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Navi in guerra (2018)

23 Set

Noi poveri sfortunati che siamo nati con una malformazione genetica, un brutto scherzo della natura che ci spinge ad amare la fantascienza, siamo destinati ad eterna insoddisfazione perché – per motivi ignoti ai più – da decenni questo genere narrativo è infestato da “allungatori di brodo” che sentono una spinta irresistibile a farsi le saghe. Un buon romanzo singolo, di un paio di centinaio di pagine, è un reperto archeologico che si può trovare soltanto in antiche ere dimenticate.

Anche il britannico Gareth L. Powell adora le saghe, ma a sorpresa ha qualcosa che è rarissimo trovare oggi in un romanzo di fantascienza: il suo stile non annoia a morte.

Nel novembre del 2019 Fanucci – una delle rarissime case italiane che non si limiti a ristampare vecchie glorie bensì presentare novità – porta in libreria “Focolai di guerra” (Embers of War, 2018), primo romanzo della solita immancabile trilogia: non so se completerò la saga, ma di sicuro questo solo romanzo mi è piaciuto come da tanti anni non mi piaceva un testo di fantascienza.

Per descrivere il prologo che apre la vicenda, devo ricorrere al mio amato poeta sovietico Ivan Kulekov:

«Una foresta.
Non so dove ha inizio.
La fine è nella scure che porto.»

Siamo in un futuro in guerra, dove l’aver colonizzato altri mondi e aver conosciuto altre razze senzienti non ha fatto perdere l’antica abitudine umana di massacrarsi. È in corso una guerra sanguinosa e il capitano Annelida Deal ha la possibilità di fermarla: viene incaricata di una missione particolare che potrebbe finalmente far finire ogni ostilità… ma le informazioni erano sbagliate e l’opportunità sfuma. A meno che…

Cosa si è disposti a fare pur di mettere fine ad una guerra planetaria che durerà chissà quanti anni ancora? Il capitano Deal dà l’ordine di aprire il fuoco sulla foresta senziente di Pelapatarn, costituita da alberi coscienti nati migliaia di anni prima della nascita dell’umanità. Una foresta che ricopre un intero mondo abitato da milioni di persone, tutto spazzato via… e in effetti la guerra finisce, perché lì c’erano riuniti tutti i capi che la stavano portando avanti. Ne è valsa la pena?

Con questo crudele crimine di guerra, che però fa risparmiare milioni di morti future, si apre un romanzo ambientato in una galassia al crepuscolo, dove tutti bene o male hanno partecipato alla guerra, in qualche modo, tutti ne portano cicatrici (fisiche ed emotive), tutti hanno un motivo per aver smesso di sperare e di sognare. È un enorme dopo-guerra fatto solo di rimpianti, amarezza e risentimento. Per non parlare della Guerra Fredda (anche se non viene mai citata con questo nome) che scoppia, visto che – guarda caso – l’umanità è divisa in due schieramenti che assomigliano decisamente ad americani e russi.

In questo universo agisce la Trouble Dog, astronave che appartiene all’unica forza onorevole dell’universo: la Squadra di Recupero. In un tempo in cui tutti viaggiano nello spazio, c’è sempre bisogno di un “carro attrezzi spaziale”, e la Trouble Dog è uno di quelli. Non è sempre stato così, ma per fortuna sono lontani i tempi in cui la nave ha partecipato alla distruzione della foresta di Pelapatarn.

Siamo in un’epoca in cui non si usa più l’intelligenza artificiale a bordo delle navi, ma vengono prelevate cellule staminali da persone vere per sviluppare all’interno del computer di bordo, così che le navi siano a tutti gli effetti esseri umani, anche se con un corpo di nave. Obbediscono ai loro capitani con i quali dialogano, mentre eseguono tutte le operazioni di navigazione, ma hanno una vita personale tutta propria.

Dopo alcuni capitoli introduttivi dei vari personaggi, il romanzo vero e proprio inizia quando tutti si ritrovano a bordo della Trouble Dog diretti ad una missione di recupero che ha tanto l’aria di essere tutt’altro, con questioni umane che sembrano decisamente secondarie rispetto all’immensa guerra di astronavi senzienti che sta per svolgersi.

Powell ha lo stile giusto per raccontare in modo appassionante questa avventura spaziale di stampo classico, anche se attinge a tutti temi più moderni, non ultimo quello delle astronavi senzienti che ormai sembra essere un elemento molto quotato della fantascienza. Non finisce mai troppo nel pippone biblico alla 2001 ma sa dare spessore ai suoi personaggi, pur con poche semplici pennellate. SI lascia palesemente dei “ganci narrativi” per future avventure eppure riesce comunque a concludere la vicenda, in un romanzo che può essere letto benissimo come a sé stante.

Da notare infine come tutti i personaggi siano femminili, a parte un paio di maschi babbei sullo sfondo. Powell ha capito dove tira il vento ma per fortuna non cade nel girl power: i suoi personaggi femminili sono tutti ben ritratti e studiati perché il lettore si affezioni subito a loro, quindi alla fin fine sono prima di tutto buoni personaggi, al di là del loro sesso. Però certo un pensiero maligno sorge lo stesso: perché si criticano le opere d’un tempo, composte quasi esclusivamente da personaggi maschili, e invece va bene se sono composte quasi esclusivamente da donne? La discriminazione sessuale è giusta, se a favore delle donne? Non sarebbe meglio abolire qualsiasi discriminazione ed esagerazione, e avere personaggi scritti bene e di vari sessi? La narrativa odierna dimostra il contrario: è giusto il razzismo e la discriminazione, se portati avanti a favore del sesso politicamente di moda in quel momento.

L.

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2 commenti

Pubblicato da su settembre 23, 2022 in Recensioni

 

2 risposte a “Navi in guerra (2018)

  1. Il Moro

    settembre 23, 2022 at 9:40 am

    Sembra interessante, me lo segno. Purtroppo condivido la tua nota finale…

    Piace a 1 persona

     
    • Lucius Etruscus

      settembre 23, 2022 at 9:43 am

      L’autore riesce subito a catturare l’attenzione e ci si incuriosisce subito dei suoi personaggi, quindi è stato uno dei pochi romanzi di fantascienza contemporanea che non ho mollato già prima della metà 😛
      Mi sento di consigliartelo, anche se non so come siano gli altri due della trilogia.

      "Mi piace"

       

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