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Sophie Dabat – La guerriera di Freya (2020)

15 Mar

Dopo aver visto “Vikings – L’invasione dei Franchi” (Redbad, 2018) di Roel Reiné, portato in Italia da Blue Swan e che ho recensito qui, mi ha sorpreso vedere raccontata la storia di quell’evento che potremmo chiamare la nascita dell’Europa – cioè l’espansione di quel popolo franco che di lì a poco avrebbe conosciuto l’apice con Carlo Magno – dalla parte dei “perdenti”. Il film olandese infatti ci racconta la storia di Redbaldo, re dei Frisoni che deve guidare il suo popolo del nord contro l’invasione di quei barbari violenti e sanguinari che arrivano dal sud, chiamati Franchi, che stanno distruggendo tutto impugnando la spada e la Bibbia: il loro dio crocefisso è visto con terrore e i loro preti sono assassini sanguinari.

Questa versione decisamente “alternativa” della storia europea si sposa alla perfezione con altri film storici visti ultimamente e provenienti da altri Paesi, come per esempio il coevo “Il re vichingo” (2018) di produzione lettone, dove il Papa di Roma è visto come un brutale assassino.

Mi piacerebbe approfondire la questione ma non è facile trovare un saggio che parli dei “perdenti”, cioè di quei popoli del nord battuti dai Franchi e che quindi vengono sbrigativamente dimenticati dalla nostra cultura “del sud”, e film come quelli citati rischiano di essere semplice propaganda populista: in un periodo dove tutti gli Stati europei fanno a gara a chi si odia di più, raccontare quanto cattivi fossero i cristiani (che oggi rappresentano gli Stati Fondatori) può essere una semplice operazione di facili consensi.

Comunque mi era rimasta la curiosità di viaggiare ancora nel periodo trattato dal film, cioè gli ultimi anni del 700, quell’VIII secolo di cui non ho mai sentito parlare, visto che la narrativa storica di solito salta a piè pari quei secoli che vanno dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente (V secolo) e il regno di Carlo Magno (IX secolo). Possibile che in quei quattro secoli non sia successo niente di interessante dal punto di vista narrativo?

Per puro caso scopro che a febbraio, cioè all’incirca quando ho visto il film olandese, la Harmony (HarperCollins) porta nelle nostre edicole un romanzo francese che racconta una storia straordinariamente in linea con il mio novello interesse, cioè “La guerriera di Freya” (Une Viking à Rouen, 2020) di Sophie Dabat, “Grandi Romanzi Storici” n. 1245 (febbraio 2021).

Il giovane Carlomanno I, figlio di Luigi il Balbo e nipote di Carlo il Calvo, incarica Raino d’Herbauges, Conte di Maine, di affrontare il problema dei vichinghi, i quali insieme ai pirati danesi stanno risalendo la Senna minacciando varie città franche: il rischio è che arrivino ad assaltare Rouen, l’ultimo baluardo prima di Parigi. Per l’occasione Raino riceve il titolo di Marchese di Neustria.

Tra le fila dei nemici c’è Inge Oledöttir, originaria dell’isola di Mandø (Danimarca) che non ci sta a seguire il destino previsto per lei, cioè di rimanere una contadina. Suo padre Ole l’ha addestrata sin da piccola all’arte della spada e, una volta impressionato lo jarl Svend, capo del clan vichingo di Ribe, riesce ad entrare a far parte delle skjaldmö, le guerriere con lo scudo del capoclan. Una carica che le impone anche la totale devozione, anima e corpo, alla dea dell’amore e della guerra Freya. Essere una skjaldmö significa essere una guerriera vergine che non conoscerà mai l’amore fisico, ma è quello che Inge desidera più di tutto. Ed ora, tre anni dopo la sua iniziazione, si ritrova a bordo di una längskip a risalire la Senna, nella campagna bellica di re Siegfried di saccheggio dei territori franchi mediante la presa di Parigi, per poi proseguire a depredare la ricca Borgogna.

Quando Raino arriva a Rouen la battaglia è già iniziata, anche se i vichinghi in pratica si stanno semplicemente dedicando al saccheggio e al rapimento di personaggi illustri per cui chiedere un riscatto. I predoni del nord non si aspettavano l’arrivo di forze valide, come quel manipolo di arcieri e soldati guidati da Raino, così il guerriero franco riesce a penetrare fra le fila nemiche in direzione del castello locale, dal quale poter controllare la città, mettendosi al sicuro dai nemici. Raggiunto a fatica il mastio, durante degli scontri Raino si ritrova da solo a sbattere contro Inge, che sta tornando dalla sala del tesoro con le mani piene di bottino. Subito i due si affrontano e la donna infligge due ferite all’uomo, che riesce solo a tramortirla leggermente. Per impedire alla guerriera di raccogliere la spada, Raino si getta su di lei sperando di soggiogarla con il proprio peso, di gran lunga superiore, e per poterla cogliere di sorpresa e spiazzarla… le scocca un potente bacio, che in effetti manda in confusione la skjaldmö, del tutto nuova a quell’esperienza. La confusione la spinge a non dare il colpo di grazia al nemico franco vinto, bensì a permettergli di fuggire via dal castello.

Inge è turbata dall’incidente ma come tale lo considera, appunto un incidente, che non si ripeterà. Conquistato il Ponte di Pîtres, costruito anni prima da Carlo il Calvo proprio per fermare l’avanzata dei vichinghi dal nord, l’esercito navale di Siegfried procede spedito verso Mantes, che conquista malgrado l’esercito dei Franchi stavolta sia più sostanzioso e preparato: gli dèi nordici sono propizi e non sembra esserci modo di arginare la furia saccheggiatrice dei danesi. Come temeva, Inge ritrova Raino, ma stavolta è lei ad essere in una situazione pericolosa: circondata dai soldati Franchi, è pronta a morire quando invece Raino dà l’ordine di risparmiarla e se ne va, lasciandola illesa. Il favore è stato restituito.

L’apice dello scontro lo si ha a Parigi, il primo vero intoppo nell’avanzata vichinga che fino a quel momento sembrava inarrestabile: le mura sono impenetrabili e malgrado giorni di battaglia sanguinaria i danesi non riescono a prendere la città, decidendo di assediarla.

L’assedio vichingo di Parigi dell’885 immaginato nel 1837 da Jean-Victor Schnetz

Il romanzo è palesemente diviso in due parti: la prima è appassionante e intrigante, la seconda decisamente dedicata agli amanti del romanzo rosa.

L’autrice usa la prima metà del romanzo per ricostruire una vera calata dei vichinghi, con relativo assedio di Parigi, per raccontare in modo davvero coinvolgente sia la battaglia che le usanze dei popoli del nord: spero di cuore la scrittrice si sia informata a dovere, ma comunque non è un libro di storia e ciò che conta è che è scritto molto bene. Assistiamo così a uno solo evento con due punti di vista, perché abbiamo la giovane guerriera danese in cerca di gloria sul campo, appartenente ad una cultura basata sul saccheggio e sulla venerazione di una grande schiera di dèi, e poi abbiamo il punto di vista del cavaliere franco, monoteistico e di cultura stanziale, che vede i pagani del nord come semplici bestie. Mi sembra di capire che la letteratura rosa ami partire da due amanti molto diversi e che all’inizio si detestano, quindi mi sembrano le premesse perfette.

Tutto il romanzo crolla quando il franco Raimo fa prigioniera la vichinga Inge, perché inizia la vera e propria storiellina d’amore che immagino aspettasse il lettore amante del genere, dove gli unici eventi narrati sono quelli più banali e scontati. Da un grande affresco storico ci ritroviamo nel solito filmetto romantichello di TV8.

Tutta la freschezza narrativa della prima parte, la cui lettura è stata davvero un gran piacere, scompare nella seconda per lasciar spazio alla banalità più anonima: non mi stupirebbe scoprire che in realtà il romanzo è stato scritto da due autrici. Ad un certo punto ho mollato, perché il vuoto mi stava risucchiando.

Volevo un romanzo che mi parlasse degli scontri fra i cristiani franchi e i pagani del nord e l’ho ottenuto, quindi non mi lamento: semplicemente la seconda metà con la storiella d’ammmòre non vale la pena di essere letta.

L.

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5 commenti

Pubblicato da su marzo 15, 2021 in Recensioni

 

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5 risposte a “Sophie Dabat – La guerriera di Freya (2020)

  1. zoon

    marzo 15, 2021 at 12:28 PM

    è vero che i Franchi impugnavano spada e bibbia indifferentemente, però c’è da dire che era proprio la brutalità dei barbari a farla da padrona, e ciò risaltava ancor di più dopo la civiltà – anch’essa violenta – dei Romani. E ciò nonostante io non tolleri i cristiani, gli dèi sanno quanto è vero ciò per me…

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    • Lucius Etruscus

      marzo 15, 2021 at 12:45 PM

      Il problema non mi sembra la brutalità dei barbari, che è sempre stata la norma di ogni popolazione umana: il problema era l’anomalia romana, che sebbene fosse una civiltà straordinariamente violenta per i nostri canoni moderni comunque presentava dei valori di vita comune inediti per l’epoca, e non a caso per tutta la sua storia ha avuto fiumi di tribù barbare che ambivano ad entrare nell’Impero, per abbandonare la vita primitiva di tutto ciò che stava al di fuori. Non ambivano ad essere barbari tra i Romani, ambivano ad essere Romani.
      Sicuramente questo ha reso i Franchi i nuovi Romani, visto che volevano continuare quella tradizione in questa parte d’Europa, mentre più a Oriente c’erano ancora i Romani che continuavano a rappresentare un’immagine superiore agli occhi dei “barbari” limitrofi, come appunto i primi Russi.
      Il problema è che se io vivo secondo certi princìpi morali e civili, che mi pongono al di sopra della vita primitiva tipica dei nomadi, ma poi tratto gli stranieri come se fossero bestie, massacrandoli, diciamo che perdo parecchia autorità morale.
      Tutti i popoli si sono sempre massacrati, al di là di cultura, religione e filosofia civile, ma mentre noi conosciamo solo la versione dei Franchi, cioè i nostri antenati che si sono innalzati dalla barbarie e hanno costruito un impero civile, ora escono fuori testimonianze dei perdenti che ci ricordano come anche loro avessero una società civile, sebbene ai nostri occhi sembri primitiva e brutale, e che spazzarla via con il sangue non è stato giusto a livello morale: è stata semplice… esportazione di democrazia!
      Se mille anni dopo i discendenti dei popoli europei del Nord ci raccontano come il Cristianesimo sia stato una pandemia che ha spazzato via civiltà antiche, è ovvio che c’è buona parte di propaganda e pure un bel po’ di demagogia – visto poi che sono Paesi che non amano gli Stati del sud, dove il Cristianesimo è cresciuto – ma forse è il sintomo di un male profondo che rimane sottotraccia in popoli che non hanno mai considerato la civiltà romana la migliore possibile, né i propri antenati barbari o brutali.
      In “Viking” (2016) si racconta come i primi russi, alleati con i vichinghi – cioè tutti popoli primitivi e brutali in confronto ai Romani – erano terrorizzati dai Peceneti, uno dei tanti popoli nomadi della steppa, che consideravano primitivi e brutali. Così come settecento anni prima, sempre da quelle parti, i barbari Goti cercavano rifugio tra i civili Romani da altri popoli della steppa, primitivi e brutali. C’è sempre chi è più barbaro 😛

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