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Andrea Morstabilini – Aldilà (2020)

08 Mar

Dopo solo qualche mese di ritardo rispetto ai miei propositi, ho affrontato la lettura di “Aldilà“, il romanzo di Andrea Morstabilini portato in libreria da Il Saggiatore nel settembre 2020. Ho usato il verbo “affrontare” perché da anni soffro del blocco del lettore e la narrativa è un genere che mi costa molta fatica: la drammatica tendenza all’allungamento di brodo per raggiungere il numero di pagine richiesto e l’ancor più drammatica carenza di stile, in favore di prodotti in serie indistinguibili tra loro, mi getta in lunghe fasi di totale allergia alla lettura di romanzi. Però in questo caso valeva la pena tentare.

Da dieci anni sono appassionato di quel tema che ho trattato nel lungo speciale ghostwriting: cioè la curiosa tendenza degli scrittori in crisi ad isolarsi e a ricevere visite ectoplasmatiche da cui rubare idee per un nuovo romanzo. Appena ho scoperto che questo libro Morstabilini sembrava trattare l’argomento ho subito pensato che appartenesse a questo sotto-genere ricco ma misconosciuto. Per un po’ l’illusione è durata ma devo rivelare che no, non è un romanzo di questo genere, anche se parla la stessa lingua.

Il soggetto ha tutte le carte in regola per appartenere al genere ghostwriting: un protagonista scrittore in crisi creativa, il desiderio di passare del tempo isolato da tutto e tutti andando ad abitare in una casa sperduta nella natura, l’avere come unici compagni dei libri d’annata, l’immediata sensazione che la casa disabitata non sia affatto disabitata e che nella soffitta ci sia qualcuno in ascolto. L’arrivo di una macchina da scrivere, strumento d’elezione degli pseudo-autori, sembra il momento chiave, quello in cui il blocco creativo si scioglie con l’intervento della misteriosa presenza di Villa Malnati e il protagonista, ispirato dallo spiritus, inizia a scrivere il suo romanzo. Che non è suo, bensì dello spirito ispiratore. In realtà non va così… o meglio, non proprio così.

«Disposi i libri che avevo portato con me sulla scrivania di fronte alla finestra, lasciando al centro della tavola, fra Henry James e Edith Wharton, uno spazio sufficiente per la mia macchina da scrivere, una vecchia Antares arancione.»

Ad appartenere al genere ghostwriting non è la storia raccontata da questo romanzo ma il romanzo stesso, visto che tramite la vicenda di un protagonista scrittore ci viene raccontata la vicenda di alcuni membri dell’antica famiglia dei Malnati, storie drammatiche lontane che tornano in vita mediante un romanzo, cioè esattamente quello che succede nelle storie di questo tipo. Il protagonista non scrive nulla, ma lo fa il suo autore, Andrea Morstabilini, che di fatto usa gli spiriti come ispirazione in vece del proprio personaggio.

Aldilà affonda le radici nella mitologia della pianura lombarda, quella dei riti primitivi, quella di culti antichi quanto l’umanità e ancora avvertibili nell’aria. La natura descritta da Morstabilini, quella che avvolge Villa Malnati, non è l’Arcadia, non è quella dei paesaggisti ottocenteschi, non è “madre natura”: è madre, sì, ma una madre crudele e oscura. È una natura primigena e primordiale, quasi ostile alla razza umana giunta a dissacrarla. Morstabilini porta il suo protagonista alla consapevolezza di un universo antico che collima con il nostro mediante alcuni “portali”, invisibili ma percettibili, e gli antichi miti della pianura non sono favole di paese: sono sensazioni a cui si è cercato di dare un nome.

«Volevo dimostrare a me stesso di non avere paura; o forse volevo dimostrarlo al buio, ma il buio rimaneva testardamente serrato e sembrava non accettare quell’offerta di pace: forse sapeva che non era sincera.»

Non posso dire di essere soddisfatto del finale, ma lo stesso arrivarci è stato un viaggio intenso ed emozionante, soprattutto grazie all’estremo piacere di trovare in Morstabilini uno scrittore italiano: la cura profonda nella costruzione di ogni frase e nella scelta dei termini è qualcosa che credevo ormai limitato agli autori italiani dei primi del Novecento, ignota ormai agli scrittori itanglesi moderni, che se anche usano termini italiani lo fanno con lo stile anglofono del “periodo minimo” (frasi corte perché se no il lettore si distrae). Morstabilini non ha alcuna paura di guidare il lettore per mano attraverso le tante emozioni che solo una lingua corposa sa creare: era da una vita che non mi capitavano in un romanzo termini italiani a me ignoti, segno della profonda cura dell’autore.

«Che fosse colpa delle particolari sizigie architettoniche di Villa Malnati o delle sue suggestioni di misteri impenetrabili?»

Dubito fortemente che un qualsiasi altro autore avrebbe usato il termine “sizigie”, magari avrebbe buttato lì un “congiunzioni”, ma questa e tante altre scelte lessicale sono tutte volte a creare una cattedrale in cui il lettore si aggira, spaesato e stupefatto.

«Le case non nascono male, come i bambini. Cattive lo diventano, quando il veleno versato da una famiglia filtra sotto le assi del pavimento e nelle fondamenta fa nascere fiori come memorie.»

Mi piace chiudere con una scena che sembra rifarsi ad un’altra delle mie grandi passioni, quella delle mani monche che prendono vita. Cedendo alla curiosità di sapere cosa ci sia nella soffitta la cui porta è sprangata, nella prima notte a Villa Malnati il protagonista infila una mano sotto la recinzione… scoprendo che il suo arto non sembra più rispondere ai suoi comandi.

«Fissavo le mie dita che, come zampe di un ragno albino, cercavano di arrancare verso la torcia e non riuscivo a capire come ordinare loro di smettere. Io le fissavo e loro si muovevano, ed ebbi la percezione che quella mano non mi appartenesse. Sentii la tentazione di infilzarla al suolo, proprio come avrei fatto con un ragno o uno scarafaggio che avessi trovato a sgambettare sul pavimento di casa. Sei uno stupido, mi dicevo, quelle sono le tue dita, quella è la tua mano, tirala via, ti stai facendo male, ed era vero: sentivo piccole schegge di legno conficcate sotto le unghie e la pelle, in quel punto, era calda e pulsava, ma per quanto ci provassi, non c’era niente da fare: la mano non rispondeva ai miei comandi e, se avesse potuto, si sarebbe staccata dal mio braccio per sgattaiolare verso la parete di mattoni.»

È solo una sensazione fugace, uno spunto purtroppo non più ripreso dall’autore, ma mi diverte pensare di avere con Morstabilini alcune passioni in comune.

Farmi superare il blocco del lettore non è cosa da tutti, quindi lode ad Andrea al suo canto oscuro di Villa Malnati.

L.

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6 commenti

Pubblicato da su marzo 8, 2021 in Recensioni

 

6 risposte a “Andrea Morstabilini – Aldilà (2020)

  1. zoon

    marzo 8, 2021 at 10:11 am

    guarda che anche io, da bravo connettivista, costruisco frasi lunghe, barocche e ricercate nei racconti e romanzi 😉

    ciao Lucius, un abbraccio 🙂

    Piace a 1 persona

     
  2. Celia

    marzo 11, 2021 at 9:19 am

    Segno.

    Piace a 1 persona

     

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