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L’alba dei nuovi dèi (Audible 2022)

15 Ago

Continua il mio annoso viaggio alla ricerca di altri studiosi, oltre a Farinelli e Ferraris, che abbiano della realtà digitale un’immagine diversa dagli spauracchi degli anni Sessanta, invece niente, siamo ancora fermi lì, in pianta stabile.

Lo stesso la mia curiosità «salpa nell’ignoto per cercare e trovare» (come dice Whitman), e appena scopro questo audiolibro mi ci fiondo. Si tratta de “L’alba dei nuovi dèi: Da Platone ai big data” della “coppia filosofa” Andrea Colamedici e Maura Gancitano, portato da “Strade Blu” Mondadori in libreria nell’ottobre del 2021. Quattro ore dove gli stessi autori leggono la propria opera, dimostrando una sorprendente bravura attoriale.

Purtroppo quel “big data” risulta essere di nuovo e immancabilmente un “trappolone”, ma ormai ci sono abituato, visto il mio desiderio di saperne di più sull’argomento sempre tradito dai saggi che vi accennano: forse fra mille anni qualcuno riuscirà ad analizzare questa nostra realtà digitale, ma di sicuro non lo faranno i saggi che lo promettono nel titolo..

Proprio l’altra settimana ho ascoltato l’Elogio del politeismo, ma solo fino a un certo punto: quando l’autore, Maurizo Bettini, ha abbassato la qualità consueta del suo narrare lanciandosi nella solita invettiva della Rete e dell’editoria digitale ho smesso l’ascolto, perché fino a quel momento era stato un libro troppo bello per rovinarlo da discorsi banali che potevano essere benissimo evitati.
Qui invece sono ben due gli autori che affrontano gli stessi temi: politeismo e invettive social-digitali che dimostrano come siamo fermi immobili agli anni Sessanta. Evidentemente è il massimo che il Pensiero umano possa concepire.

Nella prima splendida parte del saggio ci si riallaccia alla teoria (anche se è qualcosa di più) della “mente bicamerale” per spiegare il crollo del politeismo e la nascita non solo della coscienza come noi la intendiamo ma anche della filosofia. Quando, all’incirca mille anni prima di Cristo, i due emisferi del cervello umano si sono fusi in modo che i propri pensieri non sembrassero più provenire da un esterno, quando cioè le esortazioni a fare, non fare, evitare o intervenire hanno smesso di essere ordini di un dio che ci guidava ma scelte personali, è nata l’esigenza di gestire questa maggiore responsabilità, o addirittura (aggiungo io) gestire la mole di dati che questo comportava: non c’era più un dio dentro me, quindi dovevo prendere in carico le informazioni che mi arrivavano dal mondo esterno e gestirle.

Oggi si ricrea la stessa situazione, ci lasciano intuire gli autori: abbiamo mille, milioni di voci che ci parlano attraverso i social, come un nuovo politeismo digitale, ma come sapremo gestire tutto questo? Questo interrogativo l’ho solo supposto io, perché superata la metà del libro ho dovuto cedere e interrompere l’ascolto per eccesso di rabbia, piegato dal peso del crucifige digitale.

Quando la mattina vado al bar, trovo qualcuno che incita ad ammazzare tutti gli zingari. Poi vado alla macchinetta del caffè in ufficio e c’è sempre qualcuno che incita ad ammazzare tutti gli zingari. Poi vado sui social e trovo qualcuno che incita ad ammazzare gli zingari. Io che sono stupido e illetterato, penso che il problema siano le persone, che amano troppo fingersi razziste per sfogare le proprie frustrazioni a voce ma che poi all’atto pratico, come spiega il saggio Frankie HI Nrg, «l’unica [zingara] che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera». Invece chi ci capisce mi spiega che i social sono il male di questa epoca: e i bar? E le macchinette del caffè? No, quelli sono posti da eletti, sono luoghi elevati dove la comunitas si riunisce in odore di agorà greca, al contrario della community che invece rappresenta ogni male.
Eppure la gente è la stessa, quella che vorrebbe dar fuoco gli zingari al bar, alla macchinetta e sui social: perché al bar e alla macchinetta è giusto dirlo e invece in digitale scattano gli anatemi? Perché nessuno scrive un saggio su quanto fare colazione al bar alimenti l’odio e l’ignoranza?

Una volta sbrigata una veloce storia della filosofia delle origini, questo libro purtroppo si infogna su una critica massiccia contro il digitale che non porta da nessuna parte, oltre a risultare totalmente sterile: è rumore di fondo che si perde nella tormenta di voci che ripetono le stesse cose da anni, esattamente come quelli che difendevano la pietra contro il papiro, il papiro contro la pergamena, la pergamena contro la carta, la carta contro il digitale: sono 2.500 anni che gli studiosi si guardano i piedi criticando ciò che a loro non piace, confondendo messaggio e messaggero: non importa in quale formato la gente urlerà che bisogna ammazzare gli zingari, invece l’effetto dei tanti saggi come questo è giustificare l’odio se però è veicolato come piace agli autori, cioè su carta..

Sentir poi definire la nostra epoca, cioè la più creatrice di scritti e contenuti della storia dell’umanità, come un’epoca che si esprime esclusivamente per immagini mi ha smontato del tutto. (Proprio come Maurizio Ferraris aveva già smontato questa tesi nel 2007 con il suo splendido Sans papier.)  No. il mio viaggio deve continuare, anche se è chiaro come solamente gli uomini del futuro forse riusciranno a studiare la realtà digitale senza pregiudizi da anni Sessanta.

L.

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6 commenti

Pubblicato da su agosto 15, 2022 in Recensioni

 

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6 risposte a “L’alba dei nuovi dèi (Audible 2022)

  1. Conte Gracula

    agosto 15, 2022 at 11:47 am

    Ma le invettive contro il digitale sono valide, se fatte in forma di audiolibro distribuito in digitale?
    Ok, prima era un libro materiale, ma ora è anche un audiolibro…

    Fare di tutta l’erba un fascio, anche se potrebbe vincere l’estrema destra, alle prossime elezioni (dando al fascio del proverbio un altro significato) è una fesseria che non passerà mai di moda, specie se la si può fare tramite lo stesso medium che si critica 😔

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    • Lucius Etruscus

      agosto 15, 2022 at 1:05 PM

      ahhahah dici che dal 25 settembre si potrà fare di tutta l’erba un fascio??? 😀

      Forse i due filosofi volevano fare una sorta di citazione, visto che Platone ha scritto di come la scrittura era il gran male del suo tempo, ma mentre lì in realtà c’era un discorso più ampio che andava ben oltre l’apparente paradosso, negli studiosi che negli ultimi vent’anni affrontano il tema della nostra società digitale c’è solo critica da vecchietti al parco: si scagliano e basta, senza distinguere, senza discernere e il mio timore (ma spero di sbagliare) anche senza capire.
      La cosa buffa è che tutti ripetono sempre la stessa identica cosa mentre il mondo va in direzione opposta: non viene mai in mente che forse c’è qualcosa di più che è sfuggito loro? Che se ricevo una brutta notizia per telefono… non è colpa dell’apparecchio telefonico? 😛

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      • Conte Gracula

        agosto 15, 2022 at 11:32 PM

        Spero in niente fasci, ma la tendenza sembra contraria, salvo gradite sorprese. 🤞

        Riguardo a chi si straccia le vesti per i cambiamenti epocali, non so che dire: capisco che faccia paura, perché non tutti riescono ad adattarsi (e magari tocca avere a che fare con un’informatica basata su programmi pensati male e realizzati peggio) ma la marea di possibilità positive offerte è smodata!
        Il problema è che il mondo non sembra volersi adattare nel modo migliore a questo cambiamenti, si preferisce castrarli per farli stare stretti nei vecchi schemi, anziché provare a indirizzarli per ottenere un miglioramento di tutto ciò che abbiamo.

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      • Lucius Etruscus

        agosto 16, 2022 at 5:26 am

        Il problema di fondo, anche se non è ammesso dagli autori, è che sono lacrime elitarie: se sono tutti a parlare, chi sa parlare ci sforma perché non è più re; se sono tutti a pensare, chi era convinto di essere un pensatore ci sforma, perché ha meno ascoltatori. Quindi abbasso gli strumenti con cui tutti possono parlare e pensare, in favore di una scuola platonica dove io parlo e penso e voi ascoltate, zitti e muti, e pagate la mia retta.
        Chiaramente non lo dicono in questi termini, ma gli studiosi che ignorano totalmente la nostra epoca eppure ne parlano per criticarla si sente che soffrono davanti al crollo del sistema platonico, e se ne escono fuori con affermazioni (di uno stimato filosofo tedesco) del tipo che i social nuocciono alla democrazie, perché sono centrifughi e non centripedi. Bello, quindi se il demos parla non è democrazie, dove solamente pochi devono parlare e comandare. Mi sa che allora dobbiamo metterci d’accordo su cosa chiamare democrazia…

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  2. Kukuviza

    agosto 16, 2022 at 3:32 PM

    L’impressione è che di solito chi parla di digitale sia qualcuno con una formazione classica pura e molta meno dimestichezza con la tecnologia e la scienza. O forse è la filosofia che tende a puntare di più il dito sugli aspetti negativi e i pericoli. Non sapei.

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    • Lucius Etruscus

      agosto 16, 2022 at 3:55 PM

      E’ davvero strano, è come se chi si approcciasse a studiare la contemporaneità fosse geneticamente inchiodato agli anni Sessanta, e non conosca altra vita al di fuori di Marx o Gramsci (se uomo) o Hannah Arendt (se donna). essendo qui gli autori un uomo e una donna, il primo cita Gramsci, la seconda Arendt. Non si scappa.
      E’ vero, ogni contemporaneo non capisce il tempo che vive, perché il tempo della giovinezza è sempre più verde, però basta dare uno sguardo agli ultimi 2.500 anni di storia occidentale, cioè una lunga, ripetitiva a livello matematico, sfilza di studiosi che demonizzavano le novità senza capire le potenzialità che infatti le premiavano.

      Ma anche andando al di là di questo, ridurre la nostra epoca digitale ai social è davvero increscioso: stiamo vivendo la prima epoca in diecimila anni di storia umana in cui la più grande quantità di documenti è a disposizione della più grande quantità di persone, un qualcosa che neanche i più grandi pensatori dell’umanità hanno mai concepito nei loro sogni più sfrenati, un evento unico che è ignorato totalmente da quelli che lo vivono, semplicemente perché Marx non ne parlava, Gramsci non lo scriveva in prigione e la Arendt s’occupava d’altro.
      Per fortuna ci sono felici eccezioni, come il geografo Farinelli e lo storico della filosofia Ferraris, che sono arrivati là dove altri studiosi arriveranno fra mille anni. Prima o poi dovrò parlarne per bene 😉

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