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La cacciatrice della notte (2007)

09 Set

Il mio viaggio fra le cacciatrici paranormali, in omaggio alla cacciatrice di Predator, non sta dando i frutti sperati, a meno di non voler considerare istruttiva la lezione che ho appreso: nella mia esperienza gli autori auto-pubblicati scrivono almeno in maniera più divertente rispetto agli scrittori pubblicati, noiosi se non addirittura banali.

Una felice eccezione arriva proprio quando stavo per buttare all’aria tutto: dopo due libri decisamente deludenti – di cui parlerò più sotto – l’ultimo tentativo in questo ciclo almeno mi ha permesso di chiudere in simpatia.

Questo non vuol dire che sia riuscito ad arrivare fino alla fine del romanzo “La cacciatrice della notte” (Halfway to the Grave, 2007) della statunitense Jeaniene Frost (portato da Fanucci in libreria nel 2010) anzi non sono riuscito ad arrivare neanche vicino alla metà, prima di mollarlo, ma lo stesso quel terzo che ho letto è stato simpatico.

Il romanzo è il primo episodio di un ciclo che l’autrice ha dedicato alla sua Night Huntress, e scopro che il quindicesimo titolo è uscito in patria proprio questo 2022, senza contare vari spin-off. Finito l’entusiasmo di Twilight la Fanucci non sembra più interessata a questa autrice, che dal 2016 non è più edita nel nostro Paese.

Catherine “Cat” Crawfield è una cacciatrice di vampiri, e ovviamente – come ogni altra protagonista femminile di questo genere narrativo – ha qualcosa che la rende unica, in questo caso è una mezza vampiro. Sai che novità!

«Mi sedetti al bancone e ordinai un GIn tonic. Il primo uomo che aveva cercato di uccidermi me ne aveva offerto uno e adesso era il mio drink preferito. E poi dicono che non sono romantica.»

La vicenda inizia con la nostra Cat che in un bar rimorchia un tizio e fa di tutto per mostrarsi la tipica vittima da film horror: sale nell’auto di un’estraneo, è mezza ubriaca e commette tutti gli errori da cinema che la rendono la perfetta vittima che apre la storia. Solo che ovviamente lei sta fingendo, perché appena il “rimorchiato” si sente sicuro e sta per morderle il collo… Cat tira fuori un coltello speciale e fa fuori il vampirello sporcaccione.

Così Cat passa i suoi venerdì sera, in attesa di andare all’università: si vendica idealmente di papà vampiro che ha fatto tanto soffrire mamma umana, e intanto toglie dalla circolazione vampiracci in cerca di facili colli di giovani ragazze ingenue. Tutto questo però finisce la sera in cui la sua vittima sembra saperla lunga e non cade in nessuna delle trappole di Cat, anzi facendo cadere lei in un trappolone: chi è questo vampiro misterioso dal falso nome Bones che si comporta in modo diverso da tutti gli altri vampiri?

La Frost inizia al bacio il suo romanzo, con una trovata divertente e uno stile scoppiettante, ma poi il primo intoppo è l’incontro con il vampiro bel tenebroso, che anche lui dà la caccia ai vampiri e quindi con Cat stringe un patto: l’aiuterà a salire di livello, a diventare una cacciatrice migliore se però lei lo aiuterà e farà fuori i vampiri che lui sta cercando, per motivi che ancora non sappiamo.

Ecco, la parte dell’addestramento ha molto freddato il mio entusiasmo, perché Cat sembra tornata in età prepuberale, arrossisce ogni tre per due, non vuole mettere la gonna perché “per chi mi hai preso?”, lui fa il sensuale ma in realtà sembra un “cuccatore” da spiaggia, altro che super-vampiro! La narrazione crolla di tono e gli argomenti non mi interessano più, quindi molto prima della metà mollo tutto. Lo stile scoppiettante è infatti scomparso e ha lasciato il posto a una noiosa sequenza di imprese imposte da Bones, con fare da “maschio latino”, e Cat che esegue tutto come una scolaretta: non ho neanche la curiosità di sapere come possa mai continuare la vicenda.

Perché allora dico che comunque è stato un modo divertente di completare il mio viaggio? Perché i precedenti due romanzi sono stati decisamente peggiori.

Con “Nodo di sangue” (Guilty Pleasures, 1993) di Laurell K. Hamilton (disponibile in eBook per TEA) volevo in un certo qual modo “tornare alle origini”. Infatti è molto famosa la protagonista di una lunga serie di romanzi dell’autrice, poco edita in Italia, cioè la cacciatrice di vampiri Anita Blake, tanto che persino io la conoscevo di fama. Quando nel 2014 ho iniziato a divertirmi nel raccontare storie horror nell’Italia risorgimentale e avevo davanti l’evento storico della morte di Anita Garibaldi… be’, mi è sembrato davvero obbligatorio farla tornare in vita con il nome di Anita Nera.

Ero intenzionato dunque a pagare questo mio vecchio debito con la Hamilton, che mi aveva suggerito un nome delizioso, ma iniziando a leggere questo romanzo sono stato aggredito da “regolite acuta”.

Il problema di questi autori che trattano di vampiri e licantropi, cioè i mostri più conosciuti della cultura occidentale, è che per motivi a me ignoti si rifiutano di utilizzare le “regole” che tutti conoscono, viste in mille film. Per carità, mi sembra più che giusto che un autore di una saga fantastica metta in chiaro le regole che vigono nel suo universo narrativo, ma presentarle TUTTE nei primi due capitoli del primo romanzo mi sembra una tecnica narrativa altamente discutibile.

Anita Blake lavora per un corpo di polizia che si occupa di crimini paranormali, visto che viviamo in un mondo in cui ogni creatura fantastica è reale, come in tutti i romanzi di questo genere. Così Anita sin da subito si lancia in mille spiegoni, del tipo che se uno zombie risorge con la gamba destra e sono le 16 allora avrà il potere di vincere ogni due gratta-e-vinci, se invece è stato zombificato di giovedì mattina di un giorno piovoso allora avrà il potere di fischiettare solo canzoni del 1995. Sto ovviamente esagerando, ma vi assicuro che i primi capitoli del romanzo sono tutti così: un elenco infinito di regole che trovo assurdo snocciolare subito.

Il tono estremamente serioso dell’autrice, una narrazione farraginosa e personaggi assolutamente odiosi mi spingono a mollare molto presto la lettura. Scusa, Laurell: grazie comunque per l’idea del nome.

Mi butto allora su “Minion. I seguaci” (Minion, 2003) di L.A Banks (pseudonimo di Leslie Esdaile), edito da Delos Books nel 2008. Si tratta del primo di una velocissima quanto prolifica saga di libri – ben dodici volumi in sei anni! – con cui l’autrice racconta la leggenda di Damali, cacciatrice di vampiri, tanto per cambiare.

Qui batto davvero ogni record perché non riesco a superare neanche il secondo capitolo, visto che l’autrice ha da fare, ha degli impegni, e non è che può perdere tempo a spiegare al lettore che cacchio stia succedendo, quindi tutto inizia con uno stile che faccia sembrare questo come il seguito diretto di un altro romanzo, invece che la prima avventura di Damali.

Dopo un prologo che non ho capito proprio che c’entrasse, immagino il solito racconto pregresso che spiegherà qualcosa più avanti, la cacciatrice entra in scena dicendo cose che non capisco, parlando con gente che non so chi sia, facendo cose che non afferro, e niente: al mio “blocco del lettore” basta molto meno per far volar via un libro dalla finestra.

Dopo queste due delusioni di fila, almeno il libro della Frost inizia in modo frizzante e due o tre capitoli piacevoli me li ha regalati. Temo che di più non otterrò da questo genere di narrativa.

Per ora mi fermo qui, che il “blocco del lettore” devo tenerlo sotto controllo e non stuzzicarlo troppo, ma non escludo di impicciarmi ancora di qualche altra cacciatrice della notte. Se ne conoscete di meritevoli, fatemi sapere.

L.

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Pubblicato da su settembre 9, 2022 in Recensioni

 

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