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One for the Road (Dunwich 2020)

11 Mar

Continua il mio viaggio tra le proposte della defunta Dunwich Edizioni, casa che ha chiuso i battenti un attimo prima che io la scoprissi. E a questo punto credo che la sua precisa e mirata scelta editoriale fosse di accaparrarsi autori che scrivono bene ma scelgono trame sballate.

Questo “One for the Road” (id., 2019) di Wesley Southard, edito da Dunwich nel 2020, non lo si può definire un romanzo, come invece quelli che ho fin qui recensito, più un “racconto lungo”, o novella come lo chiamano gli inglesi, però rispetta lo stesso schema che ho riscontrato in Skin Medicine e The Hematophages: una storia “sbagliata”, con ottime premesse ma deludente nello sviluppo, un sacco di difetti che però sono gestiti da un autore che sa scrivere e sa come impedire al lettore di mollare il libro fino alla fine.

Sarebbe bello scoprire un giorno che la Dunwich nella sua vita ha ha beccato il binomio “bravo scrittore” + “buona storia”, perché allora ci sarebbe da gridare al miracolo.

Non so perché sulla copertina italiana del libro campeggi un tir, totalmente assente nella storia: con quel titolo e quella copertina avevo sperato in una storia alla Duel. invece niente di più lontano.

Protagonista è un gruppo di metallari che fanno rock duro duro duro, come però lo farebbe il vostro scalcinato complessino di quartiere, quello che non chiamano neanche alla sagra di paese. Questi ragazzi con molti più sogni rispetto all’effettivo talento stanno tornando da una delle serate che racimolano in giro, a bordo di un pulmino che temo sia parecchio lontano dai pullman delle grandi band.

Risvegliandosi su una strana spiaggia i nostri si rendono conto che devono essere finiti fuori strada, visto poi che come autista ufficiale della band c’è un decerebrato, ma è solo l’inizio: sono senza benzina sperduti nel nulla, senza alcun mezzo per comunicare o per continuare a viaggiare. E qui mi sono esaltato: vuoi vedere che questa è la versione horror dello splendido film Il re è vivo (2000)? Per me è stata fra le opere migliori fuoriuscita dall’esperimento di Dogma 95: un gruppo di attori che sta mettendo in scena il Re Lear viaggia in pullman e, avendo l’autista sbagliato strada, si risveglia in una zona desertica (ecco la sabbia) con il pullman a secco, persi e senza possibilità di comunicare. Purtroppo la premessa è l’unica similitudine fra le due opere.

I nostri metallari si guardano un po’ intorno e si avvicinano a quello che sembra un paesino abbandonato, e così che l’orrore possa iniziare. Sono finiti in una dimensione infernale, tipo Event Horizon (1997)? O è l’inferno in terra? Solo alla fine lo sapremo (forse).
Per il momento è chiaro che dovrebbero rimanere uniti per affrontare le misteriose entità infernali che sbucano in ogni dove, invece il gruppo è quanto mai disunito – come ogni band che si rispetti, credo – e le differenze non fanno che alimentare il Male che li circonda.

Non ne sono sicuro, ma potrei addirittura azzardare l’ipotesi che i mostri della vicenda siano solo la concretizzazione dei mostri interiori dei personaggi, ma è solo una mia idea, nulla nel testo lo lascia intuire.

Va bene che è solo un racconto lungo, ma appunto è lungo: un gruppo di metallari che scappa in continuazione da mostri strani e ributtanti mi sembra un po’ pochina come trama. Inoltre l’accento posto in modo eccessivo sulla mostruosità dei mostri, su sangue e budella, mi fa pensare che sia un horror scritto da chi in realtà non voleva scrivere un horror, così esagera quelle parti truculente per giustificarsi con l’editore. Infatti il grosso della vicenda è rappresentato dalla storia della band, i sogni personali dei ragazzi, la loro realtà, i loro rapporti interpersonali e via dicendo. Sembra quasi che Southard volesse scrivere un racconto su dei giovani metallari incasinati e poi ci abbia messo dei mostri per venderlo come horror.

Di nuovo, una trama traballante e tante scelte discutibili passano in secondo piano davanti a un’ottima scrittura, che sa come tenere stretto il lettore ed evitare che dopo un po’, capito di cosa davvero parli il libro, molli tutto. Mi stupisco di me stesso, perché davvero non c’è un solo elemento della vicenda che possa interessarmi, eppure non sono riuscito a staccare la lettura fino alla fine: tanto di cappello alla scelta autoriale della Dunwich.

L.

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1 Commento

Pubblicato da su marzo 11, 2022 in Recensioni

 

Una risposta a “One for the Road (Dunwich 2020)

  1. Austin Dove

    marzo 11, 2022 at 3:26 PM

    avrà voluto incoraggiare gli autore con ottima stoffa 🙂

    Piace a 1 persona

     

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