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La tata e il milionario (2009)

20 Lug

Primo esperimento di un’operazione che ha dell’incredibile: quella per cui il vostro Etrusco preferito ha chiesto a Kukuviza del blog “CineCivetta” di unire le forze… ed affrontare un romanzo rosa! Perché andarsi a cercare problemi, visto che già ce ne sono tanti al mondo? Semplicemente perché sul momento l’idea sembrava divertente: prima di scoprire che non c’è poprrio niente di divertente nel leggere romance.

Oggi, a blog unificati, qui e su “CineCivetta” troverete due recensioni dello stesso romanzo, letto in contemporanea per vedere cosa succede quando si affronta un genere che non rientra nei propri gusti. Il romanzo in questione è “La tata e il milionario” (The British Billionaire’s Innocent Bride, 2009) di Susanne James, Harmony Collezione dell’ottobre 2018 (traduzione di Marta Draghi), disponibile su Amazon. Il romanzo è il quarto titolo della tetralogia “Innocent Wives”, con cui nel 2009 quattro autrici si sono misurate sullo stesso tema. In realtà un tema comune alla gran parte di qualsiasi altro romanzo rosa.

La scelta fra le migliaia di romanzi rosa in lingua italiana è andata su una storia che affrontasse l’ambientazione italiana, così cara a quegli sforna-stereotipi che sono i film romantici.


L’inizio schizofrenico

Lily ha un diploma di cuoca, qualsiasi cosa questo voglia dire – magari l’ha comprato al tabaccaio sotto casa – e con quello in mano potrebbe benissimo andare a lavorare in un ristorante di Londra, che la capitale britannica è nota per avere ristoratori disperati perché c’è penuria di cuochi, soprattutto quelli con un diploma del tabaccaio sotto casa. Ha fatto la babysitter ma con orrore ha scoperto che di quella professione non le piace né il baby né il sitter. Desiderosa di qualcosa che non sa definire, qualcosa di nuovo, qualcosa di dolce – e magari con del cioccolato e una sorpresina – prende la decisione di andare qualche giorno a Roma a trovare suo fratello Sam, che gestisce un piccolo albergo in centro. In fondo tutti noi quando abbiamo dovuto decidere cosa fare nella vita siamo andati a scroccare una vacanza da un parente.

A pagina due l’autrice ha un attacco epilettico sulla tastiera e comincia ad andare di qua e di là, raccontandoci valanghe di informazioni in poche righe: cos’è ora questa fretta? Il romanzo è appena iniziato, perché corriamo?

Così la nostra Lily prende un aereo e si è vestita con un tailleur elegante, non sa perché, e guarda caso è la più elegante di tutte quelle contadine in vacanza, e ha preso un posto davanti al finestrino che mica per altro, eh?, ma metti che arriva uno scocciatore che vuole parlare, invece arriva un figone da sbarco, uno di quelli che ti fanno chiedere “che mutande porto, oggi?”, che pure lui la nota perché è morta sua moglie e il rapporto con Freya è difficile, e dice dice chi è Freya? Come, non conosci Freya? È la figlia dell’uomo senza moglie che sente nuove voglie per la tipa in tàglier dal color di paglia ma nessuno se la piglia.

Iniziare a parlare di un personaggio per poi immediatamente, senza alcuna “dissolvenza”, raccontarci vita, morte e miracoli di un tizio che non sappiamo chi sia è una tecnica narrativa quanto meno discutibile: solo l’autrice sa che quello è il co-protagonista, noi siamo rimasti a Lily e al suo diploma da cuoca: perché iniziare un paragrafo con il suo punto di vista e finirlo con il punto di vista di un personaggio a noi ignoto?

Mi immagino l’autrice che mette due sedie davanti alla scrivania, e sedendosi prima sull’una e poi sull’altra scrive paragrafi schizofrenici in cui il punto di vista passa da una parte all’altra come una trottola. Così mentre Lily arrossisce per le attenzioni di questo tizio, ci si chiede «chi avrebbe mai potuto immaginare la situazione da incubo che gli aveva portato via la sua adorata moglie in modo così tragico?» Ma la moglie di Lily? Ah no, è già cambiato punto di vista e stiamo parlando di Theodore Cometechiami, scostumato personaggio che entra in scena e ci parla del suo passato senza che nessuno gliel’abbia chiesto. «Un virus sconosciuto che le aveva tolto la vita in modo drammatico e inaspettato»: ma la vita di chi? Di chi stiamo parlando ora? Ah, della moglie di Theo! Quindi ora saliamo a tre punti di vista nello stesso paragrafo: e della figlia dell’ortolano ne vogliamo parlare? Cosa ne pensa lei della vita?

Comunque Theodore Cometichiami di mestiere si occupa di bambini, che è proprio un modo brutto per dire che fa il pediatra: già me lo vedevo con l’impermeabile aperto davanti alle scuole, invece pare guarisca i bambini malati. Saputo questo, Lily dovrebbe stare con la bocca ben chiusa, viste le premesse, invece no. Lei che odia questi scocciatori che parlano durante i voli in aereo… comincia a parlare durante un volo in aereo.

«Dopo la scuola ho seguito un corso di cucina e mi è piaciuto molto, ma mi ero stancata di passare il tempo a cucinare per gli altri.»

Che a pensarci è strano che uno scelga una disciplina basata sul cucinare per gli altri e la lasci perché si accorge che non vuole cucinare per gli altri, ma in fondo parliamo di una ragazza di 26 anni che solo dopo essere stata assunta come babysitter ha scoperto che era una roba che aveva a che vedere coi bambini. Lui comunque è rapito e non le toglie gli occhi di dosso… tipo un maniaco. E qui ripenso al suo lavorare coi bambini…


La Roma maggica

Arrivata alla stazione – perché a Roma gli aerei atterrano in stazione, come i treni – Lily incontra suo fratello e subito si va a mangiare pasta al ristorantino “Agata e Romeo”, che sono proprio due nomi che nella Capitale abbondano: voi fermate due tizi qualunque a Roma e chiedete loro come si chiamano, sicuramente vi risponderanno Agata e Romeo.

Entra in scena un nuovo personaggio, il fratello Sam, così che aumentino i punti di vista. «Nonostante conoscesse la sorella da poco…» ma che vuol dire? Come si fa a conoscere “da poco” una sorella? Allora sono fratellastri? Boh. «Fece una pausa, pensando a quanto fosse bella». Ah, ma qui si prospetta situazioncina frizzantina alla Georgie che corre felice sui prati: amore fraterno, che è tanto amore e poco fraterno. «Ora che ci siamo ritrovati», ma perché, vi eravate persi? Oh, autrice, puoi dirci qualcosa o ti tieni tutto per te?

Susanne James continua criptica e misteriosa, del tutto disinteressata ad approfondire i personaggi se non con poche parole, come a dire “Tanto ’ste robe le avete lette mille volte i mille romanzi, che le ripeto a fare?”

Dunque Lily è a Roma, «col suo clima perfetto, le fontane magiche, la gente calorosa e il profumo di gelsomino nell’aria.» Sono nato e cresciuto a Roma: mai sentito profumo di gelsomino nell’aria. Ma è anche vero che non frequento le stazioni degli aerei.

«La madre, ormai morta, li aveva dati alla luce prima di compiere diciassette anni»: ma la madre di chi? Ah ora stiamo parlando del mistero misterioso di Sam e Lily, due fratelli a propria insaputa: perché l’autrice spiega le cose dopo averle presentate? Perché sposta la causa dopo l’effetto? Mi ricorda il Lorenzo di Guzzanti: «Ahhhh gridò la vecchia, ma era già morta prima».

Siamo a Roma, dunque, dove «non si mangia prima delle nove», a detta di Sam il romano, dove il gelato è «il migliore in assoluto», dove tutto è così bello ma Lily va da piazza Navona alla Fontana di Trevi: tutta qua la Roma che visita. Ammazza che gita!


I due ’nnammurati

Lily non sa cosa fare nella vita, anche perché non sa nulla in generale. «Voglio continuare nel catering? O magari firmare un contratto con una ricca famiglia in una grande casa di campagna, dove possa sedermi in giardino a dipingere di tanto in tanto…?» Ma che significa? Vuole pagare o essere pagata per dipingere? E perché le famiglie più facoltose stanno lì ad aspettare lei?

Theo invece è un maschio da competizione, frutto palesemente dell’industria genetica.

«Non che il suo aspetto fisico avesse alcuna importanza per lei, ovviamente, ma era impossibile ignorare le occhiate delle altre donne. Era la quintessenza del corpo maschile che tutti i pittori e gli scultori avrebbero voluto rappresentare. Avrebbe potuto benissimo essere il modello per l’Apollo del Bernini, pensò sorridendo fra sé.»

E meno male che non le interessa l’aspetto fisico! Comunque l’Apollo del Bernini è un ragazzetto anemico, forse intendeva statue più “muscolose”. A rendere più affascinante questo manzo strappa-mutande c’è il dolore che si porta dentro, della moglie schiattata per un virus in tre giorno: ammazza, ma che era, il Colpo di Hokuto? Perché tutta la famiglia non è in quarantena stretta, sottoterra, visto che non si sa come la moglie è l’unica al mondo ad aver avuto un virus sconosciuto così letale?

«E i nonni?» chiese Lily.

«Purtroppo non ci sono nemmeno loro. I miei sono morti»

Eh, figlio mio, ma allora sei tu che porti sfiga. Che bello poi passare una serata romantica ad elencare i morti di famiglia: e la nonna impestata? E il cane paralitico? Manco a “Medicina 33” ho sentito tanti malanni a decorso fatale. «Per fortuna non abbiamo avuto altri figli», giusto, che se no la jella si allargava a macchia d’olio.

«E i tuoi genitori? Immagino siano ancora vivi…» Così si passa ad elencare la stirpe dei defunti di Lily: sono così le cene nelle sere romane, assomigliano al Libro dei Morti degli Egizi.


L’abisso del vuoto

Tornati in Inghilterra dalla vacanza romana, la storia crolla nel vuoto di una scrittura anonima, con il semplice racconto di ovvie ovvietà senza spessore.

Lily accetta la proposta di fare da tata provvisoria per i tre figli piccoli di Theo: riuscirà a conquistarli? Entra in casa, dice “Buongiorno” e tutti e tre la amano già e la considerano la loro seconda mamma. E Mary Poppins muta!

La descrizione della vita a casa Theo assomiglia più alla lista della spesa, nel suo noioso elenco di azioni scontate e straordinariamente prevedibili. «Vai a sederti sul divano, fra due minuti ti porto il caffè»: questa è la frase più ardita dei successivi tre capitoli.


Al bando gli uomini al comando

Come vuole una delle regole della narrativa romantichella, arriva l’altro: un uomo sgradevole che faccia capire alla protagonista quant’è bravo il protagonista e quanto valga la pena mettersi con lui. Siccome le autrici per donne non credono nella sottigliezza e scrivono solo in maiuscolo, ad un certo punto arriva l’amicone di Theo: Oliver, alcolizzato, violento e smanaccione. Un’idea sottilissima per farci sapere, a metà romanzo, che Lily ha paura degli uomini, «gli uomini che nella sua esperienza miravano sempre e solo a sedurre e comandare, a far fare alle donne tutto ciò che volevano». Ammazza, ma con chi è uscita ’sta povera donna?

Ad un certo punto racconta a Theo che non va su un certo tipo di giostre perché:

«una volta che sei seduto e inizia la musica, e la giostra incomincia ad andare sempre più veloce… non puoi più scendere. E io mi sento in trappola. Completamente in balia dell’uomo che tiene il comando… finché non è lui a decidere che è finita.»

Ma di quale uomo parla, del giostraio? Sono tutti così crudeli, questi maschi giostrai? Comunque mi sembra chiaro che la povera Lily abbia un serio problema psicologico, dovuto probabilmente ad aver incontrato chissà che maniaco durante la sua infanzia, ma problemi peggiori ce li ha l’autrice: quando arriva il cameriere, Lily non vuole scegliere il vino, lo facesse Theo. Ma come, si sente minacciata dagli uomini al comando pure sulle giostre e poi lascia che uomo prenda il comando sulla scelta del vino? L’autrice ci regala un’altra magia: non riesce a mantenere lo stesso comportamento per i suoi personaggi, che vagano per il romanzo senza meta.

«I nostri genitori sono morti quando Sam e io eravamo molto piccoli»: e vai un’altra seratina romantica ad elencare i nomi dei morti.


Conclusione

Scherzi e prese in giro a parte, questo romanzo ha un unico grande difetto: l’essere scritto male, e per me non c’è peggior peccato per una storia di qualsiasi genere. Spesso i paragrafi non sembrano neanche combaciare gli uni con gli altri, penserei che sia un romanzo scritto con un qualche software automatico, se no fosse che i software devono rispettare regole narrative base che qui sono palesemente violate. Solo un essere umano può scrivere così.

Tutti i romanzi di genere rispettano i canoni di genere e quindi gli stereotipi, sta però all’autore saper usare questi strumenti per tirar fuori qualcosa che non sembri una fotocopia di quanto già esiste, e già che c’è magari scrivere in modo fluido, senza dimenticarsi personaggi per strada o dare per scontato che il lettore sappia cose che non gli sono state dette. Tutto questo non è avvenuto nel caso di questo romanzo, e la sensazione è che il romance – il primo genere del mondo, quello più venduto da sempre e per sempre – non rispetti le regole minime degli altri generi. Spero di cuore di sbagliarmi.

L.

P.S.
Con orrore scopro che questo romanzo è diventato anche un manga, firmato da Masami Hoshino! E sì che stimavo la creatività giapponese nella narrazione…

– Ultime storie romantichelle:

 
41 commenti

Pubblicato da su luglio 20, 2020 in Recensioni

 

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41 risposte a “La tata e il milionario (2009)

  1. Cassidy

    luglio 20, 2020 at 8:36 am

    L’iniziativa è uno spasso, ma il logo un vero colpo di genio lasciatevelo dire! 😉 Cheers

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  2. Kukuviza

    luglio 20, 2020 at 8:56 am

    Tu non puoi capire Lucius quanto ho riso al leggere la tua recensione. Le cene nelle sere romane a base di nomi di morti e di Libri egizi mi hanno fatto schiattare. Dovevo interrompere la lettura per il ridere.
    Non ci avevo mica pensato all’Apollo del Bernini che non corrisponde al maschio geneticamente modificato descritto nel libro! Ahahaha, in effetti è tutto bipolare o tripolare in questo libro, nessuno agisce come dovrebbe.
    A quanto pare, nei romance (credo recenti) va di moda il doppio punto di vista: un capitolo dal punto di vista di lei e quello dopo dal punto di vista di lui, entrambi in prima persona. Credo che serva soltanto perché le lettrici amano leggere del manzo di turno che si strugge con pensieri amorosi dedicati alla protagonista. A me sembra che in molti casi la differenza delle voci manco si sente, ma alle lettrici non credo importi. Quando vedono un maschio che si fa più paranoie di una donna, commentano con cose tipo: “che maschio sensibile, finalmente non il maschio tutto d’un pezzo tipico del genere”. Mi cadono le palle che non ho, al leggere simili commenti.
    E quindi veramente c’è una diseducazione alla lettura e tutto va bene. E in realtà non va bene per niente! In questo libro cosa c’è? un narratore onnisciente che fa il rimbalzino qua e là senza un criterio, ma va bene così.
    Senti, sta cosa la dobbiamo rifare perché è troppo divertente!

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    • Lucius Etruscus

      luglio 20, 2020 at 9:09 am

      Fare un capitolo a testa, con i punti di vista dei personaggi, ci posso stare: iniziare un paragrafo con quello che pensa lei e chiuderlo con quello che pensa lui è delirante! Era una fatica capire chi è che stava pensando! Spero di cuore che questo libro non sia rappresentativo del genere!!
      Cosa c’è di più romantico di una serata di vacanza passata a snocciolare i Nomi dei Morti? 😀 Ma è questo il romanticismo che va per la maggiore? Elencarsi l’un l’altra i propri morti? Di solito succede nelle noiose cene in famiglia: “Te la ricordi zia Marta, quella tanto simpatica? E’ morta.” “E zio Ugo che ha detto?” “Morto pure lui”. Ora questo è il linguaggio degli amanti 😀

      Io sono pronto alla nuova sfida quando vuoi: se vogliamo continuare con il romance, ci sono altri miliardi di titoli fra cui scegliere 😛

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      • Kukuviza

        luglio 20, 2020 at 9:17 am

        Lei probabilmente è della vecchia scuola per cui usa i punti di vista in terza persona intrecciati… chi lo sa, dovremmo andare a fondo della questione! 😀
        Sì in questo periodo leggere è l’unica cosa che riesco a fare, coi film non riesco a fare nulla!

        ahahahah, te la ricordi zia Marta? sembra lo sketch della telefonata notturna di Verdone!

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      • Lucius Etruscus

        luglio 20, 2020 at 9:19 am

        Ah però, vedo che hai fatto gli studi giusti!!! ^_^

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      • Kukuviza

        luglio 20, 2020 at 1:06 PM

        Mi piace moltissimo il Verdone fino agli anni ’90, poi meno. Certi sketch sono stellari, tipo quelllo del vigile.
        E Buck? 😀

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      • Lucius Etruscus

        luglio 20, 2020 at 1:10 PM

        Pure Buck!!!! 😀

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  3. zoon

    luglio 20, 2020 at 8:59 am

    mio dio, mi viene l’itterizia…

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  4. zoppaz (antonio zoppetti)

    luglio 20, 2020 at 10:09 am

    Per l’occasione lascio un commento a reti unificate: come ho scritto sull’altro sito, trovo questa recensione più bella dell’altra.

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  5. Il Moro

    luglio 20, 2020 at 10:15 am

    Eh ma allora te le vai proprio a cercare… 😄

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  6. Luz

    luglio 20, 2020 at 11:05 am

    Ragazzi, siete stati fantastici. Come ho scritto sul blog di Kuku, dovete continuare questi confronti, due punti di vista che smantellano un genere partendo da un’operina è troppo divertente da leggere.
    Il logo è un colpo da maestro!
    Cliché come se piovesse quando una storiella è ambientata a Roma, concordo. Mi capita di vederlo anche nei film, tutta una serie di stereotipi banalissimi e per nulla rispondenti alla realtà.

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    • Lucius Etruscus

      luglio 20, 2020 at 11:11 am

      Ti ringrazio, ed è proprio partendo dai tanti (troppi) stereotipi dei film americani ambientati in Italia che abbiamo cercato un romanzetto con “vacanza romana”, anche se in questo c’è solo nella prima parte.
      Nella mia ingenuità credevo che i romanzi d’amore parlassero d’amore, invece pare un concetto fuori moda: ora l’amore è scontato, nasce da solo non si sa dove né perché, e le storie raccontano esclusivamente gli impedimenti dei due amanti a dichiararsi l’un l’altro. Tutti i film romantichelli di TV8 hanno la stessa identica struttura: mai parlare d’amore, solo di ciò che impedisce alla protagonista di confessare il suo amore (di cui non sappiamo nulla) per il co-protagonista.
      E’ come una storia d’azione in cui nessuno muove un dito perché c’è sempre qualcosa che glielo impedisce, e purtroppo mi è capitato di leggere anche cose di quel genere. Solo tante chiacchiere noiose.
      Sicuramente continueremo, con Kuku, perché è troppo divertente scrivere queste recensioni 😛

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      • Kukuviza

        luglio 20, 2020 at 1:09 PM

        Eh sì, credo sia proprio il canovaccio tipo: gli impedimenti che aumentano la tensione che si risolve coi due che a fine film si mettono assieme. Il problema è che spesso quegli impedimenti si basano su equivoci idioti portati avanti fino all’inverosimile, che già sono non plausibili, figuriamoci portati avanti per tutta l’opera.

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      • Lucius Etruscus

        luglio 20, 2020 at 1:12 PM

        Lei sta per rivelarsi ma lui d’un tratto pare avere una nuova ragazza, poi dopo mezz’ora esce fuori che è la sorella, lui sta per rivelarsi ma lei sembra avere un nuovo ragazzo, che dopo mezz’ora esce fuori essere il fratello, i due vorrebbero confessarsi l’amore eterno ma poi passa uno col motorino e li scippa, poi arrivano le cavallette e poi l’Armageddon… Non sono storie d’amore, sono cronache di fraintendimenti, incidenti e sfighe 😀

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      • Kukuviza

        luglio 20, 2020 at 1:16 PM

        ahahaah, lo vedi che hai già scritto una trama di romantichello? 😀

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  7. Sam Simon

    luglio 20, 2020 at 3:49 PM

    Ammiro il vostro senso del sacrificio nel leggere libri Z e riportarli a noi vostri lettori! :–)

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  8. Cristina

    luglio 25, 2020 at 10:04 am

    Ahahahahahah, quanto ho riso anche con questa recensione. 😀 In primo luogo complimenti per la baldanza, ci vuole fegato a sottoporsi a un esperimento così estremo. 🙂 Ho molto apprezzato i riferimenti ai cliché di Roma, senza dubbio esisterà anche un romance ambientato a Milano, dove i milanesi frenetici e affaristi, che corrono nella nebbia armati di panettoni, non potranno mancare.

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    • Lucius Etruscus

      luglio 25, 2020 at 10:47 am

      Grazie e ti assicuro che la lettura della prima parte del romanzo è stata così divertente da ripagare lo sforzo ^_^ Peccato poi diventi così vuota da mettere a dura prova.
      Descrivere come hai fatto tu i milanesi significa già avere un’idea vaga dell’argomento, mentre gli stereotipi anglofoni sembrano andare per categorie molto più sommarie: l’italiano per loro ha le stesse caratteristiche in tutta Italia, non ammettono differenze regionali 😀
      Anche un prodotto di alta qualità come la serie “Killing Eve” (2018) mostra un mafioso siciliano a Firenze (?) e ovviamente gli italiani che vivono in case antiche circondate dal verde: possibile che quando poi gli americani vengono in Italia in vacanza non si rendono conto di quanto sia tutto totalmente diverso da come lo vedono al cinema o leggono nei libri? Ma come sempre a contare è solo la finzione, e nel caso è la realtà che è sbagliata 😀

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      • Kukuviza

        luglio 26, 2020 at 3:04 PM

        Però l’immagine dei milanesi frenetici che corrono nella nebbia armati di panettoni mi fa ridere! 😀 Forse potrebbe succedere solo se il romanzo viene scritto da una penna italiana, il che sarà difficile perché mi pare che l’ambientazione estera fa più figo. Poi tutti mangiano lasagne e pasta al ragù, ma questa è un’altra storia…

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      • Lucius Etruscus

        luglio 26, 2020 at 3:24 PM

        Magari il ragù! Purtroppo quel nome è ignoto: nei film anglofoni mangiano “spaghetti bolognaise”. Tremo al pensiero di cosa i ristoranti esteri spaccino per “bolognaise” 😀
        Così come chiamano “carbonara” qualcosa che palesemente non gli somiglia neppure.
        Tra l’altro da tempo sto raccogliendo storie estere con cibi italiani per fare un post che dimostri gli abominii della tanto decantata cucina mediterranea, e di come viene stravolta all’estero.

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      • Kukuviza

        luglio 26, 2020 at 4:11 PM

        mi rendo conto di aver scritto il commento alla cavolo via. Ah sì, quando sono gli stranieri a scrivere, parlano di quelle schifezze lì, ma quando sono gli italiani a scrivere romanzi rosa, tendono molto ad ambientarli all’estero, con protagonisti americani, che non si capisce perché mangino lasagne e tiramisù a ogni pranzo. Ogni tanto giustificano con qualche nonna di origini italiane. Non capisco la beceraggine di dover ambientare un romanzo in America e tirare fuori cazzate del genere.
        Comunque interessante la tua idea sulla tavola stravolta, sono curiosa di leggere il post che farai.

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  9. Murasaki Shikibu

    luglio 30, 2020 at 11:07 am

    Sì, sì, tutti bravi a criticare. Ma provate a chiedere a un cinese quanto di quel che si mangia a un ristorante cinese teansiterebbe normalmente sulla tavola di un cinese di Cina, poi ne riparliamo! 😃😱
    Complimenti per l’esperimento, vale la pena di proseguirlo 🤗💙

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    • Lucius Etruscus

      luglio 30, 2020 at 11:39 am

      Immagino che il senso sia “nei romanzi d’amore scritti in serie rimane ben poco amore” 😀
      La cosa assurda è che in realtà non c’è affatto alcun tipo di amore, l’amore non viene mai citato: questi romanzi sono solo elenchi di imprevisti che impediscono a due personaggi GIÀ innamorati di unirsi. Come i due si siano innamorati non sembra aver alcun interesse, invece dovrebbe essere l’unico obiettivo del romanzo. BOh… lo chiederò a un cinese 😛

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  10. Murasaki Shikibu

    luglio 31, 2020 at 12:26 am

    No, il senso era riferito alla discussione sulla personale interpretazione americana della cucina tipica italiana, ma ho sbagliato a inserirmi nei commenti 😓
    Anche se è verissimo che in questi romanzi di amore si parla davvero poco.

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    • Lucius Etruscus

      luglio 31, 2020 at 8:12 am

      La mia curiosità non è rivolta alla qualità dei prodotti, di cui non mi intendo e mi importa poco, ma del “contagio memetico” che porta culture lontane a trovare esotici dei nomi di cibi italiani totalmente sballati, che si riferiscono a cose che di italiano non hanno nulla. È lo stesso discorso a cui accennavi, i cinesi non mangiano quello che noi mangiamo nei ristoranti cinesi italiani, però i nomi sono all’incirca quelli: sicuramente i loro involtini saranno diversi, ma il concetto di involtino rimane. Quello che all’estero chiamano “spaghetti carbonara” non ha nulla a che vedere con la carbonara, potrebbero benissimo chiamarla “sbiricuta” e sarebbe anzi più attinente 😀
      C’è poi la parte degli stereotipi nazionali che segue altre vie: i francesi mangiano solo baguette e la portano sotto il braccio (curiosamente non esiste un solo film francese che mostri questo luogo comune 😀 ), i tedeschi mangiano solo crauti e gli italiani panettone col cappuccino, mentre suonano il mandolino. Queste cose esulano dall’alimentazione e rientrano solo nel razzismo geografico, che gli americani adorano e con cui ci hanno colonizzato. Il mio “studio” si occuperà d’altro.

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  11. Vasquez

    settembre 2, 2020 at 9:21 PM

    Di link in link oggi sono atterrata qui, e devo confessare che ho spruzzato il caffè del dopo pranzo! 😀
    La recensione è da spanciarsi, ma soprattutto è da spanciarsi il solo fatto che Lucius sia riuscito ad arrivare in fondo ad un Harmony!
    Avevo un’amica che che se ne cibava come fossero le Tic Tac, tanto che mossa a compassione le regalai “La regina della casa” della Kinsella per farla uscire da quel tunnel. Mi sembrava un buon compromesso tra una storia ben scritta, con una trama delineata e situazioni divertenti, e il romanzo d’amore come piaceva a lei.
    Adesso che ci penso, dopo un po’ l’ho persa di vista. Forse le due cose sono collegate. Non ha retto al trauma 😛
    Bellissimo il logo.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 2, 2020 at 9:52 PM

      Peccato che al terzo capitolo diventi tutto anonimo, ma l’inizio del romanzo nella sua demenza è stata una lettura divertentissima 😛
      Ho visto coi miei occhi signore servirsi alle bancarelle con la busta della spesa, donne che andavano via con tipo venti, trenta romanzi Harmony comprati assolutamente alla cieca, come fossero verdura al mercato. Anzi no, la verdura la controlli, prima di prenderla…
      Il genere romantico – che poi romantico non è mai – è il più venduto di sempre e per sempre, quello che mi spiace è che ogni rapporto che ho avuto con questo genere mi ha stupito per il vuoto assoluto della storia e la scrittura pessima. Non è il genere che discuto, ho letto romanzi d’azione che sono parimenti storielle piene di stereotipi, è l’essere scritto male che mi sembra il peggior peccato possibile, per un qualsiasi romanzo.

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      • Vasquez

        settembre 3, 2020 at 9:23 am

        Forse tra le pagine ci mettono un qualche tipo di droca, che genera dipendenza dall’uso smodato e irrefrenabile di pessimi libri venduti un tanto al chilo! E senza il rischio di morire per un’overdose!
        Però, se tra gli effetti collaterali c’è il non saper più riconoscere una narrazione indecente da una quantomeno passabile, forse è meglio la morte! 😝

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      • Lucius Etruscus

        settembre 3, 2020 at 9:37 am

        Quanto costano tutti quei libri pieni di droca??? 😀

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  12. Pellegrina

    settembre 21, 2020 at 11:37 am

    Solo una precisazione: a Roma esisteva davvero un buon ristorante Agata e Romeo, proprio vicino alla stazione, un locale piuttosto alla moda, frequentato anche da stranieri, che proponeva effettivamente una cucina romana rivista e modernizzata. L’ideale per mezzi fighetti o aspiranti tali come i protagonisti del libro che in un posto realmente popolare si sentirebbero alquanto a disagio. Ha chiuso nel 2016.
    Forse l’unico dettaglio attendibile del romanzo! Ché dopo l’orrida fiera dei luoghi comuni di Mangia prega ama, in fin dei conti un rosa pure quello, mettere avanti il lato cibo e l’orario tardo per la cena quando si tratta di Roma fa parte del genere.
    P.S. Il Romeo in questione non è romano ma tant’è,l’immigrazione a Roma esiste eccome.

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    • Lucius Etruscus

      settembre 21, 2020 at 12:35 PM

      Grazie della dritta – non essendo fighetto né aspirante tale non frequento questi ristoranti 😛 – quindi immagino che l’autrice si sia informata sui ristoranti frequentati da stranieri (o magari c’è stata davvero, in una sua vacanza romana) e l’ha citato con cognizione di causa. Però onestamente non ho mai conosciuto un romano di nome Agata o Romeo 😀
      “Mangia, prega, ama” temo abbia fatto disastri, è il “Codice Da Vinci” del romance, tutti vogliono rifarlo uguale 😛

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