre farli passare per poveri deficienti. Volgarizzare il mito, snaturarlo, bambocciarlo… quando invece si potrebbe ottenere l’effetto opposto semplicemente tornando con onestà alle fonti originali.

Un esempio? Proprio l’infanzia di Conan, che sia Milius (con splendide capacità autoriali) sia Nispel (con mediocre dozzinalità) descrivono segnata dalla brama di vendetta per la morte dei genitori trucidati dal negromante guerriero di turno. Un tema caro ai cineasti di genere degli anni Ottanta, quello della vendetta motore dell’azione, cui soggiacciono sia Rambo che Mad Max, giusto per citare due personaggi famosi nati in quegli anni. Ma trent’anni dopo la prima versione cinematografica non si poteva fare qualcosa di diverso e più originale, magari (incidentalmente) più fedele addirittura al Conan howardiano? Come descrivere il barbaro per quello che era, un giovane outsider insofferente alle leggi tribali, al soffocante mondo di superstizione e arretratezza dei montanari, divorato da una cocente curiosità di conoscere il mondo oltre le montagne, la civiltà, l’Eldorado, propenso a mandare a quel paese usi e costumi tradizionali per lanciarsi invece alla ricerca dell’avventura più pura. Che cosa fantastica sarebbe stata: originalità di concept, fedeltà a Howard, modernità della situazione… figurarsi.

Milius e Nispel reinterpretano a loro modo il personaggio di Howard: quale delle due versioni pensi sarebbe piaciuta allo scrittore texano?

Howard probabilmente sarebbe stato travolto dal piacere di vedere un suo eroe portato sul grande schermo, quindi magari avrebbe apprezzato entrambe le versioni. D’altro canto, suscettibile com’era, forse si sarebbe incazzato di brutto fin dal principio per le libertà prese in entrambi i film. Facile pensare che avrebbe fatto tutte e due le cose. Credo però che la versione di Milius lo avrebbe davvero conquistato per un motivo totalmente assente in quella di Nispel: l’immedesimazione profonda del regista nella materia trattata. Che poi era la stessa messa in campo ogni volta nei racconti di Howard dallo scrittore stesso. L’avrebbe senz’altro percepita, avrebbe colto nello spirito del regista affinità col suo. E sarebbe stato vero, Milius stesso confessava ciò nelle interviste uscite a ridosso del film, una profonda affinità con l’animo dello scrittore, entrambi soli contro tutti, osteggiati da mille nemici (reali o immaginari), consci della loro solitudine nel sistema delle cose, diversi dall’entourage comune, fuori luogo nel loro tempo. Adoro immaginare John e Howard guardare assieme il magnifico spettacolo di gigantesche nuvole bianche che si addensano all’orizzonte, là ove un uomo può essere davvero libero…

Arnold Schwarzenegger e John Milius sul set di Conan il Barbaro

Conan ha conosciuto una vita a fumetti che ancora oggi è viva e vegeta (anche se non sempre arriva in Italia): credi che il cimmero disegnato sia più fedele all’originale rispetto ai film (e telefilm) girati?

Be’, non dimentichiamo che l’intera saga narrativa howardiana dedicata a Conan è stata più volte tradotta in vignette nel corso degli anni, a partire da Barry Windsor Smith, passando per John Buscema e Ernie Chan, arrivando fino al recentissimo Gary Nord, quasi sempre in modo fedelissimo al testo scritto. Il fumetto ha anche contribuito ad allargare i confini dell’Era Hyboriana, introducendo personaggi interessantissimi come Red Sonja (mutuato da un racconto storico di Howard) o il guerriero stregone Zula, rinsaldando i legami con altri eroi seriali come Kull di Valusia, addirittura Solomon Kane…

Muovendosi attraverso il genuino canone howardiano il fumetto è stato davvero fedele ai sogni e le visioni di Howard, impreziosendoli il più delle volte. Poi ha anche strafatto: pensiamo ai “What if…” con improbabili incontri di Conan con supereroi come Spiderman, Wolverine, Capitan America, Thor… Certo la dimensione fumettistica ha contribuito moltissimo ad installare nell’immaginario collettivo il personaggio, così come è comunemente riconosciuto.

Jason Momoa, il nuovo Conan (© 2011 Lionsgate)

Inseguimenti a cavallo, assalti alla diligenza, arrembaggi coi pirati, scene d’amore con tanto di musica d’atmosfera: nell’ultimo “Conan” cinematografico c’è davvero di tutto… manca solo Conan, no?

Più precisamente, manca Howard. È tutto qui il problema. È sempre mancato, in ogni riduzione cinematografica, tranne quella di Milius, dove però era presente in forma sublimata. Ma forse intendevi un’altra cosa, con la tua domanda. Ricordiamoci che lo stesso Howard, quando scriveva negli anni Trenta, era solito prendere ispirazione dal cinema del suo periodo, soprattutto da pellicole avventurose ed esotiche come “Il ladro di Bagdad”, “Zorro”, “Robin Hood”, interpretate da attori come Douglas Fairbanks e dirette da Cecil B. De Mille, Fred Niblo, Michael Curtiz, Raoul Walsh… Nella sua rutilante immaginazione trasfondeva poi tutto nella mutevole e variegata Era Hyboriana, dove era possibile capire in precedenza, sulla base della connotazione geografica degli scenari dei racconti, se si sarebbe trattato di un racconto dalle atmosfere da Mille e una Notte, western, cappa e spada, avventura esotica, thriller, horror… Un bel patchwork di elementi differenti, spesso in contrasto tra loro ma perfettamente oliati dalla trascinante capacità di scrittura di Howard e dal suo credere fermamente in ciò che faceva. I suoi mondi sono reali proprio per questo, per questa capacità di renderli vivi, tridimensionali, anche con poche incisive pennellate. Perciò se in un film di Conan ravvisi tanti generi che vengono a confluire in uno, quello propriamente del fantastico, non è cosa negativa… se fatta bene. Se fatta con lo spirito di Howard. Altrimenti sì che è un bel paciocco… e quest’ultimo Conan è un bel paciocco.

Anche i detrattori più incalliti apprezzano però l’interpretazione di Momoa: tu che ne pensi? E visto che siamo barbari, non temiamo un confronto con Schwarzenegger

Forse l’apprezzano perché il film è così brutto che quel che si salva, a forza, va cercato proprio nell’attore protagonista, che comunque è ben lungi dal fare un Conan howardiano. Lo ricorda in certe frasi, desunte dai racconti originali, in certi atteggiamenti spavaldi, in un mood tenebroso e accigliato, in una sornioneria che rivela scaltrezza sotto l’aspetto di barbaro non civilizzato. Però poi vedi primissimi piani di occhi castani, al posto «dei vulcanici occhi azzurri», fronte aggrottata e prominente alla klingon incazzato, ammiccamenti oculari tipo Mel Gibson, americani anzichenò…

Ti dirò, non è che mi importi moltissimo sapere chi possa interpretare meglio Conan, se Schwarzenegger o Momoa… se tale interpretazione non rispecchia l’originale narrativo. Tra i due preferisco ancora Schwarzenegger, senza essere poi suo fan. Mi sarebbe piaciuto vedere nei panni del cimmero, a suo tempo, il caratterista Sonny Landham, che faceva l’indiano sensitivo nel primo “Predator”: c’è una scena dove scoppia a ridere che mi ha ricordato alla grande proprio Conan…

I due Conan: Arnold Schwarzenegger e Jason Momoa

Il serpentone verso la fine ti sembra una citazione del “vecchio” Conan?

Il film è strapieno di citazioni, copia e incolla, spesso solo copia e basta. No, non ho ravvisato in quella sequenza una citazione o un omaggio particolare del film di Milius. È solo un inevitabile e gratuito sfoggio di CGI, di rigore in questi tempi. Non mi è neppure sembrato ben fatto, in realtà, come tutti gli altri effetti digitali del film, goffi e stravisti.

Curiosa poi l’idea della nave che viene trasportata “a mano” per terra, derivata direttamente da “Uomo bianco, va’ col tuo Dio” di Richard Sarafian, per non parlare del “Fitzcarraldo” di Werner Herzog.

La corsa con le uova a cui i giovani cimmeri devono sottostare come rito d’iniziazione ha dei riscontri in Howard o si rifà semplicemente ad una scena straordinariamente simile in “Rapa Nui”?

Ovviamente non ha nessun riscontro con Howard, che non si è mai soffermato sull’infanzia di Conan. È una sequenza imbarazzante, non solo perché clone di quella vista in “Rapa Nui”, ma perché fa venire in mente le nostrane sagre paesane più che un nordico rito di iniziazione. Insomma, ma chi può immaginare dei cimmeri che per conquistarsi l’onore di combattere non devono rompere un uovo di corsa?

Anche il seguito della scena, con i pitti che sembrano uroni del Nord America, mi ha lasciato alquanto indeciso se star male o scoppiare a ridere. Vero è che Howard stesso nel racconto conaniano “Oltre il fiume nero” intese rievocare gli scontri tribali tra cimmeri, pitti e aquiloniani come ancestrale retaggio delle lotte tra coloni e nativi d’America, ma qui è grottesco…

In generale, quindi, come ti è sembrato questo nuovo film?

Una boiata, purtroppo e prevedibilmente. Sembra che nulla funzioni, né nell’insieme né considerando singole parti. La storia è di una banalità spaventosa, riesce quasi a far sembrare un capolavoro il sequel di Richard Fleischer “Conan il distruttore”, che pure era già di suo un innocuo fumettone. Inutile in quanto non innovativa la parte sull’infanzia di Conan, dove già si comincia a ridere tra uova e pitti-mohicani, tremenda la nuova “filosofia” della spada del padre di Conan, e poi di male in peggio, con situazioni trite e ritrite, esasperazione di una violenza comunque “finta”, un continuo e totalmente insensato mulinar di lame da parte del barbaro, pure a cavallo durante un inseguimento, ma sarebbe lungo proseguire ad evidenziare pecche. Mi ha dato l’idea di un filmetto del venerdì sera, già evaporato nel ricordo il sabato successivo.

Non so proprio cosa poter evidenziare in senso positivo: le musiche sono ininfluenti, le location squallide, i caratteristi amorfi, il ritmo fracassone e monocorde al tempo stesso, il finale telefonato. E tutto questo senza voler fare paragoni coi precedenti, perché così la cosa diventerebbe pure divertente. Ma ti dirò cosa è davvero fallimentare in questo film, e che invece decretò il successo di quello di Milius, oltre alla già citata immedesimazione alla materia trattata tipica del regista e dello scrittore. Qui manca l’afflato epico dell’avventura, l’idea di stare vivendo, con le parole di Milius «qualcosa di grande». Quella solennità dell’impresa, quell’ariosità spettacolare dell’immagine, quella colonna sonora “drammatizzante”, quel verismo di ambientazioni, quella fisicità di ruoli che fecero del film di Milius un vero cult-movie. Il vero senso dell’avventura, avventura epica ancor più che fantastica (genere quest’ultimo poco simpatico a Milius e infine abbandonato pure da Howard, che prima di morire decise di dedicarsi esclusivamente al western).

Nel film di Nispel non c’è nulla di tutto questo, sembra raffazzonato alla meglio, i cambi di ambientazione rivelano una singolare monotonia di location, si parte dalla Cimmeria, si attraversa Zingara, si arriva in Hyrkania con una colpevole faciloneria che avrebbe fatto ridere pure Emilio Salgari, esperto in trasferimenti “lampo”, e con questo si serve pure Howard, due veloci citazioni nominali e tanti saluti. È un film disonesto nei confronti di Howard, e fin qui era palese aspettarselo, ma anche nei confronti del pubblico, perché serve piatti insipidi, rancidi e forse pure scaduti. E rivela impietosamente l’incapacità di stupire dell’attuale heroic fantasy cinematografica. Forse se si fosse intitolato “Tarazum il barbaro” sarebbe stato meglio, almeno gli spettatori avrebbero potuto dire «una cazzatina, sì, simpatici però quei richiami o omaggi a Howard, in alcune scene, in alcuni atteggiamenti del protagonista».

Concludo, individuando forse il solo aspetto positivo del film di Nispel, quello che più ho gradito e giusto per non essere il solito tetro talebano: la parola “Fine”. Sperando sia tale.

Photo by Simon Varsano (© 2011 Lionsgate)

L.

P.S.
Intervista apparsa originariamente su ThrillerMagazine il 26 agosto 2011.

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Pubblicato da su gennaio 4, 2018 in Interviste

 

[Pulp] La mummia verde (2) di Fergus Hume

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo!


Secondo appuntamento con il romanzo The Green Mummy (1908) di Fergus Hume (1859-1932), apparso unicamente a puntate in italiano cent’anni fa – sul quotidiano “La Stampa” dal 27 settembre al 18 novembre 1908 – con il titolo Chi è l’assassino? e mai più riapparso finora.

La settimana prossima presenterò altri due capitoli!

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Pubblicato da su Maggio 26, 2017 in Pulp

 

Weird Tales Pseudobiblia 4. De Vermis Mysteriis

Creazione artigianale di un appassaionto

Creazione artigianale di un appassionato

Negli anni Trenta un gruppo di amici scrittori si divertì a riempire le pagine della celebre rivista “Weird Tales” di pseudobiblia, libri falsi inventati appositamente per racconti dell’orrore: ecco le loro storie…

De Vermis Mysteriis:
alla scoperta dei Misteri del Verme

«“Ma… De Vermis Mysteriis!” esclamai con un grido. “Non esiste un libro del genere! Fu inventato da Robert Bloch a metà degli anni Trenta per un racconto di “Weird Tales” quando lei, lui e tutti gli altri scrittori facevate quel bellissimo gioco letterario di inventare un mondo di mostri e i loro culti. Il libro era solo uno strumento di magia nera per i maghi che aveva inventato. Aiutaste persino Bloch a crearlo quando gli scriveste una lettera dicendogli come latinizzare il titolo!”»

Questo il grido rivolto a Lovecraft in persona da parte del protagonista del racconto “H.P.L.” (1990; in Italia, “Lovecraft 2000”, Sperling&Kupfer 1999) di Grahan Wilson. Ed ha ragione!

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Pubblicato da su agosto 31, 2016 in Pseudobiblia

 

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[Pseudobiblia] Ho visto un Re in Giallo

Nell’ottobre del 2014 ho scritto per il sito di Tanogabo un pezzo per ricordare il celebre gioco letterario chiamato “Il Re in Giallo”, che all’epoca si era appena affacciato dalla serie TV di successo “True Detective”.
Credo sia giunto il momento di annetterlo al viaggio di questo blog nel grande mondo degli pseudobiblia.
Ne approfitto anche per ricordare il mio racconto in eBook True Marlowe e il Re in Giallo.

Ricordo inoltre che il blog Obsidian Mirror ha dedicato molto spazio all’approfondimento degli Yellow Mythos e al Segno Giallo.

Ho visto un Re in Giallo

King_in_YellowChi ha visto il film di Batman Il cavaliere oscuro. Il ritorno (2012), ricorderà che il fenomenale ritrovato che scatena molti degli eventi del film, e spinge Catwoman ad entrare in azione, è un sistema informatico che permetta di cancellare tutti i dati di una persona in ogni database esistente, una specie di trucco per ripulirsi la coscienza e far perdere le proprie tracce.

Un’idea particolarmente vecchia, visto che nel 1895 il trentenne Robert William Chambers pubblica il primo racconto di quella che sarà una antologia destinata a grande successo: “Il riparatore di reputazioni” (The Repairer of Reputations).

Chambers scrive nel 1895 immaginando una strana New York del 1920, quindi a metà tra fantascienza distopica, ucronia e fantapolitica. Nel racconto citato il personaggio afferma di punto in bianco: «durante la convalescenza avevo acquistato e letto per la prima volta Il Re in Giallo».
Dove l’ha acquistato? Non si sa: Chambers sarà particolarmente avaro di particolari.

Dopo poche pagine il protagonista getta il libro nel camino, per poi sottostare ad un irrefrenabile desiderio di recuperarlo a costo di bruciarsi le mani.

«Lo lessi e lo rilessi, e piansi e risi e tremai in preda ad un orrore che talvolta mi assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove stelle nere si librano nei cieli; dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, quando i soli gemelli scendono nel Lago di Hali; […] Prego Iddio perché maledica l’autore, così come l’autore ha maledetto il mondo con la sua creazione bellissima e tremenda, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità… un mondo che ora tremava al cospetto del Re in Giallo».

Tramite l’intrigante espediente dello pseudobiblion, il “libro falso”, Chambers introduce l’argomento che più gli preme: la creazione di mondi fantastici (Carcosa), pieni di magie spesso infernali, di paesaggi alieni e di misteri vari. Tutte atmosfere che influenzeranno pesantemente autori successivi come H.P. Lovecraft, il quale in seguito scriverà «Genuino è il flusso di orrore che scorre attraverso l’opera di Chambers […] Il Re in Giallo raggiunge vertici eccezionali di paura cosmica».
Un altro celebre scrittore, August Derleth, ebbe a dire: «Il Re in Giallo resta oggi come un capolavoro del suo genere, ed insieme con le opere di Poe e Bierce ha il merito di aver ispirato direttamente i “Miti di Cthulhu” di H.P. Lovecraft».

King_in_Yellow1Cerchiamo di sapere qualcosa di più sulla storia del Re in Giallo, il “libro falso” che ogni tanto appare nei racconti dell’antologia omonima di Chambers. «Quando il governo francese sequestrò le copie tradotte appena arrivate a Parigi, Londra ovviamente fu presa dalla smania di leggere quell’opera».
Il libro si diffuse a macchia d’olio (anzi, «come una malattia infettiva»), sfidando denunce e censure varie, provocando attacchi e apologie, ma su una cosa tutti erano concordi: «che la natura umana non era in grado di reggere quella tensione, di vivere di parole nelle quali stava in agguato l’essenza del veleno più puro». Il libro è quindi una sorta di “soglia” oltre la quale il lettore può conoscere un’altra realtà, una dimensione talmente diversa dalla nostra da indurre alla pazzia. Stranamente, però, solamente il protagonista impazzisce dopo la lettura del libro, mentre del destino di tutti gli altri lettori europei dell’opera non ci è dato sapere.

Altri dati tecnici sull’opera sono scarsi. Forse l’autore è morto suicida, o forse no. Si sa che il libro è strutturato come una pièce teatrale e Chambers ne riporta un brano, tratto dall’atto primo, scena seconda:

Camilla: Signore, devi toglierti la maschera
Sconosciuto: Davvero?
Cassilda: Davvero; è l’ora. Noi tutti abbiamo deposto i travestimenti, tranne te.
Sconosciuto: Io non ho maschera.
Camilla: (Atterrita, a parte a Cassilda): Non ha maschera? Non ha maschera!

In Italia l’opera di Chambers è rimasta del tutto inedita (e sconosciuta) fino al 1975, quando Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco ne curano un’edizione per la collana “Futuro” (n. 17) della Fanucci. Nel 1989 la stessa Fanucci ripropone l’opera nella collana “I Maestri del Fantastico” (n. 3): queste sono le uniche due edizioni complete italiane. Alcuni dei racconti, invece, sono stati più volte pubblicati in varie antologie dedicate all’horror o al fantastico.
Dopo lo “sdoganamento” della serie “True Detective”, è ormai facile trovare l’edizione eBook, curata dalle Edizioni Hypnos.

Da dove nasce in Chambers l’idea per il suo King in Yellow? Se Lovecraft e gli altri grandi autori di “Weird Tales” recupereranno le sue atmosfere più di trent’anni dopo l’apparizione del Re in Giallo, è pur vero che quest’ultimo non nasce dal nulla.

CarcosaLa scelta di Carcosa come nome della città fantastica, per esempio, si rifà a “Un cittadino di Carcosa” (An Inhabitant of Carcosa), racconto breve di un maestro incontrastato del genere: Ambrose Bierce. «Mi trovavo chiaramente ad una considerevole distanza dalla città dove abitavo, l’antica e famosa città di Carcosa» afferma il protagonista del racconto di Bierce, prima che un’esperienza trascendentale per niente invidiabile lo porti ad ammirare le rovine della sua città.
Il racconto appare il 25 dicembre 1886 sul “San Francisco Newsletter”, nove anni prima del Riparatore di reputazioni: ma il giallo? Perché il Re è in Giallo? Perché questo colore, visto che non ci sono attinenze nel testo? Si può pensare ad un’altra fonte ispiratrice, come il racconto Le Roi au masque d’or di Marcel Schwob che probabilmente Chambers lesse mentre studiava a Parigi. Ma l’oro è una cosa, il giallo è un’altra…

Non sembra esistere una risposta definitiva al riguardo, così ne fornisco una io: probabilmente Chambers ebbe l’idea del colore giallo quando nel 1891 – quattro anni prima della comparsa del suo primo racconto – venne raccolto in volume un romanzo apparso a puntate nel luglio dell’anno precedente sul “Lippincott’s Monthly Magazine”. Mentre ancora in Europa si rideva di chi giudicava reali i libri presenti nel Catalogo Fortsas – stilato con il chiaro intento di prendersi gioco di librai e bibliofili – un misterioso Libro Giallo avvelenava la vita del protagonista de “Il ritratto di Dorian Gray“.

«Lo sguardo gli cadde sul libro giallo che Lord Henry gli aveva mandato», scrive Oscar Wilde nel decimo capitolo del suo racconto. (Curiosamente l’ottimo Masolino D’Amico traduce “color ocra”, ma l’originale yellow book non lascia adito ad interpretazioni.)

«Che cosa era? […] Era il più strano libro che gli fosse mai capitato tra le mani. Gli sembrava che tutti i peccati del mondo, in vesti preziose e al delicato suono di flauti, gli passassero dinanzi in silenzioso corteo. Cose appena sognate si facevano improvvisamente reali per lui; cose che non aveva neppur immaginato in sogno gli si andavano rivelando.»

Davvero molto simile alle atmosfere evocate dal King in Yellow.

Oscar_Wilde_YellowPer quanto questo libro senza nome sia appena citato nel testo di Wilde, lo stesso ha un’importanza fondamentale nella storia del giovane protagonista. «Per molti anni Dorian Gray non poté liberarsi dell’influenza di quel libro» viene raccontato all’inizio dell’undicesimo capitolo. «Tutto il libro gli sembrava contener la storia della sua vita, scritta prima che egli l’avesse vissuta.» Il gioco letterario è completo…

Ci sono varie scuole di pensiero che cercano d’identificare questo misterioso libro descritto da Wilde: c’è chi dice che il Libro Giallo fosse “Controcorrente (À Rebours, 1884) di Joris Karl Huysmans, c’è chi dice che fosse “La signorina di Maupin” (Mademoiselle de Maupin, 1836) di Théophile Gautier. Quello che qui interessa è che l’inaspettato Wilde abbia non solo partecipato al gioco degli pseudobiblia, ma che abbia anche creato il prototipo del “libro falso malvagio” che tanto successo ha avuto in seguito.

Già negli anni immediatamente successivi all’uscita del Dorian Gray il colore di quel libro fu ispiratore: un anno prima del Riparatore di reputazioni di Chambers nacque la rivista “The Yellow Book”, su cui Wilde non scrisse mai ma che visse del suo spirito. Vi apparvero anche scritti di Max Beerbohm, amico ed estimatore del buon Oscar nonché autore, nel 1919, del geniale racconto metaletterario dal titolo Enoch Soames.
Da notare poi che nel gennaio 1892 Charlotte Perkins Gilman pubblica su “New England Magazine” un altro racconto dove il giallo è protagonista, simbolo di follia: “La carta da parati gialla” (The Yellow Wallpaper).

Chiudo facendo notare quanto gli pseudobiblia, i “libri falsi” inventati appositamente per raccontare una storia, siano poco conosciuti ma sempre più importanti in ogni tipo di comunicazione: da libri a film a serie televisive.

L.

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Pubblicato da su agosto 3, 2016 in Pseudobiblia

 

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